STORIA
DELLA REGINA
GIOVANNA Il VANGIÒ
LANCIANO
R. CARABBA, EDITORE
1904
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STORIA DELLA REGINA
GIOVANNA II D'ANGIÒ
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NUNZIO FEDERIGO FARAGLIA
STORIA
DELLA REGINA
GIOVANNA II D'ANGIÒ
oto
LANCIANO
R. CARABBA, EDITORE
1904
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AAA
Proprietà letteraria
Lancisno, tip, dello Stabilimento R, Carabba
» Google CORNELI
ALLA MEMORIA
DELLA MADRE MIA
RACHELE
MORTA ADDÌ XXI
MARZO M.D. CCCO. ILL
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dia
PREFAZIONE
Questa istoria ha origine da un lavoro presentato
nel 1879 per un concorso allu Società di Storia
Patria da me e dal mio collega Giuseppe Ferraioli.
Trascorso lungo tempo, ripresi a trattare il soggetto con
altro avviso, con altro fine e dopo nuove ricerche fatte
nell’Archivio di Napoli e di altre città italiane, l’ esame
di pubblicazioni recenti ed un lungo studio è venuto alla
luce questo racconto. Fondamento di esso specialmente
sono i documenti e le cronache sinerone: quelli danno la
certezza del fatto, queste la veste e l'intonazione dei tempi.
Mi sono studiato di scrivere una storia, che possa
essere letta piacevolmente, onde se ai lettori sembrerà, che
abbia fatto bene, sarò lieto, posto il contrario, mi confor-
terò pensando, che altri trarrà profitto de’ miei errori.
Mi era proposto di dedicare il volume alla cara me-
moria di Giuseppe Ferraioli, morto giovane, ma un acerbo
lutto recente mi ha costretto a mutare proposito © il
nome della madre mia prende il luogo di quello dell'amico.
Napoli 27 Febbraio 1904,
N. F. F.
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INDICE DEL VOLUME
Fama co do o e VA
LIBRO PRIMO
I. — L’anarchia dei Baroni : partiti © lotte. — Ladislao
— Giorinezza di Gioranna Il, indole; sposa Guglielmo duca
d'Austria. — Primi atti di lei come Regina. — L'esercito di
Ladialao. — Rumori di Roma. — Muzio Attondolo Sforza, — Pra-
tiche della Regina coi Fiorentini e col Papa .
TTI. — Pandolfello Piscopo detto Alopo. — Pratiehs per la concordia
col Papa e Firenze. — Avventure di Muzio Attendolo Sforza. —
Sollevazione dei baroni. — Ribellione dell'Aquila x
IV. — Liberazione di Attendolo Sforza, concordia di lui con Pan:
dolfello. — Vittoria dello Sforza sopra gli nquilani. — Jacopo
Caldora. — Repressione dei baroni ribelli. —.
Y.— Pratiche pel matrimonio della Regina. — Giacomo Conte de
la Marche. — Congiura dei baroni contro Muzio Attendolo
Sforza o Pandolfollo Piscopo
VI. — Gincomo. de la Marche sposa Giovanna Il — Supplizio di
Pandolfello. — Prigionia della Regina. — Superbia di Giacomo.
— Congiura 0 supplizio di Giulio Cesaro de Capun. — Il regno
in balia dei francesi, — Resistenza degli Sforzeschi, virile
coraggio di Margherita Sforza . n |
VII. — Pratiche di Giacomo e Giovanna presso il Conci
di Co-
stanza. — Lega coi veneziani. — Ottino Caracciolo © Annechino
Mormile liberano In Regina dalla servitù. — Fatti di Lordino
di Saligny nell’Abruzzo . . ssaa
VINI. — Fino del regno di Giacomo. — La Regine riucquista anto
rità. — Insurrezione contro i francesi. — Premi dati dalla
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(o)
x GIOVANNA Il D'ANGIÒ
Regina ai baroni amici. — Accordo con Fabrizio de Capua. —
Concessioni fatte alla casa Sanseverino. — Libertà data a Muzio
Attendolo Sforza. — Potenza degli Sforseschi . . . pay.
LIBRO SECONDO
I — Deposizione di pp. Giovanni XXIII. — Morto di Luigi IL
d'Angiò. — Accordo del Tartaglia con Braccio. — Soccorso do-
mandato alla Regina dal Cardinale di $. Fustachio. — Ser Gianni
Caracciolo. — Ambasocria della Rogina al Concilio. — Braocio
occupa Roma. — Preparativi dello Sforza per andargli contro.
— Matrimoni di Leonello Sanseverino con Lisa Sforza e di
Giovannella Stendardo con Marino Boffa. — Diffalta di Jaropo
Caldora e del Conte di Monteoderisio
— Lega © perentado tra Muzio Attendolo el il Conte di Car:
rara. — Fazioni contro Braccio. — Rotta del Piceinino. — Fatto
d'arme tra lo Sforza ed il Tartaglia a Toscanella . .
IIl.— Moriti della Regina verso Martino Y. — Prepotenza di Ser
Gionni. — Prigionia di Annechino Mormile. — Moti in Calabria
ropressi da Antonuceio doi Camponeschi. — Rovina di Cosenza
IV, — Grandezza di Ser Ginnni Caracciolo, — La pragmatica Filin-
geria. — Deposizione di Marino Boffa. — Conconlia di Ser
Gianni e Muzio Attendolo . i
— Spedizione dello Sforza contro i villani sollevati nel Princi-
pato e i baroni ribelli, — Accordi di Ser Gianni con la casa
Orsini. — Matrimonio di Francesco Sforza con Polissona Ruffo.
— Muzio Attendolo Sforza e Francesco Mormilo movona cstil-
mente contro Napoli. — Loro sconfitta alla piazza delle Corraio.
— Sono accolti in Acerra dagli Oria. /.° 0 .
VÎ.— Patrizi © popolani di Napoli fanno concordia, ‘alla quale
dipoi partocipa anche la Regina. — Pratiche di pace con lo
Sforza. — Questi impone la libemzione di Giacomo, dei baroni
prigionieri © l'allontanamento di Ser Gianni. — Nuovo rossi
mento di Napoli . .
VIL — Trattative col Papa. — Sor Gianni parte da Napoli per
restituire alla Chiesa le castella di Civitavecchia, Ostia a Castel-
santangelo. — Il Papa manda il Carlinale di 8. Maria in
Dominica suo legato per investire del regno ls Regina. —
Debiti di Giovanna IL — Spedizione dello Sforza nella cam-
pagna romana contro Bmeoio . i RS
VIIL— Avrenture di Gincomo de la Marete (| ‘|
s00gle FONIELE IVER
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INDICE DEL VOLUME
IX, — Ottino Caracciolo grandle Cancelliere del regno. — Spedizione
di Muzio Attendolo Sforza contro Braccio. — Rotta di Sforza a
Viterbo. — Pratiche di Ser Gianni col Papa, suo ritorno in
Napoli. — Ricominciano i rumori dei malcontenti. — Martino V
manda a Napoli il Cardinale dei Fieschi per la paco. pag.
X. — Grandezza dei Colonnesi nel regno. — Colletta. per 1 incoro-
nazione. — Restituzione dei boni dello Chiese. — Sicurtà data
ai Sindaci dello università, baroni 0 vescovi per assistere all’ in-
coronazione. — Incoronazione di Giovanna II D'Angiò
LIBRO TERZO
I. — Martino V, malcontento della R. Corte di Napoli, dà l'inve-
stitura del regno a Luigi ITT D'Angiò. — Lo Sforza si volge
alle parto angioina. — I isrentini pacificano Braccio sol Papa
II, — Riti della magna Curia, — Congiure in Napoli. — Eeilio di
Annechino Mormile. — Provvedimenti del regio consiglio. —
Ambescoria al Papa per calmame lo sdegno. — Proposta per
domandare aiuti ad Alfonso V d'Aragona e a Filippo Maria
Visconti. — Lo Sforza accampa n Casanova. — Morte di Leo-
netto Sanseverino . —. E
ML — Rumori nelle provincie. — Ribellione ili Ottimo Caracciolo,
di Francesco Zurlo e di altri baroni. — Farori accordati dalla
Regina alla cass Orsini. — Rovinn della casa Orilia . .
IV.— Malizia Carafa si reca ad Alfonso V ro d'Aragona per do:
mandare soccorso alla Regina...
— Luîgi IIT colla flotta provenzale e genorese move contro
* Napoli. — Giungono Ie mavi cogli oratori di Alfonso, che è
adottato per figliuclo dalla Regina. — Lo Sforza sorprenle
Aversa, tenta invano di occupare Napoli. — Timeri della
r. Corte, che fa pratiche di pace con Luigi IN.
VI, — Alfonso d'Aragona assolda Braccio la Montone, — Fatti della
Calabria. — Spedizione di Braccio per l'Abruzzo. — Condotta di
Jacopo Caldora. — Braccio passa il Volturno, fatti d'armi în
S. Maria. Perviono a Napoli + Ve
LIBRO QUARTO
I. — Alfonso d'Aragona giunge în Napoli. — La Regina conferma
l'adozione e gli accorda grande potestà sul rogno. — Martino V
prepara armi per soccorrere Luigi III, assolda il Tartaglia. —
‘ Google sue
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su GIOVANNA II D'ANGIÒ
Fazioni di guerra nella valle del Sarno. — Braccio invade
le terre della Badia di Montecassino. — L'Abate Pirro To.
meollli . > Lo Lo a & © È cp
II. — Braccio signore di Capua, — Come occupò il Castello delle torri
III. — Martino V manda a Napoli il Cardinale di S. Angelo per
mettere pace. — Trattative inutili. — Disordini nella Cam-
pania. — Assedio di Acerra. — Lo Sforza sorprende il Tur
taglia, infilo. — Rinaldo degli Albizzi @ Michele Castellani
oratori di Firenze fanno pratiche per una tregua. — Acerra
è consegnata al Papa... LL.
— Nuove pratiche © partenza degli oratori fiorentini. — Ottino
Caracciolo combatte gli aragonesi. — Supplizio del Tartagli
— Guerra condotta da Francesco Sforza nella Calabria, diser-
zione de’ suoi capitani . . FORCE
— Incomincia la discordia tra Alfonso e Ser Giapni, — Per la
peste di Napoli la r. Corte fuggo prima a Castellamare, poi a
Gaeta. — I fiorentini per timore del Duca di Milano nesoldano
Braccio, — Incontro di Braccio con lo Sforza, — Questi visita
Ro e Regina in Gaeta. — Incontro e trattative di Alfonso col
Cardinelo di S. Angelo in Terracina. — Sforza codo Avorea
al Re. — Patti fra Re, Regina e Sforza
Re Alfonso imprigiona Ser Gianni, vuol sorprendere l
Regina nol Casteleapuano. — Muzio Attendolo corre in soccorso
della Regina. — Battaglia di Casanova, — Rotta degli aragonesi
VII. — Lo Sforza ricupera Aversa. — Alfonso, avendo ricevuto soc-
corso da tina flotta catalana, metto Napoli a sacco © a fuoco. —
Lo Sforza salva la Regina, — Alfonso occupa il Casteloapuano
VIII. — Giovanna Il reroca l'adozione di Alfonso e adotta Luigi III
d'Angiò. — Pratiche col Papa e col Duca di Milano. — Alfonso
occupa Ichia | . f
IX. — Brecio mania Jacopo Caldora în sotcorso di Alfonso, —
Battaglia al Ponte della Maddalena. — Partenza di Alfonso
VL-
LIBRO QUINTO
1. — Miro ambiziose ili Bmecio; sue pratiche per avere l'Aquila.
— Rosistonza «ei cittadini. — Braosio manda nell’Abruzzo i
suoi loeotenenti. — Concordia tra l'Aquila e Guardia Orelo. —
Gli aquilani mandano un'ambasceria a Luigi IL, fanno con
Ini patti © capitoli. — Braccio muove contro l'Aquilu, ocenpa
le castella del contado 0/00»
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INDICE DEL VOLUME
vm
IL — Assedio dell'Aquila. pag.
III. — Condizioni della città dell'Aquila. — La Regina manda Muzio
Attendolo Sforza in soccorso di essa. — Braccio lo previene,
occupa lo terre chiotine fino a Lanciano, con poos gento lo
intrattiene a lungo. — Muzio Attendolo annega al passo della
Pescara . . to
1Y. — Grando animo di Francesco ‘lla morte del padre: 1 esercito
sforzesco in parte si discioglie. — La Regina nocoglie bene-
volmente Francesco e gli dà favore. — Assedio cel'Aguila el
eroîoa difean . 3 "4
V.— Gli aquilani mandano a chiedere aiuto al Papa ‘e ad assol:
dare Pietro Navarrino. — Il Piccinino stringe la città. — Lotte ni
mulini. — Pratiche dei fuorusciti aquilani în danno della città.
— Bruccio richiesto dai fiorentini procara inutilmente di venire
a patto. — Azioni di Papa Martino a favore degli assediati
VI.—Il Duca di Milano manda una flotta in soccorso della Regina.
— L'infanto di Spagna propono di ardero © disfaro Napoli:
Jacopo Caldora si oppone a questo disegno e passa alla parte
della Regina e di Luigi III, i quali gli denno il comando
dell'esercito per soccorrere l'Aquila. /.° 0...
VII. — Strettezze degli aquilani. — Braccio riceve dai fiorentini il
soldo della condotta. — Rotta di Pietro Nuvarrino. — Arrivo
dall'esercito condotto da Iacopo Caldora. — Praparativi per la
battaglia nella città © nei campi regio 0 braccesco, — Battaglia
dell'Aquila. — Morte di Braccio.
LIBRO SESTO
T.— Effetti della bettaglia dell'Aquila. — I baroni del regno si
fanno capitani di ventura, — La Regina fa murare Napoli sul
mare, © chiede il servigio militare dai baroni per combattere
gli Aragonesi. — Tumulto mosso da Malizia Carafa a favore
degli Aragonesi. — L'infante de Pietro parte da Napoli.
Pratiche dei fiorentini contro il Duca di Milano, e di questi
colla Regina. — Intervonto di Martino V; sun autorità eni
baroni. — Insidie del Duca di Milano. — Trattati di lui col
Ro Alfoneo 6 coi veneziani . É i
I. — Sor Gianni Caracciolo od i Colonnesi producono nuovi tur-
bamenti nel regno: pretensioni di Martino V per ingrandire
il nipote. — Matrimonio di Antonio Colonna con Giovannolla
Ruffo. — Processo © morto di Filippo Filangieri, ribelliono o
fine di Francesco Mormile
x00gle RE EI)
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vv GIOVANNA IT D'ANGIÒ
III. — Opera tonofica di frato Bernardino da Siona © frato Gio-
vanni da Capestrano. — Gli Ebrei nel regno. — Lotta sang
nosa fra Ortona e Lanciano. — Persecuzione degli Ebrei pag.
IV. — Povertà dell’erario. — Favori fatti a Luigi Sanseverino, —
Il Papa si propone di deporre Giovanna II è Luigi III e fare
re Antonio Colonna, sue pratiche coi baroni. — La Regina
da Aversa torna in Napoli, Luigi va nol duoato di Calabria
© poi in Francia . —. * 2 gina
V.— Accordi tra il Duca di Milano ed Alfonso d'Aragona. — La
Regina ordina il pagamento della VII colletta per l'assedio
del Castelnuovo. — Parte, che n'obbo Jacopo Caldora, questi
è assoldato per la spedizione di Bologna. .
VI.— Il Grande Siniscaloo ed il Principe di Taranto intrigano per
dare il regno ad Alfonso d'Aragona, il conto Francesco Sforza
ne a visitare le sue terre nel regno ed è accolto con favore
dalla Regina. — Morte di Martino V. — I colonnesi mettono
a rumore Roma e Campagna. — Elezione di Eugenio IV, che
domanda siuto dalla Regina. — Questa manda Jacopo Caldora
nelle terre romano. — Jacopo si accorda con Antonio Colonna
VII.— Ser Gianni allontana la Regina da Napoli con sospetto di
tradimento. — La Duchessa di Sessa entra nella congiura contro
di luî, alla quale partecipa la Kegina. — Nozze di Troiano
Caracciolo con Maria Caldora. — Assassinio di Ser Gianni
VII — Giudizio contro la memoria di Ser Gianni. — Premii con-
cessi ai congiurati. — Danni dei consorti del Gran Siniscalco.
— Accordo della Regina con Caterina vedova di lui.
LIBRO SETTIMO
I. — Effetto delle trame di Ser Gianni Caracciolo e del Principe
di Taranto con Alfonso d'Aragona. — Concilio di Basilea. —
L' imperatore Sigismondo viene in Italia. — Pratiche di Alfonso
con Eugenio IV, la Regina, i baroni del regno.
IT. — Alfonso sollecita il Principe di Teranto a prendere le armi
contro lu Regina. — Ribellione di Ruggiero e Jncopo Guetani,
del Duca di Sessa repressa dai Caldoreschi Intervento di
Eugenio IV. — Tregua di dieci anni fatta fra il Re e la Regina.
— Rinnovamento dell'adozione di Alfonso. ber
IM.— Mutamento della Regina a favore di Luigi 1ÎT, — Papi
Eugenio IV ottiene In pica fra Veneziani, Fiorentini e Duca
di Milano; si pacifica con Sigiemondo o lo incorona. — Alfoneo
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CE DEL VOLUME
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fa con la Regina ina tregua di dieci anni. — Il Principe di
Taranto dà occasione al una nuova guerra di baroni . pag.
IV. — Luigi INI d'Angiò sposa Margherita di Savoia. — Con Jacopo
Caltora move contro il Principe di Taranto. — Guerra nella
Pugli Disfatta del Principe. — Avvisi di Eugenio IV. —
Il Principe manda Algiasio Orsini ad Alfonso d'Aragona per
fare patto. — Morte di Luigi INT
— Il Principo di Taranto riacquistò le terre perduto, — Cosimo
dei Medici. — Testamento e morte della Regina. .. +
VI.— Falsità delle tradizioni intomo a Giovanna IL d'Angiò. —
Sus pietà e beneficenza. — Lodi della Regina
VII — Le lettere e le arti în Napoli al tempo di Oioranna Il. —
Il Collegio dei dottori e dei medici. — I Riti della Magna Curia
Indice delle persono =. /20/./.0/...
Indice dei luoghi . . à
Opere e abulii storici pubblicati del Prof, N, F, Fareglia —
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Original rom
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STORIA DELLA REGINA
GIOVANNA II D'ANGIÒ
LIBRO PRIMO
1.— Fansotta, Giovanna II D'Angiò.
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Original rom
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L' anarchia dei Baroni: partiti e lotte. — Ladislao.
Il regno-della regina di Napoli, Giovanna II di Durazzo, ul
tima della regia stirpe di Carlo I d'Angiò, è memorabile per
grandezza di avvenimenti a lei, al regno, all’ Italin infausti.
Ella non ebbe pace, e vide per una lunga ed atroce guerra
devastati i campi, terre e città disfutte, arsa Napoli; un Re
straniero invitato come amico, adottato per figliuolo, congiurare
per toglierle a corona; due condottieri, i più famosi d' Italia,
miseramente perire; coloro che più ebbe cari, trucidati. Cagione
di tanti mali fu la superbia dei baroni, dura gente, ribelle, non
doma dalle persecuzioni, non ammansita dai beneficii, sempre
divisa in due fazioni, Antico era il male, e la prima radice è
nella istituzione feudale dei Normanni. Una schiera di avven-
turieri, compagni d'armi, eguali fra loro, senz'altro bene che
la spada e la prodezza, oceupò terre dei Greci in Puglia e dei
Longobardi di Benevento, sulle quali avevano diritto di signoria
gl'imperatori d'Oriente, d'Occidente ed i Pontefici; ognuno
di essi tolse per sè parte della conquista, edificò castella sugli
ermi colli, si afforzò, regnò nel piccolo pacse, del quale s'era
impadronito. Circondati da nemici, restarono per la difesa con-
foderati; una città, Melfi, non ebbe signore, fu comune a tutti
per le raunanze.
Non era questa una confederazione di baroni, perchè nessuno
di loro aveva prestato ad altri il ligio omaggio, nè era tenuto
per obbligo a servizio militare: ognuno agiva per sè, combatteva
s00gle ÎE n
4 GIOVANNA IT D'ANGIÒ
per la sicurezza sua o dei compagni d’armmi (1). Leone IX pon-
tefice, messosi a capo di gente italiana e tedesca, andò a com-
batterlî; ma, vinto a Civitate a' 18 di giugno 1059, patteggiò,
ai fieri vincitori concesse in nome del beato Pietro e della
Chiesa le terre acquistate, ed essi gli fecero omaggio.
Come però allargavano le conquiste, alcuni di loro comin-
ciarono a grandeggiare, a sollevarsi sugli altri e con la grandezza
di pochi mancò la concordia, venne meno ln fratellanza d'armi.
Nel 1083 Giordano figliuolo di Riccardo giurò fedeltà all’impera-
tore Enrico IV e da lui dichiarò d'avere in feudo il principato
di Capua; nello stesso tempo Roberto Guiscardo possedeva il
ducato di Puglia in grazia di Dio e del Reato Pietro, per conces-
sione del Papa Gregorio VII Non mancarono altre cause, per le
quali crebbero gli odii e le scissure, onde la gente normanna si
divise in fazioni pericolose e più gli animi inacerbirono quando
Ruggiero dall’antipapa Anacleto tolse la corona di Ré, e Roberto
principe di Capua e gli emuli più potenti domandarono contro
di lui aiuto al Pontefice ed all’imperatore Lotario. Ruggiero
aspettò il tempo e la buona fortuna, fece prigioniero il Pontefice,
che era venuto a combatterlo con le armi, e dopo d'aver ottenuto
la conferma della signoria del regno per sè ed i figliuoli nel
1139, lo mandò libero. Il regno restò infeudato alla Chiesa, e
questo fu appresso cagione di molti mali. Ruggiero, ammaestrato
dai pericoli delle lotte passate, tolse a coloro, che aveva domati,
molti diritti di signoria, vietò loro di afforzarsi nelle terre e
nelle castella, li spogliò delle armi; ed essi, che per orgoglio
negavano l'ubbidienza ad un Re della gente loro, da prima non
disdegnarono nel 1152 di presentarsi a Federigo Barbarossa nella
dieta di Wirzburg, per impetrare soccorso contro di lui; di poi,
sostenuti dal Pontofice Adriano, presero le armi per combattere
Guglielmo I, che li represse ferocemente, e, quando mori il
costui figliuolo Guglielmo II, altri favorirono Costanza moglie
di Arrigo VI, altri parteggiarono per Tancredi. Restò superiore
ero la Francia © atterrirono lo
genti con l'audacie, la ferocia, il saccheggio, il Re mandò ai forti alloggiame
cho s'erano fatti dove l' ure discondo nella Senna, suoi ambasciatori per par.
lamentare. Il capo di questi gridò loro da lontano: « Quo nomino vester senior
(signore) funzitur? Responderunt: nullo »,
Duvo ve Sisero Quisriso in Acostiso Tuirnny. Cong. de l'Eugl. lib. 1
{1) Quando nell'anno 8U5 i Norman
oogle esule
LIBRO. PRIMO
la fazione imperiale e col signore straniero vennero altri ba-
roni stranieri.
Nella lotta tra Federico II, Manfredi ed i Papi apparve poi
manifesto quanto fosse il difetto dell'ordinamento feudale nel
regno, poichè i baroni ebbero campo aperto per schierarsi a
favore degli uni © degli altri, di mutare parte a loro talento:
la contesa era fra due potestà, la regia e la pontificia; il sen
timento di religione si mischiò all'odio e parvero leciti i tra-
dimenti e le vendette, come avvenne a
Coperan, Là dove fa bugiardo
ci
cun pugliese.
Vinsero i pontefici con le armi di Carlo I d'Angiò, e a Benevento
cadde l’aquila Sveva. Carlo, il più feroce dei re del regno, per-
segultò i baroni nemici, tolse loro averi e feudi, li cacciò in
prigione, li fece morire di mala morte, sollevò, arricchi i suoi;
ma i baroni percossi fecero la vendetta dei vesperi siciliani
col favore delle terre e delle città accorate dalla mala signoria,
e diedero la corona ad un principe aragonese. Così ci vennero
in casa gli spagnuoli, altra cagione di danni futuri. E cominciò
una guerra funesta, lunga, fra napolitani e siciliani: gli angioini
perdettero l'isola bella e per molti secoli la perdette l’Italia.
Nè il mal seme delle discordie baronali si spense nelle terre
napolitane; lo ravvivò l'ambizione dei principi angioini, i quali
vedevano con dispetto che, per le nozze di Giovanna I con
Andrea, la signoria del regno perveniva ai regali di Ungheria:
ordinarono quindi la congiura e la tragedia di Aversa, e con
l'assassinio di Andrea diedero occasione ad invasioni di genti
barbare e ad incursioni di feroci compagnie di ventura. Nuove
cause di guerre interne diede In regina Giovanna I, quando
favori l’antipapa Clemente, e, non avendo figliuoli, dichiarò
erede della corona Luigi Il d'Angiò; questa funesta adozione
tenne a lungo diviso il regno. Urbano VI pontefice le sollevò
contro Carlo III di Durazzo ed i baroni si schierarono appresso
le insegne angioine o durazzesche, come le amicizie e i paren-
tadi li persuadevano, o lo tradizioni di inimicizie antiche e le
ambizioni di nuove grandezze li movevano. Lo scisma della
Chiesa rendeva più pericolose le condizioni dei tempi, ma nelle
nostre terre furono più vivi i rumori della lotta civile, che i
oogle PROB ir TORO
6 GIOVANNA IL D'AN
moti per religione: l'autorità di Urbano, 0 di Clemente, pre-
valeva, come riuscivano superiori le armi de' loro partigiani:
non erano predicate © diffuse novità ereticali: i ancerdoti del-
luna parte e dell'altra erano stati conseerati canonicamente,
le chiese aperte, i fedeli a loro agio ammessi ad assistere alle
sacre cerimonie, a frequentare i sacramenti : nessun dubbio di
fede aveva ancora intorbidate le coscienze, l'eco delle prediche
di Wielef non era giunto allo Studio di Napoli, l’umanesimo
germogliava a pena. Non abbiamo notizie certe di ciò, che ay-
venne nelle provincie; in Napoli i cittadini, contro le tendenze
della regia corte, favorivano Urbano, che era di casa Prignano
e regnicolo, e quando venne Clemente, ospite della Regina, i
popolani lo schernivano e lo dicevano Papa da carnevale, tu-
multuarono e lo costrinsero a partire. E Giovanna perseguitò
l'arcivescovo di casa Bozzuta, che reggeva la chiesa per Urbano,
mandò a guastare le terre di lui, i napolitani presero le armi
per sostenerlo ed osarono affrontare le genti d’arme tedesche
della Regina, ma invanzi ad esse fuggirono pesti e rotti. Certa
cosa è, che due erano in quel tempo gli arcivescovi di Napoli,
non trovo il nome del seguace dell’antipapa, i fautori di lui
erano però detti oltramontani (1), Carlo LIL oppresse la regina
Giovanna, rimise in onore l’areivescovo devoto alla chiesa
romana e pose fine alla contesa, ma Papa Urbano voleva spa-
droneggiare a suo talento, ed il Re, che non era tempera d'uomo
pieghevole, mandogli a dire d'aver acquistato il regno con la
sua spada, non se ne brigassè, e si desse cura dei preti (2).
Divennero nemici. Era il Re atto a pacificare il regno, perchè
animesissimo e pratico delle arti della guerra, ma agitato da
una disordinata ambizione: mentre cercava nell’ Ungheria altre
corone regie, incontrò la morte, Lusciò vedova la regina Mar-
gherita, donna magnanima, e due figliuoletti, Giovanna, che
poi fu Regina, la cui storia prendo a narrare, e Ladisino.
Come i Baroni della parte angioina ebbero novelle della morte
del Re, ripresero le armi col favore del Papa, occuparono Napoli,
constrinsero Margherita a ricoverarsi in Gaeta coi figliuoli, po-
(1) Diurnali dotti det Duca di Monteleone editi per la società di St, patria
da N. F. Fanacrta, 15.
) Ii, 30.
î Google omne al
LIBRO PRIMO 7
vera, con poca speranza di soccorso. Ma ella non si perdette di
animo, e meditò il modo di ricuperare il perduto : a Ladislao
diede in moglie Costanza figliuola del conte di Chiaromonte,
il quale con la ricca dote offrì Il danaro occorrente; papa Bo-
nifacio IX, che cercava amici da contrapporre ai fautori del-
l’antipapa, diede favore, concesse l'investitura del regno. Il
re giovinetto secondato da uomini sperimentati per fede e per
valore, con poco csercito, andò a riacquistare l'Abruzzo, poi
assediò Napoli e l'ebbe a patto, perseguitò i nemici nella Cn-
labria e fece aspra vendetta dei più potenti, prese il Duca di
Venosa, e Tommaso Sanseverino, li menò in Napoli c li fece
atrangolare nel Castelnuovo, tolse lo stato al Duca di Sessa, e,
morto lui, menò prigionieri la moglie, il figliuolo e le figlivole.
A questo modo riconquistò quasi intero îl regno: Taranto rima-
neva in potestà dei nemici. Vi si cra afforzata Maria d’Enghien,
vedova di Ramondello del Balzo Orsini coi figliuoli Giovanni
Antonio, Gabriello e Caterina, e andò Ladislao con l’esercito,
per combatterla, ma non gli fu facile l'impresa per la fortezza
del luogo e per la difesa gagliarda: essendo poco efficaci le
armi, si volse ad arti pacifiche. Ripudiata Costanza di Chia-
romonte, egli aveva tolto in moglie Maria di Cipro e s'era morta,
offri allora a Maria d'Enghien mano e corona: cedette la donna
incauta, ed egli ebbe Taranto ed il Principato.
Signore del regno, volse allora LadisIno il cupido senardo di
là dai confini; lo tentava Roma turbata da perpetui rumori e
ribellioni, che i Pontefici non potevano domare e, traendo partito
dallo lotto fra i Colonnesi 0 gli Orsini, si mischiò allo contose,
trattò con Innocenzo VII e n'ebbe l'autorità di Rettore di Roma
e della Marittima per cinque anni. Più facile strumento agli
audaci disegni del Re si prestò poi Gregorio XII, succeduto ad
Innocenzo; da prima egli si studiò di rompere le pratiche di
concordia fra lui e Benedetto XIII antipapa, le quali erano fatte
per dare fine allo scisma în un concilio, poichè temeva, che,
deposti l'uno e l'altro, sarebbe stato eletto un pontefico fran
cese, che avrebbe dato favore all’emulo suo Luigi IT; di poi
nel mese di marzo dell'anno 1408 andò con l’esercito innanzi
a Roma e mandò quattro galere alle foci del Tevere per impe-
dire le vettovaglie. Ogni cosa gli successe prosperamente: Paolo
Orsini, che guardava La città pel Papa, gli apri lo porte ed egli
Google combi
R GIOVANNA IT D'As
entrò da signore, creò magistrati, e, seguendo la fortuna se-
conda, corse sopra Perugia, Assisi, Fermo, Todi, Ascoli. Papa
Gregorio, vedendo invase le terre della Chiesa, non mosse
richiamo, onde tutti eredottero che il Ro avesse fatto quella
spedizione col consenso di lui, e l'accordo parve palese, quando
all'entrata dell’anno appresso fu bandito il concilio di Pisa,
e al Papa, abbandonato da' suoi Cardinali, non rimase che il
braccio di Ladislao.
Era cardinale legato in Bologna Baldassarre Cossa, nato d'una
nobile famiglia d'Ischia, potente in mare, arricchita coi com-
merci; operoso, ambizioso, fautore del Concilio, potente nelle
Romagne, capo della fazione avversa al Papa, inimicissimo del
Re, perchè questi aveva fitto accusare di pirateria due fratelli
di lui e, trattili în giudizio, li aveva condannati nel capo ©
sequestrato i beni loro (1); per infrenare l’audacia di Ladislao
egli fece lega coi fiorentini ed i senesi ed insieme ordinarono
di sollecitare Luigi II d'Angiò a venire in Italia per essere
presente al Concilio ed acquistare l'eredità della regina Gio.
vanna I Il Re allora deliberò d'invadere la Toscana, sorpren-
dere i Cardinali raunati a Pisa e sciogliere il Concilio: conquistò
Cortona, pervenne ad Arezzo, ma non potette procedere innanzi,
perchè i confederati impedivano la via, ed il Legato rumoreg-
giava nelle Romagne. Gli parve quindi migliore il partito di
aspettare gli effetti del Concilio; affidò le sue genti a Paolo
Orsini e tornò nel regno.
A Pisa intanto avvenne quello, che s'era preveduto; furono
deposti Gregorio e Benedetto, fu eletto pontefice Alessandro V,
ma quelli non ubbidirono e crebbe lo scisma e lo scandalo:
Ladislao fu scomunicato, Luigi d'Angiò, che era venuto in Italia,
ebbe l'investitura del regno e foce omaggio al muovo pontefice.
Il cardinale Cossa, i fiorentini ed i senesi, vista allora l'oppor-
tunità, deliberarono di assalire le genti del Re, per togliergli
le castella acquistate, corruppero con l'oro Paolo Orsini e cor-
sero infino a Roma. Fra il rumore di queste fazioni morì Ales-
sandro V e fu eletto successore il Cossa, che tolse il nome di
Giovanni XXIIL Non mancò al Re la solita audacia quando
vide il nemico levato a tanta potenza e, per offenderlo e com-
XIII in Memosto Rer. Germ. ete. 9.
(1) Turosomiers be Nine, Vita Joh
x00gle FONIELE LIVE
LIBRO PRIMO 9
batterlo, diede favore a Gregorio XII, gli fece onore, gli offri
sicuro ricovero nel castello dî Gaeta. Giovanni XXIII, il Duca
d'Angiò, i senesi, i fiorentini, tutti coloro, i quali temevano la
potenza e l'ardimento di Ladislao, raccolsero armi, per oppri-
merlo, assoldarono i più eccellenti capitani di ventura : Mala-
testa dei Malatesti, Gentile da Monterano, Angelo della Pergola,
Braccio da Montone, Muzio Attendolo Sforza. Come il Re seppe,
che i nemici venivano ad offenderlo nel regno, andò ad aspet
tarli sui confini, e ai 19 di maggio 1411 fu rotto alla giornata
di Roccasecca; i vincitori però non ebbero profitto della buona
fortuna, perchè il Duca d'Angiò era poverissimo: Ladislao con
poco denaro riscattò î prigionieri, e si trovò con l’esercito rifatto,
ed il Duca senza credito dovette ridurre a Roma i suoi a modo
di vinti con grande cordoglio del Papa. E vedendo il Re, che
il denaro dei fiorentini era In forza dei nemici suoi, cominciò
a tentarli con profferte di pace, e, per meglio adescarli, propose
di vendere loro Cortona. Quelli lasciarono le offese, e i senesi,
mancato l'aiuto di Firenze, domandarono anche essi l'amicizia
di lui. Il Papa si trovò a mal punto: Bologna si ribellò, Muzio
Attendolo Sforza, che era agli stipendii della Chiesa, per astio
contro Paolo Orsini, passò al soldo di Ladislao con due mila
quattrocento cavalli e quattrocento fanti, Civitavecchia fu data
al Re per tradimento, i popolani di Roma brontolavano per la
gravezza delle gabelle, i signori emuli mettevano mano alle
armi. Tanta avversità e tanta confusione di cose piegarono
l'animo fiero di Giovanni XXIII ed anch'egli propose al Re
la pace: gli offerse in pegno Benevento, Ascoli, Viterbo, Perugia
e cento mila fiorini a patto, che riconoscesse Iui Pontefice le-
gittimo, deponesso Gregorio XII, ridesse la libertà ai consorti
della famiglia Cossa, mandasse in suo aiuto mille uomini d'arme.
Promise anche di confermargli l'investitura del regno e di
crearlo Gonfaloniero della Chiesa. Le proposte erano al Re op-
portune, accettò, la pace fu bandita in Roma a’ 19 d’ottobre 1412
e Papa Gregorio fu cacciato dal regno. Ma la pace proposta
per necessità, accettata per opportunità, non era sincera: il Re
voleva Roma. Aggiungi, che i padri del Concilio di Pisa ave-
vano deliberato, che il Papa în ispazio di tre anni ne avrebbe
raunato un altro per provvedere ai bisogni della Chiesa, e Gio-
vanni costretto dalla necessità delle cose aveva pubblicata con
oogle
10
una bolla, e dichiarato, che quetata Roma, allontanato Gregorio
dal regno, fatta pace col Re, pacata l'Italia, aveva deliberato
di convocare il nuovo Concilio. A questo annunzio il Re pen-
sando, che se il Papa fosse andato al Concilio avrebbe dovuto
egli assicurare e difendere la città di Roma e le terre della
Chiesa, senza indugio nella primavera mandò gli Sforzeschi
nelle Marche contro Paolo Orsini rimasto devoto al Papa, egli
stesso con l’esercito entrò nella Campagna romana, e senza bat-
taglia occupò In città. Il Papa scampò colla fuga a Firenze,
donde con nuove bolle divulgò per la cristianità la sun mala
ventura e l'iniquità di Ladislno. Questi, intanto, lieto del-
l’acquisto, affidò la guardia di Roma a' suoi capitani Perretto
de Andreis conte di Troin e Giulio Cesare di Capua, tornò
nel regno a procacciarsi il denaro necessario per condurre più
innanzi la, guerra.
Giovanni XXIII era circondato da grandi difficoltà: spogliato
dello stato, non caro a' fiorentini, i quali lo reputavano ospite
pericoloso, con lamenti, consigli, csortazioni era sollecitato da
ogni parte della cristianità, stanca dello scisma, a riunire il
nuovo Concilio; ma egli, che cardinale era stato audacissimo,
pontefice, povero, con pochi amici era trepido ed incerto ©
temeva il Concilio perla moltitudine dei nemici, che lo aceu-
savano di delitti atroci. Deliberò di pigliar tempo ed intanto
si studiò di acquistare l'amicizia di Sigismondo re dei Romani,
il quale allora con poca fortuna guerreggiava contro i Veneziani,
Gli mandò dunque i cardinali Antonio de Challant dal titolo
di S. Cecilia, Francosco Zabarelli dei SS. Cosma e Damiano,
ed Emmanuele Crisoloras per disporio a favorire il Concilio,
a dargli aiuto contro Ladislao; fecero patto e a' 30 ottobre 1413
andò il bando pel Concilio da raunarsi a Costanza. Queste pra-
tiche turbarono Ladislao, il quale affrettò gli apparecchi militari:
raunò il denaro occorrente alla guerra, ne tolse in prestito dai
mercanti, vendette feudi, terre, castella, riscosse taglie da' pri-
gionieri romani, e nella primavera tornò a Roma. E, poichè
meditava imprese grandi per non lnsciarsi nemici potenti alle
spalle, trattò con Paolo Orsini ed Orso da Monterotondo, per
ridurli in amicizia, e questi, avuta guarentigia, tornarono a lui;
poi cavalcò ai confini della Toscana. È da ogni parte gli anda-
vano ambasciatori di città per fargli onore, Firenze © Siena
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(1414) LIBRO PRIMO ll
gli mandarono anche doni. Non rompeva la guerra, perchè
aspettava la stagione fresea d'autunno, ma stando col campo
innanzi a Todi, gli si mise un ribrezzo di febbre e n'era tanto
agitato, che pareva farnetico (1). Fece sostenere e incatenare
Orso e Paolo, e di ciò mormorarono gli uomini d'arme, perchè
aveva dato loro sicurtà, ma li quetò assicurandoli di avere
nelle mani le fila delle trame d'un nuovo tradimento. E il male
di per di aggravava, deliberò di tornare a Napoli: lasciò l'eser-
cito a Muzio Attendolo Sforza è adagiato in una lettiga fu
portato a Roma, di poi ad Ostia dove fu messo sopra una
galea, nella quale fece salire Orso e Paolo, che s'era tratti
appresso incatenati. La galea entrò nel porto di Napoli giovedì
« (0) Di quosta infermità di Ladislao sono stato dette lo più strane e_ varia
cose. Alcuni scrittori dicono semplicemente, cho il Ro infernò di febbro leg-
giera. Goni Ist. di Chiusi, R. IL S. (MiTtARELLI) LL 972: l'Aminnato, Delle Ist.
fior. lîb. XVIII, ed. Pompa V. 25, parla di gravissima è potentissima febbre. Altri
affermano, che fu avvelenato dai fiorentini, onde l'arguto DE Repvsns nel Chron.
Taro, RL S. XIX, 821, seriva: « fanotua occubmit, and venono, ut dicebatu
fiorentinia illi propinato, ut verificaretar illud: vcnenzn in auro Bibitur, Felices
inies utimur ». Il Di Minuri cancelliere sforzesco nella Vita
174 scrivo recisamente: « et non fo voro fosso attosegato ». Molli riferiscono
una oscena vendetta dei fiorentini, i quali per denaro corruppero un medico
perugino, della cui figliuola era proto di amore: ella untasi del sugo di napello
l'avvelerò negli abbracciamenti. (Con. exuscio con le Annoc. del Costo ed. Gravier
Lib. V. 307), V'ha pure chi afferma, che Ladislao infermo d'un maio comune
funesto dopo l' invasione di Carlo VIII di Francia e fu soggetto d'un poema
di GrroLamo Faacastono. TeopoRico DI Niuew, Vita P. Joan. XXIII cit. 24
sorive: « postquam enm rehementibu doloribus, quibus torquebstur in corpore,
ot praccipuo igni infeliciter obiit antequam dimidiaret
dies suos. »
Pare tuttavolta, che il Re siasi infermato di febbre perniciosa. Addi 15 luglio
«in Castro Passarani » egli «pedi al comune di Orvieto una lettera, con la quale
chiedeva, che fosso consegnato al suo capitano Malacarno jl castello di Lugnano,
0 non la aottossrisse « propter dolorom eapitie, quons aliquantulum patimur ».
Gasconorivs Sì. della città di Roma vera. ed. Venezia VI, 732.
Ofe. Bonazzi St, dé Perugia I, 628: Inressuna R. L. S. p. IL, 1120; Leoxanno
Anermo ivi XIX, 174: Ist. di Firenze ivi 965: Tommaso Caraia in Percer
1, 92: Diario Anonimo ivi 114: Notan Giacomo Cron. di Napoli 68: Gu
Lino Pussaro Gion. 10: Diurnali del Duca di Monteleone sd. cit. 83: Brovio
Ann. Eccl. ad an. 1414 p. 395 $ 11: San Geennirno DI Sen Sicvesto pei Cax-
PioNI DI Gugsio Arch. Sì per le Marche e l' Umbria I, 411, etc.
re in membro viril
oogle cor
2 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (ECICO)
a'2 di agosto 1414, sull'ora dci vesperi. Gittate le ancore, il
Re mezzo disfatto si fece levare sulla poppa per vedere Orso
e Paolo sbarearo innanzi a sè, raccomandò agli ufficiali suoi
di guardare quei traditori.
Portato al Castel nuovo, sì rinfoentono le febbri; non aveva
pace, gridava: è vivo Paolo? menatelo qui, chè voglio ucciderlo
io. Sulla sera della domenica appresso chiamò la sorella Gio-
vanna e agitatissimo le domandò : dove è Paolo? fallo uccidere,
ché ti caccerà dal regno. Ella con menzogna pietosa risposegli:
è morto, ed il Re, udito ciò, si dette pice, ma, quando la febbre
ingagliardiva, delirando gridava: Orso, Paolo, Firenze, andiamo
a Firenze, o in fine giacque in una lunga agonia di morte.
Intanto la città s'era commossa per la venuta repentina del
Re, correvano molte voci del male, che lo spegneva: chi lo
diceva infermo di febbre, chi di sciatica, altri riferivano voci:
di oscene vendette dei fiorentini: il presente’ era incerto, il
futuro pauroso: che sarebbe avvenuto, morto il Re, che aveva
ridata la pace al regno? Non lasc legittimi (1),
iuva figli uo]
(1) Unico figliolo di Ladino cra Rinaldo natogli d'una donna gaetana.
Decorato del titolo di Duca di Capua non ebbe mai la signoria del ducato,
Svuwonte Hist. della Cita e iItegno di Napoli. Ed. Bulifon 1675 Il, lib. IV,
556. Il Detta MarRA afferma, che voleva sposare una figliuola del Conte di
$. Angelo.
Lovse DE Rosa nota: « mo derrimo de lo Prencipn do Capua figlio che fo
delo Re Lanezalao, morto che fo lo Re la regina lo fece abbato de sencto An-
tuono de Napoli, po lassai l'ordine et pigliao lordine dela miligia et chiamaoso
messer Remudo de Durazzo. La Rigina loamna che le aveva levato lo titolo
delo prencepato de Capua e datole santantuono isso non voleva essero eririco
(chi mno (sposò) et deole por moglior
la figlia do madamma Rosa nova de fogia, una grande Riccza r. Cronache e
memorie ms. della Bibl. nar di Parigi. Ita). 913 £ 10, dello quali
copia nella Bibl. della Società di St. pat. in Napoli.
Il di Il ottobre 1429 Giovanna II concesse a Simone di Nuccio del Casal
Garilinno nello portinoma di Avorsa la cittadinanza di questa città « erpreaso
) fecero eavaliore ot la Rigina lo i
sonsensu ct iborn voluntato Viri magnifici Raynaldi di Daracio militia nopotis
mostri carissimi, dictique » Arch, di Stato in
Napoli Reg. Ang. oh. Il n, 377 £ 258. ‘anna accettò la rinuncia
di 24 cacie di caroleni, che « Raynaldus de Duracio princeps et nepos noster
cariscimua » avova sulle colletto della Terra di Lavoro a gli assegnò in feudo
12 oncie sullo collotto ed altro ontrato fiscali di Foggia « sub feudali servicio
î Google «
(1414) LIBRO PRIMO 13
Maria d'Enghien viveva negletta, senza onore di Regina: a
Giovanna sorella di lui, poco in veduta per lo innanzi, ora, che
il Re era in pericolo di vita, e sola rimaneva della regia stirpe
Durazzesca, erano volti i pensieri, gli sguardi.
Morì Ladislao all'alba del giorno sei di agosto dell’anno
1414 (1); sulla sera Giovanna fece levare il cadavere e senza
onore di accompagnamento, con poco lume lo mandò a sep-
paris unius girotecarum de cammuso sivo do Coyro ». Rag. Ang. cit. 1 421.
Egli non appare nella storia di Giovanna Ii. AI tempo della lotta fra Alfonso I
d'Amgona o Renato d'Angiò parteggiò por l'Aragonose. Nel Repertorio doi
Quiaternioni della Prov. di Bari. Arch. di Stato, sotto Bari leggosi
« Nell'anno 1442 Giacomo Caldora (sic) s intitolava Duca di Bari in Quinter.
00 fol. 7, registrato in un privilegio spedito nel detto anno per Ro Alfonso
ia beneficio del Rev. Ranaldo o Rinaldo di Durazzo. Dova dice, che per servare
fedeltà ad esso Re è stato fatto prigione dal quondami Giaconso Caldora Duc
di Bari © perciò li dona © conferma certi beni ete.». Manca il Quinteraione.
Di Rinaldo nacque Franeesso, il qualo fu padre di Rinaldo II, che morì nel
1483, fu sepolto in Foggia, e sul sepolcro fu posta questa iscrizione, che andò
dispersa nel 1731
HIC IACET INSIGNIS POPULO DEFLETUS AB OMNI
RAINALDUS PATRIAE FLOSQUE, DECUSQUE SUAE:
QUEM TULIT INGENTI DYRACHIA LAUDE NITENTEN
NUNG PATER INFELIX IUVENILI ABTATE PENEMPTUN
VIDIT, ET EXTINCTUM SIC DOLET ESSE GENUS.
IMBUE, ET MUNDI REIUS SPEM PONE SECUNDIS
SORS HUMANA MALA EST, QUOD BONA TOTA CADUNT.
FRANCISCUS DYRACHIUS FIL, DULCISS. QUI VINIT AN. TY
OBUT DIE 1 SEPTEMBRIS SICCCCLXXXNIT GENENS POSUIT
Ho trascritta questa iscrizione dal fel. 11, t. 12 degli Atti della visita di Mon-
signor Giacomo Emilio Cavaliere del 1694 conservati nell'Archivio della Catte-
dralo di Foggia. ln essi ò notato ancho, cho Rainaldo II mieque da Francesco
@ Camilla Tomacelli: fu rinvenuto il cadevere di lui nel depesito di stucco
disfatto nel 1680, quando si rinnovara la chiesa. L'iscrizione è riferita con
grandi inesattezze dagli scrittori.
Cîr. SuxmonTE II, lib. IY, GOL, 602. Viutani La Nuova Arpi 74, 75.
(1) Gli serittori non sono concordi pel giorno della morta dol Ro, vi ha por
sino chi afferma, che mori nel viaggio. Giutiano Passano 30 ; il Fuscuuitio Arch
Stor, nap. I, 45 lo fa morire ad Aversi; DakToLoNEO DeL Covazza Diar, Arch.
Stor. it. Ser. V. £ XIV 253, 254 serive: « Mori il predetto Re Ladislao addi
14 GIOVANNA I D'ANGIÒ (1404)
pellire nella chiosa dei frati di S. Agostino în S. Giovanni a
Carbonara, perchè era morto in contumacia della chiesa, come
un tartaro, dice l'Accoglitore dei Diurnali detti del Duca di
Monteleone. Giovanna però gli fece dipoi costruire un nobile
sepolcro. Era stato Ladislao di piacevole persona, biondo; ci
fu conservata l'effigio di lui nel mausoleo di $. Giovanni a
Carbonara: piccolo il capo, il naso appuntato, acuti gli occhi,
non grande della persona, asciutto. Fu audacissimno, come colui,
che da fanciullo era stato educato nella povertà, e poi con la
spada aveva acquistato il regno; eccellente capitano, dove non
poteva pervenire con la spada giungeva con l’accorgimento, con
l'audacia, ogni mezzo reputava lecito per la sua grandezza:
nell’avversità, senza perdersi d'animo, rimediava al danno
celeramente, dalla prospera fortuna era spronato a tentare cose
maggiori. Godeva di trovarsi in mezzo ai soldati, con questi
e cogli amici era liberale, contro i nemici feroce e spesso di
mala fede. Avrebbe certamente mutato le sorti dell’Italia, se
la morte non lo avesse sorpreso giovine, perchè gli rimaneva
solo di occupare Firenze per andare con le armi nella Lombardia.
De' Papi si servi pe' suoi disegni ambiziosi: li favori, li abban-
donò, venne a patti, li combattette, e metteva tanto disordinato
timore nella corte di Giovanni XXIII, che Teodorico di Nihem
scrisse: dopo che della morte di lui fummo assicurati da fre-
quenti annunzii, sentimmo ravvivare lo spirito nostro e concor-
demente benedicemmo Dio, che ci aveva liberato în tutto dal
nemico maligno (1). D'altra parte tanta confusione era nelle
cose della Chiesa, che i canonici sulmonesi nelle rituali preci
delle Rogazioni alla porta della città, detta Romana, cantavano:
7 di agosto 1414: così si disse a Firenzo, Chi diceva che egli era morto a Napoli
e chi diceva che era morto di veleno, e chi diceva di no. »
È inutile riferire tutti gli scrittori, che narrarono cose non esatte: bene
dinmero lo Spoxraxo ad an. 1414, Nerar Giucowo 68, 00, i Diummali di Montel.
de hac vita migravit.» AxADUZZI Anecdote litterariz
Roma 1782, Cîr, Bollet. della Soc. di St, pat, negli Abruzzi luglio 1901, IL doc.
della nota seguente a pag. 16 toglie ogni inceriezza.
(1) Tuzop. ne Niuew loc. cit.
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(1414) LIBRO PRIMO 15
« et romanorum rex noster Ladislaus regat imperium (1).»
Fu in effetto Ladisluo uno di quegli uomini, nei quali vizi
grandi eguagliano grandi virtù: disordinatamente rotto a lus-
suria, elemosiniero, desideroso dell’altrui, buono amministratore
del regno. Tre volte la settimana udiva i richiami dei cittadini,
volle che a tutti fosse fatta giustizia pronta e diritta, provvide
all'abbondanza delle vettovaglie nella città di Napoli (2), e a
questo fine ordinò il Tribunale di S. Lorenzo, grande merito
presso la moltitudine della gente minuta, onde fu detto di lui,
che faceva mangiare în pace la capra col lupo (3).
{1) Così leggesi in un antico ritualo della cattedrale di Sulmona illustrato
dal Pansa: Di un antico rituale mambranaseo etc. Salmona 1904, p. 79. 1 sulmo-
nesi del resto erano devoti a Ladislao per Gentile de Merolînia loro concittadino,
che fu rando nella corte, utile @ devoto al Re.
@) Cir. Fanaguia St dei Prezsi in Napoli, TT.
(8) Al fol. 9 verso della Platea del monastero dei SS. Pietro 6 Sebastiano
conservata nell'Arch, di Stato in Napoli, Monasteri soppressi n. 1386, Inggosi
questo elogio di Ladislao scritto da Dionisio Da Sarno nel 1422:
«Re Ladislao regnso anno quattordeci. O Napoli quanta fa la buanancia, et
Ieticia. 0 Ro Ladislao gracioso et piatuso limosinante di Napule:
airomana signava le limosine, o sacra Maestà sanctissima como tenive la bilanza
iunta in Napole, 0 Cri imo farive mangiare la erapa con lo Lupo per la
iuntitia granno, como faciva Lo Ducha do calsbria, o lustifico vomo de Ci
do lo Rinmo tuo anche a Napoli... 0 più o meno do viatimilia ducati in termino
de dui misi facive spiciare per rententia alo Audituro Je Re Ladislao Donno
Antonio de Penna secretario de sua Maiesti, et altro de lo Consiglio, o Cri
stianissimo Re de Cristinne dunava audiencia tre volte la simana ali Citatini
de Napale et de lo Riamo, o Cristianissimo Re non faciva durare più lî pinite
#0 noa dui misc et po facivi dare 1 et tu Cristinnissimo Ro ponisto
a secto ad tutta la Italia et maptiniste la bilancra justa, et fu rignore de tucta
la Italia habiduto. E? po un gran tiranoo învilinao 10 Cris no. Ke Ladislao
per via di una Donna. Piangite, piangito Napol» tapinella piangito piangite
monasterio delo Cristianissimo Re Ladislao vinenso de fore, vinne in Napole a
4 Santo Pietro a Castello et fa morto a li mille quietro cento, et quattor.
mano dela madama Priurissa do dieto monasterio ut supra, lo quale
fo sebilito ad Sancto loanno ad Carronare eto. »
Ancho il Turist, Della varieti della Fortuna, Il, riforisce la notizia, che
Ladislao mori nelle braccia di tina monaca di casa Svovi, togliendo la notizia
dai Notamenti di Gio. Francesco pr Runr:s.
Il Tumvtitui, Notabilia temporum 15, esclama: « eu pro dolor regniculia et
omnibus benivolis eius. »
dogle Pitt:
orioinal from
CORNELL UNIVERSITY
dia
I
Giovinezza di Giovanna IL indole; sposa Guglielmo duca
@'Austria. — Primi Gili di tel come Tegina. — L'esercito di
Ladislao. — Rumori di Koma. — Muzio Attendolo Sforza. — Pra-
tiche della Regina coi Fiorentini ed fl Papa.
Come Ladislao mori, la corona passò sul capo di Giovanna II
tirata al regno dalla fortana (1); senza indugio i Sindaci di
Aversa, Capua, Gaeta, del Ducato di Amalfi, di Sorrento e
di Pozzuoli le fecero omaggio e prestarono giuramento di
(1) Lo stesso di della morte, ella come Regina tenne avvisato lo città dema-
@ le autorità del regno della san aucsossione al trono. Esco la lettera
apedita al Capitano delle terre della Badia cassincse. Archivio di Montecassino
Reg. Comune 138. Cfr. GartoLa Ad Mist, Ab. Cass. Acc. Il, SH:
« Vir nobilia et fidelis noster dilectue, cum maxima mentis nostre amaritudiae
et dolore cordis intrinseca tibi presentibus nunciamus quod hodie din YI mensis
augusti prima hora dici clare memoria serenistimas princeps Dominna Rex La-
dirlauo reverondinsimus dominus frater nostor, do quo sino intermissione do-
lendum, qui gravatus infirmitate diebus pluribus cum laeguore jacuevit spiritum
reddidit creatori.
Nosque sd quam regnorum suorum et aliaromterrarum successo fam de
jure, quam rationa institutionis fraterne, quia nos herodem testamento instituit
est rationaliter devoluta regnorum gubernacula et dominium aperntos în gratia
Dei ot in selo fidelitatio vestro et aliorum nostrorum fidelium nuscipemus et
spsramus: subditos nostros iu virga iustitie benignitatis et equitatis regere consi-
derata immensa fidelitato et constantia subditorum, eos intendimus ab illicitia
gravaminibus relevare ut sub nostro dominio fideles ipsi nostri venisse letentur.
Sureopimusqua possassionem civitatis Neapolis et castrorum in ca sistentium et
tam a civibua dieto civitatis quam eb vitatibus circum incontibua vidolicot
Averse, Capue, Caieto, Ducstus Amalfle, Surrenti, Puteoli et aliorum terrarum
vieinarom et fidalitatis debitum recepimus juramentum.. »
2.— Famaotaa, Giovanna I d'Angiò.
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18 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1414)
fedeltà (1), alle città ed ai capitani delle terre lontane ella diede
per lettera notizia della morte del fratello. Fece sapere, come la
regia autorità fosse pervenuta a lei per diritto, e per disposi-
zione testamentaria del fratello, che l'aveva fatta sua erede;
prometteva di fare giustizia e di alleviare i sudditi dagli illeciti
gravami. Promesse solite a farsi senza essere mantenute. Era già
donna matura sui quarant'anni, grata a tutti (2), diede tuttavolta
occasione a predizioni funeste: «Ultima Dirrachij crit destructio
regni » (3). Nata nella reggia di Ludovico il Grande re d'Un-
(1) Il Dosaprt ne' Diariî citati nota, che gli Aquilani mandarono alla Rogi
Baonome di loplato © Antonio di 8. Fusinio loro sinduci. Partirono a' 30 di
agosto, tornarono a' 22 di setembre:
(@) «La Regina Giovenna sorella di Ladisino, fu di cimuu anni maggiore
d'età del fratello, però che ella dovetto nascere in'orno ni principii dell' anno
1371, essendo Ja madro andata a marito l'anno innanzi a 24 di gennzio, nacque
ella in Ungheria ove il padre con tutta la casa si irovava.. ». Scirione Amx
mato, Opuscoli ed Firenze 1040, IL Vita di Giovanna 2/. (49, Noi Diwrnati
detti del Duca di Monteleone cit. 10, leggesì, che nel mese di geonaio 1373
giunse a Napoli la novella, che ella era nata; ed a pag. 11, che Margherita di
Durazzo andò ia Napoli a' 15 di luglio 1575 e condusse Giovanni, che &
allora d'anni cinque. Nagli atessi Diumali trovasi poi a p. 64, cho. quando
successo al fratello aveva anai 46. — Il Suxsonte, Zist. cit. libro LV, cap. 1
afferma, che Giovanaa aveva 15 anni quando mori il padre e 43 nel 1414, nel
capo III le assegna 44 aoni sul principio del reguo.
(8) Non le avrei creduts del tempo, se non le avessi trovate nel Minuti, o. e. 175.
A queste profezie allado cortamento Masvecro Saternrrano, IL Novelline,
Ed. Morano, Napoli, 1874, p. 54, priacipio della novella IV. « Nel tempo che il
Rs Giacomo franceso primo (sic, cor. prima) Conte de la Marca nominato,
divenne marito dell'ultima de' Durazzi arrivò in Napoli un frate cte. », Il Ser-
TENDRINI pose 4 questo punto una nota non giusta. Madre di latte di Giovam
eta stata Vannella Fusararia. A'13 di dicembre 1384 la Regina Margheri
ecrisno lettore di favoro por Nicola do Morto: « Actendentos servicioram merita
Bannelle fusararie usoris tuo matris lactario spectabilis Johanno nato nostre.
carissime prestitorum per ipstm Bannellam fideliter et constanter circa guber:
nacionem sedulam Jobanno prefate movemur tibi instinetu diete tue uxoris
gratiam facere ot echibere debita retribucionis cum comeditato talentum ut
probiado dicta Mannella tua uxor ot tu corviciia nostris ipsiue nostreque nate
apiritu prompto grati reddamini et agnoscamini do cotero per debitorum pro-
pierea servicioram prestanciam obsequentes.. (gli concede) officium proridencie
super grassia et rebus utensilibus aliis civitatis Nespolis...». Reg. Ang. 1384,
n: 360, £. 229. Maestra e governatrice di Giovanna era stata la magnifica Filippa
da Lautricio, alla quale 1° 17 settembre 1399 Ladislso spedì ua diploma « de
È Google cor
(1414) LIBRO. PRIMO 19
gheria, che aveva chiamato presso di sè Carlo di Durazzo,
padre di lei, perchè lo servisse con le armi, venne fanciulla
in Napoli e poi con la madre ed il fratello sostenne le prove
di molte sventure e la povertà in Gaeta. A venti anni, bella
@ fiorente, fu proposta in moglie al Marchese di Monferrato
da Ottone di Brunswick, come io credo, vedovo di Giovanma I
e balio dei figliuoli del marchese Giovanni II (1): a questo
effetto Ladislao addi 1 aprile 1393 aveva dato per procura le
commissioni a Baldassarre Spinola, a Gurello Orilia ed a Jacopo
Pica di Gaeta (2), ed il giorno appresso, con l'assistenza della
madre tutrice, del Cardinale legatò balio, con istrumento del
notaio de Casis, assegnò alla sorella le doti di trecento mila
ducati. Furono testimoni Feulo Maramaldo e Raimondo Vulcano
militi, Bartolommeo Scannasorice e Nardo Fillica di Nola giu-
risperito (3). Le pratiche non vennero a capo. E nello stesso
tempo, andò a Gaeta Pietro de Burges, per chiedere Giovanna
in moglie del suo signore Luigi IT d'Angiò e niente conchiuse,
perchè l'angioino poneva per patto, che egli e Ladislao avreb-
bero conservata la signoria delle terre, che ognuno possedeva
nel regno. E l’Accoglitore dei Diurnali nota, che sarebbe stato
bene, se si fosse fatto quel parentado (4) Tre anni dopo i
fiorentini, che erano in grande favore presso il re Sigismondo,
in quel tempo vedovo di Maria d'Angiò figliuola di Ludovico
d'Ungheria, proposero a lui in moglie «la generosa figliuola
di Carlo III donna bellissima e graziosa ». A questo fine la
Signoria diede le tommissioni ad alcuni suoi ambasciatori,
@e Ladislao a messer Francesco de Rizzardis d'Ortona suo
concessione represaliaram...». Reg. Ang. n. 304, f. 74. Era signora di Ricile e
Balbano in Principato eiteriore. Reg. n. 360, ap. MIiNIERI Riccio, Notizie stor.
tratte da 62 Reg. Ang. 9L. V. Reg, Ang. n. 363, [.99, t. 168, 180, Reg. 304, £. 74.
(1) Marchese del Monferrato dal Î381 al 1418 fu Teodoro Paleologo terzoge.
nito di Giovanni IL Det Cannerto, Cronica di Monferrato. Monum. hist.
‘patrine, p. 1225 0 seg.
@ Reg. Ang. n. 363, £. 397 t. 105.
(8) Il doe. fu pubblicato dal Mrxtent Riccio nel Saggio di Cod. Dip. Il,
per. 1, 33.
(4) Diurnali detti del Duca di Monieleone cit. 44, 45. Cron. Siculum od.
per la Società di St, p. nap. da GiuseoPe DE Btasts, 114.
oogle 7 Ten
GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1414)
oratore a Venezia, e a Gentile de Merolinis di Sulmona (1). Manco
queste pratiche ebbero effetto, perchè in quel tempo Sigismondo,
vinto e cacciato in rotta da Baiszet nella grandissima battaglia
di Nicopoli, quasi solo e con molto pericolo della vita si salvò
sopra una barchetta, colla quale per le correnti del Danubio per-
venne al Mar Nero, dove i veneziani lo raccolsero e lo ripor-
tarono poi nella Dalmazia. I magiari non avendo notizie di lui,
reputandolo morte, avevano intanto proclamato re Ladislno. Si
studiò Sigismondo di riacquistare il regno, e mise fuoco alla
guerra civile; vincitore sul principio, sorpreso di poi a Buda
dagli avversarii, fu fatto prigioniero nel 1401 (2). Ma Giovanna
ern allora già sposa di (iuglielmo figliuolo di Leopoldo INT duca
d'Austria, il quale aveva promesso di aiutare Ladislao nel-
l'acquisto dell’ Ungheria: tuttavolta ella non fu condotta allo
sposo prima del 1402 (3). In questo anno gli ungheresi gri-
darono nuovamente re loro Ladislao, e Guglielmo fecegli sa-
pere, che gli sarobbe stato nemico, se non gli mandava In
donna (4). Ladislao allora con la sorella e grande numero di
(1) Nelle lettere di commissione del Comune di Firenze leggeri: « Nell'an-
dare farete ritrovare uno messer Francesco dei Ricciardi da Ortona ambascia-
tore del re Ladislao, il quale devo essere în Venezia © diretegli como noi vi
mandiamo al Re d' Ungheria per provocare, che egli tolga por sposa medama
Giovazna, figliuola che fu del ro Carlo; ci che noi po
soprasedere et mon andare in Haviera, perchè noi abbiamo scripto al re Lad
et a madamma Nargherita por questa cagione. E ancor Messer Gentilo da
Solmona gli abbia di ciò avere scripto, perclè a noi ha detto che il Re e la
Rogina sono disposti a questo parentado, soguitame il nostro parera ». Cax-
StRINI, Arc. st it cit 222,
2) St&uvii Corp. his. Germ. I, sco. IX, 792.
(8) Gli storici affermano, che Giovanna sposò Guglielmo nel 1408, la sposò
invece nel 1399, perchè Ladislao addi 15 gennaio 1400 nomin) conestabilo presso
il giustiziere degli scolari in Napoli Roberto de Flora pei servigi resi a lui
od 2 Giovanna Duchessa d'Austria. Reg. Ang. n. 366, £. 7, t
(4) Matteo du S. Miniato scrisse da Zara a Coluscio Salutati e a Ser Viviano
notaio delle Biformagioni: « Domisum regem (Ladistawn) expectamus hic cum
domino Cardinali cum galis XV, die sabati protima, ex eo quod dux Aus
misit sinbariatam egregia petens ut secum traducat sororem ipsius Domini
Rogi, futuram urorem sam; et quod si hoe non facit, nt traduent, adversa
red apponet se circa rec
vol. 4, par. I, Canestnini, Vile u' Illustri Ital. 210, due. A.
oogle :
(1414) LIBRO PRIMO 2
cavalieri napolitani si misero in mare con un’ armata di quindici
galere, la qualo a' 19 di marzo 1402 entrò nel porto di Zara (1);
Giovanna andò allo sposo.
Poco tempo ella stette con lui, perchè Guglielmo morì ai
15 di luglio 1406 (2), ed ella, vedova e senza figliuoli, tornò
nel regno al fratello. Questi allora assediava Taranto, e come
ebbe notizia della venuta di lei, lasciò l’esercito ad Andrea
Matteo Acquaviva, andò ad incontrarla e la menò a Napoli (3).
Finchè Ladislao fu vivo, ella conservò il titolo di duchessa
d'Austria, nessuno si curò di lei, dei costumi, della vita che
menava, allo splendore della corona apparvero l' indole facile
e le molli disposizioni dell'animo. Donna bella, piacente, cortese,
cedeva facilmente all'amore (4). Morto il fratello s'intitolò regina
di Gerusalemme, di Sicilia, d' Ungheria, della Dalmazia, della
Croazia, di Roma, della Serbia, Galizia, Lodomeria, Cumania,
Bulgaria, contessa della Provenza, di Forcalquier, del Piemonte;
in fatto era solo regina del regno. Le città © terre, conquistate
da Ladislao, erano signorie incerte: più durevole dominio ebbe
sopra Rieti (5), Ascoli della Marca (6), Benevento (7): aveva
(1) Ivi doc. R. 27. Cfr. Diurn. di Monteleone cit. 53.
Nello Commissioni di Rinat.vo prot: Aupizzi, I, 257 leggesi: che la Signor
di Firenzo nel 1414 diede a' suoi oratori le commissioni di supplicare Giovaana ll,
acciocchè restituisse fiorini 1400 a Michele di Ser Parente, il quale € mandò
del mose di gennaio 1402 una cassetta di ricchissimi drappi di chermisi broccati
d'oro a bianchi e d'altri colori, a Nicola Corbizi verso Francavilla n Gata,
perchè gli mandasso in Catalogna. ,F sentondolo la Macatà del Ro Ladislao, che
in quelli prossimi di n'andava madama Ivanna al suo sposo, prese questi drappi
e lei ne vesti, et în quelli di îl detto seronissimo Re n'andò verso Upgaria. »
@) Art. de verifier les dates XVII, 48.
@ Awriwoni, Rac. di memor. St. II c. 1, $ 520.
(1) Cho fosso bella donna oltro ai fiorentini l''aforma il Saxsovmo nell' Mist.
della cara Orsino, 75,
() Nel mese di settembre 1416 feco dare il possesso del beneficio di $. Angelo
in Rieti a Giseomo Tomacelli. Reg. Ang. n. 74, £. 285 t.
() Meccwonne DexFico ma, dolla Bibl. della Società di St. pat, nop, A° 18
ottobra 1416 Giovanna Il eonformò nl Conta di Carrara il posensto d'Ascoli è
del contado. Reg. Ang. 1417, n. 974, £ 112, è
() La Regina a' 0 ottobre confermò gi beneventani i privilegi loro concessi
da Ladislao ed altri re, ordinò, che por lo cause di appsllo non dotessero essere
condotti innanzi ad altri giudici, che ai loro, Uomett, It. sac. Vill, 150.
oogle CORNE ERSIT
(1414)
guarnigioni di soldati nel Castel S. Angelo, ad Ostia, a Civita-
vecchia. Ma sola senza parenti, senza amici potenti, tra poco
si vide circondata da grandi difficoltà.
Da prima i baroni della parte angioina, percossi da Ladislao,
sollevarono il capo e senza indugio sì misero a tessere le fila
di una congiura, che ebbe per effetto una guerra pericolosa, i
fiorentini vivevano con sospetto, il papa era nemico. La Regina
però aveva in ordine il bello e forte esercito di Ladislao : erano
sedici mila cavalli condotti da Muzio Attendolo Sforza, Renzo e
Micheletto degli Attendoli, Jacopo Caldora, Ciccolino da Perugia,
Giulio Cesare e Fabrizio di Capua, Perdicasso Barrile conte di
Monteodorisio, Pieretto de Andreis, dal conte di Carrara ed altri
capitani (1). Alcuni di essi erano di parte angioina, ma, morto
il Re, stettero a vedere, prima di agire; i soldati di Napoli e
«delle terre vicine, che da molto tempo non toccavano soldo,
provvidero a sò e si raunarono intorno a quoi baroni, che
facevano compagnie: Jacopo Caldora, Fabrizio de Capua, il
Conte di Troia Perretto de Andreis (2). Il nerbo dell’ esercito,
con Muzio Attendolo Sforza a capo, stanziava nelle terre delle
Marche e dell’ Umbria. Nessuno faceva ancora atto d’inimicizia,
ma la Regina tuttavolta, temendo che Maria d'Enghien ed i
figliuoli, ordissero trame per dare principio alle rivolture, fece
pigliarli e menarli nelle prigioni.
Intanto la notizia della morte di Ladislao era corsa per l’Italia
con una incredibile celerità, acerba sopra tutti fu per lo Sforza,
il quale assediava Todi, ed era in punto di andare a Napoli per
riverire la Regina, quando gli fu riferito, che i romani s'erano
levati contro i regii. Era rimasto a governare il patrimonio
della chiesa, ser Gianni Caracciolo cavaliere napolitano, contro
il quale lo Sforza sentiva astio, perchè non aveva voluto con-
segnargli alcune terre dategli da Ladisluo, e per Orbetello, una
di esse, aveva preteso mille cinquecento ducati, che egli sborsò
senz'averla, perchè se n'erano impadroniti i senesi (3). Tutta-
volta Muzio Attendolo, come udì i rumori di Roma, parendogli
(1) Feani Bosi Fonouiv, Mist, Decadis I, lb, 1, 407.
(2) SexsostE, (I, Tib. IV, capo TL
@) Misen, Lc
oogle omni UnntAan
(1414) LIBRO PRIMO 28
miglior partito conservare questa città, che acquistare Todi, levò
l’assedio, lasciò alquante compagnie a Foschino degli Attendoli
per guardare le terre già occupate dal Re, e con quattro mila
cavalli corse a combattere i romani. Erano questi sostenuti
dagli Orsini contro i Savelli ed i Colonnesi amici dei duraz-
zeschi, ed ogni di s'azzuffavano per le vie. Come Battista Sa-
velli e Jacopo Colonna seppero, che andava lo Sforza con l’aiuto,
a'9 di settembre mossero ad incontrarlo e lo condussero alla
porta del Popolo. Da questo tempo fu buona amicizia tra sfor-
zeschi e colonnesi, e più crebbe quando il cardinale Ottone
Colonna fu ereato Pontefice.
Lo Sforza accampò l'esercito tra $. Giovanni in Laterano e
S. Angelo, ma i romani, sebbene lo vedessero vicino e minac-
cioso, non deposero l’ ardire, e durarono tre di a combattere
per le vie. Mischiandosi egli in una di quelle zuffe fu percosso
d'un colpo tanto gagliardo, che, intorpidita la mano, perdette
guanto e spada, fu gittato di sella, e sarebbe rimasto pesto e
in pericolo, se Renzo Sordo caposquadra de' cavalli sforzeschi
non lo avesse tratto a salvamento. Vedendo lo Sforza, che non
poteva squadronare i suoi cavalli in campo aperto e le zuffe
per le vie erano malagevoli e senza pro, afforzato ed approvi-
gionato Castel S. Angelo, condusse a Viterbo le genti d'arme
e poi alle terre sue dell’ Umbria, dove indugiò tutto settembre
ed ottobre, e avendo quindi provveduto alla loro sicurezza, le
affidò a Santo Purente, a Foschino e Micheletto degli Attendoli,
ed egli con duecento cavalli andò a salutare la Regina (1).
Non v'era del resto pericolo di guerra in quelle parti, perchè
sedici giorni dopo che' Ladislao fu morto, volendo Giovanna Il
levare ogni sospetto ai florentini, aveva mandato alla Signoria tre
suoi oratori: Matteo Polderico, Andrea del Giudice e Francesco
Caroso di Capua per annunziare, come fosse nel regno succeduta
al fratello, e dichiarare di voler vivere con quella in pace e
concordia. Dovevano poi gli ambasciatori domandare sicurtà
per andare al Papa a Bologna, perchè la Regina voleva levare
ogni differenza, e i fiorentini, che desideravano la pace, ebbero
( Musuri, LL e. CriveLLI, Vita Sfortiae R. 1. S. XIX, 661. LeoynRDO BOTTA,
Cron. Arch, St. Nap. anno 1894, 725.
SNA Il DA;
G1ov.
(4414)
cara questa ambnsccria ed ordinarono a Nicolò da Uzano e
Bernardo Guadagni, loro oratori presso Giovanni XXIII, di favo
rire le pratiche.
Nelle lettere di commissione, che la Signoria diede loro ai
81 di agosto 1415, dopo di aver raccomandato di adoperarsi
per la concordia, pose queste conclusioni, che se il Santo
Padre avesse fatto resistenza 0 obiezione, dovevano persuaderlo
a mutare avviso, dimostrandogli, come esso medesimo ha detto
e dice, che più utile e meglio è, che Italia sia signoreg-
giata dagl’ italiani, che da altre nazioni (1). I fatti però non
rispondevano ai detti, perchè la curia romana favoriva il
Duca di Angiò e voleva almeno assicurargli la successione
della Regina.
Il Papa fu lieto dell'ambasceria, e gli oratori entrarono in
Bologna addi 8 di settembre onorevolmente, poichè andarono
ad incontrarli Nicolò dei Ruberti delia corte pontificia con gli
oratori fiorentini e le famiglie dei cardinali con un corteo di
duecento cavalli. Il giorno appresso gli ambasciatori anda-
rono a lui, che li aecolse benignamente e li udì in pubblico.
L'una parte e l'altra mostrarono buone disposizioni per la
concordia, e, per menarla a fine, il Papa deputò i cardinali
de Challant di Firenze, il Brancaccio e Paolo di Giovinazzo.
Intervennero alle pratiche anche gli oratori fiorentini. Quelli
della Regina presentarono in iscritto, ciò che ella chiedeva,
ma perchè non avevano commissioni di definire tutte le con-
dizioni, che il Papa proponeva, lo supplicarono di mandare
suoi ambasciatori a Napoli, e a questo fine Giovanni deputò
Paolo di Giovinazzo e Bartolommeo di Montegonzi; non diede
però ad essi lettere per la Regina, volle anzi, che prima fossero
andati a Firenze per intendersi con la Signoria, se fosse conve-
niente di recarsi a Napoli.
E mentre il Papa faceva questo, n’ 1T di settembre aveva
spedito al Re di Francia e a Luigi d'Angiò Pietro detto il Buono
canonico cantore di Parigi per sollecitarli a venire in Italia
con le armi ad acquistare il regno (?).
(1) Commissioni di Rivatoo prev: Aumrzi 1, 247.
(@) Ravsatno, Annal, VII 377.
x00gle «
(1414) LIBRO PRIMO 25
Intanto gli ambasciatori della Regina proposero alla Signoria di Firenze una lega, ma a questa parve più opportuno di mandare a Napoli con gli ambasciatori del Papa messer Nicolò da Uzano e Rinaldo degli Albizzi.
A costoro furono date le commissioni di condolersi con la Regina per la morte del fratello, di rallegrarsi per l'autorità regia conseguita, del sincero desiderio di vivere in buona pace col Pontefice, dell'affetto, che dimostrava a Firenze: dovevano esporre quanta sollecitudine la Signoria aveva usata per ben disporre verso di lei Papa Giovanni, e persuadere gli ambasciatori di lui ad andare alla regia corte. Volle poi la Signoria, che domandassero alla Regina la conferma dei privilegi, che i fiorentini da tempi immemorabili godevano nel regno, la restituzione delle mercanzie ad essi sequestrate da Ladislao ed il compenso dei danni, e che fossero ridate al Conte di Nola, cittadino di Firenze, le terre, che Ladislao gli aveva tolte,
ad Antonio Alberigo marchese dei Malaspina la terra di Gravina donata da Carlo a Spinetta padre di lui, ed infine raccomandassero efficacemente Benedetto, Roberto e Lorenzo degli Acciaioli (1).
(1) Commissioni di Rinaldo degli Albizzi cit.
8 ottobre 1414, I, 251 e seg. Vi ha per parte degli Acciaioli un memoriale, ivi 259; eccone il sunto:
Benedetto Acciaioli possedeva Ascoli di Puglia per dote della moglie Roberta di Ludovico di Salerno, Candela comperata dalla r. corte al tempo di Carlo III, Palo comperata a tempo di Ladislao, Spinazzola ed Orta avute per eredità del padre, che le aveva ottenute dal Re Ludovico di Taranto pe' suoi servigi. Però Ladislao gli aveva levato Palo e l'aveva venduto al Conte di Bisceglio, Spinazzola data in pegno a Jacopo di Rao, Orta venduta ad Anechino Mormile. Messer Benedetto aveva anche perduta Cerignola, che egli stesso con gente sua aveva tolta ai nemici di Ladislao, posseduta dalla Contessa di Celano nipote di Papa Urbano VI; Castelluccio e mezzo Montelloro gli erano stati donati da Carlo III e Ladislao per la ribellione del Conte di Conversano, ma poi Ladislao stesso li vendette al Conte di Troia; il feudo di Micoli comprato per lui da Arrigo di Abruzzo ed or goduto da Felice di Nola. Messer Benedetto domandava la restituzione di tutte queste terre e dell'«osteri» in Napoli presso a S. Chiara,
oltre il prezzo di 250 vacche e giovenche, 60 puledre, 60 bovi domati, 12 puledri e molte masserizie, denari e argento toltigli dai commissarii di Ladislao.
Gli ambasciatori del Papa, della Signoria, della Regina ai 10 di ottobre da Firenze si condussero a Livorno, dove trovarono tre galere catalane assoldate dalla Regina ed una di Bat-
Google c
26 GIOVANNA IT D'ANGIÒ (1414)
tista Campofregoso ai servigi del Papa; salirono in esse e ai
2 di novembre entrarono nel porto di Napoli. Il di appresso
andarono alla Regina, che assegnò loro per uditori Peretto de
Andreis conte di Troia e Pandolfello Piscopo, detto Alopo, fatto
da poco tempo Conte Camerlingo (1).
(D) Commis. di Ris. DEGLI Atmizza, I, 204
Google nre
IM
Pandolfelo Piscopo detto Alopo, — Pratiche per la concordia
col Papa e Firenze. — Avventure di Musto Attendolo Sforza. —
Solievazione dei baroni. — Ribellione dell'Aquita.
Giovanna principessa aveva tenuto nella corte un garzone bello,
di gentile aspetto, di nobile lignaggio, a nome Pandolfello Pi-
scopo (1) il quale la serviva di coppa; da prima gli aveva posto
affetto, poi come raccontano, se n'era innamorata; sposa, l'aveva
condotto seco nell’Austria, vedova lo tenne in casa, divenuta
Regina subito lo fece grande, e diedegli ad amministrare il patri-
moi
regio, uno dei sette maggiori uffici del regno, ed il titolo
(1) Intorno a Pandolfello storici © cronisti hanno scritto variamente. Grotiuno
Passano 11 lo dice popolano, altri dicono poggio, cono il Bzovio ad an. 1415
< adolescentem stabularium »; forse in tal modo volse in latino il vocabolo ft
miglio, che sì trova în LEONARDO BOTTA cit. Arch. St. nap. 1594, p. 720.
Il diligente Norar Giacoxo. 09, scrive: « Pandolfello Lopo gentolomo de Por
tanova. » Loise DE Rosa, che forse lo conobbe, afferma, che non fu visto mei
1 uno più gran signiora de chitto pandolfiello gontilomo delo siegio do Porta-
nova, che isso era signiore per parte della Regina, quando fo morto lo Re Lan-
ralao » Ma. cit. (. 5. Il ChivELII cit. 96 lo dice: «eques nespolitanua genere
clarus, forma ciarior »; il Giovio, Vila Magni Sfortiae cap. XXXVII « natalibus
clarus , ed il CoLuentocro ed. Grav. 306 semplicemente creato, che risponde al
« famiglio » di L. Borra, cioè appartenente alla famiglia, alla corto di Giovanna.
11 Svwaonza ed. cit, 566 riferisco lo vario voci ed aggiungo, che la casa. Piscopo
era del Sedile di Porto. Cogli scrittori recenti crescono la confusione e le ine-
suttezze. Il RIGOTTI p. e. nella st. delfa Compagnie di ventura ed. Pompa II, 252,
guasta i fatti, altera i caratteri: non dubita di chiamare Pandolfello un « vile
famiglio» © attribuisee a Giovanna Il un carattere impetuoso.
28 GIOVANNA IE D'ANGIÒ (1414)
di Conte Camerlingo (1). Era giovane e tutto il regno fu me-
ravigliato n vederlo levato a tanta grandezza: le lingue non
ebbero freno, tutti indagavano e riferivano cose false e vere;
i baroni sopra tutti incolpavano la Regina, che prima l'aveva
avuto in delizie, ed ora, squarciato ogni velo di pudore, rende-
vagli pubblico merito del suo amore (2). D'altra parte Pandol-
fello nen s'era esercitato alle armi, nè fatta, come gli altri
signori, la dura milizia con Ladislao, non era noto per uffici
sostenuti; era bello della persona e accorto, ond’ ebbe amore,
favore, grandezza.
Tale era uno dei grandi ufficiali del regno, coi quali avevano
a praticare gli ambasciatori del Papa, e della Signoria di Firenze.
Da prima parve necessario una tregua, per porre fine alle ini-
micizie antiche, non dare ocensione a nuove, aver agio di
trattare senza sospetto. Il maggior pericolo di guerra veniva
da Giovanni XXIII, il quale aveva mandato il Legato pontificio
Cardinale di S. Eustachio Jacopo degl'Isolani a ricuperare lo
terre della Chiesa, ed in poco tempo aveva occupato Città di
Castello, Viterbo, Roma, e pacificato Battista Savelli con Fran-
cesco Orsini e Rinaldo da Rieti: restavano nemici i colonnesi
Rimanevane ancora nella potestà della Regina il Castel S. Angelo,
Ostia e Civitavecchia. Anche il Papa, ricuperata parte del suo,
voleva la tregua e il Cardinale serisse a Nicolò da Uzano e
Rinaldo degli Albizzi di persuadere « madama la Duchessa » a
restituire quelle castella, Il Legato pontificie reputava ancora
Giovanna IT Duchessa d'Austria (3). La tregua fu conchiusa a' 19
di novembre, da aver effetto al di primo di dicembre, duratura
fino a mezzo febbraio: il Cardinale Legato la ratificò in Roma.
I patti furono questi : nel tempo della tregua nessuna delle parti
doveva fare novità o arrecare offesa in Roma, in Perugia, nelle
terre del Patrimonio della Chiesa, ni confini del Regno (4).
(1) Noi Diurn. di Montelsone cit. 63, 64 si leggo, che Pandolfello fa creato
jgo agli 11 di gen. 1415. Ciò na è esatto, perchè dalle relazioni
risulta, che all'entrata di novembre 1414 già aveva l'alto uf
(2) 11 Minuti, cap. XXVII, I7T, cronista sforzesco, scrive, che la Regina « quando
andò a marito el menò seco e sempre ne fu innmorata ».
(3) Nello Commissioni di R, DeaLi Aubizzi 1, 265, 275, si trovano due lettere
del Lagato, l'una data în Roma n° 24 uttebra 1414, l'altra a' 24 novembre.
(4) R. oegti ALmzzi, Commissioni cit. 1, 273.
Google ‘
(1414) LIBRO PRIMO 29
Gli oratori della Signoria incontrarono però poco favore pel
compenso dei danni arrecati ai mercanti fiorentini, e i consi-
glieri della Regina proposero di dare per tutto dieci mila fiorini,
onde furono malcontenti, e quando addi primo di dicembre
andarono alla Regina per riverirla e prendere comiato, le rac-
comandarono il fatto dei mercanti. Ella, che poco usava di
parlare: io veggo bene, disse, che i vostri Signori non si fidano
di me, ma se ne fideranno più di qui ad un anno, quando mi
avranno provata (1).
Incerte, intrigate, lunghe furono le pratiche cogli ambasciatori
del Papa, i quali si studiavano di cavillare e menarle per le
lunghe, poichè non avevano commissioni per condurlo a fino,
e la curia pontificia nello stesso tempo trattava col Prin-
cipe angioino per l'acquisto del regno, cosa non ignota ai
consiglieri regii, i quali apertamente dicevano, che niente
avrebbero conchiuso, se Ja Signoria di Firenze non avesse data
guarentigia per l'osservanza dei patti col papa. Vi erano, tra
le altre, tre differenze malagevoli ad accordare: il perdono ai
fuorusciti ed il loro ritorno, lo castella della Chiesa rimaste in
potere dei regi, il matrimonio da trattare per la Regina, perché
tutti vedevano, che male poteva reggere il regno agitato una
donna e le memorie di Giovanna I d'Angiò erano fresche.
Il ritorno dei fuorusciti avrebbe ravvivato odii antichi nel
regno © offeso quei baroni, che avevano occupato le terre loro,
perchè essi col perdono delle offese le avrebbero richieste: le
castella del Patrimonio non potevano essere consegnate al Papa
senza guarentigie; i consiglieri della Regina erano tuttavolta
disposti ad assegnarle in pegno alla Comunità di Firenze. Questa
condizione offendeva il Papa. Volevano in fine i consiglieri,
che Giovanna potesse togliersi qual marito volesse, ma intorno
a questo furono fatte dispute lungho. Gli oratori pontifici vole-
vano scansare ogni obbligo del Papa di approvare qualsivoglia
matrimonio, ed i consiglieri ed i baroni temevano, d'altra parte,
che fosse loro imposto dal Papa un Re, che non li avesse ta-
lentato. Ed erano per questo i baroni nemici agli angioini venuti
in tanto sospetto, che duc gentiluomini per Seggio con molti
signori napolitani convennero a consiglio nel Castello, poiché
@ Ivi 279.
e VELL'UNIVE
30 GIOVANNA TI D'AN
(1418)
erano corse le voci, che il Papa voleva, che tornassero nel regno
| fuorusciti e la Regina togliesse per marito Luigi d'Angiò.
Nicolò da Uzano e Rinaldo degli Albizzi, che ebbero grande
parte în queste pratiche, addi 17 novembre 1414, avevano rife-
rito alla Signoria, che i baroni erano ben disposti verso la
Regina, tutti volevano l'accordo col Papa, ma c'erano diversi
umori ed ognuno voleva veder chiaro intorno ai fuorusciti e al
matrimonio della Regina (1). E poichè non si veniva ad una
conelusione, il Consiglio regio propose di mandare al Papa
un’altra ambasceria per accordare le differenze ed a ciò furono
deputati un vescovo, Francesco d’Arce dottore, e Andrea del
Giudice, che andava di mala voglia (2), Prima d’ andare al
Papa dovevano essi recarsi a Firenze (3). Fino a Gualdo furono
scortati da Ceccolino Michelotti con 40 caval
Mentre si trattava di tutto ciò, giunsero a Napoli ambascia-
tori genovesi (4) e veneziani (5), e venne anche Muzio Attendolo
Sforza. Per la costui venuta s'insospettirono e turbarono i baro
che meditava questo soldato di ventura? Era egli di presenza
bella e gagliarda, di statura oltre la comune, dalle membra agili,
dal petto ampio, le spalle larghe, stretto alla cintura, grosso le
anche, l' aria del volto bruno era dura, gli occhi vivi sotto i
folti archi delle sopracciglia: aveva per consuetudine il mento
raso ed i capelli tosati, onde Îl enpo non fosse impedito nel-
(1) Commissioni cit. 200 e seg. Cfr, Auwiati 11 Giovine giunte
Hd. Pompa V. lib, XVIII, 36.
(@) Commissioni cit. 277. Forse a questi ambasciatori furono affidati i « Ca-
pitoli dati dalla Regina Giovanna Il eto. ai suoi ambasciatori, che mandò al Pa
Giovanni XXI] a domandare l'investitura del Regno », notati dal Cuoccunetti,
ma nou lî ho trovati în molti esemplari mss. dell'opera di lui.
(8) Ecco il loro itinerario: partirono da Napoli a° 6 decembre 1414 giovedì,
andarono la sera a Calvi, il di 7 a Venafro, agli otto passarono presso questa città
11 rivo Tiliverno « il quale si dico pe' paesani che sette anni continui corre abbon-
dandemente, a altri setto anni sta sscso sopra letto suo, senza goccia d' acqua +;
giunsero la sera a Casteldisangro, ed il dì 9 a Sulmona. A' 10 pervennero a
Poggio, dondo partirono il giorno seguente per andare a desinare in Aquila.
A'12 furono all'Amatrice, e di lì per Arquata, Visso, Beldiletto, Camerino,
Piorico psrvennero a Gualdo, il 18 furono a Perugia, ed il 23 sul mattino a
Firenzo. Commis. 268 © seg.
(4) Questi poi partirono a' 7 di novembre. Commis. cit. I, 280.
(5) I voneziani giunsero a Napoli a 90 di novembre. Ivi 279.
ue Ist. fior.
: Google RI er
(1414) LIBRO PRIMO 3I
l’elmo (1). Andò a riverire la Regina, le profferse l'opera sua,
promise, che l'avrebbe servita a difesa fedelmente: ella fu con-
tenta e gli fece onore © cortesia (2). E incominciarono per la
città le dicerie: i nemici di Pandolfello affermavano, che questi
si rodesse dentro, perchè gli era venuto appresso tale uomo,
che, piegato il facile animo di Giovanna, poteva agevolmente
scavalcarlo, e che il sospetto ed il rancore di lui crescevano
di per dì, come più avvampava la gelosia, vedendo, che la Regina
conversnva affabilmente col condottiero: aggiungevano, che ella
n'era presa d'amore e lo avrebbe tolto per marito (3). E i baroni
amici della Regina videro lo Sforza nella corte di mal animo più
che quelli della parte angioina, i quali ricordavano, che egli
aveva a Roccasecca combattuto per Luigi Il contro Ladislao,
alcuni di loro s'erano addestrati nelle armi sotto la disciplina
di lui, e lo reputavano amico più che nemico (4). Del resto si
agitavano, facevano patti e concordia, preparavano armi e
presto si videro gli effetti,
Giulio Cesare de Capua valoroso cavaliere, ambizioso, facile
a pigliare partito, si lamentava della Regina, perchè sollevando
altri, non gli aveva dato segno di favore; s'allontanò, si mise
co’ suoi soldati a correre la campagna intorno a Napoli, sor-
prendeva e catturava la gente fin alle porte della città, © nessuno
pensava a reprimerlo (5). All'entrata del mese di decembre si
parti îl Conte di Celano, grande Giustiziere del regno, senza
licenza della Regina, con dispetto. Di questi fatti molto si
mormorava nella città.
A' 2 di decembre lo Sforza andò al Castelnuovo per le paghe
delle sue compagnie di gente d'armi, e gli fu detto, che la Regina
€) Misori e. XXVIIL 184. Giovio 0. c. cap. LXXXVIL
@) Misort 177.
(8) Giovio cap. XXII, XXXVIL Il Brovio pei riferisce, non s0 con quaai
discorsi, che facevano tra loro lo Sforza e la Kegina. Questa gli disse
«aetaiem, quae utrisque praeliis par essel, malo inter cruenta solum
quio eam in partem accipiebatur quasi vel ad nuptias, vel ad lie-
amores tantum non palam Dur Sfortia invitarstur ». Ad an. 1415
ni LIV, 489.
(4) Diurnali di Monteleone 04
22 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1414)
era andata alla torre Beverella, che si levava sul lido del mare,
e mentre si recava a lei, fu d'improvviso circondato da una
masnada armata; preso, spogliato delle armi, legato, fu menato
alle prigioni. Corsero molte voci, e la più creduta era la meno
verace, perchè tutti dicevano, che Pandolfello lo aveva soste-
nuto per gelosia della Regina; fu preso invece per ordine di
lei, che senza indugio mandò a chiamare gli oratori del Papa, e
disse loro, che il regio Consiglio aveva ordinato la prigionia dello
Sforza, perchè non voleva cedere le castella della Chiesa (1).
La novella andò a Firenze in cinque giorni. Era in quel tempo
ail soldo dei fiorentini Renzo degli Attendoli, uno dei più eccel-
lenti capitani sforzeschi, e poichè era per finire il tempo della
condotta, percosso dalla gravità del fatto, domandò alla Signoria
la licenza di partire con le genti sue e l’ebbe. Corse a Chiusi
e, fatto chiamare Foschino, Micheletto e Santo Parente, deliberò
con essi di difendere le terre loro affidate dallo Sforza: fecero
sapere alla Regina, che si sarebbero uniti ai nemici di lei. E
allora fu veduto quanta concordia fosse fra gli sforzeschi, poichè
non si sbandarono, ed un solo conestabile di fanti, Armella
d’Ascoli sul Tronto, mancò di fede, perchè essendo a guardia di
Orviedo, dimenticatosi, che lo Sforza gli aveva dato favore e
riputazione, vendette In città a Braccio da Montone. Pagò poi
il fio del tradimento 6 morì impiccato (2), Il comune di Siena
vedendo allora quella gente senza capo, minacciosa, afforzata
in Chiusi e Montepulciano, temendo suo danno, provvide alla
propria salvezza con quei mezzi, che parvero opportuni, e mandò
alla Regina Gualteruccio di Ser Bartolomeo Gualterucci (8). Gli
sforzeschi però deliberarono di rimanere negli alloggiamenti
d'inverno e di ustire in campo a primavera contro la Regina
per mettere a rumore il regno e secondare le famme, che già
da ogni parte divampavano. Morto Ladislao la città di Gallipoli
per ottenere da Giovanna II ln conferma degli antichi privilegi,
() Commissioni cit. 1277, 280. Misuri 178. Diurn di Mantet. LL c. Dia:
Anonimo in Porgor 114.
@) Lo feco impiccare il Vitelleschi Patriarea Alessandrino. Minuro 1. c. Che
vatui 662, LeoaRno BOTTA Cron. cit, Arch, St, nap, 18%. 725,
(@) Fanaciia Doc. Senesi per la Storia del Regno dal 1414 al 1425. Rivista
Abruziese 1890, fuse. VII, VIII, doc. I, Il, IL.
(1414) LIBRO PRIMO 89
che godeva, le aveva spedito suoi sindaci. Ella rinnovò i pri-
vilegi a' 20 settembre 1414, e due di appresso con altre let-
tere regie promise di tenere la città nel demanio regio (1). I
sindaci partirono contenti, ma come pervennero in Gallipoli
trovarono la città agitata, perchè il Cnstellano ricusava l'ubbi-
dienza alla Regina. I cittadini, prose lo armi, assalirono il ca-
stello, l’occuparono e levarono sulle torri le insegne durazzesche,
sparsero sangue: occorse quindi, che i sindaci rifacessero In
lunga via per impetrare dalla Regina la remissione delle colpe (2).
Giacomo Orsini conte di Tagliacozzo si ribellò (3); la famiglia
Sanseverina, la quale con una costanza meravigliosa, per rovina
sua e del regno, fu sempre devota alla casa angioina, per avere
pretesti di ribellione cominciò a querelarsi d'essere stata per-
seguitata da Ladislao e spogliata delle sue signorie senza pro-
cesso (4). Gli aquilani si agitavano.
L'Aquila, città non antica, ma venuta in poco tempo a grande
potenza per l’operosità e la gagliardia de' suoi cittadini, s'era
arricchita con larghi commerci. Posta a cavaliere di un colle,
il quale digrada ripidamente nel piano, guarda a tramontana
le vette del Gran Sasso, signoreggia due valli. unite fra loro da
un passo stretto, solcato dall’Aterno, fiume in quel luogo, nè
profondo, nè molto copioso di neque. Di IA è la via più agevale
per chi da Rieti muove per Sulmona. Era la città circondata da
mura alte, merlate, che si veggono ancora, afforzate da torri
0 bertesche pol giro di miglia tre; dodici erano lo porte, un
(1) In breve i privilegi erano questi: concessione della zecca: esenzione della
fornitura di panni ai soldati del castello © dall'obbligo di dare ai soldati denaro
dell'università: atabilito lo norrre por l'apprezzo dei danni arrecati dal bostiame
noi campi: facoltà di far guardare i campi da gente armata: escazione dall'ob
bligo di prendere îl sale forzato, oltre il bisoguo: licenza di esigere un carlino
a navo per le riparazioni del porto.
Ravina, Memorie Ist. della Città di Gallipoli. Napoli 1836, 196.
@) fi.
@) Fu pordonato © ricovuto in grazia con diploma regio do' 6 gennaio 1417.
Reg. Ang. n. 374, f. 978,
(1) Stefano Sanseverino poco tempo dopo si queretò con Giovanna Il, perchè
da Ladislao « nulla causa rationabili procedente et nallo facto processu nec aliqua
lata» ora stato spogliato dei foudi di Matera © Laterza. Quenti furono
tuiti con lettera regie d' 2 mario 1417. Reg. Ang. n 2975, fi. S8,t.
3. — Farugnia, Giovanna II d'Angiò.
oogle CORNE ERSIT
34 GIOVANNA Il D' (1414)
castello si levava nel mezzo di essa (1). Dopo Napoli era reputata
la prima città del regno e nell'Italia di mezzo solo inferiore a
Firenze. Posta ai confini, lontana dalla sede dei Re, per le vie
difficili dei monti ermi e selvosi, spesso interrotti da nevi, da
fiumi, da altre difficoltà, che allungavano la distanza, la città
dell'Aquila poco udiva la voce regia: per ragione di studii,
d'arti, di commercio aveva strette relazioni con Roma e le
terre dell’ Umbria, delle Marche, della Toscana, Il Re vi man-
dava un capitano, ma l'ordinamento municipale era conforme
a quello dei Comuni italiani di là dai confini. I cittadini, divisi
in quartieri, raunati a parlamento eleggevano il Consiglio dei
Cento, il quale deliberava delle cose pubbliche. Amministravano
il Comune cinque magistrati eletti uno per arte: primo era quello
dei letterati, secondo dei mercanti, terzo dell'arte dei metalli,
quarto di quella del cuoiame, quinto dei nobili. A capo di essi
era il Camerlingo. I cinque del reggimento seeglievano cinque
consoli delle arti, e ognuno di essi conservava il gonfalone del-
l’arte sua, nel bisogno l’inalberava ed i cittadini dell'arte vi
si munavano întorno o per fare parlamento o per prendere le
armi e correre gualdane, offendere i nemici, difendere gli amici
e la città (2).
Avevano gli aquilani il privilegio della zecca per battere,
moneta, ed è a notare, che del tempo di Giovanna IT, si trovi
solo un piccolo denaro coniato in Napoli, le altre monete, che
avanzavano, quattrini, mezzi carlini, celle, bolognini vengono
tutti dalla zecca dell'Aquila (3). Questa aveva nella regione
abruzzese autorità grande: possedeva vasto contado, molte terre,
molte eastella; fin la lontana Guardia Grelo, come racconterò
appresso, le domandò aiuto e protezione, i baroni chiedevano
(1) Ai tempi di Ladisluo erano state fitte le provisione e super constructione
Castri et Citadelle civitatis Aquile iuxta providentiam Magi ioci de Burgo
Comitis montis Oderisii Vicem gerentem Apratij partium et nobilis Francisci
de Ortona militis Capitanei Civitatis Aquile» Reg. 1398...? £. 177. t. 179 t
Miwuent Riccro Notizie st. tratto da 62 Roy. Ang. p. 7617.‘
@) Faruatia. Il Duca di Calabria e la spedizione degli Atrussesi contro
Iziet. Arch, St, nap. anno IX.
(6) FARAGLIA Sludii intorno al regno di Giovanna II. Atti dell'Accademia
Pontaniana 1899, $ IL.
oogle CORNE ERSIT
(1414) LIBRO PRIMO 3
ad essa pace e concordia, o tregua in tempo di guerra. I Re
di Napoli la temevano e perciò si studiavano di mantenerla
contenta e fedele, concedendolo grazie, franchigie e privilegi,
a tutti era noto però, che parteggiava pe’ principi angioini e ad
ogni congiura di baroni ad essa eramto rivolti gli sguardi, come
alla rocca dei ribelli.
Molti cittadini vi erano potenti, ma i Camponeschi avanzavano
tutti; ricchi di signorie, uomini d'arme eccellenti, seguiti da
molti consorti dirigevano la città a loro avviso. La grande
autorità procaceiò ad essi emuli e nemici. Fra i Camponeschi
poi primeggiava Antonuccio, il quale aveva militato con La-
dislao, che lo menò seco all'impresa dell’ Ungherin, e, quando
tornò nel regno, lo lasetò con pochi soldati a sostenere la parte
regia (1). Tornò di poi anch'egli e, per uno dei frequenti tumulti
cittadini, bandito dall'Aquila co’ suoi consorti, errò qua, là
aspettando il tempo del ritorno; la morte di Ladislao diede
l'opportunità. Le notizie delle infermità del Re, andarono cele-
remente dalla vicina Umbria, e quella della morte si diffuse
prima che fosse avvenuta. Si ravvivarono allora nella città le
ire di parte e a' 9 di agosto Antonio di S. Epifano scese armato
nella piazza per vendicarsi di Jacopo da Forfona e tanto ru-
more levò, che il di appresso i cittadini per sicurezza diedero
il governo della città al Conte di Celano; ina Obizzo da Carrara,
viceré d'Abruzzo, corse con le poche armi che aveva, e quetato
il tumulto, persuase i cittadini a mandare un'ambasceria alla
Regina (2).
Intanto i fuorusciti facevano pratiche por essere ricondotti
in casa, e a 9 di novembre, a giorno chiaro, Antonuccio con
duecento cavalli e quattrocento fanti, si fece innanzi la porta
di S. Antonio, ma nessuno si mosse per lui dentro le mura, non
offese, non fu offeso è ricondusse le sue genti a Papleto: sulla
sera però tornò a tentare l'impresa c andò innanzi alla porta
(1) Diurn. di Monteleone cit. 53. Autonuccio sposò Masella de R
la quale vendette a Francesco de Riccardis di Ortona lo terre di Civitaquana
e Ginestrala. Francesco fu confermato nel possesso di questo terre con l'ufficio
di capitano il 1° gennaio 1490. Reg. Ang. 375 £ 166 t
@) Axorto Lrosist Annali della Città dell'Aquila. Aquila 1883 I, 5
la morte dell'Autore l' epera restò incompleta.
36 GIOVANNA 11 1° ANGIÒ (1414)
della Rivara. Obizzo, che stava sull'avviso, gl'impedi l'en-
trata, ed egli, vistosi non secondato, partì col disegno di ridursi
a Spoleto. Si mise per le vie aspre e rotte dei monti, ma come
giunse a Borbona, si trovò accerchiato da una moltitudino di
montanari, i quali lo assalirono gridando: carne, carne, e gli
arrecarono un fastidio maggiore del danno. Procedete guardingo
per luoghi difficili, ed or combattendo, or affrettando l'andare,
ebbe pratiche coi terrazzani di Civita Reale, i quali a' 19 di no-
vembre gli diedero la terra ed egli vi raccolse le genti stanche (1).
I Sanseverineschi (2), il Conte di Celano, il Duca di Sessa,
il conte di Fondi, i figliuoli del Conte di Altavilla ed altri baroni
congiurati, che aspettavano l'esito dell'impresa di Antonuccio
sopra l'Aquila per pigliare le armi, come la videro senza effetto,
considerando che il danno veniva dagl’indugi di Luigi d'Angiò,
che invitato e sollecitato all'impresa del regno dava promesse
e non fatti, deliberarono di mandargli un’ambasceria per salu-
tarlo Re, dimostrargli come animi ed armi erano pronti per lui,
che in molte parti del regno la ribellione divampava, © por con-
durla a buon fine occorreva la presenza sua. Uno degli amba-
sciatori fu Antonuccio.
Restò capo dei fuorusciti aquilani Battista fratello di lui, il
quale teneva sollevati i consorti suoi nella città. Nel di delle ce-
neri, al primo di febbraio, fu incarcerato uno che recava notizie
dei fuorusciti, la città andò a rumore; fu fatto quindi un bando
contro i partigiani dei Camponeschi, ma questi, non essendo
disposti a lasciare l'opportunità, discesero armati sulle vie. Gli
amici di Obizzo uscirono ad affrontarli gridando: viva la Regina
Giovanna, viva la parte guelfa; e rinnovando male a proposito
un antico e infausto grido, si mischiarono, si azzuffarono, ma
il tumulto fa maggiore delle percosse: un solo fu morto. I guelfi
(1) Nicorò ba Bonnova A. 1. M. AE. YI. 863, Leosm 0. e. 547,
Dosunet, Dioria cit. în Aneedora Licleraria dell'Axavuzri, nota, che a' 19
novembre Antonuccio andò a Città Realo «que tenebatur per homines do Ama:
trice, remanente castro în potestate dictorum de Amatrice. »
@ì Lo Zursra lib, XII, 128 afferma, cho « ano di casa S.
la ciutad de ls Aquila por el Rey Luye.» Ciò non
probabilmenta dall'intarosso, che i Santaverinaschi a gli altri baro
avevano dei fatti dolla città
(1415) LIBRO PRIMO 37
però furono sopraffatti, ed il Carrarese scampò nel castello. I
Camponeschi, nizzati dalla buona fortuna, diedero la bandiera
ad Antonio de Jurrio de Rivera, corsero le vie, fecero danno al
Palazzo, alla Camera, imprigionarono messer Pietro Macedonio
di Napoli, capitano della Regina ed il giudice Angelo d’Urso
da Gaeta, fecero molte vendette private. Battista Camponeschi,
il quale aspettava a S. Valentino, fu invitato a tornare nella
città, e quando si presentò alle porte, una grande moltitudine
di aquilani andata ad incontrarlo, recando in mano rami di
ulivo © cantando laudi, lo accompagnò alle sue case. Pareva
che mennsse trionfo. Ai 23 di maggio tornò poi Antonuccio, e
già l'Aquila si reggeva in nome di Luigi d'Angiò.
oogle
Original fom
Digtizza by Google CORNELL UNIVERSITY
IV
Liberazione di Attendoto Sforza, concordia di lui con Pan-
dolfello. — Vittoria dello Sforza sopra gli aquitani. — Jacopo
Caldora. — Repressione det baroni ribelli.
E levarono le insegne del Duca d'Angiò Cristoforo Gaetani
Conte di Fondi, îl Duca di Sessa, il Conte di Celano; i figliuoli
del Conte d'Altavilla, Giulio Cesare e Fabrizio, più audaci, occu-
parono Capua (1) e col ferro e col fuoco disertarono le terre
devote alla Regina. A questo modo, dalla morte del Re in pochi
mesi s'era perduta Roma col patrimonio della Chiesa, gli Sforze-
schi da amici erano divenuti nemici pericolosi, la provincia della
Terra di Lavoro e l’Abruzzo di là dal fiume Pescara ribellati,
(1) Notizia di queste sollevazioni si trovano in una quietanza fatta dalla Regia
il 10 giugno 1419 a Colella Custagnola:
ci. Item inalia manu ducatos centum quos dedit seu donavit quondam Pan
dulfello Piscopo magno camerario regni Sicilia pro Castellania Castri sancte
Agathos do provintia Capitinate ad quod recipiendum nccessit ot illud sibi sosi-
gnatum non ectitit. Item pro axpensia quas fecit in dieto accessu ducstorum
quiagentorom. Item în alios dueatos quatringentos sexaginta quos salvit pedi-
tibus triginta pro stipendio trium mensium ad lieteras dicti Pandulfelli quando
castrum meta do dieto Comitata Albe faciebat guarram contra Comitatam Albe
quo tempore ipse Colella seripserat dieto Pandulfello ut in premissio providoret
quia torre vallis rubeti propter dietam guerram perdebantur. Qui Pandolfellus
ei reseripsit quod per nos ia premissis tune providere non poterat propter guerram
que fisbat contra Capuam, Et quod propterea ipse Colella in premissis providerst
prout sibi videretur et sic vigore litterarum ipsius Pandulfelli expendit dietam
pecuniam ut aupra. Item in alia manu ducato» dusentoe quos erpandit pro sti-
pendio certorum soliorum qui suecursum sibi dederunt quando obsessus fui
dicto castro Gapistrellim» » Reg. Ang: ne 972 £ 04
È Google ;
40 GIOVANNA IT D'ANGIÒ (1415)
il bello e forte esercito di Ladislao disciolto, la regia auto
fiaccata. In tanta rovina parve alla corte della Regina un solo
rimedio opportuno: ridare la libertà a Muzio Attendolo Sforza,
quetare le ire degli Sforzeschi. Pandolfello, che ormai poteva
ciò che voleva, per la conservazione del regno € della sua gran-
dezza patteggiò col Condottiero, promise di metterlo a capo del-
l’esercito contro i baroni ribelli ed in pegno di amicizia gli
offri in isposa la sorella sua Caterina Alopo, detta per vezzo
Catella, buona, amorevole, bella della persona, nella quale non
altro difetto si avvertiva salvo quello d'essere un poco balba. Lo
Sforza accettò le condizioni, ma non riebbe la libertà senza aver
data guarentigia: volle Pandolfello in ostaggio i figliuoli di lui
Francesco, Leone, Bosio, Giovanni, Alessandro, Lisa, la sorella
madonna Margherita, i capitani Giovanni Battista e Matteo degli
Attendolî, Micheletto, Marchetto, Mariano, Bertuecio detto Se-
raglio e Givardo Graziano. Essi sull’uscita di marzo furono
condotti a Napoli e consegnati alle genti della Regina, lo Sforza
fu tratto di prigione (1).
E in quel tempo andavano alla regia corte gravi notizie dal
l’Aquila: i cittadini stringevano con l'assedio Obizzo da Carrara,
il quale, come ho detto, s'era ricoverato nel castello, e vedendosi
a mal partito, domandava pronto soccorso. À questo fine la Re-
gina mandava lettere ed ordini alle università e ni baroni
abruzzesi, nia questi languidamente ubbidivano e gli aquilani
si afforzavano, facevano amicizie (2), molestavano i nemici; e
saputo che ad Obizzo veniva dall'Amatrice un buon carico di
vettovaglie, andarono ad appostarsi in una forra, sorpresero i
guardiani, parte ne cacciarono in fuga, molti ne uccisero e
fecero bottino (3).
Deliberò In regia corte, che senza indugio dovesse reprimersi
l’audacia degli aquilani, affrewò quindi la partenza di Muzio
() Miseri 179. Diur)
Leomaroo Borra o. e. 725.
@) Si hanno notizia di lettere ragio spedito 2° 28 di febbraio 1815 all'uni-
versità di Guardia Grele a questo scopo. Liosini o. e. 549,
(8) Nel Dierio amon. in Perger cit, I14 leggesi, che gli Aqui
gli uomini dell'Amatrice © ne uccisero 20 a' 9 di marzo. L Cronisti aquilani
affermano che i morti furono 120.
li Monteleone. CniveLui 082. Giovio o. e. cap. Îxi
sorpresero
(1415) LIBRO PRINO Al
Attendolo, al quale furono dati trentamila fiorini per le paghe
dei soldati.
Mosse egli dn Napoli per mare, prese terra a Montalto e di
là si condusse alle sue genti nell’ Umbria; assoldò per la Regina
Renzo degli Attendoli, e, mssi insieme quattromila cinquecento
cavalli e cinquecento fanti, s'avvib per l'Abruzzo. Giunto a
Civita Tomassa, terra del contado dell'Aquila, raccolse l'esercito,
ma lo videro gli aquilani senza timore, ed Antonuccio dei Cam-
poneschi aveva tanta certezza della vittoria, che baldanzoso in
pubblico si rideva dello Sforza, poiché confidava nella fortezza
della città, nella gagliardia dei suoi, e nell'aiuto degli ami
fra i quali era insigne Jacopo Caldora (1).
Questi era nato nel castello del Giudice, sul Sangro, da Gio-
vannantonio e Rita Cantelmo, aveva ampliato lo stato paterno
menando in moglio Medea d'Eboli, la qualo gli aveva portato
con le doti îl contado di Trivento (2); compagno d'armi di
Ladislao s'era trovato alla giornata di Roccasecca. Era in lui
orgoglio di barone ed indole di capitano di ventura, nessuno
nel regno lo avanzava per esperienza dell’arte militare e come
quasi tutti i signori abruzzesi, era della parte angioina, perchè
nella casa caldoresca non erano state dimenticate le. perse-
cuzioni mosse da Carlo III di Durazzo contro Ramondazzo (3).
Or senza scovrirsi nemico della Regina, quando questa ordinò
di muovere contro gli aquilani, co' suoi soldati andò innanzi
alla città e aspettò gli eventi più con apparenze di amico,
che di avversario.
A'13 di giugno Muzio Attendolo dispose le sue genti d’arme
in ordinanze strette per affrontare i nemici, egli con alquanti
squadroni di cavalli girò da lungo per assalirli alle spalle e
dato il segno della battaglia, si vide venire Incontro gli aqui-
(1) Il Giorio, o. e. cap. XXXVII afferma: « Jacobum Candolam, qui dux bello
alarus erat, ad selitionem aquilanos impulisw
E Lrowanoo Botta cros. cit 726: « (Sforza) trovo laquila rebellata 0 tono-
vane lo castello. dentro era messer Jacopo Caldora et Antonuso do luquila cum
cavali 1000.»
@) Ciaztuwi, Memorie storiche del Sannio, 428.
Gîr. Faraotia, I4 sepolcro di casa Caldora in Santo Spirito di Sulmona. Atti
doll'Accsd. Pontaniana XXI, An. 1802.
@) Diurm, di Montel. od. cit. 21.
: Google RI ar
42 GIOVANNA IL D'ANGIÒ
(1415)
lani, che erano tutti a piedi; fu fatta una zuffa breve e senza
ordine, gli aquilani, volti in fuga corsero a ricoverarsi nelle
mura. Fu detto, che le cose erano state accordate (1), perchè
messer Jacopo poco fece; non ebbero danno i vinti, ma Anto-
nuccio restò prigioniero. Muzio Attendolo entrò nella città,
infoderò il castello, usò cortesia ad Antonuccio ed invitatolo
la sera a desinare coi cittadini più ragguardevoli, lo esortò ad
essere fedele alla Regina; dipoi a' 18 di giugno negli alloggia-
menti sforzeschi di Civita Tomassa furono fatti i capitoli per
la pace e la sicurezza della città, e Jacopo Caldora fu pre-
sente come Commissario della Regina. Questa perdonava agli
aquilani la ribellione, condonava la metà delle collette, o im-
poste fiscali dell'anno, prometteva di ridaro la libertà ad alquanti
cittadini ribelli più insigni, fra i quali era Ludovico de Ga-
glioffi, gli aquilani avrebbero liberato Pietro Macedonio ed il
giudice: la Regina avrebbe creato governatore della città Jacopo
Caldora, e nominato vicerè d'Abruzzo un uomo da bene, e capi-
tano dell'Aquila Ugo da Moliterno; doveva essere ceduta al
Caldora la torre posta nella piazza della città, gli aquilani
avrebboro dato per guarentigia ventimila ducati, che sarebbero
poi stati restituiti passato l’anno, SI obbligarono | cittadini di
abbattere îl muro e colmare il fossato del castello, come lo
Sforza fosse a due giornate lontano dall’Aquila. L'università
diede malleveria per Antonuccio dei Camponeschi.
Fu data licenza di rimanere quattro di nella città a quei
fuorusciti, dei quali lo Sforza, messer Jacopo ed Antonuccio
indicarono i nomi. La Regina approvò e ratificò i patti a' 30
di giugno (2). ci
(I) «Nel ditto anno a di 19 de Jugao prossimo (1415) venne Sforza come
gran Conostavole do Madama la Regina Joanna seconda con gran gente d' arme
per foderare e fornire la cittadella d'Aquila e venne appresso alla torra. El po-
pulo armato con Antonuecio Camponesro e Misser Jacopo Caldola con gente
d'armo sassi li andarono incentro; appresso all'una parto all'altra vi ai foco
assai bolli fatti d'armi, © perchè si disso esservi alcuno via coverta, în fine
#1 Populo si ruppe. » Nicotò ti Bonnosa, Hist. cit., 864.
(2) Nicotò pa Rornosa 865, 8G6. Misuri 180. Cevezti 063. Dier. amon, in
Porger 414. Giovio, o. c. cop. XXXVII. Nè il Cinitio negli Ann. della città
dell'Aquila, nà l'Asrisoni nollo Memorie St. dell'Abruzzo fanno menzione di
di questi fatti
x00gle «
(1415) LIBRO PRIMO 48
Pacifieata l'Aquila Jo Sforza quetò agevolmente i contadi
d'Albe e Tagliacozzo, e all'entrata di agosto condusse l'esercito
nelle terre di Cristeforo Gaetani conte di Fondi, assediò Itri,
ed il Conte, temendo suo danno, venne a patti. Il Duca di Sessa,
impaurito, ne imitò l'esempio. Si volse allora lo Sforza contro
i figliuoli del Conte d'Altavilla (1), li strinse, li domò; Giulio
Cesare tornò nella devozione di Giovanna [I di mal animo,
Fabrizio, porsistondo nella ribellione, si chiuso nella roeca di
Morrone. Menata a fine l'impresa, Muzio Attendolo Sforza ebbe
i premii meritati con le vittorie; fatto grande Contestabile del
regno, fu presentato dello stendardo con le insegne di Gerusa-
lemme, Sicilia, Ungheria, ebbe la conferma della signoria di
Tricarico, Senise e d'altre cinque castella già a lui donate da
Ladislao, e le castella di Tito, Pietrafisa, Satriano, Miglionico,
Pisticci, Cassano, Bagnuolo, Nusco, Scorrano e Mirabella, ma,
di queste baronie non ebbe il possesso per le controversie, che
sorsero (2). È
(1) Se ne ha qualche indizio in un diploma di Giovanna II, del 4 genn. 1429
per Andma Minutolo. Questi aveva avuto da Ladislao una terra in Capua presso
al flumo e l'orto di 5, Andrea de porta fuminis; « occupata olim Civitate Capuo
per quondam Fabricium de Capua contra Maiestatem nostram et nostrum pei
ficam statum existente ipso expouente in fidelitate diete nostre maiestatia extra
dictam civitatem Capue domus ipsius erponentis fuit in predam data por dietum
Fabricium gentibus suis armigeris, que gentes omnia bona sua abindo abstulerant.»
Reg. Ang. n. 377. £. 179, Minun, 180.
‘@) Minori, 181. Buoxiscostro, 110. Crivetui, 664.
Il Giovio, o. c. I, XI, afferma, che lo Sforza ebbe cinque terre nel Sannio
quasi in dote di Catella Piscopo. Mi mancano i documenti. Le terre poste nella
Basilicata gli furono corto donste varso mazzo agosto, perchè la Regina a' 20
del meno intesso gli concesso l' ufficio di capitano nelle castella di Tito, Migli
nico, e Pietrafisa « cum plena meri mixtiquo imperîi et gladii potestate ». Reg.
Ang; N. 372 £. 12. Or la consuetudino era di dara prima il foudo e poi la con-
cessione dell'ufficio di capitano.
Qui occorre notare, che il Crtani nel fasc. VIII, ann. XXI. p. 376 @ seg. del-
l'Arch, St. Lemb. pubblica un sunto di 41 doc. sforzeschi esistoati nell'Archivio
di Stato in Napoli sonza notare ln fonti. Il Miuteni Tuccto no aveva giù put
Dlicato molti per intero nel Saggio di Cod. Dipi. fino da! 1879,
ottoni rom
Sidia Google CORNELL UNIVERSITY
Pratiche pel matrimonio della Regina. — Giacomo Conte de la
Marche. — Congiura dei daroni contro Muzio Attendolo Sforza c
Pandoifelto Piscopo.
Mentre si facevano queste cose, erano operose le pratiche
per dare marito alla Regina; e venivano innanzi da ogni parte
di Europa principi, che agognavano l'acquisto della corona.
Nelle feste del Natale del 1414 erano giunti in Napoli amba-
sciatori del Re d'Inghilterra a chiedere la Regina in isposa pel
fratello di lui principe di Galles, duca di York, e per riuscire nel-
l'intento, avevano richiesto il favore dei fiorentini; alla Signoria
però parve prudenza non impacciarsene, poichè Giovanna non
poteva togliere marito senza l'avviso del Papa (1); erano venuti
per lo stesso fine oratori dei Re di Cipro, di Francia, d'Ara-
gona (2), ma già prima il Consiglio regio aveva messo gli occhi
sul principe Giovanni, figlivolo di Ferrante Re d'Aragona, il
quale, essendo signore della Sicilia, poteva celeremente prestare
soccorso nei pericoli, ed a'4 di ottobre 1414 aveva dato le
commissioni di trattare la bisogna a Goffredo da Montaquila,
(1) Laggesi nélla nota !, pag. 267 delle Commissioni di R. peGLI Ausizzi:
« Domiaue Karolua Francioci Pedorighi, pro officio Gonfalonierorum, dixit ot con-
suluit quod honestum foret non so intromictere de malrimonio rel illud impedire,
et ex altera parto considerat Reginam non posso aliter nubere sine licentia
domini Pape, Et ne disturbentur, Domini generaliter respondeant oratori P.
cipis Galilee, quod honestum est non se întromittere ». Averardo dei Me
tattavolia fu del contrario avviso.
(@) Diuern. di Monteleone cit.
oogle CORNE ERSIT
46 PVANNA 11 D'ANGIÒ (1415)
dottore în legge e ad Antonio di Tarsia ministro generale dei
frati conventuali (1). Andarono essi a Valenza, dove dimorava il
Re, e, accolti onorevolmente, esposero l’ambasceria; nccattate le
proposte, a' 4 di gennaio 1415 furono fatti questi capitoli: l'In-
fante don Giovanni sarebbe venuto a Napoli ne) mese di febbraio:
il Ro avrebbe soccorso In Regina per reprimere il moto dei
baroni: ella assicurava all’Infante onori, prerogative, titoli, di-
gnità dovuti a sè stessn: se fosse morta senza figliuoli don
Giovanni avrebbe avuta l'eredità del regno, salvo le terre
appartenute alla Regina Margherita e a Giovanna sorella di
lei, la quale aveva sposato Luigi di Navarra (2): si riserbava la
Regina il diritto di disporre di esse a sua volontà. Furono questi
patti giurati solennemente © depositati in mano di Don Pietro
Qagarriga arcivescovo di Tarragona, ed il Re deliberò di man-
dare alla Regina don Domenico Ram vescovo di Huesca, Olfo da
Proxita e Francesco Amella (3). Pareva, che il matrimonio senza
indugio sarebbe stato conchiuso, ma gli Ambasciatori della
(1) Wanprxo, Ann. 1414, v. 88
() I Durazzenchi possedevano nol regno l'Onore di Monte e. Angelo, Viesti,
Peschici, Lesina, Varano, Gravina, Bitetto, Ceglie, Helmonte, Bitonto, Oppido,
Ripacandida, Capaccio, Muro, il cssale di Ormatea, Taverna, Feroleto, Pietra-
mala, Pietrapaula, Guglionisi, S. Martino, mezzo Portovandone, Bisaccia, Guar-
dialfiora ed altra terro.
Rog. Ang. 205 £. 216 £. Reg. Ang. 345 £ dd
Nel dî 7 luglio 1305 furono fatti i capitoli pel matrimonio fra l''infante
Luigi di Navarra e Giovanna di Durazzo, la quale s' intitolava « Ducissa Duracii
regni Albanio et Honoris Noatis s. Angeli deminem ac Gravine Comitissam.
Rocabeo Il primo matrimonio di Giovane Duchessa di Durazzo — Trani,
Vecchi, 1902, p. 71, 87.
Morta Giovanna, Luigi conservò i titoli della moglie, come rilevasi dal testa:
mento di lui fatto in Trani il 1° agosto 1370. La Regina Margherita di Durazzo,
sorella della Duchessa Giovanna e madre della Regina Giovanna Il, addì 6 no
vembre 14II, dimorando nel castello di Salerno, éon istrumento rogato dal notar
Galicis do Raimo donò Lesina ell'Annunziata di Napoli... « Ipra domina Regina
asseruit sc habero tenero et possidore per so ct alios suo et suo curio nomine
ut Rem suam propriam et fisei sui immediate et in capito a Regia Curîa civi.
tatem Alexine de provintia Capitinate sitam juxta territorium sancti Licandri,
juta territorium prociae, et juxta territorium eeu fluvium fortorii
Arch. di Stato in Napoli — Sommaria, pandetta antica, vol. 607, processo
GIO, fol. B
(8) Zunira, Anales de la Corona de Aragon. 1415, Il lib. XI, $ XI, VI, 109,
Google cor
(1415) LIBRO PRIMO tti
Regina, quando tornarono a Napoli, riferirono, che l'Infanto era
giovinetto sui diciotto anni e perciò marito mal atto a donna
molto innanzi nell'età: avrebbe d'altra parte avuto agli autorità
per domare i ribelli? Gli animi cominciarono a raffreddarsi e
le pratiche non andarono innanzi. E corse la voce, che le aves-
sero guaste Pandolfello ed i Genovesi, per gelosie diverse, l'uno
d'amore, gli altri d'emulazione, perchè vedevano con dispetto,
che la Regina imparentava con la casa di Aragona, che ad essi
contendeva la signoria della Corsica, della Sardegna e l'impero
del mare (1).
Furono allora volti gli occhi al conte Giacomo di Borbone.
Era egli nato di Giovanni © Caterina di Vendome e possedeva
per eredità i contadi di Castres, de la Marche e le signorie di
Montaigu e Bellac. Nel 1396 aveva accompagnato nell’ Ungheria
Giovanni di Borgogna per combattere Raiazet, e alla rotta di
Nicopoli era stato fatto prigioniero dai turchi; riscattatosi, tornò
in Francia e si volse a combattere gl’ Inglesi. Deliberò di passare
nell’ Inghilterra per fare la guerra nel paese di Galles con otto-
cento uomini d'arme e trecento balestrieri ed ebbe dalla regia
corte di Francia centomila seudi d’oro per le spese, ma li scia-
lacquò in giochi, in feste, in bagordi; dato fondo al denaro, si
vergognò di non aver tenuto parola e si arrisicò con poca gente
sopra una nave per tentare l'impresa, ma il mare si fece grosso,
ebbe paura, ripigliò terra, e gli studenti di Orleans gli diedero
poi la baia cantandogli appresso: « mare vidit et fugit ». Tro-
vossi in mezzo alle lotte borgognone, vinto dagli Orleanesi
innanzi a Tours, fu preso e chiuso nella torre di Burges e, come
riebbe la libertà e si vide povero, raccolta una schiera di av-
venturieri, assali in Vendome Giovanni suo fratello, ricco di
stati o di denaro, o lo fece prigioniero por avere il prezzo del ri
scatto. Nel 1406 condusse in moglie Beatrice, figliuola di Carlo III
di Navarra, la quale era morta poco innanzi, che la corte di
Napoli volgesse a lui il pensiero (2), Era in quell'uomo un
disordinato miscuglio di bene e di male, di operosità e di
(1) Diwrnali dî Monteteone, 1. e. Zunita, 1. e, $ NI 105: $ 1, 113 &
(2) Di Beatrice di Navarra gli nacque la figliuola Eleonora, la quale nel 142
sposò Bernardo d'Armagnac, conte di Perliac, al quale poi passò il titolo di
Conte de lu Marche. L'Art. de verifier les dates eto. X, 237.
oogle smi inter
48 GIOVANNA IL D'AY
Ò (145)
negligenza, di prodezza e di viltà, di dissolutezza, d'orgoglio,
di religione, di umiltà (1). Andando in busca di avventure e di
fortuna, s'era già un'altra volta intromesso nelle cose del regno:
quando Ladislao assediava Taranto, egli s'era partito dalla
Provenza con alquante galere per soccorrere Maria d’Enghien
e i figliuoli, ma giunse tardi, perchè il Re aveva già avuta la
città e sposata la donna, Nessuna impresa menava prospera-
mente a fine.
Questo discervellato avrebbe dovuto dare ordine alle cose
del regno, Nella scelta di tale marito per la Regina concorsero
però molte ragioni: si quetavano i sospetti della Curia romana,
amica dei reali di Francia, non si offendevano i baroni della
parte angioina: l'età, poiché era sui quarantacinque anni, dava
guarentigia a tutti. Le condizioni, che gli furono proposte, erano
queste: avrebbe conservato il titolo di Conte, tolto quello di
Principe di Taranto con la signoria del principato, non sarebbe
stato Re, ma vicario del regno (2). Il Consiglio regio gli mandò
ambasciatori coi patti e la preghiera di non venire con grande
apparato militare. L’avventuriere fu contento delle proposte e
con gaio corteo di 400 envalieri, di donzelli e di domestici passò
nella Lombardia e andò a Venezia. Fece un debito di cinque-
mila ducati (3), e salito con molto onore în una galera della
repubblica, condotta da Ermolao Lombardo, navigò alla volta
di Manfredonia (4)
Molti baroni, a capo de’ quali erano Pieretto de Andreis
conte di Troia e Ceccolino da Perugia, furono mandati a salu-
tarlo per la Regina, altri andarono spontanei, o per aver merito
0 col disegno di vendette meditate. Costoro, contro i patti, per
cortesia ed ossequio, per adulazione, con la speranza d’averne
«Lo
€) Luise ne Rosa me. cit. 15 che era stato suo muesiro di casa, scri
Re Jacopo vile de animo. »
<) Misuri, 185. Crivetti, 065, Ravwatso, ‘ad an. T. VII, 977.
(9 A°IT di novembre 1417 il Doge dichiarò d'aver ricevuto da Alessandro
Borromeo mercanto rencziano duesti 4742 0 grossi 14 in conto doi 5000 prootati
a Giacomo nel soggiorno fatto a Venezia.
I libri Commoriali della vepubblica di Venezia. Doput. di St. patria, T. III,
n. 225, p. d62.
4) De Renverts, Che. Tervisi R. I. S. XIX, 822. De Towuwits, Natebilia
temporum, 16.
Google RE IGLIE
(1415) LIBRO PRIMO 49
favore, lo salutarono Re; poi gli si misero attorno e comin-
ciarono a susurrargli male della corte regia, di Pandolfello,
dello Sforza, della Regina, gl’intorbidarono l'animo, lo per-
suasero, che mai avrebbe avuto autorità fino a che lo Sforza
fosse stato potente, e Pandolfello vivo, poichè avevano fatto
parentado per disporre del regno a loro talento; gli fecero
intendere, che tutti i baroni della parte angioina erano a lui
devoti. Giacomo li udì, e, come portava l'indole, fra timore e
cerruccio, deliberò col loro avviso di levarli di mezzo. Con
questo proposito e con solenne apparato da Manfredonia per
la via di Foggia e di Troia mosse a Benevento.
Muzio Sforza, che intanto s'era sposato a madonna Catella,
e godutosi nove di le nozze, andò incontro a Giacomo con
poco seguito di uomini d'arme e stette ad aspettario al passo
del Calore sotto Padula, terra di Jacopo Carbone. Come il Conte
della Marca n'ebbe notizia, deliberò di assalirlo ed opprimerlo;
lo Sforza però, 0 che abbia avuto sentore della congiura, o
sospetto, come vide la brigata del Conte avanzare în ordinanza
di battaglia, non l’aspettò, ma spiegato il gonfalone © duto di
sprone al buon corsiero innanzi a tutti guadò il flume (1).
Fermatosi sull'altra riva, si volse arditamente, come se aspet
tasse battaglia, e stette fermo fino a che la brigata del Conte
ebbe passato il guado, Il fiero volto del Contestabile s'era
oscurato. Quando poi s'incontrò con Giacomo lo riverì, lo
salutò Conte e l'animo di costui si fece più crudo, parendogli
di avere la certezza delle cose, che gli erano state raccontate.
Andarono a Benevento, dove lo Sforza reputava di essere
sicuro da ogni sorpresa, perchè vi stanziavano alquante sue
compagnie di cavalli, e il Conte, secondo le consuetudini regie,
con grande corteo di Signori, seguito da una moltitudine di
genti minori, si recò al duomo, poi al castello. Lo Sforza,
incauto, lo segui.
Fra i baroni, andati a Manfredonia spontanei, era Giulio
Cesare de Capua, îl quale non celava la viva fiamma del-
l'odio contro lo Sforza per la, recente disfatta di Capua;
(1) Lo Sforza cavalcava « uno avantagiatissitto cavallo corsora detto Speranza.»
Minori, 138.
4. — Fimioria, Giovanna IT d'Angiò.
Google :
50 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1415)
egli più degli altri aveva susurrato al Conte male di lui e
narrasi pure, che abbia istigato Giorgio, albanese, ad ucciderlo
al passo del Calore, se bene questi avesse col Contestabile
fratellanza d'armi. Il feroce disegno non aveva avuto effetto,
ma egli non aveva deposto îl proposito della vendetta.
Poichè la brigata dei cavalieri francesi e dei baroni napoli-
tani pervenne al castello, stettero tutti innanzi a Giacomo per
fargli onore e Giulio Cesare andava attorno mormorando, con
atti superbi e dispettosi, come uomo che cerca briga; diceva
villania allo Sforza, e ad un punto gli andò a fronte e dissegli,
che era traditore. Lo Sforza da prima udì senza rispondere « con
un animo ed uno stomaco grosso e collerico », come narra il ero-
mista sforzesco (1), poi domandò a Giacomo licenza di rispondere e
avutala, si volse a Giulio tranquillo e a parte a parte gli dimostrò,
che aveva mentito, ed în segno di sfida gittò a terra il berretto.
Giulio non piegò costa per raccoglierlo e gittò il suo: Muzio
Attendolo lo raccolse. S' infocò l'ira, e con questa crebbero la
superbia degli atti, delle parole e delle minacce. I presenti si
misero in mezzo; îl Conte di Troia e Ceccolino da Perugia
facendo le viste di rompere la contesa, presero per le braccia
lo Sforza, altri trassero dietro Giulio, l'uno si fece menare in
una stanza, della quale fu serrato l’uscio, l’altro fu condotto
altrove. Ma non ebbero eguale la sorte: lo Sforza fu sostenuto
ed incatenato, Giulio Cesare lasciato libero. I fautori di Gia-
como corsero allora alle case dello Sforza, sorpresero, percos-
sero la famiglia, tolsero masserizie, armi, cavalli, trassero
prigionieri Domenico, Bosio, Foschîno; si salvò Sante Parente,
«che aveva sentito il fumo del fuoco » e con pochi cavalli
fuggì celeramente a Tito e Pietrafisa, dove andò poi Renzo degli
Attendoli e insieme ordinarono quello che s' aveva a fare per
salvare duce, stato, vita, onore. Come le novelle di questi fatti
pervennero a Napoli, si turbò la regia corte: la Regina tutta-
volta trovò modo di assicurare Giovanni, Alessandro, Leone e
Francesco figliuoli del Contestabile, tenuti ancora in ostaggio,
e, dallo case di Cristoforo Gaotani, dove erano guardati, li fece
condurre al Castelnuovo; affidò armi, vesti, cavalli, denaro
(1) Miwvrr, 185.
(1415) LIBRO PRIMO 5I
a Manfredi da Rarbiano Conte di Conversano, noto amico dello
Sforza, e fu infido, perchè si tolse tutto quell'avere (1).
D' altra parte Giulio Cesare aveva meditato il modo di levar
di mezzo Pandolfello, nò gli mancarono arti e modo per met-
tere ad effetto il disegno. Era castellano del Castelnuovo Sal-
vatore di Aversa, ingrandito dai favori del Grande Camerlingo,
il quale, credendo che per la memoria dei benefizii dovesse
essergli fedele, viveva senza sospetto; Giulio Cesare mutò le
parti, lo tentò col denaro, e trovatolo vendereccio, lo fece tra-
ditore. Ordinarono dunque insieme di sorprendere Pandolfello.
Sulla mezza notte il Castellano senza rumore, con poco seguito
di soldati, va all’appartumento di lui per pigliarlo, non lo
trova: certo, che non era uscito dal castello, pone guardie
agli usci, fruga per ogni canto, va audacemente alle stanze
regie, entra, ricerca e infine lo scova acquattato sotto il largo
capezzale del letto della Regina, che giaceva. Grida ella, che
erano violati l’ostello e la regia autorità, ma il castellano non
l’ode, piglia Pandolfello, lo loga, lo mena seco, lo chiude nelto
prigioni del Castello dell'Ovo (2).
() Misori, 185, 186. Buowincowrao, 110. Pierno Canorno, RIS, XX, Vita
Frano. Sfortina. 1026.
@) A. Brovio, ad an. 1415, p. 486, afferma di togliero queste notizie dai
Diariî di Marco ArteNDoLO. La versione d'una parto di essi fa edita in Bologna
nel 1523 col titolo: Marc: AtteNDULI Cotignolani Sfortice gestorum liber primus
e vulgari in latinum conversus PatRo MArtHEO CARANTE interprete ad illu-
strisimum et invictissimum Fronciscum Sfortiam ducem nonum Mediolani. Fa
noto il libro al Munatont, R. LL S. XIX, prof, al ChivsuLt: lo riceroò a l'ebbo
il Conte Porno Lamer®teNDHI dalla Bibl. della R. Univorsità di Bologna, Mi
scell. di Stor. Ii. edita per cura della r. Deput. di St. patria, Torino VII, preî.
alla Vita di Muzio Attendolo Sforza di A. Minum, Per me non s'è rinvenuta la
versione del Cananti nella predetta biblioteca. Conft. De Tumuutus cap. XIV.
s00gle CORNELL UNIVER
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VI
Giacomo de la Marche sposa Giovanna II. — Supplizio di
Pandolfello. — Prigionia della Regina. — Superbia di Giacomo.
— Congiura e supplizio di Giulio Cesare de Capua. — Il regno
in balia dei francesi. — Resistenza degli sforzeschi, virile coraggio
di Margherita Sforsa.
Ma alla Regina, commossa pei fatti di Benevento e del Castel.
nuovo, convenne di acconciarsi alla condizione delle cose e
disporsi a ricevere lo sposo. Chiamò dunque gli Eletti della
città e comandò, che si fossero studiati di fargli festa ed onore;
la strettezza del tempo non concedeva di preparare una solen-
nità grande, cd essi stabilirono di faro un pallio ricamato ad
oro per riceverlo all'entrata della città.
Il Conte Giacomo si parti quindi con la compagnia e andò
la sera ad alloggiare ad Acerra, ospitato da Pietro Orilia amico
di Giulio Cesare; il giorno appresso desinò all’Acqua della
Bolla, poi cavalcò a Napoli. Entrò nella città sull’ora dei vesperi,
ricevuto dagli Eletti col pallio e riverito come sposo della
Regina, una grande moltitudine di mercanti e di baroni lo
accompagnò al Castelnuovo (1), Trovò la Regina circondata da
(1) Nei Diurnali di Monteleone, 64, leggesi, che questo avvanno di agosto.
Anche il De Towuti.ts, cap. XIY, scrive: « do mense augusti VIII inditionis
dictua rex Jacobus... venit Neapolim cam guatringentis eqpitibua francorum. »
Poogono l' atrata di Giacomo în Napoli a 10 di sottembro Giutiano Passumo,
10. Norar Giacoxo, 69. Minuri, L c. Tomxaso Catania, Cronache antiguissime
in Perger I, 32.
Mi pare, cho debba prestarsi fade all'autore dei Diurnali ed al Towutintta,
il quale conferma le venuta di Giacomo nel mese di agosto, quando racconta
il supplizio di Pandolfollo avvenuto « post certor dica circa monsem post adren-
tum sius (Jacobi) do mento soptembris. »
x00gle j
si GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1415)
nobili donne e signori, era presente l'arcivescovo Nicola di
Diano coi chierici suoi; Giacomo la salutò, le mise l'anello,
l’Arcivescovo compì il sacro rito, li benedisse. Fatto questo,
il Francese prese per mano la Regina e graziosamente le disse:
mostratemî, madonna, le stanze vostre (1).
Erano stati levati nell'ampia sala due troni e, quando tor-
narono, Giovanna dando la mano al marito e sorridendo, voltasi
ai presenti: ecco, disse, lo sposo mio, al quale ho dato la
signoria della mia persona ed ora gli do diritto sul regno, Re lo
dichiaro e voglio, che tale sia da tutti reputato, e lo condusse
ad uno dei troni. In effetto Giacomo fu reputato re du quel
giorno ed il nome di lui negli atti pubblici del regno fu posto
innanzi a quello della regina (2); nè si contentò di parole e
di forme, s' investi dell'autorità regia (3), e le signorie d'Italia
gli mandarono oratori per ossequio (4)
Furono fatte solenni feste, ma il volto della Regina non
era sereno, nè l'animo di Giacomo sgombro di cure; nella
certe dì per di si facevano cose nuove: ogni barone attendeva
& guadagnare favore per avanzare gli altri, macchinazioni e
raggiri secondavano i sospetti, accrescevano i desiderii delle
vendette, rinfocavano le ambizioni. Gli amici della Regina
vedevano questo con disgusto, la città stessn era incerta e
turbata dalle novità. Crebbe il turbamento per la novella, che
(lt Diurnali di Monteleone, 64.
(21 Fra i wnss, della Bibl. Brancacciana di Napoli conservasi un diploma oi
ginalo del 14 ottobro 1415, col quale è confermato un altro dato a' 16 di
tembre a favore di Raisone del Vasto Aimone, al quale, tornato nella gra
della Regina, furono ridati i beni. [1 diploma de’ 16 settembro è riportato intero
@ dato con l'intitolazione di Giacomo e Giovanna < Rex et Regina », era però
munito del nolo suggello dell'anello segreto di Giovanna « in defectu comunis
sigillî nostri nondam conferti. » Per questo difetto occorse la ratifica del 14
ottobre data « magno nostro pendente sigillo. »
Anche un diploma di Giacomo a Giovanna del 26 settembre 1415 per la
restituzione di certe terro alla tadia di Montecassino fu dato « sub aqulo secreto. »
Garrola ad Zlist Cass, eccessiones, Il, 313,
(} L'ame des Bourbons, I, ll.
(4 Fanactia, Doc. Senesi, ete, IV, V. Oratori di Siena furono Pietro di
Rartolonieo de l’occis, Ser Cristafero d'Andrea e Francesco di mastro Bartolo»
meo, fisico.
È Google 3
(1415) LIBRO PRIMO 56
gli sforzeschi, imprigionati a Benevento, erano giunti a Napoli
incatenati: Muzio Attendolo fu chiuso nel Castello dell'Ovo,
Francesco ed i fratelli, sorpresi e traditi, rimasero guardati nel
Castelnuovo (1). A questo modo lo Sforza dava prove della
varietà della fortuna: nel tempo d’un anno era stato prigio-
niero di Pandolfello, vincitore degli aquilani e dei baroni
ribelli, grande Contestabile del regno, prigioniero di Giacomo
de la Marche, non senza pericolo della vitu.
Contro di lui e di Pandolfello furono fatti processi sommarii:
messi alla tortura, lo Sforza, uomo di ferro, tacque, gli furono
dati tratti di corda, non aprì bocca: Pandolfello, di tempera
più molle, pel dolore rivelò forse quello, che Giacomo per suo
scorno avrebbe voluto ignorare e fu condannato nel capo.
Menato alla Vicaria, gli fu letta la sentenza, messo poi a
cavallo e tratto alla piazza del Mercato, sul palco gli fu moz-
zato il capo; il cadavere monco fu trascinato al Porto e là
impiccato pei piedi. Ed i savii ragionavano, che col supplizio
di lui erano state fatte tre giustizie: era Conte e gli fu moz-
zato il capo, traditore ed il cadavere fu trascinato per le vie,
ladro e fu impiceato (2).
Narrasi, che Muzio Attendolo non fu mandato a morte, perchè
non gli trovarono colpa, mai partigiani di Giacomo non igno-
ravano, che gli sforzeschi, dopo la rotta di Benevento, racco?-
zatisi, erano potenti d’armi. Restò tuttavolta nelle prigioni e
nella triste solitudine, imparò a leggere l'ufficio della Santa
Vergine e a scrivere il nome suo, poichè îl grande Condottiero
non sapeva di lettera (8).
Alla Regina senza amici, fra una moltitudine di cortigiani
avversi e stranieri, era stato celato il processo e In morte del
Conte Camerlingo, poi che ebbe la notizia del supplizio com-
presse nel cuore l'angoscia, non lo dimenticò, e quando per
lei si volsero giorni meno duri, ricuperata l'autorità regia,
rinnovò la memoria di Pandolfello, lo discolpò dei delitti im-
(1) Nei Diur. di Monteleone, 05, leggesi, che Muzio Attendolo fu condotto
in Napoli agli otto di settembre.
(A) Diurnali di Montel., 65. Giutiano Passano, 11. Norar Giacomo, 69.
Mirri, 168.
() Mim, Lc.
e
56 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1415)
putatigli con lettere regie de’ 30 di giugno 1417, delle quali
imperta di riferire il tenore.
Quando venne Giacomo a Napoli, dice la Regina, a torto gli
fu dato ad intendere, che Pandolfello, Conte Camerlingo, già
contro suo volere tratto in prigione, macchinava danni contro
lo Stato ed il Re. Questi l'aveva sottoposto ad un processo
nella curia del Mastro Giustiziere del regno, lo aveva pri-
vato di ogni ufficio e dignità, condannato con ingiusta sentenza
nella pena del capo (1), e ogni bene di lui confiscato. Ma ni
aggiunge, che sopra ogni cosa amiamo lu verità e la giustizia,
volendo în parte emendare fl danno, so non possinmo ridare
vita ai morti, vogliamo reintegrare nome e fuma per non
ossore partecipi degli errori altrui. Dichiarinmo dunque, che il
Grande Camerlingo mentre visse, nella prospera e nell’avversa
fortuna fu nostro fedele, devoto e costante servitore, nè altro
fece, che ciò che tornava ad onor nostro e del regno. La sen-
tenza, per la quale fu condannato è nulla e di nessun valore,
perchè profferita contro giustizia e sonza nostro avviso: noi
l’annulliamo, e reintegriamo la buona memoria e la fama del
Grande Camerlingo, e con questo nome vogliamo, che sia
designato negli atti pubblici (2).
Questo documento giustifica la donna, non riabilita la regina.
(1) Il processo fore fu fatto tanto socretamento o misteriosamente, che
pochi ne furona informati. Il De Tumutttiis, cho era in condizione di sapera î
fatti di Pandolfllo, 0 por prudenza o per altra ragione ne lasciò una momoria
molto vaga « ... sed quia dicta domina regina inter ceteros halebat quemdam
nobiliasimum familiarum intrinsecam nomine Pandolfellum, quem statita adepto
regno magnificavit et perrexit ad titulum magni Camerarii, fuît propterea
tacita (sie 0 facile?) conceptum quod meccharetur eum illo; quem videns
dictua roc Jacobus ot suspieniue do foto, ogro tulit ot port certen di cirea
mensem post adventum cius, de menso septembris. VIII indictionie, fecit cum
capi, et capite plecti nulla alia cognita causa seu processu facto contra eundem.. »
Cap. XIV. La Regina però nel diploma cit. solennemente afferma, che il processo
fu fatto. È notevola l'osservazione del TUNULILLIS, che la voce, che la regina
< meccharatur cum illo » corse dopo che Pandolfello fu fatto grando Camera
@) Reg. Ang. n. 374, £. 34. V. Misient Riccio, o. c. 44.
La Regina faveri alîre persone della famiglia Piscopo o Alopo. A*20 d'aprile
1417 nomiiò suo segretario Damiano Piscopo detto Palombella col. gaggio
nice 30. Ivi 41. Nominò Giscomo do Alopo notaio a vita in Aquila, Ivi f. 48.
A'26 maggio 1417 il nobilo Jasopo de Alopo comperò da Pietro Orilia la
Google c
(1415) LIBRO PRIMO dI
Così passò la grandezza di Pandolfello Alopo breve e agitata
per invidia degli emuli, per odio dei baroni, che aveva domato
con la spada dello Sforza.
Ma i baroni, che avevano inacerbito l'animo di Giacomo,
sperando di conseguire alti ufficii, onori e stato, videro in
breve, che avevano congiurato a danno loro. Avera cogli,
come ho nazrato, condotto seco quattrocento cavalieri, e altri
di per di venivano dalla Provenza, diffidando dei napolitani,
se li tenne attorno, li ingrandì. Allontanò dalla corte regia i
fedeli servitori della Regina, vi mise i suoi (1), tolse ai regni-
coli gli ufficii e li diede ad essi, con matrimonii insigni li
mise in istato. Trasse dalla prigione Maria d’Enghien princi-
possa di Taranto e regina e maritò la costei figliuola Caterina a
Tristano di Chiaromonte con le doti del contado di Capertino (2);
fece grande Contestabile Lordino di Saligny; essendo morto
con sospetto di veleno il grande Siniscalco Peretto de Andreis,
conte di Troia, che era stato uno dei baroni più acerbi nella
congiura di Manfredonia, concesse l'ufficio a Giacomo de Mally,
cui diede anche in isposa Polissena Ruffo contessa di Montalto
ricca di molte signorie (8). Creò grande Camerario Blanchetto
Blaque (4), il quale poco dopo imprigionò Enrico della Lago-
nessa e gli tolse il castello delle Franche (5); Gran Cancelliere
terra ed il Castello di Ottaiano per oncie 800 ed et il regio assenso il giorno
appreso. Ivi £ 76.
A'15 di novembre 1427 la Regina incaricò Francesco Caracciolo © Giovanni
Gicinello presidenti della Sommaria © Gualtiero Caracciolo ostiario del regio
ospizio di investigare intorno ad un eredito di dueati sei mila pretosi da Car-
luccio Piscopo fratello ed erede di Pandolfello, il quale li avava depositati
presso Gurella vedova di Antonello Cicelese. Reg. Ang. n. 377, f. 124 f.
(1) Tazoo, pe Niru, o. e. XXXII, 42. Bioxno, Dec. III, lib. 1, 407.
(@) Diurm. dî Montel, ed. cit. 65, Costo, giunte al CotuenUCOrO, 909.
‘A'5 di giugno 1419 la Regina Giovanna consenti, cho la Caterina assica-
masso le sus doti sui castelli di S. Vito degli Schiavi e S. Giovani in Terra
d'Otranto, Reg. Ang. n. 372, {. 85.
(8) Rog. Ang. n. 974 £. 113. Ivi f. 292.
(4) Reg. Ang. n. 274, £ 359, in un'apodiza @ liquidazione di conti del di
10 ottobre 1410 trovasi notato Îl pagamento di oncie 83 e tari 10 fatto a Blan-
chetto Braque de saneto Mauritio « militi tune magno Camerario », nell
della IX indizione.
(5) Reg. Ang. n. 374 £ 266.
oogle CORNE ERSIT
BR (1415)
Giordano Formerio de Lumoniano (1). Fece Lordino de Solange
governatore di Tropea (2), vicegerente del Principato di Taranto
Bernardo de Brion (3) e capitani per le castella Giovanni
Alifert de Vayre detto Chyaredor in Barletta, Giacomo de
Passy in Giovinazzo, Grigny de Grigny in Reggio, Giacomo de
Pistin in Molfetta, ed altri asssi altrove (4).
Nello stesso tempo donò la libertà a Paolo Orsini e ad Orso di
Montechiaro (5), che la Regina aveva fatto guardare nel Castel.
nuovo, chiuse nel monastero di S, Chiara Caterina Alopo e Lisa
Sforza (6).
La Regina restò sola e guardata nel Castelnuovo, nessuno
dei napolitani aveva licenza di vederla. Le aveva Giacomo
messo alle coste un ruvido guardiano francese, Giovanni Ber
lingieri, il quale la sorvegliava con tanta petulanza, che l'ar-
guto aecoglitore de' Diurnali, detti del duca di Monteleone,
nota, che, se ella andava a fare suo uso, la voleva vedere (7).
(1) Ravsatoo ad an. 1416, VIII. 463, $ XXVIIL
@) Il di 1 ottobre 1417 era locotenente di lui ua francesa Rufin. Reg.
Ang. n. 374, f. 155
(D Reg. Ang. n. 374, £ 271.
(4) Ne apparincono i nomi nei diplomi del Reg. Ang. n. 374, anno 1416,
quando, caduto il Ro Giacomo, furono sostituiti da capitani regnicoli.
(5) MonetLI, Ricordi ete, nelle Delizie degli eruditi toscani, XIX, 28:« La
Regina Giovanna liberà Pagolo Orsini per 30 mila fiorini ».
Anche Lovse ps Rosa afferma, che la Regina liberò Paolo ed Orso, ma egli
scrisao le suo memorie molto disordinatamente, cascado vecchio. Ella, narra Loise,
mandò a chiamare Paolo Orsini, che era nelle prigioni e dissegli: Paolo io voglio
donarti quattro cose, la vita, l'onore, le compagnie tue della genti d'arme e il
denaro della loro condotta. Ti presto altresì cinque mila dueati per fare gente
& patto, che ogni volta, che ti manderò a chiamare venga s° miei servigi.
più to fo cavaliere et donolle parischio vestiti delo Ro et donole una tavola de
argento dove intende foro pariechie pieeze che erano siate ly soy et chesto
me costa a me loyse ca fuy collo Re dassay et fuy colo Re a Perosa quando
lo pigliero presone et ride tusto ». Aggiunge poi, che lo feco grando Contesta-
bile. Ma. cit. 13 Non v' ha dubbio, cha il bun vecchio confusa’ Paolo Orsi
c0a Mazio Sforza, cho era stato imprigionato da Pandelfello, aveva compagnio
d'arme © liberato eibe denaro e ufficio di Grande Contestabile. Cfr. Sun
atonte, ed. cit. lib, IV, 573.
(©) Mure, 186.
© Ed cit. 65.
x00gle «
(1415) LIBRO PRIMO 59
Così dunque si trovò misera e prigioniera, ai giovani signori
mancarono l'allegria delle feste nella regia corte ela speranza
di favori e di grandezza, ai popolani lo splendore della maestà
regia ed i guadagni. A lei restò solo il nome di regina, Gia-
como tutto faceva e disfaceva a modo suo (1), le università
ed i baroni gli avevano prestato giuramento’ d'omaggio e fe-
deltà (2). Di povero, che era, come si vide in istato prospere-
vole e con grande potenza, inebbriato dalla grandezza, secondo
l'indole lieve e varia, cominciò a lussuriare; aveva a schifo
la Regina, come colei, che già era innanzi negli anni, si faceva
menare di notte nel castello giovani donne con scandalo dei
napolitani, si mise a tentare le figlivole e le mogli dei baroni, e
nell'animo di costoro, già irritato, entrò il dispetto, lo sdegno (3),
il pentimento del mal fatto, ed il desiderio di reprimere l’in-
solenza de' francesi.
D'altra parte cominciarono gli sforzeschi a fare rumore
d'armi. Quando a Renevento fu sorpreso Muzio Attendolo,
Renzo, il quale alloggiava con la sua compagnia a Nola, confidò
i carriaggi al Conte di quella città, e raggiunse rapidamente
a Tito © Pietrafisa i suoi compagni d'arme scampati. Fatto
consiglio con Santo Parente, Micheletto, Michelino Catti Raven-
nate e la moglie di lui Margherita Sforza, fu deliberato di riu-
(1) La Regina, in un diploma del di 5 novembre 1427 dato a favora di Fmn-
cosco di Bellante, alludendo al Rn Giacomo, si csprimo così: « Qui com nos
debuisnet reverenter tractare ad so tocius Regni nostri sicilio usurpaos dominium
revocavit ». Reg. Ang. n. 377, £. 152.
@) l nostri cronisti non sono concordi intorno al tempo, nel quale fu prestato
a Giacomo il giuramento di fedeltà.
Giutaano Passano nota, cho il popolo di Napoli lo prestò a' 19. maggio 141
Noran Giacomo a° 18 di ottubro dello stesso anno.
Nello Cronache antiquissime di ToxMaso DI CATANIA in enger, I, 42 leggesi:
41416. A_di 19 Augusto lo populo de Napoli jurè magio al Re .Jacobo, et al
Regina Giovanna Seconda con multa festa ».
() «ot otiam ipsa Rex non cam (Raginam) ardentor amabat, co quod
regina jam esset quinquagenaria st propierea Iatentor deveniehat ad amorum
puellarum faciens de nocte ad se convocari ». De Temuinis, 10.
«Vorom dietus Ret per Procerum virgines domicellas lanciviro caepit et
sponsas. Quod cum proceres scivissent illunm odio habere cacperunt ». S'aggiun-
govn, che Giacomo diaprogiuva Giovanna, poichà « senio confeeta, fistus olorat ».
Do Repustta Chrer. Sars. R. Li Sì cit. 822, Cfr. Lisonanvo Borra cit. 727.
60 GIOVANNA 11 DA? (1415)
nire le genti loro a Tricarico, terra già donata da Ladislao a
Francesco Sforza, e governata da Micheletto. Così fecero e si
misero a correre il paese con tanta audacia e fortuna, che ogni
di le genti della provincia del Principato di là dalla Serra di
Montorio si vedevano pei campi, sotto le mura i cavalli sfor-
zeschi. Per reprimerli mandò Giacomo contro di loro Giulio
Cesare e Fabrizio de Capua con molti soldati (1), ma non avendo
modo di porre l'assedio alla terra, alloggiarono poco lontano
per impedire le scorrerie. Non riuscirono tuttavia nel proposito
e perdettero tempo, la qual cosa dispiacque a Giacomo, il quale,
temendo maggior danno, si dispose a patteggiare. Mandò dunque
al castello Angelo da Vagliano castellano del Castelnuovo, An-
tonello di Matteo Pulderico, che tenne molti anni la signoria
del Monte S. Angelo, ed un terzo, del quale non è noto il
nome (2) Andarono col salvacondotto, ed esposte le commis-
sioni, i capitani sforzeschi e i terrazzani fecero parlamento per
ragionare dei patti. Come Margherita Sforza, donna di animo
grande, udi questo, sdegnata, messasi una panciera, tolta una
chiaverina, seguita da pochi soldati, s'appresentò alla raunanza,
non aspettata, fieramente e disse: sono sorella di Muzio Atten-
dolo Sforza, signora di questa terra ora sono io, non Micheletto.
E minacciò di fare impiccare tutti, se non rompevano senza
indugi le pratiche. Alla presenza, all'audacia della fortissima
donna sbalordirono i raunati, ed ella senza aggiungere parole,
fece sostenere i messi del Re e li minacciò di morte, se fosse
stato offeso il fratel suo nel Castello dell'Ovo (3).
Propose allora Giacomo condizioni più utili agli sforzeschi
comperò da loro una tregua con denaro pagato dalle terre della
(1) Lovse DE Rosa, nis. cit. 14, afferma, che Giulio Cesare aveva 300 cavalli,
Fabrizio 200.
®) Minori, 188.
(3) Mintri, 188. Pirro DeceMBRIO cit. cal
726. Girotamo Reneo, His. Reven. lib. X, Veneti
a Clara Sforza questo fatto. « Hane Claram ple
et cum Michelino marito filiam peporisset, ox Mari
1X, 2020. LeoxaRpo BOTTA cit.
Mdxe, lib. VII, 603 attribuisce
Margaritam falso appellant
Caraccioli S. Angelis comitis
axor fuit », Credo al Minuri cronista Sforzesco,
D'altra parte Margherita Sforza, medre di Foschino e di Sforza degli Atter-
oli, sposò Michelino Rariniano in seconde nozze. Giovio, Vila Magni Sfortiae,
cap. XXXX.
x00gle CORNELL UNIVER
(1415) LIBRO PRIMO 61
provincia del Principato di là dalla Serra di Montorio (1), pro-
mise, che non avrebbe offeso Muzio Attendolo nella persona e
lo avrebbe tenuto in onesta prigionia, avrebbe dato libertà a
tutti gli sforzeschi, salvo a Francesco, che sarebbe rimasto în
ostaggio; avrebbe assoldato Renzo con 900 cavalli e permesso
a Michelino, Foschino, Domenico, Bosio, Santo Parente, Miche-
letto-e madonna Margherita, di uscire dal regno, data facoltà
a Micheletto e Catella Alopa di visitare Muzio Attendolo quando
fosse loro piaciuto. Renzo e Micheletto avrebbero però dovuto
cedere le loro terre. Margherita dipoi ottenne la licenza di rima-
nere nel regno, e Micheletto con Leone, Giovanni ed Alessandro
figliuoli di Muzio Attendolo, liberati dalla prigionia, andò nelle
terre del patrimonio della Chiesa e si assoldò con Braccio da
Montone con quattrocento cavalli e duecento fanti (2).
E la buona fortuna di Giacomo s'era stancata; nelle terre
offese dall’orgoglio dei francesi qua e là avvenivano tumulti,
gravi furono nello stato di Antonio Cantelmo conte di Alvito (3).
Dei baroni napolitani altri s'erano ricoverati nelle loro castella,
altri appartatisi stavano a vedere e a trovare modo di liberare
la Regina, tenuta como una fantesca (4). Più degli altri arro-
vellava Giulio Cesare de Capua, ed essendoglisi messo nell’a-
nimo un odio vivo contro il Francese, deliberò di ucciderlo, e,
o per ammenda del male fatto, o per desiderio di tornare nella
(1) A'19 decembro 14I0 fece quietanza la Regina di tutto il donaro esatto
© spero da Rosso Grillo maestro di Camera del Principato citeriore. Tra le altre
esazioni @ speso ve na ha una « tarenoram quinque pro uncia in edom provincia
aimiliter imponi et etigi provisorum pre concordia Micheleeti et alîarum gontium
armigoraram hoatilitor diseurrontium diotam proviaciam et alias proviaciaa... ».
Reg: Ang. ne 974, fi 146,
@ Misumi, 1 0, CotueNuccIO, 308. Caivetti, 098. Giovio, o. c. cap. XI, XI.
Poichè i nomi dei figliuoli di Muzio Atteadolo Sforza bene spesso ricorrono
nella nostra eccone l'elenco: Da Luisa Terzaria ebbo Francesco, Flisa,
Leone, Antonia, Giovnani, Alemandro (Luisa di poi sposò Ludovico Pogliani,
col quale procrsò Corrado) Da Tamira di Collo gli nocquo Oncetina. Da Antonia
Salimbeni, Bosio. Da Catella Alogo, Leonardo, Bartolo. Da Maria di Marzano,
Carlo, che fu arcivescovo di Milano. Cfr. Gior1o, o. c. cap. IIX, 1X, 1XI, IXII, IXUIL.
@) Il di 1° d'aprile 1417 la Regina perdonò i misfatti commessi. Reg. Ang.
974, £ 14.
(0) Diverm. di Montel. 65.
x00gle RAI
62
(1415)
grazia di lei, propose di manifestarle il disegno. A questo effetto,
essendo egli lontano da Napoli, mandò un giorno al Castelnuovo
un suo cancelliere, il quale si trovò in mezzo ad una moltitu-
dine di signori, che volevano salutare la Regina. Si fece innanzi
Giacomo, e, udito ciò che chiedevano, rispose loro: siate i ben-
venuti, or la Regina è impacciata in bisogne sue, vuol desinare;
dite a me, che volete da lei. E quelli: Signore, noi vi preghiamo
di farle buona compagnia, reputeremo fatto a noi il bene, che
farete a lei. E Giacomo rispose: io le ho fatto bene, e lo fard
ancora per amor vostro. Senz'altro li accomiatò (1). I signori
partirono scontenti, ed il Cancelliere andò a riferire a Giulio
Cesare ciò che aveva udito. Più s'intorbidò l'animo di lui a
questo novelle, andò a Napoli e, recatosi baldanzosamente al
Castelnuovo, domandò di salutare la Regina, e Berlingiero, cono-
scendolo amico del Re, lo mise dentro senza sospetto. Giovanna,
che sapeva come quell'uomo fosse stato in gran parte cagione
dei dolori e delle sventure sue, si turbò a vederlo, ma Giulio,
fattale umilmente riverenza, le confessò il suo torto, rivelò l'odio
contro Pandolfello e lo Sforza, levati a' più alti uffizii del regno,
mentre egli, che tante fatiche aveva sostenuto per Ladislao,
non aveva ottenuto guiderdone. Aggiunse, che avrebbe fatta
ammenda delle sue colpe e presto, per pietà di lei: io, disse,
ucciderò il Re (2).
(1) Diurn. di Montel. 65.
) I eronisti riferiscono a lungo la congiura di Giulio Cesaro, ma con maggior
dettaglio l'A. dei Diwrnali di Mont. 00, ed il Tunvisus, 19. V' ha talora qualche
divergenza nei particolari, a în generale sono tutti concordi. Io mî sono tenuto
più al racconto del Tumutittis cencelliero di Onofrio della Penna, segretario
della Regina. Anche Loras pe Rosa. ms. cit £. 14, narra îl fatto a questo modo:
<... Uno messere Julio Cesaro aveva cavalli IIL c. (300) st lo frata II. o. (200)
et isso era conto do altarilla era uno valleroso omo; uno dy ando a fare Reve
la Regina con licencia di messere Joanne verlingiere e disse: donna mia,
como stay? La Regina disse non vide cs sto presone ? non ay trasuto collicentin?
Isso disse: Sy. Dice messer Julio ora bene, madamma, io ve voglio levare ds
chosta prosonia, io lo voglio amaczare (Giacomo) se ve piace. La Regina disse:
lasenmonce pencsaro vionnenco crey acchestora cavo Respongo. Vi ia,
dopo la Regina fece chiammare lo Ie et disselo: tu mi tieni presone, e cridete
avere fatto per la mia fe, so 00 mo afliczo acchessa finestra, et gietto una voce
te faczo tagliare appiecoze. Lo Re Rido: et chi serria chillo? lo tuo sforeza ron
no trova. Essa disse 0 quanta s0 ly sforza, Voimo impromattere doe cone, at eo
(1415) LIBRO PRIMO 63
Le parole feroci e l'atto percossero l'animo della Regina,
forse le tornarono in mente i dolci tempi, e il supplizio di
Pandolfello, vide la vendetta vicina; sospettò della fede del-
l’uomo e temette un' insidia nuova. Rispose, che grata le sarebbe
stata la libertà, tuttavolta lo ammoni di desistere dal mal pro-
posito. E Giulio s'infammava e giurava, che avrebbe ucciso il
Re; chiese licenza di tornare per esporle il tempo ed il modo
per mettere ad affetto il disegno. Ella. mon si diniegò, assegnò
il giorno, e s'era infinta con un proposito feroce. Come Giulio
fu partito, va a Giacomo e gli dice: io voglio mostrarti a prova,
che uomini siano coloro, i quali mi vituperarono e tu reputi
amici tuoi. Gli rivelò il fatto. Tornò Giulio e la Regina col pre-
testo, che era inferma, lo fece condurre alla stanza, nella quale
era il letto sormontato da trabacca e cinto di cortine; l’incauto
espose come aveva ordinato di levare di mezzo il francese:
l'avrebbe ucciso un giorno di festa, quando soleva andare a
tello faezo audire collo orecchie toe, 0 tello faczo diro denaate, cate amaceza,
‘et non averrà paura de te, et dicote, che se eo nvesse voluto tu to farrisse
muorto piu dy chessarisse fracito.
Lo Ra le disso: che do cosa volita da me, attinditamella per la fado vostra.
Isso lo doo la fedo et disselo: famme libera, cho poccza andaro dorome piace
et lautra che non faczie murire chillo chete dise chesto parole, ma confinalo
fore lo Riamo, ltso disse chie, essa disse: viene cray acchestora chamelo fexzio
chiamare. Jaso le deo la fado delle osservare lo dor cose, ma nollele attese @
perdiondo lo Stato Riale. Chillo eray la Regina face chiamare lo Ra et diesel
oramai vene cello. Chyò? Novelo voglio dice, vuylo vederito, Stando custy
venne messeo Julio et lo Re se mese dereto una cortina; traso messer Julio,
et dico madamma, aviteve penzato acchello che vo disse? Julio mio nunce aio
pensato et por niente nomello soffere lo core, Jacobo ey puro delo lignagio mio
et lautra per onore. Ta say chesa dico delautra Rigina Joanna che fece impe
doro lo marito ot pogio so dicorria do mo che aio {a
et lautra perno farto murire. Chesto no, medazma,
momo lo amacczo donde lo trovo 0 ala camera o ala sala 0 in consiglio. Ei
le disse non per lo ben che me voy, parlame dautro. Stando uno piecezo cercso
licencia, et lo Re foce chiamare lo Consiglio; fecess trovare con tutty ly famiglie
armato ot emendo tutty, dico lo Re: dicite singniura chi volesse ammacezaro
lo suo singnioro, cho doverria patiro? Meoser Julio se lova la piodo ct disso
vui lo diciti per me, vuy nomme sito singniore ca aio la donna mia tu li ty
marito et non ve aio may jurato umaio. Lo R lo fees pigliare con affanno chese
meso a defesa ot focelo moszare la testa. Male per isso (Giacomo) come appresso
oderito »
64 GIOVANNA HI D'ANGIÒ (1415)
spasso. Giacomo, che era celato dietro le cortine, udì, ma non
si mosse; il giorno appresso convocò i baroni a consiglio e
domandò loro: quale è la pena dei felloni? Giulio Cesare, che
era presente, gridò: lo dite per me, ma voi non siete mio signore,
chè non v'ho giurata fedeltà. « De ore tuo te judico, serve
nequam », rispose Giacomo, e fattolo pigliare lo mandò col
Cancelliere alla Vicaria,
Fu fatto il processo; Giulio, convinto di fellonia, ed il Can-
celliero furono decollati nella Piazza del Mercato; ai cadaveri
fu data sepoltura nell’Annunziata, rimasero le teste sul palco
per due mesi, poi, mosse dal vento, enddero e lo rosero i cani (1).
E non è a tacere, che i tre capi della congiura di Manfredonia
morirono di mala morte: morì Peretto de Andreis, come ho
narrato, con sospetto di veleno, a Giulio Cesare fu mozzato il
capo, Ceccolino da Perugia, fatto prigioniero da Braccio da
Montone alla giornata d’Assisi, fu ueciso nella prigione (2).
(1) Quando fu giustiziato Giulio Cesare? I Diurn. di Mont. 66 pongono agli
8 di genasio 1416. Norar Giacomo 79, 2° 9 di gennaio 1416. G. Passano 11,
47 16 ottobre sanz'anno. Il De Toyottcs 1. e. serive « in fine menais octobris
siuadom anni quo veni! ipse Rox». Of. Di Letto, Arch. St. nap. 1801, p. 614.
Cnrvensa, 672.
() Giovio, 0. c. cap. XIV.
oogle ‘
VII
Pratiche di Giacomo e Giovanna presso ti Concilio di Co-
stanza. — Lega coi veneziani. — Ottino Caracciolo e Annechino
Mormile liberano la Regina dalla servità. — Fatti di Lordino
di Saligny nell'Abruzzo.
Giacomo, col supplizio di Giulio Cesare de Capua aveva le-
vato di mezzo un uomo pericoloso, ma nello stesso tempo aveva
dato occasione d’Ìnfiammare contro di sè gli animi dei baroni,
i quali gli erano stati amici, e vedevano svanite le speranze
delle signorie desiderate, dell'autorità ambita e se stessi non
sicuri della vita; incominciò quindi il regno a moversi contro
Giacomo, e, poichè sopra tutte le città era inquieta l'Aquila,
egli mandò in Abruzzo il grande Contestabile con molta gente
d’arme. Era d'altra parte la corte di Napoli circondata da altre
difficoltà: la Regina era legittimamente succeduta a Ladislao,
Giovanni XXIII però non l'aveva investita del regno; Gincomo
s'intitolava re, ma il Concilio di Pisa aveva dichiarato re di
Napoli il Duca d'Angiò; aggiungi, che i padri del Concilio
raunato a Costanza a'2 di marzo 1415 avevano costretto Gio-
vanni XXIII a rinunciare al pontificato. In questa condizione
incerta di cose, la regia corte deliberò di mandare un’amba-
sceria a Costanza. Furono designati oratori Lorenzo vescovo di
Aversa dell'ordine di S. Agostino, Giovanni da S. Prageto,
Ardecino e tre altri, dei quali non trovo i nomi (1). Essi, a' 3
(1) Rarwatoo, VIII, ad an. 8 XXVII, XXVIII, 462, 463. Tolgo da lui la n
razione, Uno degli ambasciatori, dei quali mi è ignoto il nome, forse fu Caroso di
Capua arcivescovo di Trani perchè in un diploma del 27 febbraio 1422 leggesi
5. — Famiglia, Giovanna IT d'Angiò.
s00gle REA
66 GIOVANNA II D'
1Ò (1416)
di giugno 1416, si presentarono all'adunanza del Concilio con gli
ambasciatori dell'Imperatore, d'Inghilterra, di Francia, d'Ara-
gona, di Cipro, della Polonia, della Svezia, della Danimarca,
della Norvegia; l'ammissione loro non avvenne tuttavolta senza
difficoltà, poichè recavano lettere in nome di Giacomo e Gio-
vanna, che si attribuivano titoli pretesi da altri potentati e il
Concilio deliberò di rimandare alla sessione de' 16 giugno la
decisione delle quistioni sorte per la presenza degli oratori
napolitani.
Nel giorno stabilito, raunatisi i padri, si levò Ludovico Conte
Palatino, duca di Baviera, che era a guardia del Concilio per
l’Imperatore, e protestò contro Giacomo e Giovanna, i quali
usurpavano il titolo di re e regina d'Ungheria, della Dalmazia,
della Croazia, di Rama, che erano regni del suo signore Si
smondo: dipoi Guglielmo Cardinale di S. Marco oratore di Luigi II
d'Angiò, protestò pei titoli dei regni di Gerusalemme e di
Sicilia già a lui concessi dalla Chiesa. Il Concilio però, consi-
derando, che non s'era raunato per piatire di titoli e di onori,
senza far atto di favore, senza arrecare pregiudizio a chic-
chessia, deliberò di ammettere alla Sinodo gli ambasciatori
napolitani. Furono questi introdotti e presentarono le lettere di
commissione (1): Giacomo e Giovanna dicevano di avere spedito
ai padri del Concilio il Vescovo di Aversa e gli altri oratori loro,
come umili e reverenti vassalli della Chiesa; si profferivano
pronti ai servigi del Pontefice e dei padri, disposti al bene
delta Chiesa; presentarono quindi altre lettere con augurii
per la fine dello scisma e per la pace e l’unità della Chiesa.
Dipoi Agostino da Pisa prese a parlare e fece solenne protesta
in nome dell’ Imperatore, il Cardinale Guglielmo protestò per
nda investitura
coronatione huius regni nostri sicilie tam
,, quam Sebenne et certas alias Italic partes crebris viribus
nis sumptibus insudavit ». G. BeLtRANI, Cesare Lambertini e la
società famigliare in Puglia durante i secoli XV e XVI, vol, I, doc. XXVIII,
285, La stessa così è ripetuta nel dipl. del 1.° marzo 1422. Ivi doc. IXXIX, 287.
(1) Frano data « per virum mai
dominum de Villeta Juris civilis professorem Cancellarium regni Siciliae, coll
teralem, cons auvo, 1. e. 463. Ho qualche dutbio intorno
alla date assegnata alla lettera: 13 loglio 1410.
(1416) LIBRO PRIMO Gi
Luigi d'Angiò, ed i notai apostolici di tutto fecero pubblico
istrumento. Rispose Ardocino oratore di Napoli: si meravigliò
delle proteste, gli oratori del Re e della Regina, disse, non
erano andati a Costanza per piatire, ma invitati dal Concilio
e dal Pontefice per la concordia della chiesa, non avrebbero
tuttavia sofferto mai, che fosse arrecato danno e pregiudizio
ai loro signori, Appresso ragionò il Vescovo di Aversa intorno al
testo: « gaudete, quoniam merces vostra copiosa est in coelis »;
commendò il Concilio, raccomandò alla chiesa Gincomo, Gi
vanna, il regno: Francesco Cardinale di Firenze rese grazie
pel Concilio (1).
Gli oratori di Napoli, superate le prime difficoltà a Costanza,
si studiarono di eseguire altre commissioni della regia corte.
I veneziani, nemici dell’imperatore Sigismondo, sapendo, che
non era disposto a favorire Giacomo e Giovanna, fecero a co-
storo proposte di lega. Furono accettate, Fra Lorenzo Vescovo
di Aversa e Monacello d'Anna, napolitano, si condussero 4
Venezia, fecero i capitoli a' 27 di luglio 1416 con Leonardo
Mocenigo, Antonio Contarini o Francesco Foscari procuratori
di S. Marco, e stabilirono, che se Sigismondo fosse venuto in
Italix per danno della repubblica e del regno, l'una parte
avrebbe aiutata l’altra con una compagnia di quattrocento lance
di tre cavalieri per lancia, ovvero con tanto denaro, che rispon-
desse a ducati 13 mensuali per lancia; il soccorso doveva essere
prestato dopo un mese e mezzo dalla richiesta, la' parte man-
chevole avrebbe pagato cento mila ducati (2).
E Giacomo, mentre guadagnava fuori, perdeva in casa. Erano
tra i signori napolitani due baroni devoti alla Regina, accetti
ai popolani, Ottino Caracciolo e Annechino Mormile (8) Questi,
nobile del Seggio di Portanova, signore di Giffoni, di Frignano
(1) Ravwatpo 1 e.
@) I libri Commoriali della R. di Venezia (Dep. di St. pat.) T. II, n. 215.
p- 378, n. 216, p. 378. Lo lettero di eommissiono pel Veseovo di Aversa e per
Monacello furono date a Napoli a' 6 luglio 1416.
@) «Dominus Annicchinus de Porta nora... similiter tanquam pater familias
omaium civium popularium Nespol De Tumutinus, otubilia 20, « Ottino
por sua placabil condition era ben amato dal popolo napolitano... ». DI Leti
oogle DAME UNERENI
68 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1416)
e di Marigliano (1), già maturo di età, era andato nel 1594 al
parlamento di Gaeta, nel quale fu deliberato, che la Regina Mar-
gherita dovesse mandare suoi ambasciatori al Papa per chie-
dergli favore, e preparare armi per l'acquisto dell'Abruzzo (2);
nel 1409 fu mandato a Gentile di Monterano per confortarlo a
rimanere fedele al Re (8), al quale era carissimo (4).
Ottino Caracciolo, figliuolo di Giovanni, conte di Gerace,
gentiluomo del seggio di Capuana, grande signore, prode delle
armi, non ignaro delle buone lettere, giureperito, prudente,
talora crudele per odio di parte, aveva anch'egli militato con
Ladislao (9), € fatto prigioniero alla rotta di Roccasecca s'era
incontrato con Braccio da Montone; era scrivano di ragione
della regia corte e, fatto grande da Giovanna II, la servi senza
vituperio, con la Regina però voleva il Duca d'Angiò a reggere
il regno (6).
Aonechino ed Ottino, dunque, insofferenti della servitù, pro-
posero di pigliare Giacomo © liberare la Regina col favore dei
popolani. Non mancò loro l'opportunità. Era tra Giacomo ed
i fiorentini buona amicizia ed egli li enrezzava non solo per
la potenza della loro città, ma perchè, ricchi, in ogni necessità
(1) Ladislao gli concesse sopra questa terra, cho aveva comprata dalla r. corte,
il non comune privilegio del mero è misto impero.
@) Diurn. di Montel. 45.
@ ini.
(4) Lorse Ds Rosa, ms. cit, £. 6, scrives... « annichino mormile aveva uno
figlio che se chiamava messer antuone et era bello cavaliere et gagliardo de
ava persona, chisto annichino ora do tanta permanoncia et pracia da lo Re
lanezalao che poco gente so inpicavano in Napolo ad tutty le faceva lovaro le
cappucce de Canna quando se andavano ad inpichare et era singniore de Jefune,
do marigliano de friagniano, lo frate era sengniore do Campagnia de yevole et
aveva in Casa de continuo più de c (100) impicate » (Coloro, che aveva salvato
dall’impiceagione?).
Nol 1902 Annechino ora padrono di una galora. Reg. Ang. n. 363, © 71.
Anche il Misvri, 192 scrive: « Ottino Carazolo grande signore nel reame ct
Anichino Mormulo (sic) li quali avevano grandissimo seguito in Napoli... ».
(6) Nel 1404 Ladislao donò ad Ottino i casali di Zeppolo è Caturrino, ed il
feudo losep in quel di Nicotera. Reg. Aag. n. 367, £. 161, 172.
(8) Misuri, 192. Di Letto, I e. GIS. FAcio, Comm. de rebus gesti: ab Al
phonso. Ed. Gravier, lib. 1,27. De Pierri, Cronologia della famiglia Ces
43. Bonazzi, St di Perugia 1, 622. Diurnali di Monteleone, 50.
cciolo
(1416) LIBRO PRIMO 6
potevano ‘prestargli denaro, non tralasciava quindi occasione
di mostrarsi con essi grazioso. Quando venne di Francia, aveva
la Signoria mandato a Napoli per salutarlo Lorenzo Ridolti,
Matteo Castellani, Palla di Nofri Strozzi e Angelo Acciaioli,
ed egli ebbe tanto gratò questo ossequio, che a'28 di gennaio
1416 li ornò dell’ordine della cavalleria. Questo fu reputato
onore tanto insigne, che, quando gli oratori tornarono a Firenze,
furono ricevuti con feste non ordinarie dai Signori e dai Capi-
tani, di parte, parendo, che fosse stato fatto non ad essi ma al
comune (1). Or Annechino ed Ottino si accordarono con Agostino
Bongiani mercante fiorentino, devoto alla Regina, uomo onore-
vole, e per le ricchezze noto a tutti. Mandava egli a marito
una figliuola ed aveva aggiornato le nozze alla domenica 13
di settembre, ordinando feste solenni ed una piacevole cena
nel giardino di sua bella casa, posta nella contrada del Mer-
cato (2). Il mercante andò al Castelnuovo e con molte preghiere
invitò alla festa Re e Regina per farla con la loro presenza più
magnifica e Giacomo, incerto, pieno di sospetto, da prima rese
grazie, si diniegò, vinto dalle preghiere, dipoi promise di andare.
E qui occorre di ricordare, che in quel tempo era gonfaloniere
di Firenze Pietro Bongiani.
A’ 13 di settembre la Regina desinò nel castello, dipoi il
marito, quasi contro volere, le concesse di andare alla cena del
fiorentino, scortata dal Conte Camerlingo e da molti signori (3).
I popolani, parte spontanei, parte mossi e disposti da Annechino
ed Ottino, come lo seppero, *proruppero per le vie a vedere la
donna loro, i cui miseri casi erano noti, anzi ingranditi, come
avviene di cosa, della quale tutti novellano, nessuno vide; e
tolta un'insegna con lo armi regio, si misero a gridare: viva la
( S. Axoumaro, Ist fior, ed. cit. v. 40 e seg.. giunte di A.il G.ivi 42, nota],
44. Diario Fior. di BantoLionzo DeL Conuzza, Arch. St. It, Sur. V, t. XIV,
1894, 255.
(@) Il Mivuri, 192, che in quel tempo era lontano da Nepoli, narra inesatta»
mente il faito: « Uno giorno feciono uno convito a casa del detto Misser Ottino
Carmolo in Capua dentro la città..». Il testo però deve’ ssvero guasto e fu
scritto in Capua invece del Sedile Capuano.
@) Lorse px Rosa, me. cit. 15, afferma, che con la Regina andarono i castol.
lani di $. Ermo, di Aversa © di Salerno.
x00gle CONNETTE
o) GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1416)
Regina (1), Questa, circondata da’ suoi baroni, libera’ alfine da
guardiani indiscreti, menò la sera lietamente fra giochi, suoni,
danze; sull’ora della cena erano tutti in grande aspettazione,
ma il Re non appariva e la tardanza turbava i congiurati;
mandarono a sollecitarlo, ed egli sulle prime rispose, che sarebbe
andato, infine disse, che era impedito da gravi bisogne. La cena
non fu allegra. Levate le mense, la Regina mostrò, che di mala
voglia sarebbe tornata al castello, ed intanto i popolani, accal-
cati per le vie, facevano rumore e gridavano: viva la Regina,
non vogliamo altro re, che la Regina. Fra essi metteva fuoco
Leonardo Brucio di Napoli, detto Squatra, servitore devoto a
Giovanna, che aveva seguita quando andò sposa în Austria @),
ed ella blandita da quelle grida di gente amica, în dolce modo
diceva a’ baroni suoi: non mi abbandonate, mio marito mi
maltratta.
Commossi dalle preghiere della donna, i presenti, fatto con-
siglio, deliberarono di condurla all’arcivescovado, e fra la mol-
titudine dei popolani per le vie del Pendino e di S. Agostino
l’accompagnarono. Non fu tuttavolta quel moto senza tumulto,
perchè molti partigiani di Giacomo furono percossi e feriti.
Giovanna, come si vide libera ed in luogo sicuro, rese grazie
ai cavalieri e ai popolani, a questi ricordò i benefizii di La
dislao, promise favori e grazie; ma la moltitudine sollevata non
si quetò, corse al Castello Capuano, ed il castellano del re
Giacomo impaurito patteggiò e lo cedette. La Regina andò ad
alloggiarvi il giorno appresso (3). Eccitati dalla buona fortuna,
i partigiani di lei andarono innanzi al Castelnuovo per com-
batterlo e pigliare Giacomo, l'impresa però fu vana, perchè le
balestre li tennero lontani; il Ro tuttavolta reputandosi poco
sicuro in esso, non essendo preparato a lunga difesa, si ricoverò
al Castello dell'Ovo. E la Regina, alla quale importava di avere
il Castelnuovo, mandò due galere a combatterlo dal mare, ordinò
per terra l'assedio.
(1) Lovse DE Rosi, ma. cit. 15.
@) A'ZI1 di marzo 1417 la Regina gli concesso la terra di Ordona nella
Capitanata: se ne ha l'indirizzo, manca il diploma nel Reg. Ang. n. 372, £. 12.
(8) Diurn, di Moutet. 06. De Tuwutanuis, 20, Notan Giacomo, 69. Giurtano
Passano, 11, L CataNI, Chron. Antiquiss. în Perger, 32. Diar, Anon. Wi, 114.
Google LE
(1416) LIBRO. PRIMO "
A Giacomo non rimaneva oramai che la speranza nelle armi
di Lordino di Saligny, grande Contestabile, il quale era andato,
come ho detto, a domare l'Abruzzo. Con molto seguito di baroni
e buon numero di gente d'armi era egli pervenuto all'Aquila
sulla fine della primavera, Antonuceio dei Camponeschi era
andato ad incontrarlo, ed amichevolmente lo aveva invitato ad
entrare nella città con la sola brigata di onore. Lordino però
voleva monarsi appresso tutto l'esercito, agli aquilani questo
non piaceva © gli chiusero innanzi le porte. In quei giorni i
regii avevano rafforzato il castello e i cittadini temendo danno,
V'avevano fatto intorno steccati e opere di mura morte per
guardarsi da sorprese ed insidie, non impauriti dalle armi del
grande Contestabile, il quale vedeva e non osava; di poi, ai 17
di luglio raunatisi di mattino empirono il fossato della torre
maggiore con legna ed altra materia da ardere e vi gettarono
fuoco. I difensori, con la speranza dell'aiuto, si sostennero fino a
mezzodi, poi tra il pericolo delle famme ed il fastidio del fumo,
fecero proposte di resa e cessero ai cittadini l’alta torre. Questi
la disfecero e poco appresso occupata la cittadella, per sicu-
rezza della loro libertà, la diroccarono (1). Lordino, che lontano
udiva il rumore, con propositi di vendetta si partì scornato, e,
invitato e persuaso dai'fuorusciti, mosse alla volta di Teramo.
Era questa città da molto tempo agitata da îre cittadine, perchè
contendevano del primato gli Antonelli ed i Melatini. Questi,
già vinti, cacciati di casa, s'erano studiato di tornarvi, come
ebbero notizia della morte di Ladislao, favoriti dal moto degli
abruzzesi a prò degli angioini; s'erano azzuffati con gli emuli,
ma disfatti, s'erano rimessi per la dura via dell'esilio. Ora torna-
vano con Lordino, îl quale entrò nella città a’ 18 di luglio, facendo
le viste di volere ridurre in concordìa i cittadini, ed i teramani
da bene per carità di patria l’accolsero senza sospetto. Allora
Lordino palesò l'indole feroce e ladra, sbrigliò i soldati, diede
in preda la città, fece prendere i cittadini più agiati, impose
loro il riscatto, e furono tanti, da noverarsene duecento venti-
sette laici e chierici, che tenne chiusi nel castello fino a che
toccò il denaro. Nè fu contento: spogliò le chiese di turiboli,
(I) Nicotò DA Bormova, 887.
Google CORNELL UNVER
72 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1416)
croci, calici e d'altri arredi sacri preziosi, si tolse una tavola
di argento di grande valore, la quale nei di solenni era posta
innanzi l’altare maggiore per ornamento (1). Carico di preda
si parti, e lasciò la città divisa, come innanzi, e nel castello,
coloro, che non avevano trovato modo di riscattarsi. Mandarono
poi i teramani loro sindaci alla Regina per richiamarsi dei mali
sofferti, e pregarin di dare aiuto alle loro necessità, ed alla
addi 20 di ottobre 1416 ordinò di ridare la libertà a due citta-
dini di Civitella imprigionati da Lordino (2), francò la città
dal pagamento dei tributi di un anno (8), © l’anno appresso
ordinò al Conte di Carrara di mettersi egli al governo di Te-
ramo, acciocchè con l'autorità sua riducesse le parti in con-
cordia, perdonando a tutti qualsivoglia delitto, salvo ai figli
Enrico de Melatino, enusa dello sterminio della città (4).
Il francese, avuto poi le male novelle di Giacomo, affrettò il
ritorno a Napoli, ma, abbandonato da molti baroni, restò con
poca gente; evitò per la via le terre grosse, saccheggiò le
piccole e poco difese (5), ma come entrò nel piano di Puglia
i terrazzani di Apricena, di S. Severo e di Foggia lo assalirono,
cacciarono in rotta i suci, pigliarono lui e legato lo menarono
alla Regina (6). E solo memorie di ladronecci lasciò costui, chè
dove non ebbe agio di rubar egli, fece rubare dai suci locote-
nenti. Aveva, tra gli altri ufficii concessigli da Giacomo, quello
di governatore di Cosenza, ed aveva allogato in fitto per duo
anni tutte le gabelle della città al notaio Giacomo Serrano,
quando questi rese i conti dimostrò, che Ruffino locotenente
di Lordino s'era pigliata buona parte del denaro, il resto era
pervenuto alla regia corte (7)
(1) Dallo Sehae del necrolagio ap. Patsa, Storia Feel. e Civile ete. 2* Fdiz.
1891, II, 151, 152. F. Savast, Z Signori di Melatino, 39.
(2) Reg. Ang. n. 374 (. 355 1.
18) Murit, Della Storia di Teramo, Dialo
() N Pira, 1. e. La Regina francò per setto anni la città dal paga
mento d'oncia dI por le collotte
15) ra lo altro mise a sacco la Roma presso Lanciano. Reg. Ang. n. 374. 51 ts
(0) Lurse pe Rosa, ms. cit
(1) Reg. Ang. m. 374, f. 155.
VII
Fine del regno di Giacomo. — La Iegina riacquista autorità.
— Insurrezione contro È francesi. — Premi dati dalla Regina ai
baroni amici. — Accordo con Fabrizio de Capua. — Concessioni
fatte alla casa Sanseverino. — Libertà data a Muzio Attendolo
Sforza. — Potenza degli Sforzeschi,
Il regno di Giacomo era finito; da questo tempo i diplomi
e le lettere regie sono intitolate solo (1) dalla Regina, che di
per di ricuperava l'autorità sua nel regno. Il Castelnuovo di
Napoli cedette non alle armi, ma al denaro, chè il castellano
(1) Giovanna Il con un diploma dato a' 22 di settembre 14LG dichiarò, che
per un debito di ducati 7000, che aveva con Betto de Principatu di Lipari gli
confermava il possesso di Rivello e Tortorello nelle provincie di Basilicata e di
Principato, confermò altresì In vendita della castolla di Lagoargro 0 di Lauria
concesse con lettere regie di Niacomo e Giovanna dato a°5 di aprile. Reg. Ang.
374, £. 103 8.
Giacomo conservò il titolo di re con gli altri spettanti alla corona di Napoli
negli atti relativi al suo principato di Taranto. Eccone una prova: « Jacobus
doi gratia Huogario Jerusalem, Sicilie, Dalmatie, Croatio, Rame, Sorvie, Lodo
merio Res, Marchio castrentie, Provincio et Forcalquerii ac Pedomontis Comes...
Providimus in perpetuum eidem monasterio (S. Martini Neapolis) de
uneiis ausi quinque: quatuor vidaliaet er eis convertendis in emptionem piscium,
qui vocantur orate, ut salite et curate decenter mittantur et deportentur aano
quolibet ad dietum monasteriu pro usu seu enu fratrum mistentium in eodem
et una pro salatura et delatura... Datum în Castro nostro novo nespolis aub
sodem sigillo nostro parvo. Anno domini millesimo quadringentesimo sexto
decimo. Die vigesimo mensis decembris decime Ind. Regnorum nostrerum anno
aecundo », Archivio di Stato in Napoli. Monasteri soppressi Reg. 2042, f. 69 t.
Il diploma è diretto al tesoriere, gi rettori e governatori della città è del
Principato di Taranto.
tc! GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1416)
francese lo cedette per mille trecento settanta ducati, che la
Regina non aveva, e addi 16 ottobre furono pagati dal mercante
fiorentino Luigi de Corsinis (1) ed ella andò a dimorarvi (2).
Per la resa dol Castelnuovo parve a Giacomo d'essere in peri-
colo in quello dell'Ovo, e cominciò pel grande Camerlengo a
fare pratiche con ln Regina, sille quali forse furono partecipi i
patrizi del seggi, perchè essendo nota l'indole facile e mute-
vole della donna, temevano, che, libera del marito, desse
favore a qualche barone con danno degli altri; menate per le
lunghe tre mesi, furono conchiuse da Ottino Caracciolo. Gia-
como si tenne obbligato a rimandare i franc« salvo quaranta
per sua compagnia, ad intitolarsi principe di Taranto e Vicario
del regno, come era stato stabilito nei patti del matrimonio, di
ridare la libertà a Muzio Attendolo Sforza. La Regina promise
di assegnare nl marito quaranta mila ducati l'anno (8), di vivere
in buona pace con lui, ed egli tornò al Castelnuovo (4).
Restò il Castello dell'Ovo in potere dei francesi, forse per
guarentigia di Giacomo; ma la Regina, che, mutate le parti,
teneva il marito în sua balia, insisteva per averlo, e la move-
41) Reg. Ang. n. 972, £ 286, dipl. del 21 agosto HIT. x
(2) Diurn. di Montet. 07. 425 di ottobro Ia Regina dimorava ancora nel
Castello Capuano, come rilevo dalla lettera regia, con la quale nominò Angelo
Acciapaccia capitano di Nicotera. Reg. Ang. 374, f. 348 t. Dal Castelnuovo a' 26
ottobro condonò parte del pagamento dello colletto alla città di Manfredonia.
Rag. Ang. n. 374, £ £39, 0 con un'altra lottora provvide
di contro gli ufficiali regii, i quali usurpavano
chierici. Ivi, £. 398 t; e a° 28 di ottobre incaricò Giovanni Grispano giureperito
per derimere una controversia tra Pietro Curtisio di Venezia dimoraate in Trani
e Mengola vedova di Antonio di Brayda della stossa città. Ivi, 340 t.
<) Misuni, 104. De Tuwvuttis, 21. Susonte, lib. V, 574. A. Bovio, nd
an. 1415, 488, 8 171, scrivo: « Conditionea haec fucruat: 1 Gallos omnes primo
quogue tempore a regno eijceret, quatraginta tantummodo suo arbitratu secam
si vellet retinerat : Il Regio titulo abstineret. Princeps tantum Tarentinus, Re-
gnique Vicarius ut initio paeti coniugii convenerat appellaretur, Regioni nomen
ac potestas penes unam Reginam esset, quae viro quadragenos millenos aureos
annua provisione sumeraret. II. Sfortia © vineulis eduotas pristinzo dignitati
rentituetur ». Ed aggiunge: « Has conditiones Marcus ( Attendulus) tradit paulo
aliter Constantius.....
(4) Ho esposto în una nota... come Giacomo nel dì 20 decembre 1410 si tro-
vava già nel Castelmaovo, dondo spedi il diploma pei frati di S. Martino @ si
dava però il titolo di ro.
Google RI ari
(1416) LIBRO. PRIMO ti)
vano anche gli sforzeschi, impazienti di vedere libero Il loro
condottiero. Giacomo dava promesse e pigliava tempo, ma Gio-
vanna lo cacciò in una stanza guardato strettamente da gente
armata e gli fece intendere, che se non cedeva il castello lo
avrebbe gittato in una prigione più dura. Meglio delle minacce
valse l'avidità del castellano Leonetto de Siguyens. Chiese
denaro, si venne a patto. Leonetto promise, che per 4200 ducati
avrebbe assegnato il comando del Castello dell'Ovo ad Arnaldo
de Lauret, questi l'avrebbe ceduto alla Regina e di ciò diede
malleveria Lorenzo Trenta, mercatante lucchese, il quale si
obbligò di pagare alla regia corte il denaro, se non si fossero
tenuti i patti, Leonetto imborsò la somma stabilita, ed Arnaldo
domandò un salvacondotto per andare in Francia coi compagni.
Fu accordato, ma non cedeva il castello, affermava anzi, che
non l’avrebbe dato, se non avesse prima visto libero Giacomo
suo signore. La Regina lo fece assediare, ed il francese si so-
stenne fino al mese di maggio dell'anno 1417, voleva denaro
anch'egli: ebbe 3000) ducati e con dodici compagni salito sopra
una galera catalana navigò al suo paese. Lorenzo Trenta pagò
alla regia corte la malleveria (1).
Restò Giacomo nè libero, nè prigieniero, senza autorità (
e intanto prima cura della Regina fu di cacciare dagli uffici i
francesi, e abbassare coloro, che il marito aveva sollevato {3),
li privò de’ beni loro donati (4). Rimosse dall'ufficio di suo
segretario Giovanni Silvestre francese e vi pose Giovanni de
Alexio e ordinò, che mai più potesse essere concesso a’ fran-
cesi (5); nominò Stasio de Griffis capitano di Reggio in Calabria
(1) Reg. Ang. n. 374, £. 286: dipl. del di 17 giugno 1417. Cfr.
Montel. 6T.
@) La Regina sonza fara alcun conto di Giacomo confermò alla città di Ta
ranto tutti i privilegi antichi © «pecialmonto i diritti sullo salino. Reg. Ang.
n. 374, £. 411. Dipl. del 15 gennaio 1417,
() Misomi, 194. Diurn. di Montel. 67.
(4) Adaì 15 novembre 1416 concesse a Tano di Lapo da Pisa il territorio
datto Brizsonem a la Rotonda presso Misuraca, già possedoti dal francesa Gio.
vanni Baciller, con l'obbligo di grana dieci da pagarsi in S. Maria d'agosto.
Reg. Ang. n. I74, £ 374 1
() Reg. Ang. n. 347, £.70.
fur. di
oogle CORNE ERSIT
16 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1416)
in luogo di Grigny de Grigny (1), Lancillotto Stagnario in Mol-
fetta per Giacomo de Pistrin (2), Buffillo Frezza in Giovinazzo
per Giacomo de Pasay (3), Agnello de Borgo in Barletta în luogo
di Giovanni Alibert de Vayre du Chyaredon (4), e altri in altre
terre e castella. Questi mutamenti non avvennero senza tumulti,
perché i francesi erano odiati per l'orgoglio e la sete dell’oro.
Giovanni Alibert de Vayre, come ebbe notizia dei fatti di Napoli
e della deposizione di Giacomo, tirò i ponti e si chiuse minac-
cioso nel castello di Barletta; i cittadini andarono ad assediarlo,
e la Regina, per impedire danni, commise ad Agnello de Borgo
di farla finita (5). Per un tumulto avvenuto in Rossano furono
imprigionati alquanti cittadini, Lancellotto Rogie, capitano fran-
ceso, voleva che fossero consegnati a lui; la Regina ordinò
che fosse fatto un processo contro gl’incarcerati ed il capi-
tano (6). In Bovino i popolani fecero danno nelle terre e ingiuria
alle persone di Antonio ed Onofrio De Andreis amici e fautori
di Giacomo (7). Più feroci furono i moti di Polignano. Erano
i cittadini divisi in parte ed il vescovo Cristofero, Ruggiero da
Rutigliano e Lucio fratello di lui, nemici della Regina, soffia-
vano nel fuoco, proeuravano seandalo e davano occasione a
zuffe sanguinose; gli amici della Regiha però riuscirono supe-
riori e cacciarono dalla città Ruggiero, Lucio ed il Vescovo,
corsero al castello, del quale era a guardia il francese de Mochia,
l’ebbero per combattimento, lo misero a sacco, lo diroccarono.
Patto questo, mandarono loro sindaci alla Regina per supplicarla
di ordinare, che nessuno di coloro, ch'erano stati cacciati, potes-
(1) Reg. Ang. n. 374, £ 237 L
©) Ivi £.298
(8) Ivi £ 235, 236,
(4) Ivi £. 255, 230. La Regina nello stesso lempo diede l'ufficio di giudice
presso i capitani delle città a molti sudditi di buon casato, Eccono alcuni: Nî-
cola Montemurro fu mandato a Molfetta, Reg. 374, £, 348; Marino Scannapieco
di Cava in Ariano, Ivi; Francesco Certa ia Gasta, Ivi; Guiduccio Pantonsi in Atri,
io do Avellis in Salerno, Ivi £. 348 t.; Angelo Acciapaccia in Nicotora,
Ivi; Antonio da Messina in Tropea, Ivi; Giovanni di Tancredi, in Sulmona, Ivi;
Benedetto do Costantinis în Trani, Ivi; Nicola da Vestis in Manîredonis, Ivi, ete.
() Doc. cit. Cfr. Loreneoo, Storia della città di Barletta, 1, 356.
©) Reg. Ang. n. 374, £. 56.
(I) Reg. Ang. n. 374, £. 100. 4 agosto 14I7.
x00gle CORNELL UNIVER
(1416) LIbRO PRIMO n
sero tornare nella terra senza ordine di lei, di dare un vicario
al Vescovo, di perdonarli d'ogni eccesso. Ella consenti ad ogni
domanda (1).
I cittadini di Molfetta uccisero il capitano Giacomo de Passy,
assalirono il castello, lo presero e demolirono, domandarono
poi perdono alla Regina c l’ebbero a’ 15 di ottobre 1417 (2);
altri capitani di terre s’accordarono per danaro (3), molte ca-
stella tuttavolta restarono in potere dei francesi.
La Regina intanto era larga di favori con le università, pro-
metteva di tenerle nel suo dema menomava l'imposta delle
collette, confermava 0 accordava privilegi. Gli aquilani le offer-
sero settemila ducati per la cittadella, accettò e comandò a
Bernardo de Oferio di togliersi il denaro © consegnarla al Co-
mune per farne quello che voleva: fu diroccata. Concesse altresì
agli aquilani la facoltà di proporre i nomi di quattro regnicoli
e quattro esteri, tra i quali ella avrebbe scelto il cmpitano della
(1) Reg. Ang. n. 374, 1. 123 t. 7 aprile 1417.
L'Uaueiu,T.S. VII, 755 a questo punto è molto incerto, anzi erroneo, Scrive:
« Christophorus episcopis scotorensis hue (in Polignano) traslatus 19 kl. Ja
auarii 1401 ». Non aggiunge altro, gli dà por euccossore Nicola futto vessovo
nel 141 < forto lo adhuc Christophoro >. Or in un diploma della Rogina
Giovaana del 10 aprile 1417, Reg. Ang. n. 374, £ 110, nel quale si fa menzione
dei fatti da mo narrati, è detto, che Cristofero, Ruggiero e Lucio di Rutigliazo
farono cacciati da Putigliano: « propter zizanias et scandali ac errores et sedi-
tiones quas et que seminsbant inter civea civitatis eiasdem in ipsa civitata per
manserant contra fidelitatem nostre Regio maiestatis ac prosperum et tran-
quilluzo ac pacificum statum Civitatis ipsius.. ».
(2) Reg. Aog. n. 374, (. 20 t, 30, 37 t. Cfr. FARAGLIA, Il Comune nell Italia
meridionale, 91. A' 10 ottobre 1416 la Regina aveva concesso alla città di Mol-
fetta unn tratta di frumento. Reg. Ang. 374, £. 351. Nel mese di luglio si erano
rollevati i cittadini di Giovinazzo ma per altro odio. La Regina aveva promosso
di tenere la città nel suo demanio, poi l'aveva concessa a Manfredi da Bar-
diano conte di Cuneo e di Conversano, il quale rafforzò il castello, raddoppio
le guardie © miso tanta disperazione nei cittadini, che a" 22 di luglio 1416
insorsero, Assalirono il castallo, lo presero, uccisero il castellano, demolirono
torri a mura. Domandarono perdono degli eccessi alla Ragina © l'ebbero con
la promessa, cho mai più sarebbosi levato castollo in Giovinazzo. L. Paotu,
Ist della Ciuà di Giovinazzo, 168,
(8) Dal conto di Luigì di Corsinis mercante fiorentino appare, che egli
accordò per seicento ducati i castellani di Toro del Greco e di Manfredonia.
Reg. Ang. n. 372, f. 286.
oogle Pitt
8 QIOVANNA Ml D'ANGIÒ (1416)
città, ma per questo privilegio avrebbero pagato cento oncie
per anno, come facevano al tempo del re Ladislao; confermò
loro tutte le grazie, i privilegi e capitoli ottenuti dai re passati,
perdonò tutti gli eccessi commessi fino a quel di. Assoldò Anto-
nuccio de’ Camponeschi con 500 cavalli e 50 fanti, diede spe-
ranza di altri benefizii. Questo leggesi nelle lettere spedite a
Bernardo de Oferio a’ 22 ottobre 1416, e fu confermato agli
otto di giugno dell’anno appresso (1). Antonuccio dipoi ai 10
di febbraio 1417 fu fatto vicegerente nella provincia dolla Valle
di Crati (2), nella quale era giustiziero Malizia Carafa, che tra
poco incontreremo în avvenimenti di grave momento (3).
La Regina riformò corte e consiglio regio. Mantenne nell’uf-
ficio di Logoteta e Protonotario del regno Francesco Zurlo Conte
di Montoro (4); confermò in quello di Grando Giustiziero Nicola
Conte di Celano (5); fece Annechino Mormile governatore e Ret-
tore dell’ufficio di Grande Camerario (6); persuase Leonardo
() Reg. Ang. n. 374, £. 47.
@) Reg. Ang: n. 374, f. 315 L
(8) A_ Malizia, giustiziero della Valle di Crati addi [1 febbraio 1416, fu parte-
cipata la nòmina di Antowuccio. Reg. cit. £. 316 t
(4) Il Sunwonte o. e. 1. IV afferma, che lo Zarlo successa in quell'ufficio a
Gurello Orilia morto nol 1419, Ciò non è esatto, Il nome di lui nolla qualità
di Logateta © protoratario si trova in un diploma dato per Antonello Rainone
il dî I9 ottobre 1419 ed in molti altri; tra i quali tasta ricordare quello del-
l'ultimo di febbraio 1417 pei figlioli dello Sforza, come dirò appresso.
(5) Con un diploma del 15 gennaio 1417 la Regina confermò al Conto di
quento terra @ castell
o (Collarmele), Civi
ana (Piscina), Strapetra, Castel di Venere, in Abruzzo; Castelluccio di
Valmaggiore, S. Spirito in Capitanata; Roiano, Vitalba (Vicalvi), la Posta,
Pietramolara, Castro di Campagnano in Terra di Lavoro; mezzo lago di Fucino
col mulino di Penns, Lecce, Gioia coi casali di Templo a Montagnano, mezzo
Campinuocio o Capestrano in Abruero; Rocsaromana in Torra di Lavoro. Reg.
Ang. n 374, f 10%
(6) Il 1° di maggio 1417 Giovanna II per pagare il saldo delle milizie, vendette
a Corrado Acquaviva conte di S. Valentino il castello di Bacdeco in Abruzzo.
La deliberazione di questa vendita fu presa în consiglio presenti Giacomo d
Ursinia conte di Tagliacozzo, Avnechino Mormilo < Gubernator et Reetor uffi
Magni Camerariatus Regni, Sicilia », Marino Boffa U, J. D. prosidonto della
Camera © giudice Collaterale, Benedetto degli Acciaioli, Matteo Puldorico pre-
sidente della Sommaria etc. Reg. Ang. n. 374, f. 127
oogle come UNE
(1416) LIBRO PRIMO «#9
de Affictis de Scalis già Gran Cancelliere del ro Ladislao a
rinunciare agli onori dell'alto ufficio, gli assegnò cento oncie
d’oro sui diritti di sigillo, ed in luogo di lui pose Marino Boffa
di Pozzuoli, dottore in legge, presidente della Camera e giudice
Collaterale (1). Ammise nel Consiglio Benedetto Acciaioli conte
di Spinazzola, Betto de Principatu da Lipari, barone ricco,
padrone di galere, Gualtiero Caraceiolo siniscalco del regio
ospizio, Duccio Mormile maestro ‘ostiario, Giovanni dei Carac-
cioli Rossi conte di Gerace, Raimondo Orilia, Francesco Zurto,
Baordo Pappacoda e molti altri (2). Trasse pure alla corte Ser
Gianni Caracciolo, Artuso Pappacoda e Urbano Orilia, del quale
dicevasi, che le erano stati grati gli amori (3). Altri baroni
ebbero grazie e favori; grandissimi la casa Mormile, onde non
vi fu persona di quella famiglia, che non abbia ottenuto ufficii
e signorie. Simone Mormile fu fatto capitano di Miromagno e
Trebitacce (4), Rernardo di Mileto e Nicotera (5), Anello di
Atri (6), Enrieo Giustiziero della Terra di Lavoro e del Molise (7),
Bernardo commissario ad inquirere contro gli ufficiali della
Calabria (8). A”15 di luglio 1417 la Regina confermò ad An-
tonio e ad Annechino figliuolo di lui le baronie di Bagnoli,
Castelluccio d'Acqua Burroni, Rocca Sassoni, Vasto Gerardo
della provincia di Molise, già loro donate da Ladislno per la
morte di Giovanni de Trecio conte di Triventi (9); confermò
ad Annechino, Francesco, Enrico e Nardo una concessione
dello stesso re per convertire în terre burgensatiche i foudi,
che possedevano in Napoli, Aversa e S. Cipriano (10).
(1) 15 ottobre 1415 Reg. Ang. n. 972, {. 15.
@) V. Sumonta, cit. lib, IV, 566.
@) Misuri, cap. XXXIII, 204. Artuno Pappacoda ora stato caro a Ladislao.
Quando uel 1405 si ribellò Luigi Saaseverino Conto di Mileto & Belcastro è lo
stato di lui fu deroluto alla r. Corte, il Re diede ad Artuso Barbarano © Zags
rene. S. Axmnnato, Famiglie nob. nap. 1, 18.
4) Reg. Ang. n. 374, f. 242, 12 cttobre 1416.
() Ivi £ 230 £. 17 ottobre 1416.
© bi £ 2418
(I) Ivi £ 207 È 22 sett, I4IT.
@ ivi 6185.
@) Ivi £ 98 t, 25 luglio 1417.
(10) Ivi £ 987 t.5 fob, 1417. Nel Reg. Ang. 374, f. 245, 20 sett 1417, loggesi,
che Annschino utile signore di Marigliano usurpò alcani eni dotali di Marietta
Google :
800> GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1416)
Coi nemici suoi la Regina fu benigna. Fabrizio de Capua, il
quale con una compagnia di fanti e di cavalli s'era tenuto guar-
dingo nel castello di Morrone, dopo il supplizio di Giulio Cesare,
venne a patto a' 17 di luglio 1417: giurò di serbarle fede e di
uscite dal regno con 150 cavalli e 60 fanti; gli fu assegnato
Cristoforo Gaetani per accompagnarlo ai confini, se preferiva
la compagnia di altro cavaliere, poteva sceglierlo fra questi
uomini d'arme: Pietro di messer Antonio, Lenci di messer An-
tonio, Rodolfo Castracani, Nanni di messer Spinello, Rampino
da Padova, Russo da Cepagatti, Domenico della Cava, ovvero
fra questi gentiluomini: Battista Capsce, Raimondo Cristiano,
Russo Gaetani, Carluccio de lo Doce, Carrafello Carafa, Antonio
Pulderico, Giorgio de Toraldo, Brancaccio de Brancacci. Se în
costoro non aveva fede, poteva essere accompagnato da Ser
Gianni Caracciolo, o da Antonello de la Ratta. Promise, che
uscito dal regno non avrebbe fatta condotta con Luigi d'Angiò,
nè arrecato danno alla Regina e ai fedeli suoi, e questa con-
senti di fargli dare mille cento ducati e la licenza di esigerne
mille ed otto da Marino della Lagonessa; toccato il denaro, fra
venticinque giorni doveva uscire dal Morrone, e poi în otto
dal regno. Gli fu dato il salvacondotto. Fabrizio, per guarentigia
dei patti, diede ducati seimila. Alla terra del Morrone la Regina
diminuì la tassa dello colletto, perdonò colpe ed eccessi, assi-
curò le famiglie di coloro, che seguivano Fabrizio; a costui
conservò la signoria del castello, aggiunse anzi l'ufficio di
capitano (1). Fabrizio uscì dul regno, si acconciò col Duca di
Milano e lo servi molti anni, onde il nome di lui s'incontra
talora nelle istorie dei tempi (2). A'6 di gennaio la Regina
perdonò la ribellione di Giacomo Orsini conte di Tagliacozzo,
lo assolse dei saccheggi fatti, gli restituì beni © dignità (3),
d'Alessandro moglie di Giiovanzello Monzulo. Fu falto richiamo alla Regina e
questa commise n Giacomo Mele di Napoli e ad Aatonio Molignano di Amalî
dottor in legge di dare il loro av
(1) Reg. Ang. n. 374, f. 31 t. I capitoli furono pubblicati dal Mimreni Riccio
nel Saggio di Cod. Dipl. Il, parte I, 40.
@) Biono, Dec. III, lib. I, 104. ScreioNE ANMIRATO, Delle famiglie nobili nap.
Parte prima, 50.
@) Reg: Ang. n.
1.978.
Google :
(1416) LIBRO PRIMO 8
a’ 26 gennaio ordinò sl Conte di Carrara, Vicegerente di Abruzzo,
di ridargli le terre di Verrucole, Cappadocia e Petrella (1), &
addi 24 aprile concesse ad Isabella de Marzano contessa di
Tagliacozzo la provisione di oncie dodici sui proventi delle terre
del conte Giacomo marito di lei (2).
Nello stesso tempo la Regina Giovanna rimise în istato la
casa Sanseverina tanto duramente percossa da Ladislao; ordinò,
che fossero restituite terre e castella paterne a Tommaso fi-
gliuolo di Caterina e Luigi conte di Marsico e Sanseverino (9),
gli concesse l'ufficio di capitano în esse (4); commise ai dottori
in legge Gagliardo della Cava e Nicola Romano da Sorrento,
che fossero spedite lettere di reintegra per le terre occupate
a danno di Luigi Sanseverino in Diano, Marsiconuovo e Polla (5).
A costui diede licenza di condursi dove gli fosse piaciuto (6),
gli restitui la città di Mileto (7), dipoi a' 5 di agosto 1419 lo
fece Maresciallo del regno (8).
A Ruggiero Sanseverino marito di Cubella Ruffo ed al figliuolo
Antonello concesso in feudo la terra di Strongoli (9); a Giovanni
Antonio di Marzano duca di Sessa e conte di Squillace confermò
il possesso di Teano, Calvi, Marzano, Rocca Monfino, Conca,
(1) Reg. Ang. 374, £. 110, v'he puro nn diploma del 20 gennaio per Nicola
© Battista de Montanea per 1500 ducati, che doveva pagar loro l'Orsiai e alla
consegna, che essi doverano fare di certo castella. Ivi f. 308 t.
@y Ii e 84t
@) Rog: Aug. n. 374 £ 374 t. 375; 9 gennaio 1417.
(4) Ivi £. 328: 11 gennaio 1417, Tommaso Sanseverino per ricuperare lo stato
aveva promesso di pagare alla regia corte ventimila ducati d'oro, e la madre
per guarentigia no aveva sborsato sedici mila, che assicurò sopra i feu
fu dato il regio ameno a' 14 marzo 1417. Ivi £ 370 t. Caterina Sana
nequintò al figlio ancho la torra di Polla. Ivi.
(6) Reg. Ang. 374 £ 365, 10 marzo 1417.
(6) Ivi £ 135, 11 settembre 1417.
(7) Ivi £-416 4, 24 feb, 1017,
tano di Nereto, indizio del pos
(9) Reg. Ang. n. 374 fi 44 Sanseverino non era
concordia pel possesso dei feudi. ogenita di Ottaviano
Sanseverino, reclamava la restituzione d'ua castello a lei spettante per eredità
ed usurpato da Tommazsello Saneeverino. Fu ordinato di prendere informazioni
2° 25 aprile. 1417. Reg. Ang. n. 574, £ 300.
8. — Fatactia, Giovanna 11 d'Angiò.
Reg. 972 1.210.
82 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1416)
Tora, Sianello, che costituivano il ducato di Sessa, i contadi di
Squillace e Sarriano nella Calabria, Novi, Gioia, Baronia, Rocca
d'Aspro nel Principato citeriore; rinnovò tutte le concessioni
feudali fatte da Ladislao e da Giacomo della Marca al padre,
4 lui, allo zio Goffredo conte di Alife, che era stato Grande
Contestabile del regno (1).
Tornarono in onore gli sforzeschi, i quali, più degli altri, erano
stati partecipi della mala fortuna della Regina. I francesi da
prima furono restii a liberare Muzio Attendolo, perchè, contro
ogni: promessa, volevano il riscatto, onde la Regina propose di
fare il cambio con Lordino di Saligny (2). Or narrano i eronisti,
che mentre egli languiva nella prigione, una notte vide in
sogno S. Leonardo, il quale lo confortò e assicurò, che avrebbe
ricuperata la libertà il giorno della sua fosta, e in effetto
fu tratto dalla prigione 8° 6 di novembre 1416. Questo parve
allo Sforza un prodigio, e nominò Leonardo un figlioletto
natogli da Catella Piscopo, il quale fu dalla Regina tenuto
al sacro fonte, ma poco visse (3). E poichè sulla spiaggia
di Chiaia si levava una chiesetta molto antica intitolata a
$. Leonardo in insula maris (4), Muzio Attendolo ottenne per
ossa lettere regie a' 24 di febbraio 1417 per la conferma di alcuni
privilegi concessi dall'imperatore Federico Il (5). La Regina
a'23 febbraio dello stesso anno gli diede le terre sequestrate
ai figliuoli di Pieretto de Andreis nemici suoi e ribelli : Troia,
Torre Orsaîa, Apricena, la torre di Tresanti, Candelaro, Tertiberi
© Castelluccia, che furono di Pietro Paolo de Andreis, Monte-
corvino, la Pietra, Vulturino, la Motta e Cariati, già possedute
dal fratello di lui Ettore (6). Margaritella della Marra però,
vedova di Perretto de Andreis, mise innanzi suol diritti sopra
(1) Rog. Ang. 374 £ 490, 1 novembre 1416.
() Lovse ne Rosa, ma cit. 15.
() Nisum, cap. XXXVI, ZI0. Caretti, 609.
(4) Crocs, La villa di Chiaia in Napoli. Napoli nobilis. anno 1892, 6, 7.
() Reg. Ang. n 374, £ 317.
(8) Reg. Ang. n. 372, 24 t. Muzio Attendolo acquistò anche da Paparella
Capeca « cabellam seu iura poncium trabium et asccoram quibus media
în portu seu maritina civitatis Menfredonie » si caricsvano vettovaglie nelle
navi Reg. Ang: n. 372, (. 83, t. Diar. anon. cit. 115 leggesi:.. «1417. la Regina
* dodo Manfredonia a Sforza ».
(1416) LIBRO PRIMO 83
Versantino e Candelaro, e per riaverli propose di pagare cinque
mila ducnti, e di mandare alla regia corte la figliuola Giannina
per damigella della Regina. Questa accettò le condizioni e com-
mise a Giacomo Barone di esigere il denaro e condurre la
fanciulla (1). Fu ingrandito lo Stato del Conticello: questo nome
era dato a Francesco Sforza, al quale per i meriti del padre
Ladislao aveva donato Tricarico, Senise, Calciano, Casabranda,
Grassano, Craco, Caranota (2). La Regina gli donò Ariano, Apice,
Montecalvo, Monteleone della Capitanata, terre già possedute da
Ermingaldo de Sabran ribelle e fautore di Luigi Il d'Angiò (3):
© aggiunse il titolo di Conte di Ariano e d’Apice. Era Fran
cesco allora dell'età d'anni quindici (4). E la Regina Giovanna
provvide anche alla successione dei figliuoli di Muzio Attendolo
nei beni paterni con questo ordine : Francesco, Leone, Giovanni,
Alessandro; e poichè essi e le sorelle Lisa ed Antonia non
erano nati di connubio legittimo, per farli capaci della succes-
sione, lì purgò dalla nota d' illegittimità (5). Agli sforzeschi i
feudi furono concessi secondo il diritto dei franchi (6).
Molti capitani sforzeschi acquistarono stato: n' 10 di maggio
1417 Renzo ebbe per sè e gli eredi suoi la signoria di Bitetto,
che era terra del regio demanio; Foschino, figliuolo di madonna
Margherita, Torremaggiore (7). Non trovo, che Michelino Rav
(1) 4 giugno 1417. Reg. Ang. n. 374, f. 286 t
@) Muri, cap. XXVI, 168, Cir, De Reovanis, R. I. S. XIX, 859. Questi di
Francesco Sforza scrive: « qui in Apulia diminutive Contesellus dicebatur ».
0) Reg. Ang. n. 372, £. 27: 24 febbraio 1417.
(4) Reg. Ang. n. 372, £. 25. Cir. Pierro Canpiso DacemaRIO, Vita Fr. Sfortiae
R 1. 8. XX, 1026, Virate, Storia della r. città di Arimno, 89.
€) < .. et nobilex iuvanes Franciseum Ariani et Apicii comitem primogenitam,
Loonem secundogenituns, Jonanem tertiogenitum, Alerandrum quartogenitun
filios, Lisam et Antoniam filiss ipsius magni comestabuli olim. naturaliter,
maculaque illegittime nativitatis aspersos et per benefcium gratiose restitutionis
i iter integratos et legittimatos, ad legittimum consortium adductos,
splendore lustratoa.. » furono dichiarati capaci di ereditare dal ‘fiadre.
febbraio 14I7, Reg. Ang. n. 372, (23.
() Mazio Attendolo ebbe anche l'uficio di capitano per le sue terro a' 28 di
febbraio 1417, Reg. Ang. n. 372, f. 27, Francesco fu messo in possesso delle
sue a' 26 di febbraio. Ivi, e a' 28 ottenne altresi l'ufficio di ci 0. Ivi.
©) Nel Diario anon. in Perger cit. 115 è riforita questa notizia sotto la data
10 luglio 1428.
oogle 7 lan
84 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1416)
griano abbia ottenuto signorie, ma molti anni dopo lo incon-
triamo nel regno con credito (1). Domenico di Bosio degli Atten-
doli menò sposa Giovannella Gesualda, la quale gli portò in
dote Mola, Gioia, Acquaviva, S. Nicandro, Bastignano, Cellamare,
e la Regina altresì a' 10 di luglio 1417 gli concesse l'ufficio di
capitano in queste terre (2).
I capitani sforzeschi a questo modo si fecero padroni di
vaste signorie e di molte castella nella Puglia, onde formavano
tra loro una potente confederazione militare, contro la quale
la Regina istessa non avrebbe potuto facilmente lottare.
(1) Con diploma del 20 marzo 1431 la Regina necordò una moratoria ad
Aotonello di Coluccio de Pasto di Maufredonia pel pagamento di 800 ducati
d'oro, dei quali era debitore a Michelino di Ravignanis, Francesco do Cicorio
di Firenze, Leucio de Ursinis di Barlotta ed altri. Reg. Ang. n. 377, £. 268.
Gi Rog. Aug. n 974, £ 230.
STORIA DELLA REGINA
GIOVANNA II D'ANGIÒ
LIBRO SECONDO
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Deposizione di pp. Giovanni XXIII — Morte di Luigi IT
d'Angiò. — Accordo del Tartaglia con Braccio. — Soccorso do-
mandato alla Regina da! Cardinale di S. Eustachio. — Ser Gianni
Caracciolo. — Ambasceria della Regina al Concilio. — Braccio
occupa Toma. — l'reparativi dello Sforsa per andargli contro. —
Matrimoni di Leonelto Sanseverino con Lisa Sforza e di Giovan-
nella Stendardo con Marino Boffa. — Diffalta di Tacopo Caldora
€ del Conte di Monteoderisio.
Due avvenimenti in questo tempo avevano favorito la Regina:
la deposizione di Giovanni XXIII, sempre avverso ai principi
durazzeschi, e la morte di Luigi II d'Angiò (1), ond’ella poteva
sperare bene dal futuro pontefice e deporre il timore d'una
imminente spedizione angioina, aspettata dai baroni, favorita
da Braccio da Montone, il quale meditava grandi fatti. Questi
s'era proposto di acquistare Perugia per occupare poi le terre
della Chiesa; fece gente, assoldò Angelo di Andrea di Lavello,
detto Tartaglia, buon capitano di ventura, inimicissimo dello
Sforza. Il lavellese mise tra i patti della condotta, che Braccio
dovesse aiutarlo ad acquistare le terre sforzesche dell'Umbria.
Si trovò allora a mal partito Micheletto degli Attendoli, ch'era
al soldo di Braccio, ed aveva poche genti e poco denaro per
difenderle; lo aiutò tuttavolta Nicolò Piccinino, per gratitudine
dei favori avuti da lui, e, avendo anch'egli difetto di denaro, gli
prestò tanti pegni, che quegli ne riscosse quattrocento ducati.
Micheletto si ridusse ad Acquapendente, il Tartaglia occupò
le castella, che volle, i senesi, amici di lui, si tolsero Chiusi,
(1) Gonrno:, Hist. de Charles, VI, 705
Google ci TR
sB GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1417)
Montegiove, la Ripa e Bagno. Così fu disfatto lo stato degli
sforzeschi. Braccio d'altra parte ebbe Perugia, Todi, molte
castella minori; Narni e Spoleto si diedero a lui spontanee (1).
Il Cardinale di S. Eustachio, governatore delle terre della chiesa,
vedendo avanzare îl nemico pericoloso, domandò aiuto alla
Regina (2), la quale conservava ancora Civita Vecchia, Ostia
e Castel S. Angelo (3). Fatte le proposte al regio consiglio,
parve propizia l'occasione per fare cosa grata al Concilio, e
fu deliberato di radunare un esercito e mandarlo alla difesa
di Roma; il comando fu dato a Muzio Attendolo Sforza (4).
Questi accordò la condotta di tre lancie ai cavalieri e baroni,
che volevano seguirlo; Ser Gianni Caracciolo ne domandò
quattro, il condottiero non consenti, ed egli rimase a casa
con dispetto. Coloro, i quali si dilettavano di astrologia, videro
in questo l'influenza delle stelle, che gli promettevano l'amore
della Regina e grando stato (5).
Dicono, che Ser Gianni Caracciolo nel mese di decembre
1416 fu fatto dalla Regina grande Siniscalco, ed ebbe il ducato
di Venosa: ebbe ufficio e signoria, ma più tardi (6). Figliuolo
(0) Miwori, cap. XXXI, 195. Annali Senesi RIS. XIX, 425, Orient, cit
G70, 672. Buonicowrno, 113. Caupano, Vita Brachiî, lib, IV, 528 © seg. Ann.
Foroliv. R. I. S. XXII, 209. Ammmnaro, ed. cit., V, 42, n.
(2) Campano, Lc.
@) In un diploma dato dalla Regina a' 3 aprile 1417 si fa quietanza ad Ottino
Caracciolo per aver pagato ducati 150 al Castellano del Castel S. Angelo, » 250
x Fiorentino Conentsbile di fanti in Ostia. Reg. Ang. 974, £ 141.
(4) Per raccogliero îl denaro occorrente alla spedizione la Regina vendette
molti feudi e castella. Cedette fra gli altri a Carlo Cammeciolo, detto Carafa, la
terra di Agnone nell'Abruzzo citeriore per sett mila ducati. Carlo pagò la metà
della somma, non potette però avere la terra, onde gli furono dati in pegno
Calvi a Rorchetta nella Terra di Lavoro. Nel diploma, che è del 21 maggio 1417,
la Rogina afforma, che aveva venduta la torra per provvedera alla speso del-
l'esercito, Agnone ed alire terre erano in quel tempo nelle mani dei baroni
ribelli, e bisognava conquistarlo. Ai 7 di agosto fu dato ordino a Marino di
Somma di domarli con l'aiuto di Jacopo Caldora. Reg. Ang. n. 374, £. 76 t.
© Meri, cap. XXXIL 200
(0) Diurn. eli Montet. 67. SuumoNTE, lib. IV cit. Nel diploma del 16 novembre
1417, col quale la Regina diede in pegno a Ser Giovanni la terra di Cerignola
per 2000 ducati avuti In prestito, gli sono dati i semplici titoli di milite, con
sigliero e fedele. Reg. Ang. 374, f. 29. Venosa poi fu nel 1419 data a Giordano
Colonna, e non l'eble Ser Giovanni prima del 1428, come racsonterò.
î Google
(1417) LIBRO SECONDO 89
di Francesco Caracciolo, detto Poeta, nobile e povero, aveva
Ser Giovanni esercitato da prima l'ufficio di notaio, come leg-
giamo nelle memorie antiche (1). Col suo valore incontrò fortuna
nella milizia, Ladislao l’ebbe caro. Narrano, che quando il Re
assediava Taranto, un cavaliere nemico si fece innanzi baldan-
zosamente a sfidare i durazzeschi, e Ser Gianni lo affrontò,
scavalcò ed uccise (2); Il giorno innanzi alla battaglia di
Roccasecca, nella quale fu fatto prigioniero, fu ornato dalle
insegne di cavalleria da Ladislao (3), il quale poi lo fece gover-
natore delle terre della chiesa, come ho raccontato. Tornò a
Napoli dopo che il Cardinale di S. Eustachio ridusse Roma
all’ubbidienza del pontefice, ed il suo nome non si trova fra
quelli dei baroni, che tante congiure ordirono al tempo, nel
quale Giacomo della Marca fu potente. Tornata in onore Gio-
vanna, si mostrò devoto a lei. Nella corte allora fra i giochi,
le feste e la vita allegra s'era ridestato il turbinio delle passioni
intorno alla Regina, amori, gelosie, ambizioni, ed i fatti divulgati
e ingranditi dalla fama aggiungevano vergogna al nome di lei
già vituperato, ond'era paragonata a Cleopatra (4). Mentre prima
la dicevano innamorata di Urbano Orilia, ora affermavano, che
era presa di Ser Gianni (3). Pensando, che ella era pervenuta
al limitare della vecchiezza, l'animo non s'acqueta a dare fede
(1) «Questo Signora Messer Zamnino fo prima notaro et figliuolo de uno
nominato Poota Carszola pur gentiliomo, ma non de stato no ricco ». MinvrI,
cap. XXXII, 200. « Il Caracciolo in principio di sua pueritia benche gentil buomo
fusse per non avere nè roba nè stato, fu figlivolo d'uno chiamato poeta Carae:
ciole ». CoLtentccio, Comp. delle Tsiorie eto. Ed. Ven. 1543, 178.
Ho riportato questi due tratti per mostrare come il CottENUCCIO ebbe innanzi
lo momoria del Minvri. Per ciò che riguarda il Poeta Caracciolo bisogna. ricor
daro i versi cantati dai popolsni dopo l'assassinio del grando Siniscalco, come
vedremo a luogo opportuno.
() Tuistano Camuccioto, Vita Ser Gioni, C. Ed. Gravier, VII, 25.
@ Misvri, cap. XXIII, 159; cap. XXXII, 201.
() « Ipaa vero Ragina, sen quondam alia, sola Rogno Apuliae dominatur,
quod absurdum cel, et monstro Aegyptiaco simillimum ab omnibus fantidiendum,
Non propter me dico, qui tam procul absum, sed propter Regni fastigium ».
DE Repustts, 822. Il mostro egiziano del ReDusIO proviene dal fatale monstrum
dell'odo XXXVII del 1° libro di Orazio « Nune est dibendum ».
€) Il Bow5o, dee. II, lib. I, 407 dice insano questo amore.
oogle CORNE ERSIT
90 GIOVANNA TT D'AN
(1417)
intera a queste notizie, ma conviene di riferirle, perchè le
raccontano tutti gli scrittori dei fatti del regno. Narrano altresi,
che Ser Gianni aveva tanto a schifo i topi, che non gli dava
l'animo manco di vederli. Frequentando con altri cavalieri il
Castel Novo e intrattenendosi negli appartamenti regii a con-
versare e darsi diletto col gioco degli scacchi, un di Ja Regina
ammaestrò una cameriera, come dovesse presentargli un topolino
sorpreso nella trappola, mentre egli sedeva al tavoliere. Esegul
gli ordini la donna, quegli si turbò, levossi prestamente, ‘si
cacciò in una stanza, il cui uscio era aperto e trovatasi innanzi
la Regina lo caddo nello braccia. Sorrise ella, e gli svolò la
fiamma, che celava (1). Creda chi vuole, io no: a lei forse
mancava altro modo? Certa cosa è, che Ser Giovanni di per
di acquistava favore: cominciò ad allontanare gli emoli, tra î
quali messer Urbano Orsilia, che gli dava fastidio. Mentre si
preparavano le armi per la spedizione di Roma, il regio con-
siglio deliberò di mandare in nome della Regina una solenne
ambasceria a Costanza per dimostrare al Concilio quali fossero
le sue buone disposizioni verso la chiesa e dichiarare la sua
devozione al futuro pontefice. A questo fine furono scelti Fran-
cesco Caresio, capuano, Vescovo di Melfi (2), Urbano Orilia,
Giovanni Crispano e Francesco de Salimbenis, senese, dottor
in legge e giudice della Curia del Mastro Giustiziero e Pasquale
di Riccio da Campli (3), e addì 8 d'aprile 1417 la Regina spedi
lettere a principi, re, regine, baroni, signorie, comunità e
prelati onde dessero loro favore per rendere agevole l'andare
ed il ritorno, concedendo franchigia di dazii, gabelle, pedagii (4),
diede per iscorta uno squadrone di sessanta cavalli. A_ Urbano
(1) L'aneddoto è narrato dal Minuti, che non lascia occasione per vitupe-
raro la Regina, cap. XXXII, 201 e da lui lo trassero altri scrittori. Cfr, Sum
monte, lib, IV.
©) Uonetu, 1.8; 1. 37.
(3) Il diplomm, col quale al Salimbeni fu dato questo ufficio. trovar
fol. 6 del Reg. Ang. n. 372. Il foglio è perduto, ne resta la notizia nei Repertorii
del Sicota. Patata, Storia Eecl. e Civile, ed. 1891, Il, 155.
() Il dos. è pubblicato dal Miwieni Riccio nel Seggio di Cod. Dipk IL parto I,
p. 13. Per errore Francesco da Salimbenis è detto degenis.
(HT) LIBRO SECONDO DI
Orilia oltre le commissioni pel Concilio, altre ne furono date
per altri luoghi (1).
Braccio intanto non era rimasto inoperoso. Dato ordine alle
cose di Perugia, a’ 3 di giugno andò col campo a Castel Giubileo,
e il Cardinale Legato sulle prime si mise sulla difesa, poi,
mutato avviso, andò egli stesso agli alloggiamenti bracceschi
in S. Agnese per sapere quali fossero i divisamenti del Con-
dottiero, e questi gli disse, che voleva oceupare Roma per
mantenerla nella devozione del futuro pontefice. Il Legato,
sentito il veleno della risposta, si parti; e il popolo romano,
che prima s'era sbigottito, cominciò ad agitarsi, perchè Braccio
faceva correre la campagna da’ suoi cavalli, menava prede e
prigionieri; le spighe ‘già biondeggiavano e non c'era sicurtà
per raccogliere le messi, e, pel timore di perderle, furono fatte
proposte di ammettere nella città i bracceschi consenziente il
Cardinale di S. Antangelo, mandato per assistere il Cardi-
nale Legato. A'16 di giugno Braccio, si presentò alle porte,
il popolo trasse a vederlo e a salutarlo, ed egli entrò in Roma,
menando trionfo, tolse il titolo di Difensore dell’Alma città,
creò il Senatore (2).
Intanto Muzio Attendolo nel mese di maggio aveva posto gli
alloggiamenti al Mazzone delle rose prosso Capua, per aspettate
i cavalieri, che tardavano. Andarono con le loro genti Cristofero
Gaetani conte di Fondi, Jacopo Orsini conte di Tagliacozzo,
tornato all’obbedienza della Regina, came ho raccontato, ed
altri baroni; indugiavano però Jacopo Caldora, Perdicasso Barile
conte di Monteoderisio, il Conte di Carrara ed altri cavalieri
abruzzesi. E Muzio Attendolo, mentre aspettava dava ordine ai
suoi fatti domestici e provvedeva alla grandezza dei figlioli.
Affidò la difesa della Regina e delle terre sue a Renzo degli Atten-
(1) «Pro nonnullis nostris agendia et negotiis ad presenciam Sacrosancti
Constanciensia Coneiliis.sanci ue domini nostri Domini futuri summi pon-
ot ad non nallas mundi partes cum oquilibus sexeginta vol circa proson-
cialitor destinamas ». Reg. Ang. n. 374, £. 307 t.
Il Muri, a proposito della partenza dell'Orilia, già amato dalla Regina, scrivo:
« Et però chi vuole regnare et durare appresso tignori se deva sforzaro et
ingegnare non lassarse cazare da camera, et essere appresso a La persona ct vista
del signore con chi vole parseverara ate. ». L. c. 204.
(®) A. Perni, Diarium R. LS. XXIV, 1061.
Google ai
92 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1417)
doli, ch'era vicegerente del Principato (1); promise in isposa a
Leonello Sanseverino la figliuola Lisa con lo doti di quattromila
ducati e l'assegno di alquante terre (2); si studiava di conchiu-
dere il matrimonio tra il figliuolo Francesco e Giovannella Sten-
dardo leggiadra e rieca di molto oro e di molte terre ereditate
dal padre conte di Alife. Già Bonifacio IX di casa Tomacelli,
quand’ella era bambina di quattro anni, aveva fatto disegno
di darla in isposa al nipote Sanello, in quel tempo fanciulletto
anch'egli © fatto le promesse, come portava la mala consuo-
tudine dei tempi, i bambini furono posti nel letto insieme, il
matrimonio doveva essere confermato e messo ad effetto, per-
venuti ad età matura (3), ma nel 1403 mori il Papa, e di questo
parentado non fu fatta più parola. Allorchè Giovanna di Durazzo
tornò in Napoli, vedova del Duca di Austria, si tolse la fanciulla
per damigella. Amministrava in quel tempo la casa della
Duchessa messer Marino Boffa, che poi fu levato a grande
stato, quando ella divenne Regina, e Sanello, vedendo che la
fanciulla veniva innanzi negli anni bella e fiorente, fece suo
avvocato messer Marino per conchiudere il matrimonio, ma le
cose furono menate tanto, per le lunghe, che Sanello perdette
la speranza, la fanciulla © la dote, perchè Muzio Attendolo
aveva su di lei messo gli cechi per darla al figliuol suo. Ne
fece motto a messer Marino, e di continuo lo veniva sollecitando
a menare a capo senza indugio la bisogna, dovendo partire per
la spedizione di Roma. Temporeggiò tuttavolta messer Marino,
(1) 16 agonto 1417, Reg. Augs n. 374; £. 208.
(@) Atwuri, nel cap. XXXIII, 205, dice, che le terre furono Lese, Corrone
Piutiglione. Deve essere inesatto. (fr. CriveLLI, 675. Giorto, o. c. cap. XIII. Di
isa Sforza e Leonello Sanseverino nacque poi Roberto, che fu capitano eccellente
ad ebbe ntato nella Lombardia, quando Francesco Sforza acquistò il dueato di
Milano,
() Nel Reg. Ang. n. 309 £. 03 trovasi un diploma del 10 febbraio 1407, col
quale Ladislao donò ad Andrea Tomacelli di Napoli milite e consigliere regio
< ac suis utriusque sexus heredibus ex suo corpore legitime discendentibus
natia jam et in postero nascituris in perpetvum Terrss Arpini, vallis saneti
Martini, Gallinari silanorum et Montia nigri cum turri Carnelli que sont gratione
puelln Johannelle Extandarde de provintia terre Lab quo
Johannella ipsa in pupillari etate decedat aut alias quantum cumque sine liberis
legitimis ex suo corpore descententibus seu quomodo cumque alias dicte Terre
ad manu» nostre Curie legitime devolventur ».
cosu vid
x00gle SEA
(1417) LIBRO SECONDO 9
e come quegli fu lontano, fatta ragione delle convenienze degli
altri e delle sue, tolse per sè la fanciulla, la menò in moglie
ed ebbe la ricca dote e la signoria delle terre di Arpaia,
Arienzo e Cancello (1). A mezzo luglio Muzio Attendolo levò
gli alloggiamenti dal Mazzone, poichè Jacopo Caldora ed il
Conte di Montsoderisio gli fecero intendere, che lo avrebbero
raggiunto sulla via di Roma; li aspettò alquanti giorni a Pietra-
molara, poi andò col campo a Frosinone, e là fu avvisato, che
i baroni abruzzesi con mille e duecento cavalli erano giunti
alla Badia di Casamala. Muzio Attendolo ebbe sospetto della
loro fedeltà; poi gli fu riferito, che gli tramavano insidie e
facevano pratiche con Braccio per pigliario in mezzo e farlo
prigioniero.
La fede e l'animo del Caldora erano noti, la Regina si studiava
di cattivarselo con uffici e benefici, ma egli non piegava (2).
Mentre lo Sforza raccoglieva l'esercito per la spedizione di
Roma fu con lui sopramodo larga di favori: gli confermò il
possesso di tutte le sue terre (3), lo fece capitano di Agnone (4),
gli diede Minervino con l’ ufficio di capitano (5), lo fece castellano
(1) Movwri, cop. XXXI, 200. XXXII, 201. XXXIII, 202. Diurn. di Mont. cit. 87.
(®) Nel Reg. Ang. n. 374, £ 287 i. v'ha una lettera data dalla Regina a favore
dello Sforza a° 10 luglio 1417, nella quale leggesi: « Tibi qui de nostro mandato
oretenus feeto cum nostro exercitu tam intra quam extra Regnum nostrum Sicilie
feliciter militstorus tum pro conservatione et defensione nostri stutus nomi
ot honoris nostrorumquo fideliuma ot reipublico tum pro nogotiis magnis et ardai
aliisguo premissa taagontibus et concoraontibus prout cis a nobis oretenue
plonario informatus quia nos nequivimus premissis personaliter iateresse, e
liberam plenariam et omnimodam agendi gerendi faciendi commietendi con-
cedendi exequendi et generaliter ori gula faciendi licentiam con-
sedimua, et otiam potestatom concedoni enter tibi in promi
quolibet premitsorum ac dependentibas emergentibus st cognezia predictis
totaliter et plonario vices nostras, promictentes insuper ac Tibi sub verbo et
fido Regalibus firmitor polliceates habere ratum gratum et firmum omnern (sic)
totum et quitauid per te ia premiasis et quolibet pretissorum dependentitus
emergentibas et cogneris predictia agere gerera etc. ».
(8) Reg. Ang. n. 374, f. 420, 5 fobbraio 1417.
U) Ivi £.960t. 5 feb. detto. La concessione dell'ufficio di capitano in Aguone
pare, che dimostri, che il Caldora aveva pretensioni © diritti su quella terra,
onde non fu consegnata a Carlo Caracciolo detto Carafa, che l'aveva comperata
dalla r. corte, come ho ésposto sopra.
©) foi £ 364 5 feb MIT.
oogle CORNELL'UNIVERSIT
di GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1417)
e capitano di Manfredonia (1), gli assegnò la quarta parte dei
diritti per la tratta di frumento, orzo, legumi dal porto della
stessa città (2), e la provisione di 500 oncie suî proventi della
dogana di essa (3); e oltre a questo gli aveva già assegnato
i diritti di tratta per 700 salme di frumento dalla regione
pugliese (4).
Muzio Attendolo per levarsi îl sospetto mandò a dire al Conte
e a messer Jacopo, che fossero andati a lui e, per mostrare il
buon proposito suo, offri per loro sicurtà di dare ostaggi Fran-
cesco e Marco degli Attendoli. Il Conte tenne l'invito e andò
senza apparato cavalcando un mulo, lo Sforza gli fece buon
viso e quegli scolpò sè e Jacopo della tardanza. Il condottiero
lo tenne seco a desinare, levate le mense, lo accomiatò (5), ma
subito raunò î capitani suoi ed espose ciò, che sapeva delle
insidie dei baroni abruzzesi, mostrò loro lettere della Regina,
che gli dava larga potestà di agire, come gli piaceva; aggiunse
che reputava meglio d'andare contro di loro, che aspettarli:
ordinò quindi di prendere le armi e seguire le bandiere.
Egli si trovò in punto prima degli altri e; spiegato il gonfa-
lone, mosse per andare a trovare i caldoreschi con tanta furia,
che Andrea da Serra, Nanni di messer Spinello ed altri capitani
gli corsero appresso, e lo raggiunsero a cinque miglia dagli
accampamenti (6), Due ore innanzi notte pervennero a Casamala
stanchi, trafelati, perchè avevano cavalcato col sole di luglio
e videro Jacopo accampato alle spalle d'un colle, che sovrasta
(1) Ai 90 giugno 1417 la Regina inesricò Giovanni Barone di ricevere il
giuramento di fedeltà da lui impedito di recarsi a Napoli. Reg. Ang. cit. £ 209 t.
@) Ivi £. 162, 29 giugno 1417.
() Ivi £ 1021, 90 giugno 1417.
(9) Ii £. 400, 8 febbraio 1417.
(8) I più accurati cronisti a questo panto sono discordi: Nei Diurnali di
che il conte fu sostenuto, il Misuri, cap. XXXIII, 206, afferma,
iù veri
Moniel. legges
che lo Sforza rimandò libero il Conte. Per l'ordine dei fatti mi pare
tiero il Miur, cho forso ora presente. D'altra parte, so lo Sforsa
sostenuto il Conte, Jacopo libero avrebbo avuto occasione di accusarlo di malafede.
(6 Il Minur, loc. cit. racconta, che i capitani sforzeschi, come raggiunsero
Mazio Attendolo gli dissero, che non doveva movere quasi solo sopra gente
gagliarda ed usata alla guerra. Egli rispose ridendo, che andava a trovarè Jacopo
Caldora, che era di quei dell'Avigana
Google -
(1417) LIBRO SECONDO ®d
la Badia. Il luogo forte per natura era stato cinto di un fosso e.
come Jacopo scorse gli sforzeschi col gonfalone del condottiero
spiegato, comprese, che venivano ad assalirlo, e raunò i suoi
sul fosso, ma quelli li cacciarono ed inseguirono fino alla Badia.
Jacopo fece poca difesa quel di, perchè non aspettava lo Sforza
e poco sangue fu sparso, restò morto Bartolaccio di Bologna
uomo gagliardissimo. Jacopo ed il Conte, fatti prigionieri, furono
menati alla rocca di Falvaterra, che era di Cristofero Gaetani,
Marco degli Attendoli restò a guardarli. Ciò avvenne il di primo
d'agosto; le compagnie del Caldora fecero la condotta collo
Sforza (1), il quale alla Regina diede ragguaglio dei fatti, ed
allora si scoverse una larga congiura di baroni: molti furono
imprigionati, e tra essi il conte di Bisceglie. A questo punto
nota l'arguto scrittore dei Diurnali detti del Duca di Monteleone,
che la Regina credette di farsi la croce e si cavò un occhi
perchè repressi quei baroni, che erano il fiore dei condottieri
del regno e a suo danno fece potentissimo Muzio Attendolo (2).
Jacopo perdette ufficii e terre (8), Perdicasso Rarile fu spode-
stato del contado di Montedderisio, ma poi lo riebbe, avendo
dimostrato d'essere stato imprigionato per colpe attribuitegli a
torto (4). Fu questo l’indizio d'una ribellione dei baroni di
fede angioina, presto repressa nel regno: forse ad essa diede
occasione la recente grandezza di Ser Gianni Caracciolo, il
quale non era della parte loro.
(1 Oltre le cronache citate, v. Lrowanvo Borri, Arch. St. nep. 1804, 723.
@) Diternoli di Monteleone, 68.
@) 413 d'agosto la castollania di Manfrodonia fu data a Giovanni di Cnssi
Reg. Ang. n.374, 207. Ai 18 fu dato ordine ad Earichello Scannaserice, Guglielmo
de Comite e Onofrio de Pratalis di Sulmona, uomini dotti în diritto, di ridurre
alla regia corte tutta lo terro di Jacopo, del frats)lo Raimondo, di madonna Rita
Cantelmo loro madre. Reg. Ang. cit, £. 244, t.
(4) Aatonello di Eboli s°impossess) di Speronasino, Castropignano, Castro
della Rocca, Castro Monteforte, di Cnstel Bottaccio e di Capracotta. A'22 di
decembre 1417 la Regina ordinò a Renzo degli Attendoli, che era allora
Vicegerente della Terra di Lavoro, del Molise e del Principato, di restituire
al Conte di Monteoderisio il suo stato. Reg. Ang. n. 372, f. 116.
oogle CORNELL'UNIVERSIT
Original ro
CORNELL UNIVERSITY
Ir
Lega e parentado tra Muzio Attendolo ed 12 Conte di Car-
rara. — Fazioni contro Braccio. — Kotta del Piccinino. — Fatto
d'arme tra lo Sforse ed il Tartaglia a Toscanella.
Muzio Attendolo, spacciatosi dei caldoreschi, condusse l’eser-
cito a Marino, ed il Conte di Carrara, ammaestrato dai fatti di
Casamola, gli fece intendere, che sarebbe andato a lui con la
sua compagnia, se gli avesse dato sicurtà, e quegli non solo
lo assicurò della persona e della vita, ma promise di dare în
isposa la sua figliuola Antonia ad Ardizzone secondogenito di
lui. La pace fu fatta, e le nozze celebrate sullo scorcio della
quaresima (1). Era disceso lo Sforza nella campagna romana
col proposito di dare prestamente battaglia, Braccio, però, se
bono vedesse i cavalli sforzeschi alle porte di Roma, non si
fece tentare, perchè voleva conservare l’esercito e un grande
numero de’ suoi era infermo di febbre, nè uscì fuori delle
mura, quando a’ 10 d'agosto lo Sforza si fece innanzi la porta
di S. Giovanni in Laterano col gonfalone spiegato, nè mutò
proposito per la sfida, che gli fu mandata col guanto, bruttato
di sangue, messo alla punta d'una picca (2). Importava tuttavia
a Muzio Attendolo di soccorrere il Castel S. Angelo, e poiché
non poteva gittare un ponte sul Tevere vicino alla città, deliberò
di andare a Ostia, dove trovò la campagna abbondante di binde,
di pascoli, di frutti, di bestiame. Si trattenne colà alquanti giorni
() €. et poi (Antonia) andò a marito a Trois la settimana di Lazaro».
Minori, 208.
@) Minori, 1 e Dier. Rom. 1053.
7. — Farucuia, Giovanna II d'Angiò.
oogle e
98 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1807)
per dare riposo agli uomini e rinfrescare i cavalli, poi, costruito
il ponte sul fiume e condotti i suoi sulla riva destra, lo disfece.
Gli dissero allora i capitani, che se aveva rotto il ponte, perchè
nessuno potesse tornare indietro, bene aveva fatto, ma se di là
dal fiume non aveva amici, per fornirlo di vettovaglie, come
le avrebbe provvedute? Con la punta della lancia, rispose, e
si mise per la via di Roma. Narrano, che sulla sera, spiegate
le tende, un corvo entrò nel padiglione dello Sforza e fu preso,
parve un buon augurio, ond’egli, la mattina appresso, condusse
l’esercito innanzi alla città certo, che avrebbe fatto battaglia;
ma Braccio, uscì senza ferire colpo e, per non essere inseguito,
fece rompere il Ponte Molle.
Lo Sforza entrò in Roma a" 27 di agosto, creò senatore Spi-
nello di Siena, fece i conservatori, chiuse nel castello il Cardi-
nale di S. Angelo, che s'era mostrato amico di Braccio (1),
provvide col Cardinale legato all’occorrente per la conservazione
di Roma; ed essendo trascorso il tempo della condotta delle
genti d’arme, rifece la ferma con quelli, che volevano rimanere
al soldo. Ricomposto l’esercito, andò a trovare Nicolò Piccinino,
lasciato da Braccio con 400 cavalli a Palestrina, lo sconfisse e
fece prigioniero, e per la memoria della cortesia, che aveva
fatta a Micheletto, lo tenne in omesta prigionia quattro mesi e
lo mandò libero, seambiandolo con altri cavalieri bracceschiî
prigionieri. Deliberò poi di movere contro il Tartaglia, che gli
aveva levato le sue castella dell' Umbria, e nel mese di ottobre
si mise all'agguato in Viterbo; ma il Lavellese s'era chiuso in
Toscanella, ond’egli, infastidito di quel vano aspettare, all'uscita
di novembre si levò con quattrocento uomini a piedi e a cavallo
per sorprenderlo. Dove il luogo gli parve acconcio, presso la
terra, appostò in una forra una compagnia di soldati, altri
mandò innanzi a fare rumore per trarre il Tartaglia dalle mura,
con l'ordine di dare indietro per tirarlo agli agguati. Così fu
fatto. Il Tartaglia, udito il rumore degli sforzeschi, uscì dal
castello, e quelli si volsero a fuga, li insegui e cadde nelle
insidie. Tre ore durò il fatto d'arme, perchè il Tartaglia, che
era gagliardissimo, si sostenne arditamente, ma lo Sforza, che
(1) Diar. Rom loc. cit.
Google :
(1417) LIBRO SECONDO 9
voleya pigliarlo, chiamò Santo Parente, Girardo Graziano ©
Pelino e domandò loro: conoscete il Tartaglia? Signor si, rispo-
sero; ed il Contestabile aggiunse: egli è travestito sopra le
armi, è quello, disse, e mostrollo a dito: non attendete che a
lui solo, trovate modo di pigliarlo o di gittarlo da cavallo.
Signore, dissero quelli, bastiamo a questo noi tre? Andate,
rispose il condottiero, vi terrò gli occhi sopra, fate ciò, che ho
detto; ed essi senz'altro si cacciarono nella mischia. Gli altri
cavalieri sforzeschi, tra i quali era Pietro Palagano di Trani,
fecero impeto sopra i nemici; ma il Tartaglia non piegava; lo
Sforza mandò innanzi lo stendardo ed il figliuolo Francesco, il
quale faceva le prime prove delle armi, ed il Lavellese, temendo
d'essere percosso alle spalle, diede indietro. Lo incalzarono gli
sforzeschi: Girardo, alle porte di Toscanella, cadde di cavallo,
e fu salvato dai compagni, che sovraggiunsero; Pelino e Santo
Parente si misero alle coste del Tartaglia e lo seguirono dentro
la terra, ma, chiuse le porte, furono presi dai nemici. Già cade-
vano le ombre, lo Sforza fece suonare a raccolta ed, în segno
di vittoria, inalberò il suo stendardo innanzi le mura (1). Dipoi
tornò a Viterbo, e come ebbe notizia, che il Concilio addi 11
novembre 1417 aveva eletto pontefice Ottone Colonna Cardinale
diacono di S. Giorgio al velo d’oro, il quale s'era nominato
Martino V, andò a Roma; assegnò la città a Giordano Colonna,
fratello di lui, lasciò a guardia di essa Foschino con mille
settecento cavalli e Antonio Minuti piacentino, suo cancelliere,
il quale scrisse le cronache sforzesche, e col resto dell'esercito
mosse pel regno.
(1) Nel Miweri, dal quale ho tratto il racconto, cap. XXXV, 215, si legge
Pico invece di Pietro Palagano. Cfr. Conto Hist. di Milano, ed. Cavalli, Venezia
1565, par. IV, 720. Cnivetut, 830. Camrano, 545. Giovro, o. c. cap. XXX.
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IM
Merli della Regina vero Martino V. — Prepotenza di Ser
Gianni. — Prigionta di Annechino Mormile. — Moti in Calabria
repressi da Antonuccio dei Camponeschi. — Bovina di Cosenza.
A Napoli, come giunse la novella dell'elezione del nuovo
pontefice, furono fatte feste e luminarie; lieta era la Regina,
certa d'averlo benevolo per ciò, che aveva fatto in benefizio
della Chiesa, perché non solo aveva mandato l’esercito per
cacciare di Roma Braccio, ma s'era studiata anche di procu-
rargli nemici nell’Umbria e nelle Marche.
A' 2 d'ottobre aveva ella spedito a Carlo Malatesta ed a
Ludovico Meliorati messer Francesco de Riccardis di Ortona,
uomo maturo, e pratico delle cose di stato per fare con loro
concordia e lega ad onore della chiesa romana, del futuro
pontefice, e per la conservazione degli stati loro (1); e poiché,
come ho raccontato, Rieti, turbata dalle fazioni civili, s'era
data a Braccio, a' 14 d'ottobre sorisse all'università di Città
Ducale, che per fare guerra a costui « nemico della Chiesa ed
infedele », aveva ordinato al Conte di Carrara, governatore della
Q) La lettera regia fu pabblicata dal Mixreni Riccio nel Saggio di Cod.
Dipl. cit. 50, Cfr. Antinoni. Raccolta di Memor. ist. delle tre Prov. degli
Abruzzi, Ill, 176. Dieci anni dopo la legazione di Francesco de' Riccardia la
figlivola di lui Caterina sposò Firmano figliuolo di Ludovico Meliorati. Nell
strumento del 12 ottobre 1427 è riportata la procura fatta in Milano a' 13 di
luglio da Firmano per contrarre il matrimonio. ll documento erizinale è con-
sorvato dui Signori Cspogianio di Sulmona, nella cui famiglia mi astinso quella
dei Meliorati por donna.
oogle CORNE ERSIT
102 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1417)
Montagna di Abruzzo (1) e capitano di guerra, di perseguitare
e sterminare i reatini, onde l'ammoniva ed esortava a favorirlo
e daro ricetto all'esercito di lui (2) Nè la Regina s'ingannava,
perchè Martino V s'era proposto di spegnere lo scisma, di rico-
stitrire la signoria temporale della chiesa per restituire la
potestà civile e religiosa della Santa Sede, e d'altra parte
meditava d’ingrandire la casa sua, ed il regno gli offriva un
largo campo per soddisfaro questa ambiziono.
Quando Muzio Attendolo nel mese di decembre tornò a Napoli
trovò cose. nuove: la Regina era tutta di Ser Gianni, il quale
si studiava di allontanare da lei coloro, che gli facevano ombra,
e di porre nella corte e negli ufficii gente sua: il consiglio regio
era mutato in tirannia, chi non seguiva il gran Siniscalco nop
era sicuro dei beni e della vita. E tutto questo era fatto in
discapito dell'autorità regia. Add primo di decembre fu sor-
preso, cacciato în prigione e torturato Annechino Mormile; i
memici di lui affermavano, che aveva pratiche col Duca di
Angiò, gli amici dicevano, che erano calunnie: egli, messo alla
tortura fortemente affermava d'essere aceusato a torto. Con lui
furono gittati nelle prigioni Giovannello Lupolo e Giovannello
da Pettorano; Francesco Mormile, fratello d'Annechino, si chiuse
nel castello d’Eboli per provvedere alla salvezza sua, la Regina
mandò soldati per combatterlo, ed egli fece poca stima delle
armi e di lei, e restò non domo nelle salde torri, aspettando il
tempo della vendetta. Queste. ribellioni mosse dall’ invidia,
dall'odio contro la prepotenza di Ser Gianni e del regio con-
siglio, che egli volgeva a suo modo, non erano fatte contro la
Regina, la quale era solo accusata e vituperata per leggerezza
donnesca, prendevano tuttavolta le apparenze di una congiura
angioina, ed agitavano il regno. Nella Calabria però le rivolture
furono fatte in favore di Giacomo della Marca; le represse
Antonuccio de’ Camponeschi. A'2 di agosto i cittadini di Catan-
zaro assalirono il castello, oppressero il presidio, che lo guardava
per la Regina, inalberarono le insegne del Re Giacomo. Capo
(1) Rag. Ang. 374, £. 249 t. V. Faracua, Corografa Abruasese Medioevale,
Arels. St. nap. 1801, $ XV.
(@) Reg. Ang. n. 974, £ 281 L
Google n
(1417) LIBRO SECONDO 103
del moto fu Pietro Paolo da Viterbo, detto Braga, Marchese di
Cotrone, conte di Belcastro, il quale al tempo di Ladislao era
stato maresciallo del regno, giustiziero, capitano di guerra nella
Calabria, consigliere e ciambellano del Re, che gli aveva donato
molte terre (1). Antonuccio, avuto notizia della rivolta, con
pochi soldati, corse a domarla, e i cittadini, per la repentina
presenza di lui, e perchè, come avviene nei moti popolari, sbol-
lito il primo furore, gli animi si quetano, vennero a patto.
Promise Antonuccio di mantenere le antiche consuetudini citta-
dine, e i privilegii, se gli avessero aperte le porte; ma pochi
francesi, che erano nella città, vedendo di mal animo queste
pratiche, si studisreno di mandarle per le lunghe. Prevalsero
però i partigiani della Regina, e la notte de' 20 d'agosto leva-
rono un subitaneo tumulto: i francesi furono percossi o uccisi,
e due giorni appresso Antonuccio entrò nella ciità con due
bande di cavalli. La Regina dipoi a' 5 di ottobre confermò le
promesse di Antonuceio, perdonò gli eccidii della notto dei
20 di agosto, concesse favori agli ebrei, li francò di alcune
gabelle, permise loro d’andare senza il segno, che li distin-
gueva dai cristiani (2). Questi favori ne fanno certi, che essi
pagarono le spese del tumulto. Pietro Paolo da Viterbo fu
dichiarato ribelle e spodestato d'ogni signoria, ma tra poco
riebbe terre ed oneri (3).
Più gravi furono i rumori di Cosenza; la parte della Regina
fu sopraffatta, fu ucciso Filippo de Leone cittadino ragguar-
devole, corse Antonuccio e disfece mezza città. Non abbiamo
notizie delle lotte, conosciamo gli effetti, la repressione fu
atroce, Ridotta Cosenza all’ubbidienza, i cittadini mandarono
loro sindaci, tra i quali fu Antonio de Telesio, alla Regina
per supplicaria di condonare parte dei pagamenti fiscali, perchè
(1) Reg. Ang. o. 355, f. 04, 132; Reg. n. 366, È. 0, O t. Reg. n. 387, £.53, &.
Reg. n. 369, £. 101 ete.
(2) Oxsane CaranzaROo, Di alcune antiche pergamene spettanti alla cittù di
Catanzaro, Arch. st. nap. 1878. Gli ebrei furono francati delle gabelle della
tintoria è della mortassi
@ Reg. Ang. 374, f 28. Palotondario che era di Pietro Paoto fn dato nd
Anello Boffa Castellano del Castelnuovo. Nel 1419 era capitaao di guerra nella
Calabria, Reg. Aog. n. 372, f. 165.
oogle 7 lita
104 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1417)
Antonuccio aveva distrutta la città (1). E restò nell'animo dei
cosentini tanto acerbo odio contro l’aquilano, che quattro anni
dopo, quando Luigi III d'Angiò venne all’acquisto del regno,
si volsero a lui, supplicandolo di non mandare mai più nella
provincia ufficiali abruzzesi (2).
Tumulti e ferimenti avvennero in altre parti del regno:
Molfeita si levò a rumore (8), i cittadini di Montoro del Prin-
cipato, eccitati da Giacomo Antonio della Marra, detto Serino,
si ribellano contro Francesco Zurlo, Protonotario del regno
loro signore (4).
(1) A'2 maggio 1419 la Regina ordinò, che il nobilo Antonio do Thelesio
Cosentino dottor in Legge ed Angelillo e Petrillo do Martino di Massa fomero
messi în possesso delle terre comprato da Pietro Mancino detto Romano. Reg.
Ang. 372 (117
(2) «Item, che nullo unquam tempore Antonuezo de Laquila ne parenti, ne
suo amico ne affel ato ne ancora homo de Abruto poza havere uffitio ne
juris ditione nec ad justitiam nec ad guerram in la provintia do Valle de Grate
et Terra Jordana et tutta Calabria et si fosse facto per errorem vel fraudem
li homini de la dicta provintia non siano tenuti ad obedire. Concedatur ut
potitur.» Rome, 15 giugno 1421. Dai Privilegi et cap. della città di Cosenza.
Napoli 1557.
(8) Reg. Ang. n. 974, £1 37 t: dipl. del 18 ottobre 1417, Il dissidio avvenne
per l'ufficio di protontino, Domenico degli Attendoli Visegerente di Bari e
Capitanata s'iatromise per pacificare i cittadini.
(4) 23 agosto, 1417. Ivi f.27 t
IV
Grandezza di Ser Gianni Caracciolo. — La pragmatica Filin-
geria. — Deposisiono di Marino Boffa. — Concordia di Ser
Gianni e Muzio Attendolo.
Ser Gianni intanto, pervenuto a tale grandezza, che nel
regno niuna cosa era fatta senza volere di lui, crento Grande
Siniscalco (1), mostrò subito avarizia, orgoglio, dispregio delle
leggi, perchè a lui, privato, bastò l'animo di fare abrogare
una costituzione del regno, per togliere alla casa Filangiera
il contado di Avellino.
In un capitolo delle costituzioni del regno era ordinato (2),
che, morto il padre, dovessero essere ammessi all'eredità i
figli e le figliuole; i maschi però dovessero essere preferiti nella
successione dei beni feudali, concessi comunque per diritto
longobardo, o franco, con l'obbligo di maritare le sorelle, dando
la dote de paragio. Se rimanevano solamente figliole, queste
potevano ereditare i feudi, esclusi i consanguinei.
Ser Gianni avova condotta in moglio Caterina Filangiori
nata di Jacopo Nicola conte d'Avellino, nella cui famiglia la
successione feudale era regolata dal diritto dei franchi. Venuto
a morte lasciò quattro figlioli: Cubello, jl primogenito, che
(1) Fra la fino di ottobre 1417 ed il principio dell'anno seguente. Nel diploma
del 7 ottobre 1417 ricordato sopra per Cerignola data in pegno a Ser Gianvi,
questi è delto milite, contigliere, fedele. Nella prammatica detta Filingeria, la
1° de feudis, che è de' 25 gennaio 1418 è appellato milite grande Sinesealco
del regno.
(@) Consi. Regni Siciliae,
i. II, tit. XXVI. Zn aliguibus.
oogle come Unita
106 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1418)
ereditò i feudi, Arduino, Giovannuccio, Urbano e la figliuola
Caterina. A costei, quando sposò Ser Gianni, Cubello assegnò
800 oncie d’oro per dote, ma non le pagò, di poi egli morì
e gli altri fratelli in breve lo seguirono al sepolcro. La Cate-
rina allora fece quistione: può la donna, che vive secondo il
diritto dei franchi, ereditare il feudo, morto. îl padre? una
sorella, dotata dal fratello coi beni del padre, è capace di suc-
cedere nel feudo? Le quistioni erano sottilmente poste, perchè
nel fatto trattavasi di eredità fraterna, dalla quale non erano
esclusi i consanguinei. Le consuetudini volevano, che i feudi
rimanessero al sangue, e non passassero per donna ad altra
casa e a questo modo era perpetuata la grandezza d’una
famiglia baronale. Aggiungi, che quando mori Cubello, Ladislao
occupò il contado di Avellino, donò alcune terre agli amici
suoi, altre vendette per sua utilità; vedendo però, che i Filan-
gieri avrebbero messo innanzi | loro diritti sopra di esse, asse-
gnò il termine di quattro anni per fare i richiami. La Caterina,
che a quel tempo non sperava ln grandezza presente, non si
richiamò nel termine stabilito, mutate le condizioni, affermò,
che non l'aveva fatto, perchè alla morte del fratello era di
anni diciotto, minore.
Ser Gianni, astuto, evitò di portare il piato innanzi ai tri-
bunali, pregò la Regina di far esaminare le sue ragioni da un
consiglio di uomini savii in diritto: furono Marino Boffa, Jacopo
do Montemagno e Pietro da Pistoia giudici della magna Curia,
Giovanni Arcamone di Napoli, che era già stato giudice degli
appelli nella Curia, Blasio Sisto, Gurello Caracciolo, Carlo
Mollicello di Napoli, dottori in diritto, Jacopo de Gris e l’a-
bate Rainaldo Vassallo. Questi furono di avviso, che dei feudi
di diritto franco, la sorella non ottiene l'eredità del fratello,
quando sia stata dotata con beni fraterni; vivendo col diritto
longobardo la donna è esclusa dalla eredità feudale, se fu
dotata tanto con beni paterni, quando fraterni. Questa sentenza
era di Marino da Caramanico, nella glossa della costituzione
del regno « ut de successione », al paragrafo: « et coniugatae et
dotatae. »
Ser Gianni aveva ottenuto l'intento; valse più l' autorità del
chiosatore, che la costituzione, e la Regina con la famosa prag-
matica del 25 gennaio 1418 sanci l’avviso dei dottori. Essa
oogle
(1418) LIBRO SECONDO 107
ebbe effetto di legge, e nelle raccolte delle pragmatiche è la
prima sotto il titolo « de feudis » e fu celebre col nome di Filin-
geria (1). Con questo documento Caterina Filangieri ebbe facoltà
di sperimentare le sue ragioni contro tutti coloro, i quali pos-
sedevano i feudi del padre: ma perchè Giovanna II non era
ancora stata riconosciuta Regina dalla Chiesa, della quale
doveva tenersi vassalla, e questa condizione di fatto poteva
reputarsi difetto in diritto, la Caterina domandò poi la conferma
della pragmatica e l’ebbe a' 10 decembre 1419 (2). A questo
modo Ser Gianni divenne conte di Avellino, e tolse una bella
e ricca signoria a Filippo Filangieri, zio paterno della moglie,
e a Matteo figliuolo del fratello di lui Riccardo (3). La prag-
matica diede poi occasioni di lunghe quistioni oi giuristi (4), ma
la famiglia Filangieri andò in rovina e per varii secoli non
s'incontra quasi più il chiaro nome nelle storie del regno;
tornò tardi in fiore e nel secolo XVIII aggiunse alla gloria
antica quella di Gaetano Filangieri (5).
Gli effetti della Filingeria si videro presto: i baroni temettero,
che i loro beni passassero ad altre famiglie, e la Regina,
richiesta di dare ordine alla successione della casa Gaetani,
provvide în modo non conforme alla famosa pragmatica, perchè,
essendo a Jacopo Gaetani successo Cristofero figliuolo di lui,
() Ordinarianeate nello raccolte delln pragmatiche non v° è data. V. Vantus:
io l'ho tolta dall'originale testo incluso in un diploma del 10 decembre 1419.
Reg. Ang. o. 375, £. 28 1
® Y. la nota precedente.
( Ricca, La Nobiltà della dua Sicilia. St. dei feudi. Napoli, 1850. Canpina
Goxzaca, La casa Filangieri. Napoli, 1889, p. 118 © seg.
(0 È iantito nl mio scopo di riferire tutti coloro, che fecero quistione della
Filiogeria ; Cfr. tuttavia SuxmoNTE, lib. IV. Gianwox®, /st. Cip. Ed. Gravier XI,
cap. VIII, $ I, 108. Gansatni, 7st, delle leggi e Magistrati. Napoli, 1736 Il, lib.
9, p. 202. PrccHtA, Stor. polit. e cio. del regno. Dissort Il, 6 XXXVI.
() Noterole è il giudizio, che Garrano Fitanoeni dà della Filingeriz nella
Scienza della Legislazione, liu. Il, cap. IV: « Un'altra legge, dice, converrebbe
atolire presso di noi. Questa é quella, che preferisce nella successione doi
adi la Aglia del primogenito ai suoi fratelli, Questa legge dettata dalla pas-
ione e dall'amore di una voluttuosa Regina, questa legge, cho trasporta i
beni di una casa in un'altra è che impoverisce ua fratello per arricchire un
s0e0, questa legge è quella, che ha cagionata la rovina della fu
dell'Autore, e che no poria il nome, questa è la prammatiea Filangeria. »
Google . DR
108 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1418)
ordinò, che, se questi fosse morto senza prole, dovevano sue -
cedergli nel contado di Fondi i nipoti Jacopo, Ruggiero, Fran-
cesco, Ludovico (1).
Secondato Ser Gianni dal prospero vento della fortuna andò
arrogantemente innanzi per la sua via. Non vedeva di buon
animo, che la Regina udisse molto i consigli di messer Marino
Boffa, deliberò di perderlo (2). Ottino Caracciolo, il quale fino
a questo tempo s'era tenuto da parte, saputo il proposito di
Ser Gianni, si studiò di salvarlo col favore di Muzio Attendolo;
a costui diceva: è una pecorella, tu lo maneggerai meglio di
Ser Gianni, e per l’ingiuria, che t'ha arrecato della donna,
farà quello, che vorrai tu. Muzio, però, per la memoria dell’in-
giuria e per non dare occasione all'inimicizia di Ser Gianni,
non volle secondare Ottino; Marino fu allontanato dalla corte,
e andò a menare vita privata nelle castella della moglie (3).
Restavano a fronte lo Sforza e Ser Gianni: fra loro era con-
tesa di primato. I cronisti ci tramandano notizie, le quali,
ancorchè vere non siano, rivelano l'eccitazione degli animi,
e i provvedimenti, che i partigiani, se amici, riputavano op-
portuni, se nemici, sospettavano. Gli sforzeschi narrano che
Ser Gianni voleva col veleno levare di mezzo lo Sforza (4);
questi però, oltre la potenza delle armi sue, aveva il rifugio
della parte angioina. A Ser Gianni non mancava tuttavolta
modo di noiarlo, di straccarlo non dandogli îl denaro delle
paghe dei soldati. Soleva lo Sforza ogni anno a primavera
raunare al Mazzone le genti d'arme e fare una mostra solenne
il giorno di S. Giorgio, a'23 di aprile. Or sapendo, che Ser
Gianni assoldava gente per sè, fece le viste d’andarvi per
(1) G. B. Caniner, Doc. scelli della Ecema famiglia Gactani di Roma.
Roma, 1840.
@) Vione il sospetto, che Marino Boffa, oltre l'antica fiducia, che godeva della
Regina, era mal veduto da Ser Gianni, perchè foree non gli era stato favorevole
nella quistione filingeric
(8) Trovo, che la Regina, con un diploma del 10 febbraio 1419, ordinò ad
Ursillo Minutolo milite, Cepitano di Lucera, di occupare la Torre del casale di
Nollo in Capitanata, ls quale era tenuta da Maiteo Ferraro di Lucera in nome
di Marino Beffa, Cancelliere del Regno. Reg. Ang. n. 372, f. 109.
/) Miwuri, 229.
Google ” TR
(1418) LIBRO SECONDO 109
la mostra, ma in fatto per altro fine; mandò a chiamare Fo-
schino e Antonio Minuti con le genti d'arme, che aveva
lasciate a Roma, Gerardo e Santo Parente dall’ Umbria, e altri
capitani da altre parti, nel mese di maggio andò ad incontrarli
alla Torre degli Schiavi presso Francolise e si trovò con 1700
cavalli in ordine. Gli amici della Regina, fiutato il vento, si
studiarono di togliere i sospetti fra i due potenti e ricorsero
ad un espediente solito dei tempi: lo Sforza diede a Marino
Caracciolo, conte di S. Angelo, fratello di Ser Gianni, Clara
sorella di Foschino con la dote di sette mila ducati (1); ma
fecero parentela, non pace.
(1) Mivoni, 222, scrive, che lo Sforza assegnò in dote Cadognola per VIII mila
ducati. Forse ipotecò la dote. Dice il eronista, che lo Sforza diede Clara al conte
di S. Angolo « fratello e Janni per fermar l'arvicitia con parentado, ma
non gli valse mai nè amicitia nè parentado, che voless® bene a Sforza. » E poco
appresso, 223: « lanni În questo tempo se operò, mediante li smici do Sforza
tanto, che la Regina dette a Sforza Benevento et Manfredonia ». Il Boxcta, Afem.
st. della Pontificia citià di Benevento, Il, 195, nota, che la Regina fece quella
donazione col consenso di Martino V. Certa cosa, è che lu Sforza pose in quella
città, non lontana da Napoli © prossima allo terre sforzescho di Puglia, gli
alloggiamenti della sua cavaller
Google PRE
visa Google CORNELL UNERSITY
Spedizione dello Sforza contro i villani sollevati nel Princi-
pato © 4 baroni ribelli. — Accordi di Ser Gianni con la casa
Orsini. — Matrimonio di Francesco Sforza con Paltasena Rujfo.
— Muzio Attendolo Sforza e Francesco Mormile movono ostil-
mente contro Napoli. — Loro sconfitta alla piazza délle Correte.
— Sono accolti in Acerra dagli Orilta.
Ma Ser Gianni vedeva con timore le bande degli uomini
d'arme sforzeschi raunate non lontano da Napoli. Era in quel
tempo fra Leonetto, genero di Muzio Attendolo, e Tommaso
conte di Marsico, entrambi di casa Sanseverina, sorta una
contesa. Morto Bernardo Sanseverino, aveva Tommaso occupato
per forza le castella di Caiazzo e Cerreto a danno del figliuolo
Leonetto, col protesto, cho questi non era nato di legittimo
matrimonio (1). E nello stesso tempo c'era nel Principato un
moto di villani, al quale non so, se diede occasione l’ani-
mosità dei baroni contro la regia corte, o la carestia delle
biade, la quale in quell’anno fu grande; non manca chi dice,
che li abbia aizzati Ser Gianni per suoi propositi. Per allon-
tanare Muzio Attendolo da Napoli, fu mandato a reprimere i
villani e domare i baroni ribelli del Principato e della Basili-
cata e quegli, che stava inoperoso «su le viste di mangiare, bere,
andare a dormire » (2), di buon animo mosse a quell’ impresa,
ed i nemici di lui lieti udirono, che s'era allontanato con le
(1) Axnanato, Delle fam. nob, etc. par. 1, 19.
@) Miwori, 293.
oogle come UNE
112 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1418)
squadre dei suoi cavalli, certi che, avendo a fronte i baroni
ribelli e alle spalle i villani, sarebbe stato disfatto (1).
Fece allora Ser Gianni liberare Jacopo Caldora ed il Conte
di Monte Oderisi, i quali erano stati presi dallo Sforza nel-
l'assalto della Badia di Casamala, trattò con gli Orsini paren-
tadi e leghe: promise di dare în isposa al giovinetto Conte
di Nola, Raimondo Orsini la sorella Isabella con sette mila
dueati di dote (2), fece venire a Napoli Francesco Orsi
prefetto di Roma e gli affidò Il governo delle armi per la
difesa della città.
Muzio Attendolo però seppe tanto ben fare, che ingannò
l'aspettazione dei nemici suoi; andato con le armi, usò le arti
di pace. Accordò Leonetto ed il conte Tommaso, che era di
parte angioina, fece pratiche con altri baroni; andò a trovare
Francesco Mormile, il quale perdurava nella contumacia e fatto
consiglio, deliberarono di correre sopra Napoli © liberare il
regno dalla tirannia di Ser Gianni e del consiglio regio.
Stando Muzio Attendolo alla Polla mandò ad effetto il matri-
monio del figliuolo Francesco con Polissena Ruffo contessa di
Montalto, nobile signora, affine della Regina, ricca, giovine
infelicissima, la quale era vedova di Giacomo de Mailly (8),
e portava in dote venti mila ducati, un grande tesoro a quei
€ Mr, 228
@ A questo matrimonio la Regina disde il consenso ai 20 settembre 1418.
Reg. Ang. n. 372, £. 35, ln questo diploma, dopo di essersi , che c'era
ua trattato di matrimonio tra il Conte di Nola grao giustiziero del regno ed
Isabella Ceracciolo, i «per verba congrua » era atato
i, logge,
« deniquo ipse comes nolanus magister justitiarius minor annis vigiati, major
tamen sonia quindecim, ut per ipsius corporis aspectu evidenter apparuit et
Appart et suo juramento firmavit.... ». Tanto era s quei tempi l'incerterza
dell'età. L''aseaso regio fu anche richiesto « per cautelam magnifici Algiasii de
Urninis patrui st dudum balij tostamontarie ». « A_lî 29 do Settembre 12
tiono lo Conte do Nola fo lo ingresso do lo mi ato, ot ali 25
porto la mogliere a Nola ». Diurn. di Afontel., 00. Confr. Summonte, ed. cit.
lib. IV, 576.
(8) A'7 aprile 1417 Polisena fu investita della capitania di Rossano. N
diploma è fatta menzione di Giacomo de Mailly morto « diebua procimi
Reg. Ang. n. 374, f. 220, £
‘0 lu
(1418) LIBRO SECONDO 113
tempi, ed uno stato amplissimo (1). A dieci di agosto diede al
figlivolo licenza d'andare in Calabria, gli assegnò Berardo per
governatore, Franceschino de Lorenzana per cancelliere e com-
pagni d'arme Bernardo da Camerino, Furlano grande, Pelino
di Cotignola, Bianchino di Parma, Antonello de Alfano, Arri-
guzzo della Rocca Bolone, Matteo de l’Alpe, Reinoldo da
Cotignola, Ettodoro Albanese e Minutillo. Nell'accomiatarlo am-
maestrò il figliuolo con tre consigli: primo, gli disse, non toccare
moglie e figliuola di vassallo o persona cittadina, secondo
se batti un famiglio, non tenerlo più, caccialo dai tuoi servigi,
chè si ricorderà sempre dell’offesa, terzo, non cavalcare m:
cavallo sboccato. Francesco a’ 23 d'ottobre sposò madonna
Polissena in Rossano. Furono nozze infelici : l'anno appresso
nacque di loro una figliuola, e nel mese di luglio 1420 la
(1) Il Minori, 225, scrive: «Jo quali terre (dello stato della Polissona), sono
queste, zo Monte Alto, Lo Fosse, Cariati, La Stalla, Melcona, Umbriatico,
Cassibono, Campagna, Rockelere, Sanchierillo, Messiano con li casali, Cerontia,
La rocca do Aneti, Cuciaris, Pietra Paula, Calviti, Chacuri, et Chietro, La Mota
de Filocastro, Calinera, Briatico con li Casali. Et Sforza se assecarò sopra le
dotto torro ducati XXV mila che rescosss Mossiano 0 Briatico... ». To trovo, che
a'7 maggio 1417 Polissena Rufo Contessa di Montalto ebbe la conforma dol
l'ufficio di capitano dello terre sue: Montalto, Calveto, Tarsia, Bucculerium,
Campana, Scala, Verzino, Cerenzia, Caccuri, Roccaneto, Casabono, Cariati coi
Casali e S. Maurello de Arso, Mesinno, Briatico, Motta Fellocastro nolle perti-
nonzo della città regia di Nicotera Reg. Ang. 374, £ 229, t_ Il Criveru, 680,
riforiaco, seguondo il Minvri, cho Briatico o Mossiano furono riecaltati dallo
Sforza per 25 mila ducati. Aozi il Mixuri, 225, affrma, cho lo Sforza x Ii
rescosse di Misser Rizardo Morisco. » [o trovo invero questa notizia. Il di 27
febbraio 1427 la Regina feco quietanza di ducati sei mila « quod olim dum vir
nobilis Bassus Spinellus do Nespoli teneret et possideret. pignoris nomine
Terram Montis Alti sitam in provintia vallis gratis et terre Jordanis nos mote
dovotis supplicationibus culmini nostro porsectis per quondam pectabi
magnificam mulierem polissenam Ruffam de Calabria comitissam Montis Alti
neptem nostram carissimam atque fidelem tuac viventem mutuavimus sibi de
propria nostra pecunia duc. suri sex mil e mila la
Polinsona aveva riscattata la terra, gli altri mille duesti erano stati rostituiti
da Muzio Attondolo Sforza a Cabella Ruffo contorsa di Altomonto zia materna
della Polisena. Reg. Ang. n. 370, f 113, i. Cubella Ruffo contessi di Altomonta
e Corigliano addi 15 gennaio 1427 ebbe anche l'investitara di Mileto e d'altro
terze già possedute da Luigi Sanseverino avo di lei. Reg. Ang. 376, £. 112.
Sposò Ruggioro Sanseverino conte di Tricarico e fu madre di Antonello.
8 — Fariouta, Ginvanne IT d'Angiò.
È Google omni AE
14 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1418)
Polissena morì în Cariati, otto giorni innanzi era morta la
figliuola, avvelenate l'una e l'altra dalla zia materna Contessa
Cubella Ruffo d’Altomonte. Cosi narra il cronista sforzesco (1).
Accomiatato il figliuolo, Muzio Attendolo mosse contro Napoli.
Gli era stato riferito, che Ser Gianni aveva istigato i villani
a tendergli insidie per la via, e lo avrebbe fatto uccidere al
ponte del Sarno presso Scafati. Si guardò lo Sforza dai villani
e pervenuto al ponte, ch'era sotto le mura del castello, l’oc-
cupò, ma temendo di essere percosso dall'alto, si travesti da
saccomanno e passò fra gli altri soldati con la celata in capo
e la lancia in mano. Giunto presso Napoli pose il campo
all'acqua della Mela e diede segni manifesti d'inimicizia. La
Regina s'impauri. I napolitani, che non erano avversi a Ser
Gianni, perchè li teneva contenti col buon mercato dell'annona,
essendo d'indole quieti e quasi neghittosi, non usati alle armi,
amici di feste e di spettacoli, alla notizia d'un esercito nemico
non lontano, furono atterriti. La Regina chiamò gli eletti della
città e dichiarò loro, che Muzio Attendolo era suo nemico
capitale, raccomandò, che di e notte facessero buona guardia.
Risposero quelli: Signora, voi ci avete ingannato intorno allo
Sforza, molte volte vi abbiamo riferito quello, che vedevamo.
Molti amici intanto, fra i quali Bisello Brancaccio, s'erano
uniti ai ribelli, altri nella città sofavano nel fuoco e prepa-
ravano sorprese. Sull’alba del di 28 di settembre Francesco
Mormile col favore de’ consorti si presentò co' suoi cavalli
alla porta del Carmine, oecupò la piazza del Mercato e la sor-
presa fu tanto repentina, che i nemici di lui non pensarono
manco a pigliare le armi. Entrarono poi nella città le torme
sforzesche e d'ogni parte si levavano grida: viva, viva la
Regina, muoiano il falso consiglio ed i tiranni. Nessuno faceva
impedimento. Francesco Mormile andò alle case sue nella
regione di Portanova e per la via scontrollo messer Nocella
Scannasorice, il quale gli gridò: tu sei stato la rovina della
casa nostra e minacciò di percuoterlo, ma non lo fece per rispetto
dei nobili del Seggio di Portanova e lo lasciò andare.
Lo Sforza intanto con le bandiere spiegate conduceva i suoi
ja di Monto Alto,
(1ì Minuti, 224, 225, Dico però, che Gubella era Cont
x00gle IE ta
(1418) LIBRO SECONDO 115
squadroni lunghesso il mare alla piazza dello Correie, innanzi
al Castel nuovo, e la Regina ed il Consiglio, veduto quell’ap-
parato d'armi, cominciarono a parlamentare: diceva lo Sforza,
che egli non era nemico della Regiua, ma fedele servitore, non
voleva però essere sopraffatto da Ser Gianni Caracciolo e dal-
l'avaro Cristofero Gaetani, i quali desideravano la sua rovina e la
morte. Da parte della Regina trattava Francesco Orsini e forse
si sarebbe venuto a eapo di qualche accordo, ma ella negava
il perdono a Francesco Mormile, reo di fellonia. Tra l'andare
e il dire fu consumata molta parte del giorno, ma quando
nell'ora dei vesperi gli sforzeschi erano intenti a rinfrescare
i cavalli, i soldati del Castelnuovo improvvisamente si misero
a lanciare verrettoni e usare le bombarde, il Prefetto di Roma
uscì dal castello con una buona mano di fanti, li assall e li
cacciò in rotta per la via di Chiaia. Gli sforzeschi ebbero a
pena agio di raccozzarsi fuori ln grotta di Pozzuoli, misero a
sacco le taverne e si raccolsero a Belvedere disfatti e svali-
giati: avevano perduto seicento cavalli e robe assai (1). Di notto
si condussero poi alle Fratte ed il giorno appresso al Casale
di Principe, dove stettero tre di. Vedendosi Muzio Attendolo a
mal partito, deliberò d'andare a Benevento per rifarsi e aspet-
tare la buona occasione, ma gli venne un soccorso opportuno
dalla Casa Orilia. Questa già grande e potente, quando regnava
Ladislao era ora lasciata da parte senza onore; imparentata
con i Filangieri, consenti va all'odio di costoro contro Ser Gianni.
Questi, d'altra parte, aveva volto lo sguardo al contado d'Acerra,
che era degli Orilia, e a que’ di correva In voce, che voleva
collocare in matrimonio una figliuola con Gabriele Orsini nato
dal Principe di Taranto e Maria d’Enghien e farle assegnare
(1) I Cronisti non sono concordi interno al giorna della rotta degli sforzeschi
alle Corraio. No' Diurm. di Montel, 70, ed in Giuusano Passano, 11, leggosi,
che avvenne a' 18 di settembre; il Mistri, 228, ed il Diar. anon. in Perger
115, non pongono data; il Carvesti, 690 traduco in latino il testo del Minuri,
neanche il Tuxutauus, cap. NXIX, 20 pone data, Il Sunmonte, ed. cit. lib, IN,
578, scrive a 28 di novembre; a' 28 di settembre sì leggo în una nota aggiunta
al tanto del Noran Giucowo, 60. lo credo, che la rotta arvenne a' 28 di settembre,
como si rilovorà dall'ordino dei fatti, che seguirono.
oogle CORNELL'UNIVERSIT
116 GIOVANNA Il D'AN
(1418)
in dote quel contado (1). Gli Orilia dunque a'2 di ottobre
accolsero Muzio Attendolo nel loro castello. Questi alloggiò la
cavalleria in Afragola, traeva vettovaglie da Pomigliano, Ot-
taiano e altre terre della Casa Orilia, correva la campagna ed
impediva gli approvigionamenti di Napoli (2).
(1) Diurn, di Montel. 70. ll Tuoini, nel supplemento all'Apologia del Ter-
minio, 7, afferme, che di Gurello Orilia protonotario del regno e Clementina
Mele nacquero: Pietro signore di Caiazzo, Acerra, Ottaiano, Squillo, Mignano,
Roccapipirozzi, Maranola, Castel Onorato, Cempello, Casal di Scauli, Scarafea,
S. Antimo, Campoli, Sesto, Gioia, Striano; Roterto conte di Brienza e S. Agata,
signore di Camerota, Palo, Sanza, Castella, Campora, Crispano, S. Adiutore di
Capua, Sasso, Trentola, Loriano, Sagliano; Enrico, il quale fu anche signore
di Brienza è Camerota. È a notare, che il contado di Cajazzo ‘ara conteso dai
Sanseverino. Vordella figliucla di Gurollo aposò Riccardo Filangieri. Però Lorse
n= Rosa, me, cit, (, scrive: « Uno altro gentilo omo dele siegio*do porto chese
chiamava messer Guriello origlia et era protonotaro et aveva sette figlie mascole
uno era conte de cayacza uno conte do bruencia uno conte de Corigliano uîo
toneva Santa Agata che ey capo de contato ma no #e intitolava Conte uno
altro teneva acerra che ey capo de contato no so intitolava, lo frat
nava messer urbano urigl
era conte da Alifo et prosperaro et foro grandi
signure durante la vita do Re lanzalao e in chella casa erano tanto sione et
cante che Iy vicine non ce potevano stare de tante trommette (a causa di tante
trombette), et depo vide che fo morto Re lanczalso e lo protonotare tutty ly
figlio perdero lo stato et deventaro miserabile persute ». In questo tampo Pietro
n° intitolava conte di Caiazzo o possedeva ancho il feudo di S. Antonio, che
vendetto con una starza di moggia ottanta adi Azzarito e Falco Portinari. Reg.
Aug. n. 372, £ 41, t. Il diploma è incompleto e quiadi manca la data, ma
trascritto in un quaderno, che contiene documenti del 1418. Il feudo di Ottaiano,
che era di Giovanni Orilia ribelle, a'5 di aprile 1422. fu dato a Raimondo
Orsini. Fas. Ang. n. 04, f. 37 t. Nel 1416 la Rogina dichiarò Caiazzo di domanio
regio. Reg. Ang. 374, £ 340.
(2) Diurn. di Montet. 70.
î Google COR
VI
Patrizi 6 popolani di Napoli fanno concordia, alla quarte
dipoi partecipa anche la Regina. — Pratiche di pace con lo
forza. — Questi impone la liberazione di Giacomo, dei baroni
prigionieri e l'allontanamento di Ser Gianni. — Nuovo reggi-
mento di Napoli.
I napolitani, che poco innanzi s'erano rallegrati della rotta
degli sforzeschi, vedendoli ora rifatti, minacciosi e stizziti pei
danni recenti, si agitarono per provvedere alla salvezza della
città. Questa, per antica consuetudine, si reggeva quasi con duo
comunità distinte, l'una dei patrizii costituiti in seggi per
diritto di nobiltà, l'altra dei popolani divisi in ottine, con uffi-
ciali proprii designati per voto, ed un capo eletto, Si sostene-
vano e insuperbivano gli uni pel favore del privilegio, gli altri
per la ignobilità e la moltitudine erano disprezzati e temuti.
Nei pericoli imminenti però patrizi e popolani, deposto l’or-
goglio da una parte e repressi i rancori dall’altra, facevano
concordia (1). A' 5 di ottobre si raunarono a S. Agostino,
elessero dieci governatori nobili ed altrettanti del popolo per
provvedere alla salvezza della città, e deliberarono di mandare
un'ambasceria a Muzio Attendolo a fine di persuaderlo a lasciare
le offese. Fu rogato di questa concordia un istrumento per
pubblico notaio, non fu tenuto conto della Regina. Questa allora
mandò messer Goffredo, forse Goffredo di Gaeta giurecon-
(1) FanagLia, Le Ottine ed il reggimento popolare in Napoli. Atti dell'Acend.
Pontaniana, 1898.
oogle e
118 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1418)
sulto (1), e Benedetto Acciaioli conte d'Ascoli e di Spinazzola (2)
per fare intendere, che a lei dispiaceva ciò, che facevano, ma
tutti i presenti gridarono: Viva la Regina, la concordia fu fatta
per salvezza nostra e sua.
L'ambasceria andò allo Sforza, il quale si mostrò benevolo,
disse, ch'era disposto a fare ciò, che piaceva ai napolitani, ed
i governatori lo riferirono alla Regina, la quale parve contenta
e disposta alla pace; volle però vedere l'istrumento della cor-
cordia ed entrare in quell'unione (3). A'9 di ottobre i Gover-
natori scelsero cinque deputati patrizi e cinque popolani per
andare allo Sforza e proporre i patti; furono fatti tredici capitoli,
de' quali solamente questi ci sono noti: allo Sforza sarebbe
stata ridata la roba perduta alle Correie, o pagati pel suo val-
sente 24 mila ducati; sarebbero stati allontanati da Napoli Ser
Gianni e i consiglieri regi; Giacomo della Marca, Annechino
e gli altri baroni imprigionati sarebbero stati posti in libertà;
lo Sforza avrebbe le paghe di due anni; mai più Ser Gianni
sarebbe rientrato nel Castelnuovo. Voleva Muzio Attendolo es-
sere dell'unione dei cittadini, ma questo non piacque alla
Regina, temendo forse, che i napolitani, con forte capitano
sostenuto da molte armi, facessero cose nuove contro di lei.
I deputati andarono e tornarono dalle stanze sforzesche al Ca-
stelnuovo varii di, finalmente i capitoli furono fatti, ma in nome
della Regina e a' 20 di ottobre fu bandita la pace (4). A questo
(1) Nei Diurn. di Montel. 70, leggesi solo « messer Goffredo ».
(@) A'3 di luglio" 1417 ad istanza della signoria di Firenze aveva avuta la
conforma dal Contado. Reg. Ang. n. 374, £. 105. A' 17 di settembre 1417 ebbe
il privilegio dell'esszione dello colletto di Spinazzola. Reg. Ang. cit. £. 154,
Era anche capitano di Porzuoli. A' 20 ottobre, dopo che furono fatti i capitoli
tra la Regina © lo Sforza, a lui ed al figliuolo Carlo fu data la cittad
mapolitana. Reg. Ang. n. 972, f. 44.
(8) Diurn. di Montel. |. c.
() A'21 ottobre 1418 la Regina feco apediro dal segretario Angolillo questa
lettera: « Magnifcie, nobilibus egregio prudentibuo et providie viribus univorsitati
et hominibas inelite civitatis nostre Neapolis, fidelibus nostris dilectis gratiam
et bonam voluntatem. Cum ia capitulis noviter initis et firmatis inter Maj
statom nostram ex una pario et magnificum virum Sfortiam de Actendulis
fa niagnum conostabulum regni nostri Sicilia cull. cons. et fide-
n x altera sit copitulum subscripti tenoris videlicet: Item
comitia Cotin
lem nostrum dilec!
oogle come ine
(1418) LIBRO SECONDO 119
modo, salvo i supplizii, si rinnovavano i fatti del tempo, nel
quale Pandolfello Alopo era grande.
I napolitani diedero guarentigia e ne portarono il peso, poichè
fra i capitoli fu posto questo: la Regina è contenta, vuole ©
comanda, che la città di Napoli prometta e dia sicurtà al grande
Contestabile per i capitoli della riferma di lui; ed ella a'21
di ottobre 1418 scrisse all’ università, perchè fossero osservati
i patti. Intanto s'avevano a pagare allo Sforza 24 mila ducati
per le robe perdute alle Correie, e a’ 24 decembre la Regina
cedette libere ed in perpetuo ai napolitani le gabelle delle
grana soi ad oncia, del vino e dello grana 30 a tomolo di sale (1)
con l'obbligo di pagare il debito al grande Contestabile (2). Delle
la dieta Majesta è contenta volo è comanda cho la universitato do Napoli
promecta et fassa securitato ad ipso Gran Conestabulo che la dieta Maj
li capitulî dela sua referma et tueto quello che a li presenti
tuli so conteno. Intentionisquo nostro sit prefata capitula tam scilicet dicto suo
refirme quam prefata nova capitula cidem M. Conestabulo tenacitor et invio-
Iabiliter observare, [d circo vobis tenore preseatium' de corta nostra scientia
sub verbo et fide regiaalibus pure simpliciter et bona fide promictimus et
firmiter pollicemur prefata omnia capitala tam refirme dieti M. Conostabuli
quam ea que noviter nobiscum iniit omnis et singula conténta
M. Conestabulo tenaciter ct in tor observare, observarique facere et
mandare ivxta illoram continentias et tenores nec non et vestram universitatem
2b huiusmodi promissione vel par vos eidem NM. Conestabulo iuxta formam
prescripti capituli ut predicitur faciends semper et enni tempore preservare
indempnes et inleson et immaculatoa de vestri fama pariter et honore.. ». Reg.
Ang. ne 972, f1 267, Diurm, di Montel. TI, Caiauia, 601. SuasuonTs, od, cib, 570,
(1) Nel diploma è detto, che per lo innanzi nel fondaco maggiore di Napoli
il salo si vendeva grana 2) ;l lomolo.
(2) Ecco riassunto questo importante diploma del 24 decembre 1418, diretto
s civitatis nostre Neapolin » La Regina
abeliseo le gabollo dollo grana sci ad oncia dol vino o del tarono » grana 10
a tomolo di sale del 1° di settembre della futura XIII iad. (1418). « Quis tune
urget nos et vos etiam solucio imminentis debiti ducatorom de auro viginti
quatuor milium facienda per nos Viro Magnifico Sforcie de Actendulis Gomiti
Cutiniole Magao Conestabulo regni nostri aicilie coll. cons. st fideli mostro
dileoto pro quibus sibi solvendis vos ad nostri requisitionem Adeiussores pe
olvondio vexsmini cotidio ab codom et pu
nos extat pecunia do qua per vos dieti ducati viginti quatuor milia
Conestabulo solvi possint, et nolentes quod ob defeetum solutiori
prefatos Mag. Consstabulus materia babeat de nobis seu vobis aliquatenvs
« nobilibus viria uni versitati et homini!
Go gle omne al
120 GIOVANNA 11 D°
(1419)
rendite di queste gabelle abusarono dipoi molti, che le ammi-
nistrarono, onde l'arguto vecchio Luigi de Rosa scrisse, che
«si fecero il brodo grasso e vestirono di scarlatto » (1). Dipoi
patrizii e popolani non ruppero la concordia, ordinarono anzi un
nuovo reggimento, cosa mai più vista in Napoli: stabilirono
dunque, col consenso della Regina, di eleggere ogni quattro mesi
ventidue uomini esperimentati per probità, dodici patrizii e
dieci popolani, addimandati eletti, per trattare con la Regina le
cose del regno. Prevalevano i patrizi, ma i popolani furono
ammessi al consiglio regio anche essi. Durò questo ordinamento
due anni, dipoi per l'insurrezione dei baroni angioini, per la
venuta degli aragonesi, per la discordia fra Giovanna e Alfonso
d'Aragona la concordia dei cittadini fu disfatta (2) Le cose
però non furono fatte senza consenso del Papa, il quale în
quel tempo era già tornato in Italia, viaggiava per le terre
lombarde ed aveva mandato a Napoli il fratello Giordano Co
lonna ed Antonio nipote, figliolo di Renzo (3). Si studiarono
essi di persuadere la Regina a concedere, che Muzio Attendolo
fosse ammesso nell’ unione dei cittadini, e, avutane licenza, si
condussero ad Acerra e gli fecero giurare, che l'avrebbe servita
fedelmente (4).
Fu ridata la libertà ad Annechino Mormile, al conte di Bi-
sceglie e ad altri baroni.
querelandi.. ». Ella porò codova alla città lo gabello predetto in modo, che
potesse liberamente disporre di esse senza intervento della r. corte; Reg. Ang.
372, £. 243. Nell'Arch, municipale di Napoli si conserva il diploma originale.
Cir. Capasso, Catalogo ragionato dei libri, registr, scritture esistenti nella sezione
antica, 0 prima serie dell'Arch. Municip. di Napoli. Par. 1, 12.
(1) Ma. cit 16%
(I me + fuit facta quedam ordinatio inter neapolitanos de consensu dicti
regni et regine, singulis quatuor mensibua eligerentur viginti duo probi et
ydonei viri videlicot XII de nobilibus et X de popularibus neapolitanis, qui
vocarentur Flocti, ot ipsi haberent dorante corum ofitio audire tractara et
dixcatero omnia negotin regni una cum regina et sic duravit dictom rogimen
electorum por duos annos vel circa.. ». De Tuxuratuis, Notabilia, cap. XXI 20.
(3) Il Miyori però afferma, che venne în Napoli Giordana fratello del Papa.
Il Caivetti, como suole, traduce in latino il testo dol Minuti: nei Dire. di
Montel., è notato Antonio, 7.
() Diwwn. di Montel, 1. e
Google 3
(1419) LIBRO SECONDO 121
Ser Gianni non ebbe parte apparente a queste pratiche, mentre
si facevano, però provvide alle bisogne sue © de’ suoi; ottenne
il regio assenso pel matrimonio delle sorelle, ed essendo morto
il Grande Giustiziere Nicola di Celano, fece dare l'ufficio al
conte di Nola(1); avendo prestato alla Regina due mila ducati
per pagare le genti d'arme, si tolse în pegno Torre del Greco,
che era del demanio regio (2). Molti baroni si studiarono di
mettere pace fra Muzio Attendolo e Ser Gianni, ed essi fecero
lo visto di dimenticare lo offese, ma non spensero gli odi.
Quando furono date le guarentigie pel patto di Acerra, Lo Sforza
all'entrata del mese di gennaio 1419 venne a Napoli per fare
riverenza alla Regina, ma con l'animo pieno di sospetto. Alloggiò
alle case di Ottino Caracciolo e prima di recarsi al Castelnuovo,
amrmmnestrato dai danni già sofferti, volle, che fossero allontanate
le guardie di Ser Gianni; il Castello per sicurtà fu assegnato
a Francesco de Riccardis di Ortona, il quale da poco era tor-
nato dall’ambasceria al Papa, e lo guerni co' soldati suoi. Muzio
Attendolo fece omaggio alla Regina, s' incontrò con Ser Gianni,
si toccarono le destre (5).
(1) 11 diploma è del 20 ottobre 1418. Reg. Ang. n. 372, £, 108 t. All'ufficio
del Grande Giuatiziere era annesso il gaggio di oncie 3, ed il Conto free asna-
guarselo nullo sollette di Nola, Lauro, Forino, Monteforte, Montetredine.
€) Reg. Ang. n. 372, f. 67 t Ebbe anche l'ufficio di castellano della Torre
con dodici ducati di gaggio per mese, e trenta inservienti o guardie, alle quali
erano pagati due ducati per uno. Dipl. del 10 ottobre 1418. Reg. Ang. n. 372,
tere
(8) Mesi, cap. XXXVII, 230. Coinexticio-Costo, Ed. Gravion, 312.
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Original fom
Google CORNELL UNIVERSITY
VII
Trattative col Papa. — Ser Gianni parte da Napoli per resti
tuire alla Chiesa le castella di Civitavecchia, Ostia e Castelsan-
tangeto. — Il Papa manda 11 Cardinale di S. Maria in Dominica
suo legato per investire del regno la Regina. — Debiti di Gio-
vanna II. — Spedizione dello Sforza nella campagna romana
contro Braccio. /
Quetato il rumore degli sforzeschi, tutti gli studii della regia
corte erano volti agli ossequii del Papa. Già la Regina gli aveva
spedito un’ambasceria come ebbe novelle dell'elezione di lui,
per dichiarargli la sua devozione è pregarlo di averla per rac-
comandata. Andarono in nome di lei Lorenzo di Aversa, frate
agostiniano, vescono di Tricarico (1), Belforte Spinello da Gio-
vinazzo Vescovo di Cassano (2), Manfredi d’Aversa arcivescovo
di Acerenza (8), Francesco de Riccardis d'Ortona, Ugo da Moli-
terno, signor di Venosa (4). À costoro fu aggiunto un altro
(1) Uoneutr, VII, 152. V. Brovio, Ad an.
@) Unonetu, 1%, 349.
(0) Id, VII, 47.
(4) Nel conto reso da Gaspare Bor trovano fra le altre queste somme
date in prestito alla regina; mutuavit nobis de Mense maij diete
preterite undecime indietionia quos per eum salvi et exhiberi focimus viro
Mognifico francisco do Ricchardia do Ortona militi regni nosti
acallo etc. consiliario et fidoli nostro dilecto pro accessu suo ad
Constantie partium alemannie ducatos de suro mille ducento:
nobis pro tertia parto unius page salute prefato Francisco de Ortona militi et
Ugoni de Moliterno in romana Curia etc... duc. 209 » Reg. Ang. n. 375, £. 272.
Cfr. Minigri Ricero, o. e. 68, 69. Di Ugo di Moliterno signor di Venosa si fa
menzione in un dipl. per Gio. Antonio Orsini. Reg. Ang. n. 375, £. 282.
oogle come NE
124 GIOVANNA Il D'ANGIÙ (1419)
abruzzese, che erastato già a Costanza con l’ambasceria mandata
dalla Regina dopo la deposizione di Giovanni XXIII, dico Pa-
squale di Campli, che troveremo fra poco in altri fatti di grande
momento (1).
Non ci è noto l'ordine delle pratiche fatte dagli oratori,
sappiamo gli effetti, il Papa promise alla Regina l'investitura
del regno e la corona, x patto, che avrebbe restituito alla chiesa
Ostia, Civitavecchia e Castel 5. Angelo, mandato Muzio Atten-
dolo contro il Tartaglia e Braccio, acciocchè potesse tornare a
Roma sicuramente, ingranditi i colonnesi nel regno. Ma occor-
reva da prima dare intera esecuzione ai patti stabiliti con
Muzio Attendolo ad Acerra.
Giordano Colonna persuase Ser Gianni ad allontanarsi da
Napoli, e a condursi în Roma per consegnare al Papa le Ca-
stella (2), a questo modo sarebbe uscito di Napoli con dignità,
(1) Pasquale di Riccio di Matteo da Campli: Astimoni, Raccolta di Mem.
dist, ete. II, 179; Pauwa, V. II, 153, 155, ed. 1901. Riccio ora nome del padre
mon cognome, come molti eredono. Dai documenti risulta questo. Nel conto del
Bongiani cit. leggesi: « Item mutuavit nobis per manus prefati Andree di Miro,
da prefato monse martij prefate duodecime iad. predicte pro supplemento paga-
rum mensis aprilia supradieti Ugonis de Moliterno et sir pascasio de Theramo
tune oratorum nostrorum în romana caria ducatos quinquaginta. » Doc. cit.
Minaeni Riccio, ivi, 70. A Riccio
di
franchi di gabella e diristo di passo « coatum de unaquaque specie seu genere
bestiaram infrascriptarum videlicet bovum, baccarum, castratorum... » Reg. Ang.
n. 375, fol. non numer. 8 a t. Il 3 ottobre 1420 la Regina a Pasquale di
Campli pai da Ini prostati, donò la motà dol castello a territorio di
Aonaro, del quale ora stato spogliato Giovansi Novello di Sera ribelle. Di lui
macquero due figliuoli a nome Giorgio Ssbato 6 Leonardo Giovanni de non
legittimo connubio con Fabrizia di Matteo di Napoli: avendo poi sposta la
donna a°7 dicembre 1431 la Regina legittimò i figliucli. Reg. Ang. n. 377,
£. 283. A° 24 gennaio 1432 ad intanza di Pasquale la Regina condonò il paga-
mento di certo collotio allo terre di Tossiccia, Itola della Valle, Palenria o
Castro Castellorum in Valle Siciliana d'Abrozzo. Reg. Ang. n. 377, f 290.
Nel 1432, assassinato Ser Gianni, Pasquale fu incaricato di ricevere la terra di
Cirignola da Jacobello Caracciolo. Reg. Ang. n. 377, f. 315. Troro anche un
Matteo do Compulo di Napoli nominato a vita notaio della Cancelleria, col
gaggio di oncio 18, a 5 marzo 1419. Reg. Ang. 372, f. 36 t; e un Cola Natteo
do Campulo ebbe la conferma del possesso del Casale Campora in Abruzzo
ultra, datogli da Ladislao, 15 feb. 1420. Reg. 375, f. 120.
() Mineri, 231.
(1419) LIBRO SECONDO 125
e senza apparenze d'esilio (1). E si parti onorevolmente a' 13
di novembre 1418 con una brigata di gentiluomini per com-
pagnia ed Antonio Colonna, prese terra ad Ostia per assegnare
le castella ai colonnesi (2); il Papa spedì le bolle per l’inve-
stitura della Regina a' 28 di novembre in Mantova e fece a
questo effetto legato Pietro Cardinale di S. Maria in Dominica.
Non abbiamo la bolla d’investitura, ma nelle lettere di com-
missione al Cardinale legato, leggiamo, che Martino « costituito
nella suprema sede della chiesa militante di Colui, pel quale
regnano i re, imperano | principi e amministrano la giustizia
ai popoli », si benignava di concedere a Giovanna TI il regno
in feudo, dopo d'avere ben ponderato il fatto e udito l'avviso
del Collegio dei Cardinali. La Regina, diceva, era sua figliuola
carissima in Cristo, aveva meritato bene della Chiesa e di lui,
prima d'essere però investita del regno col vessillo pontificio,
era tenuta a dare giuramento di fedeltà e rendere pieno omaggio,
ligio e vassallaggio per la investitura del regno in feudo e
promettere di adempire gli obblighi (3). Questo era richiesto
di diritto, ma in tutta la bolla v'ha una intonazione superba
di padronanza. Il Cardinale giunto in Napoli a’ 24 di gennaio
1419, accompagnato da Giordano Colonna e da molti cavalieri
romani, fu ricevuto con l'onore del pallio (4). E qui l'istoria
dimostra, come la Regina, padrona di molte e rieche provincie,
fosse una delle più povere signore del regno: ella non aveva
un bolognino da spendere, circondata da quei grandi baroni,
de’ cui nomi è pieno il nostro racconto, i quali la spolpavano,
come un osso conteso dai cani. Quando il Cardinale era per
venire nel Castelnuovo, c'era difetto di letti per lui e la sua
compagnia, occorrevano sessanta ducati per comperare il drappo
del pallio, e la Regina tolse in prestito da Gaspare Rongiani,
il mercante fiorentino, ducati 250 per provvedere il necessario.
Nel mese di ottobre 1418 gli aveva dato in pegno cinque pezzi
della sua frontera grande, la corona, ornata di gemme © perle,
per ducati duemila, e mille ducati ebbe nel mese di decembre
41) Coruenvacio- Cosro, cit. 312.
@) Diurm. di Montet, 71,
(@) Ratwatso, Ad, an. VIU, 498, $ XIX. Lunzo, II, 1234.
(4) Diurn. dî Montel. Giorno Passano, 11.
Google :
126 GIOVANNA TI D'ANGIÒ (1419)
per mezzo della sua domestica Mabilia Sarperano col pegno
d'un altro pezzo di quella (1). Gerardo de Sardis mercante pisano
la sovveniva altresì di denaro. Nel mese di settembre 1417
fecelo chiamare, e a voce, senza nota in iscritto, gli chiese
ducati d’oro 1613, tareni 3 e grana 15; li ebbe e per isconto
del debito diedegli a vendere molti vaselli d'argento lavorato
di libbre 18, e tre bicchieri di cristallo, che erano rari e pre-
ziosi. Il mercante trasse dai vaselli 144 ducati, vendette i bic-
chieri 18 ducati l'uno (2), e tolse il denaro in isconto di parte
del debito, pel resto ebbe in pegno un cerchio d’oro del fron-
tale, due fermagli ed altri oggetti di pregio (3). A’29 di set.
tembre dello stesso anno messer Gerardo, per mano di Andrea
de Miro di Gragnano, le prestò da una parte ducati 300 © per
essi ebbe in pegno la frontera piccola, e dall'altra 3000 ducati,
pei quali si tolse il pegno d'una collana ornata di perle e
pietre preziose; e per fare un presente al Legato pontificio chiese
al mercante 1600 ducati, sui quali ne furono computati 96 di
cambio (4). Nè ella era solo costretta a procurarsi denaro ad
usura per le cose occorrenti alla sua casa, ma anche ai bisogni
del regno, de’ quali avrebbero dovuto darsi pensiero i grandi
ufficiali; nel mese di febbraio 1418 impegnò al de Sardis un
altro pezzo della frontera grande per ducati 600, dovendosi
pagare il gaggio 0 nolo di alcuno galere. Fra il mercante e la
Regina fu poi fatto l’anno appresso il computo degl’ interessi
a ragione di ducati dodici per centinaio (5).
(1) Reg. Aog. a. 375, £ 272 t Miniznr Riccio, 0. c. 69. Panucuia, Studi
Storici intorno la Regina Giovanna II d'Angiò. È a vedere anche il dipl. pel
pagamento di ducati B165 al Bongiani edito dal MiwirR: Riccio, ivi 56, Reg.
Aog. n. 379, £ 277 t
(È) Ogni bicchiere costava lira 208 della moneta nostra, tonondo conto del
solo valoro intrinseco. FanaotiA, Studii Str. cit, 8 IL
() . «Item firmalenm unum cum uno Gualasso grosso cum uno ate
et tribua perlis. Item firmaevm unum cum duobua rubinis uno diamante et
sex perlis et lagesam unam de vitro domastisam... ». Reg. Ang. n. 375, £ 9 e
seg. Minten: Riscio, o. e 78.
(4) = « Ito mutuasit nobis, quos de nostro mandato solvit domino legato
duc. mille sexcentos, st pro cambio dicto pecunio ab arbe neapoli ducatos
nonaginta sex». lvi.
() «Item pro interesse seu lucro diete pecunie ab illo die quo pecvaiam
ipsam solvit et per tolum proximum mensem septembris presentis anni XII!
x00gle CORNELL UNIVER
(1419) LIBRO SECONDO 127
E di per di come più si sentiva il difetto del denaro, aumen-
tavano le cause delle spese. Martino V dimoruva a Firenze, ma
ardeva del desiderio d'andare a Roma, non osava però per
timore di Braccio; aspettava gli aiuti della Regina e la spada
di Muzio Attendolo per vederlo domato; quelli tardavano ed
egli insisteva nel richiederli. Per dare allo Sforza maggiore
autorità lo fece Gonfaloniere della Chiesa, e questi, come ebbe
da Giordano Colonna le insegne, secondo la consuetudine, ca-
valcò solennemente per Napoli inalberando gli stendardi dei
saccomanni, del leone, dei diamanti, del regno, della Chiesa e
del Papa (1); ma quel di, era il mese di marzo, cadde una
larga nevata, cosa non solita, e parve segno di funesto auguro.
Ogni cosa dunque pareva in punto per la spedizione, ed il
Papa avrebbe voluto, che lo Sforza, nel mese di marzo o non
più tardi del di 15 aprile fosse pervenuto con l’esercito nelle
terre romane, come da Mantova a’ 27 di gennaio aveva scritto
ind. ad rationem do duodecim per centerarium ducatos nongentos quindecim» Ivi.
La Regina diodo anche al do Sardis 39 pozzo di panao di Firenzo în peguo
certo denaro pagato a Ciarletta Caracciolo e a Gualtiero fratello di lui per
riacquistare il castello di Nicastro. Ivi. In questo luogo per mostrare meglio
‘quanto disordine fosse nell'amministrazione del regno © della Casa reale voglio
aggiungere una noti tempi alquanto pestoriori. A 4 novembre 1431 la
Rogina foco quiotanza a Rita Longa officiale, domestica e serva sua diletta. di
tutto il denaro, che per comando di Iei aveva esalto nell'anno della XI indi-
zione (da settembre 1417 ad agosto 1418) ed anche precedentemente sulle colletto
‘ diritti fiscali di Giugliano, d'Afragola, d'Aversa o casali della città, e
frutti a proventi degli animali a delle masseria regia da essa amm
Rog. Ang. 377, £. 282 t.
(1) Munvri, cap. XXXVII, 231.
Ecco la descrizione delle insegne dello Sforza secondo il Minuti, c. V,
116; XXI, 154; XXIV, 16L, « Sforza leva li quartieri, cho oggidi portano li
Sforzetchi et feco le unde stretta et unite insema dal canto manche, et quartero
rosso dal canto dirito, e la calza fersa dal canto drito col bianco fora, el cil
di dentro, e la rossa dela gamba manca. Braccio fece la divisa per contri
Dopo la morte di Ottobon Terzi « Sforza comensò a portare innanse et mandare
el stendardo de quartieri sotto cui andavano li saccomani con qualche homini
d'arme, cho li governavano et regevano. Et li homini d'arme andavano poi
sotto el stendardo de diamanti con loro regazzi ». Dopo che comperò Cotignola
«foco ot levò el stendardo del loone, ot così andava sompro ol stendardo da
quartieri innanti con li ssccomani, et poi el stendardo del leone et quello do
diamanti con li homini d'arme. »
128 (1419)
alla Regina (1); questa, d'altra parte, desiderava, che Muzio
Attendolo avesse affrettata la partenza tra per fare contento il
Papa, e perchè, partito lui, avesse potuto richiamare Ser Gianni,
del quale, come nota il Cronista « portava cordiale passione » (2)
Ma gl’impedimenti erano molti, e tra questi i sospetti di mala
fede; lo Sforza, conoscendo l'indole mutevole della donna, e
l'animo nemico di Ser Gianni, volle guarentigia de’ beni e
della persona; pretese, che gli fossero dati in ostaggio due
figliuoli di costui, e avutili, mandolli a Benevento, dove ad uno
di essi incontrò male, perché, garzoncello, mentre si trastullava
sul solaio d'una torre, precipitò e morì (3). Dalla Regina ebbe
lo Sforza sicurtà per sè e pel Conte di Carrara con lettere del
di 28 di marzo 1419, ma le guarentigio della Regina valevano
poco, ed egli le richiese dagli Eletti di Napoli a tenore dei
capitoli fatti ad Acerra. La Regina tuttavolta espose nelle
lettere di sicurtà, che per quetare ogni sospetto assicurava a
Muzio Attendolo e al Conte le terre, le castella, le città, che
possedevano nel regno, i sudditi, i vassalli, gli amici, ogni bene :
confermava i patti ed i capitoli fatti per l' unione dei cittadini
napolitani. Aggiungeva poi, che, sc ella o altri in suo nome
(1) A 6 di marzo tra altre cose scrisse quosto allo Sforza: « Noviter IIlustris
dominus Jordanus de Columpna miles, domini nostri pape germanus dux venusii
amicus consiliarius et fidelia noster carissimue, n0s ex parto dioti domini nostri
requisiverit et ortatus fuerit ut cum prefatus dominus noster te ordinaverit
confalonerium prefate ecclesie, ipseque dominus noster veli to ad obsequia et
servitia pro statu suo et ecclesie extra prefatum regnum oxercere te requiramus
iuxta tenorem dieti brevis Apostolici... tenore preseatium de corta nostra scient
stricte requirimus et hortamur fibi nichilominus mandantes expresse quatenus
atatim receptia prosentibua to cum omnibus nostrie gentibus armigeria sub tua
conducta ad nostra «tipondia et servicia militantibus în puncto punere dobens
quo melius poteris et accedere extra prefatum Regnum Sicilio ad servicia pre=
fatorum domini nostri et ecelesie...». La lettera spedita da Martino V con la dita
di Mantova a' 27 gennaio è traseritta ia principio di questo regio diploma: egli
esorta la Regina « qualonus profatum Sfortiam requiraa et réddas actontum ut
gum suis gentibus quo melius potest por totum mensem martii prozizmum aut
usque ad medium aprilis immediate sequentis in campis Romanis in puncto
paratus ezistat...». Reg. Ang. 375, f. G6. Cfr, Minieri Riccso, o. c. 58.
) Miwomi, 282.
@) Musuri, 292.
x00gle CONNETTE
Le]
(1419) LIBRO SECONDO 19
avesse rotto i patti, Muzio Attendolo ed il Conte, lasciato il
servizio della Chiesa, potevano tornare nel regno e con le armi
difendere le terre e gli amici loro. Di tutto ciò diede la Regina
notizia a Giordano Colonna (1). Ordinò quindi Muzio Attendolo,
che rimanesse nel regno Renzo degli Attendoli vicegerente
della Terra di Lavoro, del Contado di Molise, del Principato (2).
Il papa intanto lo sollecitava, ma l’esercito, raccolto al Maz-
zone delle rose non si trovò in punto prima dell’ uscita di aprile.
Il di di S. Giorgio lo Sforza, come soleva ogni anno, fece ln
rassegna delle genti d'arme, dipoi passò il Volturno, ma andato
tro di, ebbe la novella, che Giacomo della Marca era fuggito.
Lasciò l’esercito e con cento cinquanta’ cavalli corse a Napoli.
(1) ll diploma regio del di 28 marzo 1419 è riportato intero in una lettera
spedita il di seguente a Giordano Colonna. Reg. Ang. n. 372, f. 203.
(@) Reg. Ang. 372, £. 231 t. la questo tempo Renzo ottenne la signoria di
Ritetto, cha era atata per lo innanzi di regio demanio. Addî 11 maggio 1419
gli fa anche dato l' ufficio di capitano in quella terra. Rog. Ang. cit. {. 230.
9. — Fanasnia, Giovanna IT d'Angiò.
Original om
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VII
Avventure di Giacomo de la Marche.
Muzio Attendolo ei consorti di lui, come ho raccontato, ave-
vano posto fra i patti d’Acerra, che la Regina dovesse ridare
la libertà a Giacomo, sperando, che con l'autorità sua infrenasse
l'orgoglio di Ser Gianni, ma rimasero di gran lunga ingannati.
Il giorno d'ognissunti del 1418 aveva ella scritto a tutt gli
ufficiali, che sovrintendevano al regio erario e specialmente a
Raimondo Cassiano commissario nella Terra d'Otranto, perchè
dessero a Matteo Trenta, mercante lucchese, in nome di Gia-
como, dueati quindicimila dei proventi delle sovvenzioni,
colleite, gabelle, baglive, tratte di frumento, dei diritti di do-
gana, del sale, dell'acciaio, del ferro, della pece în quaranta
terre e città del Principato di Taranto, ma non concesse altro (1).
Restava Giacomo, re e marito della Regina, nella strana con-
dizione di non esser l’uno, di non parero l’altro. E molti
sovrani dell'Europa in quel tempo spedirono ambasciatori alla
Regina per impetrargli la libertà, e a questo effetto, all’ entrata
del mese di decembre 1418 erano pervenuti a Firenze Egidio
signor della Chyaracera e Pietro di Giovanni oratori del Re di
(1 Le terre erano queste: Matera, Laterza, Ginosa, Castellaneta, Mottola,
-Paltiano, Taranto, Martina, Ostuni, Pulsano, Leporano, Francavilla, Oria, Lave-
trana, Gi Ruffano, Casarano, Taurnsano, Disso, Ponsardo, Andramo, Otranto,
Scorrano, Giuliano, Giurdiniano, Muro, Polignano, Gioia, Castellana, Narti,
Ugento, Torre delle Paladi, Parabita, Palo, Nociglia, Falcasso, Veglie, Helve
dere, Forciniano, Galano di Massafra. Reg. Ang. n. 372, {. 67 bis. t. V. Minient
Rioeto, o. c. 58
Google c
132 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1419)
Francia e del Duca di Borgogna; il vescovo aquinense (1) pel Re
di Navarra, e Gaspare de Monte Mayor pel duca di Savoia, i
quali, per proseguire il viaggio pacificamente, avevano chiesto
lettere di sicurtà alla Regina, che a' 18 di decembre mandò
loro un salvacondotto (2). Giunti a Napoli esposero le amba-
scerie, poco ottennero (3). Miglior effetto ebbero le pratiche del
Papa per mezzo del Legato, di Giordano Colonna e l'opera
dello Sforza, di Ottino Caracciolo, di Francesco Mormile e di
Marino Capece. Questi a' 14 di febbraio 1419 tanto seppero dire
alla Regina, che la persuasero a liberare Giacomo. Furono fatti
i capitoli per atto di notaio ed il di appresso il prigioniere uscì
dal Castelnuovo e cavalcò per la città con grande seguito di
signori, sulla sera però non volle tornare al Castello e andò
ad alloggiare con Muzio Attendolo nelle case di Ottino Carac-
ciolo al sedile Capuano (4), e mandò a dire alla Regina: non
entrerò mai nel Castelnuovo di mia volontà, ma solo per forza
fino a che non saranno mutate lc guardic (5). Ciò mi dà a cre-
dere, che nel Castello erano tornati gli amici di Ser Gianni.
Per dargli sicurtà furono fatti i capitoli a' 28 di aprile 1419:
fu creato castellano del Castelnuovo messer Francesco de Ric-
cardis per mesi dieci, e non poteva essere rimosso dall’ ufficio
senza il consenso di Giacomo; se questi avesse reputato male-
volo il capitano, sostituito a messer Francesco per morte, o finito
il tempo, aveva facoltà d'andare ad alloggiare altrove. Poteva
Giacomo con onesta compagnia condursi al Papa o a Taranto,
stare nel castello, uscire a suo volere, tornare; otto cavalieri
(1) Nell' Uanatti, I, 397 trovasi un Jacopo eletto Vescovo di Aquino nel
1389 e poi un Jacopo do Briciis de Cave eletto nel 1420; deve esservi qualche
mancanza.
() Reg. Ang. n. 372 £. 200 t, Minizr: Riccio, o. 0. 55.
(8) Diurn. di Montel., 71.
(4) « Rimaso a Capuana lo Sforza ». Diurn. di Montel, 1, c, E în questo senso
Disogna emendare il testo del Minuri, cap. XXXVII, 234.
«ine 0È andò a star con Sforza per alcuni pochi di în e
Caratolo ove ataseva Siorza in Capua ». Giacomo diede notizia della sun libera-
ziona al Comune di Siena con Iattora del 25 marzo 1419 e non 1418 coma fu
VI, cit. gli ‘' intitolava « Jacobue Dei gratia
per errore stampato noi Doe. Se
Rex Hungario, Hier. el Sicilie. »
(O) Diurn. di Montel., 1. c.
oogle _ CORNELL'UNIVERSIT
(1419) LIBRO SECONDO 138
e dodici uomini di servigio poteva tener seco di e notte.
Richiese l’intera signoria del principato di Taranto, ma poichè
molte terre erano state vendute o concesse ad altri, convenne
con la Regina in questo patto: ella avrebbe ritenuta per sè la
terra di Massafra, comperata per cinque mila ducati, gli avrebbe
consegnato Castellaneta, si sarebbe studiato di fargli cedere per
agosto la terra di Nardò da Luigi Sanseverino. Promise la Re-
gina, che nell’anno seguente della XIII indizione (1) gli sareb-
bero stati pagati cinquantamila ducati sulle entrate del prin-
cipato di Taranto © dello provincie della terra di Bari ed
Otranto, e in conto, fino ad agosto, avrebbegli fatto dare cin-
quecento ducati per mese. Promise altresi la Regina, che avrebbe
fatto rendergli i debiti onori, come suo marito e persona della
cristianissima Casa di Francia, riservato a sè il supremo do-
minio del regno: sarebbe stato però ammesso al consiglio regio;
non avrebbero pernottato nel castello coloro, che n'erano stati
esclusi pei capitoli fatti con gli eletti di Napoli. Per questi patti
avrebbero dato guarentigia il Cardinale Legato, Giordano Co-
lonna, il Grande Contestabile, il Conte di Carrara, Renzo degli
Attendoli, gli eletti di Napoli, le università di Gaeta, Capua,
Sorrento, Pozzuoli, Aquila. E duecento fanti aquilani pose messer
Francesco de Riccardis a guardia del Castello (2). Pretendeva
Giacomo dalla Regina ottantanove mila ducati, che non gli
erano stati pagati de’ cinquanta mila annuali a lui promessi
nei capitoli fatti, quando s'era chiuso nel Castello dell'Ovo, ma
li condonò e rinunciò anche ducati otto mila pagati da Maria
d’Enghien pel riscatto del figliuolo Gabriele.
Promise di vivere con la moglie in buona pace, di non im-
pacciarsi delle cose del regno, di non dare favore ai ribelli,
sciolse baroni e città dal giuramento prestatogli come Re: se
non avesse tenuto parola, poteva la Regina perseguitarlo, come
uomo senza fede. Ella,avrebbe ratificato i patti dopo l’incoro-
nazione; entrambi perdonavano coloro, che erano stati fedeli
all'uno a danno dell'altro (3). Il di 21 aprile la Regina ordinò
(1) Da settembre 1419 ad agosto 1420.
@) Loise pe Losa, ms. cit. 15 t.
(8) Il doc. fa pubblicato dal Granito nella pref. alla Legislazione positiva
degli Archivii del Regno, 08.
Google CORNELLUN
134 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1419)
ad Agostino di Palearia, capitano della Terra di Otranto, di
restituire Castellaneta « all illustrissimo principe Re Giacomo
suo marito carissimo » (1), ai 28 confermé i capitoli. Giacomo
creò castellano di Taranto il cavaliere de Brion (2); egli tut-
tavolta con tutti questi patti, capitoli, assicurazioni, viveva in
tanta paura, che di € notte si teneva presso Pietro Guindazzo
© un altro cavaliere armati di tatto punto (8). Stanco d'una
lotta dalla quale usciva vinto, umiliato, contro l’aspettazione
di tutti, prese un nuovo partito.
Nel pomerigio del di 4 maggio (4) cavaleò per la spiaggia
di Chiaia con alquanti francesi della sua compagnin e signori
napolitani, giunto alla chiesa di S. Leonardo, sese di cavallo,
pregò all'altare del santo; rimessosi poi în arcione, riprese la
vin del Castelnuovo. Come però giunse alla torre di $. Vincenzo,
accomiatò i compagni e con Andrea Piscicello, Giovanni Galeota
e pochi altri fidi saltò in una barchetta, la quale celeramente
lo portò ad una nave genovese pronta a far vela, Sali sopra di
essa e dall'alto, voltosi ai compagni rimasti sul lido, gridò loro:
raccomandatemi alla Regina. Risposero quelli: signore non vi
partite così occultamente, senza che la Regina lo seppia. Ed
egli: Raccomandatemi alla donna mia, vado per fatti suoi e
mici; © li salutò. La nave usci dal porto (5).
La novella della partenza repentina di Giacomo mise a ru-
more la regia corte: dove andava? con quale disegno? Per
molti di non se n'ebbero notizie, poi fu saputo, che la nave
aveva fatto vela per Taranto. La Regina affettava dolore per
dissimulare lo sdegno, e temendo, che Giacomo facesse atti di
inimicizia, tolse i provvedimenti opportuni per impedirlo. Ad
Angelillo de Avigliano, uomo fedele, già sperimentato in altre
bisogne pericolose, diede l'ufficio di vice gerente di guerra e
(1) Reg. Ang. n. 372 £.177, Pentoxe, Ster. docum. letta città dî Castellaneta, 133.
(2) Loren ne Rosa, me cit. 15.
@ la t. Con ua diploma dol 24 lugl
dato al de Brion un salvacondotto per recarsi a Napoli. Egli è detto magi
« cavallerius de Brion fedele, consigliere, vicegerente di Taranto ». Reg. Ang.
374, £ 271
@) «... in horameridie, bora in qua omnes domi
son dormiro... » De Towortus, 22.
) Diur. di Afontet. Misuri, cap. XXXY
1417 la Regina avera accor-
solent in estate repausara
MET
Î, 232. Lotse De Rosa, me
‘ Google
(1419) LIBRO SECONDO 135
di giustizia con piena potestà di moro, misto impero e di spada
nella Terra d'Otranto, gli ordinò di ridurre all’obbedienza le
università o le castella, di rimovere dall'ufficio Matteo Trenta
e gli altri ufficiali di Giacomo, di opprimere i ribelli, di ster-
minarli senza eccezione di persone; gl’ impose di partire senza
indugi (1). A'16 di maggio creò capitano di guerra nella stessa
provincia Renzo degli Attendoli con potestà ampia (2).
Come Giacomo pervenne a Taranto, gli amici di lui ed i
baroni, che si tenevano male contenti, cominciarono ad agitarsi
e la Regina pubblicò un bando contro di loro, li dichiarò ribelli,
li minacciò dell'esilio e del sequestro dei beni, se in ispazio
di sei mesi non fossero tornati pacificamente alle case loro e
all’ubbidienza (3). All’ ultimo di luglio tornò nel porto di Na-
(1) La lettere di commissione furono da
tra l'altro dico la Regina: « ... Cam itaquo noviter Ilustria vir noster hou prob
dolor nescimus quo spiritu ductus quove consilio motus clandestine aufugerit
ab hse civitate nostra neapolis supra quamdam navim, nos de statu nostrorum
fideliam et presertim de provincia terre yérunti et principatus Tarenti ad quem
intellsximas sundom viram nostrum debera acsadora vartaremun sollicitudinis
nostro curam cum maturitato deliberavi
pun To (Angelillum) ad partos ipsas
pro stata noetro regentem sc confrmatione aostrorum fidelium dictarum parcium
presencialiter cum magna festinatione destinare... ». Reg. Ang. n. 972, f. 185.
(2) Il diploma è de' 16 maggio. ln esso leggssi: « .... Cum itaque diebus non
vir noster non honesto modo discessintet ab hac civì-
Nos de statu nostrorum fidolium et
presertim provincie terre ydranti et principatus Tarenti ad quem. credimus
eundem virum nostrum jam applicuisso seu de proximo appliciturum, vertentes
sollicitudinis nostre curam cum maturitate deliberarimus Te ad partes ipsa
presencialitr destinare... ». Reg. Ang, n. 372, £. 231 t.
(8) Risulta da un diploma dato a' 5 di novembre 1427 a favore di Maddaleni
di Quota vedova del nobile Giorgio do Gennaro. Giova riferime la parto più
importante : « Sane olim de ano scilicet (XII) Indietionis elapsa Il. Jacobo de
Borbone comite Marchie viro nostro de civitats nostra Neapolis fagam latentor
ionte, qui cum nos debuisset reverenter tractare ad ee tociue Regni nostri
dominium rovoeavit, destituens nos codem quem tune aliqui
Reguicule comitarunt colentes minimo statum nostrum, nos cupientes tuac a
derlo retrahere qui ia ipsius comitis acceserunt comitiva patens Ediclum no-
strum fieri fecimus publice afficum et divulgatum per quod ediximus et iajue-
jus quod omnes regnicale qui cum eodem comit preter licentiam nostram
accomorant sub pena rebellionia 20 publicacionia et confiseationia. bonorem
soram omnium quod în cosu contrari ipro facto et ipso juro docrevimus incur
s00gle CONNETTE
GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1419)
poli la nave genovese, che aveva portato Giacomo a Taranto,
e la Regina mandò suoi ufficiali per avere notizia dei fatti vera-
cemente, e saputo quello che voleva, comandò, che si partisse,
perchè l'avrebbe fatta ardere; e poichè i genovesi si mostra-
vano poco disposti a ubbidire, ella mandò due navi per cac-
ciarla dal molo (1).
Intanto Giacomo s'cra chiuso nel castello di Taranto, Ange-
lillo dell'Avigliana e Renzo degli Attendoli perseguitavano i
partigiani di lui; più risoluta di tutti Maria d’Enghion, che
poco innanzi con i figliuoli eru stata liberata dalla prigionia,
raunate nelle sue castella quelle genti, che potette, le mandò
ad assediare Taranto, per cacciare il francese e ricuperare il
principato. Per questo fu incolpata d'ingratitudine (2). L'as-
sedio andò per le lunghe, fino a che Giacomo, vedendosi solo,
senza speranza d'àîuto e disanimato, venne a patto con Maria,
e per ducati ventimila cedette il castello (3); con quel tesoro,
salito sopra una nave, fece vela per Corfù (4), e di là per
suros ad hobedientiam nostram et ad lares proprio» infra men
in antea numerandos redire deberent.
Fra i ribelli fu Francesco Bellante, i cuî beni furono dati al barone di Bo-
neto, il quale nella guerra seguente siutò la Regina coa una nave. Tra i beni
erano cerie case sito « in plithea aquarij regioni» portus » în Napoli. Il burose
lo vendotto a Giorgio do Gennaro, o la Regina poi lo concesse a Maddnlona di
Gaota figlia di Carlo milite, dottor in legge, presideate della Sommaria. Reg.
Ang. n. 377, £. 159.
CÌ) Diwrm, di Montel, 73.
@) «... et questo fa el merito, che rendele quella donna a quello sign
che la liborò do prigiono et cavo do pri li soi figliuoli del
MECCCKX (sic) quando andò a Napoli ek prese Sforza », Minuni
(8) «La Regina Maria contessa di Lecce recoperao lo principato di Taranto
da Ro Jaco, quale li aveva tolto ad ua suo figliuolo signor Jannantonj, per
ducati venti mila, delli quali cinque milia nde pagsu l'università di Lecco,
qualo Ra Jaco sendo andò poi nallo contato suo delle Marzia ». A. Coniora,
Saggio isiorico della città di Lecce. Lecce 1858 Rapporto ete. Ill, 25. Anche
fl Biowno, Dec. NI, lib, L 409 scrive: ©... Quam urbem (Tarentum) quum Re-
gina (Daria) potenti obsedisset exercitu, Jacobus paulo post vendidit Joanni
Antonio Ursino ete. » V. Micrete Riccio, De Regibus, etc. 167.
(4) Giacomo rimae a Taranto sino al cadere dell'anno 1419. Fgli da qu
città a° 18 di giugno confermò alla università di Gallipoli i privilegi ottenuti già
da Giovanna I. e da Ladislao, permise si cittadini di poter usare il salo raccolto
al lido, concesse immunità per la pece, ferro, ete. A"19 di norembre condonò
alla città una dello cinque colletto. Ravensa, Mem. ist. di Gallipoli, 97, 198.
sex ex tuoc
‘ Google :
(1419) LIBRO SECONDO 137
Venezia (1). Si condusse poi a Treviso, stettevi un anno, e in
quel tempo il de Redusio, scrittore delle Memorie trevigiano,
ebbe occasione di conoscerlo (2),
Egli non ha più parte nella nostra istoria, ma io lo seguirò
ancora negli ultimi fatti della vita per ritrarlo più completo.
Sarò brevissimo. Partitosi dn Treviso érrò dn prima per alcune
città d'Italia, poi tornò in Francia nel 1422 ed ebbe dal re
Carlo VII il governo della Linguadocca, ed una provisione di
dodici mila lire l’anno. Ma egli, che non era stato mai molto
in cervello, dava ora segni di volta. Menava vita larga, disor-
dinata, godeva del fasto e del titolo di Re, ma per le azioni
strane e ridevoli, era schernito. Tolse finalmente miglior par-
tito, e come si vide giunto all'età, nella quale conviene
« calar lo vele 0 raccoglier le sarto »,
avuto notizia della morte di Giovanna seconda, cesse alle esor-
tazioni della beata Coletta, riformatrice delle Clarisse, e si per-
suase a cingere la corda di frate minore e chiudersi in un
convento di Besansone. Ma non mutò indole fino all'estremo,
e rappresentò l’ultima scena della commedia della vita con
l'apparenza di un signore grande, col misticismo di frate e gli
atti di un matto.
Si adagiò sopra una barella di quelle, che usano i villani
per trasportare letame nei campi, vestito di un lungo e povero
abito bigio, cinto i lombi d’una corda, coverto il capo d’un
berretto bianco annodato sotto il mento; rilevava un poco la
persona su d'un cuscino di piume Iacero e sudicio. Quattro
uomini portavano la barella, quattro frati dell’osservanza, i più
autorevoli dell’ordine, gli tenevano dietro, e appresso un lungo
seguito di carrette, di carri coverti, di muli riccamente bardati,
di somieri carichi delle sue masserizie e delle armi; nobili
uomini e valletti con belle vestimenta chiudevano il corteo.
A questo modo andando per terre e città fu portato a Besansone,
dove con la porta del convento gli si chiuse il mondo. Chi lo
(1) Di Letto, Cron. Arch. St, Nap. anno XVI, 616.
(@) De Repusns, 822.
oogle ani
138 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1419)
vide afferma, che di sua persona pareva un grande cavaliere,
bello, dalle membra assai bene inquadrate, di buon viso, pia-
cevole, cortese (1). Mori a' 23 di settembre 1438 e fu sepolto
nella esppella detta del Re Giacomo nella chiesa delle mo-
nache (2). E torno al proposito.
(1) Dal racconto di Branrdue, \. Art de verifer les dates, X, 20.
@) Luca Waoomo, Ann. francesc. V. ad an. 1435, p. 279. Sul sepolcro di lui
fu posto questo epitafio:
«0y gist Jaques de Bourton tres-haut Prince et eucellent, de Hongrie,
Hievusalem et Sicile Roi tres=puissani, Comte de la Marche, de Castre et
Seigneur d'autres pars, qui pour l'amour de Dieu laissa (veres, parens, et
amis, et par devotion entra en l'ordre de S. Francois, lequel trapassa le XXIIT
jour de septembre de l'an M.CCCCXXX VITI. Pries pour son ame devatement. »
: Google I eri
IX
Ottino Caracciolo grande Cancelliere del regno. — Spedizione
di Muzio Attendolo Sforza contra Braccio. — Rotta di Sforza a
Viterbo. — Pratiche di Ser Gianni col Papa, suo ritorno in
Napoli. — Hicominciano $ rumori det malcontenti. — Martino V
manda a Napoli il Cardinale dei Fieschi per la pace.
AT di maggio Ottino Caracciolo ebbe l'ufficio di Grande
Cancelliere del regno: cra il guiderdone dell'opera prestata per
liberare ]a Regina dalla servitù del marito e mantenere la pace
del regno con l’accordo dei napolitani e di Muzio Attendolo (1).
Questi intanto, visto, che la fuga di Giacomo non aveva dato
occasione di disordini in Napoli, l’amico suo Ottino levato a
tanta autorità, e la città senza bisogno delle armi, tornò all’e-
sercito. Dirò molto brevemente della guerra combattuta fra lui
e Braccio, perchè l'esito di essa fu causa di nuovi e gravi
avvenimenti.
La spediziono cominciò per lo Sforza con infausti presagi,
perchè, come entrò nelle terre della Chiesa, avendo posto gli
(1) Sul principio del diploma, eol quale la Regina concedeva ad Ottino l'alta
autorità, leggesi: « officium cancellariatus Regni nostri sicilio certo tempore
excercitore caruit, pront do nostro et nostri concilii matura. deliberatione non
sino ovidonti causa processit ». Ed altroro: « Vito magnifico Marino Boffa de
Napi inrio et fideli nostro dilecto olim dicti
Regai cancellario abinde et certia causis nobis et conscientie nostre notis spe-
aliter et signanter ammoto... ». Fra gli altri meriti di Ottino la Regina ricorda
i servigi « Majostati nostre fideliter constanter et utiliter ecbibita, et. impenna
sumptibus st Iaboribua multiplicibas ac erponaia non parcendo et signantor cirea
persone nostre liberationem et totius regni nostri bonum etc. ». Reg. An
n. 972, £ 8.
utriusque jurîs doctore coi
x00gle ARA
140 GIOVANNA IT D'AI
iò (1419)
alloggiamenti a Fieseolo, mentre un giorno sull’ora del mezzodi
riposava nel suo padiglione, sì levò un vento gagliardo, che
col busso gittò a terra e disfece la trabacca. Egli mon fu
offeso nella persona, ma i soldati superstiziosi mormorarono e
trassero presagi di futuri danni. Andò a Roma, poi a Viterbo
e si accampò a S. Giovanni, dove andò a trovarlo Leonetto
con opportuno niuto di uomini e di denaro.
Braccio, vedendo avvicinare il nemico, sollecitò il Tartaglia
& tenersi in ordine, e il Lavellese, che ern alle stanze di Tosca-
nella, per evitare gli sforzeschi, si parti celermente e, perve-
nuto al lago di Rolsena, parte a piedi, parte sui paliscalmi,
gli condusse i soldati. Aveva Muzio Attendolo un bello e forte
esercito di gente d'arme, ma pochi fanti, mandò quindi a dire
al capitano Lo Gatto di Viterbo, che raunasse tre o quattro
centinaia di uomini per menarli a lui (1). Ubbidl il capitano,
e a' 20 di giugno si mise în via. Poco era andato innanzi, quando
vide lontani squadroni di cavalli, e, reputandoli sforzeschi,
procedette senza sospetto. Erano bracceschi, passati non lungi
dal campo di Muzio Attendolo, il quale voleva andare ad
affrontarli, ma Nicola Orsini, che era con lui al soldo del Papa,
Pierino da Siena e Nanni di Ser Spinello gli dimostrarono, che
l’andata sarebbe stata senza frutto; si persuase, non si mosse e
n’ebbe danno. Come Lo (tatto s'avvide dell'inganno, si volse
per scampare, ma fu incalzato e percosso: tutti i soldati suoi
rimasero prigionieri, o feriti e morti, e Braccio ed, il Tar-
taglia lieti di questa vittoria, ottenuta con poca fatica, si rac-
colsero n Castel Cardinale presso a Toscanella. Sospettò Muzio
Attendolo, che Braccio sarebbe andato innanzi a Viterbo coi
prigionieri, e che i cittadini, non avendo modo da riscattarii,
gli avrebbero, per la pietà di essi, aperte le porte; a’ 22 di giugno
mosse con mille cavalli per difendere la città e mandò innanzi
Nicola Orsini, al quale quel dì spettava la guardia delle ban-
diere. Come lo Sforza aveva preveduto, andò Braccio con i
prigionieri alla volta di Viterbo, ma l' Orsini, come lo scorse
di lontano, senza fare atto di difesa, si levò a corsa verso la
(1) Così il Minert; nella Cronaca e statuti di Virerdo, editi dul CumM, 50,
leggesi, che i soldati dol Gatto erano 500.
(1419) LIBRO SECONDO 141
città; le squadre sforzesche, le quali andavano appresso, vedeu-
dolo correre a quel modo, senza sapere il perchè, fecero come
ogli aveva fatto. Si studiò Muzio Attendolo di trattenere e rac-
cozzare i suoi, che fuggivano disordinati, ma eccoti Braccio,
che presso il Bulicame aspettava il tempo opportuno, lo per-
cose d’ogni lato e lo cacciò in rotta. Fu Muzio Attendolo quel
di in pericolo della vita, perchè fuggito a Viterbo trovò chiuse
le porte, che gli furono aperte solo quando quei di dentro
lo riconobbero. E vedendo, che i nemici correvano attorno
sparsi e senz'ordine, propose all'Orsini di assalirli per riacqui-
stare il perduto, ma quegli aveva intelligenze con Braccio e
non si mosse, levossi egli con pochi cavalli e li affrontò, molti
liberò dei suoi prigionieri, ma dal conte Brandolino fu ferito di
lancia al collo e si ritrasse dalla zuffa (1). Restò in Viterbo ad
aspettare aiuti, la corte di Napoli però s'era scordata di lui:
rimandò a Braccio i prigionieri sperando di riavere i suoi, fra
i quali Manno Barile e Foschino, ma quegli non volle darli
e parte ne mandò alle castella delle Marche, parte all'isola
Martana nel lago di Bolsena (2) Poca gente di soccorso gli
condusse il figliuolo Francesco ed usci da Viterbo: mise a sacco
Capitona ed Avigliano, fece prigionieri il conte Brandolino ed
il Gattamelata, si studiò di trarre a fatto d'arme Braccio, ma
questi avendo con la vittoria fiaccato il nemico, vedendo il
verno vicino, non volle cimentarsi e condusse i suoi nelle
stanze d'inverno a Todi. Dall'altra parte lo Sforza lasciò l'eser-
cito ai suoi capitani e mosse per assistere all’incoronazione
della Regina in Napoli, dove Ser Gianni aveva riacquistato fa
vore e potere.
Questi, consegnato ai colonnesi le castella romane, s'era
condotto in Firenze a riverire il Papa, col quale trattò delle
bisogne dell’incoronazione; lo assicurò della grandezza, che
(1) Questo è il racconto del Misvri, cap. XXXVIII, 231 e seg., il qual
« et chi scrive, scrive il vero, perchè so li è trovato et vido tutto ». Anch
Sansovino, Misc. di casa Orsini, lib. V, 70 afferma, che Nicola fu causa della
rotta degli sforzeschi a Viterbo, non dando loro aiuto « forse a'era accordato
coa Braccio». Cîr. Civetta, 604. Vita Brachîi, lib. IV, 555. Buonisconrro, 120.
Conto, lib. IV, ete.
©) Ciau, 50, 51
oogle ani
142 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1419)
avrebbero conseguita nel regno Renzo e Giordano Colonna,
promise che si sarebbo adoperato pel buon fine dell'impresa
dello Sforza, tanto a cuore del Pontefice, e che senza indugio
avrebbe fatto pagare alla Chiesa il censo dovuto. E Martino V
lietamente accomiatò da amico colui, che gli era inimicissimo
e non avrebbe tenuto fe promesse. Desideroso di tornare a
Napoli, non osò quando Muzio Attendolo metteva in punto l’eser-
cito e si ridusse a Gaeta, donde con le viste di adempiere una
delle promesse fatte al Papa, sollecitava la Regina per affrettare
la partenza dell'esercito sforzesco, ma in effetto voleva allon-
tanare l'emulo. Quando seppe che Giacomo della Marca contro
ogni aspettazione era fuggito e Muzio Attendolo cavalcava per
le terre romane, libero alfine d'ogni impedimento, corse a Na-
poli dove la Regina lo aspettava con grande desiderio (1). Fu
ricevuto con festa, ma i baroni della parte angioina si turba-
rono vedendo col ritorno di lui rotti i patti di Acerra.
Essi vedevano di mal anìmo le pratiche dell’ incoronazione,
che reputavano fatte in pregiudizio di Luigi III, e nella Calabria
si mostravano nemici della Regina tanto apertamente, che le
negavano l'omaggio, ond'ella, a' 26 d’agosto 1419, diede a Car-
luccio Gesualdo le commissioni di ridurre alla fedeltà le castella
dei ribelli in quella regione (2); ma perchè importava nelle
() Nel Coscentccio, lib, V, 167 0 seg. ed. Venezia 1543 leggesi, che Giacomo
della Marea, liberato, atteso allo sterminio dello Sforze e lo sscondava la Regina
pel desiderio di Ser Gianni lontano. La maggior parte dei baroni congiurava
contro lo Sforza, quando questi, veduto il pericolo per consiglio di Giacomo di
Horculan da Firenze, buoa capo squadra, poneò di togliero la causa, per la qualo
la Regina gli era nemica e « si intromise con destro modo ad esser cause, che
il gran Siniscaleo tornassi ». Non abbiamo documenti, che ci assicurino dell'a-
nimosità del Conte de la Marche contro lo Sforza, sappiamo anzi che nei patti
di Acerra fa stabilito, che dovesso ridarsi la libertà al Conte, il quale, quando
dubitò della fodo della Regina, si ricoverò nello caso di Mensor Ottino Camo-
ciolo, dove alloggiava lo Sforza.
(2) «... Concedimus quod presentium vigore possit et valess ad nostram
fidelitatem et hobedientiam ac principalem nostrum domivium demanium et
coronam reducere omnes et quascumque civitates terras castra et loca fortellicia
et turres que per quassumque nostros Rebelles inbobedientea et infideles, u
versitatitusquo et hominibas castellanio socio ct serrientibua perpotuam ot
generalem indulgentiam et remissionem do omnibus excossibue criminibus... fa-
cero gratiam... ». Così leggesi nelle lettere di comrzissione. Reg. Ang. n. 372, £. 169.
Google one al
(1419) LIBRO SECONDO 143
presenti condizioni del regno di farla speditamente finita, gli
ordinò di usare misericordia con coloro, che fossero tornati
all’ubbidienza. Gli echi di questi rumori turbavano Martino V,
al quale pareva, che il demonio, nemico del genere umano,
seminasse zizania; raccomandò quindi al Cardinale legato di
adoperare ogni cura e studio per pacificare il regno (1), perchè
il pericolo di una ribellione imminente della parte angioina
rendeva incerte le pratiche dell’incoronazione, turbava i disegni
di lui. E vedendo, che l’opera del Cardinale legato non aveva
effetto, deliberò di mandare a Napoli Ludovico dei Fieschi Car-
dinale di S. Adriano (2) Nelle lettere pontificie, spedite a lui
addi 8 settembre 1419, leggesi, che lo inviava « come angelo
di pace per svellere, distruggere, dissipare, disperdere, edif-
care, piantare, riformare ciò, che era guasto, dirigere ciò, che
non aveva guida, emendare ciò che era da correggere, ridurre
in via piana i luoghi aspri e dirotti » (3).
L'opera del Cardinale di S. Adriano ci è ignota; nei gravi
avvenimenti di Napoli egli resta nell'ombra: certa cosa è, che
i baroni della parte angioina, i maggiori almeno, non turbarono
le cerimonie dell’incoronazione. Forse li quietò con promesse,
che Martino V non tardò a mantenere tra poco, quando ebbe
l'occasione opportuna, come appresso sarà manifesto; avevano
del resto una guarentigia nella grandezza, che avevano conse-
guito nel regno i Colonnesi, amici dello Sforza.
CD Rarmazor, ad an. VIII, 499, $ XXX.
@) Ciconio - Avon, II, 66.
€) Ruvwazoi, ivi ad an. 1490, 515.
Google ORNFLL'UNIVER
Oniginal om
CORNELL UNIVERSITY
X
Grandezza dei Colonnesi nel regno. — Colletta per l'incoronazione. — Restituzione dei beni delle Chiese. — Sicurtà data ai Sindaci delle università, baroni e vescovi per assistere all'incoronazione. — Incoronazione di Giovanna II D'Angiò.
La Regina molto già aveva concesso ad essi, prometteva cose maggiori; ai
18 d'agosto 1418 aveva creato Antonio Colonna Vicegerente del ducato di Calabria (1), ai
29 di gennaio 1419 gli aveva data licenza di estrarre 1500 some di frumento dalle terre d'Abruzzo, Terra di Lavoro e Principato (2),
aveva donato a Giordano il ducato di Venosa (3)
e ai
20 di febbraio creato grande Camerario il fratello Renzo, già decorato del titolo di Conte d'Alba (4).
(1) Reg. Ang. 372, f. 204.
(2) Ivi, f. 259.
(3) Nei conti cit. di Gerardo de Sardis si trovano notati cento ducati per la venuta del Duca di Venosa; a'
29 di marzo 1419 la Regina partecipò «Viro illustri Jordano de Columpna domini nostri pape germano, duci Venusii» l'assicurazione dei beni dello Sforza e del Conte di Carrara, che andavano contro Braccio. Reg. Ang. 372, f. 203. Cfr. Coppi, Doc. Col. 168.
(4) «Iohanna etc. Magnifico viro Rencio de columpna domini nostri pape germano comiti Albe consiliario et fideli nostro dilecto.... Sane in nostre mentis acie deducentes examina quod officium magni Camerariatus Regni nostri Sicilie est satis ponderosum et arduum cuique gestio personam requirit fide integra maturitate plenam, discretione providam et longa rerum experiencia circumspectam, ex quo quidem officio eo predicto preterito tempore amministratore caruit nostra Curia evidens dampnum sentit Et volentes prout nostra interest super gestione et administratione dicti officii per personam
ydoneam ad id expertam protinus exercenda huius vacatio nobis et nostre Curie ac Reipuplice dicti Regni ulterius incommoda generaret dum secreto mentis scrutinio inter nos et inter nos metipsas personam quereremus ydoneam ad huiusmodi officium promovendam ad te convertimus nostre considerationis yntuitum,
dumque ex comunis fame preloquio pensaremus tam tuarum virtutum eminenciam quibus personam tuam ut inter alios enitereris largitor bonorum omnium largiflue insignivit quam fructus laudatiles quorum aliquos in administracione prudencie tue commissis producere solent tue persone studia et labores,
quam eciam delectacione placida revolventes immensitatem beneficiorum per supradictum dominum nostrum Papam nobis largiflue collatorum quorum reminiscentia non solum erga se sed ad eius consanguineos exercere perstringimur nostre munifice rependia largitatis,
nec minus actendentes tam tuorum sincere ac constantis devocionis et fidei merita que erga nos ac pro statu nostro satis commendabiliter ostendisti in causis et casibus oportunis promovendo et dirigendo affectu benivolo agenda nostra non quidem exigua et presertim super coronacione nostra et investitura regni predicti penes dominicam sanctitatem prefati domini nostri,
quam eciam grata grandia fructuosa digna memoratu servicia..... Te..... magnum Camerarium ordinamus.....».
Dal Castelnuovo,
20 febbraio 1419. Reg. Ang. n. 372, f. 89 t. La Regina a'
10 di ottobre gli assegnò per locotenente Giovanni de Ludovicis di Sulmona. Reg. Ang. 375, f. 279.
A'
3 di agosto poi donò a Giordano il principato di Salerno con Castellamare di Stabia, Lettere, Majuri, Vico, Pimonte, le Franche e le castella, i vassalli, feudi e suffeudi con ogni diritto e ragione, le dogane, le collette, le gabelle del vino e del sale, le funzioni fiscali di Castellamare, i diritti fiscali di Salerno, le collette e la gabella nuova di Majuri, tutte le gabelle delle terre donate e della Cava, le tre collette di Montecorvino, tutte le collette di Scafati. Gli donò altresì il castello di Scafati, ma al possesso di esso occorrevano bolle pontificie ed il consenso del cardinale Tricaricense abate Commendatario della terra (1).
(1) Il Cardinale aveva anche una casa in Napoli in condominio con Marino Tortelli ed altri, della quale fu spogliato da Ladislao. Per un reclamo del Tortelli a'
25 marzo 1420 la Regina provvide «in forma justitiae». Reg. Ang. n. 275, f. 75.
Gli assegnò la provisione di dodicimila ducati, e ducati cinquantamila da pagarsi sulle funzioni fiscali dell'Aquila (2).
(2) Il Pastor, Stor. dei Papi etc. (Vers. del Bonelli) I, lib. II, 172, scrive: «L'ordine della Regina Giovanna a Marcantonio di S. Angelo conte di Salerno (sic) di rimettere Giordano Colonna nel principato, reca la data
1420 11 marzo. Arch. Colonna III, BB. XXXV n. g». Il periodo per sè oscuro porta alcune inesattezze. Forse il doc. allude alla messa in possesso di Giordano nel principato per mezzo di Marino Caracciolo Conte di S. Angelo e Sarno.
Nessun barone mai aveva ottenuto nel
regno così largo assegno. Lo stesso dì la Regina concesse a Renzo Colonna il contado d'Albe (1)
con le rendite, i diritti e le giurisdizioni; promisegli il cambio, o il valsente di alcune terre possedute da Cristofero Gaetani (2).
(1) Comprendeva le terre e castella d'Albe, S. Anatolia, Risciolo, Magliano, Castelnuovo d'Albe, Cappelle, Avezzano, Lugo, Trasacco, Capistrello, Pesco Canale, Canistro, Meta, Civita Rendinara, Castelnuovo delle Valli, Ronciano di Vivo e Civita Antina.
(2) Erano S. Lorenzo, Rotelli, Gurge, Cenzano e Iullano.
Di queste donazioni dopo l'incoronazione avrebbero data guarentigia il Grande Contestabile, i Conti d'Alvito e di Bisceglie, Cristofero Gaetani, Francesco de Riccardis, Paolo di Celano e le università di Napoli, Capua, Gaeta ed Aversa, come era stato stabilito nei capitoli fatti poco innanzi (3).
(3) Le concessioni del
3 agosto 1419 a Renzo e Giordano Colonna si trovano nello stesso diploma. Reg. Ang. n. 372, f. 160. Cfr. Minieri Riccio, o. c. 64, Candelorius, Vita Martini V, R. I. S.; Gregorovius, St. di Roma, (ed. Antonelli) III, lib. XIII, cap. 1.
E mentre i grandi arricchivano, la Regina per le sue occorrenze dava in pegno le gioie, i popoli erano spremuti, come l'uva nello strettoio, perchè furono aggravati dalla colletta per l'incoronazione: era la quinta imposta in quell'anno.
Ella aveva diritto di richiedere questa sovvenzione stabilita nelle costituzioni del regno, e addì
9 di settembre 1419 fece un bando, il cui tenore è questo.
"Se per le nostre necessità in alcuni casi con certa naturale fiducia domandiamo una sovvenzione dai sudditi nostri, con fiducia maggiore chiediamo da loro ciò, che di diritto ci è lecito domandare.
I sudditi nostri sanno certamente quante vie, quanti modi abbiamo sperimentato, e quali spese abbiamo sostenuto per mantenere in pace fino ad ora il regno, e la fama di ciò è andata oltre i confini; ma da lunga fiata vediamo, che la tranquillità del regno, e la prosperità nostra e di esso, che molti si studiano di turbare, dipende dall'assunsione del regio diadema.
A questo fine mandammo molte ambascerie al Concilio di Costanza, ai Cardinali del sacro collegio, i quali governavano la chiesa, vacante il seggio pontificio, e poi a' sacri piedi e all'alma presenza del clementissimo signor nostro Martino V, eletto sommo pontefic[e]..."
per divina provvidenza. L'animo di chi ode sarebbe infastidito, se volessimo riferire quante spese sostenemmo per questo e per altri fini.
Or aspettiamo il felice diadema da un commissario apostolico, ma per l'incoronazione, per la solennità di tanta festa, pel pagamento del censo dovuto alla Camera apostolica, alla quale non possiamo mancare d'ora innanzi, e di presente dobbiamo pagare la parte maggiore, abbiamo necessità di denaro. Noi siamo esauste e le facoltà nostre non ci concedono di sostenere spese tanto gravi senza la sovvenzione dei sudditi nostri fedeli; d'altra parte abbiamo il diritto di chiedere loro una sovvenzione per la nostra incoronazione. Non dubitiamo, che i sudditi nostri con la prontezza della fedeltà, senza indugi e di buona voglia ci presteranno ciò, che ci è dovuto. Aggiungeva la Regina, che il pagamento di questa sovvenzione non ammetteva ritardo, e ordinava ai commissarii dell'esazione di ragguagliarla ad una colletta da doversi pagare pel mese di ottobre da tutte le terre e castella di regio demanio, dalle chiese, dai prelati, dai baroni (1).
(1) Questo è il tenore della lettera spedita a Nicola di Somma commissario per la Terra di Lavoro ed il Molise, altre simili furono mandate ai commissarii delle altre provincie. Reg. Ang. 372, f. 104. Minieri Riccio, o. c. 52.
A'
16 maggio 1419 Pietro Barile detto Camisa fu incaricato di raccogliere le sovvenzioni dei baroni d'Abruzzo. Ecco alcune note:
Conte di Carrara . . . . . . ducati 1600
Conte di Celano . . . . . . » 500
Duca d'Atri . . . . . . . . » 200
Conte di Loreto . . . . . . » 500
Conte d'Alvito . . . . . . . » 300
Conte di Popoli . . . . . . » 200
Conte di S. Valentino . . . . » 100
Conte di Montorio . . . . . » 100
Conte di Tagliacozzo . . . . » 500
Bonomo di Popleto . . . . . » 100
Giacomo di Sangro . . . . . » 100
Giovanni Orsini . . . . . . » 200
Antonio di Sangro ed il nipote » 100
Conte di Monte Oderisio . . . » 100
Ottaviano Acclocciamuro . . . » 100
Aquila . . . . . . . . . . » 6000
Reg. Ang. n. 372, f. 155.
Marino Pascarello detto Casocavallo fu allo stesso fine nominato commissario della Terra di Lavoro. Ecco il carico di alcuni baroni:
Abate di Montecassino ducati 200
Paolo di Celano . . . » 100
Berardo di Celano . . » 150
Cristofero Gaetani . . » 400
Duca di Sessa . . . » 500
Antonello della Ratta . » 200
Conte di Cerreto . . » 100
Corrado Montaguto . . » 100
Angelo di S. Angelo . » 500
Antonello di Eboli . . » 50
Conte d'Altavilla . . » 100
Francesco Pandone . . » 100 etc.
Reg. Ang., 372, f. 155 t.
E poiché il Pontefice nelle bolle dell'investitura aveva posta la condizione, che dovessero essere restituite ai chierici ed alle chiese i beni, che erano stati loro tolti, a'
26 di ottobre 1419 la Regina ordinò, che così fosse fatto a giudizio dell'arcivescovo di Capua e dei vescovi di Capaccio e di Trani a ciò deputati dal Cardinale legato (1).
(1) G. B. Beltrani, Cesare Lambertini e la società famigliare in Puglia durante i secoli XV e XVI, v. I, doc. LXXI, 261, Cfr. ivi doc. LXXII, 267. LXXIII, 274. Vescovo di Capaccio (Caputaquensis) era Tommaso de Beringariis. Ughelli, I. S. VII, 473. Vescovo di Trani Francesco Carosio Capuano. Ivi, 909.
Il giorno della grande solennità non era lontano; a'
4 di ottobre la Regina aveva invitato a venire in Napoli i vescovi del regno co' loro chierici, i baroni con le loro donne, i familiari, i sindaci delle terre, tutti coloro, che erano devoti alla maestà regia, assicurando per terra e per mare le loro persone e le robe, perché a quei tempi, non v'era sicurtà di via e spesso all'entrata d'un castello, al guado d'un fiume, nel folto d'un bosco i viandanti erano sorpresi e svaligiati da qualche masnada di villani o di soldati, i quali con le prede compensavano la tardanza degli stipendii (2).
(2) Ecco la parte più notevole del diploma: Reg. Ang. n. 375, f. 277... « Volumus atque decernimus pro appositis declaratis ac particulariter et singulariter expressis, quod possint et valeant dicti scilicet prelati cum eorum familiaribus clericis scilicet et laicis prefatique proceres comites barones feudotarij et terrarum domini cum eorum uxoribus vel absque illis, ipsorumque similiter sociis et familiaribus et predicti, sindici, atque fideles nostri alij cum socijs et familiaribus eorundem in numero eis et cuilibet ipsorum viso ac cum eorum et
cuilibet ipsorum arnesiis valliciis iocalibus pecuniis rebus et bonis. In quibuscumque consistentibus per mare cum quibusvis navigiis sive barcis, et per quosvis maris tramites sive calles seu per terram equester sive pedester cum armis et sine armis de die sive de nocte per vias et extra vias, simul vel separatim ad civitatem nostram neapolis et ad majestatis nostre presenciam accedere et se conferre ibidemque morari pernoctari premisseque festivitati interesse, abindeque discedere et ad propria et quo voluerint reddire ac in accessu et redditu transire per terras nostras et nostrorum fidelium dicti Regni ad illas accedere in eis moram trahere et abinde discedere libere et sine aliquo impedimento seu dampno reali vel personali eis in genere vel in specie in accessu transitu, mora discessu et redditu per nos et nostram curiam seu quosvis officiales stipendiarios et fideles nostros Regni predicti toto durante termino quomodolibet inferendo....».
Venivano
dunque a mano a mano vescovi e signori d'ogni parte, ed il Papa per dare maggiore solennità alle feste, mandò Francesco da Montepulciano vescovo di Arezzo ed Angelo di Roma vescovo di Anagni per assistere il Legato nella incoronazione (1), che fu aggiornata alla
domenica 29 di ottobre (2).
(1) Il Minuti, 245, nota: «questo medesimo anno MCCCCXVIII (sic) Papa Martino del mese di ottobre mandò misser Francesco de Monte Pelicano vescovo de Arezzo et miser Angelo romano vescovo de Anagni per interpositione de Sforza a incoronare la Regina Joanna del reame de Cicilia o vero de Napoli o vero de Puglia». Il Collenuccio scrive non bene Angelo da Montepulciano. Cfr. Ughelli, I. S. I, Aretini episcopi 428.
(2) Notar Giacomo, 70. Giuliano Passaro, 11. Nei Diurn. di Montel. leggesi: a'
28 di ottobre. Altri pongono altre date erronee. Il Summonte, p. e., ed. cit. 584 nota il dì
2 ottobre. Il
29 d'ottobre cadde veramente di domenica.
Acciocché lo spettacolo della coronazione fosse aperto a tutti, fu levato un palco fuori il Castelnuovo, addobbato di ricchi drappi e di sopra fu allogato un trono, sormontato dal baldacchino. Al palco fu data forma di cittadella e intorno ad essa la mattina del dì
29 d'ottobre furono disposti tremila soldati; la stessa Regina, quando uscì dal castello, era circondata da una brigata di gente d'arme (3).
(3) «La Rigina insio dalo Castiello et trasio ala Cittadella con una briata de gente armata et in tuorno dela citadella erano piu de tremila ommene armate et cussi fo Incoronata con grande triunfo.» Loyse de Rosa, ms. cit. 16 t.
Non so se tutto questo apparato guerresco fu fatto per paura o per dare più splendore alla festa col balenio delle armi. Il Cardinale legato, accompagnato da lungo ordine di chierici e di vescovi, con grande pompa celebrò le cerimonie sacre, investì Giovanna del reame in nome della
Chiesa, la incoronò, ed ella a lui, come Legato pontificio, prestò il giuramento di vassallaggio.
Il numero dei baroni presenti era grande, nessuno dei maggiori mancava: Muzio Attendolo Sforza grande Contestabile, Ottino Caracciolo grande Cancelliere, Raimondo Orsini Conte di Nola grande Giustiziero, Ser Gianni Caracciolo grande Siniscalco, Renzo Colonna grande Camerario, Giordano Colonna principe di Salerno, Antonio Marzano Duca di Sessa e conte di Squillace, Francesco Zurlo conte di Montoro Logateta del regno, Baldassarre della Ratta conte di Caserta, Marino Caracciolo conte di S. Angelo e Sarno, Marino e Luigi della Lagonessa, Algiasio Orsini conte di Altavilla, Manfredo da Barbiano conte di Cuneo e Conversano, Jacopo Cantelmi conte d'Alvito, Jacopo Gaetani conte di Fondi, Pietro Paolo Ruffo marchese di Cotrone e conte di Belcastro, Giosia Acquaviva duca d'Atri, Jacopo Antonio della Marra detto Serino, conte di Mirabella, Rainaldo d'Aquino conte di Terranova, i conti d'Ascoli, Gerace, Campobasso, Cerreto, Tricarico, la Contessa di Montalto, il conte di Mileto, messer Malacarne,
Antonuccio dei Camponeschi, Francesco de Riccardis d'Ortona, Jacopo Caldora, Giovanni Antonio del Balzo Orsini primogenito della Regina Maria di Enghien.
Fra tanti signori assisteva alla festa un modesto notaio, Angelo de Tumulillis di S. Elia della badia cassinese, cancelliere di Onofrio di Penne e scrisse i «Notamenti de' tempi suoi», dai quali ho tratto queste ed altre notizie della istoria mia (1).
(1) «... quos omnes (barones) ego idem notarius tamquam tum temporis curialis domesticus et scriba spectabilis et egregii viri quondam Honufrii de Penna secretarii ipsorum quondam regis et regine pluries vidi et novi cum venissent vocati et non vocati ad visitandam reginam eandem.» De Tumulillis Notabilia temporum 23, 24. Diurn. di Montel. 73.
Della investitura del regno fu rogato atto pubblico, e stabilito il diritto della successione nel modo che segue; potevano ereditare il regno maschi e femmine con questo ordine: gli eredi maschi, fino al quarto grado, escludevano le femmine; di due maschi dello stesso grado era preferito il maggiore. Al re morto senza eredi doveva succedere il fratello, o un collaterale, o lo zio materno, o l'avo o altro maggiore sino al quarto grado,
152 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1419)
dipoi la corona sarebbe passata alle donne (1). Fu fatto generale
parlainento, giurarono fedeltà alla Regina la città di Napoli,
popolani e patrizi, dei cui rappresentanti sono a noi pervenuti
solo i nomi di quelli del seggio di Nido e furono Landulfo
Maramaldo e Fusco Brancaccio (2), i baroni, i sindaci delle città
demaniali. La Regina concesse alcune grazie e per bando ordinò,
che chiunque per lo passato aveva ottenuto da Jei grazie ©
privilegi dovesse nel termine di quattro mesi presentarsi nella
curia del grande Cancelliere per avere le lettere di conferma-
zione (3) E concesse altresì un indulto dei delitti commessi
per lo innanzi (4).
(1) Suxonr8, cit. 585:
(@) Landulfo Maramaldo a' 26 marzo 1417 fu fatto capitano di S. Maria o
Lucera, ed il di seguente prestò alla Regina ducati 800. Reg. Ang. 374, f. 58,
306. Fa anche capitano di Manfredonia.
() Ciò rimulta da una lettera rogia dol di 8 febbraio 1420, con In quale è
confermata a certo Antonello una provisione di 24 ducati l'anno. Manca il
principio. « Licet prefate nostre lictere donacionis previsionis predicte de se
valide sint e! firmo ipseque a tempore concessionis provisionis eiusdem in
possessione seu quasi diete provisionia fuorit et existat nd presons tamen quia
io quod ex suscessione dominorum progenitorum,
i» tenuimus et possidemus, eidem pro parte
stente clementia fuimus investite et ritu solemni regali dyademate coronate,
ia diebus non longe preteritis a nostra caria generaliter pro-
ot emanavit edictum puplice affissum et divulgatum per quod edicitur ot
ebatur ac exprosse iubetur quod tam universitates quam speciales persone
Civitatam et terraram dieti regni nostri Sicilie officia cum gagiîs ac prorisiones
ot gratias a nobis et nostra caria vel aliter quomodocumque obtinentes et
habentae infra menses quatuor a dio felicis nostro coronacionia in antea nume-
randos sub pena privationis et admissionis offiiorum pro
predictarum ad nostram curiam accedere dobernt ot cum in cade
fuerint coram viro magnifico Octino Caracrulo do Nespoli milite dicti regni
nostri Sicilie Cancellario, Gollaterali Consiliario et fideli nostro dilecto cum
privilegia et licteris cis concessis do officis et provisionibus et gra
presentent obtenturi post modum a nobis do novo de huiusmodi offici
sionibus ot gratins confirmatorias nostrta lieteras opertunas...
Rog. Ang. n. 375 £ 67.
(A) Il notaio Masello di Mastro Tommaso di Chieti invoeò nel 1420 questo
indulto, esponendo « Quod olim ipsa benignissima Maiestas ad memoriam ipsius
maiestatis folicissine coronacionis et investiture regni Sicilie, ac pro pacifico
statu regni nc relevamen singulorum dolinquencium affietorum universalem et
(1419) LIBRO SECONDO 158
Credette la Regina di avere pacificato il regno, ma la gente
superstiziosa fece mall presagi. Un cronista nota semplicemente,
che nel 1419 fu incoronata Giovanna II e piovvero gocce di
sangue (1).
generalem indulgentiam de
ingulis eriminibus et delietis maioribus et minoribus
qualitercumque et quemodocumque commissis per quorcumque homines et per-
sonas dti regni vel etiam exteros in regno prefato quibuseumque temporibus
‘usquo ad folicissimum diem nostre predicte felicissime coronacionis etiam si cautam
maiestatis prodicionis vel rebellionis saperent in quantum eci
sivo fuorint doliota ox quibus pona porsoralia mortia
imponenda prout puplice et notorie predicte nostre
mo coronacionis die per reverendum in christo patrem
Nicolaum episcopum Tripiensem proparto ipsius maestatis extitit eingulis pate-
rim in solemni parlamento puplico pro iprius maiestatis parle
tor onarratum.... ». Rog. Ang. n. 375, ( 111.
(1) Diar. Anon., în Porgor I, 115.
icet curio tangeret
vel naturalis aut
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dia
STORIA DELLA REGINA
GIOVANNA II D'ANGIÒ
LIBRO TERZO‘
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Martino V, malcontento della it. Corte di Napoli, dà linve-
stitura del regno a Luigi III D'Angiò. — Lo Sforza si volge
alla parte angioina. — I fiorentini pacificano Braccio col Papa.
Durarono le feste tutto lo scorcio del 1419 e tra i sollazzi ed
i rumori di esse la regia Corte dimenticò ogni dovere, non si
diede pensiero di pagare il censo alla Chiesa, non si curò di
dare a Muzio Attendolo le paghe dei soldati per tornare contro
Braccio (1). Ser Gianni ministro di Giovanna non più regina di
diritto, ma legittima e incoronata, aveva maggiore autorità di
prima, imperava nel regio consiglio con le stesse arti, che ave-
vano dato oecasione alla ribellione di Francesco Mormile e di
Muzio Attendolo Sforza. I baroni della parte angioina fremevano
e la tempesta si aggroppava (2). Muzio Attendolo, come vide,
che rimaneva a Napoli inoperoso e senza speranza di aiuto,
tornò all'esercito per provvedere alle sue bisogne. Soleva dire,
che trovandosi innanzi a tre nemici, s' sccordava con uno, con
un altro faceva tregua, con tutto lo sforzo delle armi si gittava
#ul terzo per opprimerlo. Cominciò dunque a trattare con Angelo
Tartaglia, e trovatolo pieghevole, gli promise pace e parentado:
stabiliti ed accettati i patti, una figliuola del Lavellesse sposò
(1) Stmwova, I. c. 587.
(2) Con un diploma dol 18 gonnaio 1420 Raimondo Orsiai obbe la conforma
del contado di Nola, della baronia d'Avella © d'altra terre ereditate dal padre,
che era morto quando egli eveva 14 anni, onde lo zio Algiasio, suo balio, aveva
prestato per lui il giuramento di fodeltà e l'omaggio. Reg. Ang. n.975. £. 61 t
nogle OMELIA
198 GIOVANNA IT D'ANGIÒ {i419)
Giovanni di Muzio Attendolo. Come Braccio seppe, che il Tar-
taglia passava allo Sforza, corse per sorprenderlo e disfarlo,
ma le genti sforzesche lo trattennero, onde col desiderio della
vendetta, tornò alle sue castella, il Tartaglia si ridusse a To-
scanella, lo Sforza ad Amelia (1).
Papa Martino, che in Firenze aspettava la disfatta di Braccio
per tornare sicuramente a Roma, con dolore vedeva lo Sforza
abbandonato, Ser Gianni ed il regio consiglio, che s'erano
messi per una via, della quale l’uscita era incerta e pericolosa
e non curavayo di pagargli il censo; e v'ha chi narra, che
fosse anche sdegnato contro la Regina, che non manteneva la
promessa di adottare per figlio Antonio Colonna, ma io non ho
documenti degni di fede, i quali confermino la notizia (2). La
corte regia non udiva dunque la voce del Pontefice, il supremo
signore, che aveva investita del regno la Regina, onde egli
si reputò offeso e, per non vedere menomata la sua autorità,
tolso tali provvedimenti, che invece di produrre bene e pace
furono causa di guerre e di rovine. A'16 di novembre 1419
scrisse a Pietro conte di Celano, uno dei più potenti signori del
regno, che i baroni dovevano prestare ubbidienza al Cardinale
legato e rimanere devoti al Pontefice nella clientela della
Chiesa (3). E intanto agitava nell'animo cose maggiori. Aveva
egli volte le cure a quetare la Francia insanguinata e devastata
per le lotte dei borgognoni e armagnacchi e per la guerra
con gl'inglesi, éd inviato a questo fine i cardinali Orsini e di
S.Marco, i quali erano stati secondati nell'opera loro da Luigi III
d'Angiò (4). Questi d'altra parte aveva spedito suoi ambasciatori
&a Martino V per salutarlo e prestargli ubbidienza, e a queste
dimostrazioni di cortesia e di ossequio erano seguite pratiche
per stabilire i diritti, che il principe aveva sul regno di Napoli.
Or per le antiche tradizioni di benevolenza ed amicizia tra la
Corte pontificia ed i reali di Francia, per la nota devozione
dei Duchi d'Angiò, per le insistenze dei baroni regnicoli loro
fidi e sperimentati partigiani, parve al Papa nelle condizioni
() Misuri, cap. XI, 265.
@ Stswoypi, Hist. des repub. ital., Bruxelles 1838, 1V, 357.
I Rarsitoo, ad an. 1420, 515.
(0) Sisvionon 4list, des Francais, XII 634, 570,
Go gle CORNEI
(1419) LIBRO TERZO
presenti savio provvedimento d’investire del regno Luigi III,
non per spodestaro Giovanna II, ma per assegnarle un succes-
sore e togliere ogni causa di scandali presenti e di guerre
future (1).
Addi 4 novembre 1419 spedì per lui le bolle d'investitura, il
cui tenore è questo: se il regno per la morte della Regina o
per qualsivoglia altra ragione fosse tornato nel dominio della
Chiesa, fin da ora reputavasi concesso a Luigi ed ugli eredi
legittimi di lui. La successione dei maschi © delle femmine
sarebbe stata regolata con le stesse norme date per Giovanna II;
se Luigi fosse morto senza eredi, gli sarebbe succeduto Renato
d'Angiò ed i figliuoli di lui, mancando questi, la corona sarebbe
passata a Carlo. Volle il Papa, che mai potesse il principe fare
patti © leghe contro la chiesa, senza indugio negherebbe l’ ubbi-
* dienza all’antipapa Benedetto ; le principesse angioine eredi del
trono avrebbero sposato principi cattolici, mai l'imperatore re
dei Romani o signori di Toscana e Lombardia. Nè îl re di Na-
poli poteva essere eletto imperatore 0 accettare altre signorie
italiane; fino a diciotto anni balio di lui sarebbe stato il Papa;
non avrebbe potuto aggravare d'imposte le chiese e i mona-
ateri. Erano le antiche e note condizioni delle investiture del
regno. Tutto ciò fu deliberato nel consiglio dei Cardinali.
Essendo lontano il principe, fu investito del regno Nicola de
Perigaud procuratore di lui, canonico e dottore dei decreti: il
Papa misegli l'anello al dito, ricevette il giuramento di fedeltà
e di omaggio (2).
Martino però vide, che, fatto questo, occorreva di preparare
armi; mandò quindi a chiamare Muzio Attendolo, il quale addi
© di gennaio 1420 andò a Firenze senza apparati solenni, con
una scorta di sessanta cavalieri. Il Papa gli aperse i suoi dise-
gni, volle, che si volgesse alla sua parte. Lo Sforza da prima
restò fra due, perchè era grande Contestabile del regno, nel
quale aveva parentadi e signorie, ma il Papa lo strinse: dove, gli
domandò, alloggiate con le genti vostre? Rispose lo Sforza: Santo
(1 Zonrra, IT, lib. XII e V, 140 è
(8) Rarwato, ad an. 1420, VIII, 515. Cfr. Paros, Uist. genér. de Provence Ill,
324 Lxcor DE LA MARCHE, Ze. Roy Rene Il, 213.
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160 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1420)
Padre, a Viterbo, nelle terre della Santità vostra e della Chiesa,
E quegli: chi tiene le chiavi della Chiesa e di Viterbo? La
Santità vostra, rispose l’altro. Sapete dunque a chi dovete ubbi-
dire, conchiuse il Papa recisamente, e lo accomiatò senz'altre
parole (1). Così tolso alla regia Corte l'aiuto degli sforzeschi.
Lo Sforza dipoi stabili con Nicola di Perigaud le condizioni
della condotta, fece i capitoli, ed ebbe ufficio di Vicerè e di
grande Contestabile per Luigi IIT, al quale mandò per l'omaggio
Bernardo da Camerino (2). Tutto questo fu fatto col consenso
di Martino V. Avuta licenza, tornò Muzio Attendolo ad Acqua-
pendente, e, per prevenire le offese di Ser Gianni, mandò alle
stanze di Acerra il conte Francesco e Micheletto con 1500 uo-
mini d'arme (3), Egli però non avrebbe allontanato parte del
suo esercito, se Braccio fosse rimasto sulle offese.
I fiorentini, desiderosi di pace e infastiditi della lunga per-
manenza del Papa nella loro città, s'erano messi a trattare una
concordia fra lui e Braccio, e tanto seppero faro, che li accor-
darono. La signoria invitò il condottiero ad andare a Firenze,
ed il gonfaloniere Giovanni Minerbetti ordinò, che gli fossero
fatti onori solenni. Braccio alla fine di febbraio entrò nella città
con tanto apparato, che pareva menasse trionfo; aveva a lato
i signori di Foligno e di Camerino, lo seguivano i deputati di
Perugia, Assisi, Todi, Orvieto, Narni e Rieti, e una lunga squadra
di cavalieri. Visitò il Papa, stabilirono le condizioni della
pace: Braccio restituì Narni, Orta, Terni e Orvieto, dichiarò,
che avrebbe tenuto Perugia, Assisi, Tesi, Todi, Gualdo e al-
(1) Mivori, 258.
(8) BuonincoxTRO, 121. P4PoN, 0. e. III, 325. eco come il Mint
questo atto dello Sforza: « Et così Sforza se feco soldato del re Alui
con intentione de cazar la regina Johanna dal stato suo, ma per far ella volessa
far auo figliuolo doptivo el ro Aluisi et che dopo la morto do ossa rogina osso
re Aluisi sucsoderso in quello resmo, et removero el mal consiglio d' appresso
la regina, cioè el signore misser Zani, otc.»,
(8) Corio, Ed Vinetia, 1565, 734. Giovio, o. c. eap. LXIV. Carvetti, 700.
Mentre lo Sforza trattava con l'angioino, Micheletto cendusse in moglie Polissena
Sanseverino vedova del Malatesta signor di Cesena, la quale gli portò în dote
queste torro: Torro Amara, S. Marco, S. Martino in Terranova, Tursi, Tito, Anci,
Potenza, Vera, Campagna, Policoro, Vignola, Alianello, ed altre. Minuti, 247.
x00gle VE E
(1420) LibRO TERZO 161
quante altre castella come feudi della chiesa, giurò fedeltà,
promise di ridurre Bologna alla fedeltà del Pontefice.
Intanto Braccio con l'apparato glorioso e i torneamenti aveva
commosso l'animo de’ fiorentini, ond’era popolarissimo, mentre
per la lunga dimora di Martino V e lo stare sempre in vedute,
s'era menomata la riverenza per la maestà pontificia; l’am-
mirazione per l’uno ed il disprezzo per l’altro erano manife-
stati nei canti popolari, e lo stesso Martino udi cantare sotto
i veroni delle sue stanze:
Non vale un quattrino.
E messer Leonardo Aretino l’udi un giorno ripetere ama-
ramente:
Papa Martino
Non vale un quattrino (1)
E restò corrucciato coi fiorentini, anzi per duo di, 9 0 10
d'aprile, interdisse la città (2).
(1) Lxowanvo Anerino, Comment. R. LS. XIX, 931. Nel Misumi, e. XXXX, 140.
Trovo una notevole variante:
Papa Martino, signor di Piombino,
Conte d''Urbino, son vale un lupi
ADI abi ah!
rano valente, nostro parente,
Rompe ogni gente.
Abi alt adi
Paola, sorella di Martino V, avava apoaato Gherardo Appiani signora di Pion
dino, è Fatorina figliuola di Renzo Colonna era meglio di Guido Antonio da
Montefeltro conto di Urbino. Amurnaro, Ist. (tor. Ed. Pompa, V, 0). Cir. MATTEO
Dx Gnirrowipos, R. L SL XVIII, 227, Cron. Miscel. di Bologna, Ivi, GI1. Bro-
nmnconrRi, 121.
() Ammrato, Lc.
11, — FaraGLta, Giovanna II d' Angiò,
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dia
I
Riti della magna Curia. — Congiure in Napoli. — Baitio di An-
nechino Mormile, — Provvedimenti del regio consiglio. — Amba-
aceria al Papa per calmarne lo adegno. — Proposte per domandare
aiuti ad Alfonso V d'Aragona e a Filippo n Visconti. — Lo
Sforza accampa & Casanova, — Morte di Leonetto Sanaeverino.
Intanto pei fatti di Firenze era Napoli agitata da passioni
diverse, siccome cinscuno sperava, o temeva cose nuovo. I
baroni della parte angioina avevano sollevato gli animi, la
regia Corte era incerta e paurosa. Duravano però 1° unione fatta
tra popolani e patrizii e l'autorità degli Eletti. AIl' entrata del-
l'anno 1420 questi per loro sindaci impetrarono dalla Regina
la conferma di privilegi antichi, e le concessioni di nuovi,
perché nelle incertezze delle condizioni presenti importava
avere guarentigia dei diritti cittadini. Da ciò ebbe origine
l'ordinanza, che è la parte prima dei riti famosi della regina
Giovanna IL A” 19 di Gennaio ella confermò ai napolitani
tuiti i privilegi concessi loro dal tempo del re Roberto e
specialmente l'immunità, per la quale nessuno di essi poteva
essere citato fuori della città per giudizi civili e criminali
ordinò, che la curia del Capitano di Napoli dovesse giudicare
i fatti criminali secondo il diritto comune; che il carceriere
nulla dovesse pretendere dall’incarcerato, il quale non per-
nottò nelle prigioni, poteva esigere un tareno d’Amalfi, se vi
pernottò per qualsivoglia tempo; che per ragione di onestà le
donne non dovessero essere costrette ad andare nei tribunali
per giuraro © far testimonianza, ma uno serivano dovesse
recarsi a interrogarle în ensa; che nella Magna Curia per
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164 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1420)
l’accusu di contumacia si pagasse un tornese, ed altrettanto
pel grande sigillo delle citazioni; che qualsivoglia persona
citata civilmente o criminalmente innanzi qualunque Curia,
bandita o condannata, potesse presentarsi senza pagamento
di diritti; che nulla dovesse pagarsi per l'esibizione d'un
istrumento, ma per l’interlocutoria dieci grana. Deputò gli
Eletti a sindacare gli ufficiali; agli attuarii vietà di esercitare
l'ufficio per sostituto; ai giudici impose di ‘determinare essi
le spese della sentenza e non darne l’incarico agli attuariî.
Stabili il pagamento di un tareno d'oro per otto carte di
copia d’atti della Curia; ordinò, che la Curia del Mastro
Giustiziero del regno, del suo locotenente, del Reggente la
Curia della Vicaria, i capitani, gli ufficiali con autorità del
mero, misto impero © potestà di spada dovessero agire contro
i napolitani rei di omicidio e danni clandestini, secondo il diritto
comune e le costituzioni del regno, non dovessero procedere
di ufficio per ingiuria di parole con la sola denuncia fatta, ma
col libello d'accusa. Per altri delitti poteva però la Curia della
Vicaria procedere, avuta la denuncia della parte offesa; se il
delitto portava la pena di morte, doveva procedere secondo il
diritto comune. Il Capitano della Città doveva procedere sempre
secondo il diritto comune e le costituzioni (1).
Questo è il documento più importante, che ci resta degli
Eletti dell’ Unione napolitana.
Nel mese di marzo furono palesi i primi segni delle future
lotte. La Regina a' 9 del mese ordinò ad Annechino Mormile
di partirsi da Napoli © non tornarvi senza sua licenza: gli fu
data tuttavolta facoltà di andare al suo castello di Marigliano,
0 al fratello Francesco, sicurtà pei beni e persone, e liconza
di condurre seco i figli, i famigliari, i parenti, gli amici, i servi
in qualsivoglia numero, inermi o armati. La Regina lo dichiara
nelle lettere regie fedele e diletto, non era dunque manifesto
ribelle, era allontanato da Napoli, perchè dava ombra (2).
(1) Capitula Regni utriusque Sicilice, Ritus Magnae Curiae Vicarie
Napoli MDCOLXXII, T, Il, 189. Il CaR4vitA face undici riti di questi capitol
(@) Vi ha il salvacondotto, Reg. Ang. n. 375, f. 108, © la lettera con la qualo
fu mandato al Mormile. Ivi £. 107 t, l'uno 6 l'altro sono del dì 9 marzo 1420.
Nella lettera la Regina dice, che gli manda il salvacondotto « ut tu ds nostro
oogle come UNE
(1420) LIBRO TERZO 165
Di poi furono scoverte le trame di una coriglura, le cui fila
erano in mano de’ mercanti fiorentini: fu pigliato uno di essi,
Cecchino degli Agli, e messo alla tortura. Il misero nel tor-
mento confessò, che molti popolani e patrizi si agitavano in
favore di Luigi d'Angiò (1).
Questo fu a’ 18 di marzo. Alcuni congiurati, avvissati a tempo,
scamparono con la fuga, e tra essi Ettore Galeota e Francesco
Boccapianola; Cecchino tra gl’incolpati nominò Annechino e
Nardo Mormile, ai quali, dichiarati ribelli, furono sequestrate
le case alla Pietra del Pesce e alla Loggia dei Genovesi (2).
Percossa la Regina dalla gravità dei fatti, si studiò di provve-
dere al rimedio, e raunò il consiglio regio; due medi parvero
acconci per cessare il pericolo: ammansire Muzio Attendolo e
placare il Papa, o domandare soccorso a qualche potente signore,
ad Alfonso re dell'Aragona, il quale aveva la signoria della
Sicilia, e poteva per la vicinanza prestare agevolmente aiuto,
o a Filippo Maria Visconti, il cui nome era già grande e temuto
in Italia, e aveva ufficii di cortesia e di amicizia con la Regina.
In questo tempo ella forse per meglio cattivarsene l'animo gli
spedi lettere molto amorevoli, nelle quali diceva, che per l’af-
fetto grande e pel vincolo di consanguineità @ di affinità, che
mandato licentia beneplacitu et voluntate, ac ex certis iustis caue
digne mo»
ventibus mentem nosiram sis da hac Civitate nostra Neapolis recessurus et
accessoras ad terram tuam Meriliani seu ad terras castra et loca magnifici
germania tui Fran nostri
Nol salracondotte è data guarontigia di boni o persone, porò si
.
(1) De Tewutiwus, e XXVII, 27, scrive: Checchus Degly. Alli, aggiunge:
.... uncias auri oetingentas annis
siagulit..
Il diploma mi fa comunicato dal sig. Conta di Torrequadra, e non ho avuto
agio di riscontrare il testo. Non mi meraviglio, che Alfonso abbis fatto l'as-
sogno in oncie, perchè era re di Sicilia, ma lo oncio 800 rappresentano pei tempi
una somma enorme. Forse furono 80.
@) Zurtra, lib. XII, $ V, 141 te seg.
oogle come UNE
Oriahaltrom —
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v
Luigi III colla flotta provenzale e genovese move contro Na-
polt. — Giungono le navi cogli oratori di Alfonso, che è adottato
per figliuolo dalla Regina. — Lo Sforza sorprende Aversa, tenta
invano di occupare Napoli. — Timori della r. Corte, che fa pra-
tiche di pace con Lutgé III
In questo tempo Luigi III d’Angiò era partito dai porti della
Provenza con sette navi cariche di molti soldati e valenti
cavalieri, tra i quali degni d'essere ricordati Pietro di Cham-
pagne, suo scudiero e panettiere, Guidon de la Boussasse, Gu-
glielmo de Villeneuve, Baras de Barras, Alberto di Sabran (1).
Nel porto di Genova trovò sei galere messe in punto col fa-
voro del Dogo Tommaso Campofregoso, comandate da Battista
fratello di lui, che ebbe titolo ed onori di grande Ammiraglio
del regno (2).
Prima di muovere per la spedizione Luigi, tra perchè aveva
avuto notizie dei propositi del regio consiglio di Napoli, e
perchè sapeva quale astio fosse tra i catalani ed i genovesi
suoi amici, aveva spedito ad Alfonso suoi ambasciatori per
pregarlo di non attraversargli l'impresa, assieurandolo, che le
navi, che Genova metteva în mare per dargli aiuto, mai si
sarebbero mosse in danno di lui o nella Catalogna o nella
Corsica. Promise il Re di fare quello, che egli voleva, perchè
gli tornava ad utilità la divisione delle forze genovesi (3), ma
() Paron, Il, 325 n.
@) Stettà, Ann. Gen. R. 1. S. XVII, 1284
(8) Miwuri, cap. XI, 257.
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182 GIOVANNA ll D'
ANGIÒ (1420)
lo stesso Luigi tra poco per ventura ebbe occasione d’aver
notizie del mutato proposito del Re.
Pasquale da Campli partito da Alghero e pervenuto a Civi-
tavecchin, discese dalla nave per fare alcune provvigioni. Ad un
tratto apparvero le prore delle galere genovesi e provenzali,
dirette allo stesso porto, i marinai della regia galera a quella
veduta si turbarono e, con repentino consiglio, volsero la nave
în fuga. Restò il Segretario della Regina e l’armata angioina
entrò nel porto. Luigi ebbe notizie di lui, e trovandosi in una
terra della Chiesa, che gli era amica, fece ricercarlo, e, menato
alla sua presenza a forza fecesi dare le lettere delle commis-
sioni, A questo modo seppe ciò, che Malizia aveva ordinato col
Re d'Aragona; ritenne Pasquale nella sua galera.
Coloro, che erano fuggiti con la nave della Regina, avuto
buon tempo, pervennero a Napoli celeramente e da loro fu saputo
ciò, che Alfonso aveva deliberato di fare e la prossima venuta
dell’armata angioina (I) Questa fu vista innanzi Napoli a
mezzo agosto (9).
E giunse opportuna per gli sforzeschî, perchè Muzio Attendolo
aveva difetto dî denaro, e campando di scorrerie, aveva diser-
tata la campagna. Racconta il Minuti, che, mancate le biade
per nutricare i cavalli, li pasceva di melloni, dei quali era
grande abbondanza (3).
Come furono viste aliare pel golfo le galere provenzali, la
sera per le castella, ridotte dallo Sforza alla devozione del Duca,
furono fatte luminarie: ma tanta era l'incertezza delle novelle,
che correvano, e l'ansietà degli animi, che altri diceva, che
Luigi era venuto con le sue galere, altri negava, In breve tempo
le cose furono manifeste. Battista de Campofregosi condusse
l’armata a Castellammare di Stabia, la terra si arrese agli
angioîni e Giovanni de Gennaro, castellano della rocca, per la
Regina, fece sapere, che egli dallo spalto delle torri aveva
visto îl Duca, Pochi giorni appresso sei galere genovesi vennero
(D D. Fac, De relus gestis ab Alfonso primo Comm. Ed. Gravior, 1760.
di XY de Agosto la festa dell'Assomptione de nostra Donna ». Minuti,
150, Lo stesso dî trovasi nel Diar, Anon, cit, 115,L Diwrn, di Monte.
Votar Giacomo, 70: a° 18 di agosto. Le Cron. Anti-
$, cap. XXX, 30: a 14) di agosto.
quiss. cit, 8 Teweti
@) Lc 250.
(1420) LIBRO TERZO 183
innanzi Napoli, Luigi INI alla spiaggia della Maddalena prese
terra, e Muzio Attendolo, il quale con baroni assai lo aspettava,
gli fece omaggio. Giunsero poi le navi cariche di vettovaglie
0 fu approvvigionato il campo sforzesco.
Ma sul mattino del dì sei di settembre npparvero 22 galere
di Alfonso, che entrarono nel porto di Napoli sull’ora di terza
senza offesa dei genovesi (1), i quali vi avevano lasciato tre
(1) Diwrm. di Montel. 74. Dinr. anon. 115. Minum, 258. Intorno al numero
delle galere catalano non sono concordi gli scrittori, Il De TuwvuttIs, capitolo
XXI, 30, scrive: € Die voro sexto mensis septembris hora quasi tertia diey
dominus (Malitia) missus a Regina ad Aragorum Regem flinm adoptivam
ibi factum pro auxilio oplimendo contra inimisos suos venit cum decem et
grossie et aliia tribue reginalibua Nespolim ».
sto punto bisogna riferire un notevole diploma dato dalla. Regina il
di 1 aprile 1422, il quale precisa molti fatti.
Rarlolomea do Cantono di Aversa, vedova di Paolillo Scallyoni, vecchia de-
erepita, possodova il castello di Vico di Pantano. Non avendo figliuoli ed eredi,
alla morto di lei il feudo sarebbesi devoluto alle regia Corte. Per questa con-
siderazione la Regina lo concesso în anticipazione ad Antonio Caracciolo « dietus
Carafa distusquo Malitia >, del quale elogia la fede, la costanza: « qui presen-
cialiter sicut solumna în marmoreis fundamentis affa in eius plus solito stat
roboria firmitate, grandiague utilia fruetuosa et digna mamoratu servicia per
dietum antoniam ciuequo omnes cossanguineos nobis in hoc acceptabili tompore
et frementi guerrarum turbine quibus status noster variis et dubi
tibus quorundam nostrorum emulorum atque rebellium causantibus conantidus
improbos orpositos extitit et multipliciter fuetuavit fideliter et constanter im-
pensa iniquorum prestacione varia et evidencia sue pergone subiit pericula
minimo formidavit do quibus quicumquo constantissimus procul dubiis formi-
mptibus Inboribus mulliplicibas expensis set sua în nostro
de
dieta civitato neapolis de nostri commissione ad serenissimum et Illustrissimum
priacipem Dominur Regem Alfonsum dei gratia Regem Aragonam etc. tum
tra torram Bonifasii parcium Coraice folicitor properans causa
imam Regem in nostrum. porcat
de dieto domino Rege cum viginti duabus galeis armatis ad e:
tatem ipsam nostram neapolis tum gelearom et navium extolio copioto ludorici
ducis andegavie ostis nostri notoriî arte acriterque obsessam quo felici adventa
atitun noster predictus et nostrorum ecinm fidolium subditorom ortitit multi-
pliciter exaltatus, dictiquo hostis nostria ot rebellium similiter prediotorum
depressus penitus ot collapsus ac deductus totaliter fa raynam, Iterumque et
iterum ad Insulam Trinacrie transfutando et ad profatam civitatem partenopeam
iamdiciam Illustrissimum Regem in numerosa procerum et strenuorum ac
nobilium caterva vallatum nonnollis aliis oratoribua fialiter conducend
Arch. di Stato în Napoli. Fascicolo Ang. n. 04, £. dI, t.
imum Alium adoptandi nec
184 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1420)
navi, mentre con le altre costeggiavano la penisola di Sorrento,
dove ridussero molte terro alla soggezione del Duca; ma finito
il tempo della condotta a' 2 di ottobre fecero vela per Genova.
In questa spedizione di provenzali e genovesi parvero più i
rumori che i fatti, e non avrei a raccontare cosa degna di
memoria, se Michele Cossa capitano di una galera della Regina
non avesse combattuta e presa una galeotta genovese nel seno
di Nisida (1). E n'ebbe merito, perchè addi 11 novembre 1420
fa creato capitano generale delle regie galero (2). Ma le regie
galere erano tre sole.
Malizia Carafa aveva intanto riferito alla Regina le conelu-
sioni dell’ambasceria, e a’ 7 di settembre con solennità e grande
accompagnamento di signori gli ambasciatori del Re di Aragona
erano stati condotti al Castelnuovo. A questo punto occorre di
osservare, che la gente spagnuola non era estranea alla regia
Corte, prima che fosso venuta l’ambaseoria del Re, perchè trovo,
che l’anno innanzi la Regina aveva dichiarato familiari del suo
ostello i cavalieri Lopez de Luna e Gonsalvo Ansequera (3).
Raimondo de Perellos ossequiò Giovanna, presentò le lettere
di credenza (4), e lo stesso dì furono fatti i capitoli dell’ a-
dozione per Domenico Aricon e Giovanni Vitellino, presenti
gli oratori aragonesi ed i consiglieri regii Ser Gianni, Algiasio
Orsini, Cristofero Gaetani, Francesco Orsini, Francesco de Ric-
cardis, Malizia Carafa, Matteo Pulderico ed altri signori. Di-
chiarò la Regina, che aveva deliberato di adottare per figliolo
Alfonso V re di Aragona, perchè non ne aveva, ed era circondata
da nemici, udito l'avviso del regio consiglio, il quale ai mali
presenti non vedeva altro rimedio opportuno: lo aveva preferito
ad altri, perchè i principi aragonesi avevano fama di giusti,
elementi, cristianissimi, gloriosi, ed egli inoltre era prode. Come
ebbe detto ciò, gli ambasciatori domandarono, se ella in fatto
dichiarava suo figliuolo il re Alfonso, e la Regina a voce alta
e chiara affermò, che questo intendeva di fare, Chiese poi agli
ambasciatori se accettavano in nome del Re, e quelli accetta-
(1) Dx Tuwot1ttis, cap. XXXII BL.
@) Reg. Ang. n. 375, f. 908.
48) Ivi, fol. 17.
(4) Diura, di Mentel. 1. c. Facto, ed. cit, 9,
Google :
(1420) LIBRO TERZO 185
rono (1). In quel tempo 0 fosse pubblica credenza, 0 voce dif-
fusa ad arte, corse la fama, che Alfonso era venuto a Napoli (2)
Intanto addi Il settembre il Castello dell'Ovo fu assegnato ai
Catalani, 0 Ser Gianvi e i consiglieri regii non compresero
l'errore e Il male, che avevano fatto. Ai 19 don Raimondo de
Perellos ebbe pel suo Re l'investitura del Ducato di Calabria, e,
secondo la consuetudine, cavalcò per la città; quattro bandiere
furono spiegate: l'una all'arma di Papa Martino V, l'altra con
lo insegne della chiesa, la terza con quelle di Giovanna II e di
Alfonso Y inquartate, la quarta con lo stemma del regno. La
sera ed il di appresso furono fatte luminarie e feste. Ordinò la
Regina, che a termine stabilito le terre del regno ed i baroni
avessero giurata fedeltà e reso omaggio ad Alfonso (3); i napo-
litani patrizii e popolani prestarono ossequio al nuovo signore ai
24 di settembre, La formola del giuramento fu questa: sarebbero
stati fedeli ad Alfonso d'Aragona, il quale, vivendo Giovanna,
l'avrebbe difesa e posseduto il ducato di Calabria; morta lei,
avrebbe ottenuto il regno (4). Muzio Attendolo Sforza però intor-
bidò la gioia delle fest napolitane. Aveva messo gli occhi sopra
Aversa, città regia, guernita di mura, munita di castello, posta in
una campagna grassa, abbondante di biado e di pasciono, luogo
acconcio a fronteggiare Capua e Napoli e a nutrire cavalli e
soldati, ma era guardata. Cominciò a tontive il capitano Fran-
cesco Gattola di Gaeta e con l'industria di Paolillo Scaglione,
Pietro Cola ed il costui fratello riuscì nel disegno. Richiamò le
genti d'arme, che aveva a Castellamare, le condusse queta-
mente attorno alla città; dato il segno, la notte del 16 settembre,
il castellano apri lo porte, gli sforzoschi entrarono, oppressero
le guardie sepolte nel sonno, fecero prigionieri molti baroni,
tra i quali Giosia Acquaviva, Bernardo conte di Celano, Ventura
() Zuwrra, IU, lib. XU, e. VI, 142.
@) Miura, LL e. Diar. Anon. 115: « Eodem anno (1420) do settembro venne
Ro d'Aragona con galero XVIII, in aiuto della Regina >.
(8) Ai gaetani fu ordinato di prestare il giuramento con lettera rogia data
dal Castelnuovo a'25 settembre 1420. Repertorio delle pergamene di Gaeta.
Arch. di Stato Ed. 1884, 106.
(4) Diurn. di Montel. 74.
Google ii
180 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1420)
d'Alvito e Algiasio Orsini (1). Luigi III e Muzio Attendolo
andarono ad alloggiare in Aversa, Foschino con quattrocento
cavalli restò a guardare Acerra. Per l'occupazione di Aversa
i partigiani di Luigi III dei quali in Napoli grande era il
numero, presero animo e cominciarono a congiurare co' loro
consorti di fuori per trovar modo d’introdurre gli sforzeschi
nella città: si accordarono dunque, che di notte avrebbero
aperta la porta di S. Gennaro, fatto rumore, turbato i dormienti,
oppresso i desti, occupato mura e torri. Questo era il disegno e
nella notte stabilita lo Sforza mandò sotto le mura una com-
pagnia di fanti e più lontano appostò squadroni di cavalli. Era
la porta sbarrata di dietro con una trave massiccia e tra questa
e quella erano state cacciate pietre grosse a modo di cuneo
per tenerla ferma. I congiurati di dentro si studiarono di levare
le pietre, ma non potettero aprire la porta per l’impedimento
della sbarra, che richiedeva uno sforzo grande, fecero tuttavolta
tanta apertura da potervi passare due uomini. Entrarono i fanti,
malaccorti, fecero rumore pe’ chiassuoli vicini, e le scolte delle
mura, i torrieri destati dal rumore, dal suono delle armi dei
(1) Che fosse castellano il Gattola è assicurato dal Faoro, ed. cit. 10. Il Tr-
svistias sorivo: « Dio XVI ciuedom soptombrit. XIIT indiction
Pastula (sic) do Gayeta castellanus cestri Avorse, Dominus Paullus Scallonus,
Petrus Cola et cius frater prodiderunt castrum et civitatem Averse ». L'errore
del cognome è evidente. Nei Diurn. di Mont. 74, leggesi, che lo Sforza si 16
settembre levò il campo ionanzi Napoli, ed a° 17 la Regina fece. sapere che,
Aversa era atata press il di addietro. Fui prigioniori trovanai il fratello del Duca
d'Atri, duo fratelli del Conte di Celano © Algiasio Orsini. Lo Zonira, !I, lib, XII,
cap. VI, 142, pons Giovannotto de Pertusa catalano per castellano, confondendo
il tradimento del 1420 con Uno posteriore, che narrerò a suo luogo.
Ia ua regio diploma del 5 novembre 1427 « pro Georgio do Januario et Mag-
dalona do Caieta », del quale ho riferito parto più sopra per i partigiani
iacomo della Marsa, leggasi: « Processugue temporis serenissimo principe do-
Ludovico IIl nunc Calabrio et Andegarie duc filio nostro carissimo
qui noster tunc hostis erat, casiramentante contra nos et statum nostrum in
territorio civitatis nostre Neapolis et deinde civitatem nostram Averse, sur
rentum et multas terras nostras alias occupantes, nos regem Aragonum hostem
nostrum notorium convocavimua ia soccursum... ». Rog. Ang. n. 377, £. 159,
quando fu spedito il diploma, come esporrò, lo parti dei priscipi erano mutato;
ma ho riferito questo tratio, per mostrare come talora i fatti non siano esatta-
mento esposti nei documenti più genuini. In fitto Ia Regina aveva invitato
Alfonso, prima che la parte angioina avesse occupato Sorrento ed Averea.
‘ Google :
(1490) LInRO TERZO 197
soldati, che correvano, nè sapendo chi fossero, e che facessero
per le tenebre, gridarono, come è consuetudine militare, per
avere risposta. Le grida diffusero terrore per la città; corse
Ser Gianni, si menavano le mani qua e là all'oscuro per le
vie strette più con furore, che avvisatamente; il tumulto e la
confusione in breve furono grandi. Raimondo de Perellos fece
sbarcare cinquecento catalani e li mandò a ricacciare gli sfor-
zeschi; questi, non avendo niuto dai loro, chè la sbarra impediva
l'entrata della gente d'arme, pesti, disordinati fuggirono alla
porta, temendo, che fosse loro impedita l’ uscita (1). Scamparono,
la maggior parte, per le tenebre; molti cittadini partecipi della
congiura fuggirono con loro, altri si gittarono dalle mura, pochi,
sorpresi, furono eacciati nelle prigioni. Di questi fu fatto pro-
cesso, e secondo la colpa perdettero o i beni, 0 il capo,
La sorpresa degli sforzeschi non ebbe effetto, ma la Regina
ed i consiglieri suoi furono atterriti dal numero e dall’audacia
dei nemici, che avevano in casa e dì per di s' aggiungeva il
pericolo delle provincie. Luigi III, che aveva molti potenti
amici nella Calabria, fece suo vicerè in quel ducato Franceseo
Sforza, e lo mandò per aiutarli e mantenerli fedeli; Jacopo
Caldora, che fino a questo tempo era stato a vedere, fece pra-
tiche con lui e si parti da Napoli per andare alle sue terre di
Abruzzo (2) E gli aiuti promessi da Alfonso non venivano,
deliberò quindi îl consiglio regio di rimandare Malizia Carafa
per sollecitarli (8).
Per Napoli correvano intanto voci non liete: si diceva, che
i baroni e le università siciliane si studiavano dissuadere Alfonso
dall’ impresa di Napoli, ricordando i danni di coloro, che l’ave-
vano tentata, e specialmente dei principi angioini (4); e si
(1) Nei Diurn. di Montel. non trovasi menzione di questa sorpresa. La riferi-
acono il Misuri, cap. XIII, 263, i Facto, 12, il Broxincontar, 124. A. pi Costanzo
nell" Istoria ed. Gravier 390 nera, che tra i congiurati furono il notaio Tirello
di Muetaio, il votar Bertraimo Aversano, Antonio Schiavo, Lembo Arcamone; fu
fatta di loro giustizia, e, dopo d'essere stati trascinati per la città, Lemto fu
tquartato, gli altri impicc: () Misuri, 263.
(8) Nel diploma del 1422 riportato poco innanzi la Regina ricorda come
merito di Malizia ciò, che avava fatto per Ia venata di Alfonso « iterumque,
iteramque ad insulam Trinaotio transfretando ».
(4) Diurn. di Montet, 75.
Google CORNELL UNVER
188 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1420)
viveva in grande trepidazione e la città era tanto stretta dagli
sforzeschi, che la Regina, Ser Gianni, o gli uomini del consiglio,
cominciarono a meditare, come potessero uscire da tanti peri-
coli, che essi stessi avevano create. Proposero di patteggiare
con Luigi III. A questo effetto rnandarono a chiamare messer
Bernardo Arcamone, cavaliere napolitano della parte angioina,
e fattolo venire al Castelnuovo, gli diedero le commissioni delle
pratiche, le quali non furono condotte tanto segretamente, che
i catalani non n'avessero sentore. Alfonso în quol tempo aveva
levato l'assedio da Bonifacio, perchè a’ 28 di decembre 1420
Giovanni Campofregoso era andato con otto galere a soccorrere
{l castello e aveva rotta l’armata catalana (1); col dispetto della
sconfitta condusse le navi sdrucite in Sicilia per rattopparle e
provvedere armi e denari per la nuova impresa, della quale i
siciliani vedevano di mal animo gli apparecchi, perchè dove-
vano essi sostenerne lo spese. Erano quindi vero le voci dif
fuse in Napeli. Alfonso non mutò proposito, e perchè la Re-
gina insisteva pel soccorso, all'entrata di marzo 1421 le mandò‘
con quattro galere il gran Maestro di Montesa, il quale, come
pervenne ad Ischia, fu avvisato delle pratiche fatte con Luigi III
per messer Bernardo Arcamone, e, temendo insidie, trattenne
le navi. I consiglieri della Regina, avute novelle di lui, muta-
rono avviso; interruppero ciò, che trattavano con l’angioino e
mandarono a dire al gran Maestro, che le voci corse erano
false, venisse innanzi sicuramente. Quegli allora condusse le
galere nel porto di Napoli (2).
Menato innanzi alla Regina, scusò il Re della tardanza, pre-
sentò lettere di lui, date da Palermo a 3 marzo, con le quali
l’assicurava, che în quella settimana si sarebbe condotto in
Messina per passare nella Calabria. Di queste lettere mandò
la Regina un esemplare alle città regie; diceva, che di ora in
ora con grande armata e gagliardo esercito aspettava Alfonso,
il quale aveva raccolto a Messina due mila cavalli pronti ad
() Zunra, 144. Goruentctio, ed. cit. 310. Como, 730. Bovio, ad an.
1420 $ XVI, Umento Foctieti Genuen hist. lib. X. ( Thesaurus ant. et hist. It 1.
para 1), SteLa, Ann, gen. R. 1. S. XVII. PETRU Craneus, Fist. Corsicae
ivi. XXIV.
@) Diurn. di Montel. 75.
Google CORNELL UNER
(1420) LIRRO TERZO 189
essere trasportati nella Calabria per unirsi alle genti d'arme di
Antonuccio de’ Camponeschi (1). La Regina però, non contenta
di parole e di promesse, mandò al Re Francesco Orsini, Gio-
vanni Bozzuto e Antonello Poderico con la preghiera di non
indugiare (2).
(1) Fanaatia, Cod. dipl. Sulmonese doc. COXXVIII, 300.
(@) Diurm. di Montel, 1 c. Facio, 10, Zunia, lib, XIII, cap. X, 140.
Google
Origlral from
visi Google CORNELLUNVERSITY — - -.
VI
Alfonao d'Aragona assolda Braccio da Montone. — Fatti della
Calabria. — Spedizione di Braccio per l'Abruzzo. — Condotta di
Jacopo Caldora. — Braccio passa i Volturno, fatti d'armi in
S. Maria. Perviene a Napoli.
Ed Alfonso tardava a ragione; egli sapeva, che con le forze
sue non poteva fronteggiare Muzio Attendolo, pochi baroni
favorivano la Regina, i più audaci parteggiavano per l'angioino;
vedeva le difficoltà, alle quali sarebbe andato incontro, temute
dai catalani e da' siciliani: aveva quindi offerta la condotta a
Braccio da Montone infino dal tempo, nel quale combatteva
il castello di Bonifacio. Credo, che vi siano stati in mezzo i
fiorentini
Era in Firenze carestia e Luigi Spini gonfaloniere mandò ad
Alfonso Jacopo Niccoli e Antonio da Panzano per pregarlo di
concedere la tratta di grano dalla Sicilia (1); dipoi il Ro aveva
rimandato în Italia Raimondo de Perellos, ch'era andato a
dargli ragguaglio dei fatti di Napoli, con fra Romeo gran Maestro
di Montesa ed altri cortigiani per un’ambasceria al Papa ed
alla Signoria di Firenze, i quali portavano denaro per la con-
dotta di Braccio (2). Ma le condizioni, che questi aveva poste,
(1) Axuinato, Stor., ed. cit. V, lib. XVII, 62. Giunta di A. il Giovine.
(@) Casans PensoRINO gran panegirista di Alfonso e scrittore enfatico scrive
a questo proposito: « Magnificua vir Raymundus do perillionibua regie clamis
capitaneus comitatus otr gubornstor una cum viro fratra
megistro militie sancte marie et sancti Oeorgii do montesio regio collaterali et
consiliario sc ammirato.... Pluribueque aliis oratoribus ituris tam ad dominam
oogle esuli une
192 GIOVANNA TI D'ANGIÒ (1420)
erano gravi: oltre il denaro per le paghe dei soldati, voleva
la signoria di Teramo, dell'Aquila e di Capua.
Fra questi maneggi passò il verno: poi d'aprile venne în
Napoli Gaspare Bongiani, il mercante fiorentino, con molto
denaro avuto dal Re, ma somministrato dai baroni siciliani e
dalle università, per portarlo a Braccio, e per lui la Regina man-
dogli le bandiere ed il bastone del comando. Bracciò diceva nelle
sue lettere, che sarebbe venuto come il fulmine con grande
numero di fanti e di cavalli per fare strage dei nemici suoi.
Dava lode ad Antonuccio dei Camponeschi per la sua fedeltà (1).
In fatto la casa Camponesca, contro la consuetudine, non
s'era mossa per Luigi IMI, era anzi in concordia con Braccio,
del quale forse ignorava i propositi (2), e l'Aquila, che soleva
seguirne gli avvisi, rimaneva tranquilla. Anche Jacopo Caldora
e gli altri baroni abruzzesi aspettavano, ma con le armi pronte.
La guerra ruppe nella Calabria. Il Re, come aveva scritto
alla Regina, preparava le cose occorrenti in Messina, dove
Antonuccio dei Camponeschi e i conti di Gerace, di Terra-
nova e di Sinopoli erano andati a riverirlo; quando si parti-
rono, s' accompagnò ad essi Giovanni d’Ixar, che era stato
creato vicerè della Calabria (3). D'altra parte era giunto in
quella regione Francesco Sforza vicerè di Luigi III, col quale
aveva fatta la condotta per duecentomila ducati, dei quali
aveva sborsato sei mila, e assicurato il resto dandogli le terre
di Rende, Demolico e Martorano. Francesco aveva condotto
seco il giudico Carlo de Samnito di Ariano ci capitani Nanni
di messer Spinello, Furlano Grande, Cesare di Martinengo,
summum pontificom martinum, quam ad commune fiorentie eum galeis quataor
sum magna pecu to et tam pro conducendo brachio, quam pro
aliis oportunin... ». Mistoria Alphonsi primi Aragonij Neapolis Regis, MS.
Bibl. Naz. di Napoli IX, c. 22, {. 8 t. Questa notizia è confermata da una let-
tera mandata dalla Regina ai Sulmonesi il di 15 gencaio 1421 da mo pubblicata
nel Cod. dipF. Sul., doc. CCXXVII, 299... « Misitque preterea Idem dominus
Rex certam quantitatem peconio veraus forontiam ad Bracchium pro parta
atipendiorum suorum, qui quidem Bracchiun, sicut ad vostras auros porronire
potuit infra brere tempus est ad partes aprutii cum suis gentibue descensurus ».
(1) Fanaotra, God, d. Sum. doc. CXXIX. 301. La lottera è del 13 aprile 1421,
(@) Ciximetto, Della guerra dell'Aquila. A. I M. E. VI, 969, st. 15.
@ Zuama, Lc.
Google corn
(1420) LIBRO TERZO 198
Pelino di Cotignola, Pietro Girasco detto Fiasco ed altri speri-
mentati nelle armi. Trovò disposti a seguire le parti angioine
i conti di Arena, quello di Belcastro, detto Braga, il marchese
di Cotrone, i Signori di Rocca Imperiale, d'Amendolara, di
Fuscaldo, di Abadona, di Maidn, © le terre e citià di Cosenza,
Bisignano, Longobucco, Cassano, S. Severina, S. Marco, Ari,
Castrovillari, Nicastro, Mormanno, Taverna (1). Cominciò una
guerra guerriata:.i capitani di Alfonso combatterono Mileto e
Nicastro, andarono ad affrontare il marchese di Cotrone con
poco effetto, nè fecero cose degne di memoria, perchè oggi
perdevano un castello acquistato ieri, facevano tregua quando
il pericolo era imminente, passato, la rompevano.
Nella provincia della Capitanata, dove gli sforzeschi avevano
le loro castella, le armi posavano, nella Terra d'Otranto, il
Principe di Taranto, tutto devoto a Ser Gianni, le preparava.
Il duello oramai era fra Muzio Attendolo e Braccio.
Questi, avuto il denaro del Re, raunati tre mila cavalli e mille
fanti si avviò per l'Abruzzo. Solo quattro baroni abruzzesi osarono
di affrontarlo: il Conte di Carrara, i conti di Popoli e Loreto
di casa Cantelma, i quali afforzarono Castiglione, posto în
luoghi alpestri nella valle della Pescara, e il loro consorte
Jacopo Caldora, che muni il suo castello di Pacentro, posto ai
piedi della Maiella, sopra Sulmona, e più audace degli altri,
costrinse i Sulmonesi a cacciare i magistrati della Regina e
mettersi sulle difese contro i bracceschi.
Braccio, movendo per la Marca, assali il Carrarese in Ascoli,
l’accordò, tolse un figliuolo în ostaggio, ebbe Teramo, e il
primo di giugno prese passosso della città il suo capitano Gi
como di Pietro de’ Monaldi da Perugia (2) Entrò nella valle
della Pescara e giunto sotto Castiglione dispose i suoi all'as-
salto, ma i difensori sbigottiti patteggiarono. Senza tardanza
corse la valle sulmonese e la disertò, non mosse contro la
città, popolosa, munita di mura torrite e di castello, andò
sotto Pacentro, e ‘per gli apparecchi dell'assalto fece trasportare
dalle vicine selve legnamo da ardere © travi, e gli assediati
(1) Misomi, cap. XXXVII, 220, Cap. XIII, 205. Crivetti, 708, Simonera, 182,
@® Pata, II, 154, 2-* ed. Murio DE' Muri, Della at. dî Teramo, dialoghi sette,
130, 131.
13.— Famaonia, Giovanna IL d'Angiù.
Google :
194 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1420)
vedendo attorno la moltitudine del nemici, ed udendo le mi-
nacee dell’assalto, del fuoco e del succo, aprirono le porte.
I sulmonesi, saputo ciò, mandarono a domandare la pace, c
Braccio, al quale tardava di trovarsi innanzi a Napoli, |’ ac-
cordò, e la città riebbe i magistrati della Regina senza vendetta.
Andò innanzi Braccio per l’aspra via sulla costa della Maiella
infinò a Campo di Giove, piccola terra, perduta fra boschi, la
quale era parte di Giacomo Caldora, parte dei:Cantelmo; intimò
la resa, ma i terrazzani, aizzati dai caldoreschi, si disposero alla
difesa animosamente. Non potettero però sostenere L'assalto, e
la terra fu presa, data in preda, arsa e quasi disfatta. Proce-
dotte Braccio per vie erme, dirotte, difficili, e, a chi sono note
reca meraviglia, che egli v'abbia condotto i gravi squadroni
degli womini d'arme, mentre Jacopo Caldora co’suoi soldati
lo precedeva pronto alle offese. Ma non osò, perchè, guernito
con buona mano di fanti la rocca di Castel di Sangro, si nffrettò
a discendere nella Terra di Lavoro.
Di questa rocca si veggono ancora i miseri ruderi di.qualche
torre al sommo di un monte non alto, ma aspro, che discende
pidamente sulle correnti del Sangro, ond' ebbe il nome; essa
chiudeva la valle dove il fiume volge ad oriente per discendere
nel mare e guardava la via, che, movendo da Sulmona, verso
borea serpeggiava per un bosco immenso e tanto stretto, che
ancora quello, che ne avanza, serba il nome di Selva nera.
La terra sottoposta al castello era cinta di mura, ed appa-
riscono ancora qua e là gli ultimi merli cadenti. Forte era
dunque il luogo, ma le genti di Jacopo, come videro i primi
squadroni di Braccio, si partirono, e dei cittadini sbigottiti parte
fuggi alle selve, parte, per salvare vita e averi, aprì le porte
ai nemici. Fu in poco tempo quetato l'Abruzzo e ridotto all'ub-
bidienza della Regina (1).
Luigi III intanto era andato a Roma per ottenere soccorso
dal Papa, e Muzio Attendolo, provvedendo alla difesa, aveva
mandato al passi di Sessa Micheletto e Fabrizio di Capua, il
quale, rompendo il giuramento dato, fatta condotta col prin-
cipe angioino, era tornato nel regno; egli andò nel Molise
(©) Camino, 578 0 seg. AxriNonI, II, 182.
oogle " ERSIT
(1490) LINRO TERZO 195
per aspettare Jacopo Caldora. Assali Cantalupo e non potette
averlo, pose il campo a Bagnoli e aspettò tre di, avuto infine
notizia, che Jacopo s'era accordato con Braccio, condusse
l'esercito a Cerreto e poi ad Aversa (1).
Braccio, trovati i passi sgombri da nemici, pervenne celera-
mente a Calvi, dove andarono a pregarlo i sindaci di Capua,
onde lî liberasse dalle molestie, che arrecavano alla città gli
sforzeschi alloggiati in Santa Maria Maggiore (2) e afforzati
nella torre di S. Erasmo, Il condottiero fece buon viso ai cu-
puani, che reputava suoi vassalli, promise, che senza indugi
li avrebbe liberati da ogni fastidio e danno. Guadò il Volturno,
sorprese gli sforzeschi a S. Maria, molti ne uceise, molti fece
prigionieri, e fra questi furono Cattabriga e Jannuzzo d'Itri
buoni capitani sforzeschi. Rimasero però alquanti soldati a
guardare una torre altissima, poco disposti alla resa, persuasi
da due perugini fuorusciti. Parlamentavano tuttavolta, e Braccio
promise salva la vita, se avessero ceduta la torre, I perugini
però, che sapevano l'indole dell’ uomo, temendo l'ira di lui,
ricusarono le proposte, osarono anzi di gittare dardi dall'alto.
Braccio allora fece appostare per le case vicine coloro, che
fra i suoi balestrieri erano più destri, ammonendoli, che do-
vessero colpire i difensori della torre, come mettevano il capo
fuori dei veroncelli, 0 nello sparo dei merli. Di poi fece lo viste
di voler fare patto. Apparvero quelli dall'alto e gli appostati
li balestrarono. Pochi rimasti sani e sbigottiti, vedendosi a
mal partito, cessero la terre. Braccio li fece impiccare e si
volse contro la torre di S. Erasmo, fortissima e spesso menzio-
nata nei documenti dei tempi passati.
Erano intorno ad essa rottami di mura antiche e volte basse
di edificii caduti, resistenti ancora a’ danni del tempo, sulle
quali andava il sentiero, che menava alla torre, e pel vuoto di
sotto davano suono alla cadenza dei passi. Da questo rumore
avevano le guardie indizio di gente, che venia. Braccio avuto
() N Musvri, 266, scrivo: e... (Sforza) foce la via di Montefiascone, quale
teneva Dragoneto de' Dragoneti, et li fece combattere Montefisscone quale non
se poteva per battaglia de mano ». Montefiascono non è nella regione di Molise:
Il Capano scriva Cantalupo, 578.
(@® S. Maria di Capua Vetere.
Google corn
196 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1490)
novelle della fortezza della torre e della condizione dei luoghi,
propose d’occuparla per inganno. Dispose intorno nd essa per la
campagna, fra i ruderi venti soldati e mandò innanzi due gio-
vani, i quali fingevano di essere fuggiti da lui. Al rumore dei
passi chieseto le guardie chi fossero e quelli risposero, che
avendo disertato, fuggirano a Maddaloni, avevano smarrita la
via. Mentre discorrono, e gli sforzeschi s'apprestano a dar
loro aiuto, escono i Soldati bracceschi dall’agguato; le guardie
rimaste dentro, scoverta l’insidia, gridano, gittano pietre e dardi,
e quelli, vedendo attraversato il loro disegno, e, non potendo
altro fare, prendono due nemici e li menano a Braccio. Questi
minacciò i prigionieri di mandarli alle galere, ma uno di essi
il quale aveva già sperimentata quella vita disperata, gli si
gittò ai piedi, pregandolo di dargli la morte. Non si mosse il
erudo condottiero, ma quando gli promise, che avrebbe tro-
vato modo d'intredurre i suoi soldati nella torre, se gli dava la
vita, gli prestò fede e lo mandò libero. Tornò quegli alla torre
e disse, che era, fuggito, ma la notte v'introdusse i bracceschi.
Dipoi Braccio assali Marcianise non lontana da Aversa, uccise
Trasacco, il capitano sforzesco, che la difendeva, diede la terra
in preda; mosse per Napoli e pose il campo tra Dogliuolo e
la chiesa di S. Antonio (1) Salutò In Regina, diede ai soldati
alquanti giorni di riposo, e poi li condusse all'acquisto di
Cnstellamare. Gtiunse innanzi la terra improvviso, sulla mez-
zanotte; scalate le mura, i bracceschi saltarono dentro, apri-
rono le porte e, dato il sacco, la preda fu ricca (2).
(1) Diurn. ci Moniel, 75. Minuri, 268 0 sog. Camrano, 578. Caivetti, 400.
ll De Tuwvuius, cap. XXXI, 31, scrivo: « Veniente estato dio VIII iuaij, XIIIT
iadictionis Bracchius de Fortebrachiis institutus. magnus comestabulus ipsius
regine venit Dillulum prope Neapolim cum quatuor millia equitibus et mille
peditibus.»
() Diurn. di Montel,, 1. c De Toxvuitus, Le Da queste duo fonti risulta,
cho la prima itupresa di Braccio, presso Napoli, fu quella di Castellamare. Non
manca chi la pone in tempo alquanto posteriore.
Google PORRI rp
STORIA DELLA REGINA
GIOVANNA II D'ANGIÒ
LIBRO QUARTO
Google
Original om
DI Google CORNELL UNIVERSITY
diai
Alfonso d'Aragona giunge in Napoli. — La Regina conferma
l'adozione e gli accorda grardo potestà sul regno. — Martino V
prepara armi per soccorrere Luigi III, assotda {l Tartaguia. —
Fazioni di guerra nella valle del Sarno. — Braccio invade le
terre della Badia di Montecassino. — L'Abate Pirro Tomacelti.
La venuta di Braccio aveva sollevato gli animi della Regina
e de’suoi consiglieri; la novella, che tra poco sarebbe giunto
il Re di Aragona, li commosse a straordinaria allogrezza. Aveva
Alfonso riunito nel porto di Messina sedici galere, otto navi da
carico ed altri legni minori, ma, prima di movere per Napoli,
mandò a Luigi III Giovanni Fernandez de Heredia per fargli
intendere, come per pietà di figliolo era obbligato ad apportare
soccorso alla regina Giovanna, contro qualsivoglia principe
del mondo, che avesse dato mano ai baroni ribelli: contro di
lui prendeva le armi non volentieri, pel parentado, che era
fra loro; non poteva d'altra parte per cavalleria abbandonare
una donna fra tanti pericoli, avendogli domandato aiuto. Non
mancò di mettere in mezzo | diritti, che la casa d'Aragona
aveva sul regno di Napoli per Costanza figliuola di Manfredi
di Svevia.
Rispose Luigi, che il regno era stato dai Pontefici dato alla
famiglia sua, e a tutti era noto, che egli non si mettova a
quella impresa per ingordigia di signorie con offesa di leggi e
diritti umani e divini (1). Rimasero l'uno e l’altro convinti della
(1) Facio, 17.
200 G1ov.
NNA IT D'ANGIÒ (1421)
gliustizia dello loro azioni, i miseri abitatori del regno dovovano
sperimentarne gli effetti atroci.
Alfonso sulla fine di giugno lasciò il porto di Messina, giunto
in Ischia, tenne avvisata della sua venuta la Regina (1), la
quale mandò ser Gianni a salutarlo e fargli onore. Addi 5 di
luglio sulla sera l’armata catalana gittò le ancore innanzi al
castello dell'Ovo, dove Îl Re dimorò due giorni. Intanto alla
spiaggia dello Sperone di S. Maria del Carmine con travi e
tavole fu costruito un ponte, che entrava molto addegtro nel
mare e un palco coverto e ornato di drappi e di pennoni,
onde il Re potesse discendere agevolmente a terra. Il di è sul
mattino, salì Alfonso su d'una galera, navigò allo Sperone del
Carmine (2) € pel mare si agitava intanto un grande numero di
barche cariche di gente curiosa, sul lido si affollava il popolo
desideroso di cose nuove, allegro per la speranza, che quel
grande e potente signore, venuto d'oltre mare, avrebbe posto
fine a' mali suoi. Misera condizione di un popolo infelice, che
aspettava la fine de' suoi mali da gente straniera, e, come
sempre avviene in queste condizioni di cose, s'ingannò.
Erano da un lato în ordinanze militari alquanti squadroni
di uomini d'arme bracceschi, con armi e corazzine forbite,
dall’altro cavalieri e baroni napolitani; non mancavano i sacer-
(1) Noi Diurn, di Moniek, 75, 70, leggesi: «a' 25 do Iuniow s0 parte Alfonso
et venne con otto nave, et eidici galere et tra bergantini et altre fusti che
foto 27...». « Die vero quinto lulii. XIV ind. videlicet in sabato Dominus Rex
Aragonum... cum movem navibus grossis honustis frumento st mille equis
armigeris et cum decem et septem galeis venit insolem Ische ». De Tuwutatt1s,
XXXIV, 32.
Accompagnava il Re con una sua galera Lancio di Sergio liparoto, il quale
ebbe dipoi alcuno terre sequestrate ad Ottino Caracciolo, come ho detto sopra.
Nel diploma di concessione la Regina loda la fedeltà di Laneio, ricorda i servigi
resi al Re Ladislao, ma specialmente lo encomia per la parte avuta Cin accele-
rationo adsentus stoli galearom dieti Domini Regia (Alfonsi) ad civitatem
nostram Neapolis în successum et exaltationem status et nostro Rei puplice
dieti Regni per eundem Dominum Regem nobis destinati, in quas quidem
galess Lancius ipse fuit prout nune est cum una sius galea quam patronizabat
et patronizat ad presens ad prefata nostra servicia ». Reg. Ang. n. 375, £. 310,
©) «... transfietatua est ad castrum Ovi, nt ibi stetit. per duos dies, et
postquam dio martia VIII ciusdem (lulij) venit ad plagiam ubi dicitur lu
Sperone de Sineta Maria dello Carmino ete.», De Tumutatias, cap. XXIV, 61.
1421) LIBRO QUARTO 201
doti in apparato solenne. Discese il Re dalla galera, ma sul
lido cadde e si bruttò d'arena; si levò în piedi prestamente,
ma agli astanti questo parve indizio di mal augurio. Braccio
gli si fece innanzi e il Re gli porse la mano a baciare. Montato
a cavallo, Alfonso sotto il pallio fu menato în trionfo alla porta
Capuana, ed, entrato nella città, cavalcò per le vie, che mena.
vano ai seggi dei patrizii, pervenne al Castelnuovo.
La Regina vestita d'un drappo di seta intessuto ad oro,
coronata del frontale tempestato di perle e gemme (1), gli andò
incontro all'entrata del regio appartamento, lo baciò in fronte,
gli rese grazie d'essere venuto a darle aiuto, ordinò gli fossero
date le chiavi del castello. Il Re espose brevemente le cause
della tardanza, promise grandi fatti (2).
Lo stesso di, nella sala grande del Castello furono convocati
prelati, baroni, cavalieri, patrizi e popolani. La Regina ed
Alfonso sedettero in trono, Pasquale di Campli, regio segre-
tario e notaio apostolico, fece solenne istrumento delle cose,
che sieguono.
Il Re e la Regina confermarono e ratificarono tutti i patti
ed i capitoli dell'adozione fatti dai loro ambasciatori e procu-
ratori: l'uno e l’altra per l'osservanza di essi posero i loro
regni sotto ipoteca (3). Addi 20 di luglio la Regina spedì il
diploma, col quale creò Alfonso, suo caro figliuolo, vicario,
reggente, vicegerente, locotenente, procuratore e generale go-
vernatore del regno (4). Diedegli potestà sopra tutti i. prelati,
—_—+
(1) Il Pritronivo, ms. cit. scrive, che Ia Regina andò incontro ad Alfonso
« panno aureo induta maximo artificio conferto (sìc) corona aurea candidi
margaritis aliisquo pretiosis lapillis ete. ». Abbiamo visto più sopra come fosso
ornato il grande frontale, che spesso era dato in pegno ai mercaati.
©) Facto, 1. o. Diurn, dî Montel., 1. c. Dx Tosuuinus, Lc.
@ G. B. D'Aposto, Sommario delle pergamene conseroate nell'Archivio della
re casa sonia dell'Annunaiata di Napoli, nota 1, p. 241. Dal Cisioccarsuu, me.
della Società di St. patria. De Investituris, I, 241, nota 1. Testimoni furono
Anello Arcivescovo di Capua, Ser Gianni Caracciolo grande Sinisealeo, Cristofero
Gaetani Logoteta 6 Protonotario, Algiasio Orsini gran Cancelliere, Francesco
Orsini € srmorum cnpitanue », Fra Romeo de Carbinio ed altri.
(A) Sono lo parolo del diploma. Cfr. lo lettero dato da Alfonso il 12 di
otiotre 1421, con le quali nominò Jacopo Gaetani vicegerente d'Abruzzo. Ca-
Rivci, Doc. scelti dall'Areh. dell Eccma famiglia Goetani, Roma 1846.
oogle ‘
202 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1421)
principi, duchi, marchesi, baroni, cavalieri, castellani, ufficiali
regii, università del regno con piena potestà di spada, ogni
giurisdizione civile, eriminale, mista col mero imperio, assoluto
arbitrio e balia, con autorità di domandare e ricevere per lei
il giuramento di fedeltà, fare grazie, concedere privilegi e
franchigie, permettere vendite di feudi, convocare parlamenti,
fare condotta di capitani d'armi, creare castellani e notai,
legittimare figli nati di non leciti amori, fare giustizia. dei
delittî, interpretare leggi. E gli diede altresì la facoltà di
sostituire altri în luogo suo. Riserbò per sè assoluta autorità
sulle terre e città di Lucera, Foggia (1), Guglionisi, S. Severo,
tutto il Gargano nella Capitanata; Barletta, Trani, Molfetta,
Giovinazzo, Bitonto, Bari, Monopoli, in terra di Bari; Brindisi
in Terra d'Otranto; Venosa, Atella, Potenza, Muro, Santo Fele,
Forenza, Tursi, Albano nella Basilicata, Castellamare di Stabia,
e S. Severino nel Principato citeriore, Pozzuoli e Somma nella
Terra di Lavoro e sui castelli Capuano e di S. Eramo in
Napoli (2). A questo modo Giovanna II si tolse la regia corona
e la pose sul capo di Alfonso.
Luigi III d'altra parte mentre in Roma sollecitava il Papa
pel soccorso, si dava aria e autorità di re: riceveva messaggi
delle univeruità e dei baroni, concedeva franchigie e privilegi.
Addi 15 di giuguo confermò i capitoli, che Cosenza aveva fatti
con Francesco Sforza, e la città gli aveva mandati pel suo
sindaco Antonio de Caroleis (3). E non faceva mestieri le solle-
citazioni di lui per decidere Martino V ad atti d'inimicizia;
questi, per leso diritto della Chiesa, si reputava offeso dell’ a-
dozione di Alfonso, il quale aveva în sua mano l’antipapa
Benedetto XIII nel castello di Paniscola e poteva col suo favore
ravvivare lo scisma; temeva poi l’assoldamento delle pericolose
bande braccesche, Aggiungnsi, che la Regina aveva vietato, che
da Gueta, dagli altri porti del regno, e per le vie di terra fossero
trasportate a Roma le vettovaglie necessarie alla città, e inoltre
da diciotto mesi non aveva pagato il censo dei quarantotto mila
(1) Non è quindi vero, che la Regina, il giorao dopo la venuta di Alfonso
alibia fatto Braccio conte di Foggia e principe di Capua. Campano, 582.
(2) D'Apposto, 0. e, 2f a sg.
() Capitoli © privilegi della città di Cosenza, Napoli, 1557.
Google :
(1821) LIBRO QUARTO 208)
ducati dovuti alla Camera apostolica. Spedi quindi una bolla ai
vescovi e baroni del regno, minacciandoli di scomunica ipso facto,
se avessero pagato alla regia corte censi, collette, diritti di tratte,
decime, fiscali, pesi e debiti di qualsivoglia natura (1), Preparò
armi. Aveva egli nell’anno passato cnrezzato Angelo Tartaglia
di Lavello, gli aveva dato il contado di Toscanella e la condotta
di trecento lance (2), or lo mandò nel regno per rinforzare
l’esercito angioino (3) Come pervenne ad Aversa, i capitani
sforzeschi fecero consiglio intorno a ciò, che s’aveva a fare
per menare innanzi la guerra, e a tutti parve opportuno di
aspettare, per vedere a qual partito si appigliava Braccio. Questi
d'altra parte, come seppe lu venuta del Tartaglia, conoscendo,
che era uomo mutevole, cominciò a tentarlo con la ricordanza
dell'antica fratellanza d'armi, a sollecitario, certo, che gliene
sarebbe venuto bene, perchè potevano seguire duo effetti: o il
Tartaglia sarebbe passato a lui, 0, scoverte le trame, nel campo
sforzesco sarebbero nati sospetti e dissidi. Questo avvenne.
Nel mese di agosto andò Braccio a combattere Angri e la
mise a sacco, perchè poco innanzi s'era ribellata alla Regina;
si volse poi contro Pagani, e i cittadini atterriti dai fatti di
Angri, gli diedero la terra. Mossero allora da Aversa Muzio
Attendolo, Micheletto ed il Tartaglia per fronteggiare i brac-
ceschi, e non avendo modo di passare il fiume Sarno, accam-
parono sulla riva; corse Braccio sull’altra e i due eserciti si
trovarono a fronte. Lo Sforza allora deliberò di costruire un
ponte, ma Braccio non l'aspettò e, levato il campo, tornò a
Napoli. Lo inseguirono gli sforzeschi, ma senza pro, perchè la
caldura soffogava, le vie erano polverose e nella corsa alquanti
soldati morirono trafelati. Entrò allora in Muzio Attendolo
Il sospetto, che qualcuno avvisava Braccio dei disegni suoi.
Nessuna cosa degna di memoria fu fatta dai due condottieri
nell’ estate.
All'entrata di ottobre Brecio andò a combattere le terre
della badia di Montecassino, tratto a questa spedizione dalla
ingordigia della casa Gaetani, e dagli umori dell'Abate Pirro
(1) Rarwatno, VIII, 520. (Datum Tyburo Il kal jolij pontificatus noetri anno I).
@) A. Turinsn, Cod. dipl. dominit temporali», III, n. COVI.
(8) Miwuni, 276.
oogle come UNE
204 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1421)
Tomacelli, uomo d'indole torbida e più fatto per le agitazioni
di parte e le armi, che pei tranquilli studii monastici, fautore
operoso del principe angioino.
Braccio occupò Mignano a forza, ebbe a patto S. Pietro
in fine, S. Vittore, Piedimonte: passò il Liri e conquistò le
Fratte, piccola terra, che ora, mutato nome, s’addimanda
pomposamente Ausonia, Castelnuovo, Vallefredda, S. Andrea,
S. Apollinare, S. Ambrogio e Vandra. Queste castella diede a
Ruggiero Gaetani (1), e poi andò innanzi a Capua con l'esercito
carico di preda. Lo Sforza, che gli era andato appresso, ma
non aveva osato di movere più in là da Sessa, come seppe
ciò, tornò agli alloggiamenti di Aversa.
(1) GartoLa, Ad hist. Abatiae Cass. Accessiones, pag. II, 524: istrumento del
27 aprile 1427 per notar Nicola di Giovanni di Rocca d'Arce, Ruggiero ritenne
le castella © da prima non vello restituirlo manco ad istanza del Papa: in fino
conservò Castelnuovo # le Fratie, e restituì le altre alla Bi
Carenoi, 0. e. Campano, 598, 505, Mimun, LL c.
Google PRA ia
I
Braccio signore di Capua. — Come occupò ti Castello delle torri.
Un di Braccio raunò i capuani a parlamento ed espose, che
dalla Regina aveva avuto la signoria della città (1): sapeva,
che molti erano per questo di mal animo, perchè Capua era
stata sempre del demanio regio, ma confortò tutti a sperare
bene da lui, ricordò i fatti della sua vita, ciò, che aveva
operato a pro di Perugia, alla quale aveva dato prosperevole
stato e pace: li assicurò, che la grandezza della città non
sarebbe stata menomata. Alle parole di lui la mutevole turba
dei popolani, i quali facilmente si commovono per la novità
delle cose o per la speranza di prosperità future, o corrotti da
denaro, con alte grida salutò Braccio signore e principe, fece
‘omaggio, giurò fedeltà. Il castellano della Torre delle Pietre
in nome della Regina la cedette a lui (2). Il di appresso mandò
per avere il Castello delle Torri, così addimandato per due
(1) Non trova il diploma col quale Braccio ebba la signoria di Capua, della
quale s'intitolò priacipo.
Nel supplemento Y al Onaziani, Arch, St, It, 1 ser, vol. 10, par. I, Cron.
e stor. di lerugia, Giunte tratte dal Diario di ANTONIO DE VeoHI, 283, nel-
l'anno 1423 loggeri:« Adi 14 fobbraio îl detto Signor Braccio fa fatto principe
di Capua dalla Rogina Giovanna © dal Ra d'Aragona». V'ha errore di data.
ll De Towvuti1s, nol cap. XXVII, scrivo somplicomento: « Porro inter haec
dictus Brachius fuit factus domious Capue et turrium eius ». Gli altri scrittori
riportano la notizia senza maggiore precisione.
@) € Turrin lapidum ». V. Risato, Memorie ist. della fedeli. città di
Cepua, Il, 173.
Google :
206 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1421)
torri saldissime, che lo guernivano, ma Pagano, il quale era
castellano, dichiarò, che non lo avrebbe ceduto, se non gli
fossero stati sborsati venti mila ducati: voleva anche tutte le
munizioni. Aveva egli raccolto nelle torri tutto îl suo avere,
robe e denari raunati con prede e ruberie; ma d'altra parte la
moglie e due figlioli di lui erano ostaggi di Muzio Attendolo,
il quale pochi giorni innanzi avevagli fatto intendere, che se
avesse ceduto le torri, li avrebbe impiccati, e per afforzare la
minaccia col fatto, aveva levato tre forche in luogo eminente,
perchè potesse vederle Pagano. Questi poi, per assicurarsi dalle
inimicizie dei capuani, aveva preso per ostaggi dodici giovinetti
delle famiglie più ragguardevoli. Come i genitori videro, che
pei dinieghi di Pagano le pratiche sarebbero finite a battaglia,
impauriti del pericolo dei figliuoli, andarono al castellano e
con ragioni e preghiere si studiarono di persuaderlo a mutare
proposito. Ragioni e preghiere furono vane e Braccio deliberò
di usare le armi.
Fra la città ed il castello correva il Volturno largo, torbido,
profondo: un ponte untico univa le due rive, e metteva capo
ad una delle torri. Erano queste di bella e salda costruzione,
cinte da un doppio ordino di mura, l'uno di piotre quadrate
connesse con piombo, l'altro con pietre cementate di calce,
tra l'una e l'altra ‘erano gli appartamenti regii, con l'entrata
ornata di statue (1). Braccio occupò il ponte, ma da Pagano
era molestato coi dardi, onde appostò in luogo opportuno i suoi
balestrieri per rispondere colpo a colpo, a' piedi della torre più
vicina fece scavare un fosso e levare un terrapieno; Pagano
volse le bombardo contro la città. Ma il lavoro dei bracceschi
era malagevole e procedeva lento, quando fu riferito al con-
dottiero, che un vecchio ricordava, come al tempo della sua
fanciullezza, la torre era stata invasa per un acquedotto, pel
quale l'acqua del fiume andava alle cisterne della torre e
additò il luogo. Braccio fece costruire un ponte di barche
congiunte con travi alla bocca dell'acquedotto quanto più
potette celeramente.
(1) Facto, lib. V. Il Rivatvo, nelle Memorie, 176, afferma, che sull'entrata
erano tra statue: una di Giulio Cesare, e le altrè erano reputate di Pietro della
Vigna 0 di Taddeo da Soma.
(1421) LIBRO QUARTO 207
Una notte i bracceschi raccolsero due otri, che. galleggiavano
sul fiume, apertili, trovarono lettere spalmato con cera di fuori
e dirette al Duca di Sessa. Pagano gli domandava medicine
per curare i feriti e quattro balestrieri: lo teneva avvisnto, che
il castello cra in grande pericolo, îl soccorso urgente. Le lettere
furono portate a Braccio, il quale, avuto chiara notizia delle
condizioni disperate di Pagano, deliberò di andare innanzi per
la via tentata dell'acquedotto. Il castellano molestava i brac-
ceschi coi dardi, ma sospettando, che tra poco gli sarebbe
venuta meno l’acqua, fece riempirne orci e botti, quanti ne
aveva, per serbarla, e fu prudente, perchè Braccio introdusse
soldati per l'acquedotto, i quali brancolando per la via buia
pervennero alla cisterna. Scendeva in questa una scala a
chiocciola stretta e oscura, e i bracceschi porvennero ad essa
non senza incomodo. Primo a salire fu un conestabile cinto di
duplice armatura, lo seguirono gli altri e apparvero improvvisi
alla bocca della cisterna. Pagano, al quale sorpreso mancò
forse il modo di opprimerli, si ricoverò nel piano di sopra,
trasse la scala e dall’alto scagliò sui nemici dardi e pietre, ma
con poco effetto. Braccio, avuto notizie dell'avventura, ordinò
di ammucchiare nell'androne della torre paglia bagnata ed
altre materie più atte a dare fumo, che fiamme e fece git-
tarvi fuoco, sperando, che i nemici affogati dal fumo, avreb-
bero ceduto; ma s’ingannò, chè furono molestati i suoi. Se
per questo mezzo non ebbe effetto îl suo disegno, l'ebbe per
altro modo.
Braccio aveva comandato, che ni primi segni del fumo i
soldati dovessero fare rumore e levare grida e voci allegre,
come per ottenuta vittoria: Pagano udita lu gazzarra, visto il
fumo, credette, che era per andare in fiamme, e fece discendere
un suo nipote per fare proposte di resa. Come Braccio lo vide
gli gridò fieramente: che vuole codesto tuo grande Pagano?
Rispose il giovine, che era disposto a cedere le torri per dieci
mila ducati. Ho dunque guadagnato la metà, disse Braccio,
che si fece arrecare le lettere sorprese e gliele mostrò. Le
conosci? domandò: or va, difendi il castello, farò impiccare te
e tuo zio, se prestamente non deporrete le armi; vi farò squar-
tare e appenderò le membra alle torri. Rendetevi ora e vi do
la vita. Voleva il giovine dargli le lettere di Pagano, ma Braccio
x00gle CORNELL UNIVER
208 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1421)
lo cacciò. Tremò il Castellano, come udi le feroci minaece del
Condottiero, domandò di parlamentare, e Braccio mandò a
dirgli, che oramai non erano più mestieri parole; cedesse il
castello, ed avrebbe solo tolto un fiasco di vino e un moggio
di frumento. Pagano, al quale tardava di uscire dall’ impaccio
e dal pericolo, udendo quelle condizioni, che non aspettava,
mise le scale ai veroni, calò le sue ricchezze, discese egli, ne
enricò alquanti asinelli e si parti (1).
Fatto questo, Braccio propose di occupare Nocera, ma Muzio
Attendolo n'ebbe avviso e mandò Micheletto e lo Bozo da
Siena per difenderla e quegli restò in Capua. Volse ogni cura
al bene di questa città, confermò privilegi, levò edifizii, fece
lastricare lo vie con mattoncelli (2); ma questo uomo disposto
da natura a grandi fatti, mostrò in quel tempo il difetto del-
l'indole, Narrano, che il sorriso, quando balenava sul volto di
lui pensieroso, era indizio di vendetta e di crudeli intenzioni.
A Santa Maria, come ho raccontato, aveva fatto prigioniero
Tannuccio d' Itri, il quale per lo innanzi aveva militato con lui
e poi l'aveva lasciato, or lo aveva tenuto seco con apparenze
‘benevoli, ma un di sorrise e lo fece impiecare (3). E continuava
le pratiche col ‘Tartaglia non tanto secretamente da non appa-
rirne gl’indizii; era manifesto, che egli trattava crudelmente i
prigionieri sforzeschi, era benigno con quelli del lavellese, li
rimandava franchi e con doni di vesti, di armi, di cavalli (4).
Muzio Attendolo, che non perdeva di vista il Tartaglia, forse
per avere più chiare prove del tradimento, lo lasciò ad Aversa,
ed egli andò agli alloggiamenti di Benevento (5).
(1) Campano, 507 0 seg.
@) Camaso, Lc.
@) Minori, 200.
(4) Caneano, 592.
©) Mixuri, 209 e sog.
oogle :
II
Martino V manda a Napoli il Cardinale di S. Angelo per
mettere pace. — Trattative inutiti. — Disordini nelta Campania.
— Assedio di Acerra. — Lo Sforza sorprende il Tartaglia, infido. —
Rinaldo degli Albizzi e Michele Castellani oratori di Firenze
fanno pratiche per una tregua. — Acerra è consegnata al Papa,
Ed intanto Alfonso signoreggiava in Napoli: provvedeva alle
cose della guerra, regolava le bisogne dello stato, spendeva
denaro suo e della regia tesoreria, studiava di procurarsi l’ ami-
cizia dei baroni con la promessa di grandi beneficii, li acca-
rezzava. Nel regio consiglio non prevaleva più la voce di
colore, che per lo passato avevano raggirato la Regina, i quali
con dolore videro, che avevano richiesto un ausiliare, ed era
venuto un padrone: gli stendardi aragonesi ventilavano sulle
castella, le galere catalane torreggiavano nel porto. E mentre
essi si rodevano dentro e si pentivano, il Re operoso ed audace
si adoperava a levarsi dinanzi gl’impedimenti. I maggiori
venivano da Martino V, il nemico più potente e pericoloso,
dal quale molte cose pretendeva e niente gli era concesso. Il
Papa allora, vedendo, che i rumori del regno potevano rompere
i suoi disegni, senza togliere autorità al Cardinalo di S. Adriano,
che era in Aversa con Luigi III, deliberò di mandare al Re
ed alla Regina Pietro Cardinale di S. Angelo per trovare modo
di mettere pace, o almeno di ottenere una tregua (1).
(1) RarwaDo, ad an., 530. Le bolle pel Cardinale di S. Angelo furono spedite
2°17 settembro 1420. Il Raynaldo lo dice « patria aragonium »; nel Ciucconio-
Oxnomn, Il, 746, leggesi, che Pietro Fonseca, lusitano, era stato creato Cardinale
dal titolo di S. Angolo in Foro Piacium da Benedetto XIII. Morì a' 20 agosto 1422.
14.— Fanactia, Giovanna Il d'Angiò.
oogle esuli ue
210 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1421)
Poichè le vie erano piene di poricoli, gli convonne di met-
tersi in mare e giunse in Napoli agli undici di ottobre. Discese
al molo, fu solennemente accolto, ed Alfonso istesso andò ad
incontrarlo © fargli onore; cavalcò per la città sotto îl pallio
€ discese alle stanze assegnategli dalla Regina all’ Incoronata
sulla piazza delle Correie. Cominciò a trattaro della pace, andò
ad Aversa a persuadere Luigi III, ma nè con Alfonso, nè
con l’Angioino veniva a capo del proposito, e dall'uno e dal-
l’altro era male udito, onde miglior partito gli parve quello
di tornare a Roma (1); e s'erano tanto intristite le condizioni
delle terre nostre, che il ritorno era più poricoloso della venuta.
1 soldati sforzeschi, bracceschi, aragonesi, le masnade dei
baroni annidate nelle vicine castella, le bande di malandrini
tenevano la campagna, correvano le vie, svaligiavano e ucci-
devano chiunque veniva loro innanzi, senza rispetto d'autorità
e di condizione. Neroccio di Montalcino, oratore della Signoria
di Siena, fu svaligiato presso Gaeta. Nè pericoli minori s'incon-
travano per mare, perchè gli amalfitani, i capriotti e altri
d'altre terre sulla marina con fuste armate pirateggiando
andavano în cerca di prede, onde per navigare sicuramente
occorreva una galera (2).
D'altra parte Alfonso aveva mandato per Napoli un bando,
col quale vietava ai padroni delle galere, snettie ed altri legni
d'imbarcare gente forestiera, pena il capo e il legno arso.
I napolitani vivevano a grande disagio, i mercanti fiorentini
levarono il traffico, chiusero i banchi (3) e tanta era la rovina
e la disperazione, che messer Neroccio a' 9 di novembre 1421
scrisse alla Signoria di Siena: « Signori mici, e' si vole con
grande avvertenza provvedere a mantenere la nostra santa
(D) Farasuta, Doc. senesi, XIL. De Tewtemais, cop. XXXVI, 38.
{2) Michelo de Castellanis © Rinaldo degli Albizzi oratori fiorentini a° 28 di
ottobre la Gaota scrissero alla Siunoriu: € Et avisamovi, che pensavamo mandaro
una saettia a Napoli per una gulea, perchè per legni piccoli noa si va sicuro: e
cori è la voriti: porò cho quosti da Csstollauare del Volturno prosso a qui
trenta miglia e quelli della costa d'Amalf, o quelli dell'isola di Capri e più
allri hanno certe fuste armate # fano de’ dauni a chi va senza bonissimo prov-
vedimento >. Commissioni di Kivatvo EGLI Aterzzi, I, 326, n. 260.
(3) Restò aperto solo il banco di Gasparo Bonciaai. Doc. Senesi, XII.
Google CORNELL'UNVERSIT
(1421) LIBRO QUARTO 211
libertà, chè io veggo qui cose tali, che î napolitani non vor-
rebbero esser nati » (1).
Ed era, più che le altre regioni del regno, agitata, sconvolta
quella, che il Liri bagna ai confini. Poichè Braccio ebbe sac-
cheggiato e disfatte le terre della Badia di Monte Cassino
e andò a Capua per provvedere ai fatti suoi, restarono le genti
sgominate; chiunque osava, ed era fornito d'una lancia o
d'una spada, comandava, nè Abate, nè Regina, né Pontefice
avevano autorità in quel pnese. Da prima levarono il capo gli
audaci, la gente rotta a mal fare, dipoi al primo rigore del
verno il freddo e la fame aizzarono i villani, i quali, riuniti in
compagnie, sì misero ad andare attorno rubando, Incendiando,
uecidendo dove trovavano prede e gente sfuggite alle rapine
ed alle uccisioni di coloro, che li avevano preceduti.
I banditi, avidi di bottino, desiderosi di vendette, accorrevano
daogni parto, rafforzavano le compagnie scellerato, aumentavano
i delitti; i soldati, i conestabili, gli ufficiali mandati nelle terre
per reprimere la mala gento, toglioggiavano, rubavano, ammaz-
zavano peggio di loro. L'Abate Tomacelli, chiuso nella Badia,
dal sommo del monte vedeva la tempesta, che s'era sgroppata
per la valle, e aspettava il tempo di’ riacquistare il perduto;
ma aveva nemici intorno d'ogni parte. Cicco Bianco era fra
essi il più audace e pericoloso. Conestabile di fanti stanziava
a S. Lucia, una terricciuola posta in una valletta chiusa, selvosa
a piedi del monte Cairo poco lontano dalla Badia, e aveva
messo gli occhi sopra l'Abate, ma non poteva sorprenderlo,
perchè Montecassino, cinto di mura afforzate da torti, aveva
più apparenza di rocca, che di tranquilla stanza di cenobiti :
usò il tradimento.
Un chierico molto caro al Tomacelli, corrotto da lui, la notte
del 29 luglio 1422 apri le porte della Badia, e mise dentro il
Bianco, con soldati perugini, la peggiore gente di S. Lucia, e
fuorusciti di S. Elia. Fecero rumore: l'Abato si giò giù del
letto, e agl'indizii del pericolo, nudo discese per una botola,
saltò dalle mura, si cacciò nella selva della montagna pietrosa,
errò tutta notte e in sul mattino pervenne alla rocca Ianula,
(1) Faraotn, Doc. Senesi, XII
Google ri
21? GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1421)
posta a ravaliero di S. Germano, tutto graffiato e insanguinato.
Il castellano Filippo di Sicilia, come l'ebbe riconosciuto, fece
aprirgli le porte. Non restò în pace ed a lungo nella rocca,
perchè i sangermanesi si levarono a rumore, ed il castellano
lo cacciò; si ricoverò nella torre di S. Angelo in Theodice, ma
il Papa, reputandolo cagione di tutto quel disordine, comandò
gli fosse menato a Roma.
Restò Cicco Bianco signore di Montecassino, di Piedimonte
e di S. Lucia; S. Elia, Vallerotonda, Acquafondata e Veticuso
ubbidivano alla Regina; Cervaro fu saccheggiato ed arso da
Luearino, conestabile, che lo guardava; $. Angelo divenne un
covo di malandrini, e nelle loro mani cadde il De Tumulillis,
delle cui memorie spesso traggo profitto per questo racconto;
Cardito, dato in preda ed arso, restò disabitato; il Duca di
Sessa s'impadroni di Cucuruzzo, Braccio dî S. Pietro in fine e
di S. Vittore. Restò S. Germano agli angioini, che ogni dl si
azzuffavano coi soldati di Gilberto Fleres catalano, il quale con
trecento cavalli e duecento fanti stanziava in S. Elia. In nessun
luogo s’aveva la sicurezza della vita, e chi era sorpreso per
la vin era impiccato. E questo del resto avveniva în ogni parte
del regno (1). E torno a dire del Re Alfonso.
Questi già tanto pregato, desiderato, aspettato mon aveva
insino ad ora compita qualche impresa rumorosa; uomo pratico
della vita, ammaestrato - dagli errori altrui, aveva occupato le
castella e vi aveva posti capitani suoi e guarnigioni aragonesi,
aveva da baroni ed università ricevuto il giuramento di fedeltà
@ l'omaggio, s'era dato pensiero di fondare nel regno la sua
potenza, acciocchè l'adozione della Regina non fosse stata una
funzione di forma, come credevano gli stolti, che lo avevano
chiamato. Quando egli si vide în istato, deliberò di tentare
un'impresa; e poichè i napolitani vivevano a disagio, perchè
gli sforzeschi venivano fuori da Aversa e da Acerra audacissimi,
disertavano la campagna, e di ciò mormoravano, non volendo
cimentarsi intorno ad Aversa, terra popolosa, munita di forti
(1) Dr Tostvuius, cap. XXXVII, 34, Nell'ed, dei Notementi s°incontra
qualche inesattezza noi nemi doi luoghi: p. e. S. Angeli Introduci per S. Angeli
in Theodice, Reticunem per Voticutam te. Cfr. Togri, Stor. della Badia di
M. Cassino, Ediz, 1849, Ill, 139 0 sì
oogle CORNE ERSIT
(1421) LIBRO QUARTO 218
mura, di fossato e di castello, ben guardata, propose di assalire
Acerra. Fatti gli apparecchi occorrenti, domandò soldati a
Braccio ed egli stesso andò contro la terra con mille ducento
cavalli e fanti assai; la città di Napoli mandò mille balestrieri
comandati dai capi di piazza coverti di panciere e bello
arnese (1). Tutti dicevano, che Acerra era perduta; ma gli
sforzeschi non interruppero le scorrerie, ed era tanta la difficoltà
delle vie, che Alfonso a’ 4 di novembre mandò a Napoli otto-
cento cavalli per iscortare un carriaggio. E questo era tale, che
non se n'era mai più visto l’eguale: cinquanta carri con pietre
da bombarda, delle quali cento erano un terzo più grosse di
quelle, che la Signoria di Siena usava per la bombarda grande,
tre carri di lance da cavallo, molte botti con polvere da
bombarda, tre carri di scale d'un pezzo da venti scaloni,
larghi tanto da andarvi su due con carriole, un numero grande
di some da mulo e da cavallo con ferramenti di pali, zappe,
vanghe, palette, picconi e vele per farne tende (2). La terra in
pochi di fu tanto stretta, che non vi sarebbe entrato un cane,
ma Pietro Orilia, che aveva preparata la difesa, non si sbigotti,
e catalani e bracceschi un di dallo stesso Re condotti all'assalto
per sorpresa, gagliardamente furono cacciati indietro. E per
Alfonso la rotta fu amara, perchè aveva condotto i catalani
delle galere per la scalata e li vide respinti e gittati nel fosso.
Ordinò l'assedio.
Il Tartaglia, che da prima aveva con molto danno molestato
i carriaggi del Re, deposta l’usata baldanza, ora rimaneva
inoperoso; questo dispiacque a Muzio Attendolo Sforza, che da
Benevento guardava Micheletto ed Ardizzone da Carrara, i
quali non erano senza brighe nella Puglia (8) e non perdeva di
vista Aversa ed Acerra. Raccontano, che în quel tempo abbia
avuto prove certe della mala fede del Tartaglia. Si parti da
Benevento con quattrocento cavalli e andò ad Arienzo a messer
Marino Boffa (4) poi di notte, senza rumore corse ad Aversa;
() Doe. senesi, XII (I Doc. sen., ivi.
@ bri.
() Nel Minuti, 270,971. Si leggo male: arzo. Messer Neroccio da Montalcino
atferma, che in questo tempo Jacopo Caldora si trovava in: Aversa con Luigi
Doc. Senesi, XML.
214 GIOVANNA I D'ANGIÒ (1821)
riconosciuto, gli furono aperte le porte, alle quali pose fide
scolte, circondò di soldati la casa del Tartaglia, lo sorprese nel
sonno, € faîtolo pigliare, lo cacciò nelle prigioni, affidando la
guardia a Cola Quarto sindaco della città ed uffizialo del
Papa, perchè quegli era barone della Chiesa pel contado di
Tosennella (1). ì
Levatosi il timore del tradimento, Muzio Attendolo si studiò
di soccorrere Pietro Orilia. L'impresa era difficile, ma scelse
a questo efetto tre suoi capitani arrisicati © gaglirdissimi:
Pedrino degli Attendoli, Bertuzzo de’ Corsi da Cotignola e Santo
Parente: mise a piedi settanta uomini d'armi, li affidò ad essi
e li ammaestrò come di notte dovessero attraversare gli accam-
pamenti nemici. Feeoro come erano stiti ammaestrati è non
avvertiti, senza danno, entrarono in Acerra. Intorno a questa
intanto i catalani scavavano fossi, levavano bastioni, costrui-
vano trabuechi c collocavano bombarde di tanta gittata, che
le pietre oltrepassavano prima e seconda cinta di mura; e i
difensori animosi contrapponevano rivellini, bertesche, terra-
pieni, e fucevano guardia diligentissima, Or Muzio Attendolo
e Luigi III, che molestuvano i nemici per n campagna, delibe-
rarono di sorprendere îl campo del Re, tennero avvisato Santo
Parente del disegno e del giorno stabilito; ordinarono, che
sentito il rumore dello armi, dovesso co’ suoi useire dalla terra
e percuotere i catalani. Vennero dunque di notte a tre miglia
da Acerra, ma il Re, che aveva avuto sentore del loro proposito,
mandò ad incontrarli don Giovanni di Ventimiglia con soldati
a piedi ed a cavallo. Come questi pervennero al ponte di
Casolla, videro, che l’avevano già passato alquante bande sfor-
zesche, e cominciarono a fare battaglia; don Giovanni però, non
potendo tener fronte alla moltitudine dei nemici, mandò per
aiuto al Re, che gli spedì Je compagnie catalane ed aragonesi
reputate più valorose, ed i cavalli di Nicolò Piccinino. Muzio
Attendolo allora reputando ogni sforzo inutile, richiamò i suoi
dalla battaglia e li condusse ad Aversa.
(1) 11 Caupano, 602 serivo, che il Tartaglia fu sorpreso in un convito. Se fos
stato resto non avrebbe avuto sentore della venuta dello Sforza? Nel 1428 trovo
Cola Quarto locotenento di Ronzo degli Ationdoli ia Bitetto o altro torro di lui.
Hog. Ange a 297, 140, Mania, 270,
s00gle «
(1421) LIBRO QUARTO 215
Santo Parente fece il dovere: calati i ponti nel tempo stabilito,
corse sui nemici, e restò a Jungo mischiato con essi a battaglia,
ma, avendo aspettato invano il soccorso, quando vide i suoi
stanchi e la giornata, che volgeva a sera, rientrò nella terra.
Dipoi l’aria rigida ruppe n pioggia stemperata: il Clanio gonfiè,
allagò i campi, guastò le vie, e gli aragonesi soffrivano di mal
animo il fastidio della pioggia e i disagi dell'assedio. Il Re,
che avova fatto tunto apparecchio por compiere celeramente
un'impresa, che andava per le lunghe, stabili allora di assalire
la terra d'ogni parte con tutte le sue genti: mandò Bernardo
de Centelles con una compagnia di balestrieri sotto le mura,
dove le bombarde avevano fatto breccia, per tener lontani i
nemici, e appresso (iuglielmo de Moncada con le ciurme dello
galere per la scalata, Braccio ed il Piccinino in luoghi oppor-
tuni. Dato il segno, mossero all'assalto, ma l'andare era malage-
vole pel terreno molle e i cavalli affondavano, onde ai cavalieri
parve miglior partito di scendere di sella per combattere a
piedi fra i balestrieri. Bernardo però non potette superare le
mura rotte, perchè l’Orilia e gli sforzeschi le difendevano
arditamente, Braccio e Guglielmo furono tenuti lontani con le
pietre, coi verrettoni, con ogni genere di saettume. Fu combat-
tuto a lungo dall'una e dall'altra parte con mirabile valore,
dai bracceschi e catalani per emulazione, chè exa presente il
Re: dai difensori per gli averi e per la vita, poiché il timore
del succo aveva messo nei cittadini tanto disperato coraggio,
che vecchi, fanciulli e donne andavano fra i soldati sommini-
strando armi ed altri argomenti di difesa. Guglielmo de Moncada
fu ferito, morirono Blasco conte di Passanito e altri prodi
cavalieri italiani, aragonesi e catalani. Raimondo come vide i
suoi stanchi e senza speranza di vittoria, li ricondusse agli
alloggiamenti. In questo tempo giunsero al campo ‘di Acerra
Michele Castellani e Rinaldo degli Albizzi oratori della Signoria
di Firenze alla Regina, al Re, al Principe Angioino. Il loro
Viaggio era stato malagevole, e pel pericolo dei pirati erano
rimasti a lungo in Gaeta, nè potettero partire prima de’9 di
novembre, quando il Re mandò loro la galera del Gargiolla (1).
(1) Commissioni di Rasatbo beati Atoizz, I, 231, n. 266, La lottora di Alfonto
novembre « in campo contra Nerram (Acerram) ». In
216 GIOVANNA IT D'AN
(1421)
Poichè per tante e continue guerre i commerci erano interrotti
ed i mercatanti avevano perduto denaro, la Signoria aveva
dato loro le commissioni d'andare prima a Martino V per mo-
strargli quanti incomodi, danni e pericoli venivano all'Italia
e alla Chiesa per la guerra di Napoli; poi alla Regina per
esporle i benefici della pace e supplicarla a levare odii e ran-
cori, poichè le arti pacifiche meglio che le armi, si addicono a
donna. Dovevano disporre alla pace il Re ed il Principe, persua-
dere Braccio, Muzio Attendolo ed il Tartaglia di Lavello, onde
si fossero adoperati allo stesso effetto. Avevano inoltre le com-
missioni di ottenere dalla Regina favori e compensi pei danni
dei mercanti, da Luigi III, chè Levasse le rappresaglie contro
i fiorentini in Marsiglia e da Alfonso in Maiorea (1).
Trovarono a Roma Papa e Cardinali bene disposti ai loro
desideri, ma compresero, che il compito loro era difficile.
Giunti a Napoli a'10 di novembre, visitarono In Regina, che
per isfuggire una moria era per andare alla Torre del Greco.
Ella rese grazie alla Signoria, li assicurò, che Alfonso era suo
buon figlivolo ed era disposta a fare ciò, che a lui fosse grato;
li persuase a visitare il Re e Braccio, che tenne avvisati
della loro venuta (2). Il di appresso salutarono il Cardinale di
S. Angelo, il quale non aveva fede în quelle pratiche di pace:
li confortò tuttavolta d'andaro agli accampamenti, dove ogli
si sarebbe recato, quando avrebbe avuto l'avviso certo della
pace (8). La Regina li presentò di cora e confetti, e quando a’ 12
partì per la Torre, gli oratori la accompagnarono sulla galera,
che doveva portarla, ma tornati all’albergo furono visitati da
Vito di Gragnano, il quale in nome di lei, în segreto, pregò Ri-
naldo degli Albizzi, di palesare a Ser Gianni tutte le pratiche,
che terrebbe col Ro (4). Non aveva dunque fedo nel caro figliolo.
A'15 di novembre andarono al campo, udirono la messa col
Re e poi, innanzi a lui, montato a cavallo, esposero le loro
essa fra lo altre cose egli dice: « pro aliquibus exercitii
campo partem salis magnam gentium galearum nostrarum in
(0 Ivi, L 334, n 271,
© li, 335.
(9) bri.
(0) tn, 336, 897.
oogle :
(1421) LIBRO QUARTO 217
commissioni, ma non ebbero agio di stare a lungo: sulla sora
egli mandò ad avvisarli, che avrebbe trattato della pace udita
la Regina (1), e poi fece saper loro, che a questo fine aveva
deputato Braccio, Ser Gianni, Cristofero Gaetani, Michele de
Naves ed altri. Occorreva intanto di udire il Cardinale di
S. Angelo. Andò questi agli accampamenti © con lui i deputati
del Re e gli oratori proposero una tregua di venti giorni fra
le genti del Papa e Luigi III da una parte, e quello dol Re e
della Regina dall'altra nella provincia della Terra di Lavoro,
salvo Acerra assediata (2); e ne fu data notizia al Cardinale
de' Fieschi legato pontificio, che era presso il Principe în
Aversa. Questi non si mostrò avverso. alle proposte, voleva
però, che nella tregua fosse compresa l’Acerra. E gli oratori
si studiarono di levare di mezzo le difficoltà, ed in questo
farono favoriti da Braccio tra per la sua amicizia co' fiorentini,
e perché voleva disbrigarsi per maggiori imprese. Riuscirono nel
proposito, ed il Re trovò modo di uscire dagl’ impacci. Ai 23 di
novembre era egli a cavallo in un vasto prato, circondato da
baroni e cavalieri, dal Cardinale legato e dagli oratori fiorentini,
e; voltosi a questi, disse, che era contento si facesse la pace,
voleva però dal Pontefice guarentigia pel Ducato di Calabria
per le spese sostenute, e si sarebbe partito da Napoli, quando
Luigi ITI sarebbe tornato a casa sua: regnasse la Regina finchè
vivesse, rimanesse sospesa l'adozione vivente ella, morta dovesse
farla il Papa. Le differenze del regno, dei capitani, de’ fuorusciti
e dei ribelli sarebbero rimesse al Santo Padre, a lui, agli oratori
fiorentini (3). Le proposte del Re erano sottili, ingannevoli; a
Luigi INI altra facoltà non era data, che di andarsene; îl Car-
dinale le approvò e restò ferma ln tregua con grande dispetto
del principe Angioino e de’ suoi baroni Giorgio de Ale
mannia conte di Buccino, Ottino Caracciolo, gran cancelliere,
“Tristano de la Faille, grande siniscaleo, Nicola di Perigaut;
anche il Cardinale dei Fieschi si dolse di quello di S. Angelo (4).
Le condizioni dell’Acerra intorbidavano le pratiche: Alfonso,
(1) ri, 397.
©) hi, 338.
(8) Ini, 312, 344, 346.
() Di, 340, n. 258, 300...
Go gle omne al
218 GIOVANNA Il D'ANGIÒ 1421)
che era andato con tanto apparato ad assediarla e combatterla,
e non aveva potuto averla, la voleva: non volevano cederla
gli sforzeschi, i quali l’avevano difesa con tanto valore. Infine
Muzio Attendolo fu contento, che si assegnasse al Papa (1).
Egli però usciva da tante brighe mezzo disfatto, senza trovare
chi avesse sborsato le paghe de’ suoi soldati. Ottennero gli
oratori di Firenze, che fossero levate le offese.
Alfonso affidò l'esercito a Braccio, il quale voleva partirsi
dagli alloggiamenti, perchè c'era moria di cavalli, ondechè fu
affrettata la conclusione delle pratiche: l'Acerra fu assegnata
ai cardinali di S. Adriano e di S. Angelo, e a questo modo
ebbe fine il memerabile assedio (2). Il Re fece bandire e pub-
Dlicare in Napoli la tregua, e quando tornò nella città, una
grande moltitudine di popolani gli uscì fncontro con le palme
in mano, gridando: pace, pace (3).
€) ivi, 852.
(8) Ivi, 347.
69) Ivi, 371.
Google omne
IV
Nuove pratiche e partenza degli oratori fiorentini. — Ottino
Caracciolo combatte gli aragonesi. — Supplizio del Tartaglia. —
Guerra condotta da Francesco Sforsa nella Calabria, diserzione
de suoi capitani.
Rinaldo degli Albizzi e Michele dei Castellani s'erano abil-
mente disbrigati delle loro commissioni : la tregua s'era fatta,
avevano ottenuto dal Re e dal Principe lettere, che levavano
lo rappresaglio contro i fiorentini in Maiorca ed în Marsiglia;
ma perchè in quel tempo Filippo Maria Visconti, traendo
profitto delle discordie cittadine, volgeva i cupidi sguardi a
Genova, la Signoria di Firenze, temendo la vicinanza di lui,
volle, che i suoi oratori persuadessero il Re alla pace coi
genovesi. Alfonso si mostrò disposto a secondarli, ma non
poteva obbligarsi di fare patto, perchè allora il Maestro di
Montesa, capitano generale delle sue galero, facova in nome
suo certi trattati col Duca (1).
Allora gli oratori deliberarono di partirsi; sulla sera del di
4 di decembre Rinaldo mosse per Capua; Michele si mise per
altra via, perchè aveva profferito dure parole contro Muzio
Attendolo e temeva d’incontrare gli sforzeschi. Avvenne ciò,
che egli aveva sospettato: Rinaldo a due miglia da Capua vide
uscire dagli agguati gente armata, la quale circondò i famigli,
li percosse, li svaligiò; dipoi si fece innanzi Muzio Attendolo
con l’elmetto in capo e la spada nuda in mano. Domandò dove
(1) Miwuri, 271. Facio, 23 è seg. Zuatra.
Google CORNELL UNVER
220 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1422)
fosse Michele, e udito da Rinaldo, che era rimasto in Aversa,
si richiamò di lui molto, si dichiarò buon servitore della
Signoria, ordinò, che gli fosse restituito ciò, che gli era stato
tolto. E questo fu fatto a grando fatica (1).
Restò l'Acerra nel potere dei Cardinali, Braccio andò a Capua,
lo Sforza malcontento a Benevento, Luigi INT a Roma. La tregua
tuttavolia non pose fine alla guerra nella Terra di Lavoro,
perchè non s'era provveduto alla sorte dei fuoruseiti e dei
baroni ribelli, i quali, aforzati nelle loro castella, rimanevano
con le offese. Non affranto dalle avversità, non impaurito dalle
armi di Braccio e del Re, Ottino Caracciolo durò solo nella
lotta contro di loro; aveva accozzato trecento fanti nel suo
castello di Maddaloni e faceva guerra con dispetto e danno
dei nemici. Né Braccio, nè il Re potettero domarlo: Alfonso
rodeva dentro e quando nelle correrie pigliava i soldati di
lui, li mandava alle galere, © Ottino ai catalani cd aragoncsi,
che sorprendeva, faceva mozzare le mani ed il naso, cavare
l'occhio destro e così sconciamente mutilati li rimandava al
loro signore (2)
Fu fatto intanto îl processo ad Angelo Tartaglia di Lavello.
TTorturato, confessò la colpa: fu condannato nel capo, che gli
fu mozzato nel mercato vecchio di Aversa. Questa fu la fine
di quell'uomo baldanzoso, mutevole, audace, buon soldato sotto
eccellente capitano. Le genti d'arme, le quali militavano con
lui, non vollero fare condotta con lo Sforza, e a squadra a
squadra andarono a Braccio; e per questa defezione fu molto
assottigliato l'esercito di Luigi III. Il Papa riacquistò al patri-
monio della Chiesa Toscanella, Sutri, Moncaldo, Camino e
Grottola (3)
Nello stesso tempo si combatteva nella Calabria una guerra
più incerta ed infidi. La conduceva per Luigi III il conte
(1) Ivi, 357.
(2) Facio, lib. II, 27.
(8) Il Facto, seguito dallo Zurtta, I. c., 149, ed il Cotenucero, ed. cit, 316
pongono la morte del Tariaglia dopo l'assedio dell'Acerra © fanno bene, Fra lo
spese dell’ambasceria di Rinaldo degli Albizzi leggesi : « A di 27 (novembre 1421)
ad Aversa ai trombetti del Tartaglia carlini 3: tosconne a me Il. o. tol. 12,
den. 6 ». Commissioni, cit. 381. Cfr. Mixuri, 270. Diurn. di Montel. 76. Cowio, TAI.
Cniventi, 712, Campano, 602,
signs Google ORNFLLUNVERSI
(1422) LIBRO QUARTO 221
Francesco Sforza con grande prudenza, perchè non doveva
lottare solamente con l’esercito del Re, ma anche guardarsi dalla
mala fede degli amici. I capitani, che il padre gli aveva dato
compagni, cominciarono ad udire quelli del Re, a diffondere voci
infauste, a mettere în mezzo pretesti; affermavano che Muzio
Attendolo era morto e si disposero a lasciarlo, perchè erano
mancate le paghe. Aveva il Conte posti gli alloggiamenti tra
Cosenza e Rende, non lontano dai nemici, e la vicinanza favo-
riva il tradimento; Pelino da Catignola fu avvisato della congiura,
ma i capitani compagni pigliatolo in sospetto, lo costrinsero a
giurare, che non avrebbe palesato il fatto. Combattuto dalla
religione del giuramento e. desiderando di scansare il danno
del Conte, un di andò a trovarlo e lo pregò di cacciarlo nelle
prigioni, di metterlo alla tortura, e chiedeva questo per avere
occasione di rompere il giuramento. Non stette a udirlo il
Conte, che tra poco vide d'aver agito a suo danno: Taliano
Furlano, Cesare di Martinengo, Federico Tedesco ed altri capi-
tani si partirono da lui e fecero la condotta con Giovanni
d'Ixar vicerè d'Alfonso. Di ciò il Conte tenne avvisato il padre,
gli chiese aiuti, e per aspettarli si ridusse a Rende. Quando
Micheletto degli Attendoli gli menò quattrocento cavalli, egli
con questi, la gente, che gli era rimasta fedele, ed il soccorso
di Ludovico Sanseverino, che aveva messo a guardare Co-
senza, corse sopra i nemici, li disfece, e prese prigionieri i
capitani infidi. Raccontano, che Muzio Attendolo mandò a diro
al figliuolo, che li facesse impiccare tutti, ma il giovinetto li
perdonò e riammise nel suo esercito. Muzio Attendolo, avuto
notizia di ciò, che era seguito, disse, che questa volta il figlivolo
n’aveva saputo più del padre (I) +
(1) Misuri, cap. XXVII, 226, 227. Cap. XIIIK, 237. Sisoneta, lib. I, ca
Go gle ( E
Origiral fom
CORNELLUNIVERSITY
Incomincia la discordia tra Alfonso e Ser Gianni. — Per ta
peste di Napoli la v. Corte fugge prima a Castellamare, poi a
Gaeta, — I fiorentini per timore del Duca di Milano assotdano
Braccio. — Incontro di Braccio con lo Sforza. — Quenti visita Re
e Regina in Gaeta. — Tucontro e trattative di Alfonso col Cardinale
di $. Angelo in Terracina. — Sforza cede Aversa al Re, — Patti
fra Re, Begina e Sforza.
TI resto dell'inverno e la primavera dell’anno 1422 passarono
fra nuove proposte di tregua, aspettazione di pace, apparecchi
d'armi. La condizione delle cose era questa: Martino V lieto
di aver riacquistato molte terre della Chiesa, temeva, che
Alfonso, non secondato no’ suoi propositi ambiziosi, ravvivasse
lo scisma nella Spagna e gli mandasse contro l'esercito di
Braccio; Luigi III, povero, aspettava aiuto da lui; Muzio Atten-
dolo in Benevento arrovellava, vedendosi con poca gente, male
in arnese e senza denaro; Alfonso signoreggiava, della Regina
poco conto si faceva; Ser Gianni, quasi spodestato, era reputato
uomo di mali consigli (1); Braccio, il quale per grandezza di
animo avanzava tutti, viveva a disagio nelle stanze di Capua,
Adusato a combattere per sè, impaziente di soggezione, non
sapeva acconciarsi ad essere secondo nel regno. E gli era a
cuore l'acquisto dell'Aquila. I fuorusciti della città di Castello
gli diedero l'occasione di rompere gli ozii di Capua, perchè
gli offrirono la signoria della terra loro.
Nella primavera si mise la peste in Napoli, e vi furono morti
() S. Antonmo, par. III, tit. 22, c. 7, $ 5, 6.
Google rina
224 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1422)
assai: il Re, la Regina, la regia Corte fuggirono a Castellamare
di Stabia. Alfonso, al quale era ignoto l’ozio, mandò i suoi
soldati al Piano di Sorrento, e tolse agli angioini Sorrento,
Vico e Massa; guarni con le sue genti quelle terre e le tenne
per sè, conquistate. Ser Gianni ed i consiglieri regii si rode
vano: il Re faceva, disfaceva, trattava, combatteva, acquistava,
senza rispetto della Regina; i raggiri, le arti cortigianesche
avevano perduto vigore, il pentimento veniva tardî, si svela-
vano gli astii fino allora celati.
La paura della peste cacciò da Castellamare la regia Corte,
che cercò più sicuro rifugio e salubre asilo in Gaeta (1). Colà
apparve la discordia palese; il Re alloggiò nel monastero della
Trinità (2), la Regina e Ser Gianni da lungo nel Castellone
di Gaeta (3).
Dove il .monte Orlando, che sovrasta Gaeta, volge a ponente,
(1) Ecco il sunto di alcuni diplomi per l'itinerario della r. Corto in questo
tempo. Napoli Castelnuoro, 15 aprile 1422. La Regina spedisce il diploma di
grazia per Carluccio Seripando, riferito più sopra. Fase. Ang. n. 94, f. 26.
Castellamare, 19 aprile, La Regina riceve in grazia Cola Pizzulo di Roccasecca.
Fas. cit. £. 30. Ivi, 1 maggio. Monicuccio del quondam Nanni de Turro di Aquila
è nominato « eques passagerius ». Fas. cit. f. 4. Ivi, l giugno, A Pietro e Leucio
Palagano di Trani son donati i beni di Coletta Castaldo, Cola Piczaguere, Pietro
ludicis Nicolai, Cola di Angelo Risulo e Coletta d'Angelo di Traai ribelli. Fas. cit.
£. 38. Dai r. castelli di Ganyeri (?) presso Sorrento ai 13 di giugno 142 la
Regina conceesa a Taddeo Faraone di Gaeta oncia 12 sul fondaco e dogana di
Amalf.G. B. D'Abbosto, Sonvnario delle porgamene conservate nell'Arch. della
SS. Annunziata di Napoli, 39. Ai 17 di giugno 1422 «in Castriv in pla
contra Surentum » Alfonso confermò i privilegi di Campli. Patwa, Il, 158,
ed. 1901. Gaeta, 18 luglio. Artaldo de Luna conte di Caltabellotta è fatto dalla
Regina per 5 aani governatore e Viceré del Ducato di Amalfi. Carra, St, del
Due. di Amalfi, I, 607. Ivi, 20 loglio La Regina perdona i ribelli Leonetto e
Sansonetto de Gesualdo, Menga de Gesualdo Contessa di Mirabella e Colangelo
Aiello. Fasc. Ang. n. 94, £. 70 t
(2) 31 luglio. Dal Monastero della Trinità presso Gaeta. « A_ richiesta del
Sindsco dell'università del Castello di Cagliari Alfonso V Re d'Aragona approva
il eapitolo tendente ad impedire l'emigrazione dal castollo ete.». Sttvio Liepi,
L'Arch. Com. di Cagliari, p. 217, n 405. « La Regina et el gran Sinisealoo
stavano nella città remoti da una parte, et lo Re stava fora da la città, circa
due miglia, lunge da la città a la Trinità, Mixuri, 278, CRiveLLI, 713.
(8) Castellone or F Di là a'2 agosto la Regina spedi un diploma per
Filippo Ligorio. Ne riferirò tra poco îl tenore, Fase. Ang. n. 94, {. 74.
(1422) LIBRO QUARTO
una rupe altissima si squarcia dal sommo all’imo. Un masso
immenso, caduto dall'alto, infrenato dalla strettura dei fianchi
della rupe, sospeso fa naturale ponte, sul quale qualche eremita
edificò una chiesetta intitolata dalla $. Croce (1). In questa ora
si scende ad agio per una scaletta tratta dalla roccia a forza
di scalpello e sulla parete ho scorto le iscrizioni della « via
crucis» di lettera teutonica e certi «segni, che diedero occa-
sione a pie leggende: un tempo il luogo era sacro, pauroso.
Se il mare è tranquillo, gorgoglia sotto nelle caverne buie,
quando è agitato dalla tempesta, il fiutto si frange nella rupe
e un nembo bianco involge il sasso e la chiesa. Mirabile a
vedere; ed fo l’ho visto, visitando i luoghi, nei quali si svolse
il dramma dell’ istoria mia.
AI sommo della rupe nel secolo XI già torreggiava un mona-
stero di S. Benedetto (2), là si ridusse la magnanima Margherita
di Durazzo sola e povera a provvedere per riconquistare il
regno al tigliuolo Ladislao, e vi si chiuse Alfonso per trattare
di pace col Papa, studiare il modo di levarsi dinanzi Ser
Gianni Caracciolo, e meditare insidie a Giovanna II. Mandò
a Martino V il suo segretario Francesco de Ariîio, per trovare
modo d’acconciarsi con lui, poichè gli si mostrava in ogni cosa
inimicissimo e addi 8 luglio aveva spedito bolle pontificie,
con le quali ordinava ai governatori delle terre della Chiesa di
far onore a Luigi III, re di Gerusalemme e di Sicilia (3).
Ed era tutta l’Italia piena di sospetti e di ragiri. I fiorentini,
che erano vissuti in pace dulla morte di Ladislao, godendo
somma felicità con savio governo, vedendosi in tanto prospe-
revole stato, per provvedere alla sicurezza dei loro commerci
deliberarono di acquistare un porto per mettere in mare c
(1) Vha nel Gartota, Zist, 45. Cassinenziz, Il, 810, 821 una descrizione
del luogo, © riferisce dal Banono, An. 24, I, $ CXXIY, la pia tradizione, che
la montagna di Gaeta siasi squarciata alla morte di Gesù. Cita pi
Sarowoxits, Argumentum veritatis pro miraculo sncrae rupis in Christé morte
apertae. Pietro Rossetto, Breve ceserittione delle cose memarabifi di Gaeta.
Acosrini Laxruonaxi, Esercisii spirituali, ote, Gsnonimo E Cosraenas, Selvale:
Aventura, lib, VI, aîferma, chie la chiesa della Croce fu edificata da Agroste
cittadino di Gaeta.
(@) Gartora, ivi
@ Rarwatoo, ad an. 1422, VIII, 555.
15. — Famactia, Giovanna LI dl Angiò.
226 GIOV
NNA 11 D'ANGIÒ (1422)
ricoverare navi loro, chè per lo passato avevano trasportato le
mercanzie con legni d'altre città. Parve opportuno Livorno,
che era dei genovesi, e il Doge Tommaso Campofregoso, avendo
necessità di denaro, a’ 27 giugno 1421 l’aveva loro venduto per
cento mila fiorini. Questo dispiacque al Duca di Milano, il
quale, profittando delle discordie de’ genovesi, mandò contro
di loro il Conte di Carmagnola e alquante galere catalane assol-
date; all'entrata di novembre 1421 furono appagati i suoi
desideri, ebbe Genova. I fiorentini adombrarono, e più il loro
timore per la potenza del Duca crebbe, quando seppero, che egli
aveva fatto lega col Legato pontificio di Bologna, la qual cosa
non era certo avvenuta senza l'intesa del Papa, e che s'era
intromesso nelle brighe della successione di Giorgio Ordelaffo
signore di Forlì. Il Duca poi licenziò le galere catalane per
non offendere i genovesi, restò amico di Alfonso, e nello stesso
tempo per l'arcivescovo Bartolommeo della Capra, Pietro da
Montalcino e Racelo del Lauro di Bologna trattava per condurre
in moglie Maria sorella di Luigi INT. 1 fiorentini mandarono
oratori al Duca per richiamarsi, chè turbava la pace dell'Italia,
ed egli rispose: si fossero studiati essi di levare le discordie
del regno. Anche Alfonso freddo © sospettoso amico del Duca,
aveva mandato ambasciatori alla Signoria per gli effetti del pa-
rentado, che quegli voleva fare; i fiorentini però, che sapevano
vedere e provvedere a tempo, assoldareno Braccio con ottocento
lance e trecento fanti per due anni con due mila fiorini di
gaggio al mese, ed il Duca, il quale non aveva molta fede nel
Conte di Carmagnola, pet mezzo di Pietro da Montalcino prese
pratica con Muzio Attendolo Sforza (1). Ser Gianni © la Regina,
i quali sapevano, che Braccio era tutto d’Alfonso, per non
rimanere disarmati, fecero anch'essi allo Sforza proposte di
condotta, e le fece altresì Alfonso, al quale non conveniva
d'averlo nemico, partito Braccio. Furono quindi messi in mezzo
molti disegni di tregua e di pace. Di maggior momento furono
i trattati fra Braccio e lo Sforza, per provvedere insieme ai
fatti loro.
(1) Miweri, cap. XIII, 280, 281. 740. Buos1xeonrro, 126, Corto, 742.
Scu. Asiorato, ed. cit. V, lib. XVIIL, 64 Zonir4, 1. e. 150 t, Osio, Doc.
diplomatici, Il, 113.
Google comi
(1422) LIBRO QUARTO 227
Si parti Muzio Attendolo da Benevento e per la via di Tolese
andò a trovare Braccio alla selva detta dei Saccomanni in
Pietra Vairana (1). Mosse Braccio ad incontrarlo fuori gli allog-
giamenti co’ suoi capitani e una brigata di uomini d'arme;
memori dell’antien amicizia si abbracciarono e baciarono, dipoi
ragionarono dei fatti loro: Braccio mostrò i capitoli, che aveva
fatto con Nicola Orsini e Pedrino da Siena prima d’andare a
Viterbo, confessò il tradimento del Tartaglia. Poco sappiamo
di ciò, che stabilirono fra loro: Braccio persuase Sforza a fare
pace con la Regina ed Alfonso e a non partirsi dal regno,
senza licenza loro, nè andare con l’esercito di là dal fume
Pescara (2): questo confine aveva stabilito pel suo stato. Braccio
non rivelò allo Sforza i disegni suoi, nè ci è noto quale gua-
rentigia promise a costui pel patto; lo confortò ad andare
ad Alfonso per accordarsi con lui. In tanta povertà di notizie
risulta evidente, che Braccio non voleva trovarsi Innanzi lo
Sforza, l’unico capitano italiano, che potesse stargli a fronte
© rompergli i grandi disegni. Si accomiatarono amici ; tra poco
s’incontrarono nemici, e la misera morte d'entrambi pose fine
alle contese, alle ambizioni.
Ed andò Muzio Attendolo al castello di Pietra Vairana ospite
del Duca di Sessa, che gli concedeva în moglie la sorella
Maria. Fanciulletta ancora era ella stata promessa sposa a
Luigi IT d'Angiò nel 1395, e matura aveva sposato il Conte di
Celano, del quale le era nata una figliuola; e poichè il Conte
era morto, Muzio Attendolo, per avere il contado, faceva divisa-
mento di dare la fanciulla al figliuolo Francesco, ma anch'ella
(1) N Muwuri, 1. e, serive: «La preda do presenzano >. Presenzano è poco
lontano da Vairano: ho usato il nome, che trovo più spesso. La selva di Vairano
nei documenti del secolo XV, e specialmente nelle Cedole della Tesoreria dei re
aragonesi, si trova meazionata come luogo di accampamento delle genti d'arme.
2) Il Caupino, 608, sorivo: « Ergo accoptus în fidem Sfortia ot sicramento
aductus, regiis copiio praefectus est, cique ex foedere est impetratum ut neque
regno decederet iniussu Regis, Reginaeve, nequo trans Ateraum amnem, nunc
Piscariam vocant, exercitum traduceret. ls termins, is fini provincie suac
foret. Quippe extremos Samnitos, Aquilanos, Matercinos, omnemque montaneae
regionis traetum ad Picenum usque Brachio dono dedisso Reges fatabantur. Sunt
tamen, qui non dono datum scd pracsidio obtinondam cana prorinciam decretam
affirmant >. Braccio fu fatto vicerè di Abruzzo.
î Google one al
228 GIOVANNA Il D'AN
Ò (1422)
meri (1) ed egli si tolse la madre. Dato ordine alle bisogne
sue, menò Maria alla sua terra di Troia e lasciò nel campo
braccesco messer Benedetto da Firenze per fare con Braccio
lo ultime pratiche della concordia. Tornò poi al castello sulla
fine di luglio per le nozze, che Angiolella Marzana, altra sorella
del Duca; celebrava col conte di Montorio Luigi Camponeschi,
stettevi otto di e poi sopra una galera, che il Re gli aveva
mandata alla foce del Garigliano, si condusse a Gaeta (2). Visitò
la Regina, la quale, come lo vide, gli andò lietamente incontro:
ben venga il mio compare, gli disse, lo abbracciò, lo baciò, gli
fece festa. Andò poi a riverire Alfonso, e alloggiò con lui alla
Trinità. Faceva ‘gran vita e imbandiva larghi desinari ai cava-
lieri aragonesi, il Re lo trattava umanamente, gli faceva onore,
ma con l'animo chiuso, perchè aveva fede in Braccio, la qual
cosa fu avvertita da Ser Gianni, che ne trasse partito, e co-
minciò ad accarezzare il condottiero, si studiò di quetare i
vecchi rancori e Ia Regina lo secondava.
Veniva în questo tempo ad Alfonso il Cardinale di 5. Angelo
da parte del Papa, ed il Re andò ad incontrarlo a Terracina
con due galere e menò seco Muzio Attendolo. Ciò diede occa-
sione a molte dicerie: altri diceva, che il Re voleva pigliare
Sforza per mandarlo nella Catalogna, altri, che voleva fargli
mozzare il capo, ed altri infine, che erano pronte le catene ed
(1) Asnsraato, Famniglie nob. nap., parte I, 188. Suuwoxre, lib. IV, ed. Bulifon,
533, 540. Morto Muzio Attendolo, Maris Marzana sposò Cola Orsini nel 1429.
Reg. Ang. n. 377, £ 201 t Gli portò in deto Rocca d'Evandro a lei donata dal
fratello. Reg. cit, f. 205, t
(2) « Nelli anni 1422 x di nove di agosto el Conte di Montorio se ne menò
All'Aquila) la donna sua moglie, sorella carnale del Duca di Sessa ». Nicotò pa
Fonnova, Ant, M. VI, 808, I! Duca promise alla sorella dodici mila ducati da
pagarsi in certo termine: le diede intanto mille ducati ed assicurò il resto sulle
sue terre. Trascorso il termine pel denaro promesso le dieda le terre di Dragoni,
Baia e Marzacello nella Terra di Lavore. La Regina diede il suo consenso
#15 luglio 1430, Reg. Ang. n 377, £. 220. IL diploma « de assecuratione vas-
sallorum » trovasi ivi, {. 220 t. A 28 noverubre 1432 la Regina incaricò il giudice
Anrico dell'Aquila, il notaio Sabbatella di Sorrento, abitante nel castello di Baia
di fare l'inventario dei tre feudi per parte del Conte e della Contessa di Montorio.
Rog. Ang. 377, { 401. Oltre Maria, Angiolella 6 la Margherita tanto cara a
Ladislao, irovo Caterina Contossa di Mirabella sposata a Giovanni do Lantrico
con 000 once di dote. Reg. cit, £. 281, t
(1422) LIBRO QUARTO 229
un sacco per gittarlo nel mare, e gli maneò il tempo di farlo,
essendo già in veduta la galea del Cardinale (1): e non è vero,
perchè era necessaria la presenza del Condottiero per trattare
col legato del Papa.
Il Panormita poi narra, che navigando Alfonso da Gaeta a
Napoli con le sue galere, sulle quali era la Regina, Ser Gianni
e molti baroni, lo Sforza gli abbia detto: o Re, se vuoi, e devi
volerlo, or puoi ottenere il regno sicuramente, manda nella
Sicilia costoro, che navigano teco e regnerai solo. E il Re a
lui: sono venuto dalla Spagna per acquistare gloria non con
la perfidia, ma con la virtù e la costanza (2) E manco questo
è vero, perchè mai da Gaeta a Napoli navigarono insieme il
Re, Muzio Attendolo, la Regina e Ser Gianni, come racconteri
vero è bene, che di costoro nessuno aveva fede nell'altro, ciò
era apparente e diede occasione alle voci, che correvano. Alfonso
però aveva meditato quella perfidia, della quale i panegiristi
si studiarono di scolparlo. bi
Intanto a Terracina, innanzi al Cardinale di S. Angelo, Muzio
Attendolo promise di consegnare Aversa al Re, e la consegnò
col consenso del Papa e di Luigi III, questa fu certamente una
delle condizioni di molti patti; quali siano stati, non è noto.
Molto tempo dopo Alfonso dichiarò, come sarà raccontato a
luogo opportuno, che il Cardinale aveva fin le bolle, con le
quali papa Martino riconosceva di buon diritto l'adozione di
Giovanna II, ma pochi giorni dopo il convegno di Terracina
egli era morto e s'erano perduti i documenti dell'accordo e le
bolle (3). Quali patti lo Sforza abbia fatto poi col Re ignoro:
forse ebbe denaro per la cessione di Aversa. Nè sono noti i
capitoli, che fece con la Regina. Da alquanti indizii raccogliamo,
che ella gli ridiede la castellania e l'ufficio di cnpitano in
Manfredonia, gli confermò la signoria delle sue castella, ed
egli promise di esserle fedele, di ridurre all’ubbidienza i baroni
ribelli e di darle niuto, se ella lo avesse richiesto prima di
(1) Minori, 279. Giovio, de Vila Magni Sfortiae, ed. cit., cap. LVII
(@) De dictis et factis Alphonsi Regis, lib. Ill, 73,
(8) Il Cardlinalo di S. Angelo mori a° 20 di agosto 1422. Cracconto-ALboINo,
Il. 746. Zunira, lib. XIII 6. V, 158; lib. XIV, e. XXXII, 295 t. 0 e.
Google comin
230 GIOVA
ATI D'ANGIÒ (1422)
Alfonso (1). Fu dunque fatta una tregua, ma Muzio Attendolo
rimaneva più amico della Regina che dol Re; e come per lo
innanzi la lotta era tra Luigi III e la Regina, ora aveva prin-
cipio una contesa tra la Regina ed Alfonso. Questi furono gli
effetti della tregua di Gaeta e dei patti di Terracina. Muzio
Attendolo andò a Benevento e poi a Troia ad aspettare l'occa-
sione, che il Duca di Milano, il Papa, la Regina ed il Re gli
avrebbero offerto per riprendere le armi (2)
E in questo tempo scoverse le frodi del suo cancelliere messer
Benedetto da Firenze, il quale nei capitoli fatti con Braccio e
col Re aveva messo patti, che non erano nelle commissioni;
incarcerato non negò le sue furfanterie, stette nelle prigioni
quattordici mesi, e fu poi mandato libero per favore di Mar-
tino V (8). Intanto per consiglio di Muzio Attendolo molti baroni
si riconciliarono con la Regina, altri promisero di non fare atto
d'inimicizia; e furono: i conti di Pulcino, Caserta, Castrovillari,
di Arena, di Conversano, Antonello di Fuscaldo, Carluccio di
Lauria, Ruggiero di Rutigliano vicerè di Luigi II in Terra di
Bari, Luigi Sanseverino signore di Nardò e Copertino, Filippo
Filangieri, detto Prete, i conti di Popoli, di Alvito, di Archi,
di S. Valentino, il protonotario Zurlo, ed altri baroni minori (4).
D'altra parte Braccio avuto dalla Regina l'ufficio di gover-
natore d'Abruzzo, tolse commiato e andò con l’esercito a Città di
Castello (5); nel mese di settembre il Re cavalcò per andare
a prendere possesso delle città di Acerra ed Aversa; la Regina
e Ser Gianni si partirono da Gaeta per mare, e si recarono
prima a Procida, poi a Pozzuoli (6), sdegnati per ciò, che
faceva Alfonso. In queste condizioni di cose, deliberarono di
mandare un’ambasceria al Duca di Milano ed a Martino V per
querelarsi del Re, il quale, non contento della signoria del
Ducato di Calabria, s'era impadronito delle città intorno Napoli:
€) Crivent, 716.
(A) Cnivetu, 716.
@® Muun, LL e.
(8) Diurn. dî Monteleone, TT.
(©) .. «Rebus sic stantibus Brachius in Etruriam circiter Calendas aprilis
cum oxereitu rediit » serive il Campano, 606; l'epoca non è esatta.
(0) Diurn. di Montel., TT.
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(1422) LIBRO QUARTO 291
la Regina sospettava, che un di la pigliasse per mandarla nella
Catalogna (1). Quando sulla fine dell'anno la Regina deliberò
di tornare a Napoli, Alfonso le offri le sue galee, ma ella
preferì andare per tetra, e, per isfuggire le insidie, si condusse
ad alloggiare nel Castelcapuano (2).
() Zora, L e, cap. XVI, I51 1.8. Antosiso, 491. AnmiriTo, Opuscoli, Vite
di Giovanna II, 665. Dx Revstis, Chron, lurv. cit, 823
(2) Eeco il sunto di lcuni diplomi per accerta la cronologia. Dal Borgo
del Castellono di Gaeta a' 2 di agosto spedi un diploma per Filippo de Caria,
percetiore dell'ordine di S. Giovanni, spogliato d'ogai autorità da Filippello
de Ligorio e scomunicato con Ottino do Caris, signore di Copertino. Ordinò, che
nessun vescovo pubblicassa l'interdetto, però & richiesta di Filippello revocd
l'orlina ia Pozzuoli a 5 di novembre. Fase. Ang. n. 94, f. 74. Pozzuoli &
ottobre 1422. Morto Qunltirro Caracciolo senescallo del regio ospizio, quell'ufficio
fu dat» a Giovanni Dentice. Reg. Ang. n. 370, 1 15 Pozzuoli 15 ottobre 1428
terina de Sanseverino madre di Giovannantonio de Marzano duea di Sessa
Jacopo portò in dote molto castelle, che alla morte di
di i figlivolo volendo assicurarlo le nuo doti lo arsegaa
Alife, Rocca Mondragone o S. Angelo Raviscanian. La Regina dà l'assonto. Reg.
Ang. 376 £. 3. l'ozzuoli 21 ottebro 1422, Tommaso Caropepe di Catania è nominato
Razionalo della Sommaria. Fase. 94 cit., f. 72 1 Pozzuoli 26 ottobre 1422, Ad
i di Braccio da Montone fra Nîcola Sarracono di Capua è nominato Com-
degli ospedali di S Lamaro in tutto il regno. Rog. Ang. 376, f 20.
17 noverubro 1422. Trineio do Humaro console di Napoli a Mossina
rinuncia il consolato ad Angelo do Humano col consesso di Alfonso d'Aragona,
la Regina ratifica la rinuncia. Fasc. 94 cit., f.77 t. Porzuoli 21 nov. 1422. A Buecio
de Siena sono condonate le colletto ed altri pesi per le sue terre di Grumo e
$. Erasmo in Terra di Lavoro. li, £. 78. Pozzuoli 24 novembre. Azzarito Portinari
fiorentino avera esposto, che egli possedeva « casale sancti Antimi portium Averso,
magnificus Marinus Bolfa do Neapoli et magnifico mulier domiaa [obansella ».
Extendarda confisi in eoruna potenciem, l'avevano usurpato. La Regina provvedo
a forma de expolintis », Fasc. cit, £. 60. Pozzuoli 25 novembre. Diploma per
Oliviero signore di S. Mango « de assecuratione vassallorum ». Fasc. Ang. n. 9%,
£. 82. Cantelenpuano. di Napoli 28 decembre. Lettero di favore per Antonio de
Grapio moteio capuano, Reg. Ang. n. 376; [. 4 t Vi ha una grando scarsezza di
diplomi regii dell'anno 1422.
Original
CORNELL UNIVERSITY
VI
Il Re Alfonso imprigiona Ser Gianni, vuoi sorprendere ia
Regina nel Castelcapuano. — Muzio Attendolo corre in soccorso
della Regina. — Battaglia di Casanova. — Rotta degli aragonesi.
Restò Alfonso padrone della forte bastiglia del Castelnovo:
tra Re e Regina non avvennero atti d'inimicizia, ma gli astii
crano manifesti e glî animi diffidenti. Occorrendo a Ser Gianni
di conferire col Re intorno alle cose del regno nel Castelnovo,
per sicurtà della persona volle lettere autentiche di salvacon-
dotto con bello d'oro (1); Alfonso però con fronte alta, con
grande ostentazione di sicurezza, francamente, per dissimu-
lare i malvagi disegni, andava a salutaro la Regina; e per dare
un’apparenza pacifica e innocente agli atti suoi, ordinò feste,
giochi, corse di giostra; volle però, che queste si facessero alle
Correie, sotto le mura del Castelnovo. Giovanna richiese, che
fossero fatte a S. Giovanni a Carbonara sotto le torri del Castello
Capuano. L’Annalista della regia casa d'Aragona, narra, che
in quel tempo Francesco Arifio, oratore di Alfonso nella Curia
romana, lo avvisò di una congiura ordita per pigliarlo quando
andava alla Regina (2). Le voci della discordia si diffusero pel
regno, ma la Regina fece supere alle città demaniali, che erano
false. Ai sulmonesi scrisse: facciamo manifesto, che per grazia
dello Spirito Santo, dal quale il vero amore emana, fra noi ed
(1) Diurm, di Montel, 78.
@) Zunira, 1 e, 152. Facio, ed. cit., 30. Fragm. Mist. Sc. RI, S, XKIV, 1098,
Google
OVAN
234 di A 11 D'ANGIÒ (1423)
il figliuol nostro Alfonso furono sempre, e saranno în avvenire,
concedendo Dio, puro, sincero e perfetto amore, dilezione, con-
fidenza, pace, concordia, quali debbono essere tra madre ed
ubbidiente figliuolo (1).
E s'erano pacificati Re e Regina nelle apparenze ed avevano
rinnovato patti e capitoli di concordia, coi quali l’astuto Ara-
gonese acquistò quanto gli rimaneva a conseguire per essere
signore del regno. La Regina dunque gli confermò tutta l’auto-
rità, che già gli aveva trasferita, l’ampliò (2) con la facoltà di
fare grazie, concedere e donare feudi e beni burgensatici,
permettere vendite e permutazioni di essi; di convocare curie
e parlamenti di principi, duchi, conti, visconti, marchesi, baroni,
militi, terre e città di regioni a lei nemiche: di mutare leggi,
ordinanze pragmatiche, costituzioni municipali, imporre, esi-
gere, spender le collette, le funzioni fiscali, qualsivoglia denaro:
legittimare figliuoli bastardi e renderli atti alle successioni
feudali: coniare moneta di qualungue forma e peso: trattare
coi ribelli, perdonarli, restituire ad essi beni ed onori. Gli
concesse infine tutti i diritti regii senza condizione. Alla spedi-
zione del diploma furono presenti Ser Gianni Caracciolo, Malizia
Carafa, Giovanni Bozzuto, Roberto Bonifacio, Agostino Alante
da Pisa, Giovanni Arcamone, Jacopo de Griffis, Rainaldo Vas-
sallo © Angelillo di Capua segretario (8).
Mi meraviglio di trovarvi il nome di Ser Gianni, perchè
(1) Faraciia, Cod. Dipt. Sul
(@) .. € Ad illis (coucen
doc. COXXSII, 304: 30 aprile 1423.
magis (maius?) robur confirmacionem et in
omnibus incrementum concedimns smpliamus constituimus assignamos traddimus,
seu quasi traddimua damus codimus et in vos pleniasime tranaferimus ac penitus
transpertamuo ius avetoritatem ac plenissimam facultatem possequo uberrimum
exerciclumquo potestatis supra et infra insorte... ».
(8) Il diplonia è pubblicato nel Sommario delle pergamene dell'Annunziata
del Sig. D'Apposio, 246. V'è l'anno 1423 e l'indizione 1° mancano mese e
giorno. lo stimo, che fu spedito nel mese di aprile, perchè ha relazione con I
lettera dalla Regina mandata ai sulmonosi. Nol meso di maggio risomi
fra Ser Gianni ed il Re Il Giovio, V. Magni Sfortiae, XXXI,
Ser Gianni al Castelnovo, serive: « Eo tempore Alphonsus regnandi
avidus, neque probra famosse matris neque portentosam Sergiani potentiam ferre
poterat. Itaque folici astu, simulata argritudine, illeetam ob id Sorgianum, ac
officii causa ut decumbenti assideret, in arcom novam vonientem cuni universa
familia comprobendit ote.».
to ii
dell’ andata
oogle come Une
(1423) LIDRO QUARTO 295
contro di lui era specialmente volto il mal animo del Re. A' 29
di aprile aveva questi ordinato una giostra con rappresentazione
di misteri e fatto costruire un elefante smisurato con la torre
sul dorso, nella quale suonavano diversi Istrumenti e cantavano
uomini in apparenza d’angoli; disotto uscivano altri in abito
moresco, i quali si studiavano d’impaurire la gente, che traeva
a vedere. I partigiani di Ser Gianni lo stesso di avevano costruito
duo carri con fuochi e bombarde e attorno nd ossi correvano
trenta giostratori a modo di diavoli per combattere gli angeli
della torre. Quel di però morì Giosuè Caracciolo signore di
Conca (1), e pel lutto di Ser Gianni i demoni non uscirono per
le vie; se questo fosse avvenuto, le due bande si sarebbero
azzuffate. Ma non occorse di aspettare lungamente, perchè i
fatti rivelassero i disegni degli uomini
A' 25 maggio 1423 Ser Gianni Caracciolo, assicurato pel
salvacondotio dal suggello d’oro, andò senza sospetto al Castel-
novo: come fu dentro, levato il ponte, calate le saracinesche,
trovò prigioniero. Fatto questo, Alfonso con la gente, che
aveva in punto corse al Casteleapuano per sorprendere e pigliare
la Regina, ma un garzone di Gaspare Bongiani, il mercante
fiorentino, era corso ad arrecarle la. novella (2). E fu a tempo,
perchè ad un tratto si appresentò Alfonso con fanti e squadre
di cavalli. Il ponte era calato ed egli spronò il cavallo per
entrare, ma Jannotta di Capua, castellano, gli corse incontro,
e; afferrato il freno; ricacciò dietro il cavallo, cho ndombrò,
sdrucciolò, mandò il Re sossopra. Ed incontrò questi un grande
pericolo, perchè sfibbiatasi In celata gli cadde di capo, ©
(1) Giosuè Caracciolo comperò Conca dal Duca di Sessa nel 1419. Reg. Ang.
n. 377, £ 244. Di lui rimasero i figli Tristano e Luigi, ì quali nel 1429 recia=
marono alla Regina per le molestie loro arrecate per un territorio a_ Ponte
Albanito presso Troia. Reg. Ang. n. 377, £. 178. Cobella, figliuola di Giosub sposò
prima Mazzeo do Augella, poi Butillo de lodice, a di loro nacquero Rerterai
ed Ettoro; vedova la seconda volta posò Marino della Lagoncssa. Reg. Anz:
n 977, £ 388,
(®) Famaatta, Doc. senesi, 16. Grotiano Passano, 12, Nei Diurm. di Montel., 78,
leggasi: « Gaspar palzano (Bongiano) de Firenze, servidore do la detta Regina,
et de lo gran sonescalco, occultamente per un suo garzone mandò avisando la
Regina, ot tori suoi, che dovessero stare avisati, et lo gran sencscalco
era presono.
236 GIOVANNA 11 D'ANI (1423)
Giovanni Bardaxi, che gli era a fianco, lo covri della sua (1).
Il Castellano e i suoi difesero con le spade l’entrata del castello:
poi tra le grida e il tumulto calarono le saracinesche e dagli
spalti © dai veroni si misero a gittare pietro e dardi: Alfonso,
vedendosi scoverto e combattuto, per le vie del Mercato, si
ridusse co’ suoi al Castelnovo. Come le voci del pericolo della
Regina si diffusero per la città varie, incerte, ingrandite di
bocca in bocca, si commossero i napolitani e discesero per le vie
con mal animo; ma il Re li quetò prestamente, con un bando:
lì minaceiò della forca. Restò la città due di impaurita, impe-
rava Alfonso, la Regina atterrita era chiusa nel Castello Ca-
puamo. Deliberò il Re di pigliaria a forza; fece rompere e
. Zunra, 1 e. S. Anronio, Chron. INI, Tit. XXII, cap. VII, $ VI, 401,
Cum igitur una dierum Rex ad castrum seu
palatium Cipuanum, ubi regina residebat, accederat, quasi matrem risitaturus,
re autem vera eam honesto captivaturus.. Et cum jam equus, cui insidebat,
pedos priores ponere înciperet in ponte
super hoc fuerat edoctus nimis cito erexit pontem, exi
ascondisao. Quod rex perpendone, auspicatus insidia
velociter recurrens ad castrum nosu
Il PeLLEGRINO, Ma cit. della Bibl, naz, £ 15, travisa peggio il racconto.
Alfonso, dice, dopo di aver imprigionato Ser Giaani «ut solitum est, cum nd
matreni progrederetur fillius, pancis militibus comitatus, iamquo compedibus ea
sonsorat clientulam ess devinctum, ob qua armigeria oppidi capuani arcer et
menia latenter munire jussit, mogis ac magis dolens decopii jactura aut capcione
aut cederetur subigere natu. atque ab imperio avertit primogenitum esse
privatum. Post ubi vel quando pontis limen pade contigeret Rex doctis insidiis
alto elevantur postes, eo quidem dolo mycronem quem ipse deferebst ad latus
stringens. uni exeubiarum enput leto percussit. quippe laxis catenie ad exitus
se ponit exteriorea. Tum absconsi» insidiie. saxis... adque tormentis contre taotam
magestatem crimen obiectat haud verentor sub doli eorum ductorern offendere
improvisum. atqui fides hactonus illibata in superbiam austeritatemque se con-
vertit. Igitur cum medio discriminis videretar haud eximi pose, nuda dimicanto
cesarna. perventa lohannis de Rardarino elinpeo corvix tegitur. lam. multi
sequebantur regem, quorum guilliermus raymundi do monto cateno etate gravior
cum prefferret etsi vuluere percussus sevo minime committit suum regero tanto
auferri bello... »
Secondo lo scrittore cortigiano, imprigionato Ser Gianni, la Regina tram)
insidie contra Alfonso. Di questi fatti v' ha un insigne documento nel diploma
della Rogina, col qualo concedotto la città di Potenza a Giovaznello Zurlo conte
di S, Angelo, e riporterò tra poco fra le note,
oogle coR
1423) LIBRO QUARTO 237
sbarrare lo vie intorno ad cesso, appostò armati a Formello,
pose l'assedio.
La Regina, che vedeva questi apparecchi e non aveva modo
di difesa, si sovvenne di Muzio Attendolo, e mandò a dirgli,
che fosse venuto celeramente. Come l'avviso giunse al condot-
tiero, che alloggiava presso il convento di Mirabella, senza
frapporre indugio, parti di notte. Sulla via incontrò i corrieri
di Alfonso, che lo voleva per suo soldato; ma egli rispose, che
andava alla Regina, Ia quale prima l'aveva chiamato: tuttavolta,
se il Re avesse levato i soldati da Formello, e tolta ogni occa-
sione d'inimicizia, avrebbe interposti i suoi buoni ufficii per
la pace, Questo avviso non piacque ad Alfonso, il quale, raunati
quanti soldati aveva, pedoni, cavalieri e ciurme delle galere,
quasi tre mila, andò ad incontrarlo. Degl'italiani seguirono il
Re Francesco Orsini ed il fratello, Cola di Campobasso, Cicco
Antonio de Caris, e forse altri, dei quali non troviamo i nomi
nelle memorie antiche. La gente d'arme catalana ed aragonese
montava bei destrieri coverti di ricche gualdrappe, aveva armi,
corazze, cimieri ornati e lucenti.
Muzio Attendolo conduceva mille cavalli sfiancati, stracchi
dalla corsa e soldati male in arnese. A'27 di maggio riposò a Do-
gliuolo, dove Alfonso in risposta a ciò, che aveva mandato a
dirgli, fecegli sapere, che la contesa doveva decidersi con le armi.
Avanzò lo Sforza co' suoi squadroni sull’ora del mezzodi, e
#’ capitani, che gli domandavano il motto, levando il braccio
e additando i nemici, gridò: ferite i ben vestiti, i bene a
cnvallo (1), e corse sopra di essi. Erano questi divisi in quattro
squadre condotie da Bernardo de Centelles, e sostennero l'urto
virilmente, gli sforzeschi diedero indietro (2), e Muzio Attendolo,
come soleva fare nel pericolo d'una rotta, si cacciò con una
virtù disperata fra i catalani, e con l'esempio ricondusse i suoi
al dovere. Egli stesso affrontò Cicco Antonio de Cnris, che
portava lo stendardo del Re, lo abbrancò nel petto, gli levò
(1) Diurn. di Montet, 78
(2) Sallustio di messer Guglielmo da Perugia, che era a Roma il 1° di giugno
1423, riferì alla Signoria di Siena: Sforza aveva dato ordina che la prima
è la eoconda schiora es lassaasoro rapegnioro enderieto 0 cosi furono ». Panaotia,
Doc. sen, XV.
938 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1498)
l'insegna e lo trasse prigioniero. Aveva intanto mandato
Bertuccio, detto Seralia, el il gagliardo Santo Parente con
duecento cavalieri dietro gli orti murati di Casanova, ordinando
loro, che rotte le mura e fattosi il passo, dovessero riuscire al
fianco dei catalani; e li aspettava, quando coloro, che dalle
torri del Castello Capuano guardavano la battaglia, vedendo
gli sforzeschi travagliati, cacciarono alle spalle degli aragonesi
una compagnia di trecento uomini a cavallo e a piedi, tra i
quali furono molti napolitani, che avevano tolto lance e spade
per difendere la Regina (1). Ed ceco Santo Parente, fattosi il
passo, esce tempestando per costa i catalani, i quali, percossi
da ogni lato, vanno în volta e in fuga verso la città. Gli
sforzeschi li calearono alle spalle, e nella corsa disordinata ne
presero assai prigionieri. Furono tra questi cento ventisei cava-
lieri e baroni napolitani, siciliani, catalani, aragonesi, molti
erano signori di gran conto: Giovanni de Moncada, Ximen Peres
de Corella, Bernardo de Centelles, Raimondo de Perellos,
Federigo Enriquez figliuolo dell’AImirante di Castiglia, Rai-
mondo de Moncada, Giovanni de Bardaxi, Giovanni de Ven-
timiglia,
Gli sforzeschi in questa giornata si rifecero; tolsero meglio
di cinquecento cavalli, armi e arnese, onde deposte le armature
irruginite, e i farsetti sdruciti, vestirono le corazze lucenti e
i ricchi saioni de’ nemici. Tra robe e riscatti guadagnarono più
di duecento mila ducati (2). Alfonso scampò con grande peri-
colo, chè gli sforzeschî gli corsero appresso fino al fossato del
Castelnovo. Molti baroni napolitani combattettero con gli sfor-
zeschi (3), degno di essere ricordato fu Giovannello Zurlo conte
(1) Lo Zunta, cap. XVII, 153 trae questa notizia da un « autor Catalan
antiguo »
(@) Miwuri, Cap. XLIV, 284,285, Diurn. di Montel., I. c. Zurtra, LL e. Ficio, 29.
Corio, IV, par. 744. Dx Reousia, 823. Il Giorto, o. e, cap. XXXI, serive:
< caplaque sunt equitum ad duo rcilia ete. >.
(8) Il pi Costanzo nella sua Zstoria, lib. XIV, Ed. Gravier, 407, loda fra i
cavalieri napolitani, i quali combattettero con gli sforzeschi a Casanova, Giacomo
Aceispaecia di Sorrento, il quale ebba in premio Arienzo, Arpaia, Cancello,
Papono (1) e Trentola. lo non no ho trovato notizia; è noto anzi, cho alcune di
quello terre erano di Giovannella Stendardo moglie di Marino Boffa.
(1423) LIBRO QUARTO 239
di S. Angelo al quale spettarono poi dodici mila ducati del
riscatto di alcuni cavalieri prigionieri, e per essi ebbe dalla
Regina il contado di Potenza (1).
(1) 11 giorno della battaglia di Cassaova resta incerto nelle memorie dei nostri
acritiori sincroni: il MINUTI, dice, che fu di mercoldì a° 26 di maggio, l'A. dei
Diurn. di Mont. assegna il penultimo di maggio. Il diploma, col quale fu concesso
a Giovannello Zarlo il contado di Potenza toglie dubbio. Ne riferisco la parta
più importante. La Regina dichiara, cho vondova al Conto la città di Potenza
pel prezzo di ducati dodici mila « porcionis seu rate eundem comitem saaeti
Angeli contingentis tam do talea triginta milium ducatorum infrascriptorum
Baronum Cathalanorum caplivorum, videlicet Bernardi Sentiglyes, Iohennis do
moncala Raymuadi da Perillios et Petri Sacca i militum ». Dipoi aggiunge:
« Nam dio vicesimo quinto procimi preteriti mansis maij profutua Rox Aragonumi
magnum sonoscallum Rogni si rium nostrum, qui ab
s0 Rege sub bulla aurea securitatem habuerat, atrestsri ae capi in castro nostro
novo Neapolis fecerat de persona, quo capto eodem dio idem Rex magna manu
suorum armatorum venerat ad hoc castrum nostrum capuanom causa illud et
personam nostram cum fraudolencia et violencia capiandi quod focisat,
t divini bunoplaciti fuit de corto dolo prodiotue caatellanus et socii
custodia portarum dicti castri nudis ensibus invasi se et dictam
portam viriliter defensarent dictumque regem et eius gentem probibuerunt ab
ntroyta dieti castrì, sequenti autem dio dictun castrum per eundem Regem et
eius gentem conclusum fuit de foris et absessum multis et magnia abarrit et
fossis, sed vicesimo septimo eiusdem mensia Mai) circa Meridiem magnificus
ot streauue armorum capitaneue Sfortia do Actendulis comes Cudiniole Sancte
Romane Ecelesio confalonerius compater consiliarius et fidelia noster dilectus ot
prefatue comes sancti angeli cius conducterius et socialis com eorum potentissimo
ezercitu Regi armigeras equites et pedites commiaso hiac indo at
simo Bello stranissimo debellarunt atque fuderunt nonqua a dicta obei
toriosissime liboraverunt... » Giugno 1423. Reg. Ang. n. 96, £. 14. Mirusni
Riccio, op. cit., 80.
Original mom
CORNELL UNIVERSITY
vite; GOOgle
VII
Lo Sforza ricupera Aversa. — Alfonso, avendo ricevuto soccorso
da una flotta catalana, mette Napoli a sacco e a fuoco. — Lo Sforza
salva la Regina. — Alfonso occupa il Castelcapuano.
Quando sulla sera Muzio Attendolo andò a salutare la Regina,
richiese da lei, che fossero riammessi a Napoli tutti i fuorusciti
della parte angioina (1): il di appresso mandò per Marco degli
Attendoli e Foschino tenuti nelle prigioni di Pomigliano, divise
la preda fra i suoi. A” 29 di maggio affidò la città e la Regina
a Francesco Mormile e andò innanzi ad Aversa. Era castellano
Giacomo Pertus di Llerida, uomo di mala fede e vendereccio,
il quale aveva un acre astio contro gli aversani. Essendo stato
tentato da Muzio Attendolo, per riavere Aversa, si mostrò
pieghovole tra per la promessa dell'oro, e perchè volova, che
la città fosse data in preda (2). Mentre si facevano queste
pratiche altre avversità tribolarono i napolitani e la Regina
Aveva. Alfonso mandato a Braccio per aiuto, ma questi s'era
messo ad una dura impresa contro gli aquilani e gli con-
veniva meglio attendere ai fatti suoi, che agli altrui; dovette
quindi fare assegnamento sulle poche genti, che gli erano
rimaste, e sull’armata, che gli conduceva Giovanni Raimondo
Folch conte di Cardona, il quale, giunto nel porto di Gaeta,
ebbe notizie della rotta dî Casanova e procedette cauto fino a
(1) Diurm. di Montel., 79.
@) Diurm. di Montel., 1. c. Minuri, 280.
16,— Farucuia, Giovanna II d' Angiò.
Google corn
242 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1423)
Baia. Menava dieci galere e sei navi da carico, era con lui
l’infante D. Pietro d'Aragona.
Saputo, che il Re era salvo, volse le prore a Napoli. I napo-
litani sbigottirono vedendo ancorate nel porto tanto naviglio, e
credettero, che fosse venuto per trasportare in Catalogna Ser
Gianni e la Regina (1); Alfonso però, per non dare ai nemici
tempo di procacciarsi aiuti, deliberò di combattere la città
incontanente col proposito di arderla e disfarla. Gli uomini
della Regina, visto il pericolo, mandarono per Muzio Attendolo,
che era tuttavia innanzi ad Aversa per le trattative della resa
e, impedito lui, inviò Foschino ed il conte di S. Angelo
con 500 cavalli, i quali furono menati alle Correie, dove Fran-
cesco Mormile s'era accampato per guardare il Castelnovo, e
opprimere i catalani, se fossero scesi dalle navi. Questi però
si accozzarono nel Castello e con verrettoni, pietre, balestre
bombarde si misero a molestarli ed offenderli, dipoi condotti
da Giovanni Cavo, uomo fortissimo, irruppero dalle porte col
proposito d'invadere la città e con le grida, col ferro, col fuoco
spaventare i cittadini, levare tumulto, evitare lo scontro coi
cavalieri nelle vie aperte. L'audacia dei catalani fu grande;
mossero all'assalto da due parti, D. Pietro infante d'Aragona,
andò a combattere una torre del molo di fronte al Castelnovo
e l'occupò con la chiesa vicina di S. Nicola: una compagnia
di soldati, movendo lungh'esso il lido, pervenne alla porta
Petruccia. Sul mare in quel tempo la città non era guardata
da mura, ma le case contigue, senza uscita di fuori, coi veroni
alti facevano riparo, come nelle terre non murate. I catalani,
adusati a salire sugli alberi delle galere e per le sarte, videro
una vite, che serpeggiando per le mura d’una casa, presso la
porta, si spandeva sulla terrazza lussureggiante. Si trassero
Suso per essa, entrarono pei veroni, e riuscendo dentro la città
apersero la Porta Petruccia (2). Non aspettati, non molestati
(1) Diurn. di Montol,, ed. cit,, 79. In questi è un'errore. Loggesi, che l'armata
catalana giunse a Napoli «a _lî XI de gennaro ». Devo leggersi. giugno, come
nel testo rinnovato edito dal Muratori, RIS, XXL Il DE Misuri, 287, scrive:
< martedì a VIII de jugno ». Giotrano Passano, 12 . Reg. Ang. n. 377, £ 978 t.
. di Montet., 79 si legge non bena Jannotta Pertuso. Nel Reg.
do Leyda (sio, Lleridi
capitano di Avorsa. Egli col consenso della Regina sposò la domigolla di lei
Senevella de Cerisi con le doti di ceato once. Nell'occasione del matrimonio 1a
Regina assegnò a lui © suoi eredi sei oncie sulls dogana di Napoli e cacio dua
a Colia madre di Senecella per suo vitto. Il 23 marzo 1433 invece di lui fa
fatto capitano di Aversa Mazzeo Guarna di Salerno. Reg. Ang. n. 377, {. 371 1
1 nostri croîisti ecrivono non bene Giovanni o Jannotta Pertusa.
@) V. la prefaziono dell'ed. cit, dei. Diurneli.
(8) Diurmali cit. 80. Nixuti, 288.
(4) Mmuri, ivi scrivo: €... et Foschino ando con CCCC cavalli a campo a
Bestra ed ebbela per accordo ». Nel Dicrio anonimo in Penger 115 leggesi
« todom anno (1473) Foschino obba Turre majora ali X di giuglio ».
imua ot osessione
246 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1423)
Regina voleva Ser Gianni «il suo occhio diritto », come dice
il cronista sforzesco, e a questo fine furono affrettati e solloci-
tamente spacciati gli accordi pel riscatto dei prigionieri. Egli
fu scambiato con dodici baroni, che potevano pagare taglia, e
la Regina compensò gli sforzeschi, ai quali spettava il denaro
del riscatto, con feudi e signorie (1). A questo modo la Regina
ebbe quasi della vittoria di Casanova più danno di Alfonso con
la sconfitta: aggiungi, che nel mese di agosto col mezzo d'una
femmina di Bucello d'Orvioto, castellano della rovca di Bene-
vento, fuggirono tutti gli altri prigionieri catalani (2).
Ser Gianni, libero alfine, andò nd Aversa lietamente accolto;
e la regia Corte, ed il consiglio regio, fino al cadere dell'autunno
del 1427, dimorarono in quella città, dove anche furono trasfe-
riti gli uffici della regia Camera della Sommaria (3).
(1) Giovannello Zurlo eble, come ho detto, il contado di Potenza. « Dipoi la
regina detto Trani © Barletta a Sforza per camtio de' prigioni catalani have
laesato per la liberatione del Signor misser Zani, © feco privilegi autentici, li
quali non ebbego loco poi per la morte di Sforza ». Minuti, 292, La notizia del
Musuri è ripetuta dal Cottenvccio nel lib. V dell' Fist
Importanto è la tostimonianza di un doc. tranoso del 18 feb. 1420, del quale
risulta, che essendo corsa la voce, che la Regina voleva dare Trani in feudo e
Ser Gianni, i cittadini le offorsero diecimila duezti, perché tenesso la città nel
demanio regio, revocando qualunqua concessione già fatta « quondam Sforcie de
Actendalis comiti Cotiniolo vel comiti Francisco eius filio et fratribus
Aeredibus..». Bettrani, Cesaro Lambertini, o. e. doe. XC, 350.
Leggesi nei Diurn. di Montel. 80, cho i baroni catalani scambiati con Ser
Gianni furono Raimondo de Perellos, Giovanni de Moncada, Bernardo Centelles,
Barduxin, messer Iucoglie, esser Gurillo, Raimondo de Moncada, Fe
derigo de Ventimiglia, et'lo Conte Herrico et lo Conte Jonane de Ventimiglia
ot più altri adheronti do Re do Rahona.
() Minvri, cap. CLV, 2R.
(3) la un conto di Nicola Marino de Somma approvato a' 12 luglio 1428,
trovo fra lo spese: « Vivo Egregio Urbano Carezulo castellano castri nostri
civitatis Averso pro fabrica domus diete camere Summarie intus dictum castrum
Aversa uncix Ì, pro cartia et cera necessariia in dieta Camera Surmmaria tar. 27 ».
Reg. Ang: n. 377, £. 19. Il nomo della Regina si trova ricordato nello tradizioni
della Madonna di Casaluce. Dowaro pa Stwenxo nell' Historic del R. Castello di
Casaluce, Napoli 1622, pag. 85 scrive, che ella « nel 1423 primo di ottobre
dizione © del suo regno 10, per un voto, che fece alla Beata Vergine, quando
perseguitata da Alfonso d'Aragona suo figlivolo adottato a di 23 di maggio di
quosto anno, sppona ebbe tempo di recuperarei ad Aversa si risolse di venire
oogle CORNELL'UNIVERSIT
(1423) LIBRO QUARTO 247
Restò Alfonso padrone di Napoli, mezzo arsa, saccheggiata;
disfatta, deserta; n lui però più che la rovina di Napoli dolse
forse la perdita di un ricco bottino. Quando si era visto în
pericolo, aveva spogliato il Castelnuovo delle suppellettili e
della biblioteca preziosa raccolta dai re angioini e ogni cosa
fatto caricare sopra una nave per mandarla nella Spagna. Questa
fece vela, ma combattuta dalla tempesta, naufrago, e con essa
andò perduto il tesoro (1).
Egli poi non dubitò di affermare, che le contese non erano
avvenute per colpa sua, e che sempre aveva tenuta la Regina
in luogo di madre; lo ciurmo catalano avevano contro suo
volere fatto vendette e rovine. Sallo Dio, diceva egli nelle let-
tere di favore dirette ai napolitani, sallo Dio, che nostra inten-
zione fu sempre di reggere bene e accrescere questa città per
quanto ci è dato nel nostro ufficio di Vicario; e in compenso dei
danni confermò tutti gli antichi privilegi alla città di Napoli (2)
per la festa di S. Luca în Casaluco © per sua speciale dovoliono donò a questa
gloriosa Vergine sua Avocata quattro vassalli della villa d'Aprano etc. >.
È facilo rilovaro qualche inesattezza in gusto motonto. Ho sereato. molto
in Aversa qualo dovesso essere il castello, nel quale dimorò Giovanna II, e mi
son persuaso, che sia il moderno quartiere della cavalleria, nel quale del resto
non rimane altro segno, che ls due torri. Era in effetto poco luitano dal
duomo 0 così vedesi nella notevolissima tela conservata con poca cura in osso,
nel mezzo della quale gizanteggia S. Sebastiano protottoro della città, che si
disteade attorao a lui nel primo piano del quadro, 0'è l'iscrizione: AncELUS
Ancucci pE NkaeoLI PINXT, 1468, Fu mal restaurato nel 1780.
(I) ta ana lettera scritta da Aumento De SartEANO a NicoLò Niccoli legges
€... Incursantem eandem provinciam superiore temporo Rege Aragonum, et
urbem ferro incendioque vastantem, ita milites cius depopulati
ut pmoter alia ludibria magna quasdam clsnsis do spoliin onusta, librin procipaie,
adreheretur. Quae com in medium pelagus posita, sequore vento flanto sulcaret
maris tempeslato vorante, summeraa est». Ho trascritto ella Iettera il testo
scorretto. Opera omnia in ordine redacta ad argumentum et additionibus ill
strata a Francisco Harotno. Romse apud I. B. Bussattam 1688. Ep. 25, p 227.
L'epiatola è riprodotia dal MazzatintI, Dibl, dei Re d'Aragona in Napoli, V.
(@) « Alfonsus etc, ... (Zacura), inter serenissimam matrem vostram pra
dietam et nostram Majestatom sit: oborta tanta materia scandali sine aliqua juata
causa a nostra Majestate procedento ad quam semper ut Deus novit benevolum
et filialem animum gessimus et semper geremus erga ipsam serenissimam
matrem nostram insurgondo contra ipam Majestatom nostram ot nostrae gontor
absquo aliqua culpa et noxa univeraitatis ct civium civitatis Neapolis, propter
oogle coR
248 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1423)
A questo modo con parole accorte credette di essersi discol-
pato e colle promesse d'avere risarcito il suo malfatto: venti
anni dopo mise di nuovo a sacco la città. Per lui, venuto da
regni di oltremare, ad acquistare signoria, era meglio terra
guasta, che perduta.
quod per stoleuni nostre armate processum sit ad aliquas vindictas et destrue-
tiones in parto diete civitati è nobis invitis et condolentibus, et
Deus acit cum semper inten so et sit dictam Civitatem Neapolis
bene regera et trattaro, prout ad nostri visariatus spectat officium, et non solum
eum non minuere inno augere, et omnes habitantes et habitanturos in en în bona
pace et concordia confovere tam in genere quam in specie, causa, ut
nostre mentis propositum cunctis pateat, et intentiocem nostram bonam, quam
gerimus erza dictam civitatem, et cives eius,
ca, tam in genere quam in specio deelaramun
tonore presencium confirmamus ratificamus, accoptamus approbamus omnes et
jagulas immunitates franchitias gratias provisiones concessiones donationes.... »
Data dal Castelnovo a 24 giugno 1423. Ve ne ha una copia nell'Archivio
Municipale di Napoli, Reg. Privileg. I, 1387, 1608, n. rosso 3.
VII
Giovanna LI revoca l'adozione di Alfonso e adotta Luigi III
dAngiò, — Pratiche col Papa @ col Duca di Milano, — Alfonso
occupa Ischia.
Ma le insidie del Re, il pericolo e la fuga della Regina,
l'incendio di Napoli generarono odio contro catalani ed arago-
nesi, e Alfonso appariva agli occhi di tutti ingiusto, traditore,
matricida. Riunitisi i consiglieri regii, furono tutti della sen-
tenza, che dovevasi revocare l'adozione di lui: fu proposta
l’adozione di Luigi IIT; dei fatti dolorosi fu data notizia al Papa,
al Duca di Milano, agli amici. La Regina aveva già da Nola
spedito per tutto il regno lettere. con ordini contro i seguaci
di Alfonso 0a’ 25 di giugno aveva dato ad Angolo, vescovo di
Potenza, le commissioni di sequestrare e ridurre in benefizio
della regia Corte i beni de’ catalani ed altri sudditi di lui (1);
ma nelle distrette presenti la Regina non poteva sperare più
sicuro e pronto soccorso da altri, che dal Pontefice. Già Mar-
tino V aveva deposto lo sdegno contro di lei, quando furono
manifeste le arti e le mali intenzioni di Alfonso; ella, dopo che
da Gaeta tornò in Napoli, addi 5 di gennaio aveva mandato
a Roma il suo consigliero Michele de Nava per trattare con
lui e i fratelli Giordano e Renzo di una sincera concordia e
stabilire la durata e le condizioni. Non fu deliberata la cosa
nel Consiglio regio per non farla pubblicare, e le lettere di
(1) Vicorano, Storia di Potenza, 78, Uonstti, It, Sac. VII, 140,
Google coni
250 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1423)
credenza furono spedite dal segretario Antonello di Teano per
ordine dato a voce (1).
Or come a Martino V andarono le notizie del pericolo della
Regina, della fuga e dei lamentevoli fatti di Napoli n'ebbe
pietà, e le scrisse amorevolmente:
« Gravissimo dolore ci ha arrecato il misero ed infelice fatto
di Napoli, nè senza molte lagrime potemmo udire la calamità
della città afflitta. Abbiamo innanzi agli occhi la città invasa,
la costernazione, In fuga dei cittadini, il furore dei nemici e
sopra tutto il pericolo tuo, il timore ed il dolore per l' eccidio
de’ tuoi fedeli. In tanta sventura l’unica cosa, che ci consola
è, che tu sia stata condotta lontana dal tumulto per grazia di
Dio, e col presidio del diletto figlio! nostro Sforza degli Atten-
doli. Desideriamo, che la tua persona sia salva, guardata la
quale, alle altre cose potrà provvedersi agevolmente. Non pie-
gare l’anîmo regio, levati sopra il tuo sesso, spera în Dio,
ottimo consolatore. Noi, figlivola carissima în Cristo, non man-
cheremo per te di consigli, di aiuti, di autorità, disposti, per
quanto Dio onnipotente ci concede, a favorirti a confortarti in
qualsivoglia modo potremo » (2).
(1) lohamna ete. Tenore presencium sotum facimus univorsin. Quod os do
certa nostra scientia et consulto fecimus constituimus ordinavimus certum legit:
timum et sufficientum nuncium ac procuratorem nostrum vos Egregium et di-
leetum consiliarium regium filialem atque nostrum Michaslem de Nave videlicet.
ad conferardum vos cum sanctissimo et bestissimo domino domino martino
Ja dei providentia sancte Romano Ecclesio summo pontifici et illustri, et ms:
gnificis vicis con nostris sive dilectis Jordono principi Salerni et laureatio
comiti Albe ac magno Camerario huius Regni Sicilio fratribus dieti domini sammi
pentificis seu cuilibet ipsorum nostro nomino et pro nobis cum codem dornino
summo pontifice et suîs fratribus et quolibet ipsorum practicandam tractandum
concordundum fuciondum ot firmandum contraondum et coneludoadim bonam
siaceram et indissolubilem confederacionem seu ligam ad illud tempus et per
tot tempora et que vel do quibus per et inter dietum dominum summum pon-
tificen et fratres suos seu insorum queniibet et vos fuerit concordatum aetoni
et initum seu concordata acta et inita et pretextu ipsius confederacionis nostro
nomine et pro nobis cum dieto domino summo pontifica ot dietis fratribue
suorum ipsornm... teneamur obsorvare.. € Datum in Castro nostro Capuane
Neapolis per manus nostri predicte Regine Anno D.ni MCCCCXXII dio Y mensis
lanuarij prime ind. Reg. nostr. anno nono. De mandato Reginali oretenus
A. da Theano ». Reg. Ang. n. 376 £. 6 t. Di Alfonso non è fatte menzione.
€) Ruvsatvo, ad an. 560.
‘ Google :
(1423) LIBRO QUARTO D31
Piacque poi al Papa il proposito dell’adozione di Luigi III;
nè meno di lui fu di ciò contento il Duca di Milano, il quale,
allorchè Luigi fu richiesto dalla Regina, mandò ad Aversa un
suo cancelliere per stabilire i patti d’una lega e fare i capitoli,
diede poi a Maffeo da Muzano ed Enrico da Vercelli, suoi ora-
tori, le commissioni di prestare in nome suo guarentigia pel
principe Angioino e per Giovanna (1). Questa, dopo maturo
esame de' dottori in diritto, addi 1 luglio 1423 în Aversa revocò
l'adozione di Alfonso, gli tolse la signoria del Ducato di Ca-
labria e l'autorità di Vicario del regno, minacciò di reputare
ribelli coloro, che non lo avessero tenuto per suo nemico, pena
la confisca dei beni e il capo (2).
Per questo non si perdette di animo Alfonso e, con ln nota
scaltrezza si studiò di trovare la via per uscir d'impaccio:
mandò in Roma un’ambasceria a Luigi III per accordarsi con
lui, e tutto faceva, come dice il cronista, per volerlo gabbare (3).
Luigi però, dato ordine alle cose occorrenti, andò ad Aversa;
fu accolto con festa ed il vescovo di Tropea fece il sermone
ragionando sul testo del vangelo: « vere filius Dei erat iste »,
recitò le lodi del principe (4). Furono futti i capitoli dell’ ado-
zione e, per togliere ogui causa di discordia, a' 14 di settembre
la Regina raunò nella sala del Consiglio del Castello di Aversa
baroni e cortigiani solennemente e dichiarò, che per sue ragioni
aveva già adottato per figliuolo e successore nel regno Alfonso
d'Aragona, l'aveva accolto amorevolmente e ricolmo di onori,
ma n’aveva avuto il compenso dellingratitudine. Voleva egli
impadronirsi del regno, e con la violenza delle armi aveva
procurato di sorprenderla, come a tutta l’Italia era noto; re-
vocata quindi l'adozione, lo aveva privato dello stato e degli
onori e adottato per figliuolo ed erede Luigi INI d'Angiò. Molti,
disposti a far male, si studiavano intanto di mettere fra loro la
discordia e accordare il principe con Braccio ed Alfonso, ed
ella e Luigi per togliere ogni occasione di sospetto e di discordia,
(1) Osio, II, 117. Mandato del Duca ete.
(@) Il diploma fu spedito < do mandato reginali cum deliberatione consilii ».
Reg. Ang. n. 376 f. 22. V. Mintent Riccio, 0. c. 82. Minori, 289.
@) Diurn. di Montel. 80.
(4) Diurn. di Montel. ivi.
Google cORNELLUN
252 GIOVANNA IT D'ANGIÒ 1423)
fecero promessa solenne di non accordarsi mai con essi. Di ciò
fu fatto pubblico istrumento dal notaio Sansone de Condutto di
Napoli e testimoni furono il vescovo di Tropea, Muzio Attendolo
Sforza, Tristan de la Zaille, Ellion de Glandines, Giovanni di
Villanova, Francesco Mormile, Pietro di Bernardo da Montalcino
oratore del Duca di Milano, Giovanni Dentice, Buecio da Siena,
Pippo Caracciolo, i Conti di Pulcino, di Caserta, di Sanseve-
rino (1). Perdonò la Regina a tutti coloro, che aveva per lo
innanzi reputato nemici suoi, perchè partigiani dell’ angioino
@ tra essi Ottino Caracciolo. La Regina gli diede favore e lo
discolpò della ribellione, perchè aveva mutato parte non per
proprio avviso, ma per timore e consiglio di uomini potenti;
riebbe poi anche l’ ufficio di grande Cancelliere (2).
(1) Il doe. è stato pubblicato da molto tempo. Il Vivenzio lo riporta non
completo sulla fine della Storia del Regno di Napoli: A. Lecor DE LA Marche
lo riproduce dallo pergameno Regie Camere vol. I, n. 20 dell'Arch. di Stato in
Napoli con qualche inesattezze. Braccio da Montone diviene Grachi
(2) Trovo Ottino Caracciolo col titolo di Grande Cancelliero fra coloro, i
quali a'5 di aprile 1425 furono presenti ai capitoli fatti (ra la Regina e il Duca
di Milano, come vedremo,
È notevole anche il diploma dato il 25 di gennaio 1431 per Nisola do Dato
di Rossano, che con l' indulto riacquistò la gabella dello scannaggio e la fida
del bestiame di quelle città perdute per ribellione. Ecco la parte più importante
del documento: € Ft demom nobis in civitate nostra Averso feliciter commo-
us factaque per nos concordia cum IIlustri principe domino Ludovico tercio
mune Calabrie et Andegavio duce
ia omnes regniculas qui contra nos adhesissent cidem duci ad gral
reduximus plenamque ipsi
ibus et delietis
0 filio nostro carieimo, per quam iuter
et cuiuslibet reintegratione ad honores ct dignitates juria peticiones sccione
famam ot statum pristinoo bonagur ipsorum omnia mobilia et stabilia burgensatica
et feudalia ubicumque in regno nostro Sicilin sita et posita quo dicti Reintegrati
ante ipsorum pretensnin ribellionem juste tenvissent et possedissent que ac per
nos aliis ex promissis causis concessa aut vendita et allenata fuissent et per
soncessionarios teuta pariter et possessa nosque preter et ultra dictam concordiam
cum profato filio nostro babitam virum magnificum Otinum Caraczolum do nea-
poli militem nune Cancellarium dicti Regni nostri Sicilio coll. cons. et fid. nostrum
dileetum de aliquali erga nos infobediencia criminatum ad quam. aliquorum
potencium metu et impulsione et non proprio motu ad nostram gratiam benigne
scepimus simili indulgentia et remissione atqun reintegratione pro se suisque
fratribua nepotibua consarguincis sffinibus familiaribus vasaallia et aliis cum 00
Google coi
(1423) LIRRO QUARTO 253
Alfonso intanto aspettava gli aiuti di Braccio. In questo tempo
i fiorentini, che vedevano la loro libertà in pericolo, perchè il
Duca di Milano, signore di Genova, s’ intrometteva nei fatti di
qua dalla Marca, si studiarono di muovergli nemici da ogni
parte, e si volsero anche al Re, acciocchè trovasse modo di
nuocere ai genovesi. Alfonso non fece mal viso alle proposte,
ma allora aveva troppo brighe in Napoli. Trovò tuttavolta l' op-
portunità di acquistare Ischia (1).
Ora la nuova città d'Ischia siede sulla spiaggia dell’isola
volta a settentrione, e guarda il Vesuvio fumante lontano, la
costiera di Sorrento, Procida, che umilmente le si adagia innanzi
nel mare e la tonda isoletta di Vivara. Al tempo del nostro
racconto s'annidava intorno al castello sopra un immane scoglio
di basalto, il quale da ogni lato cade a precipizio nel mare
profondo, che lo batte intorno intorno. Una diga, lunga una
gittata di mano, interrotta da un ponte, va dalla rupe alla
città nuova, e mette capo all'isola non lontano dalla chiesa
moderna del vescovado, intitolata a S. Maria della Scala. Questa
nel 1423 era una modesta chiesetta (2). Il castello al sommo
della balza, un tempo munitissimo e fortissimo per la natura
del luogo e per le opere di muro, non temeva offesa, nè la
temeva la terra vecchia posta sotto di esso sul declivio a le-
vante. Questa non era murata, ma lo case contigue, affiancate la
chiudevano intorno. Chi guarda dal mare non vede l’ entrata del
castello, essa è coverta e nascosta da un bastione quadrato,
opera moderna, edificato in luogo di due torri antiche in capo
della diga, e dà adito ad un androne ampio, lungo, erto, scavato
nella roccia, coverto a volta, selciato a scaglioni.
In questo castello trovarono sicuro asilo Ferrante II e Fede-
rigo di Aragona, quando furono costretti a fuggire da Napoli;
in quelle aeree torri si ridusse Vittoria Colonna, morto îl marito.
Ora, salvo le mura del maschio, tutto è muovo, pochi ruderi
conjurantibus inter quos fuit predictus Nicolsus dicti Cancellarii domesticue fami:
liarig satis valido et plenarie per nos facta sicut in lieteris concordie dicto filo
nostro factis et indulto per nos ipsi cancellario pro se et predictia aliia per nos
etiam concessi Reg. Ang, 377, { 257.
(1) Asainaro, St, ficr.,
(2) Faoro, ed, cit., lib. Il, 38.
Google i li
254 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1423)
avanzano della terra vecchia, bastevoli ad indicarne la postura:
questa era divisa dal castello da un fosso ed un muro (1).
Al tempo della Regina Giovanna possedeva Ischia Madda-
lena Cossa, però l'ambizioso Michele Cossa, ricordato altre
volte în questa istoria, nel 1416 s'era studiato di usurparne la
signoria (2); poi Ser Gianni l’ebbe in pegno per aver prestato
duemila ducati alla regia Corte (3). Di ciò forse ebbe origine
l’inimicizia di Michele contro di lui.
Era la terra abitata da cittadini operosi, audacissimi per mare,
arricchiti da’ commerci e talora dalla pirateria, ma erano divisi
in parto; a capo dell'una era Michele Cossa, dell' altra Cristo-
fero Monocio. Michele, per dispetto dell'avversario e per odio
di Ser Ginnni, ebbe intelligenze con Alfonso d'Aragona, e pro-
mise di dargli lu terra ed il castello, se avesse mandato navi
e genti (4). Il Re, tentato dalle profferte, deliberò di fare l'im-
presa: la fortuna gli arrise.
Mandò navi e genti le quali di notte pervennero sotto il ca-
stello, ruppero il ponte, chiusero l’adito, e coi rumori sbigotti-
rono i terrazzani. Il Re avvisato, che ogni cosa era avvenuta
prosperamente, mosse da Napoli. con altre galere e navi cariche
di ciò, che abbisognava per combattere il castello.
I cittadini, che da prima erano rimasti incerti perla novità
della cosa, animosi per indole, assicurati dalla fortezza dol
luogo, rifatto coraggio, si misero alla difesa. Alfonso li invitò
a dargli la terra per evitare danno; essi tennero parlamento
(1) La terra vecchia ed il castollo sono descritti dal Ficio. lo stesso ho vi-
sitato il luogo, ed ho visto, che disse il vero.
(©) Rog. Ang, n. 374, € 343. Micholo Cosa possodova tuttavia oacio quindici
l'anno sui proventi della bagliva d'Ischia. Carlo III le aveva concesse a Pietro
Cosea, padre di lui, Ladislao le aveva confermate, e una nuova conferma fu
accordata da Giovanna Il a°6 ottobre I4IT. Il Vescovo d'Ischia areva sulla
l'assegno di cinque oncis l' anno per le decime. Reg. Ang.
‘A°5 di giugoo 1418 la Regira aveva confermato altresì ai cittad
tutti i privilegi, grazio e franchigio concessi loro da Ladi
menzionati nel diploma, Reg. Ang. n. 372, (| 84 t.
(3) L'ho detto già poco disopra.
(4) Il Prtteonino, Zist. me. cit. 20, dà a sospettare, cho Alfonso siasi mosso
por dispetto del Grande Siniscalco. « Nuper, dice, sc magnum senescaldum cui
Insula laclo dudum collata fuorat elidit oto. ».
Google one al
(1423) LIBRO QUARTO 266
per deliberare; i cossiani erano decisi a patteggiare, Cristoforo
invece si fece in mezzo e gridò, che avrebbe impiccato chi
avesse fatto parola della resa.
Colla feroce minaccia impaurl gli avversarii; mandò fanciulli,
donne, vecchi al castello, dispose sulle mura coloro, che erano
atti alla difesa. Come vide ciò, Alfonso preparò le offese. Mandò
Giovanni Cardona con alquante galere e navi minori sotto la
terra a levante, e la galera di Camporotondo sotto del castello.
Il mare era grosso, ed i catalani si studiarono di gittare ponti
per la scalata, ma l’impeto delle onde li impediva d’avvici-
narsi allo scoglio.
Vide intanto Alfonso, che le alture della costa, presso la quale
mareggiava la galera di Camporotondo, non erano guardate,
perchè i cittadini, confidando nelle difficoltà dell' erta, erano
corsi a difendere la terra bassa, e ordinò, che rimanessero sulle
offese le galere Gineria, Saragozza e Pisana con le navi sottili;
e, fattisi venire innanzi tre giovani arditissimi, promise loro
grandi premii se a nuoto, tracndosi il capo d'una fune legata
ad una galera, fossero arrivati ad avvinchiarla a qualche sche-
gione. Si gittarono quelli nel mure e due toccarono la rupe,
eseguirono gli ordini. Fatto questo, Incoraggiati dalla buona
ventura, guardando suso videro, che per le fenditure qua e là
venivano fuori cespugli con le radici nude e rami penzoloni,
che davano buona presa, si arrampicarono per l’erta perico-
losa e con grande fatica e molto sudore raggiunsero il sommo
della rupe.
Gl'ischiotti, che da quella parte non temevano assalto, vi
avevano lasciato due scolte; di esse una s'era allontanata, l’altra
traseurava la guardia, la sorpresero e l’uccisero, e poi sicura-
mente, con le funi trassero in su i compagni, che erano per-
venuti ai piedi della roccia.
Intanto lo navi rimaste all’offesa avevano gittato i ponti e i
catalani davano la scalata. Si studiava Cristoforo di respingerli coi
dardi, e di precipitarli nel mare coi grandi sassi, che rotolava
per l'erta, ignaro di quello, che avveniva al sommo della roccia;
quivi raccozzatisi insieme i catalani saliti pel precipizio en-
trarono nella terra e con le armi, con le grida si manifestarono.
A Cristofero ed ai suoi, mancò l'animo, deposero le armi. Questo
è il racconto del Facio; io, che ho visto l’ermo scoglio, non
oogle esuli une
256 GIOVANNA MI D'AN
nÒ (1423)
sono disposto a credere, che i catalani siano saliti per esso
senza aiuto dei cossiani.
Alfonso usò clemenza con tutti; a Cristofero resta la lode di
aver difesa la terra cinque ore, se beno avesse in casa gente
nemica e infida (1) Mentre si combatteva Alfonso fu per an-
negare. Vedendo i suoi affaticati per la scalata, discese în una
barca. per andare ad essi e dare coraggio; i circostanti, gli si
gittarono appresso e la barca pel soverchio carico ed il moto
delle onde sbandò, tutti sdrucciolarono nel mare. Alfonso, che
era armato di tutto punto andò a fondo; fu tratto a salvamento
da Francesco Galvini da Gaeta detto Ronno, al quale molti anni
dopo, memore del beneficio, donò una provvisione di dodici
oncie d'oro (2)
(1) Fac, 1, c. 97, 40,
10 impeadisti seilicet te advertento, dum cesu quodam
ericulum Mud evasimue ». Arch. di St. in
Napoli, Sommaria Privileg. I, an. 1437, 1439 £. 20 t. Il panegirista PELLEGRINO,
Ms. cit. 25, narra, che Alfonto cadde in mare con ls armi € verum in tanta vin.
ut non se solum liberaturus esset, sed
IX
Braccio manda Jacopo Caldora in soccorso di Alfonso, — Bat-
taglia al Ponte della Maddalena. — Partenza di Alfonso.
Occupata la terra d'Ischia, ebbe Alfonso anche la rocca, la
munì di buone guardie, e tornò a Napoli, perchè aspotiava i
soldati di Braccio. Erano seicento cavalli condotti da Jacopo
Caldora, Enrico Malatacca, Bernardino Ubaldini, detto della
Carta e Orso Orsini; il condottiero sperava di venire anch'egli
spacciatosi dalle brighe, che aveva con gli aquilani. Giunsero gli
squadroni bracceschi a Capua senza offesa, ma perchè le vie,
che menavano a Napoli, erano interrotte dagli sforzeschi, Ja-
copo li condusse alla foco del Volturno, dove passarono il fiume
cen l'aiuto delle galere catalane. Pervennero a Napoli addi 1
d'ottobre (1). Dall'altra parte Muzio Attendolo Sforza, prima
(1) Diurn. di Montel, 80. A' 17 di ottobre 1423 i Dieci della balia di Firenze
scrissero a Rinaldo degli Albizzi: « Abbiamo da Roma come messer Jacopuecio
Caidola è entrato in Napoli ». Commissioni cit. I, 543, 546.
In questo tempo Jacopo ebbe favori da Alfonso, © pare, cho sopra tutto siasi
o di far legittimare il possesso delle aignorie male acquistato dalla sus
famiglia, a ciò si accenna nol tratto seguento del Repertorio dei Quintermioni
d'Abruzzo Citra in Civita Luparella, I, f. 123,
«Nell'anno 1449. Ro Alfonso asserendo che ‘anni passati il quondam Rai-
mendo Celdole conteettò matrimonio con Maria Caldola olim moglie del quon-
dam Berliogiero Cantelmo Conte d'Archi, figlia del quondam Luise Caldola utila
Signore dello castello di Civita Luparella, Quadri, Pizzoferrato, Montomiglio,
Fallo, Pilo, Resello, Civita Borrella, Pesco Pignataro e S. Angelo del
di Abruzzo Le quali cose doppo la morie di detto Loîeo le
nero ad essa Maris sua figlia, la qualo essendo morta senza legitti
17.— Fanauia, Giovanna II d'Aj
atu
successori
oogle ‘
258 GIOVANNA LI D'ANGIÒ (1423)
di ridursi alle stanze d'inverno, s'era proposto di andare a
combattere Napoli, e a questo fine aveva raunato molta gente
a piedi e diciotto squadre di cavalli. Quando si vide in punto;
con Luigi III mosse da Afragola e venne al Ponte della Mad-
dalena col disegno di forzare la Porta del Carmine. Appostò
Bisso da Cotignola dietro alcune mura di giardini e lo ammoni,
che quando i nemici fossero venuti ad incontrarlo, uscendo
dagli agguati, corresse speditamente ad occupare la porta.
Egli quindi mandò innanzi una frotta di cavalli; i torrieri del
Carmine con la campana diedero l'avviso dei nemici, che
venivano, e Jacopo Caldora, Berardino della Carta ed il Ma-
latacca uscirono ad affrontarli coi cavalli bracceschi seguiti
dalle ciurme delle navi catalane. Il Re mandò sette galere
lungo il lido, nel quale si faceva fatto d'arme. Gli sforzeschi
diedero addietro, calcati dallo moltitudine dei nemici e questo
voleva lo Sforza, certo, che Bisso avrebbe fatto il dovere, e
mandò a dire a Luigi III, che fosso venuto prestamente innanzi
co’ suoi squadroni ; egli vedendo, che i catalani dalle navi offen-
devano i suoi con le balestre, schierò lunghesso il lido i
fanti con alquante bombardelle. Corse il principe e cominciò
la battaglia; Bisso non si scopriva, fu mandato per lui, ma nè
egli, nò i fanti furono trovati dietro le mura degli orti, perchè
reputando il luogo pericoloso, s'erano allontanati. Arse lo Sforza
d'una terribile ira a questa novella, e, come soleva, si gittò
a furia contro î nemici : fu fatta una mischia tumultuosa. Nes-
suna parte cedeva, ma sulla sera i bracceschi furono ricacciati
logitime sono devoluto alla sua R. Corte, e non dimeno il detto
per spatio d'anni 30, have quelle posseduto, Et essendo dappò
successo in questo regno guerra tra esso Ro et il Duca d'Angiò il ditto Raimondo
si ritirò con detto Duca ribellandosi ad esso Re; e perchè lacopos Caldols suo
fratello riducendosi alla fedeltà di esso Re ottenna la confrmatione di tutta le
cose predetto como legitimo ad esso divenuto sonza havers fatto mentone che
quelle surrettitiamente 1" havesto possedute. Et oltre di questo il detto Raimondo
contro la costituzione del Regno acquistò inciviliter la possessione di alcune
castelle cioè della Villa S. Maria, Monte Lapiane, Tollo, Colle di Mezzo ludici
(Castello del Giudica) Asinella, Rocca dell'Alvo, Rocca Lisberco, Pietrabundaate,
Archiano, a Castel Piano e quelle ingiustamente montro visso possedeva a tempo
della Regina Giovanna... ». Raimondo Caldora possedeva inoltro i Casali di Ca-
tolla, Caligionare, Torro di S. Ausone e i muliai nello pertinenze di Aversa. Ivi.
(1423) LIBRO QUARTO 259
nella città, è sbartarono la Porta del Carmine. Corse fino ad
essa Muzio Attendolo, v'inalberò lo stendardo del diamante in
segno di vittoria, e si parti corrucciato. Bisso perdette il favore
di lui, che l’avrebbe fatto impiccare, se non fosse stato coti-
gnolese. Narrano, che quando sul principio della battaglia gli
sforzeschi furono costretti a dare addietro, lo Squarcia di Mo-
nopoli, gagliardo uomo d'arme, fu pigliato dai catalani e menato
sulla galera regia al Re, il quale volle sapere, quale fra i com-
battenti fosse lo Sforza. L'additò l'uom d'arme ed egli ordinò,
che non fossero più offesi gli sforzeschi. Dicesi, che ciò fu
riferito a Muzio Attendolo, e questi comandò ni suoi di non
volgere i colpi delle bombardelle alla galera del Re (1). E questo
avvenne mentre si combatteva: non mi pare vero. Certo è, che
levossi il favonio e, fattosi grosso il nare, il Re allontanò le
navi dal lido. Ed intanto venivano ad Alfonso infauste notizie
dalla Spagna, L'infante D. Enrico fratello di lui vantava diritti
sul marchesato di Villena per le doti della moglie e l'aveva
occupato a dispetto del Re di Castiglia; questi era andato a
combatterlo e, fattolo prigioniero, l'aveva chiuso in una torre.
L'inverno era imminente e lo armi sarebbero posate, deliberò
di passare in Ispagna per liberare il fratello e provvedere ad
altre bisogne de' regni suoi. Era certo, che in poco tempo si
sarebbe disbrigato per tornare nella primavera, quando Braccio,
domati gli aquilani, sarebbe venuto ad aiutarlo con tutto l'eser-
cito. Ma l’uomo fa il proposito, ed il Signore Dio dispone
l'ordine delle cose. Prima di partirsi provvide a_ conservare
quello, che aveva acquistato: munì îl Castello Capuano, il Ca-
stelnuovo, il Castel dell'Ovo, La torre di S. Vincenzo in Napoli,
Procida, Ischia, Gaeta, la torre dei Galli nel golfo di Salerno,
Lipari, Tropea e Scilla. Ma como quegli, che sempre aveva
una fortuna da tentare, fece pratiche co' fiorentini per assalire
(1) La narrazione di quosta battaglia si trova nol Misuri, cap. XI, 250, ma
senz'ordiae, ond è posta, pare, che fosso avreauta nel 1421, quando cioò
corse la voce, ch' era giunto îl Re coa le galere, [1 disordine nasce dal modo, col
quale fu raccozzato l'importante cronaca. Iì Corto, 738, che la segue, è tratto
anch'egli in errore. E questo avrenne anche al CoLtenvccro, Ed. Gravier |, lib,
V. 316. Lo Zortra, cap. XXI, 160 rimette i fatti a posto. Il Minuri, sc
Squarza do Napoli 259.
Google coRnE
260 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1423)
Genova a scorno e danno del Duca di Milano, e quelli promi-
sero di fargli trovare a Livorno 1300 fanti. Lasciò al governo
di Napoli e delle castellà l’infante D. Pietro e Jacopo Caldora
con 1000 fanti e 200 cavalli, e fece vela con una galeotta,
due navi, diciotto galere (1). Ma incontrò fortuna di mare,
una galera naufragò, ed egli con le altre sdrucite si ricoverò
nel porto di Gaeta. Rattoppate le navi, si rimise nel mare, ap-
prodò a Livorno a mezzo novembre, dove trovò gli oratori
fiorentini, non l'aiuto promesso (2). Per questo difetto non osò
di assalire Genova, e andò celeramente innanzi Marsiglia, che
era di Luigi INT d'Angiò: la combattette, mise a sacco, tolse le
reliquie di S. Ludovico vescovo, molto tesoro di vasellame di
oro e d'argento, ogni cosa preziosa, che gli venne in mano e
andò a' regni suoi (3). L'anno appresso si vendicò del Papa.
Essendo morto Pier de Luna, l’antipapa Benedetto, volle che
i due cardinali, i quali soli rimanevano del naufragio della
chiesa scismatica, avessero eletto il Pontefice e fu Benedetto
da Munione, il quale tolse il nome di Clemente VITI. Così
dello scisma serbava una favilla viva (4).
() Nel Priurcuivo. Mx cit. 23, trovo questo racconto: <... (Alfonsus) In-
fantem Patram inelito fore notatia în vicoregem conutituere decrevit, rareus ut
omne gubernaculum ageretur heroem clarum consilio jacobucium
Caldora citra gratiam presidentis lecionemque (sic) in illius patrem consultum
atque magistrum eligero censuit; cui tocius so corspectu sseri concili patrem
fida doctrina adolescentora commendavit, quem exoriavit tamquam filium am-
plectari dignaretur et omni conjuratione reciea usque ad mortis distrietam illum
ot urbera contra quoscanquo mortalss protsgere deffondero ae fideliter guter-
nare. Qui dacobucius per sanctam religionem seu jus jurandum tantis imperija
obsequitur ac implere queque asserta obtestatar.
Da una informazione di Rinaldo degli Albizzi risulta, che il Re avrebbe volato,
che Braccio fosso andato a Napoli, e questi mandogli a dire « che so lui andassi
n lapagan) non andrebba a Napoli >. Commissioni 1, 545.
©) < L'armata del Re d'Aragona giunse sabato a meza terza a Porto Pisano;
cioè 18 galee due navi ed una goleita: e la notte seguente a ore 6, 0 circa,
prese la via di Genova. Firenzo 17 novembre 1423. Commissioni cit. 1, 577.
(3) Diura, di Montel, 81. Zuxita, cap. XXIT, 156 t. Amuimaro, ed. cit. lib.
XVII, 89, 90.
(4) <.. irntu» Pontifici Alfonsus dedit operam ut duo Cardinales, qui reliqui
erant port obitum Benedicti pontificom designareat. Deligerunt ipsi. Aegidium
Munionem canonicum darcinonensem, qui Clemens VIII fuit nominatue >.
Ransutro, ad an. 1429, 565.
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STORIA DELLA REGINA
GIOVANNA II D'ANGIÒ
LIBRO QUINTO
Google
Original fom
CORNELL UNIVERSITY
Mire ambizione di Braccio; sue pratiche per avere l'Aquila, —
Resistenza del cittadini, — Braccio manda nell'Abruzzo i suoi
locotenenti. — Concordia tra l’Aquila e Guardia Grele. — Gli aqui-
lani mandano un’ ambasceria a Luigi FII, fanno con lul patti è
capitoli. — Braccio muove contro PAquila, occupa le castella del
contado. Li
L'ordine della mia storia richiede, che riprenda più sopra
il racconto dell’ assedio dell'Aquila. Braccio, fatto 1’ accordo
con Muzio Attendolo Sforza alla selva dei Saccomanni presso
Pietra Vairana, si parti dal regno, occupò Città di Castello
pacificamente (1), fece una scorreria in quel di Lucca e n’ebbe
molto denaro (2). S'intitolava allora principe di Capua, conte
di Montone, signor di Perugia, grande Contestabile del regno,
governatore dei due Abruzzi (3), dove già possedeva Tera-
mo (4); questa grandezza non gli bastava.
Ai 5 di febbraio fece solenni feste: ornato di ricche collane,
delle quali era stato presentato da Alfonso d'Aragona, sedette
(1 Chrom. Engubinum R. 1. 8. XXI, 901. Fu di settenibro.
(8) Il Cnivetti ed il BuoxixcontRo, scrivono, che Braccio fece una scorreria
in quel di Norcia e nel Luscheso. Il Muratoni ad an. nota, cho gli pareva cha
i fossero ingannati per conto del tempo. La notizia del Minuti, 276, toglio
ogni dubbio.
@ < Citra et ultra Aumen Piscario », Ofr. Panaonia, Corografia Abrus. mediver.
Arch. St. nap. 1891.
(4) Il Monaldi, governatoro di Teramo per Braccio, a°intitolava capitano
« illustris et exceli domini Brachii de Fortebrachis Comitis. Montoni, Perusii
domini, dieteque civitatia Terami ». Pata, II, 156, ed. cit.
oogle ‘
264 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1423)
in un trono d'avorio levato nella prima sala del palagio di
Perugia; Corrado signore di Foligno lo incoronò col cerchio di
oro e gli oratori delle città e dei signori amici, i magistrati,
i cittadini, gli uomini d’arme ordinatamente gli passarono
innanzi inchinandolo, prestandogli omaggio, salutandolo prin-
cipe. Furono recitati carmi ed în questi e nei ragionamenti
non mancarono le adulazioni e l’allusione alla regia autorità (1).
E fu l’ultima festa del condottiero.
Or alla solenne manifestazione di grandezza dovevano seguire
i fatti. Agognava la signoria dell'Aquila; ben gli erano noti la
fortezza della città, e l'animo grande dei cittadini amantissimi
della libertà loro, non volle da prima affrontarli, Cominciò a
tentarli con apparenze pacifiche, mandò un suo capitano per
reggere la città, e gli aquilani da prima gli fecero onore,
come quegli, che veniva dal governatore d'Abruzzo, ma quando
videro, che si arrogava giurisdizioni e diritti della città, adom-
brarono, perchè nei capitoli fatti con Muzio Attendolo era stato
stabilito, che i cittadini avrebbero fatte le proposte dei capitani,
la Regina li avrebbe confermati (2); questa poi con lettera del
13 febbraio 1417 aveva prescritto, che solo îl capitano regio
dovesse avere giurisdizione nella città (3). Rimandarono quello
di Braccio (4). Questi allora spedi suoi oratori a persuadere
gli aquilani d'accettare la signoria sua, e tra gli altri argo-
menti essi esposero, che il condottiero aveva seimila cavalli
pronti alla guerra. Non si sbigottirono gli aquilani, fecero
parlamento per dare la risposta, presenti gli oratori, e Anto-
nuccio dei Camponeschi, il quale pei recenti rumori e muta-
menti avvenuti a Napoli, aveva lasciato l'ufficio, che teneva
nella Calabria per Alfonso, ed era opportunamente tornato nella
‘sua città, udite le proposte, si levò a parlare: espose come î
(1) « Magna en dio jacta fondamenti. Jam receptum in stirpem regi
oeculta paratum ad regium fastigium aditum ». Cawraxo, 6 Ì. Nello gi
Cronaza dol Graziani, Arch. Stor. It, 1.* Sez, vol. XVI, par. 1. 283 sotto la
dita 14 fobbraio 1429 leggesi: <.. il signor Corrado signor di incoronò
aì un cerchio d'oro nella prima sala del palezzo ».
(@) ALL M. A, VI 804, nota 25,
@ Rog. Ang. n. 374 £. 407
(4) Il Caupano, 619, afferma non beno, che cagione dell' ini fra Braccio
e gli aquilani furono le conteso tra la Regina ed Alfonso.
Google :
(1493) LIRRO QUINTO 265
disegni ambiziosi di Braccio erano in danno della libertà del-
l'Aquila, dove il Governatore d'Abruzzo non aveva l'autorità
di fare ciò, che voleva; aggiunse, che pel passato era stato
amico del Condottiero, i propositi di lui rompevano ora l’ami-
cizia: volle, che la città provvedesse alla difesa (1), Gli oratori
furono rimandati.
Vide Braccio, che solo le armi potevano domare il fiero
animo degli aquilani e a'25 aprile 1423 ordinò ai suoi loco-
tenenti Nicolò Piccinino e Ardizzone da Carrara d'andare nel
l'Abruzzo per fare inchiesta degli aquilani e de’ Camponeschi
ribelli: voleva inoltre, che componessero piati, accordassero
baroni, combattessero nemici (2). Gli aquilani intanto per con-
siglio di Antonuccio rattopparono mura vecchie, levarano bastie,
sbarrarono vie, rinnovarono amicizie antiche, guernirono le ca-
stella del contado, che molto avevano ampliato in questo tempo.
Nel 1418 avevano tolto Santogna ad Orsella della Posta e
acquistato Carpineto; l’anno appresso ebbero il castello di
Acciano, nel 1421 la Regina dichiarò, che Antrodoco e Città
Reale erano castella aquilane (8); e, mentre Braccio li insidiava,
&' 23 di aprile i terrazzani di Carapelle spontanei diedero ad
essi il loro castello.
Guardia Grele è grossa terra di Abruzzo posta al sommo di
un collo dal doleo pendio: era un tempo cinta di buone mura
afforzate da torri, d'una delle quali avanzano oggi i ruderi.
È insigne per essere stata patria di Nicolò principe degli orafi
abruzzesi e forse d'Italia nel secolo XIV. Era feudo di casa
Orsini, ma, per ribellione di Napoleone, era tornata nella giuri-
sizione della Regina, dalla quale i cittadini impetrarono d'esser
sempre mantenuti nel demanio regio. Corsero tuttavolta voci,
che la terra sarebbe stata nuovamente concessa in feudo, edi
grelani per evitare la tirannia baronale, fecero concordia con gli
aquilani, parendo loro, che solo il nome della forte città amica
sarebbe bastato a guarentirli da ogni offesa. Gli aquilani man-
darono alla Guardia un oratore, il quale nel parlamento della
terra espose l'accettazione de’ patti: fra le altre cose fu stabilito,
(1) Ciavatto, canto I, st, 39 o seg. AxrisonI, III, 192.
1) Anrivori, TL 198.
(8) Leostni, Annali 1.
Google ORNFLL'UNIVER
266 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1423)
che gli aquilani avrebbero dato ordine al pagamento delle im-
poste della terra per rata di fuochi, fatto l’apprezzo dei beni,
come si soleva nelle terre del loro contado. I capitoli furono
fatti addì 22 di giugno 1422 (1). Tanta era la grandezza del
nome dell'Aquila in tutto l'Abruzzo. E i cittadini della Guardia
furono i primi a sentire le offese delle armi braccesche, poichè
il Piccinino, sapendo, che erano amici degli aquilani, mosso
contro di loro, e Antonuccio dei Camponeschi corse a difenderli.
Gli aquilani, come furono certi de’ mali propositi di Braccio,
si studiarono di provvedere alla loro sicurtà, deliberarono nel
consiglio di mandare a Roma al Papa e a Luigi III loro
ambasciatori, e deputarono Pace di Bazzano de' Manieri, dot-
tore in diritto e bel parlatore, Giovanni di Paoluccio e Stefano
di Nicolò di Paolo. Luigi accolse liotamente l’ ambasceria,
perchè voleva rinnovare l'autorità sua nell'Abruzzo e addì 30
di aprile spedi le lettere di privilegio: accettò tutte le condi-
zioni proposte dagli aquilani, che avevano domandato di non
esser tenuti a pagare più di cinque mila ducati l'anno, d'essere
governati con buon reggimento e giustizia, di poter liberamento
eleggere il Camerlingo e gli altri ufficiali della Camera, la
conferma di tutti i privilegi antichi, la signoria delle Castella
di Carapelle, Castelvecchio, Rocca di Calascio, Santo Stefano,
Secenaro, A questa richiesta però Luigi rispose, che avrebbe
provveduto, quando sarebbe andato all'Aquila: consenti l'unione
con Guardia Grele, concesse Orsa, una terra alpestre presso
Sulmona, cagione di ire e lotte fra aquilani e sulmonesi (2), .
volle però, che la concessione fosse tenuta segreta. Altri capi-
toli furono fatti per cose di minor momento; importanti però
erano quelli dell'ufficio del capitano, poichè approvò, che il
capitano e gli ufficiali di lui durassero nell’incarico mesi sei,
dovessero contentarsi dello stipendio solito, essero soggetti
a sindacato. Chiesero anche il privilegio di nominare il capitano,
salvo l'approvazione regia, e Luigi non negò, ma volle, che
la città proponesse cinque persone, ed egli ne avrebbe scelta
una (3). Gli oratori prestarono il giuramento di fedeltà.
(1) Leostsi, 1, 574, 575.
@) Faraciia, Cod. diplomatico Sulmonese doc. CCXXIV, 292. 1 sulmonesi
avevano ottenuto Orsa da Giovanna Il nel 1120. (8 Asrmont, III, 197 e sep.
Google coni mi,
(1423) LIBRO QUINTO 267
Dall'altra parte Braccio, avendo raunato l'esercito a Todi,
fatta la rassegna, trovò d'avere in punto mille fanti o tromile
duecento cavalli bene in arnese, e vedendo sorridere la prima-
vera e le vie montuose d'Abruzzo sgombre delle nevi, mosse
per l'Aquila con animo atroce contro i cittadini e la certezza,
che al primo impeto li avrebbe sopraffatti.
Enirò nel contado aquilano a 7 di maggio 1423, ebbe senza
combattimento la Posta, Santogna, Borbona: andò contro Pizzoli,
due di stette il castello sullo difeso, poi patteggiò, si arreso
addi 11 maggio. Così ruppe la guerra, memorabile per il lungo
assedio sostenuto dagli aquilani, soli e senza aiuto, contro un
condottiero maestro dell’arte militare, potentissimo, Essi, avute
notizie del nemico, il quale era entrato nel contado, si raccol-
sero intorno alle insegne delle arti, pronti ad affrontarlo; misero
scolte per le mura e per le torri, sbarrarono le porte e fecero
diligentissima guardia. Adusati a combattere a piedi aspettavano
i nemici sotto le mura, chè non avrebbero osato d’andare in-
nanzi le ferreo genti d'arme; pochi cavalli avevano e li man-
davano attorno per spiare. Ai 12 di maggio Braccio si fece
sotto le mura: la campana del Comune diede il segno delle
armi, e tutti i cittadini aiti a battaglia corsero al posto assegnato.
I fanti bracceschi, difesi dai targoni, avanzarono, ma, oppressi dal
sacttume, che pioveva dall'alto delle mura, si trassero indietro
e Braccio, avendo fatto prova dell'animo degli aquilani, e visto
l’ordino della difesa, richiamò i suoi dall'assalto; arse le case
fuori le mura, si ridusse a Pizzoli, e di là mosse contro Paga-
nica. Sotto il castello di questa terra incontrò una resistenza
più gagliarda di quella, che si pensava, perché il forte arnese
era guardato dal fratello del Duca d’Atri; occorsero quindi le
bombarde per combatterlo. Molta gente ed il fratello del Duca
morirono nella difesa, ma l'animo dei cittadini non piegava
alla resa; nè questi avrebbero ceduto terra e castello, se Gregorio
da Norcia loro capitano o per viltà, o per tradimento, non li
avesse impauriti co’ suoi discorsi, e data certa la morte di tutti
con una difesa più lunga. Di notte alquanti terrazzani, calatisi
dalle mura, andarono al condottiero, fecero patto e a’21 di
maggio cessero il castello: dieci uomini d'arme, che l'avevano
difeso, furono svaligiati e rimandati in farsetto.
Andò Braccio col campo a Poggio, combattette la terra due
oogle e
208 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1423)
di con le bombarde e l'ebbe, poi agevolmente acquistò S. De-
metrio, Fossa e S. Eusanio per la paura dei cittadini. Indugiò
quattro giorni intorno a Barisciano, due sotto Fagnano, accordò
l'una e l'altra terra; assali Stiffe, il cui maschio era difeso
da Antonuccio de Simone, l’ebbe a patto (1), e di poi in pochi
giorni occupò Pescomaggiore, Picenze, Carapelle. In questo
tempo lo raggiunse Nicolò Piccinino, il quale veniva dall'assedio
di Guardia Grele, acquistata per poco animo dei terrazzani.
Antonuccio, con poca gente aveva sostenuto e difeso la terra
e respinto virilmente i primi assalti, ma dipoi i cittadini, im-
pauriti degli apparecchi, che facevano i bracceschi, lo costrin-
sero a parlamentare, e a' 18 di maggio fece i capitoli della resa.
Il Piccinino perdonò le offese a tutti, concesse ad Antonuccio
e a’ soldati di lui dieci giorni per uscire dalle mura.
Gli aquilani intanto vedevano con dolore il contado disertato,
perdute le castella, non tanto per virtù dei nemici, quanto
per la paura dei villani e la codardia dei difensori, ma non
mancarono d'animo. A' 22 di maggio tornarono da Roma i loro
oratori coi capitoli di Luigi III e molte promesse; con essi
andò messer Antonello Pappacoda, che era stato soldato di
Ladislao, ordinato dal principe capitano della città (2). AI primo
di giugno giunsero le novelle della prigionia di Ser Gianni (3)
e poi di per di quelle della battaglia del ponte di Casanova,
della fuga della Regina, del sacco di Napoli; intanto Alfonso
richiedeva pronti soccorsi a Braccio, e questi deliberò d'assalire
l'Aquila con tutto lo sforzo, sperando di fiaccarla, avendola
disarmata delle sue castella, e correre poi in soccorso del Re.
() Un' onigmatica stanza dol Ciminetto, c. Il, st.20, nolla quale sì parla del
fatto, ha questa conclusione: « Come restette so detto alli patti ». Noto ciò, perchè
r'antwori, Ill, 206, dà una interpretazione differente dalla mia. Cfr. CAMPANO, 134.
(@) Diurn. di Montel.
(8) Nicorò pa Bornoxa, 860.
I
Assedio dell'Aquila.
Braccio, poichè ebbe accordato Carapelle, raunate tutte le
genti sue, tornò contro l'Aquila: per la via i terrazzani gli
diedero Castelnuovo; agli Il di giugno venne sotto la città,
s'accampò all'Arenara e mandò una bombarda a Collemaggio (1).
E fu meraviglioso in questo tempo il sereno animo degli aqui-
lani, perchè, vedendosi innanzi un nemico tanto pericoloso,
avevano provveduto tranquillamente all'ordine delle cose ci-
vili, secondo la consuetudine, ed eletto il Camerlingo ed i
cinque dello arti pei mesi' di maggio e di giugno. Era in-
tanto Antonuccio tornato da Guardia Grele a tempo, e, fatto
capo della difesa, come quegli, che aveva grande esperienza
di guerra, aggiunse sicurtà e coraggio in quegli spiriti già alti.
Le prime avvisaglie dei nemici non furono avventuroso, la
bombarda di Collemaggio non fece danno e Braccio levò alcune
trinciere per condurre più sicuramente i suoi sotto le mura,
comandò l'assalto. Gli aquilani li accolsero gagliardamente,
e ognuno, soldato o cavaliere, fece il dovere, perchè com-
batteva per la patria, pel principe angioino e per la reli-
gione, chè Braccio era nemico della Clriesa; e furono visti
sacerdoti e donne accorrere dove il pericolo era maggiore a
confortare i combattenti e somministrare armi e soccorsi. Una
feroce battaglia fu quel di combattuta alle Grotte, dove gli
aquilani furono valenti uomini e percossero molti bracceschi,
(1) Cineto, e. II, st. 30.
Google conii
270 GIOVANNA IT D'ANGIÒ (1423)
fra i quali Villanuccio da Castello, Nicolò Piccinino fu ferito
di verrettone dall’animoso Giovanni di Fiorino. Vide Braccio
con dispetto tornare agli alloggiamenti i suoi soldati pesti,
maleonci: deliberò di straccare gli aquilani molestandoli giorno
e notte, 0, come soleva faro, quando si vedeva attraversati i
disegni, inferoci contro i prigionieri, che tardavano a pagargli
il riseatto e no fece trascinare uno legato alla coda d'un ca-
vallo rubesto. E gli aquilani, stizziti, gli rendevano il paio.
Saputo, che per la montagna veniva un convoglio di provvi-
gioni scortato da una squadra di bracceschi, andarono ad appo-
starlo, lo sorpresero, cacciarono in rotta la scorta, fecero buona
preda; e, poichè tra i prigionieri trovarono il cancelliere di
Ardizzone da Carrara, lo squartarono. E Braceio disertava il
contado, ardeva ville e campi di messi già bionde; inferoeì
fin contro Je donne e le mise a taglia di riscatto sette du-
cati l'una (1).
All'ultimo di giugno andò a Santogna c spiegò pe' campi di
S. Sisto e le coste dei colli trabacche e padiglioni, per affamare
i cittadini mandò i suoi a guastare i mulini alla Rivera, ma
gli aquilani li ricacciarono con danno. Nel fatto d'arme fu
ferito l’animoso Giovanni di Fiorino. Fece allora Braccio rom-
pere la gora dei mulini, e gli aquilani, dopo d’averlî muniti
di steccato e di bastia, vi ricondussero l’acqua occorrente,
col soverchio allagarono la campagna circostante, © ciò diede
molto fastidio ai nemici. Ed ai mulini si faceva battaglia giorno
@ notte, perchè gli uni si studiavano di guastaro © gli altri di
rifare. Un di vennero i bracceschi innanzi la Porta di Barete
numerosi e minacciosi: uscì Antonuccio con gli aquilani ad
affrontarli © si azzuffarono e percossero tanto stretti, che non
c'era spazio per correre lancia e caricare balestra. I fanti
aquilani gridarano: morte ai cani, © cacciatisi tra i cavalli dei
nemici, li sbudellavano; i bracceschi si ritrassero agli allog-
giamenti caleati alle spalle da Antonuccio.
In quel tempo fra tante ire di parte e rovine di guerre i
frati minori andavano attorno predicando pace e concordia per
le città, per le castella, e un di n'andò uno al campo di
(1) Crunverto, e. ILL Nicotò pa Borsona, 839.
s00gle OE.
(1423). LIBRO QUINTO Coi
Bruccio. Dicono, che era commissario della Regina, ed io so-
spetto, che fosse frate Giovanni da Capestrano, il quale ebbe
talora di cotesti uffici da Giovanna II. Umilmente espose, che
era venuto per la pace, e quegli, se bene fosse nemico degli
uomini di chiesa, l’udi, gli dette fede, lo mandò all'Aquila a
persuadere i cittadini di spedirgli oratori per trovare modo di
finire le contese, Gli aquilani, convinti dal fraticello, deputarono
lo Spalletta, testè eletto camerlingo per luglio ed agosto, con
Giacomo d’Antonio detto Mancino, grammatico, i quali andarono
agli alloggiamenti di Rolo, dove Braccio agli 11 di luglio s”era
condotto. Questi disse loro, che sarebbe partito con l’esercito
incontanente, se la città avesse accettato un suo capitano; ma
gli aquilani, che per questo avevano preso le armi, altro non
vollero udire e si partirono. Conoscendo però quanta fosse la
ferocia del condottiero e la sete della vendetta, prevedendo
assalti più gagliardi, rafforzarono le porte con bastie e raddop-
piarono le guardie; vedendo poi i campi disertati, gli approv-
vigionamenti difficili, elessero deputati nei quarti della città
per ricercare quanto frumento fosse nei granai de’ privati.
Braccio si persuase, che gli sarebbe stato più agevole avere
la città per fame, che per assalto, lasciò quindi i suoi loco-
tenenti all’assedio ed egli corse il contado ad occupare le altre
castella. Andò a Rocca di Cagna, donde a’ 28 mandò lettere
alle università di Corbara, Collefegato, Castelmainardo, Poggio
di Valle, Castiglione, Valle Meleto con l'ordine di assegnare a
messer Ludovico suo cancelliere e commissario tutte lo robe,
bestiame e fin gli uomini dell'Aquila, che in esse si trovassero,
pena la confisca dei beni (1). Ed avendo accordata Rocca di
Cagno, mosse contro Rocca di Mezzo, ma i cittadini si fecero
trovare armati e pronti a difendersi. Si studiò invano di per-
suaderli a dargli la terra, l’assediò, ed avendo fatto portare le
artiglierie a' 5 di agosto diede battaglia. Un muro rovinò, ma
senza pro, perchè i difensori dall’alto con grandi pietre ammac-
cavano gli uomini d'arme, che davano l'assalto.
In questa andarono a trovare Braccio i villani di Fossa e lo
pregarono di occupare Ocre posta in luogo eminente soprastante
(1) Axrimoni, IN, 212.
Google CORNELLUN
272 GIOVANNA Il D'ANGIÙ (1423)
la terra loro, e dagli ocresi erano molestati; lo assicurarono che
il castello era poco guardato e mal munito. Ebbero gli aquilani
notizie di queste pratiche dei fossani, caricarono molte bestie
di provvigioni e con esse avviarono ad cre una compagnia
di fanti; questa giunse tardi, chè Braccio l'aveva preceduta ed
era già co’ soldati intorno al castello, onde diede indietro
inseguita non senza danno. La perdita di Ocre fu acerba
per gli aquilani, perchè il castello guardava un’erma via ri-
masta ad essi aperta, e si vedevano chiusi da ogni parte. Tornò
Braccio sotto il castello di Roccn di Mezzo, vi restò alquanti
giorni, e poi contro la consuetudine sua, lasciò l'impresa, ed
andò a Civita di Bagno.
Il Piccinino, restato all'assedio dell'Aquila, la molestava di
continuo: a’ 3 d'agosto corse con pochi cavalli fino alla Porta
di Barete, e gli aquilani uscirono ad affrontarlo, ma egli, voltosi
in fuga, Ji trasse nelle insidie a S. Sisto, dove si videro cir-
condati da molti soldati posti negli agguati, si misero a correre
disordinatamente qua, là, per le vigne, pei valloni e chi scampò
tornò a casa soletto. Caddero quel di nelle mani del Piccinino
cinquanta gagliardi giovani. Intanto nella città, tra per la fame
e per la stanchezza del continuo combattere, molti tramavano
di aprire le porte a Braccio, ed avevano con lui intesa. {l mez-
zano però a' 13 di agosto fu trattenuto dalle guardie, le quali,
frugandolo nelle vesti, trovarono lettore, furono portate ad Anto-
nuccio, che riconobbe i caratteri d'uno, ch’ era stato cancelliere
di Jacopo Caldora: voleva Braccio, che fossero andati a lui
quattro cittadini, e se în qualche patto sarebbe stata differenza
di opinione, la rimetteva all'avviso del Caldora. Il mezzano fu
imprigionato, delle lettere non fu fatto motto. Braccio però il
di appresso andò baldanzosamente sotto le mura per fare bat-
taglia, aspettava, che i traditori, come avevano promesso, faces-
sero rumore, € turbassero i valenti uomini, che attendevano
alla difesa, aspettò lungamente ed indarno, si credette ingan-
nato, e senza altro osare, tornò agli alloggiamenti.
Nella città fu fatta inquisizione dei traditori: presi i capi
della congiura e, convinti del tradimento, furono impiccati senza
pietà pei rami dell’olmo nel mezzo della piazza: non fu
perdonato a nome, a condizione di vita, perchè i popolani
rumoreggiavano come quelli, che tra i pericoli delle armi e
Google CORNELL UNVER
(1423) LIBRO QUINTO 278
le sofferenze dell'assedio, s'erano fatti più audaci e feroci.
Molti, fra i quali erano alquanti dei più ragguardevoli citta-
dini, si studiarono di scampare fuggendo; due di essi, sorpresi
fuori le porte, furono squartati; coloro, che salvarono con la
fuge l’ignominia della vita, andarono a Braccio, e combat-
tettero poi scelleratamente con lui contro i fratelli. È meglio
ignorarne i nomi (1).
Mentre così si combatteva intorno all'Aquila, una città
abruzzese procurò di trarre profitto dalle dure condizioni di
essa. A' 4 di febbraio 1429 la regina Giovanna aveva sottratta
dalla giurisdizione del Governatore d'Abruzzo le castella di
Farinola e Montebello, e le aveva sottoposte all’ autorità del
capitano e del baiulo dell'Aquila (2). I cittadini di Civita di
Penne, che reputavano di avere diritto sopra Farinola, andarono
ad assediarla e questo forse fu fatto con l'intesa di Braccio, e vi
costrussero intorno bastie e portarono bombarde (3). Il castel-
lano di Farinola, che era uomo prode, si mise sulle difese e
mandò Troilo di S. Valentino per avere gente di soccorso;
questi, fatta una compagnia di soldati, a’ 28 di agosto assali i
pennesi, li ruppe. Perdettero questi meglio di 200 uomini. Gli
aquilani di ciò furono lieti, e rimandarono a miglior tempo
la vendetta loro (4).
Braccio lasciò a Paganica Nicolò Piccinino coi cavalli ed il
Conte Brandolino con le fanterie, ed egli mosse all'acquisto di
altre castella, e avrebbe acquistato tutto l'Abruzzo, se la for-
tuna fosse stata seconda, e unendo questo all’Umbria avrebbe
costituito il regno, che ambiva. Agevolmente ebbe le terre e
castella di Tissio, S. Pio, Caporeitno, Bomindeo, Civita Reténga;
assediò Navelli, ma per la resistenza, che incontrò, tolse 1’ as-
sedio per andare a S. Valentino (5).
€) Ciutvetto, II, at. 24 @ sog. Nicotò na Bornona, 889.
(2) Nota al Cimesuo, 983.
(8) Cimimeuto, II, st. 32,
(4) Ivi, st. 38 e seg.
@) Ivi, c. IV, at. 2,3.
18. — Fanaotia, Giovanna II d'Angiò.
Go gle E
Original nom
vere»; Google CORNELL UNIVERSITY
m
Condizioni della città dell'Aquila. — La Regina manda Muzio
Attendolo Sforza in soccorso di essa. — Braccio lo previene, occupa
le terre chietine fino a Lanciano, e con poca gente lo intrattiene a
lungo, — Muzio Attendolo annega al passo della Pescara.
In questo tempo Braccio mandò a Napoli l’aiuto di Jacopo
Caldora; © gli aquilani lo chiedevano al papa, a Luigi III,
alla Regina, divenuta loro amica, dopo l'adozione del principe
angioino, ma tutti davano belle parole e larghe promesse. Con la
perdita del contado l'assedio s'era fatto più stretto, nessuno
usciva dalla città senza grande pericolo, l'inverno era vicino,
le provvigioni scarse.
Poichè ebbero creati i nuovi magistrati per settembre ed
ottobre, riuniti a parlamento, deliberarono di mandare un’am-
basceria al Papa ed alla Regina per sollecitare i soccorsi. Non
era agevole trovare chi fosse andato con tanti pericoli per
tanta via: si proffersero alcuni buoni cittadini, tra i quali il
notaio Lico. Mossero non insieme, ma per diverse vie; il notaio
a Tagliacozzo cadde nei bracceschi, gli altri con molto disagio
pervennero ad Aversa (1). Benignamente accolti, più che dalle
buone parole della Regina, ebbero solliovo dui fatti, perchè,
essendo partito Alfonso, Muzio Attendolo apparecchiava l'eser-
cito per condurlo contro Braccio, con l'intesa del Papa e del
Duca di Milano, col favore di Luigi e della Regina, polchè al
Papa importava di reprimere l'arroganza di Braccio, al Duca
(1) Buowrsconro, 130. Cimivst1o, c. 1V, at. 10.
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276 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1423)
di avere al soldo gli sforzeschi per mandarli contro Firenze.
Avevano fatto lega fra loro e ordinato di mettere Muzio Atten-
dolo a capo di diecimila cavalli, a cinquemila di essi il Duca
avrebbe pagato il soldo, a tremila Martino V, al resto la Regina:
nei capitoli fa posto, che quando Muzio Attendolo sarebbe andato
nella Toscana, avrebbe lasciato a guardare il regno Lorenzo,
Micheletto ed il conte Francesco. Nel mese di decembre Muzio
ebbe dal Duca diecimila ducati per la condotta (1).
Queste pratiche non erano ignote a Braccio, che aveva per-
duto sei mesi attorno all'Aquila, e si vedeva rotti i suoi
disegni. Nella lunga dimora aveva solo acquistato molte ca-
stella del contado, che lo ubbidivano a forza, onde conveniva
tenere In esse buone guarnigioni, quasi tutto l'altro paese di
Abruzzo gli era nemico per antica devozione alla Regina ed a
Luigi IIL Alfonso poco tempo era stato a Napoli, e gli era
mancato tempo ed agio per conciliarsi amici in quelle parti,
lo stesso Jacopo Caldora aveva preferito di andare a Napoli,
anzi che combattere gli aquilani- e gli altri abruzzesi. Fra i
baroni erano potenti per signorie ed abili condottieri d'armi
Pietro Giampaolo, Giovanni, Nicola ed Orso Orsini, ma pel
parentado con Ser Gianni favorivano la Regina, si propose
Braccio di flaccarli, egli però ed i suoi locotenenti erano
feroci contro i cittadini delle terre, avevano rispetto ai signori.
Una mano di bracceschi sorprese Paterno, che ora di Corrado
Acquaviva conte di S. Valentino, l’arse, lo depredò, lo lasciò
tanto disfatto, che poi la Regina dovette francare i cittadini
d'ogni imposta per 10 anni (2); ma quando Braccio lasciò al-
l’ assedio dell'Aquila i suoi locotenenti, ed egli discese nella
valle della Pescara, innanzi a S. Valentino accordò il Conte ©
diedegli condotta nel suo esercito. Mosse poi contro Manoppello,
che era di casa Orsini, presidiato da’ soldati di Antonuccio
dei Camponeschi; si traeva dietro molte salmerie per vie
(1) Minvri, 294, Simoneta, 185. CaGNoLA, Cronache Milanesi. Arch. St It
vol. III, 33.
(8) Se ne fa monzione nel diploma di franchigia concenso a richiesta del conte
«.. por nonnulloa ex sociia atipendiariia quondam Brachii do Forte Brachi
(Paternum ) per vism coptum oxtitit ad sacchomagaum positum st ignis incendio
totaliter concrematum ». Reg. Ang. n. 377, £. 187.
Google :
(1423) LIBRO QUINTO ni
rotte e difficili fu codiato e molestato dai cittadini di Tocco.
Acquistò Manoppello o aggiunso allo sue genti i difensori, pat-
feggiò con Pietro Giampaolo, Giovanni, Nicola, Orso Orsini e
li condusse agli stipendii suoî, entrò in Chieti senza combst-
timento, è tanto spavento metteva il suo nome, che Francesco
de Riccardis di Ortona, consigliere della Regina, lo accolse
amichevolmente nelle sue terra (1). Per la via di Guardia Grele,
andò a sorprendere Lanciano, occupate poi sul mare Ortona e
Francavilla, tornò a Chieti, a propararo la difesa contro gli
sforzeschi (2). Così Braccio si trovò signore di gran parte del-
l'Abruzzo.
Lo Sforza intanto, all'uscita di ottobre, dopo la battaglia al
ponte della Maddalena, avviò i primi squadroni. Due vie gli
erano aperte, una per Venafro, che metteva capo a Sulmona
pei monti, che d' ottobre già sogliono ammantarsi di neve, dif-
ficile, l'altre per la Puglia e lunghesso il mare non facile
e interrotta da molte correnti di fiumi: questa prescelse Muzio
Attendolo forse per andaro a trovare Braccio, combatterlo senza
l'aiuto dei suoi locotenenti, e poi correre all'Aquila. Aveva
seco tutti i capitani suoi più sperimentati: Taliano Furlano,
Il Conte di $. Angelo, Micheletto, Girardo Fiasco, al quale era
stata perdonata la diffalta di Cosenza, Filippo Filangieri detto
Prete, il figliuofo Francesco e molti baroni pratici della guerra.
Discese nella Capitanata alle sue terre, e di là si volse al-
l’Abruzzo. Ridusse all’ ubbidienza Vasto Aimone, che era di
(1) Bartolommeo figlivolo di Francesco de Riscardis dopo la costui morte sn
ne richiamò alla Regina. In un diploma diretto da Aversa a' 22 giugno 1425 al
bruzzo olla dice, cho Francesco po:
0 © la Fara e cho «condam Drachium de Moatono tuac nostrum dicti
prutij Guternatorom recepiavit amicabiliter in castris eisdem ». Quando
poi Braccio si allontanò dalla fede della Regina «eundem condam Fra
nostrum utique fidelem possessionem dietorum castrorum ulique destituit et
privevit, que quidem castra vicio dicte pri non purgato
indebito et min pervenerunt sd manus Mognificorum vivorum Joaonis
Nicolai ne Petri Jampauli et Ursì de Ursinis ». La Regina ordinò al Vicegerente
di chiamare gli Orsini, osservare i titoli e fare giustizia sommaria.25 giugno
1425. Reg. Ang. n. 376 f. 2.
®) Mauri, 303, è distro lui Stxowera, 184 Buoxincoxrmo, 190, ete. Cfr.
Axmivont, I, 225 0 sog.
at destitucioni
oogle
278 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1424)
Jacopo Caldora, aquistò Turino del Sangro, Atessa, Monteo-
derisio, Ortona.
Come Braccio seppe, che gli sforzeschi andavano a trovarlo;
richiamò dall’Aquila il Piccinino, lasciando il Conte di Carrara
a governare l'assedio; egli con pochi squadroni corse a Lan-
ciano, non per dare battaglia, ma per. affaticarli e trattenerli
con la mala stagione per le vie interrotte da fiumi e da lame.
E in questo fu visto quando egli fosse maestro insigne di guerra,
perchè con pochi soldati li trattenne due mesi, novembre e
decembre, tra i fiumi Trigno, Sangro e Pescara. A” due di de-
cembre lo Sforza menò i suoi innanzi a Lanciano (1), Braccio
gli uscì incontro e furono rotte molte lance senza pro, senza
danno dell'una parte e dell'altra, egli però vide, che con
pochi non poteva fronteggiare un nemico grosso, nè rimanere a
Lanciano, si ridusse a Chieti. Gli sforzeschi gli tennero dietro
fino a Francavilla, e a’ 22 di decembre Muzio Attendolo andò
alle stanze in Ortona (2), col proposito di far guadare la Pescara
al conte Francesco e a Micheletto e mandarli all'Aquila con una
scelta schiera di uomini d'arme.
Lunedì, a’ 3 di gennaio, all'alba, messe in ordine le com-
pagnie delle genti d'arme, fece spiegare lo stendardo dei
quartieri, per andare al guado della Pescara, e sostenere al
passo del fiume Francesco e Micheletto co’ soltlati loro asse-
gnati pel soccorso dell'Aquila. Narrò, che la notte aveva fatto
un mal sogno: gli era parso di vedere un uomo grande,
il quale feriva santo Cristofaro, poi egli stesso cadeva in
un'acqua e chiamava quell’ uomo în aiuto. Mandò innanzi le
squadre dei cavalli, ma alla porta della città cadde lo sten-
dardo dei quartieri. Parve mal augurio. Ai soldati superstiziosi
eran note certo predizioni di strologhi fiorentini, i quali ave-
vano fatto sipere a Muzio Attendolo, che avrebbe dovato guar-
darsi, e non pigliare impresa di lunedì, nè fatto d'armi, o assedio
di castello e quel di sarebbe morto in acqua (3). Per queste
(1) «.. (lo Sforza) l'ando perseguitando a Lantano Civita Mazina (?), Bu-
mqico Miglianico, Villa France aou Francavilla et dovo andava». Miwuri, 204.
el di de S. Tommaso nante Natale tre lo alla stancia in Ortona
». Minor, ivi,
96, © dietro a lui il Bvoxicorao, 130 e gli altri.
oogle
(1424) LIBRO QUINTO 279
predizioni, pel mal sogno, per la caduta dello stendardo, i co-
nestabili andarono a dirgli, che lasciasso l'impresa quel di;
ma egli non stette a udirli e cavalcò per la sua via, perchè,
come dice îl Minuti « bisognava, che le costellazioni di sopra
facessero lor corso ». I soldati lo seguivano di mala voglia. Si
pervenne sotto il castello della terra di Pescara, dove il fiume
mette nel mare; sulla foce i bracceschi avevano affondata una
barca e fatto un riparo di tavole e sarte con dieci uomini
armati di lancie e balestre per impedire il passo. Sono andato
a vedere il luogo. Le correnti dell’Adriatico, agitano molt'arena,
l’accumulano sul lido italiano e alle'foci de’ fiumi levano
una diga arenosa giallognola, nella quale la flumana impedita
quasi impaluda, muore senza mischiarsi col mare. Spesso ho
veduto di state uomini e somieri, per abbreviare la via, andare
lunghesso il lido sicuramente per quelle mobili arene, che
partono fume e mare; nel verno però, quando per ls piogge
stemperate, o per le nevi liquefatte sui monti cresce la forza
delle correnti fluviali, la diga arenosa cede nel mezzo, s’ apre
€ mare e flume si confondono. La Pescara però, più degli altri
fiumi abbondante di acqua, anche a mezza state rompe la
diga, ond’hanno il passo le barche cariche di non grave peso,
e vanno addentro fino alla città. Ma ora il lido di per di si
allontana; al tempo del mio racconto il mare batteva le mura
del basso castello.
Al passo della diga deliberò Muzio Attendolo di guailare il
fiume periglioso. Mandò innanzi cinque cavalli, poi il conte
Francesco, appresso Micheletto, poi entrò egli stesso nel-
l’acqua seguito da quindici uomini d'arme con lancia, elmetto,
guanti di ferro, ed una frotta di saccomanni (1). I bracceschi,
i quali guardavano castello © steceato, corsero sopra di loro,
ma il Conte e Micheletto li ricevettero con le lance in resta
e li inseguirono fino al ponte della terra.
Muzio Attendolo restò al passo per incoraggiare gli altri al
guado, chè avevano paura, perchè il mare s"era mosso e alzava
le onde. Il condottiero scese nuovamente nello correnti, e s' era
(1) Questo è il racconto del Misuri, 1. e. Nico) pa Bonsona, 470 narra,
che passò solo Raniero da Perugia con sessanta uomini. Il MinuTi forse era
presente.
Google :
280 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1424)
armato di tutto punto dalla celata ai guanti, perché un ver-
retione dei bracceschi gli era passato sul capo: cavalcava
un destriero nominato Scalzavacca grande e bello, ma tenero
di bocca. Mentre guadava il fiume, un ragazzo innanzi a lui
fu in pericolo di annegare, egli si piegò un poco sull’ arcione
per dargli la mano, e il cavallo senti il freno e rinculò, gli
mancò il piede. Muzio Attendolo sdrucciolò di sella, affondò,
non fu visto più.
I soldati dalla riva levarono un grido, due volte videro una
mano col guanto di ferro agitarsi sulle correnti, poi disparve,
e il condottiero ebbe tomba negli abissi ignoti doi gorghi.
Nessuno si mosse per dargli aiuto, perchè, dice il cronista,
«ognuno teneva più cara la pelle, con la quale nacque, che la
vita altrui »; e poi doveva seguire l'influenza delle stelle.
Il cavallo a nuoto venne alla riva, il corpo di Muzio Atten-
dolo Sforza fu ricercato invano (1).
dal qualo atiinsero il Giovio, cap. L XXXIX;
Buonixcontro, 13L; il Criveu, 725 © seg;
(1) Ho seguito il Miu
Coruestecio, lib. V, 324
Stoneta, 186; il Conto, 625.
Serive dunque il Moti, cap. III, 110: «La recolenda et bona memoria de
Sforza trasmigrò di questa vita mondana l'anno MCCCCXXIII ia lunedì a dî
3 di gonaîo circa hore VIII in la Pescara fiume d'Abrazso de rinquantaquattro
in ziuquantacinque anni ». Cfr. il Campano, 615; Diurn di Monteleone, 81;
Givuaxo Passaro, I2; NotaE Giacomo, 72 Îl quale ha una postilla erronea,
che pone la morta dello Sforza a' 13 di gennaio 1424; Enea Simo Piccotoni,
Vir. clar.; Cron. d'Agobbio RI. $. XXI, 961; A. Fovricut, Bel. Brac. ap.
Bonrans, IX,16; Citiwat.1o, Canto V3 Caanota, Prato @ Ricozro, Slor. di Mil.
Arch. St. It III, 39, ote.
0 gle E ERSIT
IV
Grande animo di Francesco alla morte del padre: l'esercito
aforzesco in parte si discioglie. — La Regina accoglie benevolmente
Francesco e gli dà favore, — Assedio dell'Aquila ed eroica difesa.
La novella della lagrimevole morte di Muzio Attendolo fu
portata al conte Francesco mentre faceva fatto d'armi. Lasciò
i nemici, corse alla riva del fiume e, trovato una navicella,
fatta d'un grande tronco d' albero scavato, vi entrò e, per
scansare le frecce dei bracceschi, dovette mettersi carpone.
1 compagni di lui tornarono pel mal passo della foce, molti
annegarono. Il Conte se bene sentisse un’angoscia acerba,
mostrò animo grande: chiamò a consiglio i capitani, li con-
fortò a rimanere fedeli, promise che li avrebbe trattati come il
padre, e meglio, assicurò ad essi grandi guiderdoni; fattosi poi
portare i libri delle ragioni, nei quali molti di loro erano notati
a debito, li fece ardere. Ricevuto dai capitani e dai conestabili
il giuramento di fedeltà, condusse l’esercito ad Ortona (1).
Quivi lasciò Santo Parente ed il conte di Santangelo con quat-
trocento cavalli a difesa della terra: duecento, con Fiasco per
capitano, ne diede al conte di Monteederisio, che non aveva
armi per difendersi da Braccio, egli, col resto dell'esercito,
mosse per Benevento. A Benevento però il conte Francesco
non entrò senza difficoltà, perchè la vedova di Muzio Attendolo
voleva conservare quella città agli altri figlivoli di lui,
E le genti, che lasciò nell’Abruzzo, fecero mala prova. Il conte
(1) Pierro Canpio, Vita Fr. Sfortine. R. IL S. XX, 1027.
Google OANELL UN
282 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1424)
di S, Severino, come pervenne în Ortona, si partì senza dire
ragione, fuggendo, come se sentisse la lancia dei bracceschi alle
reni ed in ogni luogo diffuse male novelle e terrore; Taliano
Furlano co’ suoi passò a Braccio: una numerosa squadra, an-
dando di notte, smarri la via, capitata fra î nemici, fu svaligiata.
Colantonio Zurlo da Ortona cominciò a fare pratiche con
Braccio. Alloggiava egli nelle case di messer Francesco de
Riccardis, il quale per donna gli era legato di parentado; come
Santo Parente ebbe sentore delle trame, per prevenire il danno,
di notte tolse le armi, andò alla casa di messer Francesco,
domandò del conte, lo sorprese a letto e l' uccise. I popolani
ortonesi, avute notizie del tradimento meditato, misero a sacco
le robe dell’assassinato e degli amici suoi. Santo Parente, fatto
questo, raunò le squadre e le condusse a Benevento (1). Dipoi
Micheletto andò nella Calabria, ed jl Conte a mezzo gennaio in
Aversa per salutare la Regina. Questa l’accolse amorevolmente
piangendo: egli promise, che l'avrebbe servita con fede ed ella
gli donò tutto lo stato del padre. Per memoria del Condottiero
volle poi, che tutti i figlioli di lui togliessero il nome di
Sforza (2). La Regina accomiatò il Conte, che ebbe denaro, per
tornare a Benevento con la scorta di quaranta uomini d'arme,
ma sotto Maddaloni ne incontrò cinquecento, che Orso Orsini
conduceva in Napoli agli aragonesi; da una parte e dall'altra
fu gridato: a chi viva? Come fu risposto: Sforza ed Orso, gli
sforzeschi, credendo, che i nemici fossero pochi, calate le lance
li affrontarono, ma visto con quanti avevano a fare, ed il pori-
colo, diedero indietro e a corsa scamparono in Acerra, dove
il Conte fu accolto con cortesia e bene alloggiato da messer
Agapito, castellano della terra pel principe di Taranto (3).
Questi poi per dispetto gli tolse l’ ufficio, perché s'era dichia-
(1) Diurn. di Montet, 81. Minuri, 302, Commissioni di IR. veoui Ateuzi, Il,
n. 491, n.33.
@) Mintri, 302, 303. Il Caonota, nelle Cron. Milan. cit. serive, cho Frax-
cesco andò a trovare la Regina in Aversa a' 13 di gennaio. Ed il Sixowera, 188:
« Idibus la »
(8) Leggesi nel Mimuri I. c
«fa ricevato et honorato di
sno Agabito do
Santo Stato vice principe de quella terra», Il CoRIo, 748, ed il SIMONETA, 189, +
dicono Agabito barone romano.
oogle
(1424) LIBRO QUINTO 283
rato nemico della Regina, e manco il Papa con la sua autorità
valse a fargli mutare proposito (1).
La corte regia intanto, vistasi disarmata con la morte di Muzio
Sforza, fee pratiche con Braccio; dicono anzi, che la Regina
lo abbia confermato nell'ufficio di governatore d'Abruzzo; col-
l'avviso del Papa e del regio consiglio a Ser Gianni Caracciolo,
con autorità di Grande Contestabile, fu data per difesa della
chiesa e del regno la condotta di cinquecento lance e trecento
fanti. Erano computati tro cavalli per lancia con otto ducati
di stipendio mensuali, tre per ciascuno de’ soldati a piedi: a
Ser Gianni furono assegnati cinquecento ducati al mese (2).
Così mentre gli altri baroni cimentavano la vita nelle battaglie,
egli lontano dai pericoli arricchiva.
Lo stesso di che Muzio Attendolo si perdette nella Pescara,
Braccio riuniti carriaggi ed armi s'era partito da Chieti per
condursi all'Aquila e precorrere gli sforzeschi, ma non era an-
dato tre miglia, quando fu raggiunto da un corriere con la no-
vella della morte dell'avversario. Non gli diede fede da prima,
come però la notizia gli fu confermata da altri messi, mutato
avviso, tornò a Chieti, dove restò a guardare gli sforzeschi e
sopra tutto le compagnie, che si sbandavano. Rimandò il Picci
nino all'Aquila.
(1) Martino V a' 21 di norembre 1423 aveva sc:
Francesco Sanseverino, ad altri baroni, a molte università: fu sempre nostra inten-
zione, cho Giovanna sia Regina fino a quando virrà, e come Regina disponga
di ogni cosa, © perciò deve essero ubbidita. RaraL0o ad an. 1429, p. 509.
(2) - «olim in anno secunde Ind. primo preterito mortio Sforcia de Acten-
dulis comite Codignole nostro tune armorum capitaneo de consulto exortacione
@t junsu aanctissimi domini noatri papa Martini quinti ac eum sasiatentia nostri
consilii provida matara et digosta deliboraciono pro noetri Regni status ot por-
sone defensa et conservacione certaw armigerarum gencium equitum et peditum
conduetam dare decrevimus speetabili et magnifico viro Sir Janni carsezulo de
neapoli militi duci Venusii Regni nostri Sicilie Magno Senescalco Collaterali
Consiliario et fideli nostro dilecto in armoram exercicio utique strenuo mi
tarisque discipline erudito, ut ceu Magnus Conestabulus Regni nostri predicti
osercilibas nostrarum armigorarum geatium procesot ac circa otatus tam profati
domini nostri Pape ac nostri, et rei puplice Regni nostri eiusdem dedimus et
concessimus conductam lancearum quingentaram computatis tribus equitibus pro
qualibet lancea, ac peditum Tercontorum incipiendo a vigesimo die mensis Januarii
predieti anni ». Reg. Ang. n. 371, £ 278 È
284 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1424)
Gli aquilani, che aspettavano il soccorso degli sforzeschi ave-
vano ripreso animo, fiduciosi del buon esito della difesa; lontani
Braccio ed il Piccinino si trovavano a fronte 1 soli soldati del
Conte di Carrara, il quale dagli alloggiamenti di Paganica
faceva correre la campagna, ma non osava di assalire la città,
perciò i cittadini avevano interrotto il continuo uso delle armi,
le scolte erano meno frequenti e diligenti. Il Conte di Carrara,
per ritentare l'insidia del Piccinino e trarre gli aquilani agli
agguati, un di mise trecento fanti dietro un colle e mandb cin-
quanta cavalli sotto le mura. Le scolte dalle torri diedero il
segno della correria, la campana del Comune suonò a martello,
e & quella chiamata improvvisa, pochi cittadini ebbero agio
d'armarsi, molti corsero alle mura inermi. Anche Antonuccio
andò in farsetto ©, tolta una lancia, si mise innanzi: fecero
però miglior battaglia gl’inermi, che guardavano dalle mura,
perchè accolsero i nemici con una sassaiuola stretta, per la
quale cavalli e cavalieri del Conte pesti si volsero in fuga.
Nessuno uscì ad inseguirli. Cosi gli aquilani sostenevano l’as-
sedio, quando giunse la mala novella della morte di Muzio
Attendolo e dello sbandamento dell'esercito: il terrore ed il
lutto occuparono la città, ad ognuno pareva prossima la rovina.
Era l'inverno, le montagne intorno biancheggiavano di neve,
i rivi ghiacciati, battuta dalla borea la campagna morta: scarse
le provvigioni, grandi le difficoltà di averne poche pei sentieri
alpestri, i corpi stremati dalle fatiche, dal digiuno, dalle vigilie;
gli animi, testò eretti e fiduciosi, ora sbigottiti; fra poco sarebbe
tornato Braccio, feroce, con tutto l’esercito. Ma come si quetò
il primo sbigottimento, la maschia virtù rasserenò gli animi.
Fu fatto parlamento, del quale queste furono le conclusioni:
durare nella difesa della patria, domandare soccorso al Papa.
Il Camerlingo ed i cinque delle arti pe’ mesi di gennaio e di
febbraio fecero afforzare i mulini, cercarono quanto frumento era
serbato ne’ granai, e ne assegnarono a bocca tanto per di,
quanto occorresse per campare; mandarono in terre lontane e
castella amiche la gente non atta alle armi: vecchi, donne, fan-
ciulli, quattromila miseri, grami, piangendo, lasciarono i tetti
e le care mura combattute.
Vv
GU aquilani mandano a chiedere aiuto al Papa e ad assol-
dare Pietro Navarrino. — Il Piccinino stringe la città, — Lotte
ai mulini. — Pratiche dei fuorusciti aquilani in danno della
città, — Braccio richiesto dat fiorentini procura inutilmente di
‘venire a patto. — Azioni di Papa Martino a favore degli assediati.
A'10 di gennaio fu conchiuso in consiglio di mandare al
Papa messer Simone dell'Abate per rappresentargli la grandezza
del pericolo; e perchè gli aquilani, più che in altri, avevano
fede in sè stessi, si misero a taglia e riunirono quanto denaro
abbisognava per condurre al soldo Pietro Navarrino con 400
cavalli (1). Tornò intanto Nicolò Piccinino, e fece una bastia
alla chiesa di S. Lorenzo delle Serre di Roio e vi pose a guardia
Bertoldo di Sangro conestabile di trecento fanti con alquanti
cavalli; un'altra ne costrul alla chiesa di S. Antonio con ver-
desche al campanile e intorno a tutte le opere scavò un fosso,
pel quale condusse l’acqua di Santogna, togliendola alla città,
la quale ebbe di ciò assai danno, perchè occorse d’andare per
acqua alla Rivera ed alla fonte di Preturo lontane, e chi la
portava, la vendeva ad un bolognino ed un soldo, o due quat-
trini la soma (2). Come però il verno si faceva più acre, anche
i bracceschi vivevano a disagio, la neve era discesa sul piano
(1) Cnmivesto, e. V. Nicotò a Bonnoxa, 870. A' 15 di febbraio Blasio de Gus-
sconibuo ds Bologna s:risso a Rinaldo degli Albizzi o agli altri ambasciatori di
Firenze in Ferrara: « il Papa ha mandato all'Aquila cavalli 400, © pigliare l'im-
presa ». Commis, di R. DEOLI ALMZZI Il, n. 491, d3:
@) Cmansetto, c. V. at. 17, 18. Nicotò pa Bonzoxa, I c, Campano, 134.
286 GIOVANNA HI D'ANGIÒ (1424)
© col poso sfondava i padiglioni ; spesso questi erano poi seon-
volti dal busso del vento, onde convenne costruire baracche
di tavole e travi segate nelle vicino selve e questo distraeva
i soldati dalle azioni militari. Del resto essi eziandio soffri
vano difetto di provvigioni (1). La fame però di per di si fa-
ceva più cruda nella città, perchè il Piccinino giorno © notte
mandava attorno la sua gente, la quale denudava e lasciava
morire al gelo chi ora sorproso con vettovaglie. Ma il freddo
ed il desiderio del guadagno favorirono gli aquilani, perchè
molti trovarono vie non frequentate e passi ignoti per portare
di lontano grasce nella città: queste erano poche, ma il poco
nella necessità stretta è grande sollievo. E Nicolò faceva im-
piccaro innanzi alle mura coloro, che sorprendeva; questo sup-
plizio patirono due sacerdoti, i quali prima furono impiccati
per la gola e poi trascinati da cavalli.
Ma non ogni cosa successe prosperamente al Piccinino, perchè
toccò una rotta dagli aquilani, che andavano a rafforzare la
guarnigione del castello dei Navelli, e scampò a Civita Retenga
per la celerità del buon corsiero. Non ebbero i bracceschi miglior
fortuna a Stiffe. S'erano proposto di sorprendeme il castello,
ma Antonuccio de Simone, avvisato, chiamò da Rocca di Mezzo
una compagnia di soldati, i quali a' 28 di gennaio sorpresero
i nemici e molti, con tre conestabili, ne presero (2). All'entrata
di febbraio tornarono alla devozione dell'Aquila le castella di
S. Pio e di Tussio (3).
Ma al Piccinino importava di occupare i mulini e ogni dì vi
mandava soldati a fare battaglia; vedendo questo messer Pirro
de’ Camponeschi, il quale alloggiava a S. Maria di Goriano con
cinquanta soldati, per avere il segno dell'assalto, fece appendere
una campanella ad un torrione; come si vedevano 1 bracceschi,
le guardie sonavano, rispondeva la campana di Santa Giusta,
ed i cittadini intendevano, che si combatteva ai mulini e cor-
revano con le armi.
A'15 di febbraio il Piccinino nascose soldati nel vallon-
cello di Kosarolo e Collemaggio, con altri mosse rumorosamente
(1) Cawpaso, 185.
@) Cremeno, ivi, st. 40, 41, 42.
(@) Nicotò pa Bonsona, 871 nota il fatto a 0 di febbraio.
oogle
(1424) LIBRO QUINTO 287
verso una delle porte della città: uscirono gli aquilani ad affron-
tarlo, s'azzuffarono; venne fuori da una parto la gento dal val-
loncello, dall'altra sovraggiunsero aquilani freschi a battaglia, i
bracceschi furono percossi e respinti; mandò innanzi il Picci-
nino una squadra di cavalli, ma la moltitudine degli aquilani
la cacciò in fuga. In questa zuffa furono più grida, male
parole, percosse, che danni: nessun aquilano morì, e di ciò
furono rese grazie a S. Pietro Celestino, perchè quello era il
giorno anniversario della traslazione delle reliquie suo (1).
Erano tra i bracceschi molti fuorusciti aquilani, i quali, per
fare più manifesta la loro infamia, s'eran posti nella bastia di
S. Lorenzo, che era la più minacciosa per la città. Mossi dal
desiderio delle case loro, punti dalla brama di vendetta, sapendo,
per le pratiche avute coi loro consorti di dentro, che la città
era stracca del lungo assedio, proposero al Piccinino di fare
un vigoroso assalto, somministrandogli quelle notizie, che erano
utili al buon esito dell’ impresa. Di ciò fu dato avviso a Braccio,
al quale parve buono quel disegno, ed egli stesso, che era stato
lontano per allargare la sua autorità nello terro abruzzesi, tornò
celeramente da Pescara per dirigere l'assalto.
Innanzi l'alba mandò sotto l'Aquila duemila fanti raccolti
nell’ Umbria e nella montagna di Abruzzo, egli stesso condusse
altri soldati provvisti di scale, di funi, e d’altre arnese occor-
rente, pervenne non visto alla chiesa di Santa Agnese. L’aveva
celato una nebbia grave e spessa tanto, che a poca distanza uno
non ravvisava l’altro. Gli aquilani però avvisati, erano già ai
luoghi assegnati sulle mura, e alla prima luce, come videro i
nemici al fosso, li coversero di pietre e saette (2). Fu combattuto
fine all'ora di terza, ma Braccio, vedendo, che ogni sperimento
era vano, s’allontanò co’ suoi. Fra gli aquilani fu notato di co-
dardia un cavaliere della corte del capitano, Gregorio di Norcia,
il quale ebbe paura della moltitudine dei nemici; si parti dal
luogo assegnatogli per la difesa, tremando corse a Pirro dei
Camponeschi, e dissegli: dammi uomini, chè noi non bastiamo.
Pirro lo guardò fiero, e, va, gli disse, va a dormire tu; non
mi sbigottire la gente. E lo mandò via.
(1) Cnanezto, c. VI, st. 5 e seg.
(@) < Po di notte, non era ben matino». Cnaisetto, c. VI, st. 14.
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288 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1424)
Quel mattino furono visti i fuorusciti nelle prime fila dei
bracceschi, e di ciò gli aquilani furono tanto sdegnati, che cac-
ciarono fuori le porte le donne loro e i parenti. Andarono questi
a S. Lorenzo, stettero la notte al sereno, il mattino furono ricac-
ciati da’ bracceschi con pietro e balestre, onde dolorando; tor-
narono innanzi le porte della città. N'ebbero pietà gli aquilani,
e li riammisero nelle case loro.
Vedendo Braccio, che non poteva domare la città, deliberò
di venire a patto. Era egli sollecitato dai fiorentini a apacciarsi
di quella briga, perchè il Duca di Milano li teneva in sospetto:
avevano tentate tutte le arti pacifiche per scansare le insidie
di lui, ma si erano persuasi, che per tenerlo lontano, rimane-
vano, unico mezzo, le armi. Mandarono oratori al legato di
Bologna, al Marchese di Ferrara, ai Veneziani, studiandosi di
persuaderli di non prendere le parti del Duca; si volsero a
Martino V, il quale non si mostrò nemico loro, ‘ma vedeva di
mala voglia il soccorso, che domandavano a Braccio; diceva,
che bene facevano i fiorentini a non permettere, che il Duca
avesse Bologna, ma egli non voleva, che Braccio divenisse suo
signore, occupando l'Aquila (1).
I fiorentini però, per assicurare la città e la libertà loro, nomi-
narono Braccio capitano di guerra per nove mesi col soldo per
mille lance e trecento fanti (2). Braccio quindi per trattare
della pace con gli aquilani mise in mezzo Corrado Trinci signore
di Foligno (3). Questi mandò all'Aquila il suo cancelliere con
le proposte, ma i cittadini lo rimandarono; il conte di Alvito
spedi sue lettere persuasive, non ebbero effetto. Volle Braccio
trattare con Antonuccio e Pirro do' Camponeschi, capi della
(1) Cfr. Commite. di R. prati Armeni Il, com. XII, 3 6 sog. XIII, 47 0 la
memorabile riformazione del 6 marzo, ivi 46. Nen1 pi Oixo Carrom, RL S.
XVID, 1168.
() La nomina fu comunicata a Braccio 2° 14 di febbraio, V. Arch. St, Il
aerio, vol. 16, par. Il, Doe. della Storia di Perugia, 580.
() ll Cono, ed. cit. par. V, 751, narra, che Braccio mandò all' Aquila Nicola
Trinci; ma nel Cron. Fugub, R. 3.8. XXI, 980 loggesi, che a' 21 di goonaio 1421
« Nicolò e Bartolomeo Trinci Signori di Foligno e di Nocera furono merti da
del. Cassero di Nocera », Ho posto quindi Corrado, loro fratello,
coronato Braccio. Cfr. Graziani, Cron. Arch. St. It. XVI, 1, 289.
(1424) LIBRO QUINTO 289
difesa e questi si diniegarono di udirlo. Altro espediente non
gli rimaneva, che condurre innenzi l'assedio con propositi feroci
di vendetta. Cominciò col punire le castella, che già aveva
occupate e poi avevano ricevuto gli aquilani; nel mese di aprile
andò a combattere S. Pio e l’ebbe, imprigionò gli uomini, fece
battere le donne, le mandò innanzi ai mulini dell'Aquila, denu-
date, arse le vesti e le lasciò vergognose al gelo. Mosse a
punire Tussio, ma avendo udito, che Barisciano, castello forte
pel luogo e per le opere di muro, s”era ribellato, cambiò via o
andò ad investirlo; Lo percosse con le artiglierie, sotto la torre
maggiore fece una cava, e quella, mancate le fondamenta, pre-
cipitò. Nel di della Pasqua per le rovine i bracceschi invasero
il castello, percossero e uccisero gli uomini; coloro che scam-
parono furono mandati alle prigioni di Teramo, e le donne coi
fanciulli cacciate nude sotto l'Aquila. Fatto questo, Braccio
accordò Tusio.
Furono intanto ricapitate agli ufficiali della città lettere di
Messer Simone degli Abati e di Martino V. Messer Simone dava
ragguaglio della sua ambasceria: il Papa l'aveva accolto bene-
volmente, e favoriva le pratiche per la condotta del Navarrino,
il quale tra poco sarebbe entrato nell’Abruzzo per le terre mar-
sicane; l'aveva persuaso d’andare alla Regina per aver soccorso.
Martino V nelle sue' lettere, date addi 23 di marzo, lodava la
fortezza degli aquilani, li esortava a perdurare nella difesa,
perchè i soccorsi sarebbero andati tra poco. E, per mantenere
sollevati gli animi degli aquilani, aggiungeva lettere a lettere.
A'27 di marzo scrisse, che aveva saputo, come essi fossero
concordi a salvare la patria o la libertà, della qualo niente è
più prezioso, nè più giocondo per gli animi forti, li esortava
a soffrire le distrette presenti con virile magnanimità, come
avevano fatto pel passato: li assicurava, che si adoperava per
liberarli dalle angustie. Il primo d'aprile fece loro sapere i prov
vedimenti, che prendeva per soccorrerli, assicurandoli, che a
questo fine avrebbe faito tanto, che non sarebbe stato accusato
di difetto (1).
(1) Anmivons, 11 256.
19.— Fanaotaa, Giovanna 17 d'Angiò.
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290 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1424)
Queste lettere furono lette nel consiglio e le lodi, le promesse,
le speranze, che davano, tanto valsero a sollevare gli animi,
che a' 28 di aprile gli aquilani sulla fronte del duomo © sulle
porte della città facero dipingere le insegne della Chiesa, dei
colonnesi, della Regina, di Luigi III, del Duca di Milano (1),
(1) Cnasetto, c. Vi, st. 27 e sog. Nicorò DA Borgoxa, 871.
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VI
Il Duca di Milano manda una flotta in soccorso della Regina.
— 2 Infante di Spagna propone di ardore © disfero Napoli:
Jacopo Caldora ei oppone a questo disegno e passa alla parte
della Regina e di Luigi III, i quali gli danno il comando del-
Vesercito per soccorrere V Aquila,
Erano intesi all'Aquila gli animi di tutta l’Italia, le cui
sorti pendevano dall'esito dell'assedio. Aveva Martino V_man-
dato a Filippo Maria il suo procuratore Antonio de Vincentiis,
per indurlo a soccorrere la città combattuta, parve però al
Duea, che oecorresse prima percuotere gli aragonesi, signori
di Napoli, i quali impedivano, che la Regina potesse mandare
i suoi soldati contro Braccio (1), e a questo fine fece mettere
in erdine a Genova diciotto galere e dodici navi, quattro galere
armò Luigi III in Provenza (2).
Voleva il Duca dare il comando dell’armata al Conte di Car-
magnola, ma cominciava a diffidare di lui, l’affidò quindi a
Guido Torello, buon capitano di gente d'arme, ma imperito
() Stwonsra, 190.
(2) Il Corto, par. IV, 748 sorive: < Il numero di questa armata era di di
navi grosse © di ventidue galoo; dello quali quattro no aveva arranto Li
Questa parmi la notizia più veridica. Non si allontana da essa molto il Norar
Giucowo 72, dicendo, che dodici erano lo navi, 19 le galere, quattro i galeoni;
nò Giusrano Passaro che nota 17 galere, 12 navi a 4 fusto.
Nei Diurn. di Montel. 81, sono riportato 7 galere, 12 navi grosse e duo piccole.
Il Diario Anonimo cit. 116 esagera: 24 navi, 18 galoro 0 quattordicimila
combattenti. V. Foauizta, Sor. Gem lib. X.
In questo genere di notizie è difeile trovare concordia negli serittori antichi.
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292 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1424)
delle arti marinaresche e perciò molti uomini di mare non vol-
lero fare la condotta. Guido da Genova fece vela all'entrata
di decembre (1), ma trovò il mare grosso, la tempesta disperse
le navi e poche pervennero a Gaeta. I catalani, che occupavano
il castello, vedendole in piccolo numero, deridevano i genovesi,
ma Guido intimò la resa: Antonio de Luna, capitano di Alfonso
rispose, che era disposto alla difesa, ma i cittadini non erano
dell'avviso di lui, e mandarono a raccomandarsi al capitano
del Duca. Nello stesso tempo Cristofero Gaetani, fatta una rac-
colta di gente, andò con essa innanzi Gaeta e Antonio de Luna,
vistosi chiuso per terra e per mare, cesse castello e città ai
genovesi. Questi vi posero guarnigione, vi depositarono le loro
merci, ne fecero scalo de’ loro commerci e tennero fino a quando,
morta la regina Giovanna, fu loro ritolta dai catalani sul prin-
cipio della lotta fra Alfonso d'Aragona e Renato d'Angiò, come
racconterò nel libro, che segue questa istoria. Guido Torello
ebbe dipoi il castello di Procida, acquistò Castellamare di Stabia,
dove a furia di popolo fu squartato il capitano di Alfonso, Gio-
vanni di Valenzia, un mal'uomo; Vico, Massa, e Sorrento man-
darono loro sindaci alla Regina per giurarle fedeltà.
Questo parve tempo opportuno per cacciare gli aragonesi da
Napoli: il conte Francesco, Micheletto, il quale tra gli sforzeschi
aveva grande autorità, il Duca di Sessa, Luigi Sanseverino cir-
condarono la città per terra, Guido chiuse il mare con le galere.
Ogni di si faceva fatto d'armi, e i cavalieri italiani delle due
parti, che innanzi avevano militato insieme, ebbero occasione
d' incontrarsi, e quelli, che erano al soldo degli aragonesi, non
celavano d’essere malcontenti ai servigi d' una gente orgogliosa,
strana. Anche i napolitani mormorarono, quando si videro chiusi
per terra e por mare © sentirono il difetto delle vettovaglie.
L’Infante d. Pietro non aveva speranza di soccorsi, poca fede
aveva di mantenere la città, nè molta ne riponeva in Jacopo
Caldora e negli altri capitani italiani; raunò i suoi a consiglio,
e pensando, che era meglio terra disfatta, che perduta, propose
di distruggere Napoli col ferro e col fuoco. I capitani aragonesi
(1). « VIT idos decembre ». Foguita, lib. X. Brucettio, ap. Bunsaxe, I,
p. Il, 1270. Prerno Chonota, cit. Arch. St, It Ill, 30.
Google 0A
(1424) LIBRO QUINTO 298
approvarono la bestiale proposta, ma il Caldora e Pietra Sottile
di Palermo furono d'altro parere. Pietro disse, che non doveva
disfarsi una città tanto nobile, il Re di Aragona l'avrebbe avuto
a malo, ed egli invece d’aver lode, otterrebbe biasimo; propose
di restare sulle difese. Più audace messer Jacopo Caldora disse
all'Infante, che nessuno de’ suoi maggiori aveva edificata una
città tanto bella: ardetela, disse, ma io non vedrò questo; se
siete disposto a farlo, aggiunse, ditelo due giorni innanzi, che
io me ne andrò. Le fiere parole di messer Jacopo dissuasero
l’ Infante dal feroce proposito (1).
Intanto era por finire il tempo del nolo delle navi di Guido
Torello, e Filippo Maria voleva, che sollecitamente si fosse dato
buon termine all'impresa, la qual cosa era più facile a pensare,
che ad eseguire fino a che Jacopo Caldora sosteneva l' Infante.
Guido per commissione del Duca incomineiò a tentarlo e non
lo trovò restio. Nello stesso tempo dai regii fu fatto prigioniero
Raimondo Anechino e menato ad Aversa. La Regina e Luigi
terzo sapendo, che era caro a messer Jacopo, perchè prode o
fedele capitano, lo trattarono umanamente © ragionando dei
fatti di Napoli e del regno lo persuasero di andare al Caldora,
e di promettergli in nome loro grandi premii, se avesse lasciato
l’Infante. Rispose Jacopo, che dall’aragonese gli erano dovuti
gli stipendii di molti mesi e li avrebbe perduti, se avesse mu-
tato parte; Guido promise, che li avrebbe pagati il Duca di
Milano; ma, mentre si aspettava il costui assenso ed il denaro,
molto tempo trascorse (2). Vennero alfine e furono fatti i capi-
toli. In questi volle Jacopo mettere condizione, che se i soldati
di Luigi INI ed i genovesi fossero entrati in Napoli, potevano
disporre delle robe dei catalani e degli aragonesi, ma dovevano
guardarsi di fare danno ed offesa ai napolitani. Le squadre
italiane al servigio degli aragonesi cominciarono a sciogliersi ;
Berardino della Carta non vedendosi pagare dall'Infante i soldi,
domandò un salvacondotto e si partì; narrano, che fra Jacopo
e il conte Francesco Sforza fosse intervenuta una tregua, certa
cosa è, che i soldati sforzeschi © caldoreschi quando 5’incon-
(1) Diurn, di Montel., 82. Facto, lib. III, 50.
(8) Cottenucdio - Costo, I, 326. FocutA, lib. X.
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204 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1424)
travano, non usavano le armi, ma si mischiavano amichevol-
mente. L’ Infante, avuto notizia delle pratiche di Jacopo, visto
il modo, che tenevano coi nemici i soldati di lui, deliberò di
pigliarlo, ma quosti, avvisato del pericolo da Giovanni do Mon-
cada, si guardò, e a' 12 di aprile favori l’entrata degli sforzeschi
in Napoli. Aragonesi o catalani fuggirono alle castella sparsi,
senz'ordine; molti ne furono presi, e tra essi Giovanni Moncada,
il quale si riscattò con buona taglia. Fu loro ritolto il Castel
Capuano, che era ancora mezzo rovinato, ed i difensori, che
patteggiarono, ebbero salve persone e robe. Tra costoro furono
Giovan Vincenzo Bozzuto ed il figliuolo, i quali poi riebbero
la grazia della Regina ed i beni perduti (1), Fu anche cambat-
tuto il Castelnuovo, ma ben munito e valorosamente difeso,
restò agli aragonesi molti anni. Guido Torello, ristabilita l’au-
torità della Regina in Napoli, essendo per finire il tempo della
sua condotta, si parti con l’armata, Jacopo Caldora passò al soldo
della Regina. Questa, libera omai dal pericolo degli aragonesi,
volse tutta la cura al soccorso dell’Aquila. Papa Martino Vla
tenne avvisata d'aver raunata una compagnia di genti d'arme
condotta da Luigi Colonna, accompagnato dati Legato pontificio
Francesco Piccolpasso, i quali erano in punto d’entrare nelle
terre marsicane; ed ella invitò i baroni a prestare il debito
servizio militare, riunì le compagnie di Jacopo Caldora, e î
soldati sforzeschi. Tra i baroni abruzzesi, che avevano seguito
Braccio, molti si volsero alla parte regia, persuasi dall’ autorità
del Caldora. Uno di essi fu il Conte di San Valentino. A questo
modo in poco tempo fu messo in ordine un bello e forte esercito,
del quale i capitani più chiari erano stati educati nella disci-
(1) Quosto risulta chiaramente dalle narrazioni degli scrittori, sebtene non
siano concordi sul modo.
Il Miuri, 304, narra, che Napoli fu espagnata da Guido Torello e dal Conte
Frascesco, per mezzo del quale Jacopo s'era accordato con la Regina.
Il Siwongta riferisce, che aforzeschi © caldoreschi entrarono insiemo sella
città, Nei Diurnali di Monet, 81, leggesi, che Jacopo fece aprire la porta del
Carmine ai soldati nemici.
Paco, lib. III, 50 dico che Jacopo invitd Guido Torello ad avvicinarsi alla
fà per combatterla, usci contro di lui co' auoî, ma di questi molti passarono
i. Cfr, Buonincosrai, 131.
nido, 0 rientrarono a Napoli mischiati
Google comi
(1424) LIBRO QUINTO 295
plina di Muzio Attendolo Sforza. E si mise all'impresa anche
il Duca di Sessa, noto non per virtù delle armi, ma pel nome
insigne, e la vastità degli stati, che possedeva. Capitano gene-
rale fu fatto Jacopo Caldora, che avanzava tutti per autorità.
Fatta la rassegna ed essendo carriaggi, cavalli, uomini in
punto, ‘all'uscita di aprile, l’esercito mosse al soccorso del-
l'Aquila (1).
(1) Nel Ciivetto, VII, st 1. loggosi, cho l'esercito parti si 20 di aprile.
Il CamraNo scrive a p. 610: « Jam hostes (l'esercito della Regina ) super
Furcis Pelignorum ingenti esercita, infestis signis, adrentabant ». Le. Forche
Peligne sono i tre noti passi del Piano di Cirquemiglia, di Pescocostanzo per
lo Pentinelle, e della Maiella per Campo di Giove, Cîr. Cron. Eugub. R. LL S.
XXI, 961. Gripu, De confî. oquil. R. 1. S. XXV, 488.
oogle esule
Oniginal om
CORNELL UNIVERSITY
VII
Strettezze degli aquilani. — Braccio riceve dai Rorentini il soldo
della condotta. — Rotta di Pietro Navarrino. — Arrivo dell' eser-
elto condotto da Jacopo Caldora. — Preparativi per la Dattaglia
nella città e nei campi regio e Draccesco. — Battaglia dell’ Aquila.
— Morto di Braccio.
E gli aquilani erano allo stremo. Sciolte le nevi, aperte le
vie, divennero i bracceschi più solleciti e vigilanti per impedire,
che nella città entrassero vettovaglie. Vera chi si arrisicava
a portare un poco di sale, di olio, di carne salata, ma a peri-
colo della vita; talora fu menato un bue magro ed i cittadini
se ne contesero la carne ad otto soldi il rotolo. Valeva il sale
ducati venti la coppa, cioè sedici soldi 1a libbra, l'olio ducato
uno e terzo la coppa piccola, la carne salata ed il lardo soldi
nove la libbra, le legna soldi ventiquattro a soma, i sarmenti
delle viti soldo uno il mazzo, il grano ducato uno di Venezia
la coppa (1). Braccio s'era confidato troppo nella famo degli
aquilani, e consumando tanto tempo e tanta gente intorno
alla città, la sua reputazione di capitano pareva menomata.
Quando a Perugia corse la voce, che la Regina mandava contro
di lui un esercito con Jacopo Caldora e Francesco Sforza,
ognuno attese a infoderare le castella © a portarvi robe, como
© sei memici fossero già alle porte (2) A chi poi consigliava
(1) Nicotò pa Bonsona, 869.
(@) Giunto del Diario di A. Vecui alla Cron. di Graziano. Arch. St It prime
sor. vol. 16, p. 284.
Google cone
298 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1424)
Braccio di levare l'assedio rispondeva, che voleva morirvi, anzi
che lasciare l'impresa (1). Dopo d’aver saccheggiata Tussio
a’ 25 di aprile andò a Civita di Bagno e viraunò buona parte
delle genti sue; stettevi tre di e poi con le some e mille ci
quecento soldati mosse per l'Aquila e s’accampò nella vigna
di S. Elia alla Cona della via della Torre e di Bazzano (2).
1 fiorentini a que' di gli mandarono messer Neri Capponi col
denaro della condotta, ed egli lo pose nel castello di Paganica;
volendo poi mostrare come era disposto a servinli, îl di primo
di maggio avviò Ardizzone di Carrara ad Ascoli con quattro-
cento cavalli per tenersi pronto a fronteggiare l’esercito, che
il Duca di Milano spediva sulla Romagna (3). E fu suo danno,
perchè menomava l’esercito quando aveva bisogno di aiuto,
ma confidava nella sur virtù, e per rafforzarsi scrisse a Bobio
Baldeschi a Perugia per avere trecento balestrieri, i quali fu-
rono raunati da tutte le castella sue e addi 11 maggio caval-
carono per andare a lui. Ma furono uomini non utili, perchè
quando occorsero poi nella battaglia, non guardarono il net
© fuggirono (4). Ed erano già pervenuti negli Abruzzi i primi
soccorsi degli aquilani; Pietro Navarrino era giunto a Rocca
di Mezzo, rafforzato il castello e fatto audace, perchè era andato
tanto innanzi senza affronto del nemico, discese a Fontecchio
per correre sopra S. Demetrio, ma si trovò innanzi Nicolò Pie-
cinino. Si azzuffarono, Pietro n’ebbe la peggio e sì ricoverò a
Stiffe. A' due di maggio Braccio dalla vigna di S. Elia passò
col campo a Peltuino, © gli aquilani, vedendo disfare i padi-
glioni dai ripari, dicevano villanie, gli rinfacciavano gli oltraggi
fatti alle donne: cane miscredente, gli gridavano, non fuggire,
aspetta, chè pagherai lo scotto. Braccio andò a Stiffe e gli aqui-
lani rifecero animo; a' 12 maggio per ordine degli ufficiali si
raunarono interno alle loro bandiere per fare la rassegna di
coloro, che erano più atti a battaglia; furono tremila, ma nei
registri delle milizie ne furono iscritti 1500, i migliori, i quali,
() Ii, 286
(2) Nicovò pa Borsoni, 809. Cimivetto, c, VI, st. 10.
(8) Ammnato, Ist, V, 92, 93. Ciminztio, c. VII, st. 16.
(4) Giunte al Diario del Vecm, cit. 285, 288.
Google
(1424) LIBRO QUINTO 299
armati di tutto punto e ordinati per compagnie, uscirono dalla
porta di Barete e, girando attorno le mura, rientrarono per
quella della Rivera (1). Come Braccio ebbe novelle di ciò, reputò
opportuno di lasciare il Piccinino innanzi a Stiffe e con 600
soldati tornò sotto l'Aquila, ed alloggiò a Monteluco.
Pietro Navarrino credette allora, che tutto il campo fosse
partito e uscì dal castello, ma il Piccinino, ch'era celato dietro
un colle, gli si fece incontro. Quegli ebbe vergogna di fuggire
e si gittò fra i nemici; corse cinque lancie e tanto ne ruppe,
ma, oppresso dalla moltitudine cadde, fu preso e mandato al
castello di Ocre. La sua compagnia fu disfatta, molti soldati
furono menati prigionieri a Monte Reale, altri aggiunti ai
bracceschi.
Era intanto l’esercito della Regina giunto alla Rocca di Cagno
ad otto miglia dall'Aquila, e deliberò Jacopo Caldora di rima-
nervi per raccogliere le salme ed aspettare Santo Parente e
Luigi Sanseverino; e per dare agli aquilani segno della sua
venuta, al cadere delle ombre, mandò al sommo della montagna
uomini per fare molti e grandi falò. E quelli videro le fiam-
mato lontane © con allegrezza compresero da chi o perchè erano
state fatte (2), Quel monte divideva gli eserciti nemici (3).
Braccio si preparò alla battaglia; distribui gli uomini d’arme
in quindici squadre, che assegnò ai capitani Nicolò Piccinino,
Pier Giampaolo Orsini, al Conte di Popoli, al Castellano delle
Rose, a Malatesta Baglioni, Antonello da Siena, Giovannantonio
d’Asquasparta, Nicolò da Pisa, Paolo Pesce, Teneruzzo, Giovanni
Piccinino del Borgo, al Gattamelata, al conte Brandolino, a
Baldrino da Pavia, Luca e Tronarello d'Arezzo, Maffeo © Ri-
naldo di Provenza, Ginnnuzzo Foco, Agamennone da Perugia,
(1) Cisixetto, e. VIL Nicord DA Bonsosa, 72. Cinitio, Annali 02.
(@) Cimwetto, e VII, at. 26, 27.
ra con l'esercito da Solmona all'Aquila? Quar
no son di credere, che egli da Sulmona si
volse alle terre marsicane e di là per le vie ardue già tenute da Pietro Navar.
rino, mosse per l'Aquila, La via più frequentate per la valle dell'Aterno non
era meno difficilo dell'altra, ed era guardata dui bracceschi, come vedemmo nel
racconto dei fatti del Navarrino, Nelle terre marsicane Jecopo avrebbe inolte
incontrato Luigi Colonna coi soldati del Papa, Queste però 3000 mie opinioni.
oogle
300 GIOVANNA II D’ANGIO (1424)
Filippo Schiavo, Pietro Testa (1). Raunò a consiglio i capitani
nel suo ‘padiglione e domandò îl loro avviso per la battaglia
imminente. Il Gattamelata, uomo di grande autorità nelle cose
militari, propose di andare a trovare i nemici improvveduti,
prima che fossero giunti Santo Parento è Luigi Sanseverino,
senza dei quali erano molto da meno di loro per numero (2).
Molti capitani erano della sentenza di lui, ma Braccio non con-
sentiva; egli aveva chiuso tutti i passi, salvo quello di Ocre,
acciocchè i caldoreschi fossero di là discesi nella valle; voleva
cacciare i cavalli loro nello lame del fiume, attorniarli, oppri-
merli e pigliarli tutti.
Addi 29 di maggio ogli fece armare i suoi e li dispose fra
Civita di Bagno e S. Lorenzo, mandò duemila fanti alla mon-
tagna d'Ocre per assalire alle spalle i nemici, come fossero
discesi nel piano, mise Nicolò Piccinino innanzi all’Aquila per
tenere infrenati i cittadini. Egli ascese la montagna per vedere
gli alloggiamenti dei regii e mandò innanzi alquanti fanti, che
aveva menato seco per fare rumore (3); dipoi scrisse a Jacopo
e al conte di S. Valentino, rinfacciando loro la mala fede ed
il tradimento d'aver mutata parte: so bene, aggiungeva, che
siete venuti col proposito di approvvigionare la città senza fare
battaglia, ma voi non passerete senza combattimento. Vi aspetto.
Esponeva poi tutto ciò, che gli era noto dell'esercito regio, che
era superiore al suo per numero di soldati, ma egli aveva fede
nel valore dei suoi (4). Rispose Jacopo, che sarebbe disceso il di
appresso a combatterlo come Capitano della Chiesa e della
‘Regina. Giunsero intanto Luigi Sanseverino e Santo Parente
con le loro compagnie e i carriaggi ; Jacopo schierò a rassegna
l’esercito, il Legato del papa, fattosi innanzi, solennemente
benedisse i soldati, consegnò a messer Jacopo il bastone del
comando (5)
(1) Conto, 749, ed. cit. Simoneta, 192, Il Corio afferma, che Braccio aveva
4000 cavalli @ li diviso in 24 squadre.
@) Caurazo, 6IT. @) Cnasezio, VII, st. 90 e sog.
(0) Ivi, st 45 © seg. Il Carano, 0I6, scrive: « Triplo
equitatue, peditatus fere par ».
() Il StwonzrA, 192, narra, che i regii entrarono nelle terre aquilane il 1° di
giugno. Intende egli per terre aquilane il territorio della città?
erat. hostium
oogle
(1424) LIBRO QUINTO 301
Il Capitano generale fece degli uomini d'arme sedici squadre,
a capo delle quali pose Luigi Colonna, Federico di Matelica,
Francesco Conte, Girardo da Catignola, il conte Francesco
Sforza, Antonio Caldora, Giovanni di Sterlino, Scaramuccia di
Ascoli, il Conte di S. Valentino, Paolo Tedesco, Giovanni Car-
riglia, il quale conduceva una compagnia di spagnuoli, Pietro
dal Verme, Andrea della Serra, Luigi Sanseverino; Bernardo
Acquaviva portava il gonfalone della Chiesa, il Cardinale di
Spagna, quello del Papa, Jacopo di Sangro quello della Regina;
gli sforzeschi levarono il gonfalone dai quartieri, Jacopo Cal-
dora quello dal sole (1). Con Luigi Colonna andava Menicuccio
de Amicis dell'Aquila, valoroso uom d’arme (2). Jacopo affidò
le ali dell'esercito a Micheletto, ad Antonello di Sanlupedio, a
Francesco Caracciolo, la guardia delle some a Giovanni da
Vezzolo, Armaleo da Fuligno e ad Antonello d’Imola; fece
bandire la pena di morte a chi avesse trasandato gli ordini
suoi: avvisò gli aquilani, che dovessero tenersi pronti alla bat-
taglia ai due di giugno. Braccio, aspettando i nemici, fece
rompere l’argine dell’Aterno e allagò la campagna, ordinò, pena
la forca, ai soldati appostati nella montagna di Ocre, di non
molestare i nemici nella discesa. Gli aquilani, avuto l’avviso
di messer Jacopo, addi 1 di giugno, sull’ora dei vesperi, si
raunarono a parlamento e deliberarono brevemente delle cose
occorrenti, mandarono il bando per avvisare i cittadini di tenersi
pronti ed in armi e al rintocco della campana del Comune si
raunassero per quartieri. A ciascuno di questi fu assegnata la
bandiera: al quarto di S. Giorgio lo stendardo bianco con la
croce rossa e fu affidato a Jacopo di Buccio delle Cafasse;
all’altro di S. Maria l'insegna bianca con testa di moro (8) e
(1) Jacopo non inalzd il su0 stendardo con l'arma dei Caldora, che era inquar-
tato di azzurro e d'argento. L'arma del sole forso era dei Caracciolo, perchè il
comaado supremo dell'esercito, morto Muzio Attendolo Sforza, fu dato a ser
Gi
(2) Nicora pa Borsova, 872. Cimixetto, c. VIII, st. 18. Intorno a Menicuccio
non è esatto, ciò che leggesi nell Annwori, !Il, 277, Avrò occasione di ragionare
di lui e riferire i documo ti nella mia Storia della lotta fra Renato d'Angiò e
Alfonso V d'Aragona.
(8) « Nu campo blanco con tosta pagana ». Cixinetto, c. IX, at. 14 0 seg.
Google OANELL UN
302 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1424)
fu dato a Cola di Ciminello, ai quarti di S. Pietro e S. Giovanni
furono assegnati i gonfaloni di due signori del Comune. Sulla
mezza notte la campana diede il segno delle armi, ognuno andò
al luogo stabilito: dopo tredici mesi di digiuni, di vigilie, di
battaglie era per sorgere il sole, che li avrebbe visti o vinti e
servi, o vincitori e liberi, salva la patria. Sull'alba uscirono
primi quelli del quarto di 5. Giorgio, e andarono a $. Lorenzo,
gli altri li seguirono taciturni senza mettere mano alle armi,
perchè messer Jacopo aveva ammonito Antonuccio di non
entrare in battaglia senza Il suo avviso.
Nell'ora istessa scendevano dalla montagna d'Ocre le some
dell'esercito regio; il Caldora le aveva mandate innanzi, come
dicono, per averle pronte e spedite, data l'occasione, per intro-
durle nella città, e forso per tentare la cupidigia dei bracceschi,
i quali, per svaligiarle, si sarebbero sbandati. E questo avvenne,
perchè i soldati, che Braccio aveva appostato pei greppi, come
se le videro innanzi, contro l'ordine avuto, percossero le guardie,
le cacciarono giù per Vallebona a S. Raniero, fecero preda. Ciò
fu riferito al Caldora, e questi disse ai presenti, che facessero
il dovere, avrebbe ripigliato le robe. Era intanto discesa nel
piano la squadra di Luigi Colonna e di Menicuocio dell'Aquila
€@ Braccio mandò ad affrontarla Pier Giampaolo Orsini; furono
rotte molte lancie e i bracceschi respinti. Braccio fece movere
le squadre del Conte Brandolino e del Gattamelata; Luigi e
Menicuccio ebbero opportuno soccorso da Francesco Sforza, e
dai più sperimentati capitani caldoreschi Manno Barile, Cesare
Martinengo, Cattabriga. Il conte Francesco da prima si vide
coi cavalli impediti nelle lame, ma, trattosi d’impaccio, cavalcò
per l’argine del fiume e, trovato il guado, assali i nemici.
A fianco di lui combatteva il fratello giovinetto Leone, il quale,
troppo audacemente si cacciò innanzi fra i bracceschi, e, col-
pito da una lancia, precipitò di sella, fu pigliato. Il Conte
e gli sforzeschi corsero a salvarlo, e intorno a lui fecero uns
zuffa stretta e sanguinosa; lo trassero a salvamento, ma il Mar-
tinengo fu ferito. Così combatteva squadra contro squadra,
quando Braccio fece entrare nella battaglia Stanchellino, îl Ba-
glioni, Nicolò da Pisa, Antonello da Siena e Giovanni Unghero:
la battaglia s'allorgava, perchè dall'altra parte accorsero le
torme caldoresche numerose, violenti negli assalti. repentini,
oogle
(1424) LIBRO QUINTO 303
com'era consuetudine degli sforzeschi. Mandò Braccio altre otto
squadre a sostenere i suoi affaticati, ma Luigi Colonna e Meni-
cuecio ne infrenarono l’impeto.
Più degli altri era andato innanzi di là dall'Aterno il
conte Francesco, contro l’aspettazione di Braccio; fu tratte-
nuto dai nemici, e Jacopo Caldora, per non perdere ciò, che
aveva guadagnato, mandò anch'egli otto squadroni, e i brac-
ceschi rincularono.
Nicolò Piccinino era rimasto con la spada nella guaina a guar-
dare gli aquilani, ma, o perchè vide i compagni affaticati, 0
certo della vittoria, temetto, che lontano della battaglia non
avrebbe toccato parte della preda, lasciò il luogo assegnatogli
e si cacciò nella zuffa. E narrano altresì, che fu sollecitato d’an-
dare a battaglia per ordine avuto, e nessuno seppe mai da chi
l'ebbe. Forse furono voci sparse per discolparlo del malfatto.
Il Piccinino dunque, col primo impeto, turbò le ordinanze dei
caldoreschi e le avrebbe rotte, se Jacopo non gli avesse sbri-
gliati contro i cavalli di Ludovico Michelotti, di Ranieri, Leo-
nello, Giovanni Cariglia, Pietro dal Verme e Andrea della Serra.
Micheletto degli Attendoli però, infastidito della lunga e poco
utile lotta, fra una compagnia di cavalli pose una mano di
fanti: i cavalieri avevano a ferire gli uomini, i fanti a sbu-
dellare i cavalli. L'espediento ebbe buon effetto, chè molti
uomini d’arme furono scavalcati, e, mentre cercavano scampo,
da messer Jacopo con cinquecento cavallî furono assaliti di
fianco. Quando Braccio scorse, che i suoi piegavano, chiamò
cento cavalieri della sua guardia scelti, fortissimi, li accom-
pagnò a cento fanti, i quali guardavano lo stendardo e, messosi
a capo di tutti, entrò nella mischia. Apri, mise in iscompiglio
gli squadroni nemici, pervenne al gonfalone, lo squarciò, percosse
il Caldora e lo gittò a terra. Per quella furia disperata i regii
furono ricacciati tra la costa del monte e le lame; volò al soc
corso Micheletto.
Messer Jacopo aveva già mandato ad Antonuccio dei Campo-
neschi Simone dell'Abate per ordinargli di farsi innanzi, ma
questi tardò per molti impedimenti incontrati; or Battista dei
Camponeschi, essendo andato a spiare sopra un poggio, vista
la disordinata battaglia ed il pericolo degti sforzeschi, spronato
il cavallo, corse ad Antonuccio e lo sollecitò a ferire i brac-
Google cone
304 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1424)
ceschi; subito questi discese con gli aquilani sopra le guardie
rimaste al gonfalone di Braccio.
Allora una grande moltitudine di donne aquilane, udito, che
i loro entravano nel combattimento, trepide, uscirono dalle
porte per vedere. Le scorse Braccio, e non sapendo che Anto-
muccio's'era già cacciato nella battaglia, reputò, che fossero
gli aquilani în armi; si volse a' suoi e disse loro: guardatevi
da quei beccai. Antonuccio però era non lontano dal gonfalone,
quando si scontrò con Simone dell'Abate, il quale: corri, gli
disse, chè ho visto la gente regia in rotta e messer Jacopo sca-
valcato. Gli aquilani, come ebbero udito ciò, si gittarono sui
nemici e ferendoli con le spade e le lancie, martellandoli con le
scuri, si aprirono il passo, giunsero al Caldora. Questi ram pognò
Antonuceîo, perchè venuto tardi; disse la discolpa l’aquilano
© domandato e avuto un cavallo fresco, si ricacciò nella zuffa,
€, rotta la lancia, con lo stocco in mano pervenne alle bandiere
>raccesche, gittò a terra il gonfalone, lo squarciò. E Jacopo
fece allora l’ultimo sforzo, mandò innanzi le squadre fresche
di Pelino da Cotignola, di Paolo Catena, di Federigo da Mate-
lica, e i bracceschi andarono da ogni parte in volta. Braccio,
ferito, stracco, mancatagli la voce, rauco, dava ordini per cenni:
i suoi cedevano, i balestrieri perugini fuggivano senza trarre
colpo, fuggiva il conte di Popoli; Pietro Giampaolo Orsini, il
“qualo aveva combattuto dalla mattina, lasciava il campo. In un
‘punto egli vedeva declinare la grandezza conseguita con tanto
‘sudore, oscurarsi la gloria agognata: intorno a lui i cavalieri
più fidi feriti, mezzo disarmati, trafelati tenevano ancora fronte
ai caldoreschi, ma la giornata era perduta. Deliberò di finire
la vita sotto il suo stendardo e con angoscia udi, che lo ave-
vano squarciato gli aquilani: quando poi questi occuparono i
guadi del fiume, la rotta divenne disperata, perchè ogni via
dello scampo era chiusa. Li assali Giovanni d'Acqua Sparta,
capitano della squadra braccesea decimaterza e incontrò la
morte. Pel campo era una fuga di vinti, altri si studiava di
campare la vita, e altri, scampatala, procurava di salvare le
robe. Il Piccinino ed il Gattamelata furono fatti prigionieri,
ma trovato modo di fuggire, corsero agli alloggiamenti e, rac-
colte quante robe potettero, con poca compagnia, si ricoverarono
(1424) LIBRO QUINTO 305
in Ocre, poi andarono al castello di Paganica, dove era raccolto
il tesoro di Braccio.
Questi si trovò solo a cavallo sul greto dell’Aterno; s'era
levato la sopraveste di scarlatto trapunta d'oro e l'elmo dalla
corona di argento, gli covriva il capo una celata. Lo ravvisò
un lombardo, gli andò appresso e raggiuntolo ad un guado gli
gridò: renditi, Braccio; altri nemici correvano intanto a quella
via, Leonello, fuoruscito perugino, gli fu sopra con la lancia e
gli levò la celata, Armaldo Brancaleone da Foligno lo raggiunse
e lo percosse di spada al collo. Il Condottiero precipitò di sella,
e Ludovico dei Micheletti gli died sul enpo un altro colpo di
spada. Disteso a terra, Braccio pareva morto. Andò la novella
ai vincitori e trasse a vederlo Jacopo Caldora, il quale, trovatolo
miseramente a terra, lordo di polvere, bruttato di sangue, lo
fece levare sopra un targone e portare a Barisciano.
Aquilani e caldoreschi misero a sacco il campo.
Questa battaglia fu sanguinosa sopra tutte quelle combattute
da soldati di ventura, perchè molti ed acri odii vi s' incontra-
rono: furono uccisi sopra mille cavalli ed uomini assai (1).
Ognuno dei capitani usò la tattica di sua scuola: Braccio aveva
fatto un mirabile disegno di battaglia; le suo genti erano stato
disposte in modo, che erano guardate alle spalle dall’erta dei
colli e da luoghi muniti, innanzi dal fiume, egli voleva accer-
chiare i nemici e impacciarli nelle lame. Ruppero i suoi disegni
i soldati appostati nella montagna d’Ocre per desiderio di bot
tino ed il Piccinino, che lasciò il passo agli aquilani. I caldoreschi
combattettero con la disciplina sforzesca negli assalti continui,
gagliardi, di molta gente. Il conte Francesco mostrò, che morto
il padre, gli sforzeschi non erano rimasti senza capitano, e a
lui fu attribuita gran parte della vittoria. Aveva ventidue anni,
e dalla battaglia dell'Aquila cominciò la sua fortuna delle armi.
Ma senza l’opportuno aiuto di Antonuccio e la virtù degli aqui
lani non avrebbero sofferto i bracceschi una rotta tanto disa-
strosa, Fu la battaglia dell'Aquila combattuta di venerdì a’ 2
(1) Non sappiamo il numero dei morti. Il Crat.Lo, 65, afferma, che essi furono
mille e 300 i feriti. Altri narrano, che furono uccisi mille cavalli e meglio di
tremila persone. Ciò pare esagerato.
20. — Famaonia, Giovanna IT d'Angiò.
Google NELL UNI
306 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1424)
di giugno. 1424 (1). In sulla sera gli aquilani tornarono alla
città, le donne e la gente rimasta uscirono loro incontro @ li
accolsero în trionfo, con canti, con danze, con luminarie. La
presenza dei capitani regii e del legato pontificio rese la festa
più solenne; le porte furono coronate di fronde e di fori, sugli
spalti delle torri furono accesi fuochi, suonarono a distesa notte
e di le campane, che tante volto battute a martello avevano
dato il segno dell’assalto. Dipoi con preci e processioni solenni
furono rese grazie a Dio e a S. Pietro Celestino, al cui patro-
cinio fu attribuita la vittoria.
Braccio campò due di, non profferl parola, non trasse lamento;
morì vinto, non domo, n" 4 di giugno. Raccontano, che Francesco
Sforza andò a vederlo e trovato il medico, che con un ferro
. sottile nettava la ferita del capo, diede con la mano inguantata
sul ferro, che affondò nelle cervella (2). Luigi Colonna mandò
il cadavere al Papa, che lo fece gittare in una fossa vicino a
S. Lorenzo fuori Roma, perchè era morto in contumacia della
Chiesa. Alquanti anni dopo Nicolò Fortebraccio fece raccogliere
le ossa del grande Condottiero, le trasportò a Perugia, dove
furono sepolte onorevolmente nella chiesa, e alla memoria di
lui levò un monumento. Coloro, che si dilettavano di strologare,
non mazicarono, quando Braccio fu morto, di affermare, che
avevano avuto dal corso delle stelle indizii della sua misera
(1) Diurn. di Montel. 83. CiuivztiO, e. X. Nicotd DA Bossona, 1. e. Miwer,
305, Giutiano Passano, 13. Stmoneta, 102 © sog, Cotienvecio -Cosro, 827, Cr
vazuta, 370. Conio, par. IV, 749. L. Grxesius, 730. Caurano, 817 © seg. Ann.
Forolio, cit. 214. ENrA Silvio PiccowomiN, De virtut clar. n. 9 App. Orat. sn
Sfortia, R. I S. XXY, 381, Crattto, 64. Foxricutaxo, Belli Brac. narratio ap.
Buamans, 39. Antwort, II, ad an. Para, II, 161, ed. 1901. oto.
@) N Caminetto, e. XI, at. 30 narra:
211 Medico lì {8 presto venire,
Ii tentare ciascuna ferita;
Conte Prancesso sci (sì) lo lebbe a sentire,
Quella persona magna e tanto ardila
Con le sue mane sci lo medicone,
Poco stette, el Signor Bracclo spirone p.
Il Fonmicutano, fautore della famiglia Sforza, narra il fatto anch'egli, como
lo narrano altri scrittori.
(1424) LIBRO QUINTO 307
fine. E narrano altresi, che egli, prima di mettersi all’impresa
dell'Aquila, aveva mandato alla moglie Nicola da Varano uno
scrigno chiuso con l'ordine, che non dovesse aprirlo innanzi
al suo ritorno. Come la donna ebbe la funesta novella della
morte, l'aprì e trovò uno scettro e un manto vedovile, con le
quali insegne aveva voluto intendere, che o sarebbe tornato
con la vittoria signore di grande stato, o sarebbe morto ed ella
avrebbe vestito le gramaglie (1). Qualsivoglia uomo della gran-
dezza di Braccio, quando dispare dal mondo, dà occasione di
dire molte cose. Certo è, che se Braccio avesse vinto, non
l’Aquila sola, ma tutto l'Abruzzo avrebbe aggiunto alla sua
signoria dell’ Umbria, e le sorti dell'Italia si sarebbero mutate.
Lietissimo fu Martino V di essersi spacciato d’un pericoloso
nemico, Quando i corrieri portarono a Roma la novella della
vittoria, la famiglia del Papa cavaleò solennemente per la città;
furono fatti per la Via Calò, rumori allegri e feste. Anche il
Governatore di Bologna ordinò luminarie e fiammate (2). Il Papa
diede ragguaglio della vittoria dell’Aquila al Re di Castiglia e di
Leon e ad altri signori d'Europa (8). Mentre gli aquilani facevano
le feste della vittoria, Jacopo Caldora ed il conte Francesco
erano andati sotto il castello di Paganica, dove s'era ricoverato
Nicolò Piccinino. Era. noto, che Braccio v'aveva depositato i
sessantamila fiorini, che la Signoria di Firenze gli aveva man-
dati per Neri di Gino Capponi; Nicolò venne a patto ed egli,
Jacopo ed il Conte si spartirono il tesoro (4). Gli aquilani poi
disfecero il castello di Paganica.
In nome dell'Aquila, che prima dell'assedio era grande,
divenne poi grandissimo, quando però fu posto mente ai danni
sofferti per incendii, rovine, commerci interrotti, morte, rac-
contando i fatti gloriosi solevano gli aquilani aggiungere:
Per omnia supra scritta
L'Aquila fa sconfitta.
(1) Latti, Ster. di Camerino, par. Il, 165.
(@) Ivressura, R. L S, III, par. II, 1122, M. DE Gnirronisus, Mem, R. I S.
XVII, 230.
@) Inrzssuna, R. 1, S. II, par. Il. 1122. Ravwatoo, ad an.
(4) Cono, par. V, sul principio.
Google NELLUNI
308 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1424)
Anche intorno ai fatti dell'Aquila corsero, dopo che furono
compiti, vaticinii di strologi: uno di Toscana sarebbe andato
ad assediare la città, avrebbe disertato i campi, ma in fine
l’atroce nemico sarebbe caduto (1).
Gli aquilani riacquistarono agevolmente le castella del con-
tado, mandarono ambascerie a Martino V per rendergli grazie
di ciò, che aveva fatto per la loro salvezza, e alla Regina per
rappresentarle le loro misere condizioni. Ella concesse loro ciò,
che domandarono: a' 10 di luglio condoni alla città le collette
e i sussidii dei fiscali, concesse franchigie di passo per le vet-
tovaglie, affrancò per tutto il regno gli squilani dei dazii sui
pauni, perchè erano molto industriosi nell'arte della lana, e
facevano larghi commerci: vietò ai fuorusciti la dimora nel-
l'Abruzzo, concesse i beni loro al comune, accordò di tenere
zecca cinque anni per coniare bolognini (2).
(1) È riferita nell’istoria di « Tome pE Chauta, Siculi Clarimontis oriundi
gestorum per illustrissimum Alfonsum Aragonum et Sicilie Regem ». Il ms. in
pergamena è conservato nell'Archivio di Stato în Napoli. Il racconto termina
con l'aseedio dell'Aquila; è ua libro enfatico o vuoto.
Nel penultimo foglio leggesi:
« rempus erit longa quo tuscus met
Obsidione, tui squalebunt Ignibr
STORIA DELLA REGINA
GIOVANNA II D'ANGIÒ
LIBRO SESTO
Google coRNE
la Google
Original rom
CORNELL UNIVERSI
Elfets della Vattagiia dell'Aquila. — I baroni del regno si
fanno capitani di ventura. — La Regina fa murare Napoli sul
mare, e chiede il servigio militare dai baroni per combattere gli
Aragonesi. — Tumulto mosso da Malizia Carafa a favore degli
Aragonesi. — L’ infante de Pietro parte da Napoli. — Pratiche
dei fiorentini contro il Duca di Milano, e di questi colla Regina.
— Intervento di Diartino F; sua autorità sui baroni. — Insidie
del Ditca di Milano. — Traitati di lui col He Alfonso e coi ve-
neziani.
Con la vittoria dell’ Aquila trionfò Martino V; il nemico te-
muto era morto e ricuperò le terre, che quegli aveva acquistato
nell’ Umbria; il Duca di Milano non aveva più ostacoli alle sue
ambizioni; Firenze, che in un punto aveva perduto denaro è
capitano, vedeva in pericolo la sua libertà (1), e poiché occor-
reva di provvedere senza indugi alla difesa, si studiò di assol-
dare quanta gente potette da ogni parte. E allora manifestamente
fu visto, come nel regno s'era mutato l'ordine della feudalità,
perchè i baroni nella lotta fra Braccio e Muzio Attendolo Sforza
avevano sperimentato, che chi era entrato nudo nella milizia,
s'era arricchito colle prede, e chi aveva lasciato la marra, arri-
sicandosi nelle frequenti battaglie, era divenuto conte, Il privi
legio della nobiltà, il possesso delle castella non portavano
ricchezza: i baroni quindi, se non potevano avere condotta
(1) Near pi Gino Caproni, R. IL S. XVII, 1169, sorivo: « Si vedova manifo-
stamente, che avendo Braccio con le suo genti, questa ora la nostra vittoria ».
321 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1424)
dalla Regina, la domandavano dalle signorie italiane per met-
tersi alla ventura.
Il Conte di Popoli fece pratiche per andare ai servigi di
Firenze con centocinquanta lancie e duecento fanti; le fece
Olivieri Franconi di Lecce, soldato del Principe di Taranto,
per se, cento uomini a cavallo e cento a piedi (1). Luigi Sanse-
verino aveva avuto dalla Signoria seicento ducati, ma si scusò
d’andare, perchè gli era stato vietato dalla Regina, e il Papa, cui
serviva allora, aveva minacciato di cacciarlo nelle prigioni (2);
Cristofero Gaetani si vantava d'esser guelfo e cittadino fioren-
tino, disposto a fare la condotta, se questa non fosse dispiaciuta
al Papa (3); Antonuccio dei Camponeschi ed il Conte di S. Va-
lentino s'erano acconciati con Martino V {4}.
Il Duea di Milano pel suo oratore Arrigo Vergellesi domandò
alla Regina licenza per avere Jacopo Caldora agli stipendii suoi
e l'ebbe, ma il barone abruzzese allora faceva pratiche con
Venezia e Firenze, Il Cardinale legato di Bologna ebbe sentore
di ciò e mandogli a dire, che le avesse rotte, perchè il Duca
tra poco avrebbe mandato il Conte di Carmagnola in soccorso
di Luigi III, il quale con lui ed il Conte Francesco Sforza
avrebbe disposto del reame (5). Messer Jacopo non si mosse ed il
grande Siniscalco e la Regina cominciarono a guardare con so-
spetto Luigi III e a dubitare del Duca e del Papa (6). Alla corte
di Avorsa era poi noto, che Alfonso, impedito dallo brighe col ro
di Castiglia, non aveva dimenticato l'infante d. Pietro rimasto
chiuso con poca gente nel Castelnuovo di Napoli: aveva egli
ordinato a Nicola Speciale di mettere in ordine le galere ancorate
nei porti della Sicilia, e ne faceva allestire venticinque nella
Catalogna per mandarle a Napoli coll’ ammiraglio Federigo
(1) Commiss, di RR. peut Ausizzi, IL 95, 90,
(@) ia, 93.
() Ivi, 126.
(8) Ivi, 125, Nicod pa Bonsona, I, e.
(5) Comme. cit. 210, 271. Ecco il texto dell'avviso del legato: « Cha non fucsia
così, chè il Carmagnola presto passerà nel Regno con grande quantità di gente ni
favari di Luigi LIT, e che insieme col figlinolo di Sforza e com messer Jacopo el
Duca disporrà del Roamo ».
(O Ivi, 101.
Google ORNFLL'UNIVER
(1424) LIBRO SESTO 313
d'Aragona Conte di Luna, figliuolo del re Martino (1). Preve-
dendo il pericolo, fece la Regina afforzare la città sul maro con
una muraglia, la quale dalla Dogana del sale andava al Molo
piccolo (2), e invitò i baroni a prestarle il servigio militare per
combattere gli aragonesi nel Castelnuovo e nel castello dell'Ovo
prima, che fosse giunto il soccorso. Andarono quindi colle armi
il Principe di Taranto (3), il Duca di Sessa, i Conti di Caserta
e di Nola; il Conte di Sarno, infermo, mandò i soldati, che
doveva e Marino Boffa una schiera di balestrieri, Ser Gianni
ed i consorti suoi raunarono quante armi potettero: non mancò
Francesco Mormile. A questo modo fu accozzato l’esercito. La
Regina aveva fatto vice gerente di Napoli il Conte di Pulcino,
è capitano di guerra Buccio di Siena per combattere le ca-
stella (4), ma a’20 di giugno creò Pietro di messer Antonio
Palagano di Trani commissario nell'ufficio di governatore di
guerra e di giustizia in Napoli per debellare i nemici e difen-
dere le vedove ed i pupulli (5) Le galere catalane a' nove di
(1) Così lo Zuntra, III, lib, XIII, 172 t. Il Facto serive, che l'ammiragli
d. Artal de Luna figlio di d. Antonio Conte di Caltabellotta.
@) e A di 2 do lunio (1424) foro principiate lo muraglia della Marina dalla
Dobana del sale infino al Molo piccolo ». Toxxaso Carania, in Perger Cron.
Antiquiss. I, 33, Oîr, Diurn. di Montsi. 84. NOTAR GiacoMo, 19, pone questa notizia
tra i fatti del 1425,
(8) A°4 di luglio il principe stava ad Acerra, come
presso il Papa. Comm
(4) Diurn. di Montel. 84. Buccio di Siena, vecchio uom d'arme, aveva com-
battuto con Gentile da Momierano contro Ladislao. Ivi, (0. Fra barone di Grumo
0 S. Erasmo nella terra di Lavoro, e a queste terre la Regina a' 2) novembre
1420 aveva condonato în perpetuo colletto ed altri diriti Arch. di Stato
in Nel ngo,
cho nel 1433 fu fatto capitano © di guerra in Napoli per giudicare
«de quibuscumque causis et delitis cîvilibus usque scilicet dumtaxat ad sum
mam unciarum duarum de carolenis argenti ponderis generalis et infra pro qua-
libet huiusmodi causa et debito vertentibue inter cives et cives civitatis ciusdom
at inter erteror at erteron confluantes ad civitatom samdem ac inter civos ot
extoroa, et extoros et civen », Reg. Ang. 377 £. 306 t. Fu poi sostituito da Ven:
tura de Alvito. Ivi £. 190 t. Questo foglio è lacero.
(6) Il Detta Manna, nei Discorsi delle famiglie estinte, riporta il diploma di
nomina dato ad Aversa il 20 giugno 1424, ma non cita fonte. Il Mintert- Riccio,
negli Studîi sui fascicoli angioini, p. 30, ne riporta va sunto tratto dal £ 716
del mo. del pe Letto, Îl qualo cita il Faso. 05 £. 00. Or questo fascicolo in
parto è perduto © forse molta parte è rifusa in altri,
fu
iscono gli oratori
314 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1424)
luglio entrarono nel porto di Napoli: due volte le ciurme
discesero a terra per invadere ln città, e furono ricacciate
nel mare dai regii; però dall'una parte e dall'altra furono più
le grida ed il fragore delle bombarde, che il danno (1). A quei
di, i fautori degli aragonesi mossero nella città un tumulto.
Capo di essi fu Malizia Carafa, il quale saccheggiò le case
di molti noti per la devozione alla Regina, li ferì di coltello,
imprigionò, tolse denari e gioie. Ma il rumore fu quetato, e
la Regina mandò a Napoli il notaio Dionigi da Sarno maestro
razionale della Sommaria per le informazioni; molte robe furono
raequistate e depositato ne' monasteri per essere restituite a
chi le aveva perdute (2): messer Malizia, temendo la pena del
mal fatto, fuggi a Sessa.
Intanto i catalani, dopo aver combattuto senza pro la torre
del Molo piccolo, difesa gagliardamente da un cavaliere napo-
litano, disperarono di avere la città; l'infante d. Pietro affidò
le castella a Dolman Carcirera e si parti coll’armata (3). La
condusse innanzi Gaeta per toglierla ai genovesi, ma Cristofero
Gaetani mandò i suoi soldati per difenderla, ed egli fece vela
per Livorno (4). I fiorentini, che a’ 28 di luglio erano stati vinti
a Zagonara da Angelo della Pergola capitano del Duca (5) ed
() Commiss. di R. vesti Atmzzi, Il m. 578, 130. Esatto è Noran Giacomo, 72.
Oîr. i Diurn, di Montel. 84
(8) Malizia mise a succo lo enso di Petrillo o Antonello ds Sicole nolla piazza
de' Cimbri, di Antonello da Teano segretario della Region posto a S. Nicola dei
Pistasi, di Urbano de' Giini nel chiassuolo dei Gini innanzi a S. Arcangelo a
Baiano, di Giovannello Cotogno, Antonia Carduina + Maso Quarracino ai Pistasi,
di Antonio a Lombardella do Simis al vico de' Baiani. Ferî dî coltello Petrillo
do Sicola, face legaro © menare prigioniero alle sue cass il fratello di lui Anto-
nello; rubò ssimila dusati, duo collane d'oro apprezzato ducati 800, ventisette
anella valutate 160 ducati ete.
Botrito, Me. Variarum rerum II, Bibl. di S. Martino sopra Napoli. Neta-
menti del Notar Dionigi da Sarno ragioniere della r. corte. I danni urrecati dal
Carafa si trovano enumorati in un intrumento del di 8 febbraio 1426 del Notar
Pappanzogna, della cui autonticità rimane qualche dubbio. Cfr. Sunmonts,
lib. IV, 600.
(8) Zunmta, II
(4) Commiss. di R. prati Atmzzi. Lettera dol 3) luglio 1424, Il, n. 578,
p. 199, m. 530, p. 1!
Ivi; 132 a 142, Nent Di Gino Carrot, li cs 1163,
oogle CORNELL'UNIVERSIT
(1424) LIPRO SESTO 316
erano senza difesa, speravano, che l’Infante sarebbe andato a
molestare le città della costiera ligure, tuttavolta provvidero
al loro bisogno con tanta magnanimità da ricordare la sicura
coscienza del senato romano, quando si vide Annibale alle
porte (1). Occorreva sopra tutto levare le differenze col Papa
e metterlo in sospetto pei disegni del Duca di Milano e a
questo fine a’ 12 giugno 1424 gli mandarono oratori Vieri
di Vieri Guadagni e Rinaldo di Maso degli Albizzi uomo chiaro
in patria, e sperimentato venticinque anni în commissioni diffi-
ili; questi supplicarono Martino V ad interporre i suoi buoni
ufficii, acciocchè il Duca levasse di Romagna le sue gonti
d'arme (2) Il Papa da prima si mostrò severo e rinfacciò
loro quello, che i fiorentini avevano fatto in danno della
chiesa col dare favore a Braccio, sollecitare Sigismondo a rau-
nare il Concilio, persuadere Alfonso d'Aragona a mandare l’An-
tipapa nella Sardegna, e i bolognesi e gli anconitani a ribellarsi;
li assicurò tuttavolta, che egli rimaneva buon padre ed amico
della Signoria (3). Ma a mutare l'animo del Papa più delle per-
suasioni degli oratori fiorentini potettero le opere stesse del
Duca. Questi ordinò al suo ambasciatore in Aversa, Arrigo Ver-
gellese, di proporre alla Regina una lega; c’era però nelle sue
proposte quel modo misterioso, che faceva parere tutti i disegni
suoi incerti, pericolosi. Voleva mandare nel regno il Conte di
Carmagnola con duemila cavalli, la Regina avrebbe dovuto
dargliene altri mille, farlo grande Contestabile e pagare tutta
quella gente, la quale sarebbe rimasta a disposizione di Luigi III.
Quale fosso il fine, al qualo il Duen tendeva, era chiaro, le
proposte non piacquero alla Regina; ella era stata tanto ca-
stigata da Braccio e da Muzio Attendolo, che di tali Conte-
stabili non ne voleva più; mandò quindi al Papa il mer-
(1) La consulta degli Il di agosto detto « il Consi
atti furono pubblicati nelle note dollo Commissioni spesso cit. Il, 144 0 sog, è
mirabile. Tra gli altri oratori Galileo di Giovanni Galileo « dizît et consuluit:
quod in adversis viriles homines cogaoscuntur, et quod iater cotera et laudabilia,
que de populo romano seribuntur duo memorantar: quod de adversis animum
non minuerunt, et ex prosperis non ant elati ». Si senta la granderza romana,
cho torna coi primi studii dell’umanesimo,
(@) Commmiss. cit. 104, 178, 180, 184, 205, 210.
1) Commiss, cit. n. 537, p. 96.
grandissimo » i cui
Go gle ( E
316 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1424)
cante pisano Gherardo de Sardis, perchè lo supplicasse ad
adoperarsi, onde il Conte non andasse e sconsigliasse il Duca
da quel proposito. Gli oratori fiorentini avuto ragguagli del fatto,
fecero istanze al Papa, acciocchè l'esercito ducale non entrasse
nel regno senza volontà sua e della Regina; ed egli vedendo,
che quel disegno del Duca, turbava i suoi, un di loro disse
chiaro, che aveva provveduto in modo, che se il Conte di Car-
magnola avesse voluto andare non avrebbe potuto (1). Pei diritti
della chiesa, per le grandi signorie che avevano acquistato i
colonnesi, ed egli meditava di accrescere, pel favore accordato
alla Regina, voleva reggere il regno colla sua mano, e non
soffriva, cho altri si fosse intromesso ne” fatti di esso (2). E
avvenne a quei di, che Martino V, vedendo, che la regia corte
non rompeva le pratiche col Duca, adombrò, e la Regina e
Ser Gianni considerando la grande sollecitudine, che il Duca
aveva per Luigi d’Angiò, più dubitavano della costui fede.
I baroni più potenti però avevano gli animi intenti al Papa,
aspettando gli effetti di quelle trame, che si tendevano da ogni
parte d'Italia. Luigi Sanseverino, i parenti e consorti di lui, la
casa Gaetana, i baroni abruzzesi ed altri d'ogni parte del regno
ubbidivano al Papa, più che alla Regina, e se qualcuno di essi
per turbolenza dei tempi, per ambizione, per bisogno di denaro
sî metteva a qualche impresa dannosa alla chiesa, alla voce
del Papa la lasciava. Antonuccio dei Camponeschi, il quale già
era stato al soldo dî Martino V, fu con altri baroni abruzzesi
richiesto dai fuorusciti perugini per essere ricondotti a casa;
al Papa ciò non piaceva e ordinò quindi a Luigi Sanseverino
di envalcare con le sue genti a Perugia per mantenere la città
e mandò a dire ad Antonuccio, che se non lasciava quell’im-
presa l'avrebbe reputato ribelle (3). Jacopo Caldora, fedele alla
(1) Commiss, cit. n. 720, p. 314.
@} A'5 di ottobre 1424 gli oratori fiorentini riferirono alla signoria: « E per
certo, signori, ogni dì veggiamo più crescere a costui (il Papa) i sospetti del
Duea, 0 forte temore quosta ava impresa dol Regno: parò che tutto quello go-
voro aveva ed ha appropriato a sè; che (come sapete) l'uno dei
fare Principe in luogo di Messer lordano; l'altro Conte in luogo del
Jacopo Colonna fatto Conto Camerlingo, © Antonio Colonna ia questi di no va
vicerò d'Abruzzi: e così piglia tutto. » Ivi n. 650, p. 210.
GB} Ivi, n 777, p. 372, 379.
(1424) LIBRO SESTO 317
parte angioina, avrebbe fattn la condoita col Duca di Milano,
più che con altri, per l'amicizia di Luigi INI, ma, come lo
raccontato, era stato dissuaso dal Legato; fu richiesto per capi-
tano dai fiorentini, e Martino V, il quale non voleva, che uscisse
dal regno, come di Ciò ebbe l'avviso, mandò a chiamarlo. Reca-
tosi a Roma messer Jacopo fu duramente accolto; ho sentito,
gli disse il Papa, che tratti coi fiorentini, per andare al soldo
loro; sai, che la Regina è in lega col Duca e devi credere, che
non l’avrà per bene, se lo fai, e io voglio, che tu non vada (1).
Il Principe di Taranto aveva spedito a Roma un suo can
celliere, e il Papa mandò por lui e domandagli, so il Principe
s'intendesse col Duca; quegli rispose, che il Duca l'aveva fatto
tastare, se voleva essere suo uomo, chè n’avrebbe avuto grande
benefizio. Il Papa, udito ciò, adirato, disse: « questo Duca
cerca ogni via per farsi grande, ma forse non gli riusciranno
gli avvisi» (2). E non mancavano occasioni, che rinfocavano
lo sdegno del Papa contro il Duca. Questi, come la sua mute-
vole indole portava, s'era volto ai veneziani, i quali nongli erano
amici, e lî assicurava, che voleva ubbidire al Papa solo in
quelle cose, che appartengono all'anima, ma nelle cose tempo-
rali di guerra e di pace voleva faro ciò, che piaceva alla Si-
gnoria di Venezia (3). E nello stesso tempo, mentre si studiava
di allontanare dalla Lombardia 51 Conte di Carmagnola, che
aveva in sospetto, e mandarlo nel regno contro gli aragonesi,
trattava di pace @ lega con Alfonso: questi voleva il castello
di Bonifazio nella Corsica, ed egli era disposto a darlo, ma in
cambio domandava il castello dell'Ovo ed il castel Nuovo in
Napoli © le altre castella, cho nel regno erano rimaste agli
aragonesi (4) Questi maneggi erano condotti segretamente,
acciocchè non ne avessero sentore i genovosi. Nè interruppe
Il Duca quelli, che andava facendo colla regina Giovanna e
mandò ad Aversa Giovanni Lancerato de Crottis e Arrigo Ver-
gellese suoi oratori. Per lettere di credenza presentarono essi
un istrumento rogato nel castello di Porta Giovia addi 8 feb-
(1) Ivi, ne 776, pi 370, agosto 1425,
(2) Ivi, n. 377.
(8) Ivi, II, 271.
(4) Di, relazione del 21 ottebro 1424, n. 683, p, 251.
Google
818 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1423)
braio 1425, col quale Filippo Maria dava loro facoltà di trattare
e fare in suo nome convenzioni, leghe, unione colla Regina e
Luigi III; prometteva di reputare ben fatto, ciò che essi avreb-
bero conchiuso. E fu fatta una lega con questi patti: ciascuna
delle parti si teneva obbligata d'avvisare l'altra di ciò, che
potesse arrecare pregiudizio e danno: nessuna poteva movere
guerra o fare tregua e pace senza il consenso dell'altra: pro-
mettevano di non molestare il Papa, nè togliere partito contro
la Signoria di Venezia. L'atto della lega fu rogato in Aversa
a'5 di aprile 1425 per Antonello di Tenno, assistito da Ange-
lillo di Capua notai e segretarii della Regina, presenti Ottino
Caracciolo grande cancelliere, Ser Gianni Caracciolo grande
siniscalco, Giovanni de Kaineriis da Norcia milite, locotenente
del grande Camerario, Goffredo di Gaeta giureconsulto, Gio-
vanni Dentice milite siniscalco, Monaco d’Anna, milite sini-
scalco, Gauterio Caracciolo milite ostiario del regio ospizio (1).
Escluse le offese al Papa ed ai veneziani, la lega del Duca
e della Regina era stata dunque fatta contro i fiorentini ed
Alfonso, e i fiorentini, i quali con tanta sollecitudine vigilavano
per la conservazione della loro repubblica, come ne ebbero
notizia, ripresero col Re i trattati spesso iniziati e mai con-
chiusi. In quel tempo l’infante d. Pietro era andato nel mare
della Liguria con una forte armata per togliere la città al Duca,
coll’aiuto dei fuorusciti; occupò Rapallo, Recco, Sesto, Casti-
glione e Chiavari e quegli allora propose di accordarsi col Re
d'Aragona, mostrandosi disposto a cedergli Bonifacio e Calvi
nella Corsica. Piaequero ad Alfonso le proposte, ma vedendo
poi, che pigliava tempo a mandarlo ad effetto, a 10 di novembro
1425 spedì in Italia Bernardo de Cabrera e Andrea de Biure
con queste commissioni: trattassero coi fiorentini, i quali vole-
vano assoldare quattordici galere catalane, se con essi non
(1) Oste, Doc. dipl. tratti dagli ar
od Angelillo di
milanesi Il, 130. Antonello da Teano
to îl maggior na-
mero dei diplomi i ottobre 1429 ridusso da
un’oncia a tareni 19 le prestazioni annuali del feudo « li sceglyuni» nel teni-
mento di Calvi © Torro Francoliso venduto da Vannella © Pichella Scaglione di
Aversa ad Antonello, Reg. Ang. 377, £. 194. Angelillo nal 1431 comparò il fento
di Friano presso Aversa.
oogle
(1423) LIBRO SESTO 319
fossero venuti ad una certa conclusione, fossero andati al Duca
colla proposta di questi patti per una lega: il Duca gli avrebbe
ceduto la Corsica, e, per guarentigia Porto Venere e la Spezia,
avrebbe riavute le castella della riviera; Alfonso poi gli avrebbe
permesso di assoldare gente ne'regni suoi per combattere i
fuorusciti genovesi. Raccomandò agli oratori di non offendere
i fiorentini, ma di vigilare, se trattassero coi veneziani, per
cacciarlo d’Italia (1), poichè i Dieci della balia avevano man-
dato a Venezia Lorenzo Ridolfi, uimo di grande autorità, il
quale, avendo dimostrato di. quanto pericolo fosse, lasciare che
il Duca erescesse di stato, colla gravità delle ragioni, persuase
i veneziani a rompere i patti col Duca e unirsi ai fiorentini
contro di lui (2). Il Duca allora vide, che nelle condizioni
presenti era meglio di accordare Alfonso.
Ho brevemente nartato ciò, per avere ragione de’ fatti futuri,
e per mostrare come Alfonso si mischiasse agli avvenimenti
d'Italia,
La fede del Duca però era sempre incerta, ed ora più che
altrove gli occhi e i desideri suoi erano volti al regno.
Il castello d'Ischia era restato in mano del Re, or il capitano
aragonese, che vi comandava, o spontaneo o tentato da: denaro,
mandò a Roma Marino Pisano per trattare cogli uomini del
Duca del modo di dargli Ischia e Capri. Voleva tredicimila
ducati. Il cardinale Brancaccio, amicissimo della signoria, avuto
notizie del tradimento, ne tenne avvisato Michele Cossa, e i fio-
rentini, i quali ne informarono l'Infante d. Pietro (8). Nello stesso
tempo i cittadini di Gaeta congiuravano per fare novità contro
i genovesi. Tutti desideravano di avere quel forte luogo: doleva
alla Regina, che il Duca di Milano glielo avesse levato amiche-
volmente, lo voleva il Papa ed alla Regina offriva il cambio
di Benevento ed Ascoli del Piceno (4); or î gaetani volevano
darla agli aragonesi. I genovesi, i quali con molte galere ave-
vano corso îl mare per tutta l’està ed arrecato gran danno ai
(1) Bruertti, De dello inter. Hispanos et Genuentes Lib. I, 1985. Zunira, III,
lib, XII, 174. Asuiato, o. c. lib. XIX, 105. Neri bi Gixo Caproni, 1163.
@ Amunato, Ivi, 112 € seg.
(3) Commiss. n. 377, agosi
(4) Ivi, n. 282, p. 398.
oogle A OvERen
320 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1424)
fiorentini, erano colle navi sulle ancore nel porto di Civita-
vecchia quando, sulla fine di settombre andò la novella delle
novità di Gaeta; prestamente focero vela, giunsero a tempo
innanzi alla città, repressero i congiurati e ne bandirono quat-
trocento (1); condussero poi tre gulere a Capri per occupare il
castello a tradimento, ma, come presero terra, furono nssaliti dai
difensori, e con danno ricacciati nel mare (2).
0) Ivi, n. 822, p. 410.
(@) Ivi, n. 850, p. 452.
Google SO
I
Ser Gianni Caracciolo ed 4 Colonnesi producono nuovi turba-
monti nel regno: pretensioni di Martino V per ingrandire il
nipote. — Matrimonio di Antonio Colonna con Giovannella Ruffo.
— Processo e morte di Filippo Filangieri, ribellione e fine di
Francesco Mormile.
Queste intromissioni del Papa, del Duca, di Alfonso nei fatti
del regno dimostrano la condizione miserevole, nella quale era
stato ridotto dai perversi consiglieri della Regina: quando tutti
s'impacciano della casa tua, la rovina è imminente. Morto
Muzio Attendolo Sforza, partito Alfonso, Ser Gianni aveva rac-
quistato potere; volgeva e guidava Giovanna, raggirò il Duca
d’Angid buono e docilo, chiuso l'una e l'altro nel castello
di Aversa.
Finito Braccio, Capua era tornata al regio demanio ; Ser Gianni
ne desiderò la signoria, e per guarentigia di quarantamila
ducati, che pretendeva per la condotta di gente d'armi, l’ebbe
dalla Regina collo torri, il Castello delle pietre, quel di S. Erasmo,
il parco e tutti i diritti feudali (1). Tra poco il vasto regno
(1) Beco la parta più importante dol diploma; « Volentes itaque ut ad pro-
positam revertamus prefatum ducom Magnum Senescallum do prefata pecunia
sicut predizimnus cautuma reddero et securum linbentes Lenentes et possidentes
juste et rationabiliter ac ex justia titulis et causia prefatam civitatam Capue
cum Turribus castro Lapidum et prefatum cestrum sancti berasmi prope Capuam
cum parco finibus limitato pertinenciarum diete Civitatis nostre Capue cum
Romiailue vaxallis vaxallorumquo redditibue.feudie foudatariia aubfoudatari
casalibue villis scu casalonia Inrdonis ostia vincia domibuf furnis tenimentis ter-
21. — Faracua, Giovanna II d'Angiò.
‘ Google RE
322 GIOVANNA Il D'ANGIÒ . (1425)
sarebbe stato poco a satollarlo. Angelo di Costanzo nella sua
istoria non dubitò di affermare, che la Regina aveva donata
Capua a Ser Gianni, il quale «usò questa modestia, che non
se ne volle intitolare mai principe (1) ». Ed in questo giudizio
sono due errori, perchè non ebbe in dono Capua, e non fu
virtù di quell'uomo esser modesto (2). E mentre egli s'ingran-
diva, ai Colonnesi la loro grandezza pareva piccola, dopo la
rotta di Braccio, della qualo si attribuivano il merito. Papa
Martino V voleva da Ramondello Orsini conte di Nola le ca-
stella di Nettuno e d'Astura, e gli offriva il compenso di denaro,
ma il Conte preferiva meglio in cambio Palma e Sarno, terre
grosse, le quali avrebbero ampliato îl suo contado di Nola.
Palma cra stata già posseduta da Pietro Orsini padro di Ra-
ritoriis terris cullis et incultis montibos planis pascuis berbagiis pratis fidi
el diffidia nemoribun silvis aquis aquarumque decursibus molendinis bactinderiia
piscariis venacionibus Baiulacione Baucho lusticie ia civilibus catellis pedagi
meroque et mixto împario collectis et aliis fiscalibus functionibus luribus et
lurisdictionibus racionibus et pertinenciis eorum oranibus ad illam ct illa spec-
tantibus el pertinentibus quovirmodo tenore presencium de certa nostra scien
Biden duci magao sonsscallo presenti recipienti et atipulanti pro se suisque
Leredibus et successoribus universalibus el particularibus pro jamdictia ducatia
quatraginta milibus sexcentis decem et octo cum dimidio racione preteritorum
stipendiorum predictorum damus assignamus et tradimus ia pignus éi loco pi-
gnorir mupradictam civitatem nostram Capue.., » Aversa 22 ottébre 1425 Reg.
Ang. 351, £. 270.
(1) Dopo la morte di Ser Gianui i Capuani richiesero la restituzione di alcune
gabelle loro donate da Ladislao e confermate dalla Regina, delle quali « spoliati
fuerint per quondam Sir lannem Caraczolum ete. tum dietam civitatem a nostra
maiestato in pignora certo modo tenentem...» Reg. Ang. 377, f. 355
(2) Il Poxramo nel libro V do modestia meglio disso, che Ser Gianni non usò
il ditelo per prudenza. Non è enatto però quando ne adduce la ragione. « Pria-
cipatum eur a regum filiis solitum administrari, titulumquo priocipatus eius
est illius solum, qui in regno essot post Regis obitum statim succosurus
l tempo dei Re aragonesi, quando il titolo di principe di Capua
fa dato a Ferradino figlinolo di Alfonso, il quale era duca di Calubria ed erede
bastardo.
5, colla notizia del Pontano, lib. IV ed. cit, 605, va ben oltre col
Vacando quel principato (di Capaa) il Gran Siniscalco, che sspirava
alla Regia dignità, pregò la Regina, che nell' investisse, ella tosto contenta gli
lo concessa con slcuna conditioni, come una scrittura sotto la data delli 22
ottobro 1425 no! Registro di Giovaana Il, 1445 (sic) fol. 278 ». L'indicazione
del Registro è errata.
della corona, vivendo ancora Ferranto I,
n
oogle CORNELL UNIVER
(1425) LIBRO SESTO 823
mondello, ma Ladislao l'aveva tolta a lui e data a Marino di
5. Angelo conte di Bisceglie e Sarno. Nel 1420 Ramondello
richiese alla regia corte la restituzione della terra, e la Regina
non dubitò di affermare, che Palma era di lui per diritto di
successione (1); ma fra i rumori della guerra non la riebbe.
Ora per la richiesta del Papa la Regina roputò propizia l'occa-
sione per favorire il conte nolano, e fare cosa grata a Ser Gianni:
ma non volle cedere Marino, e la regia corte mandò Renzo da
Monticello con molti soldati a combattere îl castello di Sarno,
e con la forza delle armi l’ebbe; Papa Martino allora si tolse
Nettuno ed Astura, il Conte Palma e Sarno (2).
E il Papa domandò alla Regina pel nipote Avtonio, principe
di Salerno, Eboli, Campagna, Castel dell'Abate, che erano di
Francesco Mormile, e Sanseverino, signoria di Tommaso San-
severino (3) Il Mormile, flero e aperto nemico di Ser Gianni,
disse, che la Regina non avrebbe avuto una pietra delle sue
castella e s'afforzò in Eboli, e questa mandò molta gente d'arme
a combatterlo, ma egli si difese con tanta virtù, che i nemici
stettero a lungo e senza prò intorno al castello (4).
Martino V però non era satollo e guardava a lungo. Volendo
dare moglie al nipote Antonio, avrebbe trovato per lui donne
ricche e per nobiltà insigni, ma egli aveva in mente il regno
più che ogni altra cosa e volse il pensiero a Giovannella figliuola
di Nicola Ruffo marchese di Cotrone e conte di Catanzaro, signore
di un ampio stato nella Calabria. Trattarono del parentado Gio-
vanni da Gennazzano, scudiero e procuratore pontificio (5) e
Pietruceio Carioso di Misuraca. Avuto il consenso della Regina,
ciascuna delle parti depositò duemila fiorini per guarentigia
(1) Reg. Ang. 375 (. 174, t. Nel 1429 la Regina, a richiesta di Marino An-
tonio di S. Angelo aveva condonato ai cittadioi di Sarno once cinque sulle col-
lette. Reg. Ang. 372, f. 58.
@) Diurn. di Montel. 85. Buoxiscontro, 134. Cfr. Gaeaorovivs, St. di Roma
lib, XIII, cap.
(8) Morto in Siena a' 19 di agosto 1422 Giordano Coloana il figlivolo Antonio
gli era succeduto nel principato.
(4) Diurn. di Montel, 85, V. Mvovos, Stor. della fam. Colonna, 249,
() Giovanni Orlandi di Gennazzano ebbe pei con r. diploma del 1° di sst-
tombro 1427 Civitella nell'Abruzzo ultoriore, in guiderdono
Reg. Ang. 377, (156, d
Google :
324 GIOVANNA TI D'ANGIÒ (1426)
degli sponsali da celebrarsi nel termine di un anno e mezzo:
il Marchese promise alla figliuola cinquemila fiorini d’oro în
moneta, tremila di gemme: ma se a lui fosse nato un figliuolo,
Giovannella sarebbe stata esclusa dalla successione feudale ed
avrebbe avuto per le doti de paragio ventimila fiorini d'oro;
se fosse morto senza prole maschia, ella, come figliola primo»
genita, avrebbe ottenuto contado e marchesato, ma avrebbe
dato alle sorelle nubili le doti de paragio. A Polissena, altra
sorella già maritata, aveva provveduto il padre. La nuova
famiglia doveva togliere i cognomi Colonna Ruffo e inquartare
le armi. La Regina a' 25 aprile 1425 diede il regio assenso a
questo contratto (I), col quale parve assicurata al nipote del
Papa la signoria del marchesato di Cotrone e del contado di
Catanzaro, poichè il marchese, già molto innanzi negli anni,
non dava speranza di avere altri figliuoli. Ma era più facile
faro promesso di matrimonio, che quietare le «ire dei baroni,
e porre un termine alle vendette di Ser Gianni. Mentre i sol-
dati della Regina si travagliavano intorno alla rocca d’ Ebol
inutilmente, egli volse le armi contro Filippo Filangieri, detto
Prete, che gli ern consanguineo e compare, il quale non sapeva
perdonargli d'avere rapito alla sua famiglia il contado di Avel-
lino. Mandò Giovanni de Beccaluciis ad assediarlo nel castello
della Candida, dove Filippo, buon soldato, si difese acremente
sino allo stremo; ma in fine il castello fu preso d'assalto, ed
egli, fatto prigioniero, fu mandato ad Aversa. La Regina a' 10
d'agosto 1426 ordinò contro di lui un processo sommario e lo
commise ni giudici Leonario de Camparino di Ascoli, locote-
nente del grande Giustiziere, ed ai giudici della Magna Curia,
i quali andarono ad Aversa, fecero il giudizio; nessuno però
seppe mai che avvenne di Filippo Filangieri. Corse la voce
che era stato annegato nel fiume di Capua (2).
Angelo di Costanzo narra (3), che il grande Siniscalco spogliò
(1) Reg. Ang. 370, £ 31, Corpi, Memorie Colonnesi, Roma 1855.
@) Reg. Ang. 377, £ BA. Diurn. di Montel., 85, Giova ricordare, che Filippo
era andato col Caldora all' impresa dell'Aquila. Nel 1417 con Jacopo An-
tonio della Marra, detto Serino, preso ls armi per contrastare a Francesco Zurlo
la signoria di Sololta, La Regina, per dare fino al piato pericoloso ordinò, che
la torra fonso dovoluta al regio domanio. Rog. Ang. 374, f. 78.
xv.
(1496) LIBRO SESTO 328
Gincomuzzo di Costanzo delle terre di Maida, Rosano, Misiano,
Mottanomera e Motta Rossa, da Spatinfaccia di Costanzo acqui-
state nella Calabria, per darle ad Antonio Colonna e rende
benevolo il Papa; tolse a Tommaso di Costanzo il governo di
Somma, che il padre e l'avo avevano tenuto settant'anni per
concessione di Giovanna I; e questo avvenne, perché quelli
della casa di Costanzo, beneficata da Carlo III di Durazzo e da
Ladislao, «si doleano, che la Regina col suo disonesto vivere
macchiasse le glorie e la memoria di quei re suoi antecessori ».
Di ciò non trovo altra testimonianza oltre quella di messer
Angelo. Onesta così è difendere i suoi, ma non è da cavaliere
l’insulto ad una donna, che già era sul confine della vecchiezza,
So bene d'altra parte, che nel 1387 Carlo II di Durazzo tolse
ogni bene a Nicola Costanzo, per ribellione (1), e che le
terre di Motta Rossa detta Relliloci, e Motta Accomeri detta
Messanora nel 1419 furono comperate dal Conte di Sinopoli (
Non mancarono in altre parti cagioni di rumori e di bat-
taglie. Giovanni Antonio Orsini del Balzo, principe di Taranto
possedeva Guardia Lombarda, ma Giovannello Zurlo pretendeva,
che fosse sua, e reputando, che in nessun modo, salvo colle
armi, avrebbe ottenuta giustizia, mise il paese a rumore, armò i
suoi o di notte per sorpresa entrò nella terra. Il Principe se nc
richiamò alla Regina, la quale ordinò a Giovannello di lasciare
la Guardia, e questi, non solo non ubbidi, ma con le sue bande
disertò le terre del Principe e menò prede e prigionieri; mentre
però faceva questo, morì, I figliuoli Jacopo e Marino, non meno
audaci di lui, perdurano nella ribellione, e poichè il Principe
stesso andò a combatterli, gli stettero a fronte; vedendo poi
che erano inferiori per armi, arsero e disfecero In Guardia,
acciocché, se essi non potevano tenerla, non l’avesse avuta
manco l'avversario. La Regina ordinò a Jacopo d'andare a lei
(li Mimeni Ricoro, I notamenti di Marteo Svivetio da Giovina:so difesi
ed illustroti, 40, 41
(8) A 9 di gennaio 1419 lu Regina ordinò a Pietro Paolo da Viterbo mar
chese di Cotrone, conte di Belcastro, capitano di guerra nel Ducato di Calabria,
ad Antonuesio doi Camponenchi capitano degli uomini d'armo, a Nicola do
Arenis, a Nicola e Jacopo Ruffo di dare al conte di Sinopoli il possesso di quelle
terre. Reg. Ang. 372, f. 160.
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326 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1426)
per discolparsi, non andò; gli fu assegnato il termine di otto
di, non comparve. A' 22 di luglio 1426 la Regina tolse alla
casa Zurlo i molti ed ampii feudi, che possedeva, donò al Prin-
cipe Salice e Guagnano nella Terra di Otranto, sequestrò Pio-
tragalla ed altre terre nella Basilicata. Così fu quasi disfatta
casa Zurlo (1).
Rimaneva non domo ed în arme Francesco Mormile or in
tregua, or combattuto dalla regia Corte. Nel 1427 egli diede in
moglie a Luigi de Gesualdo la figlivola Emilia con cinquecento
once in conto delle doti, le quali furono assicurate sul castello
di Calitri in terra beneventana (2); e la Regina prestò l'assenso
regio addi 2 marzo 1427 (3). Ed è a notare, che nel diploma
la Regina intitola Francesco uomo magnifico, milite, maresciallo
del regno, ma non aggiunge, come era consuetudine, nostro
devoto e fedele diletto, perchè perdurava nella contumacia, so-
stenuto dai baroni nemici di Ser Gianni, e sopra tutti de Tom-
maso Sanseverino. Ma poichè questi si accordò colla Regina,
ella addi 4 ottobre 1427 comandò al giustiziero del regno di
procedere sommariamente contro Francesco e i consorti suoi
© sequestrarne i beni. Le accuse mosse contro di lui furono
queste: congiurava contro la Regina e lo stato, facendo leghe
e trattati co' nemici di essa, era colpevole di maestà, di soprusi,
di eccessi, contro il regio volere teneva Eboli (4). Perdurò il
fiero barone nella contumacia, ma, stretto da Antonio Caldora,
dovetto cedere, e propose patti, che voglio riforire nel dettato
originale, come documento della lingua italiana usata nel regno
a quel tempo.
«Damo Henrico Morimilo nostro frate in mano de miser Pe-
tricone (Caracciolo) Reginale viceregente, de Andrea de Serra,
Rufino et Buczo de Sena Reginali commissarii et cet. con
pacto, che Antonello Rugio ande ala Maiesta de Madamma
(la Regina) ad parlare cola dieta Majesta che piaza ala dieta
(I) Reg. Ang. n. 377, £. SI L
@) Ciò fu fatto n...-per cultellum flexum per eos (Luigi ed il padre suo)
positum in manibus prediete Emilie, secundum consuetudinem Comitum et Ba-
zonum huins Regni ». Reg. Ang. 377, £. 182 t.
(8) Reg. Ang. 377, £. 182 è.
(4) Reg. Ang. 377, £. 156.
Google DAN DR
(1426) LIBRO SESTO 327
Maiesta che nuy meser Francisco possamo mandare Henrico
predicto ala Santita de Nostro Signiore et ala prefata Majesta,
et promectimo come ad liale cavaliere sequerrimo et farrimo
con effecto quanto per la prefata Santita serra comandato et
disposto dela terra et Castello de Ebuli, delo castello et forteze
de lo castello de l'Abate et dela renunciacione dela dicta terra
et castello de Ebuli delo dicto Castello de l'Abate et de Cam-
pagnia et piacendo ala prefuta Maiesta, che lo predicto Henrico
ande ala santita de nostro Signiore et sor Maiesta, per obser-
vatione de queste cose farrimo assignare lo castello et fortelleze
de lo castiello de l'Abate in mano de Messer Petracone, de
Andrea de Serra predicti ad nostra electione. Et in caso, che
Janni Morimile non volesse assegnare lo dieto castiello promot-
timo de daremo uno deli nostri figlioli in mano deli sopradieti
messer Petracone et Andrea. Et assignato che serra lo dieto
castiello o vero nostro figlio lo prefato Henrico anderra colo
dieto Antonello ala prefata Mayesta et ala prefata santita de
nostro Signiore in Roma et în caso, che so Janni Morimile assi-
gnasse lo dieto Castello (sic), che sia licito cacciarende la robba
nostra et che la monicione o autro che volessemo vendere sia
comparata per un precio convenevole; et volimo che se lo dieto
Janni non volesse assignare lo dicto castiello sia licito ala pre-
fata Majesta farili fare guerra. Et in caso che se pigliasse lo
dicto castiello me sia assignato nostro figlio e per observancia
dele sopradiete cose de (1) avimo facto fare questo presente
scripto nizato (2) colo nizo (3) et subscriptione de la mano
nostra propria. Datum in castro nostro Ebuli die X novembris VI.
Indictionis. Franciscus Morimilis manu omnia supradicta pro-
mitto » (4).
Queste proposte furono riferite al regio consiglio ed approvate,
e a° 13 di novembre 1427 la Regina ordinò a Petracone Carac-
ciolo e gli altri cavalieri proposti da Francesco di eseguirli (5).
Così dispare dalla storia questo grande barone, prode, ribelle,
(1) De pi
(2) Segnato.
() Segno, suggello.
(4) Reg. Ang. 977, £ 125 t
ndo,
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328 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1426)
indomito, uno degli ultimi cavalieri del regno. Ebbe dalla Re-
gina un salvacondotto di sei anni per sè, figliuoli, nipoti, con-
sorti; morì un anno innanzi al termine assegnato, a mezzo
novembre 1432 (1).
Antonio Caldora, viceregente della Regina, occupò Diano e le
altre castella (2), tuttavolta Antonio Colonna non ebbe Sanse-
verîno prima del 1429 (3).
(1) Morto Francesco Mormile, Giovannella do Alagona vedova di lui ricordò
in i patti della resa di Eboli e delle altre castella, il. salvacondotto
potevano essere chiamati inaanzi ai tribunali
to nel salvacon-
dolto «superest anaus unus et mensis unus cum aliquiba» diebus, cum salvus
conduetus fetus fuit olim do mense decembris anni YI intietionis prozime pre
terite dio videlicnt oetava mensis eiusdom (1427) ». Ella temera, che morto Fran-
cesco, non fossero mantenuti i patti, e pregò la Regina di 0
del regno @ ai giudici della Vieuria, che fonsero osservati
1432 la Regina anauì alla richicata di lei, udito il regio consiglio. Reg. Ang.
977, 6 401.
(2) Ai 26 agosto 1427 Ja Regina assegnò a Gurello Vermo di Sala i beni
burgensatici © feudali sequestrati al ribelle Valente do Valento per gli aî
prestati al Caldora nei futti di Diano. Reg. Ang. 377, £. 102.
(8) Diploma del 3 decembre 1420, Reg. Ang. 377, f. 204
IN
Opera benefica dî frate Bernardino da Siena e frate Giovanni
da Capestrano. — GU Ebrei nel regno. — Lotta sanguinosa fra
Ortona e Lanciano. — Perseouzione degli Ebrei.
In questo tempo s'erano rinfocate le ire partigiane nelle città
del demanio regio. I cittadini di esse si governavano secondo
consuetudini tanto antiche, che le loro origini, come spesso
leggiamo nei documenti, hon erano a memoria d'uomo; eleg-
gevano con libero suffragio gli uomini del reggimento, si stu-
diavano di favorire le arti, le industrie, i commerci della città,
ed i principi, per tenerli fedeli, largheggiavano di grazie e pri-
vilegi. Il capitano regio amministrava la giustizia e; se le azioni
sue e le sentenze non erano rette, le università si richiamavano
alla Regina. Le città del regio demanio vivevano dunque in
una condizione prospera in confronto delle terre feudali nelle
quali l'arbitrio del barone turbava la vita pubblica e la privata.
Or fra tante lotte di principi e tante contese, si erano divisi
gli animi dei cittadini ed ognuno per bisogno o per utilità, per
amore © per odio si metteva da una o da altra parte: spesso
i più potenti fra loro, o i baroni della regione movevano e vol-
gevano gli animi a modo delle loro passioni. Questi dissidii
cittadini, più che în altra regione, erano vivi e pericolosi nelle
città dell'Abruzzo, alle quali giungevano anche i rumori di
quelle dell’Italia di mezzo: i fuorusciti poi soffiavano al fuoco.
Ed erano tornati anche in uso i nomi di guelfi e ghibellini,
vocaboli ravvivati male a proposito, chè non avevano più il
significato di due secoli innanzi, ma indicavano le parti avverse;
e tanto gli uomini s'erano bestialmente inferociti, che i fratelli
oogle or
GIOVANNA 1 D'ANCIÒ (1497)
perseguitavano i fratelli, erano sparate le donne pregne, col
sangue dei nemici era tinta In calce pei monumenti a perpetua
memoria degli odii e delle vendette, le chiese erano profanate
ed arse. Per levare quest'abominazione, un povero fraticello,
Bernardino da Siena, andava di terra in terra predicando pace
e carità per amore di Dio, e la gente traeva ad udirlo mossa
dall’umiltà e dalla santità della vita di lui. Si faceva portare
innanzi uno stendardo col nome di Gesù raggiante, e questo
nome faceva scrivere sulle mura delle città, delle case private
e delle adunanze cittadine (1), per contrapporlo alle insegne
delle parti guelfa e ghibellina (2). Esercitò più che altrove il
(1) È notevole ciò che a questo proposito serive S. ANTONINO arcivescovo di
Firenze: « Eo tempore quidun fuit ordiis minoram frater Bernardinus nomine,
sonensia natione, venerabilis vitae, et fama» praeclarae, egregius predicator, qui
quotidio post mimaram celebrationem popalia praedicabat, discurrene per ci
tates et oppida Tuscine, Longobardine et Ducatus spoletani, et cum tanta gratis,
ut ecclesias et plateas nudientibus impleret, et fructum plurimam Deo offermet
ex verbi Dei semine per cum sparo, Hic quendam circulum mellifuum adi
venit, ut creditur pia intentione, ut scilicet mellifuam nomen Jesu quasi obli
teratum ia cordibus fidelium incalesceret. Nam pictam vel scultum Jesu nomen
in magna tabula omata populo ostensum faciebat adorare. Hoo ti simplicibas
videretur devotionem aflerro sipientes arbitrabaatur idolatriam, vel saltem ad
suparstitionem tendere; cum populi magis venerarentur illas littaras, quam sig:
ficatum per eas scilicet Jesun Christum...» S. Beraardino fu per ciò accusato
al Papa, il quala rironobbe le sue buone intenzioni. Chronicorum tertie pars.
Ed. Lioso 1538. De Mertino V, 400. V. Pasron, Ster. deî Pepi, Versione di
O. Bovzuta, 1; 176
(2) Egli reputara questo insegne, come indizio d' idolatria. V. il Sermone XXYI,
domenica III di quaresima, nell'edizione di Lione Mdel.1, 129. Nel Sermone XXV
< contra partialitates » 11, 154 dico: « si quin confidenter verbo se esse Guelphum,
vel Gobellinuem, mortalitor pacent ». Egli aggiungo, che non are
provare il peccato di coloro, che erano parliginni,
opere loro: tradimenti, omicidi, incendi, tiranni», discordie, oppressione degl
nocenti, empie diffimazioni, rancori, odi, false accuse, ingiustizie, ufBeii dati
agl'indegni, divisione d'amici, di consanguinei, di compari, di genitori, di fig
Da ciò nuscono la divisioni dallo castella, della città, dallo terre, dello ville,
religioni sovrani, dei sacerdoti preclari, delle chiese, e l'imperio è violato. Lo
donne sono uccise, ammazzati i bambini, gli uomioi propaginati nel letame,
annegati, arso lo case loro, impiccati per un pi
seno alle donne prognanti, le carni umane sono vendute alls beccheria, mangiato
cotta a erude. Gli uomini sono vendati, predata le villa, la caatella, 1a città,
desolate, arse
E seguo a lungo la tervibile enumerazione. Nè erano fatti, che. l'immagio
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piede, arsi vivi; è squarciato il ©
(1427) LIBRO SESTO 881
suo apostolato nella. Toscana, nell'Umbria e nell’Abruzzo,
dimorò lungamente nell’Aquila. Lo secondò nell'opera benefica
il discepolo frate Giovanni, dalla terra nativa detto dn Cape-
strano, Îl quale lo superava per ingegno, per dottrina, per
fortezza di carattere. Al tempo delle lotte fra i pontefici e
Ladislao, Giovanni era laico, leggeva diritto nello studio di
Perugia, e parteggiava pel Re. In un tumulto dei Perugini, che
s'eran volti alle parti della chiesa, mentre si studiava di per-
suaderli a rimanere fedeli al Re, fu preso e gittato nelle prigioni
incatenato: trovò modo di fuggire, ma impacciato nelle catene,
raggiunto, fu rimenato nelle carceri e avvinto con ceppi più
stretti e gravi. Solo, triste, con poca speranza di salvezza, me-
ditando nella tetra solitudine le miserie della vita, fece propo-
sito di mettersi per la via di Dio e farsi cordigliero. Manifestò
il suo proposito ai frati dell’osservanza di S. Francesco, ©,
pagato il riscatto, ottenuta In libertà, vesti il snio e cinse la
corda. In poco tempo acquistò tanto merito, che egli, frate
Bernardino da Siena, frate Alberto di Sarzana e frate Jacopo
della Marca erano reputati ornamento del sodalizio francescano.
Egli era tutto di a concionare, a dichiarare le sacre scritture,
a leggere teologia, a comporre discordie cittadine; coloro, che
lo avevano conosciuto laico, si meravigliavano dol mutumento (1).
Come ho narrato, credo, che egli sia andato per la pace all'ac
campamento di Braccio innanzi all'Aquila, perchè l'autorità
di lui era grande nell’Abruzzo. Ma il saio, la corda, le penitenze
non avevano spento il fuoco dell'anima, nè temperata 1’ indole
battaglicra. Nel 1425 fu fatto inquisitore contro la setta dei
Fraticelli dell'opinione, © dipoi dalla Regina Giovanna fu aiz-
zione creava por commuorero ll
litatia opera nescit, hoc et his
et horril
moltitudine, Egli conclude
milîa pensot. quo fare omni
ora, docoata esperientin, in Longobardia et în cnetr ove
ex partialitatibus multis, temporibus nostris, didicimus esse facta et apertiusime
monstratur ad licteram, et per opera manifesta quam vera sit sententia Christi
diseatis: Omno regnum în se divinum ‘losolabitur ». Ivi 157, AI Cap. Ill del
Sormone XXVI cit ogli dice di non aver trovato mai. che i tormentatori dei
unri to lo carni «sicut per partialos in Lombardia nostris
tempor ua esso fuctom »
(1) Wappiw, Ana. V, 83 ct passim 107. V. Acta Sanctorum octobris, Ed.
Bruxelles 1861, p. 280 © seg,
iitur partia-
nmo etiam piura,
332 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1427)
zato contro gli Ebrei. Questi da tempo immemorabile dimora-
vano nel regno intenti ai traffichi e alle usure; confinati in
istradicciuole appartate, strette, luride, che ancora serbano il
nome loro nelle città antiche, menavano la vita nelle abitazioni
povere nelle apparenze, mnisteriose. Fra gente nemica, agitati
da continua paura, perchè passato un pericolo ne aspettavano
un altro, spesso spogliati degli averi, talora martoriati con tutti
i tormenti, che la ferocia umana ha inventato dalla tortura al
rogo, andavano per lu loro via, come sospinti dal fato, tenaci
nelle loto consuetudini, nelle loro credenze, e facevano le
vendette loro scorticando i cristiani colle usure. Per le costi-
tuzioni del regno gli Ebrei vivevano secondo il diritto romano,
non potevano fare testimonianza contro i Cristiani, perchè erano
reputati da meno, nè esercitare la medicina, perchè creduti
manipolatori di filtri pericolosi e operatori di magie, erano
tuttavolta sotto la protezione del Re (1). Era loro vietato d'an-
dare per le vie di notte, il di dovevano mettersi un segnale,
pel quale erano riconosciuti, 6 spesso scherniti © offesi (2);
arricchivano diffusi in tutte le città del regno, che si prestavano
ai loro traffichi, nella Calabria (3) nella Puglia, nell’Abruzzo e
in Napoli è rimasta la via intitolata da essi fino ai tempi nostri.
In Trani dal tempo dei Normanni farono sottoposti alla
curia dell'Arcivescovo, al quale pagavano un tributo (4); ma
aggravati d’imposte dagli arcivescovi si partirono e di ciò si
€) Constitutiomen R. Sicitine Tit VI, usurariorum. Tit XVII «si quis in
postorum..»
@) Roberto d'Angiò ordind, che portessero în petto un cerchio rosso largo
duo dita o del diametro di un palmo, e le donne un velo di panno aizurro
Rog. Ang. 1306, 1307 D. £. 224. Dal Miueni Riccio, St. sopra cit. Rog. ang. 108.
Roberto protesso gli Ebrei, ordinò che non fossero perseguitati nella settimana
maggiore, ma volle, che non si mostrassero per le vie, © nel giorno del venerdi
santo tenessero serrato l' nscio della casa e lo imposte delle finestre. Reg.
Ang. 202 f. 235 1.
@) Lo stesso Roberto, cosa mollo singolare, sovvenno di denaro gli Ebrei
Gerace per riedificare la loro Sinagoga Reg. Ang. cit. 202, £ 235 & Nel 1417
Tomaso Mormile fu mandato nella Basilicata © nella Tersa d'Otranto per esi-
gere la tassa d'un’ incia a fuoco dagli Ebrei. Era molto gravo. Reg. Ang. 374,
ist
(9 ta
davano l'apparenza d'essersi convertiti al cristiancs
sani li chiamavano neofiti, perchè, forse per evitare persecuzioni, si
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(1427) LIBRO SESTO 383
dolsero i Tranesi, perchè venivano meno le contribuzioni di
essi al pagamento delle colletie, e per questo e per altre ragioni
mel 1377 si levarono a rumore e minacciarono l'Arcivescovo;
però le sinagoghe israelitiche furono convertite in chiese cri
stiane, ed il cimitero fu dato ai frati predicatori nel 1382.
Tornarono dipoi, e Alberico da Barbiano, che aveva ottenuto
Trani in pegno, con molti arbitrii si tolse i diritti delle dogane
ed il certo tributo degli Ebrei; ma l’arcivescovo Francesco
Carosio, domandò la restituzione dei diritti della Giudecca e
li riebbe nel 1422 (1).
Ladislao favori gli Ebrei d'Abruzzo; diede loro licenza di
dimorare in Sulmona, Aquila, Lanciano e in qualsivoglia altra
terra o città, di tenervi scuole, cimiteri e acquistarvi beni; li
francò dall'obbligo dell’odiato segno di riconoscimento, li sot-
trasse dalla giurisdizione delle città, li eguagliò agli altri citta-
dinì pel pagamento delle imposte, concesse loro la facoltà d’an:
dare liberamente dove fosse loro piaciuto, di vestire a modo
dei cristiani, vietò il loro arresto personale (2). Non so quanto
abbiano pagato questi larghi privilegi. Giovanna II non meno
larga del fratello, permise ad Angelo da Todi ed Abramo, giudei
dell'Aquila, di tenere scuole, sinagoghe, cimiteri jn Aquila,
Sulmona, Ortona, Città Ducale, Venafro, Isernia (3). Altre lar-
ghezze concesse ad altre famiglie israelite (4), ai consorti, ai
socii, ai ministri loro: potevano sicuramente dimorare nelle
città, viaggiare, trasportare merci, e questi favori furono ac-
cordati colla speranza, che essi, conversando coi cristiani, si
convertissero alla loro fede. Confermò loro la licenza di deporre
il segno, ordinò, che nom fossero tratti innanzi ai tribunali ci-
vili e criminali senza giusta cagione: se però fosse stato ad
essi pegnorato o venduto un oggetto involato, erano tenuti a
(1) Bactrani, Degli E>rei, che dinorarono nella città di Trani, ete. (Sugli
antichi ord. marit. della città di Trani 45, 54). Betrraxi, IL Conte Alberico
da Barbiano, la Regina Giovanna II e gli ebrei di Trani. Nol Buonarroti
Ser IL vol, XI,
@) Faractia, Cod. Dipl. Sulmonese, doc. CCI, 268.
(8) Reg. Ang. 377, £. 43.
() Erano quelle di Emmanue!e di mastro Vitaluccio, Emmannelo di Gu.
glielmo, eredi di Angelo do Vitalo di Loono 0 Bonaventura di Diso Gugliel-
muccio. Dipl, del dî 5 aprile 1420, Reg. 975, £. 102 t.
Google c
384 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1427)
restituirlo, ricevuto il denaro del pegno o della vendita (1);
passato l'anno potevano vendere il pegno senza il consenso di
chi lo aveva fatto, e la licenza del giudice. Confermò loro il
diritto di acquistare beni e tenere scuole, sinagoghe, cimiteri;
rion avevano obbligo di guardare le feste dei cristiani, nessuno
poteva turbare le loro. Ed in queste notevoli lettere di privi-
legio appare, che se bene fossero dirette ad uno o a pochi, i
favori si estendevano a tutte le comunità ebraiche sparse în
regioni diverse, anche di là dai confini del regno. Ordinò in
fatto la Regina, che se fosse nata dissensione fra gli Ebrei dimo-
ranti in Fermo e in Norcia e le comunità non avrebbe permesso,
che fossero state sequestrate le mercanzie loro depositate in
Franenvilla (2).
Ognuno pensi quanto scandalo soffrisse frate Giovanni da
Capestrano per questa libertà concessa ai nemici del nome di
Gesù, i quali prosperavano nella sua nativa regione; in quel
tempo forse egli preparava la sferza contro di loro, ma aveva
il pensiero rivolto ad altro.
L'Abruzzo ardeva: i elttadini di Ortona e di Lanciano, ini-
micissimi fra loro, si dilaniavano colle armi, i fuorusciti del-
l'Aquila, di Teramo, di Sulmona mettevano sossopra il paese.
Sulmona non aveva avuta pace dal tempo della conquista di
Carlo I d'Angiò, e dentro e fuori le mura î cittadini conten-
devano non per la libertà, o per carità del loco nativo, ma pel
primato. Il numero dei fuorusciti era grande, e non avendo
modo di tornare alle case loro, si mischiavano nelle gare e
(1) «Tasuper si ex cast contigerit ad manus ipsorum vel ad alterivs eorum
aliguid ex furto vel subtracto sive per modum pignoris, sive per modam forsitan
onie, quod verosimilitar ignoraverint. volumus con ad restitutionem huiu-
smodi rei pigoorato vel rendite, nivì priva restituto eis rolato, vel dato per cos
pretio... nce non quod licrat Judeos ipsos [ignora que ad manus eorum perve-
niro contigerit post lassum annam unum a die cuidelibet recepti pignoris vai
dere et alienare absque subpignorancium reguisitione et alicuius Judicis sive
protoria mandato vel licentia ». Reg. Ang. n. 375, f. 102 &.
È notevole questo tratto del diploma, Dopo che la Regina dà agli Ebrei fa-
coltà d'andare, venire, acquistare beni, aggiunge: «.... et acquisita habendaque
el asquirenda habere tonero possidore nti frui pacifico et quiete sino contradi
ciono quacamque compelli preterea nequeant Christisnorum festivitatos custodire
neque Judeorum festivitatibus et sollempnitatibus aut contea Iegem eorum facere
aliquid quacumquo ratione....» @ Ivi.
x00gle CORNELL UNIVER
(1427) LIBRO SESTO 335
nello lotte delle altre città. Col favore della Regina frate Gio
vanni da Capestrano si studiò spegnere gli odii, di ridare pace
alla città tribolata: Maria Cantelmo, contessa di Popoli, lo secon-
dava (1). Le pratiche furono difficili e lunghe, perchè nessuna
delle parti voleva cedere, l'una per orgoglio, l'altra per diffi-
denza, in fine la concordia fu fatta addi 6 novembre 1426, ma
le condizioni imposte ai fuorusciti erano tali, che reprimevano,
non spegnevano il fuoco, perchè essi non dovevano prendere
parte al reggimento della città, nè fare compagnie, e andare
con seguito di gente armata (2),
Nello stesso tempo era tra ortonesi e lancianesi una discordia
che finì a guerra. Ortona è la sola città di Abruzzo, la quale
abbia porto; in esso da tempi remoti approdavano le navi, che
dall’oriente, dalla”Dalmazia, da Venezia, dalla Puglia portavano
le merci occorrenti alla regione: gli ortonesi, buoni marinai,
facevano traffico delle derrate, che le terre nostre menano o di
panni e cuoiame (3). In Lanciano, posta dentro terra, era però
(1) Nel fascicolo delle lettere spedite all’ Università nell'archivio municipale
di Sulmona trovo questa della Contessa di Popoli v del Massaro di quella
università. Questo ora il nomo dato al capo dol reggimento.
« Extra: Nobilibus et egregiis viris et Domini», Domino Capitanco et Con-
silio universitatis Civitatis Sulmone,
Intus: Viri Egregii Domini et Amici honorabiles tamquam fratres eum Reco-
mandatione salutis sopra lo facto do questo saneto homo frate Joanne do' Capo-
strazo mandano ala vostra nobilitate lu venerabila padro frata Antorello Mastro
Guardiano do lu locu de Santo Francisto da Populi portatore de la presento
leciera alo quale havimo concessa certa ammussata (ambasciata) la qualo deya
reîerire ad vai do nostra parte alo quale vo plaza (piaccia) dare fede quanto ad
nuy proprio. Seriptum Pop IV men V ind. (1426) Maria
Cantelmi Massarius et universitas Populi ».
@) Faractia, Cod. Dip. Sulm. 317. Frato Antonello non incontrò il favoro
dei Sulmonesi © nol cap. 5 della concordia del G novembre leggosi: « Itom por
che frate Antonello no ene citatino non possa Reintrare (in Sulmona) senza
licentia deli citadini ». .
(8) Il Roxano, nel Saggio sulla storia di Molfetta riferisco questo tratto del
Libro rosso: « Considerato, che anticamente sono state trattate le città di
Amalfi od Ortona qui in Molfetta per
questo modo siano sempro Iratiati, cho vendendo rino a miauto paga tari cinque
per la salma, persistendo loro © trattando similmente i nostri ». Par. L 17, cfr
Canavestese, Rissegna pugliese, ottobre 1897 n. 6, Antichi cap. stat. consuet.
di Molfetta. A 20 ottobre 1416 la Regina concesse agli orionesi per cinque anni
il diritto di tratta per riparare il porto. Reg. Ang. 374, f. 396 t.
i, 0 li nostri là per
oogle
336 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1427)
il mercato. Sorsero fra le due città gare e piati, perchè l'una
reputava d'aver danno dalle franchigie, che l’altra godeva (1).
I lancianesi, per togliere ogni occasione di litigio e provvedere
alla loro utilità, trovarono modo di ottenere dall’Abate di S. Gio-
vanni in Venere la facoltà di costruire alle foci del Sangro un
porto, sulla spiaggia di S. Vito, che era del monastero: doman-
darono poî l'assenso del Re Ladislao, questi l’accordò, ed essi
misero mano all'opera. Come videro ciò, gli ortonesi si richia-
marono al Re, che in quel tempo dimorava in Sulmona e dimo-
strarono, che col nuovo porto la città loro avrebbe avuto
incredibile danno. A' 15 di sottembre 1395 il Re revocò la
concessione fatta ai lancianesi (2), ma questi non interruppero
l’opera (3). Crebbe il dispetto degli ortonesi, i quali trussero
alla parte loro i cittadini del Vasto, e insieme si volsero al Re
per avere giustizia, e questi confermò il divieto contro i lancia-
nesi, con la pena di ducati mille in favore del fisco, ordinò, che
le nuove opere del porto fossero disfatte (4). I lancianesi, tenaci
del proposito (5), non cedettero, ma Giacomo de la Marche e
Giovanna II addi 15 di marzo 1416 confermarono il divieto di
Ladislao, ed ordinarono, che nessuna opera nuova di porto
dovesse farsi sulla marina tra Vasto ed Ortona, e specialmente
in S. Vito, che era dell'Abate di S. Giovanni in Venere, in
Santo Stefano, posseduto dalla badia di S. Maria d’Arbona, e
in Pennaluce, che apparteneva al comitato di Monte Oderisio (6).
I lancianesi portarono il piato alla Corte regia. Fu fatto il
processo, che la Regina commise all’Arcivescovo di Consa a
(1) Gli serittori dello coso abruzzesi ricarciano le origini di questa lotta al
cianosi proposero di costruiro un porto a S. Vito. Non ho
( La lettera del Re è inclusa in un diploma di Giacomo © Giovanna del
15 marzo 1416, e l'una © l'altro cono riportate in un diploma della Regina del
10 marzo 1417, Reg. Ang. 374, £. 8. Lo slesso di la Regina scrisso lettere simili
per Vasto Aymone. Ivi £. 10 t
(Il Rewzermi, nello Norizio stori della città di Lanciano, 20, afferma, cho
i lancianesi proseguirono l'opera, avendo offerto al Re cinquecento ducati.
(4) Risulta dal lungo doe. cit. del 10 marzo 1417. Reg. Ang. 474 £. 7a 10 t.
(©) Mostrarono dipoi Ia loro tenacia nella famosa causa per reclamare il de-
manio regio. FaracLia, IL Comune nell Italia meridionale, 193 6 sg.
(©) Dipl. cit. del 10 marzo 1417.
x00gle ANA
(1407) LIBRO SESTO 387
Giovanni Tomacelli, regii consiglieri, a Jncopo de Griffis giudice,
i quali furono di questa sentenza, che la prima concessione di
Ladislao era stafa a buon diritto revocata. I lancianesi appel-
larono alla Regina, dichiarando cassa e nulla la sentenza, perchè
nella causa non erano stati rappresentati dal loro sindaco; e
la Regina affidò il giudizio a Jacopo Mozzapede dell'Aquila
dottore in legge, e a Giovanni Crispano giurisperito, | quali
nelle conclusioni furono discordi (1). I lancianesi ottennero un
terzo giudizio, ma quando si venne alla scelta dei giudici essi
e gli ortonesi, secondo portava la pratica del foro, esclusero
tanti giudici avuti în sospetto, che in Napoli non era più per-
sona, alla quale avrebbe potuto affidarsi la causa (2). Per porre
fine alla lite la Regina deputò un acuto dottore in diritto (9),
del quale non è noto il nome, e da nessuna delle parti fu
rifiutato. Egli riferi, che saviamente s'era avvisato il Crispano.
E la Regina a’ 10 marzo 1417 sentenziò, che il primo privi-
legio concesso da Ladislao ai lancianesi non poteva essere
revocato, ma, visti i mali effetti e gli scandali, ai quali aveva
dato occasione, lo stesso Re con ragione aveva vietato la co-
atruzione del porto (4).
Gli ortonesi però avevano mandito alla Regina il loro sin-
daco Andrea de Santo Mucio per farle intendere, che da S. Vito,
da S. Stefano, da Pennaluce si ostraevano dal regno con frode
derrate e merci, la qual cosa non avveniva in Ortona, e, per
riuseire nel loro proposito, usarono un argomento, che spesso
suole essere più persuasivo degli altri. Fu convenuto tra il
sindaco e la Regina, che gli ortonesi avrebbero sborsato cinque-
mila ducati, nè la regia Corte avrebbe mai costruito porto tre
(1) Ecco il parere del Crispano, riportato nel diploma della Regina cit. del 10
marzo 1417, a £ 9: « Vidolicet dictus Johannes iu acriplis nobis retulit tam pro
dictam revocacionem diete gracio concesso diotis lanzanensibus per jamdictum
condam Regora Ladizlaum ut predicitor factam, quam revocasionen similiter
gracie predicte lanzanensibus ipsis facte dicteque revocacionis confirmacionem
per ipsum virum nostram et nos factam Juridico proc
@) ce 0 8 dal lò ulraquo paris suspettorum nominibus, nomina dota
fuerunt, quod noa invenimus in civitato nostra Neapoli aliquem Jurisperitum
non suspectum cui per nos committi causam huiusmodi potuisset » Ivi.
(3) ». « electe industrie virum.... » Ivi.
@ Ivi
22, — Fanaotia, Giovanna II d'Angiò.
oogle come UNE
398 GIOVANNA IT D'ANGIÒ (1427)
Ortona e Vasto, nè permesso, che altri, e specialmente i lan-
cianesi l'avessero costruito. La convenzione fu fatta a'15
marzo 1417 (1), ù
E ilancianesi proseguivano l’opera del porto di S. Vito, come
se i regii editti non fossero stati fatti per loro: gli ortonesi
allora pigliarono le armi, e andarono per disfarla, e quelli pre-
vennero il loro disegno, s'appostarono sul Feltrino, ne ucci-
sero molti, sette ne menarono prigionieri, li martoriarono, e,
mozzati ad essi orecchi e naso, li rimandarono. Raccontano,
che i lancianesi, col sangue, che colava dalle loro ferite, tinsero
la calco, colla quale levarono la colonna della vendetta, che,
diritta ancora, è addimandata la colonna della scomunica.
Arse allora la guerra per tutta la regione, e le genti vicine
o per amicizia o per vendetta 0 per desiderio di preda parteggia-
rono per l'una e per l’altra città. I sulmonesi farono per Lan-
ciano (2), o gli ortonesi per rappresaglia, sequestrarono i beni, che
(1)... « Cum matura nostri deliberacione concili firmiter et irrerocabiliter *
pollicemur pro nobis ac heredibus et suecessoribus nostris in dieto Regno nostro
Sicilio vol aliter quomodocumque quod ex nunc în antea ullo unguam tempore
iti, Saogri, S. Stophani ot panna lucia vel în
dictarum terrarum ortone
et vasti aymonis exclusive te a fuce fluminis fori usque ad fucem Mluminis
Saagri conslitutis et signanterin dicto loco sancti Viti pro nobis et nostra curia
portus aliquos non construemus neque per alios nostri parte edificari fieri vel
eonateui faciomus et de ipaît portubus in prefitia locia seu maritimia vol lito-
ribus ut supra sitis ot positis aut altoro vel aliis ipsorum por quoovis fideles
nostros ac porsonai cuiuscumque fuerint conditionis et status et signanter
per universitàtem ét homines terra sostre lanzani.
Appresso la Regina aggiunge: «.... Nos dietosque nostros heredes et suc-
cessores ac bona nostra quelibet eidem Andree syndico syndicario nomino quo
supra recipienti do ipsa corla nostra scionti ramiesa tonore
presencium specialitor obligamus nibilominus pro premissis per nos. taliter
promissis et conventis et concessia presehtialiter et manualiter recepimus et
babuimus in nostris proprii: manilus ab codem Andrea syndico syndicario no-
mine et pro parte dictorum universitatis et homines ipsius terre nostre ortono....
ducatos do auro quinque . Reg. Ang. 374, f. 177.
@ Il Fsvonio, che noa è veramente ua medello di fedeltà storica, noll' ist.
Marsor, 202, aceumola molti errori e favole a questo proposito.
«Aano 821. Non etigua Sulmonis pers ab Ortonensibus igni succensa et
diruta fuît. Cuius excidii causa iurgium inter Anxanos Ortononensasque pro
fnibue dicitur.
Anzani igitur opom a Sulmoncasibus polontoe, loctam juvonum manum
oogle SALA
(1427) LIBRO SESTO 239
avevano în Ortona e Francavilla, ma la Regina il 1.0 di ottobre
1425 ordinò agli ufiziali di Abruzzo d’ impedire queste rappre-
saglie, e ordinare la restituzione dei beni sequestrati (1). Gli orto-
nesi allora, vedendosi per terra inferiori agli emoli, colle navi
armate andarono al porto di S. Vito, e fecero grande danno.
Pareva, che non vi fosse modo di porre fine a quella lotta fratri-
cida; Pietro di Corrado locotenente del conte di Carrara, vicege-
rente d'Abruzzo, condottosi in Ortona, fece bandire il divieto di
portare armi, non fu ubbidito, fece sostenere alquanti cittulini
colti in fallo; mentre però questi erano menati alle prigioni, i
popolani fecero tumulto, assalirono il locotenente, percossero
le guardie, liberarono i prigionieri. Era delitto di lesa maestà
e fu fatto il processo; ma il consiglio dell’ università supplicò
la Regina a perdonare i rei, ed ella concesse l’ indulto, abolì i
bandi di Pietro Corrado a'9 marzo 1417 (2).
Giovanni da Capestrano potette ciò, che nè gli ufficiali regii,
nè la Regina avevano potuto.
Andò a Lanciano nel mese di settembre 1420, cominciò a
calmare gli animi sollevati, ad ammansirli, e, concionando nella
chiesa di S. Francesco, colle parole infocate per l’amore di
Gesù Cristo, li commosse: il popolo si levò gridando: perdono, e
affidò a lui il porto di s. Vito e la città. Si recò poi frate Gio-
vanni In Ortona e accese tanto ardore di carità nei flerì petti,
che i cittadini mandarono i loro sindaci a Lanciano per la pace.
A’ 17 febbraio 1427 nella chiesa di 8. Francesco di Ortona
presenti i sindaci di Lanciano e una moltitudine innumerevole
di cittadini fu giurato il perdono delle offese passate, la con-
cordia pel futuro, furono fatti i capitoli: l'una città agli abi-
tanti dell'altra diede il diritto di cittadinanza, 0, come se tutti
fossero gente di una sola terra, giurarono di difendersi a vicenda
Anzani avrilium Aoxania
comitom jungunt; et com aliquando sulmononse:
oporam suam strenuo commodasseat, Ortononses Sulmonem petonies, civitatom
rnilitibus vacuam praede et igni demandant.
Nessun documento conferma ciò, vi ha poi un enorme errore di tempo,
(1) Faraguia, Cod. dip. Sulm. 308.
(@) Reg. Ang. 374, f. 369. È notevole questa conclusione del regio diploma:
«Volentes ot doclarantos quod quam primum alio nostro lictero dieto nostro
Megno pendeati sigillo iacipient sigillari, tensantur et debeant dicta uni
(Ortone) et homines presentes noetraz lietoras refici facere
orsitas
oogle
340 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1427)
nei pericoli, di porre guarnigione comune nelle castella, e frate
Giovanni in memoria del fatto istituì in Lanciano un convento
di frati minori intitolato dall'Angelo della pace. La concordia
durò poco (1).
Come ebbe fatto ciò, frate Giovanni volse il pensiero a repri-
mere la libertà delle università ebraiche; domandò alla Regina
l’autorità di reprimerle, e l’ebbe a' 3 di maggio 1427. Gli spedì
ella un editto, nel quale diceva, che gli ebrei accorsi a dimorare
nel regno persistevano nella durezza del cuore, nelle loro prave
opere, facevano usure, agivano contro le costituzioni ed i ca-
nonî, non portavano il segno, che dinotava chi fossero, in
disprezzo di Dio, della santa chiesa, delle leggi: quindi dava a
lui piona autorità di prendere i provvedimenti opportuni per
reprimenli, colla minaccia di « pene acerbe e formidabili »
da mettersi subito e senza misericordia ad effetto. Vietò loro
di fare usura, ordinò, che portassero În petto Îl fau o altro
segno, annullò ogni privilegio (2) Frate Giovanni ordinò agli
(1) Waopiwo, V, 277. Il convento dei frati minori or è stato ridotto quartiere
di soldati; vi si vegzono tuttavia ancora alcuni fatti di frato Giovanni da Capa-
strano intoriati a fresco, illustrati da iscrizioni. Una di osso è questu:
ANXANUM ATQUE ONTON MUTUIS TOT CLADIRUE OLIM
ARSKRE UT NULLUS DINUNERARE QURAT,
SED) CANE TERRIFICO STYGIIS APPARENTE) SIMULTAS
ORE CAPISTRANI TOLLITUR OMNIS ATROX.
ReNzETTì, olizie Stor. della città di Lanciano, c. 20, p. 190.
@) Reg. Ang. 376, £. 109: @ Venerabili et religioso viro fratri Jobanni de
Capistrano Seraphici ordinis observantio minorum devoto oratori et fideli nostro
dileoto gratiam et tonam voluntatom, Novitor ad nostrum pervenit auditum quod
Ebroy seu Judey regnicolo et qui ad regaum confucerunt persistontes ia eorum
cordia duritia pertinacia et pravitate' exercent usuras pleraquo alia eis vetita et
probibita per jura Constitutionea et Capitula Canoniea ot ecclesiastica Impori
Regalia ot Civilia exercent et faciunt nec non et signum Thau aliaque Insignia
quo per Ebreos portari instituta sunt por aos non doferuntar in contamptum
patris et flij et spiritus mancti orlhodossegue fidei sacrosanciequo Romano
Ecelesie vilipendiumque Imperatorum Regum et priacipum eorumque legum sine
ctorum institutoram et canonum, quod molsstissime craciavit et pupugit mentem
nostrani super quod volontes salubriter providere confise de tua devocione et
charitate, qui sicut plurimum fidedignorum relatibus et soripturia porcapinos ne
visu et auribus propriis vidimua et palpavimua verto et opero ii
Jhesu Christi ex cajusve ore bonum semen seri et meliorem fructum colligi
Google 0
(1427) LIBRO SESTO dl
ebrei di Lanciano, i quali facevano disordinate usure, che si
raunassero in una via appartata, impedi la libertà dei com-
merci, cacciò dalla città coloro, che esercitavano largamente
la mercatara: forse avevano soffiato nel fuoco della discordia
fra Ortona e Lanciano. Ma l'aiuto venne agli ebrei donde meno
si sarebbe aspettato. Mastro Salomone di Ventura d'Anania
medico, dottore fisico e familiare del Papa e Vitale d'Angelo
d’Abramo dell'Aquila, procuratori dell'università ebraica del-
l'Abruzzo, ricorsero a Martino V, e questi esortò la Regina a
temperare il rigore della persecuzione, perchè « la Santa madre
chiesa sopportava » i giudei; ed ella a' 20 di agosto 1427 spedi
all'università israelita d'Abruzzo lettere di immunità e privi-
legio, confermò tutte le grazie loro concesse innanzi l’editto
pubblicato a richiesta « del religioso e onesto frate Giovanni
da Capestrano » (1).
speravimus în domino Ipsi tun devocioni tenore presencium do certa nostra
acientia liberam et omnimodam et plonariam licontiam et potostatem concodimus
quod presencium vigore et auetoritate possis et valeas inbibere et expresso pre-
cipero et mandare oretenus vel in seriplis aut per nuacios speciales ex caluminia
nostri parta universis et singulis Ebreis seu Judeia tam regnicolis et qui usquo
nunc ad hoc Regnum nostrum confluerunt quam illis qui os nune in antea
confluent sub penis acribus et formidabilibus provideatie tuo visis ja quas si
secaa feceriut cos ipso facto et ipso Juro decernimas incurrisse contra eos absquo
misericordia infligendis ct ab eis irremissibiliter exigendis pro curio nostre parie,
per quoslibe? offiales nostros presentes ot futuros et locatenentes eorum: ad
quos pro premissis recureus habebitur absque nostria vel alteriua cuiuscumquo
lieteris ot mandatis ut do cetero nullo unquam temporo possini. noquo dobennt
exercere usuras neque facero alia quecumque que eis vetita donogata et probi-
bita sunt per sacras leges.
(1) Reg. Ang. 334, £. 152. «Sane sicut recenter recolimus diebus noa longé
preteritia ad dovoto supplicacionia inatanciam per Religiosum et honestum virom
fratrora Johaanem do Capistrano ordinis observanzio beati francisci oratorem et
fidelem nostrum dileclumi tunc culmini nostro porrectaw licteras omucs privilegia
iuduleta immunitates et gratias concossas per illuetres. predocessores nostros
Sicilie reges momerio recolende et similiter por clarò memoria dominum Regem
Ladizlaum reverendum fratrem nostrum et per nos ecinm Judois singulis ubi-
cumque în dieto regno nostro ciusquo civitatibus ter
rantibua ct dogentibus certis nos causis moventibus revocavimus et illas iussimus
sicut hec ct al ris nostris prefato fratri Johanni
i» diversie utique clausulis et adiectionibus roboratis ct signanter quod
janter (sic) quod lietere predicte ipsis Judeis concesse per eosdem Judeos
ipsi fratri Johanni vel suit nunciis ad ommem iprorum requisicionom sub pena
castria ot locia commo-
oogle nin
342 GIOVANNA IT D'ANGIÒ (1427)
Ma gli ebrei avevano nemici d'ogni parte e tra poco un’altra
persecuzione venne dalla Terrasanta. Giovanni Beloco guardiano
dei frati minori del monastero di Sion, e Nicola da Corinto si
recarono a Martino V, ed esposero, che erano molestati dagli
ufficiali del Sultano, istigati dagli ebrei, i quali volevano per
loro uso alcuni luoghi santi. Il Papa, addi nove di marzo 1428,
per impedire le relazioni fra gli ebrei di occidente e quelli
dell’oriente, fulminò la scomunica contro tutti i padroni di navi,
che avessero ad essi dato il passaggio sui loro legni. La Regina
promulgò nel regno la bolla papale a'5 di ottobre 1429, ed
ordinò ai suoi ufficiali di sequestrare ai contumaci robe e navi,
del cui valore metà doveva assegnarsi al regio fisco e metà in
beneficio del monastero di Montesion (1); e, per compensare i
danni sofferti dai frati nello persecuzioni, mise sopra tutti gli
ebrei dimoranti nel regno l'imposta della terza parte d’un
ducato per capo.
sonfiscationis bosorum omnium Judeorum prodictorum assignari deberent Iace:
rando et cremando per dictum fratrem Johannem vel nuncios ruos predicios et
cum promissione per nos dieto fratri Jchanni facta nichil in contrarium actem»-
piandi et quod si quid per nes in contrarium fieret vel actemptaretur esset irritum
ot inane...»
(0 Rog. Ang. 977, £ 102 t. 105 t
IV
Povertà dell erario. — Favori fatti a Luigi Sanseverino. — Il
Papa si propone di deporre Giovanna II e Luigi III e fare re
Antonio Colonna, sue pratiche coi baroni. — La Regina da Aversa
torna in Napoli, Luigi va nel ducato di Calabria e poi in Francia.
I fatti, che ho raccontato, dimostrano, che nel regno poco
valeva l'autorità della Regina, molto quella del Papa, e che
chi si reputava offeso da altri, se poteva, facevasi da sè ven-
detta o giustizia. Armi e soldati non mancavano, ma la regia
Corte pagava il soldo alle compagnie di Ser Gianni, di Jacopo
Caldora e di altri baroni, più per mantenere quieti i torbidi ©
vari condottieri, che per usarne a reprimere gli audaci, e
punire i ribelli. Una schiera di commissariî, secreti, mastri
‘portulani, erarli, credenzieri erano mandati pel rogno ad esigere
le colletto; ma poco denaro perveniva alla camera reale, molte
università non avevano modo da pagare le imposte (1), spesso
gli ufficiali regi abusavano del loro potere (2). Se l’erario era
povero, negli scrigni di Ser Gianni era sempre abbondanza d'oro,
col quale acquistava terre e castella, che la regia Corte era
(1) Abbiamo veduto anche come la Regina talora pei danni sofferti condonava
per molti anni le imposte e spesso ne diminuiva la somma. V. il Reg. 375 passim
0 lo Codole 373, 178.
€) Il Re Ladislno aveva concesso il diritto della tratta del grano dai po
di Puglia ai fioreatini: seppe la Regina, che i suoi uffziali esigevano dop
dazio per l'estrazione, © ordinò, che non dovessero esigere più di 100 ducati
per cento salme, Reg. Ang. 374, £. 158 t
ET GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1427)
costretta a cedergli per necessità (1), e più spesso, come ho
avuto occasione di raccontare, dava poco danaro, ed în pegno
aveva grosse terre.
Luigi III d'Angiò, buono e prode cavaliero, poco faceva e
manco valeva nella regia Corto. Rimasto colla Regina in Aversa,
prigioniero di Ser Gianni, non aveva ancora visitato Îl suo
ducato di Calabria.
Da prima aveva mandato a governarlo Giorgio de Alemania,
poi nel 1426 Pietro Beauvan, molto esperto dell'arte militare
© sollecito della giustizia, il quale represso i baroni nemici,
tolse agli aragonesi terre e castella (2).
Egli lontano si studiava di favorire e conservarsi amici coloro,
la cui fedellà era antica e sperimentata, Spedl a Luigi Sanse-
verino lettere di privilegio per gli stati suoi nella Valle di
Crati (3), poiché la Regina aveva perdonato a lui il delitto di
fellonia, e ai vassalli rimessa la colpa degli eccessi commessi
nella ribellione del loro signore (4); a questi aggiunse altri
favori (5), gli confermò il possesso delle terre sue nella Basi-
licata (6), gli aecordò il termine di tre anni pel pagamento di
alcuni debiti alla regia Corte (7)
(1) Nel Diario anonimo cit. trovasi questa notizia « ex protocollo Notarij Fer-
rillî do Avorsa », [1 dì 13 ottobro 1427 In Regina vendotto a Ser Giaoni Cam-
pagna per ducati 7000, Contursi e Postiglione per 5000, por altrettanto Rocca:
gloriosa, e per 2000 Marsico. In Perger I, 140, 147.
(@) Parox, Mist, de Provence Ill, 330.
(8) 22 settorbra 1427, Reg. Ang. 977, £. 18.
() 20 settambre 1427, Rag, cit. £ 119.
(5) lu Rocca imperiale, Colobrato, Noia, Monta)
© Garagosio concesse al Sanseverino la potestà
anni. Reg. Ang. cit. f. 117, 22 settembre 1427, Ridusse il pagamento dello col-
lotto a Rocca imperiale: Reg. Ang. cit. f. 117, e ad Albano, Ivi, lo stesso dì 27
sottembre.
© Reg. cit. £ 118 1.
(9) Ivi. Tutti questi diplomi di favore furono spediti, udite nel regio consiglio
lo relazioni di Ser Gianni Caracciolo, da Giovanni Cicinello, da Giorgio de Ale-
mannia conte di Pulcino, e ds Giovanni Cicinello. Il primo era nemico di Luigi
Sanseverino, amici gli altri. Questa Luigi Sanseverino non devo essere confuso
con l'omonimo Conto di Miloto figliuolo di Earico. Questi ebbo duo figli Lui
e Giovannella della qualo Aglivols primogenita fu Cabella Ruffo, contessa di
Altomente, la quale, morto Luigi senza prole, preteso l'eredità di lui, Reg,
Ang. 377, £. 167.
i, Petrella, Saluadra
x00gle «
(1427) LIBRO SESTO 345
Ed il Papa si teneva malcontento di Luigi III, l'adozione di
lui non uveva prodotto i benefieii, che sperava: la regia Corte
non si dava neanco pensiero di pagargli il censo. Di tutti i
mali incolpava Ser Gianni Caracciolo, l’uomo dei mali consigli;
meditò dunque di fare nel regno cose grandi e nuove: deliberò
di deporlo, per la disordinata amministrazione del regno, e dare
la corona ad Antonio Colonna.
Col pretesto, che gli Orsini avevano raunate molte compagnie
d'uomini d'arme, dei quali forse ad arte era esagerato il numero,
assoldò anch'egli gente, e furono allora divulgate molte voci (1):
(1) Queste e lo notizie, che riferisco appresso, sono giustificate dalle lettore,
che Tadeo Gonzaga mandava da Roms a Francesco Gonzaga, esistenti. nell'Ar-
Gonzoga di Mantova comunicatemi cortesemente dal ch, Sig. Stefano
al quale rendo pabbliche grazie. «(A Francesco Gonzaga Vicario impe-
generale in Mantova). Magnifico et ExcolIantistima domina sui singularis.
sime, ompi debita recomandationo premissa, ete. Rarones regni omnino non
intendant vorire cum iam advisaverani, Dominum nostrum nepstem velle creare
regem, item omnino querit Dominus noster de novo facero gentes per diversos
modos, ia urbe non sunt aliqui barone: aduc, nec Dominus Christoforas Gaitanus
Tacabutine Caldola noe princope da Tareato nee Anto.
inum nostrum non veniunt cum ioton-
im Regem, quam IRegem Ludovicum, Rogina facit
dò presenti residentiam suam in Neapolim et Rox Ludovicus in Kalabria Omnes
illi barones de Kalabria jam dederunt obidientiam i Ludovico et similitor
Antonuciua de Aquila, similiter etiam Baroni romani valde sunt suspecti propter
gentes quas do novo dominue nostor intendit fuoere. Jam Dominue noster divulgat
quod conflictum factum duci Mediolani non fuit nec forsaa do mille equos el
forsan de L hominitus armatis, et boc dicit solumodo quia non libenter vellet
quod pax fieret in lombardia, na ille gontes venirent versus Regnum propter
timorem illoram de Ursiais qui de pres t nimis optime adotati de comitiva
gontium armorum et illa ds causa divulguvit supradicta el dicit omnia irufatoria
fuinse, sed aut ex timore, aut ex senectuto persona sua do presenti veldo deducta
ad nibilum est et debilitata. Dominus meus nec aliquis do suis a. sacctitate
ja non beno videntur... Rome dio VINI novenibris 1427, V. M. D. servalus
T. (adews) de Gonzaga cum recomandacione ».
tn. Nova de presenti sunt. Nam Barones Regni nullo modo presentialiter
coram Domino nostro transire rolunt, cam Dominus noster simulet cam ipsis
tractare vellet deposicionem magni siniscalchi propter malam guberaacionem
illiue regni, eum vere contrarium intendat tractare. Nana trictare intendit Nepotem
Regem facere, et alioa deponere, Et dicti Larones de hoc avisati sunt et propter
ituà vanire timent cum boo consentiro non vallent, sed papa per tantum fecit
quod dominus Christophorun Caytanua veuit, et expociatar etiam in brevi dominus
Deva
È Google DI
346 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1427)
fu detto, che voleva mandarlo a combattere gli Ussiti, e per le
spese voleva mettere la decima sugl’introiti, che prelati e car-
dinali percepivano sui -beneficii del regno. Occupò tuttavolta
Nepi, che era dei figliuoli di Jacopo Orsini, e alcune castella
dell'ospedale di Santo Spirito; ciò mise in sospetto i signori
romani. Confidava Martino V nella devozione dei baroni del
regno, i quali per lo innanzi avevano ubbidito alla sua voce, e
fatto il suo volere, ora s'Ingannò, perchè essi lo avevano secon
dato, quando dava favore al principe angioino, ora le parti
erano mutate.
Cristofero Gaetani, Jacopo Caldora, i Conti di Loreto, di
Valentino, d’Alvito, Paolo di Celano, il Principe di Taranto
furono invitati d’andare a Roma col pretesto, che s'aveva a
deporre Ser Gianni Caracciolo pel mal governo, ma como essi
Intravidero il fine, al quale intendeva, si dinlegarono, dicendo,
che non avevano altro re, che Luigi Ill d'Angiò. Antonuccio
dei Camponeschi non andò, trattenuto dagli aquilani (1).
Jncobutius Caldora. Ista de causa Regina Nespolim ivit dio XXV mensia octobris,
et Rex Ladovicus in Calabriam ivit. Item etiam Dominus noster iatendît velle
roluero docimas onnium introytuum Boneficiorum Dominorum Cardinalium, om-
ta est causa quo videtur
aîum prelatorum, omniuna officialium totius regni et
ostendere, vello intas decimas pro assoldando aliques gentos causa mittendi ess
contr Uscitas ei revera hoc per indirectum bostendit quum alind intendat et
secundum quod compredendero possim istis pecunias decimarum, volet_solvere
gentea pro creando nepotem regem quum non intenda! propria expendere quum
voro intendat plures gentes augere quam habeat. Alia in Regno do presenti non
suat... Romae die VII Norembris 1427 V. Mag. servulus T. de Conzaga cum
recomandacione x.
(1} Allo stosso:
vico, mi
«Nam Regina quum fuit in Neapoli simul cum Reye Ludo-
per omnes nenpolitanos et ipsis narravit qualiter ipsa sentiedat dominum
nostrum misinso per aliquos barones Regai csusa sam oxcludendi do Regno ot
etiam Regem Ludovicum, dato quod dietus dominus noster aliam causa simu-
latam narraret, videlicot vello expollere magnum Sinischaleum propter malam gu:
bernationem quam faciebat in dioto Regno. Et re vera salva gratia sanctitatis suao,
querit omnino nepotem eius velle rogem erosre et Reginam et Regem Ludoricum
cx pallare. Nam tosui novum quod in urba habet residantas omnes pareon
vidolicet dominam Jacobutivm Caldora, cumitem do Loreto, Paulum de Colano
Gomitem de.... et etiam ex pectat Comitem Oliveti, quem credo exdubio non venire,
qui vousqua ia diem bodieraam non vonît, alîi omnino per quos distus dominus
roster misit venire noluat quam de tali iege non videantur conteatari, item
atiam vonit dominus Christophorus da Gaytanis ipsa de causa, quid ultra? Versna
(1427) LIBRO SESTO 347
E intanto, come avviene quando di cosa segreta si divulga
un indizio, tutti ragionano e traggono conseguenze, fu dotto,
che molti baroni napolitani erano andati a Roma, altri erano
aspettati; che il Papa aveva fatto vicerè dell’Abruzzo Francesco
d’Aquino conte di Loreto, e temeva, che il Duca di Milano si
fosse pacificato coi veneziani, e le genti d'arme usate a vivere
colla guerra, rimaste senza condotta, fossero corse a cercare
‘ventura nel regno (1). Queste erano le voci, che la fama diffon-
dova, certo è, che come pervennero ad Aversa, misero nella
regia Corte tanta disordinata paura, che în ottobre la Regina,
Luigi III, Ser Gianni fuggirono a Napoli, dubitando, che essendo
essi lontani, la città avesse udita la voce di Martino V. Così
ebbe fine la prigionia della Regina in Aversa. Ella prese stanza
Viterbium arripuit quandam civitatem prope Surianum nomine Nepo quo emt
filiorum olim Jacobi do Ursinie, itom cripuit etiam per candom viam alia castra
$. Spiritus. [sta voluat significare noa solum dictum nepotem facere
regom sed etiam dominum usquo în Ecelesiam, si sanctitati suao fieri pormit-
t si si erit non pesset incurere minus periculum quam fuit periculum
ducie quando în viam optinvit, amedo quasi fertur pubblico de creations regis
barones romani valdo dubitani do otatu ipaoram. Si voro pax fioret in Lombardi
dicti barones non dubitarent quia do presenti inter Baruues de Ursinis inren
rentur ultra quatuor milia equi.:. inter Regnum st Lomberdiam, qui esercitus
esset sufficiens ia pugnare. Populus Aquilae non permittit Antonacium do Aquila
venire veraom dominum nostrum quia non volunt darò obedienciam novo regi,
imo jam mitoro pro Rego Ludorico, ot inta do causa non permittunt
dietum Antonucium transiere ad urterm. Nam dominus noster cottidie non cessat
emere terras in regno etc. Romae dio XVIII novembria 1427, V. Mag. servulus
T. do Gonzaga. ».
(1) Allo stosso:
do Aquino fuit
ia pratica creandi regem Principi
presentia ipsiua, ipso pacto, sequenti mane que fuit dies XY mensis presentis
ivit ad recipiendam potestatem civitatis nope.... et ad ordinandum ibi noram et
fortem et magnam arcem, que civitas prope est per viam rectam vereus Tusciam,
aiout in alia littera V. Dov. seribo. Considerat modo Dominacio vestsa quid hoc
debt significare. Comos Oliveti doliboravit non vello urbem accedere nisi postquam
alii recesserunt. Nullus alius intendit venire, nescio quid flet si alia magia secreta
potero inquirere toto posse per quod labeam suffcientem nuncium. Comes
$ Valentini in Aprutio etiam omnino ipse disposuit non venire. Alia de presenti
non santio.... Romae da sero die XVII mensia novembria 1427 T. Gonenga. »
Arch. cit. Affari particel
De novo occurrat. Nam comes do Loreto nomino Franciscus
348 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1428)
nel Castello Capuano, ma Luigi III restò poco a Napoli (1).
I cronisti del tempo narrano, che voleva rimanere colla
Regina, ma il gran Siniscalco, temendo che i napolitani si agi-
tassero in favore di lui, lo fece cavalcare per la Calabria a
guardarsi il ducato (2), e, col protesto delle novelle di Roma,
se lo levo dinanzi, mentre aspettava armi e navi dalla Provenza
per combattere gli Aragonesi nel Castelnuovo, e nel Castello
dell'Ovo (3). In Aversa aveva egli avuto prospere notizie dal:
suo ducato; Reggio occupata dagli aragonesi, e combattuta dagli
angioini, nel mese di agosto 1427 era venuta in potere di Ul-
piano Caracciolo e Battista Capece capitani ducali, i quali poco
dopo ebbero anche il castello. I roggini avevano mandato al
Duca i loro sindaci Roberto de Logoteta e Alberico Illio, e,
fattogli omaggio, avevano ottenuto la conferma di privilegi an-
tichi, e la concessione di nuovi (4) Andò dunque Luigi in
Cosenza, capitale del ducato di Calabria, i signori della regione
lo accolsero con festa (5), ed egli, colla cortesia, colla giustizia,
colle armi, in poco tempo pacificò la Valle di Crati e la Terra
Giordana, Baroni, città e terre gli prestarono ubbidienza; non
fece atto di omaggio Nicola Ruffo marchese di Cotrone, nè mai
volle andare alla presènza di lui, seusandosi, ch'era infermo.
Forse così faceva pel parentado stabilito con Antonio Colonna;
del resto non fece manco atto d'inimicizia (6). Andò poi il Duca
(1) Fra gli scrittori non è concordia intorno alla data del ritorno della Regina
in Napoli. Ho seguito Tadeo Gonzaga. In Norar Guucomo è errora d'anno, ma è
notato « a di XXI di ottobra ». Nei Diurn, di Montel. 85 è solo posto l'
Trovo, che addi 1.* di oitobre 1427 con un diploma dato dal Castelcapuano
la Regina nominò regio cappellano Andrea Fideli detto Princitelli di Aversa
Reg. 377 f. 131 %. Lo stesso di ella nominò Valentino de Judica notaio credenziero
del fonaco di Tranî, a lo lettera regie sono dato da Aversa. Rag. cit. f. 127.
Da Aversa il di 4 attobra ordinò il sequestro dei beni di Francosso Mormi
Reg. cit. {. 155. Ai 4 di novembre dal Castelcapunno spedì un diploma per ua
reclamo di Giovanni de Fibia di S, Severo. Reg. cit. . 131 t
(2) Diurn. di Montel. 85, Il Norar Gincomo, 73, nota, che il Principe parti
per la Calabria a° 24 ottobre, Tapro Gonzaca nella lettera del 9 di novembre
affornò, che la Rogina risiodova in Napoli «et Rox Ludovieue in Calabria. »
(8) Paros, lib, VIII, 336,
(4) Spanò Botaxi, Storia di Reggio di Calabria, 219.
(©) Seguirono Luigi ancho molti baroni napolitani, tra i uali Giovanni Ca
racciolo, che tornò ricco a Napoli dopo duo anni. Diarn. di Montel. 85.
©) Ivi
Google c
(1428) LIBRO SESTO 349
a combattere Tropea, ma stette lungamente e invano attorno
aquel castello, che fu gagliardamente difeso da Giovanni Rota,
cavaliere napolitano al soldo di Alfonso d'Aragona (1).
Intanto, Luigi trattenuto dalle lotte ed avventure del regno,
era stato molti anni lontano dalla Provenza, che aveva messo
a dura prova per trarne denari, armi e navi per le spedizioni
del regno: i catalani avevano saccheggiata Marsiglia, ed ora
s'erano fatti più minacciosi dalle castella acquistate sulla
costiera della Liguria: Carlo VII, con lettere regie del 21 ot-
tobre 1424, lo aveva investito del ducato della Turena ed il
Conte Talbot gli aveva levato la città di Mans; lo stesso Re,
stretto dagl’ Inglesi, gli domandava aiuto; gli stati generali riu-
niti a Chinon avevano invitato tutti i signori lontani ad accorrere
intorno le regie insegne, e fatto premure a Luigi III re di Sicilia,
questo titolo gli era dato în Francia, e a Giacomo della Marca
re di Napoli e di Ungheria. Dato ordine al ducato della Cala-
bria, Luigi passò in Francia, per combattere nella guerra gloriosa
della Pulzella d’Orleans, ma ciò che fece non è del mio
racconto (2).
(1) Contarini, Nobiltà di Napoli, 215.
(©) Credo, che Luigi als partito dalla Calabria all'antrata del 1420. « Oa ignore
l'année du retour de Lunis en deca des monta, mais on sait qu'il etait & la
cour du roi Charlos VII, son beau frere». L'Art. de verifi les dates X, p. |
422, V, anche ivi XII, p. I, 78. Paros, Ill, 337. Viueweuve BarozuonT, Hist,
de René d'Anjou |, 85, Sisuoypi, Hist. des Francais. Ed. 1831, XIII, 91, 92.
Original rom
Digtizea by Google CORNELL UNIVERSITY
Accordi tra il Duca di Milano ed Alfonso d'Aragona. — La
Hegina ordina {l pagamento della VII colletta per l'assedio del
Castelnuovo. — Parte, che n' ebbe Jacopo Caldora, questi è assol-
dato per la spedizione di Bologna,
Mentre Ser Gianni col mal governo tribolava il regno, il Duca
di Milano agitava l’Italia. Del trattato, fatto n Porto Pisano tra
lui ed Alfonso di Aragona, non era rimasto contento nè l'uno,
nè l'altro; per effetto di esso era avvenuto però un evidente
mutamento nelle relazioni amichevoli tra la Regina e il Duca.
Ai capitoli, che questi fece a' 10 decembre 1427 pel matrimonio
con Maria, figliuola di Amedeo VIII di Savoia, è aggiunto un
notamento de’ collegati di lui e degli aderenti, ed in esso non
trovo nè il nome di Alfonso, nè quello della Regina (1).
E il Duca, il quale nella solitudine del castello di Porta Giovia
non si dava pace, e meditava di toglierla altrui, aveva fatto al
Re di Aragona altre proposte: voleva, che fosse entrato in una
lega con Sigismondo imperatore per assalire i veneziani, i quali
non cedevano alle insidie e alle armi di lui, onde aveva grande
cruccio; si sarebbero spartito fra loro le terre della repubblica,
salvo la Dalmazia e la Croazia, che dovevano essere restituite
alla corona d'Ungheria, della quale l’imperatore era Re, e
Giovanna II ne usurpaya il titolo. Queste ed altre proposte
furono fatte por mozzo di Andrea de Biure oratore di Alfonso,
( 0510, 0. c. Il, 348.
Google comi
GIOVANNA IT D'ANGIÒ (1498)
il quale però pretendeva, che Sigismondo lo aiutasse nell’im-
presa del regno (1). Oredeva il Duca di raggirarlo colle sue
arti, e di tenerlo a bada, ma il Re, che era sottile ed avve-
duto, volgeva la mento a ciò, che egli non prevedeva, ed avendo
compreso, che i genovesi non avrebbero tollerato a lungo il
giogo ducale, fece segrete proposte di pace al comune di Genova,
e ai 5 di maggio 1428 Ì patti furono conchiusi; în essi non fu
manco nominato il Duca (2). Con questo accordo Alfonso toglieva
anche alla Regina ed a Luigi III i soccorsi delle galere geno-
vesi, poiché egli, lontano dal regno, non aveva smesso il pensiero
di racquistare ciò, che aveva perduto, e toneva intelligenze
con molti baroni. E questo era noto alla regia Corte, la quale
deliberò di assediare il Castelnuovo: mancava il denaro, e la
Regina, con un editto, bandi il pagamento della settima colletta
per fare l'assedio, e resistere ai pravi sforzi del Re d'Aragona
suo notorio nemico (3). Questa imposta era tanto grave c straor-
dinaria, che i regnicoli ricusarono di pagarla. Per esigerla
nell’Abruzzo fu deputato Matteo Sardi di Pisa, îl quale trovò
il paese tanto impoverito, che ai 25 di giugno 1428 non erano
state esatte ancora la quinta e la sesta colletta. Gli abruzzesi
dunque rifiutarono di pagare, erano però sostenuti da Jacopo
Caldora, presso il quale i sindaci delle università demaniali si
riunirono a consiglio (4). La regia Corte non udi senza amarezza
queste novelle, e, per quetare il moto pericoloso, accordò messer
Jacopo, che voleva denaro. A’ 25 di giugno 1428 la Regina mandò
nell'Abruzzo Petrillo Crispo, per assistere Matteo Sardi, e solle-
citare l'esazione delle collette; dovevano assegnare al Caldora
duo parti del denaro esatto, e spedire l'altro alla camera
(1) Zosera, IU, lib. XU, $ XII, 178.
@) Ivi $ LVII, 19I.
prò ebsidione Castri novi neapolia et ad obsistendam pravis cons:
aragonum hostis nostri notoriî. » Reg. Ang. 377, £. 137. Questa col-
latta ora imposta per l'anno della sosta ttombre 1427 ad
agosto 1428. Ogni colletta era computata per ducato 1 *], 0 15 carlini a fuoco,
© famiglia. L'imposta era enorme, V. G. M. Gatanti, Nuova descrizione stor,
geog. Il, cap. IV, 37, quindici carlini possono ragguagliarsi a lire 68,63 italiane
Fanaguia, Studii intorno al regno di Giovanna II d'Angiò. Atti dell'Ace. Pon:
taniana 1894, a. 16, p. 10.
(4) Fanacua, Cod. dipl. Sulm. doc. CCXII, 321.
ione, cioò da
Go gle gnÙ TR
(1428) LIBRO SESTO 353
regia (1). La povera gente, mancato il favore di chi l'aveva
sostenuta e forse aizzata, pagò; il barone abruzzese toccò il suo
denaro, la regia Corte ebbe il resto, ma l'assedio del Castelnuovo
non fu fatto, nessuna molestia fu arrecata al Re d'Aragona ©
a' suoi aderenti. .
In questo tempo a Jacopo Caldora offri l'occasione di ripren-
dere le armi una ribellione dei Bolognesi. Questi il 10 di
agosto 1428 si sollevarono contro il Cardinale legato, saccheg-
giarono il palazzo, rifecero il governo degli Anziani e il gonfa-
Joniero (2).
Martino V mandò a domarli Ladislao Guinigi figliuolo del
signore di Lucca e Carlo Malatesta; sollecitò la Regina chè
permettesse a Jacopo d'andare al suo soldo, ed ella deputò
Giovanni Dentice a fare i patti della condotta. Questi furono
stabiliti nel castello di Cerro a’ 20 di agosto: Jacopo sarebbe
andato a servire il Papa con lance trecento, col soldo di
ducati otto mensuali per una, computati tre cavalli per lancia.
Al condottiero furono assegnati ducati 200 di stipendio al mese.
A questi patti, che riguardavano il servigio del Papa, furono
aggiunti alcuni capitali per la Regina; e poichè sono espressi în
volgare, voglio riferirne il testo originale per offrire un altro
documento; dal quale apparisca la forma della lingua nostra
nell’ Italia meridionale a quei tempi.
« Et perche lo dieto messer Johanne Dentice commissario
predieto non ave commissione de impromettere le infrascripte
cose conditioni et pacti, che addemanda lo nominato, Signior
Messer Jacobo, promecte ipso Messer Johanne, che la Majesta
(1) Rog. Ang. 317, £' 137, « Sicut pleno informato sumus quinta et sexta col:
Jecte în proviaciie aprucii citra ultraquo fumen Piscaris do summa enx colleo:
taram ibidem pro presenti anno VI Ind. per curiam nostram
ro anno ipso rocolligi et similiter
positarumi restant
ptima collecta quam in cisdem aprutini
provincia Regni nostri pro obsidioac castri novi
Neipolis et ad absisten.lum p-avis conalibus Regis Aragonum hostis nostri no-
torii exigi et haberi providimus quaram recollectionem viro Nobili Mistheo di
Sardis do Pisis secreto nostro provinciarum predictarum nostro similitor fami
iloeto commsimus.... ». Fu incaricato il Crixpo di ssignens un terzo
por mandarlo alla camera argrota, gli altri duo terzi il do Sundîs doveva co
al Caldora per lo stipendio dello genti d'arme.
@ Biuut, Rer, Mediol, Fist. K. 1, S.KIX, 113, Cronaca di Bologna ivi XVIII, GIT.
23. — Fanaouia, Giovanna TI d'Angiò.
egnare
i Google ‘ ERSIT
354 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1428)
ioni addi-
de Madamma acceptara le infrascripte cose et cont
mandate dalo nominato Signore, le quali son queste:
In primis videlicet, che non obstante Il supradieti capituli
durino, et în ipsi se contenga che el prefato Signor Messer
Jacobo sia tenuto ad refirmarise ad beneplacito dela Majestate
de Madamma, ipso Messer Jacobo non sia tenuto ala dieta
referma, se non ala conducta delo anno dela VII Jndicione (1)
predicto tantum. Item che non obstantibus superioribus la Ma-
jesta de Madamma non degia recercare el dicto Signor Messer
Jacobo o sua compagnia tucta o in parte stanciando ipso Messer
Jacobo de fore del Riame in servitio de nostro Signor lo Papa,
et tornando nelo Riame infra el tempo dela dieta conducta, et
la dicta Majesta volendo operare ipso Signore et la gente dela
sua conducta deli dicte trecento lanze, sia tenuto ipso Signore
andare con la dicta conducta de lanze trecento, altramente
non volendo operare la persona del nominato Signore con
tucta la prefata condueta non sia tenuto Messer Jacobo predicto
mandare più che laneze cento. Et piu songo (2) stati per accordo
col dieto Messer Johanne Commissario predieto el nominato
Signor Messer Jacobo, che in caso che la Majesta de Madamma
non volesse acceptare ne ratificare le conducte del proximo
suprascripto capitulo 20 è dela ferma de uno anno et non più
et de non potere requedere el dito Messere Jacobo ne la sua
compagnia tucta o parte, stanciando foro del Riame ali servicii
delo nostro Signore, et che essendo nel Riame non possa la
Majesta prefata, volendo usare et operare la persona de ipso
Signore, operarla commino (3) deli diete trecento lanze, et
volendo usare et operare la persona sua non possa requedere
dela dieta condueta piu de lanze cento como in ipso capitulo
proximo supraseripto se contene, la presente conducta et pre-
senti capituli siano per annullati et invalidi et nullius roboris
et firmitatis censenutur. Et piu songo stati per accordo le dicte
parti, che In Majestate de Madamma ratificara et acceptara
questo, zoe che duranto el tempo dela dieta ferma et conducta,
(1) 1428, 1429.
@) Sono. La voce è viva in Napoli, alla 1* porsona del presento iadicativo
del verbo essere; rara alla 3* porsona plurale.
(8) Con meno.
(1428) LIBRO SESTO
et sei misi poi, sive che il nominato Signor Messer Jacobo stia
in servitio de nostro Signore (il Papa) extra Regno ovvero
infra Regnum, non possa la Majesta prefata per se vel alium,
ne degia pigliare ad suo suodo (1) o provisione aleuno conduc-
teri, Comestabulo, homo de arme et compagni dela compagnia
de ipso Signore cuiuscunque gradus et conditionis existant
dicti armigeri» (2).
La Regina approvò i capitoli, e Messer Jacopo senza indugio
si mise per la via della Romagna. Fu fatto capitano generale
di tutte le genti della Chiesa, e perciò si trovò a capo di sei-
mila cavalli e quattromila fanti coi capitani italiani più noti,
sforzeschi e bracceschi: Micheletto degli Attendoli, Nicola da
Tolentino, lo Gatto, Brandalino, Andrea Surano, Francesco Pie-
cinino, Ladislao Guinigi, Riccio da Montechiaro, Vetulo da
Cisterna, Venerio da Barbiano, ed altri. Tardi andò a lui Antonio
Bentivoglio (3).
Ma Jacopo condusse la guerra di Bologna fiaccamente e a
lungo, e nessuna gloria aggiunse alla fama di buon condottiero.
La città si accordò a'30 di agosto 1429, e fece omaggio a Mar-
tino V; il tempo della condotta di lui era scaduto, e tornò nel
regno creditore dello paghe dei suoi soldati, che a tempo della
spedizione aveva nudriti coi saccheggi. i
E le sorti del regno erano nelle mani di tre uomini: Jacopo
Caldora, potente d'armi, Ser Gianni, che maneggiava la regia
Corte a sua volontà, il Principe di Taranto, i cui meriti erano
il nome insigne e la vastità del suo stato, pei quali aveva tanta
reputazione in Italia, che di poco era reputato inferiore al Duca
di Milano (4).
(1 Soldo.
® Reg. Ang. 377, £ 148 1
(8) Broni Ft. Fonotiw, Mist, Dec. IU, lib, Ill, 44.
(8) Y, nella nota 3 della pag. seguente la lettera diretta a Puola Goria dal Pre
posito di Fossombrone. Nella descrizione del regno del 1444 dal Fotcano trovata
nell'Archivio di Stato in Modena, leggasi: « Lo priacipa de Taranto è «ignoro da
per 10 in lo Reamo do piu de quattroconto castello. E comenzia il suo domin
dal Merchà de Napoli lanzi cito milya a uso loco se chiama la terra de Muri-
gnano, e dura per XV zornade per fina ia capo de Leucha © chì lo chiama lo
Sacho de terra d'Otranto, a dura por melya quattrocento 0 più... + Areh. St.
Nip. aa. 1877, p. 746.
Google one a0
356 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1428)
Ser Gianni, che volgeva nell’animo cose audacissime, aveva
ombra della grande potenza del Principe, e se bene avesse
soldati suoi, che, col pretesto della difesa del regno, nudriva
per sè (1), vedevasi inferiore a Jacopo Caldora per armi, si
studiò di farseli amici e parenti, Aveva due figliuole, Isabella
e Giovanna, propose di darne in moglie una ad Autonio di
Jacopo Caldora, l’altra a Gabricle fratello del Principe. Antonio
si tolse Isabella (2), ma il Principe e la regina Maria non con-
sentivano, che Gabriolo spogusse Giovanna, parendo loro, che
la famiglia Caracciolo fosse da meno dell’Orsina, e cercavano
fuori regno parentado condecente per sangue e per istato. E
vi furono pratiche per dargli madonna Margherita Gonzaga,
poichè il Signore di Taranto aveva un suo oratore alla corte
di Mantova (3). Però poco appresso Gabriele Orsini per altre
(1) A' 24 ottobre 1428 la Regina nominò eraril del Principato citeriore Pa:
squalo di Lauria @ Antonello de Restayno di Cuccaro per esigere lo solette
ut în solucione stipendiorum gentium armigerarum que sub conducta spe-
etadilis magni Senescalli Regni etc. in nostris serviciis et pro defensione status
nostri ot rei puplice Regni predicti militaverant et militant defectus aliquis non
intersit nostraque alia ardua negocia prospera dirigantur... » Reg. Ang. 377 £. 175,
274, 1 solitati dii Sor Gianni ammontavano a 509 lanco e 3)0 fanti.
@) Nol Diar. amon, cit. 116 questo matrimonio è notato sotto l'anno 142%:
parmi, cho sia anticipato di quattro anni. Y. Imuorr Corpus hist. geneal. 274.
) Risulta da questa lettera di Antonio preposito di Fossombrone a Paola
Gonzaga. (Fuori) « Magnifico et Excelleatissimo domine, domino Paulo de Gon-
raga ate. domine mec larissime. (Dentro) Mag. et Exema. madonna mia
Essendo depo me parti dela V. M. S. a roma, ove so stato per la magiore parte,
recordantome dalchuno colloquio io havo coa lu V. M. S. essendo in corie lo
ambaxiatoro dol priacipe do T'haranto, el qualo Iongo tempo ho cognosciuto et
bono amico sapendo io quanto, e confidato de quello S. A. adimandando delo
fratello dol priacipe secundo genito, de po molte parolo lui me disse, che lo
gran sinincalo havova gran tractato do volere daro una sua figliola al Signore G.
brielle, et che in effetto ala regina maria et al principe euo figliolo non piacera,
ot che ponsava piu tosto cerchare fora ytalia per havere parentado conlicente
e ai per sangue ot per stato, che în ytalia et finalmente con quella mia poche
sensualità io seppe glie mixe innanze madama Margarita vostra genita pur che
el mio Il. S. do Manthon sa dignasso voloro fare, porgendo la cosa commo de
mi et con omne gravita io seppo, ot fo ditto et replicato piu st piu parolo le
quale obmetto al presente, per la quale cosa lui essendo de novo ia questo april
prossimo passato fatto veschovo a proglio del principe mo disse et ricordo del
tempo de matonna Margarita, et che cognosceva la V.M.S. tandem ho ricevuto
lictora da lui, commo vedeva la V. M S. et si non fosse questa infestione de
ing
Google coin
(1428) LIBRO SESTO 357
convenienze sposi Giovannella Caracciolo, l'Arcivescovo di
Napoli benedisse il matrimonio, Ser Gianni diede alla figliuola
diecimila ducati di dote e molto ‘argento, oro lavprato e
gemme (1), il Principe, coll’assenso della Regina Maria, assegnò
al fratello molte terra e castella (2). Gli eventi precipitavano.
Giannetto, il cognome è ignoto, uomo nobile, signore di
Montefalcone, avendo avuto bene dal Grande Siniscalco, e
che © per tutto serie venuto al vostro et mio Ill. $. commo era mio debito
coma quanta ara questa, at serivera non voler si nun fossa persona con-
ima, et per ventura venendo herigo qui deliborai scrivero © mandare
quella lictera interchiuta la quale ne mando a cio el Vostro e mio Ill. Signore
ce faccia pensero avisandove che subito respusi mettendo la Jonga in mano et
cho glio responderia depo natali do roma. Et pertanto M. Madonna mia consi
derata la origina do quelli signori la potentia sera piu osa non e quella dela
reyna li purtinenti (?) si por atato at parontezza do casa ovina at lo principe
la aepoto de nostro S., cho defora dol S. Ducha do Milano non co segnore do
magiore potentia, io non va consiglio, che no s0 eavio per mi, nia con ogni
debita subiectione ve lo ricordo et si vo conforto se faccia, che valora piu lo
reguardo de quelli signori al vostro M. figliolo et mio S. Carlo, cho non fi
tutto l'avanzo de lo reame, tertia, che sempre con lo vicino tavete modo de
paroatezza et piu honesta, io #0 certo, uso prosumptiono in quento tuttavia mo
reconfido în la vostra Exia. havere reguardo al mio pocho senno, et suplico sin
avisato quello io debbo respondere offerendo mi ct lo mp fucultado andare et
fare quello per lo vostro et mio Ill. S. commandara et suplico quanto piu posso
ve possibile ma reseriviati ban che dubito non ce sia anchora dela collera, avenza
ma noa lo credo perchè la V. M.
ja de formaggio come fati agli altri vostri
amici, benche io sia minimo servo, ricordove mandare a madonna 0 a madonna
Victoria io non sia smenticato. Suplico ala V. Exîa, nio recomand
mio Il). S. et pregato el conte rizardo me recomande a Lolovico. Ci
gi
te a quello
lo et a tutti
altri. lo ten mo dolgo dela V. M. S. che ne a lictere no a parole a roma
Babbo mai hauda resposta, recomandandomo sempre a la V.M. Bria, Ex
forossumbroni decima decerabris 1423. V. M. D. fidelissimus famulus atque ser
vitor Antonius prepositus foras
Mantova Rab. E. XXV, 3.
(1) Faruotia, Studi intorno al regno di Gioo. TI n° Angiò cit. 17.
() Giovanni Antonio dol Balzo Orsini assicurò lo doti su quosto terre, che
donò n Gatriele: Acerra, Marigliano, coi casali, Vico, Carifi, S. Nicola, S. Scsso,
Guardia Lombarde, Porcario, Flumeri, Montescuto, Accadîa, Lacrdonia, Rocca
S. Antonio e Vallata in Priscipato citeriore, Minervino e Lavello. Reg. Anz.377,
{220 t. Il consenso della Regina Giovanna fu dato a' 8 novembre 1431. È a
ricordare, cha Acerra ora stata levata alla Casa Orilia. Cîn. Axswrito, Famiglie
nobili, et. IL, 125,
S. D. nostriquo capelanus. Arch. Gonzaga in
È Google omne ES
358 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1429)
sperando meglio, si dichiarò uomo e vassallo di lui: promise
di ubbidirlo, di servirlo colla persona, coi beni, come servitore
leale cqntro tutti. Non fece manco salva la fedeltà dovuta alla
masstà regia, promise di togliere le armi per lui contro qual-
sivoglia persona, e non intrigarsi nelle congiure contro di lui.
Ser Gianni diede guarentigia di tenerlo per buon servitore ed
amico, difendere lui e la sua terra, Di questi patti fu fatto
istrumento addi 11 decembre 1426; Ser Gianni invadeva i diritti
regi, e l'atto cra tanto arrogante, che egli non osò di mo-
strarlo alla Regina.
Allontanato Luîgi III, signoreggiando nelli Corte e nell'animo
di Giovanna non più colle lusinghe, ma colle minacce e dura-
mente, volle, che questa confermasse il patto di Montefalcione.
E lo confermò ella w'7 di murzo 1429 (1).
Corsero allora le voci, che egli volesse farsi Re, le quali poi
furono argomento della discolpn di coloro, i quali lo levarono
dal mondo, e 1 baroni della parte angiolna mormoravano.
E c'era in quel tempo un'aperta ribellione nella Terra di
Bari, non trovo nè i nomi dei ribelli, nè la causa della rivol-
tura, mi è noto solo, che agli 11 di novembre 1429 la Regina
creò Marino Caracciolo, detto cappuccino, vicegerento di quella
provincia per deprimere © sterminare i ribelli (2), Era indizio
di una lotta più grave, e forse il Principe di Taranto sofiava
nel fuoco.
sono riportati i pat Ser Gianni © Jo.
he di nua piena volontà promise di servire fedelmento © legal
monte e tanquam fidelis et bonus servitor predicto Magno Senesenllo et dietis
suîs heredibus durante vita ipsias Johannecti et heredum suorum sicut bonus et
legalis homo insius Magni senescalli et heredam suoram ac officialium quorum
qumquo eontra omnes porsonas do mundo qui vivero possont et mori, ne guorra
movoro et inferre, moveriquo et inforri facere per ipsum Johannectum heredes
vaxallos et familiares suos ad omne mandatum ipsius magni senescalli et ofi-
um suorum predictorum et in his omnibus submittere sa vatallos et gentes
suns et facero omnia prudeater et legaliter contra personns quascumque verto
fusto ot opere et tociona quociena faerit oportununi at se non invenire inv
garo aut interponero in arto tractatu consilio conventicalo et opere roali seu
personali per quas et que ipse M. Senescallus et heredos sui possent esso cap
vel admictere personas suss aud memibra seu civitatem vel terram cestrun
sive locum aut statum vel territorium honorem... » Reg. Ang. 977 £. 184 t.
@) Reg. Ang. 377 £ 199.
oogle CORNELL'UNIVERSIT
(1429) LIBRO SESTO
Jacopo Caldora intanto era creditore della regia Corte per le
paghe degli uomini d’arme, i quali avevano militato nella spe-
dizione di Bologna, e si agitava per averle. A'9 di aprile 1430
gli furono date in pegno le castella di Bari e Carbonara col
gaggio annuale di centodieci oncie, che gli furono assegnate
sulla dogana di quella città: il pegno era per due anni, e se
in questo termine fosse stato soddisfa:to del suo denaro, do-
veva lasciare le castella (1); messer Jacopo non ebbe il denaro
e s'intitolò duca di Bari (2). Per questo si turbò il Pi pe di
Taranto, che si vedeva vicino un nemico pericoloso. Mentre
la Regina si arrabattava per quetare la fame dell'oro de’ suoi
baroni, si ricordò dei molti e grandi obblighi, che aveva col
Cardinale di S. Adriano, e gli assegnò un vecchio credito di
duesti quattordicimila settecentoventi, che Ladislao vantava
contro Nicola d’ Este marchese di Ferrara. Era più fncile asse-
gnarlo, che esigerlo (3).
(1) «.. Verum famon si infra dietòs annos duos auandocumque tibi exol-
verimus pecuniam, tque ipsum castrum et civitatem Bari} et Castrum Carbonario
propteres restituaria ....» Reg. Ang. 377, f. 22
€) Sotto l'anoo 1420 leggesi nel Diar. Anon. cit. 110: « Messer Giacolo Cal
dola hebbe il castello di Bari et eolem Anno il medesimo messer Giacolo fu
fatto Duca di Bari ».
(@) La Regina « Huguecto Romane ecelosie diacono cardinali S. AL
et fratri nostro cari
ragioni fa donazione tra vivi dei ducati 14720, che îl Marchese di Ferrara « darò
restitit clare memorie domino Regi Ladislao reverendo germano nostro de summa
ducatorum viginti quatuor miliurn vel circa olim ner cundem dominum Rogem
fratrem nostrum ipsi Murehioni smutuatorum ». Trasferisce quindi nel Cardinalo
ed agli eredi suoi ogni azione roalo personale culla prodotta somma ete, Castel
cspuano 14 oitobro 1420 «in preseatia sui existentis consilii, Angalillus », Reg:
Ang. STT £. 195,
ii affini
imo » per vero zelo di affinità, por formale carità nd altro
‘ Google ORNELL UNIVERSIT
gine rom
dr Google CORNELL UNIVERSITY
VI
Ul Grande Sinincalco ed il Principe di Taranto intrigano per
dare il regno ad Alfonso d'Aragona, il conte Francesco Sforza
viene a visitare le sue terre nel regno ed è accolto con favore dalla
Regina. — Morte di Martino V.— I colonneri. mettono a mimore
Roma e Campagna. — Elezione di Eugento IV, che domanda aiuto
dalla Regina. — Questa manda Jacopo Caldora nelle terre ro-
mane. — Jacopo si accorda con Antonio Colonna.
Raccontano, che la regia Corte di Napoli, nell’anno 1429, fece
un trattato di pace e lega col re di Castiglia, îl quale dava
favore al Conte do Luna, figliuolo del ro Martino, ribellato
ad Alfonso d'Aragona; dicono altresì, che questi sorprese let-
tere della Corte regia, che prometteva aiuto ad una congiura
di baroni siciliani (1) Non ho documento di ciò, so bene,
che a'15 d’agosto 1430, pel solito pretesto del denaro occor-
rente alle pagho doi soldati, i quali difendevano Napoli contro
gli Aragonesi, all'assedio del Castelnuovo e del Castello del-
l'Ovo, alle riparazioni delle mura della città, la Regina vendette
le gabelle‘di Napoli dell’anno della XI indizione (1430-1431)
ad Antonello Alopo per dodicimila ducati d'oro (2). I catalani
0) Zunara, tI, tib, XII, LVII, 101. $ LVII, 192, 193.
@) Le gatello vendute furono queste: « videlicet Majoris fundici ct dohane,
granorum sex per uneiam boni denarij, vini, Huezarie et quartuoii, carnium,
piscium, quartatici campi neapolitani, pontis Guizzardi, S. Antonîi veteris, ligns
minom et thumini, falangie, tintorie, minutorum Casanove, bajuli equorun,
jomello pro parto nostra Curiama tangento et omnia alia jura dicte nostre curio
ipmius Civitatis Neapolis juribua Cabellarum novarum et antiquarum Casalis Turris
oogle CORNE ERSIT
362 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1430)
però non furono molestati nelle castella, anzi Ser Gianni aveva
intelligenze col governatore di esse Dolmao Gacirera per rin-
novare l'amicizia con Alfonso. Mandò a dire al Re, che, se
per lo passato era nata discordia fra loro, ora voleva, che lo
tenesse per buon servitore, e lo pregava a trovare modo di
farla finita colle brighe, che gli davano i regni suoi, per tor-
nare all'impresa di Napoli. Alfonso rispose umanamente, lo
assicurò d'aver dimenticato le inimicizie passate, nate da mala
volontà altrui, e che per lo innanzi lo avrebbe tenuto caro.
Ed il Gran Siniscalco per mezzo di Pietro de l’Artiga gli scrisse,
che aveva intorno assai nemici e per guardarsi da loro aveva
fatto parentado con Jacopo Caldora ed il Principe di Taranto:
lo avvisava, che il tempo era opportuno per l'impresa e gli
ricordava, che un dì sulla torre del castello d’Aversa gli aveva
raccontato, che cinque anni innanzi uno strologo gli aveva
predetto, ch avrebbe fatta l'impresa di Napoli, da prima vi
sarebbe rimasto poco tempo, ma tornandovi poi avrebbe go-
duto un regno lungo e felice. Diceva, che Luigi IIT d'Angiò
voleva una figliuola sua in isposa ed egli l'aveva diniegata (1).
Gli promise di fargli trovare tremila cavalli ed altrettanti sol-
dati a piedi (2) Mentro Ser Gianni faceva quoste pratiche, il
Principe di Taranto, nel mese di settembre, aveva mandato in
Valenza al re Alfonso suoi oratori per fargli inviti e profferte (3).
SI rallegrò il Re a questo sorriso di fortuna, ma pratico degli
uomini, volle prima indagare il sentimento del Papa. Mandogli
Antonio da Fano frate agostiniano, suo confessore, e, per trarlo
a’ suoi disegni, offri ad Antonio Colonna il ducato di Calabri;
Diede altresi al frate le commissioni per Ser Gianni ed il Prin-
cipe di Taranto. Doveva anche tentare Jacopo Caldora. L'An-
nalista della rogia Casa d’Amgonn serive, che la stessa Regina
ebbe parte a queste pratiche, revecò l'adozione di Luigi IM e
Octave duntaxa! exorplis ne etiam excopta provisione dudum concessa per Nos
viro Nobili Johanni Cicinello de Neapoli, militi, consiliario et fideli nostro dileeto
japercionibue omnium
‘auper cabella csrnium diste civitatis Neapolis etc. cum
graciaram, gagiorum, provisionum exempi
Reg: Ang 977, f, 206,
(1) Zunrra, lib. NLV, $ 1, 208,
©) Ravwatno, IX, ad an. 14%
XIX, 19) Zorira, 1 e.
(1430) LIBRO SESTO 368
rinnovò quella di Alfonso (t). Egli vide qualche documento,
ma Alfonso, che era largo di coscienza, sapeva sofisticare e
disporre le cose a beneficio suo (2). Il Re pol mandò a Ser
Gianni il suo segretario Pino Gassino, che era regnicolo, per
fargli intendere ciò, che aveva deliberato di fare. E per essere
libero d’ogni impedimento s’acconciò col re di Castiglia, fece
concordia coi re del Portogallo, d'Inghilterra, col conte di Foix,
col duca di Borgogna; per mezzo di Violante d'Aragona, moglie
del re Giovanni, avola di Luigi III d'Angiò, fece con costui
una tregua per lo stato della Provenza. A don Antonio di Ven-
timiglia Vicerè della Sicilia ordinò di approntare l’armata, di
afforzare e infoderare il castello di Tropea (3)
In questo tempo giunse a Napoli l'eco dei rumori della To-
scana. Paolo Guinigi, signore di Lucca, stretto dai Fiorentini,
aveva domandato aiuto al Duca di Milano; ma îl Duca, nei
capitoli della pace conchiusa poco innanzi colla Signoria, aveva
posto il patto, che non si sarebbe impacciato delle cose della
Toscana, e perciò non poteva apertamente intervenire colle
armi. Usò gli artificii dei quali era maestro. Teneva nella Lo-
mellina il conte Francesco Sforza con poco favore e quasi
abbandonato, alla richiesta di Paolo si sovvenne di lui, lo ac-
conciò di denaro per mandarlo a Lucca, e sparse la voce, che
il Conte s'era sciolto d'ogni obbligo, e faceva soldati per andare
alle sue terre del regno. Il Conte per la Pietra Santa discese
nella Toscana e andò innanzi a Lucca, I fiorentini allora, arendo
speso molto denaro e tempo intorno a quella città, si videro
in punto di levare le offese e partirsi dall'assedio; ma perchè
sapevano, ed avevano modo di trarsi d'impaceio, ricordandosi,
che la Signoria era in debito di cinquantamila fiorini per sti-
pendii dovuti a Muzio Attendolo Sforza, li proffersero al fi-
gliuolo per allontanarlo da Lucca. Il Conte si tolse îl denaro,
parti per rivedere le sue terre della Puglia, e andò co' soldati
a Manfredonia (4).
(1) Zunira, |. e.
(@) Durur, Droits du Roi c. v. dimostra falso il documento.
6) Zonta, Lo.
(4) Cio pi Nenc Garroni, Comm. cit. 1170, Conio, ed. cit. V par. 700, Sì
nera, 215, Bitti. Mist, Med, Kt LS. IX, LI7. Amstinato, lat. ed. cit, V. lib,
170 è seg. Matavotti, St. di Siena par. II lib. IL 20.
Google conii
364 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1431)
La venuta del Conte non era opportuna per Ser Gianni e
pel Principe di Taranto; la Regina tuttavolta lo compiacque
d'ogni cosa, che richiese, e a' 30 di agosto 1430 gli spedi
lettere colle quali lo faceva certo, che avrebbe conservate e
protette tutte le castella di lui (1).
Un avvenimento non aspettato intrigò tutte le trame di Ser
Gianni: la notte de’ 19 febbraio 1431 morì Martino V.
Rimanevano dei colonnesi tre nipoti di lui: Antonio, che
entrava nel vigesimo quarto anno d’età, principe di Salerno,
Prospero, cardinale, d'anni ventidue, Eduardo adolescente, conte
di Celano ed Albe (2). Questi giovani non si perdettero d'animo
per la morte repentina dello zio: misero a sacco il palagio
pontificio, rapirono il tesoro, che quegli aveva raunato per fare
la guerra ai turchi, come si diceva, si afforzarono nel Castel
S. Angelo e în Ostia.
A'3 di marzo fu eletto pontefice Gabriello de' Condolmieri,
veneto, cardinale di Siena, duro uomo, che aveva menata la
vita fra i rigori claustrali, e tolse il nome di Eugenio IV. Richiese
ai Colonnesi il tesoro dello zio, e non trovandoli disposti a
contentarlo, incrudeli contre coloro, che erano stati familiari
© ministri dol defunto pontefice, onde Roma © le altro terre
della chiesa furono turbate de tumulti; Perugia e Spoleto si
ribellarono, Antonio Colonna cogli amici e consorti delle case
Savelli, Gaetani e Conti corse armato la Campagna romana, predò
e sbigotti gli amici del Papa, assali Roma. Fugenio si volse
agli Orsini, fece abbattere gli scudi colonnesi, domandò soccorso
alla regina Giovanna (3), la quale gli aveva mandato un’am-
basceria per congratularsi dell'alto ufficio (4).
(1) Reg. Ang. 977 fi 240. La Ragina si mostrà sompra benevola al conte
Francesco. Questi non avova manco pagato il relevio dello terre patorne e nel
1493 gli accordò un nino di tempo per soddisfare il debito. Reg. Ang. 377,
£. 381, t Nello stesso anno a' 13 di agosto gli concesse: « cannas decem per
longum et septem per latus territorii pubtlici siti inter menia maritimo portus
huina civitatis nostre nenpolia jurta menia civitatis ipsius, jurta bona Sancto
Mario Annunciato de Neapoli, ingta bona viri nobilis Antonelli Pappasodo et
jvxta bona Maczei de Griffin de neapoli, via publica mediante. » Reg. Ang. 377,
1380 (2) Bioxpo, Dec. Ill, lit, IV, 498.
() Binwa, Ri 1, SIX, L43. Vita Eugenii pp. R.
ivi XVII, Ravsatvo, DX, $ [X, 96. GREGOROYIUS,
(8) Rawwatno, ivi 6 1X.
S, III, 86. Cron. di Bologna
di Roma, cit. VII, 34 © seg.
x00gle RAI
(1431) LIBRO SESTO 368
Le genti d'arme della condotta di Jacopo Caldora erano pronte
ed ella ordinò, che andassero in aiuto del Papa, ed occorrendo
il denaro delle paghe, mandò nell’Abruzzo Sabatino de Mandino
di Maiuri per esigere le collette (1). E si mostrava ossequiosis-
sima ad Eugenio IV; ordinò, che i prelati del regno, i baroni,
gli ufficiali regii facessero un bando per vietare ai regnicoli
di trafficare e comperare robe e bestiame predato dai Colonnesi
nella Campagna di Roma (2), Dipoi mandò Petriccione Carac-
ciolo vicegerente nel Principato citeriore con le commissioni
di sequestrare e ridurre al demanio regio Salerno, Cava,
Castellamare di Stabia, Vico, Minori Gragnano, Lettere o
tutto lo stato di Antonio Colonna (3) Questo sequestro fu
(1) 6 maggio 1431. « Cam mote noviter exhortationibus et raquisitionibus
sanclissimi et clementissigni domini nostri Pape Eugenij quarti deliberaverimus
traamittere ad eius obsequia et servigia Magaificam virum ac strenuum armorum
enpituneum Jacubum Caldoram militem... cam omnibus oiue gentibus armigeria
sue conducte quas ad stipendia curie nostro tenet latendamusquo propterea quod
Jacobus ipse rezliter et intogre ac indileto habeat stipendia sua et diete
conduc!o pressatis anni sibi stabilita tam super collcetis Civitatis nostra Aquile
quam in toto utroque Aprutio ut ad prefuta obsequia et servicia accedero valeat.
Ideirco da fide prudentia nollicitudiae et legalitato tuia ab experto confise, Ta
commissarium nostrum ia dicta civitato nostra Aquilo eiusquo districtu super
impositione ei recolleciiono generalis subventionis sou colleete... pro presenti
no IX indictionis quaram quelibet ascendit nd summam duestorim duoruta
millium quingentorum t. p. d. c. n. s. fiducialiter ordinamus... » Reg. Aug. 377
f. 287. Addi 1° di maggio la Regina aveva anche ordinato a Ser Gianni di met-
lle cavalieri o 200 podoni, cha egli aveva agli stipendi per
ribelli del Papa. Ivi £, 272 4
1431... « Papa Eugenius quartus per brevo apostolicum maje-
icavit qualiter Antonius do Columma princepa salernitanus,
suggerento himani generis inimico, in sue Sanetitatis et Romanam Ecciosiam
ac tocius urbis romano provi È dietum dominum nostrum papam et
prefatam urbem invadoro populari seu depredari agros prodas agero atquo omnia
perpetrari quod ipsi hostes consueverunt dulla tune subsistento ratione propter
quod nobis percipiendo mandavit ut universis et siagulis nostre Majestati
ditis preconis voce inhibendo preciperemus ut si qua animalia
romanorum vel altoriua caiuscumquo tam sacrilege atque nefarie
tatos torras st loca nobis supposita doforri contingat Idem nostri subditi quicumquo
ex cis non emant) capiantvo mercentur... » Rog. Ang. 977 £ 272. Ci. Rey-
matto, IX, $ 1X, 95.
(3) Canna, St. di Amalfi, 210. L'A. ci
ed ia una no! riferisce le parole della Re
ciusdem domini mostri papo ».
tero in 0:
mandarli contro
(2) 1° mag
stati nostre not
un diploma, ehe son ho rinvenuto,
: « induete jussionibus et preceptis
î Google
366 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1431)
fatto per ordine del Papa. Così era disfatta l’opera di
Martino V.
Mentre Jacopo Caldora dall'Abruzzo s'avviava coll’ esercito
alla campagna di Roma, per combattere i Colonnesi, compagni
d'arme alla battaglia dell’Aquila, la Regina ordiné al grande Se-
nescallo di mettere In campo mille cavalli e duecento fanti delle
genti sue, per aiutare Îl Papa, ma prima dovevano ridurre al-
l’ubbidienza alquante terre del Molise e della Terra di Lavoro (1).
Il comando fu dato a Marino, conte di $. Angelo, fratello di Ser
Gianni, Quali fossero queste torre 0 città non ci è noto, sap-
piamo, che l’anno innanzi, all’ uscita di luglio, Riccio di Mon-
techiaro, uomo nudace, che era stato conestabile di funti con
Jacopo Caldora all’impresa di Bologna (2), aveva messo sossopra
le terre della badia di Montecassino, ed ora colle turbolenze
dei Colonnesi ai confiti del regno e l'andata di Jacopo Caldora,
pareva pericoloso.
Riccio era stato aizato da Ruggiero Gaetani nemico della
Chiesa e di Pirro Abate della Badia; occupò a tradimento
S. Pietroinfine e lo saccheggiò (3), mise a rumore, combat-
(1) 2 maggio 1431. €
versua urbem cum nost
quia sicut noxti miotimus te (Marinum) present
armigeria gentibua aquitibua at paditibus ia subeidium
ecclosio ac sanziinsimo in christo patria elomeni
domini nostri domini Eugenij pape quartis et iu provincia Torre Laboris et Comi-
tatus Molisij sunt aliquo ciritates et terre que alias fuerunt do nostro demanio et
domiaio principali, que propter temporum preteritorum varietates ab ipso nostro
dominio et demanio carto modo alienate et saparate fueroat. Et intendentea
ipasa nostro dominio st demanio redusere et applicare ideireb redusendi ipens
ad gratie nostro tinum tam tcilicst earum nutu et voluatate libera gt prompta
quam si expedieril ipsis civitatibua guerras et hoslilitates faciendo... » Reg.
Ang. 977, £. 272.
(2) Non 10, perchè il mio insigne maestro d. Luter Tosri nel [IT libro della
Storia della Badia di M. Cassino, ed. 1843 p. 143 ssrisae: Rigio sotto tribuno
della soldatesca di Giscomo di Carinola.... » Questo Giacomo di Cariaola è igaoto,
credo sia detto così per erroro Giacomo Caldora 0 Candola.
(3) A' I2 di ottobre 1431 la Regina condonò in perpetuo un' encia per colletta
all'università di S. Pietroinfine: « olim in anno proxime elapso Ind. VIII posita
ad saccom por Riciam Comestabulum peditum et siua sosios, no capta et tempta
per eos certi tempori
sistentes ia campo contra dietum Ricium et eius socios, qui dietam occa
detinebant quampluria dampna et signanter in eorum possessionibus et uli
Universitas et homines ipsius terro subatinuerunt.. ». Reg. Ang. 977, { 218.
ot favorern saneto matri
spatio ex quibus et oliam per gentes nostras armigeras
tam
(1431) LIBRO SESTO 367
tette, depredò altre terre (1). Andò per la Regina a combatterlo
Francesco Caracciolo con cinquecento fanti, Pirro Tomacelli,
il torbido Abate, armò trecento dei suoi vassalli contro di
lui, ma egli si sostenne tre mesi e si quetò quando la Regina
ordinò a Ruggiero e Francesco Gaetani di non arrecare mo-
lestia al pontefice e non dare favore ai ribelli, se avevano
cara la grazia di loi (2).
Un altro conestabile di fanti, Simone de Marta, imitò l'esempio
di Riccio. Con cento cinquanta uomini occupò per inganno la
Rocchetta nella Terra di Lavoro e, crescendo di audacia e di
gente di per di, mise in preda il paese attorno e osò di correre
fino alla Capitanata. La Regina mandò Francesco Caracciolo a
sorprenderlo nel suo nido della Rocchetta coll'aiuto de' baroni
e de' vescovi (8)
Jacopo Caldora intanto era disceso nelle terre romane; tolse
ai Colonnesi Frascati, Malaria, Montecompatre, Rippi, Banco,
Colleferreo, Burgeto, Paliano, andò col campo innanzi a Gen-
nazzano, © i nipoti di papa Martino si videro a mal partito. Ma
egli restò poco operoso, parve anzi nelle azioni militari più
nemico, che difensore del Papa, e con apparato ostile andò fino
a Roma, onde Eugenio IV si trovò in condizioni più pericolose
di prima. Narrano, che Antonio Colonna abbia accordato messer
Jacopo col denaro (4). In tanta confusione di cose i Colonnesi
da una parte ed il Papa dall'altra cercarono soccorso in ogni
parte d'Europa. Antonio Colonna domandò aiuto ad Alfonso
d'Aragona (5); il Papa ai fiorentini e ai veneziani, sollecitò la
Regina per avere altri aiuti; questa affrettò l'andata di Ma-
rino Caracciolo, e a' 2 di luglio mandò a Roma Gaspare Bon-
giano per assoldare Nicola de Fortebraccio, al quale offri il
Contado di Celano, tolto ad Eduardo Colonna, e l’ufficio di
vicegerente d'Abruzzo; in guarentigia delle paghe do’ soldati
() De Tunvutus, Voabitia temp. c. XLI, 37.
@) G. B. Cuninci, Dec. cit. dell' Ecc.ma famiglia Caeteni di Roma: 1° giugno
1431. Sunost8, lib. IV, (8) 18 luglio 1431, Reg. Ang. 377, £. 216, t.
(@) Diurn. di Montel. tweessura, RL. S. II, par. Il 1123. Il Browno, Dec. IT,
IV, 480, scrivo: «Sed paulo post (Caldora) al partes principis Antosij tran:
sions, ponti ficem in masimns duxit difficaltates ». V. la bolla di Eugenio IV data
XVI, Kal. sept. 1431 con la quale nomina suo legato Ugo vescovo di Preneste.
Raxsato0, IX, $ XI, 9. (6) Zunima, lib. XIV, $ IX,214. Diurn. di Monte, 86.
368 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1431)
offri le collette di questa regione, le quali erano già impegnate
a Jacopo Caldora (1).
Intanto fiorentini e veneziani avevano mandato nel patri-
monio Nicola da Tolentino, buon capitano, Eugenio raunò
quanti soldati potette e li affidò a Giovanni Vitelleschi, testè
ereato vescovo di Recanati, acre, iracondo, manesco, più ac-
concio alle fazioni della guerra, che agli uffici del sacerdozio.
Tutto questo sforzo di gente non mosse contro i Colonnesi, na
andò a trovare Jacopo Caldora, il quale, disposti i suoi per le
castella, stette a vedere, che facevano i nemici. Nè l'una né
l’altra parte fece offesa, cominciarono a parlamentare; il Car-
dinale di Cipro si frammise alle pratiche e a’ 22 di decembre
fu fatta la pace: Antonio Colonna pagò al papa settantacin-
quemila ducati, cedette Orta, Narni, Suriano, Gualdo Nucerino,
Assisi, Ascoli, Imola, Forlì, Forlimpopoli, terre male acquistate
col favore dello zio (2); Jacopo Caldora tornò alle sue castella
d'Abruzzo; non trovo notizia di ciò che fece il Conte di S. An-
gelo, forse non passò manco i confini, perchè Ser Gianni non
voleva allontanare i suoi soldati.
(1) .. « Et confisis do tuis prudentia et sagacitate te (Gaspar) commissarium
nostrum ad conducendum dicium Nicolaum de fortebracì
nostra et sancto matris ecclesio supradicta durimus personaliter
Wuocireà volumus et fidelitati tue hsrum serio d. c. n.
oxpresso mandamus quatan
sublatis to ad urbem pore
rlitor conferene vel ali
ubi oportuorit et sum vel
parta dicti Nicolai reperire contigerit cam presenti nostra commis
tudeas et procures
condacere et
icteria nostris credencialibus ad eundem directi
ipsum Nicolauim ad nostra stipendia et dieta. Ecclesio sorvi
firmara cum illis pactis convencionibus at capitulis quibus meliui
expediro sivo cum co priucipalitor sivo cam aliquo eius cancellario procuratore
factore vel ministro pro dicta Feclesia st nostro stato. Et signanter contanfamur
et velumus ac tibi potestatem pignariam impartimur quod eidem Nicolao nostri
parte offeras st promictas Comitatum Celani, vicemgerentiam utriusquo Apruti
et atipendia nen condueta ia et super colloctis et aliia nostri
provincie utriusque Aprucij et in eorum defectu super ali noetre
camere. ». Dal Costello di Aversa 4 luglio 1431. Reg. Ang. 977, £ 278 t
(&) Bioxao, Dec. III, lib, IV, 450, <61. Diurn, di Montel. 86. Nimt Caproni,
1. cit, SanettIco, Enn, X, 2. Narrano, che alle pratiche di pace 5° adoperò anche
l'imperatore Sigismondo. RarwaLso. ad an. IX, 97, 8 XII. I colonnesi furono
poi assoluti dal Papa a' 15 maggio 1433; furono nuovamente dichiarati ribelli
con altra bolla del Y sovembre 1499, Tuiivsn, Cod. dipl. dom. temp. III, 314, 922.
x00gle CONNETTE
VII
Ser Gianni allontana la Regina da Napoli con nonpetto di tra-
dimento. — La Duchessa di Sessa entra nella congiura contro di
lut, alla quale partecipa la Regina. — Nozze di Troiano Carao-
ciolo con Marta Caldora. = Assassinio di Ser Gianni.
Questi, all'entrata di giugno 1431, condusse la Regina nel
castello di Aversa, luogo poco salubre d'estate (1), e vo la tenne
fino al mese di gennaio 1492, dipoi la menò a Pozzuoli, luogo
più dolce d’aria (2), e vî dimorò solo un mese (3). Intorno a
questa novità farono varie le opinioni, Ser Gianni l'adonestava
(1) Trovo ua diploma, spedito nel Castelnuoro a' 20 di maggio 1431, per l'as
senso regio mi patti stabiliti fra Gasparo Bongiaro e Giuromo de Cotruglio
di Ragusa per la confeziona dei sali nello alina di Harlstta a di Saipi
Reg. 397, £. 263.
A'6 di giugno la Regina nel castello d'Aversa spedì loltero per Cristofaro
Gaetani conte di Fondi, al quale Cubella de Puzutis aveva portate in dote le
castolla di Bussi è Baranello nel contado di Molise, lo quali furono devoluto
alla R. Corte quando morì senza eredi. so bene le avesse permutate con Luagano
S. Massimo, che erano del marito. La permuta non era stata corraborta col regio
sssonto, 0 la Regina collo loltoro date da Aversa nand ogni difetto. Rog. cit. £ 273.
(@) La Regina e 10 decembre 1431 spodi da Aversa il r. assenso per le doti
assegnate dal Duca di Sessa alla sorella Caterina, contessa di Mirabella. Rog.
Aag. 377 {281 t.; una quietanza per Gorio Gattola protontino di Gaeta: ivi
£ 288; ad il diploma de' privilegi di Ravello: ivi f v80.
A° 15 di genonio 1432 da Pozzuoli confermò un'enfiteusi sopra terra feudale
a favore di Liczia d'Antonio Furlano della Baronia di Prata: ivi f. 290.
() A°2 di febbraio 1432 dal Cestelcapuano la Regina dichiarò franca d' ogni
imposta Caterina do Berardo da Popleto, moglie del dottor Giacorno Mozzapede
di Aquila. Reg. 377 £. 3181 .
2A. — Faraglia, Giovanna II d Angiò.
î Google Conn AI
370 GIOVANNA ll D'ANGIÒ (1431)
asserendo, che la Regina era informa (1), che în Napoli si face-
vano riparazioni di mura e opere nuove (2), è porciò l'aveva
condotta fuori.
Intanto, traendo profitto della disgrazia dei Colonnesi, volle
il ducato di Venosa, e l’ebbe (3), poi domandò pel figliuolo il
principato di Salerno, non gli fu dato (4), s'adontò; poichè la
grandezza l'aveva ubbriacato, 8'arrogara ogni autorità, allon-
tanava i sudditi dall'ubbidienza della Regina, la richiedeva per
sb (5), conchiudeva leghe © trattati coi baroni del regno e con
signori stranieri, faceva battere e chiudere nelle carceri i fami-
liari della Regina, i quali non gli andavano a sangue; accu-
mulava nelle sue castella i denari de’ proventi della regia Corte
col pretesto, che ne usava per le paghe delle genti d'arme;
aveva allontanata la Regina da Napoli, e condotta ad Aversa,
per tenerla stretta e sottoposta alla sua volontà, e quando ella
diniegava di secondurlo, minaccinva di daro Nupoli ad Alfonso,
se fosse venuto, 0 di metterla a sacco coi soldati suoi (6).
() La Regina Giovanna era stata inferma ulguenti mesi innanzi e molto grs-
vemente, La curò Nardo di Gaota medico, ed in guidontono n° 1 nov. 1428 gli
diede l'uffiio di notaio eredenziere del fondaco maggiore di Napoli. Reg. Ang.
377, L10684
(#) I di B ottobre 1431 dal castello di Aversa la Regina approvò i patti fra
la città di Napoli © Alessnadro Tagliavulo appaltatoro « nore cabelle granorum
quiaque pro quolibet birili vini groci et altorius mpoci
opendersi universitatem et hon
in construetione, fabrica, reparaciono et aliis necessitatibus
STI ZI, Le
È si ficevano lo riparazioni dello mura 0 forse anche del Castel Capuano
ordinate prima.
(8) Non trovo il do
maggio 1431 Ser
Ang. 376, (274, L
(4) Diurn. di Montel., 87.
(8) Ho riferito già un documento, dal quale risulta ciò; maggiori prove si
hnano in ua notevolissimo diploma dol 31 dicembro 1432, che trovai nel Reg.
Ang: 977, € 324 0 sega il quale fu pubblicato dal Miwrni Riccio nel Seggio
di Cod. dipi. I, par. 1,99. Ne riporterà qualche tratto, che ini fa bisogno, In esso
dice la Rogina, che Ser Gianni « omnowi hobediontiam a subditis nostris ad se
rodutit, ut potuisset adimplore ot facore omnia relnd rex.
(0) - Saivit et potuit (Sie Jannes) nicut eet usqua notori nos
& Civitate nostra Neapolis subdola ad inventione subtralicio et Arersam ducere
por ipsa
lento della concessione. In una quietanza del 1° di
itolato duca di Venosn e conte di Avellino. Reg.
‘n Visum ext
(1431) LIBRO SESTO 371
Vietava ai Sindaci delle terre di vederla e domandare perdono
di cecessi e rivolture; li udiva ogli, e li persuadeva a perdu-
rare nella ribellione (1), E si narrava, che, fatto villano dal
l'ambizione, usava con la Regina male parole, c, quando gli
negò il principato di Salerno, le abbia messo le mani sul
viso (2). Certa' cosa è, che, Antonio Colonna, fatta la pace col
Papa, ricbbe parte del principato, (3) cd Eduardo la signori
delle terre marsicane (4).
Le colpe di Ser Gianni erano gravi, e i nemici di lui e gl’in-
vidiosi della sua grandezza molti. Marino Boffa, Ottino Carac-
ciolo, Pietro Palngano, Monacello d'Anna, Urbano Cimino, gli
amici di Luigi III e della Regina congiuravano per levarlo dal
mondo. Attizzava il fuoco Covella Ruffo, duchessa di Sessa,
contessa di Squillace, di Montalto, di Alife, cugina di Giovanna
per parte della madre, e si teneva da più di ogni altro per la
nobiltà del sangue: superbissima, riottosa, non viveva bene col
ut sub totali cius nos submitteret potostato, minando quol si ex Aragonum
veniret eum eius armata, quod ipse assignabat sibi Civitatem nostram Neapolis
contra nostram beneplacitum et voluntatem, vol ipse eum.gento nua predictam
civitatem nostram Nonpolia volebat in predam ponoro ». Ivi.
0 hi.
(2) Diurn. di Afontet. BT. AxxinATO, Opuscoli, Vita di Giovanna EI, II, 673.
(3) Il lungo diploma della nuova concessione del Principato di Salerno tro-
vasi nel Fascicolo Ang. 9 £. 53. Antonio col principato riebbe a° 28 febbraio
1432 anche Castollami di Stabia, Vico, Letter, Minori, £. Severin», Eboli,
Gragnano, Maiori, lo Franche: Arco nella Terra di Lavoro c certi diritti eolla
Cava, Montecorvino, Scafati, S. Magno.
(4) Il diploma della nuova concessione è del 21 febbraio 1432. Fu ridata ad
Facardo «civitatem Marsio com titulo et dignitate Ducalus neo non Comititum
Celani » con queste terra « Celanum, Piscinam, Cucullum, Collum, Cerchium,
Agellum, Sasctum Potitam, Ovindoli, Roveram, Sanclum Jonam, laternum,
Callinaum, Castrum Vetus, Castrum do Geri (Castel d'Teri), Siciunrum, Vennerum,
Ortochia, Resoginam, Asehrum, Speronssinum, Sanetum Sebastimem et Ca-
pestiazum de provincia Aprulij citra flumem piscarie, Baroniam Carapelle,
Castrum Vetus, Sanetunì Stephanum, Celanum, Roccao: Calani, licium et Joyam
do provincia ultra lumen piscarie, Vicalvum postem, et Soram de provincia
néc non comitatim Allo minus terras castra loca et fortellicia
subscripia, videlicet. Albam, Sanctom Anatoliam, Kisolan, lucum, transaquis
(Trasscco), Capistrellum, Aveczanum, pescam canalo, Canistram, meto, Civitellam
Readinariam, Castrum névum do Vallibus, Rocca do Vivo et Civitate Antiua
da dieta provincia Aprutij ultra, ete. » Fascie. Ang. 04 f 53 £
È Google Da
372 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1481)
marito (1), era in questo tempo in grande favore presso la
Regina (2), e interveniva alle deliberazioni del consiglio regio.
Aveva sposato Giovanni Antonio di Marzano, ma era femmina
tanto riottosa, che col marito non viveva bene, ognuno pensi
con qual animo vedesse la grandezza di Ser Gianni; contro
costui ella potette più degli altri, e versò nell'anima della
Regina parte del suo veleno. E ‘le andava sussurrando quale
fosse la rovina del regno, quanto il suo pericolo: occorreva
levare di mezzo Ser Gianni. La Regina udiva lei e gli altri
congiurati in notturni conciliaboli a Castel Capuano; tutti
erano concordi in questo, che bisognava opprimere l'uomo peri-
coloso, discordi nel modo, perchè la Regina voleva, che fosse
sottoposto a giudizio: temeva però, che ne sarebbe nato scandalo
e rumore (3). Furono tuttavolta le ultime conclusioni per la morte
di Ser Gianni. Questi mon pose mente al pericolo, essendo tutto
inteso a fare nuovo parentado colla famiglia Caldora, poichè
temeva le armi di Jacopo e l'autorità; s'era quindi proposto
di dare in moglie a Troiano, suo figliolo, Maria figliuola di lui.
Fatte le pratiche, stabiliti i patti, concessa In fanciulla, furono
ordinate le nozze. Per dare a queste un apparato non ordinario
di solennità, volle il Grande Siniscalco, che fossero fatte nel
Castello Capuano innanzi alla maestà della Regina, e al tempo
stabilito vennero d'ogni parte del regno baroni, amici e parenti
per salutarlo, fargli onore e aver parte della felicità di lui. Le
feste furono celebrate n mezzo .agosto con apparato regio, fra
banchetti, danze © torneamenti. Mancava tuttavolta. Jacopo
Caldora, che s'era seusato con un pretesto, ed era rimasto nelle
CD) Carrara, 177.
®) Era nei diplomi regii appellata « Magnifica Mulier Cubella Rufa Ducissa
Sunsso, Squillacij, Montis Alti et Alify comitissa, affnis tanquam filia vostra
carissima et fidelis dilecta, » V. il dipl. del 19 1429, col qualo la Regina confermò
la cessione del feudo detto del Conte di Nonticelli nello pertinenze di Sessa
fatta dalla Duchessa a Gaspare do Martino di Sessa. Reg. Ang. 377 (. 200 t.
(8) Lo confessa la Regina nol diploma del 31 dicombre 1482 cit. «... plurios
escogîtavimus ipsum (Sir Jannen:) de persona arrestari seu capi facore et deinde
ipsum arrestatom propter cius demerita pena punire justitia mediante.
Et considorantos pluries super hoc negotium scandalum quod posset ex eius
personali captara nostre persone et statui provenire propter eius formidabile
potontiam sundem deliborato per nos in nostro mentis archano ipsum pre
Auîusmodi scandalo revocacione interîci facere». = +
Google cor
(1481) LIBRO SESTO 878
sue castella d’Abruzzo, e a lui lontano ognuno volgeva il pen-
siero: perchè non era venuto? Dall'altra parte ln Duchessa di
Sessa, Marino Boffa, Pietro Palagano, Ottino. Caracciolo, tutti i
baroni emuli, o nemici, di Ser Gianni, non assistevano a quelle
feste con volto sereno; e vedendo riuniti tutti i consorti di lui,
reputarono venuto il tempo per levarlo di mezzo, e sorpren-
dere costoro, acciocché non togliessero le armi per la vendetta
© mettessero a rumore il regno. Dopo maturo consiglio ordina-
tono il tempo ed il modo di mettere ad effetto il feroce disegno;
non ne fecero motto alla Regina: se noi pigliamo Ser Gianni,
dicevano, la Regina, che è donna di poca costanza, lo rimetterà
in istato, lo avrà più caro, c noi saremo tutti morti; miglior
partito è ucciderlo (1). s
Ai 19 di agosto la festa fu più solenne e lieta degli altri
giorni (2), sulla sera la Duchessa di Sessa, che soleva dormire
nel Castello Capuano, forse per levare i sospetti, andò alle sue
enso® il Grande Siniscalco, il quale non si partiva mai dalla
Regina, si ridusse alle stanze sue. Era più del solito allegro, e
andava dicendo, che oramai nulla aveva più a temere per ln
sua grandezza (8). Il lutto però occupa l'estremo del gaudio.
Marino Boffa e Ottino Caracciolo erano rimasti nella corte del
Castello: sulla quarta ori della notte, spenti i lumi, quetato
ogni rumore, Francesco Cimino, Pietro Palagano, Leonardo
Bruni detto lo Squatra, si fecera all'uscio delle stanze di Ser
Gianni, picchiarono e, come ebbero voce di dentro, lo Squatra,
fedele e noto servitore della Regina, disse: alla Regina è venuta
una goccia di capo (4). Fu destato il Grande Siniscalco, e udite
le novelle, si levò sul letto e mise mano ai panni di gamba:
(1) Diurn. di Montel. 87.
QI Noi Diurn. di Moniel. 87, loggesi ai 10 di agosto nel Ma della Iibl. Ne.
di Napoli è notato il giorao 28. « Octavo Kal. septembris intempesta nocte quae
saneti Ludovici diom festum et celebeationem praccedit.. », Scrive Taorano Canuc-
covo nella Vila Sergiani R. 1. S. XXIL i, Ma la fosta di S, Ludovico è ai 19
di agosto. V'ha tuttavolta un errore di computo. Notx® Giacosto, 75 nota: «ali
XVIIIT de augasto » erra l'anno, 1430, ma pote l'indizione napoletana X, cho
finisca col mosa di agosto 143. Fuscor
sabato 19 d'agosto.
(8) Divi Antowini, Chron. IT, pars. tit. XXI, S VII, 492.
(8) Diurn. di Montel. 87.
0, Areh. st nap. anno I, 45 scrivo:
Google c
374 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1431)
i camerieri aprirono l’uscio, e i congiurati lesti, colla mano
sugli stocchi, si cacciarono dentro e, giunti a Ser Gianni, l’at-
torniarono, lo percossero col ferro, lo lasciarono morto. Anda-
rono poi alla Regina, le contarono il fatto, ed ella si turbò,
però dissero, che volendo sostenere il Grande Siniscalco, cone
cra stato ordinato, egli aveva tolte le armi per la difesa, ed
essi per necessità l'avevano ucciso (1), E per trarre partito
dell’assussinio, prima che si levasse il grido del misfatto, e i
parenti © gli amici si fossero raunati, li mandarono a chiamare,
perchè la Regina era stata colta da un malore repentino.
Gl'incauti accorsero, e, come cessi mettevano piede nel en-
stello, dalle guardie erano circondati, disurmati, imprigionati
E questo incontrò fra gli altri a Troiano figliuolo di Ser Gianni,
a Marino Caracciolo conte di S. Angelo, a Petricone Caracciolo,
a Marino Caracciolo detto Senppuccino, a Giovanni Dentice detto
Carestia, ed al figlivolo Perrino, a Damiano Caracciolo signore
di Calvello, ad Urbano Caracciolo, castellano di Aversa, il quale
era venuto alla festa col figliolo © ad altri assai.
Il giorno appresso, di mattino, la Duchessa di Sessa allegra
corse al Castello Capuano, per vedere il cadavere del Grande
(1) {1 racconto dei Diurnali è confermato dal diploma cit. del 31 dicembre 1432.
eco il tratto, che occorre riportaro e segue al precedente, nel qualo si parl
Convocatis clem et secrete coram nobis
ad hoe castrum nostrum Capuanum Neapolis aliquibua proceribus et nobilibus
statum nostrum colentibus cortisque fideli nostris servitoridus quorum a
diu legalitatom et fidem experto fueranus in dubiis evontibus comprobatam eis
deliberatione totaliter patefucta licet tam eis per prins pluries
3 remanentibus si quidem et sistetibus ipsis proceri bus Magnatibus
ilibue in nostra socintalo et comitiva pro nostro porsone securitata custodia
tutela pariter et cautela ipsum SirJannem in quadam camera dieti nostri Castri
novi Lune porsonaliter conmorantem per quesslam ex dictis nostrie familiaribns olim
ile pretorito mense Angusti anni decime Îadietionis et inxta modum et ordinem
per nos datum non obstante quod illis diebus sue recentis intrate honesiatis causa
delle congiure contro Ser Gianni: «
10 propter certos honos respoctua et iuatar causa montem nottram tune digne
meventes plurins nos ore nostro proprio disimus {o palam per nostros contiliarios
dici Fecerimus ac etiam seribi iusserimas iuod deliberavimus eum de persona
arrestati ficere et deinde mediante iustitia capitis puniri. Et quod volendo se
ipsum a dictis {une arrestare volentibus defender, fuvrat ab eisdem preter nostram
intentionem talitor interftetus. Nan re vera de nostri deliboratione, mandato,
ordlinatione et veluntate fuit sicut prescribitur detus mort...» Mistent Riccro,
Lc 100, 101, La conclusione è cridentemente posta per salvare i congiurati.
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(1431) LIBRO SESTO 375
Siniscalco, e trovatolo a terra nudo, con una sola calza în
gamba, tutto bruttato di sangue, lo percosse col piede, e: che
si credeva, disse amaramente, che si credeva questo figlio di
mala femmina? di mettersi a paro di me?
AI sommo di una collinetta, a fronte alla porta di S. Sofia
fuori le mura della città, di la dal Carbonario, ch'era un
valloncello, dove i popolani solevano gittare spazzature, lor-
dure, carogne, che poi l’accolta delle piogge travolgeva al
mare, si levava il monastero di S. Giovanni Battista. Le ori-
gini di esso richiamano alla memoria il maestro Dionigio dal
Borgo Santo Sepolero, frate dell'ordine degli Eremiti di S. Ago-
atino, dottore a Parigi in divinità e in filosofta, astrologo famo-
sissimo, il quale predisse la morte di Castruccio Castracani con
tanta certezza, che Giovanni Villani scrisse: « et in tutte le sue
parti il giudizio di maestro Dionigio fue profezia » (1). Poiché,
per favore di Roberto d'Angiò, fu fatto vescovo di Monopoli,
trovandosi nel 1329 alla Corte del Re, cbbe da Gualtiero Galiota
in donazione per l'ordine eremitano un orto e alquante case alla
collina del Carbonario, dove fu posto maro all’edificio del mo-
nastero e della chiesa. Sorsero umilmente da prima, poi gli
Eremiti ebbero favore e, anmentate le ricchezze, crebbero lo
mura. All'entrata del sec. XV incontrarono grazia presso le
famiglie dei Caracciolo, che avevano le case non lontane nelle
circostanze del Castello Capuano, e per essi forse presso la
regina Giovanna IL, la quale, volendo onorare la memoria del
fratello Ladisluo e la sua, fece levare nella chiesa dei frati
Eremiti di S. Agostino un monumento insigne. Mentre si faceva
questa opera, aveva il Grande Siniscalco fatto costruire una
vasta cappella rotonda, intitolata dalla Natività della SS. Vergine,
e ai 10 di dicembre 1427 per istrumento di notaio aveva donato
Ki frati orti c caso sue, posti nella contrada del Carbonario,
perchè pregassero Dio e celebrassero messe per lui e per gli
eredi, ai quali doveva restare il padronato. Mancò a Ser Gianni
il tempo di ornarla (2).
(1) Storia, lib. X, cap. NXXVIL
Platea del monastero di S. Giovanni a Carbonara nell'Arch. del R. Albergo
dei Poreri, parte I, fol. I. D'Excesto, Nop. Nac., 155. Nella Platea del Monastero
376 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1481
E torno a proposito. Giacque tutto il di inonorato il misero
cadavere del Grande Siniscalco; sulla sera andarono alla Regina
i frati di S. Giovanni, e la pregarono, chè desse loro licenza
di seppellirlo. L'ebbero, e levatolo di terra ed, avvoltolo in un
lenzuolo, lo adagiarono sulla bara. Per le ombre, a lume spento,
la mesta compagnia uscì dalla porta della città prossima al
Castello con la bara alle spalle, dalla quale penzolava un braccio
di 5. Giova
fol. 24, logge
« Cappella della Natività della B.ima Vergine Maria fondata dal Gran Senescallo
Sergiaani Caracciolo.
«La Cappella solto il vocabolo della Natività della SS. Vorgino Maria fu edi-
ficata dal fa Sergianni Caracciolo, Duca di Venosa, Conts di Avellino © Gran
Senescallo del Regno di Sicilia nell’anno 1427, come si ha dall'istrumento che
siegue da un libro del 1427 delle molte spese fatto in detta Cappella, che si
conserva nella scanzia d n. 388, è dalle iserizzioni, che ia più luoghi di detta
Cappella si leggono...
« Nella suddetta scanzia sì conserva una
i a Carbonara nell'Arch. del R. Albergo dei Poveri, parte |,
ta di dotta Cappella.
« 1427, a 10 docembre per mano di Notar Gabriel de Ripa di Napoli fu eti-
pulato istrumento tra il nostro Monastero ed il sadletto Sergianui Duct ele,
in quale istrumento fu asserito, che esso Gran Senescallo aveva fatto edificare
una sua Cappella magnifica a sue spesa @ contigua a congiunta alla nostra Chies
di S. Giovanni col conseneo e volontà del Priore e Frati di dotto luogo, sotto
il vocabolo della Natività della B. V. Marîa, nella qualo Cappella il nostro Mo-
nastoro concesse ad esso Ser Gianni a sè 6 suoi eredi & successori il jus patronato
di detla Cappella in segno © ricognizione del qualo debba il detto. Monastero
dare ad asso fondatore a suoi eredi facem unam tiridem (sic) librorum trium
in die Nativiati D. M. Virginis, o detta ansognazione di candolo debba farsi
dentro detta Cappella © nella casa del fondatoro e suoi eredì in Napoli esistrntino,
@ donò #1 nostro Monastero alcuni orti con case siti a Carbonara, e li PP. del
detto nostro Munestero in riguardo di detta donazione 0 beneficenza, ed anche
come Fondatore di detto luogo si offersero a mense ed orarioni per detto Fon-
dutoro 0 suoi prodi © promisero celobrara una speciale messa quotidianamente
n detta Cappella per la saluto di esso Fondatere 6 suoi predecessori e successori,
ed un soleone anniversario nel giorno della morte di detto Fondatore per lo
quale ansiversario esso Fordatore promise di daro un'annus specialo rendita
di un'onei
« Pol. 25, Dotta Cappella stava coperti di piombo ».
Io riportato integralinente il testo della Platea, perchè le carte del Monastero,
soppresso da Ferdinando IY nel 1799, andarono disperse.
Questo tratto dell’ assassinio di Ser Gianni fu pubblicato nella Napoli Nobi-
tissima, an. 1399 in un articolo iutoreo a) sepolero di lui in S. Giovanni a
Carbonara.
» Google SE giri
(1431) LIBRO SESTO 37
nudo. Le esequie furono povere, tristi: quattro frati recitarono
l'ufficio piano, e senza onore calarono il cadavere nel sepolero.
Questa misera fine ebbe Ser Gianni Caracciolo Grande Sini-
‘sealeo del regno, conte di Avellino, duca di Venosa, e i popo-
lani, i quali lo levarono alle stelle, quando teneva la città
‘abbondante di annona, come udirono che era morto, cantarono
per le vie canzoni dispettose (1).
Berardo segretario di lui fu trascinato per la città, e poi
impiceato alla porta Petruccia (2). Ora vediamo Ser Gianni
nella statua marmorea, sul nobile monumento, che gli levò
Troiano Caracciolo, figliuolo di lui, nella rotonda di S. Giovanni
a Carbonara nel 1433, decorata a fresco dai pennelli di Perri-
netto di Benevento e Leonardo Bisuccio di Milano (3).
(1) La notizia trovasi nei Diurnali del Duca di Monteleone editi dal MunaroRI,
RI. S. XXI 1095: < Et ho inteso da Vecchi, che morto che fu il Gran Sene-
scalco, se cantò per un gran pezzo ogne sera per Nopolo dalli Piccirilli una
canzona molto longe, ma in ogni stanza vi si replicavano questo parole cioè:
Morto è lo pulpo e sta sotto la preta, Morto è Ser Janne figlio de Poeta;
alludendo al pufpo, che fo impresa del Gran Senescalco predetto ». Davano il
nome di polipo al sole raggiante, che era insegna dei Ceraccioli detti per cib
del solo. Questi versi mancano nol testo arenico doi Diurnali spesso cit. Cfr.
Cnoos, Canti politici del popolo napolitano, YI: Carasso, Arch. stor. nap, VIII, 318.
Passano, |. c. FuscotiLte, Arch. st. nap. l. c. I, 45,
in Napoli Nobiliss. cit. FARAGLIA. Fra le altro iserizioni nel monu-
Sor Gianni è notevole questa sull' attico attribuita al Valla:
MIL SONI NI TITULUS SUMO DE GULMINE DERAT
REGINA MORBIS INVALIDI ET SENIO
PECUNDA (Ric) POPILOR PROCERESQUE IN Pace TuUEIAR
PRO DOMINE (ie) IMPERIO NuttIVs Ansa mne,
ab ME EN Livon, QUI TE, rorrissmiE CESAR (si
SOPITUM ECTINNIT, NOCTE JCvANTE DOLDS.
NON ME, SED TOTUM LACERAS, MANUS IMPLA, Ri
PARTIRNOPEQUE SUM PENDIDIT ALNA DECUS.
Nella parte sottoposta al monumento” Ieggesi:
Syruanni Cariuzoto AVELLINI
GOMETI VENUSIT DICI AG REANI
TRAYANUS VILIUS MELPHIE DUCE
PARENTI DE SE DEGUE PATRIA
OPTIME MERITO ERICENDUM
cunarit Moccexvent,
Original from
diatzzaby Google ‘CORNELL UNIVERSITY
VII
Giudizio contro la memoria di Ser Gianni. — Premii concessi
ai congiurati. — Danni dei consorti del Gran Siniscalco. — Ac-
cordo della Regina con Caterina vedova di iui.
Ordinò la Regina al Locotenente del Gran Giustiziere, ai
giudici della Magna curia, e ad altri ufficiali di fare giudizio
di Ser Gianni, per condannare la memoria di lui e sequestrare
i beni, perchè istigato dal diavolo, era stato reo di macstà (1).
Il giudizio fu fatto ed ella, che aveva reintegrata la buona
fama di Pandolfello Alopo, senza pietà perpotuò l’infamia di
Ser Gianni colla lettera del 31 decembre 1432, dalla quale tante
notizie ho tratto pel mio racconto. Enumerati i torti e le colpe
di lui, dice la Regina, che da milite l'aveva sollevato all’ onore
di conte d'Avellino, di duca di Venosa, di Grande Siniscalco
(1) Reg. Ang. 377 {. 324. Il diploma fu apedito in agosto, manca il giorno.
Nè fa manzione il Svxxosts, lib. IV, 613, e lo assegna ai 20 di quel mese: certa
cosa è che fu fatto poco dopo l° assassinio: il Trosti lo prbblicò, V par. Il. 63,
îl Mivieni Riccio lo ha ridato alle stampe nel Saggio di Cod. dipl. IL par. 1,
98. Tra le altro cose leggesi in esso: « Vocatis filiis dieti Sir Jannis coram
vobie, comparere debeant, si quod jusso habent et allegare voluerint quare me-
Sir Jannis non sit contompnanda ct bona cius non sint confiscanda et
ubi comparuerint coram vobis ad dampnationem, prodictam diete memorio, voerto
procaratore fiscì nostro curie, qui jura în hac parte nostre curie tenentur, proce-
lu mediante ». Con un'altra lettera regia del meso d'agosto, anch essa
mancante del giorno, la Regina fece procuratore il notaio Laca di Casanova
per presentarsi innanzi ai giudici «ad petendum pro parte fisci nostri memeriam
dicti Sir Johannia dampnari et declarationem fieri por con quelibet bons ipsius
tam mobilia quam stabilia bargensotica et foudalia... suat rationo confisenta et
applicnta Fisco nostro... ». Reg. Ang. 377, f. 324.
Google cor
380 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1431)
del regno, ufficio reputato maggiore degli altri, ed egli, il più
ingrato degli uomini, immemore dei benefizii, aveva congiurato
per danno di lei, e per la rovina del regno: toglieva sopra di
sè la gravità dell’assassinio, assolveva coloro i quali lo avevano
commesso (1). Misera donna, che dai beneficii traeva l'amaro
frutto del tradimento, e sè stessa gravava delle colpe altrui.
I congiurati dunque ebbero perdono e sicurtà dell assas-
sinio (2); Messer Ludovico Caracciolo fu fatto giustiziere degli
scolari (3): Monaco d’Anna ed Urbano Cimino ebbero mezza
gabella dei passi d'Abruzzo e quella del flagello (4), tolta a
Giovanni Dentice. Divenne potentissima nella Corte la Duchessa
di Sessa, e ne ebbe lodi e premio, come racconterò appresso (5).
Ad Ottino Caracciolo furono garentiti gli stipendii del suo ufficio
di grande Cancelliere sulle rendite delle traite di Puglia sino
al Fortore: erano 366 oncie d'oro, che per lo innanzi esigeva
da proventi incerti, e poi furono assegnate sulle collette delle
terre sue (6). Ebbe anche i beni confiscati ai Fieschi di Genova
in Napoli. Forse furono confiscati per la concordia già fatta
(1) +. «Nos tamen hec tam horrenda tanquo detestanda quo dictus Sir Janneo
omnium jagratissimus tominum, et collectorum per nos sibi grandium bene!
ciorum immemor pati et perferri equo animo nequentes quoniam ipsum ex
simplici milito comitatus Avellini et Dacats Venusij Magnificis et excelsis titulin
llustravimus ac ufficio decoravimus Magni Senescallatus dicti Regni nostri Sicilie,
quod inter sepiem magna dicti Regni officia fimosare offcium reputatur, olijeguo
munificentijs eundem tractavimus sicut est in toto predicto Regno nostro notorium
et indiversis alija mundi partibne manifestom: quibus se constituit immeritum et
jagratum, no satus noster ab eo deduceretur totaliter în ruynam, pluries excogi-
tavimus ipsum de person . Miwseri Riccio, o. c. 100.
facto sunt
domini Marini Boffe do Nea poli cte. lictere de indulgentia pro bomicidio commisso
per eum et certos alios in persona quondam Sir Johannis Carazuli, etc, ». Reg.
Ang. 377 {. 362 {. Ivi ad instantinm domini Petri Palagano de Trano. Ivi.
(3) 20 agosto 1432. Rrg.
(4 90 agosto 1432. Reg. cit. £ 337. TI flagello ora una gabella, che sî pagava
poi panni, che si estraevano dal regno per le' terre della Chiesa. Gli antichi
Riuristi lo ponevano tra jura retera, ed è molto noterole, che se ne faccia men:
ziono in quest'epoca.
(5) La Regina da alla Duchessa singolari lodi pei servigi, che le avera reso
mai perirolosi eventi e spocialmento «cum statua jpse evidenter in ani
quasi ia precipitio ac casi ant raina esso videbatur ct orat». Reg. Ang. 377 f. 427.
(0) 25 agosto. Reg cit. £1 310.
s0ogle cor
(1431) LIBRO SESTO 381
fra la Regina ed il Duca di Milano, per la quale l'una doveva
reputare nemici suoi i nemici dell'altra, e a questo tempo si
tramava una congiura tra i Fregoso, i fiorentini ed Alfonso
d'Aragona contro il Duea, per levargli Genova. Le enuse erano
molte: però di quei beni si era impadronito Ser Gianni (1),
I parenti e gli amici di Ser Gianni imprigionati, spogliati dei
beni, o riebbero la libertà, data buona guarentigia, 0 andarono în
esilio. La prigionia di Petracone Caracciolo non fu lunga (2);
sagncitalo atque constancia a quibus exponebamur perienlis liberarit, statnaquo
nostrum matis tune collapsum atque depressum, quem aliqui minimo nos colentes
ia totum destruere corabantur, viribus auxit, variaquo nobis prostitit
hactenus et assiduo de bono in melius non cessat prestare fructuosa atque digna
memorata sorvicia... » Rog. Ang. 377. £. 307. Il sequestro dei boni dei Fieschi
non era recente, Essi, per riaverli, avevano sollecitata la signoria di Firenze, la
quale a°5 di marzo 1432 aveva scritta alla Regina lettero di questo tenore.
« Regine Johanne, Serenissima Regina mater ae Domina nosira singularissima.
Quia familia Dominorum de Flisco fuit semper conjunetissima cani
nostra, n03 possumns facere quin pra illorum comodis equo ne pro nostris
pria latoree ol curas suscipiarouo, Curm igitur ipei domini do Flisco indueti fido
atque bonivolentia quam gesserant ia multis et meximis rebus orga Ilustrissimos
Regos predecessore vestros possessiones Neapoli et Avrse Regni locis sili ot
posleris suis comparaverunt quasi certissimum subsidium atquo refugium, ac
rossessiones ipse ab aliis nune contri justitiam et honestatem occupata teneantur,
sorenitatem vestram rogamue ut pro bonere Regio ot pro devocieno illive familio
mmadare ac providero dignetar,”quod possessione» ille Dominis de Plisco resti-
twaator. In quo ultra dobitum, et etiam singularem gratiam do hoc faciet serenitas
vostra nobis et populo nostro. Sont enim isti domini de Fliseo nobiscum in
federe et a' Duca Madiolani propterea dispersi atque afficti, ot etiam misericordia
iduci deboat Regium culmen illin antiquis et fidelibun servitoribus. parentum
vestrorum in suie neceesitatibus do suis proprie rebus eubvesiro ». Areh. di
Slato in Firenzo Carteggio della Signo: ive. CI. X. Dist, 1. n. 32 Filza 33.
© 43. I Fieschi non riebbero i beni ed i fiorentini fecero nuove istanze a° 16
ottobre 1434. Ivi c. 165. t.
€) La Regina, in un diploma del 25 ottobre 1432, dice: Petracone mili
oncallo dol Regno, consigliere o fedalo ». Era dunque tornato nella grazia di
lei. Egli aveva chiesto la restituzione di certo denaro pagato alle genti d' arme
di Ser Giaoni fino si 19 di sgesto, che fu quello dell'assassinio « in quo (die)
Petraconus ipse propter cerlas causas mentem nostram tune digne movente,
statumaqua nostrum cernentes fuit de nostro mandeto intua hoc castram nosi
Capuanuni Neapolia personalita» arrostitom. » Reg. Ang. 377, £. 307.
382 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1431)
Giovanni Dentice, soprannominato Carestia, per avere la libertà
sua e del figliuolo Perrino, promise di consegnare a Marino
Boffa Calvi, Torre francolise, e tutti i beni, che già furono
di Giovanni Bozzuto; fu però imposto ad essi di uscire dal
Regno (1); Marino Caracciolo pordotto il Contado di S. Angelo (2);
furono sequestrate le terre di Ser Gianni, ed in nome della
Regina Pasquale di Campli prese possesso di Orta, di Cerignola
e del Castello di Casalnuovo, che fu dato a: Marino Boffa e a
Giovannella Stendardo (8).
(I) Ivi £.937 6
@ In un diploma del 1.* settembre 1432
quondam comitia S. Angeli ». Ivi £ 815,
(I Ivi £ 315. Ho cenosto în altro luogo como Ir Regina diede in pegno Ceri
gnola a Ser Gianni per ducati duomila, © no abbiamo il diploma; sequestrata
dopo la morte di lui, fu nel 1417 intestata a Leonardo nipote di Marino Caracciolo
conte di S. Angelo, L'ultima discendente di lui fu Caterina, la quale nposò Ettore
Pignatelli duca di Montelaone. Essendo verso il 1628 morti entrambi, sorse un
rumoroso © lungo piato per la loro successione. Rep. ai Quinternioni, Capitanata,
Cerignola. IL fisco mosse lito alla Duchessa di Monteleone per la restituzione
della terra di Cerignola, © addi 8 decembre 1628 dichiarò, che teneva nella
R. Cassa 2000 ducali pel riscatto di quelta terra, Fu presentato allora un diploma
di Giovanna II colla data de' 18 marzo 1418. col quale faceva fede di aver ven.
duto a Ser Ginoni Caracciolo per dodici mila ducati «Terram Cidiniolo de
Provintia Capitanato juxta territorium Sslpharum Juxta territorium sansti Cassani
Juxta territorium $. Johannis de Fronte, Jutta territorium fure, Juxta fumen
Ofanti, nec non terram Orte de dicta provincia Capitanate Jurta territorium
prefate terre Cidiniole Juzta territorium Tre santi... ». Ho trovato una copia di
questo documento nell'Archivio di Casa Pignatelli Egmont Fuentes in Cerignola,
ora del Sig. Dura di Doudeville (Larechefoueauld); în fino di esso legge
« Datum 1418 10 marzo XI Ind. De mandato reginali oretenus facto Petrus Cale
Registrato in Cancelleria per Prothonotarium Die vicesimo mensis"martij XII!
Ind. Anno domini millesimo CCCCLXLIIU present privilegium. presentatum
- predictia nostris remissa copia per magnificum viram.... tam pro se quam
pro parto Comitia S. Angeli remisma sopia. Joannes Antonius locus sigilli pen-
dentis cum cordula rubea et nigra».
Vi ha in tatto ciò qualche cosà, ché non quad
In fine di un altro esemplare di questo diploma dopo varie note, leggesi: « Ex-
tracta est presens copia a supradieto suo originali fasciculo qui conservatur în
Archivio Magnae R. Curise Sielac Nenpolis cum quo fueta collationo concorda?
ote. U. J. D. Sigionundus Sicola Reg. Archivarius hic se subscripsit. Nespoli 15
decombris 1688 Sigismuadus.» E nota il fascicolo 94 £ 202, A” 15 di maggio 1781
il Chiarito dichiarò, che nell'Archivio « non vi sono altri diplomi per Cerignola,
cho il pegnoramento a ser Gianni, © l'altro di Pasquale di Campli secondo i
legge di lui «Marini Caracioli
Google ont ira
o 383
(1481) LIBRO
Intanto Caterina Filangieri, dopo l'assassinio del marito e ln
cattura del figliuolo, s'era ridotta a Caivano; la Regina per
deliberazione del consiglio regio »' 29 di agosto 1432 le mandò
Giorgio de Alemannia, conte di Pulcino, per fare patto con lei.
Un solo dei capitoli di quel patto ci è noto, è il terzo, che io
voglio porre qui nella sua forma originale volgare:
« Item la dieta Contessa promeete alo dicto Conte de Pul-
cino, nomine et pro parte dela dicta Majesta, assignare ad ipsa
Majesta o chi essa vorra et comanderra, tucte Citate et terre
castella luchi et fortellicze, che teneva lo dicto gran senescallo
excepto quello de lo Contato de Avellino et laltro che se con-
tene inde lo primo capitulo ut supra. Vero se alcuna dele dicte
citate terre et luchi (sic) Castella et fortezze se rebellasse, o
vero per altri se occupasse sive dolo et culpa de ipsa Contessa,
et pendente la assignatione dele diete Terre et luchi, ipsa Con
tessa non sia tenuta ala assignatione dele diete Terre et forteze,
che se occupassero ut supra, la quale assignatione se debian
fare ala dicta Maiesta infratormino de mese uno: et Travano
suo fillio ad omne requesta de ipsa Majesta renuncerra ad ipsa
Mayesta omne raysone et accione che ave in dette terre. Et se
infra Jo dieto termene per alcuna justa ocensione non so potesse
fare la assegnatione de tucte le dicte terre et Castella, non se
intenda essere convenuto per la dicta contessa, ma per lo fvllio
romanga puro in potestate delo dicto Conte sino ala restitutione
et observantia dele cose predicte et infrascripte (1) ». La Regina
per guarentigia di questi patti aveva affidato Troyano Carnc-
ciolo al conte di Pulcino: la Contessa promise anche di con-
segnare parte del denaro e gemme accumulati da Ser Gianni
nelle sue castella, ma mon tenne patto e non volle cedere il
castello di Melfi, dove era custodito il tesoro maggiore, e Gio-
vanna ordinò al conte di Pulcino di riconsegnarle Trayano (2).
Repertorii fatti di Sigismondo Sicola nel 1685. Il diploma del 1418 non si rin:
viona nel fas, ang. 94, però v'ha una nota miessa non 60 come nei Rep, dei
Quinte « La predetta Regina vendà libera la terra della Cerignola al dotto
Carsceiolo per 12 mila ducati, et il privilegio di delta vendita fu pisto in casa
del Lungotenente della Camera 6 lo lesse il D.r Vincenzo Sergio ». Fra i docu»
menti della Regina Giovanna io non l'ho rinvenuto.
(1) Reg. Ang. 377 £ 397.
(2) Ivi. Il doc. cit. nella nota precedente è ineluso nell' ordinanza per la reati»
384 GIOVANNA HM D'ANGIÒ (1431)
Ebbe pietà dei miseri il Principe di Taranto, il quale pregò
la Regina ad usare misericordia colla vedova di Ser Gianni ed
il figliuolo, ed ella confermò i patti di Caivano, assegnò alla
Contessa un altro termine per la consegna del castello di Melfi
e del tesoro (1), se non avesse tenuto parola, sarebbe stata
ribelle. La Regina ordinò a Giovanni Cicinello e Urbano Cim-
mino, l'uno presidente e l'altro attuario della Sommaria, e ad
Antonello Barone di rivedere i conti di Anello de Accurso,
cancelliere di Ser Gianni, ed assi sequestrarono e mandarono
alla regia camera ducati 2378, rimasti presso di lui (2).
Dall'altra parte molti privati si volsero alla Regina, per avere
ragione delle soverchierie del grande Siniscalco; tra essi Bar-
tolommeo Cito, abate di S. Maria in Micilliano, dichiarò, che
Berardo Caracciolo, fratello di Ser Gianni, arcivescovo di Co-
senza lo aveva molestato nel possesso di alcune terre, patrimonio
della chiesa, poste in quel di Torre Ottava. Egli s'era racco-
mandato umilmente al grande Siniscalco per avere giustizia, e
questi aveva commesso il giudizio all’Arcivescovo di Napoli,
ma intanto aveva sequestrato le rendite, L'Arcivescovo trascurò
il processo, e l'Abate allora si volse alla curia di Roma, la quale
sentenziò, che il sequestro era ingiusto, e il Gran Siniscalco
dovesse restituire il mal tolto, questi però non s'era curato di
ridare la roba all’Abate (3) Raimondo Orsini conte di Nola 6
Grande Giustiziere richiese alla Regina il Castello di Montefre-
dine nel Principato ulteriore, che gli era stato donato pei servigi
resi alla regia Corte © n'era stato spossessato da Ser Gianni (4).
tuzione di Traiano. Fu fatta a' 18 di oltobro 1432 ia seguito dell'avviso dei rezi
consiglieri: Nicola Misiscnno, Antonio Sanseverino conte di Tricarico, Perdicasso
Rarrilo conte di Monte (Mrrisio, Angelo di Gambatosa conte di Campobaiso,
Dintro Palagano, Giovanni Cossa, Vinciguerra Lavario dottore in Legge locote.
nente del Gran Cancelliore, Goffredo di Gueta dottore dell'uno e dell'altro diritto,
Angelo Rocca di Trani, Girolamo de Mifoballia dottor in legge. Questi sotto-
enan
scriprimus et anulo niciavimue »; a qualcuno: « fataor, subscripei et signa
(1) Decembro 1442. Ross. Ang. 577 f. 304 L
(2) 20 settembre 1d:i2 Reg. cit. (. 308,
(8) 21 gennaio 1435, Reg. Ang: 377 f, 3
(4) 18 settembra 1432. Ivi f. 352 &
Google cor
(1431) LIBRO SESTO 385
I cittadini di Capua e dei Casali esposero, che il re Ladislao
aveva donato loro l’esazione delle gabelle nuove, ad ella stessa
aveva confermato il dono; quando però Ser Gianni ebbe in
pegno la città, li privò di quel beneficio (1). 7
Del grande Siniscalco scrisse la vita Tristano Caracciolo, e
ne lodò la castità dei costumi, la fede coniugale serbata inte-
merata, la moderazione, l'umiltà, la modestia; vorrei anch'io
confermare questo giudizio, perchè maggiore soddisfazione ha
l’uomo dal dire bene, che male, la storia però è non timida
amica della verità: fu prode e modesto nella gioventù, quando
povero cavaliere militava con Ladislao; levato a grande stato,
favoro della Regina, l'ambizione, l’avarizia guastarono l’uomo.
Non so, se altri abbiano arrecato al regno tanti mali, quanto egli.
Vario, mutevole, di poca fede: cangiava proposito quando gli
tornava utile, non soffriva, che altri fosse a lui superiore. Alla
Regina fu ingrato. Invece di trovare modo di pacificare il regno,
ebbe sempre gli occhi rivolti ni soccorsi di principi stranieri
per combattere gli avversarii suoi; diede il mal consiglio della
chiamata di Alfonso d'Aragona, sperava di averlo docile e ma-
neggevole, © quando trovollo altro uomo da quel che egli cre-
deva, si volse a combatterlo. E fu grande colpa. Ministro peri-
coloso, malvagio consigliero non lasciò memoria di alcun
benefizio arrecato al regno.
(1) V. Reg: ang. 377 £ 355 L Il documento è monco, ma quello che lo pre
cede reca la data del L° ottobre 1432: «I'ro universitate et hominibus civitatis
capue de confirmatione »
25. — Pamaalia, Giovanna II d'Angiò.
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dia
"STORIA DELLA REGINA
GIOVANNA II D'ANGIÒ
LIBRO SETTIMO
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DI Google CORNELL UNIVERSITY
Effetto delle trame di Ser Gianni Caraceioto © del Principe
di Taranto con Alfonso d'Aragona. — Concilio di Basitca. —
1’ imperatore Sigismondo viene in Italia. — Pratiche di Alfonso
con Eugento IV, la Regina, i baroni del regno.
Scioltosi dagl'impacci della Spagna, Alfonso approntò l’ar-
mata, e per dare oneste apparenze all'impresa, che meditava,
sparse la voce, che sarebbe andato contro i mori di Tunisi, e tutti
gli apparecchi di guerra erano fatti per l’Italia, Suo disegno
era di andare nella Sicilia, per ravvivare le amicizie coi baroni
del regno, combattere gli angioini nella Calabria e intrigare
col Duca di Milano. Questi, del resto, non aveva mantenuto
nessun patto: non aveva ceduto Calvi e Bonifacio, era debitore
di ventottomila fiorini per le paghe delle genti, che guardavano
le castella della Liguria, ed il nolo di sei galere catalane.
Il Re aveva mandato a Milano Giacomo Pellegrino per richia-
marsi delle promesse mancate.
Alfonso dunque ai 23 di maggio 1432 con sedici galere ve-
leggiò da Barcellona per Cagliari, dove trovò lettere di Giovanni
Rota castellano di Tropea, che lo sollecitava per aiuto; com-
battuto dagli angioini, domato dalla fame, aveva pattegginto: sc
nel termine di venti giorni non gli fosse venuto soccorso, avrebbe
reso il castello. Aveva dato in ostaggio i figliuoli. Senza indugio
il Re si rimise in mare, ma al Capo Carbonaro, a mezzodì della
Sardegna, levossi un'orrida tempesta, le navi sbattute qua e là
varii giorni, alfine sdrucite si raccolsero nel porto di Palermo,
ma essendo il vento opportuno, navigò per Tropea. Dopo ventotto
Google n
390 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1432)
ore pervenne innanzi al castello, ma il mare grosso gl’ impedì
di prendere terra. Era l'ultimo giorno assegnato per la resa,
ed il castellano, vedendo il soccorso vicino e senza pro, fu
costretto a tenere patto (1), Il Re allora ricoverò le navi nel
porto di Messina, e poichè i fatti della Calabria non gli erano
propizii, a mezzo agosto andò a combattere i mori nell'isola
delle Cerbe; como però ebbe notizia della morte di Ser Gianni,
e di un’umbasceria, speditagli dal Papa, diede una buona rotta
all'esercito del Signore di Tunisi, e deliberò di tornare in Ara-
gona, per condurre poi l’armata nei mari d'Italia, ed isvernare
tra Lipari, Ischia e Portovenere (2).
In questo tempo gli occhi dell’ Europa erano rivolti al con-
cilio di Basilea, che Papa Martino, poco innanzi la morte, con
bolla del 1° di febbraio 1431, aveva ordinato di riunirsi per
definire le quistioni, che tenevano divisa la cristianità e rifor-
mnare la chiesa (3) Da prima i padri convennero rari, poi, cre-
sciuti di numero, a viso aperto si dichiararono avversi all'autorità
pontificia, ed Eugenio IV, visti gli umori, temendo degli effetti,
propose di trasferire la sede del Concilio in una città italiana
per averti vicini, e guidarli a suo modo. Ma i basileensi non
l’udirono. Ad essi dava favore l'imperatore Sigismondo, il
quale sperava, che avrebbero risolute le quistioni religiose, le
quali mettevano sossopra la Boemia e gli costavano assai denaro
e sangue. Egli, del resto, sul principio dell’anno passato era
disceso nell'Italia col pretesto di incoronarsi, e sebbene l’auto-
rità imperiale fosse mancata in tutto di qua delle Alpi, la
venuta di lui parve pericolosa alle Signorie, che vivevano in
sospetto 0 în guerra fra di loro. Filippo Maria, che l'aveva
esortato a venire, quando lo vide non lontano da Milano, andò
a chiudersi nel castello di Abietograsso: Micheletto degli Atten-
doli, capitano dei fiorentini, assall e ruppe le squadre imperiali,
alle quali si erano aggiunte le armi lucchesi; Papa Eugenio,
saputo, che in suo danno intrigava coi Colonnesi, n' ebbe grande
dispetto. Trovandesi dunque Sigismondo senza denaro, con pochi
soldati, e con discredito fra genti nemiche, incolpando di ogni
(1) Fucto, ed. cit. lb. IV, 60. Zuntta, lib. XIV, & II, 209 6 sog.
@ Id ho $ V, 211,
(5) Ravsatno, ad an.
Google ‘
(1482) LIBRO RETTIMO 301
suo danno il Duca di Milano, fu costretto a domandare l’ospi-
talità dei Senesi (1), nella cui città dimorò a lungo a spese
loro. Alfonso d'Aragona, il più avveduto di tutti, spiava gli
avvenimenti per trarne profitto. Aveva sopra ogni altra cosa a
cuore di vincere la ritrosia della curia romana, per l’approva-
zione dell'adozione di Giovanna II e verso di essa talora si
mostrava cedevole, spesso nemico, Persuaso dal Cardinale di
Fox nel 1429 ordinò all’antipapa Egidio Mugnos di deporre
le insegne pontificie, e credette di avere reso alla Chiesa un
grande beneficio collo spegnere l’ultima fiammella dello scisma.
L'arma però era spuntata e di nessun uso; essendo rperto il
Concilio di Basilea, egli, per mezzo de’ suol oratori, poteva av-
versare 0 favorire i padri o il Papa, secondo l’opportunità.
Quando, dopo l'impresa di Tunisi, gli ambasciatori di Euge-
nio IV andarono a trovarlo, e gli esposero, che il Papa domandava
il consenso di lui per trasferire la "sede del Concilio a Bologna,
rispose il Re, che era disposto a secondario non solo per ciò,
che riguardava il Concilio, ma gli avrebbe dato altresì aiuto
di soldati e di denari per sostenere Firenze e Venezia nella
guerra contro il Duca di Milano: innanzi tutto però voleva
essere investito del regno di Napoli. Con questa risposta, addi
sei ottobre 1432, da Saragozza mandò ad Eugenio suoi oratori
frate Antonello da Fano suo confessore, e Matteo Pujades (2);
dipoi, rimessosi in mare, andò a Messina per dare mano ai ba-
roni amici, e ripigliare le pratiche colla Regina. L'Annalista
della regia famiglia di Aragona narra, che queste non erano
state interrotte dopo la morte di Ser Gianni, c che Alfonso,
tornato dalla spedizione delle Gerbe, trovò a Saragozza ambi
sciatori della Regina. Questa lo ammoniva a non passare nel
regno fino a che ella fosse viva, colla promessa di revocare
tutti gli atti contrari a lui, rinnovare l'adozione, ridargli il
ducato della Calabria; gli avrebbe concesso di tenere nel regno
molta gente d'arme. Le proposte non dispiacquero al Re, ©
all'ultimo di settembre 1432 mandò a Napoli Gisberto Dezfar
@ Bernardo Sans con lettere di accettazione; essi però dovevano
anche trattare con Antonio Colonna, che gli chiedeva aiuto;
(1) Browiscontno, 140. Enea Sivio Piccotostis, Commentarii 175, 101.
(@) Zonrra, lib. XIV, 8 V, 211.
Google :
392 GIOV,
NNA II D'ANGIÒ (1432)
visitare e confermare nella sun devozione Giovanni Antonio
di Marzano, duca di Sessa, Angelo Gambatesa, conte di Cum-
pobasso, Ugolino dei Manieri, Cristofero Gaetani, Carlo Ruffo,
conte di Sinopoli, Battista Caracciolo, conte di Terranova;
tentare e adescare con larghe promesse altri baroni. E più di
tutti intrigava pel Re il Principe di Taranto, che aveva intel-
ligenze con Jacopo della Lagonessa, Jacopo Gaetani, Gualtiero
Caracciolo, Algiasio Orsini. Ai 20 di novembre Antonio Colonna
mandò a dire al Re, che era pronto a dargli giuramento di
fedeltà, ed inalberare la bandiera aragonese con quella della
Regina, se gli fosse piaciuto; lo sollecitava a passaro nel regno,
e andare a Salerno o in altra terra sua, propose di dargli il
castello di S. Renedetto per gunrentigia: avrebbe preso le armi
come fosse sbarcato in qualsivoglia luogo a Nicosia o a Term-
cina; prometteva di mantenere quattro mesi a sue spese cin-
quecento cavalli e quattrocento fanti.
Si rallegrò Alfonso di queste profferte, lo confortò a rimanere
fedele, e lo assicurò, che gli avrebbe ridato tutte le terre del
suo principato di Salerno, che non aveva riavute ancora, col
contado di Sanseverino, e ad Eduardo la baronia di Raiano
oltre il contado di Celano; promise di cassare tutte le donazioni
delle terre appartenenti a quegli stati, fatti dalla Regina ad
altri baroni. Gli mandò Matteo Pujades per stabilire ciò, che
s'aveva a fare (1).
Nella regia Corte si agitava sopra tutti, per affrettare la
venuta del Re, la fiera Duchessa di Sessa; Alfonso però tempo-
reggiava, perchè voleva, prima di prendere le armi, essere certo
(I) Zonta, III, lit, XIV. $ IX, 214. In offotto Eduardo ed Antonio Colonna
noa erano stati rimessi in possesso di tutte le terre loro.
Hi di 3 luglio 1432 La Regina (rancò d'ogni imposta Severino Russo pe' servigi
rosi « circa reduetionem diete civitatis nostre Vici ad nostram hobedientian
Rog. Ang. n. 377 (RT.
A' 18 di settoîubre 1422 nominà capitano di Sorrento « nostra città + Filip.
pello Fellapane, Ivi {. 346 t
Agli # d'agosto confermi Errielello Muscettola capitano di Tramonti 0
Maiori. Ivi £. 348 t
HI 18 di marzo 1433 concesse al dottor Vinciguerra de Lanario trenta once
wi provvanti di Minosi Il diploma fu dato presenti la Dachossa di Sassa, Marina
Holfa, Giovanni Cicinello, Ivi £. 359 t.
È Google cor
(1432) LIBRO SETTDIO 398
del favore del Papa e avere dalla Regina la conferma dell’ado-
zione. A questo effetto, sull’entrata del mese di decembre 1432,
mandò a Napoli Gil Cacirera, Nicola Speciale, Gisberto Dezfar
e Battista Platamone. Come questi furono innanzi a lei, ella
disse loro, che prima di trattare occorreva, che Alfonso accor-
dasse una tregua. Gli oratori catalani si meravigliarono della
richiesta, perchè non era guerra fra loro: da parte del Re essi
poi richiesero la nuova adozione, ed il giuramento d' omaggio
dei baroni: domandarono le paghe delle genti, che il Re teneva
a guardia delle castella di Napoli, d'Ischia e di Procida, Le
parti non s'accordavano. La Regina era contenta di soddisfare
il Re per ogni richiesta, ma voleva la promessa, che non avrebbe
messo piede nel regno, fin che ella fosse stata în vita, e le avesse
restituite le castella; il Vescovo di Umbriutico e Michele Pe-
Tista (1), dovevano trattare della cessione di esse col Marchese
di Cotrone, che era tutto d'Alfonso. E questi dalla parte sua
faceva le viste d’esser disposto a compiacerla in ogni desiderio,
metteva però sempre innanzi l'adozione, e la concessione del
ducato di Calabria; e per dare alle sue richieste apparenza di
sincerità e di buona fede, come racconta l'Annalista della regia
famiglia d'Aragona, propose alla Regina, che fucesse locotenente
la Duchessa di Sessa,
Intanto gli oratori, mentre trattavano colla Regina, visitavano
i baroni amici, li sollecitavano a preparare armi, con promesse
di onori e dî oro, confortavano gl'incerti, si studiavano di
adescare coloro, che non erano amici; magnificavano la bontà
del Re e la magnanimità, davano grandi parole e speranze
sterminato. Gil Cacirera, il quale era stato governatore dello
castella di Napoli, ed era noto a molti, persuadeva | capitani
delle genti d'arme a non rifare la condotta con la Regina,
finito il tempo. Le cose procedettero tanto, che il Conte di Fondi
aveva già în ordine i suoi soldati, il Principe di Taranto si
disponeva ad andare all’Acerra co' cavalli suoî, Michele Cossa
‘offriva il servigio delle sue navi. Intanto, per stabilire ciò, che
‘occorreva di fare, il Re mandò Andrea de Biure e Bernardo
Alberti al Duca di Sessa per dirgli, che voleva incontrarsi con
() Uowstt, L S. VIII, 572.
Google ‘
394° GIOVANNA II D'ANGIÒ (1432)
lul. Narrano, che era anche d'accordo con la Duchessa, e che
coll'avviso di lei a'22 decembre 1482 si parti da Messina e
venne ad Ischia.
Fra tante agitazioni di baroni, e apparecchi di armi mal celate,
la venuta di Alfonso atterrì la Regina; il Re, per quetarla, man-
dolle a dire, che voleva cedere le castella, ma richiedeva per
esse il ducato della Calabria, e poichè, senza licenza di lei non
poteva mettere pied nel regno, offriva la guarentigia del Prin-
cipe di Taranto, del Marchese di Cotrone, della Duchessa di
Sessa e di Marino Boffa (1). Dipoi Alfonso diede ad Andrea de
Biure le commissioni d'andare alle Signorie di Siena, Firenze,
Venezia, al Duca di Milano © all'Imperatore, per tenerli infor-
mati di ciò, che trattava. E allora apparvero quali fossero le
disposizioni pacifiche del Re, perchè alla venuta în Ischia
cominciò la rivolta dei baroni; Jacopo e Ruggiero Gaetani
congiurarono di dargli Gaeta. La Regina allora, visto il pericolo,
si volse ad Eugenio IV, e questi, a' 9 di decembre 1433, spedì
bolle pontificie ai baroni e alle università del regno, nelle quali
diceva, che per fama e per letiere della Regina aveva saputo,
che il Re di Aragona aveva approdato con una forte armata
nel porto d'Ischia, e da molti © chiari segni appariva, che
era venuto per invadere il regno. Questo ci pare difficile a
eredere, diceva il Papa, per la singolare devozione, che egli
professa di avere verso di noi e della Chiesa, e per le promesse
fateci, riconoscendo, che il regno è della Chiesa romana. E in
conclusione esortava tutti a difendere fedelmente la Regina,
minacciando le pene canoniche contre i ribelli (2). In questo
il Papa carezzò tutti, si studiò di fare tutti contenti, e spargere
cenere sulle brage, per levare scandali e contese nel regno,
chè gli venivano d’altre parti assai fastidi.
E fastidii gli dava 1° Imperatore, il quale, con la lunga dimora
in Siena, si redeva quel Comune. Voleva da Papa Eugenio, duro
uomo, ln corona e la licenza di levar denaro alle chiese per
la guerra della Boemia, la rinuncia ai diritti che la Curia
(1) Diurn, di Moniet 88, NUTR Giacosto, 78, nota non bene, che Alfonso
venne a Napoli il 19 di decrmbre con 25 galere © fu ricetuto dalla Regina.
€) Ravsarso, TX, $ XXVIN, 160. « Datum Ronmo ete. NOCCOXXXI, V,
id. januarij pontificatis mostri anno Il ». È crrato l'anno.
» Google
(1433) LIBRO SETTIMO . 395
romana aveva nei paesi dell'impero e ne traeva denaro, Ed
Eugenio non piègava. Con queste pretensioni Sigismondo sî tro-
vava da un anno fuori casa: a Roma non poteva andare, chè lo
vietava il Papa, a Siena non gli era dato rimanere, ché i cit-
tadini già l'avevano in uggia e minacciavano i tedeschi; senza
aver cinto la corona, senza esercito, senza denaro non osava
valicare le Alpi e tornare a’ pacsi suoi. In queste condizioni
egli diveniva maneggevole istrumento, trattato dall’abile Re
d'Aragona. Questi fece pratiche per incontrarsi con lui, e il
Papa, come udì questo, si sgomentò, pensando al danno, che
potevano arr'ecargli nel Concilio. Mandò ad Alfonso il vescovo
di Concordia Daniele Scoto (1), per lusingarlo con la promessa,
che avrebbe confermato l'atto dell'adozione della Regina, a
patto, che restasse segreta la conferma e, che vivente Giovanna II,
sarebbe rimasto lontano dal regno: per compensarlo delle spese
sostenute nell’armamento delle navi, era disposto ad assegnargli
centomila fiorini sulle rendite delle chiese dei regni suoi in
ispazio d'un anno. Richiedeva però, che mandasse le galere
alla marina di Talamone, per dare fastidio a Sigismondo. Il Ro
voleva guarentigie delle promesso del Papa, e le pratiche non
ebbero effetto: vedendo anzi, che Eugenio IV mostrava di dare
fuvore alla parte angioina nel regno, per condurlo a' suoi disegni,
si volse nuovamente a Sigismondo per accordarsi e trovar modo
d’impedire; che il Concilio fosse trasferito a Bologna. Quando
Andrea Biure, già mandato Re oratore alle Signorie d'Italia,
al Duca di Milano ed a Sigismondo, tornò ad Ischia con
vanni d'Orlando, il fratello di Brunoro della Scala, ed un gen-
tiluomo senese per accordare Imperatore e Re, s'erano di nuovo
intorbidate le cose della Spagna: i veneziani si proponevano
di dare soccorso al Re di Castiglia, ed i genovesi, per patti
intervenuti, offrivano l’aiuto loro ad Alfonso (2). Ma le eonelu-
sioni di tutti questi trattati erano diMcili per interessi diversi
delle parti, accompagnati da sospetti e mala fede.
() Uonetu, LS. V. (@) Zunrra, Lc, 217,
oogle - ERSIT
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II
Alfonso sollecita il Principe di Taranto a prendere le armi
contro la Regina, — Ribellione di Ruggiero e Jacopo Gaetani,
del Duca di Sessa repressa dai Catdorescht. — Intervento di
Eugenio IV.— Tregua di dieci anni fatta fra il Re e la Regina, —
Rinnovamento dell'adozione di Alfonso.
In questa condizione di cose, parve ad Alfonso di dover
rompere gl’indugi, e levare una fiamma di guerra in qualche
parte del regno, senza, che egli, che dava a vedere di voler
comporre le differenze pacificamente, apparisse. Mandò al Prin-
cipe di Taranto il suo consigliero Ximenes del Pueyo, per del
berare come e dove fosse opportuno di rompere la guerra.
Stimarono essi da prima, che convenisse di togliere Napoli alla
Regina, ma l'impresa era pericolosa, perchè avrebbe da una
parte scoverto le trame e dall’altra data occasione a Jacopo
Caldora di correre coi suoi cavalli; sembrò quindi più utile e
prudente di levare la bandiera aragonese in un luogo sul mare
dove fosse stato agevole alle galere catalane di recare aiuto.
Mentre si facevano queste macchinazioni nella Puglia, gli amici
del Re, tra il Garigliano e le terre della Chiesa, erano stati più
lesti; Ruggiero e Jacopo Gaetani, il Duca di Sessa avevano rau-
nato genti, e assoldato due capitani torbidi e audacissimi, spesso
ricordati in queste istorie, Riccio da Montechiaro e Cicco An-
tonio de Caris (1). Jacopo Caldora mandò alquante squadre
(1) A' 13 marzo 1433 la Rogina dichiarò di regio demanio la terra di Balio
nella Basilicata, già poweduta da Cicco Antonio de Caris « qui preter nos
Naiestatis voluntatem se conduxit ad stipendia ducis Suesse et ad cius servicia
permanet +, facendo guerra coniro di lei e suoi fedeli. Perciò fu reputato
ribelle. Reg. Ang. 377, £. 365.
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398 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1438)
delle sue genti d'arme a combatterli, ed il Duca chiese aiuto
al Re; questi sollecitò il Principe di Taranto, promise condotta
d'armi a Giosia Acquaviva e ai baroni di casa Lagonessa,
acciocchè avessero molestato Messer Jncopo nelle sue terre
d'Abruzzo; ma îl Principe neghittoso non sì mosse, la condotta
cogli altri non fu fatta, ed i caldoreschi con poco sforzo spen-
sero il fuoco. Dall’altra parte il Papa mandò Ermolao Barbaro
Vescovo di Treviso (1) al Duca, per esortarlo a dar fine agli
scandali (2); serisso alla Regina, che si moravigliava, come
ella reputasse ribelle Ruggiero Gaetani, del quale sempre aveva
lodato la fedeltà: avrebbe egli infrenato Jacopo Gaetani, che
era suddito della Chiesa (3). Per mezzo del Vescovo di Con-
cordia propose ad Alfonso di fare colla Regina una tregua di
dieci anni (4), ed il Re, vedendo, che i baroni facevano più
rumori, che fatti, accolse la proposta colla condizione, che la
Regina avrebbe rinnovata l'adozione, diede a Gil Cacirera,
suo vicerè, facoltà di conchiudere la tregua per le castella di
Napoli, Procida ed Ischia (5), e ordinogli nello stesso tempo di
tenersi pronto a rompere la tregua, se la Regina avesse tardato
a mantenere le promesse. Le pratiche furono condotte con
tanta segretezza, che non ne ebbe notizia manco Urbano Cimino,
che era sempre alle orecchie di lei, e ni 4 d'aprile la Regina
revoeò l'adozione di Luigi III, confermò quella d’Alfonso (6).
L’Annalista Aragonese riferisce l'atto nella lingua sun.
(1) Vonetta, V, 502, (2) Ravaanzo, IX, 100. (Iv (Ivi
(5) Ai 17 di marzo erano stati sottoscritti i patti della tregua. Quel d
confermò un salvacondotto a Berengario Baroles, al figliuolo dî lui e
i. Esso scadova ai 17 di aprile © fa prorogato ad altri duo
Dice la Regina nel diploma, « si contigorit tregua initam et frmatam inter
nos et virum magnificum Egidium Sasirera Viceregem ete. rumpi et annullari
volumwus, quod presena noster salvus conduetus in suo robere et efficacia perso-
vorot». Berengario poteva trafficare con navi a Napoli, Salerno, Gaeta e altre
città del regno. Rog. Ang. 977, f. 356.
(6) lo seguito ia tutto quosto racconto lo Zuarta, 1. o. 8 XII, 217, ponendo
qua o la qualcho nota, che conferma la verità dei fatti, i quali, come afferma
l'Annalista aragonose, restarono ignoti agli scrittori del regno per la grande
souretezza con la quale furono fatte le pratiche: « Esto fuo en graa eecreto, porque
Urbano Cimino, qua aetaba siompre nlss orsias do la Royna, y otros muy afficio=
rados al vanto Anjayno, no lo entendiosse
(1438) LIBRO SETTIMO 300
La Regina ricorda l'adozione d'Alfonso d'Aragona, e la ‘con-
cessione del ducato di Calabria, gli scandali e le lotte che
avvennero poi, la revocazione di essa, l'adozione di Luigi IM
d'Angiò, e restituisce Alfonso nella condizione di figliuolo
adottivo e di erede, annulla ogni atto contrario, gli ridà il
ducato della Calabria con la facoltà di intimare a Luigi, che
fra certo termine debba purtirsi dal regno; partito l’angioino,
doveva però il ducato essere governato dalla Duchessa di Sesen
e da Gil Cacirera. Furono presenti e testimoni la Duchessa,
il Conte di Campobasso, Giovanni Cicinello per la Regina: pel
Re il Gacirera, Nicola Speciale, Nicola di Caltagirone. Il docu-
mento fu dato alla Duchessa di Sessa, perchè l'avesse conser-
vato fino al tempo opportuno di pubblicarlo (1). Dall'altra
parte il Re a’ 6 d'aprile dichiarò, che non sarebbe venuto nel
regno vivente la Regina, non lo avrebbe turbato con guerre:
avrebbe’ceduto agli ufficiali di lei il Castelnovo, il Castello
dell'Ovo, la torre di S. Vincenzo, quella del Gallo nel golfo di
Salerno, il castello e la terra d'Ischia, quando, allontanato
Luigi III, egli avrebbe ottenuto il ducato della Calabria. Nota
l’Annalista Aragonese, che da questi patti appare chiaramente,
che nè la Regina, nè i baroni volevano, che îl regno fosse
governato da nessuno dei principi contendenti.
(1) Zunita, ivi. Diurn. di Mont. 88.
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III
Mutamento della Regina a favore di Luigi III — Papa
Eugenio IV ottiene la pace fra Veneziani, Fiorentini e Duca di
Milano ; si pacifica con Sigismondo e lo incorona. — Alfonso fa
con la Regina una tregua di dicci anné, — It Principe di Taranto
dà occasione ad una nuova guerra di baroni.
E la tregua non ebbe effetto perchè avvenne un repentino
mutamento. L'accoglitoro dei Diurnali, detti del Duca di Mon-
teleone, racconta, che la Duchessa di Sessa, vedendo, che Alfonso
dava favore al Duca suo marito, n'ebbe tanto dispetto, che da
amica del Re, gli si fece inimicissima (1), e, come quella, che
era potentissima presso la Reginn, turbò tutto l’ordine degli
accordi. Ma, o che il mutamento sia avvenuto per gli odii
domestici della Duchessa, o per raggiri cortigianeschi, o per
mala fede di Alfonso, o per sentore, che la parte angioina abbia
avuto delle trame (2), certa cosa è, che la Regina, addi 16 di
giugno 1433, serisso ai prelati delle chioso della Calabria, al
Marchese di Cotrone, ai conti di Tricarico, di Sinopoli, d'Arena,
di Gerace, di Terranova, a Giovanni di S. Angelo signore
d'Oppido, a Nicola Ruffo, ad Antonello de Fuscaldo, a Carluccio
di Lauria e agli altri baroni delle terre calabresi, lettere di
questo tenore: « A voi è noto, che il Re d'Aragona avversario
nostro notorio, ed inimico, è stato per certo tempo coll’armata
sua in Ischia, e vi dimora di presento; noi sappiamo, che ha
(1) Diurn. cit. 83.
(®) Nei Diurnali, ivi leggesi, cho Lo tramo furono scovorte da Urbano Orilia,
28, — Famaonia, Giovanna II D'Angiò.
402 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1433)
fatto condotta di gente a piedi e a cavallo, con ogni sforzo e
con prava intenzione si è studiato di mettere sossopra il regno,
toglierci lo stato nostro. Avrebbe fatto peggio, se avesse potuto,
contro di noi; non mutò animo e proposito di recare offesa
a noi © al regno e aggiungendo a mali mali maggiori, ogli
ed i partigiani suoi, di per di minacciano guerre e tribolazioni
in codesto ducato di Calabria. Del ducato per nostra munifi-
cenza regia ha titolo e dominio il serenissimo principe Luigi III
duea di Calabria e d'Angiò, figliuol nostro carissimo; che noi
siamo di diritto obbligati a proteggere e difendere, e così ab-
biamo deliberato di fare, il signor Duca figliuol nostro per
materno affetto, ed il ducato come parte del regno ». Voleva
infine la Regina, che tutti i Signori avessero prestato l’opera
loro a questo fine (1).
Il mutamento non avvenne senza influenza della Curia r0-
mana; dall'altra parte nel mese di aprile 1433 molti notevoli
fatti si volsero in Italia: il Papa, coll'opera del Marchese di
Ferrara, aveva riconciliati i fiorentini ed i veneziani col Duca
di Milano (2); egli stesso s'era accordato con Sigismondo impo-
ratore, ed il di della Pentecoste l'aveva incoronato (8). Sigi-
smondo, che aveva tante brighe in casa, ne cerenva altre in
casa .altrui, voleva mettersi în mezzo a quelle della Spagna
e togliere le differenze, che erano tra la Regina Giovanna ed
Alfonso e, pacificato îl mondo, andare all'impresa della Terra
Santa. Alfonso tuttavolta in un puoto vide svanire le spe-
ranze poste nell’imperatore per molestare il Papa, e colla
repubblica di Siena, quando l'oratore della signoria era andato
ad Ischia. Nello stesso tempo fu riferito al Re, che fiorentini
(1) Ho tradotto în italiano quasi alla lottera il tratto più importanto del
diploma, ed è quindi inutile di riferirne il testo, Resta a notare il: « Datum in
caetro nostro Capuano Neapolis ete. MCCCCXXXUI die XVI mentis Janij XI
Ind. Regnoram nostrorum anno XVIIII, de mandato Reginali orelenus facto ac
eum delileratione Consilij Antonellus do Thearo ». Reg. Ang. n. 377 £. dI6,
Masteni Riccto, Saggio cit. 104.
@) Boxincovto, 140. Manx Sanvro, Ist. di Venezia RL S. XXIL Ann,
Forolie. Ivi. A questa concordia alludo Jo Zurtta, III, lib. XIV, 8 XV, 220 t,
ma confessa: «yo no hallo que condiciones fuessen las desta concordia. »
6) Leosanoo Aretivo, Zist. R. I. S. XIX, Ravwatpo, ad. an.
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(1433) LIBRO SETTIIO 408
© veneziani avevano deliberato di mandare nel regno le armi
loro in favore del Papa, se fosse morta la Regina (1).
Vedendo Alfonso, che questa volta non gli arrideva la for-
tuna, deliberò di partirsi da Ischia e per allontanarsi con sicurtà
e guadagno ripropose alla Regina una tregua di dieci anni e
ne diede le commissioni al suo vice cancelliere Jacopo Pelle-
grino di Valencia dottor în legge e a Giovanni di Caltagirone;
ella accettò le condizioni e ordinò a Giorgio de Alemannin conte
di Pulcino, a Marino Boffa conte d’Arienzo e di Bovino, a Gio-
vanni Cicinello presidente della Sommaria di fare i capitoli.
Questi ci sono ignoti; noto è porò, che la tregua valeva per
le castella di Napoli, Procida, Ischia, la Torre del Gallo, Lipari,
Scilla, che erano del Re: la Regina si tenne obbligata di assegnare
settecentocinquanta ducati mensuali al vicerè aragonese per
le paghe delle guarnigioni, e diede il suo consenso a' 7 luglio
1433 (2). Con le sue arti dunque Alfonso d'Aragona aveva tro-
vato îl modo di tenere guarnigioni nella riviera di Genova e
nel regno, pagate dal Duca di Milano e dalla Rogina.
A'10 di luglio creò suoi vicerè nelle castella, che possedeva
nel regno, Ramon Boyl suo cameriere e Francesco de Belvis
falconiere maggiore: mise al bando dai suoi regni i fiorentini
(1) II trattato dol 26 aprilo 1123 laggosi nel Lusia, IV, a. LXXXIII 1710.
Questa condizione non v'è posta, forso fu un patto segreto. Zuita, lib. XIV;
$ XIV, 219.
() Giova di riferire una parte del divlema della Rogina por li tregua, dato
7 luglio 1433: « notum facimus per casdem (litteras) quod noviter inter magai-
ficoa viros Georgium de Alemania palcini comitem etc. Marinum Boffam Argentii
et Bovini ote. Johannom cicinellum do npeli Rogalis camoro summario pre
dontem ete. omnes si quidem milites commissarios nostros ex una parte. Et vitos
magnificos Jacobum peregrini de valentia legum dortorem vicerancellarium ete.
et Johannem de caltagirono etc. militos procuratores ambasciatores et nuncios
speciales serenissimi et IlLmi principis domini Alfonsi cadem gratia Regis Ar:
gonum ete. ex altera feta conclusa ct firmata cst iregua generalis duratura
annio docem incipiendo a presentis mensis iulii sesto die presentis anni undecime
Ind, in antea cum certis pactis conventionitus conditionibus et capitalis etc. »
Reg. Ang. n. 377 f. 418 L NINIERI Riccio, Saggio cit. 105. Nel diploma non si
riferiscono le condizioni, nsa ne riporta qualcuna il diligente Zumira, 1. e. $ XV.
è 220 & Ed emondando a questo proposito un luogo di KH Facio, cita come fonte
del su0 Feconto: «los registros de Ins coma del Rey destos tiempos, quo so
pueden tener por comentarios propri
404 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1498)
ed i senesi, e ordinò di sequestrare i loro beni, perchè le
signorie non avevano tenuto patto e l'avevano messo al punto
d'aver danni assai. Comandò al marchese di Oristano di fare
gente nella Sardegna per guardare l'isola dai nemici, che la
circondavano, Amedeo di Savoia, Genova, Firenze, Siena, e
condusse le navi a Marsala (1)..Si parti senza aver compito
grandi futti, ma lasciò molti baroni amici e aperta la via
alla conquista del regno, morta la Regina. Questa, come vide
allontanato il nemico, perdonò le offese recenti del grande ammi-
raglio Duca di Sessa, confermò al figliuolo di lui Marino l'ufficio
di ammiraglio colla facoltà di esercitarlo pe’ suoi sostituti (2).
Il Principe di Taranto andò a farle riverenza, ma sentendosi
rimordere l’animo pel male fatto, temeva; la Regina lo accolse
graziosamente, i cortigiani gli fecero onore, salvo la Duchessa
di Sessa, che non voleva bene a persona viva, ed era malve- _
duta da tutti. E alloggiò nel Castello Capuano reggia e ma-
niero, che aveva il fronte e l’entrata dentro le mura della
città, ed il resto ben munito fuori; da un canto era la porta
della città, che metteva a Formello, nome rimasto anche ora
alla chiesa di Santa Caterina (3). Or avvenne, che un di fu
ordinata una mostra di fanti nella corte del cnstello, ed il
Principe vi si trovò allora proprio, che era andato a visitare
la Regina, e vedendosi innanzi tutta quella gente in armi, so-
spettando, che vi fosse raunata per pigliarlo, si sbigolti e volse
per fuggire; ma avendolo scorto messer Oitino Caracciolo; non
temete, signore, gli disse, questo si fa per una mostra d'armi.
Fecesi recare la chiave, e aperte le porte, mise fuori il Prin-
cipe, il quale lesto si parti, compreso di tanto timore, che senza
fermarsi, fatti sellare i cavalli, fuggi ad Acerra, che era di
Gabriele suo fratello. Come le cose furono riferite alla Regina,
questa lo mandò ad assicurare con buone parole e larghe pro-
mosse (4); e temendo, che egli desse nuove occasioni di scandali
() Zanrma, LL e. 220.
(®) Reg: Ang. 377, £. 388 L Ai 24 d'aprilo 1494 la Regina diedo il suo
consenso alle disposizioni di Giovanna di Celano, la quale non avendo figlivoli
aveva lascisto per atto di sua ultima volontà, erede Giovaani Antonio di Mar-
zano, Ivi f. 426,
(8) V. Carasso, Pianta della Città di Napoli ote. Arch, Stor. Nap. an. XVI, 837.
0) Diurn. di Montel. 88,
Google Art
(1433) LIBRO SETTIMO 405
e ribellioni, gli commise l'incarico di domare i Sanseverino,
i quali erano în contumacia. Era tra il Principe e la Casa San-
severino vecchio astio per cagione di signorie contrastate, ina-
cerbito dallo studio di parte. Poco innanzi Antonio Sanseverino
per sè e pel padre suo Ruggiero conte di Tricarico, Chiaromonte,
Altomonte e Corigliano © per In madre Covella Ruffo contessa
di Altomonte era venuto a patto col Principe per dare termine
ai piati per alcune terre contese, la Regina l’avova approvato
colla promessa, lo che avrebbe tenuto în conto di suddito
fedele (1); ma poichè per la condizione dei tempi e per gli
umori dei baroni era più facile far patto, che mantenerlo, rico-
minciò la contesa. Il Principe perseguità Antonio con le armi
e gli tolse alquante castella e la contessa di Altomonte, vedendo
la rovina del figliuolo, pregò la Regina a porre fine a quella
persecuzione © questa ordinò al Principe di ridare ad Antonio
le terre, che gli aveva tolte: quegli però ritenne per sè quelle
più vicine agli stati suoi, e negò di restituirle fino a che non
gli fossero state pagate le spese sostenute In quella guerric-
ciuola (2). I baroni della parte angioina intanto con dispetto
vedevano che fosse perseguitato un loro consorte e venivano
ravvivando la fiamma della discordia; sopra tutti soffiava in
quel fuoco Jacopgg Caldora, il quale tanto disse € fece, che
(1) LI primo patio fu conchiuno n Montepeloso a' 20 di giugno 1417. Vi sono
duo sesonsi della Regina dati da Aversa a° 4 di giugno ou ai 9 d'agosto 1427.
Reg. Ang. n_ 377, £. 07. Frco un tratto dell'ascordo: « Et pertanto essendo
petuto a lo dieto Principe per lo dito Segnori Antono tam nomina suo quam
nomina et pro parto dictorum parentum eius do lo fare celaro cauto et securo
de lo stato et deli dicti eni patri et matre et suo de tuti loro cilato terre
castello lochi et Casale li quali ipsi et ciaschuno delloro aveno teneno et posse.
deno alo presente in qualunca parte el provincia înfra Regnum sa fosse, et che
dicta Majesta 0 per qualunca altro fosse da sua parte non se dovrà inno.
vare ne dara aleuon turtatione riolestia o impaezo ali dieti segniori et loro
to terro castella lochi et casali no alloro vassalli et coro puplico vel occulte
seu quovis ingenio aut consueto colore ymmo che per la dicta sua Majestato
et per tueti li altri suoy fidoli omni futuro tempore lo dicto conta. Rugeri et
la Contsasa et lo nredicto Antoro loro figlio siuno avuti traetati et reputati
sommo ad fideli, che so da ava Majostate et conservati a lo stato, che 10 al
presente. .». Ivi, Dipl. del 9 agosto 1427.
() I! Sunwonre, lib IV, 616 afferma, che la Rogins assegnò per le paghe
do' suldati del Principe le colletto delle terre di suo ‘fratello Gabriele.
: Google Ri er
406 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1438)
secondato da Baldassarre della Ratta conte di Caserta, da Ma-
rino Boffa, da Urbano Cimino, e forse dalla Duchessa di Sessa,
volse il mobile animo della Regina contro il Principe. Non volle
questi restituire le terre sanseverinesche e fu dichiarato ri-
belle (1). S'aggroppava la tempesta.
Forsé prima di rompere la guerra l'una parte e l’altra si
studiarono d’indagare quale fosse verso di loro l’animo del conte
Francesco Sforza e del Duca di Milano, perchè questi, nelle com-
missioni date per Nicolò Fortebmecio n Francesco di Bologna
#17 di gennaio 1434, lo avvertiva delle differenze, che erano
fra lui ed il Conte e del modo di comporle: e in altre istruzioni
ammoniva il Fortebraccio, che so il Conte non voleva venire
a concorde intelligenza ed amicizia, restasse avvisato, che molte
genti d'arme, che lo seguivano, si tenevano mal contente, ed
erano mal contenti di lui i Malatesta, Nicolò da Tolentino,
Jacopo Caldora ed il Principe di Taranto @). Forse il Conte
pigliava tempo e non si dichiarava per nessuna delle parti. Del
resto primo a rompere la guerra fu Jacopo Caldora sostenuto
dalle armi, che Luigi III d'Angiò condusse dalla Calabria
nella Puglia.
(1) Dim, di Montel. BO.
(8) Osio, Hb 11, 113:
Google cor
Iv
Luigi III d'Angiò sposa Margherita di Savoia. — Con Jacopo
Caldora move contro il Principe di Taranto. — Guerra nella
Pugita. — Dlufatta del Principe, — Avvisi di Eugenio IV. — IL
Principe manda Algiasio Orsini ad Alfonso d'Aragona per fare
patto. — Movte di Luigi III.
A Luigi IMI, quando tornò dalla guerra gloriosa della Francia,
non fu concesso di recarsi in Napoli, e non fu permesso manco
alla sua fidanzata Margherita di Savoia. Nel 1432 Pietro de
Beauvan l'aveva disposata in nome di lui nel castello di
Thonon (I), tuttavolta la giovinetta passò nel regno duo anni
appresso (2). Si mise in mare a Nizza e navigando col mare
grosso prese terra a Sorrento.
Voleva la Regina festeggiarla în Napoli, ma poichè in quel
tempo faceva le pratiche con Alfonso d'Aragona, Giovanni Ci
nello ed altri baroni della parte aragonese, tanto le sussurra-
rono all'orecchio, tanto seppero adoperarsi, che Ja persuasero
a tenerla lontana per non dare occasione di sospetto. La Regina
le mandò saluti e doni, ed ella, senza vederla, risall la nave,
(1) Le promosse firino fatta addi ultimo di agosto, e furono ratificata ai 10
dii ottobre. Arnone, Regie tombe del duomo di Cosenzo. Arch. St. Nap. XVIII, 389.
(A) L'Anwone, |. c. opinn, che Marglierita abbia tardato la partenza per as
stero alle nozza di Anna di Lusignano. che sposò il fratello nel mese di feb.
braio 1434. Prima di partire andò a salutare Carlo VII di Francia, i cardinali
de Foix e Comminges in Avignone, restò qualche tempo nella Provenza rd ebbe
grandi donî dai signori e dalle comuniti. CuanrateR, Mist. de Char. VII, 89.
x00gle CORNELL UNNER
408 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1433)
che la portò nella Calabria (1) Fece Luigi feste solenni in
Cosenza, ma poco godette.
Rottasi la guerra col Principe di Taranto, raunati duemila
nvalli e molta gente a piedi passò nella Puglia. Il Principe
Taranto, vedendo venirsi incontro quella tempesta, si volse
per aiuto al Re Alfonso. Era questi sul punto di far vela dalla
ilia per la Catalogna, ma udito il rumore delle armi nella
Puglia e non sapendo prevedere come sarebbe finita la briga
del Principe, deliberò di non partirsi per dargli aiuto. Mandò
quindi Giovanni de Fuertes a Nicolò Piccinino per esortarlo
a fare con lui condotta în memoria della buona amicizia di
Braccio da Montone: fece anche proposte d'assoldamento a
Nicolò Fortebraccio, tentò di ridurre ad una lega lo stesso
Duca di Milano. Il Fortebraccio accettò, ma al Duca in quel
tempo importava d'intendersela col Duca di Savoia anziche
con Alfonso (2).
Gli effetti dei primi moti si videro senza indugio: il Principe
Taranto trasse dalla parte sua molti baroni e tra gli altri
Guglielmo e Francesco del Balzo, i cui beni furono sequestrati
e parte ne fu donata alla Duchessa di Sessa (3): Nicola de
Fortebraccio, che in quel tempo tribolava Roma, entrò nell’A-
bruzzo e fece tanta rovina d'incendii, di rapine, di distruzione,
che Giovanni Antonio Orsini conte di Tagliacozzo, il quale non
aveva aderito ai ribelli, supplieò la Regina pei vassalli suoi
delle terre delle Celle e di Pereto, onde, in considerazione della
loro povertà pei danni sofferti, condonasse il pagamento delle
(I) Giorenevo, Stor. delle Alpi mari. Monum, hist. patriae Seript. Il. 1053.
Macnaver, Iri Ser. I Pavow, Ill, 341. Diurm. di Montel. 80. Zonira, lib. XIV,
$ XVIII, 223 & Margherita pervenno a Cosenza in luglio 1434.
() Zenara, LL c. $ XX, 224. A° 17 maggio 1434 il Duca di Milano raccomandò
a Luigi [Il d'Angiù Giacomo Grimsldis, che si recava nella Calabria per certi
boni, che vi possedeva. Saten, Doc. hist. relet. d la Princip. de Monaco. I, 9.
(8) Lo furono dati: « Nemus et territorium anneti Gervasii cum palatio seu
domo nitus în provincia Bruilicate etc. » (tra Vonosa © Sj
4 quo fuerant Guilielmi de Baucio et. Fra
alterius jjsorum nostrorum notorioram redellium inhobedientium seu recoman-
datoram vel collezatoram seu fautorum èt complicium Johannis Antonij de
Bancio de L'rsiuis olim Principîs Tarenti nostri similiter notorij ribellis »
1 luglio 1434. Reg. 377, £ 427.
Google cor
(1439) LIBRO SETTIMO 409
collette (1). Ma niente altro fece Nicolò oltre queste rovine,
perchè il Conte Francesco Sforza, testè creato gonfaloniero
della chiesa da Eugenio IV, mandò il fratello Leone e Renzo
degli Attendoli con duemila cavalli per assediarlo in Tivoli,
dove s'era afforzato. Nicolò uscì ad incontrarli coi suoi soldati
ma, cacciato în rotta, fuggi ed a questo modo ebbero fine lc
tribolazioni di Roma e d'Abruzzo (2).
Intanto Jacopo Caldora coll’ esercito suo correva la Puglia:
occupò Vico ed altre terre della Capitanata, ed il Principe
pensando, che non avrebbe potuto agevolmente guardare le
terre sue lontane, deliberò di difendere lo stato di Taranto.
Mandò il fratello Gabriele ad Ascoli della Puglia con mille
cavalli ed altrettanti fanti per infrenare i caldoreschi © dio-
degli per compagno Rufino Gallofo, capitano lombardo, molto
reputato per l'esporienza delle armi; agli andò col campo ad
Altamura per fronteggiare Luigi III d'Angiò.
Jacopo Caldora condusse l'esercito innanzi Ascoli e stette
molti giorni senza prò, perché terra e castello, forti per postura,
erano guardati da Gabriele Orsini; questi però dovendo arrecare
aiuto a Minervino, minacciata dai caldoreschi, affidò la difesa
a Rufino, îl quale corrotto dall’oro di messer Jacopo gli cedette
terra e castello, e fece con lui la condotta. Questo tradimento
fiaceò il Principe, ma Rufino non godette il denaro mal acqui-
stato; servi due anni il Caldora, ma l’astuto condottiero lo
teneva ad occhio, tra perchè di continuo voleva oro, e perchè
(1) 6 aprile 1434 ... « nos moto noviter supplicationibas viri magnifici Antonij
taglyacotij utiliter dominus terrarum cellarum et periti de dieta
iarii et fidelis nostri dilecti volentes benigno et
gratiose agere tam cum dieto comite quam cum universitatibns et hominitus
prefatarom suarum terrarum cellarum et periti que olim de presenti anno XII
Ind. pro nostre fidelitata illibata servanda pro moiori perto a Nicolao de forte-
brichiia armorum capitaneo cam cina orercita fuorant ignis incendio hostiliter
concremate ac ad stccum et in preda posite eorumnque animalibus rebus et bor
mobilibus spoliato easdem Uaiversijater et homines prefatarum terrarom cellaram
et periti et quanilibet earamn a solucione generalium subventionum seu collee-
tarum nec non subsidiorum ex nune usque ad annos quinque complendos a primo
soptembris protimi futuri instantis anni XIIT Ind. t. p. d. c. n. a. ape:
ia immunes ot francos facimun...». Reg. Aug. n. 377. £ 423. t
®) Bionto, Dec. 1I, lib. V.
‘ Google ORNELL UNIVERSIT
410 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1483)
i traditori non danno mai sicurtà di sé; un dilo fece pigliare,
gli levò armi e cavalli, e l'avrebbe fatto impiccare, se molti
capitani non l’avessero persuaso a rimandarlo colla vita. Ru-
fino dunque colla spada al collo, solo, tristo, a piedi andò nella
Lombardia, dove morì di malinconia. Il Principe allora, veden-
dosi in Altamura fra messer Jacopo ed il Duca di Calabria, si
ridusse a Taranto.
Luigi IIT combattette Laterza c l’ebbe, andò a Castellaneta
e stettevi intorno quattordici giorni; messer Jacopo dall'altra
parte occupò Andria, Bitonto, Ruvo e Quarata; assal! Altamura,
ma non potette averla, perché i cittadini gli fecero fronte senza
paura, ond'egli andò at campo del Duca di Calabria attorno a
Castellaneta. Uniti gli eserciti, ordinarono l'assalto, e i cittadini,
per non essere disfatti dal sacco, aprirono le porte. Fatto questo,
messer Jacopo ed il Duca mossero contro Taranto. Era la città
difesa da pochi soldati, ma i cittadini diedero aiuto al Principe
e Luigi e Jacopo, dubitando di prendere In città, che era for-
tissima, si partirono per combattere Oria, terra abbondante
d'ogni bene: misero a sacco la terra, ma non entrarono nel
castello. Pel sacco d' Oria ebbero i pugliesi tanta paura, che
vedendo il Principe disfatto, mandavano da ogni parte i sinda
loro con le chiavi per offrirle ai vincitori, e in poco tempo
restarono al Principe solamente Lecce, Gallipoli, Ugento, Ta-
ranto, Altamura, Minervino, e le castella di Oria, Brindisi,
vignano, Canosa, e pochi altri luoghi (1).
Al rumore di questa guerra s'era intanto commossa la Corte
pontificia, papa Eugenio si studiava di quetare gli animi e
mettere paco, e addì 20 di luglio da Firenze scrisse alla Regina
lettere, il cui tenore è questo.
(1) Diurn. di Afontet. 80, DO. Nella Cronaca di A. Conioer (Saggio lst. della
Citti iti Lecce Ill 285) Ioggosi: « Ro Luijsi con Messor Jaco havendo pilliato
tutto lo stato della Regina Maria, e de suoi figlioli reservato Taranto dove essa
dimorava, Gallipoli, Custro, Rocca, Rari, Menorvina, Taranto, Palo, Venosa, lo
lo Guatiello de horia, la torro dello Casalo do Cosino del
contato de Lecce. In questo anno è di 14 di settetubre pose lo campo a Lecce
con porsuni trenta milia et posse li pavilliuni dove la bastia di S. Nicola et
Castello di rin
Cataldo et vrilendo che non de possio havere honore de pigliare lo Re Luijse
ingiama con lo Campe sn partio da lo assedio do Lecco a di 25 settembre atelto
campo undeci di». I) Costen non pone esattamanto I° anno ( 1427)
Google cor
(1433) LIBRO SETTIMO ALL
Dal vescovo di Ancona abbiamo avuto notizia della guerra,
che teatè hai rotto col Principe di Taranto; questo fatto ne
arrecò molestia, perchè se avevi quistione con lui, avresti
dovuto comporla con ogni mezzo, salvo le armi. Tu hai spesso
fatto esperimento dell'incertezza dell'esito d'una guerra; e posto
che dal cielo questo esito fosse stato annunziato prospero per
to, avresti dovuto inorridire per gli eventi di essa, pei rumori
del regno, pel danno e l’ingiuria dei popoli. Guarda, non dirò
altro, l'animo dei duci, doi capitani, doi soldati; tu sai a prova
come menino a lungo guerre, le quali avrebbero potuto farsi
finite subitamente, quanto costino cari, e come assorbano le
sostanze altrui; poni mente a questo: tu semini, altri raccoglierà
la messe. Ben altro potrei dire, vorici solo, che tu evitassi la
guerra per una ragione: entrambi siamo logori dall'età, c poichè
è istante la fine della vita, niente dobbiumo desiderare meno
delle ansie e dei erueci della guerra. Perciò ti esortinmo, e
chiediamo dalla tua altezza, che, levato di mezzo l'argomento
delle armi, vegga, se siavi altra via per dare fine alle discordie
© ti metta în essa, duce il Signore e Dio nostro Gesù Cristo,
e a questo modo avrai pace per te, pel regno, pei sudditi. Noi
saremo sempre pronti e disposti a darti aiuto per lu concordia.
E poichè negozii così fatti debbono disbrigarsi celeramente,
comandiamo al venerabile fratel nostro arcivescovo di Tre-
viso (1), che è presso di te, di trattare la bisogna, se vuoi, fino
a che potremo adoperarci altrimenti (2).
E l'avviso del Papa era savio, ma le cose del regno anda-
vano in rovina. Egli aveva detto alla Regina: tu semini, altri
raccoglierà la mosse e la raccolse Alfonsa di Aragona, che în
quel tempo dimorava a Palermo angustiato dalle guerre di
Castiglia e di Puglia. Il Principe di Taranto non ristava dal
domandargli soccorso, e a questo fine gli aveva spedito Algiasio
Orsini. Questi però aveva altre commissioni: foce pel Principe
di Taranto e suoi consorti patto e concordia col Re a'20 di
agosto 1434: Alfonso con giuramento promise di ripigliare e
condurre a fine l'impresa di Napoli: assegnò al Principe ln
condotta di duemila cavalli e mille fanti, gli promise l'ufficio
(1) Era Ermolao Barbaro. Uanetti, LS. V. 593.
@) Rarsatvo, ad an. 1434. IX, 183
oogle FORÙE HERO
412 GIOVANNA II D'ANGIÒ
di Grande Contestabile; confermò alla Regina Maria d’
madre di lui, a Gabriele Orsini, a Jacopo del Balzo la signoria
delle terre e delle castella, che possedevano prima della guerra
della Puglia; dichiarò, che senza indugio avrebbe guarnite e
approvvigionate le castella di Napoli e poi mosso guerra alla
Regina e al Duca di Calabria. Algiasio in nome del Principe
da quel giorno si tenne obbligato a reputare suo Re Alfonso
d'Aragona; gli avrebbe dato poi il giuramento di ligio omaggio,
si sarebbe studiato di tirare altri baroni alla sua parte (1).
I capitoli della concordia non furono conosciuti dalla Corte
di Napoli, questa però ebbe notizia dell’ andata d'Algiasio a
Palermo, e la Regina gli tolse la signoria d’Avella e del
Casale di Baiano, che donò a Ramondello Orsini, conte di
Nola, memore dell'ospitalità, che le aveva dato, quando Muzio
Attendolo Sforza la trasse di Napoli per isfuggire le offese del
Re d'Aragona (2).
Alle piogge e al primo freddo dell'autunno si quetò il rumore
della guerra; Luigi mandò le genti sue a Grottaglie per isver-
nare, egli, stanco, arso dalle febbri, che gli si erano messe per
l’aria maligna della Puglia, si affrettò a tornare a Cosenza.
Narrasi, che messer Jacopo non volle concedergli un castello
in qualche regione salubre, ma lo afferma l’accoglitore dei
Diurnali del Duca di Monteleone, e non gli do fode, poichè al
Duca di Calabria non sarebbe mancato il modo d’acquistarlo,
ed egli sulla fine delle eronache si mostra aperto nemico del
barone abruzzese, e tutto devoto al Principe di Taranto (3).
Certa cosa è, che a Luigi, come pervenne în Cosenza, crebbe
il ribrezzo ed il fuoco delle febbri; vedendosi in fine di vita,
fece testamento, presenti Luigi di Beauvan, Luigi Galeota,
Guido de la Boussaie, Carlo di Castillon ed altri signori: di-
spose, che il cuore fosse mandato alla madre ed il corpo fosse
() Zonrra, Le. 8 XX, 235.
(@) Nel dipl. la Regina da prima incolpa Alginsio d'essero ribelle per aver
alerito al Principe di Turanto, poi aggiunge: ive Algiasius mala peioribus
agregando neduni adliosit dicto olim Principi ymmo personaliter se contulit ad
Insulam Trinaclie (sic) et ad presentiam Regis Aragonum notorij emuli et hostis
nostri ipsum excitando et invitando quod contra majestatem nostram veniret
cideimque nostro mujostati et Regno nostro gucrram moveret el soccursum mic-
teret olim Principi etc... ». Reg. Ang. (nuovo) IV £ 70. (8) Diurn. cit. 90.
(1483) LIBRO SETTIMO 413
sepolto nel duomo di Napoli. Morì ai 14 di novembre 1434 (1).
Fu Luigi III d’indole buona, prode e gentil cavaliere, come
tutti gli altri principi della sua famiglia, i quali contesero
invano per l'acquisto del regno e spesero tesori e vite. Eglî
stesso consumò centomila duenti delle doti di madonna Mar-
gherita nella guerra della Puglia. Governò saviamente la Ca-
labria, amministrò la giustizia dirittamente, onde in quel ducato
lasciò eredità di affetti (2).
Le ossa, chiuse in un’arca, furono per qualche tempo con-
servate nella sagrestia della cattedrale di Cosenza, poi andarono
disperso (8). Restò la miscra duchossa Margherita un anno a
Cosenza, e si parti all'uscita del 143 (4). Come la Regina
ebbe la novella della morto del Duca (5), pianse, vesti le gra-
maglie come per morte di figliuolo; lodava le virtà di lui, la
pazienza, l’ossequio, l’ubbidienza, e tardi si contristava di non
averlo tenuto vicino. Figliuol mio, diceva, chè non sono morta
io? mai sarò consolata quanto vivrò (6).
(1) Intorno all giorno della morte sono le notizie degli serittori sssai discordi
Lucov pe 1a Marcus, Le Roi René I, 112 afferma, cha mori a 12 dî nosemi
1494 o nota: « DIBL nnt. me. lat. 17999 calendior: lo 14 suivant le me. lt. ASI
le 15 suivant l'Art. de verifier tes dates (XVIII, 345); le 24 octobre suivant
d'otres (Viteneuve- BARUEMONT I, 196} Dei nostri Cronisti l'accoglitora dei
Diurn. del Duca di Montel. 90, nota il 15 novembre; Givviano Passano, 13 il di 14;
nelle giunta al Notar Ferritto al Diar. Aron. in Pergor I, 147 leggasi: « anno.
Dosini 1434, Inelitas Dominus Ludovicns tortine Dax Calabria at Andogavia eto.
die Dominico XIV mensis novembris XIII. Ind. etc. ritam animamque ad su-
pernum beatumque concilium exalarit». E in effetto il di 14 novembro 1434
fu domenica. Il Fuscuttto, Arch. Stor. Nap. I, 40, serivo 14 novonibre « de
dominicha ad hore 19». Iswocenzo Lasoui#o in Perger I, 159, nota il di 13
novenibre; a lo steso laggesi ivi 159 nelle Cran. Anon. dal MCCCCIV al
MCCCCXCVI. Il Parox, III, 343 pono il 24 novenbro, Non mi meraviglia la
discrepanza: altri nota îl di del testamento caltri quello della morte © dei fune»
rali. Maggior consenso trovo nella data de' 14 novembre. DetELLO, Ist. del Iegno
sg na altra causa alla morte di Luigi IIL, Arch, St. Nap. XVI, 037.
@) la questo giudizio sono concordi tutti gli seritori. Il Stwosera, R. |. 8.
XXI, 325 scrive: « Fius obitus ob mansuotum iagenium, quo plurimorum volun-
tates sibi facile conciliaverai, magno universum prope regnuni maerore alle
(8) Brosnconmo, RI. S. XXI, 134, scrive: « Cuiu» cadaver in Ecclesia Cat-
tedrali insepultum vidimus arca inclusum ». Sunmonre, ed cit. lib. IV, 617.
4) V. Arwoxe, 0. c. 404, 405.
©) Ai 22 di novembre. Diurm. del Duca di Afont. 00.
(0) La università della Calabria, cho avevano ottenuto pri
legi da Luigi Ul,
Google cor
414 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1433)
Misera donna, aveva veduto caderle intorno tanti uomini,
che l’amore, l'ambizione, la fortuna, lo splendore della corona le
avevano messo innanzi. Del resto ella stessa, affranta dai dolori,
svigorita dalla grave età, era pervenuta sul confine della vita.
come egli fu morto, si afrettarono a domandarno la conferma a Giovanna IL
Notevole è il dipl. du lei spodito a'13 dacembre 1434 per la città di Reggio,
alla quale concesse una collotta per la riparaziono dello mura, © la francò da
tutto To collette nel caso, che Alfonso d'Aragona avasso portato guerra al ducato
di Calabria, Ella dunque confermò « omaia et singula privilegia ein (ai Reggini )
per llustres dominos Reges el Reginaa huiua regni nostri sicilie predecessores
nostron, ac por clara mamoria Luduvicum tercium Calalrio et andegavia dacom
etc. unicum filium nostrum per caristimum graciose concessa, neo non jura et
consuetudinas et observantiam eerundem universitatis et homiaum, et presertim
privilegia nundinaruni dieto civitatis que colebrantur extra muros civitatis ciusdem
iuzta ipsarom nandinanum concessionum et privilegioram tenores eo modo et
forma prout erant tompom inelito memorie domini Rogia Ladislai rev. germani
nostri et deindo tsmporo regiminia nostro majentatis et signantor quod ict
nundine sint france et libere a ferro et sale sicut hacienus fuerunt eo modo quo
usi sunt ac ni et prout fn poressione fueruat et ad presens exiatont prout in
sisdem privilogiis et concossionibus continetur, ipsasqua concessione: et privi
legia, quaram et quorum tonores haberi volunius preseotitus pro sufi
expressia nc da verbo ad verbum insertis ot particularitor
valida firmitato rubsistant ad atundantioris cautelo suffr
prodesss et non officore sonsuerit, tenere presentium de certa nostra scientia
spacialique gratia confirmiamus ralificamue accoptamus et approbamus ae nostre
potostatis el auetoritatis presidio communimus et sit semper ad maicris gratie
cumulum oisdem univorsitati et hominibus dicte Civitatia nostra Rigii que
diget sicut accepimus reparatione menium neu mutorum collectam unam de
numoro collcelarum per ecs annis singulis Curie nostre debitarum et debendarum
convertenlam realiter et re vera În reparatione menium et murorum prediciorum
cum consciontia et notilia magnificoram officialium dieta civitatis, qui pro tem-
pore fueriut annîs singalis douce et quonsque dieta menia fuerint roparata,
Garundem tenoro presencium do dieta certa nostra scioatia specialiquo gr
pormietimus et pariter relajsamus. Itnquo pendenti reparationo murorum predio-
tor ad solutionem diete unius colleete per 105 cisdor de numero collectarum
per eos Curie nostre faciendarum nullutenus tencantar neque ad id compelli
valoant quavis modo rat tonosninr et dobornt eolleetam insam annia siogalia
pondeati repiratione predicia converter» ct expendero în huinsmodi murorum
reparationo cum conseientia PL noticia dietorum magnificorum oMeiatium ut
prefortur ct amplivs statuimus decergimus volumus et mandamus qued si con-
tingat per Resom Aragomun bellum moveri ei inferri contra Ducatum nostrum
Calabria ipsi Universitas et lominos duranto dieto bello non teneantur ullos
colleetus solvero.. » Arel. di Stato în Nap. J2. C. delle Sommaria, Processi
auiichi vol, 779 proc. $785.
v
1 Principe di Taranto riucquintòà le terre perdute. — Cosimo
dei Medici, — Testamento e morte della Regina.
Morto Luigi Ill In Regina mandò nella Calabria Giovanni
Cassiano per ridurie il ducato al demanio regio (1). L'acco
glitore dei Diurnali detti del Duca di Monteleone, amico e
panegirista del Principe, racconta, che Jncopo Caldora, come
udi la novella della morte dell’angioino vesti un giubbone
scarlatto (2); più certo è, che egli, all'entrata dell'inverno, mandò
le genti d'arme agli alloggiamenti, lasciò Menicuccio dell'Aquila
ed il conte Onorato Gaetani per fronteggiare il Principe e andò
& Bari. Il Principe allora, con poca gente, mosse ad approvvi-
gionare il castello di Brindisi, e vedendo, che la città era mal
difesa dal conte Gaetani e dai caldoreschi, l’assali e l’obbe.
Menò prigionierò il Conte, che non aveva fatto îl dovere e forse
sì era accordato, perchè da quel tempo, mutata parte, fu tutto
di Alfonso d'Aragona. E ricuperò il Principe molte altre terre
dello stato suo, quasi senz uso di armi, perchè messer Jacopo
n’aveva fatto mal governo, e le genti volenterose gli uscivano
incontro per fargli onore ed omaggio (3).
E a questo punto, sulla fine della min storia della Regina
Giovanna II, appare di lontano un uomo insigne, dei maggiori
d’Italia, Cosimo de’ Medici di Firenze, il quale, come gli
(1) Diurn. di Montel 9).
@ì Ivi, OL.
@) Diurn. cit. ivi. A. Cosuem ed. cit. 2,
x00gle :
416 GIOVANNA IT D'ANGIÒ (1484)
altri operosi cittadini suoi, esercitava nel regno mercatura ed
industria di denaro. Or forse per imprestiti fatti alla regia
Corte, come «spesso avveniva, gli furono assegnate le rendite
della dogana di Gaeta, ma ad un tratto la Regina ordinò di
sequestrare îl denaro per lui esatto (1). Questo avvenne proprio
nel tempo, che Cosimo, sopraffatto dagli Albizzi, fu cacciato in
esilio da Firenze. La ragione, che mosse la Regina contro di
lui è ignota; so bene, che altri fiorentini furono perseguitati
pel sospetto di trame a favore del Principe di Taranto.
Bernardo di Giovanni ser Mattei, mentre in Barletta faceva
mercatura, fu pigliato e menato alla prigione, accusato di tra-
dimento, e di aver tentato di occupare per altri il castello. Gli
fu fatto il processo, ma la Signoria di Firenze, come n'ebbe
notizia, a' 2 di ottobre 1434 se ne richiamò con la Regina, e
dichiarò, che era stato accusato da un potente, mosso da altre
cagioni: espose, che Rernardo da fanciullo aveva esereitato la
mercatura, e non vi ha generazione d’uomini più timida ed
imbelle dei mercatanti, e ne domandò la libertà (2).
Furono questi gli ultimi fatti del regno di Giovanna II: all'en-
trata dell'inverno del 1435 posavano le armi, ma gli animi
erano torbidi, si ordivano trame di nuove congiure, tutti erano
(1) Nel Rog. Ang. n. 377, (42 intera spe
a Giovanni Cassiano Capitano di Gaeta, a Gerîo Gattola protontino, a Jacopo
Gattola, Bonomalo Castellano e Francesco Mazza, colla quale li ammonisce
« quod omnem et (alari pocuniam per vos usquo nunc porsoplam et recollectam,
etox nunc in antea recolligenduam ex juribus dohane ipsius civitatis. nostre
Cayeto nomine et pro parto Cosime do Medicis do Florentia pro cuius parte
eratia recolleeturi el etiam recalligoro habetis pro presenti anno XIL Ind, ia
sequastrum et sequestri nomino deboretia tenora donec vobis in mandat
romus... ». Il documento, e une ho detto, è incomploto, 0 di ciò «i trova la ragione
ts fuit per cedulam ». 1 indizione XII
ne dimostra, che l'ordine fu dato al tempo dell'esilio di Cosimo.
@) « Pervonit ad notitiam pastram quod peovidua vir, Civis noster dilectus,
Bernardus Johannia Ser Malthei, qui în regno vestro negotiabatur detontus iam
pridem fuit dotrusne în arco Tnruli ad potitionem eniusdam potentioris, cui
fuorat aliia ratienibus obligitun: deindo ad oxtremnum obiectum est sibi, ut audi»
vimus, proditionis crimen, quasi idem Bernandus attontasset possessionem illius
arcis Castellano auferre atque hoc protesta in discrimen vite trabitur... +, Arch.
di Stato in Firenze. Carteggi) della Signoria Missive: clas. X. dott. 1, n. 3.
Fila 13, e. 95.
im uon nota marginale: « V
(1434) LIBRO SETTIMO 47
persuasi, che sulla primavera il regno sarebbe andato în fiamme.
La Regina non vido gli orrori della nuova guerra, morì a’ duo
di febbraio ad un’ora di notte (1). Fu portata, come aveva ordi-
nata, senza onori alla chiesa dell'Annunziata e sepolta umi
mente în terra piana innanzi all'altare maggiore: non volle
monumenti e sul coverchio della tomba fu inciso il nome di
lei coi titoli delle signorie e il tempo della morte (2). Manco
le ossa di quella infelice regina ebbero pace: nel 1757 un alto
incendio consumò la chiesa ed i mortali avanzi di Giovanna II
furono dai Governatori trasportati in altro luogo.
Restò il regno senza capo în balia dei baroni: il presente
era incerto, pericoloso, torbido appariva il futuro (9). La Regina
(1) Diurn. di Mfontel, 81. Nora® Giacomo, 79, Gruiano Passano, 13, Diar.
Anon. ia Pelliccia 1, 118, Giunte al Diario. Ivi. 147. Cron. d'Inkocexzo LanpuLro.
i 150 Crom Anon. Ivi. 179, Fuscutitto, cit. 46, ete. L'Auminato, opuscoli 978
conchiude la vita di Giovanna II, con questa sentenza: « chi mal vive peggio
ni mupîa »: foco forso mala fine?
(@) L'iserizione col tempo si cancellò; fu rinnovata nel 1564 come narra il
SoxMONTE, lib. IV, 018.
io s4c&T CORPUS JonanNAR secuNDAE Det GRATIA Uncarie HieausaLem rt
Siontane, Darsaris, Coariae, Bavaniae, Senviag, Gatte, Lovomentar, Co-
MANIAE, BULCARIAE REGINAE, PRoveNTIAE, FORCALQUERII AC PEDINONTIS CONITISIA
FILUAB BPIRITUALIS BEATAE VIRGINIS MARIAE ANNUNTIATAE. QUAE 0BIT ANNO Do-
ssi MOCCCXXXV Die Il seevsis eematiania XIIL ip. NEAPOLI REQUIESCAT 1 PACE.
VETUSTATE CONSIMPTUM OBCONOMORUM PIETATE RESTAURATUM ANNO DOMINI
MOCCCCLKIV ipiDUs ccrosnis.
() I Governatori dell'Annunziata, ogni volta, cho restaurarono la chiesa, rin-
novarono la memoria della Regina. Ecco le iscrizioni, che si leggono su due
lapidi in marmo a° piedi dell'altare maggior
Jonannar II Huxcanar Hienusitem SiciLine Cnoatia& SeRviae Gate
Lopowezia® CumaNWE BULGARIAEQUE Riciva& ProvinciaE ET FoRCALQUERIT Ac
Pepimontis Conrmissae Anwo Domini MCCCCKXXY Dis IL mensis Fesnvani
REOIIS OSSIBUS ET MEMORIAE SEPULCRUN QUOD IPSA MORLENS HUMI DELEGERAT INANES
1N FUNERE POMPAS EXOSA REGINAR PISTATEM BECUTI ET MERITOREM NON IMMEMORES
OSCONONI RESTITUENDUM ET EXORNANDUM CURAVERUNT MAGNIFICENTIVS. POSITURI
Si LicursseT Anno DowiNr MDCVI MENSE MAL
Sotto è aggiunta questa iscrizione:
MortaLIv eLU viana Jomannx Il Nearotis er Hiznusawma Reaimar Loc nuIvs
PATRONAE DENEFICENTISSIMAR CONDITORIUN QuoD vis 16N18 ANNO MDCCLYII verus
TEMPLUM ABSUNENTIS YIX EVASERAT V vii MacistRi 1N anwum MDCCLXXXINI
OFFICII SUI PIETATISQUE MEMORES RETENTA VETUSTATIS FACIE DRCENTIORE HOC NOVI
TEMPLI Loco REPONI CURAVERUNT.
Faractia, Giovanna II D'Angiò.
Google c
418 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1434)
però aveva fatto testamento e dichiarato suo erede Renato
d'Angiò, fratello di Luigi III: era stata larga di doni e legati
ai suoi fedeli, aveva lasciato settantamila ducati da spendere
în beneficio della città di Napoli. Pel reggimento del regno
aveva istituito un consiglio, e deputato a questo ufficio Rai
mondo Orsini Conte di Nola, Ottino Caracciolo, Baldassarre de
la Ratta Conte di Caserta, Giorgio de Alemannia Conte di
Pulcino, Perdicasso Barile Conte di Monteoderisio, Jacopo Cal-
dora, Marino Boffa, Monacello d'Anna, Urbano Orilia, Antonio
Dentice, Gualtiero Caracciolo, Giovanni Cossa, Tadeo Gaîtola.
Di questo testamento molto fu scritto a favore e contro. Il
Biondo da Forlì lo reputa falso (1), il Collenuccio fu della stessa
opinione (2); l’Accoglitore dei Diurnali del Duca afferma chiaro,
che la Regina fece suo erede Renato d'Angiò (3), Angelo di
Costanzo scrisse, che il testamento era negli atti del notaio
Giacomo Ferrillo di Aversa (4).
Nelle note tratte dai protocolli di lui e aggiunte al Diario
anonimo si hanno testimonianze evidenti del testamento fatto (5);
di grande autorità è il giudizio dell’Annalista aragonese, il
quale non solo reputa autentico îl testamento della Regina a
favore di Renato d'Angiò, ma aggiunge, che i partigiani del
nome Angioino si erano adoperati, onde in quello e non în altro
modo ella avesse fatto il testamento, e dichiarato casso e nullo
ciò, che prima aveva disposto per l'eredità della corona (6).
Fu eseguito fedelmente.
(1) Dec. II, lit, VI,
@) Lib. VI
0) Pag. DIL
(@) Lib. V.
(8) In Pruticcia, I, 148, dopo la notizia della morte della Roy
« Post cuius mortem a predicto die fiunt instrumenta sub infrascripto titulo et
regimine videlicot: sub regimine Consilii et Gurlernatorum Reipuplico Regni
Sicilie ordiaatorum per clare memori» serenissimam Do
Jesnnan: sscandam... Ibi pro executoribus testamei
reliquisse ducatos 170 m. pro tutela et custodi
Ex protocollo eiusdem notarij (Jacobi Forrilli)
La schede del Notar Ferrillo passarono sl Notr Ruggiero di Ruggiero di
Benevento, Stsuoxte, Lib. IV, 619.
(6) Zerara, lib. XIV, & XXI.
VI
Falsità delle tradizioni intorno a Giovanna II d'Angiò, — Sira
pietà e beneficenza. — Lodi della Regina.
Giovanna II d'Angiò non è una grande figura storica; circon-
data da Jacopo Caldora, Braccio, Muzio Attendolo e Francesco
Sforza, Alfonso d'Aragona ella è oppressa dalla grandezza loro,
come avviene in quei monumenti, nei quali il soggetto è sopraf-
fatto dalla magnificenza degli ornamenti. La cieca fortuna la
cinse di una corona, che ella non agognava, e sul trono trovò
la sua croce. Per amore, per timore, per forza fu soggetta a
tutti coloro nei quali s’incontrò e in venti anni di regno non
le diedero pace; cercò l'oblio nell’umile tomba dell'Annun-
ziata e morta fu più vituperata, che viva.
1 cronisti del tempo l’accusarono di aver ceduto facilmente
all'amore, e forse un solo ebbe caro, Pandolfello Alopo; le
lingue sciolte per ambizioni deluse, per odio di parte l’incol-
parono d'aver peccato con tutti coloro, che s’ ingrandirono col
suo favore, Non è facile discolparla d'ogni macchia, ma spesso
i giudizii profferiti contro di lei sono duri e non veri. « Fama
lasciò, dice il Collenuccio, di sè instabile ed impudica, dicendosi
di lei, che nella instabilità sola fu stabile e che sempre era
stata innamorata, avendo în più modi e con molti la sua lascivia
macchiata » (1). A questo modo l’istorico da una parte attribuisce
alla Regina le colpe dei baroni e del regio Consiglio, dai quali
fu costretta spesso a mutare avvisi, amicizio, adozioni di prin-
(1) Ed, Oravier, I, 990.
Google 3
420 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1434)
cipi, e dall'altra diede occasione d'ingrandire le maldicenze
intorno ai costumi di lei. Le accuse più atroci furono futte în
tempi assai lontani dalla sua morte e le furono attribuite colpe
e lascivie di altre regine dello stesso nome, e di più remote
peccatrici. G
Due secoli dopo che ella fu morta, vi fu chi nelle consuetu-
dini di lei vide ciò, che gli uomini del suo tempo ignorarono;
dice egli, che soleva levarsi di buon mattino, poi andava per
le stanze un'ora, udiva la mossa; due ore al giorno dilettavasi
della musica; tanto studio poneva nel conservare la freschezza
della persona, che ogni mattino erano menate innanzi al castello
cento asine del cui latte si bagnava (1). Gl'indotti ed il volgo
credettero e credono, che Giovanna II abbia fatto edificare il
magnifico palagio or tutto fonduto c cadente sulla mollo spiaggia
di Mergellina ostello de' suoi disordinati amori; jo stesso ho
visto gente popolana intenta a ricercare botole © trabocchetti
nello volte squarciate, pei quali la Regina faceva precipitare nel
mare, che di sotto s' addentra negli antri, coloro del cui amore
era stanca e infastidita. Non è mancato chi abbia raccolto e
riferito in iscritto queste leggende popolari, mentre è noto, che
il palagio di Mergellina fu costruito per Anna Carafa nel
secolo XVII (2). E raccontano altresi, che delle infermità della
vecchiezza di lei erano stata cagione i farmachi, dei quali gio-
vine abusò per nascondere la vergogna delle colpe; e che nel
secolo XVII, andavano attorno certe lettere d'amore da lei
scritte a Pandoltello (9), che ella ebbe sempro in casa, Duchessa
d'Austria, vedova e Regina. E tanta confusione s'è fatta intorno
a questa misera donna, che altri ha ufformato perfino, che sia
stata ritratta dal mirabile pennello di Leonardo da Vinci e di
Raffaello, ella morta nel 1435 (4).
(1) Mazzetta, Vite dei Re di Napoli, lib. XY, 2IT © seg.
@) Scipione Vorpiozit4, Principali edificii della città di Napoli (1850);
p. 112. Scuia, IL Palazzo di Donnanna. Napoli Nobilissima, 1892, p. ITT.
Avausro von Puten, Soria del Reame di Napoli dal 1414 al 1443. Vor
niono del Can.
(8) +. « ond'ancora vanno attorno alcune epistole amorose, che ella scriveva
al suo Alopor, Mazzeuta, li c.
(4) L'errore è grossolano. È attribuita a Leonerdo una nota t
torsa fu ritratta Giovanna Il d'Aragona moglie di Ferrante II, esi
nella quale
tante nella
Google CORRA
LIBRO SETTIMO 421
, dall'altra parte, che assisteva alle feste sacre,
allo processioni, nella quaresima andava a piedi visitando le
chiese (1) ed aveva l'animo tanto disposto a fare carità, che
una volta dotò cento fanciulle povere. Certa cosa è, che se
ella non fu un fiore di virti, non fu manco la femmina vitu-
perosa di tanta mala fama.
Suo confessore fu il vescovo di Melfi (2); maestro della
cappella reale l'abate Gentile di S. Angelo a Fasanella, otto
i cappellani cantori e tenoristi (3). Dotò largamente chiese e
monasteri (4).
Favorl l’Annunziata di Napoli, l’arricchi, ampliò l’ospe-
dale (5), provvide alle dotazioni delle fanciulle în esso esposte (6).
Galleria Doria in Roma ed è una copia di ritratto di giovine donna, che vedesi
nel Louvre, n. 373, attribuito a Reffeello. Altri credono, che ritratto di
Giovanna d' Aragona moglie dol Principa Ascanio Colonna Contestabile del regno.
(1) 11 Sunuonre, LI, lib, IV, 550, ed. cit, riferisce questa iserizione posta sopra
la porta della cappella di S. Maria de Sicola « Divus Ladislaus Rex cum morbo
sciaticae esset infectus, conversus ad Beatam Mariam Siculat liber evasit.
Diva Joanna soror regis qualibet hebdomada in dio sabbati esdem limina cum
venerationo visitabat, ab eademaua singali picientes sani redibant »
(2) Mistent Riccio, Vati 102. Credo, che nel doo. si alluda a
Francesco Carosio poi tra
@) Via un erilina
ratione divini cultus eligantur oeto Cappellani inter cantores ct tororistas ». Il
Manstro aveva 10 uncia di gaggio, otto i eappellani. Misteri Riccio, ivi 70.
(4) ll Wapoiso, ad an. 1425, 170 nota che la Regina concesse e Jacopo
Scaglione la chiesa della Muddalena fuori Jo mara di Aversa 0 e
diruti per ridurli a convento. Ad an. 1435, V, 273 serive che «nostro addita
sodalitio, multa contulit beneficia ». Forse era ascritta al 3 Ordine dei Fr
cescaai.
A'26 febbraio 1416 ordinò a Giovannello Carduyno mastro della e;
Terra di Lavoro di nssegnam ai Monaci di Montecassino 07 oncio in donaro,
1500 tomola di grano, 1540 barili di vino, tutio l'olio proveniente dai diritti
del monastero, legumi, etc. Archivio di Montecassido, Reg. Comune, (. 159.
A'20 decembre 1420 confermò agli stessi una concessione di Ladislao, che
aveva donato loro ogni anno « libres mille bosorum piscium seu tencaram de
Iaca fucîni emenduram por Erarios ipsiua domini Regia». Ivi £. 142. È nei Registri
della Rogina Giovanna Il un grande numero di ducumenti per beneficii fatti a
chiese e monasteri.
(E) D'Aonosio, Origine, vicende storiche e progressi della R. Casa dell'An-
nunziata di Napoli. Doc. 540 è seg.
© mi 50.
Google cor
422 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1434)
Riparò la chiesa di S. Angelo a Nido (1), la chiesa ed il mo-
nastero di S. Croce fuori Napoli e per questa opera perdonò
le pene dei furti fatti al regio fisco al tempo della regina
Margherita e del re Ladislao, a patto, che i colpevoli avessero
depositato due ducati a centinaio del valore del mal acquisto
in una cassa posta nella chiesa di S. Maria la Nova (2). Nella
chiesa di S. Giovanni a Carbonara fece opere insigni (3). Con-
fermò i privilegi del monastero di S. Martino sopra Napoli e
l'autorità di governare l'ospedale della Corona di N. S. nella
piazza delle Correie: a quello di S. Antonio di Padova donò
terre e case per merito di suor Chiara, che fu già Vannella
contessa di Melito (4); e, in molte parti del regno s’incontrano
indizii della larghezza di lei.
Fu amorevole e benefica con tutti coloro, che le erano
familiari: andata in rovina la casa de Andreis, volle nella
corte per damigella Giannina figliuola di Peretto e Marghe-
rita de Marra (5); ebbe cara l’altra damigella Candida Boni-
facio (6); collocò in matrimonio a Jaimetto Pertus, come ho
raccontato, Sacnrella de Cirisi sua cameriera (7); a Laudata de
Panormo sua domestica assegnò la provisione di dodici oncie
l’anno sull’ ufficio dell’annona e grascia di Napoli (8). In premio
dei servigi e della fedeltà assegnò buone rendite fin al cuoco,
al coppiere, al cantiniere (9). Solo contro Giulio Cesare de
(1) A richiesta dei mastri o confratelli della chiesa e dell'ospedalo il 15
agosto 141 donò anche un territorio « situm in tarsianatu prope castram no-
stram novam ». Reg: Ang. 972, £. 52.
(2) Sestuosre, ed. Bulifon, Il, 620.
1) De TuxuLILLIS, Noranitia, 15.
(4) Seusionte, e.
45) Reg. Ang. 374, £. 286, b
(6) Reg. Ang. 372, £ 07, t
©) Reg. Ang. 977, £ 130, L
18) bei £ 3A
(1) A'24 dlocembro 1419 la Regina assegnò in perpetuo la bagliva di Bue-
chianico a Giovannuccio Capuano di Mercugliano suo cuoco e a Clemente Spia-
gola « nappe nostra vallecto », ad Antonello Costantino di Pozi
a Girolamo Cimino di Napoli « comestabulo » delle Sommaria © loro ere
Ang. 475, £ 42, L
Nel Repertorio dei Quinternioni della Provincia di Moliso (Arch. di Stato
in Napoli) leggesi che « nell'anno 1428 la detta citià d'Isernia era demaniale
lario »
Reg.
li « bue
(1434) LIBRO SETTIMO 48
Capua s'infinse, meditò la vendetta, fu eruda, del resto fu buona,
amorevole, magnanima con tutti, anche co' nemici suoi (1).
Fu cortese e di bei motti. Narrano, che un oratore di Firenze
andò a presentarle le lettere di credenza, e sapendo, che era
donna non ritrosn, la richiese d'amore. Ella sorrise: ma, rispose,
non trovo queste commissioni nelle lettere della Signoria. L'ora-
tore si partì scornato (2).
E i fiorentini fecero di lei i più insigni elogii. Luca di Simone
della Robbia scrisse nella vita di messer Bartolomeo Valori,
che Giovanna aveva amministrato il regno in tal modo, che le
azioni di lei potevano essere comparate con quelle de' re più
savii, onde pareva poco vera la sentenza di Aristotele, che
reputava le donne poco neconce ai governi civili; fu accorta
e savia nel trattare la cose privato 6 pubbliche, di grandi con-
cetti, come lo scrittore vide per lettere da lei spedite a messer
o di regio demanio della Regina Giovanna II, la qualo roll'anno sudotto concodì
all’ Università et huomini di detta città la gabella della Bagliva di essa Città
cum omnibus suis fructibus juribus introitibus et emolumenti cum potestato
augendi et diavinuendi assisiam ipsius Baiulationis et ipsam affictaadi etc. in
Feudum, paris unius chiroterarum cum onere tantum di pagaro ogn'anno a
Clemento ed Agostino Spagauolo suoi nappiori" ot a loro herodi auccessori
gare II, et se per sorte accaderà lî detti Clemeute et Agostino morino senza
heredi cho dette oncie Il si debisno pagare ogn'anno alla sua Regia Corte con
potesta di poter fare la fiera franca ogni settimana nel di di Giobbio absjuo
tamen preiadicio vicinorum ete. Rep cit. in Isernia.
(1) Lerse pe Rosa, vecchio brontolone, che ora vissuto nella Corte, fa questo
elogio di Giovanna Il assunta nl trono: «La eccelsa Regina libbera tutty 1y
presune et donaule tutta la Roba lor», se era prencepe lo prencepato, s© era
duca lo ducato, se cra conte lo contato, se era barone la baronia.-Guarda grandu
cortosia, et dicone piu che una briata (brigata) de napoletano atavano presune
per ly Castiello delo Riame ot la regina mando por li castello (‘castellano ?)
chelle liberassono e che Jo commandasse, che andato ala Regina, et como veneva
lo presone con una barva et la sua magestate faceva chiammare la mugliere et
1Y figlie et diceva la regina: eecote mariteto ora andato et fate bene; et ro
fratemo (Ladislao) ve nvo levato niente dieitemello. E! chi veneva : madamma,
lo Ko me levao Lo fo (/eulo); el chi la casa et chi la tera, et essa magesta
faceva chiamare chillo, che la teneva et diceva: porta Jo strammiento (istra-
mento) slo tresauriere, che te dara lo denaro, che to gosstao (costo = costò).
Guarda quanta cremmencia (clemenza), guarda quanta bontate de Regina ».
Ms. cit {. 12. Ho punteggiato io questo brano per renderlo più
@) Sunonre, ed cit. II, 610.
» Google nell er
424 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1494)
Bartolomeo, il quale fu persuaso d'andare a Napoli, e andatovi,
fu tenuto in onore (1). Da altri fu reputata d'animo virile,
sagace, prudente (2). Poco soleva parlare, virtà grando in una
donna (3). Non trasandava i negozii dello stato: presiedeva il
consiglio regio, deliberava dei richiami de’ baroni, delle uni-
versità, dei privati: a' 21 luglio 1417 mandò un editto per far
a tutti noto, che dovendo ne’ di canicolari provvedere alla sua
salute, per non interrompere l'ordine delle bisogne pubbliche,
ai sindaci, oratori, procuratori de' baroni, delle università, dei
privati assegnò il lunedì, îl mercoledì, il venerdì d'ogni setti-
mana per esporre i loro richiami ai consiglieri regii a ciò depu-
tati (4). Le signorie, i principi d’Italia, i re d’oltre Alpi ed
oltremare l'ebbero in istima, ed ella s'avvalse dell'amicizia
del Re di Tunisi per riscattare i regnicoli schiavi (5).
Diede favore ai commerci e spesso ho avuto occasione di
esporre, come largheggiava di franchigie, di privilegi, di assi-
eurazione di robe e di persone alle città e ai mercatanti, Poichè
per antica consuetudine solevano gli abruzzesi menare le greggi
e gli armenti ai pascoli della Puglia nell'inverno, la Regina
deputò suoi commissarii per proteggerli, assicurarli da ogni
offesa nell’andata e nel ritorno, e questo fu l'avviamento alla isti-
tuzione della dogana delle pecore, per Alfonso I d'Aragona (6).
(1) Vite dit. rat, Arch. St Ital. 1% si
(@) Chronica de tito el mondo vulgare
per Rizo de Novara 1401, p. 269.
() Rivatso prati Atmizzi, Comm, cit. 1, 279.
(4) «« «Cut personam nosiram ei salutem ' prospicere debeamus presertim
hoc estivo tempore et aliis diebus cenicularibas usque et per totun: menseni
Augusti vitam ducero et propriis intermissis negotiis a cunctis occupationibus
nos cimero ne agendorum prosecutionibus lediosisquo laboribus. preservare et
sic nequentes vacare supplicationibus et querelia subditorum, propterea iubemus
quod umnes oratores, riadici procuratores Maguatum et procerum rc universitam
dicti regni et alie persone pro quibuscumque negoliis tribus diebus in hebdo-
mada lune, Mercurij. et Veneris coram deputatis do nostro Consiglio in Castro
nostru sovo Neapolis ubi presentislitor residimus eponant eorum potitiones
quibus de nostro consilio vices nostras commisimus... ». 21 loglio 1417. Reg.
Ang. 374, (1 00, Mistena Riccio, Nozizio storiche (ratto da 02 Reg. Ang, 87.
(5) Reg. 377, £. 163 t, V. Misieni Riccio, Soygio li Cod. dipl v. Ul, p. I, 88.
6) Friactia, A SE. il Ministro dell Iaterno, Relazione intorno all'Archivio
delle doyana delle pecore di Puglie, Napoli 1903.
r. IV, por. 1, 261.
rate Fiuiero pa BercaWo, Venezia
Google cor
VII
Le lettere e le arti in Napoli al tempo di Giovanna Il. — Il Col-
lepio det dottori è dei medici. — I Riti della Magna Curia.
Al tempo della Regina Giovanna II poca fu l’operosità degl’ in-
gegai nelle lettere umane e nelle arti belle (1); molti insigni
giuristi fiorirono, fra i quali primeggiò Goffredo di Gaeta, e
cogli studii la pratica delle leggi romane contribuirono al ger-
mogliare dell’ umanesimo. Giureconsulti, cavalieri, baroni, ve-
scovi del regno spesso mandati oratori a' Concilii, alle Signorie
trattando e conversando con gente, certo la più ragguardevole
di altre città, oltre all'oggetto delle loro commissioni, avevano
e davano notizie di libri e di studii. Lo stesso avveniva agli
ambasciatori delle Signorie presso la Regina. Ed aiutavano il
moto del rinascimento i mercanti, i cancellieri dei grandi signori
e dei Capitani di Ventura, che spesso avevano pratica di belle
lettere e specialmente i vescovi mandati dalla Curia pontificia
alla Regia Corte: papa Eugenio IV nel 1433 diede al dotto
Ermolao Barbaro le commissioni di persuadere la Regina a porre
fine alla guerra di Puglia (). Narrano, che Jacopo Caldora
leggeva la Farsaglia, e stando co' suoi capitani negli alloggia-
menti militari sotto la tenda, soleva ragionare dei grandi fatti
di Roma (3). Al tempo della Regina Giovanna Il d'Angiò un
(1) Giudico a questo modo, perchè fino ad ora non ci è néto aleun lavoro
letterario del tompo della Regina
@) Uonenu; V, 562, Ruwwatvo. IX, 169.
(8) Jacopo Caldora « fo segnor volevelle (?) et dasni, savio et litierato : et
aveva in memoria quasi tutto Lucano, et apese volte neli suoi parlari ali pro»
positi diceva deli suoi versi ». DeueLtO, Arch. Stor. Nap. XVI, 806.
i Google OR
426 GiovANDA 11 D'ANGIÒ (1484)
avviamento un apparecchio umanistico c'era in Napoli, gli
splendidi effetti furono visti regnando Alfonso. E cosa degna di
grande considerazione è questa, che al tempo della Regina la
lingua volgare incolta, ruvida, fu spesso usata negli atti privati
6 pubblici, come più volto ho dimostrato.
Buona parte dei Diurnali detti del Duca di Monteleone senza
dubbio fu scritta al tempo della regina Giovanna e poco dopo la
morte di lei; il dettato è scorretto, la forma ruvida, ma spesso
mostra di avere alquanta pratica di buone lettere, onde con
poca lima il testo ruvido può ridursi vivo ed elegante (1).
Il continuo rumore delle armi impedì, che le arti belle venis-
sero in fiore. Resta la memoria di mastro Colantonio uomo
dalla natura ‘assai disposto alla pittura; fu Il primo in Napoli
ad avere notizia del modo usato dai famminghi nel colorire ad
olio, ed aveva deliberato d'andare in Fiandra per avere buona
pratica, ma forse l’ebbe dipoi col re Renato d'Angiò. Dava
grandi speranze di fare opere degne di memoria, morì giovine.
A lui ne furono male attribuiti molte, nessuna ne abbiamo
certa (2).
Nella scultura tenne il campo l'abate Babocio da Picerno,
operosissimo, ma ruvido e grosso, come è a vedere nella cap-
pella dei Pappacada, nella facciata vecchia del duomo, nei
monumenti in S. Chiara e S. Lorenzo. Egli non sentì l'aura
del rinascimento, si attenne ai modelli tradizionali della forma
gotica, ma il gotico non germogliava più sotto il suo scalpello.
() E questo già fu fatto nel secolo XVI dal pi CostANZO, come si crede,
V. il testo rifatto dei Diuvnafi nel R. I. 8. XXI, e la prefazione ai Diumm, detti
del Duca di Monteleone nella primitiva lesione da un testo a penna posseduto
dalla Società Nap. di St. Pat. pubblicati per cura di N. F. FaRAoLIA, spesso
citati în questa opera.
@) Panatta, Le memorie degli art
Dominici. Arch. St Nap. VIII, 99. C'è una
tisti pagnicoli del Jempo di Ladislo e Giovanna Il, © ce n'erano in Napoli e
altrove. Nel 1430 uno Stefacollo Pappalettero feco società con altri pittori come
battiloro. FiLascrert. Iadice, eto. Il, 250. Il fecondo ve Dowtsici, nella leggen-
daria «Vita del fimosissimo Antonio Salario detto volgarmente il Zingaro » dà
molto a fare alla regina Giovanna Il d'Angiò, o tra le altre cose narra, che
questa, a lui, che fuceva lavori di ferro per la cucina, « mostrava buon viso
per corta sun dolce maniera di trattare ». Vite de' pittori, scultori ed architetti
nap. I, 118.
Google cor
(1434) LIBRO SETTIMO 427
La Regina non affidò a lui l'opera del monumento di Ladislao
in S. Giovanni a Carbonara, ma l’allogò al marmoraio Andrea
di Firenze presentato forse dai mercanti fforentini, i quali da
una parte arriechivano la patria coi commerci e dall'altra agli
artisti concittadini davano l’ocensione di sperimentare la loro
virtù. Il monumento, che occupa dal pavimento al sommo tutto
il fondo della chiesa, rafforzato da due ali ai lati è grandioso.
Andrea sul primo piano pose le statue del Re e della Regina
in trono, disopra il sarcofago, în alto Ladislao a cavallo trion-
fante; egli è ben lontano dal realismo di Donatello, suo con.
temporaneo, temperato dallo studio delle opere classiche; ripro-
duce tipi, forme, linee tradizionali all'arco del primo piano
però ridà tutto il sesto (1). Anche in altre parti del regno si veg-
gono opere di architettura e scultura del tempo della Regina.
La porta dell'Annunziata di Sulmona, costruita nel 1418, è di
gotico grosso, senza fioriture.
Ma il regno di Giovanna II d'Angiò non fu în tutto inglorioso,
chè l'istituzione del Collegio dei Dottori e le riforme dei Tri-
bunali meriterebbero lodi ai re più savii. Istitul questo Collegio
con lettere date dal Castelcapuano a’ 28 maggio 1428 e dichiarò,
che lo creava per utilità dello stato, per diminuire i piati
tra privati, levare di mezzo gli scandali e acciocchè per l’auto-
rità e sapienza di essi In verità rilucesse, fosse bandita la ca-
lunnia, a ciascuno fosse attribuito il suo, s'avesse giusto concetto
del buono e dell’equo, e fosse la giustizia reputata prima
delle virtù.
I Dottori în diritto civile e canonico costituivano un Collegio,
a capo del quale era un Priore eletto dal Gran Cancelliere del
regno e durava nell'ufficio un anno; vi furono ascritti i primi
Andreasso d’Alderisio, Marino Boffa, Gurello Caracciolo, Gio-
vanni Crispano Vescovo di Tropea (2), Goffredo di Gaeta, Carlo
Mollicello savii in diritto, i cui nomi spesso trovammo in questo
racconto tra i consiglieri della Regina. Quando il collegio si
raunava per deliberare, era seguito l'avviso della maggior parte
dei presenti: il Priore ed il Gran Cancelliere erano tenuti a
(1) Fanaotaa, Lo memorie degli artisti np. pubblicate da E. de Deminisi,
Secondo studio critico, Arch. St. Nap. Anno VIII, Fas. IL
@) Vescovo di Teano dies il Suxwonrs, lib, IV, 607, L' Uewatty, L S.
428 ciovanwa 11 D'anoIò (1434)
difendere in giudizio non solo i dottori, ma anche gli scolari:
loro giudice, se laici, era il Grande Giustiziere del regno, se
chierici il vescovo di Napoli: por l'avvenire nessuno avrebbe
potuto essere ammesso nel collegio, se non avesse letto diritto
quattro anni nelle scuole della città, per voto del Grande Can-
celliere e dei dottori.
Il Collegio conferiva la laurea a coloro i quali, fatti gli
esperimenti, risultavano idonei. Non potevano essere decorati
della laurea gli scomunicati, gl'infami, i disonesti, e coloro,
che non erano nati da legittimo connubio. Lo scolaro, che
voleva addottorarsi, per essere esaminato in diritto, sceglieva
un dottore del collegio, îl quale gli faceva quistione di leggi e
di canoni e, se lo reputava degno della laurea, riferiva oppor-
tunamente al Grande Cancelliere. Questi convocava il col-
legio, il dottore diceva il suo avviso intorno allo scolaro, ed
era allora depatato un altro dottore per assegnare al candidato
il testo di due leggi, l'una del codice © l'altra del digesto
vecchio, e di due canoni, l'una del Decreto e l’altra del decre-
tale, intorno ai quali doveva dissertare in pubblico il giorno
appresso. Lo scolaro, la mattina dell'esperimento, udito la messa
dello Spirito Santo, si presentava al collegio: il Grande Can-
celliere sedeva in luogo eminente, i dottori intorno sulle panche.
Il candidato faceva le sue dissertazioni: dipoi il dottore più
giovano gli faceva almono due quistioni per mezzo termine.
Il collegio dava il suo giudizio, e se Il candidato aveva fatto
buon esperimento, era laureato con solennità (1). Tutti i dottori
(1) Lo studente doveva faro al Gran Cancelliere Îl presento di un astuccio
per tavola guernito d'argento del valore di ducati 5, di una torsa elegante, di
un pettine di avorio del valora di un ducato almeno, ed il giorno appresso le
prove di un anello di tre ducati, di un herretto © di duo paia di guanti; a
ciascuno dei dottori dovora offrire un anello, ovvero un dusato od un paio di
guanti; a colvî, che l'aveva proposto una veste, 0 cinque ducati, l'anello, la borsa
ed il pettine d'avorin; al notaio o segretario del collogio per gli atti un
ducato ed un paio di guanti; si bidelli mezzo ducato e due paia di guanti;
ai Maostri în saera scrittura un paio di guanti ed un berretto; all'Arcivescovo
di Napoli, e al giustiziere dogli scoleri duo paia di guanti. Scwmovte, lib. IV,
607. Curoccaretti, Antit. pracelir. neap. eccl. catalogus in Nicola di Diano, 271.
Tapta, dus Regni lib. Il, $ 82. De off. Magni Canceltarii 407. MaTtEO DEGLI
Artutti Pecis, 41 Grassose, Stor. cio. lib, XXV, C. 0. G. Grimato1, Ist. delle
lepgi e magistrati ete. lib. XVII, 8 44, ete.
Google ORRORI
(1434) LIBRO SETTIMO
godevano di molti privilegi: erano franchi di ogni imposta
reale, personale, ordinaria e straordinaria, perchè, diceva ln
Regina nel suo diploma, questa prerogativa era degna di coloro,
i quali avevano dato prova d'essere atti a difendere il bene
pubblico © privato.
Il collegio dei dottori divenne molto famoso.
Addi 18 di agosto 1480 In Regina istituì il Collegio dei
medici, e poichè a quei tempi l’arte della medicina era eser-
citata più con ragionamenti astratti, che collo studio dei fatti
e l'esperienza, fu addimandato Collegio di Medicina e Filosofia.
Vi furono ascritti i primi: Salvatore Calenda di Salerno medico
della Regina, priore del Collegio di Napoli © Salerno, Paolino
Grimaldi di Aversa, medico della Regina, Renzo Artaldo di
Aversa dottore in Medicina e lettore nollo studio di Napoli,
Raffaele di Pietro Maffei dell'Amatrice lettore nello studio,
Aotonio Mastrillo di Nola e Battista Falconi di Napoli lettori,
Nardo di Gaeta milite, îl quale, come ho raccontato, aveva
curato la Regina in una grave infermità, Luigi Trentacapilli
di Salerno e Paolo di Mola da Tramonti e Roberto Orimaldi di
Aversa militi e dottori, Paolo Caposerofa di Salerno medico (1).
A questo modo, nella riforma dello Studio di Napoli, tutto lo
scibile umano era ordinato nelle due classi: del diritto e della
medicina e filosofia.
Molte e grandi lodi furono poi date a Giovanna II d'Angiò
da coloro, i quali scrissero delle leggi del regno, uomini tutti
dottissimi, per la riforma doi tribunali supremi. Col volgere
degli anni le Curie del Grande Giustiziere e della Vicaria
s'erano fuse în una addimandata Gran Corto della Vicaria,
tribunale famoso, al quale soprintendeva il Grande Giustiziere;
ma essendosi conservati ufficii, ufficiali e consuetudini antiche
era nato un procedimento disordinato, le liti erano menate per
le lunghe, le spese gravi, la giustizia tarda. Per rimediare a
questi danni la Regina pubblicò i colcbri riti della Magna Curia
della Vicaria (2), i quali fanno parte delle Costituzioni del regno
© furono largamente commentati da giureconsulti gravissimi.
(1) V. gli A. notati innanzi.
(2) Capitula Regni ete. I 144. Fd. Napoli 1733 1 Ritus Magnae Curine
Vicariae sono pubblicati colla data de 10 gennaio 1420, ed è un errore, porchè
oogle ‘
430 GIOVANNA Il D'AN
(1434)
Ella dunque stabili l'ordine da tenere nel fare i processi
civili e criminali, le norme per gl’istrumenti dei notai, le
citazioni, l'esame dei testimonii: prescrisse il numero dei
giudici, dei mastrodatti, degli attuarii, determinò i diritti da
esigere, Così dunque tolse di mezzo abusi e consuetudini
viziose, e questo provvedimento basterebbe solo a rendere
chiaro îl nome di un re.
come ho detto inna
quella è la data deì privilegi concessi ai napolitar
Questi privilegi furono aggiunti ai Riti, anzi di e
Camuvia, Comune credenza è, che i Riti dolla Magna Curia siano atati pubblicati
dalla Regiaa tea il 1421 ed il 1431. Olesuone, Stor. Cie. lib. LAXY, cap. VIII,
e neppure questo è esatto. Trovo un notevole diploma dato da Giovanna ll, i
12 luglio 1432, nel quale si ha notisia dolla riforma, che era per farsi nella
Magaa Caria. È diretto al notaio Antonio de Masculo di Napoli. Aveva questi
sostenuto l'uficio di subactario al tempo di Ladislao, e poi in tempi pericolosi
gli ora stato anche affilato l’ ufficio di notaio del fisco, tonuto già da va ribelle;
or lu Regina gli dice, che in considerazione della buona condotta « teque fece
rimus sollicitatorem agendorum fisci diete Magae Curio ac commendandorum et
sondempuandorum in dicta Magna Curia tam ad pelicionem diete Curio quam
parcium privatarum. Nec non et quibus et quibuseumque in hoc contradicontibus
legibua irritatis quod possce et valerta în eadem Curia simul et somel predieta
officia personzliter vel per tuum ydoneum substitutum crercere et alias tibi
Rratiose concesserimus gratias quas voluimus tibi omni tempora firmas. ess
prout lictere tibi per nos concesse continent satis plene.
Noviter autem quia diote Magna seu Vicarie Curia est per dietam nostram
Mayestaton de prozino in melius reformanda, in qua roformationo inter ali
declarabitur quod nemo ex offcialibus diete Curie possit in eadom Curia duplicata
officia exorcere, Inque propterea venies dietorum officiorum tuorum altero
iderantes qued aput omnes equo ludi
is exigentibus multiplicium gratiaram repen
prosequi lustinotu gratitu to deberemsus et ciren fui honoris et status
augumentim nostra pratitidinem exereero, nullis suadentibus ymmo omnibus
repugnaniibus causia c3 officlis ipsis aliqua absque recta pensatione privaremue,
deliberavimus reauncintis per te prius in nostris manibus offciis ipsis tibi tanguam
banemerenti et ydoneo de actorum noteristus officio in magna seu Vicarie Curia
ad vitam tun cum conmetis prorogalisio emolumentis et gagiia in iproram
officioram tuorum excanbiu providere, Et propterea volentes hiiusmodi nostrani
doliberationem realiter ducere ad effeetum, Nec minus de fidei prudeacia e
logalitatia tuarom meritis quibus apud nos maltipliciter comendaris plenam et
ab experto fiduciam optinentes, nee non acfendentos utilia grata fructuosa et
accopta sarvicia per ta nobie in acceptabili tempora prestita et impensa nul
tue persono parcendo pericalis que minime formidasti sumptibus Iaboribus ot
axpensis queve prestare non cessas ad prosens et prestare sporsmus de bono
fono fatti undici riti dal
Google Or
(1434) LINRO SETTIMO 431
Il regno di Giovanna II d'Angiò non fu dunque in tutto
inglorioso: il cenere e le ossa furono consumati dal fuoco,
dispersi, ma, per magisterio dell'arte, ella vive ancora ritratta
nel marmo con maestà di Regina accanto a Ladislao nel
mausoleo di 5. Giovanni a Carbonara. Poco lontano si leva îl
monumento di Ser Gianni Caracciolo: sono entrambi raccolti
sotto le grandi ali della pictà di Dio.
FINE
in melius in futorum voleatesque tibi pro dietis tuis obsequiis gratitudinaliter
et merito responderi Te tamquam sufficiontem legalem ydonenm et erpertum in
Acloram magistrum in dieta Magna Curin ponos virum magnificam... Magintrom
Justitiarium regai nostri Sicilie vel eius locumtenentem sou Regentem Curiem
Vicario dieti Regni pressuntem et successive futuroa ad vitam tam et donec in
officio bene to gesseris cum consuetis gagiis sonusrum unciarum triginta sex
do carolenis argenti.. Datam Neapoli per virum magaificum christoforum
gaytanum fundorum comitem to. Anno domini MOCCEXXXII
monsis augosti decime indictivnis ete. do mandato Regi
presentibus Domino Marino Boffa ete. A. do Teano ote. V. Cimmino ». Reg.
Ang. n 317 £. 407.
Fra i Riti della Regina Giovanna leggesi il seguente, cui accenna il diploma:
« lara qued nullua officialia ipaina Curiso possit in eadem Magna Curia erarcerà
duo effifia sed uno tiatum esse contentun ». Crpitula Regni cit. do Officialibus
etc. 135. Da cib risulta, cho î riti furono pubblicati dopo il 20 agesto 1432 e
forse nel 1433. Essi furono la prima volta dati alle stampo da Annibale Troisi
nel 1542; li illustrarono Cksank: E Penrusis, Giucosto AcxELIO DE BOTTA,
ProsmeRo Caravita, Costaxrivo Para, Ciuro Frmu, Gio. Frawessco
ScscsioNe, GikcoNIO GRIMALDI, ste
È Google PARE gi E
pigitzeatby Original from
pi Google CORNELL UNIVERSITY
INDICE DELLE PERSONE
A
Abato (doll’) Simono 295, 280, 208,
308.
Abramo Giudeo 333,
Abruzzo Baroni 148 nl.
Acciaioli famiglia 172.
‘Acciaioli Angelo 69.
Acciaioli Benedetto 25, 78 n6, 79,
Carlo 118 n2.e
Acciaioli Lorenzo 25.
‘Acciaioli Roberto 25.
Acciapacoia Angelo 74 n?, 74 nd.
Acciapaecia Giacomo 170, 298 n3.
Acclocciamuro Ottario 148.
‘Acquaviva Andrea Mattoo 20.
Acquaviva Bernardo 301.
Acquaviva Cicco 172 nl.
Acquaviva Corrado 78 n0, 270.
‘Acquaviva Giogia 151, 170 n5, 185,
398.
Acquasparta (0) Giov. antonio 259,
Adriano papa 4.
‘Aflliotie (do) Leonardo 79.
Agli (degli) Cecchino 165.
Agamennone di Perugia 999.
‘Agapito Castellano d’Aoerra 282.
Agostino da Pisa 66.
Aiello Colangelo 224 nl.
‘Alagona (do) Giovannolla 398 n1.
Alante Agostino 234.
Alberti Bernardo 398.
Albanese Etiodoro 119,
Albizzi (degli) Rinalilo 28, 30, 219
n9, 215, 216, 210, 220, 257 ni,
816.
Albizzi famiglia 415.
Albuquerquo Leonora 177.
‘Alderisio (d’) Andrensso 427.
Alemannia (de) Giorgio 217,
844 n7, 405 n2, 418,
Alessandro (d') Marietta 30.
Alexio (de) Giovanni 75.
Alfano (de) Anfonalio/113,
Alibert de Vayro Giovanni 36, 76.
Alopo Antonello 361, 362.
Alopo (le) Giacomo bé nÎ.
Alopo (le) Jacopo 56 n2.
Alopo vedi Pisco
Altavilla Conto 89, 140, 151.
Alvito (4) Ventura 186.
Alvito (d’) Conto 147, 148, 151.
Amella Francesco 40.
Amicis (de) Menicuccio 301,
415.
Anacleto antipapa 4.
‘Ancona vescoro dLl.
Andrea (d’) Cristofaro 54 nd.
Andrea d'Ungheria 5.
Andrea scultore da Firenze 427.
‘Andreis (de) Antonio ed Onofrio 76.
‘Andreis (de) Ettore 82.
Andreis (de) Giannina. 83, 499.
Andreis (de) Pieretto 10, 22, 20, 48,
57, 82, 1
Anechino Raimendo 203,
Anello arcivescovo di Cipna 201,
Angelo vescovo di Potenza 249,
344,
302,
28, — Faruonia, Giovanna II D'Angiò.
Google
434
GIOVANNA IT D'ANGIÒ
Angelo (1) Risulo Cola
‘Angelo (s.) Conte 151,
328.
Angelo (8.) Giovanni 401.
Angelo (s) Marino Antonio 178.
Angiò (d’) Carlo 1 3, 5, 159.
Angiò (1) Duca 2
Angiò (1') Giovanna I
Angiò (8) Giovanna IL preci,
Angiò (1') Luigi 2,80,
24, 66, 87, 87, tia
Angio, @) dal ti 68, 104, 142,
160, 107,
181, 183)
209) 214
249,
ito,
Angiò (4?) Ludovico di Taranto 25
Angiò (4) Ludovico re d’ Ungh
18, 19.
Angiù (1°) Maria 19, 220.
Angiò (d’) Renato 13 n., 159, 418,
426.
Angiò (d’) Roberto 332 n2.
Anna (1°) Monacello 07, 318, 418.
Ansalone (de) Giovanni 17‘
Ansequera Gonsalro 184.
Antonelli famiglia abruzzese 71.
Antonello guardiano del Monastero
di S. Franeeeo in Napoli 35
nl e?
Antonello d' Imola 301.
Antonello di Sanlupedio 301
Antonio da Fano Agostiniano 362.
Antonio da Messina 74 nd.
Antonio preposito di Fossombrone
356.
Antonio (1°) Giacomo 271.
Appiani Gherardo 161
Aquila (dell’) Amico
8 n2,
‘Aquino («’) Francesco 347.
Aquino (d’) Rainaldo 151,
(&) Alfonso 13, 120, 165,
179,
Aragona
182, 184,
; 201,
218;
227,
185,
817, dA 319,
i 861, 363,
I, 398,
397, 18987 899, 401,
406, 408, 4115 415,
Aragona (i) casu realo 199.
Aragona (il’) Enrico, 177, 2:
Aragona (d') Federico 313.
‘Aragona (1) Ferdinando il Giusto
ir.
Aragona (d’) Ferrante II e Federico
258.
Aragona (d’) Giovanni 45, 177.
‘Aragona (’) Leonora 177.
Aragona (d’) Maria 177,
Aragona (il’) Pietro 177, 241,
248, 260, 292, 318.
Aragona (’) Violunte 363.
Arcamone Remanlo 188.
Arcamone Giovanni 106, 234.
Arcameno Lombo 187 nl.
Arce (4) Francesco 30.
Arco (d’) Giovanna 349.
Ardecino oretore di Gioranna II 05,
07.
Arena conte 401.
Arenig (de) Nicola 170, 325 n2.
Aretino Leonardo 161.
Arezzo Vessoro 150.
Aricon Domenico 184.
Armagnae (d’) Bernardo 47 n2.
Armaleo da Foligno 301.
Arrigo VI imperatore d.
Artollo Renzo 499.
Ascoli (d') Scaramuccia 301.
Ascoli (d') il conto 151,
Aspo (dell) Matteo 113,
Atri (d') il Duca 161.
‘Attendoli (tegli) Domenico 84
‘Attendoli (degli) Foschino 29, 50,
186, 24l, 245.
Attendoli (degli) Leone 409.
Attendoli (degli) Lorenzo 276.
Attendoli (legli) Marco 74 n2, 94,
95, 241, 245.
Attendoli (degli) Matteo 40.
Attendoli (degli) Micheletto 22, 87,
160, 194, 203, 213, 221, 276)
242,
INDICE DELLE PERSONE
435
277, 278, 301, 308, 355, 300.
Attendoli (degli) Podrino 214"
Attendoli (degli) Renzo 22, 30, 41,
50, 59, GI, 83, 91, 95 nd, 183,
185, 142, 214 ni, 409.
azzo 235 NI.
) Guglielmo 20,
Austria (9") Leopoldo ILL 20, 21.
Avellis (de) Antonio 74 n4.
Avena conte 193.
Aversano Bertraimo 187 nl.
Avigliano (de) Angelillo 134, 1
Avino Francesco 298.
Baciller Giovanni 75 n2.
Baglioni Malatesta 299, 302.
Baidrino du Pavia 299”
Balzo (del) Orsini, Caterina ?, 57.
Balzo (del) Francesco 408, 408 ni
Balzo (del) Gabriello 7, 133, 409, 412.
Balzo (del) Giacomo 412.
Balzo (del) Giov. Antonio 151.
Balzo (del) Guglielmo 408, 408 n3.
Balzo (del) Ramondello 7.
Balzo (del) vedi Orsini, Taranto
Pappacods Buordo 79.
Barbero Ermolao 388, 411 n1, 425,
Barbiano (de) Alberico 339.
Barbiano (de) Manfredo 151.
Barbiano (de) Venerio
Bardasci Giovanni 23
Barile Manno 141, 302.
Barile Perdicasso 22, 418.
Barile Pietro 1.
Baroles Berengario 398 nf.
Barone Antonello 168.
Barone Giovanni 94 nl.
Bartolaccio di Bologna 95.
Besuvan Luigi 412.
Bonuvan Pietro B44, 406.
Bolonstro (di) cento 151.
Belforte Spinello rescovo di Cussano
123.
Bellante (di) Francesco 59 ni, 130.
Belvis (de) Francesco 403.
Benedetto XIII antipapa 7, 3, 9,
178, 202.
Berlingieri Giovanni 58.
Bentivoglio Venerio 355.
Beringariis (de) Tommaco, vescovo di
Capaccio 149.
Bernarlo governatore di F. Sforza
113,
Bernardo (ili) da Montalcino Pietro
292.
Bertuecio, detto Seraglio 40, 2:
Bianco Cicco 211, 212.
Alto il conte 25, 95, 147, 106,
Biure (de) Alfonao 394.
Biure (le) Andrea 318, 351, 393,
398.
Blaque Blanchetto 57.
Blasco conto di Passanito 215.
Boccapianola Francesco 105.
Bolla Marino 78 n9, 78, 92, 108,
108, 140, 219, 231 n2, 258 nd
392 n1, 394, 403, 406, 418, 427,
Boffa Anello 108.
Boyl Ramon 403.
Bologna (di) Francesco <0i.
Bongiani Gaspare 128 n4, 12
n3, 285, 367.
Bongiani Giacomo 167.
Bongiani Pietro 09.
Bonifacio Candida 422.
Bonifacio IX papa 67, 92.
Bonifacio Ruberto 234.
Bonifazio famiglia 173,
Borbone (di) Eleonora 47 n2.
Borbone (di) Giacomo 47, 49, 59, 54,
56, 57, 58, 59, 00, 02, 03, G4
63) 66) 67) GS) 69; 70, 71, 72,
13, 24, TO, 102, 11
Borgogna Îl Duca 182, 36;
Borgogna (di) Giovanni 47.
Borgo (de) Agnello 76.
Borromeo Alessandro 48 n.
Boussasse (ile la) Guilon 181, 412.
Bozzuto Giov. Vincenzo 204.
Rozzuto Giovanni 189, 234
Bozzuto Arcirescovo 5.
Braccio da Montono G4, 87, 90, 97,
09, 101, 124, 127, 140, 141,157;
158, 160, 161, 191 a'196, 199)
204a 208, 211 a 213, 215 a 218)
220, 221, 223, 220 A 228, 280)
241, 201, 209, 208, 209, 267, 209
2 276, 281, 283, INA, 287 a 250,
202, 294, 207 a 307, 40
Braga conte 'di Bolcastro 193.
8
3, 210
436
GIOVANNA II D'ANGIÒ
Braga Pietro Paclo da Viterbo, Mar-
chese di Cotrone 103.
Brayda Antonio e Mengola 74 n2.
Braneaccio (de) Brancaccio 80.
Braneaccio Cardinale 24.
Brancaleone Armaleo 305.
Brancolino il conte 141, 278, 299,
(de) Jacopo 132 ni.
(de) Bernardo 58, 194.
io Leonardo 70.
Brucio (di) della Cafose Jacopo 301
Bucello d'Orvieto 246.
Burget (de) Pietro 19.
Burgo (de) Cicco 84 n1.
c
Caldora Jacopo 22, 41, 42, 88 n8,
91, 93, 94, 95, 112, 151, 170
n5, 187, 198, 194, 257, 260, 272,
a7B, 276, 978, 209,208, 204,
205, 297, 209, 299 n8, 300, 301;
302; 905, 304, 305, ‘307, 312,
315) 348, 345 n1, 346, 352, 358,
354, 395, 359, 362, 365, 365 nl,
306, 307, 368, 397, 308, 405;
400, 409, 410, 415, 418, 425,
Caldora Antonio 301, 326, 328, 356.
Caldora Gior. Antonio 41.
Caldora Luigi 2:
Caldora Maria 257 ni
Calenda Salvatore 429.
Caltabellotta, ;l conto 313 nI.
Caltagirone (di) Bernardo 318,
Caltagirono (di) Giovanni 403,
Calvera (di) Nicola 399.
Camerino Bernardo 113, 100.
Campagne (de) Pietro 181.
Camparino (le) Leonerio 324.
Campli (le) Pasquale 124, 124 n1,
166, 179, 182, 201.
Campli (de) Matteo 257 nl.
Campli (de) Riccio 90.
Campobasso (di) Cola 237.
Campobasso (di), il conte 151, 309,
Campofregoso Rattista 26, 181, 162.
Campofrsoso Giovanni 188,
Campefregoso Tommaso 181, 182,
ni.
Camponeschi (de) Antonuocio 35, 30,
37, 41, 71, 78, 102, 103, 51,
17D, 189, 264 265, 208, 268,
260, 270, 302, 308, 305, 312)
Camponeschi (de) Antonuocio e Pirro
288.
Camponeschi (:le) Battista 38,37, 303.
Camponeschi (ile) Luigi 228,
Camponeschi (de) Pirro 280, 287.
Camporotondo padrone di galera 255.
Cantelmo Antonio conte di Alvito 61.
Cantelmo Jacopo 151.
Cantelmo Maria 335.
Cantelmo Rita 41.
Gantono (le) Bartolomeo 183 nl.
Capeoe Battista 80, 348,
Capece Marino 132.
Capece Paparella 82 n6.
Capestrano (da) frato Giovanni 271,
‘385, 389.
Capogrosso fumiglia eulmonese 101
ni.
Capponi Neri 298, 307.
Capra (della) Bartolomeo 226.
Capua (de) Angelillo 234, 318,
Capua (de) Fabrizio 22, 39, 43, 60,
80, 194,
Capua' (de) Giulio Cesare 10, 22, 39,
43, 49, 50, 51, 53, 60, 61, 62,
63, 64, 422.
Capua (di) Jannotta 235.
Capua, il vescoro 149.
Capuano Giorannuccio 422 n9.
Caracciolo Antonio 183 nl,V. Carafa.
Caracciolo Battista 399.
Caracciolo Carlo, detto Carafa 88 n8,
99 ni.
Caracciolo Ciarletta 127
Caracciolo Cubella 235 ni
Caracciolo Francesco 56 n , 89, 301,
300, 307,
Caracciolo Ser Gianni 22, 79, 80,
86, 89, 90, 95, 102, 105, 106,
107, 108,111) 112, 114, 115)
118, 124 128, 182, 161,
157, 160, 171) 172, 173,
176, 185) 187, 188) 193)
200, 216, 217) 221, 224,
229, 229, 234, 242,
268, 283, 318; 321;
1 390, 349, 344 ni, 345,
INDICE DELLE PERSONE
437
348, 356, 357, 358, 302, 369,
389.
Caracciolo Giovanna 356, 3
Caracciolo Giosuè 235,
Caracciolo Gualtiero 79, 127, 231 n2,
318, 392, 418.
Caracciolo Gurello 106, 427.
Caracciolo Jrechello 194 ni.
Caracciolo Isabella 112, 176, 356.
Caracciolo Marino conte di 8. Angelo
60 n3, 109, 111, 146 n2, 151,
358, 966, 307.
Caracciolo Ottino 67, 08,
88 n3, 108, 121
170, 171, 2
4046, 418.
Caracciolo Petricono 32, è
Carscciolo Pippo 252.
Caracciolo Riccardo 170,
Ceracciolo Tristano 385.
Caracciolo Tristano e Luigi 285 nl
Carsociolo Ulpiano 348,
Corseciolo Urbano 246 n3.
Carnecioli rossi (lei) Giovanni conte
di Ceraco 70.
Carafa Alkerico 176.
Cerofa Anna 410,
Carafa Alessandro 170 nî.
Carafa Alfonso 176.
Carafa Antonio 170.
Carafa Baordo 176.
Corofa Berlingiero 176.
Carafa Carufello 80, 167.
Carefa Carlo conte di Airola 175 n8.
Carafa Diomede 176 n.
Carafa Ettore 176 n.
Carufa Fabrizio 176 n.
Carafa Francesco 176 n3.
Carafa Guleotto 176.
Carafa Giovanni Pattista 176.
Carafa Giovanni Antonio 176 n.
Carafa Giovanni Pietro (Prolo IV)
166,
176, 177
183 nl,
184,234,
Carafa Oliviero, Cardinale 176 n8.
Carafa Raffaele 167 né,
Carafa Tommaso 176 n.
Caramanico {da) Marino 106.
Google
Carbone Jacopo 49.
Cardinal di Cipro 308.
Cardinale di $. Andriano 209, 359.
Carlinale di S. Angelo 91, 98, 216,
217, 228,
Canlinale di $. Eustacchio 88, 80.
Cardinale dei Fieschi 217, 218.
Cardinale di Spagna 901.
Cardona (de) Antonio 179.
Cardona (de) Giovanni 255.
Canlona (ile) Raimondo 177.
Carduino Antonia 814 n2.
Canluino Giovarnella 421 nd.
Gariofo Pietruccio
Curia (de) Cicco 287, 397.
Garis (ie) Filippo 231 n2,
Caris (de) notaio 19.
Caris (ie) Ottino 231 n2.
Dario VIE di Francia 137, 349 n2,
Carlo VIEC di Francia 11 n.
Carluecio Seripando 224 ni.
Carmagnola il conte 226, 202, 315,
6, BUT.
Carolia' (le) Antonio. 202.
Caropope Tommaso 281 n2.
Carogio Francesco 28, 65, DO, 333,
42
Carrara (da) conte 22, 72, 81, 97,
101, 128, 139, 146 ng, 148)
170, 198.
Carrara (da) Ardizzone 97, 170, 213,
205, 270, 284, 208,
Carrara (da) Obizzo 35, 36, 37, 40.
Carraresi conti di Ascoli 21 n6.
Carriglia Giovanni 301, 3
Carta (della) Bera
Carta. Vedi Ubaldino Ber
Carta Francosco 74 nd.
Casaluco (del) la Madonna 246 n3.
Caserta il conte 151, 152.
Cassiano (di) Giovanni 95 n9, 41%
Cassiano Raimondo 131, 172 n2.
Castagnola Colella 39 nl.
Castalil letta 224 nl.
Castellani (de) Michele 219, 220.
Castellani Matteo 69.
Castellanis Michele 210.
Castellano Bonomelo 416 n
Castiglia (01) Giovanni IL
(di) Enrico Il
Castiglia (di) Mari:
lino
Ii.
GIOVA
438
\NA II D'ANGIÒ
Castiglia, il Ro 363, 395.
Castillon (ii) Carlo ‘412.
Castracani Roviolfo 89.
Castriota Giovanni 243 nota.
Catena Paolo 304.
Cattatriga, Capitano 195.
Cava (della) Gagliardo SI.
Cava Giovanni 342,
Ceccolino da l'erugia 22.
Celano (di) Bernanlo 149, 185,
ni.
Celano (di) conte 35
Celano (di) Nicola 75.
Colano (di) Giovanna 404 n2
Celano (ii) Nicola 121.
Celano (ili) Paolo 147, 149, 946,
Celano (di) Pietro 158,
Centelles (de) Bernardo 179, 215,
246
148 n.
Crisi (ile) Seneeella 245 nl, 422,
Cerreto (di) conte 151, 149.
Challant (le) Antonin, cardinale 10,
Chiaromonte (di) Costanza 6.
Chiaromonte (di) Tristano
Chyaracera (della) Egidio 1
Cicalese Antonello è Gurello
Cicario (ile) Francesco 84 nl.
Cicinello Giovanni 56 nota, 4 n7,
302 ni, 309, 403, 406.
Cimninello (eli) Cola 92.
Cimino Girolamo 422 19,
Cimino Urbano 398, 406.
Cipro (di) Maria, regina 7.
Cipro, il Ro 45.
Cisterna (ln) Vetulo
Clemente antipapa 5, 6, 260.
Cola Pietro 185, 186
Coluntonio pittoro 428. $
lolotta, beata 17.
Collo (di) Tamira 61 n?
Colonna 201
Colonna Antoni
216 n2,
364,
Colon
Colonna Eluardo 364, 867,
Colonna famiglia 25.
Cola mo SS n6, 120, 124,
5, 120, 188,153)
116,
Colonna
Colonna Ottone, papa Martino V 23,
90. V. Martino V.
Cotonna Paolo 101 ni.
Colonna Prospero Cardinale 304.
Colonna Renzo 129 n2, 146, 147,
151, 249.
Colonna Vittoria 253.
Comite (de) Guglielmo 95 n3,
Comminges Cardinale 407 n2.
Conconiia, il Vescovo 398.
Condolmieri Gabriello, papa Euge-
nio IV 364, V. Eugenio IV.
Condutto (de) Sansona 252.
Consa (di) Arcivescovo 336.
Contarini Anto
Gonte Francesco 901,
Conti famiglia 170 n., 364.
Conversano conto 25 n., 51, 151.
Corbizi Nicola 21 nI.
Gorella (e) Ximen Peres
Corrado (di) Foligno
Corrado (Ji) Pietro 338, 339.
Corsi (de) Bertuzzo 214.
Corsinis (de) Iuigi 74, 77 n3.
Cossa Baldassarre Cardinale 8, 9,
vedi Giovanni XXIIT.
Cossa Maddalena 953.
Cossa Michele 184, 253, 319, 339.
Cossa Pietro 254 n2.
Costantinis (de) Bonedetto 76 nd.
Costantino Antonello 422 n9.
Costanzo (1) Angelo 322
anzo (di) Gincomuzzo 825.
Cesi (di) Nicola 32
Costanzo (ili) Tommaso
Cotignola (rin) Hisso 258, 259,
Cotignola (da) Girando 301.
Cotignola (qa) Pelino 99, 113,
201, 904.
Cotignola (ela) Rainoldo 113.
Cotrone il Marchese 151, 198,
894, 401.
Cotugno Giovannello 814 n2.
Crisoloras Emmanuelo 10.
Crispani Giovanni 74 n2, 90,
Crispo Petrillo 352.
193,
309,
Cristiuno “Raimondo s0.
Gristofero vescovo di Polignano 76,
TE ni.
Crottis lle) BIZ.
Cunco (li) conte 151
dn
Cuttisio Pietro
INDICE DELLE PERSONE
439
c
Garoirera Dolman 914, 302.
gare Gil 399, 99,
‘agarriga Pietro 46.
D
Dato (de) Nicola 259 r2.
Dontico Antonio 418.
Dentice Gioranni 281 n2, 252, 18,
358.
Dezfar Gisberto 391.
Diano famiglia 170.
Diano (di) Nicola, arcivescovo 54
Doco (de lo) Carluccio 80.
Dragonetti (ile) Drugonetto 195 nl.
Durazzo (di) Carlo ILI 5, 19, 25, 41,
178, 254 nd, 825.
Durazzo (di) Francesco 13.
Durazzo vedi Margherita G, Lali-
slno.
Durazzo (di) Margherita 18 n2, 46,
Raimondo I 12 n., 18 n.
E
Etoli (di) Antonello 95 n4,
Etoli (ci) Medea dl.
Ebrei 332, 333, 334, 341, 342.
Eduardo infante di Portogallo 177.
Emanuele (ili) Gugliolmo emo 353
nd.
Emanucle (di) Mastro Vituloocio e-
breo 333 n4.
Baghien (1°) Maria 7, 13, 2
115, 139, 130, 151, 17:
Enrique Federico 238.
Epifanio (di) Antonio 35,
Este (d’) Nicoln 359.
Eugenio IV papa 178, 354,
367, 968, 300, 394, 305,
410, 425,
Eusunio (ili S.) Antonio 18 nl.
F
nza (ili) Graziano 24
Ile (de la) Tristano 217.
Falooni Battista 429.
149.
È Google
Fano (da) frato Antonello 301.
Faraone Tadeo 294 nl.
Federico Barbarossa 4.
Federico II di Svevia ©
Federico di Matelica 301,
Fellapane Filippo 392 ni.
Ferrara (il) Marchese 284, 402.
Ferraro Matteo 108 n3.
Ferilli Giacomo 418.
Ferilli notaio 344 n1.
Fiaseo Girardo 277,
Fibia (le) Sn.
Fidei Andren detto Princitelli 348
ni.
Fieschi (‘1oi) Lutoxico, Car
Filangieri Arduino 106.
Filangieri
Filangi
Filungieri Filippo 107, 169, 230,
277, 324.
Filongieri Giovannuecio 10
Filangieri Jacopo Nicola 11
Filangieri Matteo 107.
Filangieri Riccardo 107, 116 nl.
Filangieri Urbano 106.
Fillica Nardo 19,
Fiorentino, conestabile 88 n3.
Fiorino Giovanni 270.
Firenze (da) Beneletto
, 290,
Flora (In) Roberto 20 nd.
Flores Qiliberto 21:
Foco Qiannuzzo 200,
Foix Cardinale 407 n2.
Foix il conte 368,
Folch Giovanni 241
Foligno (da) Armalco 01.
Fondi conte 39, 43, 151,
Fonseca Pietm 209 nl.
Forfona (la) Jacopo 35.
Formerio Giordono 58, Gli ni.
Fortebraccio Nicolò 806, 206,
Foscari Francesco 67.
Foschino sforsesco 83. 00, 109.
Fox (ili) Cardinale 891.
Francesco Cardinale di Firenze 6
Francesco di mastro Bartulumeo 54
né.
Franconi Oliviero 812.
Frezza Buffllo 76,
Fuertes (ile) Giovanni 408,
109,
440
GIOVANNA II D'ANGIÒ
Furlano grande 113.
Furlnno Paliano 291.
Fusararia Vannella 18 nd.
Fuscaldo (di) Antonello, 2:50, 401.
G
Gaeta (di) Goffrelo 117, 318, 42
AT.
Guotani Cristofaro 39, 43, 50, 80,
91, 95, 115, 147, 149, 170, 171,
179, 12 ni, 184, 201 n3, 207)
209, 312, 345 ni, 346, 300.
Guotani famiglia 203
Gaetani Francesco 108, 307,
Gaetani Jacopo 107, 151, 201 n3,
392, 394, 307, 998.
Gretani Ludovico" 108,
Gaetani Onorato 419,
Gaetani Ruffo 80,
Gaetani Ruggiero 204, 366, 367, 394,
397, 398.
Gagliofli (ie) Ludorico 42.
Galeota Ettore 165
Galeota Giovanni 184.
Galeota Luigi 419.
Galilei Galilco (di) Giovanni 315 nl.
Galles il principe 45.
Gallofo Rufino 409.
Gallnezio Prisco, Catella, Antonello,
Nicola, Pippo 167 ni
Gulvini Francesco 256.
ambatosa Angelo 392.
Gargiella padrone di galera 215.
sino ino 6,
Gattamelata, conlettiero 299, 300,
302, 304,
Gatto (lo) Capitano 140,
Giattola Jncopo 172 n2,
(iattola Gierio
Gennaro (de)
entilo di S. Angelo a Fasanello 421.
allanore 50,
è conte
Gesuallo (te)
Gesualto (de) E
Gesualo (le) Giovannel
Gesuaklo (le) Luigi 8
Gesuallo (le) Menga
Gesualdo (1e) Sensonetto 224 ni.
Giannetto di Montefalcione 957.
Qiini Urbano 314 n2.
Giovanni XXIII papa 8, 9, 10, 14,
24, 20, 28, 05, 87, 124.
Giovanni (di) Pietro 131.
Giovanni da S, Prageto 65.
Gioranni di Sterlino 301,
Gioranni veti Capestrano.
Giovinazzo (di) Paolo 24.
Girardo da Cotignola 301.
Giudice (del) Andrea 23.
Giandines (do) Fllion 252.
Gonzaga Francesco 345 ni.
Gonzaga Margherita 350.
Gonzaga Paola 850.
Gonzaga Tudeo 345 n1.
Gragnano (di) Vito 108, 206.
Grazieno Girardo 40, 99, 109.
Gregorio YII papa 4, 7, 8, 10.
Gregorio di Norcia 2i
Grifîs (de) Jacopo 106, 234, 337
Griffis (de) Mazzeo 364 nl.
Griffis (de) Stasio 75,
Grigny (de) Grigny 58, 76.
Grimaldi Giacomo 408'n2.
Grimaldi Paolino 429.
Guadagni Bernardo 24.
Guadagni Viori 316.
Guarna Mazzeo 345.
Guasconibus (de) Blasio 285 n1.
Guglielmo Cardinalo di S. Marco 66.
Guglielmucci Bonaventura di Dino
338 nd.
Guinigi Ladislao 358, 355.
Guinigi Puolo 363.
Qurillo Messer 246 nl.
H
Heredia (le) Fernandez 199.
Humano (le) Trincios 231 n2.
Incopo vescovo di Aquino 132 n1.
lannuzzo d’ Itri 199
Illio Alherico 848.
Imola (4) Antonello 341.
INDICE DELLE PERSONE
441
Iodice (de) Berteraimo ed Ettore
285 nl.
Iodice (de) Bertillo 235 n1.
Ischia (di) il vescovo 254 n2.
Isolani (degli) Jacopo cardinale 23.
Tudice (de) Valentino 348 n1.
Tudicis Nicoli Pietro 224 nl.
L
Ladislao re 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12,
13, 14, 15, 16, 17, 18 n3, 20,
21, 22, 20, 85, 00, 79, 89, 89,
116 nl, 136 né, 170, 172, 173,
225, 228 n2, 254 n2, 268, 325,
336, 337, 385.
Lagonessa (della) Errico 57.
Lagonessa, famiglia 398.
Lagonessa (della) Marino 80, 235 ni.
Lagonassa (della) Jacopo 392.
Lagonessa (della) Jucopo e Luigi 151
Lanario Vinciguerra 309 n1.
Larenzana (di) Francoschino 113.
Laurent (le) Arnaldo 75.
Lauria (de) Carluccio 230, 401.
Lauro (del) Raulo 220,
Lautrico (de) Giovanni 228 n2,
Lautrico (de) Tipo 18 ni
Lavello (di) Angelo. Vedi Tartaglia.
Lenci (di messer) Antonio 80.
Leone (de) Filippo 103.
Leonello Perugino 305.
Letto (di) Raone 170.
Leucio (di) Angolo 170.
Lico, notaio 275.
Ligorio Filippo 294 nl.
Ligorio Filippetio 291 n?.
Logoteta (de) Roberto 348.
Lombardo Ermolao 48.
Longo Rita 127 n.
Lorenzo, rescovo di Arorsa 65, 67.
Loreto (di) conte 148, 340,
Luca d'Arezzo 299.
Lucio e Ruggiero da Rutigliano 76.
Ludoricis (de) Giovanni 146 nl.
Ludovico conte Palatino 66.
Ludorico (di) Leone 170.
Luna (de) Antonio 299.
Luna (de) Artaldo 224 n1,
Luna (de) conte 361.
Tuna (de) Loper 184.
Google
313 nl.
Luna (de) Pietro antipapa 250.
Lupolo Giorannello 102.
Lusignano (di) Anna 407 n3.
Maodonio Pietro 37, 42.
Maddalona di Gaeta 193 n5.
Maffeo di Provenza 299.
Mailly Giacomo 119.
Malacarne messer 15
Malaspina Alberigo 27
Malaspina Spinetta 21,
Malatesta Corio 101;
Malatacca Enrico 257,
Males (de) Giacomo bf.
Mandino (de) Subatino 365.
Manieri (le') Paco di Bazzano 266.
Manieri (de’) Ugolino 392.
Maramaldo Feulo 19.
Maramaldo Landulfo 152.
Marche, conte, vedi Borbone.
Marchalto Sforzssco 40,
Marino Niccla 246 n3,
Marra (della) Giacomo Antonio dotto
Serino 104, 924.
Marra (della) Jacopo 151.
Macra (della) Margherita 82, 422.
Marta (de) Simono 367.
258.
Martinengo (di) Cesare 221, 362.
Martino V
198,
papa 28, 99, 102,
124, 125, 127, 12801,
166,
121,
142,
185,
229,
276,
515)
204,
816) 317, 829, 293, 341
342) 340) 355) 364) 366)
3001
Marzano (ds) Angiolella 228,
ino (ile) Antonio 151.
Marzano (de) Caterina 228, n2.
Marzano (de) Gior. Antonio SI, 281
n2, 302, 404 n2. V. Sessa,
Marzano (de) Goffredo, conte di Alife
82.
Marzano (de) Tsntella 81.
Marzano (de) Margherita 228 n2.
Marzano (de) Maria 61 n2, 227.
Marzano (de) Marino 404
Mussaio Tirello 187 nl.
GIOVANNA Il D'ANGIÒ
i Raffaolo 429.
Ili Antonio
Matelica (di) Federico 301, 304.
Matera conte 160.
Matteo (di) Fabrizio 124 nl
Mazza Francesco 416 nl.
Medici (de) Averardo 45 nl.
Medici (de) Cosimo 415.
Melatini, famiglia abruzzese 7L.
Melatini' Errico 72.
Mele Clementina 116 nî.
Mele Gincomo 80,
Meliornti Luslovioo 101.
Menicuceio. V. Amicis (.le).
Merolinio (le) Gentile 15 ni, 20.
Merolinis (le) Nicola 170,
Michele dî ser Parente 21 ni.
Micheletti (de) Ludovico 905.
Micheletto S"brzcaco 59, 60, GL.
Michelotti Ceccolino 30,
Michelotti Ludovico 303,
Milano, Duca NU, 171, 228, 252,
RS, 290, 202, 312,
52, 368, 398,
Mileto (di) conto 151, 170.
Minerbetti Giovanni 160.
Miniato (S.) Matteo 20 nd.
Minuti Antonio 99, 109, 279.
illo Sforzesco 11:
Minutolo Andrea 43 n1
Minutolo Ursillo 105 ni.
Mirabella (li) conte 151.
Miro (ile) Andrea 124 ni,
Mocenigo Lecnenlo 67.
Mochia (de) capitano francese 76.
Mola (li) Paolo 429.
Molignano Antonio H0.
Moliterno (le) Ugo 4; 153, 123 né,
124 ni, 106.
Mallicello Carlo 100, 447.
Monalti (le) Pietro 198.
Monenda (io) Giovanni 179, 234,
246 nl, 204.
Moncada (ile) Guglirlmo 217.
Moncada (ele) Ra
Monovio Cristofe
Montaguto Cerrulo 149.
Montalcino (ila) l'ietro 226.
Montalto Gli) Contessa LL
Montanea (de) Battista e_N
bontaquila (da) Goffredo
cola SI,
Montecassino Abato 140.
Montechiaro (da) Orso 58.
Montechiaro (da) Riccio 355, 366,
397.
Montefeltro (de) Guido Antonio 161
al.
Montegonzi (di) Bartolomeo 24.
Montemagno (de) Jacopo 105.
Montemayor (de) Gaspare 132.
Montemurro Nicola 7 nd.
Monteodorigio (di) conte, vedi Barrile.
Montepulciano (ile) Francesco vescovo
di Arezzo 150.
Monterano (la) Gentile 9, 88, 313 nd.
Monterotondo (da) Orso 10.
Montesa (.li) gran manetro 188, 101.
Montorio (li) conte 148, 228 n2.
Monzalo Giovannello 80.
Morisco Riccardo 118 ni.
Mormile Anechino 67, 63, 69, 78,
#8 n6, 79, 102, 118, 119, 164.
Mormile Anello 79.
Mormile Antonio 79.
Mormile Berardo 79.
Mormile Duccio 79.
Mormile Enrico 79, 326.
Mormila Francesso 102, 119, 114,
115, 192, 242, 248, 252, 328,
326, 397.
Mormile Giovanni 327.
Mormile Nando 79, 165.
Mormile Simone 79,
Mormile Tommaso 392 n2.
Mozzapete Jacopo 337.
Magnos Egidio 301.
Munione (le) Benedetto 200.
Muscettola Enrichello 392 nl
Muzano (du) Maffeo 201.
N
Nanni di Mescor Spinelli 80, 94.
Narlo, medico della Regina 429.
Nava (de) Michelo 249.
Navarra (di) Carlo IIL 47, 132.
Navarra (di) Beatrice 47.
Navarra (ili) Luigi 46,
Navarrino Pietro 280, 289, 298, 209,
209 n8,
Naves (ile) Michele 217.
Niccoli Jncopo 191,
INDICE DELLE PERSONE
443
Niccolo da Guardiagrele, orafo del
secolo XV 265.
Niccolò (di) Paolo Stefano 266.
Nola (di) il conte 25, 121.
Norcia (di) Gregorio 207.
Novello Giovanni 124 nl.
Nuesio (di) Simone 12.
[e]
Oferio (de) Bernardo 77.
Oliviero di 8. Mango 291 n2.
Ordelaffo Giorgio 220.
Orilia Eurico 110 n1,
Orilia, famiglia 172, 224 n2.
Orilia Gurello 19, 78 n4, 110 ni,
172.
Orilia Maria 176 n8.
Orilia_ Pietro 68, 66 n2, 116 nl, 172,
213, 214.
Orila Pioiro, Raimondo @ Giovanni
178.
Qrilia Raimondo 79.
Orilia Roberto conte di Rrienza 116
al.
Orilia Urbano 70, 89, 90, 401 n2, 418.
Orilia Vordella 116"n1
Orlando Giovanni 395.
Orsini Algiasio 112 n8, 151, 157 n2.
171, 184, 210 n3, 392, 411
Orsini, Cardinale 158.
Orsini Cola 228 nl.
Orsini, famiglia 2:
Orsini’ Francesco 28, 11
184, 189, 201 nd, 2!
Orsini Giacomo, conta ili Tagliacozzo
33, 78 n8, 80.
Orsini Giovanni, conte 148.
Orsini Giov. Antonio 198 nd,
. del R
ini Jacopo 91, 346.
Orsini Nicola 140, 227.
Orsini Orsino 257.
Orsini Orso 11, 12, 282.
ini Paolo 7, 8, 9, LI,
Orsini Pietro Giumprolo, Gio
Nicola, Orso 276, 277.
Orsini Pietro 322.
Orsini Raimondo, conte di Nola 112
116 n1, 151, 157 n2, 172, 17
224, 339, 412, AlS.
È Google
P
Pagano, castellano 205, 206.
Palagano famiglia tranese 169,
Palagano Pietro 99, 313.
Palagano Pietro e Leucio 224 nl.
Palcaria (li) Agostino 134.
Paleologo Teodoro 19 n1.
Paleologo Gioranni 11, 19 ni.
Palma (le) Giovannella 167 ni.
Pandone Francesco 149 n.
Panormo (de) Laudata 429,
Panzano (di) Antonio 101,
Paoluccio (ili) Giovanni 206
Puppacoda Antonello 208, 304 ni.
Pappacoda Artuto 78,
Pappanzagna notaio 314
Parma (di) Bianchino 118
Pascarello Marino 148 n.
Pasas (1e) Gineomo 58, 70.
Pasto (ile) Antonello 84 nl.
Peccis (dle) Bartolomeo 54 nd.
Pellegrino Giscomo 389.
Pellegrino Jacopo 403.
Ponno (di) Onofrio 151.
Perellos (ile) Ruimondo 179,
195, 187, 191, 258, 246 nl.
Pergola (lella) Angelo 9, 314.
Perignud Nicola 159, 100.
Perista Michele
Perugia (le) Coccolino 48, (4.
Perugia (le) Guglielmo 2.7.
Pertus Gincomo 245.
Pertus Jaimetto 422.
Pertusa (le) Giovannetto 186 n1.
Pesce Paolo 209.
Pettorano (da) Giovannello 102.
ino Francesco 37
ni del Borgo 299
184
Picerno (a) Babocio 425.
Perino da Siena 140,
Pietro di messer Anton
Pietro il Buono canonico di Parigi
24.
Pietro, Cardinalo di S, Maria in Do
minica 125.
Pica Jocopo (li (nota 19.
Picragnero Cola 224 nl.
Add
GIOVANNA IT D'ANGIÒ
(da) Nicola 209, 309.
ino Mario 319.
'iscicello Andrea 134
Piscopo Alopo Caterina 43 n2, 49
58, 61, 82,
Piscopo Alopo Pandelfollo 20, 27, 23,
30 mi, d0, 49, 51, 55, 56, 07,
119.
Piscopo Alopo Carluccio 56 n.
Piscopo Alopo Damiano 56 n2.
Pistin (de) Gincomo 38.
istoia (dn) Pietro 106.
Pistrice (de) Cincomo 76.
Pizzulo Cola 224.
Platamone Battista 393,
Polerico Antonello 189.
Bopleto (li) Buonomo 18 ni.
Popleto (li) il conte 148
Popoli («i) il conte 148 n., 504, 512.
Portinari Azzarito 231 n:
Portinari Folco @ Azzarito 116 nl.
Posta (della) Orsella 21
Pratulis (de) Onofrio 95 n:
Principatu (ile) Botto 73.
Proxita (ila) Olfo 46.
Puyo (del) Ximenes 397.
Puiades Matteo 391, 3
Palcino, il conte
Pulderico Antonio 40.
Pulderico Matteo 23, 60,
, 78 n6, 184.
Q
Quarto Cola 214.
R
nineriis (le) Giovanni 318.
ainone Antonello TS né
Ruinone del Vasto Aimone 5d nl
Ram Domenico 6.
Rampino da Pulova M).
Raniero da Perugia 27) ni.
Ratta (le la) Antonello Rò,
Ralta (le 1a) Tialdassarro
149 n.
AI, 406,
61, 53.
dis (ilo) Cate a 101 ni,
Riccardis (de) Francesco 19, 20 n),
‘ Google
34 ni, 85 ni, 101 n1, 121, 198,
123 nd, 189, 188, 147, 151, 166,
184, 297,
Ridolfi Lorenze 69, 319.
Rillyano (le) Mosella 35 ni
Rinallo di Provenza 299,
Rinaldo da Rieti 28.
Rivera (de) Antonio 38.
Robbia (della) Luca di Simone 423.
Roberto (di) Ludovico da Salerno 25n.
Rogu Lancellotto 76.
Romano Nicola 81.
Romeo, gran maestro di Montesa 191
Romer (di) Angelo vescoro di Ana:
gni 150.
Rosa (de) Luiso 190.
Roso (delle) il Castellano 299.
Rota Giovanni 349, 389,
Ruberti (dei) Nicolò 24.
Ruffo Carlo 392,
Raffo Cubella, contessa di Altomonte
118, nl, L14, 844 n7,
Ruffo Giovanna 323, 324,
Raffo Jacopo 325 nd.
Ruffo Nicola 170, 323, 348, 401.
Raffo Pietro Paolo 16Ì.
Ruffo Polissena 57, 112, 119, 114,
394.
Ruffo, V. Sessa.
Rafino 396.
Ragio Antonello 326.
Russo Anello 170,
Russo da Cepagatti 80.
Rutigliano (da) Ruggiero 230.
Ruvo, conte 176 n.
s
Subina (di) Bencio 170,
Sabran (de) Alberto 181.
Sabran (le) Ermenegildo 83.
Soccova Pietro 239 ni.
Salerno (di) il prinoipo 151, 261.
Saligny (de) Lordino 07, 65, 71, 2,
82, 170.
Snlimbenis (le) Francesco 90.
Salomone di Ventura ebreo 341.
Salvatore d' Aversa DI.
Salutati Colmecio 20 n8.
gro (li) Bertoldo 286.
gro Conte 148 n.
INDICE DELLE PERSONE
Sangro Jacopo 301
Sangro Raffnollo 419.
Sanlpedio (di) Antonello 301.
Suns Bernardo 391.
Sanseverino Antonello 81,
Sanseverino Bernardo 111.
Sanseverino Caterina 81, 201 n2.
Sanseverino Enrico 944 "n7,
Sanseverino, famiglia 405.
Sanseverino Giovannella 344 n7.
Sanseverino Leonetto 92, 111, 112,
140, 167, 167 né.
‘Sanseverino Luigi, conte di Mileto
113 nl.
79 n8, 81, 118 ni, 183, 172,
221, 230, 300, 301, 319, 344)
34 n7.
Sanseverino Margherita 81
Sanseverino Ottaviano 81.
Sansoverino Polissena 160 n9.
Sanseverino Ruggiero 81, 113 n1,
405.
Sanseverino Stefano 33 nd, 172.
Sanseverino Tommaso 7, 81, 111,
112, 328.
Santo (e) Mucio Andrea 337.
Santo Parente 28, DI, 09, 61, 9%,
109, 214, 215, 297, 238,245,
281, 282, 209, 300,
Sardis (de) Gerardo 126,
Sardis (de) Matteo 352, 353 nl.
Sarno (da) Dionigi 314.
Sarperano Mabilia 126.
Sarzana (da) fra Alberto 331.
Savelli Battista 2R.
Savelli, famiglia 364.
Savoia (li) Amodeo VIII 351,
408.
Savoia (di) Margherita 406, 408 ni,
413.
Savoia (li) Maria 351.
Scaglione Paolillo 185, 186 ni.
Scaglione Pichella eVannella 818 n1.
Scala (della) Brunoro 395.
Seannasorice Bartolomeo 1!
Scannasorice Enrichello 95 nî3.
Seannasorice Marino 74 nd.
Scaramuocia di Ascoli 301.
Schiano Antonio 187 nl.
Schiavo Filippo 800.
Scoto Daniolo 3
Sorgio (di) Lamio 171 n3, 200.
Serino (di) Jacopantonio 100 n.
404,
Google
Serra (dn) Andrea 94, 301, 303,
397.
Serrano Giacomo 72.
Sessa (di) il Duca 7, 35, 39, 48,
207, 212, 227, 228 n2, 235 nl,
243) 205, 907.
Sessa (di) la Duchessa 292 ni, 393,
394, 399, 404, 406, 408.
Sforza Alessandro 50, 61 n2.
Sforza Antonio 61 ni, 83, 97.
Sforza Bartolo 61 n2.
Sforza Bosio 40, 50, GL n2.
Sforza Carlo, arcivescovo GI n2.
Sforza Clara 60 n8, 109,
Sforza Elisa G1.
Sforza Francesco 40, 50, 55, 00, 61,
61 n2, 83, 113, 160, 187, 209,
1, 276, 278, DAI, 282, 288,
93) 297) 309, 303, 305, 306;
312 463, 364,406, 109.
Storza Giovanni 40, 50, 83, 158.
Sforza Leonardo 61 n2,
Sforza Leone 40, 50, 61 n2, 83,
302.
Sforza Lisa 40, 58, 83, 92.
Sforza Margherita b9, 60, 61.
Sforza Muzio Attendolo 9, 11, 22,
20, 80, 40, dl, 42, 48, 49,
51, 56, 59, 60, GI, 74, 82, 88,
SI, 98, 04, 97, 98, 09, 103, 108,
108, 12,114, 115, 116, 117,
118, 119, 121, 194, 127, 128,
199, 131) 139 140, 141° 142)
‘150, 166, 165,
"182, 183;
103) 194, 203,
216, 218,
226, 227,
242) 248)
, 207, 209,
27î, 270,
146"n8, 151, 157,
107,
186,
208;
200,
166,
do,
261, 270, 276,
281; 206, 412°
Sforza Onestina GI n2.
Sicola (de) Petrillo ed Antonello
814 n2,
Sicilia (di) Filippo 212.
Siena (la) Antonello 299, 30:
Siena (da) fra Bernardino 330.
Siena (da) Buccio 231 n9, 25
396.
Siena (da) Podrino 227.
Siona (di) Spinello 98.
313,
446
GIOVANNA II D'ANGIÒ
Sirinoalo; re e imperatore 10, 20,
15,
90, 399, 4
Solango (de) Lordino 58.
Somma (li) Marino 88 n9.
Somma (li) Nicola 148 n1.
Sordo Renzo 28,
Sorrento (di) Sabatello 228 n2.
Sottile Pietro 206
Spagnuolo Agostino e Clemente
Spalletta Camerlengo aquilano 271.
Speciale Nicola 312, 393, 399.
Spingola Clemente 422 nî.
Spini Luigi 191.
Spinola Raldissarre 19.
Squarcia da Monepoli 950.
Squillace (di) il conte 151.
Stanchellino conduttiero 302.
Stendardo, famiglia 170,
Stendardo Francesco 92.
Stendardo Giovannella 92,
Sterlino (d:) Giovanni 301.
Strozzi Palla di Nofri 69.
Surano Andrea 355.
8 nd,
T
Taglincozzo (li) il conte 148 n.
Tagliacozzo (di) Jacopo 170.
Taliano Purlano 277, 282.
Tancredi (di) Giovanni 76 né.
Tano (di) Lapo Pisano 75 n2.
Taranto (di) il Principe 171, 193,
845 ni, 346, 356, 62, 864;
392, 388, 497, 404, ‘405, 409)
410, 411, 4
Tarsia («li) Antonio 46,
Tartaglia Angelo di Lavello 87, 98,
124, 216, 203, 140, 157, 158;
208, 213, 214, 220, 227.
Terno (di) Antonello 250, 318, 402
nl.
Tolosco Felerico 221,
Telesco Paolo 301.
Telesio (le) Antonio 10%.
Tenerello d’ Arezzo 209.
Teneruzzo Qiovanni 299,
Terranova (di) il conto 151, 401.
Terzaria Luisa 01 n2.
Terzi Ottobono 127 ni.
Tizano (da) Nicolo 24.
Todi (da) Angelo ebreo 333.
Tolentino (da) Nicola 955, 368, 406,
Tomacelli Andrea 92 n3.
Tomacelli Giovanni 987.
Tomacelli Pirro 309, 211, 300.
Tomacelli Sanello 92.
Toraldo (de) Antonio 80,
Torelli Guido 292, 204.
Torres (de) Martino 179.
Torricella Antonio 170.
Trani (di) il vescoro 149,
Trasacco, capitano 196,
Trecio (de) Giovanni 79.
Trenta Lorenzo 75.
Trenta Matteo 135.
Treviso (ili) il vescovo 308.
icaricense, Cardinalo 146.
icarico (di) il conte 401.
inci Corrado 288.
Bartolomeo 288 n8.
nci Nicola 288 n3,
(di) il conte 20, 20, 48.
Tropea (di) il vescovo. 251, 252, 427.
Tuceio (ili ser) Roberto 170.
illis (de) Antonio 151, 212,
Turre (de) Menicuocio e Nanni 224
12.
U
Ubaldini Bernardino 257, 258.
Ugo, vescovo di Preneste 307 nd.
Umbriatico (di) il vescovo 398.
Unghero Giovanni 302.
Ursinis (Ue) Leucio di Barletta 84 nl.
Urso (d’) Angelo 87.
Urzano (da) Nicolò 98, 30.
Vv
Vagliano (da) Angelo 60.
Valento (do) Valente 398 n2.
Valentino (di $.) conto 148 n. 204,
301, 312, 346
Valenzia (di) Giovanni 292.
INDICE DELLE PERSONE
Valori Bartolomeo 423.
nella, contessa di Malito 422.
Varano (da) Nicola 307.
Vascallo Rainaldo, Abato 106, 234.
Velasquez Ferranto 179.
Vendòme (di) Caterina 47.
Veneziani 288.
Venosa [d)) il Duca 7.
Ventimiglia (di) Antonio 363.
Ventimiglia (di) Federico e Giovanni
246 NI.
Ventimiglia (di) Giovanni 214, 258.
Vergellesi Arrigo 251, 312, 315, 817.
Verme Gurello 328 n2.
Verme (dal) Pietro 301, 303.
Vestis (de) Nicola 76 n4.
Verzolo (da) Gioranni 301
Villanova (di) Giovanni
Villannecio (de) Castello 27
Vinoentiia (do) Antonio 202.
Visconti M.1 Filippo 165, 219, 293,
298, 318, 319, 345 nÎ, 390, 391
Vitale (le) Angelo ebreo 338 nd.
Vitelleschi Giovanni 968.
Vitellino Giovanni 184.
Viterbo (la) Pietro Paolo 3
Vulcano Raimondo 19.
z
Zaille (de la) Tristano 252.
Zambelli Francesco, Cordinale 20.
Zarlo Colantonio 282.
Zurlo Francesco, conte di Montoro
78, 79, 104, 151, 171.
Zarlo Giorannello 236 nî,
395.
Zurlo Jacopo e Mari
Zurlo Protonotario &
vista: Google
Original fom
CORNELL UNIVERSITY
INDICE DEI LUOGHI
A
Abadona 193,
Abietegrasso 390.
Abruzzo 7, 146, 187, 193, 230, 269,
265, 207, 278, 217, 287, 298,
307) 310 n2, 350, 334, 339, 340,
841, 306, 307, 308, 409.
Aovadia 357 n2.
Acciano 265.
Acerenza 128.
Acerra 53, 115, 116 nî, 120, 121,
124, 128, 129, 181, 142) 160,
186) 218) 214, 215 217, 218,
220, 230, 313 n3,.357 n3) 399;
404
Aoquapondento 87, 160.
Acquaviva 84.
‘Adintoro (8.) 116 ni.
Afragola 258.
Agata (S.) 110 n1, 172 n3, 172 n4,
‘Agata (S.) di Capitanata 39 ni.
Agnese ($.) 91.
Agnone 86 n, 93.
Albano 344 nb.
Albano in Basilicata 202.
Albe 147 nl, 364.
Albe contado 39 n1, 146, 147.
Alghero 177, 182.
Alianello 160 n3.
Alife 82, 116 ni, 231 n2.
Altamura 409, 410.
Altomonte 34£ n7, 40:
Alvito 81, 290, 288,
Amalî 80, 210 n2, 996 nd.
Amalfi ducato 17, 224 ni.
Amatrico 30 n2, 40, 490.
Ambrogio (8) 304,
Amelia 168,
Amendolara 198.
Anastasia (5.) 147 nl.
Angelo (8.) in Theodioe 219.
Angri
Antimo (8.) 116 ni, 231 n2.
Antrodoco 205.
Anzi 180 r8.
‘Aonaro castello 124 ul.
‘Apico 88.
Aprano 247 n.
Apricena 72.
Aquila 14 n, 39, 34, 35, 40, 42, 49,
50 n2, 60, 71,77, 138, 146, 148)
223, 263, 265, ‘206, 267,
268, 269, 271, 276, 278, 283)
296, 287, 298) 289) 292) 204,
205, 298, 299, 299 n8, 305, 307,
#08, 331, 353, 334, 357, 365 nl,
Aquila Arenaro 969.
Aquila S. Agnese 287.
‘Aquila Collemaggio 250.
Aquila Fonto di Preturo 285,
Aquila lo Grotte 209.
‘Aquila S. Lorenzo 288, 300.
‘Aquila $. Maris Goriano 280.
20. — Fanaoia, Giosenna 1 D'Angiù.
Google
450
Aquila Molini alla Rivera 270.
Aquila Porta di Bareto 2
Aqi gina 285, 299.
Aquila Vigna di S. Elia 298.
Aquino 132 ni.
Archi 230.
Archiano 258.
Arena 230.
Ari 198.
Ariano 74 né, 59, 176 n.
Arienzo 93, 238 n3, 409.
Arpaia 93, 258 n3,
Arpino 92' n3,
Arquata 30 n2.
Ascoli Piceno 298, 319,
409.
Ascoli di Paglia 8, 9, 25 n., 118.
Asinella 258 n.
‘Assisi G4, 160, 368.
‘Astura 399, 293.
Atella 202.
Aterno fiume 226 n2, 200 n3, 305.
Atessa 278,
Atri 74 nd.
Avella 412.
Avella baronia 157 n.
Avellino 324.
Avellino contado 105, 106.
Aversa 2, 17, 65, 8 , 79,
167 ni, 183 ni, 186, 1°
203, 204, 208, 210, 212, 214,
229, 280, 231 n2, 241, 249, 245)
240, 240 n8, 951 258, 275, 277,
nl, 282, 204, 319, 315, 313, 317,
318 nl, 324, 347, 348 n1, 429.
Avezzano 147 nl.
Avigliana 141.
Avignono 407 n2.
324, 368,
Bacoueco 71
Badolato 170.
Bagno 88.
Bagnoli 70.
Bagnvolo «
Bain 228 n
Baiano 412.
Ranco
Barlarano ©
Barcellona 8
LCA
GIOVANNA Il D'.
Burete 299.
Barletta 58, 76, 84 ni, 202, 4GnI,
416 nl.
Baronia 82,
Rastignano 84.
Bazzano 299.
Belcastro 70 n3, 108, 199.
Beldiletto 30 n3,
Belmonte 46 ni.
Belvedere 115, 181 n.
Benedetto (8.) 225, 302.
Benevento 3, 9, 10, 21, 49, 05,59,
109 ni, 208, 218, 250, 330, 2467
281, 282, 319.
Besanson 197. =
Bisaccia 40 nl.
Bisceglie 173.
Bisignano 193.
Ritetto 48 ni, 89, 214 ni.
Bitonto 46 ni, 202, 410.
Boemia 390.
Bologna 23, 24, 161, 226, 288, 307,
959, 955, 366, 305.
Bolsena 140, 141.
Bonifacio 178, 183 ni, 188, 191,
318, 389.
Borbona 267.
Borgo di Gaeta 231 n2.
Bovino 76, 403.
Briatico 118 nl.
Brienza 116 nl.
Brindisi 208, 410.
Bucchianico 278 n1, 422 n9.
Buocia 170 n5.
Buocino 217.
Ruoculerium terra 113 n1.
Buda 2
Bulgaria 21.
Bulicame Hdi.
Burgeto 307.
c
Caccuri 113 ni.
Cagliari 224 nÎ, 389.
Qaiazzo 111, 116 ni, 172.
Calabrato 344 n5.
Calabrin 7, 171, 188, 7180, 217, 220,
INDICE DEI LUOGHI
451
Calabria duonto 178, 183, 230, 251,
944, 348, 349, 199.
Calciano 83.
Caligionare 258 n.
Calimera 113 nl.
Calitri 320.
Calore fiume 49, 50.
Caltabellotta 224 ni,
Calveto 113 ni.
Calvi 30 n2, 81, 88 n8, 195, 318,
318 nî, 389.
Camerino 30 n2, 160.
Camerota 116 nî.
Camino 920.
Campagna 160 nd, 323, 327.
Campana 118 nl.
Campello 116 ni.
Campinuocio 78 n5.
Campli 224 ni.
Campo di Giove 194, 295 nl.
Campobasso 392.
Campora 116 ni.
Cancello 93, 238 n3.
Candela 25 n.
Candelaro 82, 83, 172 n3.
Candida 169, 924.
Canosa 172 n3, 172 né, 410,
Cantalupo 195.
Capaccio 46 nî.
Capestrano 78 n5, 331.
Capistrello 39 n1, 147 ni
Capitanata 193, 909, 277, 400.
Capitona 141.
Capo Carbonara 389.
Capo di Leuca 356 nd.
Caporciano 273.
Cappelle 147 ni.
Capracotta 90 né.
Gapri 210 n2, 319, 820.
Capua 12, 39, 65 ni, 193, 147, 171,
185, 195, 204, 208, 211, 219)
220, 228, 207, 263, 321, 322,
ME
ua, principato 4, 12.
Garapelio 78 nò, 205, 260, 20).
Carbonara 359.
Cardito 212.
Cariati 82, 119, 113 ni, 114.
Carifi 357 n2.
Carnello 92 n3.
Carpineto 265.
Casabono 113 ni.
È Google
Casabrande 88.
Cagacellero 176.
Casal Gariliano 12 n.
Casalitto 170 n5.
Casamala (Cesamari) badia 93, 94,
97,
Casarano 131.
rta 230, 400.
solla 258 "n.
Cossano 48, 123, 193.
Cassibèno 113 ni.
Cassineto 170.
Castel dell'Abato 328, 32
Castel S. Angelo 22, 28, 5
Castel Bottaccio 95 nd.
Castel Cardinale 140.
Cuatel Giubileo I.
Costel del Giudioo 41, 258 n.
Custel Mainardo 271.
Castel di Sangro 30 n2, 194.
Castel Venero 78 n5
Custellamare di Stabia 140, 182, 1
190, 202, 224, 292, 365.
Castellamare del Voltumo 210 n2.
Castellana
Castellaneta 181, 134, 410.
Castellani 215,
Castello 116 n1.
Castellone (Formia) 224 ni.
Castelluccio d'Acqua Burroni 79.
Castelluccio Valmaggiore 78 n5.
Cantelnuovo 139.
Castelnuovo d'Abruzzo 209.
Custelnuovo d'Albo 147 ni.
Castelnuovo Parano 204.
Castelnuovo Valli 147 nl.
Castelonorato 116 ni.
Castelpiano 258 n.
Castelvecchio d'Abruzzo Aqui
Castiglione 170 nb, 198, 2
Custres 47.
Castro di Campagnano 78 n5.
Castro Castellorum 124 nl.
Castro Monforte 95 nd.
Castro Passarano 11 n.
Castro della Rocca 95 nd.
Castropignano 95 nd.
Cestrovillari 193, 290.
Catania 291 n2.
Catanzaro 103, 170, 393, 324.
Caturrino 68 n4.
Cava 146, 365,
66.
, 818.
452 GIOVANNA IL D'ANGIÒ
Ceglio 46 nl. Cuoiaris, terra 913 nl.
Gelano 78 n6, 364, Gueuruzzo 212.
Celano Contado 367, 368 n1, Cumania regno 21,
Cellamare 84.
Cello 408. E
Ceronzia 113 n1 D
Cerignola 25 n., 88 n6.
Cerreto 111, 176, 195. Deliceto 172 n3
Cerro 853. Demetrio (S.) 268, 208.
Corvaro 212,
Chiaromonte 405.
Chiavari 318.
Dragoni 228 n2.
Chieti 277, 278, 283.
Chietro 113 ni.
Chiusi 87. E
Cipriano (S.) 79,
Cirignola 124 ni. Eboli 102, 323, 325, 326, 327.
Città di Castello 28, 223, 230, 263, Elia (S.) 151, 211, 212.
Città Ducale 101, 383. Erismo (.) 195, 231 n2, 313 nd.
Civita Antina 147 nl. Flpidio (8.) 167°n4.
Civita di Bagno 279, 208, 300. Fusanio (S.) 268.
ita Borrella 257 ni.
‘a Luparella 257 nl.
Civita Quana 85 n1. F
Civita Realo 35.
Civita Rendinara 147 ni. Fagnano 268.
Civita Retinga 273, 286. Falcesso 181.
Civita Tomassa 41, 42. Fallo 257 n1.
Civitate 4, Falvaterra 95,
Civitavecchia 22, 28, 88, 124. Fano 362.
Civitella 72. Fara 277 nl.
Clanio 215. Farinola 273,
Collarmele 78 nî. Feltrino 338.
Colle Meleto 271. Fermo 8, 334.
Colle di Mezzo 258 n. Feroleto 46 n1.
Collefegato 271. Ferrata 369.
Golleferreo 307. Fiescolo 140.
Conoa 81, 295 n1, Firenzo 12, 25, 84, 09, 127, 131,
Concordia 158, 159, 106, 191, 219, 275,
Contursi 343 n1. 807, 912; 391, 394, 404, 415
Conversano 230. Flurveri 357 ‘n2.
Copertino 57, 250, Foggia 12, 13, 49, 72, 202, 202.2,
Corbara 271. Foligno 160, 264, 288. 5
Corigliano 113 n1, 17 Fondi 91.
Cosenza 78, 108, 19: Fonteochio 298.
217, 348, 408°n1, 412, dig Forche Peligne 295 nl.
Forciniano 181.
Forenza 202.
Forino 121 nî.
Forlì 226, 368.
Forlimpopoli 368.
Fossa 268, 271.
INDICE DEI LUOGHI
453
Fosse di Calabria 113 nl.
Fossombrone 3560.
Francavilla 21 ni,
898,
Franche 57, 146.
Francolise 109.
Fraseati 367.
Fratte (Ausonia) 204.
Friano 318 ni.
Frignano 07.
Fucino, Lago 78 n6.
Fuscaldo 193.
181
G
Gueta 6, 17, 19, 21 nl, 74n4,
142, 147, 185, 210, 215, 224
224 n1, 225 nÎ, 228, 299, 230)
281 n2, 259, 260, 291, 319, 320;
398 n5, 415, 429.
Gaota Monastero della Trinità 224
Greta Monta Orlindo 224.
Galano 131.
Gallipoli 191, 136 nd, 172, 410
Galluccio 167 ni.
Gargano 202,
Gennazzano 367.
Genova 181, 226, 200, 292, 352, 403,
408,
Gerbe 350.
Germano (S.) (Cossinv) 212.
Germano (S.) rocca danula 211.
Giffoni 67.
Ginestra 35 ni.
138,
84, 116 ni, 131.
term d'Otranto
57 n2.
Giovanni G.)
Ginrdiniano 131.
Givignano 410,
Gragnano 126, 205.
Orassano 83.
Gravina 25, 46 n1, 410.
Grottola 22Î),
Grumo 231 n2, 313 nd.
Guagnano 396.
Gualdo 30, 160.
Guardiagrele 34, 265, 266, 208, 260,
277.
Guardiulfiero 46 nl.
Guardia Lombarda 325, 357 n2,
Guglionisi 46 nI, 2
Gurgo 147 n2.
Imola 368.
Tosep fendo in Calabria 171 n8.
Ischia x, 173, 188, 253, 254, 255,
7, 250, 310, 390, 398;
396) 399, 403.
339, 422 nÒ.
Tola della Valle 174 ni.
Itri 48.
L
Lacedonia 357 n?.
Lagonegro 72 n
Tafciano 277, 278, 398, 994, 8
338, 230, 340, $41
Laterza 33 né, 131, 179, 410.
Lauria 73 ni.
Lauro 121 nl.
Lavello 303, 357 n2.
Lavetrana 131.
Leose 410, 410 nl.
Lecce d'Abruzzo 78 ni.
Leporano 131.
Lesina 40 nl. —
Livorno 25, 996, 200, 314.
Longobueo 198.
Lorenzo (8,) 147 12.
Loreto 198.
Lugo 147 nl.
did
GIOVANNA Il D'ANGIÒ
Maddaloni 176, 196, 220, 282.
Magliano 147 ni.
ida 199, 395.
198, 205 nl.
392 NI.
Mainri 146, 365,
Manfredonia 49, G4, 74 n2, 70 nd,
TI n3, 2 n6, si ni, 94, 99 n3,
109 ni, 152 n2, 20) ni, 229,
308,
Mango (S.) 231 n:
Manoppello 1%
Mantiva 127,
Maranola 116 ni.
Marco (S.) 160 n8, 193.
Maria (S.) d'Arbona 386
Maria (S.) Maggiora
Marigliano 68, 165, 35
Marsala 404,
Marsico SL.
Marsiconuovo 81.
Marsiglia 216, 219, 260.
Martana isola’ 141,
Martina 131.
Martino (8.) 46 ni.
Martino (.) in Terranova 100 n3.
Marzanello 228 n2.
Marzano 81.
Massa 20:
Massafra 172, 172 n°
Matera 33 né, 131, 172.
Maurello (S.) ‘di Are 11% ni,
Mazzono di Capua OI, 93,
Mazzono delle roso 159.
Molatina 170.
Melli 3, 90.
Mercugliano 422 19.
Mercuri 176,
Messanora 42
Messiano 113 n1.
Mossina 158, 199, 200, 231 n2, 390.
Mota 147 ni.
Miglionico 43, 278 nl.
Mignano 116 nî, 208.
79 n8, 118n1, 1
Minervino 557 n2, 409) 410,
Minori 365.
Miratella 47,
344 n7.
Google
Nola 83.
Molfetta 58, 74 nd,
202, 985 n3,
Moncaldo 220.
76, 77, 104,
Montalcino 210, 252.
Montalto 41, 57, 119, 113 ni.
Monteaento 357 n2.
Montebello d'Abruzzo 2:
Montecalto 88.
Montecassino 203, 211, 212, 360,
421 né.
Montecompatre 367.
Montefalcione
Monteforto 121 nl.
Montefredine 121 nI.
Montegiove 88.
Monteleone della Capitanata 84.
Montelepiane 258 n.
Montelloro fondo 25 n.
Monteluco 299.
Montemagno 78 n5.
Montemiglio 257 ni.
Montenero 92 n$,
Monteodorisio IL, 278, 281, 336.
Montepeloso 405 "21.
Montereale 299.
Montesantangelo 46 nl, 60,
Monteserico 408 n3.
Montesisto 170 n5.
Montorio d'Abruzzo 298.
Montoro del Principato 104.
Mormanno 193,
Morrono 80.
Motta accomeri 395.
Mottanomera 325.
Motta di Filocastro 119 n
Motta rossa detta Belliloci 325.
Mottola 131.
Muro 45 ni, 181, 202.
58.
N
Napoli 11, 25, 34, 41, 72, 79, 101,
116, 128, 132, 147, 179)
208, 900, 216,
, 230, 257,
260, 264, 27 314)
#49) #09, 201, 301, 307,
403, 411) 412) 420!
INDICE DEI LUOGHI
455
Napoli Acqua della Rolla 58.
Napoli Acqua della Mela 114.
Napoli Annunzigta 64, 417, 421.
Napoli Campanile di '8. Maria del
Carmine: o. Fappacota 42
Napoli Cappella Pappacoda 426.
Napoli Casanora 238, 239, 241, 368.
Napoli Castello Capnano' 70,” 202,
231, 281 n2, 283, 236, 258, 245,
250, 294, 408.
Napoli Castelnuovo 55, 58, 60, 62,
89, 71, 78, 74, 90, 118, 121,
125, 167 n3. 184, 201, 285, 236,
242) 247, 312, 348, 352, 361.
Napoli ‘Castello dell'Ovo 51, 55, 60,
74, 75, 183, 185, 200, 5
317, 348, 361, 309.
Napoli Chiesa di S. Nicola 213.
Napoli Correio 119, 238, 242.
Napoli Dogliolo 198, 245,
Napoli Duomo 413.
Napoli Estaurita di 5. M
tilenm 165.
Napoli Formello 237, 404.
Napoli Grotta detta di Pozzuoli 115.
Napoli Infermerin di S. Marin la
Nova 243 n.
Napoli Loggia dei Genovesi 165,
Napoli Maddalena 183.
Napoli Mercato 236, 244
Napoli Monastero di S. lertino 73
nl.
Napoli Ospalalo di S. Giorechino
243 n.
li Ospedale della Corona di No-
ro Signoro 422.
Napoli Palazzo di D. Anna 419,
Napoli Piezza di Cimbri 314
Napoli Piazza delle Correie 115, 210.
Napoli Piazza del Mercato 55, 64,
114
Napoli Piezza di Porto 243.
Napoli Pietra del pesce 165.
Napoli Ponte Guizzanto 361 n
Napoli Fonte della Matialera 258,
Napoli Porti Capuana 201.
Napoli Porta del Carmine 114,
Napoli Porta del Mererto 168.
Napoli Porta Petruecia 243.
Napoli Porta Reale 243.
al Cor
Na
8,
‘ Google
Napoli Porta S. Gennaro 186.
Napoli S. Agvetino 117.
Napoli S. Angelo a Nilo 422.
Nopoli 8. Annunziata 304 n,
poli S. Antonio 196, 422.
Napoli S: Arcengelo e Paiano 914
n2.
Napoli S. Chiara 25, 58, 243, 244.
Napoli S. Croce 422"
Napoli S. Eramo 69 n2, 202.
Napoli S. Giovanni a Carbonara 14,
15 n3, 288,
Napoli S. Giovanni a mare 165 n2,
421.
8; Leonardo in insula maris
134.
Napoli S. Maria la Nova 243 n., 422.
Napoli S. Martino 422.
Napoli S. Pietro a Cestello 16 n8,
Nepoti 8. Pietro o Sebastiano 242
n2.
Napoli Sedile Capuano 69 n2, 192.
Napoli Sedile di Nido 152.
Napoli Sedile di Portanuova 07, 114.
Napoli Spiaggia dello Sperone di
S. Maria del Carmine 200.
Napoli Studio Medicina 420,
Napoli Torre di S. Vincenzo 259,
399.
Napoli Tribunale di S. Lorenzo 15.
Napoli Via di Chiaia 115, 134.
Napoli Vin Pondino e $. Agustino
Via Robertina 224.
Napoli Vicaria 55.
Nardò 181, 198, 172, 290.
Narni 88,160, 308.
Navelli 273, 286.
Nepi 346 nÌ.
Nettuno 322, 323.
Nicandro (S.) 84.
Nicastro 127, 195.
Nicola (S.) 397 n2.
Nicopoli 47.
Nicosia 392.
Nicotera 68 nd, 74 n2, 74 nd, 79,
113 nl.
Nisida 184.
Nizza 406.
Nocciano 170.
Nocora 176, 208.
456 GIOVANNA
I D'ANGIÒ
Nocera dell'Umbria 288 n3.
Nociglia 131.
Noin 344 n5.
Nola 59, 119, 191 nl,
322, 412, 429,
Nello, cesalo 108 n3.
Norcia 334,
Novi 82.
Nusco 48.
172, 224,
Ocro 271,
905.
Offida 170,
Oppiolo 46 n1, 401.
Otbetello 22.
Ordona 70 n2.
Oria 181, 410.
Oristano ‘404,
Orleans 47.
Ormatea 46 ni.
Orsa 266 n2.
Orsogna 277 ni.
Orta 160, 208.
Ortona 35 nl, 277, 278, 281, 28
288, 334, 835, 336, 437, d98,
Orvieto 11, 32, 160.
Ostia 29, 98, 68, 07, 124, 125, 204.
Ostuni 131, 172, 172 n2.
Otranto 18Ì, 172, 172 ni.
Ottaiano 57'n., 116, 178,
272,
300, 801, 305
224 nd,
P
Pacentro 193.
Padula 49.
,_ 2044, 208, 50
aria 124 ni.
Palermo 389, 412,
Palestrina SS.
Paliano 357
Palma 173, 822, 323,
Palo 95, 116 nî, 181, 410 nl.
Palotomiario, terra 108.
Paniscola
Parabita 131.
Patorno 78 15,
Peltuino 208.
È Google
Pennaluce 337.
Penne 170.
Perdiae 47 n2.
Poreto 408.
Parugia 8, 9, 28, 30 n2, 87, 88, IL,
160, 198, 203, 268, '207.
Pescara, fiumo 198, 297 n9, 278, 270.
Pescara, terra 279, 287.
Pescara, valle 270.
Peschici 46 ni.
Pescocanale 147 nl.
Pescocustanzo, le l'entinelle 295 n1.
Pescomaggiore 268.
Pesco Pignataro 257 nl.
Petrella SL.
Piano di Cinquemiglia 295 ni,
Piano di Sorrento 224.
Piedimonta 179.
Piedimonte, contado 21.
Piedimonte di S. Germano 204.
Pietra in Capitanata 82.
Pietra Paola, terra 113 nl.
Pietra Santa' 909.
Pietra Vairana 227, 203.
Pietrabtondanto 258.
Pietrafisa 43, 50, 59.
Pietragalla #26.
Pietramala 46 nl.
Dietramolara 78 n5.
Pietroinfine (S.) 208, 212.
Pilo 257 nl.
Pimonte 146.
Pio (8,) 278, 285, 230.
Pizzoferrato 257 nl.
Poggio 30 n2, 207.
Poggio ili Vallo 271.
Policoro 160 n3
Polignano 76, 77 ni,
Polla BI, 119.
Porvigliano 116, 173, 224, 241.
Ponte Albanito 285 ni
Popoli 193
Poreario
Porto cannone 46 n1
Porto pisano 26 n2,
Possanlo
Poeta 78 n5, 170, 267.
l’ostigliono 344 ni.
181, 172,
INDICE DEI LUOGHI
457
Potenza 160 n8, 202, 236 ni, 280.
Pozzuoli 17, 118 n2, 139, 209, 230,
231 n2, 422 n9,
Preneste 367 n4.
Principato citra terram Montorii 146,
169, 365
Procida 230, 259, 202, 393, 308, 403,
Provenza 21, 57, 181, 36:
Puglia 3, 4,169, 382, 363, 307, 409,
412, 413.
Pulcino 230, 344 n7, 403.
Pulsano 131.
Q
Quadri 257 ni.
Quarata 410,
Rama regno 21.
Raniero (S.) 302.
Rapallo 318.
Recco 318,
Recanati 368.
Reggio di Calabria 58, 75, dit.
Rende 221.
Ricile 19 n.
Ricti 21, 38, 101, 160,
Rieti Deneficio di S. Angelo 21 ni.
Ripa 88,
Ripacandida 46 ni, 173.
Rippi 367.
Risciolo 147 n1.
Rivello 78 nl.
Rocca dell’Alvo 258 n.
Rocca S. Antonio 357 n?
Rocca dell’Arrigozzo 11:
Rocca d'Aspro 82.
Rocca di Cegno 271, 299, 299 nè
Rocca di Calascio 260,
Rocca Imperialo 103, 344 né.
Roces Lisberco 298 n.
Rocon Mondragone 176,
Rocca Monfino 81.
Rocca di Mezzo 271, 272,
Roccadevandro 228 ni.
Roccagloriosa 344 ni.
Roccaneto 113 n1.
Roccapipirozzi 16 nl.
81 n2.
È Google
Roocasassoni
Roocaseoca 31, 41, 224,
Rocchetta di Terra di Lavoro 88 n9,
367.
Roiano 78 nî.
Roio chiesa
271, 285.
Roma , 21, 22, 23, 28, 90, 98, 127,
140,' 202, 210, 220, 206, 208,
319, 348, 395, 409, 425.
Roma Castel S. Angelo 88, 97, 124,
864.
Roma $. Giovanni in Laterano 97.
Roma S. Loronzo 306.
Roma Ponto Mollo 08.
Roma, terra presto Lanciano 72 n5.
Romagna 298, 315.
Rosarolo, valloncello 280.
Rosello 207 ni.
Rossano 76, 112 n3, 113, 252 n2,
820,
Rossiglione 179,
Rotelli 147 n2.
Rotonda, terra presso Misuraca 75 nd.
Rovere 78 nò.
Ruffino 181.
Rutigliano 70.
Ruvo 410.
S, Lorenzo delle Serre
s
gliano 116 ni.
Salandra 344 n5.
Salerno 69 n2, 74 nd
398 nb, d00,
Salemo, Principato 146, 392.
Salice 526.
Sanchierillo 113 nl.
Sangro, fiume 194, 278.
inse verino 299.
Sanseverino, enstello 323.
Sanseverino, contado 392.
Sanseverino, terra 328,
Snuto Fele 209
Santogna 205, 207, 270.
Sanza 116 nl.
rno 147 n?
Sarriano 82.
Susso 116 n1.
Satriano di.
3, 365, 302,
151, 1
, 322, 828.
468
GIOVANNA Il D'ANGIÒ
Senfati 114.
ala 118 nl.
Scanli, casale 116 ni
Senrasca 116 nl.
Soilla 250.
Scorrano 48, 181.
Seconaro 266.
Selva dei Saccomanni in Pietra vai-
rana 268,
Senise 88.
Sessa BI, 194, 204, 205, 231 n2, 314.
Sessa contado 81, 82,
Sesto 116 nl, 318.
Sestri 220,
Severina (8.) 193.
Severo (S.) 72, 202.
Sianello 82.
Siena 54 n9, 132 n9, 210, 213, 297,
364, 994, 395, 404.
Sinopoli 309,
Somma 208,
Sorrento 17, 81, 133, 170, 224 ni,
258, 292, 392 ni, 408.
Sesso (S.) 357 n2.
Speronasino DI né.
Spinazzola 25 n., 118, 172, 408 n3.
Spinello Basso 113 ni
Spirito (S.) in Capitanata 78 nò.
Spoleto 35, 88,
Squillace 81, 82,
Squillo 116 ni.
Stalla terra di Calabria 113 ni.
Stefano (S.) 206, 336, 337,
Stefano (S.) presso Cosenza 169.
Stiffo 204, 256, 208, 200.
Stigliano 176
Strapetra 78 nî.
no 116 nI.
Strongoli 81.
Sulmona 50 n2,
146 nl, 170,
299 n3) 338)
Suriano 318.
88, 76 n4, 95 n3,
198, 266, 277 nI,)
354, 385, 338,
T
zo 78 né, NO, 408.
Tag]
Talamono 305.
Taranto
n2, 131,
179, 410.
Tarsia 118 nl.
Tauresano 131
Taverna 46 ni, 198.
Teano 81.
Tomplo 78 n5.
Tommo 71, 72, 124 nl, 170, 199,
208, 394.
Terra di Bari 358.
Terra Giordana 348.
Terra di Lavoro 146, 194, 217, 366.
Terra di Otranto 171, 198, 326.
Terracina 229, 230, 392.
‘Terranova 392.
Tertivari 82, 172 n3.
Thonon 407.
Tiliverno, riviera 30 n2.
ito, terra 43, 59, 160 n3.
voli 409.
Todi 8, 11, 22, 29, 88, 160.
Tollo 958.
Tom 82.
Torre Amara 160 n3.
Torre Francolisi 318 nl.
Torre dei Galli 259, 399, 403.
Torre dlel Greco 77 n3, 170.
Torre Maggiore 245.
Torre Orsaia 82.
Torre delle Paludi 131.
Torre Santo Ausone 258 n.
Torre degli Schiavi 109.
Tortorello 73 ni.
Togeanella 99, 140, 158, 208, 214,
124 ni.
Tramonti 392 ni, 449.
Trani 65 n1, 74 n2, 76 nd, 90, 169,
202, 224'n1, 246 ni, 392, 339;
348 ni.
Trebisaccio 79.
Trelluoco 147 n2.
Trentola 116 nl, 238 nd.
Trasacco 147 nl
Tresanti 82, 172 n3.
Tricarico 60, 83, 123, 151, 405,
Trigno fiume 278.
Trirenti 79.
Triventi, contado 41.,
Troia 49, 82, 97 nl, 229, 230,
Tropea 58, 74 nd, ‘250, 349, 303,
850,
Tunisi 389.
Turino del Sangro 278.
INDICE DEI LUOGHI
459
Tursi 160 nd, 202,
Tussio 273, 280, 289, 208.
U
Ugonto 131, 410.
Umbriatico 118 nl.
Urbino 161 ni.
V
Vairano 227 ni.
Valdinovi 170.
Valentino ($.) 37, 78 n6, 2:
Vallata in Principato 357 n2.
Vallo di Orati 244, 348.
Valle S. Martino 92 n3.
Valle Siciliana 124 nl.
Vallebona 302.
Vallefredda 204.
Vallerotonda 212.
Valviti 113 nl.
Vandra 204.
Varano 46 nl.
Vasto 396, 237, 299
Veglia 131.
Venafro 30 n2, 277, 333.
D, 273,
Venosa, Ducato 88, 123, 123 nd, 146,
202 404 n3.
Venezia 20, 67, 137, 207, 818, 391,
304.
Vera 160 n3.
Verrucole 81.
Versentino 85, 172 n3.
Verzino 113 nl.
Veticuso 212.
Vicalvi 78 n
Vico 146, 292, 357 n2.
Vico di Pantano 175 n:
Villa S. Marin 2
Viesti d6 ni, 24
Vinto, terra 50 n9.
Viterbo 9, 23, 28, 98,
159, 227.
Vito (S.) 336.
ito (8.) Porto 837.
Vito (8.) degli Schiavi
Vittore (S.) 204, 212.
Vitara, isola 258.
Volturno 129, 195, 206, 257.
E
Lagaroro 79 n9.
Zugonara 814.
Zeppolo, casale GR nd.
Original from
vst Google CORNELL UNIVERSITY
. Il Duea di Calabris e la spedizione degli abruzzesi contro Ri
. Fabio Colonna
. Il tumulto napolitano nell’anno 1586, relaz. contemporanea. Ivi XI.
. Alcune notizie intorno a Giovanni, Filippo Villani il vecchio e
OPERE E STUDII STORICI
PUBBLICATI DAL PROF. N. F. FARAGLIA
Bilancio ilel Reame di Napoli negli anni 1591, 1592, Arch. St. nap. I.
Ettore e la casa Fieramosca, Ivi IL III.
iche della Chiesa Benedettinu dei ss. Severino e
Le memerie ari
Sossio, Ivi II.
. Giancarlo Tramontano conte di Matera. Ivi V.
. Giovanni Miriliano cd i monamenti di Incopo, Ascanio o Sigiemondo
Sanseverino, Ivi Y.
Storia dei prezzi in Napoli premiata o pubblicata dal R. Istituto
@ Incoraggiamento 1978.
. Il Comune nell’ Italia meridionale, opera premiata e pubblicata dal-
l' Accademia Pontaniana, 1883.
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. Il Sepolcro del ro Ladislao, Ivi VII
Le memorie degii artisti napolitani pubblicate da Beraardo de
Dominici. Ivi VII.
. I duo amici del Petrarca, Giovanni Barrili 6 Barbato da Sulmona.
Ivi IX
. Le memorie degli artisti napolitani pubblicate da B. de Dominici,
secondo studio critico. Ivi VII.
. Ettore e la casa Fieramosca con appendice e documenti sui cava-
lieri della disfida di Barletta, 1883.
ti nel
1920. Arch. St, nap. IX.
. Notizie di aleuni artisti, che lavorarono nella Chiesn di S. Martino
e nel Tesoro di S. Gennaro. Ivi X.
inceo. Iri X, XI.
Poraio di Sor Brunetto Latini. Ivi XI,
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462 OPERE E STUDII STORICI
19. Notizie di un quadro di Giov. Angelo Criscuolo notaio e pittore
napolitano nell’estaurita di e. Stefuno, Ivi XIII
20. Codice diplomatico sulmonese, Lanciano, Carabba, 1888.
21. Barbato di Sulmona e gli uomini di lettere della Corte di Roberto
d'Angiò. Arch, St. it, Ser. V, T. III, 1889.
22. TI sepolero di ensa Caldora in 8. Spirito di Sulmona. Memoria letta
all’Accademia Pontaniana, 1991.
23. Un aneddoto storico (Il Vicerò Giulio Visconti alle Corte pontificia,
1733) Memoria letta all'Aco. Pont. 1890.
24. Notizie di alcuni artisti, che lavorarono nella Chiesa dî &, Martino
sopra Nupoli. Arch. St, nap. XVIL
uggio di corografia abruzzese medioevale. Ivi XVI.
20. La disfida di Burletta, Piccola bib]. del pop. It. Pirenze, Barbéra 1850.
2?, Le antiche cisterno dell’ Olio, ora officine della tipografia Giannini
(Strenna Giannini, 1892).
28. Le fosse del grano. Napoli nobilissima, 1899.
20, I miei studii storici delle cose abruzzesi. Lanciano, Carabba, 1893.
30, Il largo di Palazzo. Napoli nobilissima, 1894.
31. L'Atrio del Platano dell'Archivio di Stato in 8. Severino di
Napoli. Ivi, ù
82. I dipinti a fresco di Perrinetto da Renevento in S. Giovanni a
Carbonara, Ivi.
. Due pittori per amore, Ivi.
La r. Pinacoteca di Napoli nel 1802. Ivi, 1805.
I Diurnali del Duca di Monteleone nella primitiva lezione da un
testo a penna, editi dalla Società di Storia patria. Napoli, Gian-
ninî, 1895.
30. Documenti senesi per l’istoria del regno dal 1414 el 1426. Rivista
abruzzese, Torumo, 1896.
37. Censimento della popolazione di Napoli fatto negli anni 1591, 1503,
1595. Arch. Stor. nap.
38, Descrizione delle parrocchie di Nupoli fatta nel 1008, Ivi.
tdi intorno al regno di Giovanna Il d'Angiò. Atti dell’Accademia
Pontaniana, 1806.
40. La fonte d'Amore e la villa di Ovidio in Sulmoma. Ricerche e
documenti. Rassegna abruzzese, 1897.
41. Le Ottine ed il reggimento popolare in Na
l’Ace. Pont. 1898,
42. La sala del Catasto onciario dell'Archivio di Stato. Napoli nobi-
lissima, 1908.
43. Il Sepolero di Ser Gianni Caracciolo in S. Giovanni a Carbonara
di Napoli. Ivi, 1899.
Memoria letta nel-
Google I
OPERE E STUDI! STORICI
40. Stori
44. La numerazione dei fuochi nelle terre dalla
nel 1447. Rassegna abruazest, 1898,
45. La casa dei Conti Cantelmo in Popoli nel 1494. Sass. adr. 1900.
46. Bartolomeo Capasso al i suoi studi, commemorazione futta nell’Ac-
cademia Pont. 1900.
47. L'Archivio di stato in Napoli, in Napoli d'oggi, 1900,
48. La Dogana e l'Archivio mence peeudum della Puglia, relazione a
S. E. il Ministro dell’ Interno, 1903, in 8°, pag. 92.
della Regina Giovanna II d'Angiò. Lanciano, Corubba, 1004.
50. Note foggiane, Napoli Nobilise. Gennaio, 1904.
Prossima pubblicazione:
STORIA DELLA LOTTA FRA ALFONSO V D'ARAGONA
E RENATO D'ANGIÒ
seguito alla
STORIA DELLA REGINA GIOVANNA II D'ANGIÒ
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2026年8月12日