Biblioteca Storica Italiana, Vol. II

初版
1853年
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BIBLIOTECA STORICA ITALIANA VOL. II. 1 1 VITE DEGLI SFORZESCHI DI PAOLO GIOVIO, SCIPIONE BARBUO, ecc. STATO DI MILANO NEL SECOLO XV. REPUBBLICA AMBROSIANA, VITA DI GIOVANNI DELLE BANDE NERE CRONACA DI MILANO con prefazione e note DI MASSIMO FABI. MILANO PRESSO FRANC. COLOMBO LIBRAJO-EDITORE Contr, S. Martino, n. 549-A. 1853. ٢٠ KOENIGLICHE : Quest'opera è posta sotto la salvaguardia delle Leggi, essendosi adempiuto a quanto esse prescrivono. HOFBIBLIOTHE Tip. Wilmant. KAISERLICHE PREFAZIONE Volli dare cominciamento a questo secondo volume della Biblioteca storica italiana colla riproduzione della Vita di Sforza Attendolo, scritta in latino da Paolo Giovio, e re cata nella nostra favella dal Domenichi, de quali già ac cennammo nelle Vite de'dodici Visconti. FuloSforza celeberrimocapitanodiventuradelsecoloXV, e padre di quelFrancesco, che per valore in armi, per sin golare avvedutezza nel consiglio, e dicasi pure, per fellonia, fecesi creare duca dello Stato diMilano, uno depiù potenti che allor contasse l'Italia, e formò quindi lo stipite di una dominazione, la quale, se da un canto diede qualche lustro alla Lombardia, promovendovi le arti, le scienze, le lettere, dall'altro le fu principio e causa di grande rovina. Epervero, se lo Sforza non avesse peccato di tradimento verso i Milanesi, ordinati in repubblica dopo la morte di Filippo Maria Visconti, l'Italia per avventura non sarebbe stała teatro di atrocissimi casi di guerra e di politici scon volgimenti, e di prepotenze d'eserciti forastieri, soprattutto per la smodata cupidigia di regnare di Lodovico ilMoro e per l'indolenza de' suoi successori, i quali, lusingata l'am bizione della Casa Francese e della Spagnuola , mossero queste due potenze a guerreggiare durante quasi mezzo se colo per la successione al ducato di Milano. E ben fu Lo dovico rimeritato di sua propensione e ricorso aiFrancesi, giacchè periva miseramente in terra straniera per mano di quegli stessi da cui invocava protezione ! Ma intanto, che giova, s'egli a sè medesimo abbia aperto l'abisso, mentre involto ha la patria sua nella propria sfor tuna, e toltale la speranza di formare un giorno una re pubblica potente al par dellaVeneta, della Genovese e della Fiorentina ! Francesi e Spagnuoli si disputarono a lungo, e con rabbia accanita , e con orribile strazio, il possesso della Lombardia; ma in fine si composero le cose, sorse la pace di Crespy, e che ne addivenne? ... Gli Spagnuoli, fatti padroni non solo della Lombardia, ma ancora del reame di Napoli, immolarono la repubblica diSiena,come venticinque anni innanzi sacrificarono la Fiorentina ad una famiglia di mercatanti fortunati, i quali, se da una parte protessero le arti, le lettere e le scienze, dall'altra facevano perire sul patibolo chi amava la patria, o chi impetrava l'impero della ragione nella rettitudine del vivere civile. E tanto fu la preponderanza Spagnuola che poco mancò non facesse dell'Italia un cadavere ! Alla Vita di Sforza Attendolo segue un Quadro gene rale dello Stato di Milano dopo la morte di Filippo Maria, edunCenno sulla costituzionedellarepubblicaAmbrosiana; lavoro di eletto ingegno moderno, e quasi prefazione al Sommario, che viene dappoi delle Vite degli Sforzeschi, scritte da Scipione Barbuò, dottore in legge e gentiluomo padovano: compendio divenuto in oggi rarissimo, e che meritava di ricomparire colle stampe. Alle Vite degli Sforzeschi aggiunsi quella eziandio di Ascanio Sforza, dettata da Roberto Rusca, che passò sco nosciuta al celebre Pompeo Litta, e la quale serve altresi a meglio schiarire quella di Lodovico il Moro. Miparve inoltre acconcio di unirvi la Vita di Giovanni de' Medici, celebre capitano delle Bande Nere, sia perchè fi glio di Caterina Sforza, e vissuto all'epoca di cui parliamo, ed anche per qualche rapporto avuto da lui colla famiglia Sforzesca: ne fu autore Gerolamo Rossi, suo parente e con temporaneo. Chiude il volume, una Cronaca della città di Milano, dalla sua fondazione fin oltre la metà del sedicesimo secolo, e di cui non mi venne fatto rinvenire l'autore, il quale per quei tempi fu però abbastanza erudito, facendo di tutte le Cro nache di Milano un compendio, che malgrado i pregiudizj di quell'età, potrà tornar a grado al lettore; avvi pure una Genealogia e bibliografia Sforzesca , compilate sulle tracce di quelle del sullodato Litta. Amaggiore illustrazione poi di questo volume , venne dall'editore corredato dello stemma e deiritratti Sforzeschi, ed altresì di quello di Giovanni delle Bande Nere, cavati sia dall'opera di Antonio Campi, intitolata: Cremona fede lissima, che da antiche stampe o medaglie. Tutto ciò mi fa credere che la gioventù, amatrice degli studj storici, non meno benevolmente accoglierà questo vo lume di quello che abbia fatto coll'antecedente, convinta che lo studio dei tempi passati è forte ammonimento pei tempi futuri. AL NOBILISSIMO SIGNOR CONTE GIOVANNI GIOVIO DI COMO. Prestantissius Signore ! Come adegno cittadino di una patria che in ogni tempo ebbe dovizia di eletti ingegni, e vanta a figlio quel luminare da cui oggi pressochè tutte datano le nuove fisiche scoperte, non meno che ad illustre di scendente di Famiglia tanto benemerita delle lettere, a Voi, onorando Signore, intitolo questo volume di studj storici. Ela Storia, nobile stimolo all' avanzamento mo rale, educatrice delle nazioni, fu veramente la pre diletta della prosapia Vostra; chè fin dal secolo de cimosesto Benedetto dettava pel primo una Storia Comasca, in alto pregio tenuta; e dappoi il valente fratello di lui, monsignore Paolo, esimio cultore delle lettere e delle scienze storiche, segnatamente arric chiva il suo paese colle più erudite produzioni; e la Famiglia Vostra, le orme calcando degli avi suoi, illustrava sè medesima e la patria con opere belle ed utili scritti insino a' tempi presenti. Compiacetevi adunque, prestantissimo Signore, di fare grata accoglienza al volume che ho l'onore di offerirvi: abbiatelo a dolce ricordanza di Paolo, grande antenato vostro; della vostra diletta madre nobilissima donna, che per animo generoso, per al tezza d'intelletto e bell'accordo di civili virtù, fu a tutti carissima; ed a tenue pegno della devozione del Vostro obbl. Servidore Milano, li 7 novembre 1855. MASSIMO FABI. XII GENEALOGIA DEGLI SFORZA DUCHI DIMILANO SFORZA ATTENDOLO 1 Nato inCotignola nel1369 ,sidistinse nelle guerre di Napoli ,fugonfaloniere diS.Chiesa ,emori affogato nel fiume Pescara nel1424. Ebbe più mogli eparecchi figli , fra cuinomineremo : BOSIO Nato nel 1411. Apprese ilmestiere dell'armi dasuopadre .Fugovernatore diOrvieto egene-rale della repubblica diSiena .Siammoglio con Cecilia Aldobrandeschi ,figlia coerede diGuido , conte diSantafiora ,eche portò almarito laso vranità diSantafiora stessa ;borgo nel territorio Sanese .Mori aParma nel1476. Daluihanno principio iconti diSantafiora ,iquali vendet tero lasovranità nel1633 algranduca diTo scana ,rimanendone contemporaneamente in feudata lafamiglia ,laquale ètuttora vivente , nominandosi Sforza Cesarini ,perchè undiscen dente dei conti diSantafiora pernome Fede rico ,siammogliò nel1673 con Livia figlia del duca Giuliano Cesarini .Daquesta famiglia pro cedette eziandio iconti diCelano estinti nel 1816 . FRANCESCO I Dal quale ,oltre iduchi diMilano discendono iconti diBorgonuovo nel Piacentino ,permezzo diunsuo figlio naturale ,chiamato Sforza ,nato nel1433 ,eche fuin vestito dalpadre diquesta contea nel1431. Isuoi di scendenti siestinsero nel 1680. Fra 'suoi figli nomine remo Jacopetto ,naturale legittimato ,dalquale proven gono gliSforza diCastel S.Giovanni sulPiacentino , ramo tuttavia esistente .Francesco ,poichè fuprimo duca diMilano ,nacque ai23luglio del1401 ,divenne a22anni capo dieserciti ;proclamato capitano della repubblica mi lanese nel1447 ,educa nel 1450. Mori agli 8marzo 1466 . Ebbe inmoglie Polissena Ruffo ,chemori nel1420 ,ed inseconde nozze Bianca Maria ,figlia naturale diFilippo Maria Visconti ,echemori nel 1469. Ebbe parecchi figli , fra cui | GALEAZZO MARIA Nato ai24gennajo del1444 ;fupessimo principe . Siammogliò inprime nozze con Dorotea Gonzaga ,che fece morire diveleno ,indi conBona diSavoja ,morta inAbbiategrasso nel1494 . GIOVANNI GALEAZZO Nato il20giugno del1469 inAbbiategrasso .Governo ALESSANDRO Nato inCotignola nel 1409. Fusignore diPe saro per eredità ,Malatesta del1445 prese in moglie Costanza Davarano ,eSveva diMon-tefeltro .Mori nel 1473. Ebbe parecchi figli le gittimi enaturali ,efulostipite della famiglia dei signori diPesaro ,che siestinse nel1312 in Galeazzo ,che fucostretto diabbandonare lasi gnoria aGiulio II.Venendo daParma aMilano colduca Massimiliano venne dinottetempo uc-ciso con archibugiata nel1515 .. XIII FRANCESCO II Nato nel1492 inVigevano .Passo parte della sua vita inesilio ;entrò come duca inMilano nei1522 ;maben presto lodovette abbandonare alla fortuna francese .Ritornato ne'suoi Stați per cpera diCarlo V.Ammogliossi nel1534 con Cristierna ,figlia del rediDanimarca .Mori nel 1535 senza prole . sotto latutela della madre ,che era incontinua lotta collo zioLodovico .Mori ai92ottobre del1494 nel ca stello diPavia ,dicesi diveleno .Siammogliò nel1489 con Isabella d'Aragona ,figlia diAlfonso IIrediNapoli , laquale mori nel 1524. Galeazzo ebbe due figlie eun figlio ,chemori Benedettino inFrancia . LODOVICO ILMORO Figlio diFrancesco Sforza ,nato inVigevano il3aprile 1451 ,ocome altri vogliono il3agosto nel 1450. Resse per alcun tempo ilducato anome disuo nipote Ga leazzo ,finchè morto lui ,ottenne ,nel1494 l'investitura delducato .Venne fatto prigione aNovara daiFrancesi nel1499. Mori nel castello diLeches il27maggio 1508 . Prese inmoglie Beatrice d'Este ,laquale mori diparto nel1497 . PAOLO Figlio naturale diLodovico ilMoro ,nato daLucrezia Crivelli .Fugrande condottiero d'armi .Pe'suoi servigj prestati agli Spagnuoli ,venne fatto marchese diCara vaggio daCarlo Vnel 1552. Questo marchesato siestinse nel1697 . MASSIMILIANO Nacque nel1490. Furicevuto inMilano dopo unlungo esilio nel 1812. Ripartito l'anno se guente ,ritornò ben tosto nella capitale per ri partirne per sempre nel1315 dopo labattaglia diMarignano .Rinunziò alrediFrancia isuoi Stati ,emori inParigi nel1530 . VITA DI SFORZA ATTENDOLO : 1 . 1 ALL' ILLUSTRISSIMO SIGNOR MUZIO SFORZA MARCHESE DI CARAVAGGIO (*) Lodovico Domenichi. Tanto è il desiderio, che io ho di piacere e di servire a V. S., e di acquistarne per ciò la grazia di lei, che di e notte sto intento ad ogni occasione, la quale mi si pre senti per arrivare a questo mio lodevole intento, il quale è di maniera continuo ed officioso , che senza por mente alle nobilissime condizioni vostre , ed alla indegnità mia, tutto quello che può fare, benchè sia poco e vile, riferisce nondimeno all' idolo suo , che siete voi , Illustrissimo Si gnore , e crede anco indotto a ciò dalla sua verso voi in finita affezione , che debba piacere e gradire a voi, come cosa di pregio e di valore. Avendo io dunque letto la vita di Sforza capitano valentissimo e progenitor vostro, scritta elegantemente in latino dal molto reverendo monsignor ve scovo Giovio, e riputando farvi cosa grata, dandola a leg gere ancora in questa lingua allo universale degli uomini Italiani, come che questefatiche oggidi per l'infinito numero di coloro che si son posti a farle con assai poco giudizio, siano mal gradite, ho voluto ridurla nell'idioma nostro, ас ciocchè buona parte di quei che non posseggono il latino , traggano qualche frutto dalla lezione dei valorosi fatti di questo eccellentissimo guerriero. E benchè io sappia certo che a V. S. non fa punto bisogno tale interpretazion mia, per lo avere ella piena cognizione delle lettere latine , ho pensato però fargliene dono, come di cosa che a lei molto conviene per contenere la suagenerosa origine fondatanella (*) Ebbe per padre Giampaolo, il quale era figliuolo na turale di Lodovico il Moro. Dopo segnalati servigi venne fatto marchese di Caravaggio da CarloV nel 1332. Giampaolo morì, come credesi, di veleno nel suindicato anno. Muzio Sforza fu buon soldato , si ammalò all'assedio di Metz , e trasportato a Strasburgo vi morì nel 1852. GIOVIO. Vita di At. Sforza 1 ১ 2 sola virtù, che è la propria e sincera nobiltà; e pervenuta poi al colmo della sua perfezione coi doni della fortuna , e colle grazie del cielo. Le quali essendosi oggi accumulate in lei, la fanno amare e riverire non pure da chi di con tinuo la vede,ma dacoloro ancora che non l'hanno maive duta. Or vegga V. S. quanto può il valore, che non pure colla vista de'suoi leggiadri lumi infiamma all amor di sè stesso gli animi di quei che lo mirano , ma siccome il sole coi vivi raggi penetrando là ove mai non s'aggiorna , empie il terreno di quegli spiriti ardenti d'amore ond egli produce i cari frutti, così quello manda ildivino suo splen dore sì di lontano , che benchè di fuori nell'aspetto altrui non si dimostri; nondimeno dentro nella mente così chiaro fiammeggia, ch'ella ad amarlo e riverirlo s'accende. Nè so lamente colla pura sua luce per gli occhi entrando nel ' animo risplende , ma di lungi col suono della fama per gli orecchi giungendo nel cuore alteramente risuona. Il che, comeche per anticheprove sia manifesto, io novellamente in me stesso il provo; imperocchè lavostra chiarezza, la quale giànata non tanto del favor della fortuna, il cui verso voi beneficio essendo in sè grande, ai meriti di tante e sì rare vostre virtù è picciolo quanto dei nobilissimi doni dell'a nimo e dell'ingegno, non pure con sommo onore dappresso si riguarda, maovunque ella riluce e giugne per fama, da tutti onorevolmente si vede ed ode. Avendo io dunque di questo mio verso lei riverente affetto fatto già testimonio per altri, quali e'si siano scritti miei, porto fermissima opi nione chenonle dispiaceràpunto vedermicontinuare inesso, anzi di buon cuore accettando questa mia seconda fatica sidegnerà tenermi nella da me desiderata sua grazia, e dell' illustrissima signora Violante sua degnissima madre. Ed io farò qui fine umilmente baciando le mani di quelle. A. XXdi luglio MDXLIX. Di Fiorenza. 5 PAOLO GIOVIO VESCOVO DI NOCERA Al Reverendissimo ed Illustrissimo Monsignor GUIDO ASCANIO SFORZA (*) Cardinale di Santafiore, e Camerlingo della Chiesa. Dappoi che voi e per gloria della virtù e per splendore della famiglia cosi singolarmente mantenete l'onore e la di gnità del cardinalato, ilquale a voiancor ben garzone l'avolo vostro materno (papa Paolo III) con singolar giudizio,ma forse più per tempo che voi non avevate sperato, v'ha confe rito; che ben parete degno d'assai maggior fortuna: ho giu dicato che vi debba esser cosamolto grata, se a voi, ilquale abbracciate la virtù con animo ardente, avessi aggiunto nuove facelle derivate dagli esempi de vostri maggiori, e specialmente di Sforza bisavolo vostro, il quale con somma lode per le grandissime cose ch'ei fece, diede immortal co gnome alla famiglia vostra. Perciocchè io con una diligente investigazione che ho fatto da diversi, e spesse volte goffi scrittori d'istorie, ho ridotto in un breve compendio i detti e i fatti di questo valorosissimo guerriero, acciocchè al suo ritratto onorato per la sua bellissima apparenza, il quale avendo dipinto in casa si spesso contemplate, ragionevol (*) Guido Ascanio Sforza nacque nel 1818. All'età di 16 anni fu eletto cardinale dall'avo papa Paolo III. Venne creato Patriarca di Alessandria nel 1541, indi Legato in Ungheria per la guerra contro ilTurco. Paolo IV lofece incarcerare come troppo partigiano di Spagna e per aver avuto parte nel trafuga mentodelle galee di suo fratelloCarlo. Morinell' ottobre del 1564, Fu gran mecenate degli uomini dotti; di Michelangelo soprat tutto, e si servì di lui per l'erezione della cappella dell'Assunta in S. Maria Maggiore, ov'è sepolto.-Questo Guidoè del ramo degli Sforza, dei conti di Santa Fiora, 4 mente ancora s'aggiunga la sembianza dell'animo suo reale espressa collo stile alla sua vera effigie. Sforzatevi dunque, monsignor Guido Ascanio , Sforzatevi dico grandemente colla virtù e collo studio delle lettere, d'agguagliare e di vincere la fama del sangue paterno e materno, enon vipaja molto difficile; perciocchè bella cosa sarà e molto onorata, che un uomo sacro fra così grandilumi de'suoi maggiori, lontano dall'invidia abbia mostrato grandissimo splendore di religione e di lettere. State sano. 5 BIBLIOGRAFIA SFORZESCA ALEGIANI.- Vita della Beata Serafina Feltria Sforza. Ro ma 1784.- Dello stesso autore abbiamo la vita del B. Ga briele Sforza, Arcivescovo di Milano. Roma 1765. In queste due operette, trovansiqua e là buonenotizie storiche. L'A legiani era in Roma l'avvocato delle cause dei santi.- Del Beato Gabriele Sforza vedesi ancora il monumento nella chie sa dell'Incoronata inMilano. BIANCHI GIOVINI. La Repubblica di Milano dopo la morte di Filippo Maria Visconti. Milano 1848. L' autore è abbastanza noto. In questo libro trovansi minutamente descritti tutti i fatti che riguardano Francesco Sforza , dal 1447 al 1450, epoca in cui si fece proclamare duca di Milano. BURRIEL. Vita di Caterina Sforza Riario. Bologna 1785 , tre volumi. L'autore è spagnolo e gesuita; vi si trovano buone notizie storiche. CAPELLA. De rebus pro restitutione Francisci II Mediolani. ducis , ecc. Milano 1531. L'autore è un gentiluomo milanese, che visse alla corte di Francesco II Sforza.- Questo libro, scritto con molta critica e verità , venne tradotto da Fran cesco Philipopoli fiorentino, e stampato a Venezia dai Gio liti nel 1839. L'edizione latina fu più volte riprodotta, ma l'italiana non mai, ed è quindi assai rara. CARLI ATTILIO. L'ultimo degli Sforza, studio storico pubblicato nel 1837 in una strenna intitolata, Il Presagio: è di 35 pa gine ; lavoro accurato. CARRANTI PIER MATTEO. Ludovici Sphortiæ captivitas, ecc. Bolo gna 1507. L'autore è di Cotignola. Il suo lavoro comincia dal tradimento degli Svizzeri nel 1490, alla battaglia di No vara, in cui Lodovico ilMoro venne fatto prigioniero, e con tinua fino al 1507. È scritto con moltalibertà, ed è veridico, soprattutto nel quadro risguardante gli ultimi anni di Lo dovico Sforza: molto raro. CRESCENZI. Anfiteatro romano nel quale con le memorie dei grandi si rappilogano inparte l'origine e le grandezze dei primi potentati d'Europa,ecc. Milano 1648. Di quest'opera 6 nonvenne pubblicata che la prima parte, laseconda giace tuttora inedita presso la fam. Belgiojoso. È un arsenale di notizie, messe alla rinfusa, e con molti errori. GALUCCI AGOSTINO. Vite delle beate Felice e Serafina Sforza, monache di S. Chiara nel Corpus Domini di Pesaro. Pe saro 1637. L'autore è un minore osservante della Marcad'An cona: libro mediocre. GIOVIO. Vita Sphortiæ ducis clarissimi. Roma1839. Edizione principe. Fu ristampata più volte. Domenichi ne fece la tra duzione italiana, e la pubblicò la prima volta in Firenze nell'anno 1549. Venne parecchie volte ristampata. Questa versione è quella che pubblichiamo. V. La Prefazione al presente volume. LITTA. Famiglie celebri italiane. I fascicoli che trattano della casa Sforzesca, sono sei fogli di testo e nove tavole in rame compresovi una tavola che rappresenta il ducato di Milano nella sua maggiore estensione al tempodegli Sforza. Lavoro importantissimo: del merito dell'autore abbiamo già fatto cenno nella Bibliografia Viscontea. LOMONACO FRANCESCO. Vite degli illustri Capitani d'Italia. Mi lano 1804. Tre volumi: nel secondo di essi trovasi la vita di Sforza Attendolo,e nel terzo quella di Francesco II. Lomo naco è napoletano, aventun anni venne fatto professore di storia nell'Università di Pavia, ma le cabale de'suoi nemici lo spinsero alla disperazione, e giovanissimo si affogò nel Ticino. Le sue opere sono scritte con generosi pensieri, ma molte volte volendo imitare Plutarco, si perdein inutili de clamazioni. LOSCHI. Compendi storici. Venezia 1682. Articolo, Dello Stato diMilano e dominatori di esso. Non è che un'imitazione del Sansovino; libro di cui poco si può fidare. MINUTI. Vita di Muzio Sforza. Codice nellaBibliotecadelmar chese Trivulzio in Milano. L'autore è piacentino; la scrisse nel 1488. Lo stile non è certamente colto, dice Pompeo Litta, ma egli, come contemporaneo, merita fede, ed il suo lavoro è ben condotto ed assai particolarizzato. 7 NICOLINI G. B. Lodovico il Moro, tragedia con note illustrative, stampata più volte inItalia e fuori. Il nome solo dell'autore vale più di qualunque elogio. OLIVIERI Memorie di Alessandro Sforza, signorediPesaro. Pe saro 1785. L'autore è buon letterato e buon critico. Fu di Pe saro, e fondò la Biblioteca Olivierana in quella città.-Di lui abbiamo una lettera sopra un medaglione di Alessandro Sforza di Pesaro,stampata nellastessa città nell'anno 1781. RATTI. Della famigliaSforza. Roma 1794. Due vol. Questa è la più compita storia Sforzesca che si conosca. Oltre d'averla l'autore corredata di documenti inediti e interessanti, svolge con buona critica varj punti contestati di storia italiana. Ratti è romano edel medesimo abbiamole memorie sulla vita di quattro donne illustri e quella del cardinale Cesarini. Roma 1785. Forse questo primo lavoro, dice il mentovato Litta, fe nascere all'autore l'idea di pubblicarela storia di casa Sforza. RICOTTI ERCOLE. Storia delle compagnie di ventura in Italia. Torino 1845. Quattro volumi: il secondo e terzo trattano diffusamente di Sforza Attendolo e Francesco II. Questa sto ria è scritta con molto criterio, e serve di commentario a buo na parte di quella delle repubbliche italiane del Sismondi. RUSCA. Vita d'Ascanio Sforza cardinale e commendatario di s. Ambrogio Maggioree delMonastero di Chiaravalle. Sta nella descrizione che questo autore fece dell'abbazia diChiara valle, stampata a Bergamo nel 1626. Questolibro rarissimo, rimasto sconosciuto al Litta, contiene molti fatti curiosi. SANSOVINO. Famiglie illustri d'Italia. Venezia 1609. Articolo Sforza. Libro di qualche pregio; Sansovino fu il primo che trattasse simili argomenti. SIMONETTA. Commentarj rerum gestarum Francisci Sphortiæ Mediolanen. ducis. Milano 1480. L'autore era napoletano, fratello dello sfortunato Cecco Simonetta, decapitato per or dine di Lodovico il Moro.Giovanni Simonettaera impiegato alla corte di Francesco I. Sforza ,del quale scrive con sin cerità le militari gesta. Venne tradotta in italiano da Seba stiano Fausto, pubblicata l'anno 1543 a Venezia. SierzaAtten petatore Auboryةضف موي Laprasdatorarches rampahle apoiservigipresi Paro OttobonoFerzi,al1409,11Dragealata, the detesta d'uomo, èilsilera particolare della 9 111 SFORZA ATTENDOLO () CAP. I. Della nascita di Sforza. Nacque Sforza in Cotignola, terra antica della Roma gna, appresso la via Emilia, del contado di Faenza: il padre suo ebbe nome Giovanni, della famiglia degli At tendoli , piuttosto onorata che nobile; la quale era però ricchissima, e molto fiorita per una gioventù numerosa e data all'arme. Sua madre si chiamò Elisa, donna d'a nimo virile de' Petracini, famiglia molto parziale: era co stei di costumi infiammati ed aspri, ma d'una pudicizia e fecondità mirabile, perciò ch'ella partori vent' uno figliuoli, i quali siccome nati all' armi ella li allevò di tal maniera (*) Effigie cavata da un'antica stampa. della casa 9 19 SFORZA ATTENDOLO (*) CAP. I. Della nascita di Sforza. Nacque Sforza in Cotignola, terra antica della Roma gna, appresso la via Emilia, del contado di Faenza: il padre suo ebbe nome Giovanni, della famiglia degli At tendoli , piuttosto onorata che nobile; la quale era però ricchissima, e molto fiorita per una gioventù numerosa e data all'arme. Sua madre si chiamò Elisa, donna d'a nimo virile de' Petracini, famiglia molto parziale: era co stei di costumi infiammati ed aspri, ma d'una pudicizia e fecondità mirabile, perciò ch'ella partori vent' uno figliuoli, i quali siccome nati all' armi ella li allevò di tal maniera (*) Effigie cavata da un'antica stampa. GIOVIO. 10 che facilmente sprezzavano i vestimenti ornati, le deli cate vivande ed i morbidi letti; ed eran tutti volti con un certo valoroso vigore d'animo e di corpo a mantenere la riputazion della famiglia, e ciò molto spesso facevano coll'armi, perciocchè avevano capital nimicizia coi Pasolini, sì grandi come essi ; conciossiacosachè Martino Pasolino capo di quella famiglia avendo arrogantemente intercetto una fanciulla nobile sposata per uno scritto di mano a Bartolo fratello di Sforza, perchè ella aveva in dote una grandissima eredità. Per questa cagione si azzuffarono più volte insieme quasi in giusta battaglia, e s'ammaz zarono di molte persone, dove fu ferito Bartolo, e vi morì un figliuolo di Martino e due suoi parenti. Ma la cosa fini di questo modo, che Martino privo del figliuolo, e spogliato di tutti gli amici e delle facoltà, fu cacciato dalla Terra. Vedevasi in quel tempo nelle case degli At tendoli le sale e le camere non addobbate d'arazzi, ma di scudi, di corazze, e i letti grandissimi, senza coperte, nei quali dormivano a caso le squadre de' parenti armati, ed erano talmente tutti vigilanti e intenti, che senza ordine alcuno, mangiavano quelle vivande, le quali con poca spesa e con nessuna arte li erano apparecchiate innanzi dai mulattieri e dai ragazzi. CAP. II. Di quel che si ragionò del suo nascimento. Vi furono alcuni, i quali ebbero a dire, ma ciò per piacere alla setta Braccesca, acciò che finalmente si rin facciasse ai principi Sforzeschi la novità del sangue, che Sforza in un campo di suo padre aveva avuto la cura dell'opere; talmente ch'anco egli valorosamente maneg giava e i vomeri e le zappe lavorando di sua mano; e ciò malignamente pare che fosse finto, perch'essend'egli VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 11 fanciullo di tredici anni, se ne andò incampo di Boldrino , e quindi non ritornò che fu uomo d'arme. Ma a questa gioconda bugia fece fede di favola una fama continua, la qualepassò ai discendenti. Perciocchè dicesi, che lavorando egli il terreno, e trovandosi stanco per la dura fatica, di quello vituperio di lavoro alzò gli occhi al cielo, e quindi aver pigliato voti di tutta la fortuna di sua vita, pregando inquellasorte Iddio che glielamandasse buona; e chesubito scagliò la zappa sopra un' altissima quercia consacrata, com'è da credere, anticamente a Marte, con questa deli berazione d'animo, che s'ella cadeva,egli con animo quie tissimo l'avrebbe ripigliata per lavorar sempre, ma s'ella si fermava sui rami, egli subito sarebbe ito alla guerra. Ma la fortuna appiccò la zappa all'albero, per aprire la strada al destino. Gloriavasi di questa favola il duca Fran cesco suo pronipote (*), che massimamente per questo, il nome della famiglia sua non era fondato nel favore di antica nobiltà, ma di singolar virtù; talmente che avendo umanamente commesso che mi fosse mostrato il castel lo (**), che è il più maraviglioso che si ritrovi al mondo (*) Intendi Francesco II Sforza, duca diMilano, che mori nel 1555. (**) Cioè: il Castello di Milano. Non mal si apponeva il Giovio nel chiamarlo a' suoi tempi : il più maraviglioso che si ritrovi nel mondo: venne costrutto nel 1368 da Galeazzo I Vi sconti , e demolito nell' anno 1378 alla morte del suddetto. Non passò però gran tempo che suo figlio Giovanni Galeazzo lo riedificò nel medesimo luogo, e assai più forte di prima. Ma nel 1447, alla morte di Filippo Maria, ammutinatasi la città con pensiero di reggersi da sè sola in repubblica, lo atterrò. Entrato poi in possedimento del ducato di Milano Francesco I Sforza, lo fece rialzare per la terza volta, e vi spese ( a detta del Corio) un milione d'oro ,volendo forse intendere un mi lione di ducati o fiorini d'oro. Gli Spagnuoli vi aggiunsero parec GIOVIO. 12 per l'eccellente fortezza e fabbrica sua, essendomi aperta la munizion dell'armi, rivolto a me con lieto volto, disse: Questa fortezza che ti fa stupire, e questo Stato che noi abbiamo, o Paolo Giovio, riconosciamo noi da quella zappa, quando per nostra felice sorte scagliata dal nostro bis avolo sull'albero, s'appiccò a quel fatal ramoscello. Onde ne nacque poi quel motto del Pontano (*), il quale temera riamente adoprava il dente contra i morti, quando disse: Sforza venne capitano dall'aratro. Quasi che non ritorni a somma gloria, o veramente s'abbia a vergognare coll'e sempio di Cajo Mario (**), che d'aratore diventò impera tore d'eserciti. CAP. III. Dell'ascendente, genitura e nome di lui. Nacque in martedì, ai 28 di maggio nell'alba, l'anno di N. S. 1369, quasi in quel tempo che Carlo IV imperatore in fame per avarizia abbandonò l'Italia; (***) e quel dì che bat chie fortificazioni le quali vennero demolite nel 1801 dai Fran cesi, lasciandovi solo quel che si vede al presente. Dopo la rien trata in Milano degli Austriaci, nel 1848, costoro vi aggiunsero alcuni fortini, e in varie parti lo riattarono. Chi fosse vago di vedere la pianta, ed una minuta descrizione dello stato di questo castello anteriormente al 1801, legga le opere del Giu lini , del Lattuada e del Torre. (*) Vale a dire: Jacopo Pontano, napoletano, distinto let terato del secolo XVI. (**) Cajo Mario , famosissimo capitano romano , nacque da oscuri e poveri parenti. Passò la prima sua gioventù nel col tivare la terra , abituandosi così alla vita frugale e laboriosa , simile all'antica educazione romana. Vedi Plutarco: Vita di Cajo Mario. (***) Vedi la storia della repubbliche italiane dei secoli di mezzo di S. Sismondi al capitolo 48. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 13 tezzandosi i fanciulli nel sacro fonte del battesimo, gli si mette il nome, posero nome al fanciullo Jacopo eMuzio: ma alquanto tempo dappoi, cancellatosi il primo nome fu sola mente chiamato Muzio: infino a tanto che per un certo in domito vigore d'animo e di forze s'acquistò il sopranome Sforza. Questo nome di Muzio oggi si vede anco rinnovato nel nipote del duca Lodovico Sforza, il quale Giovan Paolo suo figliuolo di tanta prole ha lasciato unico suo e legit timo figliuolo (*). CAP. IV. Della divinazione degli astrologi. Avendo i matematici considerato nella natività di lui una eccellentissima positura di stelle, e stanze, e aspetti mirabili, gli predissero grande imperio, immortale gloria e fortunata prole, e finalmente gli soggiunsero che egli non sarebbe morto mai molto vecchio , ma di morte subi tana (**). CAP. V. Della creanza e principio suoi. Da quella creanza ch'egli ebbe in casa sua, siccome ab biamo detto, fatto disprezzatore delle ferite e dei pericoli, venuto all' età dei tredici anni , e dando una maravigliosa ( * ) Vedi intorno alla genealogia della famiglia Sforza , le tavole quinta e sesta dell'opera: Famiglie celebri italiane del Litta, articolo Sforza Attendolo. (**) L'astrologia era a' quei tempi in grande venerazione. Gli stessi re , imperatori e pontefici teneansi sempre a fianco un astrologo, che loro predicesse il futuro. A' nostri giorni Na poleone consultò qualche volta la famosa madamigella LeNor mant di Parigi. Le scienze occulte, dimentiche per quasi un secolo , ritornano oggidì in voga. Vedi Peisse : Histoire des sciences occultes. Parigi 1840. 1 GIOVIO. 14 aspettazione di soldato, tolto secretamente un cavallo in casa, e contra il voler del padre se ne andò in campo aBoldrino Panicaglia (*) , il quale era capitano generale delle genti del Papa: non fu in quel tempo capitano più avventurato di lui. Perciocchèmentre ch' ei visse essendo (*) Cioè: Boldrino da Panicale; Panicale villaggio nel di stretto di Faenza. « Boldrino da Panicale venne ucciso in Macerata(1393), nella festa di un solenne convito, dal marchese di quella città , e fratello del Papa. Tosto i suoi soldati che seppero la morte del Boldrino in numero di 400 aveano promesso l'un l'altro sotto terribili giuramenti di prenderne stupenda vendetta. Questa vendetta fu differita per lo spazio di due anni,ma neldisfarsi della compagnia di s. Giorgio le soldateschedel morto Boldrino si avviarono risolutamente contro Macerata sotto la guida di Biordo de' Michelotti e di Azzo da Castello, cheacconsentirono di pigliar parte nella loro intrapresa. I Maceratesi, prima che vinti, distrutti spietatamente ne' proprj averi, s'affrettarono a implorar pace dagli assalitori. Risposero i 400 : « di pace non si parlasse, finchè fosse vivo l'iniquo che aveva ucciso il loro amato condottiero ; perciò lo consegnassero alla compagnia , ovvero aspettassero l'ultimo sterminio. » E per verità con tal costanza facevano seguitare alle minacce i fatti, che il mar chese si sarebbe trovato a cattivi partiti, se gli oratori di Fi renze non si fossero interposti, e non avessero terminato la lite in un accordo, nel quale la città s'obbligò a pagare alla com pagnia 12,000fiorini , crestituirle coi debiti onori le ossa di Boldrino. Avresti pertanto veduto nel di stabilito spalancarsi le porte di Macerata, uscirne a processione il popolo, gli ora tori delle città amiche, il clero e le matrone scarmigliate e piangenti colle spoglie del condottiero, e la compagnia di fuori riceverle in gran pompa e non senza mestizia. Quindi le chiu sero inuna preziosa bara, e questaper lungo tempo servicome di insegna alle ricordevoli soldatesche. Vedi Ricotti, Storia delle compagnie di ventura in Italia , Tom. 2, pag. 199. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 15 sempre stato vincitore in battaglia, dopo la morte ancora spesse volte intervenne alle vittorie e ai trionfi de' suoi sol dati. Perciocchè avendo eglino secco ed inıbalsamato il corpo morto del lor capitano, lo portavano attorno su una bara, giudicando che non vi fosse alcuno degno di suc cedergli nel generalato. Distendevasi per lui un padiglione non altramente che quando egli era vivo , e postigli all'intorno gli stendardi, gli si domandava il contrase gno di guerra, di maniera che felicemente si servivano de' consigli del morto alle imprese di guerra, pigliandoli quasi per una certa sorte. Stette prima al servizio d'un uomo d'arme spoletino, il quale per la collera fu chiamato per sopranome Scorruccio. Con costui stette quattro anni, usando sempre così ostinata contenzione d'animo edi corpo, che da ragazzo fatto domatore di feroci cavalli, e poi col nome di Laterone valoroso soldato; carissimo a Scorruccio fece sempre interamente il debito suo. CAP. VI. Della prima milizia di lui. Dappoi ch'egli ebbe fatto il principio del soldo appresso Boldrino, se ne ritornò a casa,richiamato per la guerra delle parti. Ma quivi finalmente fatta la pace, ritornò alla mi lizia, avendo impegnata una possessione, per partirsi di casa bene in ordine di arme e di cavalli, dove i parenti suoi, eccetto il padre solo, biasimavano quella spesa: a cui rivolto il giovane disse: siate contenti di non volermi più riprendere , perciocchè o col guadagno del soldo rimet terò ogni cosa, o se pure se così sarà mio destino, ch'io rimanga morto in battaglia,l'eredità mia pagherà a pieno il tutto. Così dunque la prima volta uomo d'arme(tenevano in quel tempo gli uomini d'arme quattro cavalli) e non molto da poi capo di squadra, e finalmente d'una compagnia, GIOVIO. 16 militò con felice fama sotto Alberigo Broglia (*) e l'Au cuto (**), talmente che fu sempre giudicato degno di più grossa paga e di maggiore condotta. CAP. VII. Dell'altezza d'animo e desiderio di gloria. Svegliavasi di e notte udendo ricordare il nome dei ca pitani grandi , i quali inalzati allora per valore di guer ra, avevano acquistato grandissime ricchezze e stati: tal mente che nei cerchi degli uomini, quando veniva nuova d'alcuna prodezza fatta in guerra, quasi con animo sol levato sospirava , siccome quello che mosso da onesta emulazione più che mediocremente aveva invidia alla fe licità loro.. CAP. VIII. Di Giovanni Aucuto capitano inglese. Stavagli più che gli altri dinanzi agli occhi Giovanni Aucuto inglese, il quale avendo menato dagli estremi con fini dell'Oceano in Italia una banda d'Inglesi, era riuscito famoso : perciocchè prese per forza alcune città, aveva (*) Illustre capitano della città di Chieri, che si rese cele bre segnatamente nelle guerre di Lombardia. (**) Ossia Giovanni Hawkwood, nato in Inghilterra, da pa dre mercatante. Era desso di natura fierissimo. Ne' suoi primi anni si esercitò nel mestiere delle armi (quantunque altri dica che li passasse nella bottega di un sarto) presso un suo zio in Francia , ove sorse in fama di valorosissimo guerriero. Calato con una banda d' Inglesi in Lombardia, si pose al ser vigio dei Visconti coi quali imparentossi sposando Donina, fi glia naturale di Barnabò. Vedi altri particolari sopra questo capitano nella nota alla pag. 193 delle Vite dei Visconti del Giovio , da noi pubblicate. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 17 pacificato la Romagna, la quale s'era ribellata da papa Gre gorio, ed in premio del beneficio che gli aveva fatto, aveva ricevuto cinque terre, e fra quelle Cotignola patria di lui: ed erapoidi tal maniera diventato illustre, che BarnabòVi sconti , il quale era allora il maggior principe d'Italia, l'a veva fatto suo genero, e finalmente i Fiorentini l'aveano creato capitano d'un esercito grande. Onde a lui come a benemerito della repubblica , fecero sopra il sepolcro suo, nella Chiesa maggiore (*), una statua a cavallo. CAP. IX. Di Broglia, Biordo ed Alberigo capitani grandi. Ed anche Broglia savoino (**) , fondatosi molto sul va lor militare, si era fatto signore della città d'Ascesi (***) nell'Umbria (****), essendo stato capitano de'Fiorentini e del Papa. E parimente Biordo, il quale con grande stipendio e con molto maggior laude aveva guerreggiato in Francia contro gl'Inglesi, si era insignorito di Perugia. Ma sopra tutti gli altri Alberigo Barbiano (*****), chiarissimo per illu ( *) Cioè nel Duomo di Firenze. (**) Erra il Giovio parlando del Broglia, col dirlo savoino , cioè savojardo, essendo, come già dissi, nato in Chieri.-- Vedi la Storia di questa città del cav. Luigi Cibrario. (***) Cioè Assisi. (****) Questa parte degli Stati Pontifici corrisponde ora alla delegazione di Spoleto, altri vi comprendono anche quella di Perugia- Vedi la nota pag. 174 delle Vite dei Visconti. (*****)Alberigo da Barbiano nacque nel borgo di Barbiano, ne gli Stati Pontificj, distretto di Ferrara. Nel secolo decimoquarto gl'Italiani aveano interamente abbandonata l'arte della guerra; tutti gli eserciti loro erano composti di soldati stranieri, e la sciavano desolare le loro provincie e tradire i loro sovrani da formidabili bande di Tedeschi, Francesi,Inglesi, Ungheri, eсс , GIOVIO. Vita di At. Sforza. 2 GIOVIO. 18 stre splendor di gloria, infiammava elui, e tutti gli Attendoli a seguitar la guerra. Perciocchè egli solo mosso a sdegno che le nazioni straniere con armi mercenarie travaglias sero l'Italia, e che per tutto con rabbia crudele imper versassero , aveva sollevato gli animi degli Italiani, i quali allora per dappocaggine, e per aver perduto la libertà eran caduti dall'antica gloria di guerra, in speranza di racqui star nome. Furono sotto il governo di lui di grosse bande d'uomini d'arme, le quali militando a nome di S. Giorgio indotti per giuramento, avevano congiurato insieme di non voltar mai le spalle ai nemici stranieri. Da costoro final mente in più d'un luogo vinti i Brettoni, morti i Francesi, cacciati e vinti i Tedeschi , rotti gli Spagnuoli e spenti i i Savoini , e gl'Inglesi con giusta confessione mostrarono ch'appresso gl'Italiani non era spenta affatto la riputazione dell'antico valore. CAP. X. Come Alberigo fu quello che ritrovò gli uomini d'arme. Questo è quell'Alberigo, il quale formò e mise in or dine l'uomo d'arme in quella foggia che veggiamo, avendo che si chiamavano compagnie di ventura. Alberigo , signore di alcune castella e conte di Barbiano , mutò al tutto lo stato delle cose militari , chiamò presso di sè tutti gl' Italiani che servivano gli stranieri nelle diverse armate , e ne formò un drappello , cui diede il nome di Compagnia di S. Giorgio, la quale divenne la grande scuola dell'arte militare in Italia. Vi ascrisse tutti i suoi parenti , e quei soldati che giudicava de gni un giorno di comandare allearmate.Da questa compagnia uscirono Ugolotto Biancardo, Jacopo del Verme, Facino Cane, Ottobuono Terzo , il Broglia , Braccio da Montone, Ceccolino, Sforza Attendolo ed altri molti. I suoi precetti e il suo valore VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 19 ritrovato questa sorte, di celata chiusa e doppia, che oggi usiamo molto , e che con vocabolo gotico chiamiamo el metto; pose anco le coperte ai cavalli , le quali si chia mano barde, di cuojo cotto, per imitare, lasciate le co razze , i cavalieri clibanarj (*) , passati dai Persi ai Goti prima che agli Italiani. Perciocchè cosa non v'è più forte di questi, se di consenso pubblico si levassero via le arti glierie di bronzo, le quali furono ritrovate a distruzione del genere umano e a corruttela della vera milizia; poi ch'oggi la riputazione d'un singolare valore più non si attribuisce a una forte e valorosa mano nelle dure bat taglie, nè a uno invitto vigore d'animo e di corpo, ma per una cieca sorte e per una spesse volte in questi teme raria fortuna ai colpi fortuiti delle palle volanti. CAP. XI. Del soprannome ch'egli s'acquistò per effetto. Trovandosi egli in campo d'Alberigo quasi sbarbato, d'a nimo feroce e valente di mano, e spesse volte facendo qui stioni e brighe, nè volendo patire ch'alcuno gli entrasse innanzi in battaglia, l'acutissimo generale osservò in lui la disposizione dell' animo e del volto; e predisse che s'egli non moriva anzi tempo, e avesse temprato un poco colla prudenza la furia dell'animo ardente, avrebbe avuto nome si propagarono fino all'epoca del Ferruccio, e non finirono che nel 1535 all'assedio e alla rovina di Siena, ultimo baluardo della libertà italiana dopo la caduta di Firenze nel 1830. A berigo da Barbiano mori nel 1409. (*) Termine di milizia antica.- Soldato a cavallo grave mente armato, che differiva dal Catafratto nell'armatura del petto e della schiena, la quale era tutta d'un pezzo a foggia d'un arnese di ferro che i Romani chiamavano Clibano,men tre l'ordinaria de' Catafratti era fatta a squame od a maglia. GIOVIO. 20 di capitan perfetto. E non moltodappoi nata una quistione fra soldati nel partir della preda, s'acquistò un sopran nome immortale; lamentandosi egli fuor di modo ch'ella non si compartiva egualmente; perciocchè essendo stata ri messa tutta la lite nell'arbitrio del capitano, e da lui giu dicata, rivoltosi ad Alberigo con sdegnoso e minaccioso volto gli disse: Con cotesto vostro giudicio, signore, mi è levata a torto la parte che mi vien della preda, di maniera che io non saròmai per sopportare nell'avvenire simile ingiuria. Aquelle parole rispose Alberigo con volto arruffato, e quasi che ridendo : vorrai tu forse, o giovane, come sei uso fare agli altri a me usare anco forza? Pigliati dunque il nome di Sforza; e così, cancellatogli il nome di Muzio, comandò che fosse chiamato da tutti Sforza, la qual parola in latino significa violento. CAP. XII. De suoi primi compagni alla guerra. Menò fuor della patria sua una banda di valorosa gio ventù, accresciuta poi col concorso dei singolari cavalieri; perciocchè tutti i più valenti soldati per speranza d'onore e per desiderio di guadagno andavano atrovarlo. Tra que sti furono del numero dei parenti Bartolo e Francesco suoi fratelli : ma in Francesco fioriva una maravigliosa aspetta zione, il quale pel suo naturale ardire fu chiamato per so prannome Boccaletto; ed oltre questi Buoso,Lorenzo,Miche letto e finalmente Foschino Attendolo , con Santoparente Peracino figliuolo di suo zio, e molti altri, i qualidalle città vicine congiunti d'amicizia e di fazione, grandemente osser vavano la fama del nome, il quale andava inlui crescendo. Quasi tutti costoro veggiamo famosi nelle storie. Ma molto illustre riuscì Micheletto, il quale accumulatosigli gli onori di guerra, di umil grado, finalmente capitan generale de' si gnori Veneziani, pervenne ai termini dell'età matura. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 21 CAP. XIII. Dei condottieri amati da lui pel loro valore. Dei condottieri delle squadre, e delle compagnie amò gran dissimamente, e con ragione di fraterna amicizia si congiunse quelli ch'erano più valenti di mano. Perciocchè usava di dire, che gli offici della guerra sono divisi fra il capitano e i soldatiper acquistar vittoria; ricercando in quello sopra ogni cosa ragione e prudenza, e in questi espedite forze, animoso furore, e indomito valore. E per questo soleva egli grandemente schifare, e biasimare coloro, i quali nelle ra dunanze troppo sollecitamente e sottilmente disputando del modo della guerra e del fin delle cose, pareva che volessero consigliare e ordinare al capitan generale, quel ch'egli aveva da deliberare o da tentare. Ma poi essi più che volontieri fuggivano tutti gli offici aspri e pericolosi, e contenti del solo evano nomedi sapienza, agli uomini fortilasciavano materia di vera lode , i quali avevano imparato animosamente ubbi dire a que' che comandavano, e gagliardamente combattere, e non temer ferite, nèmorte. Di questo ordine amò ardentis simamente alcuniprincipali, Martino da Faenza, il quale po chi anni dopo fu fatto morire da Pandolfo Malatesta tiranno di Rimini, aspirando questo uomo crudele a'suoi denari, e avendo invidia alla crescente gloria dell'uomo innocente: oltre di questo Eustorgio Visconte, Lodovico Colonna, To maso da Città di Castello, e Scorpione, eTarantola da Lugo di Romagna, e Zenone', e Crivello, e Parino da Tortona e Gentil Montarano, e Agnolo Lavello, il quale perchè era scilinguato fu per sopranome chiamato Tartaglia. CAP. XIV. Dell'amicizia ch'egli ebbe con Braccio. Ora essendo egli di strettissima famigliarità congiunto con Braccio da Montone (*) quasi eguale a lui di età, di (*) Chiamavasi Andrea Braccio dei conti di Montone, pe rugino di nobile stirpe ; nacque un anno prima dello Sforza. GIOVIO. 22 fortuna e di virtù, così fraternamente e liberalmente man tenne l'amicizia seco, che questi due, i quali avevano a ve nire i maggiori capitani di gran lunga di tutti gli altri che fossero in Italia, conferirono per alcuni anni insieme per uso comune pensieri, arme, cavalli, denari, e alloggiamenti: e portavano le medesime insegne e colori di sopraveste. Per ciocchè ciascun uomo d'arme avea il sajo dall'arme partito a quarti dalla spalla destra alla coscia sinistra di colore in carnato; e dall'altra parte per traverso bianco e celeste fatto a onde. Ma acciocchè d'appresso vi fosse qualche differenza, Sforza leggiadramente portava l'onde acute, e Braccio più tonde. Edoggi ancora veggiamo,che gli affezionati dell'una e l'altra parte usano queste imprese e questi colori, essendo già passati centocinquantaquattro anni, da poi che gli au tori e i principi incominciarono a portarle. CAP. XV. Delle cagioni perchè ruppe l'amicizia con Braccio. Ma finalmente Sforza offeso da gravissime ingiurie dopo trent'anni, con animo scoperto e volto libero del tutto ruppe questa amicizia , già molto avanti scemata per contesa di Dal furore dei partiti gli venne tolta la patria, gli averi e gli amici , e con due gravi ferite l'una nel braccio , l'altra nel piede, si gettò aramingare nel mondo qual soldato di ventura finchè lafortuna lo coadjuvò, essendo stato arruolato nella gran Compagnia diS. Giorgio di Alberigo da Barbiano.Da quest'epoca divenne uno dei più celebri capitani del suo tempo. Mori nel 1424. Il suo corpo venuto nelle mani del papa , lo fece get tare in una fossa presso Roma, e quivi esso stette qualche anno; venne a levarnelo a viva forza Nicolò Fortebraccio per recarlo a Perugia dentro apposito monumento.- V. Ricotti storia delle Compagnie di ventura. Tom. 2.° VITA DI SFORZA ATTENDOLO 23. gloria, e per emulazion di virtù: quando essendo stato eac ciato in prigione Sforza a Benevento , Braccio non mosso punto per la sciagura dell' amico, subito rotta l' amicizia, diede commissione a Tartaglia, che assaltasse, e occupasse quelle castellain Toscana,fra la via Cassia e l'Aurelia, dello stato Sforzesco: e ben parve che più malignamente Braccio ciò facesse,perchè da principio questeterre erano state rac comandate alla fede sua, e appresso Tartaglia poi ch'ebbe preso le terrev'aveva aggiunto una più grave ingiuria, per ciocchè svaligiò i soldati Sforzeschi alle stanze, e fece pri gioni tutti i più valorosi capitani e uomini d'arme. Aveva Braccio per il felice successodelle cose nell'Umbria insuper bito, con smisurato desiderio indiritto l'animo a voler farsi signore della città di Roma. Perciocchè essendo stati creati in quel tempo tre papi per la crudele ambizione e superbia de' cardinali , la religion cristiana era lacerata, e la città di Romagià signoradel mondo,ruinata per lafame,per lapesti lenzia e pergl'incendj, assediata dagli assassini ėspogliata del papa, ubidiva ai desiderj degli uomini parziali. A tentare ed eseguire dunque questa impresa, era sufficiente e opportuno Tartaglia, militando sotto l'insegne sue mille uomini d'arme, e due volte tanti pedoni. Avendo dunque fatto convenzioni insieme, di volere con ajuti e forze comuni allargar i loro Stati, e difendersi contro la forza de' nemici , Tartaglia fa cilmente s'impadroni di tutte le terre fino ai confini dei Se nesi, eccetto che d'Acqui (*) e di Chiusi, le quali erano guar date dagli Sforzeschi. Ma Braccio accampatosi al Teverone e rotte le genti de' Romani in una improvvisa battaglia prese Roma. E di quei giorni ancora Braccio senza rispetto alcuno aveva licenziato e casso Micheletto, ne pur pagatolo, il quale essendo stato preso Sforza, s'era ricorso da lui per ragion d'arme. Onde il Piccinino sdegnato con Braccio (*) Cioè Aquila villaggio tra Soana e Orvieto. GIOVIO. 24 per la villania che gli aveva usato , con animo grande e nobile emendolla , avendo dato a Micheletto tutta la sua argenteria, perchè ei pagasse i debiti ch'egli aveva coi sol dati. A questo modo sdegnati e accesid'odio fra loro, Sforza e Braccio divenuti capi della milizia Italiana , e guidando eserciti grandi, fecero due sette coi nomi loro, la Sforzesca e la Braccesca. Dalle quali furono grandemente poi trava gliate e abbattute le forze delle città libere , dei re e dei papi; perciocchè eglino quasi in prova, per vituperosa con dizione di quel tempo, per mantener le guerre spesso gar reggiando, e sempre contrarj fra loro, ora a questi, ora a quelli movevano e sostevano l'armi mercenarie. CAP. XVI. Della cagione della inimicizia con Tartaglia. Aveva ancora molti anni prima per cagione importante partito l'amicizia con Tartaglia, dolendosi che a Casalec chio, abbandonando Tartaglia il luogo suo per malignità o per paura, egli era stato insieme colla sua banda rotto e preso dai nemici , i quali l'urtarono per fianco. Questa cosa, siccome quella ch'era stata chiarissimamente veduta dagli occhi di molti, e divulgata nell'uno e l'altro campo, non potè scusarsi: perciò profondamente e in secreto era entrata nell'animo di Tartaglia, talmente che vi regnava un odio ascoso: ed era tanto più capitale, perciocchè quella medesima immagine di famigliarità si manteneva tuttavia fra loro con certi offici e ragionamenti. CAP. XVII. Della prima condotta ch'egli ebbe di cavalli. La prima condotta ch'egli ebbe con Broglia fu di venti cinque cavalli, il qual numero in quel tempo faceva una compagnia. Da poi appresso Alberto marchese di Ferrara VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 25 alzò lo stendardo d'una giusta banda, congiunto seco Lo renzo, nella quale furono duecento cavalli. Ma finita quivi la guerra ritornato a Broglia quivi non stette molto, chia mato dai Raspanti, i quali avevano messo allora in Perugia lo stato popolare. Combatteva lalibertà loro Giovan Galeazzo Visconti: ed eglino all'incontro radunati insieme gli ajuti massimamente col mezzo di Sforza loro capitano, gagliardis simamente si difendevano. Ma la città inferiore di forze ce dette finalmente al pontentissimo nemico. In quella guerra Sforza avendo acquistato fama d'animoso e valentissimo capitano; dall'una e l'altra parte riportò premio di virtù e di fede. Perciocchè gli fu donato del pubblico, per ornamento della credenza , alcuni vasi d'argento , e dal capitano de' nemici raddoppiatogli la paga, fu scritto al soldo di Giovan Galeazzo. Fece egli allorastrettissima amicizia e compagnia con Parino ( * ) , comunicate insieme le squadre con certe convenzioni , acciocchè elle si reggessero a nome comune. Ma passati che furono nello Stato di Milano, avendo essi mi litato in più d'un luogo con egual sorte, ma con differente onore, e facendosi ogni dì più oscuro il nomedi Parino, per ciocchè Sforza con valorosi fatti s'usurpava la fama di due, per invidia e per perfidia di Parino fu casso e licenziato; perchè era falsamente accusato appresso il principesospet toso, come secreto e capital nemico diparte Ghibellina, e di nazione Guelfo; alla qual fazione Galeazzo, perchè così gli tornava bene, facevaprofessione in fattie in parole d'esser molto nemico. A questo modotradito, ma con molto onore di parole licenziato da Giovan Galeazzo, andò co'Fiorentini, i quali avevano in quel tempo sollevato i re di Francia e gl'imperatori tedeschi contra Giovan Galeazzo. (*) V. Ricotti, Storia delle Compagnie di ventura, tom. 2.º 26 GIOVIO. CAP. XVIII. Dell'arma che gli fu donata dall' imperatore Roberto. In quel tempo essendo Sforza già molto prima famosis simo per opinione di singolar virtù , Roberto imperatore de' Romani lo fece illustre. Era costui disceso in Italia a far guerra, chiamato co'danari de'Fiorentini, per cacciareGiovan Galeazzo di Milano. Ma essendo stato poi in due battaglie a Brescia ributtato e cacciato, e voltandosi a Padova per ripigliar forze, Sforza lo andò a incontrare per fargli onore e compagnia, il quale allora nelle stanze a Montagnana aveva dato soccorso al signor di Padova, oppresso dall'armi de' Veneziani: avendo il governo degli ajuti de'Fiorentini, i quali ajuti per ragione delle convenzioni erano da loro man dati a quel principe loro confederato e amico. Andò egli a incontrar l'imperatore con ornatissima e bellissima ordinanza di milizia, con tutta la sua cavalleria, girandoli, e fatte due . bande di cavalli, tal che l'imperatore prese maraviglioso diletto di quella apparenza d'uomini d'arme, i quali erano tutti co' pennacchi e bardati, e ripigliò grandemente animo a rinovare la guerra, massimamente quando egli fosse stato ajutato da quelle genti governate da Sforza. Mosse anco a maraviglia a un medesimo tempo l'imperatore e i baroni tedeschi, il cavallo di Sforza spinto con tant'arte e maneg giatora ognimano, e di nuovoconpieni e sospesi şalti rimes so, che benpareva chenon si potesse trovare nèpiù pratico nèmigliore cavalcatore di Sforza, e per quest'arte sola i Te deschi i quali avevano cavallipiù gravi e piùpigri, siricorda vano d'essergiàstati rotti a Brescia. Vedevasi nelle insegne di Sforza un pomo cotogno, antica arma di casa Attendolo tolto dal nome della terra, come ben conveniva alla prin cipal famiglia. Al quale guardando l'imperatore e voltandosi 3 VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 27 a Sforza gli disse: io ti voglio donare un Leone degno del tuo valore, il quale colla manosinistra sostenga il cotogno, e minacciando colla destra il difenda, che alcuno non ardi sca toccarlo, nè porvi mano. E così fattogli un privilegio in carta pecora, gli donò un Leon d'oro rampante, fermato su l'un de'piedi; e gli concesse che tutti gli Attendoli potessero portare quella impresa e fossero in protezione dei principi di Baviera, i quali anticamente tenevano quell'arma(*). Pe rocchè Roberto istesso duca di Baviera e diquella famiglia era stato secondo l'usanza eletto imperatore dalle voci dei baroni di Alemagna. CAP. XIX. Della più onorata milizia sua. Ritornato in Toscana stette alcuni anni al servigio dei Fiorentini ; prima nella guerradiBologna, dove benchè rotto in battaglia fosse venuto in mano de' nemici, riuscì non dimeno molto più chiaro di fama, e accresciuto di soldo. E nella guerra Pisana diede tal testimonio di gran capitano, che per mano di Neri Capponi ricevette la corona dell'alloro e lo stendardo del giglio, per aver rotto Agnolo dalla Pergola capitan de' nemici; e appresso per ordinazione del comune gli fu consegnato una provisione di denari ogni anno. Ma poi che i Pisani furono ridotti in servitù, godendo i Fioren tini ozio e riposo, andò aritrovareNicolò da Este marchese di Ferrara; era allora costui molto aspramente travagliato da Ottone Terzo tiranno di Parma. Perciocchè morto che fuGio van GaleazzoVisconti, tutti i capitani, lacerando il suo Stato, s'usurparono una città peruno: Parma e Reggio con molte castella toccarono aOttone. Costui armato di soldati vecchi, fra i quali v'erano più che quattro mila uomini d'arme, minacciava a Modena ed a Ferrara, e saccheggiava tutto il contado, ed ogni cosa empiva di spavento e di guerra. Ma (*) Vedi lo stemma sforzesco a pag. 8. GIOVIO. 28 sopraggiunto Sforza, si raffrenò valorosamente lafuria di lui, essendosi due volte attaccata la battaglia; la primasulle porte di Modena, essendogli felicemente uscito contra da due parti Sforza , mentre egli insolentissimamente era corso fin sui borghi, e un'altra volta appresso Robera, dove gli Ottoniani rinculati e cacciati del ponte, perdutovi molti de' suoi, vol tarono le spalle, e non molto dappoi fu combattuto a Reg giolo in cammino con dubbioso successo; quando Ottone bravamente assaltando gli Sforzeschi, i quali menavano una preda di bestiame grosso da Guastalla,con incerto pericolo era venuto seco alle mani;perciocchè mortogli il cavallo sotto, essendo stato tolto in mezzo e preso, gli uomini d'arme vec chi, per dargli soccorso, spinsero con tanta furia l'insegne, che liberato il capitano loro, trenta uomini d'arme Sforze schi insieme con Micheletto vi rimasero prigioni, i quali fu rono da Ottone contra l'usanza di guerra tenuti quattro mesi ne'ceppi in dura prigione, e così crudelmente cruciati che di mezzo verno ignudi li facevano bagnare d'acqua fredda. Ma poi rotta la prigione felicemente fuggirono per vendicare quella ingiuria colla morte di Ottone. CAP. XX. Della morte di Ottone Terzo. Ottone poi che si fu accorto che grandissimo contrasto si faceva a'suoi disegni perlo impedimento chegli davaSforza, per voler ingannare, finse di desiderare la pace, siccome quello che sperava cheNicolò, aggravandogli la spesa, fosse per dovere licenziare i soldati Sforzeschi, per poter poi al l'improvviso assaltarlo, ritrovandolo per l'occasione incauto e spogliato d'armi. Domandava dunque Ottone che a Nicolò piacesse venire a parlamento seco, per poter chiarissima mente alla presenza trattar della pace. E giàdue volte aveva Nicolò negato di voler ciò fare, dubitando d'inganno daquello insidioso e astuto uomo. Ma finalmente gli consenti per pre VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 29 venire la perfidia di lui : e fu la cosa accordata in questo modo, ch' ambidue disarmati e accompagnati da due ca valli per uno , e per eguale spazio allontanandosi dalle squadre de'suoi, s'abboccassero insieme un miglio lungi da Robera (*) nella via militare. Eran con Ottone Guido Torello e Antognaccio dall'Aquilafamosi capitani; eSforza eMiche letto avevano tolto in mezzo Nicolò. Ora essendosi appena cominciato il ragionamento, Sforza spingendo in un subito addosso a Ottone un altissimo e bravo cavallo, lo passò sotto le costole colla spada per la corazzina , la quale egli in darno s'aveva messo, e coperto della sopravesta; e poi che fu in terra Micheletto lo finì d'ammazzare, il Torello e l'a quilano, essendovitratto gente d'ogni parte, ch'era posta in agguato, furon presi, e la compagnia loro datasi disordina tamente a fuggire, lamaggior parte furonospogliati d'arme e di cavalli. E incontanente Sforza mossi gli alloggiamenti s'avviò verso Parma, e ricevuto dai cittadini iquali con sin golar affezione giudicavano chefosse bene favorire colui che li aveva liberati e ammazzato il tiranno, assediò nella rocca il figliuolo di Ottone; costui era Nicolò detto per soprannome Guerriero, la qual parola significa bellicoso. Resa che fu la rocca, nel medesimo modo, e Reggio, e Borgo san Donino con più di trenta castellavennero inmano diNicolò daEste; di modo che la fortuna in un punto di tempo pose fine al l'imperio e alla vita di Ottone. Fatto queste cose in due anni, Sforza partendosi dal servizio di Nicolò, ebbe in dono dalui Montecchio, castello del contado diParma, e parimente uno stendardo, nel quale era dipinto un diamante inpunta legato in uno anello d'oro, la quale insegna abbiamo poi veduto, ch'egli e i discendentisuoi hanno perpetuamente portato(**). (*) Vale a dire Rubbiera, terra sulla via Emilia, tra Mo dena e Reggio. (**) Vedi lo stemma sforzesco a pag. 8. 50 GIOVIO. CAP. XXI. Di quel che diversamente si ragionò della morte di Ottone. Furono in quel tempo alcuni iquali con infinite lodi ce lebrarono il nome di chiarissimo fatto. Alcuni altri l'inter pretarono il contrario; siccome quelliche andavano dicendo ch'egli aveva con singolar tradimento violato la sacrosanta fede del parlamento, e che la ragion delle genti, con vitu peroso esempio verso quei che aveano a venir dopo , era stata rotta e levata via; tal che per militar giudicio, Sforza s'acquistò grand'odio, ma Nicolò molto maggiore. Per laqual cosa Sforza dappoi che si conobbe punger troppo forte, in luogo pubblico, sì che fu udito da molti uomini singolari, ragionò in questo modo : rimangasi oggimai, diss'egli, di biasimare in secreto quel che s'è fatto verso Ottone, perchè io sono per mostrare, se alcuno èche me ne riprenda, a sin golar battaglia, ch'io ho fatto bene ad ammazzarlo. Or non sarei io riputato ingrato e poltrone s'io ricusassi ' ubbidire e di servire il principe, il quale mantiene me e i miei sol dati ? e specialmente in levar via colui, il quale infameper tradimento e per crudel tirannia, contro il giusto eil dovere, con armi scellerate aspirava allo stato altrui; conciossiacosa chè anch'io provocato da orribile ingiuria, per interesse pri vato, e congranragione, era per ammazzarlo fin sull'altare. CAP. XXII. A quai principi egli servisse. Servì Sforza dappoi a quattro papi, e altrettanti re, o capitan grande, o con uguale imperio, prima aGregorioXII ed Alessandro V, quando egli rimetteva Lodovico II d'Angiò nel regno paterno; poi a Giovanni XXIII, dal quale con sin golare liberalità, per pagargli le paghe che doveva avere, VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 31 ebbe in dono Cotignola sua patria. Del qual dono confes sava egli che in tutto il corso della sua vita non gli era mai intervenuto nè maggiore, nè più cara cosa; poichè con l'acquisto di una onoratissima signoria era stato fatto si gnore de' suoi cittadini. Rimise poi in libertà i Romani , avendocacciato Braccio di Roma, e restituì nella dignità sua il legato Uselano stato lungo tempo assediato in castello , avendo posto in prigione il cardinale Stefanuccio, il quale scordatosi dell'ordine e della riputazion della patria, e ne micoalpapa, seguitava la parte di Braccio; perciocchè Mar tino nel concilio di Costanza, creato papa coi suffragi tutti, essendo stato privato Giovanni, e tornato cardinale, era venuto in Italia. E non molto dappoi Sforza, come convenne a un liberatore della Chiesa, dato la città di Roma a Gior dano Colonna (era stato costui mandato innanzi dal papa suo fratello ) fu creato gonfaloniere della Chiesa; acciocchè gli soprafacesse gli altri capitani in quello onore, il quale è riputato il maggiore che sia in Italia. CAP. XXIII. Di Lodovico II e degli amori della regina Giovanna. Da Lodovico IĮ s'acquisto solamente singolar grazia e be nevolenza, quando egli, essendo rotto Ladislao in una me morabil battaglia a Fregelle (*), non seppe usar la vitto ria, avendogli interrotto il corso delle felicità sue, i pes simi artificj di Paolo Orsino. Passò finalmente, cacciato dal medesimo Paolo, con grandi e spesse ingiurie, a Ladislao. Dove da questo re, che con animo grande aspirava all'im perio di tutta Italia, gli furono donate quattro castella nel l'Abruzzo ; avendo il medesimo fatto prima Francesco suo (*) Intendi Ponte Corvo, città degli Stati Pontificj, delega zione di Frosinone, vicino al reame di Napoli. GIOVIO. 52 figliuolo conte della città di Tricarico, il quale, fanciullo di tredici anni, era venuto da Ferrara a Napoli, per essere ostaggio della fede del padre. Ma poi che Ladislao fu tolto via da immatura morte, s'accostò egli alla regina Giovanna sua sorella; e per varj successi fu travagliato da onde grandi della fortuna : perciocchè egli ora era in grandissima grazia ed ora affogava oppresso da gravissima invidia. E veramente è cosa incredibile a dirsi , quante mutazioni facesse l'animo della regina, quando ella disordinatissi mamente serviva ai disonesti amori. Perciocchè all'Alopo era successo Urbano Auriglia e poi il Caracciolo, essendo stato mandato costui sotto pretesto d'ambasceria in Ale magna. Fra questi mescolavasi anco Sforza , invitato al l'amore dagli occhi lascivi della regina, e per questo ri spetto era tanto più grave rivale agli altri; perchè egli col singolare valor d'animo e con invitte forze de' soldati suoi andava innanzi agli altri. Fra tanti movimenti di cose, nei quali la fortuna ora avversa, or prospera, ma però sempre instabile travagliò Sforza, gli furono donate dalla regina quattro città, Benevento, Manfredonia, Bari e Trani, e più che venti castella, parte in Puglia (*) e inAbruzzo, eparte in Calavria (**) ed in Basilicata. Ma poi nimicatosi colla re gina, per essergli teso inganni e tradimenti da Sergiano si congiunse con Lodovico III figliuolo del II, comandandogli ciò papa Martino, il quale aveva tolto a cacciar dal re gno Giovanna, la quale con perpetui stupri denigrava il nome della maestà reale. Ma gli sdegni degli amanti, le guerre, i sospetti, diedero questo fine alle cose, che Sforza un'altra volta ritornò in grazia e nel primiero onore della (*) Una delle antiche divisioni del reame di Napoli, cor rispondente ora alle provincie di Capitanata, Terra di Bari e Terra d'Otranto. (**) Cioè Calabria. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 35 'milizia. Ed in quel tempo ancora rinovò l'antica amicizia con Braccio , essendo venuti questi due grandissimi ca pitani, durando la tregua, a parlamento insieme nella Selva Saccomana. Ribellossi dappoi l'ingrato figliuolo del re Al fonso dalla regina sua madre, che l'avea adottato: tal che avendo preso il Caracciolo nella rocca di Capua combatteva colla regina. Perchè mosso Sforza da questa villania, su bito soccorse la regina assediata; e poi ch'egli ebbe rotto il re inunamemorabil battaglia, ributtò i Catalani nel Ca stelnuovo (*) , nè mai più si parti dall'ufficio, nè dall'ami cizia della regina. CAP. XXIV. Quante volte Sforza ebbe vittoria e quante fu rotto. Combattè felicemente sette volte in giusta battaglia, e tre volte solo provò contraria fortuna, e certo con tal con dizione ch'egli era riputato alquanto più valoroso nelle cose avverse che nelle prospere. Perciocchè non v'era alcuno, il quale più costantemente di lui sapesse sostener la furia de' nemici, più ostinatamente resistere,più nobilmente ritirarsi, ed insomma più valorosamente in un medesimo tempo far l'ufficio di capitano e di soldato : siccome quello che mai non mostrava le spalle al nemico vicino che feriva: nè mai se non l'ultimo di tutti gli altri, e bravamente volgendo il volto e valorosamente difendendosi si ritirava. CAP. XXV. Come Agnolo dalla Pergola fu rotto da lui. Trovandosi i Pisani quasi oppressi da una grave guerra e da un durissimo assedio, ed essendo giunta la nuova che venivaAgnolo dalla Pergola, capitan molto famoso, per una (*) Intendi lafortezza di Castelnuovo, una delle piùformi dabili per la difesa della città di Napoli, innalzata da Carlo d'Angiò nel 1280 : essa comunica col palazzo reale. Giovio. Vita di At. Sforza. 3 GIOVIO. 54 incomparabile vittoria ch'egli aveva avuto contro gli Sviz zeri, il quale veniva loro in soccorso per la via Aurelia (*), per il contado di Siena. Sforza solo prese animosamente cura di andarlo ad incontrare e raffrenar il nemico, ben chè Bertoldo a cui apparteneva la somma della guerra, ac ciocchè non si avesse a combattere con dubbiosa battaglia, volendo levare l'esercito dalle mura biasimasse questo di segno, e molto meno lo approvasse Tartaglia. Concedendo gli adunque Nėri Capponi, il quale ammirava il pronto vi gor d'animo ch'era in lui, fatto grandi e inusitati viaggi dì e notte, e con gran fatica ancora passato boschi e impediti fiumi, improvviso andò a ritrovare i nemici. E con quella repentina furia mettendo fuora l'insegne dei boschi, diede tanto spavento ai nemici sprovisti, che il Pergola avendo due volte indarno messo insieme l'ordinanza, e due volte valorosamente rinovato la battaglia, fu rotto e messo in fuga, perduto l'insegne e tutte le bagaglie, ed appena avendo salvato correndo quanto più potè la quarta parte dei ca valli. Aggiunse ancora a quella battaglia una memorabile prova, avendo con felice inganno comandato agli uomini d'arme suoi che si vestissero isaj (**) cavati ai nemici, e por (* ) La via Aurelia cominciava da Roma alla sommità del Gianicolo ove in oggi è la porta S. Pancrazio, e conduceva a Ci vitavecchia , poi costeggiando la spiaggia del Mediterraneo, protraevasi fino a Gravisca oggi Montalto. I Romani amavano molto le grandi e belle strade: avevano la via Appia, la Cassia, l' Emilia, ecc, che attraversavano l'Italia in più sensi. Esistono ancora porzioni di queste strade colle loro antiche denominazioni. (**) Veste militare di molti antichi popoli e particolarmente dei Romani, più lunga della tonaca, aperta sul davanti, ove si congiungeva talvolta con una fibbia, di panno grosso che si soprapponeva alle armi e ad ogni altra veste. Si usava non VITA DI SFORZA ATTENDOLO.. 55 tando innanzi le insegne del Pergola andassero alla porta del castello vicino. Era questo Castiglione detto Pescara (*) per un lago dove si pesca molto, posto sopra un poggio di sasso nella riva del mare. Dove senza dimora i terrazzani ingannati da quell'errore, allegramente ricevettero i nemici in cambio de' compagni. E così entrando tutto l'esercito per la porta presa dai primi, il castello fu preso e messo a sacco. Per questa rotta del Pergola, disperate le cose loro, i Pi sani s'arresero ai Fiorentini. Ed il senato ordinò che fosser dati ogni anno per nome di donativo a Sforza, finchè vi veva, siccome a quello ch'avea fatto beneficio alla Repub blica, mille ducati d'oro gigliati. CAP. XXVI. Del re Ladislao vinto da lui al Garigliano. In quella guerra che Lodovico II d'Angiò, ajutandolo papa Grégorio e Sforza e Paolo Orsino capitani, era rimesso nel regno di Puglia, accrebbe maravigliosamente la fama del nome, con lode di militar prudenza e d'inusitato valore. Per ciocchè essendo animosamente passato innanzi il re Ladislao dalle campagne diMonteCassino(**)perdifendereisuoipaesi, solamente dalla plebe in tempo di tumulto civile e dai soldati in tempo di guerra, ma dai capitani supremi altresì , dai tri buni e dai centurioni. Il sajo era ai tempi di Roma antica in dizio e segno di guerra, come la toga di pace. Questa voce viene anche adoperata da alcuni scrittori ad esprimere gene ricamente ogni soprabito militare moderno per similitudine dell'uso antico. Si dice pure Saione. Vedi il Dizionario militare di Giuseppe Grassi. Torino 1833, tom. 4. (*) In oggi è chiamato Castiglione della Pescaja che sta in Toscana nel compartimento di Grosseto. (**) Monte Cassino è una bellissima ed antichissima abadia a 50 miglia da Napoli , fondata da Benedetto Anicio ; da essa ebbe principio quell'illustre ordine di monaci al quale l'intera GIOVIO. 56 e perciò stando molto sospeso Lodovico, e indugiando i ca pitani : Sforza preponendo il suo nobilissimo parere, giudicò che in ogni modo si dovesse passare il fiume del Garigliano e subito assaltare i nemici: parendogli che lo indugiare e lo starsi a sedere sendo gli altri con l'arme in mano, fosse cosa goffa e pericolosa. Passato dunque il Garigliano a guazzo sopra Fregelle, fu combattuto a bandiere spiegate. E con tal successo, che rotto il re e abbattute le sue genti e preso ancora gli alloggiamenti, le insegne e i capitani, s' acquistò una memorabile vittoria. In quel di Sforza go vernando il tutto, mise in ordine la battaglia, e spinse la prima squadra contro i nemici , di maniera che quasi primo di tutti , facendosi seguitare da tutti i più valorosi colla lancia chinata e messa in resta,riguardevole per l'in segne rosse, con un gran colpo abbattè e fece prigioneNi colò conte di Campobasso, il quale risplendendo per l'armi dorate e per gli alti pennacchi faceva molto il bravo, egli poi variando la fortuna, si come suole, crescendo dall'una e dall'altra parte gli ajuti, fu veduto quasi in ogni luogo e pericolo della battaglia, non pure animosamentefare animo agli altri, ma ancora valorosamente combattere. Adoperò egli quel giorno un bellissimo cavallo baio scuro, balzano dadue piedi fino alle ginocchia, il quale per la destrezza sua era chiamato il gatto. Diede dunque il re Lodovico a Sforza il primo onore della vittoria, avendogli di ciò invidia Paolo Orsino. E ciònon molti anni dappoi Ladislao, militando am bidue nel campo reale a Todi, confermò con onorato testi monio, quando egli interrogando Sforza, presente Paolo, gli disse: or non prenderai tu ancora questa terra, tu che al Europa è debitrice della conservazione delle scienze, lettere ed arti. I monaci Benedettini, soprattutto quelli di Francia, pubbli carono ne'secoli XVII e XVIII opere importantissime di storia, di filosofia, di letteratura, di religione, eсс. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 57 Gariglinno con quel tuo cavallo gatto in ogni parte valoro samente combattendo rompesti meele mie genti? Le quali parole molto profondamente entrarono nell'animo di Paolo, giàmolto prima da cieca invidia corrotto. Perciocchè que sto uomo superbo voleva che Sforza gli fosse riputato nè superiore, nè eguale. CAP. XXVII. Della vittoria ch'egli ebbe all'Aquila. Mentre che la regina attendeva alle delizie e agli amori, e l'Alopo quasi consuperbiareale governavail tutto, poi che fu presoSforza, molti baronidel regnos'eranodalei ribellati. Mamolto più che gli altri spaventava l'Alopo(*) e la regina Antognaccio uomovalente inguerra,il quale aveva preso l'A quila cittàfortissima. Questo spaventofu la salute di Sforza. Perciocchè tratto fuori di prigione e messo insieme un va loroso esercito, s'inviò verso l'Aquila. Dove accostandosi il campo alla città, Antognaccio, bravo d'ingegno e di forze, non dubitò punto di menarfuoratutte le genti militari e la gioventù degliAquilani, eunagranbandadicontadini armati econgransicurtàdel luogo e concerta animosità popolare, abandiere spiegate andò a incontrare Sforza. Dicesi che Sforza mosso dalla bestialità e insolenza de'nemici rise un poco , e avvisò i condottieri che opponessero a' nemici una serrata e molto folta squadra d' uomini armati, e che non si movessero punto di luogo fin' a tanto ch'egli non dava lor segno con la tromba di quel ch' avevano a fare. Era sulla mandestra un luogo rilevato, quivi mise la fan teria; da man sinistra, in luogo più piano, volle che la ca valleria armata alla leggierasi presentasse innanzi: ed egli tolto di mezzo la battaglia alcune bande elette con una (*) Questo Alopo era prima un vile famiglio, il quale es sendo bello della persona piacquealla regina Giovanna che lo creò gran siniscalco. GIOVIO. ! 58 gran volta di viaggio, s'appresentò alle spalle di coloro che non si pensavano alcuna cosatale, di modo che parte ributtò dentro della cittàgli ultimi de'nemici i quali uscivano dalla porta , e parte si diede a perseguitare gli altri ch' erano usciti della città e ricorrevano alla retroguardia de' suoi. Onde allora dato il segno con la tromba , e la fanteria su bito da quel luogo rilevato spingendo i nemici per fianco, e i cavalli leggieri d'altra parte facendo un'ala di loro, gli urtarono nel mezzo; eanco gliuomini d'arme valorosamente ricevette e sostenne la furia de' nemici che spinsero alla fronte: e quasi in quel medesimopunto di tempo Sforza gli diede alle spalle. Gli Aquilani circondati d' ogni parte da tanti danni rotti in mezzo, e quasi tutti presi insieme coi capitani e con l'insegne, portarono la pena della bestialità loro. Onde mossida quella disgrazia coloro ch'erano restati nella città, apersero le porte ai vincitori , pregando Sforza ch'egualmente volesse salvarei vinti da lui per forza e gli arresi per volontà. Perchè senza dimora, a una voce liberò tutti i prigioni e specialmente Antognaccio, ed ebbe seco a cena gli Anziani della città. Fatto sì grande impresa e fi nita la guerra senza ferita de' suoi confortò gli Aquilani che per l'avvenire piùfedelmente osservassero il nome della regina, e impetrar perdono dell'error lorosi servissero del l'autorità e ufficio di lui, ch'egli di bonissima voglia avrebbe pregato per coloro ch'egli aveva conservato sani e salvi , avendo potuto per ragione di guerra saccheggiarli e am mazzarli. Ciò fu giuoco della fortuna, la quale si pigliapia cere delle cose di questo mondo lo aver veduto gli Aqui lani poco dianzi gonfiati di superbia, e poco dappoi rotti in una gran calamità, e finalmente giubilare d'una subita e non sperata allegrezza. Onde mossi dall'esempio degli Aqui lani , Giulio Cesare Capuano il quale avea occupato Capua, Carlo Marziano e Cristoforo Gaetano restituite le città e le VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 59 castella, come disperati e privi di consiglio, essendogli Sforza mallevadore il quale obbligava loro la sua fede a nomedella regina , ritornarono a ubbidienza. CAP. XXVIII. Di Tartaglia vinto a Toscanella: Ora perseguitando egli Tartaglia come nemico pubblico e privato, con una improvvisa battaglia lo ruppe a Toscanella per vendicarsi delle ingiurie, ch'egli aveva ricevuto da lui l'anno dinanzi, quando fu posto in prigione. Perciocchè uscito la notte fuord'un'altra porta di Viterbo,per ingannar le spie 'consoldati espediti, imboscò lafanteria in unaprofonda valle, acciocch'eglino quando fosse dato il segno della battaglia, subito úscissero fuora dell'imboscata : poi mise per un'altra strada quattro bande con Santoparente, ed egli col meglio. della cavalleria si fermò dentro il bosco, e secondo ch'egli aveva loro imposto, i cavalli leggieri mandati innanzi come per rubare, fuggendo i contadini,cominciarono a prendere lebestie chepascevano. Svegliossi Tartaglia al rumore, armò la famiglia e comandò che sidesse alle spalle di coloro che ne menavano la preda: crescendo il tumulto s'attaccò la battaglia. Onde accresciuti i nemicidi numero, i cavalli di Tartaglia al suono della tromba uscirono della porta sotto l'insegne. Nè si contenne Tartaglia che non useisse fuora con. uno squadroned'uomini d'arme per dar loro soccorso. Allora uscirono d'ogni parte fuor dell'imboscata gli Sforzeschi, e quivi fu combattuto, se mai in luogo alcuno, valorosamente. Ma stringendo molto valorosamente Sforza, e abbattendo l'insegne, le genti di Tartaglia furono ributtate dentro della porta, avendo ricevuto gran danno, ma conmaggior pericolo del capitano, il qualepassando per il ponte e entrandoviin sieme gli Sforzeschi, salvossi peruna certaventura: percioc chè essendo stato con grande offesagettato dallacatena del GIOVIO. 40 ponte nella fossáHugo caporale d'una banda Sforzesca, gli altri impedito eoccupato il pontenonlopoterono seguitare. Perchè Tartaglia ferito e spaventato d'una granpaura, incon tanente fece mandar giù la saracinesca,talmente che scorda tosi della salute altrui, serrò di fuori quasi la terza parte de' suoi. Fra questi fu Donato Lavello fratel di Tartaglia. Fu preso anco nella terra Pellino Cotignola capitan fortissimo d'una banda: il quale avendo conosciuto Tartaglia e datogli di grandi colpi con la mazza di ferro,s'era messo a seguitarlo per farlo prigione. Inquella battaglia Francesco figliuolo di Sforza, il quale era d'etàdi sedici anni, quello che il padre suo non gli aveva più concesso, ruppe animosamente la lancia contro i nemici: ondemeritò poi d'esser fatto cavalier asproni d'oro, con onorato testimonio ancora de nemici(*). CAP. XXIX. D'una battaglia combattuta valorosamente al ponte del Sebeto. Acquistò ancora lode di mirabil valore in quellamemo rabil battaglia, la quale perlo spazio dipiù orefu combat tuto appresso Napoli al ponte del fiumeSebeto(**): la qual (*) Questi è quel Francesco che per le sue virtù militari acquistossi ' affezione di Filippo Maria fino a dargli la sua fi gliaBona, e che tradendo la fede data alla repubblica ambro siana, si fece proclamare duca di Milano. (**) Il Sebeto è un fiumicello che ha le sorgenti sulle colline diNola : passasotto il pontedella Maddalena e gettasi nelmare verso la parte est di Napoli. Questo fiume era prima rimarche vole, ma la grande eruzione del monte Vesuvio succeduta l'an no 79 di Cristo (epoca fatale per Ercolano e Pompei) fece una tale rivoluzione nella sua sorgente, che interamente ne dispar vero le acque; dopo qualche tempo ne ricomparve unaporzione nel luogo che conserva il nome di Bulla , specie di laghetto distante 6 miglia circa da Napoli, dal quale si trae pure del VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 41 lode gli fu confermata col singolar vanto che gli diede il re Alfonso, il quale allora nemico e spettatore sulla Galea avea veduto il tutto con gli occhi suoi. Rimetteva allora Sforza Lodovico terzo d'Angiò nelle ragioni del regno di Napoli, ch'era stato dell' avolo e del padre, essendo di ciò autore papaMartino (*): avendo egli dopo avere alcunevolte seve ramente, e alla fine indarno ripresala regina, deliberato in ogni modo di perseguitarla conl'armi: perciocchè ella non faceva conto alcuno dell'onor suo, nè si moveva punto per alcuna paura di vergogna, nè per rispetto della religion cristiana,siccome quella che già gran tempo innanzi contra il dovere e la riputazion reale aveva sottoposto il nome d'un nobilissimo regno, e le cose divine e umane alla in tollerabil lussuria di Sergiano suo amatore(**). Per questo la donna fuor di sè stessa e parimente infiammata di lussuria e di superbia, aveva richiamato Alfonso , il quale faceva guerra in Corsica, e l'avevaaddottato per figliuolo, per di fendersi con le forze di Spagna dalla furia de'nemici fran cesi. Essendosidunque molti giorniinnanzi combattuta, e per agguato finalmente, perun acquedotto ed una portamezzo vecchia presa Napoli, giunse Lodovico ad Aversa in campo di Sforza; le navi da caricoe le galee d'Alfonso arrivarono al castello dell'Ovo (***). Per la qual cosaSforza desideroso di l'acqua per le città. Il Sebeto, volgarmente chiamato Fornello, si divide in due rami nel luogo detto Casa dell'acqua. Parte di essa va aNapoli per via d'acquedotti, e del resto sifa uso per bagni, per irrigare giardini e simili. (*) Cioè Martino V. (**) Vale a dire Ser Gianni o Giovanni Caracciolo. (***) Il Castello dell Ovo sta presso Napoli sopra un isolato scoglio : è unito alla città mediante unponte: fu eretto nelXII secolo da Guglielmo 1.º duca di Puglia; ilnome di questo ca stello gli deriva dalla configurazione dell'isola sulla quale è GIOVIO. 42 servire, e di mostrare il suo valore,spinse le genti sue fino al Sebeto. Di là fatto vicino alle porte della città manco d'un miglio, mandando innanzi i suoi cavalli leggieri, sfidò a battaglia non pure quei ch' erano al soldo della regina, Orso Orsino, Jacopo Candola e Bernardo Cartheio capitani , ma ancora i cavalieri Catalani ch'aveva menato Alfonso, e i Napoletani ch'allora attendevanograndemente allacavalleria. Attaccossi la battaglia con animi eguali ; ma perchè Alfonso accostò le galee alla riva, e spesse voltescaricava conl'ar tiglierie palle di pietra ne' fianchi de' nemici , tre volte fu ritenuta la virtù di Sforza. Ma essendogli rasentato il pen nacchio dell' elmetto con un colpo d'artiglieria , con tanto ardore rimise la battaglia e spinse avanti l' insegne, che i nemici cacciati di luogo voltarono le spalle e rotta l'ordi nanza con molta uccisione d'uomini e di cavalli furono ri buttati dentro della porta. Allora Sforza vincitore, per mo strare a un tratto l'ardore e desideriosuo a Lodovico e Al fonso eletti re, piantò l'insegne degli Angioini in un altis simo riparo alla porta, e le difese per spazio di mezz' ora, sicchè non poterono essere levate da alcuno senza danno, prima ch'egli si ritirasse. Accaddè in quella battaglia questa cosa veramente degna di memoria, che Alfonso per amor della virtù non lasciò contra lui scaricare le artiglierie delle navi. E similmente Sforza comandò che le artiglierie da cam pagna poste su lariva non fossero scaricate contro la galea reale. Perciocchè essendo stato preso Squarcia da Monopoli valentissimo guerriero fra gli Sforzeschi, per il cavallo che gli fu morto sotto e poi menato con uno schifo alla galea del re , egli, domandandogli ciò il re, gli mostrò col dito Sforza, : costrutto. Vi è una sorgente d'acqua dentro il castello il quale alla sua estremità orientale ha una gran batteria galleggiante di cannoni. 1 VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 43 il quale combatteva: onde con nobilissima e veramente uma nità reale, comandò subito che fosse avuto rispetto a quel gran capitano, e parimente valorosissimo soldato. : CAP. XXX. Della città di Roma rimessa in libertà e del Piccinino preso in battaglia. Mandato dalla regina con un grosso esercito per liberare la città di Roma dalla insolente signoria di Braccio, per acquistarsi con singolar benefizio grazia appresso papaMar tino, s'accampò fra l'Appia e la porta Latina. Quindi avendo sfidato Braccio indarno, con avergli anco mandato per un trombetta un guanto sanguinoso che volesse combatter seco a giusta battaglia , avendo fatto un ponte sul Tevere sopra Ostia passò l'esercito, con tanta grandezza d'animo e con tal fidanza di vittoria, che dubitando e domandandolo i condottieri, s'egli aveva alcuno amicoda cui fosse per aver vittovaglia , messo la man su la spada , rispose: questa fe licemente provvederà d'ogni cosa gli uomini valorosi e forti. E così comandò che fosse tagliato il ponte. Dicesi , che udendo questa cosa Braccio si turbò talmente nell'animo suo, che diffidandosi del popolo Romano, senza pur sonar le trombe e lasciatosi addietro molte bagaglie, se n'andò per ponte Molle, e di là tagliata una parte del ponte , affinchè il nemiconol potesse seguire, conmolta fretta se n'andò ai confini dell'Umbria. Maessendosi già accomodate le cose di Roma, il Piccinino lasciato da Braccio circa Preneste (*) con parte dell' esercito , saccheggiando d' intorno alla città il bestiame de' Romani, prima destò i Romani a battaglia, e finalmente Sforza a dargli il soccorso. Fu combattuto con vario successo e sempre dall' una e l'altra parte animosa mente lungo l'aquedotto: mentre checon grandissimo con (*) Preneste cioè Palestrina, antichissima città a 24 miglia daRoma. : : GIOVIO. 44 trasto il Piccinino si sforzava di difendere la preda e gli Sforzeschi e i Romani di ricuperarla, essendo già menata di lontano. Alla fine sforzandosi e confortando Sforza, i Bracceschi furono rotti , tutta la preda ricuperata , e per accrescere l'allegrezza de' Romani e di Sforza , fu preso il Piccinino capitano de' nemici. Costui tanto tempo fu molto umanamente e liberalmente guardato in Campidoglio, nè prima licenziato , che impetrando ciò Braccio i soldati e capitani Sforzeschi confinati daTartaglia nell' isole del lago di Bolsena (*), fattosi cambio, sani e salvi ritornarono a Sforza. CAP. XXXI. Del re Alfonso rotto in battaglia. Mamolto piùnobilmente e assaipiùfelicemente combattè col re Alfonso; quando egli con animo ingrato e armi scel leratecontendeva conlaregina suamadre,perciocchè essen dosi fatta la pace a Gaeta per ordine di papa Martino , nè però contro volere diLodovico e finalmente restituite Acerre, Sforza era stato scritto al soldo della regina e del re, con questa condizionech'egli fosse obbligato a servire chi prima lo ricercava e preveniva. Alfonso in quel tempo desideroso di regnare , non poteva a verun modo sopportare le diso nestà della sua madre infame nella mostruosa grandezza di Sergiano. Perchècon felice astuzia, fingendosi ammalato, tratto Sergiano per questo, e venendogli a far riverenza e a visitarlo essendo inletto in Castelnuovo, lo fece sostenere con tutta la famiglia, e subito dato di mano all' armi con una banda a ciò scelta di Catalanicorse aroccaCapuana(**) (*) Il lago di Bolsena situato nella delegazione di Orvieto , contiene due isolette dette Bisentina e Martana, le quali sono abitate. Nell' isola Bisentina Teodato re dei Goti affogò in un bagno Amalasunta figlia di Teoderico. (**) O meglio castello Capuano: è un isolato palazzo gotico, VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 45 per pigliare anco la regina. Maper un casogrande, recando la nuova di Sergiano un fanciullo, il qual facilmente scampò fra le gambe dei guardiani della porta, la regina salvossi Perciocchè già il re armato aveva tocco il ponte coipiedi di nanzi del cavallo quando dal capitan Damiano, urtato il ca vallo per la briglia, gli fu serrata la porta sul volto. Onde senza dimora, radunategenti dall'una el'altra parte, comin ciò a porsiassedio e a difendersicondardiecon artiglierie. Passarono nondimeno imessidellareginaconlettere aSforza, chegli domandavano presto soccorso nella miseria sua. Ve nuto dunque Sforza da Mirabello aNapoli, con grandissima prestezza, e accostato le genti alla rocca per uomini suffi cienti, pregò il Re, chesi volesse rimanere da cosìbruttaim presa, e non cercasse d'acquistarsi gloria opprimendo una donna, Ja quale era pursuamadre (*), che ciò pareva molto lontano dalla virtù dell'animoreale. Eche egli essendo stato prevenuto per la condizione della condotta nonpotevaman care alla salute della regina: ma che bene diligentemente avrebbe fatto ogni opera, che la regina l'avesse lascia to regnare egualmente con lei: e che si sarebbono le vate via le cagioni della discordia: la qual cosa era facile da farsi: conciossiacosachè già Sergiano era in man sua, dacui pendeva ' animo della regina esposto a ogni caso di consiglio. A quella ambasciata rispose alteramente Al fonso: che egli non voleva avere Sforza armato per giu 19 costrutto da Guglielmo I.º Fu residenza dei re di Napoli fino a Ferdinando I.; poi vi si collocarono i tribunali di giustizia e le prigioni , oggi chiamasi semplicemente il Palazzo dei Tri bunali. (*) La quale era pursua madre. Luigi IIId'Angiò volendo ricuperare il reame di Napoli, strinse d'assedio la città. La re gina Giovarna per aver qualche ajuto,adottòAlfonso V d'Ara gona come successore al regno,era dunque un figlio adottivo. GIOVIO. 46 dice, nè per mezzano. E non molto , da poi, ragunato di quà e di là molte genti, uscito della città con animo reale combattè con Sforza a bandiere spiegate. Essendosi com battuto in quella battaglia con vera virtù, e spesso con di verso successo, per spazio di molte ore; finalmente Sforza, con felice consiglio, ruppe le chiudende degli orti ne' fian chi de'nemici, e avendogli tolti in mezzo con dubbiosa bat taglia li ruppe: urtandoli con tanta furia per fianco , che quasi il re istesso tolto in mezzo fu preso. In quella rotta di cavalli e d'uomini Sforza ammazzò di sua mano il pri mo banderaro della banda del Re, e vi furono presi da due mila uomini d'arme: e fra questi cento venti gentiluomini Catalani, e uomini illustri Raimondo Perillio , Giovanni di Moncada, Bernardo Contellia, e Lupo Correllia. E con quello impeto di vittoria Alfonso fu ributtato nella rocca, tal che le case di tutti i Catalani furono messe a sacco da' Napole tani e dagli Sforzeschi (*). CAP. XXXII. Della rotta ch'egli ebbe a Viterbo. Combattènondimenoconfelice successo a Viterbo conBrac cio, mafu abbandonato e tradito da Gilberto e Nicolò Orsino, : i quali pochi giorni innanzi facendo unsecreto trattato con Braccio, gli avevano promesso di voler abbandonare Sforza in battaglia ogni volta che la fortuna gliene avesse dato occasione. E Braccio essendo poi venuto nella selva Sacco mana a parlamento con Sforza gli mostrò poi una scritta segnata di mano di Nicolò in testimonio di questa ribalde ria. Fecesi la giornata nella via Cassia non lungi dall'ac que Bussettane , dove Tartaglia passando le sue genti per *il lago di Bolsena si congiunse con Braccio , il quale da (*) Questa battaglia avvenne nell'anno 1423. Vedi il Gian none, Storia civile del regno di Napoli, lib. 25. cap. 4. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 47 Arispampano, e da Bagnoreale (*) ( questo fu gia il bosco di Feronia(**)) eravenuto a Montefiascone.Combatteronoquesti gran capitani, infiammati di grandi odj, e per questo anco forniti di forze grandi, da mezzodi fino al tramontare del sole: non avendo nessuno (come testimoniò dappoi Braccio vincitore) fra tanta gente (perciocchèfu combattuto da otto mila cavalli) nè con maggiore arte, nè con più terribile im peto, nè con più lunga costanza , di quel che fece Sforza. Ma mentre che Sforza indarno richiamava i suoi, che tor nassero in battaglia , una ferita mortale ch'egli ebbe nella colottola, lo ritenne, avendo perduto mille e settecento ca valli. Fra questi furono presi quarant' otto tra capitani di cavalli, e di fanteria, ma i più chiari di valore furono Fo schino, figliuolo d'una sua sorella, Accattabriga e Manno Barile, i quali Braccio mandò a guardare nell'Isola di Marta, e nella Vesentina (***). : CAP. XXXIII. La rotta ch'egli ebbe a Grotta. Volendosi vendicare delle ingiurie che gli aveva fatto Sergiano , il quale lungo tempo indarno aveva tentato i veleni e i pugnali, e molto prima gli aveva teso insidie al ponte del Sarno, entrò in Napoli con l'esercito armato , gridando gli Sforzeschi il nome della, regina: e cercando (*) Vale adire Bagnorea, città nella delegazione di Viterbo. (**) Feronia era un'antichissima città della Campania, con un tempio dedicato alla dea Feronia. Questa divinità pre siedeva agli orti , giardini e boschi ; gli schiavi liberi l'ave vano eziandio per loro protettrice, perchè era sopra il di lei altare che prendevano i segni della loro libertà. La dea Fe ronia avea perciò in tutti i luoghi d'Italia dei templi, delle : feste, dei boschí sacri, ecc. Vi sono delle medaglie d'Augusto colla testa di questa divinità. (***)Cioè le isole Martana e Bisentina. V. la nota (*) a pag. 44. GIOVIO. 48 di Sergiano per volerlo ammazzare,il quale con la sua in solente superbia e malignità, turbava le divine e umane ragioni. Tutta la nobiltà favoriva Sforza, per il concorso della quale, essendo di ciò autoreFrancesco Morimino, en trando gli era stata aperta la porta.MaSergiano abbattuto da tanta paura, veggendosi inferior di forze, si rivolse agli inganni; così fu mandato fuor della rocca Francesco Or sino, uomo di grande autorità, il quale dovesse andare a trovare Sforza, e pregarlo a nome della regina, che met tesse giù l'armi: perciocchè facil sarebbe stato, che quella cosa con giustissime condizioni si fosse accomodata, e che egli non doveva volendosi vendicare delle ingiurie private, mettere in pericolo la salute delle cose pubbliche , massi mamente offendendo e macchiando la maestà della regina, la quale era costretta correreil medesimo casodi travaglio e di molestia con Sergiano. A queste parole rispose Sforza, che siccome egli con singolar fede aveva per l'addietro in ogni fortuna riverito il nome della regina, così anco allora per cagion di lei avrebbe levato dell'animo suo tutte le in giurie e levillanie,purchèella non si lasciasse punto tirare, e aggirare dalle fallacissime arti diSergiano. E cosìandando spesso attorno l'Orsino, e fingendo che lecose fossero acco modate,acciocchè gli fosse dato spazio daragunare e mettere a ordine le genti , richiedendolo di ciò la regina: Sforza si ridusse a tale, ch' egli menando i suoi soldati fuor della città, gli mise nei borghi. Questi son posti dirimpetto a Ca stelnuovo , e si distendono alla contrada della marina , la quale è molto vaga per l' amenità de' giardini. Ora essen dosi ridotto tanto furor d'armi in ozio , con speranza di pace; mentre che Sforza si stava senza sospetto alcuno , e passeggiava disarmato sulla riva del mare, l'Orsino avendo messo insieme una gran banda d'uomini armati, improvviso diede fuora, e avendoli disordinati assaltolli ; e con tanta VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 49 prestezza li ruppe, che Sforza mezzo disarmato fu costretto ricevere il caso del non pensato pericolo. Gli Sforzeschi messi in fuga per tutta quella riviera giunsero alla Grotta del monte Posilippo cavata da Coccejo (*). Quivi Sforza per alquanto spazio di tempo,fatto testa, sostenne la battaglia; ed egli finalmente seguitandoli per la Grotta, si salvò a Casale del Principe (**), avendo perduto cinquecento de' suoi ca valli. Ma poi rifattogli l'esercito dalla famiglia Auriglia, ri cevuto in Acerra, ritornò finalmente con tantafuria acom battere Napoli , che Sergiano fu costretto dargli i figliuoli per ostaggi, rifargli il danno ricevuto alla Grotta, e rimessa la sua grandezza, sopportarlo per suo eguale. CAP. XXXIV. La rotta ch'egli ebbe a Capиа. Essendo stato rotto ancora da Braccio in una scara muccia al Borgo di Santa Maria, nel qual luogo fu già Ca pua vecchia, perdè più che seicento cavalli, di maniera ch'essendo stati presi Accattabriga e Giannuccio dai Brac ceschi , prima Tartaglia e poi Sforza medesimo furono cac ciati fino ad Aversa. Perciocchè Braccio aveva ascoso al cune bande in un foltissimo bosco, il quale è fra il ponte di pietra del Glanio (***) e la via d'Aversa; le quali bande essendo uscite fuora, e avendo urtato per fianco, le prime squadre de'combattenti furono tolte in mezzo e rotte dagli altri. Ma Braccio, tosto che fu ritornato a Capua, fece mo (*) Questa grotta è lungapiù diun miglio, e vi passano due carrozze di fronte, si crede fatta da Marco Coccejo, architetto di Augusto: dicesi scavata in 13 giorni mediante l'opera di 100,000 uomini. La Grotta di Posilippo è una delle meraviglie dei dintorni di Napoli. (**) Casale del Principe, borgo nella Terra di Lavoro. (***) Vale a dire il fiume Agno. Giovio. Vita di At. Sforza. 4 GIOVIO. 50 rire Giannuccio uomo fortissimo, perchèpochi anni innanzi, avendo ricevuto la paga, s'era partito senza licenza del suo campo. CAP. XXXV. Quante volte fu preso in battaglia, e per agguato. Solo una volta fu preso in battaglia, e due volte per in ganno de' suoi nemici privati. Ma però con sì felice sorte, che da quella miseria, sempre riuscì più famoso e maggior di sè stesso. Perciocchè oltre gli onori e le ricchezze, le quali senza curarsene abbondantissimamente acquistò per l'innocenza e singolarvalor suo, gli avvenne ancora (il che par cosa di gran diletto nella somma di tutta la vita) sem pre con utile e ventura sua, che quasi tutti i nemici suoi, per ammirabile giudicio di Dio furon puniti. CAP. XXXVI. Della battaglia fatta a Casalecchio. In quella singolar giornata , dove a Bologna, appresso il ponte del Reno, Bernardone francese capitan generale del papa , de' Fiorentini , e de' Bolognesi fu rotto e preso da Alberigo e dal Vermecapitani di Giovanni Galeazzo, Sforza anch'egli venne in mano de' nemici. Perciocchè mentre che egli valorosissimamente combatteva, abbandonando Tartaglia il suo luogo, ed egli ritrovandosi nudo di difesa da'fianchi, Fa cino Cane capitano valentissimo lo urtò con uno squadrone serrato d'uomini d'arme con sì grande e improvvisa furia , che abbattutone molti,Sforza anch'egli feritogli il cavallo in una spalla fu gettato in terra, e cadendogli addosso in un medesimo tempo ivinti e i vincitori, restando quasi affogato, fu a gran pericolo della vita.Mapoi che per beneficio d'Al berigo uscì dal campo de'nemici, con animo grande si mise a confortar i soldati privati , i quali secondo il costume VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 51 della guerra, spogliati d'armi e di cavalli erano licenziati , che sperassero bene, e che guidati da lui venissero a Fio renza. Perciocchè i danni ricevuti gli sarebbono stati risto rati dalla cura e diligenza del Senato(*). E così passando a piedi l'Apennino, arrivando alla porta della città, così pol veroso come egli era, se n'andò diritto in palazzo, menando seco più che trecento uomini valorosi. Dove giunto parlò di questo modo: Signori , noi altri vostri soldati , come si conveniva , abbiamo valorosamente combattuto per la di gnità vostra e per l'onor della guerra, ma la fortuna inso lentemente ha fatto ciò che ha voluto e potuto. Ma se noi siamo degni d' essere per vostra cortesia rimessi d'arme e di cavalli, noi faremo ogni sforzo, che voi non vi pentirete punto del giudiziovostro, e noi vi appariremo degni di mag giore stipendio. Piacque molto al Senato in quel pubblico dolor d'ognuno il vigore di quell'animo generoso e costante, e subito Sforza, avendo ricevuto di molti denari , e rifatte le bande, ottenne doppia condotta di cavalli. CAP. XXXVII. Come egli fu preso a tradimento. Ora essendo egli oppresso dalla malignità e poco viril sorte d'insidie di Pandolfo Alopo (**) , e posto in prigione nel Castelnuovo di Napoli, per quattro mesi continui, altra nuova non aspetto , se non di dovere esser morto per le mani del boja. Perciocchè di questo solo giudicava che si dovesse temere da uomini ribaldi ed effeminati , nei quali per la loro ignobil paura suole essere la crudeltà. Concios siacosachè eglino per vizio di natura sono usati , o di non (*) Cioè della Signoria. (**) Qui il Giovio capovolge la cronologia; questo fatto av venne allo Sforza molti anni prima della battaglia ch'ebbe col re Alfonso. GIOVIO. 52 prendere gli uomini forti e illustri , e specialmente inno centi, o per avventura quando essi li hanno presi siccome quelli che con l'ingiuria hanno alterato gli animi loro , di non lasciarli così senza cagione. Era l'Alopo di nobilissimo sangue , ma per splendore di bellezza, e per piacevolezza di costumi molto più chiaro , con le quali cose , sprezzato l'onore, aveva fatto impazzire la regina del suo amore. Per ciocchè ella siccome quella che già gran tempo era ve dova, mortole il marito, il quale era di casa d'Austria, duca di Baviera, e privata poi del re Ladislao suo fratello troppo scopertamente e liberamente, come la stimolava la lussu ria , attendeva agli amori; di modo che i Napoletani se condo il costume de' Greci, prontissimi all' adulazione, con reali onori riverivano l'Alopo, il quale era camerlingo del regno , come consorte dell' Imperio e arbitro di tutte le cose. Costui diffidandosi del primo luogo della grazia , il quale tanto è più sdruccioloso, quanto più s'accosta alla cima, aveva cominciato aver sospetto di Sforza come di ri vale , perciocchè la regina, poichè s'eran poste da parte le consulte delle cose importanti, molto famigliarmente e amorevolmente scherzava con Sforza. Perciocchè tanta era la dignità della statura in questo uomo e la bellezza del l'aspetto, e lo ardir militare nel parlare, che facilmente pa reva ch'egli potesse occupar l'animo della regina (*), ch'era sempre inclinato da natura alle lascivie e agli amori: tanto che da questo costui, il quale era sì grande per la gloria sua e per leforze dellamilizia confermato dallo strettissimo nodo della grazia, s'usurpasse il nome, e di eccellente ca pitano, e alla fine di re. Onde per tradimento e invidia di Pandolfo , fu caricato Sforza di nuova sorte di calunnia , essendo stati subornati alcuni i quali dicevano, come egli (*) Il Bayle va più innanzi, dicendo che lo Sforza divideva il letto colla regina Giovanna. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 53 andava attorno una certa fama, che Sforza era stato eletto innanzi a tutti gli altri per marito della regina, e ch'es sendo oggimai mature le nozze, sarebbe stato chiamato re fra pochi giorni. A questo modo non avendo sospetto d'al cuna cosa tale Sforza, fu menato di sala in camera , e di là pòimesso in prigione. Ma mentre che laregina senza or dinargli altro male sistava, nè però faceva contrasto all'in solente atto dell'amator suo , avvenne appunto che nessuno fratanti capitani, come aveva sperato l'Alopo,non si ribellò da Sforza, matutti gliSforzeschi, essendo capo loro Lorenzo, si misero insieme alla città di Conza, con animo di voler pas sare con armi nemiche fino a Napoli, per vendicare l'ingiurie fatte al lor capitano. Molto opportunamente ancora inquel medesimo tempo venne la nuova, che Giulio Cesare di casa Capuana s' era fatto signor di Capua, onde egli aveva ori gine, e che Cristoforo Gaetano s'era ribellato dalla regina, e cheJacopo Candola,il quale era capitanvaloroso di guer ra, aveva indotto gli Aquilani a ribellione. Perchè l'Alopo mosso dalla necessitàdi queste cose, non v'essendo alcuno, il quale nè meglio, nè più tosto di Sforza, potesse difendere la regina , castigare i ribelli , nè perseguitarli con l'arme, Sforza con molto onore di parole fu tratto di prigione: perch'egli dato gli ostaggi, e ricevuto di molti denari, su bito prese la cura di maneggiare quella guerra , con que sta condizione, ch'egli togliesse per moglie la Catella (*) sorella dell'Alopo, col quale parentado testimoniasse d'essere con sincera fede tornato in grazia coll'Alopo Capo degli ostaggi fu Francesco suo figliuolo, il quale dappoi di valor d'animo e di felicità delle cose da lui fatte avanzò tutti i capitani di quel tempo (**). (*) Catella è un abbreviamento di Caterinella. (**) Questo Francesco divenne poi duca diMilano.- Intorno ai particolari di Catella moglie di Sforza, vedi il cap. Lxi. 54 GIOVIO. CAP. XXXVIII. In che modo fu preso a Benevento. Un'altra volta con eguali insidie, ma con molto più grave pericolo e calamità vieppiù lunga, fu posto in prigione. Aveva la regina preso per marito Jacopo conte della Marca (*), francese, nato di sangue reale, senza alcuna altra più one sta cagione, se non per coprire l'infamia della disonestà sua con l'immagine del marito tolto, ma però con questa con dizione, ch'egli a verun modo non si chiamasse re, ma so lamente principe di Taranto. Avevamandato la regina per sone , che venendo egli di Manfredonia a Napoli andassero a riceverlo ; e innanzi agli altri Sforza, il quale per la di gnità, ch'egli aveva di contestabile avanzava tutti gli altri, e con lui Peretto di Savoja , e Cecolino Perugino , condot tieri di cavalli, uomini i quali avevano grandissima invidia alla gloria e grandezza di Sforza. Aveva la regina più d'una volta avvertito costoro, e comandato loro ancorache non sa lutassero Jacopo con altro nome, che principe. Ma poi che furono giunti alla presenza sua, Sforza solo inchinando tutti gli altri con grande astuzia e subita perfidia , all'adula zione , obbedi ai comandamenti della regina , nè anco col l'esempio ch' egli aveva dinanzi agli occhi fu possibile in durlo, ch'egli offendesse con quella scelleraggine la regina, nè chescordandosi a un tempo l'ufficio e la libertà sua sfacciatamente adulasse. E così gli antichi nemici di Sforza, come avevano congiurato fra loro, andarono a ritrovar Ja copo , e con invidia molta , e gravemente gli dissero ogni male di Sforza, mischiando le cose vere colle false: e poi con promesse grandi v'aggiunsero, che s' egli voleva avere (*) Vale a dire Giacomo di Borbone. Bisogna osservare che quì il Giovio parla sempre di Giovanna seconda regina di Na poli. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 55 un'animo degno del nomereale, oltrai fatti, essi tutti avreb bono fatto ogni opera che con certissimo favore dei ba roni , e che con favorevolissimo voler del popolo , nè però poi con sdegno della regina , gli sarebbe data la dignità della corona reale. Ma che innanzi ogni altra cosa pareva loro, che si dovesse liberar la regina da due insolentissimi ruffiani e ladroni, i quali arrogantemente s'avevano usur pato il regno, e sottopostasi con pessimi artificj la regina , lo laceravano, e mettevano in ruina. E che questi erano l'A lopo e Sforza: ma che quello si sarebbe potuto poi facil mentelevar via,mentre che prestamente avessero oppresso Sforza presente. A questo modo conchiuso il trattato , de liberarono ammazzarlo in cammino, per alcuni masnadieri avezzi agli omicidj, dei quali era capo Schiavetto di Schia vonia, quando egli nel guado del fiume Calore sprovveduto e disgiunto da' suoi pareva che facilmente si potesse am mazzare. Ma agli omicidi mancò poi l'animo per mettere ad esecuzione la morte di tanto uomo , quando aven dolo veduto sopra un cavallo da guerra , il quale per la sicurezza di chi lo cavalcava, aveva nome Speranza , con uno squadron quadrato de' suoi soldati, e con minaccioso volto passare il fiume, ebbero paura di lui. Perciocchè questo uomo, acuto per certe congetture aveva compreso che in secreto da lui s'ordinavano alcune cose, e che si mettevano a ordine le squadre, e aveva anco osservato i volti pallidi in alcuni, i quali pareva, che con animi sospesi trattassero cose terribili e pericolose. Ma essendo egli uomo aperto e ge neroso non si poteva indurre a credere , che mai gli fosse tramato contra cosaalcuna così crudele, di maniera che non dubitò d'andare a trovar Jacopo nella rocca di Benevento. Quivi secondo che s'era dato ordine, mentre che Giulio Ce sare con bruttissime parole, e convillanie l'accusava ditra dimento , e all' incontro egli salito in collera , e mosso dal GIOVIO. 56 vituperio di quella calunnia , mentendolo come un tristo , lo sfidava a combattere in steccato , alla presenza di Ja copo: la cosa fu ridotta a tale, che Peretto e Cecolino, fin gendo di far ciò per debito , li partirono, e presi li mena rono in diverse camere. Ma Giulio Cesare subito fu la sciato , ed a Sforza furono messe incontanente le manette di ferro. E senza dimora fattosi un granconcorso, la casa di Sforza fu messa a sacco , e presi tre suoi figliuoli , e quasi tutti i suoi parenti messi in prigione, eccetto Santo parente, il quale nel principio del tumulto sospettando di cose tali , e opportunamente divinando , s'era per buona sorte fuggito. XXXIX. Come Jacopo di principe fu chiamato re, e come Sforza salvossi. Poi che fu preso Sforza, Jacopo se ne venne a Napoli, e avendogli dato il Castelnuovo un capitano d'Aversa , il quale dal contrario effetto ebbe nome Salvatore, se ne fece padrone, liberò Paolo Orsino, e ammazzando Pandolfo Alopo, bagnò le tavole delle nozze del suo sangue. E non molto dappoi fece laregina consorte del letto maritale, ma levatale l'autorità di tutto il governo, caricatala di molte villanie , e severamente castigatala, la fece guardar da'Francesi, che ellanon sifuggisse: usurpossi egli per sèi titoli reali, e donò a' Francesi gli onori , le dignità e i magistrati. In questo mezzo Sforza condotto nella rocca dell' isola di Megara, la quale si chiama Castel dell'Ovo, fu dato in mano a un certo Bernardo uomo barbaro, che lo crucciasse con acerbissimi tormenti: acciocchè cavatone i contrassegni al martorio,po tessero riavere le castella, ch'eran tenute dagli Sforzeschi. Nè però , come prima avevano deliberato, fu fatto morire. Perciocchè essi avevano paura di tanti valentissimi capi tani , e di tanti soldati vecchi , i quali con amore e affe VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 57 zione incredibile, e per molti beneficj e lunghissima pra tica erano schiavi al nome Sforzesco, siccome quelli che si ricordavano, che l'anno innanzi poco felicemente s'era fatta la provadi questacosa. Ora i soldati Sforzeschi fuggendo si raunarono insiemeal castello di Pietrafissa (*) in Basilicata: Micheletto e Lorenzo Attendoli e Santoparente corsero sac cheggiando fin nei borghi e sulleporte diNapoli. Per que sto Jacopo fu costretto far gente, colle quali Giulio Cesare e Cecolino ritenessero il nemico, e combattessero la città di Tricarico, la quale Ladislao, indotto dalla bella presenza del fanciullo, aveva donato a Francesco figliuolo di Sforza. Erano alla guardia di questa città Micheletto e Michelino Rabignano, il quale aveva preso per moglie Margherita so rella di Sforza , madre di Foschino e di Marco Attendoli , essendo rimasa vedova del primo marito. Costoro solleciti della salute di Sforza avevano opportunamente incominciato a trattare la tregua e l'accordo, e fattosi salvocondotto di potere andare di qua e di là, venuti dal campo de' ne mici a Tricarico alcuni nobilissimi uomini, Antonello Pude rico, Ruffo Gaetano e Agnolo Velliano castellano di Castel nuovo. Contra costoro Margherita immitatrice della virtù del fratello, tutta armata dato dimano a uno spiedo mosse con molta furia , e minacciando loro d'una crudelissima sorte di morte, se non le rendevano il fratello sano e salvo, pre sili legittimamente li sostenne. Perciocchè essi avevano da domandar salvocondotto da lei , la quale aveva il go verno e la signoria di Tricarico , e non da Micheletto , nè daMichelino, i quali non avevano ragione alcuna inquella città. Questa prova virile impedì la certissima morte di Sforza ; perciocchè fatto subito concorso dai parenti degli ambasciatori al re, facilmente s' ottenne da lui che fosse perdonato a Sforza. (*) Vale a dire Pietrafitta. 58 GIOVIO. CAP. XL. Con quai condizioni Sforza fuggisse la morte. Con queste condizioni s'accordarono le cose tra gli Sfor zeschi e i Reali, che restituito Tricarico, e rimandati gli am basciadori , i figliuoli di Sforza e tutti i parenti e i soldati fossero rilasciati, eccetto Francesco, il quale per conforto della passata calamità restava in più libera e più umana prigione col padre ; che Lorenzo e Santoparente avessero condotta di mille cavalli appresso il re , e che Micheletto a suo piacere con Giovanni, Leone e Alessandro figliuoli di Sforza se n'andasse in Toscana; e che il re con giura mento promettesse , che non avrebbe poi fatto alcun male a Sforza; e che Margherita potesse stare nel regno di Na poli, dove ella volesse; e il medesimo fosse lecito ancora a Catella moglie di Sforza , la quale in così grande scom piglio era fuggita con Lisa sua figliastra alle monache di Santa Chiara. Fu concesso anco a Micheletto , che quando voleva potesse ire a vedere Sforza, e parlargli senza testi monj ; ed egli poi, approvandolo e confortandolo a ciòSforza, se n'andò con seicento cavalli a ritrovar Braccio , come amico vecchio , il quale difendeva le terre di Sforza in Toscana. CAP. XLI. Del castigo ch'ebbe Giulio Cesare, e della felicità di Sforza. Essendosi pacificato il regno dalle correrie degli Sfor zeschi , Jacopo teneva nondimeno la regina in guardia , e con tanta insolenza governava il regno, ch'ogni cosa defe riva a' Francesi; e gli uomini Italiani gli erano talmente ve nuti a noja, che gli ributtava e sprezzava; efinalmentes'era scordato affatto degli illustri amici, i quali con gran ribal deria e pericolo gli avevano dato il nome reale. Da que VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 59 sta indegnità mosso Giulio Cesare, con animo superbo e precipitoso fece pensiero di vendicare e la pubblica e la privata villania. Perciocchè tre volte già era stato repulso, avendo egli cercato d'esser sostituito in luogo dell' Alopo, ch'era stato fatto morire, o di Sforza prigione, o finalmente di Peretto poco anzi morto; perchè i Francesi occupavano ogni cosa, i quali giudicavano che tutti i grandissimi onori si dovessero a loro. I quali son questi per ordine , il mae stro de' cavalieri, il prefetto della corte reale, e il prefetto dell'erario, i quali oggi con nuovo vocabolo si chiamano il contestabile, il siniscalco, e il camerlingo. Perchè Giulio Ce sare mosso da collera , segretamente andò a trovar la re gina, e si mise a pianger la ingiuria di lui, e le misérie co muni di tutti; alle quali confessò d'aver egli dato princi pio , ma ricevuta la fede le promise daddovero con animo così forte , come poi poco accorto, di voler mettere fine a tutte queste cose, pur ch'ella con sincera fede ricevesse nell'animo suo un consiglio degno del sangue reale e dello stato presente. Perciocchè le promise di voler ammazzare di sua mano il falso re, per liberare a un tempo la regina e la patria dalla tirannia de' barbari. Allora la regina rin graziandolo colle lagrime agli occhi , e porgendogli la mano gli diede la fede, ch' ella per quell' immortal benefi cio gli sarebbe obbligata, se quel che con singolar desiderio s'aveva nell' animo concetto, fosse stato approvato da Dio, e dalla fortuna: ma che pure disponesse il cuore a questa impresa , e fra tre dì ritornasse a lei , acciocchè ogni cosa più accomodatamente, secondo il bisogno, si potesse ordi nare e stabilire. Ma la crudel donna che non s'era scor data dell'ingiuria fresca, che essendone stato autore Giulio Cesare, non le poteva uscir di mente, la morte dell'Alopo, la cui memoria ricordava ella spesso con secreti pianti, e che Sforza tutor del regno e difensore della dignità rea GIOVIO. 60 le, era stato crucciato co' tormenti, ed ella, privatadel seg gio reale , era data in guardia a barbari , rivolse l'ani mo alla vendetta e al tradimento, e riferi ogni cosa per ordine al marito , per mettere nell' animo di lui una fede d'amore incorrotto e di affezionatissimavolontà, e condoppio tradimento assalir poi l'uno e l'altro con differenti insidie. Jacopo spaventato da quella novità di pericolo, nè però dando fede all'indizio della donna, poichè coperto dal padi glione udi che Giulio Cesare ordinando il tradimento nella camera della regina le prometteva di volerlo ammazzare, subito uscendo alcuni uomini armati, Giulio Cesarefu preso, ed essendogli poi tagliata latestasu lapiazza,pagò lapena, degna del suo inquieto e instabileingegno. A questo modo Jacopo obbligato per così singolare ufficio della moglie, più famigliarmente , e più spesso andava a veder la regina , e la lasciava, più liberamente dell'usato , passeggiar senza guardia per tutta la rocca (*). CAP. XLII. Della regina, quando fu preso il re, liberata. Morto che fu Giulio Cesare, e per questa cagione rice vuta la regina nel letto maritale e a mangiare insieme, Ja copo non però pareva che s'avesse levato ogni sospetto dell'animo, perchè la regina passeggiando non poteva met ter il piè fuor della rocca, nèfarsi portare in nave. Laonde due Napoletani, uomini singolari per altezza d'animo pre sero la cura di trar fuora e liberar la regina, e di cac ciar il re; questi furono Ottino Caracciolo , il quale fra i grandi aveva autorità, e ricchezze più che gli altri, e Ane chino Mormile capo dei popolari. Erasi di quei giorni (*) Fu decapitato insieme al suo segretario sulla piazza del mercato, l'anno 1416. Vedi Giannone storia del reame di Na poli , lib. 25, cap. 1. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 61 opportunamente partito Lordino francese, contestabile, e ito coll' esercito nel contado dell' Aquila, e facevasi festa con pubblico convito e con danze in teatro. Furono a questa festa, per cagion d'onore, invitati i baroni francesi; ed es sendo state menate aqueldiporto tutte le nuove spose, ele più belle e più nobili matrone, senza difficoltà, ma nondi meno con grandi prieghi s'ottenne dal re, che la regina in tervenisse a questi piacevolissimi e dilettevoli spettacoli. Ma poi che inclinando il dì verso la sera, fu posto fine alle danze , mentre che la regina ringraziava i cittadini , è fin geva di voler ritornare in Castelnuovo, Ottino e Anechino da destra e da sinistra la presero , e ristretti insieme con una valorosa squadra di giovani la menarono in rocca Ca puana. Subito fu gridato il nome della regina: furono assal tati i Francesi, e cacciati per tutta la città, ributtati nella rocca. Il re, spaventato per paura al caso del non pen sato pericolo, fece serrar le porte. D'altra parte i Napole tani si misero a circondar la rocca , e serrar tutti i passi , e porre al re l'assedio. Onde egli per queste cose dubitando grandemente non pure della dignità, ma ancora della sa lute sua, spogliato d'ogni difesa di soldati, e privo in tutto di consiglio, si rese con questipatti, che per l'avvenire non si chiamasse più re, ma principe di Taranto, e che riman dasse in Francia tutti i Francesi , da quaranta in fuora, e che subito fosse tratto Sforza di prigione, e gli fossero re stituite le terre toltegli per forza e , rinnovatogli l' antico onore, fosse creato contestabile (*). (*) In questo mese avvenne che il re avendo dato licenza alla regina d'andare a desinare in un giardino d'un merca tante fiorentino, quando per la città s'intese che la regina era uscita, vi accorse un gran numero di nobili insieme, e di po polani che andarono a vederla; e la videro di maniera, che amolti mosse a misericordia, ed ella ad arte,quasi con lela 62 GIOVIO. CAP. XLIII. Delle ingiurie punite per giudicio di Dio. Senza alcun dubbio per grazia e dono di Dio , ebbe egli in tutto il tempo di sua vita quel piacere che pare il più onorato di gran lunga, e il maggiore di tutti gli altri, che egli vide vendicate le singolariingiurie sue da coloro per lo grime agli occhi e sospirando, benignamente riguardava tutti, e pareva che in un compassionevole silenzio domandasse a tutti ajuto. Erano allora tra gli altri corsi a vederla , Attimo Caracciolo , unito con Avichino Mormile gentiluomo di Porta nuova, che aveva grandissima sequela dal popolo. Questi ac cordati tra loro dipigliare l'impresa di liberare la regina, an darono a conciliare la nobiltà e la plebe, e con grandissima moltitudine di gente armata ritornarono a quel punto , che la regina volea porsi in carretta, e fattosi far luogo dai cor tigiani , dissero al carrettiere che pigliasse la via dell'Arcive scovado. La regina ad alta voce gridava: Fedeli miei, per amor di Dio non mi abbandonate, ch'io ponga in poter vo stro la vita mia ed il regno; e tutta la moltitudine gridava ad alta voce: Viva la regina Giovanna! I cortigiani sbigottiti fuggirono tutti al Castelnuovo a dire al re il tumulto, e che la regina non tornava al castello. Il re dubitando di essere asse diato al Castelnuovo, se ne andò al Castel dell'Ovo. Fu grandis sima la moltitudine delle donne, che subito andarono avisitar la regina, ed i più vecchi nobili di tutti i seggi si strinsero insieme, e parendogli che non conveniva che la regina stesse in quel palazzo, la portarono al castel Capuano, e fecero che il castellano lo consegnasse alla regina. La gioventù tutta amava questa briga, e gridava che si andasse ad assediare il re; ma i più prudenti di tutti i seggi giudicavano che questa infermità della città era da curarsi in modo, che non si saltasse da un male ad un altro peggiore, perchè prevedevano che la regina vedendosi libera d'ogni freno,darebbe sè ed il regno in mano di qualche altro adultero più insopportabile. Perciò comincia rono a pensare del modo da tenersi, per reprimere l'insolenza VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 63 più i quali erano amicissimi suoi. Perciocchè facilmente avveniva , ch' essendo egli uomo pieno di molto candore, di fede e di bontà d'animo, e che non mai per aggiramen ti, nè per inganni,ma per via militare e aperta camminava al vero onore ; era grandissimamente tradito da coloro i quali codardi, con arti cattive, e con perfidiosa simulazione sono di grande autorità nelle corti de'principi, o sendogli di gran lunga inferiori di valor di guerra, ne' i luoghi se greti dell'animo erano da cieca invidiatormentati. Percioc chè coloro non passarono senza la debita pena , la quale col piè zoppo ancora giunge i colpevoli a tempo. XLIV. Della morte dell'Alopo. Pandolfo Alopo, il quale la regina Giovanna presa del l'amore di lui aveva fatto gran camerlingo , e datogli ric chezze grandi, e il maneggio di tutto il regno: e a cui po stogli l'onore dietro le spalle era talmente schiava, che da uno effeminato e disonesto giovane lasciò mettere in pri gione Sforza uomo fortissimo e innocente: fu veduto dai Napoletani sulla piazza col capo mozzo, e starvi tre dì senza del re, e tenere alquanto in freno la regina; onde fecero de putati d'ogni seggio, che andarono a trattare col re l'accordo. Il re non sperando da'suoi alcun pronto soccorso , fu stretto di pigliarlo in qualunque maniera, che gli fosse proposto, e fu rono conchiuse queste capitolazioni : Che sotto la fede de'Napo letani venisse egli a starsi con la moglie, che concedesse alla regina, come a legittima signora del regno, che si potesse or dinare e stabilire una corte conveniente, e fosse suo il regno come era già stato capitolato dal principio che si fece ilma trimonio; ch'egli stesse col titolo di re , ed avesse 40 mila ducati l'anno da mantener sua corte, la quale per lo più fosse di gentiluomini napoletani. Ecosì fu fatto. GIOVIO. 64 esser sepolto, avendo il re Jacopo, il qualeteneva anco al lora Sforza in prigione, preso questo Alopo, e coltolo a dor mire nel letto della regina (*). XLV. Della morte di Giulio Cesare, di Peretto e di Cecolino. Il medesimo fine fecero Giulio Cesare capuano , Peretto conte di Troja e Cecolino Perugino. Costoro avendo invidia alla virtù e grandezza di Sforza, non avendo egli sospetto d' alcuna cosa tale, lo presero in Benevento: avendo anco pensato due giorni innanzi ammazzarlo, e mandatovi alcuni che ciò facessero. Sforza dunque preso per la malignità e perfidia di costoro, e per la crudeltà del re esaminato al martorio, prima che fosse lasciato di prigione, intese come Giulio Cesare era stato ammazzato dal redi supplicio degno della sua perfidia : e che Peretto,il quale aspettava il me desimo, era morto anch'egli, ma non si seppe se per cru delissimo dolor di corpo, o pur di veleno. E non molto da poi Braccio nelle campagne d' Ascesi , avendogli vinto in una notabil battaglia, prese vivi Carlo Malatesta e Cecolino: e avendo per quella vittoria riacquistato la città di Peru gia , lasciò che Carlo come nemico di guerra si riscotesse con molti denari, ma ben fece ammazzare in prigione Ce colino , come nemico particolare e valentissimo capitano della contraria parte. (*) Dopo che Giacomo fu in Napoli fece pigliare Pandolfo Alopo, o come il Giannonelo chiama Pandolfello, e condotto nel castello dell' Uovo, dovefu atrocemente tormentato, confessando tutto quello che il re volle sapere, e condannato a morte, e nel di primo di ottobre 1416 menato al mercato ove gli fumozzo il capo , e dappoi il corpo fu trascinato vilissimamente per la città, ed al fine appiccato per i piedi. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. CAP. XLVI. Della calamità del re Jacopo. 65 Jacopo anch'egli, il quale aveva circondato la regina sua moglie, a uso di prigioniera , da una guardia di Francesi , Le col male avventurato favore di Giulio Cesare e di Cecolino era stato chiamato re, appena regnò undici mesi. Percioc chè per congiura d' alcuni nobilissimi cittadini, ridotto in possanza della regina, per la superbia e crudeltà sua, provò poi la pena del contracambio. Ma finalmente impetrando gli ciò papa Martino, essendo messo in più libera prigione, subito montato su un naviglio se ne fuggì a Taranto , ma con tal successo di fortuna,che di là combattuto da Maria Baucia moglie del re Ladislao, vituperosamante fu cacciato. Provò poi ancora cacciato d' Italia l'ira di Dio , portato da rabbiosissimi venti nell'isola della Cefalonia, e finalmente con lungo e vario errore condotto in Francia. Perciocchè essendo le sue cose poste in disperazione, per coprire l'in famia e la calamità sua col voto della religione , si rese monaco, e così questo uomo, insopportabile per crudeltà e per superbia, oscuramente finì la sua vita tra'frati (*). CAP. XLVII. Della morte di Sergiano gran siniscalco. Fu ancora perpetuamente nemico a Sforza Sergiano Ca racciolo, il quale essendo favorito della regina, era venuto al colmo di tanta grazia e grandezza , che d'autorità e di ricchezze s' agguagliava al re Alfonso adottato da lei per figliuolo. Essendo costui stato preso dal re, il quale si sfor (*) Il reGiacomo venne fatto prigioniero dallaregina stessa, mediante i consigli di Ser Gianni. Vedi Angelo di Costanzo , Storia di Napoli, lib. XIII. GIOVIO. Vita di At. Sforza. 5 GIOVIO. 66 zava di liberare il nome dellaregina sua da tanti vituperj di disonestà, Sforza l'aveva riscosso: di modo che per amor suo , desiderando soprattutto , e procurando ciò la regina con molto grave cambio, lasciò andare dodici illustri Cata lani, i quali, avendo rotto il re, aveva presi. Ma ancora che egli fosse obbligato persì gran beneficio, non però nell'av venire mutò punto della natura sua, sì che con pessimi artificj non tentasse ognora, come suo capitalissimo nemico, la rovina di Sforza. Finalmente alcuni uomini illustri , i quali non potevano sopportare questo tal mostro, per prov vedere all' onore della regina , essendo egli una notte in rocca Capuana, e chiamatolo fuor della camera , lo taglia rono a pezzi. Giacque il suo corpo mezzo morto nella via pubblica , con tanto scherno della fortuna , che la regina non ne fe' pur parola, i parenti non tolsero a vendicar la morte di così grand'uomo, e il magistrato ancorapassò quel fatto con mirabil silenzio (*). (*) Ecco l'avvenuto raccontato da Pietro Giannone.-Venuto il dì deputato alla festa, che fu ai 17 agosto di quest'anno 1432, e quello passatosi in balli e musiche, eparte della notte in una cena sontuosissima,ilgran siniscalco sceseall'appartamento suo, e postosi già a dormire, Ottino e gli altri congiurati avendo corrotto un mozzo di camera della regina chiamato Squadra , di nazione tedesco , lo menarono con loro , e fecero che bat tesse alla porta della camera del gran sinisalco, e che dicesse che la regina sorpresa da grave accidente apopletico stava male, e che voleva che salisse allora. Il gran siniscalco silevò, ed incominciandosi a vestire, comandò che s'aprisse la porta della camera perintendermeglio quello che era. Allora entrati i congiurati, a colpi di stocchi e di accette l'uccisero. La mat tina sentendosi per la città una cosa tanto nuova, corse tutta la città a vedere quello spettacolo miserabile, non piccolo esem pio della miseria umana,vedendosi uno chepoche ore innanzi aveva signoreggiato un potentissimo regno, tolli e donati ca VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 67 CAP. XLVIII. Della vituperosa morte di Nicolò Orsino. Nicolò Orsino ancora figliuol di Bertoldo , dal quale ho detto che nella battaglia di Viterbo Sforza era stato ab bandonato e tradito , come Braccio medesimo dopo al quanti anni a Gajanello in parlamento sinceramente fece testimonio, con vituperosa morte portò la pena di quella scelleraggine. Perciocchè attendendo egli in Soana , terra del contado di Siena , del suo stato , a tentare insolente mente l'onestà delle donne contadine , fattosi raunanza d'una famiglia, la qualeaveva congiurato contra il tiranno, stelli, terre e città a chi a lui piaceva, giacere interra con una gamba calzata e l'altra scalza (che non avea potuto calzarsi tutto) e non essere persona, che avesse pensiero di vestirlo , e mandarlo alla sepoltura. La duchessa di Sessa, vedendo il corpo morto, disse: Ecco il figliuolo d'Isabella Sardache voleva contender meco;poco dopo quattro padri di S. Giovanni a Car bonara , dov'egli aveva edificata con gran magnificenza una cappella, che ancor si vede, vennero, e così insanguinato e de formato dalle ferite il posero in un cataletto , e con due soli torchj accesi vilissimamente il portarono a seppellire. Trojano suo figliuolo, dappoi nella cappella istessa, gli fece ergere un superbo sepolcro colla sua statua, e Lorenzo Valla, famoso let terato di quei tempi, vi compose quella iscrizione che vi sileg ge. La regina ancorchè restasse malcontenta della sua morte, pure ordinò che fossero confiscati tutti i suoi beni, come ri belle; e concedette ampio indulto ai congiurati, che fu dettato da Marino Boffa; e narrasi che quando innanzi a lei si leggeva Ia forma dell'indulto , quando si venne a quelle parole che dicevano , che per l'insolenza del gran siniscalco , la regina avea ordinato che si uccidesse, avesse risposto in pubblico, che mai non ordinò tal cosa, ma solamente che si carce rasse. GIOVIO. 68 mori passato crudelissimamente dallo spiedo, e dalle mani d'un ben corrucciato aratore. CAP. XLIX. Di Paolo Orsino morto per insidie di Braccio. Avendo anco rotto l'amicizia antica con Paolo Orsino capitan valoroso , mantenne così grandemente l'odio seco , che tirarono la collera e l'odio fra loro fino allo sfidarsi asingolar battaglia. Ma questa impresa fu distornata da papa Giovanni, che già fu Baldassar Cossa, il quale andan do allora la prima volta da Bologna a Roma,Sforza, ch'era scritto al suo soldo, ve l'aveva accompagnato, e aveva fatto mostra in quella pompa per mezzo Roma d'alcune ornatis sime bande di cavalli e squadre di fanteria di soldati vec chí , avendogli di ciò invidia Paolo, il quale essendo molto grande per le aderenze e per le forze della fazione Orsina, non poteva sopportare che nessuno gli fosse eguale di po tenza e di dignità , e desiderava in ogni modo di regnar solo in Roma. Perciocchè egli era valoroso in guerra , ma ambizioso , insolente, sanguinoso, e infame per leggerezza di cervello, e per esser più volte vituperosamente passato da una parte all'altra. Ingegnandosi egli dunque di levare dall'amicizia del papa Sforza da lui con diverse ingiurie sti molato , e cacciarlo da Roma; perchè cacciato lui, pareva che non vi restasse più alcuno il qual potesse raffrenare la licenza e l'ardimento di lui, fece ogni sforzo suo , che Sforza sollecito della salute sua , cacciato per forza, e con ingiurie s'uscisse di Roma e s'accampasse nella selva dell'A glio; nè fupossibile indurlo a voler ritornare, benchè il papa avendogli mandato il cardinale di Sant' Agnolo , amico suo vecchio, anome comune promettesse lafedeper Paolo.Per ciocchè gli rispose, che egli non era per fidare la salule VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 69 sua alla bestialità di quell' uomo, il quale, essendo già alla presenza di papa Gregorio , non aveva dubitato ammazzar di sua mano il Mostarda valentissimo capitano, e dal non aver avuto castigo alcuno di quella inusitata ribalderia , faceva mostra poi dell' animo suo incrudelito ne' minori omicidj per spaventar gli uomini. Congiunsesipoi Sforza col re Ladislao , col quale poco dappoi v'andò Paolo,anch'egli avendo tradito la città di Roma, la quale poco dianzi con singolar lode aveva difeso. Ma essendo egli poi stato accu sato di tradimento nella guerra dell'Umbria, e per questo sostenuto in prigione a Napoli per farlo morire , tolto via Ladislao d' immatura morte, fu liberato dal pericolo. Ma a fine ch' egli pur pagasse le fatali e meritate pene, la for tuna lo trasse finalmente di prigione con questo patto , di farlo incontrare in Braccio, il quale, mentre che Sforza era tenuto in ceppi , avendolo ritrovato a passeggiare aMonte Fiore, fuor della porta della terra, lo ammazzò,servendolo a ciò fare il Tartaglia e Lodovico Colonna. Dicesi che Sforza avuto la nuova della morte di costui messo in spe ranza di libertà, ebbe a dire ad alta voce: Iddio adunque caverà tosto me, che sono innocente, di queste catene, il quale, come giustissimo giudice che egli è, ha così tosto dato il fine della vita degno di lui a questo crudele e pes simo di tutti gli altri uomini. CAP.L. Del supplicio d'Armalerio traditore. Ancora ritrovò,ch'Armalerio d'Ascoli, al quale aveva con cesso, contra l'usanza antica, chea unmedesimo tempogui dasse una banda di cavalli, e compagnie di fanteria, solo fra tanti soldati , s'era scordato del beneficio ricevuto , e con gran tradimento alterato. Perciocchè essendo il suo ca pitano posto in prigione aNapoli, e avendo egli mutato la GIOVIO. 70 fede insieme con la fortuna, propose in vendita a Braccio, e tradì la città d'Orbito (*) inespugnabile per natural for tezza. Ma non molto tempo Armalerio si godè quell'oro vi tuperosamente acquistato. Perciocchè essendosi egli portato da nemico, e con accumulata perfidia, nel suo fallace in gegno maneggiando disegni di nuovo tradimento , il Vitel lesco patriarça di Corneto lo fe' impiccar per la gola. CAP. LI. Dell'infelicità della parte Braccesca, e buona sorte della Sforzesca. Conquestogiudicio ancoradell'immortale Iddio,siaggiunse questo al cumulo della felicità, ch' ancora dopo ch' egli fu morto, pare che non passasse punto della giusta vendetta. Perciocchè Francesco suo figliuolo raccolse in modo la virtù del padre, le forze, e il favor de'soldati, che molto dappoi in più d'una battaglia ruppe Braccio, e successivamente i ca pitani della parte di lui. Perchè di là a non molti anni colla grandezza e felicità de' suoi fatti ruppe talmente e spense non pure leforze di Nicolò Picinino, ma lapossanzade'suoifi gliuoli, i quali contendevano seco per emulazion di virtù , che difficilmente si ritrovava alcuno erede del sangue Brac cesco, il quale mantenesse la dignitàdell'origine e il nome della fama invecchiata. CAP. LII. Della ferita ch'egli ebbe a Viterbo. Nella battaglia di Viterbo ricevette una gravissima fe rita dietro alla collottola : avendogli Brandolino conte , es sendosigli dislacciato l'elmetto, cacciato la punta della lan cia fino alla gola. Nè mai fu possibile levarlo della batta Vale a dire la città di Orvieto. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 71 glia, ancora che gli uscisse di molto sangue, finchè da San toparente corrucciato e gridandogli , non fu per la briglia del cavallo volto addietro. Perchè egli eratalmente infiam mato d'ira e di dolore che desideroso di vendetta, con una certa pazzabestialità spesse volte ardiva passare conpochi nel mezzo de' nemici e arrivare fin dove erano l'insegne. CAP. LIII. De pericoli ch'egli ebbe nell'assalto di Capitone. Quasi colla medesima ostinazion d'animo, quando per vendicarsi delle ingiurie, a instanza di Papa Martino perse guitava Braccio nell'Umbria, nell'assalto della terra di Ca pitone (*) fu a un estremo pericolo della vita. Era difesa animosamente la terra da'Bracceschi, talmente che gli Sfor zeschi avendo quattro volte rinfrescato la battaglia, e sem pre riuscitogli vani i disegni, ricevuto di molte ferite, an davano più lenti alle mura. Perchè Sforza con animo al tiero e sdegnoso , non potendo sopportar che si facesse quella vergogna alla sua presenza , preso una scala di sua mano, l' appoggiò alle mura e sali. Nè mancarono i nemici che contra di lui, il quale colsuo valoroso esempio infiam mava i soldati, non scagliassero gravi pesi di travi e ma cine da molino , tal che rotte le scale , con terribil danno precipitati , furono distesi per tutta la fossa. Cadde Sforza gettato giù quasi dalla cima del muro, di maniera che con molti rimedj appena dopo lo spazio d' un'ora rinvenne in sè stesso. Non fu però per questo caso restata la batteria, anzi ella si rifece più aspra; perchè con inusitato ardore de'soldati Sforzeschi, presa la corona del muro, fu saccheg giata la terra e presi i capitani Bracceschi quasi sugli oc Villaggio nella delegazione di Spoleto. GIOVIO. 72 chi di Braccio, il quale veniva con molta gente per dargli soccorso. Tra i prigioni vi furono alcuni i quali riuscirono poi capitani famosissimi , Brandolino conte, quel ch'io v'ho detto che feri Sforza a Viterbo e Gattamelata da Narni , la cui statua a cavallo di bronzo oggi si vede posta a Pa dova dal Senato Veneziano (*). CAP. LIV. Del pericolo della vita ch'egli ebbe in Roma. Trovossi anco un'altra volta in maggior pericolo della vita, quando in mezzo della città di Roma, continuandosi per tre giorni una sanguinosa battaglia, combattevasi contra gli Orsini, essendogli all'incontro Colonnesi e Savelli, dei quali era capitano Sforza. Perciocchènon lungidalla chiesa della Minerva , dove si va all'arco Emiliano , fu da una finestra con ungran sasso ferito in un braccio, con così gran do Jore e fiaccatogli i nervi, e venutogli la vertigine agli oс chi , che quasi morto cadde da cavallo, e fu da' nemici e da' suoi parimente calpesto gravemente. Ma non essendo punto vinto dal dolore, si rizzò valorosamente sulle ginoc chia, e colla man sinistra prese la staffa d'un cavaliere che gli era vicino; era costui Lorenzo Romano , detto per sopranome il Sordo, il quale ferendo colla mazza di ferro quanti ne incontrava , per soccorrerlo, rompendo e sbara gliando i nemici, aveva menato un bravo cavallo a Sforza, confortandolo e avvertendolo che alzasse la visiera dell'el mo, e si lasciasse tirar dalle forze del cavallo; e così preso per la visiera eappoggiatosi sulla staffa, tirandolo il Sordo, agran fatica arrivò in un luogo sicuro , salvato e sanato veramente con miracolo grande. Conciossiacosachè per (*) Questa statua vedesi anche oggidì sulla piazza della chie sa di S. Giustina; essa è opera del celebre Donatello. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 73 più di quaranta giorni non senti, nè si puotè valer del braccio, nè della man destra. CAP. LV. Delle insidie da lui valorosamente schivate al fiume Calore. : Tre volte si ritrovò per insidie in gran pericolo della vita: la prima volta al fiume Calore , appresso Benevento, il giorno innanzi che egli fosse preso dal re Jacopo e dai congiurati. Perciocchè mentre che egli tentava il guado del corrente e stava discosto da'suoi, alcuni cavalli a ciò de putati , subito messomano alle spade e spingendo i cavalli avevano deliberato di fargli villania. Ma egli benchè di ciò non avesse alcun sospetto , avendo nondimeno veduto che senza sua saputa s'erano ordinate alcune cose con più tu multo che non suole avere una squadra pacifica e senza paura de' nemici , con tanto vigor d'animo raccolse le sue genti sotto l'insegna e coll' elmo in testa montò sopra un bravo cavallo, ch'egli soleva usare in battaglia, che i con giurati, soprapresi da un subito spavento, furono talmente impauriti dal terribile aspetto di lui, il quale stava prov visto, che non ardirono metter pur mano all'armi. CAP. LVI. Delle insidie vinte da lui con astuzia al fiume Sarno. Sergiano Caracciolo , che fu poi memorabile per lo suo vituperoso fine della vita , temendo con molta ansia de' ri vali, e per questo avendo mandato Urbano Aurilia, il quale si confaceva col genio della regina sotto specie d'onore , ambasciatore al concilio a Costanza (*), s'ingegnò colla me (*) Il Concilio di Costanza ebbe luogo nel 1414, per to gliere lo scisma della Chiesa e frenare il torrente delle libere GIOVIO. 74 desima astuzia di levare anco Sforza: avendo finalmente ot tenuto dalla regina ch'egli fosse mandato in Calabria con tra i baroni di casa Sanseverina. Perciocchè i Sanseverini s'erano partiti dall'antica ubbidienza, ma non s'erano però ribellati. Per questo aveva pensato Sergiano che Sforza poco felicemente avrebbe in ciò servito la regina, e che i Sanseverini ingiuriati da lui gravemente avrebbono turbati i rispetti del parentado e dell' amicizia. Ma Sforza avendo sanato gli animi dei Sanseverini piuttosto con la suagrande autorità , che con la paura di guerra, si prestamente fini quella impresa , che nel ritorno suo Sergiano in più d'un luogo gli tese gli agguati. Perciocchè nello Abruzzo gli fu rono presi i passi, tolte le vittovaglie , e d'intorno a Sa lerno sollevati i contadini, i quali tagliandogli le strade as salissero i soldati Sforzeschi, fu messo finalmente alla Scaf fata al ponte del fiume Sarno un capitano di campagna, il quale passando lo assaltasse e ammazzasse. Ma ciò ri seppe Sforza, perchè fatto fermare le sue genti alla terra d' Ancaria , messosi indosso una sopravesta logora e vec chia, e armato di zagaglia e con l'elmo in testa, somigliando un famiglio da stalla ingannò quei che lo volevano am mazzare. Perciocchè portando egli su lagroppa del cavallo un sasso con la streglia e avendo il vaglio all'arcione , chi avrebbe mai pensato che fosse stato un capitano di sì gran nome? opinioni religiose di Giovanni Hus e Girolamo da Praga. In questo concilio venne eletto papa, Ottone Colonna, che si chiamò Martino sul V , quale correva un motto fiorentino : Papa Martino, non vale un quattrino.- Fu questo pontefice che consacrò il primo altare del Duomo di Milano, ed alla cui memoria vi si vede una statua di marmo. Vedi le Vite de' Visconti del Giovio da noi pubblicate, pag. 258. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. CAP. LVII. Del pericolo ch'egli passò facilmente aGaeta con picciol caso. 75 Con poco spazio di tempo ancora e con gran beneficio della fortuna, che gli ebbe rispetto, schivò l'insidie del re Alfonso. Era venuto Sforza a trovar la regina , essendosi ella ritirata con Sergiano a Gaeta, per l'autunno grave di Na poli, dove il re Alfonso anch'egli nella riviera di Gaeta, tra fontane e boschi d'aranci , si stava per fuggire il caldo , per ragionare con ambidue, dopo reso Acerra, delle paghe e del possesso delle terre , quando subitamente entrò nel l'animo del re un crudel desiderio di tor'la vita a Sforza. Perciocchè gli pareva che costui solo terribile per virtù d'animo e per esperienza di guerra lo potesse impedire , quando egli con animo ambizioso avesse voluto allargare le sue speranze e scopertamente occupare il regno. Ma es sendo Sforza circondato sempre da grande e quasi che real compagnia e da molti valorosi capitani, non gli pareva che potesse esser preso senza dubbioso pericolo. Pensossi dunque il malizioso re uno inganno, avendo invitato Sforza che per cagion d'onore non gli fosse grave montar seco sulla galea per incontrare il Legato del papa. Era costui il cardinal Fonseca , il quale era mandato a lui da papa Martino. Perchè Sforza senza sospetto alcuno montò in sieme con lui, assicurato della perfidia de Catalani : siccome quello , che con aperta fiducia d' animo nobile , giudicava che l'innocenza sua non dovesse temer di cosa alcuna. Erano già apparecchiati ceppi e il capestro secondo il costume di quella nazione e il sacco nel qual messo aveva da es sere annegato in mare: quando avendo passato piuttosto dell'opinione d'ognuno quel monte dove si vede di lontano il maraviglioso sepolcro di Planco, dalla riviera di spelonca GIOVIO. 76 giunse alla vista loro la galea del Legato. Allora Alfonso, il quale sulla poppa s'aveva fatto chiamare i ministri della ribalderia , levò l'animo suo da quello scellerato pensiero alla solita umanità: per non conturbare l' allegrezza del l'uomo sacro che ne veniva e le cerimonie del pubblico officio con la crudeltà di sì gran delitto. E così Sforza sal vato per beneficio di Dio se ne ritornò a' suoi: avendolo già tutti gli Sforzeschi con verissime lagrime pianto come morto. CAP. LVIII. Della temprata liberalità e astinenza sua, e del dispregio de' denari. Tenne laviadi mezzo nell'usare la liberalità, colla quale virtù facilmente si possonocoprire i vizj grandi,ancor che di ciò diversamente si ragionasse ; usando egli nel donare e nel distribuire una considerata e provvida cortesia: quasi che non convenisse a un capitano, il quale sempre aspira a' governi grandi usare un diligente rispetto , parendo che aunsoldato sia migliore l' improvviso e il presto. Ma egli sprezzò ben sempre le ricchezze con così liberal giudicio, che sempre levava gli occhi dall' aspetto delle monete co niate, vituperando coloro i quali pigliavano diletto di quel crudele e velenoso spettacolo. Pareggiava le spese che fa ceva coll'entrate delle castella e cogli stipendj per non fal lire , come e' diceva, senza proposito alcuno. Rare volte sprezzò i creditori , e non gli ingannò mai: perciocch'era di parere, che l'opinione della roba e delle ricchezze stesse piuttosto nella fede e nella riputazion salva , che ne' denari contanti. Perchè non vi fu alcunoinquel tempo quando era il bisogno nè più ricco nè più all'ordine di lui. Conciossiacosachè era ajutato ancora e scarico dagli interessi gravi per il singolar amore che gli portavano tutti i ban chieri Siccome gli avvenne allora, quando avendo perduto VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 77 a Viterbo più di mille cavalli, si ritrovò a un gran bisogno di denari, perciocchè gli amici e affezionati suoi loprovvi dero a gara sui banchi di Roma sotto una polizza sola trenta mila ducati d'oro. Facevasi beffe di molti, in questo di Braccio ancora, il quale alcuna volta voleva piuttosto ru bare e assassinare l'altrui che pagare i suoi debiti, per ob bligarsi gli animi dei soldati con una improvvisa e incon siderata liberalità. Perciocchè la suaspecial cura fu sempre didifendere i lavoratori e i contadini dall'avarizia de' sol dati, conservare gli ospiti, e messovi una grave e inesora bil pena , raffrenare la licenza militare alle stanze e in campo: e finalmente rallegrarsi più delle città arrese e conservate, che di vederle combattute e disfatte. Talmente che Braccio essendo venuto a parlamento seco nella selva, il quale fu l'ultimo ad ambidue, poi ch'ebbero gravissima mente discorso di molte cose , li dimandò: a che fine si dilettava egli tanto d' acquistarsi lode di severità e d' asti nenza , parendogli che ciò fosse tutto lontano da tutto il proposito del militar consiglio, perciocchè egli era di pa rere, che fosse di bisogno acquistarsi il favor de' soldati an cor con ingiuria del genere umano, se pure essi volevano arrivare a' stati e ricchezze grandi,siccome dall'umil luogo della fortuna loro avevano felicementegià disegnato. Dicesi che Sforza a quelle parole rispose in questo modo: che non è cosa alcuna, la qual più piaccia a Dio che l' equità e la giustizia: e con questa più che conaltra cosa , le ric chezze acquistate in guerra , poste dappoi giù l'armi, con singolar gloria si stabilivano. CAP. LIX. Di due sue concubine. Essendo egli al soldo di Perugini, appresso i qualiBiordo e Cecolino fratelli , avendo ammazzato Pandolfo Baglione GIOVIO. 78 capo della nobiltà, avevano indotto lo stato popolare, ed es sendo andato alle stanze alla terra di Martiano (*), s'innamorò d' una fanciulla molto nobile , la quale si chiamava Lucia Trezana , di maniera che avendola trattenuta con servigi amatorj e speranza delle nozze , se la teneva e trattava in luogo di giusta moglie. Dalla felicissima fecondità di co stei ebbe egli una fortunata razza di capitani e principi grandissimi. Ma dopo alquanti anni non essendo egli più suo pari , avendosi oltra le tante ricchezze acquistato fama di grandissimo valore, dandole una ricca dote la diede per moglie a LodovicoFogliano, conciossiacosache maneggiando egli nell' animo suo grande grandissime speranze d' acqui starsi stato, la necessità dei tempi lo aveva opportunamente indotto a tor'moglie. Di cosței nacque poi Corrado, il quale fece valoroso e fedel servizio in molte guerre a Francesco Sforza suo fratello uterino. Amò eglidappoila Tamira, che fu bellissima donna, la quale aveva origine da Cagli città dell' Umbria , appresso la via Flaminia, della quale ebbe in Acquapendente, in Toscana, una leggiadrissima figliuola, chiamata Onestina. CAP. LX. D'Antonia Salimbeni sua moglie. Fu di tal modo desideroso di tor'moglie, che non pareva punto che di proprio volere entrasse al giogo maritale, per ciocchè avendo eglitanti figliuoli che gli erano assai rispetto allo stato, nel quale egli era allora, altro più non desiderava se non con certa e legittima ragione acquistate stanze , stabilirsi in alcun luogo l'armi mercenarie ed erranti in si curi ricetti. Per questo tolse per moglie Antonia de'Salim Vale a dire Marsciano, borgo nella delegazione di Pe rugia. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 79 beni donna d'antichissimo sangue in Siena. Aveva ella avuto per marito Francesco Casali signore di Cortona, il quale poco dianzi era stato morto per una congiura de' contadini (*). Onde a lei degli ornamenti donneschi era toccatauna pre ziosa masserizia e quattro castella in dote. Monte Giove con MonteNegro, e Ripa, e Bagno vicino all'acque di Chiusi. V'aggiunse anco Chiusi città d'antichissima chiarezza, Cocco Salimbeni fratello dell' Antonia, il quale era già stato cac ciato di Siena sua patria, regnando quivi la fazione de'po polari. Perciocchè desiderando egli difendere e stabilire lo stato e la riputazion sua coll' appoggio del nuovo paren tado , gli era paruto ben fatto di preporre specialmente Sforza fra i molti che vagheggiavano la sorella , siccome uomo valoroso in guerra, ai ricchi e disarmati. E con que sto pensiero trasferì ancora la signoria di Chiusi in Sforza, avendo fatto fare di ciò un solenne contratto, acciocchè i Sa nesi volendo riavere quella città e contado per antica ra gione si trovassero all' incontro uno animoso e armato di fensore. Da questa Antonia ebbe egli un solo legittimofi gliuolo , del nobil sangue materno , al quale Sforza pose nome Buoso per rinovare in casa sua la memoria di Buoso Attendolo suo cugino valorosissimo condottier di cavalli , il quale egli aveva perduto a Spoleti. Questo Buoso quasi eguale di virtù d' animo e d'imprese di guerre a Francesco suo fratello, prima che costui favorendogli la fortuna, col la virtù e coll' armi s' acquistasse lo stato di Milano , prese per moglie Chriseide Aldobrandesca, figliuola del conte di Santafiore, illustre per chiarezza di sangue, e per ricchezza di dote: siccome quella che avevaper eredità sette castella, (*) Antonia Salimbeni fu di animo virile, e difese con in trepidezza la vita del primo marito, Francesco Casali. Mori a Milano nel 1411 GIOVIO. 80 non lungi da Porseno, chiamato così da Porsena re de'To scani, e il suo legnaggio, pertestimonio di Dante poeta,de rivava dall'altissima origine dell'etrusco sangue reale (*). II nome dunqueche fu nell'arcavolo vostro,meritamente veg giamo rinovato per memoria di lui inBuoso padre vostro. Ma voi avete ricevuto il nome di Guido , che era stato del bisavolo vostro , il qual nome anch'egli con simile e usata ragione aveva derivato dall'avolo suo materno conte diSan tafiore. E Federico da Montefeltro duca di Urbino capitan valoroso in guerra, oltra il parentado chiamato ancora alla cerimonia del sacro battesimo,pose il nome suo all'avol vo stro. A voi fu aggiuntopoi il nome di Ascanio, per un certo augurio fatale, acciocchè in voi finalmente ritornasse a fio rire il nome e la riputazione di quel grandissimo e ottimo cardinale (**), risuscitando in un certo modo la dignità della casa: ed è stato ciò tanto più nobilmente, perchè egli deri vava il nome suo dalla medesima stirpe , ma non già co minciata con legittimo nascimento; ma l'originevostra è di scesa dall'incorrotta linea degli antichi. CAP. LXI. Di Catella Alopa seconda sua moglie. Mabene è cosa certa ch'egli tolse laseconda moglie co stretto da crudel necessità, quando fu messoin prigione da Pandolfo Alopo gran camerlingo del regno,per invidia della (*) Qui il Giovio dirigesi a GuidoAscanio Sforza,al quale è dedicata questa vita.- Vedi la terza pagina di questo volu me, in cui trovasi la dedica stessa con opportuna nota. (**) Ossia del cardinale Ascanio Sforza , il quale ebbe gran parte nelle guerre d'Italia sotto Carlo VIII e Lodovico XII, re di Francia, e fu altresì fratello di Lodovico il Moro.- Vedi la di lui vita, scritta da Roberto Rusca, che trovasi in questo volume. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 81 virtù e per gara della grazia, ch'egli si acquistava appresso la regina. Perciocchè egli non poteva in altro modo, nèpa cificar l'Alopo, il quale solo s'aveva usurpato il governo di tutto il regno , nè finalmente liberare l'animo della regina dal sospetto della vendetta, se non col tor' per moglie Ca tella sorella dell'Alopo (*). Conciossiacosachè l' Alopo colla rara bellezza , colla leggiadria e vaghezza , e finalmente coll'esser gagliardo e di buon nerbo, s'aveva talmente sog giogato e schiava la regina (avendosi facilmente acqui stato l'animo della donna col potentissimo amore), ch'esso la governava a' cenni. Questo parentado celebratosi son tuosissimamente con affrettate nozze, rimise in libertà Sforza , salvato senza alcun dubbio dal supplicio, che gli era apparecchiato: e alleggeri anco l'animo dell'Alopo da una gran paura, dubitando egli d'avere le meritate pene dell' ingiuria che gli aveva fatto, da quel fortissimo uomo e fornito di tante spade di soldati. Ma la Catella non recò altro dal fratello in dote al marito , salvo che la bellezza, essendole liberalissimamente data la dote dalla regina. Per ciocchè per ragion della dote Sforza n'ebbe cinque ca stella in Basilicata. Partori la Catella in manco di tre anni tre figliuoli , avendo fatto prima una fanciulla, la quale la regina col nome suo fece chiamar Giovanna, e i due ma schi, cioè Lionardo; questo nome gli pose egli in onor del santo, perciocchè egli aveva visto in sogno san Lionardo in quella figura , ch'egli si suol dipignere nelle chiese , il quale gli porgeva ajuto, parendogli che lapresenza di quel Santo gli rompesse la finestra serrata della prigione e gli levasse i ceppi. Onde il successo della cosa adempì poi la (*) Questa seconda moglie, che come già dissi chiamavasi Caterinella o Caterina, quantunque fosse, a detta del Giovio, leggiadra e di rara bellezza, tuttavia era balbuziente. Mori nel 1418, senza che gli storici dicano in qual luogo. GIOVIO. Vita di At. Sforza. 6 GIOVIO. 82 fede del sogno, e l'oracolo del Santo. Perciocchè in quel me desimo dì che seguì la notte allegra per il sogno, il re Ja copo perdè il regno e la libertà, e Sforza apertagli la pri gione, con allegrezza di ognuno fu fatto un'altra volta gran contestabile. Ma Lionardo essendo ancor bambino morì di malattia. Morì anco d'immatura morte l'altro, al quale Sforza aveva posto nome Bartolo, e ciò in memoriadel fratello suo Bartolo valorosissimo soldato , il quale gran tempo prima aveva perduto di peste a Perugia. CAP. LXII. Di Maria Martiana, terza sua moglie. Ultimamente essendo egli di età di cinquant'anni molto ambiziosamente si procacciò le ultime sue nozze, con conti nui artifici e con grandi officj d'armi, avendo domandata e menata Maria Martiana figliuola del duca di Sessa, la quale in Terra di Lavoro , al lago Fucino (* ) , aveva di molte castella. Era stata costei maritata prima a Lodovico II d'Angiò, ed essendo egli venuto a morte innanzi che cele (*) Il lago di Fucino sta nella provincia dell'Abruzzo ulte riore secondo, e supera tutti i laghi d'Italia, eccetto il Ver bano, nella sua estensione. Siccome questo lago non ha emis sarj , e correndo d'altronde a mettervi foce varj fiumi , il suo livello sempre va innalzandosi e sommerge terreni e paesi circonvicini. Volendosi provedere a sì fatta calamità, ideossi fin sotto l'imperatore Claudio di aprire un acquidotto che sboccasse nel fiume Liri , per indi portar le acque al mare. Ma coll'andar degli anni questo artificiale emissario si distrusse. Nel 1844 furono ripresi i lavori sopra questo lago, il quale es sendo posto in mezzo, a quella parte d'Italia, edin unluogo ap punto ove trovasi molto ristretta, si pensa di usarneper met tere in comunicazione l'Adriatico col Mediterraneo; se ciò va ad effetto, sarà questa una delle opere idrauliche più straor dinarie del secolo presente. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 83 brasse le nozze, s'era maritata la seconda volta al conte di Celano. Costui, signor potentissimo per la signoria di parec chie castella ch'egli avea in Abruzzo e nel contado dell'A quila, quando egli venne a morte aveva lasciato per testa mento la moglie padrona di grandissime ricchezze. Perchè quando fu morto anch'egli Sforza d'immatura morte, si trovò facilmente il quarto maritoFrancescoOrsino, conte diMana pello, il quale due volte e con diversa sorte aveva combattuto a bandiere spiegate con Sforza appresso a Napoli. Nacque di Maria Carlo, che la regina gli pose questo nome in onore di re Carlo suo padre, il quale avendosi acquistato il so prannome di pacificatore per le cose grandi ch' ei fece in Italia, fu morto poi a tavola in Ungheria per congiura dei Baroni. Ma il nome di Carlo non durò molto nel fanciullo, perciocchè avendolo lungo tempo travagliato l'umor ma linconico, e per questo debilitatogli le forze, siccome quello ch'era male atto agli esercizi della guerra, facendo per voto profession di religione , si fece frate , e così rinunziato il primo nome fu chiamato Gabriello. Essendo poi Francesco suo fratello fatto signore di Lombardia,lo trasse dal mona stero per ornarlo d'una gran dignitàper onore della fami glia. E ciò facilmente s' ottenne da papa Pio. Perchè non molto dappoi fu fatto arcivescovo di Milano (*). (*) Gabriele Sforza venne tratto dal monastero per ordine di papa Pio II. Fu uomo di santa vita, e mori nel 1453. Gli Agostiniani l'annoverano tra i Beati del loro Ordine. Abbiamo il suo bellissimo monumento di marmo bianco nella chiesa dell' Incoronata di Milano, e del quale si può osservare il di segno nelle Famiglie celebri italiane del Litta. È gran pec cato che si faccia poco conto degli antichi monumenti, per cui quello dello Sforzasia cacciato inun oscuro cantuccio di quella chiesa , quasi invisibile ai meno curiosi. 84 GIOVIO. CAP. LXIII. Defigliuoli ch'egli ebbe di Lucia Terzana. Ebbe nel primo parto di Lucia Terzana un figliuolo ma schio il quale pel nome di suo zio fu chiamato Francesco (*). In costui per un certo maraviglioso concorso dei pianeti , la virtù e la fortuna conferirono tutti gli ornamenti della felicità umana. Nacque in San Miniato , castello in Toscana sopra Arno nella via Pisana, l'anno di nostro Signore 1401 ai 25di luglio, nel tramontare del sole. Militava allora Sforza, nell'età di trent' uno anno, pei Fiorentini i quali avevano mosso guerra ai Pisani.Nel secondo partogli nacque Elisa , nella quale veggiamo rinnovatoil nome dell'avola materna. Ma nel terzo parto con scambievole fecondità n'ebbe un figliuolo maschio al quale per l'arme che gli aveva donato l'imperator Roberto nella guerra di Padova, fu posto nome Leone. Partori poi l'Antonia, laquale fubellissima. Ma Leone infin da fanciullo perpetuo compagno a Francesco suo fra tello in quasitutte le guerre, co'suoi fatti illustri s'acquistò tanto onore nelle guerre che di non molto spazio s' ac costò al nome della virtù del fratello. A Leone due anni dappoi successe Giovanni il quale aveva il nome dell'avolo paterno , e fu differente ai fratelli d'ingegno, di forze e di fortuna. Ma dopo lui seguì il quarto figliuolo chiamato Ales sandro dapapaAlessandro di questo nome Quinto. Costui con tanto studio, e con tantaforza d'animo eccellente maneggiò sempre l'armi, che non pure di vigore d'indomito corpo, e (*) Questo Francesco divenne ducadi Milano. La madre di lui nomavasi Lucia Terzana o di Torsciano (che è uncastello della delegazione di Perugia). Morto il Fogliani, secondo suo marito, ellavisse gli ultimi suoianni colfigliuolo Francesco, dal quale era amatissima. Morì inMilano nel 1461.- Vedi per altri particolari il cap. LIX. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 85 d'animoso ingegno, ma ancora di felicità d'imprese si para gonò con suo fratello Francesco. Perciocchè egli fondò a sè stesso, a' suoi figliuoli e nipoti un principato in Pesaro, per inserire la linea di casa Sforzesca in Romagna, come Fran cesco suo fratello in Lombardia. CAP. LXIV. Dei parentadi ch'egli fece con gran prudenza. Maritò l'Elisa a Leonato di casa Sanseverina, nobilissi mo e valorosissimo giovane , per acquistarsi un genero illustre per l'esercizio dell' armi e grande per le ade renze e per gli Stati nella costa di Melfi e in Calabria, quasi con certo appoggio per adjutore e difensore alle cose sue, contra la potenza de'nemici e specialmente di Sergiano, da cui chiaramente si vedeva di continuo assalire con mac chine e mine, e combattuto con insidie. Dell'Elisa nacque RobertoSanseverino, eccellentissimo capitano e degno d'esser preposto ai grandissimi capitani di quel tempo, se non che nell'estremo punto della vita sua rotto emorto in battaglia da'Tedeschi sull'Adige oscurò il nome delle vittorie passate. Diede per moglie ancora aMarino Caracciolofratello carnale di Sergiano la Chiara Attendola , sorelladi Foschino e di Marco; (era costei figliuola di Margherita sua sorella), procu rando e confortando ciò la regina , per levar via gli odj i quali spuntavano, anzi eran già cresciuti per le scambievoli offese. Maritò poi l'Antonia adArdiccione, figliuolo del conte di Carrara il quale era signoredella città d'Ascoli in Puglia, per tirare il padre di lui capitano di grande autorità, il quale governava allora di molti soldati nella parte della regina, ingannando anco in ciò la speranza di Braccio suo nemico, il quale con molte offerte cercava d' acquistarsi il conte di Carrara. Ottenne anco felicemente dalla reginaPo lissena Ruffa , la quale per ragion dotale portava alle sue GIOVIO. 86 nozze tre città e piùdi venticastella in Calabria, per moglie a Francesco suo figliuolo: ma ebbe poi infelice successo , avendo inteso che la zia,donna crudelissima e ribalda, avea avvelenato nelle vivande la Polissena , e una bambina sua nata pur dianzi di quell'infelice corpo. Fece anche dar per moglie Polissena Sanseverina a Micheletto Attendolo, e Giovanella Gesualda aDomenicodiBuoso;perciocchè queste donne per antica ragione di Stato possedevano negli Irpini (*) grandissime ricchezze le quali erano a proposito per soste ner in piedi la casaSforzesca. Nè anco per altra cagione tolse in casa sua per nuora la figliuola di Tartaglia , sposata a suo figliuol Giovanni , se non per levare a Braccio un va lente guerriero , e a sè un antico nemico ; siccome quello che molte volte usava dire , che a lui non pareva cosa al cuna nè più comoda nè più utile che essendogli messi in nanzi tre nemici, col primo far pace, e col secondo tregua per adoperar poi l'armi più gravi e più spedite contro il terzo. CAP. LXV. Della clemenza e severità verso i suoi. Usò egli con tanta varietàin un tempo la clemenza e la severità, che ora crudelmente punendo, e orafacilmente per donando i delitti de'famigliari e de'soldati suoi, non s'acqui stava salda famanè di questa, nè di quella virtù. ASchiavetto Dalmatino, valoroso condottier di cavalli, il quale per pia cere a Giulio Cesare Capuano s'era vantato di voler essere il primo feritore, che nel passare il fiume Calore cacciasse il pugnale ne'fianchi a Sforza,così generosamenteperdonò; che avendolo preso alla Casadi Mario, eperragion di guerra (*) Questo è un antico popolo che faceva parte dei Sanniti, di cui la capitale chiamavasi Hirpion, ed abitavano gli attuali distretti di Avellino, di Conza, di Candida e di Benevento. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 87 spogliatolo d' armi e di cavalli , non pure (contra il voler degli amici) lo lasciò andar sano e salvo; ma ancora cer cato con gran cura e restituitogli tutte le sue bagaglie, nel rimandò colle cose sue, sicchè non gli mancò nulla: con tento d'una umanissima e nobil domanda, quando gli ebbe detto : Qual furor d'animo dispietato e crudele, o Schiavetto, che pur sei uomo valoroso , ti mosse, non essendo tu pro vocato da ingiuria alcuna a così largamente promettere di voler in ogni modo riportare la spadasanguinosa della morte mia al re Jacopo? Ma quell'uomo crudele avendo per allora fisso gli occhi in terra,non molto dappoi convinto da Fi lippo (*) duca di Milano d'aver fatto tradimento in guerra, fu impiccato per la gola. CAP. LXVI. Di Martino Pasolino salvato da lui. La medesima grandezza d'animo usò versoMartino Paso lino capo della parte contraria, col quale essendo d'ambedue le parti fatte di molte uccisioni avevano per alquanti anni avuto gli Attendoli guerra e discordia. Perciocchè chiaro è che trovandosi egli scacciato d'ogni luogo e fuggendo l'armi nemiche degliAttendoli, disperate le cose sue, si gettò ai piedi di Sforza, e subito ottenne da lui salute , perdono e pace , e ciò con tanta maggior lode di lui, ch'essendo egli ancor giovane e grandemente infiammato di desiderio di vendetta, sempre maneggiava quegli odj con animo nemico e colle mani sanguinose. (*) Cioè Filippo Maria Visconti.-Schiavetto, capitano va loroso, ma di mala fede, servi molto tempo Filippo Maria nelle guerre che ebbe coi Veneziani, ma essendosi scoperto chete neva segrete corrispondenze coi nemici, fu chiamato a Milano, tostamente giudicato e mozzagli la testa sulla piazza de'Mer canti ; giusto compenso dei traditori della patria! 88 GIOVIO. CAP. LXVII. Della clemenza verso Biso. Perdonò ancora a Biso da Cotignola, capitan di fanteria, contra l'opinion d' ognuno , una grandissima ingiuria e la pena d'un gravissimo delitto. Perciocchè avendo giàSforza alla presenza di due re, e rotto e messo in fuga inemici, e spinto le insegne nemiche quasi dentro la porta del Car mine di Napoli, la dappocaggine e perfidia di Biso solo lo impedì ch'egli non avesse la vittoria compita. Perciocchè essendogli comandato che facesse una imboscata con due insegne di soldati vecchi pedoni dentro le chiudende degli orti, e al segno dato uscisse fuorapertorre in mezzo i ne mici scorsi innanzi per l'ardore del combattere, egli non venne nel luogo che gli erastato commesso,nèprima com parve che dopo la battaglia di tre ore,udisonar la tromba a raccolta. Per questo dicesi , che Sforza con animo cor rucciato non contento di quella mediocre vittoria , gridò molte volte con parlar fioco,spesso replicando il medesimo : Biso scellerato, traditore rendimi i capitani de'nemici presi e i loro stendardi ritenuti, iqualidalla tua incredibile dap pocaggine e perfidiaci sono stati tolti di mano. Ma essendo egli per la coscienza dell'animo suo, abbattuto di paura e scusando il delitto con inette parole, gli comandò che s'u scisse di campo con questa condizione: che essendo aggra vato di perpetua infamia, se egli veniva mai alla vista del campo fosse punito d'un crudelissimo supplicio. Edè questo il serrarlo in una bombarda, e poi datogli il fuoco, man darlo in aere e straziargli tutte le membra. CAP. LXVIII. Dell'inusitata sorte di pene. Un uomo d'arme padovano della banda di Scorpion da Lugo , il quale aveva rubato di notte a un medico bolo gnese, che medicava in campo , una veste pavonazza fuor VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 89 della tenda, quando e'dormiva,fu dalui fatto vestire della medesima veste, e colle mani legate fu menato per tutto il campo; tal che ridendogli e fischiandogli dietro tutti i soldati, egli per non restare vivo al dolore e alla vergogna s'ammazzò con unpugnale (*); e un cozzondacavalli e il luogotenente del maestro di stalla, di Terra di Lavoro, i quali avevano cominciato a levar l'orzo ai cavalli di guerra e a venderlo , li fece pigliare e legare pei piedi alle code dei cavalli, i quali correndo per li campi e per li prati gli ammazzarono in quel modo. E unuomo d'arme nobil Fer rarese, il quale contra il bando, ancorchè piùvolte ne fosse stato avvisato, aveva in campo una femminain abito di ra gazzo coicapelli mozzi, gastigò con una vergognosa pena di scorno, avendolo fatto vestire da donnaemenare pertutto il campo sopra un cavallo armato. CAP. LXIX. Del supplicio di Graziano. Quando la regina assaltata sprovveduta dall'armi del re Alfonso e assediata nella rocca Capuana, confortandola poi e accompagnandola,Sforza si ritirò inAversa, mise Graziano daFaenza aguardia dellarocca,commendandoSforzala virtù e la fede di lui, il qual con beneficj grandi e condotte, di fantaccin privato l'aveva alzato ai primi onori della milizia. Costui scordatosi dei beneficj ricevuti, per vituperare la ri putazion militare colla ribalderia dell' avarizia e del tradi mento , essendo corrotto dai Catalani con molto oro , pro (*) Chi si volesse dilettare di aneddoti di simil foggia e casi diversi di uomini illustri, legga la seguente opera di Lodovico Domenichi intitolata: Detti e fatti notabili di parecchi prin cipi ed uomini privati moderni. Venezia 1856,in 4.º, e 1564, in 8.º, convarie aggiunte. Quest'ultima edizione porta il titolo di Storia varia. Meriterebbe di essere riprodotta colle stampe. GIOVIO. 90 mise di dar loro la rocca. Ma essendo state ritrovate lelettere e scoperto il tradimento da Santoparente , volle Sforza casti gare severissimamente costui, il quale con scellerato tradi mento aveva rotto la religione del sacramento e la fede della privata amicizia: e così nella strada d'Aversa appresso al ponte di pietra del fiume Glanio , lo fece impiccare sopra un altissimo arbore, e quivi lo lasciò mangiare dagli uccelli. CAP. LXX. Dell'umanità sua verso Brandolino conte. Nonmancòin lui, il qualeera riputatotroppo severo contro i suoi, la lode dell'umanità, e d'un candore grandissimo verso i nemici. Essendo stato preso daluiBrandolino conte, dalle cui mani nella battaglia di Viterbo era stato ferito e quasi morto, quando e'prese per forza Capitone, ed avendo facil mente potuto e senza odio alcuno ammazzare , questo suo pubblico e privato nemico in quel tumulto , tanto cortese mente appresso se lo tenne, che avendo egli una grandis sima paura per la coscienza sua, Sforza lo lodò grandemente a tavola e lo liberò affatto d' ogni paura. Gloriossi anco in questo che in tanta iniquità di fortuna, non da un privato nè vile soldato, ma da un nobilissimo e fortissimo capitano fosse stato ferito. Era Brandolino grandemente affezionato alla parte Braccesca, e Tiberto suo figliuolo mantenne sem pre anch'egli il medesimo animo contra gli Sforzeschi per non partirsi dalla disciplina del padre, onde finalmente se n' acquistò la morte. Perciocchè essendo asceso Francesco con tanta felicità allo Stato di Milano, e veggendo egli la parte Braccesca in ogni luogo ruinata e disfatta, coll'animo suo inquieto dall'odio e dall'invidia antica si volse al tradi mento. E così preso e posto in prigione per liberarsi dal castigo , che per ciò meritava, con un manico molto acuto d'una lucerna di ferro si passò la vena della gola e mori in quel modo. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. CAP. LXXI. Dell'odio che s'acquistò per la morte di Tartaglia. 91 Acquistossi egli un grand'odio per lamorte di Tartaglia, benchè avesse avuto la penache meritava il suo tradimento, perciocchè si diceva che con poco sincera fede chiamatolo in amicizia e parentado l'aveva ingannato , avendo tenuto secreto fino a quel tempo, e dappoi scoperta la malignità della natura , per vendicarsi delle ingiurie antiche levando via un concorrente nel valore di guerra , e un fortissimo capitano. Magli scrittori confessano che ciò fu fatto per co missione di papa Martino, e massimamente il Campano(*), il quale nelle istorie è in ogni luogo nemico a Sforza, e per lo contrario sfacciatissimamente favorisce la gloria di Brac cio tacendo, ovvero scemando con parole tutte le cose, le quali Sforza felicemente fece con consiglio e con mano. Ri tornava papa Martino nel regno Lodovico III d' Angiò, col mezzo di Sforza per cacciare la regina Giovanna coperta da tutti i vituperj di disonestà. Ed ella aveva fatto venire Alfonso d'Ispagna, e adottatolo per figliuolo, e facevasi per ciò un' asprissima guerra , sicchè a fatica Sforza sosteneva sì gran peso di guerra ; quando Braccio capitano in quel tempo famosissimo condotto con premj e stipendj grandi , s'era accostato alla parte della regina, furono pareggiate poi le forze colla venuta di Tartaglia, il quale papa Martino avendolo l'anno innanzi levato dall'amicizia di Braccio, aveva mandato in ajuto a Sforza con mille e cinquecento cavalli. (*) Vale a dire Giovanni Antonio Campano, il quale scrisse in latino la vita di Braccio Fortebraccio detto da Montone, di cui era quasi contemporaneo. Questa vita venne tradotta e stampata a Venezia nel 1572 insieme a quella di Nicolò Pici nino e di Giovanni Battista Poggio. GIOVIO. 92 Ora in quell'anno servi Tartaglia con tale artificio che fatto molto pigro e tardo contra la natura dell'ingegno suo, pa reva che piuttosto volesse vedere spogliato Sforza della sua gloria antica e rotto, cheBraccio in alcun modo fosse vinto. Perciocchè al fiume Sarno s'era ritirato da parte co' suoi, non aveva mai voluto ubbidire alcompagno,s'era rimasodi far le correrie, colle quali pareva che i Campani e i Na poletani da Aversa, come avevacomandatoSforza, facilmente potessero essere danneggiati e molto più stretti , metten doli a sacco. Aveva anco accresciuto Braccio quel sospetto, il quale di quei dì contra l'usato costume della guerra so leva confinare alle galee de'Catalani i soldati Sforzeschi che erano presi in battaglia, e quei di Tartaglia cortesemente lasciarli. Andavano ancora molto spesso innanzi e indietro messi e trombetti da Tartaglia a Braccio, di maniera chenon v'era più alcuno, il quale non credesse che l' amicizia non fosse rinnovata con Braccio, e che per questoTartaglia, ve dendosi l'occasione si sarebbe passato ai nemici. Essendosi dunque scritto queste cose al papa, venne dalla città di Roma Cola Squarcia dottor romano, il quale per gl'indizj esaminasse il colpevole. Costui avendo posto le mani addosso a Tartaglia per l' improvvisa venuta di Sforza, e preso , lo mise al martorio: e avendo egli confessatoil tutto,dopo tre dì, gli fece tagliare la testa sulla piazza d'Aversa. CAP. LXXII. Della natura dell'animo suo. Per la disciplina e tutto l'ordine della vita sua e per il successo delle cose, si può giudicare ch' egli fosse più va lente di mano che di consiglio , ciociossiacosachè per poco accorta facilità, o per contumacia quasi contadinesca, era le più volte spinto a prendere quei partiti onde non se ne vedevaalcuna felice riuscita, per le simulate volontàdi molti, VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 95 ed era necessario provvedersi di soccorso dalla fatal virtù o dallo ajuto di Dio. Perciocchè sopportando egli in pace grandissime ingiurie, non potevapoi comportar una leggiera villania: di maniera che le più volte entrava in collera alla sprovvista, dicendo ch'egli era meglio morire, che moversi punto per la disonestà dell' ingiuria. Fu travagliato questo uomo con astuzia secreta , e posto in grandissimi pericoli della vita da Paolo Orsino e poi dall'Alopo e da Sergiano. Ma Iddiomossodallavirtù e innocenza di quell' uomo, s'op pose di maniera alle insidie degliuomini malvagissimi, che benparvepoi,comeeglivolontariamente vendicò quell'ingiu rie. Non passò mai daunaparte all'altra,non si parti mai dal ufficio senon percagionigrandi,talchènon mai fatto nemico all'improvvisa mise mano all'armi, ma primarinunziò l'ami cizia e rimandò gli stendardi, e ciò affine di ributtare con quel fatto in altrui la cagion della discordia, e per far co noscere a ognuno com'egli era per moverguerra per man tener l'onor suo non già con insidie e con inganni, ma con vera virtù. CAP. LXXIII. Della disciplina domestica e militare. Essendo egli di parere che si dovesse far vista di non vedere molte cose, nè volendo essere diligentissimo vendi catore dei delitti , s'era talmente ordinato in casa sua, che gli sprezzatori d' Iddio e degli uomini non vi praticassero punto, che i ladri di notte e quegli ancora che per modo di scherzo rubavano ancora di secreto le cose ch'erano senza guardia ne fossero puniti, e che nessuno spiasse senza pena. Aveva grandissimamente inodio i pazzi e ibuf foni che avevano l'umor malinconico; perchè eglino con dubbioso giuoco potevano muovere a un tratto il riso e il pianto, perciocchè di ciò fu fattoaccorto con pericolo suo; conciossiacosachè giàunpazzo a Colle, castello del contado GIOVIO. 94 di Siena , essendo fuor di modo provocato dagli scherzi de'soldati e per questo volendo trar d'un sasso a chi lo at tizzava, aveva a Sforza con gran pericolo della vita tratto la berretta di capo. In tutto il tempo della vita sua ebbe in odio nel campo il giuoco , siccome quello ch'è di gran dissimo danno al capitano e ai soldati, e peròspendeva tal mente i tempi dell' ozio che esercitava tutti gli ordini per uso della milizia. Solevasi allora fare alle braccia con molta arte, trarre un sasso di gran peso,lanciare il palo di ferro, sca gliare un palo rotondo colle mani volte dietro allespalle, ed esercitarsi molto a correre e saltare. Ne' quai giuochi essendo egli molto forte di braccia e industrioso, facilmente vinceva tutti i più gagliardi. Ma ne'tempi piovosi e di notte, perchè egli non aveva imparato punto delle lettere latine, legge vasi le istorie e le favole de' baroni e paladinidi Francia (*) scritte in versi volgari, onde ne pigliassero esempio coloro i quali con la guida di lui avessero deliberato d'acquistarsi fama con chiarissimi fatti. CAP. LXXIV. Del vestire e mangiar di lui. Era nel portamento e vestir suo piuttosto temperato che elegante e sontuoso. Aveva in odio l'attillature delle vesti. Ma però desiderava talmente lo splendor delle sopravvesti, e dell'armi , che veggendo in alcuni le macchie e la rug gine li castigava convillanie, e talora con battiture. Essendo un uomo d' arme che veniva dalle stanze colle armi rug ginose in presenza de'nemici gli comandò severamente che egli entrasse in battaglia colla visiera alzata, cioè affine (*) All'epoca di Sforza Attendolo trovavasi in Italia gran numero di romanzi cavallereschi , come IReali di Francia, Buovo d'Antona, l'Istoria di Carlo Martello, l'Innamora mento di Carlomagno, La Tavola Rotonda, ed altri. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 95 che con suo pericolo fosse conosciuto, s'egli poco valorosa mente avesse combattuto. Ma nondimeno nelle pompe, e quando sifacevano le rassegne degli eserciti vedevansi sajoni di seta e ricamati d'oro e d'argento, e anco barde dorate e leggiadramente dipinte, delle quali erano coperti i cavalli all'usanza di Persia. E a quegli uomini d'arme erafischiato dietro , i quali non avevano bei pennacchi nell' elmetto. E l'onore delle tavole non era giudicato nelle delicate e squi site vivande, ma nella lieta semplicità, nella continua copia, nella piacevolezza e nella frequenza degl'invitati. CAP. LXXV. Della divozione sua verso Dio e i Santi. Onorò Iddio e tutti i Santi suoi piuttosto sinceramente che religiosamente, siccome quello che non giudicava con venirsi punto alle maniere della guerra stancar Iddio con goffe cerimonie e finte preghiere , essendo necessario a un che fa guerra mettere sottosopra ogni cosa con rapine, con omicidj , e che non si potevano punire le scelleraggini an cor che grandissime, essendo già corrotta la disciplina mi litare. Nella qual cosa bisognava che grandissima differenza fosse tra un capitano e condottier di guerra, dalla severità degli ufficiali dellecittà. Ma in pubblico riconosceva la colpa di queste cose e in secreto ne domandavaperdono, ed era usato di udire ogni dì messa, o se pure era impedito per qualche negozio che l'importasse , l' udiva l'altro giorno, e ogni anno con animo divoto e pentito confessare i suoi pec cati , e ricevere il Sacramento dell' Eucaristia. Soleva dire che ufficio di buono ed onorato capitano era seguitare chi aveva più onesta cagione di far guerra , non lasciar rubar le chiese, difender l'onestà delle donne prese, non far am mazzar i soldati fuor di proposito , nè si rallegrare della morte de'nemici, 96 GIOVIO. CAP. LXXVI. Dell'amore verso la patria. Mostrò ancora un singolar esempio d'amore verso Coti gnola sua patria, quando essendo ella arsa per un fuoco natovi a caso , la prese a rinnovar colla sua privata libe ralità , confortando tutti i cittadini che volessero edificare più sontuosamente, perchè egli prometteva loro di servirli graziosamente e senza prezzo di mattoni, di materia, di cal cina. Ondesi fece poi che rifatto prestamente edadornate le case, drizzate le strade, in pubblico e in privato fu grande mente di ciò ringraziatoil magnificentissimo signore,per aver egli con opportuna liberalità provvisto alla comoditàprivata e alla eleganza pubblica. CAP. LXXVII. Dell'amor verso i parenti. Efinalmente con incredibil carità e con rarissimo esem pio mostrò segno d'amore verso i parenti suoi. Perciocchè essendo una grandissima pestilenza nel contado di Perugia e trovandosi quivi a Martiano ammalati di peste Bartolo e Francesco suoi fratelli, tanto animosamente andò a visitarli, che benchè gli amici di ciò nel pregassero molto , non fu possibile spiccarlo da loro: sicchè essi abbandonati dagli altri e venendo a morte toccava loro il polso e li medi cava. I quali essendo poi prestamente morti , edificò loro un sepolcro e una cappella , e ordinovvi un prete, ilquale in certi dì della settimana dicesse messa per l'anime loro. Ecol medesimo ufficio edamore accompagnòBuoso suocu gino, essendo egli a Spoleti perle fatiche ch'egli aveva fatto il verno in campo,debilitato de'nervi, lofecediligentissima mente medicare, e poi che fu morto, consingolar pompa lo pose nel sepolcro de' fratelli. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. CAP. LXXVIII. Dei precetti che diede a Francesco suo figliuolo. 97 Avendo Sforza allevato Francesco suo figliuolo sotto que sta disciplina e mandandolo in Calavria alle città ch' egli aveva avuto in dote, gli diede capitani e soldati di singolar valore , i quali in guerra e in pace governassero la giova nezza di lui, e lungo tempo confortò il giovane che osser vasse la pietà e la giustizia, e con nobil pensiero d'animo si rendesse certo , che piuttosto colla virtù che coll' arti cattive s'acquistavagloria e ricchezze.Aggiunse ancor que sto ai precettidi gravissimaimportanza,e l'avverti più d'una volta che non guardasse mai con occhi di lascivia la mo glie dell'amico, nè del vassallo suo. Che non ferisse nè bat tesse alcuno troppo aspramente, o se pur ciò gli fosse acca duto o per caso, o per collera, subito mitigatolo e fattogli qualche onorato dono lo mandasse lontano. Ultimamente gli comandò che non montassemaisu cavallo sboccato, nèmai si servisse di cavallo che peraverl'unghiatenerafacilmente sisferrasse; perciocchè siricordava che cavalcando egli una volta certo cavallo, per altro bonissimo, ma duro di bocca, il quale per questo si chiamava il Drago, ed essendo uscito d'imboscata i nemici Bracceschi, benchè si sforzasse di fer marlo colla briglia, era però stato trasportato e precipitato nella fossa d'Aversa; e nell'Umbria ancora essendo egli in scaramuccia su uncavallo,il qualesi chiamava il Gazza,per il colore di quell' uccello, rimanendo il cavallo nel maneg giarlo sferrato da tutti i piedi, a fatica egli lasciandolo quivi s'era fuggito dalle mani de' nemici. Perchè Francesco osser vando molto questi precetti , quello che quasi non era più accaduto riusci felice in tutti iconsigli, e vincitorenelle bat taglie: onde egli adempi la speranza concetta della onorata GIOVIO. Vita di At. Sforza. 7 GIOVIO. 98 creanza sua dal giudicio del padre, e il destino , e il desi derio degli uomini. CAP. LXXIX. Della prudenza che s'acquistò dai giudicj altrui. Mantenne sempre costantissimamente questo tenore di prudenza e giudicio militare fino al fine di sua vita, che non ordinava mai temerariamente alcuna cosa nell' imprese di guerra, se prima non comunicava ciò con ogni benchè in fimo capitano e soldato vecchio : acciocchè esaminatosi se paratamente il parer d'ognuno, col giudicio di molti si pro vasse quel che s'aveva da fare. Ma ciò tentava egli così co pertamente e da lunge , che sempre con esordj lontani e con favole nascondeva il pensiero dell'animo suo, e dappoi acconciamente dandosi principio a un nuovo ragionamento, si veniva a cadere sopra quel ch'ei voleva. Perciocchè in questo modo senza scoprire giammai il secreto disegno del l'animo suo, manteneva onoratamente la riputazion sua, nè perciò gli animi dei minori capitani s'enfiavano di persuasion di prudenza. Conciossiacosach' eglino sempre facilmente si credevano d' esser stati chiamati per altra cagione , e poi così nel ragionare a caso esser caduti per umanità del ca pitano a consultare di cose più importanti. Ma finito il ne gozio lodava piuttosto piacevolmente , che gravemente in pubblico coloro, che felicemente avevano indovinato neldi scorso, e ciò faceva egli con amorevole grazia,perchè libe ralmente e senza alcuna superbia pareva di voler far parte altrui della sua gloria. CAP. LXXX. Del candor dell'animo e della memoria di lui. Era egli naturalmente d'animo candido e piuttosto aperto che doppio e astuto. Onde valendo egli poco negli inganni e ne' segreti artifici della corte, facilmente inciampava nei VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 99 tradimenti, ma quindi rilevandosi anco subito si rizzava per una cotal virtù. Imparò ben dappoi nell'età più matura per le secrete volontàdegli uomini, eper ivolti finti, e anco a fine d'ingannar le spie, a raffrenar la lingua , a temprar la collera e opportunamente e secondo i tempi vestirsi ora una persona, ora un'altra. Ma nondimeno s'egli o faceva, o diceva alcuna cosa più simulatamente, era facilmente cono sciuto dai famigliari e domestici suoi. Perciocchè di sua natura aveva in odiocoloro i quali erano d'animo doppio, e avevano molti ripostigli e diverse coperte, discordando mas simamente la fronte, nella quale appresso gli uomini generosi e dabbene suole onoratamente abitare e la fede e l'onore. In lui regnò parimente, assai più di quel che si potrebbe credere, una maravigliosa memoria delle cose e dei nomi con tanta felicità, che non tenendo egli libro alcuno , non pure si rammentava i nomi de' soldati, ma de' cavalli ancora. Nè mai s'ingannò in cosa alcuna in dar la paga. CAP. LXXXI. Dello studio delle lettere toscane. Egli non sapeva punto di lettere latine, ma ben l'ammi rava in altrui , seguitando le toscane e le volgari , le quali gli parvero più comode per il bisogno della guerra. In que steper un certo bisogno avevagrandemente impiegato tutto quell' ozio che gli avanzava dalle faccende, a fine di saper le istorie , le quali era usato di leggere tradotte dai greci e latini scrittori, avendo invitati colla sua liberalità gli uomini letterati a pigliar quella impresa , tra i quali fu il padre del poeta Porcello, ch'ebbe in dono da lui un'onorata casa con alcuni orti per aver tradotto Cesare e Sallustio. Scusa vasi nondimeno molto amorevolmente di non saper lettere, dicendo: ch'egli non avevapotuto imparare a tenere in una medesimamanoinsieme il libro e laspada. Nè ancora scrisse GIOVIO. 100 mai di sua mano lettere, se non con caratteri frettolosi e da muover riso , di maniera che dettando egli le lettere scritte da' cancellieri suoi , volendo sottoscrivere il nome suo , vi soleva fare piuttosto una cifera e così mandarle. Adoprò nell' ufficio delle lettere e della cancelleria alcuni frati, e diceva anco che non v'èaltra cosa più accomodata, nè più sicura di questa sorte d'uomini per ispiare in ogni luogo, perciocchè sotto pretesto di religione, ein ogni luogo e sempre si mescolano in tutti i negozj delle cose divine eumane con libera e sempre impunita simulazione. CAP. LXXXII. Della generosità dell'animo suo verso i nemici. Quando il re Ladislaocon forzegrandi combatteva Todi, eBraccio essendo all' improvviso uscito fuora assaltando Paolo Orsino suo nemico vecchio,ruppe intal modo le sue genti che cacciato e fuggendo ilcapitano stesso,elle furono cacciate della piazza e finalmente di tutti gli alloggiamenti, non si ritenne Sforza che subito non andasse a soccorrere colui che era toltoin mezzo e quasi preso, avendo eglipo tuto con ottima ragion di guerra difendere il luogo a lui consegnato nella sua partedegli alloggiamenti, e starsi ozio samente a vedere la rovina delnemico;e nondimenomesso in ordine le fanterie ei cavalli disceseda unluogorilevato, e ritardò la furia del nemico vincitore, il qual veniva in nanzi di maniera, che fattosi una lunga e asprissimascara muccia, i Bracceschi ributtati dentro della porta ericevuto una nonmediocre rotta, furono costretti a voltar lespalle, gridando tuttavia e faccendosi beffe di lui Braccio,perchè Sforza, con nome di clemenza e di pazza umanità aveva salvato il nemico comune, ch'egli doveva ammazzare. Ma mentre che Paolo tra la paura e la vergogna ringraziava Sforza, egli con alta voce, sicché fu inteso da tutti, gli ri VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 101 spose : E non bisogna, o Faolo, che tu pensi di voler ren dermi grazie, perchè oggi per singolar beneficio da me ri cevuto, tu sia stato salvato colle insegne e colle genti tue: conciossiacosachè tutto quello che valorosamente e a gran bisogno s'è fatto, si fece per riputaziondel re e pub blica di tutti noi, cioè a fine che negli occhi del re e miei non si facesse qualche vituperio da non scusarsi mai. Ma tu non resterai per questodi perseguitarmi,e con armiav velenate ancora: nondimeno io valorosamente e da uom dabbene mi vendicherò dell'ingiurie da te ricevute a torto, allora che la fortuna, la quale orami ti fa compagno, mi ti farà incontrare come nemico. Lodò grandemente il re La dislao quei fatti e quelleparole, e donò a Sforza un cavallo bardato, e una bellissima sopravvesta di broccato d'oro e di scarlatto lavorata con scaglie d'argento , la quale egli so leva usare nelle battaglie, per farpubblico testimonio della rara virtù e della clemenza ch'era in Sforza. CAP. LXXXIII. Della fortezza di lui in sopportare il dolore. Mostrò ancora sempre una maravigliosa fortezza d'animo e pazienza nelle cose avverse in sopportare ogni dolore. Perciocchèriputava che nonfosse cosa da uomo il rompersi nè perdersi d' animo , nè imbrattarsi d' alcun segno di la grime: siccomeavvenne alloraquandoin unmedesimotempo insieme quasi affogato dal concorso di molte disgrazie, non mostrò segno alcuno d'animo dolente, nè turbato. Percioc chè essendo egli su un rilevato poggio sopra la porta di Terra di Lavoro , dove assediava Napoli, avendo circon dato gli alloggiamenti di riparo secondo il costume roma no, prima che Lodovico III arrivasse coll'armata in quella contrada, Francesco suo figliuolo essendogli stato passato GIOVIO. 102 la corazza doppia diferro da unverettone (*) d'una balestra grossa, ferito mortalmente, e Foschino ancora figliuolo d'una sua sorella ferito della simile arma, giacevano, quasi dispe rato ogni soccorso. Oltra di ciò Leonato suo genero, capi tano di tanta aspettazione, sfidato a far prova di maestria e di virtù della milizia a cavallo , avendo combattuto con Corassello Caraffa nobilissimo cavaliere, senza che fosse tra loro alcuna nimicizia, entratogli la punta della lancia per l'elmetto , piangendolo tutto l'esercito s'era morto. Il qual dolore crebbe maravigliosamente per la mala nuova che gli venne di Calavria, che Polissena sua nuora e una bam bina figliuola di Francesco e nipote di lui, eranostate cru delmente avvelenate dalla zia; un' altra crudel nuova an cora, nata per artificio e inganno di Sergiano, e seminata per tutto il campo, aveva messo una gran paura e un disusato spavento. Perciocchè si diceva che Lodovico avendo messo da parte la provisione dell'armata, ch'ei faceva a Marsiglia, aveva prolungato la sua venuta , e l'apparato dell'impresa di mare di quella guerra, cominciata ai primi segni della primavera, talmente, che i soldati essendo oggimai dispe rato il soccorso , e venendone Alfonso, entrata in loro una grandissima paura, si stavano pensando di qualche artificio di guerra per rimanersi dall'impresa, e per potersi ritirare coll'esercito a salvamento in luoghi sicuri. Ma bench'egli fosse combattuto da così gravi danni di privato pianto e di pubblico dolore, nondimeno con tal grandezza d'animo e pazienza sopportò quell'affanno, che non si ritirò nel pa diglione, nè con alcuno ancorchè tacito pianto, nè minimo sospiro si cambiò di quel suo generoso aspetto di volto. Per ciocchè con tale vigore d' occhi e con tanto spirito d'elo (*) Freccia a foggia di piccolo spiedo da lanciare con mano o colle balestre; era in uso nei primi tempi della milizia ita liana. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 105 quenza soleva egli rilevar gli animi dei soldati, e mantenere la riputazion sua, che allora massimamente quando egli era vinto dalla fortuna , senza dubbio avresti creduto ch'egli avesse vinto. CAP. LXXXIV. Della piacevolezza sua. Non mancò di piacevolezza nelle sue parole, essendo le più volte falso , e se alcuno provocandolo tentava, sapeva benissimo rimorderlo e a tempo. Siccome avvenne allora quando da Sergiano gran siniscalco gli fu rinfacciata lafa vola della zappa, per tassarlo di viltà di sangue. In questo disse Sforza, per quel ch'io posso vedere, noi siamo eguali di origine di sangue, perchè Adamo, che fu il primo uomo, lavorò anch'egli laterra. Maio veramente, quel che tu non mi puoi negare, con quella mia zappa, sono riuscito molto più nobile che non hai fatto tu col tuo membro virile e colla tua penna. E con questo motto molto leggiadramente lo trafisse, avendo acutissimamente tassato in lui la dignità acquistata colla lussuria , con tanto odio , e il padre suo ch'era stato uno ignobil notajuzzo al tribunale del podestà, ed era poi stato condannato difalsità, perchè contrafece un testamento. CAP. LXXXV. D'una facezia sua. ♡ Un cavalier da Nola d'animo infame, ches'era fuggito del campo de'nemici,dicendo, per acquistarsi grazia con Sforza, che Tartaglia con ogni qualità di villanie aveva detto mal di lui a un convito, e spesso giurando affermasse ciò perchè gli fosse creduto : E non bisogna, disse Sforza , amico mio, che tu t'affatichi molto in farmi credere questo, conciossia cosachè Tartaglia non disse mai parola di alcuno, che non dicesse male : e allora è da credere che come tu di', egli abbia versato tutto l'impeto del mal dire con maggior rab 1 GIOVIO. 104 bia, e più liberamente assai, quando egli si trova in luogo a ciò molto accomodato: avvertendo acutissimamente in un medesimo tempo il rapportatore, e rinfacciando i suoi vizj a Tartaglia, cioè lo essere scilinguato, ond'egli s'era acqui stato il soprannome, e anco l'ubbriachezza, essendo egli e piuttosto per natura che per età il maggior beone che si trovasse in quei tempi. CAP. LXXXVI. D'uno argutissimo suo motto. Quando Sforza, spaventato dall'insidie e dall'armidiPaolo Orsino , se n' uscì della città di Roma e si accampò nella selva dell'Aglio,andò a ritrovarlo il cardinale di Sant'Agnolo ambasciatore del papa per promettergli la sua fede, e per assicurarlo e farlo ritornare in Roma. Dove fra i molti ra gionamenti avendogli detto il cardinale: Avrai tu dunque Sforza paura d'un Orso? essendo sicurissimo sotto la co lonna ? subito gli rispose: Or non vi parrò io monsignore pazzo affatto, se mentre io mi sto indarno chiamando soc corso da un marmo sordo, io non avrò punto paura d'una gran bestia terribile per i denti e per l'unghie , la quale spesso cammina ancora comefannogliuomini? Dimostrando in questo modo molto leggiadramente ilontani e poco pronti ajuti de'Colonnesi, e gentilmente dipingendo e l'animo e le forze presenti di Paolo Orsino. CAP. LXXXVII. Della statura del corpo suo. Fu di statura di corpo dritta e rilevata più che il me diocre, e di carnagione piuttosto magro che grasso,dimem bramolto gagliardeper uncertofermissimo gruppo di nervi, ma di gambe finoalla polpa molto pienedi muscoli e poco tonde, aveva una mano molto grande e lunga, e così forte VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 105 per la congiuntura delle dita, che pigliando un ferro di cavallo in mano felicemente l'apriva e spezzava in due parti, e alzavada terra, pigliandola dal calcio, una lunghis simalanciadauomod'arme. Mostrava nelpetto largo e nelle spalle aperte una maestàdi soldato, e aveva così pocapan cia, che si cigneva strettissimamente, talchè colla cintura facilmente si poteva aggiungere coi diti lunati dall' una e l'altra mano. Era di volto mezzo contadino e poco allegro, equasi nero per un certo suo colore quasi di piombo , e gli occhi suoi di color molto azzurro con minacciosa appa renza si stavano molto riposti in dentro, e le ciglia aveva molto pelose e molto rilevate. Ma il naso suo rilevato in mezzo, ma non però molto aggavignato, e le labbra con venienti, e i bianchissimi denti gli facevano un bel volto. Andò sempre coi capelli tosi e colla barba rasa , percioc chè così tornava bene a quei che portavano l'elmo chiuso. Portava sempre in capo una berretta pavonazza , la quale per due gradi s'innalzava a foggia d'un'alta e accanalata piramide. Ma con tanta apparenza rispondevano in questo uomo le parti delle cose differenti con ragione econ ordine per rappresentare la riputazion militare, che ancora da uo mini rozzi e contadini, i quali non l'avessero mai più ve duto, e vestito d'un medesimo abitofra molti altri, e spesse volte anco senza compagnia , era conosciuto come signore e capitano di tutti. CAP. LXXXVIII. Della destrezza de' suoi membri. Era di tanta destrezza che senza che alcuno ve lo aju tasse o spingesse, avendo posto ilpiè sinistro in staffa, ben chè fosse tutto armato e coll' elmo in testa, montava leg giadrissimamente in sella, e spesse volte camminava anco di molte miglia tutto armato da uomo d'arme, avendo le membra avvezze a sopportare tutti gli esercizj d'ogni dura GIOVIO. 106 fatica, e specialmente il freddo. Perciocchè in tutto il tempo di vita sua, non portò mai veste foderate di pelli. Era facil mente tormentato dalla sete quando egli era bisogno ne' caldi grandi della state cavalcare e combattere, di maniera che quando egli era armato diceva , che piuttosto poteva esser morto di sete che di ferro; e temevagrandemente di questa sortedi morte. E per questa cagione s'aveva appa recchiato un ragazzo , il quale sopra un gagliardo cavallo gli portasse sempre addietro fiaschi d'acqua e di vino e al tri soccorsi allá sete fatti di zucchero , nè se gli partisse mai da lato nè anco negli estremi pericoli della battaglia. Ma fu però sempre di gagliarda e indomita temperatura di corpo , chè coll'esercizio cacciava facilmente i principj del male, e segli veniva alcunafebbre, con incredibile pazienza coprendosi colla coltre per sudare e sopratutto colla dieta, rifiutando tutte l'altre medicine , felicemente la vinceva. CAP. LXXXIX. Dell'infelicità della morte sua. Essendo egli giunto finalmente agli anni cinquantacinque dell'età sua, e già parendo che in luituttele virtù, le quali convengono aun singolar capitano, avessero ricevuto quasi perfetta maturità, l'insolente fortuna gli ruppe a un mede simo tempo il corso delle vittorie e della vita. Perciocchè essendosi postoBraccio con fatale ostinazione all'assedio della città dell'Aquila, e ritornato poi in Ispagna il re Alfonso, il quale indarno l'aveva richiesto di soccorso alle sue cose po ste in travaglio, Sforza fatto capitan generale di grandissimi principi in Italia, si parti di Puglia per liberar l'Aquila dal l'assedio, a instanza di papa Martino, della regina e di Fi lippo Visconte,per andarsene poi in Toscanacon speranza di far cose grandi. Erano nell' esercito suo sette mila cavalli , e una grossa banda di fanteria. Avendo dunque cacciato le VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 107 genti di Braccio fuor dellacittà di Lanciano e diMillionico, giunse a Ortona. Quivi avendo tenuto dodici giorni in ri poso i soldati e avendo con gran divozione celebrato le fe ste della Natività di nostro Signor Gesù Cristo, giunse al fiume Aterno, il quale oggi si chiamaPescara, per la terra che gli è appresso. Era venuto Braccio ai popoli Marucini (*), avendo lasciato la metà dell'esercito all'assedio dell'Aquila, per non lasciar passare Sforza. Perciocchè avendo piantato nella riva di spessi e molto acuti rami d'alberi, e legato a quelli un naviglio con grosse funi, e messovi sopra alcuni arcieri, guardava il luogo dove era più certo il guado. Aveva anco messo la guardia di due compagnie di fanteria e di quattrocento cavalli ai ripari del ponte dipietra alla terra di Pescara. In quella difficoltà di passare, Sforza fece driz zare l'insegne a man destraversole foci, dove il fiume entra in mare. Quivi tentato il guado Micheletto, Santoparente e Francesco figliuolo di Sforza , armati e cogli elmi in testa, con altri seicento cavalli passarono il fiume, seguitandoli poi Sforza. Francesco felicemente scaramucciò coi Bracce schi , i quali erano usciti di Pescara per cacciar i nemici della riva, di maniera che avendone morti e presi molti, ri buttò gli altri dentro la porta della Terra. Non fumaicosa che più dilettasse agli occhi,nè all'animo di Sforza di quello spettacolo. Perciocchè dalla maraviglia del valore ch'egli vide nel figliuolo, se ne prese incredibil piacere parendogli che felicemente adempiesse la grande speranza ch'egli aveva già concetto della sua matura riuscita. In questo mezzo soffiando il vento di maestro, e per l'onde del mare che lo percuote 'vano, il fiume cominciò a gonfiare, di maniera che sull'altra riva si vedevano le bande de'cavalli i quali stavano sospesi e dubbiosi, nè per alcun segno si potevano indurre che vo (*) Quelli che abitavano l'attual parte dell'Abruzzo Citeriore. GIOVIO. 108 lessero entrare nell'altissimo fiume. Allora Sforza spinto dal suo destino , cacciò un' altra volta il cavallo nel fiume per far animo a quei ch'avevano paura coll'esempio suo. Quivi porgendo egli la manoa un ragazzo il quale annegava,per ajutarlo, mancandogli sotto il guado fangoso, il suo cavallo benchè fosse gagliardo mancò delle gambedi dietro: ecosì egli, aggravandolo l'armi, siaffogò. Dicesi ch'egli alzò due volte la man destra armata,nè però alcuno gli diede ajuto, essendo giunta l'ora della sua morte (*). 1 CAP. XC. Del giudicio e della lode di Braccio verso il morto, e della morte di lui. Dicesi che Braccio il qual partendo da Civita di Chieti alla prima nuova del nemico, che passava frettolosamente, emandando innanzi le bagaglie s'era messo in viaggio per giugnere innanzi all'Aquila a grandi viaggi, venendogli un messo dopo l'altro, della morte diSforza non mostrògiàsegno alcuno d'allegrezza, ma increspato la fronte e abbassato gli occhiumanamente si dolse del caso diquel fortissimouomo: di maniera che poichè ' invidia aveva dato luogo , accom pagnò allora il morto con singolari e verissime lodi ; nè perchè egli fosse liberato da così gran pericolo della pre sente guerra, mostrò però più lieto volto ai soldati, sicco me quello che consapevole del secreto fatale aveva inteso dagli astrologi che Sforza morendo di morte subitana, gli sarebbe ito innanzi, ma che poco dappoi anch'egli quasi della medesima sorte, doveva correre il rischio dell'istessa fortuna. Aveva Braccio più tempo di Sforza, otto mesi solo enove giorni: di manierache allora la scienza de'matema tici si acquistò una gran fede per la morte di questi due valent' uomini. Percioccchè egli sopravisse appena cinque (*) Mori il 4 gennajo del 1424. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 109 mesi , perchè dopo che egli ebbe per tredici mesi continui combattuto indarno e assediata l'Aquila, alla fine in una notabil giornata vinto e morto per la spada d'un soldato Sforzesco, adempi lafede e delle stelle e di molti indovini. CAP. XCI. Dei segni i quali significarono la morte di lui. Il giorno innanzi ch'egli si partisse da Ortona (*), dopo che egli ebbe udito la messa, essendo salutato da tutti gli ordini, narrò in uncerchio di tutti i capitani un sogno che dormendo aveva fatto nell'alba. Perciocchè disse d'aver so gnato d'essersi trovato oppresso in una profonda quantità d'acqua eposto in estremo pericolo della vita, dove vide un uomo di statura gigantesca, molto simile a S. Cristoforo, il quale benchèpiùd'una voltapregato dalui, non lovolleperò soccorrer mai. Da questo infelice augurio furono talmente spaventati Francesco suo figliuolo,Micheletto, Santoparente, Accattabriga e Manno Barile, i quali raccontarono poi que sta cosa in molti luoghi , che lo pregarono che si volesse rimanere da quel viaggio,e benchè strettamente ne lo scon giurassero, non poterono ottenere il riposo di tre dì : per ciocchè stando egliindurato nel suo proposito, gli aveva fatto conoscere che tutta la speranza di mettere in rotta il ne mico e d'acquistarsi la vittoria era posta nella prestezza. Il capo degli alfieri ancora, il quale portava la cornetta, stendardo del generalato, uscito della porta d'Ortona e ca dendoglisotto il cavallo,piantò sì forte lo stendardo in terra che imbrattatosi l'insegne di fango , l'asta vi si ruppe. Ma ne anco ciò lo potè ritenere, andando egli animosamente verso la suafine. Perciocchèsempre gli uomini mal accorti giunti al fine della vita allora più che maisprezzano isegni, (*) Ortona è bella città negli Abruzzi presso la spondadel l'Adriatico. GIOVIO. VITA DI SFORZA ATTENDOLO. 110 quando il destino li stringe e metton quella terribile e d'ogni provvidenza maggior necessità agli incauti egual mente, e a quei che fanno contrasto (*). (*) Questa fu la fine d'un capitano ch'era stato pronto in deliberare, prontissimo in eseguire, destro a fuggire, ardito a. seguire i pericoli, non mai nemico di alcuno all'impensata, nè per insidie; ma disdicendo primal'amicizia, per muover guerra con virtù, non con fraude; in gioventù pieno di franchezza, ma in vecchiaja, pe' tanti tradimenti sofferti,simulatore e dis simulatore; non vanaglorioso di ciò che avea acquistato con fortuna, ma di quanto si avea procacciato col coraggio, la qual vanagloria se non è lodevole, non è degna di biasimo. A tal segno spregiator delle ricchezze, che fuggiva più del serpe co loro che delle ricchezze si rendessero servi: onde si dilettò di veder le città arrese, ma conservate, non combattute e dis fatte. Se con questo tesoro di ottime doti fosse stato libero nel vivere, e non trastullo de' sempre matti cervelli de' padroni , avrebbe eseguito cose superiori all'invidia. Ma tra gli uomini facendo altri da martello , altri da incudine, egli far volle da incudine mentre potea far da martello; segno manifesto che non avea l'animo veramente regio. Sicchè in mezzo alle tante solenni vittorie visse schiavo, e morì da soldato, non da capрі tano; onde bravo e non grande. Questa vita mostra che la umana virtù si deturpa nelle straniere corti, come le limpide acque del Giordano nel lago Asfaltide. Vite dei famosi Capitani d'Italia, tom. II. Vedi Lomonaco, TAVOLA DELLE COSE NOTABILI COMPRESE NELLA VITA DI SFORZA ATTENDOLO A Affanni quanto erano gagliardamente sofferti da Sforza pag.101 Alberigo Barbiano infiammava gli Attendoli a seguire la guerra >>> 17 Alberigo sollevò gli smarriti animi degl'Italiani Alberigo ordinò l'uomo d'arme che ora si vede » 18 » ivi Alberigo fu il primo che pose le coperte ai cavalli, dette barde>>>19 Alfonso re si ribella dalla regina Giovanna sua madre Alfonso vinto da Sforza Alfonso richiamato dalla regina Giovanna Alfonso re per la virtù di Sforzanon scaricò contra di lui l'ar tiglieria Alfonso, preso Sergiano, tenta di pigliare la regina Giovanna sua madre Alfonso re procaccia la morte di Sforza Alopo ucciso da Jacopo re di Napoli Alopo stette tre giorni morto nella piazza Amicizia stretta di Sforza con Braccio da Montone Animo generoso di Sforza Antognaccio e gli Aquilani prigioni Apparizione di S. Lionardo a Sforza prigione Aquila presa da Sforza Ardire inestimabile di Sforza Armalerio d'Ascoli vende la città d'Orbito a Braccio Armalerio appiccato da Vitellesco patriarca di Corneto Artiglierie ritrovate a corruttela della vera milizia Aterno fiume oggi Pescara Attendolo famiglia più onorata che nobile ricchissima Atto virile di Margherita sorella di Sforza B Bagnoreale già bosco di Feronia Battaglia di Sforza con Agnolo dalla Pergola » 33 » » » » » ivi 41 42 44 75 56 ». 63 » 21 »100 » 38 81 » ) 37 42 » » 70 » ivi 19 » >>107 » 9 » 57 47 33 112 Battaglia mirabile di Sforzeschi col Tartaglia Battaglia tra Sforza ed il re Alfonso al Sebeto Battaglia tra Sforza ed il re Alfonso presso Napoli Battaglia tra Sforza e Braccio nella via Cassia Battaglia di Sforza contra Ottone tiranno di Parma pag. 39 » 40 44 » » 46 » 27 Bellezze e costumi d'Alopo fecero innamorare di lui la re gina Giovanna Beneficj fatti a Giovanni Aucuto famoso capitano Bestialità militare di Sforza Biordo pel suo valor militare s'insignori di Perugia Boldrino Panicaglia capitano generale del papa Boldrino morto era tanto stimato come se fosse vivo Bracceschi rotti da Sforzeschi a Roma Bracceschi rotti da Sforzeschi a Capitone Braccio prese Roma Braccio cacciato di Roma da Sforza » 52 17 » » 71 » » 17 14 15 » 44 » 71 23 31 » 64 Braccio riacquista Perugia Braccio non mostra segno d'allegrezza della morte di Sforza >>108 Braccio sopravisse cinque mesi dopo la morte di Sforza >> ivi Braccio morto da un soldato Sforzesco Broglia Savoino pel suo valor militare divenne signore d'Ascesi Buffoni odiati da Sforza Buoso Sforza prende per moglie Chriseide Aldobrandesca Buoso ha in dote sette castella. C Campano nelle storie è in ogni luogo nemico a Sforza Campano nelle storie favorisce a Braccio Capitone presa e saccheggiata da Sforzeschi Carlo IV imperatore per avarizia infame Case d'Attendoli di che erano addobbate Castello di Milano è il più maraviglioso che si ritrovi al mondo Castighi diversi che dava Sforza Castigo dato da Sforza a Graziano da Faenza Catalani saccheggiati da Sforzeschi Causa dell'inimicizia tra Sforzeschi e Pasolini Causa per cui si ruppe l' amicizia tra Sforza e Braccio Cavalli Sforzeschi presi da'Bracceschi Cavalli venticinque a' tempi di Sforza facevano una compa gnia >>109 » » 17 93 79 ivi » » » » » 94 ivi 71 12 10 14 » 88 » 89 46 » » 10 » 22 » 49 » 24 113 Clemenza inconsiderata di Sforza verso Schiavetto Clemenza verso Martino Pasolino Clemenza verso Biso traditore pag. 86 » 87 » 88 Clemenza di Sforza verso Brandolino conte, che l'aveva ferito>>> 90 Clibanarj cavalieri passarono da' Persi a' Goti Condotta prima di Sforza Condotta di Sforza appresso i Raspanti Condotta di Sforza appo i Fiorentini Condottieri di squadra armati da Sforza Congiura di due Napoletani contra re Jacopo Costumi e fecondità della madre di Sforza Cotignola terra antica della Romagna Cotignola donata da Giovanni papa a Sforza Creanza militare di Sforza Creditori non mai ingannati da Sforza Criseida moglie di Buoso scesa del sangue de're Etruschi Crudeltà di Ottone contra Sforzeschi D Denari non mai mancavano a Sforza Diamante in punta, insegna perpetuamente portata dagli Sfor zeschi Domestichezza di Giovanna regina con Sforza Doni onorati di Nicolò marchese di Ferrara a Sforza. E Effeminati sogliono esser crudeli. Esercizj e libri adoperati nell'età di Sforza. F Famiglia Sforzesca fondata in virtù non in nobiltà Favola che dimostra Sforza essere stato contadino Figliuoli di Sforza e di Lucia Terzana Forza inestimabile di Sforza Forze ed indomito valore si ricercano ne' soldati Francesco fratello di Sforza per suo ardire detto Boccaletto Francesco figliuolo di Sforza armato cavaliere Francesco Sforza per valore avanzò i capitani di sua età Francesco Sforza annichilò il sangue Braccesco Franceseo figliuolo di Sforza maritato con Polissena Ruffa GIOVIO. Vita di At. Sforza. » » 19 24 » 25 17 » » 21 » 60 9 » 9 » 31 » 13 » 76 » 80 » 28 » 76 » 29 « » » » 52 29 51 94 » 11 » » 11 84 >> 104 » » « » 21 20 40 53 » 70 » 85 8 114 Francesco ebbe in dote tre città e più di venti castella pag. 86 Francesco Sforza riuscì felicemente nei consigli e vincitore nelle battaglie Francesi cacciati di Napoli Fratelli di Sforzadi grandissimo vigore d'animo e di corpo Frati, cosa molto accomodata per ispiare in ogni luogo G Giovanna regina si dava adisonesti amori 97 » 61 10 >>100 32 Giovanna regina dava a Sforza quattro città e venti castella » ivi Giovanna perseguitata da papa Martino » » Giovanna regina ostinata nemica dell'onor suo Giovanna sottoposta all'intollerabil lussuria di Sergiano Giovanna regina impazzita per la beltà d'Alopo Giovanna regina di natura inchinata alle lascivie amorose Giovanna regina si maritò per coprire l'infamia della disone ivi 41 » ivi 52 » ivi stà sua Giovanna regina guardatada' Francesi per opera di Jacopo Giovanna regina piangeva spesso la morte d'Alopo Giovanna regina da Ottino ed Anecchino posta in libertà Giovanni Aucuto ridusse la Romagna ribellata al papa Giovanni papa Giulio Cesare congiura contro Jacopo re di Napoli Giulio Cesare scoperto emorto Giuoco di fortuna Giuoco odiato da Sforza Giustizia ed equità piacciono aDio più ch'ogni altra cosa Gloria da Sforza bramata Gonfaloniere della Chiesa è il maggior onore d'Italia Greci prontissimi all'adulazione Guerra civile in Roma I Imprese di Giovanni Aucuto capitano Imprese gloriose d'Alberigo Barbiano gran capitano Infermità non nuoceva a Sforza Inganno felice col quale Sforza prese Pescara Ingiurie fatte da Braccio a Sforza imprigionato Inimicizia capitale de'fratelli di Sforza con i Pasolini Inimicizia mortale tra Sforza e Paolo Orsino 54 » » 56 » » « » » » » » 59 60 17 31 59 60 38 94 77 16 31 52 72 17 › ivi >> 106 » 34 » 22 »10 68 Innamorati della reginaGiovanna 145 pag. 32 Insegne degli Angioini piantate da Sforza in un bastione di Napoli Italiani abborriti da Jacopo re di Napoli e Francesi'stimati J Jacopo conte della Marca maritato con la regina Giovanna Jacopo marito della regina Giovanna si chiamava solamente principe di Taranto Jacopo si fa re a forza Jacopo privata la regina Giovanna sua moglie del governo, la fece guardare da Francesi Jacopo re di Napoli insolentemente governava il regno Jacopo di re divenne principe di Taranto Jacopo cacciato da Taranto da Maria Baucia Jacopo re di Napoli per disperazione divenne monaco L Ladislao re aspirava all'imperio di tutta Italia Ladislao dona quattro castella nell'Abruzzo a Sforza Ladislao fece Francesco figliuolo di Sforza conte di Tricarico Ladislao re superato da Sforza Leone rampante concesso a Sforza per insegna da Roberto im peratore Liberalità inconsiderata di Sforza Lucia Terzana concubina di Sforza Lucia partori di lui una felice razza di capitani e principi onorati Madre di Sforza fu di Petracini M Madre di Sforza partori ventuno figliuoli Margherita imitatrice della virtù del fratello Sforza 42 » 58 » 54 ivi » 56 » ivi » 58 » » » 61 65 ivi » 31 ivi » 32 35 » 27 77 » 78 D ivi » 9 » ivi 57 Margherita pel suo animo virile impedi la morte di Sforza » ivi Mario d'aratore imperatore » Martino papa perseguitava la regina Giovanna Micheletto fratello di Sforza, capitano generalede'signori Vene 12 » » 32 ziani Miserie facevano divenir Sforza sempre più famoso Mogli di Sforza e loro dote. Morte infelice di Sforza » 20 » 50 » 78 >>106 116 Mostra bellissima di Sforza incontrando l'imperator Roberto pag. 26 Motto pungente del Pontano contra Sforza Motto pungente di Sforza » 12 »104 N Napolitani adulatori Nicolò marchese di Ferrara travagliato da Ottone III Nicolò conte di Campobasso abbattuto e preso da Sforza Nicolò Orsino lascivamente attendeva alle donne contadine Nicolò ucciso crudelmente da un bifolco » » 52 27 » 36 » 67 » 68 Nemici di Sforza quasi tutti furono puniti per giudicio divino » Nozze di Catella Alopo con Sforza lo rimise in libertà » 0 Onore fatto a Boldrino morto Orbito città inespugnabile per natura Origine ignobile di Sergiano 50 81 15 » » 70 Ottone III tiranno di Parma Ottone III ucciso da Sforza Padre di Sforza chi fu Pandolfo Malatesta tiranno di Rimino Paolo Orsino sue qualità Paólo Orsino ucciso da Braccio Parenti di Sforza famosi per arme nelle istorie Parlamento di Sforza al Senato Fiorentino Parma liberata da Sforza dalla tirannia di Ottone Pescara presa da Sforza con mirabile inganno Pescara già Aterno Piccinino capitano di Braccio preso da Sforza Pisani si rendono a' Fiorentini per la forza di Sforza Pomo cotogno antica arma della casa Attendolo Pontano mordace contra i morti Pontefici tre in Roma al tempo di Sforza Principe non miri lascivamente l'altrui moglie Principe mandi lontano da sè chi sono da lui offesi Principi di Baviera già tenevano per arma il Leone rampante Prodigi nella natività di Sforza « >>103 27 » P 29 » 9 « 21 » 68 « 69 » 20 » 51 » » 29 34 >>107 » 44 » 35 » 26 » 12 « » 23 97 » 27 » ivi » 13 117 R Ragione e prudenza ricercate nel capitano Ricchezze sprezzate da Sforza Rimordimenti acutissimi di Sforza Roberto imperatore sollevato dai Fiorentini contra Galeazzo Roma ubbidiva ai desiderj degli uomini parziali Roma presa per dissensione di tre pontefici Roma si ricupera da Sforza dalle mani di Braccio Rotta di Alfonso re S Sanseverini partiti dall'ubbidienza della regina Giovanna Scaramuccia felice di Francesco Sforza con i Bracceschi pag. 30 » 76 >>102 » 25 » 23 ivi » » » » 43 33 74 »100 Scienza de'matematici acquista fede per la morte di Sforza e Braccio Sergiano prima vincitore dà i figliuoli per ostaggi a Sforza Sergiano tagliato a pezzi Sforza nacque in Cotignola Sforza di qual famiglia fu Sforza quando nacque Sforza nomato al battesimo Jacopo e Muzio Sforza ragazzo di Scorruccio Sforza d'animo ferocissimo e di mano valente Sforza come acquisto questo tal nome Sforza e Braccio capi della milizia italiana causarono due sette Sforza per suo valore e fedeltà era ámato da' nimici Sforza co' suoi valorosi fatti usurpava la fama altrui Sforza soccorse il signore di Padova oppresso dall'armi ve neziane Sforza miglior cavalcatore d'ogni altro di sua età Sforza da Neri Capponi ricevette la corona dell'alloro e lo sten dardo del giglio Sforza incolpato di tradimento si difende Sforza capitano di Gregorio papa XII Sforza capitano di Alessandro papa V Sforza capitano di Giovanni papa XXIII Sforza restitui la libertà ai Romani cacciando Braccio Sforza creato gonfaloniere della Chiesa Sforza combatte sette volte in battaglia felicemente >>108 » 49 » 66 » 9 » ivi « 12 » 13 » 15 » 19 » 20 » 24 » 25 » ivi » 26 » ivi » 27 » 30 >>ivi » ivi ». ivi » » " 31 ivi 33 118 prospere Sforza riputato alquanto piùvaloroso nelle avversecose che nelle pag. 33 Sforza valorosamente rompe Agnolo della Pergola Sforza capitano del re Ladislao Sforza capitano della reginaGiovanna Sforza capitano di Lodovico III Sforza ritornato nella prima amicizia con Braccio « » ivi 35 » ivi ivi 33 Sforza degnamente ruppe Alfonso figliuolo della regina Giovanna » ivi Sforza prese Nicolò conte di Campobasso » » 36 Sforza supera il re Ladislao al Garigliano Sforza con bell'ordine prese Aquila Sforza s'accampò sotta Roma evalorosamente la prese Sforza uccise di sua mano il primo banderaro del re Alfonso Sforza rotto per tradimento de'Bracceschi » 36 » 37 » 43 46 « 47 Sforza entra in Napoli con l'esercito armato per vendicarsi di Sergiano Sforza a tradimento rotto da Sergiano fugge Sforza rotto da Braccio al borgo di Santa Maria Sforza una sol volta fu preso in battaglia e dueper inganno » 50 Sforza rompe il re Alfonso a Napoli » ivi » 49 » ivi » 46 Sforza non lasciò scaricare l'artiglieria contraAlfonso suo nemico» 42 Sforza preso dai capitani di Giovan Galeazzo » 50 Sforza liberato dalle mani di Galeazzo Sforza imprigionato in Napoli per insidie di Alopo Sforza tratto di prigione con molto onore di Alopo » » ivi 51 » 53 Sforza ingannevolmente preso da Jacopo conte della Marca » 54 Sforza tormentato da Jacopo re di Napoli » 56 Sforza con quali condizioni fu liberato da Jacopo redi Napoli » 58 Sforza di nuovo creato contestabile di Napoli » 61 Sforza ferito nel fatto d'arme di Viterbo Sforza fu il primo a salire le mura di Capitone Sforza in Roma ferito e maltrattato Sforza come fuggì l'insidie fattegli al fiume Calore Sforza con bell'astuzia si libera dalle insidie postegli al fiume Sarno Sforza per beneficio di Dio scampada' tradimenti orditigli dal re Alfonso Sforza conservava la gente dall'avarizia dei soldati Sforza molto desideroso di tor' moglie Sforza piglia per sposa Antonia de' Salimbeni senese » 70 » » » 71 72 55 » 73 » 76 77 » 78 » ivi Sforza ha in dote quattro castella e Chiusi città 149 pag. 79 Sforza ebbe un suo legittimo figliuolo d'Antonia detto Buoso » ivi Sforza prende Catella Alopo per moglie per necessità » Sforza ha in dote cinque castella in Basilicata Sforza ebbe tre figliuoli di Catella Sforza menò Maria Martiana per moglie con grandi artifiej d'arme Sforza ebbe di Maria Carlo 80 81 » >>ivi » 82 » Sforza marita Lisa sua figlia a Leonato Sanseverino Sforza s'apparenta col fratello di Sergiano Sforza instabile nell'usare clemenza e severità Sforza più valente di mano che di consiglio Sforza temperatamente vestiva Sforza più sinceramente che religiosamente onorava Dio Sforza rinovò Cotignola sua patria arsa Sforza pietoso verso i corpi e l'anime de'suoi parenti Sforza nelle imprese militari pigliava da ognuno consiglio Sforza d'animo candido Sforza odiava coloro ch'erano d'animo doppio Sforza di felice memoria Sforza non sapeva lettere latine Sforza dedito alle lettere toscane Sforza liberale verso i traduttori Sforza non mai scrisse lettere di sua mano Sforza teneva nella cancelleria frati Sforza salva Paolo Orsino potendo vendicarsene Sforza , sue qualità corporali Sforza di leggiadra destrezza Sforza non mai temè il freddo Sforza temeva molto di morir di sete Sforza di gagliarda temperatura di corpo Sforza affogatosi nell'acqua Sforza quanti anni visse Sforzeschi e Bracceschi due sette in Italia Sforzeschi corsero saccheggiando fin su le porte di Napoli Sogno di Sforza che gli prediceva la morte Soldati più valenti andavano a ritrovare Sforza » » » » » » 83 85 ivi 86 92 94 95 » 96 » ivi » 98 " » ivi 99 » ivi » ivi » ivi » ivi »100 ivi » » ivi >>104 >>105 >>106 ivi » » » ivi >>108 »106 24 » 57 »109 » Statua a cavallo rizzata da' Fiorentini a Giovanni Aucuto Statua di bronzo in Padova rizzata da' Veneziani a Gattamelata>>> Successi felici della milizia di Sforza 20 » 17 72 » 15 120 Tamira concubina di Sforza T Tamira partori di lui Onestina molto leggiadra Tartaglia vinto da'Sforzeschi Tartaglia decapitato per volontà di papa Martino pag. 78 » » ivi 39 92 Tradimento crudele della regina Giovanna verso un suo fedele>>> 60 Traduttori premiati da Sforza » » 99 U Uffici del buon capitano Uomini malvagi odiati da Sforza Uomo d'arme ritrovato da Alberigo Barbiano V Vestimenti de'soldati a' tempi di Sforza Vittoria di Sforza avuta di Agnolo della Pergola Vittoria di Sforza contra il re Alfonso a Napoli. » 95 93 » » 18 » 19 » 33 » 46 INDICE DEI CAPITOLI COMPRESI NELLA VITA DI ATTENDOLO SFORZA CAPITOLO I. Della nascita di Sforza . pag. II. Di quel che si ragionò del suo nasci mento III. Dell'ascendente, genitura e nome di lui IV. Della divinazione degli astrologi. V. Della creanza e principio suo VI. Della prima milizia di lui . VII. Dell'altezza d'animo e desiderio di gloria. VIII. Di Giovanni Aucuto capitano inglese IX. Di Broglio, Biordo ed Alberigo capi tani grandi X. Come Alberigo fu quello che ritrovò gli uomini d'arme . XI. Del soprannome ch'egli s'acquistò per effetto XII. De' suoi primi compagni alla guerra XIII. Dei condottieri amati da lui pel loro valore XIV. Dell'amicizia ch'egli ebbe con Braccio » XV. Delle cagioni perchè ruppe l'amicizia con Braccio XVI. Della cagione della inimicizia con Tar taglia . XVII. Della prima condotta ch'egli ebbe di cavalli XVIII. Dell'arma che gli fu donata dall'impe ratore Roberto 9ود ود ود •ود ود ود ود وو ود ود ود ود ود ود دو 10 12 13 ivi 15 16 ivi 17 18 19 20 21 ivi 22 24 ivi 26 122 CAP.--ملسم XIX. Della più onorata milizia sua. XX. Della morte di Ottone Terzo pag. 27وو XXI. Di quel che diversamente si ragionò della morte di Ottone XXII. A quai principi egli servisse XXIII. Di Lodovico II e degli amori della re gina Giovanna XXIV. Quante volte Sforza ebbe vittoria e quante fu rottoوو وو ود وو XXV. ComeAgnolo dallaPergolafurottodalui " XXVI. Del re Ladislao vinto da lui al Gari gliano. XXVII. Della vittoria ch'egli ebbe all'Aquila XXVIII. Di Tartaglia vinto a Toscanella XXIX. D'una battaglia combattuta valorosa mente al ponte del Sebeto XXX. Della città di Roma rimessa in libertà e del Piccinino preso in battaglia . XXXI. Del re Alfonso rotto in battaglia XXXII. Della rotta ch'egli ebbe a Viterbo • XXXIII. La rotta ch'egli ebbe a Grotta XXXIV. La rotta ch'egli ebbe a Capua XXXV. Quante volte fu preso in battaglia e per agguato . XXXVI. Della battaglia fatta a Casalecchio XXXVII. Come egli fu preso a tradimento XXXVIII. In che modo fu preso a Benevento . XXXIX. Come Jacopo di principe fu chiamato re , e come Sforza salvossi XL. Conquai condizioni Sforza fuggisse la morte .-- • XLI. Del castigo ch'ebbe Giulio Cesare , e della felicità di Sforza XLII. Della regina, quando fu preso il re, liberataوو وو ود ود دو ود وو وو ود وو وو وو ود ود وو ود ود 28 30 ivi 31 33 ivi 35 57 39 40 43 44 46 47 49 50 ivi 51 54 56 58 ivi 60 123 CAP.--هيسن م XLIII. Delle ingiurie punite per giudicio di Dio XLIV. Della morte dell'Alopo . pag. 62 XLV. Della mortedi GiulioCesare, di Peretto e di Cecolino XLVI. Della calamità del re Jacopoود ود وو XLVII. Della mortediSergianogransiniscalco XLVIII. Della vituperosa mortedi Nicolò Orsino „وو XLIX. Di Paolo Orsino morto per insidie di Braccio L. Del supplicio d'Armalerio traditore . LI. Dell'infelicità della parte Braccesca, e buona sorte della Sforzesca . LII. Della ferita ch'egli ebbe a Viterbo LIII. De' pericoli ch'egli ebbe nell'assalto • di Capitone LIV. Del pericolo della vita ch'egli ebbe in Roma . LV. Delle insidie da lui valorosamenteschi vate al fiume Calore LVI. Delle insidie vinte da lui con astuzia al fiume Sarno LVII. Del pericolo ch'egli passò facilmente aGaeta con picciol caso . LVIII. Della temprata liberalità e astinenza sua, e del dispregio de' denari LIX. Di due sue concubine LX. D'Antonia Salimbeni sua moglie .دو ود ود ود ود وو وو دو ود ود دو ود LXI. Di Catella Alopa, seconda sua moglie » LXII. Di Maria Martiana, terza sua moglie LXIII. De' figliuoli ch'egli ebbe di LuciaTerو د zana LXIV. Dei parentadi ch'egli fece con gran prudenza.ود ود LXV. Della clemenza e severità verso i suoi » 63 64 65 ivi 67 68 69 70 ivi 71 72 73 ivi 75 76 77 78 80 82 84 85 86 124 CAP.---- LXVI. Di Martino Pasolino salvato da lui pag. 87 LXVII. Della clemenza verso Biso.وو LXVIII. Dell'inusitata sorte di pene LXIX. Del supplicio di Graziano LXX. Dell' umanità sua verso Brandolino : conte . LXXI. Dell'odio che s'acquistò per la morte di Tartaglia . : LXXII. Della natura dell'animo suo LXXIII. Della disciplina domestica e militare LXXIV. Del vestire e mangiar di lui .وو وو ود ود ود ود ود 88 ivi 89 90 91 92 93 94 LXXV. Della divozione sua verso Dio e iSanti » 95 LXXVI. Dell'amore verso la patriaود LXXVII. Dell'amor verso i parenti LXXVIII. Dei precetti che diede a Francesco suo figliuolo . LXXIX. Della prudenza che s'acquistò dai giu dicj altrui LXXX. Del candordell'animo e della memoria di lui . LXXXI. Dello studio delle lettere toscane LXXXII. Della generosità dell'animo suo verso i. nemici LXXXIII. Della fortezza di lui in sopportare il dolore LXXXIV. Della piacevolezza suaوو وو وو ود وو وو ود 96 ivi 97 98 ivi 99 100 101 » 103 LXXXV. D'una facezia sua LXXXVI. D'uno argutissimo suo motto .-LXXXVII. Della statura del corpo suo-LXXXVIII. Della destrezza de' suoi membri . LXXXIX. Dell' infelicità della morte suaو و ivi » 104وو وو ود ivi 105 106 XC. Del giudicio e della lode di Braccio verso il morto, e della morte di lui » 108 XCI. Dei segni i quali significarono la morte di lui..ود 109 SOMMARIO DELLE VITE DEGLI SFORZESCHI DUCHI DI MILANO SCRITTE DA SCIPIONE BARBUÒ SONCINO DOTTORE DI LEGGE E GENTILUOMO PADOVANΝΟ PRECEDUTE DA UN QUADRO GENERALE DELLO STATO DI MILANO DOPO LA MORTE DI FILIPPO MARIA VISCONTI E DA UN CENNO SULLA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA AMBROSIANA. QUADRO GENERALE DELLO STATO DI MILANO. LaLa sera del 13 agosto 1447 cessava di vivere Filippo Maria, ultimo dei Visconti; ei Milanesi ne seppero la morte prima di sapere ch' ei fosse ammalato, tant'egli già da più anni traeva un'esistenza misteriosa. Ei moriva senza figliuoli, lasciava i popoli stanchi di una tirannidepiù sorda che vio lenta, lasciava le finanze esauste, una guerra coi Veneziani che stavano quasi alle porte di Milano, nessun successore e molti pretendenti. Si fecero i suoi funerali, ma in fretta e senza pompa equasi tumultuariamente. Imperciocchè ap pena sparsasi la nuova della sua morte, tutta la città fu in sussulto, dappertutto un gridare, un tumultuare, un correre all'armi; chi ne diceva una e chi un'altra,ele opinioni er ravano incerte e contradittorie, Soluna era concorde, il fastidio de'passati abusi. Fra i pretendentinon era ignota l'ambizione di Francesco Sforza genero del duca; appena morto quest' ultimo, i co mandanti del castello proclamarono Alfonso re di Napoli; i Venezianinon dissimulavano la cupidità di aggiungere fra le loro provincie anco la capitale della Lombardia , locchè a' Milanesi spiaceva più della morte, nè mancavano alcuni, che stimolati segretamente dalla vedova duchessaMaria, pro ponevano di darsi al di lei fratello Luigi duca di Savoja. Ma è singolare che sebbene vivessero ancora i discendenti di BarnabòVisconti, li unisuoi primi cugini, li altri in istret tissimo sangue col duca defunto, pure niuno pensò a loro, QUADRO GENERALE 128 e niuno di loro si presentò perraccogliere l'avito retaggio; tanto lacostituzione dello stato e la pubblica opinione erano aliene ancora dai veri principj monarchici. Eper verità i Visconti o capitani del popolo o vicari im periali o duchi, non furono mai se non i capi più o meno dispotici d'una repubblica, e l'idea di repubblica fu la prima e più naturale che si presentasse alla mente d'ognuno e che trovasse un consentimento universale. Nè deve sorpren dere quest' improvvisa trasformazione, imperciocchè come ho detto, lo stato di repubblica non aveva cessato mai. Coll'intrigo, coll'appoggio delle fazioni e colla forza i Vi sconti si usurparono un'autorità, che, come tutte le autorità usurpate, non aveva un termine, mache veniva circoscritta vagamente dalle antiche consuetudini di governo. Onde con solidarsi nel potere e dargli una formalegale, Azzo Visconti aveva stipulata una convenzione col popolo, e pattuito con esso i reciproci diritti e doveri. Quella convenzione fu a volta a volta violata da' suoi successori; ma i magistrati e rappre sentanti del popolo non mancarono mai di richiamarsene quantunque volte l'occasione si presentasse favorevole. Alla metà del secolo XV, Milano aveva il circuito datole da Azzo Visconti un secolo prima, e che è tuttora designato dal giro del naviglio interno che serviva di fossa. Senonchè il sobborgo di S. Eustorgio, sebben fuori delle mura, eraciò nondimeno compreso nel sistema di fortificazione della città e munitodi mura e di torri, onde le venne il nome di Citta della. La città cogli ampj suoi sobborghi numerava di 30,000 uomini da portare le armi, o circa 200,000 abitanti. Era divisa in sei parti o quartieri, e suddivisa in 86 parocchie. Ogni parte aveva il vessillo, cioè: Porta Romana, rosso :وو ود Ticinese, bianco con uno sgabello rosso nelmezzo; Vercellina, balzano rosso e bianco DELLO STATO DI MILANO, EC. 129 Porta Nuova, da prima un leone bianco in campo nero, poi quattro quarti, due bianchi e due neri; Porta Comasina, a scacchi rossi e bianchi;ود Orientale, leon nero in campo bianco. Il vessillo della città era quale ancora si conserva, una croce rossa in campo bianco. La popolazione scompartivasi in corporazioni diverse. In capo agli altri figuravano i collegi de' dottori, suddivisi in dottori di giurisprudenza e in dottori fisici, nobili per lo più ; vestivano la toga con bavero di vajo e godevano di privilegi amplissimi. Seguiva la comunità de'mercanti ricca e potente, perchè Milano era fra le città più manifatturiere ed industriali dell'Italia; e la commerciale sua operosità non cedeva in niente a quella di Venezia , Genova, Firenze ed altre fra le più opulenti. Anche i mercanti vantavano assai privilegi ed il diritto su varieregalie. Venivano poscia i pa ratici o corpi delle arti , fra i quali primeggiavano gli ar majuoli. In Milano si fabbricavano i migliori usberghi ed armi offensive e difensive di ogni qualità, di cui si faceva traffico in tutta Europa. Basti dire che nel 1427 , dopo la battaglia di Maclodio, due soli artefici di Milano sitrovarono in grado di fornire in pochi giorni le armi a 4000 cava lieri ed a 2000 fanti; cosache niuna privatafabbrica d'armi in Europa potrebbe fare al presente, e che non si sarebbe potuto fare neppure allora, se quei fabbricatori non aves sero posseduto grandi magazzini.I nomi cherestano ancora di contrada degli Armorari, degli Spadari, degli Speronari, dei Pennacchiari ed una chiamata altre volte delle Bandiere, tutte nel centro della città , ed abitate esclusivamente da industriali di quella specie, il Molino delle armi , ove si forbivano le armature, e che dà tuttavia il nome a quella strada, dimostrano quanto estesa e principale fosse quella industria.. Quadro dello Stato, ec. 9 QUADRO GENERALE 130 Non meno ragguardevoli erano le arti relative al lanifi cio.Nella sola città di Venezia Milano spediva un anno col l'altro 4000 pezze di panni fini a 50 ducati la pezza. Quante ne avrà spedite nelle altre parti d' Italia, a Genova, in Germania , in Francia? Pure sui banchi di Venezia pa gavaper lane, cotoni, saponi, droghe ed altre materie prime, da 900,000 ducati all'anno. E questo era il solo consumo dell' industria milanese, perchè le altre città avevano le loro cifre a parte. In totale i paratici passavano i 25 , ed ognuno aveva la sua bandiera, i suoi statuti, le sue assemblee; al suono della loro campana si adunavano al determinato luogo, discutevano de' loro affari, ed al bisogno pigliavano anche le armi. Calcolando sopra un estimo fatto nel 1406 risulta che fra beni mobili e stabili , nella città e Corpi Santi , vi era un capitale di 13,250,000 fiorini d'oro , che valevano 32 soldi imperiali. Il ducato d'oro da70 grani circa valendo60 soldi, se ne ha per adeguato unasommadi quasi 85,000,000 franchi. A tanto ammonta al presente l'estimo de'soli sta bili ; ma questi valevano allora da40 a 50 volte meno, in tanto che il denaro, in proporzione coi generi, valeva cin que o sei volte più. Per cui volendo pareggiare i detti 85 milioni a ragguaglio de' valori moderni ne avremmo una somma non inferiore all'attuale ricchezzadi questa.Nei 40 anni trascorsi , dall'estimo anzidetto alla morte di Filippo Maria, la pubblica ricchezza debb'essere accresciuta anche in modo ragguardevole; perchè sotto il lungo suo regno la guerra fu semprelontana , e il duca o promosse l'indu stria o le lasciò la più ampia libertà per isvolgersi. Il fatto è cheMilano avevaluogo fra le più opulenti cittàdell'Italia. Al governo economico dellacittà e delterritoriosoggetto alla sua giurisdizione intendeva il magistrato delle provvi DELLO STATO DI MILANO, EC. 131 sioni composto del vicario e di dodici consiglieri. In origine erano di nomina popolare; poi nel 1396Gian Galeazzo Vi sconti se ne attribuì l'elezione. Il vicario doveva essere fore stiere, od almeno non possederebeni stabili in Milano esuo territorio ; durava in carica unanno, ma poteva essere con fermato. I dodici consiglieri erano bimestrali: si cavavano in parte dal collegio de'giureconsulti, in parte dalla comu nità de'mercanti, o da altre classi distinte di cittadini. L'au torità di questa magistratura era molto ampia, essendo di suacompetenza tutto ciò che concerne la polizia interiore, il buon ordine, il commercio, il pubblico decoro, la sanità, l'abbondanza, le vettovaglie e il loro prezzo ; al vicario ed ai dodici di provvisione erano soggetti i paratici; essi ne decidevano le contestazioni, e concedevano ai medesimi la facoltà di tenere le loro assemblee; amministravano le ren ditedelcomune,isuoidazj,le sue regalie di acque e strade; giudicavano le cause relative a servitù locali, a vicinanze, a confini , a mercedi e simili; nominavano a tutti gl' im pieghi municipali, e sceglievano i capitani,podestà ed altri giusdicenti destinati a reggere e ad amministrar lagiustizia nelle terre soggette al Comune di Milano. In fine toccava al vicario e ai dodici di provvisione il diritto di convocare il consiglio generale. Se pertanto il vicario era una specie di luogotenente del duca, era in pari tempo il capo della cittadinanza e il mediatore fra essa ed il principe. Non po tendo egli far nulla senza ilsuo consiglio, e questo essendo composto di cittadini liberi e benestanti, il magistrato delle provvisioni , quantunque soggetto al principe , avea niente perduto della sua popolarità repubblicana. Il consiglio generale eracomposto di 900 cittadini, eletti 150 per porta. Anticamente l'elezione si faceva dai com promissarj del popolo;poi nel 1396 Gian Galeazzo Visconti la commise al vicario e ai dodici assistiti da un numero di QUADRO GENERALE 132 sapienti a loro scelta, e così continuò anche sotto gli altri duchi , senonchè nel 1408 Gian Maria se ne arrogò la no mina sopra una lista presentatagli dal vicario e dai dodici, e ne ridusse il numero dai 900 a soli 72;e farebbe mera viglia come una lezione di questo genere in un popolo che non pareva atto a tollerarla facilmente, abbia potuto pas sare sotto silenzio,se per avventura non ci ricordassimo che a quel tempo vi era anarchia piuttosto che governo. Dopo la morte di Gian Maria il suo fratello e succes sore Filippo Maria restitui al consiglio generale l' antica cifra di 900; ma questa assemblea la temeva talmente, che durante 35 anni di suo regno , è fama non la con vocasse più di tre volte. Ma di quattro almeno se ne ha la memoria, ed una più esatta indagine potrà forse rin venirne delle altre. Ad ogni modo questo consiglio non era permanente, nè convocato a periodiche adunanze,ma chia mato ad occasione e secondo il bisogno. Pure la costante insistenza de'Milanesi per mantenere questo loro consiglio, che fu poi riprodotto e ben regolato sotto Luigi XII re di Francia e duca di Milano, è una prova che i Milanesi non rinunciarono mai al diritto di essere rappresentati, e d'in tervenire negli oggetti di pubblica amministrazione. Ogni porta aveva i suoi capitani , ogni parrocchia i suoi sindaci , e così nelle porte, come nelle parrocchie si tene vano assemblee, talvolta elettorali, talaltra per deliberare su qualche negozio, le quali per verità non erano più re golari del gran consiglio , ma erano meno infrequenti. La giustizia in civile era amministrata da un podestà, la criminale da un capitano di giustizia; pare che il primo lo eleggesse il Comune,ma l'altro rappresentante iljus gladii, veniva nominato sicuramente dai duchi. Eravi anche un senato distinto in consiglio segreto e consiglio di giustizia, entrambipoco numerosi, parendo che DELLO STATO DI MILANO, EC. 133 non eccedessero i sei od otto membri per ciascuno ; non ne conosciamo esattamente le attribuzioni, ma il primo era senza dubbio un consiglio di corte, il quale insieme col principe, trattava de'pubblici affari, e l'altro pare che fosse un tribunale supremo. Le imposte consistevano in dazj assai numerosi sulla mercanzia, sui generi di consumo, sulla macina, in varj pe daggi, nel prodotto di varie regalie,nell'affitto di acque re gali , in tasse sull' estimo e simili; ma le rendite ordinarie non bastando alle voragini delle guerre , i duchi ricorre vano a contribuzioni arbitrarie. Ma è notabile lo stile non di rado umile, anzi vile e bugiardo , con cui si dirigevano al popolo che volevano smungere. Confessano che quelle contribuzioni sono ingiuste, vessatrici, rovinose; si scusano della necessità, promettono che sarà per l'ultima volta. Poi tornando un' altra volta , confessano di avere mentito , di avere mancato alla parola, blandiscono, adulano ; e questi medesimi sollucheramenti, come anco , o la resistenza o i formali rifiuti, che spesse fiate incontravano in chi doveva pagare, dimostrano che la lotta fra la tirannide e la libertà non era cessata, e che il dominio dellaprimanon era tran quillo, nè spente eran le forze della seconda. Perchè se il potere dei duchi era arbitrario , eccessivo , esso però non poteva estendersi a tutta loro voglia; da un lato lo frenavano le istituzioni feudali,dall'altro quelle dei comuni. I signori che possedevano feudi e castelli, avevano anche vassalli e sudditi che dovevano proteggere se vole vano essere protetti da loro nei proprj bisogni : quindi gli associavano ai loro interessi, alle loro passioni, alle loro fa zioni , alle loro risse, e il popolo della campagna non era meno fazioso e belligero dei feudatarj. Stavano dall' altro i comuni colle antiche loro consuetudini,coi loro privilegi, colle loro corporazioni. QUADRO GENERALE 134 Ai cittadini apparteneva la guardia della città e la cu stodia delle mura e delle porte,come ne'tempi romani; nè pativano di buon grado che vi fossero truppe straniere , tranne in casi di guerra. Quindi al suono della campana a martello, alla chiamata del vicario e dei dodici , o dei ca pitani delle porté, o de'sindaci ed anziani delle parrocchie, ciascuno presentavasi armato sullapiazza del Broletto Nuovo (Piazzade'Mercanti) o in qualunque altro luogovenisse in dicato. La costituzione dell'antica repubblica milanese , sebben fosse realmente democratica, pure nell' applicazione e nel fatto era molto aristocratica. Imperocchè non solo i con sigli e le magistrature erano quasi esclusivamente compo sti di nobili o di ricchi mercanti, ma anco nelle assemblee elettorali il popolo veniva quasi sempre defraudato de'suoi diritti; imperocchè sotto il pretesto di evitare i tumulti e le dissensioni , l'elezione del gran consiglio e dei supremi magistrati, invece di essere lasciata alla libera volontà del popolo , veniva artificiosamente deferita ad un numero li mitato d' individui a cui si dava il titolo di sapienti. Que sto metodo, che rendeva inutili le assemblee del popolo, o ne sminuiva l'importanza e la forza, porse ai Visconti una maggiore facilità per usurparsi il potere.Pure fino a Gian Galeazzo le antiche forme repubblicane si conservarono pressochè intatte; eperveritàsarebbe stata difficile od anco impossibile lo abolirle; molto più che i Visconti furono portati in alto non dalla spossatezza della repubblica, o dalla stanchezza di libertà, ma dalla lottafra due potenti fazioni di cui l'una trionfò sull'altra. Essi recaronsi nelle loro mani le fortezze principali, le rendite dello stato e il diritto di far pace o guerra. Vio lando i capitoli convenuti col popolo, si arrogarono altresì di accrescere il numero e la gravezza di certi dazj , se ne DELLO STATO DI MILANO, EC. 135 usurparono alcuni appartenente ai municipii,maquestonon si potè mai fare senza contrasti; e talvolta quanto era stato usurpato dall' uno, dovette essere restituito dall'altro. Anco la facoltà legislativa era limitata dagli statuti, ed un altro, sebbene cattivo elemento di forza popolare, erano le fazioni guelfe e ghibelline , e le fazioni subalterne fra le grandi famiglie di questo e di quel comune, o che possedevano terre o castella in feudo.Imperocchè sebben prevalesse d'or dinario la fazione abbracciata dal principe, non ne seguiva perciò che l'altra fosse ridotta al silenzio, la quale, al con trario pigliava le armi e mostrava una ferma resistenza. GianGaleazzo, poichè trasmutò il titolo di capitano del popolo e vicario imperiale in quello di duca, cercò di ri durre sotto la sua dipendenza l'elezione del gran consiglio equella del vicario e dei dodici , e di paralizzare le altre assemblee popolari; ma siccome i duchi di Milano al pari degli altri principi lorocontemporanei, non avevano truppe stanziali, e comandavano ad un popolo armato e che custo diva egli stesso i suoi lari, così mancavano dei mezzi di poter opprimere la libertà municipale; anzi erano costretti più volte a corteggiarla, ad adularla o a pattuire con essa onde ottenere il permesso d'impor loro dazj o balzelli, ed espiarne sovvenzioni di denaro. Insomma i Visconti furonodespoti,ma in unarepubblica; e il loro dispotismo non fu mai sistematico , ma operò a sbalzi violenti e precarj, e fu ripercosso più volte dal po polo o dalle fazioni con isbalzi non meno violenti. Innal zati al potere dalla fazione dei nobili contro il popolo, fu rono quasi sempre impopolari , senza crearsi un appoggio inuna aristocrazia regolare, giacchèpropriamente parlando, i nobili erano una soldatesca di feudatarj turbolenti e non un' aristocrazia. L' agreste barbarie dei costumi e il furor delle passioni, rese i Visconti barbari e feroci; mailpopolo QUADRO GENERALE 136 feroce non meno, forte nelle sue istituzioni, commosso quan do da guelfi, quando da ghibellini, numeroso, riottoso, po tente, pronto alle sedizioni ed al sangue,si lasciò tiranneg giare per voler essere egli pure tiranno, ma non si lasciò opprimere e mantenne vivo e costante il sentimento della repubblica. Questo sentimento riprese tutta la sua forza da che fu nota la morte del duca: tuttavia come succede negli av venimenti impreveduti, le opinioni vagavano tumultuanti e dubbie, nè ancora ben si vedeva il partito che affer rar doveasi. Ma a determinare le idee, già naturalmente ben predisposte, si mescolarono fra il popolo Antonio Tri vulzi, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnani, Innocenzo Cotta e Bartolomeo Morone, quasi tutti giureconsulti e uomini di molto credito, i quali presero a discorrere , che cessato il principe e non lasciando alcun legittimo erede, cessava altresì il loro giuramento e la virtù dell'imperiale privilegio che assicurava lo stato e il titolo di duca a Gian Galeazzo e a'suoi discendenti maschi, di legittimi natali: che perciò il popolo rientrava ne' primitivi suoi diritti e nell' esercizio della sua sovranità. Questi ragionamenti erano così conformi al pensiero di ognuno che incontrarono un generale applauso; e la stessa mattina del 14 agosto, il popolo si ridusse al palazzo del Bro letto gridando : libertà, libertà. Il vicario coi dodici di provvi sione veggendo che non vi era piùnè autorità, nè governo, nè diritto di successione, nè alcun successore del defunto principe, e udita la concorde volontà popolare, nominarono sul momento un consiglio di 24 (quattroper porta) che s'in titolarono i capitani e difensori della libertà del comune. Nei giorni successivi si tennero le assemblee parrocchiali e quelle delle porte, e ciascuna porta avendo eletti quat tro sapienti, costoro col vicario ed i dodici, ai 17 di agosto, DELLO STATO DI MILANO, EC. 137 elessero il consiglio generale dei novecento , che il dì se guente tenne la sua prima adunanza, confermò i 24 capi tani e difensori che furono poco dopo limitati a soli dodici e ne determinò le attribuzioni. Ma fedeli a quello spirito di diffidenza, onde furono agitate le repubbliche del medio evo , si stabilì che i capitani e difensori muterebbersi ogni due mesi. Ora un governo che in un anno cangia sei volte il personale che lo rappresenta non può avere nè stabilità di principj, nè unità di progetti, nè credito morale: e se la repubblicasi trova in cattivi frangenti deve necessariamente precipitare nell' anarchia. Simili frequenti mutazioni sono buone in una picciola e quieta repubblica perchè è il solo elemento che la mantenga viva e il solo mezzo per cui si può dar adito all'ambizione di tutti, intanto che per la bre vità del tempo che durano in potere sono privi del mezzo di abusarne. Ma nelle circostanze in cui si trovava Milano, esso aveva bisogno non di un governo fantasmagorico, ma di magistrature ferme, ed a restare tanto tempo in uf ficio quanto bastasse a procurare qualche consolidamento. Tuttavia ne'primi mesi l' entusiasmo suppli al difetto della istituzione; e la impensata novità dellacosa sbalordì quegli stessi che avrebbero potuto impedirla, a tal che lo stabi limento della repubblica non incontrò il minimo ostacolo. Carlo Gonzaga e più altri capitani che avevano giurato per Alfonso re di Napoli, uscirono dal castello, e per denari si accomodarono ben tosto co' repubblicani;onde anco quelli che tenevano laRocchetta fecero lo stesso, ed appropriatisi i 17000 fiorini d'oro, che trovarono ne' forzieri del duca, e che era, a quel che sembra, l'ultimo residuo de' suoi te sori , abbandonarono la fortezza al popolo che immediata mente la spianò. 138 REPUBBLICA AMBROSIANA 1447~1450. •Dopo lamortedi Filippo Maria i Milanesi, essendosi co stituiti in repubblica, elessero Francesco Sforza a loro capi tano per battere i Veneti; ma egli patteggiò con loro ed usurpò il ducato. La città di Milano era circondata dai sol dati dello Sforza, e con tanta diligenza custodita ch'era impossibile agli abitanti di ricevere alimento veruno. Un moggio di grano si vendeva 20 zecchini; s'eran vendute e mangiate pubblicamente le carni dei cavalli, degli asini , dei cani, dei gatti e persino dei sorci; alcuni cittadini mo rirono di fame sulle pubbliche strade.I Milanesi difesero la loro libertà fino agli estremi e diedero esempio di tale amor patrio, da paragonarlo a quello degli antichi. Ecco come era costituita la repubblica Ambrosiana. L'autorità sovrana e legislatrice era nel popolo, rappre sentato dal consiglio de'novecento; vi erano inoltre i consigli speciali di ciascuna porta, ma non sappiamo se fossero le frazioni di 150 per porta, che unite formavano il consiglio generale, o se fosse composto con un'altra elezione. È però notabile che la rappresentanza nazionale non fosse stata eletta dal popolo direttamente , ma da'suoi delegati ; vale a dire ogni parrocchia sceglieva i suoideputati che si riu nivano porta perporta, e parchecostoro nominassero quelli che si chiamavano i sindaci di porta, che poi eleggevano i compromissarj o sapienti. Ad ogni modo sappiamo che cia scuna porta si elesse quattro sapienti, i quali congiunti col vicario e coi dodici delle provvisioni e probabilmente con alcuni del collegio de'giureconsulti, nominarono i 900 del consiglio; di maniera che il corpo elettorale si riduceva a 40, o tutt' al più 50 persone. REPUBBLICA AMBROSIANA. 139 Quello che noi chiamiamoil potere esecutivo e governativo fu affidato ai 24 capitani edifensori della libertà del comune, e i primi ad occupare questa carica furono i seguenti: PORTA ORIENTALE. Giovanni Marliani. Giovanni Moresini. Rolando od Oldrado Lampugnani; quel medesimo che nel 1425 fece prigione a tradimento Gabrino Fondulo si gnor di Cremona. Giovanni Olgiati. PORTA ROΜΑΝΑ. Bartolomeo Visconti, forse il vescovo di Novara. Giovanni Omodei, giureconsulto, e probabilmente suocero di Giorgio Lampugnano che aveva sposata una Giovannina Omodei. Giacomello Trivulzio. Antonio Visconti, forse Antonio Trivulzi. PORTA TICINESE. Giorgio Piatti , giureconsulto di molta fama, e che con servò la franchezza repubblicana anche sotto il dominio di Francesco Sforza, essendostato il soloche si opponesse alla riedificazione del castello. Giovanni Crotti. Ambrogio Lomazzo. Giovanni Caimi. PORTA VERCELLINA. Conte Vitaliano Borromeo, già tesoriere o camerlingo del duca Filippo Maria. Guarnerio Castiglione, conte e cavaliere aureato, primo professore di diritto canonico a Pavia, consigliere e sena tore sotto Filippo Maria ; fu poi ribelle alla répubblica e largamente premiato dallo Sforza. Giacomo Corio. 140 Simone Meraviglia. REPUBBLICA AMBROSIANA. PORTA COMASINA. Giacomo Dugnani, giureconsulto. Giorgio Lampugnani, giureconsulto eprofessore di diritto pubblico a Pavia. Luisino o Luigi Bossi, che deve aver ceduto il posto a suo fratello Teodoro,per esser egli eletto fra i conservatori e sindaci della libertà. Francesco Casati, castellano della cittadella di Pavia. PORTA NUOVA. Bartolomeo Morone, giureconsulto. Pietro Cotta. Dionigi Biglia. Galeotto Toscani. Questi capitani nei successivi bimestri da 24 furono ri dotti a 12, e così si mantennero finchè durò la repubblica; si sceglievano un priore ed un vice priore, i quali, a quel che sembra, giravano per turno, e duravano in carica una settimana o poco più. I capitani e difensori della libertà erano stati sostituiti al consiglio secreto del duca. Non co nosco l'atto in cui si contenevano le loro attribuzioni: e quelle accennate nel giuramento che prestavano , sono as sai vaghe. Si obbligavano a difendere il Comunee lalibertà; a non proporre ne'consigli, se non cose utili alla libertà medesima; ad adempire il loro incarico con fedeltà e zelo; ad essere imparziali con chicchesia; a proteggere le ve dove, i pupilli ed i poveri; a non abbandonare il loro uf ficio prima del termine, eda rassegnarlo a'successori senza contrasto. In massima però eraposto nelle loro mani tutto l'indirizzo del governo , ma dipendevano dal consiglio ge nerale a cui nelle cose appena di qualche importanza do vevano riferire e farsi autorizzare da esso. Come ad ogni porta vi era un consiglio che rappresen- , REPUBBLICA AMBROSIANA. 141 tava in piccolo quello che era in grande il consiglio dei 900, cosi eranvi pure 24 fra governatori e consiglieri, os sia un governatore con tre consiglieri per ciascuna porta cherappresentavano il governo nel rispettivo loro quartiere. Dapprima s'intitolarono governatori e consiglieri della li bertà del comune, poi conservatori e sindaci della libertà, e pare che fossero bimestrali come i capitani; in ultimo in luogo di 24 furono 36, e si chiamarono i sei aggiunti per porta , e prorogarono la loro carica ad un anno. Oltre all' ingerenza speciale nella loro porta , essi avevano parte anche nel governo insieme coi capitani e difensori, e deli beravano in comune. Furono istutuiti anche i dodici della Balía di pace e di guerra, che duravano in carica un anno, e che soprainten devano alla direzione della guerra. Ve n'erano due per porta, e convien credere che fosse un ministero molto im portante perchèvediamo chepersone ragguardevoli lo pre ferivano a quello di capitani e difensori Vi erano pure 6 censori, 6consiglieri di giustizia,6sapienti e governatori, 6 sindaci, uno per porta; i primi restavano in ufficio un anno,li altri sei mesi. I consiglieri di giustizia erano senza dubbio quei medesimi che sotto i duchi rappre sentavano il supremo potere giudiziario;forse i censori eser citavano una speciedi tribunato su tutti i corpi dello stato, e sulla esecuzione delle leggi;e i sapienti e governatori erano forse giudici od altro magistrato civile di ciascuna porta. Furono conservati quei che erano prima, ilvicario e do dici delle provvisioni, il podestà, il capitano di giustizia, i maestri delle entrate ordinarie e straordinarie,ed altri uf fici. Ai consoli de' mercanti , come anco agli abati o capi delle arti, fu restituita la facoltà che avevano anticamente di giudicare sopra le materie spettanti alla rispettiva loro corporazione. Pare altresì che i due distinti magistrati sulle 142 REPUBBLICA AMBROSIANA. entrate ordinarie e sulle straordinarie sul finir dell'otto bre 1419, siano stati, per economia di salari, dal consiglio generale ridotti in un solo. Tale era l'ordinamento della nuova repubblica, desunto in gran parte dalle vecchie consuetudini: nel consiglio ge nerale vi erano senza dubbio persone di ogni ceto; ma i nobili si erano pressochè esclusivamente appropriati i mi nisteri speciali, e l'azion del governo, del che non sembra che il popolo si dolesse , sia che fosse avvezzo da lungo tempo a veder primeggiare le classi aristocratiche , o sia che mancasse ne' ceti popolari quella intelligenza e quella capacità e dicasi eziandio quell'ozio che sono necessarj per vacare ai pubblici offici, e che si dovevano cercare altrove. Ad ogni modo, si era riservata al popolo un'inge renza, che non è per certo la migliore e più sana, quella cioè di tumultuare per le piazze e di strepitare e di far paura colle grida e le dimostrazioni minacciose alle pub bliche autorità, e violentarle nelle deliberazioni ; nelle quali faccende il popolo si crede di essere una gran cosa, e non è che unistromento nelle mani degli agitatori. Del rimanente, prima cura de'capitani e de'magistrati fu di ristabilire l'ordine interno, di reprimere le fazioni e le violenze, di vietare le delazioni delle armi che ciascuno si faceva lecito , e le unioni armate che davano luogo a tu multi; di riabilitare le leggi sui dazj violate impunemente in que'primi licenziosi giorni, di provvedere al ricovero e alla sussistenza di molti infelici contadini , che la guerra aveva discacciati dalle loro sedi, e che mendicando o con sumando d'inedia, vagavano per le vie, e di assicurare in somma la quiete e l'ordine interno. Queste considerazioni sullo stato di Milano dopo Filippo Maria, come eziandio sull'ordinamento della repubblica Ambrosiana le ha estratte da un'opera di celebre autore, pubblicata pochi anni fa. 143 あ tobrsk FRANCESCO I SFORZA (*) QUARTO DUCA DI MILANO. Francesco Sforza figliuolo di Sforza Attendolo da Cotignola, rifiutato il cognome proprio della famiglia,col soprannome del padre s' acquistò titolo onorato , e allevato negli eser citi di soldati armati, e riuscito capitano di celebre fama, meritò d'essere innestato nella famiglia de' Visconti per adozione. Nacque egli per madre di Lucia Terzana nel ca stello di San Miniato in Toscana sopra il fiume Arno nella via Pisaria, a 23 di luglio l'anno di N. S. MCCCCI nel tra montar del sole, essendo Sforza suo padre in età di 31 anni , allo stipendio de'Fiorentini nella guerra contra i Pi sani. Costui visse col padre in tutte le guerre, in che egli si trovò, e avendo da lui imparato la disciplina militare, e il modo di guidar gli eserciti, facilmente ottenne dopo la morte d'esso il titolo di capitanodelle genti Sforzesche. Per (*) Effigie cavata dalla Cremona Fedelissima di Campi. EB FRANCESCO I 144 ciocchè essendosi Sforza suo padre annegato nel fiume di Pescara l'anno 1424, Francesco suo figliuolo, che combat teva allora al di là del fiume con le genti Braccesche , ri passata l'acqua, venne alle genti dalle quali incontanente fu creato lor capitano. Andato poi a visitar la regina Giovanna di Napoli ad Aversa; fu da lei grandemente accarezzato e onorato : ed esso la ajutò poi a ricuperar Napoli. Indi unito col campo di papa Martino V in Abruzzo , si trovò a rom per Braccio, quando vi restò ferito, di che poi venne a morte con gran danno della fazion Braccesca. Dopo questo s'ac costò Francesco al duca Filippo Maria di Milano , il quale se l'adottò per figliuolo, inserendolo nella famiglia de' Vi sconti e dandogliBianca Maria sua figliuola natural per mo glie, dandole alcune castella in dote (*). Ruppe in Po l'ar mata de'Veneziani , e poi fermata la pace fra essi e i Fio rentini col suocero andò in Puglia contra Jacopo Caldora, che gli aveva occupato alcuni suoi luoghi. Giunto nella Marca , si fece Ancona e tutta quella provincia in quindici giorni tributaria :talchè papa Eugenio IV, lo creò Gonfalo nier della chiesa e Marchese della Marca d'Ancona dando gli altri titoli appresso (**). Fu generale de' Veneziani e dei 4 (*) Francesco Sforza erasi ammogliato prima con Polissena Ruſſo di Calabria, vedova di Jacopo Marilly, gran Siniscalco di Napoli , sorella di Covella, duchessa di Sessa, celebre pe' suoi intrighi alla corte di Giovanna II. Mori nel 1420 in Calabria , e credesi di veleno, dopo due anni di matrimonio. (**) Ecco in qual modo Francesco s'impossessò di queiluo ghi, per quanto ne dice Ercole Ricotti nella sua Storia dei ca pitani di ventura. Filippo Maria angustiato in una guerra in felice contro i Veneziani,sulla famadelle prime imprese chiamò lo Sforza a sè per opporlo al Carmagnola : Francesco gli do mandò dopo qualche tempo licenza di portarsi nel regno di Napoli per ricuperarvi alcune terre, stategli occupate da Ja SFORZA. 145 Fiorentini: e per loro combattè contra il suocero che per lefalse calunniede'maligni segli discoperse nemico, avendo copo Caldora. Il duca glielo consenti. Allora Sforza pubblico un bando col quale invitava tutti coloro che avessero dei crediti verso le sue soldatesche a porgergli i loro riclami. Come li ebbe soddisfatti , uni le sue alle genti di Lorenzo Attendolo , suo fratello, e s'avviò in tal modo verso Во logna. Un salvacondotto carpito dal pontefice sotto ombra di amicizia aperse al condottiero il cammino sino a Forli (1433): Quivi riposò dieci dì; frattanto pervenivano a ma turanza le ascose pratiche di ribellione da lui seminate nelle città attorno.Ad un tratto esse scoppiarono. Scopresi egli allora inopinatamente per nemico, e sfoderando certa lettera vera o supposta del Concilio di Basilea, dove gli viene commesso d'im padronirsi di quella provincia, occupa aguisa di fulmine Jesi, Potenza , Monteolmo , Recanati, Ascoli, Fermo ed Ancona. A questi danni congiunge anche temerariamente lo scherno; av vegnachèintitolava i suoi dispacci dal castel nostro di Fermo adispetto di Pietro e Paolo. Giubilò il duca Filippo Maria al ricevere queste nuove, che secondo gli occulti concerti collo Sforza, ogni nuovo acquisto dovea essere fatto a suo nome, e lo illudeva la vana presunzione delle signorie di pretendere fe deltàda chi èlorostrumento per ingannare altrui. Ma chi aveva mancatodifede alpapaperconseguire,non dubitò di mancarne al duca di Milano per conservare. Quando i cittadini di Osimo si presentarono al cospetto di Francesco Sforza , e si proferi rono pronti a concedersi in obbedienza al duca Filippo Maria «Non faqui mestierinè diduca nè di Milano, rispose ad essi, io sólo vi ho vinti; che io solo vi acquisti! Se vi annoja obbe dire a me, tornatevene pure addietro; vi otterrò per forza". PapaEugenio,che non lo volea per nemico, gli concesse in vicariato tutta la MarcaAnconitana, indi lo creò gonfaloniere della Chiesa. Francesco ricuperò alloraBologna e debellò i ne mici del Papa, il quale lo accolse trionfalmente in Firenze. Nel 1437 fu generaledei Fiorentini e deiVeneziani nella guerra oc BARBUÒ. Vite degli Sforza. 10 FRANCESCO I 146 massimamente dichiarato suo general capitano Nicolò Pic cinino nemicodella fazioneSforzesca.Fece in questa guerra molte degne imprese, ma finalmente seguita la pace l'anno 1441 il duca Filippo gli diedeper moglie Bianca Maria, che ancor mai non gli aveva sposata, e la città di Cremona, ove furon celebrate le nozze a 24 di ottobre. Morto il suo cero s'acconciò co'Milanesi che temevano de Veneziani, e si volevano reggere a repubblica, ed ebbe Pavia che si diede a lui senza voler sottoporsi a Milano. Indi per forza prese Piacenza e la mise a sacco, e poi ruppe l'armata de'Vene ziani in Po , la quale aveva gravemente sotto il governo d'Andrea Quirini stretto Cremona, e per ventura l'avrebbe presa se Bianca Maria sua moglie con molta virtù non l'a vesse difesa. Ruppe anco il loro esercito aCaravaggio e mise l'assedio a Brescia : ma veduto che i Milanesi erano entrati in sospetto di lui, e che tuttavia gli mancavano, esso allora fece pace e lega co'Veneziani con patti ch'essi l'ajutassero a pigliar Milano. La città di Piacenza, che l'anno innanzi era da lui stata presa per i Milanesi, venne ora in man sua, e poi anco Novara e Parma. Pose l'assedio finalmente aMi lano, perchè i Milanesi vedutisi strignere , supplicarono al Senato Veneziano ch'essendo quei padri amatori della li bertà non volessero lasciarli andare in man dello Sforza , casionata dalla cadutadellafamigliadegli Albizzi, ed al principio dell' esaltazione dei Medici contro il duca di Milano Filippo Maria. Mentre poneva in fuga Niccolò Piccinino, generale dei Veneti, e s'inoltrava verso Milano,il duca gli assicurò le nozze di Bianca, ch'ebbero luogo , come dice il Barbuò , nel 1441, epoca in cui ilVisconti ed i Veneziani stabilirono la così detta. pace di Martinengo. Indi a non moltoFilippo dimenticatosi dei servigi di Francesco , gli suscitò contro dei nemici e gli fece assaltare le sue terre della Marca dalle forze di Alfonso di Na poli, di Eugenio IV e dei Veneziani. Ma tanta fu la bravura di Francesco nel condurre le truppe , nel regolare gli accэтра menti e nel muovere le battaglie, che potè fino al 1447 man țenersi ne' suoi dominj. SFORZA. 147 nè più con denari o congente ajutarlo, ma piuttosto favo rir l'afflitta città e conservarla in repubblica. I Veneziani mandarono Pasqual Malipiero eOrsato Giustiniano al conte: e avuta Crema, si confederarono co'Milanesi facendo inten dere allo Sforza che facesse la pace e desistesse di più of fender lo stato di Milano. Ma egli invittod'animo non volse punto levarsi dall'impresa, e tanto si confidò nel valore e nell' amor de' suoi soldati , che non dubitò di proseguir la guerra contra i Milanesi e contra i Veneziani , e tanto operò che in ultimo non potendo più la città di Milano resistere , ed essendo tutta in divisione, esso fu chiamato da'Milanesi a pigliar la signoria di quella città,della quale fu creato ducadue anni,sei mesi e quattordici giorni dopo la morte di Filippo Maria suo suocero. Quivi fatta una su perba e pomposa entrata e creato solennemente duca, or dinò con prudenza il governo di quella città e creò Ga leazzo Maria Sforza suo primogenito , conte di Pavia. Fece di nuovo rifareil castello di Milano, e mosse guerra a' Ve neziani , la qual poi a persuasion del papa fu tralasciata , efra lor fu conchiusa pace. Maritò Ippolita Maria sua fi gliuola ad Alfonso primogenito di Ferdinando re di Napoli, e Lionora figliuola di Ferdinando a Sforza Maria suo ter zogenito: perciocchè Galeazzo primogenito aveva Susanna figliuola di Lodovico marchese diMantova. Fece lega col re di Francia ed ebbe il dominio della città di Genova, ma poi a'otto di marzo del 1466, morì di morte subitana, es sendo in età di 65 anni,eavendone regnati 16 e 11 giorni, perciocchè fu creato duca ai 26 di febbrajo e coronato il giorno dell'Annunciata ai 25 di marzo del 1450. Questo prin cipe sali per tutti i gradi al supremo della milizia; e fu li berale, eloquente, magnanimo e così valorosonell'armi che se gli trovano pochi pari. Fu tanto stimato e riverito che fino i nemici, gettate l'armi a terra e col capo scoperto ri FRANCESCO I 148 verentemente losalutarono, reputandosifortunato colui che avesse potuto baciargli la mano (*). Ministrò l'imperio suo con singolar giustizia, temperanza, clemenza eumanitàpo polare, inmodo chese per lo terror dell'armi eraformidabile a'nemici , per la bontà della sua vita era ottimo fra tutti i principi di quel tempo. Era di onoratapresenza divita, con bel volto e pieno di grazia e di maestà. Non ebbe lettere, ma in ogni azione o civileo militare parlavacon tantaelo quenza , che l'avresti reputato perfetto oratore , pieno di prudenza e digiudizio. Conservava nondimeno lariputazion delle lettere, e perciò da Giovanni Simonetta istorico cele bre e dal Filelfo poeta famoso fece scrivere isuoi fatti.Re starono di lui sei figliuoli maschi e duefemmine, e dique sti il primogenito successe nelducato, come poco appresso m'apparecchio a dire. Il suo corpo conpompasolennee con esequie reali fu portato alla chiesa diMariaVergine (Duomo) (*) La riputazione dello Sforza era tale,che venendo attaccato un drappello de suoi, ch'egli aveapostato aMonte Barro, vigiunse il conteFrancesco nel punto in cui i nemici vincevano piena mente: al solo avviso dell'inaspettata sua presenza,si posero in fuga i vincitori; anzi inoltrandosi egli incontanente adinseguirli, si trovò come attorniato e preso da essi;mainvece difarlopri gioniero, i nemici deposero le armi,e scopertisi il capo, rive rentemente lo salutarono , e ognuno si chiamava felice,se gli poteva toccare o una mano o le vesti, perchè lo riputavano, a detta del Corio, padre della milizia, e ornamento di quella. Quando suo padre Sforza Attendolo guerreggiava negli Abruzzi, avea affidato a Francesco un corpo. Mentre battaglia vano i due partiti Angioino e Aragonese , si formò una trama segreta fra i soldati sottoposti a Francesco Sforza, e improvvi samenteuna gran parte di essi tradì la fede, e abbandonando il giovine Francesco , passò al nemico. Egli allora coi pochi rimastigli fedeli, si ricoverò in luogo murato.Appena ottenuto dal padre nuovo soccorso, si scaglio contro i nemici, e fece SFORZA. 149 in Milano e quivi fu sepolto (*). Vedi il Filelfo e il Corio. prigionieri tutti i traditori. Ne spedi la novella all'Attendolo, chiedendo i suoi comandi sul trattamento da farsi a quei pri gionieri. Sforza gli mandò in comando di appiccarli. Ricevendo una tale risposta Francesco rimase in forse, dappoi interpellò il messaggiero : Dimmi, con quale aspetto parlò mio padre, che t'incaricò di quest'ordine ? Il messaggiero rispose ch' egli era assai incollerito.Non lo comandadunque mio padre,disse Francesco. Questo è l'impeto di un uomosdegnato,e mio padre è ora già pentito di aver detto così.Indifatti condurre alla sua presenza i prigionieri:Poichè mio padre, diss'egli, viperdona,io pure vi perdono. Siete liberi. Se volete restare al nostro stipen dio, vi accetto comeprima; sevoletepartire, fatelo. La sorpresa di quei soldati che si aspettavano il suppliziofu tale, che lagri mando esinghiozzandogiuraronofede eterna all'armi sforzesche. (*) Il duca Francesco Sforza frammezzo a' pensieri militari, non dimenticò Milano : abbelli e ristorò il palazzo ducale, rie dificò il castello, di cui porzione vedesi tuttora; intraprese e condusse a fine la fabbrica dell'ospedale maggiore, chiamandovi ad architetto il celebre Filarete. Intraprese pure e condusse a termine la grand' opera del canale della Martesana, dietro i consigli dell'ingegnere Bertola da Novate; eressela chiesa e il convento dell' Incoronata , ed altri abbellimenti ed istituzioni, chesi possono vedere nella descrizione di Milano del Lattuada. Francesco Sforza ebbe novefigli : sei maschi e tre femmine. Ascanio, che fu poi cardinale, Galeazzo, che successe nel ducato, Ottaviano, che morì nel passarl'Adda; Lodovico ilMoro ( di cui si vedrà in seguito la vita); Filippo Maria, chemori pacifico nel suo ducato di Bari nel 1492, e Sforza Maria,che morì, dicesi, di veleno nel 1479. Le figlie erano: Elisabetta, maritata con Gu glielmo,march. di Monferrato, morta nel 1496; Ippolita, che fu educata daGiovanni Lascaris, donna amante dellelettere epro tettrice dei letterati, e data in isposa adAlfonso II d'Aragona, re di Napoli, nella qual città morì nel 1484; Polissena che mori in tenerissima età nel 1420: questasolanon erafiglia diBianca. 150 alb lanel Atget sida alsk luh GALEAZZO MARIA SFORZA *) QUINTO DUCA DI MILANO.وا ilablee 1 Galeazzo Maria Sforza, figliuol primogenito di Francesco Sforza , si trovava in Francia quando suo padre venne a morte, perciocchè egli v'era stato mandato con alcuni soldati vecchi , parte perchè facesse i suoi primi principj della milizia in quelle guerre, e parte perchè desse soc corso al re Lodovico XI oppresso da gravissima ribellione de'baroni francesi. Come dunque per le lettere della madre egli ebbe intesa la morte del padre, subito travestito da mercante se ne venne con prestezza a Milano, dove en trato ai 20 di marzo, essendo egli in età di 22 anni , vi fu ricevuto come duca, e cominciò insieme colla madre a governar temperatamente lo stato, Diede soccorso a'Fio (*)Effigie tratta da un dipinto che era nel duomo diMilano. GALEAZZO MARIA SFORZA. 151 rentini a' quali era stata mossa guerra da Bartolomeo Co glione general de'Veneziani di commission del Senato, e a questo soccorso e impresa si trovò anco Alfonso duca di Calabria , talchè il Coglione fu costretto a partirsi di To scana. Ajutò similmente Guglielmo marchese di Monferrato che con guerra era molestato da Filippo fratel del duca di Savoja. Fermata poi la pace fra Ferdinando re di Napoli e i Veneziani e Galeazzo, egli tolse per moglie Bona di Sa voja , sorella della moglie di Lodovico re di Francia , e fi gliuola di Filiberto duca di Savoja. Nacque appresso grave discordia fra esso Galeazzo e sua madre , che con lui go vernava lo stato, e ciò per suggestion di alcuni maligni, onde il duca la privòd'ogni amministrazione, tutto che ella conmoltamodestia sempre avesse governato. Perchè sde gnata, risolse d'andarsene alla sua città di Cremona, che le fu concessa in dote, con animo, quando il figliuol l'avesse voluto disturbare, d'aver ricorso al Senato Veneziano. Ga leazzo avendo di ciò qualche sospetto , le impedì l'andata facendole (come fu detto) dare il veleno, ondese ne mori in Marignano, e il duca la fece con grande onor seppellire a lato al padre. Andò poi Galeazzo insieme colla moglie a Fiorenza l'anno 1471 con tanta comitiva e pompa, che su però quella de'grandissimi re, dove connon punto minor so lennità fu ricevuto da quella repubblica; il che similmente fecero i Lucchesi ricevendolo in Lucca (*). Di qui passò a (*) Nel viaggio che fece Galeazzo a Firenze l'anno 1471 , condusse egli un tal corredo,che oggidì nessuno dei monarchi d' Europa penserebbe nemmeno a simile teatrale rappresenta zione. Il Verri la descrive tratta dal Corio, io la riproduco per dare un'idea de' costumi di que' tempi. "I principali feudatarj del duca ed i consiglieri gli fecero corte, accompagnandolo nel viaggio con vestiti carichi d'oro ed'argento; ciascuno di essi aveva un buon numero di do GALEAZZO 152 Genova, ove i Genovesi fecero un parato di valuta di do dici miladucati perraccettarlo. Maritò Caterina sua figliuola naturale (*) a Girolamo Riario signor di Forlì , nipote di mestici splendidamente ornati. Gli stipendiarj ducali tutti erano coperti di velluti. Quaranta camerieri erano decorati con superbe collane d'oro. Altri camerieri avevano gli abiti ricamati; gli staffieri del duca aveano la livrea di seta ornata d'argento; cinquanta corsieri con sella di drappo d'oro e staffe dorate; cento uomini d'armi, ciascuno con tale magnificenza comese fosse capitano; cinquecento scelti soldati a piedi;cento mule coperte di ricchissimi drappi d'oro ricamati; cinquanta paggi pomposamente vestiti; dodici carri coperti di superbi drappi d'oro e d'argento; duemila altri cavalli e duecento muli, coperti uniformemente di damasco per l'equipaggio dei corti giani. Tutta questa strabocchevole pompa andava in seguito del duca; ed acciocchè non rimanesse nulla dabramare, v'e rano persino cinquecento paja di cani da caccia; v'erano spar vieri, falconi, trombettieri, musici ed istrioni... Questa superba comitiva, nell'accostarsi a Firenze, venne accolta con somma festa ed onore dalla Signoria. I nobili ed i primarj della città si affacciarono i primi; indi molte compagnie di giovani in va rie fogge uscirono ad incontrare il duca; poi comparvero le matrone; poi le giovani donzelle cantando versi in laude dello eccellentissimo principe. Indi accostandosi alla città, ricevette gli ossequi dei magistrati. Finalmente lo accolse il Senato, che presentò al duca le chiavi della città, e Galeazzo entrò come in trionfo, e venne collocato nel palazzo di Pietro de' Medici ». (*) Questa Caterina fu donna , al dire del Litta, oltre ogni credere bella e coraggiosa, si sposò a Giacomo Riario, signore di Forlì, per la difesa della qual città, diede prova di somma intrepidezza. Imperocchè allorquando i pontifici eserciti ne as sediarono la rocca(1488)e portarono sotto le mura i di lei figli per trucidarli,se non fosse venuta alla resa, ella schernendo gli assedianti, alzò le gonne, dicendo che aveva le formeper stamparne degli altri. Fu poscia vittima delle armi del duca MARIA SFORZA. 155 papa Sisto IV e ricevè superbamente in Milano il cardinal Riario fratel d'esso Girolamo , avendogli fatti preziosissimi doni, e perchè considerava che l'amicizia de'Veneziani,per essergli vicini, molto tornava a proposito per lo stato suo; però non guardando al parentado fatto col re di Napoline mico al Senato Veneziano, volle con quella repubblica fer marlega ed amicizia, amando egli più lapace che laguerra: e così laconcluse per 25 anni, da che fra luie il re di Na poli nacque nemicizia. Fece similmente lega col re di Fran cia e diede ajuto a Filiberto duca di Savoja suo suocero , molestato con guerra dal vescovo di Ginevra alla quale in tervenne in persona. Tornato a Milano,fu da alcuni congiu rati ammazzato perciocchè essendo il duca tutto rivolto ai diletti amorosi e spesse volte con disonesti mezzi si pro vocò la nimicizia di molti. I congiurati furono Andrea Lampugnano, Carlo Visconti e Girolamo Olgiato, i quali in chiesa di S. Stefano, ove si celebrava la festa didetto Santo, ed esso v'era per udir messa, l'anımazzarono crudelmente l'anno 1476 essendo egli in età di 33 anni, ed avendo do minato 10 anni 9 mesi e 19 giorni (*). Fu principe liberale e Valentino, quando s'impossessò di tutta la Romagna. Venne tradotta prigionieracon catene d'oro aRoma, e mori a Firenze nel 1509. (*) Chi preparò questa congiura fu un tale per nome Cola Montano, bolognese, che abitava sotto la parrocchia di S. Raf faele. Portatosi egli a Milano, viveva, come dice il Verri, col mestiere delle lettere, ed era un rinomato maestro, alla scuola di cui varj giovani nobili andavano per istruirsi. Taluno, assai versato negli aneddoti, mi asserì, continua il sullodato autore, che questo ColaMontano fosse stato dileggiato dal duca Ga leazzo Maria. Concordemente la storia c'insegna che Montano ne'suoi precettisempre instillava nel cuorede'suoi nobili alunni l'odio contro la tirannia,la gloria delle azioni ardite, la immor GALEAZZO 154 magnifico, intanto che agguagliava la superbia reale. Trat teneva fanterie ecavallerie del fior ditutta Italia con grossi stipendj , e la cavalleria passava due mila uomini d'arme: ma così bella e onorata che nonsi potevavedere spettacolo talità che ottiene chi rompe i ferri alla patria , e la renda li bera e felice. Egli animava gli alunni suoi a mostrare una vi rile fermezza , ad amare la vigorosa virtù, a cercar fama con fatti preclari. Poichè co' discorsi o cogli esempj della virtù ro mana ebbe trasfuso il fanatismo nelle vene bollenti degli sco lari , egli coglieva l' occasione che il duca colla pompa acco stumata passasse davanti la scuola; e trascegliendo i più ar denti ed audaci, mostrava loro unTarquinio nel duca, ed una mandra di schiavi, buffoni effeminati ne' suoi magnifici corti giani , veri sostegni della tirannia e pubblici nemici. Confron tavali co' Cartaginesi, co' Greci, co'Metelli, co' Scipioni romani. Giunti al grado del fervore al quale cercò ridurli , collocò al cuni di essi al mestiere delle armi sotto Bartolomeo Coglione, acciocchè imparassero a conoscere i pericoli, ad affrontarli, a ravvisare le proprie loro forze. Condotta la trama al suo ter mine,finalmente furono trasceltiquelli che egli giudicòpiù adat tati , e furono appunto Giovanni Andrea Lampugnano,Girolamo Olgiato e Carlo Visconti. Si pensò con un colpo ardito di libe rare la patria, mostrando quanto sarebbe facile l'impresa, pur chè i cittadini si ricordassero soltanto d'essere uomini. Avanti la statua di S. Ambrogio venne congiurata la morte diGaleazzo Maria, usurpatore del trono,oppressore della libertà,che pure godevasi ventisei anni prima, nemico della patria, impoverita con enormi gabelle, ed insultata col lusso di un principe mal vagio. Così formossi segretamente la trama, che scoppiò prima che alcuno ne sospettasse. Giovanni Andrea Lampugnano ap pena fatto il colpo cadde poco lontano dal duca,ucciso da un domestico ducale,GirolamoOlgiato che avea23 anni, si sottrasse col favore della confusione , e ricoveratosi presso di un buon prete, aspettava di ascoltare per le vie della città gli applausi della libertà ottenuta, ed impaziente attendeva il momento MARIA SFORZA. 155 piùmagnifico. Manteneva ogni sortad'animali e d'uccelliper cacciare e uccellare, ma con tanti ornamenti e spese, che fino le stanghe sopra le quali stavano gli uccelli,erano coperte conteledi seta,ricamate con oro e argento, ei getti e i so nagli erano d'argento, e i cappelletti eran tutti forniti con gioje e con perle. Dilettossi di giuocare al pallone , e per ciò fece molti edifici in Milano, in Pavia e altrove. Fu ama tor dell'onesto edel dovere, osservando la giustizia fino alla severità: e molto si dilettò di mantenerl'abbondanza delle vettovaglie in tutto il suo stato,il quale purgòd'ogni sorte di malfattori , e perciò travestito spesse volte in abito di semplice viandante, andava per lo stato incognito a ragio nar con uomini bassi per intender ciò che di lui si ragio nava, e sollecitava talora i guardiani deporti sopra i fiumi apassarlo co' burchielli senzacontrassegno, promettendode nari, e ciò per castigare i delinquenti e per premiare chi osservava gli ordini. Dilettavasi della pittura e fu letterato, e molto nelsuo parlare elegante, usando atempo fra i suoi domestici facezie e molti arguti. Della musica ebbe tanto gusto che da diverse parti con grossi stipendi condusse musici eccellentissimi. Ma queste tante sue virtù ebbero contrappeso d'alcuni vizj che furono cagion potissima della sua morte; perciocchè egli fu molto sottoposto alla libi di mostrarsi come liberatore della patria. Ma udendo in vece gli urli e lo schiamazzo della plebe, che ignominiosamente trascinava per le strade il cadavere del Lampugnano, s'avvide troppo tardi dell'error suo,perdè ogni lusinga e venne impri gionato. Dal processo che se gli fece, si seppe la trama. Non mi ènoto qual fosse ilfine di Cola Montano. L' Olgiato mori dalle mani del carnefice con sommo coraggio pronunziando questo motto alla manieradiBruto :Stabit retus memoria facti. (Eterna vivrà la fama di sì gloriosa impresa)-Verri, Storia di Milano, cap. XVIII. GALEAZZO MARIA SFORZA. 156 dine sporca e disonesta, eperciò i sudditi ne venivano molto aggravati, perocchè egli poi accumulata l'ingiuria, sottopo neva le donnea'suoifamiliari,nonsiricordando che a'popoli non si fa alcuna ingiuria maggior diquella ch'è commessa contra l'onor delle donne. Fu crudele e fece morirdi fame un sacerdote che gli aveva predetto, come egli non sarebbe arrivato agli undici anni del suo imperio. Altri fece ser rar vivi nelle case, e seppellir sotto terra come morti, ed ad altri usò altre crudeltà;di maniera che n'acquistò mala fama(*). Trovasi che alcune volte anco vendè la giustizia liberando molti delinquenti per denari, essendo egli molto vago d'accumular tesoro; da che ne seguì, che impose ai sudditi molte gravezze, e questi vizj macchiaron molto la sua grandezza, e il desiderio ch'egli avevadi gloria. Lasciò di Bona sua moglie due figliuoli maschi e due femmine, e il suo corpo con onorate esequie fu sepolto nella chiesa cattedraledi Milano. Vedi il Corio e il Suola. (*) Ecco qualche altro saggio delle crudeltà diGaleazzo. Per gelosia fece tagliar le mani aPietro da Castello, calunnian dolo come falsificatore di lettere; fece inchiodare vivo, entro di una cassa, Pietro Drego, e così venne seppellito. Scher zava con ungiovine veronese, suo favorito, e lo scherzo giunse atale da farlo mutilare. Un contadino che avea ucciso un le pre contro il divieto della caccia, venne costretto ad inghiot tirlo crudo colla pelle, onde miseramente morì. Travaglino, barbiere del duca, soffri quattro tratti di corda per di lui co mando, e dopo continuò afarsi radere dalmedesimo.Egli avea un orrendo piacere rimirando nei sepolcri i cadaveri. 157 99103 629 GIOVANNI GALEAZZO MARIA SFORZA (*) SESTO DUCA DI MILANO. Quando Galeazzo Maria fu da' congiurati ammazzato in chiesa di Santo Stefano , come dissi di sopra , il suo fi gliuol maggiore chiamato Gio. Galeazzo non aveva più che nove anni (**) : onde essendo 'stato dichiarato duca e suc cessore , fu coronato secondo il solito a 24 d'apriledel l'anno 1478 e gli fu data la madre per tutrice in compa gnia d'alcuni attenenti e baroni, ma fra gli altri di Cecco Simonetta molto affezionato e fedele al fanciullo. Ma venuti di Francia a Milano Lodovico detto il Moro, e Sforza fratelli del morto duca , vennero in discordia con Cecco. Tuttavia (*) Effigie cavata dai medaglioni battuti in sua lode. (**) Giovanni Galeazzo nacque nel castello di Abbiategrasso, l'anno 1469. GIOVANNI GALEAZZO 158 instati da Lodovico marchese di Mantova, s'accordarono fi nalmente , se ben poco durò l'accordo , essendo il Moro confinato a Pisa, Sforza al suo ducato di Bari e Ascanio a Perugia. Ma la duchessa , o mossa da femminil leggerezza, o così instata da chi l'odiava, si pacificò poco appresso col Moro e lo richiamò a Milano senza saputa del Simonetta, di di che esso fece con la molta sua prudenza profezia a madonna Bona, dicendole : a me ne va il capo, e a voi lo stato : il che appunto avvenne come egli predisse, essendo Cecco decapitato il penultimo d'ottobre dell'anno 1480 (*) eBona l'anno seguente priva del governo. In questo modo Lodovico il Moro ebbe il governo dello stato di Milano e del nipote; il quale prese moglie Isabella figliuola d'Alfonso duca di Calabria e figliuola di Ferdinando re di Napoli, la qual venne a marito congrandissimi trionfi e feste. Cresciuto il giovane in età di 24 anni, era come prima dal Moro suo zio tenuto basso e senza alcun maneggio, anzi con pochissima entrata, nè quanta gli bastasse a viverenon che mantener corte, nè dal nome di duca in fuora, in lui era altro d'onore. Perchè la duchessa Isabella, mossa a sdegno e sforzata dalla ragione, scrisse al padre ed all'avolo (**) , (*) Cecco Simonetta fu uomo versatissimo nella politica , di patria napoletano , fratello di Francesco lo storico,di cui fa cemmo parola nella biografia sforzesca. (**) Questa lettera lacrimevole merita d'essere qui riportata: «Io sono certa che voi , i quali sempre foste ricordevoli della chiarezza di casa d'Aragona e della dignità reale, non avreste giammai maritato me, che sono vostra figliuola e nel vostro seno allevata,a Giovan Galeazzo, se voi aveste pensato ch'egli, il quale quando fosse in età, era per dover succedere nello stato del padre e dell'avolo,passata la sua fanciullezza, e avuto figliuoli, fosse stato per dover servire all'ambiziosissimo e cru delissimo suo zio. Perciocchè Lodovico, non più zio, ma cru MARIA SFORZA. 159 rammaricandosi dell'ingiurie di Lodovico. Essi per loro ambasciatori l'ammonirono più volte, ma non avendo altro da lui che buone parolericorsero all'armi, e fecero grandi apparecchi di guerra. Ma Lodovico chiamò in Italia contra gli Aragonesi Carlo VIII re di Francia, il qual venne e in questo modo s'accese tanto fuoco in Italia, che fu la ruina d'amendue quelle nobilissimefamiglieAragonese eSforzesca. Giovanni Galeazzo ammalò non molto dopo in Pavia, dove re Carlo venne a visitarlo, ed esso gli raccomandò France sco suo figliuolo e poco appresso si condusse amorte, avendo avuto il veleno a termine da Lodovico suo zio. Morì nel mese d'ottobre l'anno 1494essendo in età di 25 anni. Regnò (se così può di lui dirsi che non regnò mai) 17 anni , 9 mesi e alquanti giorni, e fu sepolto nella chiesa cattedral di Milano Vedi il Giovio e il Supplimento delle Cronache. dele e dispietato nemico, pure ora apertamente, quello a che molti anni innanzi,tirato dalla lunga usanza di governare deside rosissimamente aspirò sempre, solo possiede lo Stato di Milano, e insieme colla moglie, ogni cosa governa a suo modo. A lui ubbidiscono i guardiani delle rocche, i capitani degli eserciti, i magistrati , e tutte le città della provincia. Egli dà udienza agli ambasciatori dei principi,dà le leggi della guerra e della pace, e finalmente ha suprema autorità della morte e della vita , delle entrate e delle rendite tutte. E noi, miseri asse diati da lui, e abbandonati da tutti non avendo altro che l'or namento del titolo vano, oscuramente viviamo una vita lacri mosa e dolente; e dubbiosi ancora della vita, la quale perduto lo Stato e gli onori, sola ci rimane, se tosto voi non ci soccor rete dopo tanti nostri travagli , ogni dì di peggio aspettiamo. Per amore di Dio, liberate la figliuola e il gener vostro da questi affanni ; e se le ragioni divine ed umane vi muovono punto, se finalmente in cotesti anni vostri reali si trova alcun pensiero di giustizia, di pietà e di onore, rimetteteci nella li GIOVANNI GALEAZZO MARIA SFORZA. 160 bertà e nello stato nostro.Non ci manca il favore degli ottimi cittadini: in Giovan Galeazzo è animo capace di governo e di Stato, e gli amici vecchi , i quali temono ora la crudeltà del tiranno, stando cheti, ci promettono , venendo l'occasione di prontamente e fedelmente servirci dell'opera loro; e tutte le città hanno inversodi noi un ottimo volere,le quali città sono da lui con insolita e gravissima stranezza taglieggiate. Final mente non ci mancherà del suo ajuto Iddio, il quale è quel che punisce i delitti, se voi, iquali sempre riputaste cosa ono rata e reale, il soccorrere gli stranissimi ancora oppressi da miseria e indegna servitù, non mancherete al sangue vostro ed alla giustissima causa ». Questa lettera scosse l'animo di Ferdinando e di Alfonso, che si diedero con ogni possa a prepararsi per combattere Lo dovico; ma costui come vedrassi nella Vita seguente, stimoló Carlo VIII a scendere in Italia, impossessarsi del regno di Na poli , e ciò all'unico scopo di divergere altrove la guerra che minacciavalo nesuoi Stati. La povera Isabella alla morte del marito si ritirò inNapoli, visse infelice; passò gli ultimi anni della vita a compor rime, emori nel 1824, ebbe tre figli , due femmine e un maschio , che si chiamò Francesco , e che dovea succedere nel ducato.. Ma dalla madre venne imprudentemente consegnato a Lodo vico XII, che condottolo in Francia, lo iniziò alla vita eccle siastica. Mori di una caduta da cavallo mentre andava alla caccia. 1 461 LODOVICO MARIA SFORZA(*) SETTIMO DUCA DI MILANO. Lodovico Sforza figliuolo del duca Francesco , se non avesse con tirannica scelleratezza occupato ingiustamente lo stato al nipote , potrebbe per molte parti parer degno di molta lode; ma l'animo ambizioso e non contento di avere il governo del ducato di Milano, contitolo di tutor del pu pillo , molto lo reseodioso a' principi della cristianità e agli amatori della giustizia e del dovere. Costui,morto il nipote, operò in modo co'suoi fautori ch'esclamandosi per le con trade diMilano, qualmente la città non aveva bisogno d'es ser governata da teneri bambini, ma da uomini prudenti, e d'inveterata esperienza , fu dato assolutamente a lui tutto (*) Effigie cavata da una tavola che era in S. Ambrogio ad Nemus fuori di Milano.. BARBUÒ. Vite degli Sforza. 41 LODOVICO MARIA 4 462 il governo dello stato, benchè prima l'avesse, e fu gridato duca. Parve a lui d'averfatto male a chiamar (come èdetto) i Francesi in Italia, perciocchè non ebbe cara la tanta lor felicità nel regno di Napoli: e però co' Veniziani s'oppose a esso re Carlo nel ritorno del regno,e fu commesso il fatto d'arme del Taro, nel quale fu detto che Lodovico ordinò secretamente a'suoiche non combattessero, perciocchè non vedeva molto volontieri ingrandirsi i Veneziani, la vicinanza de'quali aveva sospetta. Passò dunque il re Carlo verso Fran cia, di che molto venne a gloriarsi il Moro, il quale uso a governarsi in tutte l'imprese con simulazione e dissimu lazione si vantava d'esser figliuolo della fortuna. Perciò glo riandosi d' aver condotto in Italia, e poi d'averne cacciato il re di Francia, attribuiva al suo sapere , che Pietro dei Medici fosse stato levato del governo di Fiorenza, gli Ara gonesi del regno di Napoli e i Fiorentini del dominio di Pisa,che per consiglio ed autorità sua molti principisi fos sero collegati insieme contra i Francesi, il re Ferdinando fosse tornato nel regno e che fino i capitani francesi piut tosto avessero ubbidito a lui che al proprio re loro. Maritò la nipote inMassimiliano imperatore, dandole in dote quat trocento mila scudi con patto , che l'imperatore gli desse titolo di duca el'investisse di quello stato: perciocchè Lo dovico scellerato in un medesimo tempo contra il padre e contra il fratel maggiore, diceva che nonavendo suopadre nè suo fratello ottenutal'investitura da alcun supremo prin cipe di quel ducato, non erano stati legittimi duchi: e con questo veniva a ricoprir la sua ambizione e scelleratezza d'aver usurpato il dominio al nipote; adducendo chese non ci era corsa alcuna investitura, non v'era anco legittima zione al ducato. Oltra di ciò con l'esempio d' Artaserse e di Ciro affermava che a lui apparteneva quel titolo e stato, e non al fratello : perciocchè esso era nato quando Fran SFORZA. 165 cesco Sforza suo padre era duca di Milano, dove il fratello era nato per avanti;e che però egli solo era nato a quella successione. Ora venuto a morte Carlo VIII re diFrancia e in suo luogo successo Lodovico XII, il Moro si sbigotti fie ramente sapendo ch'era suo nemico, e fu sopraggiunto da tanto terrore che quasi ebbe per fatale , che fosse giunta l'ultima sua ruina, e a fatica teneva coperto il suo timore. Il re di Francia subito asceso al regno si collegò con papa Alessandro VI e co'Veneziani , e mosse guerra allo Sforza : ed egli spinto dalla necessità ricorse con veramente crudel consiglio a Bajazzette signor de' Turchi, acciocchè movesse guerra a' Veneziani, disperandosi d' aver soccorso dall'im peratore,molestato allora dall'armi degli Svizzeri per opera de'Francesi. Fu in ultimo costretto con grosso tributo acom perar la pace dal re suo nemico, acciocchè a lui ed a'suoi figliuoli solamentelasciasse il possesso dello stato paterno : a che il re , dato da principio orecchio , non volle accon sentir poi , avendo apparecchiato da ogni parte insidie e violenze contra gli Sforzeschi. Mandò dunque eserciti con tra il Moro, il qual in tal maniera ci rimase oppresso, che se ne fuggì di Milano con monsignor Ascanio suo fratello, e andò inAlemagnaa trovarl'imperatore. Trovandosi prima a Bolzano ebbe nuova che Bernardino di Corte, acui aveva raccomandato il castello di Milano, avaramente l'aveva tra dito in mano de'Francesi, che Cremona era stata presa dai Veneziani e che il castello di quella città per tradimento di Battaglione era similmente stato dato loro. Tornò poi a tentare il suo ritorno avendo inteso che ipopoli, desiderando il dominio Sforzesco aveano grandemente in odio i Fran cesi. Fu dunque lietamente ricevuto in Milano , e consu mando molti giorni in combatter Novara, fu tradito dagli Svizzeri ch'erano al suo stipendio, i quali corrotti da'Fran cesi , lo diedero in mano di Mons. della Tramoglia che lo LODOVICO MARIA 464 mandò prigione in Francia: dove stette cinque anni mi seramente nella torre di Loces (*); privo fin della conso (*) Alcuni scrittori dicono dieci, altri otto anni , ed asseri scono che non mori nel castello di Loches, ma sibbene nella città di Bourges, da un potente veleno fattogli somministrare da Lodovico XII. Nacque in Vigevano nel 1450; fu relegato dal fratello in Francia , e ripatriò alla sua morte. Tentò in Milano una som mossa ; preso e dichiarato ribelle venne confinato in Pisa. Ebbe corrispondenza con Antonio Trassino , uomo di vili natali, ed amante di madonna Bona. Con questo mezzo ottenne di resti tuirsi a Milano , e vi giunse nel 1479; prese egli la reggenza dello Stato nel1481; scacciò il Trassino, che andò a Venezia, portando seco un tesoro di gioje e di denaro. Madonna Bona che volea uscire dagli Stati venne arrestata in Abbiategrasso, ove morì nel 1494. L'epoca di Lodovico il Moro è delle più illustri di Milano. Sotto il suo regno vediamo innalzarsi il Lazzaretto fuori di porta Orientale ; il magnifico santuario della Madonna di S. Celso, la cupola delle Grazie, il grandioso chiostro di S.Am brogio; la condotta del naviglio della Martesana dalla Cassina dei Pomi entro Milano per unirlo col naviglio grande : chiamò a sè Bramante daUrbino e Leonardoda Vinci. Fiorirono ezian dio : Demetrio Calcondila , Giorgio Merula, Alessandro Minu ziano, Bartolomeo Calchi e Tomaso Grassi che aprirono scuole pubbliche, Tomaso Piatti, che istitui cattedre di astronomia , di geometria, ec. Nella storia avevamo Tristano Calchi e Ber nardino Corio e Gaspario presiedeva al primo conservatorio di musica che si erigesse in Italia. Da Leonardo e da Bramante soprattutto uscirono discepoli che illustrarono altamente le belle artidi Lombardia. Lodovico il Moro si sposò a Beatrice d'Este, che mori di parto nel 1497. Di Lodovico e di sua moglie abbiamo due bel lissimi monumenti nella Certosa di Pavia. Ebbe sei figli : quat tro naturali e due legittimi : i due legittimi furono Massimi liano e Francesco che si succedettero nel ducato di Milano. SFORZA. 165 lazion di poter scrivere; finchè essendosegli sparso il fiele per la vita, colla mortepose fine alla sua infelice miseria. Fu di bella e generosa presenza di volto e di corpo; uma nissimo e facilissimo in dare udienza ad ognuno , e nelle sue risposte pieno di gravità e di giustizia, ma tanto ac corto che denegando le grazie a chi le domandava, pareva che facesse la metà della grazia, tanto sapeva egli gentil mente negare e dar ripulsa. Amòdi governare piuttosto col consiglio che con le armi, ma fu doppio, astuto e solenne simulatore, siccome colui che voleva fortificar tutta la sua prudenza coll'astuzia e colla simulazione, usando a tempo eloquenza e dolcezza di parole piene di sottigliezza natu rale. Nacque egli ai 3 d'agosto del 1450, tiranneggiò solo anni 5 e mesi 6. Fu cacciato dello stato l'anno 1499 , e cinque anni visse in prigione : tal che verrebbe a esser morto in età di 54 anni (*). Vedi il Bembo e il Sabellico. (*) Quasi tutti gli storici vogliono che la pace d'Italia sia stata turbata da Lodovico Sforza quando chiamò i Francesi nellapeni sola. È egli poi vero? Riferirò qui su tale proposito una sensata postilla di un autore moderno : « Non potrebbesi dire che i Fiorentini aveano chiamato,gran tempo innanzi, i Francesi con tro Giovanni Galeazzo I ? E lo stesso Visconti non fu già egli, che accordò diritti , e consegnò in certo qual modo la chiave della porta magna di questa provincia , dando in isposa al duca d'Orléans Valentina, sua figliuola, con città e castelli in Piemonte, e col diritto di successione allo Stato di Milano ? E in epoche ancora più lontane, nei secoli nono e decimo, non furono gli stati diversi formati in Italia che chiamarono gli stranieri per sostenere contro i vicini le loro ragioni o la loro ambizione? Abati , arcivescovi , pontefici , marchesi , conti e baroni italiani invitavano a venire fra loro principi Sassoni , Provenzali e Borgognoni , Francesi e Tedeschi; li decoravano conuna o condue corone, dell'italica e dell' imperiale, e gli aizzavano infine gli uni contro gli altri, quasichè gl'Italiani non LODOVICO MARIA 166 potessero estendere o consolidare il loro potere senz' essere, comedice Liutprando, dominati da due sovrani stranieri , e posti in continua guerra fra loro. Prosperavano in vero in queste belle contrade Firenze e Pisa , Milano, Venezia e Genova ed altre città; ma le une erano nemiche delle altre, e andavano a gara fra loro per mendi carsi la grazia e l'appoggio degli stranieri , tenendo sempre oscillante la sorte del loro paese. Quest'era la politica di quei tempi , imitata nei secoli appresso dai repubblicani milanesi , collegandosi essi perfino col loro più gran nemico Federico Barbarossa, per tiranneggiare Lodi, Pavia, Como ed altre città, e imitata pure dai signori Torriani , dai Visconti , e da tutti i principi d'Italia per sostenere la loro ambizione. Non si dica adunque che Lodovico il Moro sia stata la causa della rovina d'Italia. Carlo VIII avea già l'intenzione di venirvi.Se lo Sforza si fosse opposto a' suoi disegni,non era difficile al re francese di avere genti e denari dagli Aragonesi di Napoli e dai Fio rentini, già grandi nemici del reggente diMilano,per assaltare questo ducato in nome degli Orléans , e aprirsi così una via più larga e più sicura all'esecuzione de' suoi disegni. Nei prin cipi d'allora prevaleva più l'odio e l'interesse privato che la considerazione del pubblico bene o di un male avvenire. Non se ne ha quindi ad accusare piuttosto i Fiorentini che i Mi lanesi, o i Veneziani, o ilPapa, o il re di Napoli,i quali diedero forse occasione più volteagli stranieri di discendere in Italia. La causa d'ogni rovina era riposta nell'indole , nella politica enella gelosia delle città e dei principi di questo paese. Gl'I taliani non forti abbastanza per vincere da soli i loro vicini, nè abbastanza saggi da cedere il primato ad alcuno di loro, chiamarono a garale armate straniere. Sempre inquieti e pieni di boria, ma senza un centro comune e senza spirito di na zione, tutti ne volevan sapere più del dovere , tutti volevan avere un dominio, nessuno volea servire. Era l'Italia d'allora come un'opulenta egrossa famiglia, senza capo, i di cui mem bri tutti pieni d'ingegno, tutti amantidel potere, tutti persuasi di avere la scienza esclusiva, operavano tutti a loro modo. SFORZA. 167 Delle ricchezze ammassate dal padre e dall' avo si servirono tutti , impiegandole secondo i loro fini particolari ; ma non pensarono mai a farne unamassa comune. Crescevano intanto intorno a questa famiglia altre famiglie , che meno potenti , ma più ordinate, più docili alla voce del comando, più affe zionate al ben essere comune e dirette da un sol capo, rivol sero a loro profitto tutte le spese male applicate di quella che sembrava afſettare l'universale dominio, el'indussero infine al l'estrema indigenza. Tale a un dipresso era la condizione in cui trovavasi l'Italia sotto Lodovico il Moro; gli stranieri dopo varie vicende , poco dissimili da quelle dell' Italia stessa, di venivano intanto più assennati, e pensarono a fortificarsi e ad unirsi nel loro paese; ne estesero a poco a poco i confini col l'acquisto di nuove provincie; e lasciandosi vincere, e qualche volta dispotizzare da un solo monarca , divennero formidabili alle altre nazioni. Gli stranieri che gl'Italiani volevano espel lere dal loro suolo, se ne impadronirono e fecero poi sentire agli Italiani il torto di averli chiamati Barbari. I Barbari, che così venivano designati gli Alemanni , i Francesi e gli Spa gnuoli,salirono tant'alto, chi nelsapere,chi nella morale, e chi nel vero essere di nazione, che si lasciarono sotto questo rap porto molto al di sotto la bella e troppo orgogliosa Italia, la quale se ne andava intanto e va forse pur ora gridando d'es sere stata la prima nazione e la maestra del mondo. Creden dosi gl'Italiani col pensiero sempre là dov' erano un tempo, divennero difatto più forestieri a loro medesimi, di quello che fossero i Milanesi cogli Spagnuoli , i Piemontesi con i Fran cesi , ec. , desiderando gli Spagnuoli quando avevano i Fran cesi, e desiderando i Francesi quando avevano gli Spagnuoli ogli Alemanni ». 168 MASSIMILIANO SFORZA(*) OTTAVO DUCA DI MILANO. Massimiliano Sforza figliuol di Lodovico il Moro fu alle vato con Francesco suo fratello in Fiandra; e dopo molte rivoluzioni del suo stato fu finalmente da Carlo V impera tore, piuttosto come suo fattore a riscuoter l'entrate, che come duca rimesso nel ducato. Fece guerra contra i Fran cesi a Novara,nella quale si portò tanto valorosamente che vinse i nemici, riportandone onorata vittoria. Bene è vero che veduti Mons. della Tramoglia e il Triulzio capitani dei Francesi, i quali avevan fatto prigione Lodovico suo padre, egli fu sopraggiunto da fatal paura e spavento , quasi che ancora alui soprastesse il medesimodestino. In questomodo (*) Effigie cavata da un dipinto di Leonardo da Vinci. MASSIMILIANO SFORZA. 169 confermato per tal vittoria nello stato , si portò come si gnore fino alla venuta del re Francesco primo di Francia , che pretendendo ragione in quello stato, venne per acqui starselo.Questo re, fatto prigione Prospero Colonna alle radici del Monginevra, commise poi un notabil fatto d'arme cogli Svizzeri del duca presso Milano (*) ; dove essendo riuscito vittorioso e avendo conquistato Milano, assediò il duca nel castello con tanti artifici di mine inventate dal Navarro , che il duca dubitando anco di tradimento, fu costretto a rendersi con patto che in Francia gli fosse onoratamente provvisto del suo vivere. In questa guisa venne in mano del re Francesco l'anno 1515 il dì di Santa Croce, il qual re clementissimo e liberale gli concesse di provisione an nuale trentaseimila scudi, facendolo piuttosto osservare che tenere in prigione. In tale stato si morìdi febbre nell'altrui patria, mentre che Francesco suo fratello rimesso, in luogo di lui da papa Leone, era combattuto da Carlo V e difeso da papa Clemente VII. Fu d'ingegno stupido e goffo, e con pensieri spesse volte pazzi e sciocchi, e se talora dava se gno di prudenza , era così fugace e instabile che non riu sciva a bene. Dimostrò animo sospettoso e debol memoria: mafu per lungo tempocosì sordido della vitasua, che punto non si mutavadicamicia nè d'altri panni bianchi, puzzando con odor reo e disonesto, ed essendo co'capelli lunghi e senza mai pettinarsi pieno di pidocchi Nè gli giovarono punto gli (*) Cioè la rinomata battaglia di Marignano, ch' ebbe luogo nel 1313, e che il Triulzio chiamò Battaglia di Giganti, la quale è maravigliosamente descritta nella Storia del Guicciar dini. Questo duca fu preso sotto la protezione dell'impera tore Massimiliano; regnò dal 1812 al 15 sul ducato; ma dopo la battaglia di Marignano cedè il suo Stato a Francesco I , e mori nel 1830 aParigi. Il cancelliereMorone fu causa di molte sue disgrazie. MASSIMILIANO SFORZA. 170 avvisi de' camerieri o delle gentil donne, finchè Prospero Colonna, Raimondo Cardona e il cardinaldi Sion con illustri conforti l'ammonirono a star pulito e netto. Fu molto sog getto agliumori malinconici, e per moltifu creduto ch'ei fosse stato con malíe e con incantiguasto e affaturato: ma chiara cosa è ch' egli odiando in secreto Francesco suo fratello , ch' era prudente e savio, nè d'aspetto nè d'ingegno, punto non assomigliò agli Sforzeschi suoi maggiori. Fu Massimi liano creato duca l'anno 1512 del mese di dicembre. Fu cacciato l'anno 1515del mese di settembre e morì in Fran+ cia l'anno 1530. Vedi ilSupplimento delle Cronache lib. 16. 171 0 DO 190 sxive ilg nga iomo FRANCESCO II SFORZA (*) NONO DUCA DI MILANO. Francesco Sforza secondo figliuolo di Lodovico il Moro , essendo in età di tre anni,fu cacciato fuor di stato col pa dre estette 21 anni in esilio, e spesse volte in povertà fra speranza e timore piangendo e aspettando penadegli altrui peccati. Dopo che Massimiliano suo fratello fu cacciato dello stato paterno, egli cinque anni dopo trovandosi in Trento, fu con l'armi di papa Leone X e diCarlo V rimesso in Milano avendolo anco molto amorevolmente richiamato i Milanesi, i quali odiando il dominio superbo de' Francesi, molto più amavano quello del lor natural signore , e però discaccia rono a furore Mons. di Lutrec governatore per il re di Francia con tutti i suoi seguaci perle disonestà e insolenze Effigie cavata da un dipinto di Tiziano. FRANCESCO II SFORZA. 172 ch'usavano. Ma il duca spesse volte si penti d'avere intra preso quel carico, perciocchè travagliato dall' armi Francesi e trovandosipovero di denari, era perciò sforzato con spesse gravezze a taglieggiare i popoli, tal che per ciò sen'acquisto l'odio de'sudditi e quasi era bestemmiato da ognuno,veden dosi che mai non erano per aver fine le stranezze di ri scuoter denari. Per questo dunque pensarono alcuni di vo lerselo levar dinanzi, e Bonifacio Visconti l'affrontò e feri con unpugnalfra il collo e la spalla, maleggermente. Diede egli fine a tre guerre con l'ajuto degl'imperiali, perciocchè vinseMons. di Lutrec allaBicocca (*),e l'ammiraglio Gofferio e gli Svizzeri al fiume Sesia; e finalmente prese Genova e domò iGenovesi. Ma nella quartaguerra essendo il re Fran cesco in persona stato fatto prigione sotto Pavia , egli fu accusato di tradimento dal marchese di Pescara e daAntonio da Leva, iquali dicevano che lo stato diMilano s'era acqui stato all' imperatore e non allo Sforza. Perchè da loro fu assediato in castello e quasi gli furon tolte tutte le città dello stato. Ma papa Clemente e i Veneziani non sopporta rono quest'ingiuria, e uniti co'Francesi fecero molte guerre contra l'imperatore. Finalmente accordate le cose e venuto l'imperatore a coronarsi in Bologna per mano del papa, fece venir quivi lo Sforza, e lo rimise instato,dandogli per moglie Cristierna sua nipote , nata d'una sua sorella e di Cristierno re di Dazia (**) il che ful'anno 1534, manon godè lungamente tanta felicità : perciocchè venutogli male agli (*) La battaglia della Bicocca avvenne nell'anno 1822, ove Prospero Colonna , capitano della lega, riportò una compiuta vittoria sopra i Francesi.- La Bicocca è un castello distante tre miglia da Milano, che oltre l'abitato civile, conserva an cora qualche resto di fortificazione. Fu possedulo dagli Arcim boldi , ora è della patrizia famiglia Rusca. (**) Cioè di Danimarca. FRANCESCO II SFORZA. 173 occhi e accrescendosegli il male, venne a morte ai 24 d'ot tobre 1555. Fu aperto il suo corpo etrovatogli il cuore arido, ma gonfio. Morto il marito la sposa fu rimenata al padre , e lo stato di Milano restò a Carlo V da cui è passato, estinti i DuchiVisconti e Sforzeschi,al cattolico Filippo re di Spa gna. Fu Francesco Sforza creato duca l'anno 1521. Resti tuito 1530. Vedi il Giovio , il Guicciardini, e il Capella e altri (*). (*) Francesco II Sforza nacque inVigevano nel 1492; dopo la sconfitta di Marignano si ritirò in Tirolo, ove vivea esule ed oscuro. Entrò come duca in Milano nel 1822. L'anno seguente venne assalito da Bonnivet e un anno dopo da Francesco I , che s'impadroni di Milano. Ma dopo la battaglia di Pavia nel 1525 rientrò in Milano. Reso sospetto di fellonia a Carlo V, cedè il castello, e vagò per l'Italia e fuori, sinchè riconcilia tisi i due più gran potenti d' Europa (vale a dire Francesco I e Carlo V) alla pace di Cambrai, fece ritorno ne' suoi Stati, e mori nel 1838. Sua moglie, Cristierna, sposò Francesco, duca di Lorena, e rimasta vedova si ritirò in Tortona, sua città do tale; e mori poi in Alessandria presso la famiglia Guasco. Così dopo 88 anni di regno, videsi spenta la famigliaSforzesca, e il ducato di Milano cadde nelle mani degli Spagnuoli , i quali barbaramente per più di due secoli trassero all'estrema ro vina non solo Milano, ma tutta la Lombardia. 174 onamplit ib ols re VITA DI ASCANIO SFORZA(*) FRATELLO DI LODOVICO IL MORO SCRITTA DA ROBERTO RUSCA. Nacque Ascanio Marial'anno 1454, da Francesco I Sforza duca di Milano, naturaledi Sforza e di Bianca Visconti, fi gliuola naturale di Filippo Maria Visconti , ed ebbe cinque fratelli tutti da un padre e da una madre nati. Galeazzo che fuprimogenito e che nacque prima che Francesco Sforza avesse in possesso il ducato di Milano; Sforza,che fu duca di Bari e secondogenito,e Lodovico terzogenito; Ascanio quarto edOttaviano.Galeazzo successe nel ducato di Milano al padre, maper una congiura fu inS. Stefano in Broglio ammazzato proprio il giorno di S. Stefano da congiurati l'anno 1476 ; (*)Effigiecavata da una medaglia esistente nelMuseo Trivulzi in Milano. VITA DI ASCANIO SFORZA. 475 e restando Bona,duchessa, tutrice de'piccoli figliuoli e reg gente del ducato, Ascanio coi fratelli congiurarono contra la duchessa Bona. Il perchè per acquetare questi fratelli fu ordinato dar loro ogni anno diecimila e cinquecento scudi per uno, sopra all'entrata della città di Cremona, dote della madre loro , e vi furono deputati i palazzi fuori di corte per abitare. A Sforza venne dato il palazzo che fu di To maso Arieto, contiguo a Porta Tosa ; a Lodovico quello di Giulia Bonizo cremonese , a S. Giovanni alla Conca, dove già fu la corte di Barnabò Visconti; ad Ascanio Maria il palazzo che già fu diLeonardo Vicemala e nella strada dei Fagnani ; ad Ottaviano quello di Francesco Preminuto, so pra il corso di Porta Nuova. Questa congiura fu scoperta dagli oratori genovesi e da Lodovico Gonzaga, che s'inter posero ancoraad accomodarele cosenel modo che abbiamo scritto. Ma avendo la duchessa fatto prendere Donato, cа pitano valoroso, e i fratelli non istando contenti, pigliarono le armi e presero Porta Tosa, e posero Santino Reina con buon presidio alla guardia di quella porta. S' interposero gli amici,edAscanio coifratelli e zii del duca deposerolearmi, e restituirono PortaTosa a persuasione degli Oratori geno vesi, e Roberto Sanseverino e suoi che teneva conAscanio fratelii , fuggì armato da Milano in Francia. Fuggì ancora Ottaviano Sforza, pigliando il cammino verso Adda, al qual fiume essendo arrivato vicino allaterra diSpino,per paura de'villani che per commissione della duchessa e del Senato lo seguițavano, si pose a volerlo passare a guazzo, e dal tor rente fu scavalcato e si sommerse in etàd'anni18,edopo tre dì ritrovato il cadavere, fu portato a Milano e nella chiesa maggiore sepolto(*).Ascanio e Lodovico Sforza per com (*) Valeadire nel Duomoche a' primi tempi dicevasi Chiesa Maggiore. VITA 176 missione delSenato andarono a Chiaravalle(*), dov'era com mendatario Ascanio fino dall' anno 1466, e dimorando essi quivi, il primo di giugno 1477, si congregò il Senato den tro il castello , per commissione della duchessa Bona , di Cecco Simonetta e degli amministratori dello Stato, dove fu letto un processo contro Ascanio , fratelli, e Roberto San severino come perturbatori dello Stato, e si mandò a tutti i potentati d'Italia. Sforza, duca di Bari, fu relegato al suo ducato nel regno diNapoli: Lodovico aPisa, eAscanio aPerugia.Mal'anno1478, Antonio da Trezzo oratore di Ferdinando, re di Napoli, ap presso al duca Giovanni Galeazzo,richiese al duca fanciullo da parte del suo re che lasciasse l'amicizia de'Veneziani, e concedesse ad Ascanio e Lodovico il ritorno alla patria. Ma non essendo ammessa la domanda , Sforza duca di Bari e Lodovico , persuasi da Ferdinando re di Napoli, ruppero i confini di dove erano relegati e andarono con Roberto Sanseverino , ritornato da Francia , nel Genovese a rom pere la guerra al duca di Milano. Il perchè il primo di marzo furono per ribelli pubblicati, e fu loro tolta la so lita provvisione ed entrata cheper ladote materna avevano sopra la città di Cremona, morendo Sforza inVarese (**) del Genovese , chi dice di veleno e chi per esser lui troppo grasso; e Lodovico fu da Ferdinando , redi Napoli, inve stito del ducato di Bari per dargli animo a seguir la guerra contro il duca, al quale tolse Tortona essendo capitano Ro berto Sanseverino. E sebbene in quella guerra fosse desti nato dal Senato Gian Giacomo Trivulzio per capitano , fu fatto Lodovico riconciliare colla duchessa Bona , col mezzo (*) Cioè all'abbazia di Chiaravalle, fuori di Milano circa tre miglia. (**) Notevole borgo sull'appennino in vicinanza della fron tiera parmense nella provincia di Chiavari. DI ASCANIO SFORZA. 4 177 di Giovan Borromeo, Pietro da Pusterla, Antonio Marliano, Elena moglie diGio. Giorgio Maino,edAntonio Trassino mer- . cante ferrarese, che per cameriere e trinciante fu dato daGa leazzo, duca, aBona sua moglie, e dopo la morte del duca favoritissimo dalla duchessa , la quale contro al volere di Cecco Simonetta,suo secretario, accettò in grazia Lodovico, il qual disse alla duchessaBona ch'ella gli avrebbe lasciato lo stato , ed egli la vita, come successe. Richiamò dall' esilio ancora Ascanio Maria, con grande onore, il quale fu fatto vescovo di Pavia l'anno 1480, e le gato apostolico a latere nel ducato di Milano, e conte della ValLugano(*), che daLodovico fu levata aSanseverino, e dai Milanesi, mentre si reggevano inrepubblica l'anno1449 (**), tolta per forza d'armi al conte Franchino Rusca, partigiano di Francesco Sforza,primo duca di Milano,il quale non es sendo troppo amicodi Lodovico suo fratello, favoriva la fa zione Ghibellina, onde tutti quelli ch'erano da Lodovicodis gustati ricorrevano ad Ascanio, e fra gli altri Gian Giacomo Trivulzio, che sempre fu nemicodi Lodovico, Pietro Birago e Luigi Terzago;il chepartecipatoda Lodovicocon Roberto •Sanseverino,Ascanio andando dalla cortedell'arengo(***) in castello, fu detenuto insieme con GaspareToscano,Cavalchino Guidobono da Tortona e Giovanni Lonato pavese: uomini di grand'animo e valorosi.Poteva far questo Lodovico, per chè si era fatto cedere dalla duchessa la tutela del duca fanciullo. Confinò ancora Lodovico Giovanni Borromeo a Mantova, a Ferrara Pietro Pusterla, e il Marliano in un altro (*) Il contado di Lugano. (**) EssendoAscanio vescovo di Pavía fece innalzare il bel lissimo Duomo di quella città. (***)L'attuale palazzo di Corte.Vedi la nota a pag. 150 Delle Vite de Visconti. RUSCA. Vita di Astanio. 12 VITA 178 luogo, siccome quelli che procurato aveano dirivocarlo dał bando, furono dal beneficato mandati in esilio (*). Ascanio per commissione del duca, procurandolo Lodo vico, fu fatto montare in una nave appresso al castello , e fatto condurre a Ferrara, dove fu relegato. Ma al primo di ottobre , Ascanio coi banditi furono rivocati a Milano. Non fidandosi però Ascanio del fratello, si fermò a Ferrara sino all'anno 1482 , ritornando tutti i banditi, e da qui parten dosi senza licenza, andò a Roma da papa Sisto IV, e poi in abito secolare a Venezia , dove da quel Senatogli fu pro ferto uno stendardo colla biscia, egente, edarmi; acciocchè a Cremona, come dotematerna, movesse laguerra. Ascanio avute queste proferte dal Senato non le accettò , nè le ri fiutò, ma diede loro qualche speranza. Parti Ascanio da Venezia e venne a Brescia: il che in tendendo Vercellino Visconti castellano di Trezzo, per inter rompere il disegno de Veneziani, operò che Ascaniovenisse a Trezzo , dandogli la fede di accomodare le cose sue col fratello o di ritornarlo in sicuro, e al duca e a Lodovico diede avviso d'ogni sua pratica. Il perchè , fu mandato ad Ascanio il vescovo di Como , Branda Castiglioni , Pietro di Pusterla, Pietro Gallarate, Gio. Angelo Talenti e Pietro Lan driano, uomini tutti primati e senatori del duca, e sotto la loro fede e quella del castellano venne Ascanio a Milano , dove dal nipote Gio. Galeazzo e dal fratello fu umanissima mente ricevuto e alle primiere dignità restituito, l'anno 1483 ai 12 aprile. Si suscitò una ribellione nel parmigiano dai Rossi, e fu mandato con molti soldati Alberto Visconti con Ascanio e Lodovico contro i Rossi, che presero Torchiara, Roccabianca (*) Inquesto tempo venne eziandio esiliato il Trivulzio , il quale disperando della patria,si mise sotto gli ordini di Francia. 1 DI ASCANIO SFORZA. 179 Felino e Torricella, che fu data al Trivulzio Gian Giacomo, e ritornò Ascanio a Milano, al 20 giugno, con Galeazzofi gliuolo di Roberto Sanseverino, che da' Veneziani erasi fug gito, essendo essi stati da papa Sisto IV interdetti. Però Asca nio con Lodovico da buon esercito accompagnati andarono sopra il Bresciano,ai quali siresero i castelli,mettendo grande spavento nella città. Fatta questa scorreria e mossa nel Bresciano l'anno 1484, fu fatto nuova lega contro i Veneziani nel castello di Mi lano, ritrovandosi Gian Francesco da Tolentino, capitano ge nerale di papa Sisto IV, Alfonso duca di Calabria, figliuolo di Ferdinando re di Napoli, Lodovico Sforza e Ascanio per Gian Galeazzo duca di Milano; Ercole duca di Ferrara, Lo dovico marchese di Saluzzo, gli ambasciatori Fiorentini, del marchese di Monferrato, Francesco Secco capitano di Fede rico, marchese di Mantova , Giovanni Bentivoglio pei Bolo gnesi e gli altri confederati che conchiusero il modo di far la guerra a' Veneziani questo anno. Nel mese di marzo, pro curando Ferdinando re di Napoli e Lodovico Sforza, Ascanio fu fatto Diacono cardinale di Santa Chiesa da Sisto IV, col titolo di S. Vito e signore dellaValtellina dalfratello, e ai 24 aprile , di nuovo Alfonso duca di Calabria , ed Ascanio con Lodovico ed altri primati milanesi, radunati nel castello di Milano , fecero deliberazione di seguitare la guerra contro i Veneziani , sebbene poi fosse fatta la pace ai 24 agosto del suddetto anno; il perchè Ascanio si trasferì a Roma. Ma sentendo che Lodovico Sforza suofratello, erain grave infermità caduto l'anno 1486, e che si dubitava della vita, si parti da Roma con tre cavalli soli in posta, venne a Mi lano dove si erano levati rumori per le discordie civili, ed usando ogni industria, riconcilio ognuno, e Galeazzo Sanse verino si riconcilio con Ascanio e colla parte Ghibellina. Riavuto Lodovico dall'infermitàsua, maritò il nipote duca VITA 180 con Isabella d'Aragona figliuola di Alfonso,duca di Calabria, ed Ascanio ritornò a Roma; e venendo amorte papa Inno cenzo VIII ai 26 luglio, Ascanio aspirava al papato e con correva con pari voci colBorgia cardinale e vicecancelliere e nipote di papa Calisto , uomo astuto, il quale fece profe rire ad Ascanio Maria suo concorrente gran somma di de naro, e tutte le sue suppellettili che erano ricchissime e di molto prezzo colla vicecancelleria(*).Queste offerte parendo ad Ascanio gran cosa, cominciò a pensare che ad esser lui pontefice non gli potrebbe sortire , ed era dubbiosa , ma certe erano le ricchezze esibite , e la vicecancelleria pro messa,oltre a molti beneficj che avrebbe avuto,coi quali si sa rebbe fatto benevoli molti cardinali che allaprima mozione l'avrebbero poi fatto papa. Dall'altra parte pensava che fatto papa il Borgia, uomo astuto,poteva levargli il tutto; di più, chenonsidovevalasciar andareil sommopontificato in gente straniera , per il che molti cardinali premevano in questo che fosse fatto un cardinale italiano papa. Ma tanta fu la sollecitudine del Borgia, che una sera si condusse ad Asca nio, e andò fino alla cadrega,dove faceva i suoi bisogni del corpo, e inchinandosi, e pregando con molte promesse il di spose a concorrere co' suoi voti che fosse papa, e così fu creato pontefice il cardinaleBorgia, dopo esserevacata la se dia30 giorni che fu chiamato Alessandro VI, facendo gran festa Ascanio di quello che doveva essergli rovina ; perchè essendo venuto Ferdinando re di Napoli in disdetta con Lo dovico Sforza, che occupava il ducato del nipote, deliberò mover guerra l'anno 1495 allo stato di Milano , e ottener per forza d' armi quello che per ragione non si poteva e (*) Intorno allasimonía di Alessandro VI e dei doni da esso inviati ad Ascanio, vedasi la Storia d'Italia del Guicciardini, lib. I. DI ASCANIO SFORZA. 181 mettere in libertà Gian Galeazzo , che lo zio teneva come prigione nel castello di Pavia(*). Lodovico, intendendo quantocontro di lui si preparava pensò d'ajutarsi non sola mente colle proprie forze, ma colle francesi ancora, e mandò Carlo Balbiano conte di Belgiojoso da Carlo VIII re di Fran cia, dandogli lettere credenziali acciò venisse in Italia alla presa del regno di Napoli , facendogli la cosa facile e pro mettendogli ajuto ; chè il re cupido di gloria , non rifiutò il consiglio dello Sforza, e mettendosi all'ordine conpoten tissimo esercito dispose passar l'Alpi, commosso ancora dal cardinale della Rovere(**), nemico dipapaAlessandro; il che intendendo il papa fece concistoro dimandando consiglio ai cardinali, e rispondendo il cardinal di Siena che si doveva procedere contro ai Francesi coll'armi e censure, e collegarsi col re di Napoli , al quale rispose Ascanio Maria che me glio era accostarsi al re Carlo, collegato colre di Spagna e l'imperatore, il quale prendendo il regno diNapoli avrebbe pagato alla chiesa il dovuto censo, e liberata dalla servitù dei re di Napoli, che tenevano i papi a modo di lor mini stri. Con tutto ciò il papa inclinava a Ferdinando, e l'oratore suo pregava Ascanio che volesse persuadere Lodovico suo fratello ad estinguere questa guerra. Ma non sortendo il fatto , Ferdinando mori di dolore, e successegli nel regno Alfonso duca di Calabria suo figliuolo, che capitolò colpapa. Il perché il cardinale Giuliano della Rovere fuggì in Fran cia , ed Ascanio Maria si condusse a Senezano, luogo dei Colonnesi , col cardinal Savello e Colonna, finchè fossero (*) Vedi la nota a pag. 188 in cui è riportata la lagrimevole lettera d'Isabella, moglie di Gian Galeazzo. (**) Costui fu assunto poi al papato; ed è quel Giulio II che fuil terrore delle armate straniere in Italia , e che guidava egli stesso gli eserciti agli assalti delle città. VITA 182 venuti gli avvisi del re di Francia, che Lodovico Sforza non mancava sollecitare col cardinal della Rovere, inviandogli di nuovo Galeazzo Sanseverino suo capitano generale , che dal re fu fatto cavaliere. Ritornò in Italia colla certezza della venuta diCarlo, che in Asti giunse l'anno 1494 agli 11 settembre , al quale Lodovico Sforza andò colla moglie e bellissime donne milanesi, e con alcune avendo avuto pia cere amoroso, le presentò di piccoli anelli d'oro. Si ammalò quivi Carlo di vajuolo , e riavuta la sanità venne a Pavia e visitò il duca Gian Galeazzo ammalato a morte, che lasciò la vita mentre Carlo re era in Piacenza con Lodovico, il quale si parti subito per Milano, e si fece gridar duca,seb bene il morto lasciasse figliuoli, avendo già avuto l'investi tura dall'imperatore ancora ne'suoidiscendenti bastardi, dice il Giovio, vivendo il nipote come vacante il ducato, dicendo egli che il fratello Galeazzo non era legittimo duca,perchè era nato prima che il padre fosse duca(*). Il re Carlo seguitò il suo viaggio ed ebbe Fiorenza nelle mani senza combattere, Pisa e così Roma, e finalmente prese il regno di Napoli. Il perchè pose tanto spavento etimore nei principi d'Italia, che fecero lega, tutti uniti contro il re Carlo da loro chiamato, e nel ritorno chefaceva per Francia pacificamente, a Fornovo nel Parmigiano, ritrovandosi l'eser cito della lega, vennero a giornata col re pari di forza , ma non già di valore, il quale avendo valorosamente com battuto, passò guidato dal valore di Gian Giacomo Trivulzio in Francia, ma prima fece prendere Novara dal duca d'Or léans, che fu Lodovico XII re di Francia , e fece pace con Lodovico Sforza con capitoli onorati pel re (**). (*) Questo detto è ripetuto eziandio nella Vita di Lodovico il Moro, scritta dal Barbuò. (**) Vedi le Memorie Storiche di Filippo di Comines , ove DI ASCANIO SFORZA. 185 Ma nascendo discordia fra i potentati d' Italia, per causa della città di Pisa, che i Fiorentini volevano , ed essa non consentendo, si esibì a Lodovico Sforza che rifiutandola per avviso di Ascanio per non concitarsi l'odio , quella diedesi ai Veneziani. Onde Lodovico Sforza mandò il marchesino Stanga suo secretario, a cuidonò Bellaggio, dall' imperatore Massimiliano per farlo venire in Italia, onde abbassare iVene ziani, e poi andò egli colla moglie sua Beatrice, ed Ascanio a Bormio l'anno 1497,accompagnato da Cesare Rusca, dove ebbe secreti ragionamenti coll'imperatore, che dispose ave nire per la Valtellina a Como, dove fu incontrato ed aсса rezzato da quei cittadini ed accompagnato a Meda, dove Lodovico l'incontrò colla moglie sua e il fecero andare a Pisa, ricevuto onorevolmentedai cittadini e Veneziani, dove restò il presidioVeneziano, e partendo esso senza far nulla e ritornando inAlemagna per la stessa strada per la quale era venuto in Italia. Quest'anno stesso essendo commendatarioAscanio Maria di S. Ambrogio maggiore di Milano, succedette a Gio. An gelo Arcimboldo arcivescovo di Milano l'anno 1489,ed an cora nell'arcivescovado datogli dal papa. Ma non consen tendo il fratello Lodovico, se non rinunziava il vescovado di Novara o di Pavia a Guido Antonio Arcimboldo, fratello del suddetto Gio. Angelo, il che non volendo fare Ascanio il papa diede l'arcivescovado a Guido Antonio e la com menda lasciò ad Ascanio Maria. Ma avvisato da sua madre e da altri che nessun commendatario suo antecessore in tal dignità era lungo tempo vissuto senza traversie e gravi in fermità, ottenne dal sacro concistoro che dal capitolo del parla a lungo della discesa di Carlo VIII in Italia. Consultinsi pure i due primi libri della Storia d'Italia del Guicciardini e i primi libri della Storia de'suoi tempi, di Paolo Giovio. VITA 184 monastero di Chiaravalle in Milano, del quale era ancora commendatario,si eleggesse un abate di S. Ambrogio mag giore di Milano, il quale fosse unito cogli altri abati della congregazione con 32 monaci,concedendogli tutta la com menda e ragioniche sopra allachiesa e monastero di S. Am brogio aveva, con carichi di far elemosine, maritar zitelle e vestir poveri il giorno di Sant'Ambrogio, le zitelle nella dormizione del santo, i poveri nella sua ordinazione, e pel primo abate fu eletto D. Gio. Tussignano dottore nell'una e l'altra legge, che già per vicario del cardinale Ascanio era stato ad Elimonte e Civena(*). Mori Carlo VIII re di Francia l'anno 1498, e successegli nel regno Lodovico duca d'Orléans , al quale i Veneziani mandarono ambasciatori per farlo venire in Italia, dicendo gli che il ducato di Milanopervenivaad esso,per esser nato di Carlo figliuolo di Lodovico e di Valentina Visconti , fi gliuola di Gio. Galeazzo Visconti duca di Milano, esibendosi essi alla ricuperazione di detto ducato. Accettò il re la pro ferta e mandò Gian Giacomo Trivulzio per far la guerra;il quale giunto in Asti l'anno 1499 prese Alessandria della Paglia, che fu causa di far partireda RomaAscanio, sì per l'inimicizia che aveva col papa, quanto per soccorrere alle cose del fratello, e giunse a Genova colla sua famiglia sopra tre galere del re di Napoli, e poi a Milano ai 7 ago sto del suddetto anno, insieme col cardinale Federico Sanse verino edIppolito d'Este cardinale ed arcivescovo diMilano, ai quali uniti tutti insieme nel castello di Milano, nella ca mera detta dellaTorre,Lodovico disseche questa guerra gli veniva addosso per averdato ajuto ai Fiorentini onde ricu perar Pisa dalle mani dei Veneziani, che presero Gera d'Adda. (*) Cioè: Limonta e Civenna; due terredel Comasco, già feudi del Monastero di S. Ambrogio. DI ASCANIO SFORZA. 185 Il perchè Lodovico Sforza con Ascanio, Sanseverino edEste cardinali, pensarono alla fuga. Maprima Lodovico a persua sione d' Ascanio, ai 7 settembre del suddetto anno conce dette ad Isabella, moglie che fu di Gio. Galeazzo,il ducato di Bari; ai conti Borromei restituì Angera e la fortezza di Arona con Vogogna; ad Alessandro Crivelli diede Gagliate; a Francesco Bernardino Visconti donò la villa Sforzesca , contigua a Vigevano; a Gio. Francesco Marliano, Mortara;ad Ambrogio delMaino,Piopera; adAntonioTrivulzio, Sartirana, che fu di Cecco Simonetta; a Battista Visconti, Villanuova, e ad altri altre cose. Poi inviò a Como per Germania i suoi figliuoli ; uno chiamato Ercole Massimiliano d'anni 9, e l'al tro Francesco d'anni 7 , con 240 mila scudi, insieme con Ascanio suo fratello e i cardinali Sanseverino ed Estense; di poisi parti anch'egli per Como, dove entrato alloggiò nel vescovado, e pubblicamente ragionò ai Comaschi,prima rin graziandoli della fedeltà, e poi disse loro che quando avessero a cedere perragion di guerra, dovessero piuttosto accettare i Francesi mortali, che la repubblica Veneziana immortale. Edimandandogli i Comaschi la rocca e la esenzione (*) per 10anni, ottennero e l'una e l'altra consegnando le chiavi a Cesare Rusca,che giàl'aveva accompagnato aBormiodall'im peratore a nome della città. Si parti poi presto per Bellaggio, che donato aveva al marchesino Stanga(**), con Ascanio Maria e gli altri due cardinali, dove facendo dietacon que sti ed altri principali che seco aveva, esagerò l'ingratitudine de'suoi servitori e il tradimento di chi aveva beneficato. E dimandandogli Ascanio Maria a chi avesse dato in custodia il castello di Milano , rispondendo esso a Bernardino Corte Vuolsi dire l'esenzione delle gabelle. (**) Sia in questo luogo che altrove devesi intendere Stampa. VITA 186 pavese, soggiunse subitoAscanio: E voi del ducato diMilano siete privato; perchè il cardinale Ascanio si era esibito a pigliarne la cura. Parti da Bellaggio Lodovico conAscanio e l'altra compa gnia,e pervennero addolorati aMorbegno, a Sondrio, a Ti rano e aBormio con500uomini che lo accompagnavano, e poi inAlemagna, edultimamente all'imperatoreMassimiliano che in Inspruch andò a visitare, dolendosi delle sue disgra zie e promettendogli, rendendosi il Corte,castellano di Mi lano, al re di Francia,ajuto colla propria persona. Si rese, senza aspettare un colpo d'artiglieria, il traditore Corte ai Francesi pel prezzo di 250 libbre d'oro. Mainfastiditi i Mi lanesi del governo de Francesi, sollecitarono spesso Lodovico ed Ascanio a ritornare a Milano,Però si risolsero far gente daloro, e assoldandoSvizzeri, presto passarono i monti e giun sero vicino a Como, ed accostandosi, iFrancesi si ritirarono, per aver conosciuto la disposizione de Comaschi buona verso agli Sforzeschi, che subito ricevettero nella città. La perdita dellacittà di Como significata a Milano,generò tal sollevazione nel popolo, che fece tumulto , il perchè i Francesi lasciarono la città,riducendosi aNovara; edAscanio Maria entrò in Milano il quinto mese dopo che era partito ai 5 febbrajo , e poi entrò Lodovico, avendo, dal castello in fuori, ricuperato colla medesima facilità colla quale l'a veva perduto, richiamando Pavia e Parma e l'altre città il nome di Lodovico. Ascanio Maria mandò a Venezia il ve scovo di Cremona ad offerire la volontà pronta del fratello ad accettare qualunque condizione avessero desiderato; ma il Senato non si vollespartire dalle confederazionifatte col re di Francia. Il perchè Lodovico lasciando Ascanio all' as sedio del castello di Milano, passò il Ticino con 1500 uomini d'arme e fanteriaSvizzera e preseVigevano, e pose il campo aNovara, che a patti ebbe,per essere l'esercito reale dis DI ASCANIO SFORZA. 187 unito. Ma unitosi al 21 aprile del 1500 in Mortaral ,si ap pressò a Novara , che veduto da ducali ed essendo intelli genza cogli Svizzeri, si resero subito a patti, per danari tra dendo Lodovico, che nell'uscire dalla città travestito da fan taccino svizzero, ai quali s'era raccomandato, il mostrarono ai Francesi che lo presero il 26 aprile, conducendolo pri gione a Pontestura, e dissipato l'esercito, e non vi essendo più alcuno ostacolo, e piena ogni cosa di fugae di terrore. Il cardinale Ascanio il quale già aveva inviate le genti rac colte a Milano verso il campo, sentito tanta rovina, si parti subito da Milano per ridursi in luogo sicuro , seguendolo molti della nobiltà ghibellina, che essendosi scoperti immo deratamente per Lodovico Sforza , disperavano ottener ve nia dai Francesi. Ma essendo destinato che nella calamità de' due fratelli si mescolasse colla mala fortuna la frode, si fermò la notte prossima per ricrearsi alquanto dalla fatica ricevuta per la celerità del camminare a Rivolta del Piacentino di qua da Trebbia, quasi dicontro al monastero di Quartazola, ca stello di Corrado Landi gentiluomo Piacentino, congiunto gli di parentado e di lunga amicizia; il quale mutato l'animo colla fortuna , mandò subito a Piacenza a chiamare Carlo Orsini e Soncino Benzoni, soldati e capitaniVeneziani, e lo dettero loro nelle mani , ed insieme Ermes Sforza fratello del duca Gian Galeazzo morto , ed una parte dei gentiluo mini venuti con lui;perchè gli altri con piùutile consiglio, non essendovi voluti fermare la notte,eranopassatipiùavanti. Fu condotto subito Ascanio prigione a Venezia; ma il re stimando per la sicurtà dello stato di Milano quanto fosse conveniente l'averlo in sua potestà, lo dimandò al Senato, che lo diede in potestà delre. Essendo stato Lodovico condotto prigione a Pontestura (comedetto abbiamo di sopra), avendo un solo ragazzo alla servitù , quegli che a tanta gente co VITA 188 mandava, e poia Lione condotto dove allora era il re Lodo vico, é introdotto in quella città sul mezzodi concorrendo infinita moltitudine a vedere un principe , poco innanzi di tanta grandezza e maestà, e per la sua felicità invidiato da molti com' era il fratello cardinale Ascanio, ora caduto in tanta miseria. Non ottenne grazia di essere come somma mente desideravaintromésso al cospettodel re;madopodue giorni fu menato nella torre di Loches (*),nella quale stette circa dieci anni senza aver libri da poter leggere, nè chi gli tagliasse i capelli, e vi morì. Seguitollo non molto poiilcardinale Ascanio, il quale ri cevuto con maggiore umanità ed onore,e visitato benigna mente dal cardinale di Roano , fu mandato in carcere più onorato perchè fu messo nella torre di Borges (**), statagià prigione due anni del medesimo reche ora lo incarcerava: tanto è varia e miserabile la sorte umana e tanto incerto ad ognuno quali abbiano ad essere ne'futuri tempi le pro prie condizioni. Nescia mens hominum fati, sortis futuræ: diceVirgilio, e soleva aver in proverbio papa Paolo II(***) ne' suoi tra vagli (****). (*) Vedi la nota a pag. 164. (**) Cioè: Bourges. (***) Il famoso Enea Piccolomini , del quale abbiamo alle stampe molte storie. (****) Questo verso è tolto dal libro X dell'Eneide: ma per completare la massima che racchiude bisogna aggiungervi il susseguente che dice : Et servare modum rebus sublata se cundis. Cioè : O cieche umane menti, Come siete de'fatti , e del futuro Poco avvedute : e come oltra ogni modo Ne' felici successi insuperbite. ANNIBAL CARO, trad. dell'Eneide. DI ASCANIO SFORZA. 189 Il cardinale Roano, essendo morto papa Alessandro VI l'anno 1503 al 18 agosto, sì parti di Francia per Roma per l'elezione del nuovo pontefice, menando seco il cardinale d'A ragona ed il cardinale Ascanio, il quale cavato di prigione della torre di Borges,erapoi stato trattenuto onoratamente nella corte ed accarezzato molto dal Roano, sperando che nella prima vacazione del pontificato gli avesse a giovar molto l'antica riputazione, e l'amicizia e dipendenze grandi ch'egli soleva avere nella corte romana: fondamenti non molto saldi ; perchè nè il Valentino (*) poteva disporre to talmente de'cardinali Spagnuoli intenti più , secondo l'uso degli uomini, all'utilità propria che alla rimunerazione dei beneficj ricevuti dal padre e da lui; e perchè molti di loro avevano rispetto a non offendere l'animo de'proprj re, non sarebbero trascorsi ad eleggere in pontefice un cardinale Francese , nè Ascanio se avesse potuto avrebbe consentito che Roano conseguisseilpontificato a perpetua depressione ed estinzione d'ognisperanza che avanzava asè e alla casa sua. Però fu eletto Francesco Piccolomini ai 22 settem bre 1503 consentendo il cardinale Roano, e si chiamò Pio III per rinovare la memoria di Pio II suo zio. Mori questo papa ai 18 ottobre del medesimo anno; il perchè Giuliano della Rovere fu eletto papa prima che i cardinali entrassero in conclave e si chiamò Giulio II. Assenti a questa elezione il cardinale Roano, perchè di sperato di poter ottenere il pontificato per sè,sperò che per le dipendenze passate avesse ad esser amico del suo re, il quale gli aveva conferitotutti ibeneficj che furonodiAsca nio quando fu preso il vescovado di Pavia, di Novara, la (*) Cioè : Cesare Borgia, figliodi papaAlessandro VI , il quale si diede ogni cura alla morte del padre di avere un successore a sè favorevole, ma non vi riusei. VITA DI ASCANIO SFORZA. 190 Commenda del monastero di Chiaravalle, di Civate, di Lodi vecchio ed altri. Assentì il cardinale Ascanio riconciliato prima con lui, depostalamemoria delle antiche contenzioni che furono cause del papato di Alessandro VI ; perchè co noscendo meglio che non aveva fatto il cardinale Roano la sua natura, sperò che diventato pontefice, avesse ad avere l' ingratitudine medesima o maggiore di quella che aveva avuto in minor fortuna e concetti tali, che gli potrebbero aprire la via a ricuperare il ducato di Milano. Sebbene il giudizio fatto da Ascaniodel ponteficefosse vero, la speranza di conseguire il ducato fu vana: perchè Ascanio morì in Roma all'improvviso di peste l'anno 1505 ai 20 maggio, in età di 51 anni , dice il Guicciardini nel VI libro della sua Storia, e il Bonacossi col Ciacone nelle Vite de Cardinali, e fu sepolto in S. Maria del popolo. Ma il Giovio tiene che morisse di veleno in Roma. Il Bembo, a tutti contrario, af ferma nel libro V delle sue storie che mori prigione in sieme col fratello. In questo modo terminò la vitail grande cardinale Ascanio: esempio della instabilità ( come si suol dire) della fortuna nel principio, nel mezzo e nel fine (*). (*) Nella chiesa di S. Maria del Popolo in Roma, dal quale ricavasi che visse 30 anni , e che mori nel 1803, vedesi un grandissimo monumento, fatto da Andrea Sansovino, per or dine di Giulio II. Si può vedere il disegno nelle Famiglie ce lebri Italiane del Litta.-Vedi eziandio la Vita del cardinale Ascanio Sforza nel Ciaconio: Vitæ pontificum atque cardina lum. Di questo cardinale ci rimane ricordanza in Milano nel magnifico monastero , nella Basilica di S. Ambrogio , stupenda architettura del Bramante. Il principe dei cronisti Milanesi ( Bernardino Corio) dedicò la sua Storia al cardinale Ascanio,dalla qual dedica si conosce che il cardinale era protettore delle lettere. 491 ILLUSTRAZIONE ALLA VITA DI ASCANIO SFORZA *) Ascanio Maria Sforza dei duchi di Milano , ma nato in Cremona in occasione che sua madre ritrovavasi in quella città per la fondazione di due monasteri di sacre vergini, come ci fa sapere il P. Vairani domenicano, nèl suo libro de'Monumenti della città di Cremona, ec , fu fatta nel 1479 da Sisto IV, vescovo di Pavia, e dopo cinque anni dallo stesso pontefice creato diacono cardinale de' SS. Vito eModesto ad istanza di suo fratello Lodovico Moro, signore diMilano, che, come scrisse il Corio nella Storia di Milano, aveva dato in matrimonio una sua figlia a Girolamo Riario, stretto con giunto del papa. pa InnocenzoVIII nel 1486, gli accordò l'am ministrazione della chiesa diCremona, e nel 1488 di quella di Pesaro, e Giulio II collo stesso titolo gli conferì quella di Novara, quali governò per mezzo di idonei vicari. Nel 1488 gettò ne' fondamenti della cattedrale di Pavia la prima pie tra, e diede principio alla gran fabbrica di quella santuata cattedrale, e donò alla sagrestia preziose suppellettili. Oltre (*) Tratta dalle Memorie storiche de' cardinali di S. Chiesa, scritte da L. Cardella. Roma 1792 , t. III, p. 226. 192 ILLUSTRAZIONE le divisate chiese fu arricchito delle abbazie di Chiara valle, e di S. Ambrogio maggiore di Milano , e gli furono assegnate le legazioni della provincia del Patrimonio, della Romagna, Bologna e Ravenna, e dello Stato di Avignone ; e di quella al re di Francia, mentre quel monarca tratte nevasi in Italia, alle quali fu aggiunta nel 1492, la carica di vicecancelliere della S. R. C., di cui poco vi mancò che da Alessandro VI, che gliel'aveva conferita, per la sua as senza da Roma, non ne rimanesse spogliato. Arricchito di tante rendite, oltre di quelle, che in gran copia gli erano state lasciate dal padre, grandeggiò, al dire del Giovio, per le ricchezze e magnificenze più da principe del secolo , che della Chiesa, tanto più, che avendo del trasporto per la caccia, alimentava una prodigiosa quantità di sparvieri, di cani e cavalli. È vero però che a cotale soverchia splen didezza e reale magnificenza , sapeva accoppiare una sin golare umanità verso di tutti, generosità co' poveri, genti lezza; affabilità e cortesia inverso coloro che a lui avevano ricorso , onde splendor sommo accrebbe alla romana curia. Nel conclave d'Innocenzo VIII,contribui all'elezione di quel pontefice col suo suffragio, dato soltanto in voce, sul mo tivo che non aveva per anco ottenuto da Sisto le insegne cardinalizie, e nell'altro conclave che gli succedè, avendo co' suoi maneggi procurato l'innalzamento diAlessandro VI, al sommo pontificato, senza sapere cosa si faceva, ebbe a pagare il fio di sì prava elezione,mentre oltre essere stato da lui spogliato, ma poi presto restituito alla dignità car dinalizia , per fuggire la perseeuzione che gli aveva mossa, fu costretto a ritirarsi nella Germania, donde restituitosi in Italia , assistito dalle armi degli Svizzeri, avendo saputo che suo fratello Lodovico con orrido tradimento tramatogli da alcuni soldati svizzeri , era stato fatto prigione , se ne fuggì da Milano, ed inviossi frettolosamente alla volta del ILLUSTRAZIONE. 195 Piacentino, per non esser colto dai nemici ; ma giunto la notte a Rivolta, tradito egli pure con aperta perfidia da Corrado Landi piacentino , fu quivi arrestato dai capitani delle truppe veneziane, e condotto a Venezia. Il re di Fran cia, tanto si adoperò con quella signoria , che alla fine gli riuscì di averlo nelle mani. Sostenne il cardinale con grand' intrepidezza e presenza di spirito la sua disavven tura, e fu rinchiuso nella torre di Bourges, dove perseverò per lo spazio di tre anni, a capo dei quali ad istanza del cardinale Giorgio d'Amboise francese, che aspirava al sommo pontificato, fu rilasciato per intervenire al conclave di Pio III, sulla parola di ritornare, compito che fosse;lo che daGiu lio II , immediato successore dell' anzidetto Pio , di cui lo Sforza fu uno dei cardinali elettori,gli venne assolutamente proibito, ad onta delle più vive rimostranze dell' anzidetto Amboise. Dopo siffatte cose, come quegli che magnanimo era, nè punto dalle provate calamità avvilito , mentre di stabilirsi nell' invocatogli dominio meditava , e di muovere guerra ai Francesi, o per veleno o per la pestilenza , in 3 giorni ei si morì in Roma nel 1505 in età di 51 anni non compiti , e 19di cardinalato, e fu sepolto nella chiesa di S. Maria del Popolo , dove lo stesso Giulio II, col quale lo Sforza aveva avuto non piccole contese e differenze , gli fece innalzare un magnifico deposito di marmo. RUSCA. Vita di Ascanio. 15 VITA DI GIOVANNI DE' MEDICI FIGLIO DI CATERINA SFORZA CELEBRE CAPITANO DELLE BANDE NERE SCRITTA DA GIAN GIROLAMO ROSSI. 197 All'illustrissimo ed eccellentissimo SIGNOR COSIMO DE' MEDICI DUCA DI FIRENZE. In questa vita del molto valoroso ed illustre signor Gio vanni de'Medici vostro padre, illustrissimo principe e pa dron mio unico, per me composta, e alla eccellenzn vostra ragionevolmente dedicata, quando mai per quello che a те s' aspetta ella non trovi altro che le soddisfaccia, vi vedrà almeno un poco d'ordine di quelle opere lodevoli, che egli in vita sua fece , e oltre ciò la molta affezione , e servitù verso di quello signore nell'averle osservate. Imperò, come che ella sia, venendo daparte affezionata, si degni con lieto animo d' accettarla , che io la rendo sicura , piacendole il dono, d'accompagnarla con alcun'altre di valorosi uomini moderni da me composte, acciocchè si conosca per simili, e cosi onorati frutti la nostra età non essere stata men de gna di nessuna altra delle passate, e perdonimi V. E., se ora io non mi stendo , come si converrebbe , avanti che io scriva la vita di questo signore, in lodare la nobiltà della casa sua , e degli Sforzeschi per cagion della madre , la quale ebbe sei signori dello Stato di Milano, cioè France sco, Galeazzo, Giovangaleazzo, Lodovico, Massimiliano e Francesco, perciocchè troppa lunga sarebbe stata l'impresa, e per avventura fuori di proposito essendo stato detto ab bastanza da molti scrittori moderni di queste due fami glie, come principali in Italia nell'età nostra, e come fau trici de buonie dotti ingegni. Manon voglio già tacere una 198 sola lode veramente propria della nobilissima famiglia dei Medici cioè, che il favore e la liberalità sua della casa d'A ragona hanno a questa nostra età restituito le buone lettere greche e latine in Italia , insieme coll' eccellenza di alcune nobili arti, come può far fede ciascuno che abbia cognizione delle storie moderne , e massimamente leggendo quello che per tal cagione fecero, Lorenzo, Cosimo, Piero, Giuliano, papi Leone e Clemente, i quali sempre ottennero il primato in questa famosissima enobile città. Imperò avendo io nella vita del re Alfonso d'Aragona ciò dimostrato a pieno, me nepasserò ora con queste poche parole, venendo all'effetto di quello che mi ho proposto di fare. DiV. S. Illustrissima umil. servitorc IOHIERONIMO DEROSSI VescovodiPavia. (*) Gian Gerolamo Rossi di S. Secondo (ducato di Parma), fu abbate commendatario di Chiaravalle nel Piacentino ; e con Giovanni Maria delMonte commutò questo benefizio colla sede di Pavia, alla quale fu nominato ai 3 giugno 1330.Dopo varie vicende ottenneda Pio IV nel 1860di poter nominaresuo coadju tore il nipote con speranza di futura successione. Mori inPorto nell'aprile 1864. Girolamo Rossi è figlio di Troilo Rossi conte della terra di s. Secondo, e della Bianca Riario figlia delle prime nozze di CaterinaSforza. Lafamiglia Rossi si estinse nel 1825.Vedi Litta Famiglie celebri Italiane. Fam. Rossi. 199 GIOVANNI DE' MEDICI (*). Nacque il signor Giovanni (**) in Forli l'anno mille quat trocento novant'otto a dì sei d'aprile di notte di Giovanni di Pierfrancesco de' Medici, e di Caterina Sforza, sorella na turale di Lodovico duca di Milano, padrona allora d'Imola * Effigie cavata da un'antica stampa. (**) Tre furono i biografi di Giovanni de' Medici. Mossi, Com pendio dellaVita del signor Giovanni, Firenze 1608. Ammirato, Vita di Giovanni de'Medici, sta nel tomo III de'suoi opuscoli. G.G. de Rossi, Vita di Giovanni de'Medici, Milano 1833, pub blicata per cura del signor Pompeo Litta. Questa è la più pre giata , ed è appunto quella che mandiamo alla luce.Girolamo Rossi e Giovanni de' Medici erano non solo parenti macontem poranei. Vedi la nota della pagina antecedente. VITA DI GIOVANNI 200 e di Forlì , la quale rimasta vedova per la morte del si gnor Hieronimo Riario (*),suo primo marito,ammazzato in Forlì per congiura de' popoli,determinò di pigliar per ma rito Giovanni per le virtù e bellezze sue,essendosi egli ri parato con lei in Romagna per lo essere poco accetto allo stato di Firenze , governato allora da Piero de' Medici , e da lui in poco tempo ebbe questo unico figliuolo, il quale come si vedrà, è stato a' tempi nostri raro ed eccellente nel mestiero delle armi,e questo parentado per suo ordine stette segreto quasi due anni, e al fanciullo fu posto nome al battesimo Lodovico, tenendolo infino ch'egli ebbe di ciotto mesi segretamente, ma pubblicandosi di poi il ma trimonio , il padre non istette molto infermo a s. Piero al bagno, che egli si morì,e la madre ad esserfatta prigione, e cacciata dallo stato suo dal duca Valentino , figliuolo di papa Alessandro VI, dopo la cui morte ella volle che il fanciullo fosse chiamato Giovanni, e determinatasi di ri dursi in Firenze , l'inviò con Bianca sua figliuola in casa di Giuliano Scali , e poi con Ottaviano, Cesare, Galeazzo, e Sforza, figliuoli del Riario, essa ancora se ne venne in que sta città; ma come fu smontata alla casa dello Scaļi, Lo renzo di Pierfrancesco, fratello di Giovanni, la condusse in casa sua, facendola, come si richiedeva, padrona di quello che apparteneva al fratello suo marito , di già, come di cemmo, morto. Nè mancò la madre,la quale si ridusse per istanza a Castello(**), luogo dilettevole, e per la vicinità della terra comodissimo, di avvezzarlo in ogni maniera di virtù, tenendogli di continuo appresso maestri, che lo potessero ad ogni esercizio convenevole al grado suo ammestrare ; (*) Vedi la nota a pag. 182. (**) Castello è un borgo a 4 miglia daFirenze,vi si rimarca una grandiosa villa reale. DE'MEDICI. 201 ma il giovane fiero di natura poco apprezzando le lettere, volse infino da' primi anni l'animo solo al cavalcare, al nuo tare , e a esercitarsi della persona in tutti quei modi che al soldato convengono , dimostrando per segni manifesti a che egli fosse naturalmente inclinato (*). Essendo poi morta Caterina, ed il giovane divenuto in taleetà,che per la viva cità sua non poteva esser da alcuno corretto , fece in Fi renze molte questioni con maravigliosissime prove, di ma niera ch'era a tale divenuto , che la città tutta quanta ne temeva; ma era però da molti per la liberalità sua amato, e perciò fu daPieroSoderini, allora gonfaloniere, confinato per due anni lontanodalla città venti miglia, ma per opera di Jacopo Salviati gli fu data licenza, che potesse stare ai suoi poderi, ma che non potesse entrare in Firenze. Io non racconto i rumori e le quistioni particolarmente che egli fece in quella prima età , perchè furono infinite, e volen dole ridire ad una ad una , sarei con poco frutto troppo lungo e nojoso ai lettori , perciocchè il giorno e la notte non erano altre faccende in Firenze, che qualche quistione ch'egli faceva, o con la corte,o con particolari,rimanendo sempre superiore,talchè col nome solo,non che con i fatti, i quali corrispondevano mirabilmente alle parole , spaven tava ciascuno,del che può ancora far fede Boccaccino Ala manni , il quale essendo venuto con lui alle mani rimase ferito in sulla testa sì gravemente, che ancora vi ha il se gno, quantunque inquei tempi egli fosse tenuto delle prime spade di Firenze. Ed essendo ancora giovine prese per mo () Dafanciullo Giovanni de' Medici dimostrò inclinazioni terribili e sanguinarie, come: sventrare cani e gatti, battere ba lia e maestro , battagliar coi compagni, e pestarli, e graffiarli, e ritornare a casa tutto livido e sporco di sangue.Ricotti, Storia delle Compagnie di Ventura, tom.IV. VITA DI GIOVANNI 202 glie Maria de' Salviati, figliuoladi Jacopo,donna singolaris sima e virtuosa molto, dalla quale ebbe il signor Cosimo, ora duca di Firenze, unico figliuolo; e nelle giostre e tor neamenti, che allora si fecero, diede gran saggio di sè al tempo del duca Lorenzo de'Medici, facendo ogni giorno prove mirabili della sua persona, di modo che aveva ri dotto ognuno in grandissima aspettazione del valor suo , essendo molto amato dai giovani per la liberalità sua , la quale era tale e tanta, che spesso si trovava impegnato tutto il mobile ed immobile che aveva. Venne di poi a duello col fratello del signor diPiombino, e perchè il can celliere di detto signore ebbe allora in Firenze a dir mal di lui : egli per questo trovatolo ad un' osteria dietro al palazzo l'ammazzò ; andandosene poi a Castello d'onde mandò a dire al duca Lorenzo, che era uscito di Firenze non per paura, maperonorsuo. Parve di poi a papaLeone, e al duca Lorenzo, che fosse più a proposito tenerlo fuori di casa che in Firenze, temendo per avventura ch'egli per la grandezza dell'animo suo non aspirasse al dominio loro, eperciò lo condussero in Roma con buona provvisione, al che fu mezzano Jacopo Salviati, e gli pagarono molti de biti che aveva, riscuotendogli ancora alcuni suoi poderi da lui impegnati. Stette in Roma parecchi mesi, non cessando di farsi con la liberalità sua molti valenti uomini amici , e servidori , nè gli mancò da favorire continuamente abbat timenti e soldati, dei quali egli in quella prima età molto si dilettava; e un giorno avendo fatta una gran quistione cogli Orsini , fu assalito in sul ponte di s. Agnolo da più di dugento romani con picche, ed arme in aste, ed ancora che egli si fosse potuto salvare nel castello , non di meno volle con venti valentissimi soldati che aveva appresso di sè, tra i quali erano Jeronimo eMarcantonio Corsi, alcuni colle spade a due manied altre armi,tutti in corsaletto più tosto DE' MEDICI. 203 far prova di sè e de'suoi, che ritirarsi, di modo che passò per forza per mezzo di quegli, con loro grandissima ver gogna. Fecevi ancora molte altre quistioni notabili, le quali molto lungo sarebbe a voler raccontarle, dove dimostrò la grandezza dell'animo suo, talchè era tanto temuto tra iRo mani , ancora che fossero, come ancora sono, di natura ar migeri e brigosi, che nessuno ardiva di opporglisi in cosa alcuna (*). E qui porremo fine alle cose fatte nella sua prima età, essendocene spediti brievemente per tosto venire a quelle che sono degne di maggior considerazione : tra le quali la prima che egli fece , fu che papa Leone gli com mise di rimettere in casa il signor Camillo di Sermoneta(**) con alcune genti, il che gli successe felicemente per mezzo di Tristano Corso suo capitano. Venne poi in animo a papa Leone per cacciaredi stato FrancescoMaria della Rovere(***), duca di Urbino, di muovergli guerra, facendo generale di quella impresa il duca Lorenzo suo nipote, e tra primi ca pitani del campo era Vitello de' Vitelli , Camillo Orsini , e Renzo da Ceri,per il che questo signore ebbe cento cavalli (*)Vedi altri particolari sopra Giovanni, quand'era aRoma, nella più volte citata opera del signor Ercole Ricotti. (**) Borgo negli Stati Pontifici a 15 miglia di Velletri. (***) Spentasi nel XVI secolo la stirpe de'signori d'Urbino, papa Giulio Il ne avea investito Francesco della Rovere pro prio nipote, e nipote pur anco per via di donne diGuidobaldo ultimo duca. Ad esempio di Giulio II, LeoneX pensò di trasfe rire quel feudo nella propria famiglia de' Medici : e siccome gli bisognava spogliarne chi lo possedeva, così trovò contro il duca FrancescoMaria molti capi di accusa e di condanna,cioè ch'egli aveva ucciso il cardinale di Pavia, rifiutato il passo pe' suoi stati alle milizie papali, ricusato di militare in servizio della Chiesa , ec. Leoni, Vita del duca Francesco Maria della Rovere. VITA DI GIOVANNI 204 leggieri di condotta, la quale fu il suo primo principio nel mestiero dell'armi, e fece prove mirabili, facendosi sempre vedere dai nemici con danno loro, per avere egli comin ciato a rinnovare e favorire quel mestiere alla leggiera, che era già quasi diposto, e fuori d'uso, in modo, che venne in grandissima riputazione, volendo che i suoi soldati aves sero cavalli turchi, e giannetti(*), e fossero bene armati con le celate alla borgognona, tal che per opera sua, e per lo comodo di tale uso, gli uomini d'arme si sono quasi che dismessi in Italia , facendo questi e con minore spesa, e con più prestezza spesse volte l'uno e l'altro effetto. Fu an cora quello che rinnovò la milizia,che oggi chiamano lance spezzate, essendosi molti anni innanzi poco usata, la quale si fa di uomini segnalati, e bene stipendiati, i quali a ca vallo e a piè seguono sempre la persona del loro capitano, senza essere ad alcun altro soggetti,edi questi tali poi ne nascon uomini di gran riputazione e autorità, secondo il valor loro , e benevolenza del signore. Cacciato il duca di Urbino nella prima guerra, la quale non fu tanto difficile quanto poi la seconda, egli tornando ivi a poco tempo, ripigliò lo stato col signor Federigo da Bozzolo , con l'ajuto di quattromila spagnuoli, ed in detta guerra al signor Giovanni fu dato infino a dugento cavalli, e fece di bellissime fazioni molto audaci e pericolose. Non successe poi cosa degnadimemoriadi lui infino a che paра Leone non mosse guerra a Francesco re di Francia, e lo cacciò dello stato di Milano con l'ajuto di Carlo V impera tore, nella quale impresa fu capitano generale Prospero Colonna per lo imperatore, in lega con Sua Santità, e al cuni affermano che il papa a ciò si movesse per lo avergli (*) Lancia leggiera e manesca, chiamata Ginete in ispagnolo, della quale andavano armati i cavalli leggieri di Spagna. DE'MEDICI. 205 promesso il re quando furono in Bologna amendue, Lucca, eFerrara, e restituirli Parma ePiacenza, allora da lui pos sedute, e altri ancora allegano altre cagioni,le quali lascio indietro per non essere ora l'intendimento mio, se non di descrivere questa vita, ma come si sia il papa si mosse contro il re, e cominciò la guerra a Parma guardata da monsignor dello Scudo, Federigo da Bozzolo (*), e capitano Carbone, dove questo signore si portò così valorosamente, che il detto Carbone, uomo valorosissimo , il quale ogni giorno esciva fuori per la fiumana, che divide, e dà il nome aquella città, molestando gravemente l'esercito del papa e dello imperatore, trovò tal riscontro, che per l'av venire si ritenne dalle correrie, perchè faceva continua mente perdita nel combattere con esso lui , e per questo nacque nel campo un proverbio che il carbone non abbru ciava più, essendosi trovata acqua che lo spegneva con il valor suo. Nè manco coraggiosamente si portò egli quel dì che fu presa e saccheggiata la metàdella città, cioè quella parte che è verso Piacenza, e di là dal fiume, perciocchè all'entrare fu dei primi che valorosamente combattesse e guadagnasse quella fazione, e Prospero Colonna, o per in vidia , o perchè aveva discaro che il signor Giovanni po nesse i suoi soldati in pericolo, i quali ancor che non fos sero al soldo suo , tutti lo seguivano nelle scaramuccie , tanto era da loro amato, gli disse un giorno alcune parole che gli dispiacquero , alle quali egli rispose acerbamente , eProspero gli replicò, che in un bosco non parleria così , al che il signor Giovanni soggiunse e disse : in un bosco (*) Questi, che fu poi ceppo dei signori di Bozzolo e di Sabbio neta (due borghi delmantovano),la cui stirpemancò nel 1703, era stato de' primi in Italia , che capitanasse squadre regolari di fanteria. VITA DI GIOVANNI 206 quella berretta nera, che avete in capo ve la farei parere rossa , nè mai più di poi fu troppa amistà fra loro cono scendo il vecchio,che con un giovanecosì ardito non v'era se non manifesta perdita. Bianca Rossi sua sorella rimasta allora vedova con molti figliuoli , per opera di Bernardo Rossi vescovo di Trivigi suo parente, il quale era in gran credito con papa Leone, era gravemente molestata,avendo determinato , e commesso a Sua Santità, che mentre l'e sercito era appresso di Parma, gli fosse tolto lo stato suo che avevainquel paese;per il cheintesa questarisoluzione il signor Giovanni pigliò tutti i suoi castelli in sua mano dicendo, che voleva vedere chi glieli torrebbe; ed entrando egli in persona in S. Secondo(*), luogo forte e di buona entrata, Jeronimo Corso gli disse: signore, tu sei povero , e non hai niente, chè non tieni questi luoghi per te,man dando tua sorella a casa sua? Al che egli rispose che mai più non gli parlasse di simili cose, per quanto aveva cara la vita, perchè stimava più la sorella con i suoi nipoti, che quanti stati erano nel mondo; sapendo che di simili, e di maggiori vivendo non gli mancherebbero; ed essendosi l'e sercito imperiale, e così del papa, per opera del marchese di Pescara, che non volle combattere il restante di Parma contro la volontà di tutti gli altri capitani, ritirato al fiume di Lenza(*) verso Reggio,lasciando quella ossidione, e poi a Casal Maggiore, ivi passato il Po, andossene a Robecco , e Ponte Vico, luoghi vicini al fiume dell'Oglio. L'esercito im periale alloggio sotto Ponte Vico con grandissimo disvan taggio, per lo avere i Francesi nella fortezza di quel ca (*)Borgo nel Parmense ad undici miglia dalla capitale: già feudo dei Rossi; vedesi ancora l'antica loro rocca adorna nel l'interno di belle pitture. (**) Meglio Enza. DE' MEDICI. 207 stello ancora che fosse de'Veneziani,posto ajuto e artiglie ria, talchè comodamente potevano essere battuti,per il che gli convenne la notte senza tamburri e trombe, diloggiare quasi che in disordine, essendo ciò imputato al Colonna, nel quale era tutto il peso della guerra, per l'elezione di così sinistro alloggiamento, al che egli rispondeva ; i Veneziani avergli mancato della fede, per l'aver promesso a lui e al cardinale de'Medici , legato del papa, che le fortezze loro non gli offenderiano, e l'imputazione quando la causa non fosse abbastanza, sarebbe stata ragionevole , imperò che nessuna cosa come quella, che è di maggiore importanza tocca più, nè maggiormente conviene al capitano generale, che l'alloggiar bene il suo esercito difendendolo in tale opera da ogni pericolo il giorno e la nottc. Per il che es sendosi come dicemmo per fuggire così manifesto peri colo , partito l'esercito imperiale ed alla coda assaltato dai Francesi , il signor Giovanni rimase per difenderlo addietro , e valorosamente combattendo, mostrò chiaro in tanto pericolo col resistere a' nemici e dar tempo di camminare all' esercito , che tutti per virtù sua in quella notte furono salvi , e fece di molti prigioni con poca per dita de' suoi, e questa fu la prima occasione che non sep pero conoscere i Francesi in quella guerra per conseguire la vittoria loro, la quale se seguivano con il debito ordine facendo la giornata comeFrancesco Maria duca d'Urbino, e altri capi consigliavano, era necessariissimo che restassero vincitori, facendo per avventura prigione Prospero un'altra volta, il quale come dicono molti che erano presenti , co nosciuto l'error suo, s'era tanto avvilito, che non sapeva nè comandare, nè obbedire, scusandosi sempre come di so pra si è detto, ma la pertinacia di Lautrech, nomato Odet di Foys, per quanto si disse allora, il quale aveva intelli genza con li Svizzeri che venivano in soccorso degl' impe VITA DI GIOVANNI 208 riali, fu cagione d'ogni cosa, dicendo di non voler com battere, perchè sapeva di avere a vincere sicuramente;dal che per avventura si potrebbe cavare un' ammaestramento nella guerra, e questo è: che per nissuna speranza, o di segno, la vittoria non dovrebbe esser differita giammai. Parve però agli imperiali, avendo ripreso animo per lo di sordine de' Francesi, e per la virtù di questo signore in quella notte tanto incomoda, giunto massimamente il soc corso degli Svizzeri , i quali ingannarono per la copia dei denari del papa Lautrech, di assaltare Milano, come capo diquellostato, e i Francesi fecero testa in su laripa d'Adda; e dimorando ivi alcuni giorni in consulte, e deliberazioni; il signorGiovanni, facendosi beffe di tanto consigliarsi,mas simamente dove faceva mestiero d'altro che di parole, con i soldati suoi, ed egli il primo,disposte alcune fanterie so pra certe barchette, delle quali diede la cura al conte P. OnofriodaMonte d'Oglio,passò anuoto quel rapace e gros sissimo fiume sopra un cavallo turco di peloleardo(*),detto il sultano, il quale cavalcava sempre nelle fazioni più pe ricolose, e fu seguitato da molti soldati,di maniera che nel l'uscir dell'acqua, egli da una banda ed il conte dall'altra, appiccarono una grande scaramuccia, la quale fu cagione con perdita de' Francesi, che tutto l'esercito passasse quel fiume ad una villa dettaVaprio senza alcuna lesione,il che diede la vittoria in quella guerra agl'imperiali, essendo ciò riputato atto molto animoso,sì per laprofondità e rapacità del fiume, e contrasto che ebbero da'Francesi in su l'altra ripa, e sì per la vittoria che ne seguì, ed in quell'impresa rimase prigione dalla parte francese ilconteUgo de'Pepoli. Ma perchè il Capella troppo appassionato dà tutta la lode di questo nell'istoria sua a Francesco, e Girolamo Moroni , 1 (*) Cioè di color bianco,edicesi solo di mantello di cavallo. DE'MEDICI. 209 tacendo in tutte le imprese di quei tempi la virtù di que sto signore con attribuire ogni gloria ad altri, non m'è pa ruto tacere in questo luogo per una volta sola la molta sua passione per iscudo della verità. Giunto l'esercito imperiale parte alla badia diChiaravalle, eparte aMalignano,il signorGiovanni si spinse innanzi alla porta di Milano, e combattuto auna torre per lungo spazio coi nemici, ch'erano veneziani, allora in lega coi Francesi che guardavano quella parte, li mise in fuga, sollecitando per suoi mandati il cardinal de' Medici, che poi fu detto papa Clemente VII, che lo seguisse con l'esercito suo,come fece, onde meritamente si può dire,che egli fosse il primo soldato ad entrare nella città, e che quella vittoria fosse per la maggior parte sua. E perchè non capitasse male un suo nipote detto il conte diS. Secondo de'Rossi, allora gio vanetto, il quale era a' servizi di Lautrech figliuolo da lato di madre, come dicemmo, di Bianca Rossi sua sorella ma ritata in Parmigiana, dopo l'avuta vittoria non attese ad altro che a cercarne, il che dimostrò l'amore grande dei suoi, e la poca cupidità del guadagnare, potendo, se atten dere vi avesse voluto, avere i miglior prigioni di quel campo con molta roba. E ritirandosi i Francesi verso Como,la città rimase in potere della lega imperiale e del papa, e in quel tempo ebbe querela col signor di Monaco, che gli aveva tolte, per mare alcune sue robe, e l'abbattimento non andò innanzi per difetto dell' avversario suo. Mori dipoi papa Leone, e fu creato Adriano VI, e allora gli nacque unfi gliuolo, che per memória di quello che fu chiamato padre della sua patria, fece porre nome Cosimo, oggi duca de gnissimo di Firenze. E i Francesi si ridussero in Cremona aspettando nuovi soccorsi per via degli Svizzeri, che incarcerato il nunzio del papa mostravano che quello che era successo per ajuto di RUSCA. Vita di Ascanio. 14 VITA DI GIOVANNI 210 quella nazione contro iFranccsi, non era stato di consenso del pubblico, ma per opera de' privati, come del cardinale Syon e altri tributati da Sua Santità, e però non successe cosa dove questo signore avesse molto a dimostrare il so lito suovalore,se non che venuti gliSvizzeri per li Francesi e alcuni Alemanni con Francesco Sforza duca di Milano in favore degl'imperiali assediando Lautrech Pavia , ov' era il marchese di Mantova per guardia conpoca gente, e avendo avuto allora il signor Giovanni,oltre la condottadi dugento cavalli buona somma difanti,fecero consiglio disoccorrere quella città che era ridotta all'estremo, ed in somma, tutto il carico toccò alle sue genti, cheper lamaggiorparte erano corsi, e ne fu fatto capo il conte P. Onofrio che come di cemmo eradipendente da lui, e l'impresa per ordine e con siglio suo successe così felicemente che non si poteva de siderare di più.Abbandonando di poi Lautrech per tale ca gione quello assedio, fu tenuta questadelle più belle fazioni che si facessero in quella guerra, perchè quelle genti pas saron per mezzo il campo de'nemici,e chiedendo licenza a Prospero , egli disse loro : Figliuoli miei, io non vi voglio ingannare, perché vilicenzio a quest'impresacomeperduti. Partitosi Lautrech da Pavia sollecitando gli Svizzeri o a partirsi , o a combattere, fu eletto da' Francesi piuttosto il combattere con disvantaggio,che risolvere l'esercito senza aver fatto alcun effetto. Onde gl'imperiali usciti fuori di Milano, per l'accrescimento sopraggiuntogli,come dicemmo delle genti tedesche condotte da Sforza alla Bicocca(*) con gran disvantaggiode Francesi,per lo sito eletto dal Colonna volendosi ristorare dall'errore fattogliaPonte Vico, si venne alle mani ed avanti si cominciasse la battaglia, questo si gnore si portò tanto valorosamente, che corse insino all'al (*) Intorno a questa battaglia vedi la nota prima a pag. 172. DE'MEDICI. 211 loggiamento de'Francesi, e in quel giorno gli fu morto un cavallosotto;conoscendo poi perprovachepericolosacosa era l'andare nelle scaramucce senza fanterie, usava spesso di accompagnare gli archibugierisopra cavalli di poco prezzo, con i cavalli leggieri facendoli smontare a piedi dove fa ceva di mestiero , la quale usanza di poi è stata osservata da molti: perciocchè il condurre i fanti a piedi, ovvero in groppa de'cavalli leggieri, se le fazioni sono lontane, quando vi arrivano, oi cavalli o gli uomini, oamendue insieme sono stanchi ed inutili; e però questa maniera è più utile colla quale in tutte le guerre e colla prestezza e vigilanza sua fece di valorosissime fazioni; onde convenevolmente si può dire che in quello esercito dove egli era, ciascuno poteva dormire sicuro e quieto; e per lo contrario in quello dei nemici inquietissimo e non sicuro,con ciò sia che mai non passava giorno onotte che non si facesse vedere molestan doli continuamente in varj modi , talchè gli oltramontani per le continue molestie che egli dava loro, ne temevano assaissimo. Ivi ad alcuni mesi essendo maltrattato dagl'imperiali de terminò, stimolandolo ancora isoldati suoi e massimamente Tristano Corso , col quale per lo valore e sagacità molto conferiva,di andare a'servizj de'Francesi, iquali per essere stati molestati da lui nel modo che abbiamo detto nella guerra passata eran molto ben consapevoli della virtù sua; eperò inBorgo s. Donninoessendogiàdurata quella guerra tre anni,fuconchiusa la condotta sua col re di Francia con tre mila fanti e trecento cavalli,e sei mila ducati di prov visione,con allegrezza grande de'Francesi e de'soldati suoi, e nel passare per Cremona, tenuta allora da essi Francesi, essendogli negata la vettovaglia e l'alloggiamento, pigliò per forza e mandò a sacco Busseto, luogo forte de' Pallavicini VITA DI GIOVANNI 212 in Parmigiana (*). In Cremona ove luogotenente del re era monsignor dello Scudo, essendosi Lautrech suo fratello ri dotto in Brescia , per essere i Veneziani ancora in lega con il re per girsene per lo cammino degliSvizzeri in Fran cia , fu con molto onore da detto luogotenente ricevuto, e uscendo fuori continuamente non dette minor saggio agli imperiali di sè che per lo addietro avesse fatto a'Francesi; ma non racconteremo particolarmente nè le fazioni, nè le scaramucce per maggior brevità, diremo solo che in nes suna dove sitrovasse egli in persona rimase perdente. Parve ivi a poco tempo a'Francesi i quali sono di lor natura im pazienti, e massimamente nel patire i disagi, nel difendere ed assediare le terre, vedendo le cose loro in declinazione, capitolare cogl' imperiali di lasciar Cremona , ritenendosi alcune fortezze dello stato con questa condizione però , se non erano soccorsi fra quaranta giorni dal re con facoltà che potessero, passato quel termine, andarsene a bandiere spiegate in Francia; per il che non venendo il soccorso a tempo ed essendo pigliata Genova e saccheggiata dagl'im periali, e fatto prigione il doge Ottaviano Fregoso e Pietro Navarro , che allora con certo numero di genti di Francia per quella guardia ivi era giunto; i Francesi si partirono d'Italia lasciando ogni cosa come si è detto, per la capito lazione già fatta, il che molto dispiacque al signor Giovanni, il quale prima si era offerto di difendere Cremona colle sue genti; ma poco giovò il persuadere che egli facesse il contrario , lasciandolo senza provvisione alcuna di denari , nè di altro per nutrire le genti sue. : (*) Cioè nel ducato di Parma. Busseto fu giàcapitale dello Stato Pallavicini. In questa città è notevole il palazzo, nel quale ébbe luogo un abboccamento fra l'imperatore Carlo V e il pon tefice Paolo III ; ed eziandio la sua Collegiata adorna di di pinti del Boccaccino , del Ruta e d'altri. DE MEDICI. 213 In quel tempo i nipoti suoi, figliuoli di BiancaRossi, erano gravemente nel Parmigiano un' altra volta molestati dagli istessi parenti loro come di sopra dicemmo , i quali con quattro mila fanti e sei pezzidi artiglieria, e buon numero di cavalli , essendo quella donna rimasta vedova e coifi gliuoli giovanetti le avevano tolti alcuni castelli, e seguivano per tôrre il restante, perchè parve al signor Giovanni, che ancora aveva in ordine le sue genti, di ajutarli; enonman care al grado della parenteła che aveva con essi, ed al de bito dell' onore, e con grandissima prestezza passato il Po partendosi da Cremona venne a quel soccorso, e ruppe l'i nimico, e gli tolse l'artiglieria, e ricuperò i luoghi perduti con grandissimo onor suo e della sorella. Nè stette troppo desideroso di cose nuove, che avendo comperato un luogo in Lunigiana chiamato Aulla(*), il quale era in lite con quei marchesi 'per non tenere in ozio sè e le genti sue, venne alle mani con tutti quei signori Malespini , i quali abitano in quel paese e sono assaissimi, ed hanno molte castella ben popolate e forti; per il che condotto da tremila fanti ed alcuni pezzi d'artiglieria, in quelle bande fece grandis sima persecuzione atutti queisignori scacciando ogni giorno or l'uno or l'altro dai luoghi loro, di maniera che in breve tempo si era fatto quasichè padronė del tutto, con perdita però di molti valorosi uomini de'suoinel combattere le ca stella, per essere come dicemmo,fornitissime in guisa, che i Genovesi erano entrati in gran sospetto e paura di lui, pen sando chequello ch'egli faceva fosse con qualche altro mag gior intendimento per le cose di Sarzana e-Sarzanello,nelle *) È borgo del ducato di Modena, a 12 miglia da Sarzana. Intorno poi alla Lunigiana vedi la nota a pag. 130 delle Vite dei dodici Visconti di Paolo Giovio, che formano il primo vo lume di questa Biblioteca storica. VITA DI GIOVANNI 214 quali i Fiorentini hanno sempre preteso di aver ragione. In tanto i cardinali Cibo e Medici trattarono concordia, e ri cevuta il signorGiovanni una buona quantità di denari, di che sempre per la liberalità sua era bisogno, lasciò quella impresa ad istanza dei detti cardinali, la qual cosa per giu dizio di molti fu fatta,perchè Medici non voleva acconsen tire ch'egli fosse così potente, e vicino alla Toscana per quella banda , per la paura che aveva ch'egli non aspi rasse alle cose diFirenze. Stette ancora molti giorni a Reg gio di Lombardia, luogo dilettevole ed amatore di fore stieri , senza aver aiuto di luogo alcuno, eccetto che dalla sorella, la quale per l'obbligo che gli avea, e per la paren tela non gli mancò mai. Nè per questo restava egli di non fare grandi spese, e trattenere assaissimi valenti uomini , essendo molto dedito in quel tempo alla caccia, ed allo amore; nè in quel tempo successe altro degno di memoria, se non che i Fiorentini udendo che Malatesta Baglione , e FrancescoMaria duca d'Urbino facevano movimento contro le cose di Siena, gli mandarono contro il signor Giovanni con moltissime genti, che fece in modo ch'eglino si ritor narono da quell'impresa senza frutto nessuno. Di poiFran cesco re di Francia sentendosi gravemente ingiuriato dallo imperatore avendogli tolto lo Stato di Milano per darlo al duca Francesco Sforza,fece un grossissimo esercito di tren tamila fanti, e mila e cinquecento uomini d'arme, e molti pezzi d'artiglieria; ed ancor che prima avesse determinato di venire inpersona in Italia,mal soddisfatto per la guerra passata di monsignor di Lautrech e di suofratello,che ave vano ingiuriato amendue tutta l'Italia, e fattola nemica dei Francesiper aver fatto morire indegnamente alcuni nobili, fece capitano generale di quella impresa GuglielmoBonnivet ammiraglio suo del mare, il quale disceso in Italia e giunto al fiume Tesino, essendo Prospero per grave infermità DE'MEDICI. 215 giàvicino a morte, si pose all'assedio di Milano , onde il signor Giovanni mal soddisfatto come si è detto de' Fran cesi , si pose con lo imperadore, ed ebbe tremila fanti , e trecento cavalli, la qual condotta fu fatta per mezzo di Francesco Sforza duca diMilano; e in quella guerra si può dire sicuramente che tutto il peso del combattere fosse il suo; talchè essendo quello esercito assediato e ridotto in grandissima carestia coll'uscir fuori ch'egli ogni giorno fa ceva, lo tennenutrito d'ogni cosa, aprendo verso Monza il passo alle vettovaglie. Fu ancora quegli che al Tesino volle ritenere il passo all' ammiraglio con una bellissima scara muccia;ma non essendo l'acqua molto cupa, e gl'imperiali assai meno di loro, con tutto l'esercito gli convenne riti rarsi in Milano con poca perdita, rimanendo egli alla coda de' suoi per farli più sicuri da ogni pericolo. Per il che es sendo quel giorno Prospero nella lettiga, e vedendo l' infi nito valor suo, per mezzo del duca di Milano , un' altra volta se lo fece amico, avendo la virtù tanta forza nei cuori umani, che spesse volte in uno istante li rivolge in maniera che di nemici si fanno amici. E tra molte fazioni che al lora egli fece, le quali troppo sarei lungo a volere raccon tare, basti solo che egli con i suoi cavalli leggieri , ed ar chibusieri a cavallo, nelle scaramucce come dicemmo , menò prigioni da dugento uomini d'arme francesi , ed io intesi più volte dal duca diMilano per la familiarità e ser vitù che aveva seco, che gl'imperiali, se non si fossero confidati nel valore suo, avevano determinato per la fame ed altri bisogni di lasciare Milano. Ed essendosi scoperto al lora un trattato fra i soldati suoi di dare una porta della città a' Francesi, egli fatto pigliare il capo del tradimento, che si chiamava Morgante, e tormentatolo per sapere chi fossero i compagni di detto trattato, in presenza di tutto l'esercito lo fece passare per le picche.Oravedendo iFran VITA DI GIOVANNI 216 cesi di essere continuamente molestati da lui , e la diffi coltà del guerreggiare, per cagione del verno che veniva , e lacittà non patire vettovaglie, anzi essere assai più ab bondante, come dicemmo, per la virtù sua, che il campo loro , e di più che il soccorso mandato dallo imperadore s' appressava, che conduceva DonCarlo della Noja(*), eiVe neziani allora in lega con gl'imperiali si volevano congiun gere insieme, si partirono da quell'assedio, e partendosi il campo loro, il signor Giovanni svaligiò una compagnia di sessanta lance Francesi , e fece di molti altri prigioni , di vise poi l'ammiraglio in varj luoghi, che egli teneva le genti francesi , aspettando nuovi soccorsi di Francia. Onde ritornato il Pescara di Spagna, e morto Prospero, essendo molte genti apiè e a cavallo aRobecco(**), il signorGiovanni andò con esso lui a quella impresa, e giunti una notte quivi all'improvviso li fecero tutti prigioni, e svaligiarono, ed il simile avvenne quasi in tutta la Lomellina, massima mente alla Motta(***), Valenza, Gambolò, e Mortara, dove (*) Meglio Lannoy, ch'era vicerè di Napoli. Per alcuni par ticolari di quanto successe nel ducato di Milano a quest'epoca tra gl' imperiali e le armi francesi , vedi la Storia di Milano del Verri , cap. XXIII. **(**) Quattro sono i luoghi appellati in Italia con questo nome: tre in Lombardia ed uno in Piemonte. Intendi qui quello che trovasi nella provincia di Pavia , distretto di Abbiategrasso. (***) Anche di questo nome abbiamo oltre venti villaggi in Italía; ma quivi vuolsi dire Motta Visconti, nella provincia Pavese. Questa parola sembra derivare dal vocabolo germa nico Moto Gemot, che vale quanto pubblica adunanza, o luogo ove si tengono simili adunanze ; la quale parola si è in fatto conservata nel linguaggio diplomaticodel Medio Evo, chia mandosi LaMotta l'assemblea del popolo; e per figura nel dialetto lombardo si è estesa a significare quantità,mucchio: così unamottadi denari, una motta di gente, ec. 1. DE'MEDICI. 217 avevano disegnato di svernare, ed ivi fu prigione un' altra volta il Pepoli, e Giovanni Birago. Trovossi ancora alla presa di Garlasco, che era guardato molto bene dai ne mici col duca d'Urbino, di maniera che quel luogo per opera sua, e de' suoi, si pigliò; il che avvenne ancora di alcuni altri di quello stato , le quali cose non passarono senza gran combattimento e pericolo e perdita de' suoi soldati , volendo che sempre fossero i primi nelle fazioni chesifacevano. Andò dipoi adAbbiategrasso,dove erano due mila fanti nemici, ed al Ponte di Tesino, che eran bene muniti di Francesi , e furono presi da lui in persona con tre mila fanti che aveva, ed alcuni pezzi d'artiglieria , ed il capitano di dentro detto il Farina corso , il quale era molto valente, andò a' servizj suoi essendo fatto prigione, si per essere egli molto amatore di quella nazione, e si per averlo veduto portare così bene in quella difesa, nella quale,perdute le mura della terra, si ridusse a combattere le strade una per una valorosamente. Intendendo poi il duca di Milano che venivano sei mila Grigioni per soc corso dell'ammiraglio, dette quella cura al signor Giovanni, il quale li andò ad incontrare in sul Bresciano , e fece in modo che furono forzati a ritornare a casa , ed in bréve fare accordo col duca contra il re. I Francesi erano allora la maggior parte in Novara, e per la impresa di Abbiate grasso avendo perdute le vettovaglie da quella bandafu rono forzati a partirsi per Francia, lasciando addietro l'ar tiglieria, ed ogni altra cosa, per essere l'ammiraglio ferito in un braccio, nel passare la Sesia fiume grossissimo, dove patirono molti disagi, essendo in quell'istante raggiunti dal signor Giovanni che li trattenne tanto che arrivò il rima nente dell'esercito imperiale, e quivi fu morto il capitano Bajardo francese, uomo valentissimo, e Giovanni Cabaneo condottieri a cavallo, e molti altri uomini da bene fran VITA DI GIOVANNI 218 cesi , e se non era ladiscordia di Borbone, del Pescara, e di Don Carlodella Noia, e del duca di Urbino,il quale era per iVeneziani, tutti i Francesi vi rimanevano, o morti, o prigioni, parendo al signor Giovanni di doverli seguire, ma perchè cagione si fosse, ciò non andò innanzi, e le cose rimasero quiete per alcuni mesi.Fu poi data alPescara ed al Borbone dall'imperatore l'impresa di Francia con di ciottomila fanti , i quali andarono all'assedio di Marsiglia , dove eraRenzo da Ceri con tremila fanti italiani; e perchè egli non intervenne in tale impresa, anzi rimase in Italia, non accade di ciò ragionare altrimenti; solo dirò che riti ratisi gl' imperiali da quell'assedio, sopraggiunti daun gros sissimo esercito francese , nel quale era il re in persona , vennero in Italia amendue agran giornate per diverse vie; e fu grandissima gloria il ritirarsi del Pescara, perchè fa cendo egli la via della riviera diGenova,non perdè nè ar tiglieria , nè cosa alcuna, e per lo contrario fu incredibile la velocità del re,che giunto aMilano subito lo prese senza far danno a quella città,ponendosi poi all'assedio diPavia, dove per difesa eraAntonio daLeva(*) con seimilaTedeschi, perchè la fanteria spagnuola era con il Pescara in Lodi. Per il che il signor Giovanni mal trattato dagl'imperiali, e dal duca di Milano, per l'inipotenza sua non gli avendo dato alcun carico in tanta guerra, ed essendo sollecitato dal re sottoPavia,si ridusse alli servizi di Francia un'altra volta con quattromila fanti, e quattrocento cavalli leggieri, e l'ordine di s. Michele, e diecimila scudi di piatto per la sua persona , e dugento cavalli pel conte di S. Secondo de' Rossi suo nipote. Furono alcuni che lo biasimarono di questo,parendogli che mutasse spesso padrone, al che egli rispondeva, avere determinato di non servire chi non lo pa Meglio Leyva. DE' MEDICI. 219 gava, perchè altrimenti non poteva trattenere i soldati,la sciando il pensiero a chi lo intendeva altrimenti , paren dogli come a soldato, che se gli convenisse di far così , al che si aggiugne, che Clemente già fatto papa, e amico dei Francesi , lo costrigneva molto a ciò fare, a cui egli non poteva mancare per molte ragioni , che per maggiore bre vità si tacciono, e lasciando queste dispute da parte, e al proponimento nostro tornando , dico che in quell' impresa sempre si portò valorosissimamente, tanto nel riconoscere i nemici, quanto in ogni altra cosa; e innanzi la presa del re fece di bellissime scaramucce, riuscendone sempre con onore, tal che poi nel ritornare a casa era con bellissimi doni da SuaMaestàriconosciuto, efra l'altre prove che egli fece fu che essendo una casa presso alla città, che i ne mici sempre avevano tenuta, facendo con essa gran danno all'esercito francese, e mostrando il re di volerla pigliare, Federigo da Bozzolo , molto favorito allora da Sua Maestà cristianissima, lodò l'impresa, ed aspettando sua maestà che alcuno a ciò fare si proferisse, tutti ragionando se ne anda vano in discorsi; onde il signorGiovanni che sempre aveva taciuto, e non vedendo che siconcludesse cosa alcuna disse: Sacra Maestà, Vostra Altezza ha più di bisogno di chi metta ad effetto, che di chi consigli, e presa licenza senza altro dire così disarmato con molti de' suoi in presenza del suo padrone la pigliò con grandissima perdita de'nemici e con non suo poco pericolo, di modo che ciascuno rimase stu pefatto del valor suo; e tornando dal re per essergli stato morto il cavallo sotto , ebbe da Sua Maestà un bellissimo dono con gran favore in presenza di tutto l'esercito. Ven nero di poi gl' imperiali de' quali era capitano il Pescara, uomo raro nel mestiere dell'armi, al soccorso di Pavia , partendosi da Lodi e alloggiarono vicini al re a un trar VITA DI GIOVANNI 220 d'archibuso, il quale era nel parco(*), di maniera che ogni giorno, o piuttosto ogni ora gli conveniva essere alle mani col nemico, ma per la virtù e prestezza di questo signore, erano di maniera tenuti a freno,che il campo francese non aveva da temere di cosa veruna, e perchè nel campo del re erano quattromila Grigioni, ed essendo egli un giorno in collera con un suo servidore gli corse dietro infino agli alloggiamenti loro; e perchè secondo il solito suo vestiva come privato, non essendo conosciuto altrimenti , anzi ve dendolo così acceso contra quegli che fuggiva, gli fu fatta non so quale violenza, del che egli tanto si alterò, che ri tornato agli alloggiamenti e messa in ordine la sua gente determinatamente andava per combattere; ma il re accor tosi di tanto pericolo subito vi corse, e con prieghi ed ab bracciamenti fece tanto che l'umiliò, e volle che tutti i ca pitani de' Grigioni inginocchiati gli chiedessero perdono. Volendo dunque la fortuna condurre in estrema infeli cità Sua Maestà Cristianissima le fu necessario privarlo del signor Giovanni innanzi la battaglia, nella quale egli ri mase prigione insieme col re di Navarra e molti altri si gnori ; per il che pochi giorni avanti in una scaramuccia di grande importanza, incontrandosi questo signore con Garzia Mandricco e Don Francesco Sermenta capitani degli spagnuoli, e alcuni altri capitani de' Tedeschi usciti diPa via, fu da un archibuso inuno stinco di gamba gravemente ferito, per il che si fece procurare e portare a Piacenza , e di quivi in Parma a' castelli della sorella, e poi a Padova a' bagni, ed in detta scaramuccia vi rimase morto Annibal Testa da Padova, il quale era per le sue virtù molto amato da lui. Nè passaron molti giorni che gli Spagnuoli da que (*)Vedi la nota a pag. 191 delle Vite dei dodici Visconti, del Giovio , da noi pubblicate. DE' MEDICI. 221 sto fatto pigliando ardire assalirono il re nel parco da quella parte dove il ferito signore aveva l'alloggiamento , gittando tanto muro in terra, che venti uomini vi potevano entrare in ordinanza, di maniera che il re in breve rimase vinto e prigione(*), e non è dubbio alcuno che gli Spagnuoli, se il signor Giovanni fosse stato sano,non sariano in quella giornata stati superiori;ma si crede ancora che non avreb bero giammai tentata tale impresa , conoscendosi chiara mente pel poco governo francese, e pel passo onde entra rono , quanto fosse agevole ritenerli , e ostarli coll' armi in mano, e per più chiarezza di ciò , il re , mentre che stette prigione in Italia in Pizzighettone, affermò a molti due cose essere state cagione dellaperdita e prigionia sua: la prima, la ferita del signor. Giovanni , l'altra, d'essere stato ingannato da' suoi capitani a pagamenti, credendosi di avere un numero di gente che al combattere poi non ebbe, per essergli stata fatta gran fraude nelle rassegne. Ridussesi poi il signor Giovanni in Fano avendo intenzione da Clemente, al quale pareva pure sconvenevole non l'aiu tare in qualche cosa, ancorchè poco l'amasse di averlo da lui per donazione, il qual luogofu eletto dal papa per tenerlo più lontano che poteva dalle cose di Firenze, e perchè non pensasse più allaLunigiana, come parevache facesse un'al tra volta: stette quivi alcuni mesi e non avendo altra oc cupazione, attese ai piaceri suoi e massimamente della cac cia, della quale molto si dilettava; ma essendo di natura amatore di cose nuove, avendo buona occasione, pensò di occupare Ancona,ed attendere alle cose marittime facendo quel poco di porto , che vi soleva essere, con simulare di (*) Questo fattod'arme, in cui rimase prigioniero Francesco I, è registrato nella storia colla denominazione di Battaglia di Pavia : avvenne nel 1525. VITA DI GIOVANNI 222 voler divenire corsaro, ed ebbeindono dalui un galeone(*), che giàpapa Leone aveva fatto edificare in Ancona, al quale attese con ogni diligenza per porlo in ordine,e com però tre altre fuste(**) di più per arrivareungiorno all'im provviso nel porto di quella città e pigliarla; ma gliAnco nitani che allora, sebbene pagavano il tributo alla Chiesa, erano in libertà, sospettosi di lor natura, se ne avvidero , dimodo che l'impresa fu vana, e per essere egli molto gravato di spesa da' suoi soldati, che non avevano discre zione in tempo di pace, tenendo ciascuno , benchè povero fosse , due o tre famigli in casa sua inutilmente, e con questa occasione d'andare in soccorso con bel modo, non volendo egli licenziare altramente quella spesa, pigliò da tutti, da chi uno, e da chi due di quei servitori secondo il grado delle persone per servirsene al remo , talmente che con questo stratagemma fuggendosene alcuni, e altri essendo all'improvviso posti alla catena, egli si allegeri del superfluo, non potendo nel vero resistere, e si vendicò in parte di quelli che senza frutto alcuno, e senza proposito lomangiavanovivo. Avvenne ancora che essendoogni giorno molti abbattimenti fra' suoi soldati,per porre lor fine, serrò nella rocca di Fano in una piccola corticella,per loro par ticolari contenzioni, il capitano Giovanni da Turino , ed il capitano Amico daVenastro,con due spade in mano in ca micia, acciocchè ivi definissero le loro querele a loro pia cere, vietando a ciascuno l'accostarsi a quel luogo perdi viderli sotto gravissime pene, e questi due soldati per lo essere amendue, per le virtù loro,famosissimi, si portarono valorosamente e per ore quattro stettero sempre alle mani (*) Sortadi nave grandissima. (**) Nave leggiera con poppa quadra e tre alberi , usavasi specialmente come scorridora esploratrice. DE'MEDICI. 225 dandosi di molte ferite,ancorchè di comun consenso, si ri posassero più d'una volta, ma in fine pei preghi di Lucan tonio da Monte Falco suo servidore furono divisi , e fatti medicare con sì gran diligenza, che nessun di loro peri, essendo sempre di poi amici; e questoesempio fu tale,che mai più si sentì fra i suoi alcun rumore ancorchè vi fos sero bravi infiniti, e di diverse nazioni, e pareri. Essendo di poi ilducadiMilano per timore o per trattato in differenza con l'imperadore, ilche era successo per mezzo delMorone(*) e di papaClemente, e assediato nel castello di Milano dagliSpagnuoli, edessendo ilre di Franciagià libero, il papa mandò aSua Maestà Cristianissima un suo segre tario detto il Sanga a persuaderlo coll'esempio de' Romani alle forche Caudine (**), che non dovessemantener cosa che (*) Vale a dire Girolamo Morone, il più gran diplomatico che avesse in quell'epocail ducato di Milano. Questo nome ram mentauna lacuna che esiste da tanto tempo nella StoriaLom barda; e fa meraviglia che nel volger di lunga serie d'anni , tra i molti nobilissimi ingegni che vanta la patria nostra, al cunomai non abbia preso a tessere la vita di un uomo, che seppe illustrarla co' suoi talenti, e che visse in un' epoca delle più memorabili della Storia di Lombardia. IlMorone lasciò un' interessantissima corrispondenza episto lare coi primari personaggi contemporanei, di cui una parte venne pubblicata dal Rosmini nella Vita del magno Triulzio, altra, e il più, trovasi inedita presso la stessa patrizia famiglia milanese Triulzio, ed altra ancora aVenezia, a Vienna, aMilano, ed altri luoghi. (**)Ecco il fatto assai rimarchevole avvenuto aiRomani alle Forche Caudine (reame di Napoli). Il console Spurio Postumio, stava alla testa di una poderosa armata romana, e volendo vincere i Sanniti,venne da loro tratto in inganno conuno stra tagemma; imperocchè avventurandosi egli in un passo che trovavasi fra due alti monti, chiamato le Forche Caudine,per VITA DI GIOVANNI 224 avesse promessa inprigione aCesare, e fu agevole, avendo esso re da sè stesso presupposto di farlo,per il che non istette molto che egli mandò un altro esercito in Italia , fatta però prima lega con i Veneziani,col papa e col duca detto, e volendo la lega soccorrere il duca e assediare gli imperiali in Milano, de'quali era capitano Antonio da Leva, e Borbone, e il marchese del Vasto nipote del Pescara; si fece contra gl' imperiali un grossissimo esercito chesi rap presentò sopra Miláno avanti che il marchese di Saluzzo, generale del re,venisse in Italia con le genti sue, ed il si gnor Giovanni fu fatto generaledi tutte le fanterieitaliane di Sua Maestà con dodici mila scudi di provvisione per la persona sua, e 900 cavalli di condotta. Ora essendo allog chè conduceva alla cittàdi Caudium,trovavasi in istato di non potersi nè muovere nè combattere. Orribile era la situazione dei Románi , assaliti da tutte le parti dai Sanniti che loro at traversavano la strada , mentre altri dalle sommità delle rupi, li colpivano con frecce e con enormi pietre. Scorse per quei miseri in tale stato la notte; ma fattosi giorno, oppressi e sfi niti , dovettero loro malgrado implorare dai nemici la grazia della vita. Questi l' accordaron loro, ma a patto che, cedute le armi, tutto quell' esercito sfilasse sotto alcune lance incro cicchiate , e promettesse di non mai più combattere contro i Sanniti. Postumio pel primo passò sotto il giogo; il che fecero poi tutti i soldati fra le ingiurie e gli scherni dei Sanniti. Ma Postumio, ritornato poscia coll'esercito a Roma, si presentò al Senato, difese l'onore dell'armata, dichiarandosi egli solo col pevole, e propose ch' ei fosse consegnato nelle mani dei San niti , e che la guerra ricominciasse. Il Senato accolse la sua-of ferta, e, avvintogli e piedi e mani, fu dai littori tradotto al campo nemico. Ma i Sanniti, ammirando la nobiltà dell'animo suo,lo rimandarono libero a Roma. Il tal modo Postumio ri parò al disonore della sua disfatta, e la pace fu conchiusa tra i nemici. 1 DE'MEDICI. 225 giato il campo della lega aMarignano e conchiudendosi fra tutti i capitani eil provveditore veneziano,uomo molto pru dente e di grandissima autorità in quella repubblica, chia mato Piero da Pesaro,di assalire i nemici in Milano essen dovi poco ordine di tenerlo per li Spagnuoli; sì perchènon avevano più di ottomila fanti per guardarlo , e sì perchè avevano il popolo inimico per la violenza loro, e per l'as sedio che tenevano al castello ove era il suo duca ; si fece l'alloggiamento nei borghi, e li Spagnuoli si mettevano già in ordine per abbandonare la terra e ritirarsi a Como , Trezzo e Lecco, non potendo in un tempo difenderla e at tendere allo assedio del castello, e contrastare col popolo per essere di giàquello assedio durato undicimesi;ma so pravvenendo lanotte non so da qual cagione mosso il duca d'Urbino si volle ritirare infino a Marignano; e contradi cendogli il provveditore e il signor Giovanni, e finalmente tutti gli altri capitani,nonvifu mai ordine cavarlo di quella opinione, non cessando questosignore farglilavittoria certa, per avere avuta la cura il giorno d'avanti, di condurre l'ar tiglieria e battere Forta Romana con quella torre che vi era(*), edimostravagli chiaro aver con l'appresentarsi a quel luogo in maniera fatto che il giorno seguente sicuramente si poteva sperare di vincere e cacciare il nemico; maniuna ragione fu buona nè potente a dissuaderlo da questo; tal che messo in ordine l'esercitoveneziano del quale egli era capitano, senza altro dire cominciò a ritirarsi in tempo di (*) All'epoca di Giovanni delle BandeNere,la porta Romana diMilano trovavasi ove oggidi evvi il ponte omonimo sul na viglio; imperocchè la cerchia attuale di Milano venne fatta in nalzare da Ferrante Gonzaga, governatore di Milano,verso la metàdel secolo XVI.Delleantichefortificazioni di questa porta veggonsi tuttora alcuni pochi ruderi. Rossi. Vita di Giovanni. 15 VITA DI GIOVANNI 226 notte, che suol essere più pericoloso e dagli antichi dan nato , per il che non essendo bastanti le altre genti della lega all'espugnazione della città senza lui, convenne ad ognuno seguire quel parere per forza con dispiacere di tutto l'esercito, ma molto più del signor Giovanni, il quale non mai volle muoversi dagli alloggiamenti infino a tanto che tutto l'esercito non fosse giunto a Marignano , aspet tando prima il giorno che si partisse, e gli convenne sem pre combattere per tutta quella bella strada diMarignano, la quale duradieci miglia, facendo prove mirabili della per sona sua ; e trovandomi io di poi in Mantova quando l'im peradore tornò dall' impresa d'Ungheria, udii dire da An tonio da Leva al ducad'Urbino conmillegiuramenti che non ritirandosi la lega, come dicemmo,quella notte eglino ave vano determinato lasciar quel giorno Milano, e fare quella strada, come io dissi, confermando ciò con moltissime ra gioni, che per brevità si taciono. Fu il duca appresso iVe neziani molto biasimato di questo fatto, massimamente per opera del provveditore, come dicemmo,uomo potente nella sua repubblica, perchè gli assediati del castello vedendosi per tal cagione avere perduta ogni speranza di soccorso , capitolarono di dar la fortezza agli imperiali, purchè il duca di Milano fosse salvo colle genti sue, il quale poi venne nel campo della lega all'alloggiamento del signor Giovanni suo parente, dolendosi tanto di questacosa, quanto ciascuno può immaginarsi , ma io per non detraere a tanto uomo , vo glio credere che la fortuna di Cesare che si mostrò ancor più chiara in molte altre cose in quei tempi , fosse quella che causasse quel disordine dal quale, come da molti altri che avvennero, successe la vittoria e grandezza sua in Italia ai nostri giorni, essendosi chiaramente veduto che per nes sunaragione diguerrain molte cose che occorsero in quelle spedizioni , egli non doveva giammai rimanere superiore , DE'MEDICI. 227 come fece, sì per l'aver pochi denari e pochi amici in Italia pei cattivi portamenti de'suoi soldati, e sì per altre cagioni che ora si lasciano di dire, essendo lo intendimento nostro solo di raccontare la vita di questo cavaliero, e lasciare la cura di ciò a chi scriverà le generali o particolari storie de' tempi nostri , i quali dovranno, per utilità di chi verrà dopo noi, dire la verità,lasciando le passionidacanto, acciò si conosca quanto possa negli uomini l' ordine di chi go verna, il quale passando le ragioni umaneciconduce spesso dove non pensiamo mai di giugnere; intendo tanto delle felicità, quanto delle ruine, di che io più d'altro posso ra gionare. Ma tornando al proposito nostro dico,che allora il signor Giovanni ebbe querela col conte Guido Rangone, ma per opera diClemente fu fatta la tregua persino alla fine della guerra. Tornò poi l'esercito della lega sotto Milano verso il Lazzaretto, e per un giorno l'uno esercito e l'altro fece tregua; il che fu bel vedere, conciossiachè Antonio daLeva, Borbone, l'Arcone ed il Vasto dalla banda imperiale, uscis sero fuori a ragionamento coi capitani della lega, i quali erano il duca d'Urbino e il signor Vitello Vitelli, il conte Guido Rangone e il signorGiovanni,e con essi ancora uscì tutto l'esercito, con tanto amore, come se fossero stati in sieme uniti e concordi. In quella giornata il signor Gio vanni venne alle mani con Rodomonte di Gonzaga per l'avere un soldato spagnuolo sfidato ciascuno che volesse correre la lancia e combatter seco a cavallo alla leg giera , di modo che volle che questo carico, per l'onore dell'esercito suo,toccasse al suo alfiere de'cavalli chiamato Piero Antonio da Verona, e fatto ipatti di non ferire il cavallo, lo spagnuolo ch'era manco di un occhio al primo incontro ammazzò il cavallo dell'altro , il quale era del si gnor Giovanni , dico dei primi che avesse , del che pigliò VITA DI GIOVANNI 228 tanto sdegno che pubblicamente disse: che egli non poteva essere uomo da bene, avendo fatto quello controicapitoli, al che rispose Rodomonte: che egli era uomo da bene, ed il signor Giovannireplicò:sevoi volete questa querela, smon tate or ora che la partiremo insieme; e volendo ambedue smontare furono da tanti signori dell'uno e dell'altro eser cito impediti; la qual cosa fu il fine del ragionamento di quel giorno, nè altro poi successe sopra di ciò, ed io in quella giornata udii dire a molti soldati imperiali que ste parole: levate il signor Giovanni del vostro campo che con tanto vostro disvantaggio di genti vogliamo com battere in campagna con voi, ancorchè siamo inferiori di numero. Avvenne di poi perchè egli ogni giorno appiccava la scaramuccia in una medesima ora nei prati del Lazza retto, che li Spagnuoli gli fecero una grossissima imboscata nella quale egli fu tocco di un archibuso nella staffa, ed appena si salvò per la gran furia che ebbe, del che il si gnor Vitello più volte lo riprese dicendogli: che al soldato non convenivasempre a un ora farcose da nuocere al ne mico; e nella stessa guerra essendo il conte di S. Secondo suo nipote, che era pure a'servizj delre, assaltato appresso aMilano da quattro compagnie spagnuole, nella strada di Marignano, e due tedesche, e acerbamente ferito, il signor Giovanni vi corse con grandissimo impeto,e riscontrandosi in esso, e vedendolo quasi che morto gli disse : così fanno gli uomini da bene, ma stadi buonavogliache prestamente sentirai le vendette , e con tanto furore si cacciò fra i ne mici, che pure un solo non ne scampò, riducendone alcuni in certe case i quali fece tuttiardere, non volendo che al cuno se ne facesse prigione; e fra le altre compagnie vi fu quella del capitano Santa Croce: e di poi in un'altra sca ramuccia venendo egli con un cavaliere spagnuolo allo in contro di lance, lo passò dall' un canto all'altro, ancorchè DE'MEDICI. 229 fosse tutto armato, la qual cosa pare incredibile, e nondi meno avendola veduta io non posso tacerla. Volendo poi l'imperadore soccorrere lecose diMilano,fece calare Giorgio Franesberg con diciotto milaAlamanni, bellissima gente, in Italia, il qualeportavaun laccio d'oro all'arcionedicendopaz zamente con quello voler appiccare papa Clemente; ed in tervenne il duca d'Urbino pei Veneziani, Guido Rangone per il papa, ed il signorGiovanni e il marchese di Saluzzo pei Francesi, e molti altri nobili cavalieri vanamente discorrendo tutti in varie sentenze passarono. Finalmente questo signore affermando in una battaglia campale non confidare che le genti italiane potessero sostenere l'impeto tedesco , con chiuse che era da riscontrarli sulla campagna di Verona , perchè facevano quella strada, e con gente spedita da piè eda cavallo ogn'ora non venendo a giornata altramente con loro, con scaramucce molestarli , il che trovo io leggendo le istorie , che fu consiglio di Cesare nelle prime guerre sue con gli Svizzeri non confidando allora in quei principj tanto , come fece poi sempre nella disciplina militare dei suoi per giuocare al sicuro , ma con tutto ciò non voglio già dire che egli avesse studiato questo passo ne'commentarj, non avendo molta cognizione di lettere, ma sì bene affer mare che egli per vivacità dell' ingegno suo, e per la pra tica ed inclinazione che aveva alle cose di guerra, facesse quel giudizio, riputato da ognuno il più prudente che si fosse allora detto in quel consiglio per la qualità dellana zione tedesca. Parve a tutti questa sentenza buona, ma fu poi eseguita lentamente, perchè posti in ordine non li poterono assalire infino che non furono giunti in sulMantovano lungo il Po, che li guardava da una bandacon unargine dall'altra as sai grande ed utile a loro, talmenteche poco potevano es sere offesi, e questo fu da un luogo dettoGovernolo, e vi si VITA DI GIOVANNI 230 aggiunse che essendo il duca di Ferrara in disparere col papa nonmancava loro per lo fiumedi provvederli di ogni sorte di vettovaglia e munizione;delle qualisarebbero man cati se interamente si fosse eseguito il pareredi questo si gnore; nèper questostette egli, che appresso laNostra Donna de' miracoli diMantova(*) non li affrontasse il primo giorno nel modo disegnato, di maniera che continuandoper quat tro giorni ne ammazzò più di quattromila a poco a poco, essendosi condotti per la continua inquietudine che loro dava in grandissimo timore, chiamandolo il gran diavolo. Ma la fortuna inimica di così bei principj, avendo determi nata quella gente in Italia per lo flagello de'preti , e per far saccheggiare Roma,come successe,convenne prima tor via di mezzo questo cavaliere, per il che essendo il quarto giorno che egli li assaltò venuto alle mani con loro , nè avendo essi artiglieria grossa alcuna, in quello istante che fieramente si combatteva giunse di Ferrara una nave con alcuni pézzi di artiglieria e munizione,e posti in terra, il primo colpo che fu tratto da un moschetto lo giunse in quella stessa gamba dove sotto Pavia aveva avuto la prima ferita, e fracassato tutto l'osso,senza poter avere per venti ore chi lo medicasse, con grandissimo sconcio e dolore fu per necessità portato in Mantova,luogo a lui,per le prece denti inimicizie con quel signore , odiosissimo; nondimeno accarezzato molto da quel principe che all' entrare della città gli andò incontro, il signor Giovanni gli disse queste parole : signore io ho da lodarmi della mia fortunanel male, (*) Vale a dire : S. Maria delle Grazie, che è una frazione del comunedi Curtatone,distante cinque miglia circa daMan tova: luogo rimarchevole per un magnifico tempio dedicato allaVergine, assai frequentato; ed evviunbellissimo monumento sepolcrale a Baldassare Castiglione, l'autore del Cortigiano. DE' MEDICI. 231 poichè aveva a succeder questo caso di me che mi abbia condotto in questo luogo, dove io avendo a morire non paja nemico di V. E. , alla quale sempre fui affezionatissimo servidore. Per loche, confortato, molto da esso duca, fu posto ad alloggiare in casa del signor Luigi Gonzaga, e fattasi segare la gamba, si morì , lasciando grandissima aspetta zione di sè, per essere di età solo di anni 28, e fu sepolto con bellissimapompa fattadal duca ins. Francesco in quella città, tutto armato, nè più nè meno come era solito di an dare a combattere,talmente che a ciascuno, che lo vedeva, pareva vivo, avendo l'immagine nel viso e negli occhi, e la stessa terribilità e alteratezza che in vita aveva, e furon fatti molti epitafi latini e volgari in lode sua. Si può dun que dire e giudicare per questa vita, e per l'età nella quale egli morì, quando fosse giunto a quegli anni che Iddio ad alcuni altri suol concedere a che segno fosse per arrivare, eciò funel1526(*).Vollero alcuniche egli fosse avvelenato, fondando questa opinione loro nella grave inimicizia che era fra lui ed il duca di Mantova, avendolo egli massima mente voluto ammazzare in Marmirolo insieme con Pagolo Lusciasco e Camillo Campagna già suoi servitori , i quali poi s'erano ridotti a'servizj d'esso duca per essersi un giorno con trenta uomini eletti imboscato in una casa appresso quel luogo dove stette tre giorni con gran disagio e gran dissimo pericolo per fare tale effetto , essendo uso il duca di andarvi spesso a diporto; e nondimeno scoperti gli agguati gli convenne senza effetto tornarsene ; ma io per me nol credo per la bontà di quel signore di Mantova il quale,son certissimo, che non l'avrebbe acconsentito mai; vedendolo (*) Vedi le giudiziose considerazioni sopra questo illustre ca pitano nella Storia delle Compagnie di Ventura, tom. IV, parte VI. cap. II, scritta dal più volte lodato Ercole Ricotti. VITA DI GIOVANNI 232 massimamente ridotto in tanta calamità,mapiuttosto penso che per esserela ferita gravissima e mortale, la morte sua procedesse dal non aver avuto medici a tempo, e per l'i gnoranza d'un ebreo che ebbe di poi,chiamato M. Abram, il quale avendo a segare quellagambavi lasciò del percosso tanto che il rimanente si putrefece,talchè necessariamente ne seguì poi la morte sua troppo acerba e crudele, sì per l'età ancora verde, e sì per il bisognoche aveva di lui tutta l'Italia in quel tempo, conciossiachè da tanta perdita mossi di comune consenso ciascuno allora confessò esserne se guita la rovinadiRoma. Ebbe con tuttiisuoi capitaniprima che morisse brevissimo ragionamento con queste parole: Soldati miei, voi sapete con che amoreeprontezza d'animo io vi abbia sinqui tenuti disciplinati, e amati nel mestiero dell'armi mettendomi continuamente con esso voi ad ogni pericolo, ora essendogiunto al miofinenonvoglio lasciarvi altro ricordo, nè per mio contento chiedervi altra grazia, se non che sempre abbiate innanzi l'onor mio, il quale spero così mortoche sarò,che con le vostre opere valorose man terrete vivo, sempre ricordandovi che ne'maggiori pericoli èmeglio ad un soldato morire che l'aver temenza alcuna. Lasciò un'ottima disciplina militare ai tempi nostri, e le fan terie che erano sotto di lui rimanendo gran tempo con giunte insieme,furono per l'impresa che portarono sempre dopo quellamorte dettele BandeNere; e furono quelleche in Fresolone ricordevoli dei detti suoi, ruppero l'esercito imperiale così valorosamente innanzi al sacco di Roma, e quelle che furono la maggior causa dell' acquisto di Cre mona allalega,perchè Lucantonioinquell'impresaconmille e cinquecento fanti di quelle bande fece quasi tutte le fa zioni , e queste avrebbero ancora difeso Roma dall' impeto tedesco e spagnuolo, se Clemente fatto accordo con Don Carlo della Noia, e non con Borbone che conduceva l'eser DE'MEDICI. 235 cito, non l'avesse cassate per opera, come si dice, de' suoi ministri , ed anco per avanzare una paga, di modo che da questo ne seguì poi quell' orrendo e sempre memorabile sacco, e quelle notabili parole di Borbone,il quale avendo veduto tenere più stima dal papa del vicerè, che di lui disse: dunque Sua Santità stima più uno che tiene l'auto rità sua in una carta, che me che tengo un esercito a ob bedienza, essendo tra esso Borboneedil vicerè grandissima inimicizia, ancor che fossero ad un medesimo servizio, come tra eguali spesso avviene. Queste Bande Nere furono ancora quelle,che rimesse insieme dopoil sacco,e date ingoverno aOrazio Baglione alla guerra di Napoli, fecero tutte le fa zioni in quella impresa pigliando l'Aquila, Melfi e altri luo ghi con prove mirabili, che per brevità si taciono, ed esso signore le raccomandò nella morte sua al conte di S. Se condo suo nipote, scrivendo a Clemente,che non le poteva dare più convenevolmente ad altrui che alui, che per essere suo nipote , e da lui nutrito nella guerra, sarebbe da'suoi soldati per la sua memoriatemuto e amatopiù d'ogni altro, ma aClemente parve darle in governo a Bernardino della Barba vescovo di Casale,onde poi pagate da'Forentini, alla guerra di Napoli furono come dicemmo, sotto il governo diBaglione. Fu questo signore di statura più che comune, di capo piuttosto grosso che altrimenti,di viso pieno e co lore più che altro pallido, di poca barba e rara, di bellis sima carnagione,inche molto si rassomigliava alla madre, come ancora nelle opere, la quale fu delle rare donne di valore che giammai fossero, come scrive il Macchiavello; gli occhi non furono nè grandi nè piccoli, il naso piccoloe seguente, di bocca onesta,e di una voce spaventevole,quando nel combattere esortava, e comandava, largo nelle spalle , il braccio tondo e grosso il quale aveva sì forte che non trovava riscontroche lo reggesse,la mano erapiena e corta VITA DI GIOVANNI 234 e fortissima , e del dito anulare era stroppiato, nella cin tura stretto, di bellissima gamba, di piè piccolo, bellissimo cavalcatore e giuocatore di palla grossa , gran lottatore e nuotatore, tirava il palo di ferro molto forte, massimamente all'indietro, ebbe in odio ogni sorte di giuochi e di buffoni, efu di pochissimo cibo e sano del corpo,perchè non ebbe mai infermità grave , piacevagli più l'acqua che il vino, fu pazientissimo nel tollerare ogni sorte di disagi massima mente lafame e la sete. Nel corpo suoebbe,comedicemmo, tre ferite, una nella mano dritta, le altre due d'artiglieria in una stessa gamba, cioè la prima sotto Pavia e l'altra a Governolo della quale morì. Vestiva positivo, era di natura fiero,masì umano epiacevolepoi quandovoleva, che spesse volte senza denari conducevai soldati dovevoleva, sapendo essi che quando ne aveva era liberalissimo,non sapeva let tere se non quanto gli bastava per leggere e scrivere, fece molti valenti uomini, cioè Pagalo Luciasco,Pierantonio da Verona, Camillo Campagna e il Contazzo daCasalpò, Lucan tonio da Monte Falco, Annibale da Napoli, Annibale da Pa dova, Scipione da Imola,Marcantonio Tristano e Napoleone corsi , Amico di Venafro , Giovanni da Turino , Bertaccio Turco, il conte Bernardo da Lantignola, il cavaliere Car lotto da Parma, Bino Signorello da Perugia, Pompeo diRa mazzotto, Alberto da Trevigi, Luigi da Gazzuolo , Giomoro Rosa d'Ascoli, Rosa da Vicchio, Pandolfo Puccini fiorentino, Quintino da Verona, Fazio da Pisa,Ippolito da Jesí,Mascella di Romagna, il signor di Bartolomeo dal Monte , Federigo Castracani da Fano della nobilissima famiglia di Castruccio, che era così valoroso giovane, che se egli non fosse si tosto infelicemente morto in Roma, non faceva disonore alla sua progenie, e molti altri che sarebbe lunga storia a raccon tarli. Il conte di Caiazzo, ilsignor Alessandro Vitelli, il conte di S. Secondo de'Rossi, ancorchè non fossero stipendiati da DE' MEDICI. 255 lui, nondimeno,come si è veduto, hanno sempre seguitata la via suanella milizia, esempre gli furono molto obbedienti e amorevoli osservandolo come le virtù sue meritavano. Era collerico e veloce in ogni sua operazione e libero nel parlare, dicendo che il fingere procedeva da viltà, ed ancor chefosse di molto cuore, non ardiva dormir solo in una ca mera di notte, e quel cavallo, che di sopra dicemmo, che cavalcava in tutte le fazioni detto il Sultano,dopo la morte sua diventò tanto magro, che nessuno mai più lo potè adoperare, nè mai fu conosciuta la cagione della sua infer mità, ancora che per curarlo non se gli mancasse d' ogni opportuno rimedio, il qual casosi può agguagliare a quello del cavallo d'Alessandro, parendogli per avventura come a quello, per occulta cagione ed istinto naturale,che nessun altro dopo lui fosse più degno di cavalcarlo (*). Nessun'altra cosa prezzava più che la milizia, lodava molto nei tempi moderni Bartolomeo d' Alviano e Vitellozzo Vitelli uomini veramente eccellenti in tal mestiero. Fu sagace, perchè te mendo Clemente che egli non aspirasse al dominio di Fi renze, ancorchè egli non avesse giammai altro in pensieri, non fu alcuno che potesse in verità,per intrinseco che egli fosse, dire di aver veduto da lui segno,nè udita parola di ciò giammai , e nondimeno per tal cagione fece parentado coi Vitelli, contrasse una grande amistà col duca d'Urbino e Malatesta Baglioni, per adoperarli occorrendogli a tal bi sogno. Lasciò il detto duca esecutore del suo testamento, e (*) L'autore di questa Vita nel racconto che fa dei detti me morabili di Giovanni de' Medici, sembra aver imitato la Vita di Castruccio Castracani di Nicolò Macchiavelli. D'altronde , pressochè tutti i biografi del secolo decimosesto si compiace vano raccontare dei loro eroi detti memorabili veri o supposti, eciò per magnificarne sempre più le gesta. VITA DI GIOVANNI 256 nella confessione sua si spedìcontreparole, perchè avendo detto il Confiteor, disse al frate che lo confessava, il quale aveva cominciato a dimandarlo: padre,nel Confiteor giàho detto ogni cosa, di grazia lasciatemi così, che io rimango benissimo disposto. Usava di dire che la minor prova che poteva fare un soldato era il combattere in isteccato , e che era assai maggiore essendo assaltato da'suoi nemici, portarsi bene massimamente di notte e la maggior prova che si potesse fare a suo giudizio nell'armi, era portarsi valorosamente adun assalto di terra,e infatto d'armi cam pale, quantunque egli stimassepiù pericolosa d'assaltare la terra, e perciò la giudicava ancorpiùdegnadi gloria e d'o nore a'termini eguali, che quella d'una battaglia navale, an corchè in quella vi sia grandissimo pericolo , dicendo, che lanecessità del trovarsi in acqua e combattere valorosa mente, non meritava tanta lode al parersuo, quanto il va lore che si mostrava volontariamente, e non astretto daal cuna necessità, ma solodalla propriavirtù e valore di animo spinto. Motteggiava volentieri ma sempre con braveria sol datesca, e dimandato un giorno chi egli riputasse de'mag giori uomini del mondo rispose: un soldato bene armato ebene a cavallo, quando ha vinto in una battaglia, ed es sendogli replicato che questonon agguagliava a uno impe radore e unredi Francia rispose:epure unsoldato privato l'ha fatto prigione. Dicendo alcuni ad un soldato che an dava a combattere: va arditamenteche hai ragione,egligli disse: non ti confidare in questo,manel cuoree nelle mani, altramente parrai una bestia. Disse al duca di Mantova che bravò di farlo ammazzare: Voi lo comanderete e io lofarò, nè per lui avrebbe mancato di metterlo ad esecuzione. Disse ad unsoldato che aveva superchiato un altro di parole ed erano venuti al combattere: avvertisci che se la lingua ha errato di far in guisa che il corpo non patisca. Scherniva DE'MEDICI. 237 molto la mala usanza de'Romani, i quali per una loro pas sionesi chiudevano per unainimizia in casamolti anni per vendicarsi , dicendo: che non sapria desiderare ad un suo nemico altra vendetta che questa. Vedendo un giorno un soldato de'tempi suoi molto illustre di settantaquattro anni disse: se fosse uomo da bene non sarebbe or vivo, e bur landosi di quelli che si facevan far la credenza disse: che la miglior sicurtà di questo era lo splendore, il suo e quel d'altrui. Volle vedere segare la sua gamba, e mentre gliela segavano non volle esser legato nè tenuto da alcuno , sop portando tal martorio costantissimamente, e segatala, e da tala al fuoco la volle in mano, e dimandò se le pene per un peccato si davano due volte, ed essendogli risposto di no disse: dunque siamo noi sicuri. Proibi a'suoi la pompa funerale dicendo non voler apprezzare in morte quello che aveva disprezzato in vita. Dimandato se voleva far testa mento e provvedere alle cose sue,rispose: che lapovertà e le leggi avevano provveduto abbastanza per lui ad ogni cosa. Vedendo un giorno nel combattere sotto Milano, uno che era all'ultimo il quale aveva sempre tenuto per poco animoso, morto di archibuso disse: Lodato Dio poichè si conosce maggior pericolo ad esser utile che animoso. A quel giorno medesimo ad unaltrosimile mortodi artiglieria grossa dopo un muro,disse in presenza dei suoi: or ve dete che ai codardi non bastano per corazza le mura come altri credono. Ebbe nemicizia col duca di Mantova, col si gnore di Monaco, con Prospero Colonna, con GuidoRangone e Rodomonte Gonzaga, egrandissimafamigliarità con Gian nozzo Pandolfino cittadino fiorentino, perchè era molto pia cevole nel conversare, ed un giorno volendo esso signore far quistione colla corte in Firenze, e vedendo i sbirri es sere buon numero, disse annoverando quelli che erano ivi presenti: noi siamo dodici, ben li potremo assaltare, a cui VITA DI GIOVANNI 258 rispose Giannozzo : se voi ci avete messo me non avete conto bene, che non vogliofar quistione,di che egli molte volte poi ricordandosi prese granpiacere. Amò ancoraPie tro Aretino (*), perchè de'preti, signori e principi d'ogni sorte era acerbissimo persecutore, di modo che lo chiamava per soprannome il flagello de signori; e ad un trombetta che venne a fargli un'ambasciata, accortosi a' gesti che non sa peva fare il mestiero, volle che sonasse latromba, e non lasa pendo suonare glielafeceempiere di sterco dicendo: così si risponde a' pari tuoi. Nella sua gioventùfece di molte burle in Firenze, e fra le altre conficcò una notte in casa Giovanni Maria Benintendiper avergli tenuto unsuocavallo inprestito più del dovere, di modo che volendo uscir fuori il giorno se guente fu necessitato a far chiamare alcuni legnajuoli.Usava ancora quando si abbatteva per viaggio adalcun frate bene a cavallo di levarglielo e darlo ad uno de'suoi soldatiche l'a vesse peggiore, e quello dava poi per iscambio al fratedi cendogli : Padre questoè buono per gire al capitolo, e ilvo stro per la guerra;e adunbombardiere chenon coglieva se non lontanodadovegli comandava chetirassedisse:io tivor rei piuttosto nemico che amico.Gli uomini piccioli di statura non gli piacevano nelle rassegne dicendo loro : rari sono iNi colòPiccinini, perchèper l'ordinario un uomo picciolino eun cavallino non vagliono un lupino; alludendo a quel detto di Pirro, il quale diceva,dammi gli uomini grandidi corpo che buoni li farò io. Dove combattè quasi sempre rimase (*) Pietro Aretino che, fino dal 1824, dimorava al servizio di Giovanni de' Medici e n'era famigliarissimo; morto il con dottiero gli fece levare la maschera da Giulio Romano , e la tenne presso di sè lungo tempo ingrande venerazione. IlMaz zucchelli nella Vita dell'Aretino aggiunge eziandio che il de' Medici morì nelle braccia diAretino stesso. DE'MEDICI. 239 superiore, perchècon molto vantaggio conduceva le gentisue al combattere; pure perdètre volte. La primaaPavia quan dofu ferito. La seconda sotto Milano, dovefu così acerbamen te combattuto , che fu costretto ritirarsi, e questo, come dicono, avvenne perchè sempre aveva pigliato per usanza di assaltare i nemici ad una stessa ora. La terza fu quando combattendo contro i Tedeschi fu ferito onde poi si morì. Ordinava mirabilmente una battaglia, e nel ritirare le genti sue con ordinanza e senza perdita. Combattendo era uomo raro per esser molto temuto e amato dai suoi. Era ancora riputato provvido nel conoscere i siti de'paesi e render conto delle fortificazioni d'ogni sorte, avendo sempre in memoria i luoghi dove era stato una volta. Essendo un giorno bia simato dal conte Guido Rangone che faceva morire molti uomini dabbene rispose: se io li so perdere, li so ancora fare, ma voi non sapete fare nè l'uno nè l'altro. Lodava molto che il soldato non avesse troppa confidenza dal pa drone per poterlo raffrenare quando gli pareva. Ebbe in uso da'suoi primi anni d'ammazzare i soldati di sua mano quando erravano, ma ravvistosipoi che non davaloro tanto timore , quanto faceva col castigar per la giustizia mutò pensiero. Fu tanto nemico de'codardi e vili che un giorno sotto Milano degradò un gentiluomo della milizia , e come si usa, solennemente, lo privò d'ogni privilegio di soldato, il che molti videro. Credevasi dopo la partita di Pagolo Luciasco suo luogotenente, uomo nel vero valoroso e pru dente, mettendosi egli ai servizj del duca di Mantova, dal che poi ne nacque lo sdegno fra di loro , che esso signore non fosse per far più cosa notabile nel mestiero dell'armi per la perdita di così valente soldato, il quale per opera e pro messe di detto duca, condusse ancor seco Camillo Campagna parentesuo, e ciòfu quando egli passò nel campo francese dalBorgo S. Donnino in Cremona; nondimeno dopo tal par VITA DI GIOVANNI 240 tita stimolato dall'onore sapendo questa voce esser nata,fece più prove che prima, dimostrando ch'egliaveva fatto il Lu ciasco enon il Luciascolui, eparimente che era in poter suo saperne fare degli altri simili come fece;eperchètuttiisol dati che da esso si partivano per opera del duca e di Pa golo gli erano sviati facendoli de' privati che erano inconti nenti capitani disse: la mia autoritàè molto grande, poichè tutti quelli che si partono da me vengono sì tosto in ri putazione, imperò essendo il mondo tanto grande, se al cuni se ne partiranno con questa volontà, molti altri an cora ne verranno da me col medesimo disegno. Usava varie sorti di abiti nel combattere per non essere conosciuto te mendo per invidia non essere cogli archibusi salutato più degli altri, massimamente per essere odiato dagli oltramon tani, temendolo essi di buona maniera nella guerra per il molto valor suo, per non aver trovato alcuno in Italia che a' disegni loro meglio si contraponesse, che egli contro i quali usava nel vero continuamentenuovi ingegni nel guer reggiare, e nuove astuzie per la concorrenza che egli per onore del nome italiano aveva con esso loro. Essendogli detto un giorno da un suo amico, che il conteGuido scri vendo spesso a Clemente, ed altri teneva li padroni bene edificati, governandosi in ciò prudentemente con esortarlo a fare il medesimo, rispose: io voglio che le lettere altri le scriva per me, perchè io parleró coi fatti, ed egli colla penna. Biasimava molto la troppa sordidezza de' soldati, e la troppa attillatura,lodando il mezzo, era gran nemico delle barbe lunghe,e capelli, dicendo che erano nido di pidocchi, opresa del nemico quando sicombatteva, o perdita di molto tempo per ornarle, o profumarle.Era grande amatore diAl banesi e Levantini , dicendo che essi facevano molto bene il mestiero del cavallo leggiere, ed ebbe fra gli altri in gran prezzo Teodoro, Gondora, Demetrio, Laiusa albanese, DE'MEDICI. 241 Giorgio Capuzzi Manni, Alessio Lascari , ed altri assai di quella nazione. Essendo ito a Padova per medicarsi la prima ferita che ebbe sotto Pavia ai fanghi d'Abano, guarito che fu se ne andò a veder Vinegia, dove da quella Signoria fu presentato e molto accarezzato , per esserle per fama nota la virtù sua, e perchè quel popolo sopra tutti gli altri è de sideroso di cose nuove, avendo udito per molte belle fa zioni spesso nominarlo in quelle guerre, con tanta ammi razione concorreva per vederlo quando usciva di casa che pareva una meraviglia, di che esso prendeva gran diletto; e richiesto un giorno del servire quella Signoria, rispose : che essendo giovane ciò non era a proposito nè per l'uno, nė per l'altro, volendo per avventura inferire che a quel dominio non piaceva il combattere sì spesso e volentieri , come egli faceva, ma credo che l'aspirare alla signoria fio rentina alla quale meritamente il figliuolo è arrivato, fosse di questa risposta maggiore cagione. Nelle nozze della sua nipote,dettaAngiola Rossi,maritata aVitello Vitelli, che ora è moglie diAlessandro della stessa famiglia , fece molti trionfi e feste inReggio di Lombardia, passandovi ella per ire a marito, e fece fare la notte ed il giorno molti belli torneamenti ed abbattimenti da piè e da cavallo a' suoi soldati, dove gli fu detto da un suo amico: Signore, queste pompe sono per la nipote, o per la Vostra Signoria , la quale era presente ad ogni cosa , a cui egli graziosamente rispose: in vero la prima causa è la nipote, la seconda di già l'avete detta. Non fu così spaventevole ai nemici, quanto solazzevole e cortese fra le donne. Gli spiacquero sempre gli astrologhi,dicendo,che sapeva quello aveva ad essere di lui. Non avvenne molto spesso nelle guerre ove egli fu, che si avesse a fare fatti d'arme come già s'usava di fare,perchè in questi tempi è usanza di pro cedere solo con inganni ed astuzie , imperò se alcuno , o Rossi. Vita di Giovanni. 16 VITA DI GIOVANNI 242 per questo dicesse , o perchè non fu generale di eserciti, nè guerreggiò da sè stesso , che egli non avesse mostrata sì perfettamente la suavirtù, che meritasse istoria per glo ria e splendore della vita sua, gli rispondo che il difetto non fu il suo, si per la immatura morte la quale gli im pedì di arrivare dove manifestamente era quasi che giunto, come per l'uso de'tempi nostri, il che si dimostra chiara mente per tante guerre passate de' Francesi, Spagnuoli , Svizzeri e Tedeschi in Italia, del fatto d'armi di Marignano, fatto per li Francesi con Massimiliano Sforza duca di Mi lano sino a questo tempo,nei quali non si è fatta altra bat taglia notabile in campo aperto, lasciando da canto quella del Ferruccio nell'assedio di Firenze appresso a Pescia, che piuttosto si potè chiamare scaramuccia che fatto d'arme , se non quella della Bicocca, e quella della presa del re di Francia già detta, e di Ceresola;nondimeno sono quasi sem pre per quindici o venti anni continuamente state vive le guerre con nuovi rinfrescamenti di due potentissimi prin cipi nemici sino dalle fasce in Italia, per la qual cosa giu dico la milizia d'oggi, per tanti pericoli nei quali questo si gnore ogni giorno era, essere stata assai più difficile di quella di molti capitani che nelle guerre passate sono stati con tanti fatti d'arme che si sono fatti,perchè allora tosto che erano venuti due eserciti alle frontiere si veniva all'ul tima battaglia, là dove un uomo valoroso non aveva se non per quella giornata da portar pericolo e far prova di sè; ma ora durando le guerre con questa lunghezza, e fuggen dosi le giornate per ciascuno se non con grandissimo van taggio, è necessario ogni giorno , volendo portarsi bene , mettersi a manifesti ed evidentissimi pericoli, lasciandovi finalmente la vita con tanto pregiudizio comune di tutta l'Italia, come egli fece. Vi si aggiugne ancora che oggi vediamo ogni luogo così ben fortificato, che a volerlo espu DE' MEDICI. 243 gnare conviene a un valoroso capitano correre pericolo grandissimo , perchè senza dubbio nel mestiero dell' armi non è cosa più difficile e pericolosa d'espugnare una terra ben guardata, il che in altri tempi non era, e puossi giu dicare di alcune fortezzefatte all'antica, e delle nostre fatte alla moderna, oltre che questi strumenti di fuoco, detti ar tiglieria, fanno che il valore italiano non sia si tosto nato, che più tosto anco non sia spento,non per difetto o man camento d'animo, o d'uomini, ma perchè subito che appari scono uomini valorosi, da tal peste sono morti; cosa vera menteche dicomune consenso de'principi si doveria disusare, e mettere in abbandono, eccetto che abbattere, e gittare le mura per l'espugnazione delle terre,il che si può conoscere per la perdita di quest'uomo spento nel modo detto, e della perdita del signor Marcantonio Colonna, che pur giovane , e di grande aspettazione, peri similmente nella guerra so praddetta dell' ammiraglio. E passando agli oltramontani , che per lo valore si devono deplorare, la perdita di monsi gnor di Foys, che fu un altro Marte ne' tempi nostri, di mostra ancora il medesimo, quantunque alcuni vogliano che non morisse di fuoco;ma la verità credo io che sia in con trario , essendo secondo alcuni morto dall' artiglieria che era in favore suo,il quale giovanetto di ventitre anni della nobilissima casa di Foys Guascone , avendo in pochissimi giorni pigliata Bologna , e rimessovi i Bentivoglio , caccia tone il cardinal di Pavia, e Francesco Maria duca di Ur bino, allora capitano della Chiesa, con lor gran perdita, e pigliata e saccheggiata Brescia con mortalità e strage dei Veneziani, e in sul mantovano rotto e fatto prigioneGiovan Paolo Baglione con seicento lance , governatore di quella signoria, andò a Ravenna(*), e vinse quel fatto d'arme, e mori (*) La battaglia di Ravenna ebbe luogo nell' anno 1812 , e fu una delle più sanguinose che accadessero in quel tempo. VITA DI GIOVANNI 244 come si è detto, nè corse di tempo in queste fazioni dal l'una all'altra se non due mesi, cosa veramente d'aggua gliare a qualsivoglia impresa degli antichi , e più in là di lui non si potè vedere per tal causa. Nè ad alcuno paia strano ch'io abbia detto queste poche parole raccontando la vita di un'altro, conciòssiaché a me non paiono fuor di proposito , piangendo quest' invenzione dell' artiglieria , come sempre debbo per l'acerba ed immatura morte del signor Giovanni , il quale per lo gran saggio dato di sè, aveva con certa e ferma speranza posto ciascuno non solo in ammirazione, ma in infallibile aspettazione di giungere aquei segni che a rari e pochi,come per le passate istorie si vede, furono conceduti. Imperò la nazione toscana ha molto da lodarsene, conciossiachè egli sia stato l'autore, col valor suo, non disprezzando gli altri soldati, che i To scani siano riputati oggi tra i primi d'Italia, il che come a ciascuno è noto, non era per lo addietro, e perchè un giorno egli intese dal conte Guido,ed altri,le scaramucce essere molto biasimate, come quelle che facevano poco acquisto e molto danno inuno esercito, disse in presenza di molti soldati, che non sapeva pensare cosa più utile in uncampo, che questa, con ciò sia che con quelle si assi curavano gli eserciti , si facevano molti valenti uomini , e più assai che non si perdevano, si conoscevano i siti, gli alloggiamenti , si teneva abbondante il campo di vettova glie, ed il nemico sempre in sospetto, e molestato, si soc correvano le terre,si veniva a notizia de' secreti de'nemici, e finalmente che la vittoria per esse si conseguiva quando da persone prudenti e valorose erano fatte.Non tacerò an Vedi la Storia d'Italia del Guicciardini, lib. X, e l'opera di AndreaMocenigo intitolata : la Guerra di Cambrai fatta ai tempi nostri in Italia. Venezia 1362. DE' MEDICI. 245 cora per lo esempio del signor Cosimo unico suo figliuolo fatto e conservato da Dio per le virtù e bontà sue duca di Firenze, per la prudenza del quale a ciascuno pare es ser giunto in questa città a' tempi d'Augusto, provvedendo egli con tanta moderanza alla giustizia, ed altre cose ne cessarie dello stato suo, che ciascuno si scorda le tribola zioni passate di dire, che chiaramente abbiamo conosciuto per la diligenza che invano due papi, cioè Leone e Cle mente, usarono in conservare il dominio fiorentino nei loro discendenti, solo volendone al tutto escludere il signor Gio vanni è suoi figliuoli, quanto questi nostri pensieri umani siano deboli, e quanto eziandio poca cura in essi e tempo si dovrebbe per noi consumare, conciossiacosachè il tutto saria da rimettere alla provvidenza di Dio , il quale con mille vie ci insegna a conoscere la fragilità nostra , e con che modo ci dovremmo con esso lui governarci , ma come troppo avidi poi delle cose mondane, ingannando noi stessi, e troppo confidando nelle prudenze nostre, cerchiamo sem pre quel cammino che più ci torna contrario e nocevole. EPITAFFIO sopra Giovanni delle Bande Mere. Chi potrà mai mirando in questo vaso Ov'è sepolto di Marte'l figliuolo Per comun ben non pianger meco, solo Per la memoria di sì acerbo caso? Egli fè già tremar l'orto e l'occaso , Emandò il nome suo di polo in polo, Ed or per trarci fuor di pianto e duolo, Casso di vita in polve è qui rimaso. E de' Medici fu l'almo Giovanni, Ch'al Po, a Governo il stuol tedesco estinse, Vivendo invitto infino a vent' ott'anni: Per liberar l'Italia a ciò si spinse, E se parca la Parca era a' suoi danni Cesare era, che venne, e vide, e vinse. COMPENDIO DELLE CRONICHE DELLA GRAN CITTÀ DI MILANO NUOVAMENTE DATO IN LUCE , ove si racconta come, e da chi fu edificata ed ampliata, eterre e luoghi che sono stati sotto il suo dominio , i grand'uomini chene sono usciti, gli eroici fatti, e generose impresede' suoi cittadini , colle guerre edaltre cose assai memorabili successe nello spazio di 3173 anni. : 249 COMPENDIO DELLE CRONICHE DELLA GRAN CITTA DI MILANO. CAPITOLO PRIMO. Dei diversi nomi di Lombardia, e perchè fu così chiamata. Avendo adescrivere i successi della grancittà di Milano dopo la sua origine, per maggior soddisfazione dei curiosi ingegni, mi è parso di dire prima della regione ove ella è posta,la quale secondo la diversitàde'tempi ha avuto diversi nomi;ma lasciando da parte alcuni nomi particolari imposti ad alcune parti, e non a tutta essa regione , come poco convenevoli al mio proposito. Dico che fu prima nominata questa regione Gallia Cispadana ossia Cisalpina, cioè di quà dalle Alpi, dai Galli, i quali passando le Alpi, e scendendo in questi paesi, ne scacciarono i Toscani,e quivi si ferma rono, come scrive Livio nel V libro, e Polibio nel II(1). Fu poi detta Longobardia, dai Longobardi che lungo tempo ne fu rono signori , i quali passarono di Germania dall' isola di Scandia, posta nel mar Germanico, nell'Italia, ed erano così chiamati dalle lunghe barbe che portavano,siccomeLongo bardi secondo Paolo Diacono (2) ed altri scrittori. Ed è da sa (1) CioèTito Livio nel V libro della prima decade della sua Storia Romana, e Polibio nel secondo libro parimente della sua Storia Romana. (2) Quest' autore nato nell'ottavo secolo fu testimonio delle ultime rivoluzioni dell' impero Longobardo , fu diacono della COMPENDIO 250 per che due fiate passarono i Longobardi nell'Italia. Prima furono condotti daNarsete capitano diGiustiniano imperatore contra di Totila re degli Ostrogoti, e poi altresì (pur da lui addimandati) essendo adirato contra Giustiniano impe ratore. Vero è, che non vennero infino che lui visse, ma lui mancato , correndo l'anno della salute nostra 578 scesero in Italia, e la tennero soggiogata insino nel 800, secondo il Volaterrano (1),masecondo il Candido, nel IIIlib. delleIsto ried'Aquileja,infinoal774(2),e secondoPlatina,776,quando fu fatto prigione Desiderio loro re da Carlo Magno. Onde tirannizzarono Italia anni 232. Ma Elia Capriolo nel V libro delle IstorieBresciane dice, che vi stettero solamente 204, soggetti però a 21 re, o a 22, secondo il Candido nel I li bro. Adunque da questiLongobardi fu addimandato questo paese Longobardia, oggi detta Lombardia, levata la sillaba go per maggior dolcezza nel pronunziare. E ancora che di tutta Italia fossero padroni i Longobardi, niente di meno più domesticamentee lungamente dimorarono in questa re gione che altrove, e però gli fu imposto tal nome, dappoi che fu coronato imperatore Carlo Magno daLeone III papa. Il quale nome insino al presente è perseverato. chiesa d'Aquileja,e scrisse varie opere, ora dimenticate, se si eccettui la Storia de'Longobardi, unico autentico documento che abbiamo sopra questa nazione. Fu tradotta da Q. Viviani e pubblicata aUdine nel 1826, arricchita dimolte note e della vita dell' autore. (1)Nellaseguenteopera: Commentariorum urbanorum octo libri , Lugduni 1552. (2) L'epoca precisa è questa , adottata dal Sismondi, dal Balbo, e da altri distinti storici moderni. DELLE CRONICHE, EC. CAPITOLO II. Della prima origine di Milano, e perchè fu addimandata Mediolanum. 251 Diverse sono le opinioni de' scrittori circa la edificazione di Milano il qual è chiamato Mediolanum da Strabone(1) , Catone(2),Polibio, Livio,Trogo, Cornelio Tacito nel XVII li bro(3),Ammiano Marcellino nelXVIlib ,Antonino nell'Itine rario, Plutarco nella Vita diMarcello, Procopio nel II libro dell'Istoria de Goti, con molti altri nobili autori. De'quali al cuni scrivono,che dopo l'universale diluvio della terra, passò diScizia in questo continente di terra(ora Italia addiman dato) Tubal figliuolo di Jafet(4), di Noė figliuolo , e pigliò tutto quel paese,che si trova esser fra Taranto e il Po con tutta questa amena e piacevole pianura, che si ritrova a mandestranelPo,insino all'Alpidi Leigone e diVessiane(5). (1) Nella sua Geografia. (2) Nell' opera intitolata Origini, pubblicata da Annio da Viterbo, insieme ai frammenti di Fabio pittore, alle antichità di Beroso ed altri. Ma si scoprì che questi libri non erano che fattura di Annio, ed ora non si tengono in niun conto. (3)Anticamente le Storie e gliAnnali di Tacito formavano una sola serie , ora però vennero divise. Gli Annali occupano 16 libri , le Storie 8 , pel 17 libro si deve dunque intendere il primo delle Storie. (4) Tutte queste discendenze da Noè o da Enea, che face vano la predilezione de' vecchi cronisti,ed anche di quelli di maggior fama, ora sono andate in disuso , e le origini delle città si estendono fin dove possono concorrere i documenti , e se non ve ne sono, si tralascia del tutto dal farne parola. (3) Cioè le Alpi Svizzere. COMPENDIO 252 E quivi abitando, visse cento novanta sette anni , ed ebbe dalla moglie novanta figliuoli fra maschi e femmine, dei quali ne vide uscir tredici mila e settecento nipoti. Ai quali consegnò e divise tutto detto paese daTaranto al Po insino alle Alpi anzidette. Vero è, che aggradendogli questa bella campagna (poi Gallia Transpadana addimandata, e al pre sente Lombardia di là dalPo)vicominciò afare alcune ca suzze informadiuna contrada,nominandolaSubria(1).Man cato Tubal, rimase in suo luogo Messapo suo nipote, che accrebbe molto questa contrada e la intorniò di mura ad dimandandola dasèMessapia. Ma non potè però far tanto, che estinguesse il primo nome,anzi parea, che quanto più s' affaticasse d'estinguerlo, tanto più crescesse. Poi essendo cresciuti di popolo questi paesi,dopo molto tempopassando di quàdell'Appennino iToscani soggiogarono ogni cosa ec cetto che Subria, laquale,eziandio dopo molte battaglie,la ottennero per forza. Onde uccisero tutti gliabitatori di essa, epoi che l'ebbero saccheggiata, l'abbruciarono. Quanto a questo nome di Mediolano,cioè perchè così fossedetta que sta città varie sono opinioni. Alcuni dicono, che talmente funominataper esser posta fra due lami, o siano due fiumi, cioè Adda e Tesino. Altri scrivono che tal nome vi fu im posto da Belloveso,per comandamento degliDei, avendogli fatto intendere che'l dovesse far una città, ove ritrovasse una Scrofa mezza nera e mezza bianca, che avesse la lana sopra le spalle. Onde ritrovandola quivi la fece,nominandola Mediolano quasi a diremezza lana(2). Catone dice chetraesse il nome da Olano capitano dei Toscani , che fu il primo a (1) Chi nevuole sentire delle più grosse, legga l'origine di MilanodiPaolo Morigia: per esempiodice che fu cominciata38 anni dopo il Diluvio; Historia dell'antichità diMilano, p. 2. (2) Sopra un angolo dell' antico palazzo della ragione, ora DELLE CRONICHE , EC. 253 fermarsi quivi con gli altri Orobii, e poi scacciati i Toscani daMedo capitano deiGalli Insubrii,eavendo costui aggran dito questa città, ch'era una contrada,l'aggrandi parimente di nome, mettendoil suonomeMedo,innanzi al nomeOlano, e così ne risultò Mediolano. Il dotto Andrea Alciato dice circa questo nome così: edificarono questa città i Biturici, e gli Edui, secondo che scrive Livio, onde ciascun d'essi gli diede l'arma sua, i Bituricesi un montone, ch'è la loro insegna, e gli Edui una porca. Onde di queste due insegne ne composero una,cioèdisegnandounaporca lanata,e così per tal ragione nominarono la città Mediolano, perchè in lingua Celtica antica Medel vuol dir pulcella (onde ancor in Germania è la cittàMedelbog, detta dalla medesima ra gione), e Lano significa terra e paese. La dissero adunque terra della pulcella, cioè di Minerva,la quale ivi si adorava con gran cerimonie, come eziandio scrive Polibio, e il suo tempio per la fede cristiana, fu poi distrutto , ed edificato un altro consacrato al nomedi S.Tecla(1), la quale in quei tempi era in grandissima venerazione delle sante vergini , come scrive Girolamo nella cronica d' Eusebio , onde detto Alciato fece l'infrascritto epigramma, che ora si ritrova nel libro degli Emblemati suoi(2) per questa causa. dell'Archivio pubblico, vedesi ancora un' antichissima scultura rappresentante una scrofa, già simbolo dell'origine di Milano. (1) La chiesadi S. Tecla si trovava nell'attuale piazza del Duomo, e vi stette fino al 1548, nel quale Ferrante Gonzaga la fece spianare per rendere più ampia infronteal duomo la piazza, dovendo ricevere in Milano l'imperatore Carlo V. (2) È il secondo emblema dell'ediz. di Rovillio. Lione 1573. 254 COMPENDIO Bituricis veruex, Heduis dat sucula signum. His populis patriæ debita origo meæ est , Quam Mediolanum sacram dixere puellæ Terram: nam vetus hoc Gallica lingua sonat. Culta Minerva fuit, nunc est, ubi numine Thecla Mutato matris virginis ante domum. Laniger huic signum sus est, animalque biforme, Acribus hanc setis, lanitio inde levi. Sono altre opinioni circa l'imposizione del nome di que sta città, ma per essere di poca autorità, e forse di manco verità le lasceremo da parte. Io crederei gli fu imposto questo nome di Mediolano dai Galli , o fosse per comanda mentodegliDei, ovvero per le loroinsegne,come notaClau diano(1) quando dice: Continuo sublime volans ad mœnia Gallis Condita lanigeræ suis ostentantia pellem Pervenit , adventu Veneris pulsata recedunt, Nubila , rarescunt puris aquilonibus Alpes. CAPITOLO III. Come Belloveso venne in Italia, e scacciò i Toscani di Subria, e l'aggrandi, nominandola Mediolano, e della venuta di Breno re de Svevi. Era questa città, come è detto, una contrada nominata Subria, come potemmo conoscere da Livio e da Strabone, il qual dice nel libro II : Insubres hac in ætate sunt quiMe diolanummetropolim habent. Eaquidem pridem vicus erat. Omnemenimvicatimhabitabant,hac vero tempestate eximiæ dignitatis Transpadanum civitas est, quodammodoAlpibus (1) In nuptias Honori et Mariæ filiæ Stiliconis. DELLE CRONICHE, EC. 255 finitima. Ora essendo venuto qui Belloveso diGallia, e aven done scacciato i Toscani, i quali dopo molte battaglie l'a vevano ottenuta per forza,aggrandi questa contrada, e molto la magnificò , e da detti Galli fu Mediolano nominato. Onde Livio e Trogo dicono che la fu edificata dai Galli, cioè ag grandita, conciossiachè sovente usano li scrittori questo vo cabolo d'edificare invece di ristorare e di aggrandire.Nar rano le antiche croniche, che vi feceBelloveso una muraglia larga 24 piedi ed alta 614, e circondava e serrava dentro tutto l'ambito della città, efacendovi 130 torri in essa mu raglia di smisurata grossezza ed altezza, delle quali n'erano sei porte principali. E ciò fu fatto 270 anni avanti che scendesse nell'Italia Breno re di Svevi e Ungheri, secondo Merula nel I libro dell'Istorie dei Visconti. Ora avendo Bel loveso fatto talmente questa fabbrica, si fece nominar re di questipaesi, ove signoreggiò quarant'anni. Nel qual tempo i Galli da lui condotti in Italia ristorarono e aggrandirono molti luoghi e città in questa regione ed anco in altre. Mancando Belloveso gli successe in signoriaSegoveso suofi gliuolo, uomo prode nell' armi, e ciò fu d'anni 700, avanti la nascita di Cristo; secondo una cronica,masecondo un'al tra 644. Avendo Segoveso tenuta la signoria,non solamente di questa regione, ma anco di tutta la Gallia Cisalpina 58 anni, passò di questa vita,lasciando suo successore nel re gno Brunisedo, o sia Bruniesvido suo figliuolo. Il qual tenne l'imperio di Milano e degli altri luoghi della Cisalpina 51 anni , o siano 70 secondo altri. Regnando costui con feli cità scese nell'Italia Breno re de' Svevi e Ungheri con gran esercito, contra il qual passo Brunisedo con gran compa gnia d'armati, e azzuffati insieme,dopo lunga battaglia, ri mase debellato Breno. Il qual fuggendo ne' suoi paesi, ra gunò poi un grosso esercito, dicono di quaranta mila per sone, e ritornò nell' Italia, e passò a Milano, ove uccise Bru COMPENDIO 256 nisedo. Poi andò a Roma, e fu superato dai Romani, come dimostra Livio, il che fu innanzi l'avvenimento del nostro Signor Gesù Cristo anni cinquecento sedici.Dopo la partita di Breno, accrebbe Milano tanto in moltitudine di popolo quanto di ricchezze. Onde era chiamato Metropoli , o sia capo di tutto questo paese,come dice Polibio nel II libro, Strabone, e Plutarco nella vita di Marcello (1). CAPITOLO IV. ComeMilano fu soggiogato dai Romani; e saccheggiato daAttila, e dell'autorità degli arcivescovi di coronar i re d'Italia. Essendo dunqueMilano con granparte dellaGalliaTran spadana daiGalli insubriposseduto, fu mandato M. Marcello eC. Cornelio consoli da Romani contro di quelli dei quali era re Virodomato, ed azzuffati insieme, fu ucciso detto re daM. Marcello. Le cui spoglie opime consacrò Marcello a GioveFeretrio in Campidoglio, e così soggiogò Milano capo degli Insubri. Di poi stette Milano sotto i Romani lungo tempo ondeaccrebbemoltoin ricchezzee in popolo, emas simamente sotto gl'imperadori. Dei qualimolti si dilettarono d'abitar quivi, aggradendoli il luogo, e ancoper lacomodità ch'avevano di guerreggiar coi Galli e Germani quando bi sognava. Laonde Cesare assai fiate vi soggiorno , e Nerva; eaTraiano tanto gli aggradiva il luogo che vi edificò un (1)Chi fosse desideroso di avere una giusta idea dell'Insu bria e dell'origine di Milano legga le seguenti opere scritte da eletti ingegni : Milano e il suo territorio, Milano 1844, tom. I, nel quale avvi uno schizzo storico di Cesare Cantù: Notizie na turali e civiti su la Lombardia.Milano 1844. Si è pubblicato il solo primo volume, il quale fra le altre cose racchiude un DELLE CRONICHE, EC. 257 superbo palazzo che orasi dice ilPalazzo (1). Si fermò ezian dio quivi Adriano, e altresì Massimiano Erculeo che vi fab bricò un gran tempio, dedicandolo ad Ercole, ove al pre sente appare la Chiesa di S. Lorenzo. Vicinoa questo tem pio furono da lui poste sedici colonne di marmo, sopra le quali fece un'ornatissimo palazzo per gli imperadori. Il qual fu poi abbruciato e non vi rimase altro che le colonne. Si dilettò assai d'abitare in questa città Filippo imperatore cristiano, e dopo lui Costantino, Constanzio, Gioviniano, Va lente, Valentiniano e Teodosio. Fiorendo il glorioso dottore della chiesa Ambrosio. arcivescovo di questa città. Fu do nato ai Milanesidal detto Teodosio uno dei chiodi, coi quali fu confitto sopra la croce il nostro Salvator Gesù Cristo e anco il serpente di bronzo fatto daMosènel deserto(2). Il chiodo ripose S. Ambrogio nella chiesa di S. Salvatore,che poi fu detta S. Tecla, e il serpente nella chiesa di S. Gervasio e Protasio, al presente di S. Ambrogio. Passò alla vera vita tanto dottore quivi l'anno della nostra salute 393 ai 4 d'a prile (3). MortoTeodosio e le sue ossa portate aCostantinopoli, introduzione , del dottor Carlo Cattaneo , che comprende un quadro generale dell'Insubria e della storia di Milano. Si pos sono eziandio consultare con profitto : il'primo capitolo della Storia di Milano di Pietro Verri, e il primo libro dellaStoria della medesima città di Carlo Rosmini. (1) Questo palazzo esisteva nella contrada di S. Giorgio detto al Palazzo. V' ha chi ne dubita. Vedi le Vicende di Milano, rammentate dai nomi delle sue contrade, di Lorenzo Sonzo gno. Milano 1848. (2) È una favola che il serpente di bronzo che trovasi in S. Ambrogio sia quello di Mosè. (5) Nacque in Arles secondo alcuni, o inTreves, come vo gliono altri(due città della Francia) l'anno 3400 in quel torno. Vedi la Vita di S.Ambrogio, scritta da S. Paolino, con mol tissime note. Pavia 1789. Croniche,ec. 17 COMPENDIO 258 parve aiMilanesi che passasse con esso il seggio Imperiale, rimanendo come abbandonati. Laonde essendo molto mesti e di mala voglia, vi fu mandato da Teodosio Giuniore per governo d'essi e degl'Insubri e de'Cenomani, e di molti altri paesi di qua dal Po Giacomo. In questi tempi passando in Italia Attila re degli Unni e avendo rovinato la città di Aquileja nel 440, passò quivi e saccheggiò la città di Milano, essendo arcivescovo il beato Eugenio. Successe a Giacomo nel governo di Milano, e degli altri paesi d'Italia, Richimere uomo savio e prudente. Costui essendo animoso, passò contra Igoro re degli Alani (ch'era sceso nell'I talia con grandissimo esercito, e aveva giàsoggiogato Ber gamo) elo scacciò fuori d'Italia. Poi passò a Roma e uccise Antemio con Bilimere goto capitano dell'esercito nemico e soggiogò Roma, e indi a tre mesi dopo avuto tanta vit toria, passò all'altra vita. Mancato lui,pigliò le insegne del l'imperio occidentale Olimbrio alui date dal popolo Romano, e dopo lui Glicerio e poi Augustolo. Il quale avendo fatto prigione Oreste padre di Odoacre re degli Eruli e dei Tu rilingi in Pavia, e avendolo ucciso in Piacenzapassò a Roma e si fece re d'Italia , come scrive Paolo Diacono nel XXVI libro(1), Biondo nel II e III libro (2), il Volaterrano nel XXIII libro dei Commentarj. Ma le croniche antiche diMilano dicono che mancato Richimere fu creato re d' Italia Diocleziano (1) PaoloDiacono non scrisse già 26 libri di Storie. Ma solo i 6 di quella de' Longobardi.Alcuni antiquarj de'passati secoli raunarono varj frammenti di Storia Romana, dividendoli in libri, e li stamparono col titolo di Historia Miscella, sta nel primo volume degli Scrittori delle cose italiane del Muratori. (2) Flavio Biondo scrisse le storie dalla declinazione del l'imperio di Roma, sino al suo tempo. Venezia 1842 e 44. In questa edizione trovansi eziandio iCommentarj del Volaterrano. DELLE CRONICHE, EC. 259 Milanese , e coronato nella chiesa di S. Ambrogio da Teo doro arcivescovo, il quale più volte rimase vittorioso dei Galli e Germani ch'erano entrati nell'Italia. Dopo morto costui dicono che Massimiano de'Conti di Castello di Separo fu parimente coronato re d'Italia dall'anzidetto Teodoro ar civescovo. E riportò questo prode re, secondo che elle di cono, gloriosa vittoria di Alessio re d'Ungheria, ch'era pas sato nell'Italia. Io non posso intendere come fossero coro nati re d'Italia questi uomini soprannominati dall' arcive scovo di Milano , non avendo mai ritrovato che loro fosse data tal autorità da chi la potea dare. Pur si potrebbe dir che inquelli infelicissimi tempi nei quali parea essere stata data Italia in preda a tutte le nazioni del mondo essendo tanto attenuata, e mancata la possanza degl'imperatori che anco loro non si poteano difendere da diversi barbari, che parea lecito a ciascuno diprocacciare d'insignorirsi di quella in qual modo le paresse e potesse. E così sorsero gli arcive scovi di Milano che loro pareva di tener il primato in Italia, non riconoscendo ancora il pontefice Romano per lor su periore usurpandosi tal officio, coronavano i re d'Italia, ch'erano eletti dal popolo Milanese , se pur è vero quel che dicono quelle croniche. CAPITOLO V. Dell'ordinazione della corona di ferro, colla quale s'incoronavano gl'imperatori a Milano. Passato di questa vita Massimiano sopradetto, venne in Italia Teodorico re degli Ostrogoti, mandato dall'imperatore di Costantinopoli e ucciso Odoacre ch'aveva usurpato Italia, s'insignorì d'essa e venne a Milano, ove si fece coronar della Corona di ferro in segno ch'è necessario , a chi vuole in COMPENDIO 260 signorirsi dell' Italia, e massimamente della città di Milano di pigliarla con l'armi diferro in mano. Così dicono le cro niche le quali soggiungono,che costuifu il primo che ordi nasse si dovessero coronare i re d'Italia di tal corona inMi lano. Poi fu ridotta questa coronazione a Monza, che si do vesse però fare per l'arcivescovo di Milano con molte ceri monie. Altrimente dice, Biondo nel XIII libro, aver ritrovato, cioè che fu fatta questa ordinazione da Gregorio V papa, ovvero da Ottone imperatore I, ovvero dai primi elettori dell'impero, che quel che fosse dichiarato re di Germania, andando a Roma, per la confirmazion dell'impero, dovesse pigliar due corone nel viaggio,una di paglia aMonza e l'al tra di ferro a Milano dall' arcivescovo. Successe nell' im perio d'Italia a Teodorico Alarico suo nipote,qual fu coro nato in Milano della detta Corona di ferro nella chiesa di S. Ambogio, dal B. Dazio arcivescovo. E essendo ucciso nel terzo anno del suo imperio, pigliò la signoria Guidetto,no minato Vitige da Biondo nel IV libro. CAPITOLO VI. Come Milano essendosi dato a Belisario, fu con grande uccisione saccheggiato e rovinato da Uraia, e della venuta dei Longobardi in Italia. Avanti che Vigite fosse fatto prigione, essendo divenuto in fastidio aiMilanesi il governo de' Goti, dirizzarono a Roma Dazio arcivescovo(1) aBelisario sopradetto capitano diGiu (1) S. Dazio era di Agliate: fu uomo delle più alte virtudi (a detta di Cassiodoro), e venne tenuto in gran conto dall'im peratore Giustiniano: Mori ai 14 gennajo dell' anno 554, e fu sepolto nell'antica Basilicadi S. Vittore.- Vedi Giuseppe Va DELLE CRONICHE, EC. 264 stiniano, pregandolo volesse mandar un prode capitano con soldati a Milano, che gli darebbono la città liberandosi dalle mani dei Goti. E così Belisario vi mandò Mundilla , uomo molto esperto nell'armi, e gli fu data la città. Il che inten dendoVigite, incontanente vi dirizzò Uraja suo nipote con mille Borgognoni a lui mandati da Teodoberto re di Fran cia, e talmente assediò Milano, che non vi potendo entrar cosa alcuna divenne a tanta necessità delle cose per il bi sogno del vivere,che gli fu necessario, se non voleano pe ricolare dalla fame,d'arrendersi alui, ed entrando nella città non servando pattoalcuno,nefede data, uccise più di trenta mila persone, e diede a sacco ogni cosa ai Borgognoni in sieme con le femmine; poi fece rovinar gli edifici con le mura della città. Fatto poi prigioneVitige e condotto aGiu stiniano imperatore in Constantinopoli da Belisario , suc cesse nella signoria d'Italia ovvero sopra i Goti Ildibardo, e fu coronato della Corona di ferro in Milano. Il qual uc ciso da Bovilla suo cameriere,entrò nella signoria Bertero suo figliuolo , che solamente visse nella signoria sei mesi , emori nell'anno di Cristo apparso nel mondo cinquecento sessantatre. Dopo cui fu creato re Totila,cognominato Bal dovilla nipote di Ildibardo, il qual eziandio pigliò la Co rona di ferro con le solite cerimonie in Milano. Fece questo eccellente re gran cose, e prese Roma due volte; alfine fu ucciso nella giornata fatta a Caglio fra lui e Narsete capi tano di Giustiniano imperatore. Morto Totila , e superati i Goti, rimase alquanto in riposo Italia e parimente Milano, gliano : Sommario delle Vite ed azioni degli arcivescovi diMi lano. Milano 1715 , pag. 131 e seg.-Corio, Historia patria Mediolanensis, foglio VI dell'edizione principe di Milano 1503, enonquelle di Venezia e di Padova, perchè sono mutilatis sime e poco apprezzate. COMPENDIO 262 essendo governato da Narsete anzidetto , in nome dell' Im perio. Regnarono i Goti in Italia 72 anni , cominciando dalla venuta di Teodorico I re, insino alla morte di Totila loro ultimo re. Scesero poi i Longobardi in Italia,dopo la morte di Narsete, essendo loro re Alboino per il Friuli, e avendo soggiogato tutta la region di Venezia passarono a Milano , e dopo lungo assedio l'ebbero a patti,onde secondo l'usanza Alboino si fece coronar della Corona di ferro daFrontino(1) Arcivescovo. Ucciso Alboino fu creato re de' Longobardi Alefi (2) suo nipote, o sia Dric, il qual volle anco esser co ronato della Corona di ferro. Dopo la ruina de' Goti (come innanzi ho detto), e l'entrata de' Longobardi nell' Italia, fu mandato in Italia da Giustiniano imperatore Longino Esar ca(5) contra i Longobardi, e fu a lui soggetta la maggior parte d'Italia. (1) Intendi : Gionto Frontone,il quale sali sul trono di S. Am brogio colla protezione dei re longobardi. Fu un arcivescovo simoniaco ed inumano. Il già mentovato Vagliani nella vita di questo arcivescovo comincia in questo modo : Vorrei non >>saper scrivere,pauroso di macchiar gli abiti sacri della san "il tracollo di Frontone detto Simoniaco ». »tità vicini alle laidezze del vizio. Serva di antimuro alla virtù Opera succitata, pag. 145. Intorno poi ai fatti di Alboino, leggi il libro II della Storia dei Longobardi di Paolo Diacono. (2) Meglio Clefo o Clefi, che fu eletto re l'anno 374 , e re gnò soltanto un anno e mezzo. (3) Cioè: governatore, perchè governava le provincie d' I talia sottoposte all'impero d'Oriente ; esso tenea residenza in Ravenna. DELLE CRONICHE, EC. CAPITOLO VII. 263 Come iLongobardi crearono trenta Duchi, non volendo re, poi crearono ancora i re, e come ebbero fine nell'Italia. Ucciso Alefi dai suoi, il secondo anno da che era stato coronato re, crearono i Longobardi trenta Duchi non vo lendo più i re. De' quali quattro furono maggiori cioè quel di Roma, di Narni, di Spoleto e di Benevento. Onde i Mi lanesi fecero loro duca, Perideo, ossia Alom, secondoPaolo Diacono nel II libro. Dopo dieci anni essendo entrato nel l'Italia Smaragdo Esarca, e avendo pigliato Classe(1), città vicina a Ravenna, e quivi superato iLongobardi radunan dosi insieme li anzidetti duchi, crearono loro re Autari, già figlio'di Clefi , cognominandolo Flavio dalla dignità, laonde poi tutti i re dei Longobardi furono detti Flavii , secondo Paolo Diacono nel libro III. Morto Autari successe nel reame Agiolfo (2) eletto per marito e re da Teodolinda regina, di volontà di tutti i duchi. Il qual fu ornato dell'insegne reali in Milano. Fece questa Teodolinda a Monza il magnifico tempio dedicato a S. Giovanni , ornandolo di molte eccel lenti ricchezze, delle quali eziandio ora parte si vede, cioè una chioccia con alquanti pulcini d'oro, con molti vasi pre ziosi. Dopo Agiolfo successe nel reameAdaloaldo suo figliuolo, ed a costui seguitò Arioaldo, e poi Rotari, e dapoi Rodoaldo suo figliuolo. Ucciso Rodoaldo, pigliò la corona del reame (1) Antica città in oggi quasi interamente distrutta , e for mante già, per così dire, un sobborgo di Ravenna, diviso solo dal porto; perchè in allora Ravenna sorgeva sulla sponda del l'Adriatico , ed ora è discosta circa quattro miglia. (2) Meglio: Agilulfo (come scrive Paolo Diacono).Era duca della città di Torino. COMPENDI0 264 Ariberto figliuolo di Gundoaldo , fratello della regina Teo dolinda. Mancando Ariperto di questa vita divise la signoria ai figliuoli così: lasciò a Gundeberto Pavia, con una parte del reame, e a Perterito Milano, con l'altra parte. Ma dopo la morte d'Ariperto , Grimoaldo duca di Benevento uccise a tradimento Gundeberto per farsi lui re. Il che vedendo Perterito ancor fanciullo , fuggì da Milano, e poi dopo la morte di Grimoaldo fu egli creato re. Il qual fu cristianis simo, e pigliò in sua compagnia per il governo del regno Cudiberto suo figliuolo, benchè fanciullo, il qual lasciò sotto la cura di Asprando , passando di questa vita. Onde isdegnato Ragimberto, duca di Torino, mosse guerra a quello, ed azzuffati insieme rimase debellato Asprando vi cino a Novara, con Rotari duca di Bergamo,e così Ragim berto si coronò del reame.Al qual successe nel regno Ari berto suo figliuolo. Il qual (anch'egli) superò Asprando con Rotari, e altri duchi dei Longobardi, presso al Tesino, e fece prigione detto Rotari, che si eracoronato inLodi del reame, e lo fece tosare per maggior sua vergogna, e alfine lo fece uccidere in carcere con Liutperto fanciullo. Dappoi per forza soggiogò l'isola Comacina, posta nel lago di Como, ove era fuggito Asprando, e rovinò insino ai fondamenti il castello che quivi era(1).Vero è,che avanti ottenesse dettaisola, già era fuggito Asprando in Baviera per la Valle di Chiavenna. (1) L'isola Comacina chiamavasi eziandio Cristopoli , ora isola di S. Giovanni , e sta nel distretto IV di Menaggio. Nel Medio Evo essa costituì una repubblica, il cui piccolo impero si estendeva ad alcuni villaggi sulla costa. Era molto ben po polata, e gli abitanti fieri ed audaci, seguivano il partito guelfo. Furono in guerra coi ghibellini Comaschi, i quali distrussero la Comacina, obbligando gli abitanti ad emigrare a Varenna. Al presente è luogo abitato da poveri pescatori: veggonsi al cuni ruderi de'suoi antichi edifizj. DELLE CRONICHE, EC. 265 Onde avendo ragunato unpotentissimo esercito ritornò nel l'Italia e fece la giornata presso al Tesino col detto Ari berto, e lo superò in tal guisa, che volendo fuggire e pas sar il Tesino rimase sommerso nell'acqua. Poi fu coronato re il prefato Asprando dai duchi signori e baroni dei Lon gobardi. Dopo alcun tempo consegnando l'insegne del re gno a Liutprando suo figliuolo , påssò all' altra vita. Morto poi Liutprando, essendo ragunati i duchi, signori e baroni del regno , per coronar Irprando figliuolo di Liutprando, secondo le consuete cerimonie dei Longobardi apparve so pra l'asta del detto l'augel cuco , di che pigliandone i si gnori ragunati tristo augurio non lo vollero per loro re , anzi coronaronoRachesio duca di Friuli(1).Costui(pensando ai fatti suoi) dopo alquanto tempo rinunciò la corona del reame ad Astolfo suo fratello , e andò a Roma con la mo glie e figliuoli, e lasciando la vita del mondo pigliò l'abito monacale,acciò più quietamente potesse servir a Dio. Fece assai cose Astolfo , e poi passò di questa vita , essendo a cacciare le salvaticine, ove fu ferito da un fiero cinghiale, secondo scrive Merula, ma Biondo dice che morisse d'apo plesia. A cui successe Desiderio, il quale (dopo molte opere da lui fatte) alfine fu prigionato da Carlo Magno in Pavia, e condotto in Francia, e in costui ebbero fine i re de'Lon gobardi nell' Italia, avendovi regnato da duecento trentadue anni con gran felicità. Il seggio dei quali era in Pavia e in Monza, e sovente furono coronati i loro re in Milano, come èdetto. Ai quali era soggetta quasi tutta Italia, ma più abitarono di quà dall'Apennino che di là, nel paese oggi Lombardia addimandato, per le ragioni che nel principio abbiamo dette (2). (1) Meglio Rachis. (2) Chivolesse più estese notizie intorno alla storia dei Lon 266 COMPENDIO CAPITOLO VIII. Come l'imperio dimorò nella stirpe di Carlo Magno cento anni, poi fu eletto Berengario della stirpe de Longobardi e delle guerre che ne segui. Rovinata la signoria dei Longobardi nell' Italia da Carlo Magno, fu fatto re d'Italia da esso Pipino suo figliuolo , e questo morto, fu mandato Bernardono(1) suo nipote. Suc cesse poi a Carlo Magno nell'imperio, Lodovico Pio suo fi gliuolo, il quale fece uccidere Bernardono re d'Italia per aver trattato d' ucciderlo. Nel cui luogo pose Loteri primo suo figliuolo che prese la corona dell'imperio, morto il pa dre.Dopo Loteri fu incoronato imperatore Lodovico secondo, il qual morì poi a Milano, avendo governato l'imperio Ro mano ventun'anno. Mancato di questa vitaLodovico, pigliò l'insegne dell' imperio Carlo II detto il Calvo , figliuolo di Lodovico Pio. Ed avendo Carlo tenuto lo scettro imperiale anni sei, fu coronato imperatore Lodovico III cognominato Baldo; insieme con Carlo III detto Grosso , ebbe cura del ' imperio; ed essendo lui morto , rimase solo nell' impe gobardi , oltre alle opere del Sismondi,delMuratori e di Paolo Diacono, legga:Antonini, Dei re d'Italia augurati o no colla Corona Ferrea.- Zanetti , Del regno deiLongobardi in Ita lia.- Storia dei popoli Settentrionali contenuta nella Rac colta della Storia Universale, scritta da una società d'Inglesi; e laHistoria Miscella , che sta nel primo volume degli Scrit tori delle cose d'Italia, del Muratori. (1) Intendi : Bernardo, il quale giunse in Italia nell' 812. Morì dopo che gli furonocavatigli occhi,e venne sepolto nella basilica di S. Ambrogio in Milano.-Vedi il Puricelli: Monu menta basilicæ Ambrosianæ. DELLE CRONICHE, EC. 267 rio detto Carlo, il quale imperò dieci anni , e poi essendo divenuto come pazzo, vi fu dato per compagno Arnolfo fi gliuolo di Carlo Magno, il quale amministrò i negozj del l'imperio da dodici anni. Mancando Arnolfo mancò insieme con lui la dignità imperiale della stirpe di Carlo Magno , nella quale era stata circa cento anni , come chiaramente dimostra Biondo, Platina, Sabellico, Volaterrano , con Ro berto Guagnino nell'istorie loro. Benchè (morto Arnolfo so praddetto) fosse dai Galli eletto imperatore Lodovico, suo figliuolo, e da sei anni fosse riverito da quelli, non fu però confermato dal papa, secondo la consuetudine, nè accettato dai Romani, anzi essi elessero imperatore Berengario duca di Frioli, della stirpe dei Longobardi, uomo molto ricco e nelle armi prode. Il che intendendo Lodovico, scese nell'I talia con grand'esercito, ed azzuffandosi insieme, fu supe rato Berengario. Ma essendosi poi rimesso, passò contraLo dovico presso Verona, e tanto fu l'ingegno e forza di Be rengario, che non solamente ruppe l'esercito di Lodovico, maanco lo fece prigione, e cavandogli gli occhi, ' uccise. Avendo regnato quattro anni Berengario , passò di questa vita, e pigliò l'insegne dell'imperio, Berengario II. Il qual dopo tre anni fu scacciato d' Italia da Ridolfo re di Borgo gna. Parimente avendo tre anni tenuto l'imperio Ridolfo , fu altresì scacciato da Ugone di Arli (1). Regnò costui dieci anni , e mancando lasciò suosuccessore Loterio suo figliuolo, che regnò due anni, e passando all'altra vita lasciò Adleida sua consorte signora diPavia. Il che intendendo Berengario terzo nipote del primo , nato da una figliuola, venne in Italia con Adalberto suo figliuolo, e si insignorì d'essa , e la tirannizzò undici anni , e incarcerò Adleida regina di Pavia, e scacciò fuora d'Italia Enrico duca diBaviera. Non (1) Ossia: Arles, città della Provenza. : COMPENDIO 268 potendo i Romani sostentar la tirannia d'esso , chiederono ajuto a Ottone(1) figliuolo d'Enrico ducadiSassonia, il quale scese in Italia con quaranta mila combattenti, e si azzuffò con quello al Friuli, e lo superò. Dippoi gli consegnò parte della Gallia Cisalpina di là dal Po. Ma costui non contento di tal parte, essendo ritornato Ottone inGermania, comin ciò di ragunare un esercito per acquistare tutta ' intiera signoria. Il che intendendo Ottone, ritornando nell' Italia con grand'esercito, combattè con lui, e lo superò facendolo prigione con Adalberto suo figliuolo. Uno dei quali mandò a Constantinopoli, e l'altro menò con lui, e pigliò per sua consorte la reginaAdleida, da cui ebbeOttone secondo che a lui successe nell'imperio Romano, avendo imperato anni trenta. Al secondo Ottone che passò a miglior vita nel 17 anno del suo imperio, seguita il terzo Ottone figliuolo di quello. Costui governò l'imperio 19 anni.Nel cui tempo fu promulgata la legge degli elettori dell' imperio da Grego rio V papa, cioè che si deve tener quello esser imperatore, che canonicamente fosse eletto da quelli elettori, cioè dal duca di Sassonia, dal marchese di Brandeburg , dal conte Palatino, e per cagione di discordia dal re di Boemia , la qual legge insino ad oggi è stata osservata. Mancato Ot tone fu eletto dagli elettori imperatore Enrico duca di Ba viera, e in questi tempi si nominano imperatore in Italia, Ardoino marchese d'Ivrea, essendo eletto dai vescovi e gentiluomini delle città vicine di Lombardia. La qual cosa intendendo Enrico imperatore , scese nell' Italia con valido esercito contraArdoino,e combattè con lui, e rimase perdi (1) Succedette al padre nel regno l'anno 936 : principe, che fu terrore dei Barbari, e per le sue grandi imprese in guerra, per l'amore e la propagazione della religione,per lo zelo della giustizia , e per altre luminose virtù , giustamente dopo Carlo Magno si meritò l'attributo di grande. DELLE CRONICHE, EC. 269 tore. Essendo poi Enrico esortato dall'arcivescovo di Milano a ristorare l'esercito , e un' altra volta , tentare la fortuna della battaglia , ritornò nell' Italia e animosamente azzuf fandosi con Ardoino, dopo lunga contesa, alfine lo superò, e fece la vendetta contra quelli, ch' erano stati cagione di tal cosa. Entrò poi in Milano , e si fece coronar della Co rona di ferro, secondo la laudevole consuetudine. Ed avendo imperato anni 8 divotissimamente rese l'anima al Creatore. Fu poi eletto imperator Corrado Suevo , che passò nell' I talia con grande esercito, e assediò Milano per soggiogarlo, manon potè per la prodezza del popoloche lo difese. Onde si parti senza verun profitto, e ritornò in Germania. Dice Merula con Biondo cheapparse S.Ambrogio all'imperatore assediando Milano, e gli minacciò la morte,se non lasciava l'assedio della città. CAPITOLO IX. Del carrozzo che fecero lecomunità d'Italia per l'arte mi litare, e come la Chiesa di Milanovenne sotto l'obbedienza delpapa. Ancora che fosseMilano agl'imperatorisoggetta, era non dimeno amministrata la giustizia dai capitani , e altri offi ciali dal popolo eletti, tenendo però il primato della città l'arcivescovo eletto dai cittadini. E occorrendo che dai detti cittadini fossero eletti più uomini all'arcivescovato , era mandata l'elezione all'imperatore, e quello otteneva l'ar civescovato , che da esso imperatore era eletto. Nel tempo che il sopraddetto Corrado guerreggiava in Lombardia, co minciarono i popoli d'Italia a pigliar ardire ed esercitarsi nell'armi contro i nemici. Ed acciò che con qualche ordine andassero alla battaglia, fecero un carro per ciascuna co COMPENDIO 270 munità nominandolo carrozzo(1). Il quale era più alto delle comuni carra da quattro rote, ornato di panno rosso, nel cui mezzo era un'asta lunga dalla cui sommità scendevano assai funi, da molti uomini tirate, sopra la quale appareva una bella croce d'oro, da cui pendeva una bandiera bianca con la croce rossa nel mezzo. Conducevano questo edificio quattro paja di buoi, copertati di bianco, con la croce rossa. E teneva cura d'esso un prode, animoso , e gagliardo ca valiero , e acciò fosse riverito ed onorato , eragli donato dalla città una maglia ed una spada che seco portava. Con il carrozzo sempre eravi unsacerdote per celebrare la mes sa, e ministrare i sacramenti secondo il bisogno. Seguita vano detto officio otto trombetti della città salariati. Questo dava segno ove si doveva fermare l'esercito fermandosi lui. Quivi eziandio si riducevano le squadre rotte, e pigliata la forza ritornavano alla battaglia. Perduto il carrozzo era ro vinato l'esercito. Governandosi adunque i popoli d'Italia in libertà sotto l'imperio, passò Corrado di questa vita avendo imperato anni 15, e fu eletto in suo luogo Enrico II suofi gliuolo. Insino a questi giorni aveva prosuntuosamente os servato la Chiesa diMilano di eleggere un arcivescovo a suo piacere, senz'altra osservazione, la qual libertà era di du rata oltre duecento anni, ma rivedendosi del suo fallo ed errore, in questo tempo si sottomise al papa, riconoscendolo per capo della chiesa militante, e seguitarono in questa cosa la Chiesa di Milano, quasi tutte le Chiese dell'Occidente (2). (1) Meglio Carroccio, inventato dall' arcivescovo Ariberto d'Antimiano, che fu assunto all'arcivescovado diMilano nel 1026. Il Carroccio venne abolito da OttoneVisconti nel 1285, a causa del suo peso e dell'imbarazzo che recava nei movimenti delle armate, e vi sostitui uno stendardo coll'imagine di S. Ambro gio e le armi della città. (2) Intorno alle dissensioni fra la chiesa romana e l'ambro DELLE CRONICHE, EC. 274 Ed a tanta impresa era stato mandato a Milano il letterato Pietro Damiano(1) daRavenna,vescovo Ostiense, e cardinale della Romana Chiesa, il quale,come egli testifica nelle sue opere , ridusse essa Chiesa Milanese all'antica obbedienza della Chiesa Romana. Cominciò eziandio in questi giorni gran discordia, e travaglio tra la nobiltà e la plebe di Mi lano, talmente in libertà governandosi; onde sovente com battendo insieme, alfine fu scacciato Ottifredi arcivescovo(2) capo della nobiltà, da Erembalaso capo della plebe , e fu eletto arcivescovo Tealfio Castiglioni. Il qual con sua pru denza riconciliò la plebe con la nobiltà. CAPITOLO Χ. Come i Milanesi soggiogarono Lodi e ristorarono Tortona rovinata, poi essendo Milano preso a tradimento e ro vinato, e dopo ristorato, ebbero vittoria nella crudel bat taglia di Barilano. Passato all' altra vita Enrico II imperatore, fu eletto in suo luogo Enrico III suo figliuolo, nemico della Chiesa Ro siana, consultisi : II Ripamonti : Hist. Ecclesiæ Mediolanensis; ed il Sormani : Origine della Chiesa Milanese. (1) Questo cardinale venne ascritto al novero dei santi , e fu uno degli uomini più dotti che fiorissero nell'undecimo se colo in Italia. Le sue opere si stamparono a Parigi in quattro volumi in foglio.-Vedi : Le Memorie storiche dei cardinali della santa romana Chiesa, scritte da Lorenzo Cardella. Roma 1792 , t. I, parte I, pag. 129. (2) Ossia : Gottifredo, della nobile famiglia Castiglioni , il quale fu cacciato dal trono arcivescovile , e surrogatovi non già Tealfio (come nota questa Cronaca), ma Tealdo della me desima famiglia. COMPENDIO 272 mana, il quale avendo imperato 49 anni mancò di questa vita, e di comun consentimento degli elettori,pigliòloscet tro imperiale Enrico IVsuo figliuolo non meno nemico della Chiesa Romana del padre. Nei cui tempi bruciò la mag gior parte di Milano. Il che non dee parer impossibile, per chè erano in quei tempi le abitazioni di creta e di legno, che talmente erano fatte al meglio ch'era stato possibile dopo ch'era stata rovinata la città nei tempi passati come s'è detto. Onde era facil cosa di bruciarsi tutte , accen dendosi il fuoco in un luogo e spirando il vento. E per tanto fu fatto uno statuto, che ne' tempi dei ventinon pre sumesse alcuno d'accendere foco incasa,nè percocere cibi, nè per altra cagione. Laonde occorreva che durando lun gamente il vento , alcuna volta appena si poteva trovar pane , ed altre cose cotte necessarie per il vivere umano. Era in questi di arcivescovo Giordiano Clivio (1).Essendo pa cificata la città, furono ricercati i Milanesi dai Bresciani in ajuto contra i Comaschi, i quali ebbero vittoria, e poi sog giogarono Lodi vecchio e gli rovinarono le mura, scaccian done fuori il popolo e facendolo abitare nelleville quaranta anni in tanta miseria e calamità,che nonè così duro cuore che l'intenda, che a compassione non si muovi come scrive Merula nel III libro (2). Avendo tenuto l'imperio 15 anni Enrico IV passò all' altra vita , nel cui luogo dagli Elettori fu posto Lotteri duca di Sassonia. Il quale venendo a Milano fu coronato della corona di ferro da Anselmo Pusterla ar civescovo. Fu questoAnselmo che rovinò Como(5), essendo (1) Vale a dire : Giordano de' Capitanei de Clivio, nobile milanese, che morì nel 1120.Vedi il Giulini : Memorie diMi lano, tom. V, pag. 143 e seg. (2) L'eccidio di Lodi ebbe luogo nell'anno 1111. (3) La guerra contro Como ebbe origine dalle contese fra DELLE CRONICHE, EC. 273 ritornato Lotteri in Germania e superò i Pavesi. In questo tempo levò il papa dalla soggezione dell'arcivescovo di Mi lano, il vescovo di Bobio, con tre vescovidi Corsica, dan doli per suffraganei al vescovo di Genova, il qual fece ar civescovo. Fu eziandiofatto il monasterio di Chiaravalle, per operadi S. Bernardo (1).Poi che ebbe Lotteri amministrato l'imperio anni undici, mancò della presente vita, e fu eletto in suo luogo Corrado secondo Svevo duca di Baviera , già nipote d'Enrico IV. Nei giorni di questo imperatore comin ciarono le fazioni dei Gibellini e Guelfi, e fu ucciso inSiria per la fede di Cristo Martino Torriano,detto il gigante per la sua fortezza. Passato 15 anni ch'era stato nell'imperio, abbandonando i mortali successe nel seggio imperiale Federico Barba rossa Svevo fratello deldetto Corrado. Il qual pigliò lo sce tro dell' imperio, non contraddicendoli gli elettori, piuttosto che fosse eletto. Onde fatto re dei Romani passò in Italia , e pigliò per forza Asti, rovinò Tortona a prieghi dei Pa vesi e passò a Milano. Onde fu coronato della Corona di Landolfo da Carcano milanese e Guido da Grimoldi di Ca vallasca, i quali si disputavano la sede episcopale di Como : il primo venne dal papa scomunicato e scacciato dal popolo, esi rifuggì nel castello di Maliaso; i Comaschi però lo assali rono, lo fecero prigione ed uccisero molti de' suoi difensori , quasi tutti milanesi. I parenti di questi ultimi si recarono a Milano, e ne chiesero vendetta all'arcivescovo Giordano da Clivio, congiunto di sangue col summentovato Carcano,il quale, salito in bigoncia, chiamò il popolo alle armi,e bandi la croce addosso ai Comaschi. Questa guerra durò dieci anni. (1) Per ciò che spetta a questo monastero,vedi le pag. 19 e 88 delle Vite dei dodici Visconti, che forma il primo volume di questa Biblioteca. 18 Croniche, ec.. COMPENDIO 274 ferro daUberto arcivescovo con gran favore delpopolo(1). Coronato poi a Roma della corona dell' imperio ritornò in Germania. Passato lui in Germania ristorarono i Milanesi Tortona, e cominciarono ad infestare i Pavesi , trattandoli molto male. Il che intendendo Federico,tutto isdegnato ri tornò in Italia e dimostrossi nemico ai Milanesi, non sola mente per aver ristorato Tortona, e aver maltrattato i Pa vesi e Lodigiani e Comaschi, ma eziandio per ubbidire papa Alessandro , di cui era nemico. Onde assediò Milano conpotentissimo esercito, e dopo alquanto tempo non avendo vettovaglia i Milanesi fu tradita la città da alcuni malvagi cittadini e vi entrò, e fece gettare a terra le mura di quella da quei popoli ch'erano stati ingiuriati dai Milanesi, cioè Pavesi, Lodigiani, Bergamaschi, Comaschi e Novaresi 2). E mandò quindi aColonia icorpi deitre santi magi iquali erano nella chiesa di S. Eustorgio (3). Partipoi il territorio di Mi lano in seicontadi, cioè : nel contato diMartesana, di Lecco, Patrazzo, Borbaria, Bazana e diSeprio; mettendo sopra cia scun d'essi un conte Alemano. Volendo che sopra di tutti quelli vi fosse un suo vicario, che abitasse in Milano. Institui poi i Catanei e Valvassori suoi officiali (4), cheportassero le (1)Ebbe luogo,dicesi, questa incoronazione nell'anno 1154. Sigonio, Muratori, Sassi ed altri disputano sopra questo fatto, i di cui pro e contro si possono leggere nellagià citata opera dell'Antolini , pag. 360 e seg. (2) L'eccidio di Milano avvenne nell'anno 1162. Vedi le Vicende di Milano durante la guerra con Federico I impe ratore. Milano 1778. Opera importantissima per lo studio di quell' epoca, adorna di rami, e d'un'ampia carta topografica di Milano prima della di lui distruzione. (3) Vedesi ancora il vuoto sepolcro di marmo, scioccamente imbiancato dappoi. (4) Intorno ai Valvassori e Catanei o capitani, vedi le Me DELLE CRONICHE, EC. 275 insegne imperiali. E uccise tanti quanti ne potè aver dei conti di Angera, dei quali vi scampò dalle mani solamente Viviano, il qual fuggì aBologna. In questo tempo usarono i Tedeschi tanta crudeltàcontra i Milanesi, e loro fecero tante ingiurie che pensò , non tante averebbono fatte i Turchi. Correndo poi l'anno di Dio umano 1167, drizzando il capo molte città di Lombardia contra Federico, ch'era passato a Verona e aVicenza, fecero consiglio di ristorare Milano che furono Cremona, Piacenza e Verona con alcune altre, es sendo creato arcivescovo Galdino da Sala , dopo la crudel morte di Uberto Pirovano. E così cominciarono ai 7 d'a prile a ristorare detta città nel 1167. Passò Federico a Roma contra Alessandro (1) Papa e non lo potendo aver (perchè s'era ridotto a Benevento) ritornò tutto adirato in Lombardia, e vedendola tutta in arme contra di sè, non ebbe ardire di andarli contra, ma andò in Germania e radunò un potente esercito, e lo condusse in Italiaper vendicarsi dei Milanesi, Bresciani , Veronesi , Novaresi , e Vercellini. I quali inten dendo il grande apparecchio che aveva fatto Federico e che gli venivacontro, radunate tutte queste città insieme col carrozzo, gli andarono contro infino a Barilano (2) nella via morie del Giulini. Tom. II, pag. 299 e seguenti,pag. 120, 277, e VI p. 25 e seg. (1)Alessandro III, papa di elevati spiriti e fierissimo guelfo. (2) Nella vita di Alessandro III scritta dal cardinale d'Ara gona e pubblicata dal Muratori. Nel tomo III degli Scriptores rerum italicarum chiamasi questo luogo Barranum, invece, Tristano Calchi e sir Raul, Borsano. Infatti è Borsano,villaggio nel distretto di Cuggiono, e non comedice il cronista sulla strada daMilano a Como, mabensìa due migliacircada quella che par tendo da Milano vaaSomma eSesto Calende evicino aLegna no,per cui questa battaglia fu detta comunemente battaglia di Legnano. Vedi Voigt. Storia della lega Lombarda. Milano 1843. COMPENDIO 276 che passa da Milano aComo.Onde incontrata l' una parte el'altra, cominciarono a combattere amendue le parti con tanto sdegno, ira e ardire, che per buona pezza non si potè discernere chi fosse vincitore. Pur facendo un gran sforzo i Tedeschi incalzarono tanto fortemente i Mila nesi , che si ritrassero al carrozzo. Equindi considerando in che termine si ritrovavano, deliberarono di voler piut tosto morire gloriosamente che vivere in servitù. Ed esor tandosi insieme, ritornarono contra il nemico e con tanto ordine combatterono, che finalmente ne riportarono glo riosa vittoria, benchè con loro grande uccisione,ma molto maggiorede'nemici avendo ucciso il banderale che portava lo stendardodell'Aquila, e morto il cavallo di Federico, cre dendo ognuno essere anco lui ucciso. Fu grande l'ucci sione de' Tedeschi ma molto più quello dei Pavesi e Coma schi ch' erano in compagnia di Barbarossa. Il qual avuto che ebbe questa rotta fece pace coi Milanesi (1). CAPITOLO ΧΙ. Deimagistrati di Milano e d'alcuni successi memorabili. Fu Federico il primo che istituì i vicarii detti dell' im perio sopra questi paesi , è i podestà sopra le città. L'uf ficio dei quali era d'aver cura della città, tanto nei tempi della pace , quanto della guerra, d' amministrare giustizia, e di radunar gli eserciti, e di condurli contra gl' inimici come già facevano i consoli Romani. Eziandio erano eletti in città ciascun anno alquanti consoli, chedoveano essersem pre in compagnia del podestàper consigliarlo nel governo (1) La battaglia di Legnano successe il 29 maggio 1176. DELLE CRONICHE, EC. 277 della repubblica, avendo libertà da far pace o guerra. In Milano vi erano aggiunti i savii della Credenza (1), cioè consiglieri secreti dei consoli. Poi aveva l'arcivescovo di Milano un vicario addimandato vicecomite, che giudicava le differenze del popolo e puniva i cattivi. Erano ancora i Questori o siano tesorieri , che fedelmente tenevano buon conto delle entrate della città. Non era lecito ad alcuno trat tare quest' officio , se non fosse stato console. Vi erano i capitanidellaplebeei Valvassori, ossiano servitori di quelli; e altri detti dallaMotta (2) che avevano cura diliberar ipo veri della rabbia dei mali uomini e porgere aiuto a quelli, che non avevano modo di aiutarsi. Questo era l'ordine del governo di Milano in questi tempi. Avendo Federico tenuto l'imperio anni 17 ed essendo passato all' acquisto di Terra Santa,pericolò in unfiume presso Iconico (3) volendosi la vare,efueletto imperatore Enrico Vsuo figliuolo. Sotto cui la plebe di Milano ordinò il maestrato della Credenza di sant' Anıbrogio. Imperato che ebbe Enrico otto anni, morì in Palermo, a cui successe nell'imperio, di consentimento degli elettori , Filippo suo fratello. Il qual regnò 9 anni e poi fu ucciso dal conte Palatino, e crearono gli elettori impera tore Ottone IVduca di Sassonia, il quale venne a Milano a coronarsi della Corona di ferro, secondo l'antica usanza. Onde dopo quattro anni, abbandonando la mortal spoglia, fu posto nel seggio imperiale dagli elettori Federico II già figliuolo d'Enrico V. Il qual superò i Milanesi presso al (1)Vedi la nota seconda a pag. 22 delle Vite de' dodici Vi sconti , di Paolo Giovio, tom. I di questa Biblioteca. (2) Vedi lanota apag. 216. (3) Cioènel fiume Salefl'anno 1190.Vedi laVita di Fede rico Barbarossa, scritta da Cosimo Bartoli. Milano 1829, libro molto commendevole. 278 COMPENDIO fiume Oglio, facendo prigione Pietro Tiepolo Veneziano loro prodestà, ed Enrico da Monza capitano,eziandiopigliando il carrozzo loro. Ondeper tantavittoria andò a Verona trion fante. Ristorando poi i Milanesi l'esercito saccheggiarono Bergamo amica di Federico col territorio di Cremona, ove era Federico , che mai ebbe ardire d' uscire contra loro. Avendo poi Federico raunato un potente esercito, passò a danni dei Milanesi, i quali arditamente vi andarono contra, essendo loro capitano Ottone Mandello , e azzuffandosi in sieme dopo lunga battaglia, rimasero vittoriosi i Milanesi, i quali ritornarono tutti lieti a Milano, eFederico passò nella Puglia (1). Il che fatto crearono i Milanesi podestà, Pagano Torriano per essere uomo molto popolare, dolce, affabile, liberale e di grande ingegno. E questo fu il primo de'Tor riani che avesse magistrato in Milano, secondo Merula nel V libro. Passarono i suoi avoli a Milano da Valle Sassina del territorio di Como , e per le gran ricchezze che avevano s'amicarono tutto il popolo (2). CAPITOLO ΧΙΙ. Come ebbero i Milanesi vittoria contra Federico, e poi s'insignorirono i Torriani di Milano, e dopo molteglo riose imprese di Napo, furono scacciati. : Essendo creato Pagano podestà continuamente cresce vano i mali umori degli odii fra la plebe e la nobiltà, es (1) Questa sconfitta che diedero i Milanesi a Federico II avvenne nel 1239 vicino a Casorate nella provincia di Pavia.- (2) Vedi laVita di Ottone Visconti, di PaoloGiovio, tom. I, pag. 18 e 19 di questaBiblioteca,ove a lungo parlasi di Pa gano della Torre e de' suoi discendenti. DELLE CRONICHE, EC. 279 sendo arcivescovo Lione di Perego,fautore di dettanobiltà. Così passando le cose in Milano ritornò ancor Federico con grande apparato di soldati contra iMilanesi, il qual uscendo animosamente di Milano contra di lui, lo scacciarono e pi gliarono suo figliuolo vicino ad Adda(1), e congran trionfo lo condussero a Milano, e poi graziosamente e onorata mente lo lasciarono libero. Mancò poi Federico nemico della Chiesa Romana scomunicato e deposto dell'imperio da chi fu eletto imperatore 28 anni. E pigliò il seggio imperiale Corrado suo figliuolo da alcuni degli elettori eletto, il qual fu avvelenatoda Manfredi.In quell'anno che mori Federico, nacque Matteo Visconte, poi Magnifico nominato, per l'o pere grandi che fece. Concordandosi gli elettori, crearono imperatore Rodolfo conte deAldeburg.Crescendo pur gli odii fra la plebe e la nobiltà di Milano,com'è detto, fu, a com piacenza dell'arcivescovo, eletto podestà dai capitani e Val vassori Paolo Soresina , ch'era capitano della nobiltà con tra la plebe e Credenza loro. Il chenon volendo sopportar la plebe, elessero anche eglino Martino Torriano, acciò di fendesse loro dall' insolenza dei nobili. Ma poi concordan dosi elessero di comune volontà un forestiero , deponendo quei due primi fatti. Nientedimeno non poterono molto tempo star in pace,ma dopo pochi giorni, dirizzando l'armi la plebe contrai nobili,tanto fecero che scacciarono Lione arcivescovo con tutta la nobiltà , essendo loro capo Mar tino Torriano. Il qual si fece poi nominare signor della Credenza. Vero è che poco dopo facendo forza i nobili , (1) Questo figliuolo denominato il re Enzo: fu sconfitto a Gorgonzola l'anno 1248 : Enzo venne tre anni dopo nuova mente battuto, e fatto prigione dai Bolognesi alla battaglia di Foss'Alta; ma invece di mostrarsi generosi al pari dei Mila nesi , lo chiusero in un carcere, ove morì dopo 24 anni. COMPENDIO 280 scacciarono esso Martino,ma ritornò ancora col favor della plebe, e si fece maggior che prima, quasi totalmente in signorendosi di Milano. Mancando Lione arcivescovo, fu posto in suo luogo Ottone Visconte da Urbano papa. Passò poi all'altra vita Martino Torriano, essendo signore diMi lano nell'anno di Cristo 1265 e fu sepolto nella chiesa di Chiaravalle. Fu Martino uomo molto prudente, mansueto , clemente e benigno, non dimostrava segno alcuno di cru deltà. Soleva dir che mai avrebbe fatto uccidere alcuno , perchè egli non ne aveva generato essendo la suamoglie sterile. Successe nella signoria Filippo suo fratello uomo di grande ardire. Soggiogò costui Bergamo,Novara e Lodi, efece assai cose e maggiore ne avrebbe fatte, se lunga vita gli fosse stata conceduta. Conciò fosse che in esso si ritrovava (oltrela grandezza dell'animo) unacertabenignità e graziosità , dalle quali era ciascuno sforzato ad amarlo. Mancò di questa vita nel 1265. E pigliò la signoria Napo suo nipote, il qual con potente esercito passando Oglio , soggiogò Palazzuolo castel del Bresciano con altri castelli. Nei tempidi costuifurono annoverati in Milanotrentamila uomini da portar armi. Si insignori anco Napo di Lodi e di Vigevano, ed ebbeprigione Succio Vestarino signore di Lodi con due figliuoli , e li fece morire in prigione , es sendoli dati da Pietro Tennacolo. Esaltò i Fisiraghi in Lodi, nemici dei Vestarini. Superò eziandio Gottifredi Langusco signore di Pavia con i fuorusciti di Milano presso al fiume Guasica vicino ad Angera, e fece prigione detto Gottifredi con Tebaldo Visconte fratello di Ottone arcivescovo epadre di Matteo e di Uberto, con molti altri fuorusciti di Mi lano , e fece loro tagliare il capo. Dappoi che ebbe più volte rotto gli eserciti de' fuorusciti di Milano nel 1277 combattendo contra Ottone arcivescovo,del cui esercito era capitano Riccardo Langusco vicino al castello Decimo , fu DELLE CRONICHE, EC. 281 fatto prigione dal detto Riccardo, essendo ucciso Ponzio Amato Cremonese con Francesco Torriano suo carissimo cugino(1). Onde fu cacciato di Milano Cassone suo figliuolo che si ricoverò a Parma. E fu congrangloria e trionfo Ottone ar civescovo condotto a Milano coi Mandelli, Mirabelli e Casti glioni, i quali poi furono tutti creati Catanei dal detto Ottone. Il qual tenne lasignoria di Milano alquanto tempo, avvenga che fosse conturbato da Cassone Torriano e da Raimondo Patriarca d'Aquileia suo cugino, e da Guglielmo marchesediMonferrato. AvendoOttonealquantotempomolto pacificamente governato Milano nel 1284, consegnò l'ammi nistrazione della città a Matteo suo nipote, dandogli per compagni alcuni nobili e prudenti cittadini, e tra gli altri Enrico daMonzae Ottone Mandello, che fossero seco agover nare la città. E così ciascun' anno se ne consegnava due nobili saggi e maturi cittadini, acciocchè ogni cosa pas sasse quietamente. Onde Matteo talmente si governò nel l'amministrazione dellarepubblica, ed eziandio nella guerra che meritamente fu nominato Magno. CAPITOLO XIII. Origine della nobilissima famiglia dei Visconti. Or pensando darpiacere ai curiosi lettori, voglio quide scriver la genealogia dei Visconti, come la descrive il Me (1) Ora che ha principio laStoria dei Visconti e Sforzeschi vi aggiungerò solo poche note, giacchè alcune furon già col locate nelle Vite dei dodici Visconti, ed altre in quelle degli Sforzeschi, alle quali invio il lettore per maggiore schiari mento su questa Cronaca. COMPENDI0 282 rula nel V libro. Il qual dice che questa nobilissima fami glia ebbe origine dai re Longobardi, ch'erano passati dopo la presa di Desiderio loro re , con la moglie e figliuoli in quei luoghi ove avevano avuto imperio i loro re. Ed av venga che dopo Carlo Magno fosse governata Italia dai re, da lui e dai suoi successori dati , o dagl' imperatori o pei loro vicari e procuratori , nondimeno sempre fu osservata l'antica consuetudine, che i conti d'Angera della stirpe dei Longobardi dovessero servire all'arcivescovo di Milano co ronando i Cesari della Corona di ferro. Laonde fu osservata quella usanza infino che Federico Barbarossa guastò Mi lano e uccise tanti quanti ne potè avere dell' anzidetta fa miglia. Onde non vi rimasealcuno di questa, eccettoViviano che fuggi a Bologna; i cui successori o fosse per povertà o per sciocchezza, o per paura vivevano molto privata mente , non si facendo addimandare Conti ma Visconti, quasi diminuendo il loro titolo. Più oltre non parla Merula degli antenati di Viviano, nè similmente dei suoi successori. Ma il Corio ne parlapiù minutamente e dice che Iliprando (il qual uccise Baverio nipote di Corrado imperatore) ab bandonando la vita nel 1075 lasciò Ottone. Essendo costui passato inSoria conGottifredi Buglione all'acquisto di Terra Santa, e combattendo con Voluce principe Transjordano , l'uccise e tolse il cimiero ov' era una granvipera a sette ri volture con uno scorticato fanciullo in bocca e prese quest'in segna. Di questo Ottonee di Lucrezia suaconsorte di regia stirpe di Francia , rimasero Andrea e Ottone II. Di questo nacque Uberto e Giovan Francesco. Successe Andreanella si gnoria del padre, e lasciò dopo sè Galvagno nato dellafi gliuola del conte diSavoia. Seguitòpoi Viviano che fuggì a Bologna. AViviano successe Andreoto, e a costui Tibaldo. Usci Matteo Magno diTibaldo nella terra di Invorio, Opizzo,Az zone e Ottone che fu poi arcivescovo di Milano. Nacque di DELLE CRONICHE, EC. 283 Pietro fratello di Tibaldo, Lodrisio e Gasparo. Matteo Ma gno lasciò Galeazzo, Marco Luchino, Giovanni e Stefano padre di Matteo II, di Galeazzo II e di Bernabò: così scrive Corio (1). CAPITOLO XIV. Come Matteo Visconte fu fatto Vicario dell' imperio da Arnolfo imperatore , poi dopo molte prove rinunciò la bacchetta, e ritornarono i Torriani a Milano. Seguitando il primo proposito, dico che avendo tenuto lo scettro dell'imperio Rodolfo anni 19, ed essendo mancato di questa vita, successe a lui di consentimento degli elet tori Arnolfo conte d'Assia, che visse nell'imperio anni sei, epoi fu ucciso da Alberto già figliuolo di Rodolfo impera tore. Constituì Arnolfo, Matteo Visconte Vicario imperiale di Milano, e di tutta Lombardia, e gli donò l'aquila nelle sue insegne. Onde si cominciò a nominare Matteo Vicario nel l'imperio nel 1294;soggiogò Matteo Como,ed entrando nel Monferrato,pigliòTrino,Ponte di Stura,Moncalvo con molti altri castelli facendoli tributare, che dovessero pagare a lui tre mila lire di moneta d'Asti. L'anno seguente passò all'altra vita Ottone arcivescovo d'anni 88 di sua età, nel monasterio di Chiaravalle. Fu Ottone uomo molto saggio,pru dente e buono. Nei cui tempi accrebbe molto Milano, e in ricchezze e in nobiltà. Onde si ritrovavano in esso da cento dottori di leggi, e furono annoverati cento cinquanta mila cittadini. Tra i quali erano due , che faceano cose da far maravigliar ognuno cioè Uberto della Croce, e Guglielmo (1) Sulla genealogia Visconti, vedi Litta, Famiglie celebri ilaliane. COMPENDIO 284 daPusterla. Il primo per la sua gran forza, correndo un possente cavallo a tutta briglia, lo riteneva che più oltre non passasse, e altresi portava un giumento carico di fru mento. Eziandio non ritrovava alcuno tanto gagliardo,che lo potesse muovere, essendo fermo solamente sopra un piede. L'altro era di tanto ingegno dalla natura dotato (benchè non avesse mai imparato altro che un poco di grammatica) che tanto drittamente sentenziava in ciascuna lite e causa , che non era alcun dottore, che vi potesse dire contra , ovvero aggiungerli cosa alcuna. Onde essendo Podestà di Bologna, con tanta prudenza, e con tanto in gegno decideva ogni causa che tutti i dottori si maraviglia vano,nonavendo cosa da opporli. MancatoOttone,soggiogò Matteo Novara , e vi lasciò Galeazzo suo figliuolo per Po destà. Successe nell'imperio adArnolfo Alberto duca d'Au stria, che l'aveva ucciso in battaglia. ConfermòAlbertoMat teo nelVicariato di Milano, e diLombardia,ed egli institui Galeazzo suo figliuolo governatore diMilano, egli dette per moglie Beatrice figliuola di Azzone da Este , marchese di Ferrara. Congiurando insiemeAlberto Scotto primo uomo di Piacenza, Filippino Langusco tiranno diPavia,CorradoRusca da Como, Simone avvocato daVercelli,Guglielmo Bruciato daNovara,con molti altri tiranni diLombardia, condussero ungrand'esercito nel territorio di Milano contra Matteo. IH qual vedendo di non poter resistere, rinunciò la bacchetta del Vicario ad Alberto Scotto, e passò aPiacenza nel 1302. Onde ritornarono a Milano i Torriani, che erano stati fuo rusciti circa25 anni. E questi furono Mosca,Guidetto,Fran cesco e Simoncino, con tutti gli altri di detta famiglia. DELLE CRONICHE, EC. CAPITOLO XV. 285 ComeMosca Torriano scacciò la nobiltà, e s' insignori di Milano , poi si pacificò coi Visconti per mezzo d'En rico VIimperatore, il quale confermò ai Monzaschi la coronazione. Entrato Mosca in Milano, scacciò fuori tutta la nobiltà , e fece Podestà Guglielmo Bruciato soprannominato. Dipoi egli si fece signore della città, ma poco visse in signoria. Lasciò dopo sẻ Cassone, Pagano,Rainaldo, Odoardo, Napo, eMoschino suoi figliuoli. Successe al Mosca nella signoria Guidetto suo fratello,moltopiù civile,e grazioso di lui. Pigliò costui la signoria diPiacenza per due anni con ajuto d'Al bertoScotto, e vi mise podestàPassarinoTorriano.Dopo 15 mesi s' insignorì d'essa città detto Alberto, avendone scac ciato Tegnarca Palavicino , podestà mandato da Guidetto. Mancando poi l'arcivescovo diMilano,fu eletto CassoneTor riano. Essendo stato nell'imperioAlberto anni dieci,passando il Reno fu ucciso daGiovanni figliuolo del fratello, e fu ri posto nel seggio imperiale dagli elettori Enrico VI(1) duca di Lucimborgo nel 1308. E nel1310scese nell'Italia e venne aMilano, conducendo seco MatteoVisconte, e pacificò i Vi sconti coi Torriani, e pigliò la Corona di ferro con le solite cerimonie, da Cassone arcivescovo, nella chiesa di S. Ambro gio, e fu dichiarato esser re deiLongobardi, ed essendogli dato lo scettro col pomo d'oro, ov' era descritta l'Asia,Eu ropa ed Africa, essendovi soprapposto una croce d'oro. Se devaquivi vicino laregina con le biondetreccependentidie tro le spalle, cintad'una riccacorona d'oro, ornata di pietre (1) Da alcuni scrittori è detto anche Arrigo. COMPENDIO 286 preziose. Coronato Enrico fece 50 cavalieri dei circonstanti baroni , dei quali fu il primo Matteo Visconte, e Guglielmo Pusterla, e cinse loro la spada donandoli alcuni nobili pre senti. Si appresentarono i Monzaschi lamentandosi , per chè non era andato a Monza a pigliar la Corona di ferro nella chiesa di S. Giovanni Battista secondo l'antica usanza. Ai quali con buone parole soddisfece Enrico , e loro con fermò il privilegio, che avevano di detta coronazione , e quei gli presentarono cinquanta mila ducati d'oro per tal confermazione. Bandi poi Enrico i Torriani daMilano, Rin novò la compagnia della Credenza di S. Ambrogio in favor della plebe , ed eziandio la compagnia imperiale contra quelli che traparlassero dell' imperatore. Diede ancora lo stendardo giallo con l'aquila negra alla nobiltà, onde fu divisa la città. Confinò anco Matteo in Asti, e Galeazzo suo figliuolo a Trivigi. Ma poi li rivocò a Milano, ed aGuarnero di Aspurg(1), imponendo il governo di tutta Lombardia, il qual volle aver in sua compagnia nel governo Matteo. Fu ancora da esso Enrico consegnato Galeazzo podestà ai Piacen tini , e Luchino ai Bergamaschi. Passò poi a miglior vita Enrico nel quinto anno del suo imperio. CAPITOLO XVI. Di molti egregi fatti di Matteo Visconte, e suoi successori. Nacque gran discordia tra gli elettori nell'elezione del nuovo imperatore, imperocchè parte elesse Lodovico duca (1) Il Giulini lo dice di Umberg, della diocesi di Basilea , di una ragguardevolissima famiglia, e di esperimentato valore. Vedi il Giulini : Continuazione alle Memorie di Milano, tom. I, pag. 14. DELLE CRONICHE, EC. 287 di Baviera, e parte Federico duca d'Austria. Onde otto anni insieme amendue combatterono. Alfine avendo Lodovico su perato Federico due volte passò nell'Italia, e si fece coro nare a Milano della Corona di ferro, e a Roma da Stefano Colonna della corona imperiale, con le solite cerimonie , contra la volontà del papa, al qual fu sempre nemico , e perciò fu scomunicato e privato d'ogni onore e grado d'uf ficio che avesse o potesse avere. Ma esso non istimando il pontefice nè la sua autorità, fece antipapa Pietro di Cor bario dell'ordine dei Minori, uomo temerario, come dimo stra Biondo, Platina, S. Antonino, Sabellico, e il Volaterrano con tutti gli scrittori di quei tempi. Essendo in tal termine le cose s'insignorì di Piacenza Galeazzo , avendone scac ciato Alberto Scotto, e fu confirmato procuratore perpetuo d'essa , di Cremona e di Crema dall'anzidetto Lodovico Ba varo. Guerreggiò Galeazzo contra Filippone Langusco , si gnor di Pavia, e lo pigliò nella battaglia, e l' incarcerò in Milano, e poco dopo s'insignori anco di Tortona. Così feli cemente succedendo le cose de' Visconti , fece far Matteo Gibellino Castello(1) alla boccadel fiume Iria, ovemette capo nel Po, per proibire la vettovaglia ai nemici. Superò ezian dio Matteo sovente iTorriani, con molti altri nemici e fuo rusciti di Milano, e pigliò Goffredi vescovo di Padova, fra (1) Questo castello è denominato oggidì Zibello, ed è situato nel ducato di Parma. Anticamente chiamavasi Gibello,perchè Matteo Visconti che lo fabbricò era fierissimo ghibellino. Al cuni però opinano che il dettoVisconti l'abbia soltanto ristau rato, imperocchè trovasi nelle storie fatta menzione di questo luogo, molto tempo innanzi a lui. In quanto poi al fiume Iria, che il cronista accenna, devesi intendere il Larda.- Un altro castello, pure nel ducato diParma, e ad otto miglia circa dalla destra del Po, esiste tuttora col nome di CastelGuelfo. COMPENDIO 288 tello di Pagano, Odoardo fratello del Mosca, Amorato , e Guidetto di Guido tutti Torriani con 80 nobili Milanesi , e uccise Ricciardino figliuolo di Filippone Langusco. Fu an cora ricevuto per signore da' Pavesi,ai quali consegnò per podestàLuchino suo figliuolo, e fece in Pavia una Rocca. Parimente lo chiederono per loro signore gli Alessandrini, ove mise per podestàMarco suo figliuolo. Vennero ancora sotto la sua signoria iValentiani(1),egli consegnaronoAn tonio Fisiraga , già tiranno di Lodi, che tenevano in car cere. Ed esso lo mandò a Milano,e lo fece mettere in car cere, ove morì. Passò eziandio della presentevita in questi giorni Uber tino fratello di Matteo, uomo di grande ingegno, e molto prodenell'armi,e fu onorevolmente sepolto inS.Eustorgio. Fabbricò eziandio Matteoil palazzo della piazzade'Mercanti, ove si dovessero ragunare i dodici savi uomini agiudicare i negozii dei mercatanti, e imporre gli onesti prezzi alle robe da vendere. Poscia nell'anno 1313. Cassone Torriano rinunziò al papa l'arcivescovato diMilano, e accettò il pa triarcato d'Aquileja, acciò potesse quietamente vivere, ve dendosi contraria la fortuna a sè ed a' suoi. Nel cui luogo fu eletto dal chiericato Giovanni figliuolo di Matteo. Ben è vero che'l pontefice giàvi avesse designato per arcivescovo Aicardo, uomo prudente, e letterato dell'ordine dei predi catori. Onde giunto a Milano non potè entrare nella città , così avendo ordinato Matteo, e per tanto fu dal papa sco municato, e interdetta la città. Il che vedendo Matteo,ac ciocchè non paresse esser stato escluso l'anzidettoAicardo di suo consiglio,depose il nome del Vicariato , e si fece nominar capitano del popolo e difensore della libertà. Si gnoreggiava Matteo aMilano,Cremona,Bergamo,Lodi,Pavia, (1) Cioè: gli abitanti di Valenza, al nord di Alessandria. DELLE CRONICHE, EC. 289 Piacenza, Novara, Vercelli, Acqui, Alessandria e Tortona. Teneva stretta amicizia con Giovanni Quirino da S. Vitale, e con Orlando Rosso, uomini di grande autorità in Parma, avendoli ajutati a scacciar fuori di Parma Gilberto da Cor reggio loro contrario. Avevaaltresì grand'amicizia con Carne della Scala signor di Verona. E per tante cose che aveva fatte, ottenne il cognome di Magno onde da tutti era così addimandato, Riportò anche inquesti tempiGaleazzo molte vittorie sui Torriani, e soggiogò Grema, e scacciò di Cre mona i Cavalcaboi. Essendo Matteo di 72 anni (dopo tante cose da lui fatte) nel 1522 passò della presente vita, e fu sepolto nel monasterio di Cressenzago. Fu Matteo molto al legro, présumendo assai delle sue forze, terribile di voce, in tal manierach'era detto Bruglia, dal forte ruggitoche fa ceva. Era tanto costumato,che da tuttii cittadini era amato edaveva tanta prudenza ed ardire in trattar i negozj della repubblica, ed eziandio tanta felicità in maneggiar le cose della guerra che parea esser creato a dover signoreggiare. Fu anco cattolico, e divoto circa in officj sacri , in tal modo, che non si sdegnava ajutare a vestire il sacerdote per celebrar la messa. Lasciò dopo sè questi figliuoli: Ga leazzo, che fu così nominato dal frequente canto dei galli che si udiva quando nacque,Marco,Luchino,Giovanni arci vescovo e Stefano.Nella signoria successe Galeazzo,il quale poco dopo ne fu scacciato dai fratelli , ma presto ritornò con essi suoi fratelli, cioè nel medesimo anno, che fu nel 1522. Avendo poi lungamente combattuto col legato del papa,eriportatonovittoria,venne alle mani con Marco suo fratello. Essendo poi passato a Milano Lodovico Bavaro nel 1527 fu incarcerato Galeazzo nel carcere di Monza, che egli avea fatto fare, con Giovanni arcivescovo, Luchino, e Azzone suoi fratelli, suspicando ilBavaro che l'avessero vo Croniche, ec. 19 COMPENDIO 290 luto tossicare.Nacquetal sospizione,perchè servendo Stefano loro fratello al detto, e facendogli lacredenza del vino in contanente s'infermò e morì.Incarcerati adunque iVisconti, designò il Bavaro ventiquattro cittadini che avessero go verno della città, lasciando per suo Vicario di Lombardia Guglielmo conte di Monteforte. Furono poi lasciati liberi i Visconti l'anno seguente , i quali subitamente cavalcarono al Bavaro, che era inToscana, e dimorando a Pescia mancò di vitaGaleazzo d'anni 51 di sua età. Fu Galeazzo,secondo Bernardino Corio nella terza parte dell'istorie,bellicosissimo principe e forte,di mediocre statura,ben carnoso,di color bianco e rubicondo, con la faccia rotonda, liberale più che qualunque altro uomo,magnifico in donare e far con viti, non timido nelle avversità, di gran consiglio, raro in parlare, ma facondo. Mancato questo principe designò per suo Vicario il Bavaro in Milano Azzone suo fratello che fu nel 1526. Onde con gran favore ritornò in Milano. Poi nel 1534 fu creato arcivescovo di Milano Giovanni fratello di Azzone. Ed ottenne Azzone Cremona,e nel 35 comperò Pia cenzadaFrancesco Scotto e da molti altri cittadini, e pigliò anco Brescia eComo. Dopomolte altre egregie opere dalui fatte ai 14 d'agosto del1539,e di sua età 85, disse vale ai mortali, non lasciando aleun figliuolo legittimo. EraAzzone di comune statura,rotondo di faccia ed allegro,coi capelli alquanto rizzi , giocondo d'aspetto, piacevole e umano, ed oltremodo liberale, e di gran prudenza, per la quale molto aumentò la signoria di Milano. Dopo lamorte d'Azzone, di comune consiglio de' cittadini e del popolo milanese,piglia rono la signoria di Milano Giovanni arcivescovo e Luchino fratelli.Ben èvero che Giovanni lasciò tutto ilgoverno tem porale a Luchino insino chevisse, il qual governò tanta re pubblica con grandissima umanità e prudenza. Nel 1346 fu eletto imperatore Carlo IV figliuolo di Giovanni re di Boe DELLE CRONICHE, EC. 291 mia. Passò poi a miglior diporto Luchino a' dì 23 di gen najo nel 1549. Fu Luchino uomo di grandissima prudenza edi grande animo, giusto ed amorevole. Ebbe sotto il suo governo Milano, Brescia, Cremona, Piacenza, Parma, Lodi, Asti, Alessandria, Alba, Vercelli, Novara , Bobio, Bergamo, eCrema.Fecefabbricare aBergamo quella fortezza detta la Cappella. Successe a Luchino Giovanni suo fratello arcive scovo nella signoria non solamente di Milano, ma eziandio di tutti quegli altri luoghi. Il quale,come ebbe pigliato la signoria, incontanente rivocò d'esilio Bernabò eGaleazzo II suoi nipoti, che Luchino aveva confinati. Fece quest'uomo grancose, per tal guisa che ne vennesotto la sua signoria Bologna, e Genova nel 1555. Dopo molte eccellenti opere dalui fatte abbandonò questa vita nel 1554 ai 5 d'ottobre in domenica alle14ore,lasciando eredi della signoria Mat teo,Bernabò e Galeazzo II,figliuoli di Stefano suo fratello, edivise la signoria in tal maniera. Lasciò aMatteo Bolo gna, Piacenza, Lodi, Lugo, Massa, Bobio, Pontremoli, con Borgo S.Donnino.ABernabò Cremona, Crema,Soncino,Ber gamo, Brescia e Val Camonica, Luni , la Riviera del Lago di Garda, Rivolta, Caravaggio col Ponte di Vaprio. A.Ga leazzo Como, Novara, Vercelli, Asti, Alba, Alessandria , Tortona, Castelnuovo , Bassignana , Vigevano, il Ponte del Tesino, S. Angelo,Monte buono e Moirano. Volle cheGe nova fosse sotto tutti tre. Sepolto l'arcivescovo, questi fra telli insieme elessero un podestà, che facesse ragione in Milano. E nel 1555 furono tutti tre da Carlo imperatore fatti Vicarj di Milano , Genova, Savona , Ventimiglia, e di Albenga con tutta la rivieradi Levante ePonente dal Corno insino a Monaco, col Vicariato di Locarno, ed essi dettero all'imperatore per presente cinquanta mila fiorini d'oro , con dodici corsieri copertati di sandalo, foderato di vairo. Passò poi all'altra vita l'anno seguenteMatteo, la cui parte COMPENDIO 292 della signoria divisero fra sè i due fratelli. Lasciò poi que sta mortal vita Galeazzo II in Pavia d'anni 59 di sua età, e nel ventun' anno della sua signoria , nell'anno di Cri sto 4578. A cui successe nella signoria Giovan Galeazzo suo figliuolo, nominato conte diVirtù, per avere avuto per dote d'Isabella sua consorte,figliuola del re di Francia , il contado di. Virtù, la quale nel 1560 l'aveva menata per sua sposa a Pavia. Nel medesimo anno che morìGa leazzo sopraddetto , mori eziandio Carlo imperatore , a cui successe , così volendo gli elettori, Vincislao suo figliuolo. In questi tempi Bernabò divise la signoria ai suoi figliuoli in tal modo. Consegnò aMarco la metàdella signoria che aveva in Milano. A Lodovico Lodi e Cremona. A Carlo Parma e Borgo S. Donnino. ARidolfo Bergamo, Soncino con Ghiera d'Adda. E a Mastino Brescia, la Riviera di Salò e Val Camonica. Poi nel 1385 dopo molte grand'opere fatte per mezzo di Egidio Papazzone Modonese, capitano del suo esercito, fu fatto prigione esso Bernabò da GiovanGa leazzo conte diVirtù suo nipote, avendo imperato con gran felicità anni trenta, e divotamente passò all'altra vita nella Rocca di Trezzo ai 18 d'agosto, essendo d' anni 66 di sua età. Fu Bernabò molto al furore soggetto , nel giudicar se vero, e ove giustizia intendeva mirabilmente quella segui tava. Fece molti ottimi instituti i quali sono stati osservati. Deputò assai cappelle da essere continuamente ufficiate. Ebbe cinque figliuoli maschi legittimi, cioè: Marco,Lodovico, Carlo, Rodolfo e Mastino, ed ebbe dieci figliuole femmine. LaVerde che fu maritata a Leopoldo duca d'Austria, con dote di cento mila fiorini d'oro. Tadea maritata a Stefano duca di Baviera con altrettanto di dote. Agnese a Fran cesco Gonzaga. Anglesa a Federico Norimberg, Valentina a Federico re di Cipro. Caterina aGiovan Galeazzo suo nipote conte di Virtù, tutte conla sonıma dei predettidenari.Anto DELLE CRONICHE, EC. 293 nia a Corrado conteVirtemberghese,con settantacinque mila fiorini. Maddalena a Federico principe di Vindelicia con cento mila fiorini. Elisabetta detta Picinina a Ernesto duca di Baviera con settantacinque mila. E Lucia a Edemondo figliuolo del re d'Inghilterra. Di diverse donne trasse altri figliuoli, cioè Ambrogio , e Nestore di Bertramella dei Grassi , Lancillotto di Donnina dei Porri con Palamidese. Galeotto di Caterina da Cremona, e Sacramoro di Monta nara Lazani. Questo Sacramoro ebbe d'Achiletta sua mo glie Leonardo, di cui nacque un altro Sacramoro , padre di Francesco Bernardino Visconte, e Leonardo che fu abate di S. Celso, con Pietro Francesco di cui usci Alfonso. Ge nerò eziandio detto Bernabò molte figliuole naturali(1). CAPITOLO XVII. Come Giovan Galeazzo fu creato duca di Milano e conte di Pavia e d'Angera da Vincislao imperatore. Incarcerato com'è detto Bernabò, pigliò la signoria di Milano e di tutte l'altre città e luoghi Giovan Galeazzo so prannominato , il qual maritò nel 1587 Valentina sua fi gliuola a Lodovico duca di Turronia fratello di Carlo re di Francia con la dote di quattrocento mila fiorinid'oro, colla città d'Asti e coi castelli e terre del distretto d'essa città. Questo parentado fu poi la rovina di casa Sforzesca e di Milano nel 1499, come narra Corio con tutti gli scrittori. Dipoi pigliò Giovan Galeazzo Verona scacciandone Antonio (1) Rispetto ai matrimonj dei figli di Bernabò, avvi quiqual che varietà in confronto di quanto scrive il Giovio nelle Vite dei dodici Visconti. Vita di Barnabò Visconti, tom. I, p. 193 di questa Biblioteca. COMPENDIO 294 dalla Scala nel detto anno, e anche s' insignori di Vicenza e di Padova, scacciandone i Carraresi. E nel 1395 fu creato duca di Milano da Vincislao imperatore, con gran cerimo nie (come dimostra il Corio) infeudandolo dell'infrascritte città, castelli , ville, terre, munizioni , provincie, distretti , monti, colli e piani cioè di Brescia, Bergamo, Como, No vara, Vercelli, Alessandria, Tortona, Bobio, Piacenza, Reg gio, Parma, Cremona, Lodi con le terre congiunte, Trento, Crema,Soncino,Bormio, Borgo S.Donnino, Pontremoli,Mas sanuova, Feliciano(1) con la terra eRocca diAraffo (2) con tutte le pertinenzie nella diocesi d'Asti, Serravalle, contadi e giurisdizioni pertinenti al sacro imperio, acque, stagni, torrenti, laghi, fiumi nelle nominate diocesi , e parimente Verona, Vicenza, Feltre, Belluno , Bassano con le sue giu risdizioni,Sarzana, Laventino (3) Carrara, S. Stefano con tutte le fortezze e terre e ville che sono nella diocesi di Luni. Dipoi nel 1597 fu creato contedi Pavia e conte d'Angera, e di tutte le terre sopra il Lago Maggiore dal detto impe ratore. Da qual contado soleano esser insigniti poi i pri mogeniti dei duchi di Milano,innanzi che pervenissero alla successione del ducato. Acquistò anche Giovan Galeazzo Marcaría , Casadegno , s. Michele con Campadello(4) del marchese di Mantova. E nel 1399 s'insignorì di Pisa comprandolo daGerardoApiano. In quest' anno fu deposto dall'imperio, dagli elettori, Vincislao, siccome uomo inde gno di tanto maestrato, e fu eletto Roberto di Baviera (1) Meglio: Felizzano. (2) Intendi: la Rocca d'Arazzo. (3) Vogliasi intendere Levanto,città a 12 miglia dalla Spe zia, nella provincia di Levante. (4) Casadegno, cioè Casatico-S. Michele o S. Michele in Bosco-Campadello o Campitello tutte frazioni di Marcaria. DELLE CRONICHE, EC. 295 conte del Reno ,in suo luogo. E nel 1402 dettoduca ebbe Bologna, e assediò Fiorenza con un potente esercito in tal maniera , che se'l non se gli interponeva la morte , l'a vrebbe avuta fra poco tempo. Onde morì quell' anno del mese di settembre, in Melegnano d'anni 55 di sua età, la sciando la signoria a Giovanmaria e a Filippo Maria suoi figliuoli. Nondimeno consegnò a Giovanmaria primogenito Anglo(1) ilducato di Milano,Bologna,Cremona,Lodi, Como, Piacenza, Parma, Reggio , Bergamo e Brescia con tutto il paese insino al Mincio. A Filippo Maria Anglo secondoge nito Pavia, col contado di Novara, Vercelli, Tortona , Ales sandria, Verona, Vicenza , Feltre , Belluno , Bassano con la Riviera di Trento insino al Mincio. A Gabriele Anglo natu rale Pisa e Crema(2). Fu questo principe prudentissimo e astuto , e di vita solitario, fuggendo le fatiche quanto più poteva, timido nelle cose avverse, e audacissimo nelle pro spere, e assai simulava, sontuoso , e non di pecunia spen ditore anzi prodigo. Più prometteache non osservava, stu diava che si divulgasse la fama sua per tutto il mondo. Oltra tutti i principi nei suoi successi fu fortunatissimo. Passò adunque di questa vita tanto principe inMelegnano ove aveva apparecchiato i regj ornamenti per farsi coro nare re fra pochi giorni. (1) Anglo, ossia conte di Angera, in latinoAnglera, primo titolo che si dava al primogenito ed agli altri. (2) Questa divisione dello Stato è alquanto intralciata : a mo' d' esempio nel Giulini troviamo Pavia data a GiovanniMa ria. Chi vuol conoscere per esteso comeGiovanGaleazzo scom partisse tra' figli i proprj Stati , legga l'opera di Benaglia , in titolata: Del Magistrato straordinario, ec.: il Corio ed ilGiu lini ne danno solo il succinto. : 296 COMPENDIO CAPITOLO XVIII. Come molte città si ribellarono, della signoria di Giovan MariaAnglo, poi furono ricuperate da Filippo Maria. Dopo la morte di Giovan Galeazzo successe nel ducato di Milano Giovan Maria Anglo, sotto il quale fu tutto tra vagliato il ducato, perchè da lui si ribellarono quasi tutte le città della paterna signoria, e si insignorirono di essa molti tiranni. Tra gli altri Giovanni Suardo si fece signor diBergamo. ICoglioni di Trezzo,Giorgio Benzoni di Crema, Giovanni Vignate di Lodi, Gabrin Fondulo di Cremona,Ot tobonTerzi di Parma e di Reggio,Bologna ritornò sotto la Chiesa, Gabriel Visconte vendè Pisa ai Fiorentini, Siena si ridusse alla sua libertà, Perugia ed Assisi furono restituite alla Chiesa , Verona e Vicenza si diedero ai Veneziani , e così quasi ogni cosa andòsottosopra. Fu questo duca uomo bestiale, imperocchè cacciava gli uomini la notte coi cani, come si cacciano le salvaggine, e per le sue bestialità fu ucciso dai cittadini essendo alla messa in S. Gottardo nel 1412. A cui successe nel ducato Filippo Maria Anglo conte di Pavia suo fratello. Essendo mancato in questi tempi Roberto imperatore, fu designato a governar l'im perio dagli elettori Sigismondo duca di Lucimburgofi gliuolo di Carlo re di Boemia e d'Ungheria, con favore di Giovanni XXIII papa ricoverò il duca Filippo quasi tutta la signoria paterna nella Lombardia con Genova perduta nei tempi di Giovan Maria essendo suo capitano Francesco Carmagnola ; essendo poi detto Carmagnolacon giusto isde gno da lui partito e aderito ai signori Veneziani; si ribellò Bergamo eBrescia, e si dierono ai dettiVeneziani. Enel 1451 venne a Milano Sigismondo imperatore, e fu coronato della DELLE CRONICHE, EC. 297 Corona di ferro secondo l'antica consuetudine con le solite cerimonie da Bartolomeo Capra arcivescovo di Milano, met tendogli nel dito annulare della mano destra un prezioso anello , e dandogli una spada nuda di gran prezzo e con segnandogli eziandio lo scettro colpomo d'oro (1), avendolo coronato di detta corona. Dopo la cui morte fu eletto im peratore Alberto duca d'Austria, genero del prefato Si gismondo. Ed essendo costui dopo due anni passato all'al tra vita, fu dagli elettori posto in suo luogo Federico III duca d'Austria. In questitempi Filippo duca diede per mo glie Bianca Maria sua figliuola naturale a Francesco Sforza da Cotignola , con la dote di Cremona e di Pontremoli. Al fine avendo perduto Genova, Bergamo e Brescia, e non le potendo ricuperare ed eziandio essendo morto Nicolò Picci nino nel quale aveva posto la sua speranza, e già essendo divenuto vecchio e cieco, e aggravato d'infermità passò di questa vita molto vecchio nel 1447. Fu Filippo di bella statura e di venerando aspetto, munifico, liberale, di sottil ingegno e molto astuto,facile nel punire, difficile nell'audire, mansueto e dolce nel parlare, non curandosi nel culto del corpo, e molto dedito allacaccia. Non poteva quietamente vivere per essere molto desideroso di signoreggiare. E quindi avvenne che tenne isvegliati tutti i signori d'Italia, per ogni picciola cagione faceva pace e similmente guerra. Fu maraviglioso artefice di simularle cose,e altresì di dis simulare. Aveva maggior compassione ai soldati che aicit tadini, di rado apparea in pubblico, talmente dava l'orec (1) 11 Giulini dice che il portatore del pomo d'oro, il quale rappresentava il globo della terra, fuil gran capitano di Filippo Maria, Nicolò Piccinino, il quale avea schierato tutte le sue belle truppe sulla piazza di S. Ambrogio, mentre la funzione avea luogo nella chiesa stessa. : COMPENDIO 298 chie ai detrattori e riportatori, che per ogni minima su spizione lasciava i fedelissimi amici. Non potea udir cosa a lui più odiosadella morte quando se ne parlava. Temeva oltra modo le folgoriei tuoni dell'aria. Nei tempi suoi non fu veruno principe, con cui tanto liberalmente giocasse la fortuna quanto con lui, conciossiachè essendo fanciullo lo privò della signoria, di poi essendo giovane lo restitui , nella vecchiezza poi lo vessò e di pietosa madre, le di venne crudel matrigna. Soggiogò Genova, ebbe prigione due reconmolti principi. Sovente combattè coi Veneziani e Fiorentini, dei quali più volte ne riportò vittoria. Domò gli Elvezj, gente ferocissima. Pigliò Bologna, Forlì e Imola, epoi le restitui alla Chiesa Romana. Non solamente con turbò Eugenio pontefice, ma anche fu cagione che fosse daRomascacciato , e parea questo principe essere nell'I talia siccome maestro della nave, stando appoggiato al timone e drizzandola a suo volere (1). CAPITOLO XIX. Della discordia che nacque in Milano dopo la morte di Filippo , e come il popolo si drizzò in libertà, poi creò duca Francesco Sforza. Mancato Filippo mancò la signoriadel ducato di Milano nella stirpe dei Visconti, la quale con tanta felicità era re gnata in Milano per tanti anni. E si drizzò il popolo in li bertà, benchè dicesse Carlo duca d'Orléans francese a lui appartener il ducato di Milano , essendo nato di Valentina (1)Altre particolarità di questo ducasi possono leggere nella Vita che scrisse di lui il Decembrio.Vedi la Bibliografia Vi scontea, di fronte al primo volume di questa Biblioteca. DELLE CRONICHE , EC. 299 figliuola diGiovan Galeazzo I ducadi Milano, e similmente Federico III imperatore, facesse intendere essere devoluto questo ducato all'imperio, essendo finita la linea dei Vi sconti secondo il tenore della investitura , e non meno af fermarsi Francesco Sforza esser successore lui di Filippo perBiancaMaria sua consorte,giàfigliuola di detto Filippo. Ma prevalse la furia del popolo , ed elessero dodici citta dini che dovessero conservar la libertà, nominandoli con servatori della libertà. Il che fatto stracciarono il testamento del duca Filippo e crearono loro capitano contra i nemici della patria Francesco Sforza. Il quale, come fu eletto ca pitano, ricuperò Piacenza eLodi ove erano entrati i soldati dei Veneziani da quei popoli chieduti.Ruppe poi l'esercito dei detti Veneziani a Caravaggio. Alfine fu creato duca di Milano detto Francesco da tutto il popolo nel 1450, e glo riosamente entrò nella città nel giorno dell'Annunciazione della Madonna, ove fu con gran gaudio da tutto il popolo ricevuto. Pigliò poi l'insegne ducali colle solite cerimonie, e creò conte di Pavia Galeazzo suo figliuolo primogenito. Fece pace coiVeneziani, e fu creato signor di Genova e di Savona dai Genovesi e Savonesi. Rinnovò il castel di Porta Zobia(1) rovinato dai Milanesi dopo la morte delduca Filippo, e di tanta fortezza lo fece,chepochi simili in tuttaEuropa si ritrovano. Alfine poi che gloriosamente aveva passato i suoi giorni con gran dolore del popolo Milanese, nel 1464 abbandonò questa mortale spoglia. Lasciando disèediBianca Maria sua consorteGaleazzo, Lodovico,Ascanio (che fu poi cardinale ) , Filippo , Ottaviano e Ippolita Maria femmina. Fu Francesco di bella statura, di onesta faccia, occhi alle gri , largo nelle spalle, alto di petto , di capo calvo , e al (1)Del perchè questo castello si chiamasse di porta Zobia o Giobbia. Vedi la notaapag. 14del I vol.di questaBiblioteca. COMPENDIO 500 tutto ben formato. Facondo nel parlare, e molto copioso , sottile d'ingegno , desideroso di gran cose, nel negoziare molto cauto, alle fatiche infaticabile , avveduto in tutte le sue operazioni, ad ingannare i nemici astuto, e solerte nel prevenire i suoi consigli.Di raro s'azzuffò alla sprovveduta co' suoi nemici, più tosto li superava col tempo, che com battendo,si dilettava della moltitudine della fanteria nel suo esercito, coi quali dimostrava di quanto ingegno fosse e di quante forze. Altresì dilettavasi di vedere i suoi soldati or nati d'oro e d'argento. Fu presto sempre in eseguire i suoi consigli, dimostrando in tutte le sue opere conla tolleranza della fatica laprestanza dell'animo. Dopo la di lui morte pi gliò il ducato di MilanoGaleazzo suo figliuolo con le solite cerimonie. Il qual fu gran guerriero , e fu ucciso da' suoi cittadini per la intemperata lussuria nel 1478 nella chiesa di S. Stefano, lasciando dopo sè Giovan Galeazzo, e Ermes suoi figliuoli , tratti di Bona figliuola del duca di Savoia sua moglie, con molti altri naturali. Fu Galeazzo molto bello di corpo, forte , robusto , e terribile nella battaglia, di sottile ingegno, paziente alla fatica, giusto nel giudicar e severo , fedele nelle promissioni , intemperato nella lus suria. Vero è che mai per forza non volle aver a far con femmina alcuna. Ucciso Galeazzo , fu ornato delle insegne del ducato di Milano Giovan Galeazzo suo primogenito, es sendo ancora fanciullo sotto la tutela e cura di Bona sua madre e diCecco Calabrese(1),uomo di grande ingegno di somma integrità. In questi tempi passò di questa vita Fe derico III imperatore, avendo governato l'imperio anni 47, nell'anno di Cristo nato 1486. A cui successe nell'imperio Massimiano II suo figliuolo, già eletto re dei Romani. Re (1) Intendi: lo sfortunato Cecco Simonetta. Vedi la nota prima a pag. 158. DELLE CRONICHE, EC. 301 gnò Giovan Galeazzo insino al 1494 ai 20 d'ottobre , la sciando dopo di sè Francesco II d'anni quattro che trasse d'Isabella sua consorte figliuola d'Alfonso II diAragona re di Napoli. Questo duca, benchè fosse bello di corpo, fu molto tardo d'ingegno, e poco ornato, e dotato dei beni dell' a nimo. Onde non pigliò mai il governo dello Stato, ma sem pre fu governato dalla madre o da Lodovicó suo zio. CAPITOLO XX. Come Lodovico Sforza fu eletto duca , e ottenne l'investi tura del ducato con i suoi figliuoli legittimi e naturali da Massimiano imperatore, poi fu prigione di Giovan Giacomo Triulzio in nome del re di Francia. Giovan Galeazzo mancato alla presente vita (essendo Francesco suo figliuolo molto fanciullo) e ritrovandosi Italia tutta in conquasso, per esservi passato Carlo Ottavo re di Francia, contra Alfonso d'Aragona re di Napoli , parve ai baroni del ducato di Milano che si dovesse eleggere un duca , uomo d'ingegno, esperto in trattare le cose dello Stato in tanti travagli. Onde elessero Lodovico Sforza (detto il Moro) che aveva amministrato i negozj, non solamente del ducato di Milano ( essendo tutore di Giovan Galeazzo) ma ancor d'Italia. Il qual poi che ebbe ottenuto l'investi tura da Massimiano imperatore, fu onorato dell'insegne ducali con gran solennità nel giorno diS. Teodoro martire, nell'anno della salute nostra 1495, con grande allegrezza di tutta la città di Milano. Fu questo Lodovico il primo degli Sforzeschi , che legittimamente fosse ornato di questa di gnità ducale dello Stato di Milano , per non aver mai po tuto ottenere gli altri Sforzeschi l'investitura dal sacro im perio. Fu investito Lodovico del ducato anzidetto con i suoi COMPENDIO 502 figliuoli legittimi, rispettivamente succedendo l'uno all'al tro,ed eziandioottenne detta investitura per i figliuoli suoi naturali, mancando i legittimi. Governo Lodovico il ducato di Milano insino all'anno 1499. Nel qual anno passando in Italia Giovan Giacomo Triulzio con potente esercito, man dato da Lodovico XII re di Francia, già duca d'Orléans per ricuperare il ducato di Milano , dicendo appartenere a sè, per rispetto di Valentina sua ava, già figliuola di Giovan Galeazzo Visconte primo duca di Milano. Fuggi Lodovico il Moro in Germania, e così Giovan Giacomo pigliò tutto il ducato di Milano,eccetto Cremona conGiera d'Adda, ch'era stata consegnata ai Veneziani daLodovico re ne'patti fatti fra lui e detti signori , contra Lodovico Sforza. E così ot tenne detto ducato il re, e fu gridato duca dal popolo.Ma l'anno seguente, ritornò Lodovico Sforza nell' Italia , con potente esercito d'Elvezj, e ricovrò quasi tutto il perduto Stato, eccetto il castel di Porta Zobia e Novara.Poi avendo assediato Novara,ove era Giovan Giacomo Triulzio con l'e sercito francese,fu dagli Elvezj per una quantitàdi danari tradito e dato nelle mani dei nemici, onde fu in Francia condotto, e mori nella cittàdi Borgo in Francia nel 1508, lasciando due figliuoli legittimi , cioè Massimiano e Fran cesco II, tratti di Beatrice figliuola d'Ercole da Este primo duca di Ferrara sua consorte, e Giovan Paolo naturale. Fu Lodovico Sforza di bella abitudine di corpo, e molto vene rabile, umano, benigno , grazioso, amato dai virtuosi, es sendo lor molto liberale, di grande ingegno, cauto, astuto, emolto cupido di regnare. In giudicar retto, e in poche parole gran liti giudicava, e quasi inestimabili.Era di tanto ingegno, che parea, non che Italia, ma che tutta Europa fosse da lui governata. Fu molto pietoso e religioso. Piglio il cognome di Moro per esser di color fosco. Condotto in Francia lo Sforzesco, venne a Milano Lodovico XII re di DELLE CRONICHE, EC. 505 Francia, e fu insignito dell'insegne ducali. Il qual avendo fattograncose in Italia,ne fu alfine scacciato dagli Elvezj (1) eVeneziani per opera di papaGiulio II, nel1512;e fu po sto nel ducato di Milano Massimiano, già figliuolo di Lodo vIco Sforza , e investito da Massimiano imperatore. CAPITOLO ΧΧΙ. Come il re Francesco pigliò Milano, poi fu scacciato, es sendo creato imperatore Carlo V, alla cui coronazione vennero i Monzaschi a Bologna offerendogli la Corona diferro. Dopo la morte di Lodovico re di Francia fu creato re, Francesco duca d'Angoulême, il qual volendo ricuperar il ducato di Milano, scese nell' Italia , e azzuffandosi con gli Elvezj presso Marignano, dopo lunga battaglia sopravve nendo Bartolomeo Alviano capitano dei Veneziani , furono rotti gli Elvezii. Onde Massimiliano Sforza ritrovandosi nel castel di Porta Zobia, temendo , diede il castello al detto re con alcuni patti. E così prese le insegne del ducato di Milano il re Francesco, passando in Francia Massimiliano , ove poi mori.E nel1515ai 12 di gennajolasciò questa vita Massimiliano imperatore, avendo tenuto l'imperio anni 55. Nel cui luogofu posto dagli elettori CarloV figliuolodi Fi lippo re di Spagna, Sardegna, Sicilia e Napoli , arciduca (1) Questi Elvezj furon condotti in Italia dal cardinale di Sion, uomo scostumato e feroce,il quale teneva alquanto del l'indole di quel cardinal Rufo, condottiero delle bande napo letane contro i Francesi sul principio del presente secolo, e di cui abbiamo una forte dipintura nella Storia del reame di Napoli del Colletta. COMPENDIO 504 d'Austria , conte di Fiandra e signor dell' acquisto di Ter ranova, o sia Mondo nuovo. Dipoi nel 1521 essendo stato scacciato il re Francesco dell'Italia dalla lega, nella quale era papa Leone X. Carlo V imperatore, e i Fiorentini (es sendo loro capitano Prospero Colonna,da cui nel 1522 fu rono superati i Francesi alla Bicocca con sua grande ucci sione) fu posto nel ducato di Milano Francesco II Sforza , già figliuolo di Lodovico, e fratello di Massimiliano. E per severò nello Stato insino all'anno 1535, nel qual passò al l'altro secolo. : Espesse volte fu disturbato , prima da Francesco re di Francia, e poi da Carlo imperatore, nondimeno ritornò poi in grazia di questo a Bologna , quando pigliò la corona dell'imperio nel 1530, ove vennero i Monzaschi con la co rona di ferro, supplicando sua Maestà che volesse degnarsi di ricevere il loro servizio, secondo l'antiça usanza. Di che furono molto laudati e ringraziati da quello, e confermò loro gli antichi privilegi; nondimeno pigliò poi detta co rona nel palazzo diBologna per mano diClemente VII papa. Mancò in Francesco sopraddetto la gloriosa stirpe degli Sforzeschi signori diMilano. Acuisuccessenel ducato CarloV imperatore, del quale fu luogotenente , o sia vicerè, pri mieramenteAlfonso d'Aulos, march. delVasto, d'Aimone, ec., uomo certamente da ragguagliar con quei capitaniRomani tanto celebrati dagli antichi storici(1). Il qual lasciò lamor tal spoglia nel 1546, nel cui luogo mandò Carlo, Ferrando (1) Il primo governatore di Milano fuAntonio deLeyva nel l'anno 1535, epoca della morte dell'ultimo Sforzesco, II Leyva mori nel 1836, e a lui successe il cardinale Caracciolo, che morì nel 1858, e fu sepolto in Duomo con un sontuoso mau soleo, del celeberrimo scultore Agostino Busti, detto il Bam baja.-Al Caracciolo successe Alfonso d'Avalos, che mori a Vigevano nel 1546. 24 DELLE CRONICHE, EC. 305 Gonzaga(1), uomo da governar ogni gran reame, per la providenza, giustizia e umanità che in lui si ritrovavano. Dopo di molte opere mancò di questa vitaCarlo V d'an ni 57, mesi 7, giorni 21 di sua età, del 1558, il giorno di S. Matteo in un monastero(2) dove s'era ritirato per at tendere quietamente alla salute dell' anima, avendo prima investito di tutti i suoi regni Filippo suo figliuolo, il qual ora vive felicemente(3). CAPITOLO ΧΧΙΙ. Del bel sito e sontuosi edifici di Milano. È adunque la gran città di Milano posta in un molto agiato luogo, ove possono essere portate dalla Gallia Ci salpina (oltre a quelle che raccoglie abbondantemente nel suo territorio) tutte le cose tanto necessarie per il viver dei mortaliquanto eziandio perle delizie e piaceri.Hagrande am bito questanobilissima città, edèda riporre fra le grandi di tuttaEuropa, ed è stata ancora molto aggrandita dai larghi e lunghi bastioni che laintorniano, che vi sono tali diquella che ragguagliar si potrebbono con grandi città d'Italia, di maniera che cinge oraMilano 5936 braccia(4). Circondano (1) Ad Alfonso d'Avalos successe don Alvaro di Luna, che governò interinalmente per sei mesi. Chi bramasse più ampie notizie sui governatori di Milano legga il bello ed erudito la voro di Francesco Bellati, intitolato: Serie dei governatori di Milano. Milano 1776. (2) Questo monastero chiamavasi di S. Giusto , in Spagna, nellaprovincia di Estremadura.VediRobertson,Vita di CarloV, lib. 12. (3) Filippo II. Questa cronaca fu stampata nell'anno 1876. Filippo II morì nel 1898. (4) Il circuito di Milan,prendendolo dalla circonvallazione, è ora di 12,547 metri. Croniche, ec. 20 COMPENDIO 306 tanto la città quanto i borghi larghi canali d'acque, per i quali da diverse parti conle barche si conduce grande ab bondanza di robe d'ogni sorta, e per tanto ogni cosa con basso prezzo si vende. Invero è cosa maravigliosa di veder la grand'abbondanza che qui siritrova delle cose per il bi sogno dell'uomo. Quivi veggonsi tante differenze d' artefici ed in tanta moltitudine che sarebbe cosa molto difficile da poterla descrivere. Laonde si suol dire volgarmente che chi volesse rassettare Italia, dovesse rovinare Milano, acciocchè passando gli artefici d'esso altrove,inducano l'arti sue in detti luoghi. Sono in questa città magnifici e superbi edificj tra i quali evvi il grande e sontuoso tempio, detto il Duomo , fatto con innumerabile spesa e con tanto artificio, che pochi tempj in tutto il mondo si possono paragonare ad esso , tanto nella grandezza ed artificio , quanto nella preziosità dei marmi e magisterio.Conciossiacosachè oltre che tutto è crostato di marmi bianchi,tanto di dentro quanto di fuori, vi sono anche maravigliose immagini di marmo, molto ar tificiosamente fatte. Vi sono eziandio altri magnifici tempj, tra i quali è la chiesa delleGrazie, dei frati predicatori,di rimpetto al forte castello di porta Zobia, ov' è quella sun tuosa Trona, ovvero cupola(come si dice),fatta daLodovico Sforza, sotto la qual volea essere sepolto con la moglie(1), avendo fatto fabbricare una bella sepoltura di marmo , ov' era scolpito lui con Beatrice sua consorte, ma non gli fu lecito, essendo morto in Francia, e così è rimasta detta sepoltura imperfetta(2). Vi è quiviil bel monastero dei frati (1) Questa cupola è del Bramante. (2) Le statue in marmo bianco di Lodovico il Moro e sua moglie Beatrice che stavano in questa chiesavennero traspor tate alla Certosa di Pavia. DELLE CRONICHE, EC. 307 anzidetti(1), con quella magnifica libreria da annoverare fra le prime d'Italia, ed ancora nel refettorio si dimostra quel cenacolo di Cristo con gli apostoli, dipinto maravigliosa mente da Leonardo daVinci, fiorentino. Nel qual appare il gran magisterio di lui,cosa da ognuno nella pittura perito, sommamente lodata. Poscia nella sacristia sono conservate assai sacre veste d'oro e d'argento,fatte daLodovico Sforza, per ufficiare la chiesa, cosa certamente rarissima (2). S'io volessi raccontare una ad una tutte le chiese di Milano biso gneria far un maggior volume di questo,perchè trovo che visono cento e cinque parrocchie(3), sonovi assai edifici per la città dei cittadini molto superbi, ed il castello di porta Zobia(4),prima fortezza d'Europa,la quale non mai perforza èstata pigliata,ma sì ben peril mancamento delle cose ne cessarie. Evvi eziandio la Corte vecchia,ove si vede la pic ciola chiesa di S.Gottardo,nella quale appaiono alcune no bili sepolture d'alcuni dei signori Visconti(5). Assai altri edi ficj vi sono che per brevità li lascio.Così scriveFaccio degli Uberti di questa città nel quarto canto del terzo libro del Dittamondo(6). (1) I Frati predicatori vennero soppressi nel secolo scorso,la bella libreria si disperse. (2) Tutto è andato perduto. (3)Al presente sono 25 senza i corpi santi; a quell'epoca si contavano in Milano circa 75 conventi e un 250 chiese. (4) Vedi la nota seconda a pag. 11. (5) La corte ducale fu rimodernata dal celebre Piermarini , scolaro del Vanvitelli.- Della chiesa di S. Gottardo non ve desi ora che il bellissimo e gotico campanile.- I sepolcri dei Visconti andarono dispersi; buona parte però di quello diAz zone vedesi in casa del marchese Triulzio inMilano. (6) Faccio o meglio Fazio, viveva nel secolo XIV. 308 COMPENDIO Giunti aMilano così volli vedere Asant'Ambrogio,dove s'incorona Quel di Lamagna re, se n'ha l podere. Hercules vidi del qual si ragionab Che infin ch'e' giacerà, come fa ora Lo imperio non potrà forzar persona. Poi fui in san Lorenzo più d'un'ora, Vago di quel lavoro grande e bello, Ch'esser mi pareva in Roma allora. E veder volli ancor il degno avello, Nel qual Gervasio e Protasio ciascuno Foron d'Ambrosio come di fratello. Efui ancora, dove insieme funo Ambrosio ed Augustino in loco antico , Per disputar di Quel ch'è tre ed uno. CAPITOLO XXIII. bit davinem Degli uomini segnalati che sono usciti di Milano. Vi è in questa città grandissimopopolo, molto industrioso, sonovi ancora molti nobili, magnifiche e signorili famiglie, delle quali sono usciti molti uomini illustri, che hanno dato gran nome e fama aquesta città e anche a tutta Italia. Tra i quali è statoAlessandro II papa diBadaggio (1),Urbano III de' Crivelli,Celestino IV de' Castiglioni,ePio IVde'Medici(2). (1) Cioè Baggio, umile villaggio a quattro miglia daMilano. (2)A questi quattro pontefici alcuni vi aggiungono eziandio Gregorio X della stirpe Viscontea, quantunque altri lo vogliano di Piacenza. Vi deve però aggiungere Gregorio XIV di casa Sfondrati , che mori verso la fine del XVI secolo. DELLE CRONICHE, EC. 509 Furono eziandio diquesta città DidioGiuliano e Massimiliano Erculeo (1) imperatore, il qual fece le TermeErculee. E quivi in Milano depose l'insegne dell' imperio. Ha ancora Milano partorito Simone di Borseno(2), Giovan'Antonio da S. Gre gorio detto il cardinale Alessandrino(5), cardinali della ro mana chiesa, uomini letteratissimi con Branda Castiglione, parimente cardinale , egregio dottore, che fiori nel 1440, e Scaramuccia, edAgostino amendue deiTriulzi, creati car dinali da Leone X e Giacomo Simonetta, e Giovan Morone, parimente fatti cardinali da Paolo III. Ora vive Carlo Bor romeo, meritevolmente posto nel numero dei cardinali da Pio papa IV, e per le sue eccellentissime virtù fatto de gnissimo arcivescovo di Milano. Uomo certamente cattolico edevoto,amatore della giustizia, e di tanta integritàdi vita, che merita il governo delle chiavi di Pietro , nonchè del l'arcivescovato diMilano(4). Hanno ancora illustrato questa patria molti dotti uomini di diverse sorti di lettere. E prima nelle leggi Salvio , Giuliano avolo di Giuliano imperatore Operto dall'Hosto, che compose De usu feudorum , e Ge rardo Carapisto. Fiorirono nelle leggi canoniche, Vincenzo Glossatore, Paolo Eleazarno, e Giovanni Lignano , il quale condotto aBologna con gran premio, vi rimase, e fatto cittadino, da lui è preceduto la nobil famiglia dei Legnani. Dierono eziandio gran lume agli studenti di leggi impe (1) Alcuni autori lopongono in dubbio, altri all'opposto lo vogliono nato nel villaggio di Seveso ; ma tutto ciò è un gratis asseritur non essendovi documenti nè scrittori contemporanei che ne parlino. (2) Simone Borsano che mori nel 1381. (3)Venne creato cardinale da Alessandro VI nel 1495, è fu vescovo d'Alessandria di Piemonte. (4)Noti il lettore che questo libro, come giàdissi, fu stam pato nell'anno 1876, e Carlo Borromeo morì sei anni dopo. * COMPENDIO 310 riali , Pileo dei Medicinis da Monza, Sigismondo Omodeo , Cristoforo e Guarnero di Castiglione,Giasone del Maino,Fi lippo Decio , con molti altri legisti. Fu Milanese Moro, Va lerio Massimo istorico e astrologo, come appare per una pietra di marmo in essa città, ove così silegge: M. VA LERIUS MAXIMUS SACERDOS,D.S. I. M. STVD. ASTROLOGIÆ SIBI , ET SEVERIAE APR. VXORIH. M. H. N. S.(1). Ceulo Co nico nacque ancora qui, e Giovan Giacomo e Camillo Ghe lini , Tristano Calco, Galeazzo Capella, Giovan Stefano Cotta, Platino Piato, Lancino, Curzio, e Andrea Bilio dell'ordine degli Eremitani. Furono altri, che nel trattare le armi die rono nome a questa città,tra i quali fuVirginio Ruffo, che fu tre volte console, capitano delle legioni sopra il Reno , che giace sepolto nella villa di Alsia con questo epitaffio : Hic situs est Rufus, pulso qui vindice quondam Imperium asseruit, non sibi, sed patriæ. Scrisse costui , essendo già vecchio, i libri della Retto rica, molto lodati da Fabio Quintiliano, e parla assai delle cose fatte da lui Cornelio Tacito. Fu ancor valoroso capitano degli armati Dacio Mandello contra Federico Barbarossa, Aliprando nei tempi d'Azzone Visconte,Opizzone Alciato nei tempi di Giovan GaleazzoVi sconte primo duca di Milano,Antonello e Tomasino Crivelli sotto Filippo Maria duca, Ambrogio Longhignana sotto Ga leazzo Sforza, Gian Giacomo Renato, e Teodoro Trivulzio sotto Lodovico Sforza, e Lodovico XII re di Francia. Ha dato ancora gran nome a questa città per tutta Europa Andrea Alciato, in ogni sorta di lettere eccellente dottore, il quale (1) L'opinione che Valerio Massimo sia milanese è ora sva nita. DELLE CRONICHE, EC. 311 ha letto con gran premio in Francia, a Pavia, aBologna ed a Ferrara con tanta soddisfazione de' studenti che da ogni parte d'Europa concorrevano a esso, siccome all'o racolo d'Apolline. Ha ancheMilano prodottoBonaventura da Castiglione degno ed elegante scrittore, il quale ha scritto DeGallorum Insubrium antiquissedibus,operamolto dotta e curiosa. Assai altri illustri uomini hapartorito questa no bilissima patria, che per non aver notizia, li lascerò de scrivere ad altri (1). Finito è il libro delle Croniche della gran città diMilano, e stampato da Valerio da Meda l'anno 1576. (1) Chi volesse un' estesa notizia intorno agli uomini illustri che produsse Milano,oltrele opere delMorigia, Lattuada, Torre, Giulini , ec., legga le seguenti : Picinelli, Ateneo de'letterati Milanesi. Milano 1670. Saxius, Bibliotheca scriptorum Medio lanensis, id. 1745, quattro vol. in f.º Corte, Dei medici scrittori milanesi, id. 1718. FINE, APPENDICE ALLA BIBLIOGRAFIA SFORZESCA. Francisci Aleardi veronensis. Oratio in laudem Francisci Sfortiæ Vicecomitis.-Sta nella raccolta degli scrittori delle cose italiane del Muratori, tom. 25. Leodrisii Cribelli. De vita rebusque gestis Sfortiæ, bellico sissimi ducis, ac initiis filii ejus Francisci Sfortiæ vi cecomitis Mediolanensium ducis.- Raccolta suindicata, tom. 19. Cribelli Hieronymi. Oratio parentalis in laudem Bianca Mariæ Sfortiæ.- Idem, tom. 25. Rubei Augustini. Oratio in Laudem Joannis Galeatii Sfor tiæ Mediolanensium ducis.- Idem , ibidem. Petri Candidi Decembri. Vita Francisci Sfortiæ, Mediola nensium ducis.- Idem, tom. 20. Tutti questi autori contemporanei agli avvenimenti che scrissero sono tenuti in gran pregio, e meritano tutta la nostra credenza. Pompeo Litta nella sua bell'opera le Fa miglie celebri italiane, all'art. Sforza , non ne fece cenno. 1 KOENIGLICHE HOFBIBLIOTHEK LICHE TAVOLA GENERALE DELLE MATERIE CONTENUTE IN QUESTO VOLUME. Prefazione Dedica Pag.ود Genealogia Sforzesca Dedica di Lodovico Domenichi all'illustrissimo signorود Muzio Sforza , marchese di Caravaggioود Dedica di Paolo Giovio al reverendissimo ed illustrissimo monsignore Guido Ascanio Sforza Bibliografia Sforzesca Illustrazione dello stemma Sforzesco Vita di Sforza Attendoloود رد ود دو Tavola delle cose notabili comprese nella Vita di Sforza Attendolo 3 9 12 1 3 5 8 9 " 111 Indice dei capitoli compresi nella Vita di Sforza Atten dolo " 121 Quadro generale dello Stato di Milano dopo la morte di Filippo Maria " 127 • Repubblica Ambrosiana " 138 • VITE DEGLI SFORZESCHI, SCRITTE DA SCIPIONE BARBUO Vita di Francesco Sforzaود di Galeazzo Maria " 145وو 130 " 157ود ود ود ود ود di Giovanni Galeazzo Maria di Lodovico Maria di Massimiliano di Francesco II di Ascanio Sforza • Illustrazione alla Vita di Ascanio Sorza » 161 " 168دو دو 171 174 " 191 Vita di Giovanni de' Medici, scritta da Gian Girolamo Rossi Dedicadi G. Rossi a Cosimo de' Medici " 195 " 197 Compendio delle croniche della gran città di Milano . " 247 Appendice alla Bibliografia Sforzesca 313 Fr.Hollnsteiner bgl-Buchbinder imrothenHaus INWIEN. டி

記載日