Storia della regina Giovanna II d'Angiò

著者
Nunzio Federigo Faraglia
刊行
1904年
引用サイト
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STORIA DELLA REGINA GIOVANNA Il VANGIÒ LANCIANO R. CARABBA, EDITORE 1904 Google original from Digizeaby Google CORNELL UNIVERSITY STORIA DELLA REGINA GIOVANNA II D'ANGIÒ Google original from digizeaby Google CORNELL UNIVERSITY NUNZIO FEDERIGO FARAGLIA STORIA DELLA REGINA GIOVANNA II D'ANGIÒ oto LANCIANO R. CARABBA, EDITORE 1904 Google AAA Proprietà letteraria Lancisno, tip, dello Stabilimento R, Carabba » Google CORNELI ALLA MEMORIA DELLA MADRE MIA RACHELE MORTA ADDÌ XXI MARZO M.D. CCCO. ILL Original fom Google CORNELL UNIVERSITY dia PREFAZIONE Questa istoria ha origine da un lavoro presentato nel 1879 per un concorso allu Società di Storia Patria da me e dal mio collega Giuseppe Ferraioli. Trascorso lungo tempo, ripresi a trattare il soggetto con altro avviso, con altro fine e dopo nuove ricerche fatte nell’Archivio di Napoli e di altre città italiane, l’ esame di pubblicazioni recenti ed un lungo studio è venuto alla luce questo racconto. Fondamento di esso specialmente sono i documenti e le cronache sinerone: quelli danno la certezza del fatto, queste la veste e l'intonazione dei tempi. Mi sono studiato di scrivere una storia, che possa essere letta piacevolmente, onde se ai lettori sembrerà, che abbia fatto bene, sarò lieto, posto il contrario, mi confor- terò pensando, che altri trarrà profitto de’ miei errori. Mi era proposto di dedicare il volume alla cara me- moria di Giuseppe Ferraioli, morto giovane, ma un acerbo lutto recente mi ha costretto a mutare proposito © il nome della madre mia prende il luogo di quello dell'amico. Napoli 27 Febbraio 1904, N. F. F. Google : Original vinti» Google CORNELL UNIVERSITY INDICE DEL VOLUME Fama co do o e VA LIBRO PRIMO I. — L’anarchia dei Baroni : partiti © lotte. — Ladislao — Giorinezza di Gioranna Il, indole; sposa Guglielmo duca d'Austria. — Primi atti di lei come Regina. — L'esercito di Ladialao. — Rumori di Roma. — Muzio Attondolo Sforza, — Pra- tiche della Regina coi Fiorentini e col Papa . TTI. — Pandolfello Piscopo detto Alopo. — Pratiehs per la concordia col Papa e Firenze. — Avventure di Muzio Attendolo Sforza. — Sollevazione dei baroni. — Ribellione dell'Aquila x IV. — Liberazione di Attendolo Sforza, concordia di lui con Pan: dolfello. — Vittoria dello Sforza sopra gli nquilani. — Jacopo Caldora. — Repressione dei baroni ribelli. —. Y.— Pratiche pel matrimonio della Regina. — Giacomo Conte de la Marche. — Congiura dei baroni contro Muzio Attendolo Sforza o Pandolfollo Piscopo VI. — Gincomo. de la Marche sposa Giovanna Il — Supplizio di Pandolfello. — Prigionia della Regina. — Superbia di Giacomo. — Congiura 0 supplizio di Giulio Cesaro de Capun. — Il regno in balia dei francesi, — Resistenza degli Sforzeschi, virile coraggio di Margherita Sforza . n | VII. — Pratiche di Giacomo e Giovanna presso il Conci di Co- stanza. — Lega coi veneziani. — Ottino Caracciolo © Annechino Mormile liberano In Regina dalla servitù. — Fatti di Lordino di Saligny nell’Abruzzo . . ssaa VINI. — Fino del regno di Giacomo. — La Regine riucquista anto rità. — Insurrezione contro i francesi. — Premi dati dalla È Google 17 45 (o) x GIOVANNA Il D'ANGIÒ Regina ai baroni amici. — Accordo con Fabrizio de Capua. — Concessioni fatte alla casa Sanseverino. — Libertà data a Muzio Attendolo Sforza. — Potenza degli Sforseschi . . . pay. LIBRO SECONDO I — Deposizione di pp. Giovanni XXIII. — Morto di Luigi IL d'Angiò. — Accordo del Tartaglia con Braccio. — Soccorso do- mandato alla Regina dal Cardinale di $. Fustachio. — Ser Gianni Caracciolo. — Ambasocria della Rogina al Concilio. — Braocio occupa Roma. — Preparativi dello Sforza per andargli contro. — Matrimoni di Leonello Sanseverino con Lisa Sforza e di Giovannella Stendardo con Marino Boffa. — Diffalta di Jaropo Caldora e del Conte di Monteoderisio — Lega © perentado tra Muzio Attendolo el il Conte di Car: rara. — Fazioni contro Braccio. — Rotta del Piceinino. — Fatto d'arme tra lo Sforza ed il Tartaglia a Toscanella . . IIl.— Moriti della Regina verso Martino Y. — Prepotenza di Ser Gionni. — Prigionia di Annechino Mormile. — Moti in Calabria ropressi da Antonuceio doi Camponeschi. — Rovina di Cosenza IV, — Grandezza di Ser Ginnni Caracciolo, — La pragmatica Filin- geria. — Deposizione di Marino Boffa. — Conconlia di Ser Gianni e Muzio Attendolo . i — Spedizione dello Sforza contro i villani sollevati nel Princi- pato e i baroni ribelli, — Accordi di Ser Gianni con la casa Orsini. — Matrimonio di Francesco Sforza con Polissona Ruffo. — Muzio Attendolo Sforza e Francesco Mormilo movona cstil- mente contro Napoli. — Loro sconfitta alla piazza delle Corraio. — Sono accolti in Acerra dagli Oria. /.° 0 . VÎ.— Patrizi © popolani di Napoli fanno concordia, ‘alla quale dipoi partocipa anche la Regina. — Pratiche di pace con lo Sforza. — Questi impone la libemzione di Giacomo, dei baroni prigionieri © l'allontanamento di Ser Gianni. — Nuovo rossi mento di Napoli . . VIL — Trattative col Papa. — Sor Gianni parte da Napoli per restituire alla Chiesa le castella di Civitavecchia, Ostia a Castel- santangelo. — Il Papa manda il Carlinale di 8. Maria in Dominica suo legato per investire del regno ls Regina. — Debiti di Giovanna IL — Spedizione dello Sforza nella cam- pagna romana contro Bmeoio . i RS VIIL— Avrenture di Gincomo de la Marete (| ‘| s00gle FONIELE IVER 78 87 101 105 ul 198 131 INDICE DEL VOLUME IX, — Ottino Caracciolo grandle Cancelliere del regno. — Spedizione di Muzio Attendolo Sforza contro Braccio. — Rotta di Sforza a Viterbo. — Pratiche di Ser Gianni col Papa, suo ritorno in Napoli. — Ricominciano i rumori dei malcontenti. — Martino V manda a Napoli il Cardinale dei Fieschi per la paco. pag. X. — Grandezza dei Colonnesi nel regno. — Colletta. per 1 incoro- nazione. — Restituzione dei boni dello Chiese. — Sicurtà data ai Sindaci dello università, baroni 0 vescovi per assistere all’ in- coronazione. — Incoronazione di Giovanna II D'Angiò LIBRO TERZO I. — Martino V, malcontento della R. Corte di Napoli, dà l'inve- stitura del regno a Luigi ITT D'Angiò. — Lo Sforza si volge alle parto angioina. — I isrentini pacificano Braccio sol Papa II, — Riti della magna Curia, — Congiure in Napoli. — Eeilio di Annechino Mormile. — Provvedimenti del regio consiglio. — Ambescoria al Papa per calmame lo sdegno. — Proposta per domandare aiuti ad Alfonso V d'Aragona e a Filippo Maria Visconti. — Lo Sforza accampa n Casanova. — Morte di Leo- netto Sanseverino . —. E ML — Rumori nelle provincie. — Ribellione ili Ottimo Caracciolo, di Francesco Zurlo e di altri baroni. — Farori accordati dalla Regina alla cass Orsini. — Rovinn della casa Orilia . . IV.— Malizia Carafa si reca ad Alfonso V ro d'Aragona per do: mandare soccorso alla Regina... — Luîgi IIT colla flotta provenzale e genorese move contro * Napoli. — Giungono Ie mavi cogli oratori di Alfonso, che è adottato per figliuclo dalla Regina. — Lo Sforza sorprenle Aversa, tenta invano di occupare Napoli. — Timeri della r. Corte, che fa pratiche di pace con Luigi IN. VI, — Alfonso d'Aragona assolda Braccio la Montone, — Fatti della Calabria. — Spedizione di Braccio per l'Abruzzo. — Condotta di Jacopo Caldora. — Braccio passa il Volturno, fatti d'armi în S. Maria. Perviono a Napoli + Ve LIBRO QUARTO I. — Alfonso d'Aragona giunge în Napoli. — La Regina conferma l'adozione e gli accorda grande potestà sul rogno. — Martino V prepara armi per soccorrere Luigi III, assolda il Tartaglia. — ‘ Google sue 139 157 168 181 191 su GIOVANNA II D'ANGIÒ Fazioni di guerra nella valle del Sarno. — Braccio invade le terre della Badia di Montecassino. — L'Abate Pirro To. meollli . > Lo Lo a & © È cp II. — Braccio signore di Capua, — Come occupò il Castello delle torri III. — Martino V manda a Napoli il Cardinale di S. Angelo per mettere pace. — Trattative inutili. — Disordini nella Cam- pania. — Assedio di Acerra. — Lo Sforza sorprende il Tur taglia, infilo. — Rinaldo degli Albizzi @ Michele Castellani oratori di Firenze fanno pratiche per una tregua. — Acerra è consegnata al Papa... LL. — Nuove pratiche © partenza degli oratori fiorentini. — Ottino Caracciolo combatte gli aragonesi. — Supplizio del Tartagli — Guerra condotta da Francesco Sforza nella Calabria, diser- zione de’ suoi capitani . . FORCE — Incomincia la discordia tra Alfonso e Ser Giapni, — Per la peste di Napoli la r. Corte fuggo prima a Castellamare, poi a Gaeta. — I fiorentini per timore del Duca di Milano nesoldano Braccio, — Incontro di Braccio con lo Sforza, — Questi visita Ro e Regina in Gaeta. — Incontro e trattative di Alfonso col Cardinelo di S. Angelo in Terracina. — Sforza codo Avorea al Re. — Patti fra Re, Regina e Sforza Re Alfonso imprigiona Ser Gianni, vuol sorprendere l Regina nol Casteleapuano. — Muzio Attendolo corre in soccorso della Regina. — Battaglia di Casanova, — Rotta degli aragonesi VII. — Lo Sforza ricupera Aversa. — Alfonso, avendo ricevuto soc- corso da tina flotta catalana, metto Napoli a sacco © a fuoco. — Lo Sforza salva la Regina, — Alfonso occupa il Casteloapuano VIII. — Giovanna Il reroca l'adozione di Alfonso e adotta Luigi III d'Angiò. — Pratiche col Papa e col Duca di Milano. — Alfonso occupa Ichia | . f IX. — Brecio mania Jacopo Caldora în sotcorso di Alfonso, — Battaglia al Ponte della Maddalena. — Partenza di Alfonso VL- LIBRO QUINTO 1. — Miro ambiziose ili Bmecio; sue pratiche per avere l'Aquila. — Rosistonza «ei cittadini. — Braosio manda nell’Abruzzo i suoi loeotenenti. — Concordia tra l'Aquila e Guardia Orelo. — Gli aquilani mandano un'ambasceria a Luigi IL, fanno con Ini patti © capitoli. — Braccio muove contro l'Aquilu, ocenpa le castella del contado 0/00» Google 3 109 205 209 219 228 288 268 INDICE DEL VOLUME vm IL — Assedio dell'Aquila. pag. III. — Condizioni della città dell'Aquila. — La Regina manda Muzio Attendolo Sforza in soccorso di essa. — Braccio lo previene, occupa lo terre chiotine fino a Lanciano, con poos gento lo intrattiene a lungo. — Muzio Attendolo annega al passo della Pescara . . to 1Y. — Grando animo di Francesco ‘lla morte del padre: 1 esercito sforzesco in parte si discioglie. — La Regina nocoglie bene- volmente Francesco e gli dà favore. — Assedio cel'Aguila el eroîoa difean . 3 "4 V.— Gli aquilani mandano a chiedere aiuto al Papa ‘e ad assol: dare Pietro Navarrino. — Il Piccinino stringe la città. — Lotte ni mulini. — Pratiche dei fuorusciti aquilani în danno della città. — Bruccio richiesto dai fiorentini procara inutilmente di venire a patto. — Azioni di Papa Martino a favore degli assediati VI.—Il Duca di Milano manda una flotta in soccorso della Regina. — L'infanto di Spagna propono di ardero © disfaro Napoli: Jacopo Caldora si oppone a questo disegno e passa alla parte della Regina e di Luigi III, i quali gli denno il comando dell'esercito per soccorrere l'Aquila. /.° 0... VII. — Strettezze degli aquilani. — Braccio riceve dai fiorentini il soldo della condotta. — Rotta di Pietro Nuvarrino. — Arrivo dall'esercito condotto da Iacopo Caldora. — Praparativi per la battaglia nella città © nei campi regio 0 braccesco, — Battaglia dell'Aquila. — Morte di Braccio. LIBRO SESTO T.— Effetti della bettaglia dell'Aquila. — I baroni del regno si fanno capitani di ventura, — La Regina fa murare Napoli sul mare, © chiede il servigio militare dai baroni per combattere gli Aragonesi. — Tumulto mosso da Malizia Carafa a favore degli Aragonesi. — L'infante de Pietro parte da Napoli. Pratiche dei fiorentini contro il Duca di Milano, e di questi colla Regina. — Intervonto di Martino V; sun autorità eni baroni. — Insidie del Duca di Milano. — Trattati di lui col Ro Alfoneo 6 coi veneziani . É i I. — Sor Gianni Caracciolo od i Colonnesi producono nuovi tur- bamenti nel regno: pretensioni di Martino V per ingrandire il nipote. — Matrimonio di Antonio Colonna con Giovannolla Ruffo. — Processo © morto di Filippo Filangieri, ribelliono o fine di Francesco Mormile x00gle RE EI) 269 281 291 297 311 s21 vv GIOVANNA IT D'ANGIÒ III. — Opera tonofica di frato Bernardino da Siona © frato Gio- vanni da Capestrano. — Gli Ebrei nel regno. — Lotta sang nosa fra Ortona e Lanciano. — Persecuzione degli Ebrei pag. IV. — Povertà dell’erario. — Favori fatti a Luigi Sanseverino, — Il Papa si propone di deporre Giovanna II è Luigi III e fare re Antonio Colonna, sue pratiche coi baroni. — La Regina da Aversa torna in Napoli, Luigi va nol duoato di Calabria © poi in Francia . —. * 2 gina V.— Accordi tra il Duca di Milano ed Alfonso d'Aragona. — La Regina ordina il pagamento della VII colletta per l'assedio del Castelnuovo. — Parte, che n'obbo Jacopo Caldora, questi è assoldato per la spedizione di Bologna. . VI.— Il Grande Siniscaloo ed il Principe di Taranto intrigano per dare il regno ad Alfonso d'Aragona, il conto Francesco Sforza ne a visitare le sue terre nel regno ed è accolto con favore dalla Regina. — Morte di Martino V. — I colonnesi mettono a rumore Roma e Campagna. — Elezione di Eugenio IV, che domanda siuto dalla Regina. — Questa manda Jacopo Caldora nelle terre romano. — Jacopo si accorda con Antonio Colonna VII.— Ser Gianni allontana la Regina da Napoli con sospetto di tradimento. — La Duchessa di Sessa entra nella congiura contro di luî, alla quale partecipa la Kegina. — Nozze di Troiano Caracciolo con Maria Caldora. — Assassinio di Ser Gianni VII — Giudizio contro la memoria di Ser Gianni. — Premii con- cessi ai congiurati. — Danni dei consorti del Gran Siniscalco. — Accordo della Regina con Caterina vedova di lui. LIBRO SETTIMO I. — Effetto delle trame di Ser Gianni Caracciolo e del Principe di Taranto con Alfonso d'Aragona. — Concilio di Basilea. — L' imperatore Sigismondo viene in Italia. — Pratiche di Alfonso con Eugenio IV, la Regina, i baroni del regno. IT. — Alfonso sollecita il Principe di Teranto a prendere le armi contro lu Regina. — Ribellione di Ruggiero e Jncopo Guetani, del Duca di Sessa repressa dai Caldoreschi Intervento di Eugenio IV. — Tregua di dieci anni fatta fra il Re e la Regina. — Rinnovamento dell'adozione di Alfonso. ber IM.— Mutamento della Regina a favore di Luigi 1ÎT, — Papi Eugenio IV ottiene In pica fra Veneziani, Fiorentini e Duca di Milano; si pacifica con Sigiemondo o lo incorona. — Alfoneo 329 I 351 861 369 379 399 397 CE DEL VOLUME xv fa con la Regina ina tregua di dieci anni. — Il Principe di Taranto dà occasione al una nuova guerra di baroni . pag. IV. — Luigi INI d'Angiò sposa Margherita di Savoia. — Con Jacopo Caltora move contro il Principe di Taranto. — Guerra nella Pugli Disfatta del Principe. — Avvisi di Eugenio IV. — Il Principe manda Algiasio Orsini ad Alfonso d'Aragona per fare patto. — Morte di Luigi INT — Il Principo di Taranto riacquistò le terre perduto, — Cosimo dei Medici. — Testamento e morte della Regina. .. + VI.— Falsità delle tradizioni intomo a Giovanna IL d'Angiò. — Sus pietà e beneficenza. — Lodi della Regina VII — Le lettere e le arti în Napoli al tempo di Oioranna Il. — Il Collegio dei dottori e dei medici. — I Riti della Magna Curia Indice delle persono =. /20/./.0/... Indice dei luoghi . . à Opere e abulii storici pubblicati del Prof, N, F, Fareglia — 401 407 415 419 485 488 449 401 Original rom digiti by Google CORNELL UNIVERSITY STORIA DELLA REGINA GIOVANNA II D'ANGIÒ LIBRO PRIMO 1.— Fansotta, Giovanna II D'Angiò. Google Original rom digiti by Google CORNELL UNIVERSITY L' anarchia dei Baroni: partiti e lotte. — Ladislao. Il regno-della regina di Napoli, Giovanna II di Durazzo, ul tima della regia stirpe di Carlo I d'Angiò, è memorabile per grandezza di avvenimenti a lei, al regno, all’ Italin infausti. Ella non ebbe pace, e vide per una lunga ed atroce guerra devastati i campi, terre e città disfutte, arsa Napoli; un Re straniero invitato come amico, adottato per figliuolo, congiurare per toglierle a corona; due condottieri, i più famosi d' Italia, miseramente perire; coloro che più ebbe cari, trucidati. Cagione di tanti mali fu la superbia dei baroni, dura gente, ribelle, non doma dalle persecuzioni, non ammansita dai beneficii, sempre divisa in due fazioni, Antico era il male, e la prima radice è nella istituzione feudale dei Normanni. Una schiera di avven- turieri, compagni d'armi, eguali fra loro, senz'altro bene che la spada e la prodezza, oceupò terre dei Greci in Puglia e dei Longobardi di Benevento, sulle quali avevano diritto di signoria gl'imperatori d'Oriente, d'Occidente ed i Pontefici; ognuno di essi tolse per sè parte della conquista, edificò castella sugli ermi colli, si afforzò, regnò nel piccolo pacse, del quale s'era impadronito. Circondati da nemici, restarono per la difesa con- foderati; una città, Melfi, non ebbe signore, fu comune a tutti per le raunanze. Non era questa una confederazione di baroni, perchè nessuno di loro aveva prestato ad altri il ligio omaggio, nè era tenuto per obbligo a servizio militare: ognuno agiva per sè, combatteva s00gle ÎE n 4 GIOVANNA IT D'ANGIÒ per la sicurezza sua o dei compagni d’armmi (1). Leone IX pon- tefice, messosi a capo di gente italiana e tedesca, andò a com- batterlî; ma, vinto a Civitate a' 18 di giugno 1059, patteggiò, ai fieri vincitori concesse in nome del beato Pietro e della Chiesa le terre acquistate, ed essi gli fecero omaggio. Come però allargavano le conquiste, alcuni di loro comin- ciarono a grandeggiare, a sollevarsi sugli altri e con la grandezza di pochi mancò la concordia, venne meno ln fratellanza d'armi. Nel 1083 Giordano figliuolo di Riccardo giurò fedeltà all’impera- tore Enrico IV e da lui dichiarò d'avere in feudo il principato di Capua; nello stesso tempo Roberto Guiscardo possedeva il ducato di Puglia in grazia di Dio e del Reato Pietro, per conces- sione del Papa Gregorio VII Non mancarono altre cause, per le quali crebbero gli odii e le scissure, onde la gente normanna si divise in fazioni pericolose e più gli animi inacerbirono quando Ruggiero dall’antipapa Anacleto tolse la corona di Ré, e Roberto principe di Capua e gli emuli più potenti domandarono contro di lui aiuto al Pontefice ed all’imperatore Lotario. Ruggiero aspettò il tempo e la buona fortuna, fece prigioniero il Pontefice, che era venuto a combatterlo con le armi, e dopo d'aver ottenuto la conferma della signoria del regno per sè ed i figliuoli nel 1139, lo mandò libero. Il regno restò infeudato alla Chiesa, e questo fu appresso cagione di molti mali. Ruggiero, ammaestrato dai pericoli delle lotte passate, tolse a coloro, che aveva domati, molti diritti di signoria, vietò loro di afforzarsi nelle terre e nelle castella, li spogliò delle armi; ed essi, che per orgoglio negavano l'ubbidienza ad un Re della gente loro, da prima non disdegnarono nel 1152 di presentarsi a Federigo Barbarossa nella dieta di Wirzburg, per impetrare soccorso contro di lui; di poi, sostenuti dal Pontofice Adriano, presero le armi per combattere Guglielmo I, che li represse ferocemente, e, quando mori il costui figliuolo Guglielmo II, altri favorirono Costanza moglie di Arrigo VI, altri parteggiarono per Tancredi. Restò superiore ero la Francia © atterrirono lo genti con l'audacie, la ferocia, il saccheggio, il Re mandò ai forti alloggiame cho s'erano fatti dove l' ure discondo nella Senna, suoi ambasciatori per par. lamentare. Il capo di questi gridò loro da lontano: « Quo nomino vester senior (signore) funzitur? Responderunt: nullo », Duvo ve Sisero Quisriso in Acostiso Tuirnny. Cong. de l'Eugl. lib. 1 {1) Quando nell'anno 8U5 i Norman oogle esule LIBRO. PRIMO la fazione imperiale e col signore straniero vennero altri ba- roni stranieri. Nella lotta tra Federico II, Manfredi ed i Papi apparve poi manifesto quanto fosse il difetto dell'ordinamento feudale nel regno, poichè i baroni ebbero campo aperto per schierarsi a favore degli uni © degli altri, di mutare parte a loro talento: la contesa era fra due potestà, la regia e la pontificia; il sen timento di religione si mischiò all'odio e parvero leciti i tra- dimenti e le vendette, come avvenne a Coperan, Là dove fa bugiardo ci cun pugliese. Vinsero i pontefici con le armi di Carlo I d'Angiò, e a Benevento cadde l’aquila Sveva. Carlo, il più feroce dei re del regno, per- segultò i baroni nemici, tolse loro averi e feudi, li cacciò in prigione, li fece morire di mala morte, sollevò, arricchi i suoi; ma i baroni percossi fecero la vendetta dei vesperi siciliani col favore delle terre e delle città accorate dalla mala signoria, e diedero la corona ad un principe aragonese. Così ci vennero in casa gli spagnuoli, altra cagione di danni futuri. E cominciò una guerra funesta, lunga, fra napolitani e siciliani: gli angioini perdettero l'isola bella e per molti secoli la perdette l’Italia. Nè il mal seme delle discordie baronali si spense nelle terre napolitane; lo ravvivò l'ambizione dei principi angioini, i quali vedevano con dispetto che, per le nozze di Giovanna I con Andrea, la signoria del regno perveniva ai regali di Ungheria: ordinarono quindi la congiura e la tragedia di Aversa, e con l'assassinio di Andrea diedero occasione ad invasioni di genti barbare e ad incursioni di feroci compagnie di ventura. Nuove cause di guerre interne diede In regina Giovanna I, quando favori l’antipapa Clemente, e, non avendo figliuoli, dichiarò erede della corona Luigi Il d'Angiò; questa funesta adozione tenne a lungo diviso il regno. Urbano VI pontefice le sollevò contro Carlo III di Durazzo ed i baroni si schierarono appresso le insegne angioine o durazzesche, come le amicizie e i paren- tadi li persuadevano, o lo tradizioni di inimicizie antiche e le ambizioni di nuove grandezze li movevano. Lo scisma della Chiesa rendeva più pericolose le condizioni dei tempi, ma nelle nostre terre furono più vivi i rumori della lotta civile, che i oogle PROB ir TORO 6 GIOVANNA IL D'AN moti per religione: l'autorità di Urbano, 0 di Clemente, pre- valeva, come riuscivano superiori le armi de' loro partigiani: non erano predicate © diffuse novità ereticali: i ancerdoti del- luna parte e dell'altra erano stati conseerati canonicamente, le chiese aperte, i fedeli a loro agio ammessi ad assistere alle sacre cerimonie, a frequentare i sacramenti : nessun dubbio di fede aveva ancora intorbidate le coscienze, l'eco delle prediche di Wielef non era giunto allo Studio di Napoli, l’umanesimo germogliava a pena. Non abbiamo notizie certe di ciò, che ay- venne nelle provincie; in Napoli i cittadini, contro le tendenze della regia corte, favorivano Urbano, che era di casa Prignano e regnicolo, e quando venne Clemente, ospite della Regina, i popolani lo schernivano e lo dicevano Papa da carnevale, tu- multuarono e lo costrinsero a partire. E Giovanna perseguitò l'arcivescovo di casa Bozzuta, che reggeva la chiesa per Urbano, mandò a guastare le terre di lui, i napolitani presero le armi per sostenerlo ed osarono affrontare le genti d’arme tedesche della Regina, ma invanzi ad esse fuggirono pesti e rotti. Certa cosa è, che due erano in quel tempo gli arcivescovi di Napoli, non trovo il nome del seguace dell’antipapa, i fautori di lui erano però detti oltramontani (1), Carlo LIL oppresse la regina Giovanna, rimise in onore l’areivescovo devoto alla chiesa romana e pose fine alla contesa, ma Papa Urbano voleva spa- droneggiare a suo talento, ed il Re, che non era tempera d'uomo pieghevole, mandogli a dire d'aver acquistato il regno con la sua spada, non se ne brigassè, e si desse cura dei preti (2). Divennero nemici. Era il Re atto a pacificare il regno, perchè animesissimo e pratico delle arti della guerra, ma agitato da una disordinata ambizione: mentre cercava nell’ Ungheria altre corone regie, incontrò la morte, Lusciò vedova la regina Mar- gherita, donna magnanima, e due figliuoletti, Giovanna, che poi fu Regina, la cui storia prendo a narrare, e Ladisino. Come i Baroni della parte angioina ebbero novelle della morte del Re, ripresero le armi col favore del Papa, occuparono Napoli, constrinsero Margherita a ricoverarsi in Gaeta coi figliuoli, po- (1) Diurnali dotti det Duca di Monteleone editi per la società di St, patria da N. F. Fanacrta, 15. ) Ii, 30. î Google omne al LIBRO PRIMO 7 vera, con poca speranza di soccorso. Ma ella non si perdette di animo, e meditò il modo di ricuperare il perduto : a Ladislao diede in moglie Costanza figliuola del conte di Chiaromonte, il quale con la ricca dote offrì Il danaro occorrente; papa Bo- nifacio IX, che cercava amici da contrapporre ai fautori del- l’antipapa, diede favore, concesse l'investitura del regno. Il re giovinetto secondato da uomini sperimentati per fede e per valore, con poco csercito, andò a riacquistare l'Abruzzo, poi assediò Napoli e l'ebbe a patto, perseguitò i nemici nella Cn- labria e fece aspra vendetta dei più potenti, prese il Duca di Venosa, e Tommaso Sanseverino, li menò in Napoli c li fece atrangolare nel Castelnuovo, tolse lo stato al Duca di Sessa, e, morto lui, menò prigionieri la moglie, il figliuolo e le figlivole. A questo modo riconquistò quasi intero îl regno: Taranto rima- neva in potestà dei nemici. Vi si cra afforzata Maria d’Enghien, vedova di Ramondello del Balzo Orsini coi figliuoli Giovanni Antonio, Gabriello e Caterina, e andò Ladislao con l’esercito, per combatterla, ma non gli fu facile l'impresa per la fortezza del luogo e per la difesa gagliarda: essendo poco efficaci le armi, si volse ad arti pacifiche. Ripudiata Costanza di Chia- romonte, egli aveva tolto in moglie Maria di Cipro e s'era morta, offri allora a Maria d'Enghien mano e corona: cedette la donna incauta, ed egli ebbe Taranto ed il Principato. Signore del regno, volse allora LadisIno il cupido senardo di là dai confini; lo tentava Roma turbata da perpetui rumori e ribellioni, che i Pontefici non potevano domare e, traendo partito dallo lotto fra i Colonnesi 0 gli Orsini, si mischiò allo contose, trattò con Innocenzo VII e n'ebbe l'autorità di Rettore di Roma e della Marittima per cinque anni. Più facile strumento agli audaci disegni del Re si prestò poi Gregorio XII, succeduto ad Innocenzo; da prima egli si studiò di rompere le pratiche di concordia fra lui e Benedetto XIII antipapa, le quali erano fatte per dare fine allo scisma în un concilio, poichè temeva, che, deposti l'uno e l'altro, sarebbe stato eletto un pontefico fran cese, che avrebbe dato favore all’emulo suo Luigi IT; di poi nel mese di marzo dell'anno 1408 andò con l’esercito innanzi a Roma e mandò quattro galere alle foci del Tevere per impe- dire le vettovaglie. Ogni cosa gli successe prosperamente: Paolo Orsini, che guardava La città pel Papa, gli apri lo porte ed egli Google combi R GIOVANNA IT D'As entrò da signore, creò magistrati, e, seguendo la fortuna se- conda, corse sopra Perugia, Assisi, Fermo, Todi, Ascoli. Papa Gregorio, vedendo invase le terre della Chiesa, non mosse richiamo, onde tutti eredottero che il Ro avesse fatto quella spedizione col consenso di lui, e l'accordo parve palese, quando all'entrata dell’anno appresso fu bandito il concilio di Pisa, e al Papa, abbandonato da' suoi Cardinali, non rimase che il braccio di Ladislao. Era cardinale legato in Bologna Baldassarre Cossa, nato d'una nobile famiglia d'Ischia, potente in mare, arricchita coi com- merci; operoso, ambizioso, fautore del Concilio, potente nelle Romagne, capo della fazione avversa al Papa, inimicissimo del Re, perchè questi aveva fitto accusare di pirateria due fratelli di lui e, trattili în giudizio, li aveva condannati nel capo © sequestrato i beni loro (1); per infrenare l’audacia di Ladislao egli fece lega coi fiorentini ed i senesi ed insieme ordinarono di sollecitare Luigi II d'Angiò a venire in Italia per essere presente al Concilio ed acquistare l'eredità della regina Gio. vanna I Il Re allora deliberò d'invadere la Toscana, sorpren- dere i Cardinali raunati a Pisa e sciogliere il Concilio: conquistò Cortona, pervenne ad Arezzo, ma non potette procedere innanzi, perchè i confederati impedivano la via, ed il Legato rumoreg- giava nelle Romagne. Gli parve quindi migliore il partito di aspettare gli effetti del Concilio; affidò le sue genti a Paolo Orsini e tornò nel regno. A Pisa intanto avvenne quello, che s'era preveduto; furono deposti Gregorio e Benedetto, fu eletto pontefice Alessandro V, ma quelli non ubbidirono e crebbe lo scisma e lo scandalo: Ladislao fu scomunicato, Luigi d'Angiò, che era venuto in Italia, ebbe l'investitura del regno e foce omaggio al muovo pontefice. Il cardinale Cossa, i fiorentini ed i senesi, vista allora l'oppor- tunità, deliberarono di assalire le genti del Re, per togliergli le castella acquistate, corruppero con l'oro Paolo Orsini e cor- sero infino a Roma. Fra il rumore di queste fazioni morì Ales- sandro V e fu eletto successore il Cossa, che tolse il nome di Giovanni XXIIL Non mancò al Re la solita audacia quando vide il nemico levato a tanta potenza e, per offenderlo e com- XIII in Memosto Rer. Germ. ete. 9. (1) Turosomiers be Nine, Vita Joh x00gle FONIELE LIVE LIBRO PRIMO 9 batterlo, diede favore a Gregorio XII, gli fece onore, gli offri sicuro ricovero nel castello dî Gaeta. Giovanni XXIII, il Duca d'Angiò, i senesi, i fiorentini, tutti coloro, i quali temevano la potenza e l'ardimento di Ladislao, raccolsero armi, per oppri- merlo, assoldarono i più eccellenti capitani di ventura : Mala- testa dei Malatesti, Gentile da Monterano, Angelo della Pergola, Braccio da Montone, Muzio Attendolo Sforza. Come il Re seppe, che i nemici venivano ad offenderlo nel regno, andò ad aspet tarli sui confini, e ai 19 di maggio 1411 fu rotto alla giornata di Roccasecca; i vincitori però non ebbero profitto della buona fortuna, perchè il Duca d'Angiò era poverissimo: Ladislao con poco denaro riscattò î prigionieri, e si trovò con l’esercito rifatto, ed il Duca senza credito dovette ridurre a Roma i suoi a modo di vinti con grande cordoglio del Papa. E vedendo il Re, che il denaro dei fiorentini era In forza dei nemici suoi, cominciò a tentarli con profferte di pace, e, per meglio adescarli, propose di vendere loro Cortona. Quelli lasciarono le offese, e i senesi, mancato l'aiuto di Firenze, domandarono anche essi l'amicizia di lui. Il Papa si trovò a mal punto: Bologna si ribellò, Muzio Attendolo Sforza, che era agli stipendii della Chiesa, per astio contro Paolo Orsini, passò al soldo di Ladislao con due mila quattrocento cavalli e quattrocento fanti, Civitavecchia fu data al Re per tradimento, i popolani di Roma brontolavano per la gravezza delle gabelle, i signori emuli mettevano mano alle armi. Tanta avversità e tanta confusione di cose piegarono l'animo fiero di Giovanni XXIII ed anch'egli propose al Re la pace: gli offerse in pegno Benevento, Ascoli, Viterbo, Perugia e cento mila fiorini a patto, che riconoscesse Iui Pontefice le- gittimo, deponesso Gregorio XII, ridesse la libertà ai consorti della famiglia Cossa, mandasse in suo aiuto mille uomini d'arme. Promise anche di confermargli l'investitura del regno e di crearlo Gonfaloniero della Chiesa. Le proposte erano al Re op- portune, accettò, la pace fu bandita in Roma a’ 19 d’ottobre 1412 e Papa Gregorio fu cacciato dal regno. Ma la pace proposta per necessità, accettata per opportunità, non era sincera: il Re voleva Roma. Aggiungi, che i padri del Concilio di Pisa ave- vano deliberato, che il Papa în ispazio di tre anni ne avrebbe raunato un altro per provvedere ai bisogni della Chiesa, e Gio- vanni costretto dalla necessità delle cose aveva pubblicata con oogle 10 una bolla, e dichiarato, che quetata Roma, allontanato Gregorio dal regno, fatta pace col Re, pacata l'Italia, aveva deliberato di convocare il nuovo Concilio. A questo annunzio il Re pen- sando, che se il Papa fosse andato al Concilio avrebbe dovuto egli assicurare e difendere la città di Roma e le terre della Chiesa, senza indugio nella primavera mandò gli Sforzeschi nelle Marche contro Paolo Orsini rimasto devoto al Papa, egli stesso con l’esercito entrò nella Campagna romana, e senza bat- taglia occupò In città. Il Papa scampò colla fuga a Firenze, donde con nuove bolle divulgò per la cristianità la sun mala ventura e l'iniquità di Ladislno. Questi, intanto, lieto del- l’acquisto, affidò la guardia di Roma a' suoi capitani Perretto de Andreis conte di Troin e Giulio Cesare di Capua, tornò nel regno a procacciarsi il denaro necessario per condurre più innanzi la, guerra. Giovanni XXIII era circondato da grandi difficoltà: spogliato dello stato, non caro a' fiorentini, i quali lo reputavano ospite pericoloso, con lamenti, consigli, csortazioni era sollecitato da ogni parte della cristianità, stanca dello scisma, a riunire il nuovo Concilio; ma egli, che cardinale era stato audacissimo, pontefice, povero, con pochi amici era trepido ed incerto © temeva il Concilio perla moltitudine dei nemici, che lo aceu- savano di delitti atroci. Deliberò di pigliar tempo ed intanto si studiò di acquistare l'amicizia di Sigismondo re dei Romani, il quale allora con poca fortuna guerreggiava contro i Veneziani, Gli mandò dunque i cardinali Antonio de Challant dal titolo di S. Cecilia, Francosco Zabarelli dei SS. Cosma e Damiano, ed Emmanuele Crisoloras per disporio a favorire il Concilio, a dargli aiuto contro Ladislao; fecero patto e a' 30 ottobre 1413 andò il bando pel Concilio da raunarsi a Costanza. Queste pra- tiche turbarono Ladislao, il quale affrettò gli apparecchi militari: raunò il denaro occorrente alla guerra, ne tolse in prestito dai mercanti, vendette feudi, terre, castella, riscosse taglie da' pri- gionieri romani, e nella primavera tornò a Roma. E, poichè meditava imprese grandi per non lnsciarsi nemici potenti alle spalle, trattò con Paolo Orsini ed Orso da Monterotondo, per ridurli in amicizia, e questi, avuta guarentigia, tornarono a lui; poi cavalcò ai confini della Toscana. È da ogni parte gli anda- vano ambasciatori di città per fargli onore, Firenze © Siena î Google ; (1414) LIBRO PRIMO ll gli mandarono anche doni. Non rompeva la guerra, perchè aspettava la stagione fresea d'autunno, ma stando col campo innanzi a Todi, gli si mise un ribrezzo di febbre e n'era tanto agitato, che pareva farnetico (1). Fece sostenere e incatenare Orso e Paolo, e di ciò mormorarono gli uomini d'arme, perchè aveva dato loro sicurtà, ma li quetò assicurandoli di avere nelle mani le fila delle trame d'un nuovo tradimento. E il male di per di aggravava, deliberò di tornare a Napoli: lasciò l'eser- cito a Muzio Attendolo Sforza è adagiato in una lettiga fu portato a Roma, di poi ad Ostia dove fu messo sopra una galea, nella quale fece salire Orso e Paolo, che s'era tratti appresso incatenati. La galea entrò nel porto di Napoli giovedì « (0) Di quosta infermità di Ladislao sono stato dette lo più strane e_ varia cose. Alcuni scrittori dicono semplicemente, cho il Ro infernò di febbro leg- giera. Goni Ist. di Chiusi, R. IL S. (MiTtARELLI) LL 972: l'Aminnato, Delle Ist. fior. lîb. XVIII, ed. Pompa V. 25, parla di gravissima è potentissima febbre. Altri affermano, che fu avvelenato dai fiorentini, onde l'arguto DE Repvsns nel Chron. Taro, RL S. XIX, 821, seriva: « fanotua occubmit, and venono, ut dicebatu fiorentinia illi propinato, ut verificaretar illud: vcnenzn in auro Bibitur, Felices inies utimur ». Il Di Minuri cancelliere sforzesco nella Vita 174 scrivo recisamente: « et non fo voro fosso attosegato ». Molli riferiscono una oscena vendetta dei fiorentini, i quali per denaro corruppero un medico perugino, della cui figliuola era proto di amore: ella untasi del sugo di napello l'avvelerò negli abbracciamenti. (Con. exuscio con le Annoc. del Costo ed. Gravier Lib. V. 307), V'ha pure chi afferma, che Ladislao infermo d'un maio comune funesto dopo l' invasione di Carlo VIII di Francia e fu soggetto d'un poema di GrroLamo Faacastono. TeopoRico DI Niuew, Vita P. Joan. XXIII cit. 24 sorive: « postquam enm rehementibu doloribus, quibus torquebstur in corpore, ot praccipuo igni infeliciter obiit antequam dimidiaret dies suos. » Pare tuttavolta, che il Re siasi infermato di febbre perniciosa. Addi 15 luglio «in Castro Passarani » egli «pedi al comune di Orvieto una lettera, con la quale chiedeva, che fosso consegnato al suo capitano Malacarno jl castello di Lugnano, 0 non la aottossrisse « propter dolorom eapitie, quons aliquantulum patimur ». Gasconorivs Sì. della città di Roma vera. ed. Venezia VI, 732. Ofe. Bonazzi St, dé Perugia I, 628: Inressuna R. L. S. p. IL, 1120; Leoxanno Anermo ivi XIX, 174: Ist. di Firenze ivi 965: Tommaso Caraia in Percer 1, 92: Diario Anonimo ivi 114: Notan Giacomo Cron. di Napoli 68: Gu Lino Pussaro Gion. 10: Diurnali del Duca di Monteleone sd. cit. 83: Brovio Ann. Eccl. ad an. 1414 p. 395 $ 11: San Geennirno DI Sen Sicvesto pei Cax- PioNI DI Gugsio Arch. Sì per le Marche e l' Umbria I, 411, etc. re in membro viril oogle cor 2 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (ECICO) a'2 di agosto 1414, sull'ora dci vesperi. Gittate le ancore, il Re mezzo disfatto si fece levare sulla poppa per vedere Orso e Paolo sbarearo innanzi a sè, raccomandò agli ufficiali suoi di guardare quei traditori. Portato al Castel nuovo, sì rinfoentono le febbri; non aveva pace, gridava: è vivo Paolo? menatelo qui, chè voglio ucciderlo io. Sulla sera della domenica appresso chiamò la sorella Gio- vanna e agitatissimo le domandò : dove è Paolo? fallo uccidere, ché ti caccerà dal regno. Ella con menzogna pietosa risposegli: è morto, ed il Re, udito ciò, si dette pice, ma, quando la febbre ingagliardiva, delirando gridava: Orso, Paolo, Firenze, andiamo a Firenze, o in fine giacque in una lunga agonia di morte. Intanto la città s'era commossa per la venuta repentina del Re, correvano molte voci del male, che lo spegneva: chi lo diceva infermo di febbre, chi di sciatica, altri riferivano voci: di oscene vendette dei fiorentini: il presente’ era incerto, il futuro pauroso: che sarebbe avvenuto, morto il Re, che aveva ridata la pace al regno? Non lasc legittimi (1), iuva figli uo] (1) Unico figliolo di Ladino cra Rinaldo natogli d'una donna gaetana. Decorato del titolo di Duca di Capua non ebbe mai la signoria del ducato, Svuwonte Hist. della Cita e iItegno di Napoli. Ed. Bulifon 1675 Il, lib. IV, 556. Il Detta MarRA afferma, che voleva sposare una figliuola del Conte di $. Angelo. Lovse DE Rosa nota: « mo derrimo de lo Prencipn do Capua figlio che fo delo Re Lanezalao, morto che fo lo Re la regina lo fece abbato de sencto An- tuono de Napoli, po lassai l'ordine et pigliao lordine dela miligia et chiamaoso messer Remudo de Durazzo. La Rigina loamna che le aveva levato lo titolo delo prencepato de Capua e datole santantuono isso non voleva essero eririco (chi mno (sposò) et deole por moglior la figlia do madamma Rosa nova de fogia, una grande Riccza r. Cronache e memorie ms. della Bibl. nar di Parigi. Ita). 913 £ 10, dello quali copia nella Bibl. della Società di St. pat. in Napoli. Il di Il ottobre 1429 Giovanna II concesse a Simone di Nuccio del Casal Garilinno nello portinoma di Avorsa la cittadinanza di questa città « erpreaso ) fecero eavaliore ot la Rigina lo i sonsensu ct iborn voluntato Viri magnifici Raynaldi di Daracio militia nopotis mostri carissimi, dictique » Arch, di Stato in Napoli Reg. Ang. oh. Il n, 377 £ 258. ‘anna accettò la rinuncia di 24 cacie di caroleni, che « Raynaldus de Duracio princeps et nepos noster cariscimua » avova sulle colletto della Terra di Lavoro a gli assegnò in feudo 12 oncie sullo collotto ed altro ontrato fiscali di Foggia « sub feudali servicio î Google « (1414) LIBRO PRIMO 13 Maria d'Enghien viveva negletta, senza onore di Regina: a Giovanna sorella di lui, poco in veduta per lo innanzi, ora, che il Re era in pericolo di vita, e sola rimaneva della regia stirpe Durazzesca, erano volti i pensieri, gli sguardi. Morì Ladislao all'alba del giorno sei di agosto dell’anno 1414 (1); sulla sera Giovanna fece levare il cadavere e senza onore di accompagnamento, con poco lume lo mandò a sep- paris unius girotecarum de cammuso sivo do Coyro ». Rag. Ang. cit. 1 421. Egli non appare nella storia di Giovanna Ii. AI tempo della lotta fra Alfonso I d'Amgona o Renato d'Angiò parteggiò por l'Aragonose. Nel Repertorio doi Quiaternioni della Prov. di Bari. Arch. di Stato, sotto Bari leggosi « Nell'anno 1442 Giacomo Caldora (sic) s intitolava Duca di Bari in Quinter. 00 fol. 7, registrato in un privilegio spedito nel detto anno per Ro Alfonso ia beneficio del Rev. Ranaldo o Rinaldo di Durazzo. Dova dice, che per servare fedeltà ad esso Re è stato fatto prigione dal quondami Giaconso Caldora Duc di Bari © perciò li dona © conferma certi beni ete.». Manca il Quinteraione. Di Rinaldo nacque Franeesso, il qualo fu padre di Rinaldo II, che morì nel 1483, fu sepolto in Foggia, e sul sepolcro fu posta questa iscrizione, che andò dispersa nel 1731 HIC IACET INSIGNIS POPULO DEFLETUS AB OMNI RAINALDUS PATRIAE FLOSQUE, DECUSQUE SUAE: QUEM TULIT INGENTI DYRACHIA LAUDE NITENTEN NUNG PATER INFELIX IUVENILI ABTATE PENEMPTUN VIDIT, ET EXTINCTUM SIC DOLET ESSE GENUS. IMBUE, ET MUNDI REIUS SPEM PONE SECUNDIS SORS HUMANA MALA EST, QUOD BONA TOTA CADUNT. FRANCISCUS DYRACHIUS FIL, DULCISS. QUI VINIT AN. TY OBUT DIE 1 SEPTEMBRIS SICCCCLXXXNIT GENENS POSUIT Ho trascritta questa iscrizione dal fel. 11, t. 12 degli Atti della visita di Mon- signor Giacomo Emilio Cavaliere del 1694 conservati nell'Archivio della Catte- dralo di Foggia. ln essi ò notato ancho, cho Rainaldo II mieque da Francesco @ Camilla Tomacelli: fu rinvenuto il cadevere di lui nel depesito di stucco disfatto nel 1680, quando si rinnovara la chiesa. L'iscrizione è riferita con grandi inesattezze dagli scrittori. Cîr. SuxmonTE II, lib. IY, GOL, 602. Viutani La Nuova Arpi 74, 75. (1) Gli serittori non sono concordi pel giorno della morta dol Ro, vi ha por sino chi afferma, che mori nel viaggio. Giutiano Passano 30 ; il Fuscuuitio Arch Stor, nap. I, 45 lo fa morire ad Aversi; DakToLoNEO DeL Covazza Diar, Arch. Stor. it. Ser. V. £ XIV 253, 254 serive: « Mori il predetto Re Ladislao addi 14 GIOVANNA I D'ANGIÒ (1404) pellire nella chiosa dei frati di S. Agostino în S. Giovanni a Carbonara, perchè era morto in contumacia della chiesa, come un tartaro, dice l'Accoglitore dei Diurnali detti del Duca di Monteleone. Giovanna però gli fece dipoi costruire un nobile sepolcro. Era stato Ladislao di piacevole persona, biondo; ci fu conservata l'effigio di lui nel mausoleo di $. Giovanni a Carbonara: piccolo il capo, il naso appuntato, acuti gli occhi, non grande della persona, asciutto. Fu audacissimno, come colui, che da fanciullo era stato educato nella povertà, e poi con la spada aveva acquistato il regno; eccellente capitano, dove non poteva pervenire con la spada giungeva con l’accorgimento, con l'audacia, ogni mezzo reputava lecito per la sua grandezza: nell’avversità, senza perdersi d'animo, rimediava al danno celeramente, dalla prospera fortuna era spronato a tentare cose maggiori. Godeva di trovarsi in mezzo ai soldati, con questi e cogli amici era liberale, contro i nemici feroce e spesso di mala fede. Avrebbe certamente mutato le sorti dell’Italia, se la morte non lo avesse sorpreso giovine, perchè gli rimaneva solo di occupare Firenze per andare con le armi nella Lombardia. De' Papi si servi pe' suoi disegni ambiziosi: li favori, li abban- donò, venne a patti, li combattette, e metteva tanto disordinato timore nella corte di Giovanni XXIII, che Teodorico di Nihem scrisse: dopo che della morte di lui fummo assicurati da fre- quenti annunzii, sentimmo ravvivare lo spirito nostro e concor- demente benedicemmo Dio, che ci aveva liberato în tutto dal nemico maligno (1). D'altra parte tanta confusione era nelle cose della Chiesa, che i canonici sulmonesi nelle rituali preci delle Rogazioni alla porta della città, detta Romana, cantavano: 7 di agosto 1414: così si disse a Firenzo, Chi diceva che egli era morto a Napoli e chi diceva che era morto di veleno, e chi diceva di no. » È inutile riferire tutti gli scrittori, che narrarono cose non esatte: bene dinmero lo Spoxraxo ad an. 1414, Nerar Giucowo 68, 00, i Diummali di Montel. de hac vita migravit.» AxADUZZI Anecdote litterariz Roma 1782, Cîr, Bollet. della Soc. di St, pat, negli Abruzzi luglio 1901, IL doc. della nota seguente a pag. 16 toglie ogni inceriezza. (1) Tuzop. ne Niuew loc. cit. Google c (1414) LIBRO PRIMO 15 « et romanorum rex noster Ladislaus regat imperium (1).» Fu in effetto Ladisluo uno di quegli uomini, nei quali vizi grandi eguagliano grandi virtù: disordinatamente rotto a lus- suria, elemosiniero, desideroso dell’altrui, buono amministratore del regno. Tre volte la settimana udiva i richiami dei cittadini, volle che a tutti fosse fatta giustizia pronta e diritta, provvide all'abbondanza delle vettovaglie nella città di Napoli (2), e a questo fine ordinò il Tribunale di S. Lorenzo, grande merito presso la moltitudine della gente minuta, onde fu detto di lui, che faceva mangiare în pace la capra col lupo (3). {1) Così leggesi in un antico ritualo della cattedrale di Sulmona illustrato dal Pansa: Di un antico rituale mambranaseo etc. Salmona 1904, p. 79. 1 sulmo- nesi del resto erano devoti a Ladislao per Gentile de Merolînia loro concittadino, che fu rando nella corte, utile @ devoto al Re. @) Cir. Fanaguia St dei Prezsi in Napoli, TT. (8) Al fol. 9 verso della Platea del monastero dei SS. Pietro 6 Sebastiano conservata nell'Arch, di Stato in Napoli, Monasteri soppressi n. 1386, Inggosi questo elogio di Ladislao scritto da Dionisio Da Sarno nel 1422: «Re Ladislao regnso anno quattordeci. O Napoli quanta fa la buanancia, et Ieticia. 0 Ro Ladislao gracioso et piatuso limosinante di Napule: airomana signava le limosine, o sacra Maestà sanctissima como tenive la bilanza iunta in Napole, 0 Cri imo farive mangiare la erapa con lo Lupo per la iuntitia granno, como faciva Lo Ducha do calsbria, o lustifico vomo de Ci do lo Rinmo tuo anche a Napoli... 0 più o meno do viatimilia ducati in termino de dui misi facive spiciare per rententia alo Audituro Je Re Ladislao Donno Antonio de Penna secretario de sua Maiesti, et altro de lo Consiglio, o Cri stianissimo Re de Cristinne dunava audiencia tre volte la simana ali Citatini de Napale et de lo Riamo, o Cristianissimo Re non faciva durare più lî pinite #0 noa dui misc et po facivi dare 1 et tu Cristinnissimo Ro ponisto a secto ad tutta la Italia et maptiniste la bilancra justa, et fu rignore de tucta la Italia habiduto. E? po un gran tiranoo învilinao 10 Cris no. Ke Ladislao per via di una Donna. Piangite, piangito Napol» tapinella piangito piangite monasterio delo Cristianissimo Re Ladislao vinenso de fore, vinne in Napole a 4 Santo Pietro a Castello et fa morto a li mille quietro cento, et quattor. mano dela madama Priurissa do dieto monasterio ut supra, lo quale fo sebilito ad Sancto loanno ad Carronare eto. » Ancho il Turist, Della varieti della Fortuna, Il, riforisce la notizia, che Ladislao mori nelle braccia di tina monaca di casa Svovi, togliendo la notizia dai Notamenti di Gio. Francesco pr Runr:s. Il Tumvtitui, Notabilia temporum 15, esclama: « eu pro dolor regniculia et omnibus benivolis eius. » dogle Pitt: orioinal from CORNELL UNIVERSITY dia I Giovinezza di Giovanna IL indole; sposa Guglielmo duca @'Austria. — Primi Gili di tel come Tegina. — L'esercito di Ladislao. — Rumori di Koma. — Muzio Attendolo Sforza. — Pra- tiche della Regina coi Fiorentini ed fl Papa. Come Ladislao mori, la corona passò sul capo di Giovanna II tirata al regno dalla fortana (1); senza indugio i Sindaci di Aversa, Capua, Gaeta, del Ducato di Amalfi, di Sorrento e di Pozzuoli le fecero omaggio e prestarono giuramento di (1) Lo stesso di della morte, ella come Regina tenne avvisato lo città dema- @ le autorità del regno della san aucsossione al trono. Esco la lettera apedita al Capitano delle terre della Badia cassincse. Archivio di Montecassino Reg. Comune 138. Cfr. GartoLa Ad Mist, Ab. Cass. Acc. Il, SH: « Vir nobilia et fidelis noster dilectue, cum maxima mentis nostre amaritudiae et dolore cordis intrinseca tibi presentibus nunciamus quod hodie din YI mensis augusti prima hora dici clare memoria serenistimas princeps Dominna Rex La- dirlauo reverondinsimus dominus frater nostor, do quo sino intermissione do- lendum, qui gravatus infirmitate diebus pluribus cum laeguore jacuevit spiritum reddidit creatori. Nosque sd quam regnorum suorum et aliaromterrarum successo fam de jure, quam rationa institutionis fraterne, quia nos herodem testamento instituit est rationaliter devoluta regnorum gubernacula et dominium aperntos în gratia Dei ot in selo fidelitatio vestro et aliorum nostrorum fidelium nuscipemus et spsramus: subditos nostros iu virga iustitie benignitatis et equitatis regere consi- derata immensa fidelitato et constantia subditorum, eos intendimus ab illicitia gravaminibus relevare ut sub nostro dominio fideles ipsi nostri venisse letentur. Sureopimusqua possassionem civitatis Neapolis et castrorum in ca sistentium et tam a civibua dieto civitatis quam eb vitatibus circum incontibua vidolicot Averse, Capue, Caieto, Ducstus Amalfle, Surrenti, Puteoli et aliorum terrarum vieinarom et fidalitatis debitum recepimus juramentum.. » 2.— Famaotaa, Giovanna I d'Angiò. î Google : 18 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1414) fedeltà (1), alle città ed ai capitani delle terre lontane ella diede per lettera notizia della morte del fratello. Fece sapere, come la regia autorità fosse pervenuta a lei per diritto, e per disposi- zione testamentaria del fratello, che l'aveva fatta sua erede; prometteva di fare giustizia e di alleviare i sudditi dagli illeciti gravami. Promesse solite a farsi senza essere mantenute. Era già donna matura sui quarant'anni, grata a tutti (2), diede tuttavolta occasione a predizioni funeste: «Ultima Dirrachij crit destructio regni » (3). Nata nella reggia di Ludovico il Grande re d'Un- (1) Il Dosaprt ne' Diariî citati nota, che gli Aquilani mandarono alla Rogi Baonome di loplato © Antonio di 8. Fusinio loro sinduci. Partirono a' 30 di agosto, tornarono a' 22 di setembre: (@) «La Regina Giovenna sorella di Ladisino, fu di cimuu anni maggiore d'età del fratello, però che ella dovetto nascere in'orno ni principii dell' anno 1371, essendo Ja madro andata a marito l'anno innanzi a 24 di gennzio, nacque ella in Ungheria ove il padre con tutta la casa si irovava.. ». Scirione Amx mato, Opuscoli ed Firenze 1040, IL Vita di Giovanna 2/. (49, Noi Diwrnati detti del Duca di Monteleone cit. 10, leggesì, che nel mese di geonaio 1373 giunse a Napoli la novella, che ella era nata; ed a pag. 11, che Margherita di Durazzo andò ia Napoli a' 15 di luglio 1575 e condusse Giovanni, che & allora d'anni cinque. Nagli atessi Diumali trovasi poi a p. 64, cho. quando successo al fratello aveva anai 46. — Il Suxsonte, Zist. cit. libro LV, cap. 1 afferma, che Giovanaa aveva 15 anni quando mori il padre e 43 nel 1414, nel capo III le assegna 44 aoni sul principio del reguo. (8) Non le avrei creduts del tempo, se non le avessi trovate nel Minuti, o. e. 175. A queste profezie allado cortamento Masvecro Saternrrano, IL Novelline, Ed. Morano, Napoli, 1874, p. 54, priacipio della novella IV. « Nel tempo che il Rs Giacomo franceso primo (sic, cor. prima) Conte de la Marca nominato, divenne marito dell'ultima de' Durazzi arrivò in Napoli un frate cte. », Il Ser- TENDRINI pose 4 questo punto una nota non giusta. Madre di latte di Giovam eta stata Vannella Fusararia. A'13 di dicembre 1384 la Regina Margheri ecrisno lettore di favoro por Nicola do Morto: « Actendentos servicioram merita Bannelle fusararie usoris tuo matris lactario spectabilis Johanno nato nostre. carissime prestitorum per ipstm Bannellam fideliter et constanter circa guber: nacionem sedulam Jobanno prefate movemur tibi instinetu diete tue uxoris gratiam facere ot echibere debita retribucionis cum comeditato talentum ut probiado dicta Mannella tua uxor ot tu corviciia nostris ipsiue nostreque nate apiritu prompto grati reddamini et agnoscamini do cotero per debitorum pro- pierea servicioram prestanciam obsequentes.. (gli concede) officium proridencie super grassia et rebus utensilibus aliis civitatis Nespolis...». Reg. Ang. 1384, n: 360, £. 229. Maestra e governatrice di Giovanna era stata la magnifica Filippa da Lautricio, alla quale 1° 17 settembre 1399 Ladislso spedì ua diploma « de È Google cor (1414) LIBRO. PRIMO 19 gheria, che aveva chiamato presso di sè Carlo di Durazzo, padre di lei, perchè lo servisse con le armi, venne fanciulla in Napoli e poi con la madre ed il fratello sostenne le prove di molte sventure e la povertà in Gaeta. A venti anni, bella @ fiorente, fu proposta in moglie al Marchese di Monferrato da Ottone di Brunswick, come io credo, vedovo di Giovanma I e balio dei figliuoli del marchese Giovanni II (1): a questo effetto Ladislao addi 1 aprile 1393 aveva dato per procura le commissioni a Baldassarre Spinola, a Gurello Orilia ed a Jacopo Pica di Gaeta (2), ed il giorno appresso, con l'assistenza della madre tutrice, del Cardinale legatò balio, con istrumento del notaio de Casis, assegnò alla sorella le doti di trecento mila ducati. Furono testimoni Feulo Maramaldo e Raimondo Vulcano militi, Bartolommeo Scannasorice e Nardo Fillica di Nola giu- risperito (3). Le pratiche non vennero a capo. E nello stesso tempo, andò a Gaeta Pietro de Burges, per chiedere Giovanna in moglie del suo signore Luigi IT d'Angiò e niente conchiuse, perchè l'angioino poneva per patto, che egli e Ladislao avreb- bero conservata la signoria delle terre, che ognuno possedeva nel regno. E l’Accoglitore dei Diurnali nota, che sarebbe stato bene, se si fosse fatto quel parentado (4) Tre anni dopo i fiorentini, che erano in grande favore presso il re Sigismondo, in quel tempo vedovo di Maria d'Angiò figliuola di Ludovico d'Ungheria, proposero a lui in moglie «la generosa figliuola di Carlo III donna bellissima e graziosa ». A questo fine la Signoria diede le tommissioni ad alcuni suoi ambasciatori, @e Ladislao a messer Francesco de Rizzardis d'Ortona suo concessione represaliaram...». Reg. Ang. n. 304, f. 74. Era signora di Ricile e Balbano in Principato eiteriore. Reg. n. 360, ap. MIiNIERI Riccio, Notizie stor. tratte da 62 Reg. Ang. 9L. V. Reg, Ang. n. 363, [.99, t. 168, 180, Reg. 304, £. 74. (1) Marchese del Monferrato dal Î381 al 1418 fu Teodoro Paleologo terzoge. nito di Giovanni IL Det Cannerto, Cronica di Monferrato. Monum. hist. ‘patrine, p. 1225 0 seg. @ Reg. Ang. n. 363, £. 397 t. 105. (8) Il doe. fu pubblicato dal Mrxtent Riccio nel Saggio di Cod. Dip. Il, per. 1, 33. (4) Diurnali detti del Duca di Monieleone cit. 44, 45. Cron. Siculum od. per la Società di St, p. nap. da GiuseoPe DE Btasts, 114. oogle 7 Ten GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1414) oratore a Venezia, e a Gentile de Merolinis di Sulmona (1). Manco queste pratiche ebbero effetto, perchè in quel tempo Sigismondo, vinto e cacciato in rotta da Baiszet nella grandissima battaglia di Nicopoli, quasi solo e con molto pericolo della vita si salvò sopra una barchetta, colla quale per le correnti del Danubio per- venne al Mar Nero, dove i veneziani lo raccolsero e lo ripor- tarono poi nella Dalmazia. I magiari non avendo notizie di lui, reputandolo morte, avevano intanto proclamato re Ladislno. Si studiò Sigismondo di riacquistare il regno, e mise fuoco alla guerra civile; vincitore sul principio, sorpreso di poi a Buda dagli avversarii, fu fatto prigioniero nel 1401 (2). Ma Giovanna ern allora già sposa di (iuglielmo figliuolo di Leopoldo INT duca d'Austria, il quale aveva promesso di aiutare Ladislao nel- l'acquisto dell’ Ungheria: tuttavolta ella non fu condotta allo sposo prima del 1402 (3). In questo anno gli ungheresi gri- darono nuovamente re loro Ladislao, e Guglielmo fecegli sa- pere, che gli sarobbe stato nemico, se non gli mandava In donna (4). Ladislao allora con la sorella e grande numero di (1) Nelle lettere di commissione del Comune di Firenze leggeri: « Nell'an- dare farete ritrovare uno messer Francesco dei Ricciardi da Ortona ambascia- tore del re Ladislao, il quale devo essere în Venezia © diretegli como noi vi mandiamo al Re d' Ungheria per provocare, che egli tolga por sposa medama Giovazna, figliuola che fu del ro Carlo; ci che noi po soprasedere et mon andare in Haviera, perchè noi abbiamo scripto al re Lad et a madamma Nargherita por questa cagione. E ancor Messer Gentilo da Solmona gli abbia di ciò avere scripto, perclè a noi ha detto che il Re e la Rogina sono disposti a questo parentado, soguitame il nostro parera ». Cax- StRINI, Arc. st it cit 222, 2) St&uvii Corp. his. Germ. I, sco. IX, 792. (8) Gli storici affermano, che Giovanna sposò Guglielmo nel 1408, la sposò invece nel 1399, perchè Ladislao addi 15 gennaio 1400 nomin) conestabilo presso il giustiziere degli scolari in Napoli Roberto de Flora pei servigi resi a lui od 2 Giovanna Duchessa d'Austria. Reg. Ang. n. 366, £. 7, t (4) Matteo du S. Miniato scrisse da Zara a Coluscio Salutati e a Ser Viviano notaio delle Biformagioni: « Domisum regem (Ladistawn) expectamus hic cum domino Cardinali cum galis XV, die sabati protima, ex eo quod dux Aus misit sinbariatam egregia petens ut secum traducat sororem ipsius Domini Rogi, futuram urorem sam; et quod si hoe non facit, nt traduent, adversa red apponet se circa rec vol. 4, par. I, Canestnini, Vile u' Illustri Ital. 210, due. A. oogle : (1414) LIBRO PRIMO 2 cavalieri napolitani si misero in mare con un’ armata di quindici galere, la qualo a' 19 di marzo 1402 entrò nel porto di Zara (1); Giovanna andò allo sposo. Poco tempo ella stette con lui, perchè Guglielmo morì ai 15 di luglio 1406 (2), ed ella, vedova e senza figliuoli, tornò nel regno al fratello. Questi allora assediava Taranto, e come ebbe notizia della venuta di lei, lasciò l’esercito ad Andrea Matteo Acquaviva, andò ad incontrarla e la menò a Napoli (3). Finchè Ladislao fu vivo, ella conservò il titolo di duchessa d'Austria, nessuno si curò di lei, dei costumi, della vita che menava, allo splendore della corona apparvero l' indole facile e le molli disposizioni dell'animo. Donna bella, piacente, cortese, cedeva facilmente all'amore (4). Morto il fratello s'intitolò regina di Gerusalemme, di Sicilia, d' Ungheria, della Dalmazia, della Croazia, di Roma, della Serbia, Galizia, Lodomeria, Cumania, Bulgaria, contessa della Provenza, di Forcalquier, del Piemonte; in fatto era solo regina del regno. Le città © terre, conquistate da Ladislao, erano signorie incerte: più durevole dominio ebbe sopra Rieti (5), Ascoli della Marca (6), Benevento (7): aveva (1) Ivi doc. R. 27. Cfr. Diurn. di Monteleone cit. 53. Nello Commissioni di Rinat.vo prot: Aupizzi, I, 257 leggesi: che la Signor di Firenzo nel 1414 diede a' suoi oratori le commissioni di supplicare Giovaana ll, acciocchè restituisse fiorini 1400 a Michele di Ser Parente, il quale € mandò del mose di gennaio 1402 una cassetta di ricchissimi drappi di chermisi broccati d'oro a bianchi e d'altri colori, a Nicola Corbizi verso Francavilla n Gata, perchè gli mandasso in Catalogna. ,F sentondolo la Macatà del Ro Ladislao, che in quelli prossimi di n'andava madama Ivanna al suo sposo, prese questi drappi e lei ne vesti, et în quelli di îl detto seronissimo Re n'andò verso Upgaria. » @) Art. de verifier les dates XVII, 48. @ Awriwoni, Rac. di memor. St. II c. 1, $ 520. (1) Cho fosso bella donna oltro ai fiorentini l''aforma il Saxsovmo nell' Mist. della cara Orsino, 75, () Nel mese di settembre 1416 feco dare il possesso del beneficio di $. Angelo in Rieti a Giseomo Tomacelli. Reg. Ang. n. 74, £. 285 t. () Meccwonne DexFico ma, dolla Bibl. della Società di St. pat, nop, A° 18 ottobra 1416 Giovanna Il eonformò nl Conta di Carrara il posensto d'Ascoli è del contado. Reg. Ang. 1417, n. 974, £ 112, è () La Regina a' 0 ottobre confermò gi beneventani i privilegi loro concessi da Ladislao ed altri re, ordinò, che por lo cause di appsllo non dotessero essere condotti innanzi ad altri giudici, che ai loro, Uomett, It. sac. Vill, 150. oogle CORNE ERSIT (1414) guarnigioni di soldati nel Castel S. Angelo, ad Ostia, a Civita- vecchia. Ma sola senza parenti, senza amici potenti, tra poco si vide circondata da grandi difficoltà. Da prima i baroni della parte angioina, percossi da Ladislao, sollevarono il capo e senza indugio sì misero a tessere le fila di una congiura, che ebbe per effetto una guerra pericolosa, i fiorentini vivevano con sospetto, il papa era nemico. La Regina però aveva in ordine il bello e forte esercito di Ladislao : erano sedici mila cavalli condotti da Muzio Attendolo Sforza, Renzo e Micheletto degli Attendoli, Jacopo Caldora, Ciccolino da Perugia, Giulio Cesare e Fabrizio di Capua, Perdicasso Barrile conte di Monteodorisio, Pieretto de Andreis, dal conte di Carrara ed altri capitani (1). Alcuni di essi erano di parte angioina, ma, morto il Re, stettero a vedere, prima di agire; i soldati di Napoli e «delle terre vicine, che da molto tempo non toccavano soldo, provvidero a sò e si raunarono intorno a quoi baroni, che facevano compagnie: Jacopo Caldora, Fabrizio de Capua, il Conte di Troia Perretto de Andreis (2). Il nerbo dell’ esercito, con Muzio Attendolo Sforza a capo, stanziava nelle terre delle Marche e dell’ Umbria. Nessuno faceva ancora atto d’inimicizia, ma la Regina tuttavolta, temendo che Maria d'Enghien ed i figliuoli, ordissero trame per dare principio alle rivolture, fece pigliarli e menarli nelle prigioni. Intanto la notizia della morte di Ladislao era corsa per l’Italia con una incredibile celerità, acerba sopra tutti fu per lo Sforza, il quale assediava Todi, ed era in punto di andare a Napoli per riverire la Regina, quando gli fu riferito, che i romani s'erano levati contro i regii. Era rimasto a governare il patrimonio della chiesa, ser Gianni Caracciolo cavaliere napolitano, contro il quale lo Sforza sentiva astio, perchè non aveva voluto con- segnargli alcune terre dategli da Ladisluo, e per Orbetello, una di esse, aveva preteso mille cinquecento ducati, che egli sborsò senz'averla, perchè se n'erano impadroniti i senesi (3). Tutta- volta Muzio Attendolo, come udì i rumori di Roma, parendogli (1) Feani Bosi Fonouiv, Mist, Decadis I, lb, 1, 407. (2) SexsostE, (I, Tib. IV, capo TL @) Misen, Lc oogle omni UnntAan (1414) LIBRO PRIMO 28 miglior partito conservare questa città, che acquistare Todi, levò l’assedio, lasciò alquante compagnie a Foschino degli Attendoli per guardare le terre già occupate dal Re, e con quattro mila cavalli corse a combattere i romani. Erano questi sostenuti dagli Orsini contro i Savelli ed i Colonnesi amici dei duraz- zeschi, ed ogni di s'azzuffavano per le vie. Come Battista Sa- velli e Jacopo Colonna seppero, che andava lo Sforza con l’aiuto, a'9 di settembre mossero ad incontrarlo e lo condussero alla porta del Popolo. Da questo tempo fu buona amicizia tra sfor- zeschi e colonnesi, e più crebbe quando il cardinale Ottone Colonna fu ereato Pontefice. Lo Sforza accampò l'esercito tra $. Giovanni in Laterano e S. Angelo, ma i romani, sebbene lo vedessero vicino e minac- cioso, non deposero l’ ardire, e durarono tre di a combattere per le vie. Mischiandosi egli in una di quelle zuffe fu percosso d'un colpo tanto gagliardo, che, intorpidita la mano, perdette guanto e spada, fu gittato di sella, e sarebbe rimasto pesto e in pericolo, se Renzo Sordo caposquadra de' cavalli sforzeschi non lo avesse tratto a salvamento. Vedendo lo Sforza, che non poteva squadronare i suoi cavalli in campo aperto e le zuffe per le vie erano malagevoli e senza pro, afforzato ed approvi- gionato Castel S. Angelo, condusse a Viterbo le genti d'arme e poi alle terre sue dell’ Umbria, dove indugiò tutto settembre ed ottobre, e avendo quindi provveduto alla loro sicurezza, le affidò a Santo Purente, a Foschino e Micheletto degli Attendoli, ed egli con duecento cavalli andò a salutare la Regina (1). Non v'era del resto pericolo di guerra in quelle parti, perchè sedici giorni dopo che' Ladislao fu morto, volendo Giovanna Il levare ogni sospetto ai florentini, aveva mandato alla Signoria tre suoi oratori: Matteo Polderico, Andrea del Giudice e Francesco Caroso di Capua per annunziare, come fosse nel regno succeduta al fratello, e dichiarare di voler vivere con quella in pace e concordia. Dovevano poi gli ambasciatori domandare sicurtà per andare al Papa a Bologna, perchè la Regina voleva levare ogni differenza, e i fiorentini, che desideravano la pace, ebbero ( Musuri, LL e. CriveLLI, Vita Sfortiae R. 1. S. XIX, 661. LeoynRDO BOTTA, Cron. Arch, St. Nap. anno 1894, 725. SNA Il DA; G1ov. (4414) cara questa ambnsccria ed ordinarono a Nicolò da Uzano e Bernardo Guadagni, loro oratori presso Giovanni XXIII, di favo rire le pratiche. Nelle lettere di commissione, che la Signoria diede loro ai 81 di agosto 1415, dopo di aver raccomandato di adoperarsi per la concordia, pose queste conclusioni, che se il Santo Padre avesse fatto resistenza 0 obiezione, dovevano persuaderlo a mutare avviso, dimostrandogli, come esso medesimo ha detto e dice, che più utile e meglio è, che Italia sia signoreg- giata dagl’ italiani, che da altre nazioni (1). I fatti però non rispondevano ai detti, perchè la curia romana favoriva il Duca di Angiò e voleva almeno assicurargli la successione della Regina. Il Papa fu lieto dell'ambasceria, e gli oratori entrarono in Bologna addi 8 di settembre onorevolmente, poichè andarono ad incontrarli Nicolò dei Ruberti delia corte pontificia con gli oratori fiorentini e le famiglie dei cardinali con un corteo di duecento cavalli. Il giorno appresso gli ambasciatori anda- rono a lui, che li aecolse benignamente e li udì in pubblico. L'una parte e l'altra mostrarono buone disposizioni per la concordia, e, per menarla a fine, il Papa deputò i cardinali de Challant di Firenze, il Brancaccio e Paolo di Giovinazzo. Intervennero alle pratiche anche gli oratori fiorentini. Quelli della Regina presentarono in iscritto, ciò che ella chiedeva, ma perchè non avevano commissioni di definire tutte le con- dizioni, che il Papa proponeva, lo supplicarono di mandare suoi ambasciatori a Napoli, e a questo fine Giovanni deputò Paolo di Giovinazzo e Bartolommeo di Montegonzi; non diede però ad essi lettere per la Regina, volle anzi, che prima fossero andati a Firenze per intendersi con la Signoria, se fosse conve- niente di recarsi a Napoli. E mentre il Papa faceva questo, n’ 1T di settembre aveva spedito al Re di Francia e a Luigi d'Angiò Pietro detto il Buono canonico cantore di Parigi per sollecitarli a venire in Italia con le armi ad acquistare il regno (?). (1) Commissioni di Rivatoo prev: Aumrzi 1, 247. (@) Ravsatno, Annal, VII 377. x00gle « (1414) LIBRO PRIMO 25  Intanto gli ambasciatori della Regina proposero alla Signoria di Firenze una lega, ma a questa parve più opportuno di mandare a Napoli con gli ambasciatori del Papa messer Nicolò da Uzano e Rinaldo degli Albizzi. A costoro furono date le commissioni di condolersi con la Regina per la morte del fratello, di rallegrarsi per l'autorità regia conseguita, del sincero desiderio di vivere in buona pace col Pontefice, dell'affetto, che dimostrava a Firenze: dovevano esporre quanta sollecitudine la Signoria aveva usata per ben disporre verso di lei Papa Giovanni, e persuadere gli ambasciatori di lui ad andare alla regia corte. Volle poi la Signoria, che domandassero alla Regina la conferma dei privilegi, che i fiorentini da tempi immemorabili godevano nel regno, la restituzione delle mercanzie ad essi sequestrate da Ladislao ed il compenso dei danni, e che fossero ridate al Conte di Nola, cittadino di Firenze, le terre, che Ladislao gli aveva tolte, ad Antonio Alberigo marchese dei Malaspina la terra di Gravina donata da Carlo a Spinetta padre di lui, ed infine raccomandassero efficacemente Benedetto, Roberto e Lorenzo degli Acciaioli (1).

  (1) Commissioni di Rinaldo degli Albizzi cit. 8 ottobre 1414, I, 251 e seg. Vi ha per parte degli Acciaioli un memoriale, ivi 259; eccone il sunto:
 Benedetto Acciaioli possedeva Ascoli di Puglia per dote della moglie Roberta di Ludovico di Salerno, Candela comperata dalla r. corte al tempo di Carlo III, Palo comperata a tempo di Ladislao, Spinazzola ed Orta avute per eredità del padre, che le aveva ottenute dal Re Ludovico di Taranto pe' suoi servigi. Però Ladislao gli aveva levato Palo e l'aveva venduto al Conte di Bisceglio, Spinazzola data in pegno a Jacopo di Rao, Orta venduta ad Anechino Mormile. Messer Benedetto aveva anche perduta Cerignola, che egli stesso con gente sua aveva tolta ai nemici di Ladislao, posseduta dalla Contessa di Celano nipote di Papa Urbano VI; Castelluccio e mezzo Montelloro gli erano stati donati da Carlo III e Ladislao per la ribellione del Conte di Conversano, ma poi Ladislao stesso li vendette al Conte di Troia; il feudo di Micoli comprato per lui da Arrigo di Abruzzo ed or goduto da Felice di Nola. Messer Benedetto domandava la restituzione di tutte queste terre e dell'«osteri» in Napoli presso a S. Chiara, oltre il prezzo di 250 vacche e giovenche, 60 puledre, 60 bovi domati, 12 puledri e molte masserizie, denari e argento toltigli dai commissarii di Ladislao.

 Gli ambasciatori del Papa, della Signoria, della Regina ai 10 di ottobre da Firenze si condussero a Livorno, dove trovarono tre galere catalane assoldate dalla Regina ed una di Bat- Google c 26 GIOVANNA IT D'ANGIÒ (1414) tista Campofregoso ai servigi del Papa; salirono in esse e ai 2 di novembre entrarono nel porto di Napoli. Il di appresso andarono alla Regina, che assegnò loro per uditori Peretto de Andreis conte di Troia e Pandolfello Piscopo, detto Alopo, fatto da poco tempo Conte Camerlingo (1). (D) Commis. di Ris. DEGLI Atmizza, I, 204 Google nre IM Pandolfelo Piscopo detto Alopo, — Pratiche per la concordia col Papa e Firenze. — Avventure di Musto Attendolo Sforza. — Solievazione dei baroni. — Ribellione dell'Aquita. Giovanna principessa aveva tenuto nella corte un garzone bello, di gentile aspetto, di nobile lignaggio, a nome Pandolfello Pi- scopo (1) il quale la serviva di coppa; da prima gli aveva posto affetto, poi come raccontano, se n'era innamorata; sposa, l'aveva condotto seco nell’Austria, vedova lo tenne in casa, divenuta Regina subito lo fece grande, e diedegli ad amministrare il patri- moi regio, uno dei sette maggiori uffici del regno, ed il titolo (1) Intorno a Pandolfello storici © cronisti hanno scritto variamente. Grotiuno Passano 11 lo dice popolano, altri dicono poggio, cono il Bzovio ad an. 1415 < adolescentem stabularium »; forse in tal modo volse in latino il vocabolo ft miglio, che sì trova în LEONARDO BOTTA cit. Arch. St. nap. 1594, p. 720. Il diligente Norar Giacoxo. 09, scrive: « Pandolfello Lopo gentolomo de Por tanova. » Loise DE Rosa, che forse lo conobbe, afferma, che non fu visto mei 1 uno più gran signiora de chitto pandolfiello gontilomo delo siegio do Porta- nova, che isso era signiore per parte della Regina, quando fo morto lo Re Lan- ralao » Ma. cit. (. 5. Il ChivELII cit. 96 lo dice: «eques nespolitanua genere clarus, forma ciarior »; il Giovio, Vila Magni Sfortiae cap. XXXVII « natalibus clarus , ed il CoLuentocro ed. Grav. 306 semplicemente creato, che risponde al « famiglio » di L. Borra, cioè appartenente alla famiglia, alla corto di Giovanna. 11 Svwaonza ed. cit, 566 riferisco lo vario voci ed aggiungo, che la casa. Piscopo era del Sedile di Porto. Cogli scrittori recenti crescono la confusione e le ine- suttezze. Il RIGOTTI p. e. nella st. delfa Compagnie di ventura ed. Pompa II, 252, guasta i fatti, altera i caratteri: non dubita di chiamare Pandolfello un « vile famiglio» © attribuisee a Giovanna Il un carattere impetuoso. 28 GIOVANNA IE D'ANGIÒ (1414) di Conte Camerlingo (1). Era giovane e tutto il regno fu me- ravigliato n vederlo levato a tanta grandezza: le lingue non ebbero freno, tutti indagavano e riferivano cose false e vere; i baroni sopra tutti incolpavano la Regina, che prima l'aveva avuto in delizie, ed ora, squarciato ogni velo di pudore, rende- vagli pubblico merito del suo amore (2). D'altra parte Pandol- fello nen s'era esercitato alle armi, nè fatta, come gli altri signori, la dura milizia con Ladislao, non era noto per uffici sostenuti; era bello della persona e accorto, ond’ ebbe amore, favore, grandezza. Tale era uno dei grandi ufficiali del regno, coi quali avevano a praticare gli ambasciatori del Papa, e della Signoria di Firenze. Da prima parve necessario una tregua, per porre fine alle ini- micizie antiche, non dare ocensione a nuove, aver agio di trattare senza sospetto. Il maggior pericolo di guerra veniva da Giovanni XXIII, il quale aveva mandato il Legato pontificio Cardinale di S. Eustachio Jacopo degl'Isolani a ricuperare lo terre della Chiesa, ed in poco tempo aveva occupato Città di Castello, Viterbo, Roma, e pacificato Battista Savelli con Fran- cesco Orsini e Rinaldo da Rieti: restavano nemici i colonnesi Rimanevane ancora nella potestà della Regina il Castel S. Angelo, Ostia e Civitavecchia. Anche il Papa, ricuperata parte del suo, voleva la tregua e il Cardinale serisse a Nicolò da Uzano e Rinaldo degli Albizzi di persuadere « madama la Duchessa » a restituire quelle castella, Il Legato pontificie reputava ancora Giovanna IT Duchessa d'Austria (3). La tregua fu conchiusa a' 19 di novembre, da aver effetto al di primo di dicembre, duratura fino a mezzo febbraio: il Cardinale Legato la ratificò in Roma. I patti furono questi : nel tempo della tregua nessuna delle parti doveva fare novità o arrecare offesa in Roma, in Perugia, nelle terre del Patrimonio della Chiesa, ni confini del Regno (4). (1) Noi Diurn. di Montelsone cit. 63, 64 si leggo, che Pandolfello fa creato jgo agli 11 di gen. 1415. Ciò na è esatto, perchè dalle relazioni risulta, che all'entrata di novembre 1414 già aveva l'alto uf (2) 11 Minuti, cap. XXVII, I7T, cronista sforzesco, scrive, che la Regina « quando andò a marito el menò seco e sempre ne fu innmorata ». (3) Nello Commissioni di R, DeaLi Aubizzi 1, 265, 275, si trovano due lettere del Lagato, l'una data în Roma n° 24 uttebra 1414, l'altra a' 24 novembre. (4) R. oegti ALmzzi, Commissioni cit. 1, 273. Google ‘ (1414) LIBRO PRIMO 29 Gli oratori della Signoria incontrarono però poco favore pel compenso dei danni arrecati ai mercanti fiorentini, e i consi- glieri della Regina proposero di dare per tutto dieci mila fiorini, onde furono malcontenti, e quando addi primo di dicembre andarono alla Regina per riverirla e prendere comiato, le rac- comandarono il fatto dei mercanti. Ella, che poco usava di parlare: io veggo bene, disse, che i vostri Signori non si fidano di me, ma se ne fideranno più di qui ad un anno, quando mi avranno provata (1). Incerte, intrigate, lunghe furono le pratiche cogli ambasciatori del Papa, i quali si studiavano di cavillare e menarle per le lunghe, poichè non avevano commissioni per condurlo a fino, e la curia pontificia nello stesso tempo trattava col Prin- cipe angioino per l'acquisto del regno, cosa non ignota ai consiglieri regii, i quali apertamente dicevano, che niente avrebbero conchiuso, se Ja Signoria di Firenze non avesse data guarentigia per l'osservanza dei patti col papa. Vi erano, tra le altre, tre differenze malagevoli ad accordare: il perdono ai fuorusciti ed il loro ritorno, lo castella della Chiesa rimaste in potere dei regi, il matrimonio da trattare per la Regina, perché tutti vedevano, che male poteva reggere il regno agitato una donna e le memorie di Giovanna I d'Angiò erano fresche. Il ritorno dei fuorusciti avrebbe ravvivato odii antichi nel regno © offeso quei baroni, che avevano occupato le terre loro, perchè essi col perdono delle offese le avrebbero richieste: le castella del Patrimonio non potevano essere consegnate al Papa senza guarentigie; i consiglieri della Regina erano tuttavolta disposti ad assegnarle in pegno alla Comunità di Firenze. Questa condizione offendeva il Papa. Volevano in fine i consiglieri, che Giovanna potesse togliersi qual marito volesse, ma intorno a questo furono fatte dispute lungho. Gli oratori pontifici vole- vano scansare ogni obbligo del Papa di approvare qualsivoglia matrimonio, ed i consiglieri ed i baroni temevano, d'altra parte, che fosse loro imposto dal Papa un Re, che non li avesse ta- lentato. Ed erano per questo i baroni nemici agli angioini venuti in tanto sospetto, che duc gentiluomini per Seggio con molti signori napolitani convennero a consiglio nel Castello, poiché @ Ivi 279. e VELL'UNIVE 30 GIOVANNA TI D'AN (1418) erano corse le voci, che il Papa voleva, che tornassero nel regno | fuorusciti e la Regina togliesse per marito Luigi d'Angiò. Nicolò da Uzano e Rinaldo degli Albizzi, che ebbero grande parte în queste pratiche, addi 17 novembre 1414, avevano rife- rito alla Signoria, che i baroni erano ben disposti verso la Regina, tutti volevano l'accordo col Papa, ma c'erano diversi umori ed ognuno voleva veder chiaro intorno ai fuorusciti e al matrimonio della Regina (1). E poichè non si veniva ad una conelusione, il Consiglio regio propose di mandare al Papa un’altra ambasceria per accordare le differenze ed a ciò furono deputati un vescovo, Francesco d’Arce dottore, e Andrea del Giudice, che andava di mala voglia (2), Prima d’ andare al Papa dovevano essi recarsi a Firenze (3). Fino a Gualdo furono scortati da Ceccolino Michelotti con 40 caval Mentre si trattava di tutto ciò, giunsero a Napoli ambascia- tori genovesi (4) e veneziani (5), e venne anche Muzio Attendolo Sforza. Per la costui venuta s'insospettirono e turbarono i baro che meditava questo soldato di ventura? Era egli di presenza bella e gagliarda, di statura oltre la comune, dalle membra agili, dal petto ampio, le spalle larghe, stretto alla cintura, grosso le anche, l' aria del volto bruno era dura, gli occhi vivi sotto i folti archi delle sopracciglia: aveva per consuetudine il mento raso ed i capelli tosati, onde Îl enpo non fosse impedito nel- (1) Commissioni cit. 200 e seg. Cfr, Auwiati 11 Giovine giunte Hd. Pompa V. lib, XVIII, 36. (@) Commissioni cit. 277. Forse a questi ambasciatori furono affidati i « Ca- pitoli dati dalla Regina Giovanna Il eto. ai suoi ambasciatori, che mandò al Pa Giovanni XXI] a domandare l'investitura del Regno », notati dal Cuoccunetti, ma nou lî ho trovati în molti esemplari mss. dell'opera di lui. (8) Ecco il loro itinerario: partirono da Napoli a° 6 decembre 1414 giovedì, andarono la sera a Calvi, il di 7 a Venafro, agli otto passarono presso questa città 11 rivo Tiliverno « il quale si dico pe' paesani che sette anni continui corre abbon- dandemente, a altri setto anni sta sscso sopra letto suo, senza goccia d' acqua +; giunsero la sera a Casteldisangro, ed il dì 9 a Sulmona. A' 10 pervennero a Poggio, dondo partirono il giorno seguente per andare a desinare in Aquila. A'12 furono all'Amatrice, e di lì per Arquata, Visso, Beldiletto, Camerino, Piorico psrvennero a Gualdo, il 18 furono a Perugia, ed il 23 sul mattino a Firenzo. Commis. 268 © seg. (4) Questi poi partirono a' 7 di novembre. Commis. cit. I, 280. (5) I voneziani giunsero a Napoli a 90 di novembre. Ivi 279. ue Ist. fior. : Google RI er (1414) LIBRO PRIMO 3I l’elmo (1). Andò a riverire la Regina, le profferse l'opera sua, promise, che l'avrebbe servita a difesa fedelmente: ella fu con- tenta e gli fece onore © cortesia (2). E incominciarono per la città le dicerie: i nemici di Pandolfello affermavano, che questi si rodesse dentro, perchè gli era venuto appresso tale uomo, che, piegato il facile animo di Giovanna, poteva agevolmente scavalcarlo, e che il sospetto ed il rancore di lui crescevano di per dì, come più avvampava la gelosia, vedendo, che la Regina conversnva affabilmente col condottiero: aggiungevano, che ella n'era presa d'amore e lo avrebbe tolto per marito (3). E i baroni amici della Regina videro lo Sforza nella corte di mal animo più che quelli della parte angioina, i quali ricordavano, che egli aveva a Roccasecca combattuto per Luigi Il contro Ladislao, alcuni di loro s'erano addestrati nelle armi sotto la disciplina di lui, e lo reputavano amico più che nemico (4). Del resto si agitavano, facevano patti e concordia, preparavano armi e presto si videro gli effetti, Giulio Cesare de Capua valoroso cavaliere, ambizioso, facile a pigliare partito, si lamentava della Regina, perchè sollevando altri, non gli aveva dato segno di favore; s'allontanò, si mise co’ suoi soldati a correre la campagna intorno a Napoli, sor- prendeva e catturava la gente fin alle porte della città, © nessuno pensava a reprimerlo (5). All'entrata del mese di decembre si parti îl Conte di Celano, grande Giustiziere del regno, senza licenza della Regina, con dispetto. Di questi fatti molto si mormorava nella città. A' 2 di decembre lo Sforza andò al Castelnuovo per le paghe delle sue compagnie di gente d'armi, e gli fu detto, che la Regina €) Misori e. XXVIIL 184. Giovio 0. c. cap. LXXXVIL @) Misort 177. (8) Giovio cap. XXII, XXXVIL Il Brovio pei riferisce, non s0 con quaai discorsi, che facevano tra loro lo Sforza e la Kegina. Questa gli disse «aetaiem, quae utrisque praeliis par essel, malo inter cruenta solum quio eam in partem accipiebatur quasi vel ad nuptias, vel ad lie- amores tantum non palam Dur Sfortia invitarstur ». Ad an. 1415 ni LIV, 489. (4) Diurnali di Monteleone 04 22 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1414) era andata alla torre Beverella, che si levava sul lido del mare, e mentre si recava a lei, fu d'improvviso circondato da una masnada armata; preso, spogliato delle armi, legato, fu menato alle prigioni. Corsero molte voci, e la più creduta era la meno verace, perchè tutti dicevano, che Pandolfello lo aveva soste- nuto per gelosia della Regina; fu preso invece per ordine di lei, che senza indugio mandò a chiamare gli oratori del Papa, e disse loro, che il regio Consiglio aveva ordinato la prigionia dello Sforza, perchè non voleva cedere le castella della Chiesa (1). La novella andò a Firenze in cinque giorni. Era in quel tempo ail soldo dei fiorentini Renzo degli Attendoli, uno dei più eccel- lenti capitani sforzeschi, e poichè era per finire il tempo della condotta, percosso dalla gravità del fatto, domandò alla Signoria la licenza di partire con le genti sue e l’ebbe. Corse a Chiusi e, fatto chiamare Foschino, Micheletto e Santo Parente, deliberò con essi di difendere le terre loro affidate dallo Sforza: fecero sapere alla Regina, che si sarebbero uniti ai nemici di lei. E allora fu veduto quanta concordia fosse fra gli sforzeschi, poichè non si sbandarono, ed un solo conestabile di fanti, Armella d’Ascoli sul Tronto, mancò di fede, perchè essendo a guardia di Orviedo, dimenticatosi, che lo Sforza gli aveva dato favore e riputazione, vendette In città a Braccio da Montone. Pagò poi il fio del tradimento 6 morì impiccato (2), Il comune di Siena vedendo allora quella gente senza capo, minacciosa, afforzata in Chiusi e Montepulciano, temendo suo danno, provvide alla propria salvezza con quei mezzi, che parvero opportuni, e mandò alla Regina Gualteruccio di Ser Bartolomeo Gualterucci (8). Gli sforzeschi però deliberarono di rimanere negli alloggiamenti d'inverno e di ustire in campo a primavera contro la Regina per mettere a rumore il regno e secondare le famme, che già da ogni parte divampavano. Morto Ladislao la città di Gallipoli per ottenere da Giovanna II ln conferma degli antichi privilegi, () Commissioni cit. 1277, 280. Misuri 178. Diurn di Mantet. LL c. Dia: Anonimo in Porgor 114. @) Lo feco impiccare il Vitelleschi Patriarea Alessandrino. Minuro 1. c. Che vatui 662, LeoaRno BOTTA Cron. cit, Arch, St, nap, 18%. 725, (@) Fanaciia Doc. Senesi per la Storia del Regno dal 1414 al 1425. Rivista Abruziese 1890, fuse. VII, VIII, doc. I, Il, IL. (1414) LIBRO PRIMO 89 che godeva, le aveva spedito suoi sindaci. Ella rinnovò i pri- vilegi a' 20 settembre 1414, e due di appresso con altre let- tere regie promise di tenere la città nel demanio regio (1). I sindaci partirono contenti, ma come pervennero in Gallipoli trovarono la città agitata, perchè il Cnstellano ricusava l'ubbi- dienza alla Regina. I cittadini, prose lo armi, assalirono il ca- stello, l’occuparono e levarono sulle torri le insegne durazzesche, sparsero sangue: occorse quindi, che i sindaci rifacessero In lunga via per impetrare dalla Regina la remissione delle colpe (2). Giacomo Orsini conte di Tagliacozzo si ribellò (3); la famiglia Sanseverina, la quale con una costanza meravigliosa, per rovina sua e del regno, fu sempre devota alla casa angioina, per avere pretesti di ribellione cominciò a querelarsi d'essere stata per- seguitata da Ladislao e spogliata delle sue signorie senza pro- cesso (4). Gli aquilani si agitavano. L'Aquila, città non antica, ma venuta in poco tempo a grande potenza per l’operosità e la gagliardia de' suoi cittadini, s'era arricchita con larghi commerci. Posta a cavaliere di un colle, il quale digrada ripidamente nel piano, guarda a tramontana le vette del Gran Sasso, signoreggia due valli. unite fra loro da un passo stretto, solcato dall’Aterno, fiume in quel luogo, nè profondo, nè molto copioso di neque. Di IA è la via più agevale per chi da Rieti muove per Sulmona. Era la città circondata da mura alte, merlate, che si veggono ancora, afforzate da torri 0 bertesche pol giro di miglia tre; dodici erano lo porte, un (1) In breve i privilegi erano questi: concessione della zecca: esenzione della fornitura di panni ai soldati del castello © dall'obbligo di dare ai soldati denaro dell'università: atabilito lo norrre por l'apprezzo dei danni arrecati dal bostiame noi campi: facoltà di far guardare i campi da gente armata: escazione dall'ob bligo di prendere îl sale forzato, oltre il bisoguo: licenza di esigere un carlino a navo per le riparazioni del porto. Ravina, Memorie Ist. della Città di Gallipoli. Napoli 1836, 196. @) fi. @) Fu pordonato © ricovuto in grazia con diploma regio do' 6 gennaio 1417. Reg. Ang. n. 374, f. 978, (1) Stefano Sanseverino poco tempo dopo si queretò con Giovanna Il, perchè da Ladislao « nulla causa rationabili procedente et nallo facto processu nec aliqua lata» ora stato spogliato dei foudi di Matera © Laterza. Quenti furono tuiti con lettera regie d' 2 mario 1417. Reg. Ang. n 2975, fi. S8,t. 3. — Farugnia, Giovanna II d'Angiò. oogle CORNE ERSIT 34 GIOVANNA Il D' (1414) castello si levava nel mezzo di essa (1). Dopo Napoli era reputata la prima città del regno e nell'Italia di mezzo solo inferiore a Firenze. Posta ai confini, lontana dalla sede dei Re, per le vie difficili dei monti ermi e selvosi, spesso interrotti da nevi, da fiumi, da altre difficoltà, che allungavano la distanza, la città dell'Aquila poco udiva la voce regia: per ragione di studii, d'arti, di commercio aveva strette relazioni con Roma e le terre dell’ Umbria, delle Marche, della Toscana, Il Re vi man- dava un capitano, ma l'ordinamento municipale era conforme a quello dei Comuni italiani di là dai confini. I cittadini, divisi in quartieri, raunati a parlamento eleggevano il Consiglio dei Cento, il quale deliberava delle cose pubbliche. Amministravano il Comune cinque magistrati eletti uno per arte: primo era quello dei letterati, secondo dei mercanti, terzo dell'arte dei metalli, quarto di quella del cuoiame, quinto dei nobili. A capo di essi era il Camerlingo. I cinque del reggimento seeglievano cinque consoli delle arti, e ognuno di essi conservava il gonfalone del- l’arte sua, nel bisogno l’inalberava ed i cittadini dell'arte vi si munavano întorno o per fare parlamento o per prendere le armi e correre gualdane, offendere i nemici, difendere gli amici e la città (2). Avevano gli aquilani il privilegio della zecca per battere, moneta, ed è a notare, che del tempo di Giovanna IT, si trovi solo un piccolo denaro coniato in Napoli, le altre monete, che avanzavano, quattrini, mezzi carlini, celle, bolognini vengono tutti dalla zecca dell'Aquila (3). Questa aveva nella regione abruzzese autorità grande: possedeva vasto contado, molte terre, molte eastella; fin la lontana Guardia Grelo, come racconterò appresso, le domandò aiuto e protezione, i baroni chiedevano (1) Ai tempi di Ladisluo erano state fitte le provisione e super constructione Castri et Citadelle civitatis Aquile iuxta providentiam Magi ioci de Burgo Comitis montis Oderisii Vicem gerentem Apratij partium et nobilis Francisci de Ortona militis Capitanei Civitatis Aquile» Reg. 1398...? £. 177. t. 179 t Miwuent Riccro Notizie st. tratto da 62 Roy. Ang. p. 7617.‘ @) Faruatia. Il Duca di Calabria e la spedizione degli Atrussesi contro Iziet. Arch, St, nap. anno IX. (6) FARAGLIA Sludii intorno al regno di Giovanna II. Atti dell'Accademia Pontaniana 1899, $ IL. oogle CORNE ERSIT (1414) LIBRO PRIMO 3 ad essa pace e concordia, o tregua in tempo di guerra. I Re di Napoli la temevano e perciò si studiavano di mantenerla contenta e fedele, concedendolo grazie, franchigie e privilegi, a tutti era noto però, che parteggiava pe’ principi angioini e ad ogni congiura di baroni ad essa eramto rivolti gli sguardi, come alla rocca dei ribelli. Molti cittadini vi erano potenti, ma i Camponeschi avanzavano tutti; ricchi di signorie, uomini d'arme eccellenti, seguiti da molti consorti dirigevano la città a loro avviso. La grande autorità procaceiò ad essi emuli e nemici. Fra i Camponeschi poi primeggiava Antonuccio, il quale aveva militato con La- dislao, che lo menò seco all'impresa dell’ Ungherin, e, quando tornò nel regno, lo lasetò con pochi soldati a sostenere la parte regia (1). Tornò di poi anch'egli e, per uno dei frequenti tumulti cittadini, bandito dall'Aquila co’ suoi consorti, errò qua, là aspettando il tempo del ritorno; la morte di Ladislao diede l'opportunità. Le notizie delle infermità del Re, andarono cele- remente dalla vicina Umbria, e quella della morte si diffuse prima che fosse avvenuta. Si ravvivarono allora nella città le ire di parte e a' 9 di agosto Antonio di S. Epifano scese armato nella piazza per vendicarsi di Jacopo da Forfona e tanto ru- more levò, che il di appresso i cittadini per sicurezza diedero il governo della città al Conte di Celano; ina Obizzo da Carrara, viceré d'Abruzzo, corse con le poche armi che aveva, e quetato il tumulto, persuase i cittadini a mandare un'ambasceria alla Regina (2). Intanto i fuorusciti facevano pratiche por essere ricondotti in casa, e a 9 di novembre, a giorno chiaro, Antonuccio con duecento cavalli e quattrocento fanti, si fece innanzi la porta di S. Antonio, ma nessuno si mosse per lui dentro le mura, non offese, non fu offeso è ricondusse le sue genti a Papleto: sulla sera però tornò a tentare l'impresa c andò innanzi alla porta (1) Diurn. di Monteleone cit. 53. Autonuccio sposò Masella de R la quale vendette a Francesco de Riccardis di Ortona lo terre di Civitaquana e Ginestrala. Francesco fu confermato nel possesso di questo terre con l'ufficio di capitano il 1° gennaio 1490. Reg. Ang. 375 £ 166 t @) Axorto Lrosist Annali della Città dell'Aquila. Aquila 1883 I, 5 la morte dell'Autore l' epera restò incompleta. 36 GIOVANNA 11 1° ANGIÒ (1414) della Rivara. Obizzo, che stava sull'avviso, gl'impedi l'en- trata, ed egli, vistosi non secondato, partì col disegno di ridursi a Spoleto. Si mise per le vie aspre e rotte dei monti, ma come giunse a Borbona, si trovò accerchiato da una moltitudino di montanari, i quali lo assalirono gridando: carne, carne, e gli arrecarono un fastidio maggiore del danno. Procedete guardingo per luoghi difficili, ed or combattendo, or affrettando l'andare, ebbe pratiche coi terrazzani di Civita Reale, i quali a' 19 di no- vembre gli diedero la terra ed egli vi raccolse le genti stanche (1). I Sanseverineschi (2), il Conte di Celano, il Duca di Sessa, il conte di Fondi, i figliuoli del Conte di Altavilla ed altri baroni congiurati, che aspettavano l'esito dell'impresa di Antonuccio sopra l'Aquila per pigliare le armi, come la videro senza effetto, considerando che il danno veniva dagl’indugi di Luigi d'Angiò, che invitato e sollecitato all'impresa del regno dava promesse e non fatti, deliberarono di mandargli un’ambasceria per salu- tarlo Re, dimostrargli come animi ed armi erano pronti per lui, che in molte parti del regno la ribellione divampava, © por con- durla a buon fine occorreva la presenza sua. Uno degli amba- sciatori fu Antonuccio. Restò capo dei fuorusciti aquilani Battista fratello di lui, il quale teneva sollevati i consorti suoi nella città. Nel di delle ce- neri, al primo di febbraio, fu incarcerato uno che recava notizie dei fuorusciti, la città andò a rumore; fu fatto quindi un bando contro i partigiani dei Camponeschi, ma questi, non essendo disposti a lasciare l'opportunità, discesero armati sulle vie. Gli amici di Obizzo uscirono ad affrontarli gridando: viva la Regina Giovanna, viva la parte guelfa; e rinnovando male a proposito un antico e infausto grido, si mischiarono, si azzuffarono, ma il tumulto fa maggiore delle percosse: un solo fu morto. I guelfi (1) Nicorò ba Bonnova A. 1. M. AE. YI. 863, Leosm 0. e. 547, Dosunet, Dioria cit. în Aneedora Licleraria dell'Axavuzri, nota, che a' 19 novembre Antonuccio andò a Città Realo «que tenebatur per homines do Ama: trice, remanente castro în potestate dictorum de Amatrice. » @ì Lo Zursra lib, XII, 128 afferma, cho « ano di casa S. la ciutad de ls Aquila por el Rey Luye.» Ciò non probabilmenta dall'intarosso, che i Santaverinaschi a gli altri baro avevano dei fatti dolla città (1415) LIBRO PRIMO 37 però furono sopraffatti, ed il Carrarese scampò nel castello. I Camponeschi, nizzati dalla buona fortuna, diedero la bandiera ad Antonio de Jurrio de Rivera, corsero le vie, fecero danno al Palazzo, alla Camera, imprigionarono messer Pietro Macedonio di Napoli, capitano della Regina ed il giudice Angelo d’Urso da Gaeta, fecero molte vendette private. Battista Camponeschi, il quale aspettava a S. Valentino, fu invitato a tornare nella città, e quando si presentò alle porte, una grande moltitudine di aquilani andata ad incontrarlo, recando in mano rami di ulivo © cantando laudi, lo accompagnò alle sue case. Pareva che mennsse trionfo. Ai 23 di maggio tornò poi Antonuccio, e già l'Aquila si reggeva in nome di Luigi d'Angiò. oogle Original fom Digtizza by Google CORNELL UNIVERSITY IV Liberazione di Attendoto Sforza, concordia di lui con Pan- dolfello. — Vittoria dello Sforza sopra gli aquitani. — Jacopo Caldora. — Repressione det baroni ribelli. E levarono le insegne del Duca d'Angiò Cristoforo Gaetani Conte di Fondi, îl Duca di Sessa, il Conte di Celano; i figliuoli del Conte d'Altavilla, Giulio Cesare e Fabrizio, più audaci, occu- parono Capua (1) e col ferro e col fuoco disertarono le terre devote alla Regina. A questo modo, dalla morte del Re in pochi mesi s'era perduta Roma col patrimonio della Chiesa, gli Sforze- schi da amici erano divenuti nemici pericolosi, la provincia della Terra di Lavoro e l’Abruzzo di là dal fiume Pescara ribellati, (1) Notizia di queste sollevazioni si trovano in una quietanza fatta dalla Regia il 10 giugno 1419 a Colella Custagnola: ci. Item inalia manu ducatos centum quos dedit seu donavit quondam Pan dulfello Piscopo magno camerario regni Sicilia pro Castellania Castri sancte Agathos do provintia Capitinate ad quod recipiendum nccessit ot illud sibi sosi- gnatum non ectitit. Item pro axpensia quas fecit in dieto accessu ducstorum quiagentorom. Item în alios dueatos quatringentos sexaginta quos salvit pedi- tibus triginta pro stipendio trium mensium ad lieteras dicti Pandulfelli quando castrum meta do dieto Comitata Albe faciebat guarram contra Comitatam Albe quo tempore ipse Colella seripserat dieto Pandulfello ut in premissio providoret quia torre vallis rubeti propter dietam guerram perdebantur. Qui Pandolfellus ei reseripsit quod per nos ia premissis tune providere non poterat propter guerram que fisbat contra Capuam, Et quod propterea ipse Colella in premissis providerst prout sibi videretur et sic vigore litterarum ipsius Pandulfelli expendit dietam pecuniam ut aupra. Item in alia manu ducato» dusentoe quos erpandit pro sti- pendio certorum soliorum qui suecursum sibi dederunt quando obsessus fui dicto castro Gapistrellim» » Reg. Ang: ne 972 £ 04 È Google ; 40 GIOVANNA IT D'ANGIÒ (1415) il bello e forte esercito di Ladislao disciolto, la regia auto fiaccata. In tanta rovina parve alla corte della Regina un solo rimedio opportuno: ridare la libertà a Muzio Attendolo Sforza, quetare le ire degli Sforzeschi. Pandolfello, che ormai poteva ciò che voleva, per la conservazione del regno € della sua gran- dezza patteggiò col Condottiero, promise di metterlo a capo del- l’esercito contro i baroni ribelli ed in pegno di amicizia gli offri in isposa la sorella sua Caterina Alopo, detta per vezzo Catella, buona, amorevole, bella della persona, nella quale non altro difetto si avvertiva salvo quello d'essere un poco balba. Lo Sforza accettò le condizioni, ma non riebbe la libertà senza aver data guarentigia: volle Pandolfello in ostaggio i figliuoli di lui Francesco, Leone, Bosio, Giovanni, Alessandro, Lisa, la sorella madonna Margherita, i capitani Giovanni Battista e Matteo degli Attendolî, Micheletto, Marchetto, Mariano, Bertuecio detto Se- raglio e Givardo Graziano. Essi sull’uscita di marzo furono condotti a Napoli e consegnati alle genti della Regina, lo Sforza fu tratto di prigione (1). E in quel tempo andavano alla regia corte gravi notizie dal l’Aquila: i cittadini stringevano con l'assedio Obizzo da Carrara, il quale, come ho detto, s'era ricoverato nel castello, e vedendosi a mal partito, domandava pronto soccorso. À questo fine la Re- gina mandava lettere ed ordini alle università e ni baroni abruzzesi, nia questi languidamente ubbidivano e gli aquilani si afforzavano, facevano amicizie (2), molestavano i nemici; e saputo che ad Obizzo veniva dall'Amatrice un buon carico di vettovaglie, andarono ad appostarsi in una forra, sorpresero i guardiani, parte ne cacciarono in fuga, molti ne uccisero e fecero bottino (3). Deliberò In regia corte, che senza indugio dovesse reprimersi l’audacia degli aquilani, affrewò quindi la partenza di Muzio () Miseri 179. Diur) Leomaroo Borra o. e. 725. @) Si hanno notizia di lettere ragio spedito 2° 28 di febbraio 1815 all'uni- versità di Guardia Grele a questo scopo. Liosini o. e. 549, (8) Nel Dierio amon. in Perger cit, I14 leggesi, che gli Aqui gli uomini dell'Amatrice © ne uccisero 20 a' 9 di marzo. L Cronisti aquilani affermano che i morti furono 120. li Monteleone. CniveLui 082. Giovio o. e. cap. Îxi sorpresero (1415) LIBRO PRINO Al Attendolo, al quale furono dati trentamila fiorini per le paghe dei soldati. Mosse egli dn Napoli per mare, prese terra a Montalto e di là si condusse alle sue genti nell’ Umbria; assoldò per la Regina Renzo degli Attendoli, e, mssi insieme quattromila cinquecento cavalli e cinquecento fanti, s'avvib per l'Abruzzo. Giunto a Civita Tomassa, terra del contado dell'Aquila, raccolse l'esercito, ma lo videro gli aquilani senza timore, ed Antonuccio dei Cam- poneschi aveva tanta certezza della vittoria, che baldanzoso in pubblico si rideva dello Sforza, poiché confidava nella fortezza della città, nella gagliardia dei suoi, e nell'aiuto degli ami fra i quali era insigne Jacopo Caldora (1). Questi era nato nel castello del Giudice, sul Sangro, da Gio- vannantonio e Rita Cantelmo, aveva ampliato lo stato paterno menando in moglio Medea d'Eboli, la qualo gli aveva portato con le doti îl contado di Trivento (2); compagno d'armi di Ladislao s'era trovato alla giornata di Roccasecca. Era in lui orgoglio di barone ed indole di capitano di ventura, nessuno nel regno lo avanzava per esperienza dell’arte militare e come quasi tutti i signori abruzzesi, era della parte angioina, perchè nella casa caldoresca non erano state dimenticate le. perse- cuzioni mosse da Carlo III di Durazzo contro Ramondazzo (3). Or senza scovrirsi nemico della Regina, quando questa ordinò di muovere contro gli aquilani, co' suoi soldati andò innanzi alla città e aspettò gli eventi più con apparenze di amico, che di avversario. A'13 di giugno Muzio Attendolo dispose le sue genti d’arme in ordinanze strette per affrontare i nemici, egli con alquanti squadroni di cavalli girò da lungo per assalirli alle spalle e dato il segno della battaglia, si vide venire Incontro gli aqui- (1) Il Giorio, o. e. cap. XXXVII afferma: « Jacobum Candolam, qui dux bello alarus erat, ad selitionem aquilanos impulisw E Lrowanoo Botta cros. cit 726: « (Sforza) trovo laquila rebellata 0 tono- vane lo castello. dentro era messer Jacopo Caldora et Antonuso do luquila cum cavali 1000.» @) Ciaztuwi, Memorie storiche del Sannio, 428. Gîr. Faraotia, I4 sepolcro di casa Caldora in Santo Spirito di Sulmona. Atti doll'Accsd. Pontaniana XXI, An. 1802. @) Diurm, di Montel. od. cit. 21. : Google RI ar 42 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1415) lani, che erano tutti a piedi; fu fatta una zuffa breve e senza ordine, gli aquilani, volti in fuga corsero a ricoverarsi nelle mura. Fu detto, che le cose erano state accordate (1), perchè messer Jacopo poco fece; non ebbero danno i vinti, ma Anto- nuccio restò prigioniero. Muzio Attendolo entrò nella città, infoderò il castello, usò cortesia ad Antonuccio ed invitatolo la sera a desinare coi cittadini più ragguardevoli, lo esortò ad essere fedele alla Regina; dipoi a' 18 di giugno negli alloggia- menti sforzeschi di Civita Tomassa furono fatti i capitoli per la pace e la sicurezza della città, e Jacopo Caldora fu pre- sente come Commissario della Regina. Questa perdonava agli aquilani la ribellione, condonava la metà delle collette, o im- poste fiscali dell'anno, prometteva di ridaro la libertà ad alquanti cittadini ribelli più insigni, fra i quali era Ludovico de Ga- glioffi, gli aquilani avrebbero liberato Pietro Macedonio ed il giudice: la Regina avrebbe creato governatore della città Jacopo Caldora, e nominato vicerè d'Abruzzo un uomo da bene, e capi- tano dell'Aquila Ugo da Moliterno; doveva essere ceduta al Caldora la torre posta nella piazza della città, gli aquilani avrebboro dato per guarentigia ventimila ducati, che sarebbero poi stati restituiti passato l’anno, SI obbligarono | cittadini di abbattere îl muro e colmare il fossato del castello, come lo Sforza fosse a due giornate lontano dall’Aquila. L'università diede malleveria per Antonuccio dei Camponeschi. Fu data licenza di rimanere quattro di nella città a quei fuorusciti, dei quali lo Sforza, messer Jacopo ed Antonuccio indicarono i nomi. La Regina approvò e ratificò i patti a' 30 di giugno (2). ci (I) «Nel ditto anno a di 19 de Jugao prossimo (1415) venne Sforza come gran Conostavole do Madama la Regina Joanna seconda con gran gente d' arme per foderare e fornire la cittadella d'Aquila e venne appresso alla torra. El po- pulo armato con Antonuecio Camponesro e Misser Jacopo Caldola con gente d'armo sassi li andarono incentro; appresso all'una parto all'altra vi ai foco assai bolli fatti d'armi, © perchè si disso esservi alcuno via coverta, în fine #1 Populo si ruppe. » Nicotò ti Bonnosa, Hist. cit., 864. (2) Nicotò pa Rornosa 865, 8G6. Misuri 180. Cevezti 063. Dier. amon, in Porger 414. Giovio, o. c. cop. XXXVII. Nè il Cinitio negli Ann. della città dell'Aquila, nà l'Asrisoni nollo Memorie St. dell'Abruzzo fanno menzione di di questi fatti x00gle « (1415) LIBRO PRIMO 48 Pacifieata l'Aquila Jo Sforza quetò agevolmente i contadi d'Albe e Tagliacozzo, e all'entrata di agosto condusse l'esercito nelle terre di Cristeforo Gaetani conte di Fondi, assediò Itri, ed il Conte, temendo suo danno, venne a patti. Il Duca di Sessa, impaurito, ne imitò l'esempio. Si volse allora lo Sforza contro i figliuoli del Conte d'Altavilla (1), li strinse, li domò; Giulio Cesare tornò nella devozione di Giovanna [I di mal animo, Fabrizio, porsistondo nella ribellione, si chiuso nella roeca di Morrone. Menata a fine l'impresa, Muzio Attendolo Sforza ebbe i premii meritati con le vittorie; fatto grande Contestabile del regno, fu presentato dello stendardo con le insegne di Gerusa- lemme, Sicilia, Ungheria, ebbe la conferma della signoria di Tricarico, Senise e d'altre cinque castella già a lui donate da Ladislao, e le castella di Tito, Pietrafisa, Satriano, Miglionico, Pisticci, Cassano, Bagnuolo, Nusco, Scorrano e Mirabella, ma, di queste baronie non ebbe il possesso per le controversie, che sorsero (2). È (1) Se ne ha qualche indizio in un diploma di Giovanna II, del 4 genn. 1429 per Andma Minutolo. Questi aveva avuto da Ladislao una terra in Capua presso al flumo e l'orto di 5, Andrea de porta fuminis; « occupata olim Civitate Capuo per quondam Fabricium de Capua contra Maiestatem nostram et nostrum pei ficam statum existente ipso expouente in fidelitate diete nostre maiestatia extra dictam civitatem Capue domus ipsius erponentis fuit in predam data por dietum Fabricium gentibus suis armigeris, que gentes omnia bona sua abindo abstulerant.» Reg. Ang. n. 377. £. 179, Minun, 180. ‘@) Minori, 181. Buoxiscostro, 110. Crivetui, 664. Il Giovio, o. c. I, XI, afferma, che lo Sforza ebbe cinque terre nel Sannio quasi in dote di Catella Piscopo. Mi mancano i documenti. Le terre poste nella Basilicata gli furono corto donste varso mazzo agosto, perchè la Regina a' 20 del meno intesso gli concesso l' ufficio di capitano nelle castella di Tito, Migli nico, e Pietrafisa « cum plena meri mixtiquo imperîi et gladii potestate ». Reg. Ang; N. 372 £. 12. Or la consuetudino era di dara prima il foudo e poi la con- cessione dell'ufficio di capitano. Qui occorre notare, che il Crtani nel fasc. VIII, ann. XXI. p. 376 @ seg. del- l'Arch, St. Lemb. pubblica un sunto di 41 doc. sforzeschi esistoati nell'Archivio di Stato in Napoli sonza notare ln fonti. Il Miuteni Tuccto no aveva giù put Dlicato molti per intero nel Saggio di Cod. Dipi. fino da! 1879, ottoni rom Sidia Google CORNELL UNIVERSITY Pratiche pel matrimonio della Regina. — Giacomo Conte de la Marche. — Congiura dei daroni contro Muzio Attendolo Sforza c Pandoifelto Piscopo. Mentre si facevano queste cose, erano operose le pratiche per dare marito alla Regina; e venivano innanzi da ogni parte di Europa principi, che agognavano l'acquisto della corona. Nelle feste del Natale del 1414 erano giunti in Napoli amba- sciatori del Re d'Inghilterra a chiedere la Regina in isposa pel fratello di lui principe di Galles, duca di York, e per riuscire nel- l'intento, avevano richiesto il favore dei fiorentini; alla Signoria però parve prudenza non impacciarsene, poichè Giovanna non poteva togliere marito senza l'avviso del Papa (1); erano venuti per lo stesso fine oratori dei Re di Cipro, di Francia, d'Ara- gona (2), ma già prima il Consiglio regio aveva messo gli occhi sul principe Giovanni, figlivolo di Ferrante Re d'Aragona, il quale, essendo signore della Sicilia, poteva celeremente prestare soccorso nei pericoli, ed a'4 di ottobre 1414 aveva dato le commissioni di trattare la bisogna a Goffredo da Montaquila, (1) Laggesi nélla nota !, pag. 267 delle Commissioni di R. peGLI Ausizzi: « Domiaue Karolua Francioci Pedorighi, pro officio Gonfalonierorum, dixit ot con- suluit quod honestum foret non so intromictere de malrimonio rel illud impedire, et ex altera parto considerat Reginam non posso aliter nubere sine licentia domini Pape, Et ne disturbentur, Domini generaliter respondeant oratori P. cipis Galilee, quod honestum est non se întromittere ». Averardo dei Me tattavolia fu del contrario avviso. (@) Diuern. di Monteleone cit. oogle CORNE ERSIT 46 PVANNA 11 D'ANGIÒ (1415) dottore în legge e ad Antonio di Tarsia ministro generale dei frati conventuali (1). Andarono essi a Valenza, dove dimorava il Re, e, accolti onorevolmente, esposero l’ambasceria; nccattate le proposte, a' 4 di gennaio 1415 furono fatti questi capitoli: l'In- fante don Giovanni sarebbe venuto a Napoli ne) mese di febbraio: il Ro avrebbe soccorso In Regina per reprimere il moto dei baroni: ella assicurava all’Infante onori, prerogative, titoli, di- gnità dovuti a sè stessn: se fosse morta senza figliuoli don Giovanni avrebbe avuta l'eredità del regno, salvo le terre appartenute alla Regina Margherita e a Giovanna sorella di lei, la quale aveva sposato Luigi di Navarra (2): si riserbava la Regina il diritto di disporre di esse a sua volontà. Furono questi patti giurati solennemente © depositati in mano di Don Pietro Qagarriga arcivescovo di Tarragona, ed il Re deliberò di man- dare alla Regina don Domenico Ram vescovo di Huesca, Olfo da Proxita e Francesco Amella (3). Pareva, che il matrimonio senza indugio sarebbe stato conchiuso, ma gli Ambasciatori della (1) Wanprxo, Ann. 1414, v. 88 () I Durazzenchi possedevano nol regno l'Onore di Monte e. Angelo, Viesti, Peschici, Lesina, Varano, Gravina, Bitetto, Ceglie, Helmonte, Bitonto, Oppido, Ripacandida, Capaccio, Muro, il cssale di Ormatea, Taverna, Feroleto, Pietra- mala, Pietrapaula, Guglionisi, S. Martino, mezzo Portovandone, Bisaccia, Guar- dialfiora ed altra terro. Rog. Ang. 205 £. 216 £. Reg. Ang. 345 £ dd Nel dî 7 luglio 1305 furono fatti i capitoli pel matrimonio fra l''infante Luigi di Navarra e Giovanna di Durazzo, la quale s' intitolava « Ducissa Duracii regni Albanio et Honoris Noatis s. Angeli deminem ac Gravine Comitissam. Rocabeo Il primo matrimonio di Giovane Duchessa di Durazzo — Trani, Vecchi, 1902, p. 71, 87. Morta Giovanna, Luigi conservò i titoli della moglie, come rilevasi dal testa: mento di lui fatto in Trani il 1° agosto 1370. La Regina Margherita di Durazzo, sorella della Duchessa Giovanna e madre della Regina Giovanna Il, addì 6 no vembre 14II, dimorando nel castello di Salerno, éon istrumento rogato dal notar Galicis do Raimo donò Lesina ell'Annunziata di Napoli... « Ipra domina Regina asseruit sc habero tenero et possidore per so ct alios suo et suo curio nomine ut Rem suam propriam et fisei sui immediate et in capito a Regia Curîa civi. tatem Alexine de provintia Capitinate sitam juxta territorium sancti Licandri, juta territorium prociae, et juxta territorium eeu fluvium fortorii Arch. di Stato in Napoli — Sommaria, pandetta antica, vol. 607, processo GIO, fol. B (8) Zunira, Anales de la Corona de Aragon. 1415, Il lib. XI, $ XI, VI, 109, Google cor (1415) LIBRO PRIMO tti Regina, quando tornarono a Napoli, riferirono, che l'Infanto era giovinetto sui diciotto anni e perciò marito mal atto a donna molto innanzi nell'età: avrebbe d'altra parte avuto agli autorità per domare i ribelli? Gli animi cominciarono a raffreddarsi e le pratiche non andarono innanzi. E corse la voce, che le aves- sero guaste Pandolfello ed i Genovesi, per gelosie diverse, l'uno d'amore, gli altri d'emulazione, perchè vedevano con dispetto, che la Regina imparentava con la casa di Aragona, che ad essi contendeva la signoria della Corsica, della Sardegna e l'impero del mare (1). Furono allora volti gli occhi al conte Giacomo di Borbone. Era egli nato di Giovanni © Caterina di Vendome e possedeva per eredità i contadi di Castres, de la Marche e le signorie di Montaigu e Bellac. Nel 1396 aveva accompagnato nell’ Ungheria Giovanni di Borgogna per combattere Raiazet, e alla rotta di Nicopoli era stato fatto prigioniero dai turchi; riscattatosi, tornò in Francia e si volse a combattere gl’ Inglesi. Deliberò di passare nell’ Inghilterra per fare la guerra nel paese di Galles con otto- cento uomini d'arme e trecento balestrieri ed ebbe dalla regia corte di Francia centomila seudi d’oro per le spese, ma li scia- lacquò in giochi, in feste, in bagordi; dato fondo al denaro, si vergognò di non aver tenuto parola e si arrisicò con poca gente sopra una nave per tentare l'impresa, ma il mare si fece grosso, ebbe paura, ripigliò terra, e gli studenti di Orleans gli diedero poi la baia cantandogli appresso: « mare vidit et fugit ». Tro- vossi in mezzo alle lotte borgognone, vinto dagli Orleanesi innanzi a Tours, fu preso e chiuso nella torre di Burges e, come riebbe la libertà e si vide povero, raccolta una schiera di av- venturieri, assali in Vendome Giovanni suo fratello, ricco di stati o di denaro, o lo fece prigioniero por avere il prezzo del ri scatto. Nel 1406 condusse in moglie Beatrice, figliuola di Carlo III di Navarra, la quale era morta poco innanzi, che la corte di Napoli volgesse a lui il pensiero (2), Era in quell'uomo un disordinato miscuglio di bene e di male, di operosità e di (1) Diwrnali dî Monteteone, 1. e. Zunita, 1. e, $ NI 105: $ 1, 113 & (2) Di Beatrice di Navarra gli nacque la figliuola Eleonora, la quale nel 142 sposò Bernardo d'Armagnac, conte di Perliac, al quale poi passò il titolo di Conte de lu Marche. L'Art. de verifier les dates eto. X, 237. oogle smi inter 48 GIOVANNA IL D'AY Ò (145) negligenza, di prodezza e di viltà, di dissolutezza, d'orgoglio, di religione, di umiltà (1). Andando in busca di avventure e di fortuna, s'era già un'altra volta intromesso nelle cose del regno: quando Ladislao assediava Taranto, egli s'era partito dalla Provenza con alquante galere per soccorrere Maria d’Enghien e i figliuoli, ma giunse tardi, perchè il Re aveva già avuta la città e sposata la donna, Nessuna impresa menava prospera- mente a fine. Questo discervellato avrebbe dovuto dare ordine alle cose del regno, Nella scelta di tale marito per la Regina concorsero però molte ragioni: si quetavano i sospetti della Curia romana, amica dei reali di Francia, non si offendevano i baroni della parte angioina: l'età, poiché era sui quarantacinque anni, dava guarentigia a tutti. Le condizioni, che gli furono proposte, erano queste: avrebbe conservato il titolo di Conte, tolto quello di Principe di Taranto con la signoria del principato, non sarebbe stato Re, ma vicario del regno (2). Il Consiglio regio gli mandò ambasciatori coi patti e la preghiera di non venire con grande apparato militare. L’avventuriere fu contento delle proposte e con gaio corteo di 400 envalieri, di donzelli e di domestici passò nella Lombardia e andò a Venezia. Fece un debito di cinque- mila ducati (3), e salito con molto onore în una galera della repubblica, condotta da Ermolao Lombardo, navigò alla volta di Manfredonia (4) Molti baroni, a capo de’ quali erano Pieretto de Andreis conte di Troia e Ceccolino da Perugia, furono mandati a salu- tarlo per la Regina, altri andarono spontanei, o per aver merito 0 col disegno di vendette meditate. Costoro, contro i patti, per cortesia ed ossequio, per adulazione, con la speranza d’averne «Lo €) Luise ne Rosa me. cit. 15 che era stato suo muesiro di casa, scri Re Jacopo vile de animo. » <) Misuri, 185. Crivetti, 065, Ravwatso, ‘ad an. T. VII, 977. (9 A°IT di novembre 1417 il Doge dichiarò d'aver ricevuto da Alessandro Borromeo mercanto rencziano duesti 4742 0 grossi 14 in conto doi 5000 prootati a Giacomo nel soggiorno fatto a Venezia. I libri Commoriali della vepubblica di Venezia. Doput. di St. patria, T. III, n. 225, p. d62. 4) De Renverts, Che. Tervisi R. I. S. XIX, 822. De Towuwits, Natebilia temporum, 16. Google RE IGLIE (1415) LIBRO PRIMO 49 favore, lo salutarono Re; poi gli si misero attorno e comin- ciarono a susurrargli male della corte regia, di Pandolfello, dello Sforza, della Regina, gl’intorbidarono l'animo, lo per- suasero, che mai avrebbe avuto autorità fino a che lo Sforza fosse stato potente, e Pandolfello vivo, poichè avevano fatto parentado per disporre del regno a loro talento; gli fecero intendere, che tutti i baroni della parte angioina erano a lui devoti. Giacomo li udì, e, come portava l'indole, fra timore e cerruccio, deliberò col loro avviso di levarli di mezzo. Con questo proposito e con solenne apparato da Manfredonia per la via di Foggia e di Troia mosse a Benevento. Muzio Sforza, che intanto s'era sposato a madonna Catella, e godutosi nove di le nozze, andò incontro a Giacomo con poco seguito di uomini d'arme e stette ad aspettario al passo del Calore sotto Padula, terra di Jacopo Carbone. Come il Conte della Marca n'ebbe notizia, deliberò di assalirlo ed opprimerlo; lo Sforza però, 0 che abbia avuto sentore della congiura, o sospetto, come vide la brigata del Conte avanzare în ordinanza di battaglia, non l’aspettò, ma spiegato il gonfalone © duto di sprone al buon corsiero innanzi a tutti guadò il flume (1). Fermatosi sull'altra riva, si volse arditamente, come se aspet tasse battaglia, e stette fermo fino a che la brigata del Conte ebbe passato il guado, Il fiero volto del Contestabile s'era oscurato. Quando poi s'incontrò con Giacomo lo riverì, lo salutò Conte e l'animo di costui si fece più crudo, parendogli di avere la certezza delle cose, che gli erano state raccontate. Andarono a Benevento, dove lo Sforza reputava di essere sicuro da ogni sorpresa, perchè vi stanziavano alquante sue compagnie di cavalli, e il Conte, secondo le consuetudini regie, con grande corteo di Signori, seguito da una moltitudine di genti minori, si recò al duomo, poi al castello. Lo Sforza, incauto, lo segui. Fra i baroni, andati a Manfredonia spontanei, era Giulio Cesare de Capua, îl quale non celava la viva fiamma del- l'odio contro lo Sforza per la, recente disfatta di Capua; (1) Lo Sforza cavalcava « uno avantagiatissitto cavallo corsora detto Speranza.» Minori, 138. 4. — Fimioria, Giovanna IT d'Angiò. Google : 50 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1415) egli più degli altri aveva susurrato al Conte male di lui e narrasi pure, che abbia istigato Giorgio, albanese, ad ucciderlo al passo del Calore, se bene questi avesse col Contestabile fratellanza d'armi. Il feroce disegno non aveva avuto effetto, ma egli non aveva deposto îl proposito della vendetta. Poichè la brigata dei cavalieri francesi e dei baroni napoli- tani pervenne al castello, stettero tutti innanzi a Giacomo per fargli onore e Giulio Cesare andava attorno mormorando, con atti superbi e dispettosi, come uomo che cerca briga; diceva villania allo Sforza, e ad un punto gli andò a fronte e dissegli, che era traditore. Lo Sforza da prima udì senza rispondere « con un animo ed uno stomaco grosso e collerico », come narra il ero- mista sforzesco (1), poi domandò a Giacomo licenza di rispondere e avutala, si volse a Giulio tranquillo e a parte a parte gli dimostrò, che aveva mentito, ed în segno di sfida gittò a terra il berretto. Giulio non piegò costa per raccoglierlo e gittò il suo: Muzio Attendolo lo raccolse. S' infocò l'ira, e con questa crebbero la superbia degli atti, delle parole e delle minacce. I presenti si misero in mezzo; îl Conte di Troia e Ceccolino da Perugia facendo le viste di rompere la contesa, presero per le braccia lo Sforza, altri trassero dietro Giulio, l'uno si fece menare in una stanza, della quale fu serrato l’uscio, l’altro fu condotto altrove. Ma non ebbero eguale la sorte: lo Sforza fu sostenuto ed incatenato, Giulio Cesare lasciato libero. I fautori di Gia- como corsero allora alle case dello Sforza, sorpresero, percos- sero la famiglia, tolsero masserizie, armi, cavalli, trassero prigionieri Domenico, Bosio, Foschîno; si salvò Sante Parente, «che aveva sentito il fumo del fuoco » e con pochi cavalli fuggì celeramente a Tito e Pietrafisa, dove andò poi Renzo degli Attendoli e insieme ordinarono quello che s' aveva a fare per salvare duce, stato, vita, onore. Come le novelle di questi fatti pervennero a Napoli, si turbò la regia corte: la Regina tutta- volta trovò modo di assicurare Giovanni, Alessandro, Leone e Francesco figliuoli del Contestabile, tenuti ancora in ostaggio, e, dallo case di Cristoforo Gaotani, dove erano guardati, li fece condurre al Castelnuovo; affidò armi, vesti, cavalli, denaro (1) Miwvrr, 185. (1415) LIBRO PRIMO 5I a Manfredi da Rarbiano Conte di Conversano, noto amico dello Sforza, e fu infido, perchè si tolse tutto quell'avere (1). D' altra parte Giulio Cesare aveva meditato il modo di levar di mezzo Pandolfello, nò gli mancarono arti e modo per met- tere ad effetto il disegno. Era castellano del Castelnuovo Sal- vatore di Aversa, ingrandito dai favori del Grande Camerlingo, il quale, credendo che per la memoria dei benefizii dovesse essergli fedele, viveva senza sospetto; Giulio Cesare mutò le parti, lo tentò col denaro, e trovatolo vendereccio, lo fece tra- ditore. Ordinarono dunque insieme di sorprendere Pandolfello. Sulla mezza notte il Castellano senza rumore, con poco seguito di soldati, va all’appartumento di lui per pigliarlo, non lo trova: certo, che non era uscito dal castello, pone guardie agli usci, fruga per ogni canto, va audacemente alle stanze regie, entra, ricerca e infine lo scova acquattato sotto il largo capezzale del letto della Regina, che giaceva. Grida ella, che erano violati l’ostello e la regia autorità, ma il castellano non l’ode, piglia Pandolfello, lo loga, lo mena seco, lo chiude nelto prigioni del Castello dell'Ovo (2). () Misori, 185, 186. Buowincowrao, 110. Pierno Canorno, RIS, XX, Vita Frano. Sfortina. 1026. @) A. Brovio, ad an. 1415, p. 486, afferma di togliero queste notizie dai Diariî di Marco ArteNDoLO. La versione d'una parto di essi fa edita in Bologna nel 1523 col titolo: Marc: AtteNDULI Cotignolani Sfortice gestorum liber primus e vulgari in latinum conversus PatRo MArtHEO CARANTE interprete ad illu- strisimum et invictissimum Fronciscum Sfortiam ducem nonum Mediolani. Fa noto il libro al Munatont, R. LL S. XIX, prof, al ChivsuLt: lo riceroò a l'ebbo il Conte Porno Lamer®teNDHI dalla Bibl. della R. Univorsità di Bologna, Mi scell. di Stor. Ii. edita per cura della r. Deput. di St. patria, Torino VII, preî. alla Vita di Muzio Attendolo Sforza di A. Minum, Per me non s'è rinvenuta la versione del Cananti nella predetta biblioteca. Conft. De Tumuutus cap. XIV. s00gle CORNELL UNIVER original from digizeaby Google CORNELL UNIVERSITY VI Giacomo de la Marche sposa Giovanna II. — Supplizio di Pandolfello. — Prigionia della Regina. — Superbia di Giacomo. — Congiura e supplizio di Giulio Cesare de Capua. — Il regno in balia dei francesi. — Resistenza degli sforzeschi, virile coraggio di Margherita Sforsa. Ma alla Regina, commossa pei fatti di Benevento e del Castel. nuovo, convenne di acconciarsi alla condizione delle cose e disporsi a ricevere lo sposo. Chiamò dunque gli Eletti della città e comandò, che si fossero studiati di fargli festa ed onore; la strettezza del tempo non concedeva di preparare una solen- nità grande, cd essi stabilirono di faro un pallio ricamato ad oro per riceverlo all'entrata della città. Il Conte Giacomo si parti quindi con la compagnia e andò la sera ad alloggiare ad Acerra, ospitato da Pietro Orilia amico di Giulio Cesare; il giorno appresso desinò all’Acqua della Bolla, poi cavalcò a Napoli. Entrò nella città sull’ora dei vesperi, ricevuto dagli Eletti col pallio e riverito come sposo della Regina, una grande moltitudine di mercanti e di baroni lo accompagnò al Castelnuovo (1), Trovò la Regina circondata da (1) Nei Diurnali di Monteleone, 64, leggesi, che questo avvanno di agosto. Anche il De Towuti.ts, cap. XIY, scrive: « do mense augusti VIII inditionis dictua rex Jacobus... venit Neapolim cam guatringentis eqpitibua francorum. » Poogono l' atrata di Giacomo în Napoli a 10 di sottembro Giutiano Passumo, 10. Norar Giacoxo, 69. Minuri, L c. Tomxaso Catania, Cronache antiguissime in Perger I, 32. Mi pare, cho debba prestarsi fade all'autore dei Diurnali ed al Towutintta, il quale conferma le venuta di Giacomo nel mese di agosto, quando racconta il supplizio di Pandolfollo avvenuto « post certor dica circa monsem post adren- tum sius (Jacobi) do mento soptembris. » x00gle j si GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1415) nobili donne e signori, era presente l'arcivescovo Nicola di Diano coi chierici suoi; Giacomo la salutò, le mise l'anello, l’Arcivescovo compì il sacro rito, li benedisse. Fatto questo, il Francese prese per mano la Regina e graziosamente le disse: mostratemî, madonna, le stanze vostre (1). Erano stati levati nell'ampia sala due troni e, quando tor- narono, Giovanna dando la mano al marito e sorridendo, voltasi ai presenti: ecco, disse, lo sposo mio, al quale ho dato la signoria della mia persona ed ora gli do diritto sul regno, Re lo dichiaro e voglio, che tale sia da tutti reputato, e lo condusse ad uno dei troni. In effetto Giacomo fu reputato re du quel giorno ed il nome di lui negli atti pubblici del regno fu posto innanzi a quello della regina (2); nè si contentò di parole e di forme, s' investi dell'autorità regia (3), e le signorie d'Italia gli mandarono oratori per ossequio (4) Furono fatte solenni feste, ma il volto della Regina non era sereno, nè l'animo di Giacomo sgombro di cure; nella certe dì per di si facevano cose nuove: ogni barone attendeva & guadagnare favore per avanzare gli altri, macchinazioni e raggiri secondavano i sospetti, accrescevano i desiderii delle vendette, rinfocavano le ambizioni. Gli amici della Regina vedevano questo con disgusto, la città stessn era incerta e turbata dalle novità. Crebbe il turbamento per la novella, che (lt Diurnali di Monteleone, 64. (21 Fra i wnss, della Bibl. Brancacciana di Napoli conservasi un diploma oi ginalo del 14 ottobro 1415, col quale è confermato un altro dato a' 16 di tembre a favore di Raisone del Vasto Aimone, al quale, tornato nella gra della Regina, furono ridati i beni. [1 diploma de’ 16 settembro è riportato intero @ dato con l'intitolazione di Giacomo e Giovanna < Rex et Regina », era però munito del nolo suggello dell'anello segreto di Giovanna « in defectu comunis sigillî nostri nondam conferti. » Per questo difetto occorse la ratifica del 14 ottobre data « magno nostro pendente sigillo. » Anche un diploma di Giacomo a Giovanna del 26 settembre 1415 per la restituzione di certe terro alla tadia di Montecassino fu dato « sub aqulo secreto. » Garrola ad Zlist Cass, eccessiones, Il, 313, (} L'ame des Bourbons, I, ll. (4 Fanactia, Doc. Senesi, ete, IV, V. Oratori di Siena furono Pietro di Rartolonieo de l’occis, Ser Cristafero d'Andrea e Francesco di mastro Bartolo» meo, fisico. È Google 3 (1415) LIBRO PRIMO 56 gli sforzeschi, imprigionati a Benevento, erano giunti a Napoli incatenati: Muzio Attendolo fu chiuso nel Castello dell'Ovo, Francesco ed i fratelli, sorpresi e traditi, rimasero guardati nel Castelnuovo (1). A questo modo lo Sforza dava prove della varietà della fortuna: nel tempo d’un anno era stato prigio- niero di Pandolfello, vincitore degli aquilani e dei baroni ribelli, grande Contestabile del regno, prigioniero di Giacomo de la Marche, non senza pericolo della vitu. Contro di lui e di Pandolfello furono fatti processi sommarii: messi alla tortura, lo Sforza, uomo di ferro, tacque, gli furono dati tratti di corda, non aprì bocca: Pandolfello, di tempera più molle, pel dolore rivelò forse quello, che Giacomo per suo scorno avrebbe voluto ignorare e fu condannato nel capo. Menato alla Vicaria, gli fu letta la sentenza, messo poi a cavallo e tratto alla piazza del Mercato, sul palco gli fu moz- zato il capo; il cadavere monco fu trascinato al Porto e là impiccato pei piedi. Ed i savii ragionavano, che col supplizio di lui erano state fatte tre giustizie: era Conte e gli fu moz- zato il capo, traditore ed il cadavere fu trascinato per le vie, ladro e fu impiceato (2). Narrasi, che Muzio Attendolo non fu mandato a morte, perchè non gli trovarono colpa, mai partigiani di Giacomo non igno- ravano, che gli sforzeschi, dopo la rotta di Benevento, racco?- zatisi, erano potenti d’armi. Restò tuttavolta nelle prigioni e nella triste solitudine, imparò a leggere l'ufficio della Santa Vergine e a scrivere il nome suo, poichè îl grande Condottiero non sapeva di lettera (8). Alla Regina senza amici, fra una moltitudine di cortigiani avversi e stranieri, era stato celato il processo e In morte del Conte Camerlingo, poi che ebbe la notizia del supplizio com- presse nel cuore l'angoscia, non lo dimenticò, e quando per lei si volsero giorni meno duri, ricuperata l'autorità regia, rinnovò la memoria di Pandolfello, lo discolpò dei delitti im- (1) Nei Diur. di Monteleone, 05, leggesi, che Muzio Attendolo fu condotto in Napoli agli otto di settembre. (A) Diurnali di Montel., 65. Giutiano Passano, 11. Norar Giacomo, 69. Mirri, 168. () Mim, Lc. e 56 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1415) putatigli con lettere regie de’ 30 di giugno 1417, delle quali imperta di riferire il tenore. Quando venne Giacomo a Napoli, dice la Regina, a torto gli fu dato ad intendere, che Pandolfello, Conte Camerlingo, già contro suo volere tratto in prigione, macchinava danni contro lo Stato ed il Re. Questi l'aveva sottoposto ad un processo nella curia del Mastro Giustiziere del regno, lo aveva pri- vato di ogni ufficio e dignità, condannato con ingiusta sentenza nella pena del capo (1), e ogni bene di lui confiscato. Ma ni aggiunge, che sopra ogni cosa amiamo lu verità e la giustizia, volendo în parte emendare fl danno, so non possinmo ridare vita ai morti, vogliamo reintegrare nome e fuma per non ossore partecipi degli errori altrui. Dichiarinmo dunque, che il Grande Camerlingo mentre visse, nella prospera e nell’avversa fortuna fu nostro fedele, devoto e costante servitore, nè altro fece, che ciò che tornava ad onor nostro e del regno. La sen- tenza, per la quale fu condannato è nulla e di nessun valore, perchè profferita contro giustizia e sonza nostro avviso: noi l’annulliamo, e reintegriamo la buona memoria e la fama del Grande Camerlingo, e con questo nome vogliamo, che sia designato negli atti pubblici (2). Questo documento giustifica la donna, non riabilita la regina. (1) Il processo fore fu fatto tanto socretamento o misteriosamente, che pochi ne furona informati. Il De Tumutttiis, cho era in condizione di sapera î fatti di Pandolfllo, 0 por prudenza o per altra ragione ne lasciò una momoria molto vaga « ... sed quia dicta domina regina inter ceteros halebat quemdam nobiliasimum familiarum intrinsecam nomine Pandolfellum, quem statita adepto regno magnificavit et perrexit ad titulum magni Camerarii, fuît propterea tacita (sie 0 facile?) conceptum quod meccharetur eum illo; quem videns dictua roc Jacobus ot suspieniue do foto, ogro tulit ot port certen di cirea mensem post adventum cius, de menso septembris. VIII indictionie, fecit cum capi, et capite plecti nulla alia cognita causa seu processu facto contra eundem.. » Cap. XIV. La Regina però nel diploma cit. solennemente afferma, che il processo fu fatto. È notevola l'osservazione del TUNULILLIS, che la voce, che la regina < meccharatur cum illo » corse dopo che Pandolfello fu fatto grando Camera @) Reg. Ang. n. 374, £. 34. V. Misient Riccio, o. c. 44. La Regina faveri alîre persone della famiglia Piscopo o Alopo. A*20 d'aprile 1417 nomiiò suo segretario Damiano Piscopo detto Palombella col. gaggio nice 30. Ivi 41. Nominò Giscomo do Alopo notaio a vita in Aquila, Ivi f. 48. A'26 maggio 1417 il nobilo Jasopo de Alopo comperò da Pietro Orilia la Google c (1415) LIBRO PRIMO dI Così passò la grandezza di Pandolfello Alopo breve e agitata per invidia degli emuli, per odio dei baroni, che aveva domato con la spada dello Sforza. Ma i baroni, che avevano inacerbito l'animo di Giacomo, sperando di conseguire alti ufficii, onori e stato, videro in breve, che avevano congiurato a danno loro. Avera cogli, come ho nazrato, condotto seco quattrocento cavalieri, e altri di per di venivano dalla Provenza, diffidando dei napolitani, se li tenne attorno, li ingrandì. Allontanò dalla corte regia i fedeli servitori della Regina, vi mise i suoi (1), tolse ai regni- coli gli ufficii e li diede ad essi, con matrimonii insigni li mise in istato. Trasse dalla prigione Maria d’Enghien princi- possa di Taranto e regina e maritò la costei figliuola Caterina a Tristano di Chiaromonte con le doti del contado di Capertino (2); fece grande Contestabile Lordino di Saligny; essendo morto con sospetto di veleno il grande Siniscalco Peretto de Andreis, conte di Troia, che era stato uno dei baroni più acerbi nella congiura di Manfredonia, concesse l'ufficio a Giacomo de Mally, cui diede anche in isposa Polissena Ruffo contessa di Montalto ricca di molte signorie (8). Creò grande Camerario Blanchetto Blaque (4), il quale poco dopo imprigionò Enrico della Lago- nessa e gli tolse il castello delle Franche (5); Gran Cancelliere terra ed il Castello di Ottaiano per oncie 800 ed et il regio assenso il giorno appreso. Ivi £ 76. A'15 di novembre 1427 la Regina incaricò Francesco Caracciolo © Giovanni Gicinello presidenti della Sommaria © Gualtiero Caracciolo ostiario del regio ospizio di investigare intorno ad un eredito di dueati sei mila pretosi da Car- luccio Piscopo fratello ed erede di Pandolfello, il quale li avava depositati presso Gurella vedova di Antonello Cicelese. Reg. Ang. n. 377, f. 124 f. (1) Tazoo, pe Niru, o. e. XXXII, 42. Bioxno, Dec. III, lib. 1, 407. (@) Diurm. dî Montel, ed. cit. 65, Costo, giunte al CotuenUCOrO, 909. ‘A'5 di giugno 1419 la Regina Giovanna consenti, cho la Caterina assica- masso le sus doti sui castelli di S. Vito degli Schiavi e S. Giovani in Terra d'Otranto, Reg. Ang. n. 372, {. 85. (8) Rog. Ang. n. 974 £. 113. Ivi f. 292. (4) Reg. Ang. n. 274, £ 359, in un'apodiza @ liquidazione di conti del di 10 ottobre 1410 trovasi notato Îl pagamento di oncie 83 e tari 10 fatto a Blan- chetto Braque de saneto Mauritio « militi tune magno Camerario », nell della IX indizione. (5) Reg. Ang. n. 374 £ 266. oogle CORNE ERSIT BR (1415) Giordano Formerio de Lumoniano (1). Fece Lordino de Solange governatore di Tropea (2), vicegerente del Principato di Taranto Bernardo de Brion (3) e capitani per le castella Giovanni Alifert de Vayre detto Chyaredor in Barletta, Giacomo de Passy in Giovinazzo, Grigny de Grigny in Reggio, Giacomo de Pistin in Molfetta, ed altri asssi altrove (4). Nello stesso tempo donò la libertà a Paolo Orsini e ad Orso di Montechiaro (5), che la Regina aveva fatto guardare nel Castel. nuovo, chiuse nel monastero di S, Chiara Caterina Alopo e Lisa Sforza (6). La Regina restò sola e guardata nel Castelnuovo, nessuno dei napolitani aveva licenza di vederla. Le aveva Giacomo messo alle coste un ruvido guardiano francese, Giovanni Ber lingieri, il quale la sorvegliava con tanta petulanza, che l'ar- guto aecoglitore de' Diurnali, detti del duca di Monteleone, nota, che, se ella andava a fare suo uso, la voleva vedere (7). (1) Ravsatoo ad an. 1416, VIII. 463, $ XXVIIL @) Il di 1 ottobre 1417 era locotenente di lui ua francesa Rufin. Reg. Ang. n. 374, f. 155 (D Reg. Ang. n. 374, £ 271. (4) Ne apparincono i nomi nei diplomi del Reg. Ang. n. 374, anno 1416, quando, caduto il Ro Giacomo, furono sostituiti da capitani regnicoli. (5) MonetLI, Ricordi ete, nelle Delizie degli eruditi toscani, XIX, 28:« La Regina Giovanna liberà Pagolo Orsini per 30 mila fiorini ». Anche Lovse ps Rosa afferma, che la Regina liberò Paolo ed Orso, ma egli scrisao le suo memorie molto disordinatamente, cascado vecchio. Ella, narra Loise, mandò a chiamare Paolo Orsini, che era nelle prigioni e dissegli: Paolo io voglio donarti quattro cose, la vita, l'onore, le compagnie tue della genti d'arme e il denaro della loro condotta. Ti presto altresì cinque mila dueati per fare gente & patto, che ogni volta, che ti manderò a chiamare venga s° miei servigi. più to fo cavaliere et donolle parischio vestiti delo Ro et donole una tavola de argento dove intende foro pariechie pieeze che erano siate ly soy et chesto me costa a me loyse ca fuy collo Re dassay et fuy colo Re a Perosa quando lo pigliero presone et ride tusto ». Aggiunge poi, che lo feco grando Contesta- bile. Ma. cit. 13 Non v' ha dubbio, cha il bun vecchio confusa’ Paolo Orsi c0a Mazio Sforza, cho era stato imprigionato da Pandelfello, aveva compagnio d'arme © liberato eibe denaro e ufficio di Grande Contestabile. Cfr. Sun atonte, ed. cit. lib, IV, 573. (©) Mure, 186. © Ed cit. 65. x00gle « (1415) LIBRO PRIMO 59 Così dunque si trovò misera e prigioniera, ai giovani signori mancarono l'allegria delle feste nella regia corte ela speranza di favori e di grandezza, ai popolani lo splendore della maestà regia ed i guadagni. A lei restò solo il nome di regina, Gia- como tutto faceva e disfaceva a modo suo (1), le università ed i baroni gli avevano prestato giuramento’ d'omaggio e fe- deltà (2). Di povero, che era, come si vide in istato prospere- vole e con grande potenza, inebbriato dalla grandezza, secondo l'indole lieve e varia, cominciò a lussuriare; aveva a schifo la Regina, come colei, che già era innanzi negli anni, si faceva menare di notte nel castello giovani donne con scandalo dei napolitani, si mise a tentare le figlivole e le mogli dei baroni, e nell'animo di costoro, già irritato, entrò il dispetto, lo sdegno (3), il pentimento del mal fatto, ed il desiderio di reprimere l’in- solenza de' francesi. D'altra parte cominciarono gli sforzeschi a fare rumore d'armi. Quando a Renevento fu sorpreso Muzio Attendolo, Renzo, il quale alloggiava con la sua compagnia a Nola, confidò i carriaggi al Conte di quella città, e raggiunse rapidamente a Tito © Pietrafisa i suoi compagni d'arme scampati. Fatto consiglio con Santo Parente, Micheletto, Michelino Catti Raven- nate e la moglie di lui Margherita Sforza, fu deliberato di riu- (1) La Regina, in un diploma del di 5 novembre 1427 dato a favora di Fmn- cosco di Bellante, alludendo al Rn Giacomo, si csprimo così: « Qui com nos debuisnet reverenter tractare ad so tocius Regni nostri sicilio usurpaos dominium revocavit ». Reg. Ang. n. 377, £. 152. @) l nostri cronisti non sono concordi intorno al tempo, nel quale fu prestato a Giacomo il giuramento di fedeltà. Giutaano Passano nota, cho il popolo di Napoli lo prestò a' 19. maggio 141 Noran Giacomo a° 18 di ottubro dello stesso anno. Nello Cronache antiquissime di ToxMaso DI CATANIA in enger, I, 42 leggesi: 41416. A_di 19 Augusto lo populo de Napoli jurè magio al Re .Jacobo, et al Regina Giovanna Seconda con multa festa ». () «ot otiam ipsa Rex non cam (Raginam) ardentor amabat, co quod regina jam esset quinquagenaria st propierea Iatentor deveniehat ad amorum puellarum faciens de nocte ad se convocari ». De Temuinis, 10. «Vorom dietus Ret per Procerum virgines domicellas lanciviro caepit et sponsas. Quod cum proceres scivissent illunm odio habere cacperunt ». S'aggiun- govn, che Giacomo diaprogiuva Giovanna, poichà « senio confeeta, fistus olorat ». Do Repustta Chrer. Sars. R. Li Sì cit. 822, Cfr. Lisonanvo Borra cit. 727. 60 GIOVANNA 11 DA? (1415) nire le genti loro a Tricarico, terra già donata da Ladislao a Francesco Sforza, e governata da Micheletto. Così fecero e si misero a correre il paese con tanta audacia e fortuna, che ogni di le genti della provincia del Principato di là dalla Serra di Montorio si vedevano pei campi, sotto le mura i cavalli sfor- zeschi. Per reprimerli mandò Giacomo contro di loro Giulio Cesare e Fabrizio de Capua con molti soldati (1), ma non avendo modo di porre l'assedio alla terra, alloggiarono poco lontano per impedire le scorrerie. Non riuscirono tuttavia nel proposito e perdettero tempo, la qual cosa dispiacque a Giacomo, il quale, temendo maggior danno, si dispose a patteggiare. Mandò dunque al castello Angelo da Vagliano castellano del Castelnuovo, An- tonello di Matteo Pulderico, che tenne molti anni la signoria del Monte S. Angelo, ed un terzo, del quale non è noto il nome (2) Andarono col salvacondotto, ed esposte le commis- sioni, i capitani sforzeschi e i terrazzani fecero parlamento per ragionare dei patti. Come Margherita Sforza, donna di animo grande, udi questo, sdegnata, messasi una panciera, tolta una chiaverina, seguita da pochi soldati, s'appresentò alla raunanza, non aspettata, fieramente e disse: sono sorella di Muzio Atten- dolo Sforza, signora di questa terra ora sono io, non Micheletto. E minacciò di fare impiccare tutti, se non rompevano senza indugi le pratiche. Alla presenza, all'audacia della fortissima donna sbalordirono i raunati, ed ella senza aggiungere parole, fece sostenere i messi del Re e li minacciò di morte, se fosse stato offeso il fratel suo nel Castello dell'Ovo (3). Propose allora Giacomo condizioni più utili agli sforzeschi comperò da loro una tregua con denaro pagato dalle terre della (1) Lovse DE Rosa, nis. cit. 14, afferma, che Giulio Cesare aveva 300 cavalli, Fabrizio 200. ®) Minori, 188. (3) Mintri, 188. Pirro DeceMBRIO cit. cal 726. Girotamo Reneo, His. Reven. lib. X, Veneti a Clara Sforza questo fatto. « Hane Claram ple et cum Michelino marito filiam peporisset, ox Mari 1X, 2020. LeoxaRpo BOTTA cit. Mdxe, lib. VII, 603 attribuisce Margaritam falso appellant Caraccioli S. Angelis comitis axor fuit », Credo al Minuri cronista Sforzesco, D'altra parte Margherita Sforza, medre di Foschino e di Sforza degli Atter- oli, sposò Michelino Rariniano in seconde nozze. Giovio, Vila Magni Sfortiae, cap. XXXX. x00gle CORNELL UNIVER (1415) LIBRO PRIMO 61 provincia del Principato di là dalla Serra di Montorio (1), pro- mise, che non avrebbe offeso Muzio Attendolo nella persona e lo avrebbe tenuto in onesta prigionia, avrebbe dato libertà a tutti gli sforzeschi, salvo a Francesco, che sarebbe rimasto în ostaggio; avrebbe assoldato Renzo con 900 cavalli e permesso a Michelino, Foschino, Domenico, Bosio, Santo Parente, Miche- letto-e madonna Margherita, di uscire dal regno, data facoltà a Micheletto e Catella Alopa di visitare Muzio Attendolo quando fosse loro piaciuto. Renzo e Micheletto avrebbero però dovuto cedere le loro terre. Margherita dipoi ottenne la licenza di rima- nere nel regno, e Micheletto con Leone, Giovanni ed Alessandro figliuoli di Muzio Attendolo, liberati dalla prigionia, andò nelle terre del patrimonio della Chiesa e si assoldò con Braccio da Montone con quattrocento cavalli e duecento fanti (2). E la buona fortuna di Giacomo s'era stancata; nelle terre offese dall’orgoglio dei francesi qua e là avvenivano tumulti, gravi furono nello stato di Antonio Cantelmo conte di Alvito (3). Dei baroni napolitani altri s'erano ricoverati nelle loro castella, altri appartatisi stavano a vedere e a trovare modo di liberare la Regina, tenuta como una fantesca (4). Più degli altri arro- vellava Giulio Cesare de Capua, ed essendoglisi messo nell’a- nimo un odio vivo contro il Francese, deliberò di ucciderlo, e, o per ammenda del male fatto, o per desiderio di tornare nella (1) A'19 decembro 14I0 fece quietanza la Regina di tutto il donaro esatto © spero da Rosso Grillo maestro di Camera del Principato citeriore. Tra le altre esazioni @ speso ve na ha una « tarenoram quinque pro uncia in edom provincia aimiliter imponi et etigi provisorum pre concordia Micheleeti et alîarum gontium armigoraram hoatilitor diseurrontium diotam proviaciam et alias proviaciaa... ». Reg: Ang. ne 974, fi 146, @ Misumi, 1 0, CotueNuccIO, 308. Caivetti, 098. Giovio, o. c. cap. XI, XI. Poichè i nomi dei figliuoli di Muzio Atteadolo Sforza bene spesso ricorrono nella nostra eccone l'elenco: Da Luisa Terzaria ebbo Francesco, Flisa, Leone, Antonia, Giovnani, Alemandro (Luisa di poi sposò Ludovico Pogliani, col quale procrsò Corrado) Da Tamira di Collo gli nocquo Oncetina. Da Antonia Salimbeni, Bosio. Da Catella Alogo, Leonardo, Bartolo. Da Maria di Marzano, Carlo, che fu arcivescovo di Milano. Cfr. Gior1o, o. c. cap. IIX, 1X, 1XI, IXII, IXUIL. @) Il di 1° d'aprile 1417 la Regina perdonò i misfatti commessi. Reg. Ang. 974, £ 14. (0) Diverm. di Montel. 65. x00gle RAI 62 (1415) grazia di lei, propose di manifestarle il disegno. A questo effetto, essendo egli lontano da Napoli, mandò un giorno al Castelnuovo un suo cancelliere, il quale si trovò in mezzo ad una moltitu- dine di signori, che volevano salutare la Regina. Si fece innanzi Giacomo, e, udito ciò che chiedevano, rispose loro: siate i ben- venuti, or la Regina è impacciata in bisogne sue, vuol desinare; dite a me, che volete da lei. E quelli: Signore, noi vi preghiamo di farle buona compagnia, reputeremo fatto a noi il bene, che farete a lei. E Giacomo rispose: io le ho fatto bene, e lo fard ancora per amor vostro. Senz'altro li accomiatò (1). I signori partirono scontenti, ed il Cancelliere andò a riferire a Giulio Cesare ciò che aveva udito. Più s'intorbidò l'animo di lui a questo novelle, andò a Napoli e, recatosi baldanzosamente al Castelnuovo, domandò di salutare la Regina, e Berlingiero, cono- scendolo amico del Re, lo mise dentro senza sospetto. Giovanna, che sapeva come quell'uomo fosse stato in gran parte cagione dei dolori e delle sventure sue, si turbò a vederlo, ma Giulio, fattale umilmente riverenza, le confessò il suo torto, rivelò l'odio contro Pandolfello e lo Sforza, levati a' più alti uffizii del regno, mentre egli, che tante fatiche aveva sostenuto per Ladislao, non aveva ottenuto guiderdone. Aggiunse, che avrebbe fatta ammenda delle sue colpe e presto, per pietà di lei: io, disse, ucciderò il Re (2). (1) Diurn. di Montel. 65. ) I eronisti riferiscono a lungo la congiura di Giulio Cesaro, ma con maggior dettaglio l'A. dei Diwrnali di Mont. 00, ed il Tunvisus, 19. V' ha talora qualche divergenza nei particolari, a în generale sono tutti concordi. Io mî sono tenuto più al racconto del Tumutittis cencelliero di Onofrio della Penna, segretario della Regina. Anche Loras pe Rosa. ms. cit £. 14, narra îl fatto a questo modo: <... Uno messere Julio Cesaro aveva cavalli IIL c. (300) st lo frata II. o. (200) et isso era conto do altarilla era uno valleroso omo; uno dy ando a fare Reve la Regina con licencia di messere Joanne verlingiere e disse: donna mia, como stay? La Regina disse non vide cs sto presone ? non ay trasuto collicentin? Isso disse: Sy. Dice messer Julio ora bene, madamma, io ve voglio levare ds chosta prosonia, io lo voglio amaczare (Giacomo) se ve piace. La Regina disse: lasenmonce pencsaro vionnenco crey acchestora cavo Respongo. Vi ia, dopo la Regina fece chiammare lo Ie et disselo: tu mi tieni presone, e cridete avere fatto per la mia fe, so 00 mo afliczo acchessa finestra, et gietto una voce te faczo tagliare appiecoze. Lo Re Rido: et chi serria chillo? lo tuo sforeza ron no trova. Essa disse 0 quanta s0 ly sforza, Voimo impromattere doe cone, at eo (1415) LIBRO PRIMO 63 Le parole feroci e l'atto percossero l'animo della Regina, forse le tornarono in mente i dolci tempi, e il supplizio di Pandolfello, vide la vendetta vicina; sospettò della fede del- l’uomo e temette un' insidia nuova. Rispose, che grata le sarebbe stata la libertà, tuttavolta lo ammoni di desistere dal mal pro- posito. E Giulio s'infammava e giurava, che avrebbe ucciso il Re; chiese licenza di tornare per esporle il tempo ed il modo per mettere ad affetto il disegno. Ella. mon si diniegò, assegnò il giorno, e s'era infinta con un proposito feroce. Come Giulio fu partito, va a Giacomo e gli dice: io voglio mostrarti a prova, che uomini siano coloro, i quali mi vituperarono e tu reputi amici tuoi. Gli rivelò il fatto. Tornò Giulio e la Regina col pre- testo, che era inferma, lo fece condurre alla stanza, nella quale era il letto sormontato da trabacca e cinto di cortine; l’incauto espose come aveva ordinato di levare di mezzo il francese: l'avrebbe ucciso un giorno di festa, quando soleva andare a tello faezo audire collo orecchie toe, 0 tello faczo diro denaate, cate amaceza, ‘et non averrà paura de te, et dicote, che se eo nvesse voluto tu to farrisse muorto piu dy chessarisse fracito. Lo Ra le disso: che do cosa volita da me, attinditamella per la fado vostra. Isso lo doo la fedo et disselo: famme libera, cho poccza andaro dorome piace et lautra che non faczie murire chillo chete dise chesto parole, ma confinalo fore lo Riamo, ltso disse chie, essa disse: viene cray acchestora chamelo fexzio chiamare. Jaso le deo la fado delle osservare lo dor cose, ma nollele attese @ perdiondo lo Stato Riale. Chillo eray la Regina face chiamare lo Ra et diesel oramai vene cello. Chyò? Novelo voglio dice, vuylo vederito, Stando custy venne messeo Julio et lo Re se mese dereto una cortina; traso messer Julio, et dico madamma, aviteve penzato acchello che vo disse? Julio mio nunce aio pensato et por niente nomello soffere lo core, Jacobo ey puro delo lignagio mio et lautra per onore. Ta say chesa dico delautra Rigina Joanna che fece impe doro lo marito ot pogio so dicorria do mo che aio {a et lautra perno farto murire. Chesto no, medazma, momo lo amacczo donde lo trovo 0 ala camera o ala sala 0 in consiglio. Ei le disse non per lo ben che me voy, parlame dautro. Stando uno piecezo cercso licencia, et lo Re foce chiamare lo Consiglio; fecess trovare con tutty ly famiglie armato ot emendo tutty, dico lo Re: dicite singniura chi volesse ammacezaro lo suo singnioro, cho doverria patiro? Meoser Julio se lova la piodo ct disso vui lo diciti per me, vuy nomme sito singniore ca aio la donna mia tu li ty marito et non ve aio may jurato umaio. Lo R lo fees pigliare con affanno chese meso a defesa ot focelo moszare la testa. Male per isso (Giacomo) come appresso oderito » 64 GIOVANNA HI D'ANGIÒ (1415) spasso. Giacomo, che era celato dietro le cortine, udì, ma non si mosse; il giorno appresso convocò i baroni a consiglio e domandò loro: quale è la pena dei felloni? Giulio Cesare, che era presente, gridò: lo dite per me, ma voi non siete mio signore, chè non v'ho giurata fedeltà. « De ore tuo te judico, serve nequam », rispose Giacomo, e fattolo pigliare lo mandò col Cancelliere alla Vicaria, Fu fatto il processo; Giulio, convinto di fellonia, ed il Can- celliero furono decollati nella Piazza del Mercato; ai cadaveri fu data sepoltura nell’Annunziata, rimasero le teste sul palco per due mesi, poi, mosse dal vento, enddero e lo rosero i cani (1). E non è a tacere, che i tre capi della congiura di Manfredonia morirono di mala morte: morì Peretto de Andreis, come ho narrato, con sospetto di veleno, a Giulio Cesare fu mozzato il capo, Ceccolino da Perugia, fatto prigioniero da Braccio da Montone alla giornata d’Assisi, fu ueciso nella prigione (2). (1) Quando fu giustiziato Giulio Cesare? I Diurn. di Mont. 66 pongono agli 8 di genasio 1416. Norar Giacomo 79, 2° 9 di gennaio 1416. G. Passano 11, 47 16 ottobre sanz'anno. Il De Toyottcs 1. e. serive « in fine menais octobris siuadom anni quo veni! ipse Rox». Of. Di Letto, Arch. St. nap. 1801, p. 614. Cnrvensa, 672. () Giovio, 0. c. cap. XIV. oogle ‘ VII Pratiche di Giacomo e Giovanna presso ti Concilio di Co- stanza. — Lega coi veneziani. — Ottino Caracciolo e Annechino Mormile liberano la Regina dalla servità. — Fatti di Lordino di Saligny nell'Abruzzo. Giacomo, col supplizio di Giulio Cesare de Capua aveva le- vato di mezzo un uomo pericoloso, ma nello stesso tempo aveva dato occasione d’Ìnfiammare contro di sè gli animi dei baroni, i quali gli erano stati amici, e vedevano svanite le speranze delle signorie desiderate, dell'autorità ambita e se stessi non sicuri della vita; incominciò quindi il regno a moversi contro Giacomo, e, poichè sopra tutte le città era inquieta l'Aquila, egli mandò in Abruzzo il grande Contestabile con molta gente d’arme. Era d'altra parte la corte di Napoli circondata da altre difficoltà: la Regina era legittimamente succeduta a Ladislao, Giovanni XXIII però non l'aveva investita del regno; Gincomo s'intitolava re, ma il Concilio di Pisa aveva dichiarato re di Napoli il Duca d'Angiò; aggiungi, che i padri del Concilio raunato a Costanza a'2 di marzo 1415 avevano costretto Gio- vanni XXIII a rinunciare al pontificato. In questa condizione incerta di cose, la regia corte deliberò di mandare un’amba- sceria a Costanza. Furono designati oratori Lorenzo vescovo di Aversa dell'ordine di S. Agostino, Giovanni da S. Prageto, Ardecino e tre altri, dei quali non trovo i nomi (1). Essi, a' 3 (1) Rarwatoo, VIII, ad an. 8 XXVII, XXVIII, 462, 463. Tolgo da lui la n razione, Uno degli ambasciatori, dei quali mi è ignoto il nome, forse fu Caroso di Capua arcivescovo di Trani perchè in un diploma del 27 febbraio 1422 leggesi 5. — Famiglia, Giovanna IT d'Angiò. s00gle REA 66 GIOVANNA II D' 1Ò (1416) di giugno 1416, si presentarono all'adunanza del Concilio con gli ambasciatori dell'Imperatore, d'Inghilterra, di Francia, d'Ara- gona, di Cipro, della Polonia, della Svezia, della Danimarca, della Norvegia; l'ammissione loro non avvenne tuttavolta senza difficoltà, poichè recavano lettere in nome di Giacomo e Gio- vanna, che si attribuivano titoli pretesi da altri potentati e il Concilio deliberò di rimandare alla sessione de' 16 giugno la decisione delle quistioni sorte per la presenza degli oratori napolitani. Nel giorno stabilito, raunatisi i padri, si levò Ludovico Conte Palatino, duca di Baviera, che era a guardia del Concilio per l’Imperatore, e protestò contro Giacomo e Giovanna, i quali usurpavano il titolo di re e regina d'Ungheria, della Dalmazia, della Croazia, di Rama, che erano regni del suo signore Si smondo: dipoi Guglielmo Cardinale di S. Marco oratore di Luigi II d'Angiò, protestò pei titoli dei regni di Gerusalemme e di Sicilia già a lui concessi dalla Chiesa. Il Concilio però, consi- derando, che non s'era raunato per piatire di titoli e di onori, senza far atto di favore, senza arrecare pregiudizio a chic- chessia, deliberò di ammettere alla Sinodo gli ambasciatori napolitani. Furono questi introdotti e presentarono le lettere di commissione (1): Giacomo e Giovanna dicevano di avere spedito ai padri del Concilio il Vescovo di Aversa e gli altri oratori loro, come umili e reverenti vassalli della Chiesa; si profferivano pronti ai servigi del Pontefice e dei padri, disposti al bene delta Chiesa; presentarono quindi altre lettere con augurii per la fine dello scisma e per la pace e l’unità della Chiesa. Dipoi Agostino da Pisa prese a parlare e fece solenne protesta in nome dell’ Imperatore, il Cardinale Guglielmo protestò per nda investitura coronatione huius regni nostri sicilie tam ,, quam Sebenne et certas alias Italic partes crebris viribus nis sumptibus insudavit ». G. BeLtRANI, Cesare Lambertini e la società famigliare in Puglia durante i secoli XV e XVI, vol, I, doc. XXVIII, 285, La stessa così è ripetuta nel dipl. del 1.° marzo 1422. Ivi doc. IXXIX, 287. (1) Frano data « per virum mai dominum de Villeta Juris civilis professorem Cancellarium regni Siciliae, coll teralem, cons auvo, 1. e. 463. Ho qualche dutbio intorno alla date assegnata alla lettera: 13 loglio 1410. (1416) LIBRO PRIMO Gi Luigi d'Angiò, ed i notai apostolici di tutto fecero pubblico istrumento. Rispose Ardocino oratore di Napoli: si meravigliò delle proteste, gli oratori del Re e della Regina, disse, non erano andati a Costanza per piatire, ma invitati dal Concilio e dal Pontefice per la concordia della chiesa, non avrebbero tuttavia sofferto mai, che fosse arrecato danno e pregiudizio ai loro signori, Appresso ragionò il Vescovo di Aversa intorno al testo: « gaudete, quoniam merces vostra copiosa est in coelis »; commendò il Concilio, raccomandò alla chiesa Gincomo, Gi vanna, il regno: Francesco Cardinale di Firenze rese grazie pel Concilio (1). Gli oratori di Napoli, superate le prime difficoltà a Costanza, si studiarono di eseguire altre commissioni della regia corte. I veneziani, nemici dell’imperatore Sigismondo, sapendo, che non era disposto a favorire Giacomo e Giovanna, fecero a co- storo proposte di lega. Furono accettate, Fra Lorenzo Vescovo di Aversa e Monacello d'Anna, napolitano, si condussero 4 Venezia, fecero i capitoli a' 27 di luglio 1416 con Leonardo Mocenigo, Antonio Contarini o Francesco Foscari procuratori di S. Marco, e stabilirono, che se Sigismondo fosse venuto in Italix per danno della repubblica e del regno, l'una parte avrebbe aiutata l’altra con una compagnia di quattrocento lance di tre cavalieri per lancia, ovvero con tanto denaro, che rispon- desse a ducati 13 mensuali per lancia; il soccorso doveva essere prestato dopo un mese e mezzo dalla richiesta, la' parte man- chevole avrebbe pagato cento mila ducati (2). E Giacomo, mentre guadagnava fuori, perdeva in casa. Erano tra i signori napolitani due baroni devoti alla Regina, accetti ai popolani, Ottino Caracciolo e Annechino Mormile (8) Questi, nobile del Seggio di Portanova, signore di Giffoni, di Frignano (1) Ravwatpo 1 e. @) I libri Commoriali della R. di Venezia (Dep. di St. pat.) T. II, n. 215. p- 378, n. 216, p. 378. Lo lettero di eommissiono pel Veseovo di Aversa e per Monacello furono date a Napoli a' 6 luglio 1416. @) «Dominus Annicchinus de Porta nora... similiter tanquam pater familias omaium civium popularium Nespol De Tumutinus, otubilia 20, « Ottino por sua placabil condition era ben amato dal popolo napolitano... ». DI Leti oogle DAME UNERENI 68 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1416) e di Marigliano (1), già maturo di età, era andato nel 1594 al parlamento di Gaeta, nel quale fu deliberato, che la Regina Mar- gherita dovesse mandare suoi ambasciatori al Papa per chie- dergli favore, e preparare armi per l'acquisto dell'Abruzzo (2); nel 1409 fu mandato a Gentile di Monterano per confortarlo a rimanere fedele al Re (8), al quale era carissimo (4). Ottino Caracciolo, figliuolo di Giovanni, conte di Gerace, gentiluomo del seggio di Capuana, grande signore, prode delle armi, non ignaro delle buone lettere, giureperito, prudente, talora crudele per odio di parte, aveva anch'egli militato con Ladislao (9), € fatto prigioniero alla rotta di Roccasecca s'era incontrato con Braccio da Montone; era scrivano di ragione della regia corte e, fatto grande da Giovanna II, la servi senza vituperio, con la Regina però voleva il Duca d'Angiò a reggere il regno (6). Aonechino ed Ottino, dunque, insofferenti della servitù, pro- posero di pigliare Giacomo © liberare la Regina col favore dei popolani. Non mancò loro l'opportunità. Era tra Giacomo ed i fiorentini buona amicizia ed egli li enrezzava non solo per la potenza della loro città, ma perchè, ricchi, in ogni necessità (1) Ladislao gli concesse sopra questa terra, cho aveva comprata dalla r. corte, il non comune privilegio del mero è misto impero. @) Diurn. di Montel. 45. @ ini. (4) Lorse Ds Rosa, ms. cit, £. 6, scrives... « annichino mormile aveva uno figlio che se chiamava messer antuone et era bello cavaliere et gagliardo de ava persona, chisto annichino ora do tanta permanoncia et pracia da lo Re lanezalao che poco gente so inpicavano in Napolo ad tutty le faceva lovaro le cappucce de Canna quando se andavano ad inpichare et era singniore de Jefune, do marigliano de friagniano, lo frate era sengniore do Campagnia de yevole et aveva in Casa de continuo più de c (100) impicate » (Coloro, che aveva salvato dall’impiceagione?). Nol 1902 Annechino ora padrono di una galora. Reg. Ang. n. 363, © 71. Anche il Misvri, 192 scrive: « Ottino Carazolo grande signore nel reame ct Anichino Mormulo (sic) li quali avevano grandissimo seguito in Napoli... ». (6) Nel 1404 Ladislao donò ad Ottino i casali di Zeppolo è Caturrino, ed il feudo losep in quel di Nicotera. Reg. Aag. n. 367, £. 161, 172. (8) Misuri, 192. Di Letto, I e. GIS. FAcio, Comm. de rebus gesti: ab Al phonso. Ed. Gravier, lib. 1,27. De Pierri, Cronologia della famiglia Ces 43. Bonazzi, St di Perugia 1, 622. Diurnali di Monteleone, 50. cciolo (1416) LIBRO PRIMO 6 potevano ‘prestargli denaro, non tralasciava quindi occasione di mostrarsi con essi grazioso. Quando venne di Francia, aveva la Signoria mandato a Napoli per salutarlo Lorenzo Ridolti, Matteo Castellani, Palla di Nofri Strozzi e Angelo Acciaioli, ed egli ebbe tanto gratò questo ossequio, che a'28 di gennaio 1416 li ornò dell’ordine della cavalleria. Questo fu reputato onore tanto insigne, che, quando gli oratori tornarono a Firenze, furono ricevuti con feste non ordinarie dai Signori e dai Capi- tani, di parte, parendo, che fosse stato fatto non ad essi ma al comune (1). Or Annechino ed Ottino si accordarono con Agostino Bongiani mercante fiorentino, devoto alla Regina, uomo onore- vole, e per le ricchezze noto a tutti. Mandava egli a marito una figliuola ed aveva aggiornato le nozze alla domenica 13 di settembre, ordinando feste solenni ed una piacevole cena nel giardino di sua bella casa, posta nella contrada del Mer- cato (2). Il mercante andò al Castelnuovo e con molte preghiere invitò alla festa Re e Regina per farla con la loro presenza più magnifica e Giacomo, incerto, pieno di sospetto, da prima rese grazie, si diniegò, vinto dalle preghiere, dipoi promise di andare. E qui occorre di ricordare, che in quel tempo era gonfaloniere di Firenze Pietro Bongiani. A’ 13 di settembre la Regina desinò nel castello, dipoi il marito, quasi contro volere, le concesse di andare alla cena del fiorentino, scortata dal Conte Camerlingo e da molti signori (3). I popolani, parte spontanei, parte mossi e disposti da Annechino ed Ottino, come lo seppero, *proruppero per le vie a vedere la donna loro, i cui miseri casi erano noti, anzi ingranditi, come avviene di cosa, della quale tutti novellano, nessuno vide; e tolta un'insegna con lo armi regio, si misero a gridare: viva la ( S. Axoumaro, Ist fior, ed. cit. v. 40 e seg.. giunte di A.il G.ivi 42, nota], 44. Diario Fior. di BantoLionzo DeL Conuzza, Arch. St. It, Sur. V, t. XIV, 1894, 255. (@) Il Mivuri, 192, che in quel tempo era lontano da Nepoli, narra inesatta» mente il faito: « Uno giorno feciono uno convito a casa del detto Misser Ottino Carmolo in Capua dentro la città..». Il testo però deve’ ssvero guasto e fu scritto in Capua invece del Sedile Capuano. @) Lorse px Rosa, me. cit. 15, afferma, che con la Regina andarono i castol. lani di $. Ermo, di Aversa © di Salerno. x00gle CONNETTE o) GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1416) Regina (1), Questa, circondata da’ suoi baroni, libera’ alfine da guardiani indiscreti, menò la sera lietamente fra giochi, suoni, danze; sull’ora della cena erano tutti in grande aspettazione, ma il Re non appariva e la tardanza turbava i congiurati; mandarono a sollecitarlo, ed egli sulle prime rispose, che sarebbe andato, infine disse, che era impedito da gravi bisogne. La cena non fu allegra. Levate le mense, la Regina mostrò, che di mala voglia sarebbe tornata al castello, ed intanto i popolani, accal- cati per le vie, facevano rumore e gridavano: viva la Regina, non vogliamo altro re, che la Regina. Fra essi metteva fuoco Leonardo Brucio di Napoli, detto Squatra, servitore devoto a Giovanna, che aveva seguita quando andò sposa în Austria @), ed ella blandita da quelle grida di gente amica, în dolce modo diceva a’ baroni suoi: non mi abbandonate, mio marito mi maltratta. Commossi dalle preghiere della donna, i presenti, fatto con- siglio, deliberarono di condurla all’arcivescovado, e fra la mol- titudine dei popolani per le vie del Pendino e di S. Agostino l’accompagnarono. Non fu tuttavolta quel moto senza tumulto, perchè molti partigiani di Giacomo furono percossi e feriti. Giovanna, come si vide libera ed in luogo sicuro, rese grazie ai cavalieri e ai popolani, a questi ricordò i benefizii di La dislao, promise favori e grazie; ma la moltitudine sollevata non si quetò, corse al Castello Capuano, ed il castellano del re Giacomo impaurito patteggiò e lo cedette. La Regina andò ad alloggiarvi il giorno appresso (3). Eccitati dalla buona fortuna, i partigiani di lei andarono innanzi al Castelnuovo per com- batterlo e pigliare Giacomo, l'impresa però fu vana, perchè le balestre li tennero lontani; il Ro tuttavolta reputandosi poco sicuro in esso, non essendo preparato a lunga difesa, si ricoverò al Castello dell'Ovo. E la Regina, alla quale importava di avere il Castelnuovo, mandò due galere a combatterlo dal mare, ordinò per terra l'assedio. (1) Lovse DE Rosi, ma. cit. 15. @) A'ZI1 di marzo 1417 la Regina gli concesso la terra di Ordona nella Capitanata: se ne ha l'indirizzo, manca il diploma nel Reg. Ang. n. 372, £. 12. (8) Diurn, di Moutet. 06. De Tuwutanuis, 20, Notan Giacomo, 69. Giurtano Passano, 11, L CataNI, Chron. Antiquiss. în Perger, 32. Diar, Anon. Wi, 114. Google LE (1416) LIBRO. PRIMO " A Giacomo non rimaneva oramai che la speranza nelle armi di Lordino di Saligny, grande Contestabile, il quale era andato, come ho detto, a domare l'Abruzzo. Con molto seguito di baroni e buon numero di gente d'armi era egli pervenuto all'Aquila sulla fine della primavera, Antonuceio dei Camponeschi era andato ad incontrarlo, ed amichevolmente lo aveva invitato ad entrare nella città con la sola brigata di onore. Lordino però voleva monarsi appresso tutto l'esercito, agli aquilani questo non piaceva © gli chiusero innanzi le porte. In quei giorni i regii avevano rafforzato il castello e i cittadini temendo danno, V'avevano fatto intorno steccati e opere di mura morte per guardarsi da sorprese ed insidie, non impauriti dalle armi del grande Contestabile, il quale vedeva e non osava; di poi, ai 17 di luglio raunatisi di mattino empirono il fossato della torre maggiore con legna ed altra materia da ardere e vi gettarono fuoco. I difensori, con la speranza dell'aiuto, si sostennero fino a mezzodi, poi tra il pericolo delle famme ed il fastidio del fumo, fecero proposte di resa e cessero ai cittadini l’alta torre. Questi la disfecero e poco appresso occupata la cittadella, per sicu- rezza della loro libertà, la diroccarono (1). Lordino, che lontano udiva il rumore, con propositi di vendetta si partì scornato, e, invitato e persuaso dai'fuorusciti, mosse alla volta di Teramo. Era questa città da molto tempo agitata da îre cittadine, perchè contendevano del primato gli Antonelli ed i Melatini. Questi, già vinti, cacciati di casa, s'erano studiato di tornarvi, come ebbero notizia della morte di Ladislao, favoriti dal moto degli abruzzesi a prò degli angioini; s'erano azzuffati con gli emuli, ma disfatti, s'erano rimessi per la dura via dell'esilio. Ora torna- vano con Lordino, îl quale entrò nella città a’ 18 di luglio, facendo le viste di volere ridurre in concordìa i cittadini, ed i teramani da bene per carità di patria l’accolsero senza sospetto. Allora Lordino palesò l'indole feroce e ladra, sbrigliò i soldati, diede in preda la città, fece prendere i cittadini più agiati, impose loro il riscatto, e furono tanti, da noverarsene duecento venti- sette laici e chierici, che tenne chiusi nel castello fino a che toccò il denaro. Nè fu contento: spogliò le chiese di turiboli, (I) Nicotò DA Bormova, 887. Google CORNELL UNVER 72 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1416) croci, calici e d'altri arredi sacri preziosi, si tolse una tavola di argento di grande valore, la quale nei di solenni era posta innanzi l’altare maggiore per ornamento (1). Carico di preda si parti, e lasciò la città divisa, come innanzi, e nel castello, coloro, che non avevano trovato modo di riscattarsi. Mandarono poi i teramani loro sindaci alla Regina per richiamarsi dei mali sofferti, e pregarin di dare aiuto alle loro necessità, ed alla addi 20 di ottobre 1416 ordinò di ridare la libertà a due citta- dini di Civitella imprigionati da Lordino (2), francò la città dal pagamento dei tributi di un anno (8), © l’anno appresso ordinò al Conte di Carrara di mettersi egli al governo di Te- ramo, acciocchè con l'autorità sua riducesse le parti in con- cordia, perdonando a tutti qualsivoglia delitto, salvo ai figli Enrico de Melatino, enusa dello sterminio della città (4). Il francese, avuto poi le male novelle di Giacomo, affrettò il ritorno a Napoli, ma, abbandonato da molti baroni, restò con poca gente; evitò per la via le terre grosse, saccheggiò le piccole e poco difese (5), ma come entrò nel piano di Puglia i terrazzani di Apricena, di S. Severo e di Foggia lo assalirono, cacciarono in rotta i suci, pigliarono lui e legato lo menarono alla Regina (6). E solo memorie di ladronecci lasciò costui, chè dove non ebbe agio di rubar egli, fece rubare dai suci locote- nenti. Aveva, tra gli altri ufficii concessigli da Giacomo, quello di governatore di Cosenza, ed aveva allogato in fitto per duo anni tutte le gabelle della città al notaio Giacomo Serrano, quando questi rese i conti dimostrò, che Ruffino locotenente di Lordino s'era pigliata buona parte del denaro, il resto era pervenuto alla regia corte (7) (1) Dallo Sehae del necrolagio ap. Patsa, Storia Feel. e Civile ete. 2* Fdiz. 1891, II, 151, 152. F. Savast, Z Signori di Melatino, 39. (2) Reg. Ang. n. 374 (. 355 1. 18) Murit, Della Storia di Teramo, Dialo () N Pira, 1. e. La Regina francò per setto anni la città dal paga mento d'oncia dI por le collotte 15) ra lo altro mise a sacco la Roma presso Lanciano. Reg. Ang. n. 374. 51 ts (0) Lurse pe Rosa, ms. cit (1) Reg. Ang. m. 374, f. 155. VII Fine del regno di Giacomo. — La Iegina riacquista autorità. — Insurrezione contro È francesi. — Premi dati dalla Regina ai baroni amici. — Accordo con Fabrizio de Capua. — Concessioni fatte alla casa Sanseverino. — Libertà data a Muzio Attendolo Sforza. — Potenza degli Sforzeschi, Il regno di Giacomo era finito; da questo tempo i diplomi e le lettere regie sono intitolate solo (1) dalla Regina, che di per di ricuperava l'autorità sua nel regno. Il Castelnuovo di Napoli cedette non alle armi, ma al denaro, chè il castellano (1) Giovanna Il con un diploma dato a' 22 di settembre 14LG dichiarò, che per un debito di ducati 7000, che aveva con Betto de Principatu di Lipari gli confermava il possesso di Rivello e Tortorello nelle provincie di Basilicata e di Principato, confermò altresì In vendita della castolla di Lagoargro 0 di Lauria concesse con lettere regie di Niacomo e Giovanna dato a°5 di aprile. Reg. Ang. 374, £. 103 8. Giacomo conservò il titolo di re con gli altri spettanti alla corona di Napoli negli atti relativi al suo principato di Taranto. Eccone una prova: « Jacobus doi gratia Huogario Jerusalem, Sicilie, Dalmatie, Croatio, Rame, Sorvie, Lodo merio Res, Marchio castrentie, Provincio et Forcalquerii ac Pedomontis Comes... Providimus in perpetuum eidem monasterio (S. Martini Neapolis) de uneiis ausi quinque: quatuor vidaliaet er eis convertendis in emptionem piscium, qui vocantur orate, ut salite et curate decenter mittantur et deportentur aano quolibet ad dietum monasteriu pro usu seu enu fratrum mistentium in eodem et una pro salatura et delatura... Datum în Castro nostro novo nespolis aub sodem sigillo nostro parvo. Anno domini millesimo quadringentesimo sexto decimo. Die vigesimo mensis decembris decime Ind. Regnorum nostrerum anno aecundo », Archivio di Stato in Napoli. Monasteri soppressi Reg. 2042, f. 69 t. Il diploma è diretto al tesoriere, gi rettori e governatori della città è del Principato di Taranto. tc! GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1416) francese lo cedette per mille trecento settanta ducati, che la Regina non aveva, e addi 16 ottobre furono pagati dal mercante fiorentino Luigi de Corsinis (1) ed ella andò a dimorarvi (2). Per la resa dol Castelnuovo parve a Giacomo d'essere in peri- colo in quello dell'Ovo, e cominciò pel grande Camerlengo a fare pratiche con ln Regina, sille quali forse furono partecipi i patrizi del seggi, perchè essendo nota l'indole facile e mute- vole della donna, temevano, che, libera del marito, desse favore a qualche barone con danno degli altri; menate per le lunghe tre mesi, furono conchiuse da Ottino Caracciolo. Gia- como si tenne obbligato a rimandare i franc« salvo quaranta per sua compagnia, ad intitolarsi principe di Taranto e Vicario del regno, come era stato stabilito nei patti del matrimonio, di ridare la libertà a Muzio Attendolo Sforza. La Regina promise di assegnare nl marito quaranta mila ducati l'anno (8), di vivere in buona pace con lui, ed egli tornò al Castelnuovo (4). Restò il Castello dell'Ovo in potere dei francesi, forse per guarentigia di Giacomo; ma la Regina, che, mutate le parti, teneva il marito în sua balia, insisteva per averlo, e la move- 41) Reg. Ang. n. 972, £ 286, dipl. del 21 agosto HIT. x (2) Diurn. di Montet. 07. 425 di ottobro Ia Regina dimorava ancora nel Castello Capuano, come rilevo dalla lettera regia, con la quale nominò Angelo Acciapaccia capitano di Nicotera. Reg. Ang. 374, f. 348 t. Dal Castelnuovo a' 26 ottobro condonò parte del pagamento dello colletto alla città di Manfredonia. Rag. Ang. n. 374, £ £39, 0 con un'altra lottora provvide di contro gli ufficiali regii, i quali usurpavano chierici. Ivi, £. 398 t; e a° 28 di ottobre incaricò Giovanni Grispano giureperito per derimere una controversia tra Pietro Curtisio di Venezia dimoraate in Trani e Mengola vedova di Antonio di Brayda della stossa città. Ivi, 340 t. <) Misuni, 104. De Tuwvuttis, 21. Susonte, lib. V, 574. A. Bovio, nd an. 1415, 488, 8 171, scrivo: « Conditionea haec fucruat: 1 Gallos omnes primo quogue tempore a regno eijceret, quatraginta tantummodo suo arbitratu secam si vellet retinerat : Il Regio titulo abstineret. Princeps tantum Tarentinus, Re- gnique Vicarius ut initio paeti coniugii convenerat appellaretur, Regioni nomen ac potestas penes unam Reginam esset, quae viro quadragenos millenos aureos annua provisione sumeraret. II. Sfortia © vineulis eduotas pristinzo dignitati rentituetur ». Ed aggiunge: « Has conditiones Marcus ( Attendulus) tradit paulo aliter Constantius..... (4) Ho esposto în una nota... come Giacomo nel dì 20 decembre 1410 si tro- vava già nel Castelmaovo, dondo spedi il diploma pei frati di S. Martino @ si dava però il titolo di ro. Google RI ari (1416) LIBRO. PRIMO ti) vano anche gli sforzeschi, impazienti di vedere libero Il loro condottiero. Giacomo dava promesse e pigliava tempo, ma Gio- vanna lo cacciò in una stanza guardato strettamente da gente armata e gli fece intendere, che se non cedeva il castello lo avrebbe gittato in una prigione più dura. Meglio delle minacce valse l'avidità del castellano Leonetto de Siguyens. Chiese denaro, si venne a patto. Leonetto promise, che per 4200 ducati avrebbe assegnato il comando del Castello dell'Ovo ad Arnaldo de Lauret, questi l'avrebbe ceduto alla Regina e di ciò diede malleveria Lorenzo Trenta, mercatante lucchese, il quale si obbligò di pagare alla regia corte il denaro, se non si fossero tenuti i patti, Leonetto imborsò la somma stabilita, ed Arnaldo domandò un salvacondotto per andare in Francia coi compagni. Fu accordato, ma non cedeva il castello, affermava anzi, che non l’avrebbe dato, se non avesse prima visto libero Giacomo suo signore. La Regina lo fece assediare, ed il francese si so- stenne fino al mese di maggio dell'anno 1417, voleva denaro anch'egli: ebbe 3000) ducati e con dodici compagni salito sopra una galera catalana navigò al suo paese. Lorenzo Trenta pagò alla regia corte la malleveria (1). Restò Giacomo nè libero, nè prigieniero, senza autorità ( e intanto prima cura della Regina fu di cacciare dagli uffici i francesi, e abbassare coloro, che il marito aveva sollevato {3), li privò de’ beni loro donati (4). Rimosse dall'ufficio di suo segretario Giovanni Silvestre francese e vi pose Giovanni de Alexio e ordinò, che mai più potesse essere concesso a’ fran- cesi (5); nominò Stasio de Griffis capitano di Reggio in Calabria (1) Reg. Ang. n. 374, £. 286: dipl. del di 17 giugno 1417. Cfr. Montel. 6T. @) La Regina sonza fara alcun conto di Giacomo confermò alla città di Ta ranto tutti i privilegi antichi © «pecialmonto i diritti sullo salino. Reg. Ang. n. 374, £. 411. Dipl. del 15 gennaio 1417, () Misomi, 194. Diurn. di Montel. 67. (4) Adaì 15 novembre 1416 concesse a Tano di Lapo da Pisa il territorio datto Brizsonem a la Rotonda presso Misuraca, già possedoti dal francesa Gio. vanni Baciller, con l'obbligo di grana dieci da pagarsi in S. Maria d'agosto. Reg. Ang. n. I74, £ 374 1 () Reg. Ang. n. 347, £.70. fur. di oogle CORNE ERSIT 16 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1416) in luogo di Grigny de Grigny (1), Lancillotto Stagnario in Mol- fetta per Giacomo de Pistrin (2), Buffillo Frezza in Giovinazzo per Giacomo de Pasay (3), Agnello de Borgo in Barletta în luogo di Giovanni Alibert de Vayre du Chyaredon (4), e altri in altre terre e castella. Questi mutamenti non avvennero senza tumulti, perché i francesi erano odiati per l'orgoglio e la sete dell’oro. Giovanni Alibert de Vayre, come ebbe notizia dei fatti di Napoli e della deposizione di Giacomo, tirò i ponti e si chiuse minac- cioso nel castello di Barletta; i cittadini andarono ad assediarlo, e la Regina, per impedire danni, commise ad Agnello de Borgo di farla finita (5). Per un tumulto avvenuto in Rossano furono imprigionati alquanti cittadini, Lancellotto Rogie, capitano fran- ceso, voleva che fossero consegnati a lui; la Regina ordinò che fosse fatto un processo contro gl’incarcerati ed il capi- tano (6). In Bovino i popolani fecero danno nelle terre e ingiuria alle persone di Antonio ed Onofrio De Andreis amici e fautori di Giacomo (7). Più feroci furono i moti di Polignano. Erano i cittadini divisi in parte ed il vescovo Cristofero, Ruggiero da Rutigliano e Lucio fratello di lui, nemici della Regina, soffia- vano nel fuoco, proeuravano seandalo e davano occasione a zuffe sanguinose; gli amici della Regiha però riuscirono supe- riori e cacciarono dalla città Ruggiero, Lucio ed il Vescovo, corsero al castello, del quale era a guardia il francese de Mochia, l’ebbero per combattimento, lo misero a sacco, lo diroccarono. Patto questo, mandarono loro sindaci alla Regina per supplicarla di ordinare, che nessuno di coloro, ch'erano stati cacciati, potes- (1) Reg. Ang. n. 374, £ 237 L ©) Ivi £.298 (8) Ivi £ 235, 236, (4) Ivi £. 255, 230. La Regina nello stesso lempo diede l'ufficio di giudice presso i capitani delle città a molti sudditi di buon casato, Eccono alcuni: Nî- cola Montemurro fu mandato a Molfetta, Reg. 374, £, 348; Marino Scannapieco di Cava in Ariano, Ivi; Francesco Certa ia Gasta, Ivi; Guiduccio Pantonsi in Atri, io do Avellis in Salerno, Ivi £. 348 t.; Angelo Acciapaccia in Nicotora, Ivi; Antonio da Messina in Tropea, Ivi; Giovanni di Tancredi, in Sulmona, Ivi; Benedetto do Costantinis în Trani, Ivi; Nicola da Vestis in Manîredonis, Ivi, ete. () Doc. cit. Cfr. Loreneoo, Storia della città di Barletta, 1, 356. ©) Reg. Ang. n. 374, £. 56. (I) Reg. Ang. n. 374, £. 100. 4 agosto 14I7. x00gle CORNELL UNIVER (1416) LIbRO PRIMO n sero tornare nella terra senza ordine di lei, di dare un vicario al Vescovo, di perdonarli d'ogni eccesso. Ella consenti ad ogni domanda (1). I cittadini di Molfetta uccisero il capitano Giacomo de Passy, assalirono il castello, lo presero e demolirono, domandarono poi perdono alla Regina c l’ebbero a’ 15 di ottobre 1417 (2); altri capitani di terre s’accordarono per danaro (3), molte ca- stella tuttavolta restarono in potere dei francesi. La Regina intanto era larga di favori con le università, pro- metteva di tenerle nel suo dema menomava l'imposta delle collette, confermava 0 accordava privilegi. Gli aquilani le offer- sero settemila ducati per la cittadella, accettò e comandò a Bernardo de Oferio di togliersi il denaro © consegnarla al Co- mune per farne quello che voleva: fu diroccata. Concesse altresì agli aquilani la facoltà di proporre i nomi di quattro regnicoli e quattro esteri, tra i quali ella avrebbe scelto il cmpitano della (1) Reg. Ang. n. 374, 1. 123 t. 7 aprile 1417. L'Uaueiu,T.S. VII, 755 a questo punto è molto incerto, anzi erroneo, Scrive: « Christophorus episcopis scotorensis hue (in Polignano) traslatus 19 kl. Ja auarii 1401 ». Non aggiunge altro, gli dà por euccossore Nicola futto vessovo nel 141 < forto lo adhuc Christophoro >. Or in un diploma della Rogina Giovaana del 10 aprile 1417, Reg. Ang. n. 374, £ 110, nel quale si fa menzione dei fatti da mo narrati, è detto, che Cristofero, Ruggiero e Lucio di Rutigliazo farono cacciati da Putigliano: « propter zizanias et scandali ac errores et sedi- tiones quas et que seminsbant inter civea civitatis eiasdem in ipsa civitata per manserant contra fidelitatem nostre Regio maiestatis ac prosperum et tran- quilluzo ac pacificum statum Civitatis ipsius.. ». (2) Reg. Aog. n. 374, (. 20 t, 30, 37 t. Cfr. FARAGLIA, Il Comune nell Italia meridionale, 91. A' 10 ottobre 1416 la Regina aveva concesso alla città di Mol- fetta unn tratta di frumento. Reg. Ang. 374, £. 351. Nel mese di luglio si erano rollevati i cittadini di Giovinazzo ma per altro odio. La Regina aveva promosso di tenere la città nel suo demanio, poi l'aveva concessa a Manfredi da Bar- diano conte di Cuneo e di Conversano, il quale rafforzò il castello, raddoppio le guardie © miso tanta disperazione nei cittadini, che a" 22 di luglio 1416 insorsero, Assalirono il castallo, lo presero, uccisero il castellano, demolirono torri a mura. Domandarono perdono degli eccessi alla Ragina © l'ebbero con la promessa, cho mai più sarebbosi levato castollo in Giovinazzo. L. Paotu, Ist della Ciuà di Giovinazzo, 168, (8) Dal conto di Luigì di Corsinis mercante fiorentino appare, che egli accordò per seicento ducati i castellani di Toro del Greco e di Manfredonia. Reg. Ang. n. 372, f. 286. oogle Pitt 8 QIOVANNA Ml D'ANGIÒ (1416) città, ma per questo privilegio avrebbero pagato cento oncie per anno, come facevano al tempo del re Ladislao; confermò loro tutte le grazie, i privilegi e capitoli ottenuti dai re passati, perdonò tutti gli eccessi commessi fino a quel di. Assoldò Anto- nuccio de’ Camponeschi con 500 cavalli e 50 fanti, diede spe- ranza di altri benefizii. Questo leggesi nelle lettere spedite a Bernardo de Oferio a’ 22 ottobre 1416, e fu confermato agli otto di giugno dell’anno appresso (1). Antonuccio dipoi ai 10 di febbraio 1417 fu fatto vicegerente nella provincia dolla Valle di Crati (2), nella quale era giustiziero Malizia Carafa, che tra poco incontreremo în avvenimenti di grave momento (3). La Regina riformò corte e consiglio regio. Mantenne nell’uf- ficio di Logoteta e Protonotario del regno Francesco Zurlo Conte di Montoro (4); confermò in quello di Grando Giustiziero Nicola Conte di Celano (5); fece Annechino Mormile governatore e Ret- tore dell’ufficio di Grande Camerario (6); persuase Leonardo () Reg. Ang. n. 374, £. 47. @) Reg. Ang: n. 374, f. 315 L (8) A_ Malizia, giustiziero della Valle di Crati addi [1 febbraio 1416, fu parte- cipata la nòmina di Antowuccio. Reg. cit. £. 316 t (4) Il Sunwonte o. e. 1. IV afferma, che lo Zarlo successa in quell'ufficio a Gurello Orilia morto nol 1419, Ciò non è esatto, Il nome di lui nolla qualità di Logateta © protoratario si trova in un diploma dato per Antonello Rainone il dî I9 ottobre 1419 ed in molti altri; tra i quali tasta ricordare quello del- l'ultimo di febbraio 1417 pei figlioli dello Sforza, come dirò appresso. (5) Con un diploma del 15 gennaio 1417 la Regina confermò al Conto di quento terra @ castell o (Collarmele), Civi ana (Piscina), Strapetra, Castel di Venere, in Abruzzo; Castelluccio di Valmaggiore, S. Spirito in Capitanata; Roiano, Vitalba (Vicalvi), la Posta, Pietramolara, Castro di Campagnano in Terra di Lavoro; mezzo lago di Fucino col mulino di Penns, Lecce, Gioia coi casali di Templo a Montagnano, mezzo Campinuocio o Capestrano in Abruero; Rocsaromana in Torra di Lavoro. Reg. Ang. n 374, f 10% (6) Il 1° di maggio 1417 Giovanna II per pagare il saldo delle milizie, vendette a Corrado Acquaviva conte di S. Valentino il castello di Bacdeco in Abruzzo. La deliberazione di questa vendita fu presa în consiglio presenti Giacomo d Ursinia conte di Tagliacozzo, Avnechino Mormilo < Gubernator et Reetor uffi Magni Camerariatus Regni, Sicilia », Marino Boffa U, J. D. prosidonto della Camera © giudice Collaterale, Benedetto degli Acciaioli, Matteo Puldorico pre- sidente della Sommaria etc. Reg. Ang. n. 374, f. 127 oogle come UNE (1416) LIBRO PRIMO «#9 de Affictis de Scalis già Gran Cancelliere del ro Ladislao a rinunciare agli onori dell'alto ufficio, gli assegnò cento oncie d’oro sui diritti di sigillo, ed in luogo di lui pose Marino Boffa di Pozzuoli, dottore in legge, presidente della Camera e giudice Collaterale (1). Ammise nel Consiglio Benedetto Acciaioli conte di Spinazzola, Betto de Principatu da Lipari, barone ricco, padrone di galere, Gualtiero Caraceiolo siniscalco del regio ospizio, Duccio Mormile maestro ‘ostiario, Giovanni dei Carac- cioli Rossi conte di Gerace, Raimondo Orilia, Francesco Zurto, Baordo Pappacoda e molti altri (2). Trasse pure alla corte Ser Gianni Caracciolo, Artuso Pappacoda e Urbano Orilia, del quale dicevasi, che le erano stati grati gli amori (3). Altri baroni ebbero grazie e favori; grandissimi la casa Mormile, onde non vi fu persona di quella famiglia, che non abbia ottenuto ufficii e signorie. Simone Mormile fu fatto capitano di Miromagno e Trebitacce (4), Rernardo di Mileto e Nicotera (5), Anello di Atri (6), Enrieo Giustiziero della Terra di Lavoro e del Molise (7), Bernardo commissario ad inquirere contro gli ufficiali della Calabria (8). A”15 di luglio 1417 la Regina confermò ad An- tonio e ad Annechino figliuolo di lui le baronie di Bagnoli, Castelluccio d'Acqua Burroni, Rocca Sassoni, Vasto Gerardo della provincia di Molise, già loro donate da Ladislno per la morte di Giovanni de Trecio conte di Triventi (9); confermò ad Annechino, Francesco, Enrico e Nardo una concessione dello stesso re per convertire în terre burgensatiche i foudi, che possedevano in Napoli, Aversa e S. Cipriano (10). (1) 15 ottobre 1415 Reg. Ang. n. 972, {. 15. @) V. Sumonta, cit. lib, IV, 566. @) Misuri, cap. XXXIII, 204. Artuno Pappacoda ora stato caro a Ladislao. Quando uel 1405 si ribellò Luigi Saaseverino Conto di Mileto & Belcastro è lo stato di lui fu deroluto alla r. Corte, il Re diede ad Artuso Barbarano © Zags rene. S. Axmnnato, Famiglie nob. nap. 1, 18. 4) Reg. Ang. n. 374, f. 242, 12 cttobre 1416. () Ivi £ 230 £. 17 ottobre 1416. © bi £ 2418 (I) Ivi £ 207 È 22 sett, I4IT. @ ivi 6185. @) Ivi £ 98 t, 25 luglio 1417. (10) Ivi £ 987 t.5 fob, 1417. Nel Reg. Ang. 374, f. 245, 20 sett 1417, loggesi, che Annschino utile signore di Marigliano usurpò alcani eni dotali di Marietta Google : 800> GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1416) Coi nemici suoi la Regina fu benigna. Fabrizio de Capua, il quale con una compagnia di fanti e di cavalli s'era tenuto guar- dingo nel castello di Morrone, dopo il supplizio di Giulio Cesare, venne a patto a' 17 di luglio 1417: giurò di serbarle fede e di uscite dal regno con 150 cavalli e 60 fanti; gli fu assegnato Cristoforo Gaetani per accompagnarlo ai confini, se preferiva la compagnia di altro cavaliere, poteva sceglierlo fra questi uomini d'arme: Pietro di messer Antonio, Lenci di messer An- tonio, Rodolfo Castracani, Nanni di messer Spinello, Rampino da Padova, Russo da Cepagatti, Domenico della Cava, ovvero fra questi gentiluomini: Battista Capsce, Raimondo Cristiano, Russo Gaetani, Carluccio de lo Doce, Carrafello Carafa, Antonio Pulderico, Giorgio de Toraldo, Brancaccio de Brancacci. Se în costoro non aveva fede, poteva essere accompagnato da Ser Gianni Caracciolo, o da Antonello de la Ratta. Promise, che uscito dal regno non avrebbe fatta condotta con Luigi d'Angiò, nè arrecato danno alla Regina e ai fedeli suoi, e questa con- senti di fargli dare mille cento ducati e la licenza di esigerne mille ed otto da Marino della Lagonessa; toccato il denaro, fra venticinque giorni doveva uscire dal Morrone, e poi în otto dal regno. Gli fu dato il salvacondotto. Fabrizio, per guarentigia dei patti, diede ducati seimila. Alla terra del Morrone la Regina diminuì la tassa dello colletto, perdonò colpe ed eccessi, assi- curò le famiglie di coloro, che seguivano Fabrizio; a costui conservò la signoria del castello, aggiunse anzi l'ufficio di capitano (1). Fabrizio uscì dul regno, si acconciò col Duca di Milano e lo servi molti anni, onde il nome di lui s'incontra talora nelle istorie dei tempi (2). A'6 di gennaio la Regina perdonò la ribellione di Giacomo Orsini conte di Tagliacozzo, lo assolse dei saccheggi fatti, gli restituì beni © dignità (3), d'Alessandro moglie di Giiovanzello Monzulo. Fu falto richiamo alla Regina e questa commise n Giacomo Mele di Napoli e ad Aatonio Molignano di Amalî dottor in legge di dare il loro av (1) Reg. Ang. n. 374, f. 31 t. I capitoli furono pubblicati dal Mimreni Riccio nel Saggio di Cod. Dipl. Il, parte I, 40. @) Biono, Dec. III, lib. I, 104. ScreioNE ANMIRATO, Delle famiglie nobili nap. Parte prima, 50. @) Reg: Ang. n. 1.978. Google : (1416) LIBRO PRIMO 8 a’ 26 gennaio ordinò sl Conte di Carrara, Vicegerente di Abruzzo, di ridargli le terre di Verrucole, Cappadocia e Petrella (1), & addi 24 aprile concesse ad Isabella de Marzano contessa di Tagliacozzo la provisione di oncie dodici sui proventi delle terre del conte Giacomo marito di lei (2). Nello stesso tempo la Regina Giovanna rimise în istato la casa Sanseverina tanto duramente percossa da Ladislao; ordinò, che fossero restituite terre e castella paterne a Tommaso fi- gliuolo di Caterina e Luigi conte di Marsico e Sanseverino (9), gli concesse l'ufficio di capitano în esse (4); commise ai dottori in legge Gagliardo della Cava e Nicola Romano da Sorrento, che fossero spedite lettere di reintegra per le terre occupate a danno di Luigi Sanseverino in Diano, Marsiconuovo e Polla (5). A costui diede licenza di condursi dove gli fosse piaciuto (6), gli restitui la città di Mileto (7), dipoi a' 5 di agosto 1419 lo fece Maresciallo del regno (8). A Ruggiero Sanseverino marito di Cubella Ruffo ed al figliuolo Antonello concesso in feudo la terra di Strongoli (9); a Giovanni Antonio di Marzano duca di Sessa e conte di Squillace confermò il possesso di Teano, Calvi, Marzano, Rocca Monfino, Conca, (1) Reg. Ang. 374, £. 110, v'he puro nn diploma del 20 gennaio per Nicola © Battista de Montanea per 1500 ducati, che doveva pagar loro l'Orsiai e alla consegna, che essi doverano fare di certo castella. Ivi f. 308 t. @y Ii e 84t @) Rog: Aug. n. 374 £ 374 t. 375; 9 gennaio 1417. (4) Ivi £. 328: 11 gennaio 1417, Tommaso Sanseverino per ricuperare lo stato aveva promesso di pagare alla regia corte ventimila ducati d'oro, e la madre per guarentigia no aveva sborsato sedici mila, che assicurò sopra i feu fu dato il regio ameno a' 14 marzo 1417. Ivi £ 370 t. Caterina Sana nequintò al figlio ancho la torra di Polla. Ivi. (6) Reg. Ang. 374 £ 365, 10 marzo 1417. (6) Ivi £ 135, 11 settembre 1417. (7) Ivi £-416 4, 24 feb, 1017, tano di Nereto, indizio del pos (9) Reg. Ang. n. 374 fi 44 Sanseverino non era concordia pel possesso dei feudi. ogenita di Ottaviano Sanseverino, reclamava la restituzione d'ua castello a lei spettante per eredità ed usurpato da Tommazsello Saneeverino. Fu ordinato di prendere informazioni 2° 25 aprile. 1417. Reg. Ang. n. 574, £ 300. 8. — Fatactia, Giovanna 11 d'Angiò. Reg. 972 1.210. 82 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1416) Tora, Sianello, che costituivano il ducato di Sessa, i contadi di Squillace e Sarriano nella Calabria, Novi, Gioia, Baronia, Rocca d'Aspro nel Principato citeriore; rinnovò tutte le concessioni feudali fatte da Ladislao e da Giacomo della Marca al padre, 4 lui, allo zio Goffredo conte di Alife, che era stato Grande Contestabile del regno (1). Tornarono in onore gli sforzeschi, i quali, più degli altri, erano stati partecipi della mala fortuna della Regina. I francesi da prima furono restii a liberare Muzio Attendolo, perchè, contro ogni: promessa, volevano il riscatto, onde la Regina propose di fare il cambio con Lordino di Saligny (2). Or narrano i eronisti, che mentre egli languiva nella prigione, una notte vide in sogno S. Leonardo, il quale lo confortò e assicurò, che avrebbe ricuperata la libertà il giorno della sua fosta, e in effetto fu tratto dalla prigione 8° 6 di novembre 1416. Questo parve allo Sforza un prodigio, e nominò Leonardo un figlioletto natogli da Catella Piscopo, il quale fu dalla Regina tenuto al sacro fonte, ma poco visse (3). E poichè sulla spiaggia di Chiaia si levava una chiesetta molto antica intitolata a $. Leonardo in insula maris (4), Muzio Attendolo ottenne per ossa lettere regie a' 24 di febbraio 1417 per la conferma di alcuni privilegi concessi dall'imperatore Federico Il (5). La Regina a'23 febbraio dello stesso anno gli diede le terre sequestrate ai figliuoli di Pieretto de Andreis nemici suoi e ribelli : Troia, Torre Orsaîa, Apricena, la torre di Tresanti, Candelaro, Tertiberi © Castelluccia, che furono di Pietro Paolo de Andreis, Monte- corvino, la Pietra, Vulturino, la Motta e Cariati, già possedute dal fratello di lui Ettore (6). Margaritella della Marra però, vedova di Perretto de Andreis, mise innanzi suol diritti sopra (1) Rog. Ang. 374 £ 490, 1 novembre 1416. () Lovse ne Rosa, ma cit. 15. () Nisum, cap. XXXVI, ZI0. Caretti, 609. (4) Crocs, La villa di Chiaia in Napoli. Napoli nobilis. anno 1892, 6, 7. () Reg. Ang. n 374, £ 317. (8) Reg. Ang. n. 372, 24 t. Muzio Attendolo acquistò anche da Paparella Capeca « cabellam seu iura poncium trabium et asccoram quibus media în portu seu maritina civitatis Menfredonie » si caricsvano vettovaglie nelle navi Reg. Ang: n. 372, (. 83, t. Diar. anon. cit. 115 leggesi:.. «1417. la Regina * dodo Manfredonia a Sforza ». (1416) LIBRO PRIMO 83 Versantino e Candelaro, e per riaverli propose di pagare cinque mila ducnti, e di mandare alla regia corte la figliuola Giannina per damigella della Regina. Questa accettò le condizioni e com- mise a Giacomo Barone di esigere il denaro e condurre la fanciulla (1). Fu ingrandito lo Stato del Conticello: questo nome era dato a Francesco Sforza, al quale per i meriti del padre Ladislao aveva donato Tricarico, Senise, Calciano, Casabranda, Grassano, Craco, Caranota (2). La Regina gli donò Ariano, Apice, Montecalvo, Monteleone della Capitanata, terre già possedute da Ermingaldo de Sabran ribelle e fautore di Luigi Il d'Angiò (3): © aggiunse il titolo di Conte di Ariano e d’Apice. Era Fran cesco allora dell'età d'anni quindici (4). E la Regina Giovanna provvide anche alla successione dei figliuoli di Muzio Attendolo nei beni paterni con questo ordine : Francesco, Leone, Giovanni, Alessandro; e poichè essi e le sorelle Lisa ed Antonia non erano nati di connubio legittimo, per farli capaci della succes- sione, lì purgò dalla nota d' illegittimità (5). Agli sforzeschi i feudi furono concessi secondo il diritto dei franchi (6). Molti capitani sforzeschi acquistarono stato: n' 10 di maggio 1417 Renzo ebbe per sè e gli eredi suoi la signoria di Bitetto, che era terra del regio demanio; Foschino, figliuolo di madonna Margherita, Torremaggiore (7). Non trovo, che Michelino Rav (1) 4 giugno 1417. Reg. Ang. n. 374, f. 286 t @) Muri, cap. XXVI, 168, Cir, De Reovanis, R. I. S. XIX, 859. Questi di Francesco Sforza scrive: « qui in Apulia diminutive Contesellus dicebatur ». 0) Reg. Ang. n. 372, £. 27: 24 febbraio 1417. (4) Reg. Ang. n. 372, £. 25. Cir. Pierro Canpiso DacemaRIO, Vita Fr. Sfortiae R 1. 8. XX, 1026, Virate, Storia della r. città di Arimno, 89. €) < .. et nobilex iuvanes Franciseum Ariani et Apicii comitem primogenitam, Loonem secundogenituns, Jonanem tertiogenitum, Alerandrum quartogenitun filios, Lisam et Antoniam filiss ipsius magni comestabuli olim. naturaliter, maculaque illegittime nativitatis aspersos et per benefcium gratiose restitutionis i iter integratos et legittimatos, ad legittimum consortium adductos, splendore lustratoa.. » furono dichiarati capaci di ereditare dal ‘fiadre. febbraio 14I7, Reg. Ang. n. 372, (23. () Mazio Attendolo ebbe anche l'uficio di capitano per le sue terro a' 28 di febbraio 1417, Reg. Ang. n. 372, f. 27, Francesco fu messo in possesso delle sue a' 26 di febbraio. Ivi, e a' 28 ottenne altresi l'ufficio di ci 0. Ivi. ©) Nel Diario anon. in Perger cit. 115 è riforita questa notizia sotto la data 10 luglio 1428. oogle 7 lan 84 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1416) griano abbia ottenuto signorie, ma molti anni dopo lo incon- triamo nel regno con credito (1). Domenico di Bosio degli Atten- doli menò sposa Giovannella Gesualda, la quale gli portò in dote Mola, Gioia, Acquaviva, S. Nicandro, Bastignano, Cellamare, e la Regina altresì a' 10 di luglio 1417 gli concesse l'ufficio di capitano in queste terre (2). I capitani sforzeschi a questo modo si fecero padroni di vaste signorie e di molte castella nella Puglia, onde formavano tra loro una potente confederazione militare, contro la quale la Regina istessa non avrebbe potuto facilmente lottare. (1) Con diploma del 20 marzo 1431 la Regina necordò una moratoria ad Aotonello di Coluccio de Pasto di Maufredonia pel pagamento di 800 ducati d'oro, dei quali era debitore a Michelino di Ravignanis, Francesco do Cicorio di Firenze, Leucio de Ursinis di Barlotta ed altri. Reg. Ang. n. 377, £. 268. Gi Rog. Aug. n 974, £ 230. STORIA DELLA REGINA GIOVANNA II D'ANGIÒ LIBRO SECONDO Google Original from digitzeaby Google CORNELL UNIVERSITY Deposizione di pp. Giovanni XXIII — Morte di Luigi IT d'Angiò. — Accordo del Tartaglia con Braccio. — Soccorso do- mandato alla Regina da! Cardinale di S. Eustachio. — Ser Gianni Caracciolo. — Ambasceria della Regina al Concilio. — Braccio occupa Toma. — l'reparativi dello Sforsa per andargli contro. — Matrimoni di Leonelto Sanseverino con Lisa Sforza e di Giovan- nella Stendardo con Marino Boffa. — Diffalta di Tacopo Caldora € del Conte di Monteoderisio. Due avvenimenti in questo tempo avevano favorito la Regina: la deposizione di Giovanni XXIII, sempre avverso ai principi durazzeschi, e la morte di Luigi II d'Angiò (1), ond’ella poteva sperare bene dal futuro pontefice e deporre il timore d'una imminente spedizione angioina, aspettata dai baroni, favorita da Braccio da Montone, il quale meditava grandi fatti. Questi s'era proposto di acquistare Perugia per occupare poi le terre della Chiesa; fece gente, assoldò Angelo di Andrea di Lavello, detto Tartaglia, buon capitano di ventura, inimicissimo dello Sforza. Il lavellese mise tra i patti della condotta, che Braccio dovesse aiutarlo ad acquistare le terre sforzesche dell'Umbria. Si trovò allora a mal partito Micheletto degli Attendoli, ch'era al soldo di Braccio, ed aveva poche genti e poco denaro per difenderle; lo aiutò tuttavolta Nicolò Piccinino, per gratitudine dei favori avuti da lui, e, avendo anch'egli difetto di denaro, gli prestò tanti pegni, che quegli ne riscosse quattrocento ducati. Micheletto si ridusse ad Acquapendente, il Tartaglia occupò le castella, che volle, i senesi, amici di lui, si tolsero Chiusi, (1) Gonrno:, Hist. de Charles, VI, 705 Google ci TR sB GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1417) Montegiove, la Ripa e Bagno. Così fu disfatto lo stato degli sforzeschi. Braccio d'altra parte ebbe Perugia, Todi, molte castella minori; Narni e Spoleto si diedero a lui spontanee (1). Il Cardinale di S. Eustachio, governatore delle terre della chiesa, vedendo avanzare îl nemico pericoloso, domandò aiuto alla Regina (2), la quale conservava ancora Civita Vecchia, Ostia e Castel S. Angelo (3). Fatte le proposte al regio consiglio, parve propizia l'occasione per fare cosa grata al Concilio, e fu deliberato di radunare un esercito e mandarlo alla difesa di Roma; il comando fu dato a Muzio Attendolo Sforza (4). Questi accordò la condotta di tre lancie ai cavalieri e baroni, che volevano seguirlo; Ser Gianni Caracciolo ne domandò quattro, il condottiero non consenti, ed egli rimase a casa con dispetto. Coloro, i quali si dilettavano di astrologia, videro in questo l'influenza delle stelle, che gli promettevano l'amore della Regina e grando stato (5). Dicono, che Ser Gianni Caracciolo nel mese di decembre 1416 fu fatto dalla Regina grande Siniscalco, ed ebbe il ducato di Venosa: ebbe ufficio e signoria, ma più tardi (6). Figliuolo (0) Miwori, cap. XXXI, 195. Annali Senesi RIS. XIX, 425, Orient, cit G70, 672. Buonicowrno, 113. Caupano, Vita Brachiî, lib, IV, 528 © seg. Ann. Foroliv. R. I. S. XXII, 209. Ammmnaro, ed. cit., V, 42, n. (2) Campano, Lc. @) In un diploma dato dalla Regina a' 3 aprile 1417 si fa quietanza ad Ottino Caracciolo per aver pagato ducati 150 al Castellano del Castel S. Angelo, » 250 x Fiorentino Conentsbile di fanti in Ostia. Reg. Ang. 974, £ 141. (4) Per raccogliero îl denaro occorrente alla spedizione la Regina vendette molti feudi e castella. Cedette fra gli altri a Carlo Cammeciolo, detto Carafa, la terra di Agnone nell'Abruzzo citeriore per sett mila ducati. Carlo pagò la metà della somma, non potette però avere la terra, onde gli furono dati in pegno Calvi a Rorchetta nella Terra di Lavoro. Nel diploma, che è del 21 maggio 1417, la Rogina afforma, che aveva venduta la torra per provvedera alla speso del- l'esercito, Agnone ed alire terre erano in quel tempo nelle mani dei baroni ribelli, e bisognava conquistarlo. Ai 7 di agosto fu dato ordino a Marino di Somma di domarli con l'aiuto di Jacopo Caldora. Reg. Ang. n. 374, £. 76 t. © Meri, cap. XXXIL 200 (0) Diurn. eli Montet. 67. SuumoNTE, lib. IV cit. Nel diploma del 16 novembre 1417, col quale la Regina diede in pegno a Ser Giovanni la terra di Cerignola per 2000 ducati avuti In prestito, gli sono dati i semplici titoli di milite, con sigliero e fedele. Reg. Ang. 374, f. 29. Venosa poi fu nel 1419 data a Giordano Colonna, e non l'eble Ser Giovanni prima del 1428, come racsonterò. î Google (1417) LIBRO SECONDO 89 di Francesco Caracciolo, detto Poeta, nobile e povero, aveva Ser Giovanni esercitato da prima l'ufficio di notaio, come leg- giamo nelle memorie antiche (1). Col suo valore incontrò fortuna nella milizia, Ladislao l’ebbe caro. Narrano, che quando il Re assediava Taranto, un cavaliere nemico si fece innanzi baldan- zosamente a sfidare i durazzeschi, e Ser Gianni lo affrontò, scavalcò ed uccise (2); Il giorno innanzi alla battaglia di Roccasecca, nella quale fu fatto prigioniero, fu ornato dalle insegne di cavalleria da Ladislao (3), il quale poi lo fece gover- natore delle terre della chiesa, come ho raccontato. Tornò a Napoli dopo che il Cardinale di S. Eustachio ridusse Roma all’ubbidienza del pontefice, ed il suo nome non si trova fra quelli dei baroni, che tante congiure ordirono al tempo, nel quale Giacomo della Marca fu potente. Tornata in onore Gio- vanna, si mostrò devoto a lei. Nella corte allora fra i giochi, le feste e la vita allegra s'era ridestato il turbinio delle passioni intorno alla Regina, amori, gelosie, ambizioni, ed i fatti divulgati e ingranditi dalla fama aggiungevano vergogna al nome di lei già vituperato, ond'era paragonata a Cleopatra (4). Mentre prima la dicevano innamorata di Urbano Orilia, ora affermavano, che era presa di Ser Gianni (3). Pensando, che ella era pervenuta al limitare della vecchiezza, l'animo non s'acqueta a dare fede (1) «Questo Signora Messer Zamnino fo prima notaro et figliuolo de uno nominato Poota Carszola pur gentiliomo, ma non de stato no ricco ». MinvrI, cap. XXXII, 200. « Il Caracciolo in principio di sua pueritia benche gentil buomo fusse per non avere nè roba nè stato, fu figlivolo d'uno chiamato poeta Carae: ciole ». CoLtentccio, Comp. delle Tsiorie eto. Ed. Ven. 1543, 178. Ho riportato questi due tratti per mostrare come il CottENUCCIO ebbe innanzi lo momoria del Minvri. Per ciò che riguarda il Poeta Caracciolo bisogna. ricor daro i versi cantati dai popolsni dopo l'assassinio del grando Siniscalco, come vedremo a luogo opportuno. () Tuistano Camuccioto, Vita Ser Gioni, C. Ed. Gravier, VII, 25. @ Misvri, cap. XXIII, 159; cap. XXXII, 201. () « Ipaa vero Ragina, sen quondam alia, sola Rogno Apuliae dominatur, quod absurdum cel, et monstro Aegyptiaco simillimum ab omnibus fantidiendum, Non propter me dico, qui tam procul absum, sed propter Regni fastigium ». DE Repustts, 822. Il mostro egiziano del ReDusIO proviene dal fatale monstrum dell'odo XXXVII del 1° libro di Orazio « Nune est dibendum ». €) Il Bow5o, dee. II, lib. I, 407 dice insano questo amore. oogle CORNE ERSIT 90 GIOVANNA TT D'AN (1417) intera a queste notizie, ma conviene di riferirle, perchè le raccontano tutti gli scrittori dei fatti del regno. Narrano altresi, che Ser Gianni aveva tanto a schifo i topi, che non gli dava l'animo manco di vederli. Frequentando con altri cavalieri il Castel Novo e intrattenendosi negli appartamenti regii a con- versare e darsi diletto col gioco degli scacchi, un di Ja Regina ammaestrò una cameriera, come dovesse presentargli un topolino sorpreso nella trappola, mentre egli sedeva al tavoliere. Esegul gli ordini la donna, quegli si turbò, levossi prestamente, ‘si cacciò in una stanza, il cui uscio era aperto e trovatasi innanzi la Regina lo caddo nello braccia. Sorrise ella, e gli svolò la fiamma, che celava (1). Creda chi vuole, io no: a lei forse mancava altro modo? Certa cosa è, che Ser Giovanni di per di acquistava favore: cominciò ad allontanare gli emoli, tra î quali messer Urbano Orsilia, che gli dava fastidio. Mentre si preparavano le armi per la spedizione di Roma, il regio con- siglio deliberò di mandare in nome della Regina una solenne ambasceria a Costanza per dimostrare al Concilio quali fossero le sue buone disposizioni verso la chiesa e dichiarare la sua devozione al futuro pontefice. A questo fine furono scelti Fran- cesco Caresio, capuano, Vescovo di Melfi (2), Urbano Orilia, Giovanni Crispano e Francesco de Salimbenis, senese, dottor in legge e giudice della Curia del Mastro Giustiziero e Pasquale di Riccio da Campli (3), e addì 8 d'aprile 1417 la Regina spedi lettere a principi, re, regine, baroni, signorie, comunità e prelati onde dessero loro favore per rendere agevole l'andare ed il ritorno, concedendo franchigia di dazii, gabelle, pedagii (4), diede per iscorta uno squadrone di sessanta cavalli. A_ Urbano (1) L'aneddoto è narrato dal Minuti, che non lascia occasione per vitupe- raro la Regina, cap. XXXII, 201 e da lui lo trassero altri scrittori. Cfr, Sum monte, lib, IV. ©) Uonetu, 1.8; 1. 37. (3) Il diplomm, col quale al Salimbeni fu dato questo ufficio. trovar fol. 6 del Reg. Ang. n. 372. Il foglio è perduto, ne resta la notizia nei Repertorii del Sicota. Patata, Storia Eecl. e Civile, ed. 1891, Il, 155. () Il dos. è pubblicato dal Miwieni Riccio nel Seggio di Cod. Dipk IL parto I, p. 13. Per errore Francesco da Salimbenis è detto degenis. (HT) LIBRO SECONDO DI Orilia oltre le commissioni pel Concilio, altre ne furono date per altri luoghi (1). Braccio intanto non era rimasto inoperoso. Dato ordine alle cose di Perugia, a’ 3 di giugno andò col campo a Castel Giubileo, e il Cardinale Legato sulle prime si mise sulla difesa, poi, mutato avviso, andò egli stesso agli alloggiamenti bracceschi in S. Agnese per sapere quali fossero i divisamenti del Con- dottiero, e questi gli disse, che voleva oceupare Roma per mantenerla nella devozione del futuro pontefice. Il Legato, sentito il veleno della risposta, si parti; e il popolo romano, che prima s'era sbigottito, cominciò ad agitarsi, perchè Braccio faceva correre la campagna da’ suoi cavalli, menava prede e prigionieri; le spighe ‘già biondeggiavano e non c'era sicurtà per raccogliere le messi, e, pel timore di perderle, furono fatte proposte di ammettere nella città i bracceschi consenziente il Cardinale di S. Antangelo, mandato per assistere il Cardi- nale Legato. A'16 di giugno Braccio, si presentò alle porte, il popolo trasse a vederlo e a salutarlo, ed egli entrò in Roma, menando trionfo, tolse il titolo di Difensore dell’Alma città, creò il Senatore (2). Intanto Muzio Attendolo nel mese di maggio aveva posto gli alloggiamenti al Mazzone delle rose prosso Capua, per aspettate i cavalieri, che tardavano. Andarono con le loro genti Cristofero Gaetani conte di Fondi, Jacopo Orsini conte di Tagliacozzo, tornato all’obbedienza della Regina, came ho raccontato, ed altri baroni; indugiavano però Jacopo Caldora, Perdicasso Barile conte di Monteoderisio, il Conte di Carrara ed altri cavalieri abruzzesi. E Muzio Attendolo, mentre aspettava dava ordine ai suoi fatti domestici e provvedeva alla grandezza dei figlioli. Affidò la difesa della Regina e delle terre sue a Renzo degli Atten- (1) «Pro nonnullis nostris agendia et negotiis ad presenciam Sacrosancti Constanciensia Coneiliis.sanci ue domini nostri Domini futuri summi pon- ot ad non nallas mundi partes cum oquilibus sexeginta vol circa proson- cialitor destinamas ». Reg. Ang. n. 374, £. 307 t. Il Muri, a proposito della partenza dell'Orilia, già amato dalla Regina, scrivo: « Et però chi vuole regnare et durare appresso tignori se deva sforzaro et ingegnare non lassarse cazare da camera, et essere appresso a La persona ct vista del signore con chi vole parseverara ate. ». L. c. 204. (®) A. Perni, Diarium R. LS. XXIV, 1061. Google ai 92 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1417) doli, ch'era vicegerente del Principato (1); promise in isposa a Leonello Sanseverino la figliuola Lisa con lo doti di quattromila ducati e l'assegno di alquante terre (2); si studiava di conchiu- dere il matrimonio tra il figliuolo Francesco e Giovannella Sten- dardo leggiadra e rieca di molto oro e di molte terre ereditate dal padre conte di Alife. Già Bonifacio IX di casa Tomacelli, quand’ella era bambina di quattro anni, aveva fatto disegno di darla in isposa al nipote Sanello, in quel tempo fanciulletto anch'egli © fatto le promesse, come portava la mala consuo- tudine dei tempi, i bambini furono posti nel letto insieme, il matrimonio doveva essere confermato e messo ad effetto, per- venuti ad età matura (3), ma nel 1403 mori il Papa, e di questo parentado non fu fatta più parola. Allorchè Giovanna di Durazzo tornò in Napoli, vedova del Duca di Austria, si tolse la fanciulla per damigella. Amministrava in quel tempo la casa della Duchessa messer Marino Boffa, che poi fu levato a grande stato, quando ella divenne Regina, e Sanello, vedendo che la fanciulla veniva innanzi negli anni bella e fiorente, fece suo avvocato messer Marino per conchiudere il matrimonio, ma le cose furono menate tanto, per le lunghe, che Sanello perdette la speranza, la fanciulla © la dote, perchè Muzio Attendolo aveva su di lei messo gli cechi per darla al figliuol suo. Ne fece motto a messer Marino, e di continuo lo veniva sollecitando a menare a capo senza indugio la bisogna, dovendo partire per la spedizione di Roma. Temporeggiò tuttavolta messer Marino, (1) 16 agonto 1417, Reg. Augs n. 374; £. 208. (@) Atwuri, nel cap. XXXIII, 205, dice, che le terre furono Lese, Corrone Piutiglione. Deve essere inesatto. (fr. CriveLLI, 675. Giorto, o. c. cap. XIII. Di isa Sforza e Leonello Sanseverino nacque poi Roberto, che fu capitano eccellente ad ebbe ntato nella Lombardia, quando Francesco Sforza acquistò il dueato di Milano, () Nel Reg. Ang. n. 309 £. 03 trovasi un diploma del 10 febbraio 1407, col quale Ladislao donò ad Andrea Tomacelli di Napoli milite e consigliere regio < ac suis utriusque sexus heredibus ex suo corpore legitime discendentibus natia jam et in postero nascituris in perpetvum Terrss Arpini, vallis saneti Martini, Gallinari silanorum et Montia nigri cum turri Carnelli que sont gratione puelln Johannelle Extandarde de provintia terre Lab quo Johannella ipsa in pupillari etate decedat aut alias quantum cumque sine liberis legitimis ex suo corpore descententibus seu quomodo cumque alias dicte Terre ad manu» nostre Curie legitime devolventur ». cosu vid x00gle SEA (1417) LIBRO SECONDO 9 e come quegli fu lontano, fatta ragione delle convenienze degli altri e delle sue, tolse per sè la fanciulla, la menò in moglie ed ebbe la ricca dote e la signoria delle terre di Arpaia, Arienzo e Cancello (1). A mezzo luglio Muzio Attendolo levò gli alloggiamenti dal Mazzone, poichè Jacopo Caldora ed il Conte di Montsoderisio gli fecero intendere, che lo avrebbero raggiunto sulla via di Roma; li aspettò alquanti giorni a Pietra- molara, poi andò col campo a Frosinone, e là fu avvisato, che i baroni abruzzesi con mille e duecento cavalli erano giunti alla Badia di Casamala. Muzio Attendolo ebbe sospetto della loro fedeltà; poi gli fu riferito, che gli tramavano insidie e facevano pratiche con Braccio per pigliario in mezzo e farlo prigioniero. La fede e l'animo del Caldora erano noti, la Regina si studiava di cattivarselo con uffici e benefici, ma egli non piegava (2). Mentre lo Sforza raccoglieva l'esercito per la spedizione di Roma fu con lui sopramodo larga di favori: gli confermò il possesso di tutte le sue terre (3), lo fece capitano di Agnone (4), gli diede Minervino con l’ ufficio di capitano (5), lo fece castellano (1) Movwri, cop. XXXI, 200. XXXII, 201. XXXIII, 202. Diurn. di Mont. cit. 87. (®) Nel Reg. Ang. n. 374, £ 287 i. v'ha una lettera data dalla Regina a favore dello Sforza a° 10 luglio 1417, nella quale leggesi: « Tibi qui de nostro mandato oretenus feeto cum nostro exercitu tam intra quam extra Regnum nostrum Sicilie feliciter militstorus tum pro conservatione et defensione nostri stutus nomi ot honoris nostrorumquo fideliuma ot reipublico tum pro nogotiis magnis et ardai aliisguo premissa taagontibus et concoraontibus prout cis a nobis oretenue plonario informatus quia nos nequivimus premissis personaliter iateresse, e liberam plenariam et omnimodam agendi gerendi faciendi commietendi con- cedendi exequendi et generaliter ori gula faciendi licentiam con- sedimua, et otiam potestatom concedoni enter tibi in promi quolibet premitsorum ac dependentibas emergentibus st cognezia predictis totaliter et plonario vices nostras, promictentes insuper ac Tibi sub verbo et fido Regalibus firmitor polliceates habere ratum gratum et firmum omnern (sic) totum et quitauid per te ia premiasis et quolibet pretissorum dependentitus emergentibas et cogneris predictia agere gerera etc. ». (8) Reg. Ang. n. 374, f. 420, 5 fobbraio 1417. U) Ivi £.960t. 5 feb. detto. La concessione dell'ufficio di capitano in Aguone pare, che dimostri, che il Caldora aveva pretensioni © diritti su quella terra, onde non fu consegnata a Carlo Caracciolo detto Carafa, che l'aveva comperata dalla r. corte, come ho ésposto sopra. ©) foi £ 364 5 feb MIT. oogle CORNELL'UNIVERSIT di GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1417) e capitano di Manfredonia (1), gli assegnò la quarta parte dei diritti per la tratta di frumento, orzo, legumi dal porto della stessa città (2), e la provisione di 500 oncie suî proventi della dogana di essa (3); e oltre a questo gli aveva già assegnato i diritti di tratta per 700 salme di frumento dalla regione pugliese (4). Muzio Attendolo per levarsi îl sospetto mandò a dire al Conte e a messer Jacopo, che fossero andati a lui e, per mostrare il buon proposito suo, offri per loro sicurtà di dare ostaggi Fran- cesco e Marco degli Attendoli. Il Conte tenne l'invito e andò senza apparato cavalcando un mulo, lo Sforza gli fece buon viso e quegli scolpò sè e Jacopo della tardanza. Il condottiero lo tenne seco a desinare, levate le mense, lo accomiatò (5), ma subito raunò î capitani suoi ed espose ciò, che sapeva delle insidie dei baroni abruzzesi, mostrò loro lettere della Regina, che gli dava larga potestà di agire, come gli piaceva; aggiunse che reputava meglio d'andare contro di loro, che aspettarli: ordinò quindi di prendere le armi e seguire le bandiere. Egli si trovò in punto prima degli altri e; spiegato il gonfa- lone, mosse per andare a trovare i caldoreschi con tanta furia, che Andrea da Serra, Nanni di messer Spinello ed altri capitani gli corsero appresso, e lo raggiunsero a cinque miglia dagli accampamenti (6), Due ore innanzi notte pervennero a Casamala stanchi, trafelati, perchè avevano cavalcato col sole di luglio e videro Jacopo accampato alle spalle d'un colle, che sovrasta (1) Ai 90 giugno 1417 la Regina inesricò Giovanni Barone di ricevere il giuramento di fedeltà da lui impedito di recarsi a Napoli. Reg. Ang. cit. £ 209 t. @) Ivi £. 162, 29 giugno 1417. () Ivi £ 1021, 90 giugno 1417. (9) Ii £. 400, 8 febbraio 1417. (8) I più accurati cronisti a questo panto sono discordi: Nei Diurnali di che il conte fu sostenuto, il Misuri, cap. XXXIII, 206, afferma, iù veri Moniel. legges che lo Sforza rimandò libero il Conte. Per l'ordine dei fatti mi pare tiero il Miur, cho forso ora presente. D'altra parte, so lo Sforsa sostenuto il Conte, Jacopo libero avrebbo avuto occasione di accusarlo di malafede. (6 Il Minur, loc. cit. racconta, che i capitani sforzeschi, come raggiunsero Mazio Attendolo gli dissero, che non doveva movere quasi solo sopra gente gagliarda ed usata alla guerra. Egli rispose ridendo, che andava a trovarè Jacopo Caldora, che era di quei dell'Avigana Google - (1417) LIBRO SECONDO ®d la Badia. Il luogo forte per natura era stato cinto di un fosso e. come Jacopo scorse gli sforzeschi col gonfalone del condottiero spiegato, comprese, che venivano ad assalirlo, e raunò i suoi sul fosso, ma quelli li cacciarono ed inseguirono fino alla Badia. Jacopo fece poca difesa quel di, perchè non aspettava lo Sforza e poco sangue fu sparso, restò morto Bartolaccio di Bologna uomo gagliardissimo. Jacopo ed il Conte, fatti prigionieri, furono menati alla rocca di Falvaterra, che era di Cristofero Gaetani, Marco degli Attendoli restò a guardarli. Ciò avvenne il di primo d'agosto; le compagnie del Caldora fecero la condotta collo Sforza (1), il quale alla Regina diede ragguaglio dei fatti, ed allora si scoverse una larga congiura di baroni: molti furono imprigionati, e tra essi il conte di Bisceglie. A questo punto nota l'arguto scrittore dei Diurnali detti del Duca di Monteleone, che la Regina credette di farsi la croce e si cavò un occhi perchè repressi quei baroni, che erano il fiore dei condottieri del regno e a suo danno fece potentissimo Muzio Attendolo (2). Jacopo perdette ufficii e terre (8), Perdicasso Rarile fu spode- stato del contado di Montedderisio, ma poi lo riebbe, avendo dimostrato d'essere stato imprigionato per colpe attribuitegli a torto (4). Fu questo l’indizio d'una ribellione dei baroni di fede angioina, presto repressa nel regno: forse ad essa diede occasione la recente grandezza di Ser Gianni Caracciolo, il quale non era della parte loro. (1 Oltre le cronache citate, v. Lrowanvo Borri, Arch. St. nep. 1804, 723. @) Diternoli di Monteleone, 68. @) 413 d'agosto la castollania di Manfrodonia fu data a Giovanni di Cnssi Reg. Ang. n.374, 207. Ai 18 fu dato ordine ad Earichello Scannaserice, Guglielmo de Comite e Onofrio de Pratalis di Sulmona, uomini dotti în diritto, di ridurre alla regia corte tutta lo terro di Jacopo, del frats)lo Raimondo, di madonna Rita Cantelmo loro madre. Reg. Ang. cit, £. 244, t. (4) Aatonello di Eboli s°impossess) di Speronasino, Castropignano, Castro della Rocca, Castro Monteforte, di Cnstel Bottaccio e di Capracotta. A'22 di decembre 1417 la Regina ordinò a Renzo degli Attendoli, che era allora Vicegerente della Terra di Lavoro, del Molise e del Principato, di restituire al Conte di Monteoderisio il suo stato. Reg. Ang. n. 372, f. 116. oogle CORNELL'UNIVERSIT Original ro CORNELL UNIVERSITY Ir Lega e parentado tra Muzio Attendolo ed 12 Conte di Car- rara. — Fazioni contro Braccio. — Kotta del Piccinino. — Fatto d'arme tra lo Sforse ed il Tartaglia a Toscanella. Muzio Attendolo, spacciatosi dei caldoreschi, condusse l’eser- cito a Marino, ed il Conte di Carrara, ammaestrato dai fatti di Casamola, gli fece intendere, che sarebbe andato a lui con la sua compagnia, se gli avesse dato sicurtà, e quegli non solo lo assicurò della persona e della vita, ma promise di dare în isposa la sua figliuola Antonia ad Ardizzone secondogenito di lui. La pace fu fatta, e le nozze celebrate sullo scorcio della quaresima (1). Era disceso lo Sforza nella campagna romana col proposito di dare prestamente battaglia, Braccio, però, se bono vedesse i cavalli sforzeschi alle porte di Roma, non si fece tentare, perchè voleva conservare l’esercito e un grande numero de’ suoi era infermo di febbre, nè uscì fuori delle mura, quando a’ 10 d'agosto lo Sforza si fece innanzi la porta di S. Giovanni in Laterano col gonfalone spiegato, nè mutò proposito per la sfida, che gli fu mandata col guanto, bruttato di sangue, messo alla punta d'una picca (2). Importava tuttavia a Muzio Attendolo di soccorrere il Castel S. Angelo, e poiché non poteva gittare un ponte sul Tevere vicino alla città, deliberò di andare a Ostia, dove trovò la campagna abbondante di binde, di pascoli, di frutti, di bestiame. Si trattenne colà alquanti giorni () €. et poi (Antonia) andò a marito a Trois la settimana di Lazaro». Minori, 208. @) Minori, 1 e Dier. Rom. 1053. 7. — Farucuia, Giovanna II d'Angiò. oogle e 98 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1807) per dare riposo agli uomini e rinfrescare i cavalli, poi, costruito il ponte sul fiume e condotti i suoi sulla riva destra, lo disfece. Gli dissero allora i capitani, che se aveva rotto il ponte, perchè nessuno potesse tornare indietro, bene aveva fatto, ma se di là dal fiume non aveva amici, per fornirlo di vettovaglie, come le avrebbe provvedute? Con la punta della lancia, rispose, e si mise per la via di Roma. Narrano, che sulla sera, spiegate le tende, un corvo entrò nel padiglione dello Sforza e fu preso, parve un buon augurio, ond’egli, la mattina appresso, condusse l’esercito innanzi alla città certo, che avrebbe fatto battaglia; ma Braccio, uscì senza ferire colpo e, per non essere inseguito, fece rompere il Ponte Molle. Lo Sforza entrò in Roma a" 27 di agosto, creò senatore Spi- nello di Siena, fece i conservatori, chiuse nel castello il Cardi- nale di S. Angelo, che s'era mostrato amico di Braccio (1), provvide col Cardinale legato all’occorrente per la conservazione di Roma; ed essendo trascorso il tempo della condotta delle genti d’arme, rifece la ferma con quelli, che volevano rimanere al soldo. Ricomposto l’esercito, andò a trovare Nicolò Piccinino, lasciato da Braccio con 400 cavalli a Palestrina, lo sconfisse e fece prigioniero, e per la memoria della cortesia, che aveva fatta a Micheletto, lo tenne in omesta prigionia quattro mesi e lo mandò libero, seambiandolo con altri cavalieri bracceschiî prigionieri. Deliberò poi di movere contro il Tartaglia, che gli aveva levato le sue castella dell' Umbria, e nel mese di ottobre si mise all'agguato in Viterbo; ma il Lavellese s'era chiuso in Toscanella, ond’egli, infastidito di quel vano aspettare, all'uscita di novembre si levò con quattrocento uomini a piedi e a cavallo per sorprenderlo. Dove il luogo gli parve acconcio, presso la terra, appostò in una forra una compagnia di soldati, altri mandò innanzi a fare rumore per trarre il Tartaglia dalle mura, con l'ordine di dare indietro per tirarlo agli agguati. Così fu fatto. Il Tartaglia, udito il rumore degli sforzeschi, uscì dal castello, e quelli si volsero a fuga, li insegui e cadde nelle insidie. Tre ore durò il fatto d'arme, perchè il Tartaglia, che era gagliardissimo, si sostenne arditamente, ma lo Sforza, che (1) Diar. Rom loc. cit. Google : (1417) LIBRO SECONDO 9 voleya pigliarlo, chiamò Santo Parente, Girardo Graziano © Pelino e domandò loro: conoscete il Tartaglia? Signor si, rispo- sero; ed il Contestabile aggiunse: egli è travestito sopra le armi, è quello, disse, e mostrollo a dito: non attendete che a lui solo, trovate modo di pigliarlo o di gittarlo da cavallo. Signore, dissero quelli, bastiamo a questo noi tre? Andate, rispose il condottiero, vi terrò gli occhi sopra, fate ciò, che ho detto; ed essi senz'altro si cacciarono nella mischia. Gli altri cavalieri sforzeschi, tra i quali era Pietro Palagano di Trani, fecero impeto sopra i nemici; ma il Tartaglia non piegava; lo Sforza mandò innanzi lo stendardo ed il figliuolo Francesco, il quale faceva le prime prove delle armi, ed il Lavellese, temendo d'essere percosso alle spalle, diede indietro. Lo incalzarono gli sforzeschi: Girardo, alle porte di Toscanella, cadde di cavallo, e fu salvato dai compagni, che sovraggiunsero; Pelino e Santo Parente si misero alle coste del Tartaglia e lo seguirono dentro la terra, ma, chiuse le porte, furono presi dai nemici. Già cade- vano le ombre, lo Sforza fece suonare a raccolta ed, în segno di vittoria, inalberò il suo stendardo innanzi le mura (1). Dipoi tornò a Viterbo, e come ebbe notizia, che il Concilio addi 11 novembre 1417 aveva eletto pontefice Ottone Colonna Cardinale diacono di S. Giorgio al velo d’oro, il quale s'era nominato Martino V, andò a Roma; assegnò la città a Giordano Colonna, fratello di lui, lasciò a guardia di essa Foschino con mille settecento cavalli e Antonio Minuti piacentino, suo cancelliere, il quale scrisse le cronache sforzesche, e col resto dell'esercito mosse pel regno. (1) Nel Miweri, dal quale ho tratto il racconto, cap. XXXV, 215, si legge Pico invece di Pietro Palagano. Cfr. Conto Hist. di Milano, ed. Cavalli, Venezia 1565, par. IV, 720. Cnivetut, 830. Camrano, 545. Giovro, o. c. cap. XXX. Google CORNELLUN Original from by Google CORNELL UNIVERSITY IM Merli della Regina vero Martino V. — Prepotenza di Ser Gianni. — Prigionta di Annechino Mormile. — Moti in Calabria repressi da Antonuccio dei Camponeschi. — Bovina di Cosenza. A Napoli, come giunse la novella dell'elezione del nuovo pontefice, furono fatte feste e luminarie; lieta era la Regina, certa d'averlo benevolo per ciò, che aveva fatto in benefizio della Chiesa, perché non solo aveva mandato l’esercito per cacciare di Roma Braccio, ma s'era studiata anche di procu- rargli nemici nell’Umbria e nelle Marche. A' 2 d'ottobre aveva ella spedito a Carlo Malatesta ed a Ludovico Meliorati messer Francesco de Riccardis di Ortona, uomo maturo, e pratico delle cose di stato per fare con loro concordia e lega ad onore della chiesa romana, del futuro pontefice, e per la conservazione degli stati loro (1); e poiché, come ho raccontato, Rieti, turbata dalle fazioni civili, s'era data a Braccio, a' 14 d'ottobre sorisse all'università di Città Ducale, che per fare guerra a costui « nemico della Chiesa ed infedele », aveva ordinato al Conte di Carrara, governatore della Q) La lettera regia fu pabblicata dal Mixreni Riccio nel Saggio di Cod. Dipl. cit. 50, Cfr. Antinoni. Raccolta di Memor. ist. delle tre Prov. degli Abruzzi, Ill, 176. Dieci anni dopo la legazione di Francesco de' Riccardia la figlivola di lui Caterina sposò Firmano figliuolo di Ludovico Meliorati. Nell strumento del 12 ottobre 1427 è riportata la procura fatta in Milano a' 13 di luglio da Firmano per contrarre il matrimonio. ll documento erizinale è con- sorvato dui Signori Cspogianio di Sulmona, nella cui famiglia mi astinso quella dei Meliorati por donna. oogle CORNE ERSIT 102 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1417) Montagna di Abruzzo (1) e capitano di guerra, di perseguitare e sterminare i reatini, onde l'ammoniva ed esortava a favorirlo e daro ricetto all'esercito di lui (2) Nè la Regina s'ingannava, perchè Martino V s'era proposto di spegnere lo scisma, di rico- stitrire la signoria temporale della chiesa per restituire la potestà civile e religiosa della Santa Sede, e d'altra parte meditava d’ingrandire la casa sua, ed il regno gli offriva un largo campo per soddisfaro questa ambiziono. Quando Muzio Attendolo nel mese di decembre tornò a Napoli trovò cose. nuove: la Regina era tutta di Ser Gianni, il quale si studiava di allontanare da lei coloro, che gli facevano ombra, e di porre nella corte e negli ufficii gente sua: il consiglio regio era mutato in tirannia, chi non seguiva il gran Siniscalco nop era sicuro dei beni e della vita. E tutto questo era fatto in discapito dell'autorità regia. Add primo di decembre fu sor- preso, cacciato în prigione e torturato Annechino Mormile; i memici di lui affermavano, che aveva pratiche col Duca di Angiò, gli amici dicevano, che erano calunnie: egli, messo alla tortura fortemente affermava d'essere aceusato a torto. Con lui furono gittati nelle prigioni Giovannello Lupolo e Giovannello da Pettorano; Francesco Mormile, fratello d'Annechino, si chiuse nel castello d’Eboli per provvedere alla salvezza sua, la Regina mandò soldati per combatterlo, ed egli fece poca stima delle armi e di lei, e restò non domo nelle salde torri, aspettando il tempo della vendetta. Queste. ribellioni mosse dall’ invidia, dall'odio contro la prepotenza di Ser Gianni e del regio con- siglio, che egli volgeva a suo modo, non erano fatte contro la Regina, la quale era solo accusata e vituperata per leggerezza donnesca, prendevano tuttavolta le apparenze di una congiura angioina, ed agitavano il regno. Nella Calabria però le rivolture furono fatte in favore di Giacomo della Marca; le represse Antonuccio de’ Camponeschi. A'2 di agosto i cittadini di Catan- zaro assalirono il castello, oppressero il presidio, che lo guardava per la Regina, inalberarono le insegne del Re Giacomo. Capo (1) Rag. Ang. 374, £. 249 t. V. Faracua, Corografa Abruasese Medioevale, Arels. St. nap. 1801, $ XV. (@) Reg. Ang. n. 974, £ 281 L Google n (1417) LIBRO SECONDO 103 del moto fu Pietro Paolo da Viterbo, detto Braga, Marchese di Cotrone, conte di Belcastro, il quale al tempo di Ladislao era stato maresciallo del regno, giustiziero, capitano di guerra nella Calabria, consigliere e ciambellano del Re, che gli aveva donato molte terre (1). Antonuccio, avuto notizia della rivolta, con pochi soldati, corse a domarla, e i cittadini, per la repentina presenza di lui, e perchè, come avviene nei moti popolari, sbol- lito il primo furore, gli animi si quetano, vennero a patto. Promise Antonuccio di mantenere le antiche consuetudini citta- dine, e i privilegii, se gli avessero aperte le porte; ma pochi francesi, che erano nella città, vedendo di mal animo queste pratiche, si studisreno di mandarle per le lunghe. Prevalsero però i partigiani della Regina, e la notte de' 20 d'agosto leva- rono un subitaneo tumulto: i francesi furono percossi o uccisi, e due giorni appresso Antonuccio entrò nella ciità con due bande di cavalli. La Regina dipoi a' 5 di ottobre confermò le promesse di Antonuceio, perdonò gli eccidii della notto dei 20 di agosto, concesse favori agli ebrei, li francò di alcune gabelle, permise loro d’andare senza il segno, che li distin- gueva dai cristiani (2). Questi favori ne fanno certi, che essi pagarono le spese del tumulto. Pietro Paolo da Viterbo fu dichiarato ribelle e spodestato d'ogni signoria, ma tra poco riebbe terre ed oneri (3). Più gravi furono i rumori di Cosenza; la parte della Regina fu sopraffatta, fu ucciso Filippo de Leone cittadino ragguar- devole, corse Antonuccio e disfece mezza città. Non abbiamo notizie delle lotte, conosciamo gli effetti, la repressione fu atroce, Ridotta Cosenza all’ubbidienza, i cittadini mandarono loro sindaci, tra i quali fu Antonio de Telesio, alla Regina per supplicaria di condonare parte dei pagamenti fiscali, perchè (1) Reg. Ang. o. 355, f. 04, 132; Reg. n. 366, È. 0, O t. Reg. n. 387, £.53, &. Reg. n. 369, £. 101 ete. (2) Oxsane CaranzaROo, Di alcune antiche pergamene spettanti alla cittù di Catanzaro, Arch. st. nap. 1878. Gli ebrei furono francati delle gabelle della tintoria è della mortassi @ Reg. Ang. 374, f 28. Palotondario che era di Pietro Paoto fn dato nd Anello Boffa Castellano del Castelnuovo. Nel 1419 era capitaao di guerra nella Calabria, Reg. Aog. n. 372, f. 165. oogle 7 lita 104 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1417) Antonuccio aveva distrutta la città (1). E restò nell'animo dei cosentini tanto acerbo odio contro l’aquilano, che quattro anni dopo, quando Luigi III d'Angiò venne all’acquisto del regno, si volsero a lui, supplicandolo di non mandare mai più nella provincia ufficiali abruzzesi (2). Tumulti e ferimenti avvennero in altre parti del regno: Molfeita si levò a rumore (8), i cittadini di Montoro del Prin- cipato, eccitati da Giacomo Antonio della Marra, detto Serino, si ribellano contro Francesco Zurlo, Protonotario del regno loro signore (4). (1) A'2 maggio 1419 la Regina ordinò, che il nobilo Antonio do Thelesio Cosentino dottor in Legge ed Angelillo e Petrillo do Martino di Massa fomero messi în possesso delle terre comprato da Pietro Mancino detto Romano. Reg. Ang. 372 (117 (2) «Item, che nullo unquam tempore Antonuezo de Laquila ne parenti, ne suo amico ne affel ato ne ancora homo de Abruto poza havere uffitio ne juris ditione nec ad justitiam nec ad guerram in la provintia do Valle de Grate et Terra Jordana et tutta Calabria et si fosse facto per errorem vel fraudem li homini de la dicta provintia non siano tenuti ad obedire. Concedatur ut potitur.» Rome, 15 giugno 1421. Dai Privilegi et cap. della città di Cosenza. Napoli 1557. (8) Reg. Ang. n. 974, £1 37 t: dipl. del 18 ottobre 1417, Il dissidio avvenne per l'ufficio di protontino, Domenico degli Attendoli Visegerente di Bari e Capitanata s'iatromise per pacificare i cittadini. (4) 23 agosto, 1417. Ivi f.27 t IV Grandezza di Ser Gianni Caracciolo. — La pragmatica Filin- geria. — Deposisiono di Marino Boffa. — Concordia di Ser Gianni e Muzio Attendolo. Ser Gianni intanto, pervenuto a tale grandezza, che nel regno niuna cosa era fatta senza volere di lui, crento Grande Siniscalco (1), mostrò subito avarizia, orgoglio, dispregio delle leggi, perchè a lui, privato, bastò l'animo di fare abrogare una costituzione del regno, per togliere alla casa Filangiera il contado di Avellino. In un capitolo delle costituzioni del regno era ordinato (2), che, morto il padre, dovessero essere ammessi all'eredità i figli e le figliuole; i maschi però dovessero essere preferiti nella successione dei beni feudali, concessi comunque per diritto longobardo, o franco, con l'obbligo di maritare le sorelle, dando la dote de paragio. Se rimanevano solamente figliole, queste potevano ereditare i feudi, esclusi i consanguinei. Ser Gianni avova condotta in moglio Caterina Filangiori nata di Jacopo Nicola conte d'Avellino, nella cui famiglia la successione feudale era regolata dal diritto dei franchi. Venuto a morte lasciò quattro figlioli: Cubello, jl primogenito, che (1) Fra la fino di ottobre 1417 ed il principio dell'anno seguente. Nel diploma del 7 ottobre 1417 ricordato sopra per Cerignola data in pegno a Ser Gianvi, questi è delto milite, contigliere, fedele. Nella prammatica detta Filingeria, la 1° de feudis, che è de' 25 gennaio 1418 è appellato milite grande Sinesealco del regno. (@) Consi. Regni Siciliae, i. II, tit. XXVI. Zn aliguibus. oogle come Unita 106 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1418) ereditò i feudi, Arduino, Giovannuccio, Urbano e la figliuola Caterina. A costei, quando sposò Ser Gianni, Cubello assegnò 800 oncie d’oro per dote, ma non le pagò, di poi egli morì e gli altri fratelli in breve lo seguirono al sepolcro. La Cate- rina allora fece quistione: può la donna, che vive secondo il diritto dei franchi, ereditare il feudo, morto. îl padre? una sorella, dotata dal fratello coi beni del padre, è capace di suc- cedere nel feudo? Le quistioni erano sottilmente poste, perchè nel fatto trattavasi di eredità fraterna, dalla quale non erano esclusi i consanguinei. Le consuetudini volevano, che i feudi rimanessero al sangue, e non passassero per donna ad altra casa e a questo modo era perpetuata la grandezza d’una famiglia baronale. Aggiungi, che quando mori Cubello, Ladislao occupò il contado di Avellino, donò alcune terre agli amici suoi, altre vendette per sua utilità; vedendo però, che i Filan- gieri avrebbero messo innanzi | loro diritti sopra di esse, asse- gnò il termine di quattro anni per fare i richiami. La Caterina, che a quel tempo non sperava ln grandezza presente, non si richiamò nel termine stabilito, mutate le condizioni, affermò, che non l'aveva fatto, perchè alla morte del fratello era di anni diciotto, minore. Ser Gianni, astuto, evitò di portare il piato innanzi ai tri- bunali, pregò la Regina di far esaminare le sue ragioni da un consiglio di uomini savii in diritto: furono Marino Boffa, Jacopo do Montemagno e Pietro da Pistoia giudici della magna Curia, Giovanni Arcamone di Napoli, che era già stato giudice degli appelli nella Curia, Blasio Sisto, Gurello Caracciolo, Carlo Mollicello di Napoli, dottori in diritto, Jacopo de Gris e l’a- bate Rainaldo Vassallo. Questi furono di avviso, che dei feudi di diritto franco, la sorella non ottiene l'eredità del fratello, quando sia stata dotata con beni fraterni; vivendo col diritto longobardo la donna è esclusa dalla eredità feudale, se fu dotata tanto con beni paterni, quando fraterni. Questa sentenza era di Marino da Caramanico, nella glossa della costituzione del regno « ut de successione », al paragrafo: « et coniugatae et dotatae. » Ser Gianni aveva ottenuto l'intento; valse più l' autorità del chiosatore, che la costituzione, e la Regina con la famosa prag- matica del 25 gennaio 1418 sanci l’avviso dei dottori. Essa oogle (1418) LIBRO SECONDO 107 ebbe effetto di legge, e nelle raccolte delle pragmatiche è la prima sotto il titolo « de feudis » e fu celebre col nome di Filin- geria (1). Con questo documento Caterina Filangieri ebbe facoltà di sperimentare le sue ragioni contro tutti coloro, i quali pos- sedevano i feudi del padre: ma perchè Giovanna II non era ancora stata riconosciuta Regina dalla Chiesa, della quale doveva tenersi vassalla, e questa condizione di fatto poteva reputarsi difetto in diritto, la Caterina domandò poi la conferma della pragmatica e l’ebbe a' 10 decembre 1419 (2). A questo modo Ser Gianni divenne conte di Avellino, e tolse una bella e ricca signoria a Filippo Filangieri, zio paterno della moglie, e a Matteo figliuolo del fratello di lui Riccardo (3). La prag- matica diede poi occasioni di lunghe quistioni oi giuristi (4), ma la famiglia Filangieri andò in rovina e per varii secoli non s'incontra quasi più il chiaro nome nelle storie del regno; tornò tardi in fiore e nel secolo XVIII aggiunse alla gloria antica quella di Gaetano Filangieri (5). Gli effetti della Filingeria si videro presto: i baroni temettero, che i loro beni passassero ad altre famiglie, e la Regina, richiesta di dare ordine alla successione della casa Gaetani, provvide în modo non conforme alla famosa pragmatica, perchè, essendo a Jacopo Gaetani successo Cristofero figliuolo di lui, () Ordinarianeate nello raccolte delln pragmatiche non v° è data. V. Vantus: io l'ho tolta dall'originale testo incluso in un diploma del 10 decembre 1419. Reg. Ang. o. 375, £. 28 1 ® Y. la nota precedente. ( Ricca, La Nobiltà della dua Sicilia. St. dei feudi. Napoli, 1850. Canpina Goxzaca, La casa Filangieri. Napoli, 1889, p. 118 © seg. (0 È iantito nl mio scopo di riferire tutti coloro, che fecero quistione della Filiogeria ; Cfr. tuttavia SuxmoNTE, lib. IV. Gianwox®, /st. Cip. Ed. Gravier XI, cap. VIII, $ I, 108. Gansatni, 7st, delle leggi e Magistrati. Napoli, 1736 Il, lib. 9, p. 202. PrccHtA, Stor. polit. e cio. del regno. Dissort Il, 6 XXXVI. () Noterole è il giudizio, che Garrano Fitanoeni dà della Filingeriz nella Scienza della Legislazione, liu. Il, cap. IV: « Un'altra legge, dice, converrebbe atolire presso di noi. Questa é quella, che preferisce nella successione doi adi la Aglia del primogenito ai suoi fratelli, Questa legge dettata dalla pas- ione e dall'amore di una voluttuosa Regina, questa legge, cho trasporta i beni di una casa in un'altra è che impoverisce ua fratello per arricchire un s0e0, questa legge è quella, che ha cagionata la rovina della fu dell'Autore, e che no poria il nome, questa è la prammatiea Filangeria. » Google . DR 108 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1418) ordinò, che, se questi fosse morto senza prole, dovevano sue - cedergli nel contado di Fondi i nipoti Jacopo, Ruggiero, Fran- cesco, Ludovico (1). Secondato Ser Gianni dal prospero vento della fortuna andò arrogantemente innanzi per la sua via. Non vedeva di buon animo, che la Regina udisse molto i consigli di messer Marino Boffa, deliberò di perderlo (2). Ottino Caracciolo, il quale fino a questo tempo s'era tenuto da parte, saputo il proposito di Ser Gianni, si studiò di salvarlo col favore di Muzio Attendolo; a costui diceva: è una pecorella, tu lo maneggerai meglio di Ser Gianni, e per l’ingiuria, che t'ha arrecato della donna, farà quello, che vorrai tu. Muzio, però, per la memoria dell’in- giuria e per non dare occasione all'inimicizia di Ser Gianni, non volle secondare Ottino; Marino fu allontanato dalla corte, e andò a menare vita privata nelle castella della moglie (3). Restavano a fronte lo Sforza e Ser Gianni: fra loro era con- tesa di primato. I cronisti ci tramandano notizie, le quali, ancorchè vere non siano, rivelano l'eccitazione degli animi, e i provvedimenti, che i partigiani, se amici, riputavano op- portuni, se nemici, sospettavano. Gli sforzeschi narrano che Ser Gianni voleva col veleno levare di mezzo lo Sforza (4); questi però, oltre la potenza delle armi sue, aveva il rifugio della parte angioina. A Ser Gianni non mancava tuttavolta modo di noiarlo, di straccarlo non dandogli îl denaro delle paghe dei soldati. Soleva lo Sforza ogni anno a primavera raunare al Mazzone le genti d'arme e fare una mostra solenne il giorno di S. Giorgio, a'23 di aprile. Or sapendo, che Ser Gianni assoldava gente per sè, fece le viste d’andarvi per (1) G. B. Caniner, Doc. scelli della Ecema famiglia Gactani di Roma. Roma, 1840. @) Vione il sospetto, che Marino Boffa, oltre l'antica fiducia, che godeva della Regina, era mal veduto da Ser Gianni, perchè foree non gli era stato favorevole nella quistione filingeric (8) Trovo, che la Regina, con un diploma del 10 febbraio 1419, ordinò ad Ursillo Minutolo milite, Cepitano di Lucera, di occupare la Torre del casale di Nollo in Capitanata, ls quale era tenuta da Maiteo Ferraro di Lucera in nome di Marino Beffa, Cancelliere del Regno. Reg. Ang. n. 372, f. 109. /) Miwuri, 229. Google ” TR (1418) LIBRO SECONDO 109 la mostra, ma in fatto per altro fine; mandò a chiamare Fo- schino e Antonio Minuti con le genti d'arme, che aveva lasciate a Roma, Gerardo e Santo Parente dall’ Umbria, e altri capitani da altre parti, nel mese di maggio andò ad incontrarli alla Torre degli Schiavi presso Francolise e si trovò con 1700 cavalli in ordine. Gli amici della Regina, fiutato il vento, si studiarono di togliere i sospetti fra i due potenti e ricorsero ad un espediente solito dei tempi: lo Sforza diede a Marino Caracciolo, conte di S. Angelo, fratello di Ser Gianni, Clara sorella di Foschino con la dote di sette mila ducati (1); ma fecero parentela, non pace. (1) Mivoni, 222, scrive, che lo Sforza assegnò in dote Cadognola per VIII mila ducati. Forse ipotecò la dote. Dice il eronista, che lo Sforza diede Clara al conte di S. Angolo « fratello e Janni per fermar l'arvicitia con parentado, ma non gli valse mai nè amicitia nè parentado, che voless® bene a Sforza. » E poco appresso, 223: « lanni În questo tempo se operò, mediante li smici do Sforza tanto, che la Regina dette a Sforza Benevento et Manfredonia ». Il Boxcta, Afem. st. della Pontificia citià di Benevento, Il, 195, nota, che la Regina fece quella donazione col consenso di Martino V. Certa cosa, è che lu Sforza pose in quella città, non lontana da Napoli © prossima allo terre sforzescho di Puglia, gli alloggiamenti della sua cavaller Google PRE visa Google CORNELL UNERSITY Spedizione dello Sforza contro i villani sollevati nel Princi- pato © 4 baroni ribelli. — Accordi di Ser Gianni con la casa Orsini. — Matrimonio di Francesco Sforza con Paltasena Rujfo. — Muzio Attendolo Sforza e Francesco Mormile movono ostil- mente contro Napoli. — Loro sconfitta alla piazza délle Correte. — Sono accolti in Acerra dagli Orilta. Ma Ser Gianni vedeva con timore le bande degli uomini d'arme sforzeschi raunate non lontano da Napoli. Era in quel tempo fra Leonetto, genero di Muzio Attendolo, e Tommaso conte di Marsico, entrambi di casa Sanseverina, sorta una contesa. Morto Bernardo Sanseverino, aveva Tommaso occupato per forza le castella di Caiazzo e Cerreto a danno del figliuolo Leonetto, col protesto, cho questi non era nato di legittimo matrimonio (1). E nello stesso tempo c'era nel Principato un moto di villani, al quale non so, se diede occasione l’ani- mosità dei baroni contro la regia corte, o la carestia delle biade, la quale in quell’anno fu grande; non manca chi dice, che li abbia aizzati Ser Gianni per suoi propositi. Per allon- tanare Muzio Attendolo da Napoli, fu mandato a reprimere i villani e domare i baroni ribelli del Principato e della Basili- cata e quegli, che stava inoperoso «su le viste di mangiare, bere, andare a dormire » (2), di buon animo mosse a quell’ impresa, ed i nemici di lui lieti udirono, che s'era allontanato con le (1) Axnanato, Delle fam. nob, etc. par. 1, 19. @) Miwori, 293. oogle come UNE 112 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1418) squadre dei suoi cavalli, certi che, avendo a fronte i baroni ribelli e alle spalle i villani, sarebbe stato disfatto (1). Fece allora Ser Gianni liberare Jacopo Caldora ed il Conte di Monte Oderisi, i quali erano stati presi dallo Sforza nel- l'assalto della Badia di Casamala, trattò con gli Orsini paren- tadi e leghe: promise di dare în isposa al giovinetto Conte di Nola, Raimondo Orsini la sorella Isabella con sette mila dueati di dote (2), fece venire a Napoli Francesco Orsi prefetto di Roma e gli affidò Il governo delle armi per la difesa della città. Muzio Attendolo però seppe tanto ben fare, che ingannò l'aspettazione dei nemici suoi; andato con le armi, usò le arti di pace. Accordò Leonetto ed il conte Tommaso, che era di parte angioina, fece pratiche con altri baroni; andò a trovare Francesco Mormile, il quale perdurava nella contumacia e fatto consiglio, deliberarono di correre sopra Napoli © liberare il regno dalla tirannia di Ser Gianni e del consiglio regio. Stando Muzio Attendolo alla Polla mandò ad effetto il matri- monio del figliuolo Francesco con Polissena Ruffo contessa di Montalto, nobile signora, affine della Regina, ricca, giovine infelicissima, la quale era vedova di Giacomo de Mailly (8), e portava in dote venti mila ducati, un grande tesoro a quei € Mr, 228 @ A questo matrimonio la Regina disde il consenso ai 20 settembre 1418. Reg. Ang. n. 372, £. 35, ln questo diploma, dopo di essersi , che c'era ua trattato di matrimonio tra il Conte di Nola grao giustiziero del regno ed Isabella Ceracciolo, i «per verba congrua » era atato i, logge, « deniquo ipse comes nolanus magister justitiarius minor annis vigiati, major tamen sonia quindecim, ut per ipsius corporis aspectu evidenter apparuit et Appart et suo juramento firmavit.... ». Tanto era s quei tempi l'incerterza dell'età. L''aseaso regio fu anche richiesto « per cautelam magnifici Algiasii de Urninis patrui st dudum balij tostamontarie ». « A_lî 29 do Settembre 12 tiono lo Conte do Nola fo lo ingresso do lo mi ato, ot ali 25 porto la mogliere a Nola ». Diurn. di Afontel., 00. Confr. Summonte, ed. cit. lib. IV, 576. (8) A'7 aprile 1417 Polisena fu investita della capitania di Rossano. N diploma è fatta menzione di Giacomo de Mailly morto « diebua procimi Reg. Ang. n. 374, f. 220, £ ‘0 lu (1418) LIBRO SECONDO 113 tempi, ed uno stato amplissimo (1). A dieci di agosto diede al figlivolo licenza d'andare in Calabria, gli assegnò Berardo per governatore, Franceschino de Lorenzana per cancelliere e com- pagni d'arme Bernardo da Camerino, Furlano grande, Pelino di Cotignola, Bianchino di Parma, Antonello de Alfano, Arri- guzzo della Rocca Bolone, Matteo de l’Alpe, Reinoldo da Cotignola, Ettodoro Albanese e Minutillo. Nell'accomiatarlo am- maestrò il figliuolo con tre consigli: primo, gli disse, non toccare moglie e figliuola di vassallo o persona cittadina, secondo se batti un famiglio, non tenerlo più, caccialo dai tuoi servigi, chè si ricorderà sempre dell’offesa, terzo, non cavalcare m: cavallo sboccato. Francesco a’ 23 d'ottobre sposò madonna Polissena in Rossano. Furono nozze infelici : l'anno appresso nacque di loro una figliuola, e nel mese di luglio 1420 la (1) Il Minori, 225, scrive: «Jo quali terre (dello stato della Polissona), sono queste, zo Monte Alto, Lo Fosse, Cariati, La Stalla, Melcona, Umbriatico, Cassibono, Campagna, Rockelere, Sanchierillo, Messiano con li casali, Cerontia, La rocca do Aneti, Cuciaris, Pietra Paula, Calviti, Chacuri, et Chietro, La Mota de Filocastro, Calinera, Briatico con li Casali. Et Sforza se assecarò sopra le dotto torro ducati XXV mila che rescosss Mossiano 0 Briatico... ». To trovo, che a'7 maggio 1417 Polissena Rufo Contessa di Montalto ebbe la conforma dol l'ufficio di capitano dello terre sue: Montalto, Calveto, Tarsia, Bucculerium, Campana, Scala, Verzino, Cerenzia, Caccuri, Roccaneto, Casabono, Cariati coi Casali e S. Maurello de Arso, Mesinno, Briatico, Motta Fellocastro nolle perti- nonzo della città regia di Nicotera Reg. Ang. 374, £ 229, t_ Il Criveru, 680, riforiaco, seguondo il Minvri, cho Briatico o Mossiano furono riecaltati dallo Sforza per 25 mila ducati. Aozi il Mixuri, 225, affrma, cho lo Sforza x Ii rescosse di Misser Rizardo Morisco. » [o trovo invero questa notizia. Il di 27 febbraio 1427 la Regina feco quietanza di ducati sei mila « quod olim dum vir nobilis Bassus Spinellus do Nespoli teneret et possideret. pignoris nomine Terram Montis Alti sitam in provintia vallis gratis et terre Jordanis nos mote dovotis supplicationibus culmini nostro porsectis per quondam pectabi magnificam mulierem polissenam Ruffam de Calabria comitissam Montis Alti neptem nostram carissimam atque fidelem tuac viventem mutuavimus sibi de propria nostra pecunia duc. suri sex mil e mila la Polinsona aveva riscattata la terra, gli altri mille duesti erano stati rostituiti da Muzio Attondolo Sforza a Cabella Ruffo contorsa di Altomonto zia materna della Polisena. Reg. Ang. n. 370, f 113, i. Cubella Ruffo contessi di Altomonta e Corigliano addi 15 gennaio 1427 ebbe anche l'investitara di Mileto e d'altro terze già possedute da Luigi Sanseverino avo di lei. Reg. Ang. 376, £. 112. Sposò Ruggioro Sanseverino conte di Tricarico e fu madre di Antonello. 8 — Fariouta, Ginvanne IT d'Angiò. È Google omni AE 14 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1418) Polissena morì în Cariati, otto giorni innanzi era morta la figliuola, avvelenate l'una e l'altra dalla zia materna Contessa Cubella Ruffo d’Altomonte. Cosi narra il cronista sforzesco (1). Accomiatato il figliuolo, Muzio Attendolo mosse contro Napoli. Gli era stato riferito, che Ser Gianni aveva istigato i villani a tendergli insidie per la via, e lo avrebbe fatto uccidere al ponte del Sarno presso Scafati. Si guardò lo Sforza dai villani e pervenuto al ponte, ch'era sotto le mura del castello, l’oc- cupò, ma temendo di essere percosso dall'alto, si travesti da saccomanno e passò fra gli altri soldati con la celata in capo e la lancia in mano. Giunto presso Napoli pose il campo all'acqua della Mela e diede segni manifesti d'inimicizia. La Regina s'impauri. I napolitani, che non erano avversi a Ser Gianni, perchè li teneva contenti col buon mercato dell'annona, essendo d'indole quieti e quasi neghittosi, non usati alle armi, amici di feste e di spettacoli, alla notizia d'un esercito nemico non lontano, furono atterriti. La Regina chiamò gli eletti della città e dichiarò loro, che Muzio Attendolo era suo nemico capitale, raccomandò, che di e notte facessero buona guardia. Risposero quelli: Signora, voi ci avete ingannato intorno allo Sforza, molte volte vi abbiamo riferito quello, che vedevamo. Molti amici intanto, fra i quali Bisello Brancaccio, s'erano uniti ai ribelli, altri nella città sofavano nel fuoco e prepa- ravano sorprese. Sull’alba del di 28 di settembre Francesco Mormile col favore de’ consorti si presentò co' suoi cavalli alla porta del Carmine, oecupò la piazza del Mercato e la sor- presa fu tanto repentina, che i nemici di lui non pensarono manco a pigliare le armi. Entrarono poi nella città le torme sforzesche e d'ogni parte si levavano grida: viva, viva la Regina, muoiano il falso consiglio ed i tiranni. Nessuno faceva impedimento. Francesco Mormile andò alle case sue nella regione di Portanova e per la via scontrollo messer Nocella Scannasorice, il quale gli gridò: tu sei stato la rovina della casa nostra e minacciò di percuoterlo, ma non lo fece per rispetto dei nobili del Seggio di Portanova e lo lasciò andare. Lo Sforza intanto con le bandiere spiegate conduceva i suoi ja di Monto Alto, (1ì Minuti, 224, 225, Dico però, che Gubella era Cont x00gle IE ta (1418) LIBRO SECONDO 115 squadroni lunghesso il mare alla piazza dello Correie, innanzi al Castel nuovo, e la Regina ed il Consiglio, veduto quell’ap- parato d'armi, cominciarono a parlamentare: diceva lo Sforza, che egli non era nemico della Regiua, ma fedele servitore, non voleva però essere sopraffatto da Ser Gianni Caracciolo e dal- l'avaro Cristofero Gaetani, i quali desideravano la sua rovina e la morte. Da parte della Regina trattava Francesco Orsini e forse si sarebbe venuto a eapo di qualche accordo, ma ella negava il perdono a Francesco Mormile, reo di fellonia. Tra l'andare e il dire fu consumata molta parte del giorno, ma quando nell'ora dei vesperi gli sforzeschi erano intenti a rinfrescare i cavalli, i soldati del Castelnuovo improvvisamente si misero a lanciare verrettoni e usare le bombarde, il Prefetto di Roma uscì dal castello con una buona mano di fanti, li assall e li cacciò in rotta per la via di Chiaia. Gli sforzeschi ebbero a pena agio di raccozzarsi fuori ln grotta di Pozzuoli, misero a sacco le taverne e si raccolsero a Belvedere disfatti e svali- giati: avevano perduto seicento cavalli e robe assai (1). Di notto si condussero poi alle Fratte ed il giorno appresso al Casale di Principe, dove stettero tre di. Vedendosi Muzio Attendolo a mal partito, deliberò d'andare a Benevento per rifarsi e aspet- tare la buona occasione, ma gli venne un soccorso opportuno dalla Casa Orilia. Questa già grande e potente, quando regnava Ladislao era ora lasciata da parte senza onore; imparentata con i Filangieri, consenti va all'odio di costoro contro Ser Gianni. Questi, d'altra parte, aveva volto lo sguardo al contado d'Acerra, che era degli Orilia, e a que’ di correva In voce, che voleva collocare in matrimonio una figliuola con Gabriele Orsini nato dal Principe di Taranto e Maria d’Enghien e farle assegnare (1) I Cronisti non sono concordi interno al giorna della rotta degli sforzeschi alle Corraio. No' Diurm. di Montel, 70, ed in Giuusano Passano, 11, leggosi, che avvenne a' 18 di settembre; il Mistri, 228, ed il Diar. anon. in Perger 115, non pongono data; il Carvesti, 690 traduco in latino il testo del Minuri, neanche il Tuxutauus, cap. NXIX, 20 pone data, Il Sunmonte, ed. cit. lib, IN, 578, scrive a 28 di novembre; a' 28 di settembre sì leggo în una nota aggiunta al tanto del Noran Giucowo, 60. lo credo, che la rotta arvenne a' 28 di settembre, como si rilovorà dall'ordino dei fatti, che seguirono. oogle CORNELL'UNIVERSIT 116 GIOVANNA Il D'AN (1418) in dote quel contado (1). Gli Orilia dunque a'2 di ottobre accolsero Muzio Attendolo nel loro castello. Questi alloggiò la cavalleria in Afragola, traeva vettovaglie da Pomigliano, Ot- taiano e altre terre della Casa Orilia, correva la campagna ed impediva gli approvigionamenti di Napoli (2). (1) Diurn, di Montel. 70. ll Tuoini, nel supplemento all'Apologia del Ter- minio, 7, afferme, che di Gurello Orilia protonotario del regno e Clementina Mele nacquero: Pietro signore di Caiazzo, Acerra, Ottaiano, Squillo, Mignano, Roccapipirozzi, Maranola, Castel Onorato, Cempello, Casal di Scauli, Scarafea, S. Antimo, Campoli, Sesto, Gioia, Striano; Roterto conte di Brienza e S. Agata, signore di Camerota, Palo, Sanza, Castella, Campora, Crispano, S. Adiutore di Capua, Sasso, Trentola, Loriano, Sagliano; Enrico, il quale fu anche signore di Brienza è Camerota. È a notare, che il contado di Cajazzo ‘ara conteso dai Sanseverino. Vordella figliucla di Gurollo aposò Riccardo Filangieri. Però Lorse n= Rosa, me, cit, (, scrive: « Uno altro gentilo omo dele siegio*do porto chese chiamava messer Guriello origlia et era protonotaro et aveva sette figlie mascole uno era conte de cayacza uno conte do bruencia uno conte de Corigliano uîo toneva Santa Agata che ey capo de contato ma no #e intitolava Conte uno altro teneva acerra che ey capo de contato no so intitolava, lo frat nava messer urbano urigl era conte da Alifo et prosperaro et foro grandi signure durante la vita do Re lanzalao e in chella casa erano tanto sione et cante che Iy vicine non ce potevano stare de tante trommette (a causa di tante trombette), et depo vide che fo morto Re lanczalso e lo protonotare tutty ly figlio perdero lo stato et deventaro miserabile persute ». In questo tampo Pietro n° intitolava conte di Caiazzo o possedeva ancho il feudo di S. Antonio, che vendetto con una starza di moggia ottanta adi Azzarito e Falco Portinari. Reg. Aug. n. 372, £ 41, t. Il diploma è incompleto e quiadi manca la data, ma trascritto in un quaderno, che contiene documenti del 1418. Il feudo di Ottaiano, che era di Giovanni Orilia ribelle, a'5 di aprile 1422. fu dato a Raimondo Orsini. Fas. Ang. n. 04, f. 37 t. Nel 1416 la Rogina dichiarò Caiazzo di domanio regio. Reg. Ang. 374, £ 340. (2) Diurn. di Montet. 70. î Google COR VI Patrizi 6 popolani di Napoli fanno concordia, alla quarte dipoi partecipa anche la Regina. — Pratiche di pace con lo forza. — Questi impone la liberazione di Giacomo, dei baroni prigionieri e l'allontanamento di Ser Gianni. — Nuovo reggi- mento di Napoli. I napolitani, che poco innanzi s'erano rallegrati della rotta degli sforzeschi, vedendoli ora rifatti, minacciosi e stizziti pei danni recenti, si agitarono per provvedere alla salvezza della città. Questa, per antica consuetudine, si reggeva quasi con duo comunità distinte, l'una dei patrizii costituiti in seggi per diritto di nobiltà, l'altra dei popolani divisi in ottine, con uffi- ciali proprii designati per voto, ed un capo eletto, Si sostene- vano e insuperbivano gli uni pel favore del privilegio, gli altri per la ignobilità e la moltitudine erano disprezzati e temuti. Nei pericoli imminenti però patrizi e popolani, deposto l’or- goglio da una parte e repressi i rancori dall’altra, facevano concordia (1). A' 5 di ottobre si raunarono a S. Agostino, elessero dieci governatori nobili ed altrettanti del popolo per provvedere alla salvezza della città, e deliberarono di mandare un'ambasceria a Muzio Attendolo a fine di persuaderlo a lasciare le offese. Fu rogato di questa concordia un istrumento per pubblico notaio, non fu tenuto conto della Regina. Questa allora mandò messer Goffredo, forse Goffredo di Gaeta giurecon- (1) FanagLia, Le Ottine ed il reggimento popolare in Napoli. Atti dell'Acend. Pontaniana, 1898. oogle e 118 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1418) sulto (1), e Benedetto Acciaioli conte d'Ascoli e di Spinazzola (2) per fare intendere, che a lei dispiaceva ciò, che facevano, ma tutti i presenti gridarono: Viva la Regina, la concordia fu fatta per salvezza nostra e sua. L'ambasceria andò allo Sforza, il quale si mostrò benevolo, disse, ch'era disposto a fare ciò, che piaceva ai napolitani, ed i governatori lo riferirono alla Regina, la quale parve contenta e disposta alla pace; volle però vedere l'istrumento della cor- cordia ed entrare in quell'unione (3). A'9 di ottobre i Gover- natori scelsero cinque deputati patrizi e cinque popolani per andare allo Sforza e proporre i patti; furono fatti tredici capitoli, de' quali solamente questi ci sono noti: allo Sforza sarebbe stata ridata la roba perduta alle Correie, o pagati pel suo val- sente 24 mila ducati; sarebbero stati allontanati da Napoli Ser Gianni e i consiglieri regi; Giacomo della Marca, Annechino e gli altri baroni imprigionati sarebbero stati posti in libertà; lo Sforza avrebbe le paghe di due anni; mai più Ser Gianni sarebbe rientrato nel Castelnuovo. Voleva Muzio Attendolo es- sere dell'unione dei cittadini, ma questo non piacque alla Regina, temendo forse, che i napolitani, con forte capitano sostenuto da molte armi, facessero cose nuove contro di lei. I deputati andarono e tornarono dalle stanze sforzesche al Ca- stelnuovo varii di, finalmente i capitoli furono fatti, ma in nome della Regina e a' 20 di ottobre fu bandita la pace (4). A questo (1) Nei Diurn. di Montel. 70, leggesi solo « messer Goffredo ». (@) A'3 di luglio" 1417 ad istanza della signoria di Firenze aveva avuta la conforma dal Contado. Reg. Ang. n. 374, £. 105. A' 17 di settembre 1417 ebbe il privilegio dell'esszione dello colletto di Spinazzola. Reg. Ang. cit. £. 154, Era anche capitano di Porzuoli. A' 20 ottobre, dopo che furono fatti i capitoli tra la Regina © lo Sforza, a lui ed al figliuolo Carlo fu data la cittad mapolitana. Reg. Ang. n. 972, f. 44. (8) Diurn. di Montel. |. c. () A'21 ottobre 1418 la Regina feco apediro dal segretario Angolillo questa lettera: « Magnifcie, nobilibus egregio prudentibuo et providie viribus univorsitati et hominibas inelite civitatis nostre Neapolis, fidelibus nostris dilectis gratiam et bonam voluntatem. Cum ia capitulis noviter initis et firmatis inter Maj statom nostram ex una pario et magnificum virum Sfortiam de Actendulis fa niagnum conostabulum regni nostri Sicilia cull. cons. et fide- n x altera sit copitulum subscripti tenoris videlicet: Item comitia Cotin lem nostrum dilec! oogle come ine (1418) LIBRO SECONDO 119 modo, salvo i supplizii, si rinnovavano i fatti del tempo, nel quale Pandolfello Alopo era grande. I napolitani diedero guarentigia e ne portarono il peso, poichè fra i capitoli fu posto questo: la Regina è contenta, vuole © comanda, che la città di Napoli prometta e dia sicurtà al grande Contestabile per i capitoli della riferma di lui; ed ella a'21 di ottobre 1418 scrisse all’ università, perchè fossero osservati i patti. Intanto s'avevano a pagare allo Sforza 24 mila ducati per le robe perdute alle Correie, e a’ 24 decembre la Regina cedette libere ed in perpetuo ai napolitani le gabelle delle grana soi ad oncia, del vino e dello grana 30 a tomolo di sale (1) con l'obbligo di pagare il debito al grande Contestabile (2). Delle la dieta Majesta è contenta volo è comanda cho la universitato do Napoli promecta et fassa securitato ad ipso Gran Conestabulo che la dieta Maj li capitulî dela sua referma et tueto quello che a li presenti tuli so conteno. Intentionisquo nostro sit prefata capitula tam scilicet dicto suo refirme quam prefata nova capitula cidem M. Conestabulo tenacitor et invio- Iabiliter observare, [d circo vobis tenore preseatium' de corta nostra scientia sub verbo et fide regiaalibus pure simpliciter et bona fide promictimus et firmiter pollicemur prefata omnia capitala tam refirme dieti M. Conostabuli quam ea que noviter nobiscum iniit omnis et singula conténta M. Conestabulo tenaciter ct in tor observare, observarique facere et mandare ivxta illoram continentias et tenores nec non et vestram universitatem 2b huiusmodi promissione vel par vos eidem NM. Conestabulo iuxta formam prescripti capituli ut predicitur faciends semper et enni tempore preservare indempnes et inleson et immaculatoa de vestri fama pariter et honore.. ». Reg. Ang. ne 972, f1 267, Diurm, di Montel. TI, Caiauia, 601. SuasuonTs, od, cib, 570, (1) Nel diploma è detto, che per lo innanzi nel fondaco maggiore di Napoli il salo si vendeva grana 2) ;l lomolo. (2) Ecco riassunto questo importante diploma del 24 decembre 1418, diretto s civitatis nostre Neapolin » La Regina abeliseo le gabollo dollo grana sci ad oncia dol vino o del tarono » grana 10 a tomolo di sale del 1° di settembre della futura XIII iad. (1418). « Quis tune urget nos et vos etiam solucio imminentis debiti ducatorom de auro viginti quatuor milium facienda per nos Viro Magnifico Sforcie de Actendulis Gomiti Cutiniole Magao Conestabulo regni nostri aicilie coll. cons. st fideli mostro dileoto pro quibus sibi solvendis vos ad nostri requisitionem Adeiussores pe olvondio vexsmini cotidio ab codom et pu nos extat pecunia do qua per vos dieti ducati viginti quatuor milia Conestabulo solvi possint, et nolentes quod ob defeetum solutiori prefatos Mag. Consstabulus materia babeat de nobis seu vobis aliquatenvs « nobilibus viria uni versitati et homini! Go gle omne al 120 GIOVANNA 11 D° (1419) rendite di queste gabelle abusarono dipoi molti, che le ammi- nistrarono, onde l'arguto vecchio Luigi de Rosa scrisse, che «si fecero il brodo grasso e vestirono di scarlatto » (1). Dipoi patrizii e popolani non ruppero la concordia, ordinarono anzi un nuovo reggimento, cosa mai più vista in Napoli: stabilirono dunque, col consenso della Regina, di eleggere ogni quattro mesi ventidue uomini esperimentati per probità, dodici patrizii e dieci popolani, addimandati eletti, per trattare con la Regina le cose del regno. Prevalevano i patrizi, ma i popolani furono ammessi al consiglio regio anche essi. Durò questo ordinamento due anni, dipoi per l'insurrezione dei baroni angioini, per la venuta degli aragonesi, per la discordia fra Giovanna e Alfonso d'Aragona la concordia dei cittadini fu disfatta (2) Le cose però non furono fatte senza consenso del Papa, il quale în quel tempo era già tornato in Italia, viaggiava per le terre lombarde ed aveva mandato a Napoli il fratello Giordano Co lonna ed Antonio nipote, figliolo di Renzo (3). Si studiarono essi di persuadere la Regina a concedere, che Muzio Attendolo fosse ammesso nell’ unione dei cittadini, e, avutane licenza, si condussero ad Acerra e gli fecero giurare, che l'avrebbe servita fedelmente (4). Fu ridata la libertà ad Annechino Mormile, al conte di Bi- sceglie e ad altri baroni. querelandi.. ». Ella porò codova alla città lo gabello predetto in modo, che potesse liberamente disporre di esse senza intervento della r. corte; Reg. Ang. 372, £. 243. Nell'Arch, municipale di Napoli si conserva il diploma originale. Cir. Capasso, Catalogo ragionato dei libri, registr, scritture esistenti nella sezione antica, 0 prima serie dell'Arch. Municip. di Napoli. Par. 1, 12. (1) Ma. cit 16% (I me + fuit facta quedam ordinatio inter neapolitanos de consensu dicti regni et regine, singulis quatuor mensibua eligerentur viginti duo probi et ydonei viri videlicot XII de nobilibus et X de popularibus neapolitanis, qui vocarentur Flocti, ot ipsi haberent dorante corum ofitio audire tractara et dixcatero omnia negotin regni una cum regina et sic duravit dictom rogimen electorum por duos annos vel circa.. ». De Tuxuratuis, Notabilia, cap. XXI 20. (3) Il Miyori però afferma, che venne în Napoli Giordana fratello del Papa. Il Caivetti, como suole, traduce in latino il testo dol Minuti: nei Dire. di Montel., è notato Antonio, 7. () Diwwn. di Montel, 1. e Google 3 (1419) LIBRO SECONDO 121 Ser Gianni non ebbe parte apparente a queste pratiche, mentre si facevano, però provvide alle bisogne sue © de’ suoi; ottenne il regio assenso pel matrimonio delle sorelle, ed essendo morto il Grande Giustiziere Nicola di Celano, fece dare l'ufficio al conte di Nola(1); avendo prestato alla Regina due mila ducati per pagare le genti d'arme, si tolse în pegno Torre del Greco, che era del demanio regio (2). Molti baroni si studiarono di mettere pace fra Muzio Attendolo e Ser Gianni, ed essi fecero lo visto di dimenticare lo offese, ma non spensero gli odi. Quando furono date le guarentigie pel patto di Acerra, Lo Sforza all'entrata del mese di gennaio 1419 venne a Napoli per fare riverenza alla Regina, ma con l'animo pieno di sospetto. Alloggiò alle case di Ottino Caracciolo e prima di recarsi al Castelnuovo, amrmmnestrato dai danni già sofferti, volle, che fossero allontanate le guardie di Ser Gianni; il Castello per sicurtà fu assegnato a Francesco de Riccardis di Ortona, il quale da poco era tor- nato dall’ambasceria al Papa, e lo guerni co' soldati suoi. Muzio Attendolo fece omaggio alla Regina, s' incontrò con Ser Gianni, si toccarono le destre (5). (1) 11 diploma è del 20 ottobre 1418. Reg. Ang. n. 372, £, 108 t. All'ufficio del Grande Giuatiziere era annesso il gaggio di oncie 3, ed il Conto free asna- guarselo nullo sollette di Nola, Lauro, Forino, Monteforte, Montetredine. €) Reg. Ang. n. 372, f. 67 t Ebbe anche l'ufficio di castellano della Torre con dodici ducati di gaggio per mese, e trenta inservienti o guardie, alle quali erano pagati due ducati per uno. Dipl. del 10 ottobre 1418. Reg. Ang. n. 372, tere (8) Mesi, cap. XXXVII, 230. Coinexticio-Costo, Ed. Gravion, 312. î Google Original fom Google CORNELL UNIVERSITY VII Trattative col Papa. — Ser Gianni parte da Napoli per resti tuire alla Chiesa le castella di Civitavecchia, Ostia e Castelsan- tangeto. — Il Papa manda 11 Cardinale di S. Maria in Dominica suo legato per investire del regno la Regina. — Debiti di Gio- vanna II. — Spedizione dello Sforza nella campagna romana contro Braccio. / Quetato il rumore degli sforzeschi, tutti gli studii della regia corte erano volti agli ossequii del Papa. Già la Regina gli aveva spedito un’ambasceria come ebbe novelle dell'elezione di lui, per dichiarargli la sua devozione è pregarlo di averla per rac- comandata. Andarono in nome di lei Lorenzo di Aversa, frate agostiniano, vescono di Tricarico (1), Belforte Spinello da Gio- vinazzo Vescovo di Cassano (2), Manfredi d’Aversa arcivescovo di Acerenza (8), Francesco de Riccardis d'Ortona, Ugo da Moli- terno, signor di Venosa (4). À costoro fu aggiunto un altro (1) Uoneutr, VII, 152. V. Brovio, Ad an. @) Unonetu, 1%, 349. (0) Id, VII, 47. (4) Nel conto reso da Gaspare Bor trovano fra le altre queste somme date in prestito alla regina; mutuavit nobis de Mense maij diete preterite undecime indietionia quos per eum salvi et exhiberi focimus viro Mognifico francisco do Ricchardia do Ortona militi regni nosti acallo etc. consiliario et fidoli nostro dilecto pro accessu suo ad Constantie partium alemannie ducatos de suro mille ducento: nobis pro tertia parto unius page salute prefato Francisco de Ortona militi et Ugoni de Moliterno in romana Curia etc... duc. 209 » Reg. Ang. n. 375, £. 272. Cfr. Minigri Ricero, o. e. 68, 69. Di Ugo di Moliterno signor di Venosa si fa menzione in un dipl. per Gio. Antonio Orsini. Reg. Ang. n. 375, £. 282. oogle come NE 124 GIOVANNA Il D'ANGIÙ (1419) abruzzese, che erastato già a Costanza con l’ambasceria mandata dalla Regina dopo la deposizione di Giovanni XXIII, dico Pa- squale di Campli, che troveremo fra poco in altri fatti di grande momento (1). Non ci è noto l'ordine delle pratiche fatte dagli oratori, sappiamo gli effetti, il Papa promise alla Regina l'investitura del regno e la corona, x patto, che avrebbe restituito alla chiesa Ostia, Civitavecchia e Castel 5. Angelo, mandato Muzio Atten- dolo contro il Tartaglia e Braccio, acciocchè potesse tornare a Roma sicuramente, ingranditi i colonnesi nel regno. Ma occor- reva da prima dare intera esecuzione ai patti stabiliti con Muzio Attendolo ad Acerra. Giordano Colonna persuase Ser Gianni ad allontanarsi da Napoli, e a condursi în Roma per consegnare al Papa le Ca- stella (2), a questo modo sarebbe uscito di Napoli con dignità, (1) Pasquale di Riccio di Matteo da Campli: Astimoni, Raccolta di Mem. dist, ete. II, 179; Pauwa, V. II, 153, 155, ed. 1901. Riccio ora nome del padre mon cognome, come molti eredono. Dai documenti risulta questo. Nel conto del Bongiani cit. leggesi: « Item mutuavit nobis per manus prefati Andree di Miro, da prefato monse martij prefate duodecime iad. predicte pro supplemento paga- rum mensis aprilia supradieti Ugonis de Moliterno et sir pascasio de Theramo tune oratorum nostrorum în romana caria ducatos quinquaginta. » Doc. cit. Minaeni Riccio, ivi, 70. A Riccio di franchi di gabella e diristo di passo « coatum de unaquaque specie seu genere bestiaram infrascriptarum videlicet bovum, baccarum, castratorum... » Reg. Ang. n. 375, fol. non numer. 8 a t. Il 3 ottobre 1420 la Regina a Pasquale di Campli pai da Ini prostati, donò la motà dol castello a territorio di Aonaro, del quale ora stato spogliato Giovansi Novello di Sera ribelle. Di lui macquero due figliuoli a nome Giorgio Ssbato 6 Leonardo Giovanni de non legittimo connubio con Fabrizia di Matteo di Napoli: avendo poi sposta la donna a°7 dicembre 1431 la Regina legittimò i figliucli. Reg. Ang. n. 377, £. 283. A° 24 gennaio 1432 ad intanza di Pasquale la Regina condonò il paga- mento di certo collotio allo terre di Tossiccia, Itola della Valle, Palenria o Castro Castellorum in Valle Siciliana d'Abrozzo. Reg. Ang. n. 377, f 290. Nel 1432, assassinato Ser Gianni, Pasquale fu incaricato di ricevere la terra di Cirignola da Jacobello Caracciolo. Reg. Ang. n. 377, f. 315. Troro anche un Matteo do Compulo di Napoli nominato a vita notaio della Cancelleria, col gaggio di oncio 18, a 5 marzo 1419. Reg. Ang. 372, f. 36 t; e un Cola Natteo do Campulo ebbe la conferma del possesso del Casale Campora in Abruzzo ultra, datogli da Ladislao, 15 feb. 1420. Reg. 375, f. 120. () Mineri, 231. (1419) LIBRO SECONDO 125 e senza apparenze d'esilio (1). E si parti onorevolmente a' 13 di novembre 1418 con una brigata di gentiluomini per com- pagnia ed Antonio Colonna, prese terra ad Ostia per assegnare le castella ai colonnesi (2); il Papa spedì le bolle per l’inve- stitura della Regina a' 28 di novembre in Mantova e fece a questo effetto legato Pietro Cardinale di S. Maria in Dominica. Non abbiamo la bolla d’investitura, ma nelle lettere di com- missione al Cardinale legato, leggiamo, che Martino « costituito nella suprema sede della chiesa militante di Colui, pel quale regnano i re, imperano | principi e amministrano la giustizia ai popoli », si benignava di concedere a Giovanna TI il regno in feudo, dopo d'avere ben ponderato il fatto e udito l'avviso del Collegio dei Cardinali. La Regina, diceva, era sua figliuola carissima in Cristo, aveva meritato bene della Chiesa e di lui, prima d'essere però investita del regno col vessillo pontificio, era tenuta a dare giuramento di fedeltà e rendere pieno omaggio, ligio e vassallaggio per la investitura del regno in feudo e promettere di adempire gli obblighi (3). Questo era richiesto di diritto, ma in tutta la bolla v'ha una intonazione superba di padronanza. Il Cardinale giunto in Napoli a’ 24 di gennaio 1419, accompagnato da Giordano Colonna e da molti cavalieri romani, fu ricevuto con l'onore del pallio (4). E qui l'istoria dimostra, come la Regina, padrona di molte e rieche provincie, fosse una delle più povere signore del regno: ella non aveva un bolognino da spendere, circondata da quei grandi baroni, de’ cui nomi è pieno il nostro racconto, i quali la spolpavano, come un osso conteso dai cani. Quando il Cardinale era per venire nel Castelnuovo, c'era difetto di letti per lui e la sua compagnia, occorrevano sessanta ducati per comperare il drappo del pallio, e la Regina tolse in prestito da Gaspare Rongiani, il mercante fiorentino, ducati 250 per provvedere il necessario. Nel mese di ottobre 1418 gli aveva dato in pegno cinque pezzi della sua frontera grande, la corona, ornata di gemme © perle, per ducati duemila, e mille ducati ebbe nel mese di decembre 41) Coruenvacio- Cosro, cit. 312. @) Diurm. di Montet, 71, (@) Ratwatso, Ad, an. VIU, 498, $ XIX. Lunzo, II, 1234. (4) Diurn. dî Montel. Giorno Passano, 11. Google : 126 GIOVANNA TI D'ANGIÒ (1419) per mezzo della sua domestica Mabilia Sarperano col pegno d'un altro pezzo di quella (1). Gerardo de Sardis mercante pisano la sovveniva altresì di denaro. Nel mese di settembre 1417 fecelo chiamare, e a voce, senza nota in iscritto, gli chiese ducati d’oro 1613, tareni 3 e grana 15; li ebbe e per isconto del debito diedegli a vendere molti vaselli d'argento lavorato di libbre 18, e tre bicchieri di cristallo, che erano rari e pre- ziosi. Il mercante trasse dai vaselli 144 ducati, vendette i bic- chieri 18 ducati l'uno (2), e tolse il denaro in isconto di parte del debito, pel resto ebbe in pegno un cerchio d’oro del fron- tale, due fermagli ed altri oggetti di pregio (3). A’29 di set. tembre dello stesso anno messer Gerardo, per mano di Andrea de Miro di Gragnano, le prestò da una parte ducati 300 © per essi ebbe in pegno la frontera piccola, e dall'altra 3000 ducati, pei quali si tolse il pegno d'una collana ornata di perle e pietre preziose; e per fare un presente al Legato pontificio chiese al mercante 1600 ducati, sui quali ne furono computati 96 di cambio (4). Nè ella era solo costretta a procurarsi denaro ad usura per le cose occorrenti alla sua casa, ma anche ai bisogni del regno, de’ quali avrebbero dovuto darsi pensiero i grandi ufficiali; nel mese di febbraio 1418 impegnò al de Sardis un altro pezzo della frontera grande per ducati 600, dovendosi pagare il gaggio 0 nolo di alcuno galere. Fra il mercante e la Regina fu poi fatto l’anno appresso il computo degl’ interessi a ragione di ducati dodici per centinaio (5). (1) Reg. Aog. a. 375, £ 272 t Miniznr Riccio, 0. c. 69. Panucuia, Studi Storici intorno la Regina Giovanna II d'Angiò. È a vedere anche il dipl. pel pagamento di ducati B165 al Bongiani edito dal MiwirR: Riccio, ivi 56, Reg. Aog. n. 379, £ 277 t (È) Ogni bicchiere costava lira 208 della moneta nostra, tonondo conto del solo valoro intrinseco. FanaotiA, Studii Str. cit, 8 IL () . «Item firmalenm unum cum uno Gualasso grosso cum uno ate et tribua perlis. Item firmaevm unum cum duobua rubinis uno diamante et sex perlis et lagesam unam de vitro domastisam... ». Reg. Ang. n. 375, £ 9 e seg. Minten: Riscio, o. e 78. (4) = « Ito mutuasit nobis, quos de nostro mandato solvit domino legato duc. mille sexcentos, st pro cambio dicto pecunio ab arbe neapoli ducatos nonaginta sex». lvi. () «Item pro interesse seu lucro diete pecunie ab illo die quo pecvaiam ipsam solvit et per tolum proximum mensem septembris presentis anni XII! x00gle CORNELL UNIVER (1419) LIBRO SECONDO 127 E di per di come più si sentiva il difetto del denaro, aumen- tavano le cause delle spese. Martino V dimoruva a Firenze, ma ardeva del desiderio d'andare a Roma, non osava però per timore di Braccio; aspettava gli aiuti della Regina e la spada di Muzio Attendolo per vederlo domato; quelli tardavano ed egli insisteva nel richiederli. Per dare allo Sforza maggiore autorità lo fece Gonfaloniere della Chiesa, e questi, come ebbe da Giordano Colonna le insegne, secondo la consuetudine, ca- valcò solennemente per Napoli inalberando gli stendardi dei saccomanni, del leone, dei diamanti, del regno, della Chiesa e del Papa (1); ma quel di, era il mese di marzo, cadde una larga nevata, cosa non solita, e parve segno di funesto auguro. Ogni cosa dunque pareva in punto per la spedizione, ed il Papa avrebbe voluto, che lo Sforza, nel mese di marzo o non più tardi del di 15 aprile fosse pervenuto con l’esercito nelle terre romane, come da Mantova a’ 27 di gennaio aveva scritto ind. ad rationem do duodecim per centerarium ducatos nongentos quindecim» Ivi. La Regina diodo anche al do Sardis 39 pozzo di panao di Firenzo în peguo certo denaro pagato a Ciarletta Caracciolo e a Gualtiero fratello di lui per riacquistare il castello di Nicastro. Ivi. In questo luogo per mostrare meglio ‘quanto disordine fosse nell'amministrazione del regno © della Casa reale voglio aggiungere una noti tempi alquanto pestoriori. A 4 novembre 1431 la Rogina foco quiotanza a Rita Longa officiale, domestica e serva sua diletta. di tutto il denaro, che per comando di Iei aveva esalto nell'anno della XI indi- zione (da settembre 1417 ad agosto 1418) ed anche precedentemente sulle colletto ‘ diritti fiscali di Giugliano, d'Afragola, d'Aversa o casali della città, e frutti a proventi degli animali a delle masseria regia da essa amm Rog. Ang. 377, £. 282 t. (1) Munvri, cap. XXXVII, 231. Ecco la descrizione delle insegne dello Sforza secondo il Minuti, c. V, 116; XXI, 154; XXIV, 16L, « Sforza leva li quartieri, cho oggidi portano li Sforzetchi et feco le unde stretta et unite insema dal canto manche, et quartero rosso dal canto dirito, e la calza fersa dal canto drito col bianco fora, el cil di dentro, e la rossa dela gamba manca. Braccio fece la divisa per contri Dopo la morte di Ottobon Terzi « Sforza comensò a portare innanse et mandare el stendardo de quartieri sotto cui andavano li saccomani con qualche homini d'arme, cho li governavano et regevano. Et li homini d'arme andavano poi sotto el stendardo de diamanti con loro regazzi ». Dopo che comperò Cotignola «foco ot levò el stendardo del loone, ot così andava sompro ol stendardo da quartieri innanti con li ssccomani, et poi el stendardo del leone et quello do diamanti con li homini d'arme. » 128 (1419) alla Regina (1); questa, d'altra parte, desiderava, che Muzio Attendolo avesse affrettata la partenza tra per fare contento il Papa, e perchè, partito lui, avesse potuto richiamare Ser Gianni, del quale, come nota il Cronista « portava cordiale passione » (2) Ma gl’impedimenti erano molti, e tra questi i sospetti di mala fede; lo Sforza, conoscendo l'indole mutevole della donna, e l'animo nemico di Ser Gianni, volle guarentigia de’ beni e della persona; pretese, che gli fossero dati in ostaggio due figliuoli di costui, e avutili, mandolli a Benevento, dove ad uno di essi incontrò male, perché, garzoncello, mentre si trastullava sul solaio d'una torre, precipitò e morì (3). Dalla Regina ebbe lo Sforza sicurtà per sè e pel Conte di Carrara con lettere del di 28 di marzo 1419, ma le guarentigio della Regina valevano poco, ed egli le richiese dagli Eletti di Napoli a tenore dei capitoli fatti ad Acerra. La Regina tuttavolta espose nelle lettere di sicurtà, che per quetare ogni sospetto assicurava a Muzio Attendolo e al Conte le terre, le castella, le città, che possedevano nel regno, i sudditi, i vassalli, gli amici, ogni bene : confermava i patti ed i capitoli fatti per l' unione dei cittadini napolitani. Aggiungeva poi, che, sc ella o altri in suo nome (1) A 6 di marzo tra altre cose scrisse quosto allo Sforza: « Noviter IIlustris dominus Jordanus de Columpna miles, domini nostri pape germanus dux venusii amicus consiliarius et fidelia noster carissimue, n0s ex parto dioti domini nostri requisiverit et ortatus fuerit ut cum prefatus dominus noster te ordinaverit confalonerium prefate ecclesie, ipseque dominus noster veli to ad obsequia et servitia pro statu suo et ecclesie extra prefatum regnum oxercere te requiramus iuxta tenorem dieti brevis Apostolici... tenore preseatium de corta nostra scient stricte requirimus et hortamur fibi nichilominus mandantes expresse quatenus atatim receptia prosentibua to cum omnibus nostrie gentibus armigeria sub tua conducta ad nostra «tipondia et servicia militantibus în puncto punere dobens quo melius poteris et accedere extra prefatum Regnum Sicilio ad servicia pre= fatorum domini nostri et ecelesie...». La lettera spedita da Martino V con la dita di Mantova a' 27 gennaio è traseritta ia principio di questo regio diploma: egli esorta la Regina « qualonus profatum Sfortiam requiraa et réddas actontum ut gum suis gentibus quo melius potest por totum mensem martii prozizmum aut usque ad medium aprilis immediate sequentis in campis Romanis in puncto paratus ezistat...». Reg. Ang. 375, f. G6. Cfr, Minieri Riccso, o. c. 58. ) Miwomi, 282. @) Musuri, 292. x00gle CONNETTE Le] (1419) LIBRO SECONDO 19 avesse rotto i patti, Muzio Attendolo ed il Conte, lasciato il servizio della Chiesa, potevano tornare nel regno e con le armi difendere le terre e gli amici loro. Di tutto ciò diede la Regina notizia a Giordano Colonna (1). Ordinò quindi Muzio Attendolo, che rimanesse nel regno Renzo degli Attendoli vicegerente della Terra di Lavoro, del Contado di Molise, del Principato (2). Il papa intanto lo sollecitava, ma l’esercito, raccolto al Maz- zone delle rose non si trovò in punto prima dell’ uscita di aprile. Il di di S. Giorgio lo Sforza, come soleva ogni anno, fece ln rassegna delle genti d'arme, dipoi passò il Volturno, ma andato tro di, ebbe la novella, che Giacomo della Marca era fuggito. Lasciò l’esercito e con cento cinquanta’ cavalli corse a Napoli. (1) ll diploma regio del di 28 marzo 1419 è riportato intero in una lettera spedita il di seguente a Giordano Colonna. Reg. Ang. n. 372, f. 203. (@) Reg. Ang. 372, £. 231 t. la questo tempo Renzo ottenne la signoria di Ritetto, cha era atata per lo innanzi di regio demanio. Addî 11 maggio 1419 gli fa anche dato l' ufficio di capitano in quella terra. Rog. Ang. cit. {. 230. 9. — Fanasnia, Giovanna IT d'Angiò. Original om digizeoby Google CORNELL UNIVERSITY VII Avventure di Giacomo de la Marche. Muzio Attendolo ei consorti di lui, come ho raccontato, ave- vano posto fra i patti d’Acerra, che la Regina dovesse ridare la libertà a Giacomo, sperando, che con l'autorità sua infrenasse l'orgoglio di Ser Gianni, ma rimasero di gran lunga ingannati. Il giorno d'ognissunti del 1418 aveva ella scritto a tutt gli ufficiali, che sovrintendevano al regio erario e specialmente a Raimondo Cassiano commissario nella Terra d'Otranto, perchè dessero a Matteo Trenta, mercante lucchese, in nome di Gia- como, dueati quindicimila dei proventi delle sovvenzioni, colleite, gabelle, baglive, tratte di frumento, dei diritti di do- gana, del sale, dell'acciaio, del ferro, della pece în quaranta terre e città del Principato di Taranto, ma non concesse altro (1). Restava Giacomo, re e marito della Regina, nella strana con- dizione di non esser l’uno, di non parero l’altro. E molti sovrani dell'Europa in quel tempo spedirono ambasciatori alla Regina per impetrargli la libertà, e a questo effetto, all’ entrata del mese di decembre 1418 erano pervenuti a Firenze Egidio signor della Chyaracera e Pietro di Giovanni oratori del Re di (1 Le terre erano queste: Matera, Laterza, Ginosa, Castellaneta, Mottola, -Paltiano, Taranto, Martina, Ostuni, Pulsano, Leporano, Francavilla, Oria, Lave- trana, Gi Ruffano, Casarano, Taurnsano, Disso, Ponsardo, Andramo, Otranto, Scorrano, Giuliano, Giurdiniano, Muro, Polignano, Gioia, Castellana, Narti, Ugento, Torre delle Paladi, Parabita, Palo, Nociglia, Falcasso, Veglie, Helve dere, Forciniano, Galano di Massafra. Reg. Ang. n. 372, {. 67 bis. t. V. Minient Rioeto, o. c. 58 Google c 132 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1419) Francia e del Duca di Borgogna; il vescovo aquinense (1) pel Re di Navarra, e Gaspare de Monte Mayor pel duca di Savoia, i quali, per proseguire il viaggio pacificamente, avevano chiesto lettere di sicurtà alla Regina, che a' 18 di decembre mandò loro un salvacondotto (2). Giunti a Napoli esposero le amba- scerie, poco ottennero (3). Miglior effetto ebbero le pratiche del Papa per mezzo del Legato, di Giordano Colonna e l'opera dello Sforza, di Ottino Caracciolo, di Francesco Mormile e di Marino Capece. Questi a' 14 di febbraio 1419 tanto seppero dire alla Regina, che la persuasero a liberare Giacomo. Furono fatti i capitoli per atto di notaio ed il di appresso il prigioniere uscì dal Castelnuovo e cavalcò per la città con grande seguito di signori, sulla sera però non volle tornare al Castello e andò ad alloggiare con Muzio Attendolo nelle case di Ottino Carac- ciolo al sedile Capuano (4), e mandò a dire alla Regina: non entrerò mai nel Castelnuovo di mia volontà, ma solo per forza fino a che non saranno mutate lc guardic (5). Ciò mi dà a cre- dere, che nel Castello erano tornati gli amici di Ser Gianni. Per dargli sicurtà furono fatti i capitoli a' 28 di aprile 1419: fu creato castellano del Castelnuovo messer Francesco de Ric- cardis per mesi dieci, e non poteva essere rimosso dall’ ufficio senza il consenso di Giacomo; se questi avesse reputato male- volo il capitano, sostituito a messer Francesco per morte, o finito il tempo, aveva facoltà d'andare ad alloggiare altrove. Poteva Giacomo con onesta compagnia condursi al Papa o a Taranto, stare nel castello, uscire a suo volere, tornare; otto cavalieri (1) Nell' Uanatti, I, 397 trovasi un Jacopo eletto Vescovo di Aquino nel 1389 e poi un Jacopo do Briciis de Cave eletto nel 1420; deve esservi qualche mancanza. () Reg. Ang. n. 372 £. 200 t, Minizr: Riccio, o. 0. 55. (8) Diurn. di Montel., 71. (4) « Rimaso a Capuana lo Sforza ». Diurn. di Montel, 1, c, E în questo senso Disogna emendare il testo del Minuri, cap. XXXVII, 234. «ine 0È andò a star con Sforza per alcuni pochi di în e Caratolo ove ataseva Siorza in Capua ». Giacomo diede notizia della sun libera- ziona al Comune di Siena con Iattora del 25 marzo 1419 e non 1418 coma fu VI, cit. gli ‘' intitolava « Jacobue Dei gratia per errore stampato noi Doe. Se Rex Hungario, Hier. el Sicilie. » (O) Diurn. di Montel., 1. c. oogle _ CORNELL'UNIVERSIT (1419) LIBRO SECONDO 138 e dodici uomini di servigio poteva tener seco di e notte. Richiese l’intera signoria del principato di Taranto, ma poichè molte terre erano state vendute o concesse ad altri, convenne con la Regina in questo patto: ella avrebbe ritenuta per sè la terra di Massafra, comperata per cinque mila ducati, gli avrebbe consegnato Castellaneta, si sarebbe studiato di fargli cedere per agosto la terra di Nardò da Luigi Sanseverino. Promise la Re- gina, che nell’anno seguente della XIII indizione (1) gli sareb- bero stati pagati cinquantamila ducati sulle entrate del prin- cipato di Taranto © dello provincie della terra di Bari ed Otranto, e in conto, fino ad agosto, avrebbegli fatto dare cin- quecento ducati per mese. Promise altresi la Regina, che avrebbe fatto rendergli i debiti onori, come suo marito e persona della cristianissima Casa di Francia, riservato a sè il supremo do- minio del regno: sarebbe stato però ammesso al consiglio regio; non avrebbero pernottato nel castello coloro, che n'erano stati esclusi pei capitoli fatti con gli eletti di Napoli. Per questi patti avrebbero dato guarentigia il Cardinale Legato, Giordano Co- lonna, il Grande Contestabile, il Conte di Carrara, Renzo degli Attendoli, gli eletti di Napoli, le università di Gaeta, Capua, Sorrento, Pozzuoli, Aquila. E duecento fanti aquilani pose messer Francesco de Riccardis a guardia del Castello (2). Pretendeva Giacomo dalla Regina ottantanove mila ducati, che non gli erano stati pagati de’ cinquanta mila annuali a lui promessi nei capitoli fatti, quando s'era chiuso nel Castello dell'Ovo, ma li condonò e rinunciò anche ducati otto mila pagati da Maria d’Enghien pel riscatto del figliuolo Gabriele. Promise di vivere con la moglie in buona pace, di non im- pacciarsi delle cose del regno, di non dare favore ai ribelli, sciolse baroni e città dal giuramento prestatogli come Re: se non avesse tenuto parola, poteva la Regina perseguitarlo, come uomo senza fede. Ella,avrebbe ratificato i patti dopo l’incoro- nazione; entrambi perdonavano coloro, che erano stati fedeli all'uno a danno dell'altro (3). Il di 21 aprile la Regina ordinò (1) Da settembre 1419 ad agosto 1420. @) Loise pe Losa, ms. cit. 15 t. (8) Il doc. fa pubblicato dal Granito nella pref. alla Legislazione positiva degli Archivii del Regno, 08. Google CORNELLUN 134 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1419) ad Agostino di Palearia, capitano della Terra di Otranto, di restituire Castellaneta « all illustrissimo principe Re Giacomo suo marito carissimo » (1), ai 28 confermé i capitoli. Giacomo creò castellano di Taranto il cavaliere de Brion (2); egli tut- tavolta con tutti questi patti, capitoli, assicurazioni, viveva in tanta paura, che di € notte si teneva presso Pietro Guindazzo © un altro cavaliere armati di tatto punto (8). Stanco d'una lotta dalla quale usciva vinto, umiliato, contro l’aspettazione di tutti, prese un nuovo partito. Nel pomerigio del di 4 maggio (4) cavaleò per la spiaggia di Chiaia con alquanti francesi della sua compagnin e signori napolitani, giunto alla chiesa di S. Leonardo, sese di cavallo, pregò all'altare del santo; rimessosi poi în arcione, riprese la vin del Castelnuovo. Come però giunse alla torre di $. Vincenzo, accomiatò i compagni e con Andrea Piscicello, Giovanni Galeota e pochi altri fidi saltò in una barchetta, la quale celeramente lo portò ad una nave genovese pronta a far vela, Sali sopra di essa e dall'alto, voltosi ai compagni rimasti sul lido, gridò loro: raccomandatemi alla Regina. Risposero quelli: signore non vi partite così occultamente, senza che la Regina lo seppia. Ed egli: Raccomandatemi alla donna mia, vado per fatti suoi e mici; © li salutò. La nave usci dal porto (5). La novella della partenza repentina di Giacomo mise a ru- more la regia corte: dove andava? con quale disegno? Per molti di non se n'ebbero notizie, poi fu saputo, che la nave aveva fatto vela per Taranto. La Regina affettava dolore per dissimulare lo sdegno, e temendo, che Giacomo facesse atti di inimicizia, tolse i provvedimenti opportuni per impedirlo. Ad Angelillo de Avigliano, uomo fedele, già sperimentato in altre bisogne pericolose, diede l'ufficio di vice gerente di guerra e (1) Reg. Ang. n. 372 £.177, Pentoxe, Ster. docum. letta città dî Castellaneta, 133. (2) Loren ne Rosa, me cit. 15. @ la t. Con ua diploma dol 24 lugl dato al de Brion un salvacondotto per recarsi a Napoli. Egli è detto magi « cavallerius de Brion fedele, consigliere, vicegerente di Taranto ». Reg. Ang. 374, £ 271 @) «... in horameridie, bora in qua omnes domi son dormiro... » De Towortus, 22. ) Diur. di Afontet. Misuri, cap. XXXY 1417 la Regina avera accor- solent in estate repausara MET Î, 232. Lotse De Rosa, me ‘ Google (1419) LIBRO SECONDO 135 di giustizia con piena potestà di moro, misto impero e di spada nella Terra d'Otranto, gli ordinò di ridurre all’obbedienza le università o le castella, di rimovere dall'ufficio Matteo Trenta e gli altri ufficiali di Giacomo, di opprimere i ribelli, di ster- minarli senza eccezione di persone; gl’ impose di partire senza indugi (1). A'16 di maggio creò capitano di guerra nella stessa provincia Renzo degli Attendoli con potestà ampia (2). Come Giacomo pervenne a Taranto, gli amici di lui ed i baroni, che si tenevano male contenti, cominciarono ad agitarsi e la Regina pubblicò un bando contro di loro, li dichiarò ribelli, li minacciò dell'esilio e del sequestro dei beni, se in ispazio di sei mesi non fossero tornati pacificamente alle case loro e all’ubbidienza (3). All’ ultimo di luglio tornò nel porto di Na- (1) La lettere di commissione furono da tra l'altro dico la Regina: « ... Cam itaquo noviter Ilustria vir noster hou prob dolor nescimus quo spiritu ductus quove consilio motus clandestine aufugerit ab hse civitate nostra neapolis supra quamdam navim, nos de statu nostrorum fideliam et presertim de provincia terre yérunti et principatus Tarenti ad quem intellsximas sundom viram nostrum debera acsadora vartaremun sollicitudinis nostro curam cum maturitato deliberavi pun To (Angelillum) ad partos ipsas pro stata noetro regentem sc confrmatione aostrorum fidelium dictarum parcium presencialiter cum magna festinatione destinare... ». Reg. Ang. n. 972, f. 185. (2) Il diploma è de' 16 maggio. ln esso leggssi: « .... Cum itaque diebus non vir noster non honesto modo discessintet ab hac civì- Nos de statu nostrorum fidolium et presertim provincie terre ydranti et principatus Tarenti ad quem. credimus eundem virum nostrum jam applicuisso seu de proximo appliciturum, vertentes sollicitudinis nostre curam cum maturitate deliberarimus Te ad partes ipsa presencialitr destinare... ». Reg. Ang, n. 372, £. 231 t. (8) Risulta da un diploma dato a' 5 di novembre 1427 a favore di Maddaleni di Quota vedova del nobile Giorgio do Gennaro. Giova riferime la parto più importante : « Sane olim de ano scilicet (XII) Indietionis elapsa Il. Jacobo de Borbone comite Marchie viro nostro de civitats nostra Neapolis fagam latentor ionte, qui cum nos debuisset reverenter tractare ad ee tociue Regni nostri dominium rovoeavit, destituens nos codem quem tune aliqui Reguicule comitarunt colentes minimo statum nostrum, nos cupientes tuac a derlo retrahere qui ia ipsius comitis acceserunt comitiva patens Ediclum no- strum fieri fecimus publice afficum et divulgatum per quod ediximus et iajue- jus quod omnes regnicale qui cum eodem comit preter licentiam nostram accomorant sub pena rebellionia 20 publicacionia et confiseationia. bonorem soram omnium quod în cosu contrari ipro facto et ipso juro docrevimus incur s00gle CONNETTE GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1419) poli la nave genovese, che aveva portato Giacomo a Taranto, e la Regina mandò suoi ufficiali per avere notizia dei fatti vera- cemente, e saputo quello che voleva, comandò, che si partisse, perchè l'avrebbe fatta ardere; e poichè i genovesi si mostra- vano poco disposti a ubbidire, ella mandò due navi per cac- ciarla dal molo (1). Intanto Giacomo s'cra chiuso nel castello di Taranto, Ange- lillo dell'Avigliana e Renzo degli Attendoli perseguitavano i partigiani di lui; più risoluta di tutti Maria d’Enghion, che poco innanzi con i figliuoli eru stata liberata dalla prigionia, raunate nelle sue castella quelle genti, che potette, le mandò ad assediare Taranto, per cacciare il francese e ricuperare il principato. Per questo fu incolpata d'ingratitudine (2). L'as- sedio andò per le lunghe, fino a che Giacomo, vedendosi solo, senza speranza d'àîuto e disanimato, venne a patto con Maria, e per ducati ventimila cedette il castello (3); con quel tesoro, salito sopra una nave, fece vela per Corfù (4), e di là per suros ad hobedientiam nostram et ad lares proprio» infra men in antea numerandos redire deberent. Fra i ribelli fu Francesco Bellante, i cuî beni furono dati al barone di Bo- neto, il quale nella guerra seguente siutò la Regina coa una nave. Tra i beni erano cerie case sito « in plithea aquarij regioni» portus » în Napoli. Il burose lo vendotto a Giorgio do Gennaro, o la Regina poi lo concesse a Maddnlona di Gaota figlia di Carlo milite, dottor in legge, presideate della Sommaria. Reg. Ang. n. 377, £. 159. CÌ) Diwrm, di Montel, 73. @) «... et questo fa el merito, che rendele quella donna a quello sign che la liborò do prigiono et cavo do pri li soi figliuoli del MECCCKX (sic) quando andò a Napoli ek prese Sforza », Minuni (8) «La Regina Maria contessa di Lecce recoperao lo principato di Taranto da Ro Jaco, quale li aveva tolto ad ua suo figliuolo signor Jannantonj, per ducati venti mila, delli quali cinque milia nde pagsu l'università di Lecco, qualo Ra Jaco sendo andò poi nallo contato suo delle Marzia ». A. Coniora, Saggio isiorico della città di Lecce. Lecce 1858 Rapporto ete. Ill, 25. Anche fl Biowno, Dec. NI, lib, L 409 scrive: ©... Quam urbem (Tarentum) quum Re- gina (Daria) potenti obsedisset exercitu, Jacobus paulo post vendidit Joanni Antonio Ursino ete. » V. Micrete Riccio, De Regibus, etc. 167. (4) Giacomo rimae a Taranto sino al cadere dell'anno 1419. Fgli da qu città a° 18 di giugno confermò alla università di Gallipoli i privilegi ottenuti già da Giovanna I. e da Ladislao, permise si cittadini di poter usare il salo raccolto al lido, concesse immunità per la pece, ferro, ete. A"19 di norembre condonò alla città una dello cinque colletto. Ravensa, Mem. ist. di Gallipoli, 97, 198. sex ex tuoc ‘ Google : (1419) LIBRO SECONDO 137 Venezia (1). Si condusse poi a Treviso, stettevi un anno, e in quel tempo il de Redusio, scrittore delle Memorie trevigiano, ebbe occasione di conoscerlo (2), Egli non ha più parte nella nostra istoria, ma io lo seguirò ancora negli ultimi fatti della vita per ritrarlo più completo. Sarò brevissimo. Partitosi dn Treviso érrò dn prima per alcune città d'Italia, poi tornò in Francia nel 1422 ed ebbe dal re Carlo VII il governo della Linguadocca, ed una provisione di dodici mila lire l’anno. Ma egli, che non era stato mai molto in cervello, dava ora segni di volta. Menava vita larga, disor- dinata, godeva del fasto e del titolo di Re, ma per le azioni strane e ridevoli, era schernito. Tolse finalmente miglior par- tito, e come si vide giunto all'età, nella quale conviene « calar lo vele 0 raccoglier le sarto », avuto notizia della morte di Giovanna seconda, cesse alle esor- tazioni della beata Coletta, riformatrice delle Clarisse, e si per- suase a cingere la corda di frate minore e chiudersi in un convento di Besansone. Ma non mutò indole fino all'estremo, e rappresentò l’ultima scena della commedia della vita con l'apparenza di un signore grande, col misticismo di frate e gli atti di un matto. Si adagiò sopra una barella di quelle, che usano i villani per trasportare letame nei campi, vestito di un lungo e povero abito bigio, cinto i lombi d’una corda, coverto il capo d’un berretto bianco annodato sotto il mento; rilevava un poco la persona su d'un cuscino di piume Iacero e sudicio. Quattro uomini portavano la barella, quattro frati dell’osservanza, i più autorevoli dell’ordine, gli tenevano dietro, e appresso un lungo seguito di carrette, di carri coverti, di muli riccamente bardati, di somieri carichi delle sue masserizie e delle armi; nobili uomini e valletti con belle vestimenta chiudevano il corteo. A questo modo andando per terre e città fu portato a Besansone, dove con la porta del convento gli si chiuse il mondo. Chi lo (1) Di Letto, Cron. Arch. St, Nap. anno XVI, 616. (@) De Repusns, 822. oogle ani 138 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1419) vide afferma, che di sua persona pareva un grande cavaliere, bello, dalle membra assai bene inquadrate, di buon viso, pia- cevole, cortese (1). Mori a' 23 di settembre 1438 e fu sepolto nella esppella detta del Re Giacomo nella chiesa delle mo- nache (2). E torno al proposito. (1) Dal racconto di Branrdue, \. Art de verifer les dates, X, 20. @) Luca Waoomo, Ann. francesc. V. ad an. 1435, p. 279. Sul sepolcro di lui fu posto questo epitafio: «0y gist Jaques de Bourton tres-haut Prince et eucellent, de Hongrie, Hievusalem et Sicile Roi tres=puissani, Comte de la Marche, de Castre et Seigneur d'autres pars, qui pour l'amour de Dieu laissa (veres, parens, et amis, et par devotion entra en l'ordre de S. Francois, lequel trapassa le XXIIT jour de septembre de l'an M.CCCCXXX VITI. Pries pour son ame devatement. » : Google I eri IX Ottino Caracciolo grande Cancelliere del regno. — Spedizione di Muzio Attendolo Sforza contra Braccio. — Rotta di Sforza a Viterbo. — Pratiche di Ser Gianni col Papa, suo ritorno in Napoli. — Hicominciano $ rumori det malcontenti. — Martino V manda a Napoli il Cardinale dei Fieschi per la pace. AT di maggio Ottino Caracciolo ebbe l'ufficio di Grande Cancelliere del regno: cra il guiderdone dell'opera prestata per liberare ]a Regina dalla servitù del marito e mantenere la pace del regno con l’accordo dei napolitani e di Muzio Attendolo (1). Questi intanto, visto, che la fuga di Giacomo non aveva dato occasione di disordini in Napoli, l’amico suo Ottino levato a tanta autorità, e la città senza bisogno delle armi, tornò all’e- sercito. Dirò molto brevemente della guerra combattuta fra lui e Braccio, perchè l'esito di essa fu causa di nuovi e gravi avvenimenti. La spediziono cominciò per lo Sforza con infausti presagi, perchè, come entrò nelle terre della Chiesa, avendo posto gli (1) Sul principio del diploma, eol quale la Regina concedeva ad Ottino l'alta autorità, leggesi: « officium cancellariatus Regni nostri sicilio certo tempore excercitore caruit, pront do nostro et nostri concilii matura. deliberatione non sino ovidonti causa processit ». Ed altroro: « Vito magnifico Marino Boffa de Napi inrio et fideli nostro dilecto olim dicti Regai cancellario abinde et certia causis nobis et conscientie nostre notis spe- aliter et signanter ammoto... ». Fra gli altri meriti di Ottino la Regina ricorda i servigi « Majostati nostre fideliter constanter et utiliter ecbibita, et. impenna sumptibus st Iaboribua multiplicibas ac erponaia non parcendo et signantor cirea persone nostre liberationem et totius regni nostri bonum etc. ». Reg. An n. 972, £ 8. utriusque jurîs doctore coi x00gle ARA 140 GIOVANNA IT D'AI iò (1419) alloggiamenti a Fieseolo, mentre un giorno sull’ora del mezzodi riposava nel suo padiglione, sì levò un vento gagliardo, che col busso gittò a terra e disfece la trabacca. Egli mon fu offeso nella persona, ma i soldati superstiziosi mormorarono e trassero presagi di futuri danni. Andò a Roma, poi a Viterbo e si accampò a S. Giovanni, dove andò a trovarlo Leonetto con opportuno niuto di uomini e di denaro. Braccio, vedendo avvicinare il nemico, sollecitò il Tartaglia & tenersi in ordine, e il Lavellese, che ern alle stanze di Tosca- nella, per evitare gli sforzeschi, si parti celermente e, perve- nuto al lago di Rolsena, parte a piedi, parte sui paliscalmi, gli condusse i soldati. Aveva Muzio Attendolo un bello e forte esercito di gente d'arme, ma pochi fanti, mandò quindi a dire al capitano Lo Gatto di Viterbo, che raunasse tre o quattro centinaia di uomini per menarli a lui (1). Ubbidl il capitano, e a' 20 di giugno si mise în via. Poco era andato innanzi, quando vide lontani squadroni di cavalli, e, reputandoli sforzeschi, procedette senza sospetto. Erano bracceschi, passati non lungi dal campo di Muzio Attendolo, il quale voleva andare ad affrontarli, ma Nicola Orsini, che era con lui al soldo del Papa, Pierino da Siena e Nanni di Ser Spinello gli dimostrarono, che l’andata sarebbe stata senza frutto; si persuase, non si mosse e n’ebbe danno. Come Lo (tatto s'avvide dell'inganno, si volse per scampare, ma fu incalzato e percosso: tutti i soldati suoi rimasero prigionieri, o feriti e morti, e Braccio ed, il Tar- taglia lieti di questa vittoria, ottenuta con poca fatica, si rac- colsero n Castel Cardinale presso a Toscanella. Sospettò Muzio Attendolo, che Braccio sarebbe andato innanzi a Viterbo coi prigionieri, e che i cittadini, non avendo modo da riscattarii, gli avrebbero, per la pietà di essi, aperte le porte; a’ 22 di giugno mosse con mille cavalli per difendere la città e mandò innanzi Nicola Orsini, al quale quel dì spettava la guardia delle ban- diere. Come lo Sforza aveva preveduto, andò Braccio con i prigionieri alla volta di Viterbo, ma l' Orsini, come lo scorse di lontano, senza fare atto di difesa, si levò a corsa verso la (1) Così il Minert; nella Cronaca e statuti di Virerdo, editi dul CumM, 50, leggesi, che i soldati dol Gatto erano 500. (1419) LIBRO SECONDO 141 città; le squadre sforzesche, le quali andavano appresso, vedeu- dolo correre a quel modo, senza sapere il perchè, fecero come ogli aveva fatto. Si studiò Muzio Attendolo di trattenere e rac- cozzare i suoi, che fuggivano disordinati, ma eccoti Braccio, che presso il Bulicame aspettava il tempo opportuno, lo per- cose d’ogni lato e lo cacciò in rotta. Fu Muzio Attendolo quel di in pericolo della vita, perchè fuggito a Viterbo trovò chiuse le porte, che gli furono aperte solo quando quei di dentro lo riconobbero. E vedendo, che i nemici correvano attorno sparsi e senz'ordine, propose all'Orsini di assalirli per riacqui- stare il perduto, ma quegli aveva intelligenze con Braccio e non si mosse, levossi egli con pochi cavalli e li affrontò, molti liberò dei suoi prigionieri, ma dal conte Brandolino fu ferito di lancia al collo e si ritrasse dalla zuffa (1). Restò in Viterbo ad aspettare aiuti, la corte di Napoli però s'era scordata di lui: rimandò a Braccio i prigionieri sperando di riavere i suoi, fra i quali Manno Barile e Foschino, ma quegli non volle darli e parte ne mandò alle castella delle Marche, parte all'isola Martana nel lago di Bolsena (2) Poca gente di soccorso gli condusse il figliuolo Francesco ed usci da Viterbo: mise a sacco Capitona ed Avigliano, fece prigionieri il conte Brandolino ed il Gattamelata, si studiò di trarre a fatto d'arme Braccio, ma questi avendo con la vittoria fiaccato il nemico, vedendo il verno vicino, non volle cimentarsi e condusse i suoi nelle stanze d'inverno a Todi. Dall'altra parte lo Sforza lasciò l'eser- cito ai suoi capitani e mosse per assistere all’incoronazione della Regina in Napoli, dove Ser Gianni aveva riacquistato fa vore e potere. Questi, consegnato ai colonnesi le castella romane, s'era condotto in Firenze a riverire il Papa, col quale trattò delle bisogne dell’incoronazione; lo assicurò della grandezza, che (1) Questo è il racconto del Misvri, cap. XXXVIII, 231 e seg., il qual « et chi scrive, scrive il vero, perchè so li è trovato et vido tutto ». Anch Sansovino, Misc. di casa Orsini, lib. V, 70 afferma, che Nicola fu causa della rotta degli sforzeschi a Viterbo, non dando loro aiuto « forse a'era accordato coa Braccio». Cîr. Civetta, 604. Vita Brachîi, lib. IV, 555. Buonisconrro, 120. Conto, lib. IV, ete. ©) Ciau, 50, 51 oogle ani 142 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1419) avrebbero conseguita nel regno Renzo e Giordano Colonna, promise che si sarebbo adoperato pel buon fine dell'impresa dello Sforza, tanto a cuore del Pontefice, e che senza indugio avrebbe fatto pagare alla Chiesa il censo dovuto. E Martino V lietamente accomiatò da amico colui, che gli era inimicissimo e non avrebbe tenuto fe promesse. Desideroso di tornare a Napoli, non osò quando Muzio Attendolo metteva in punto l’eser- cito e si ridusse a Gaeta, donde con le viste di adempiere una delle promesse fatte al Papa, sollecitava la Regina per affrettare la partenza dell'esercito sforzesco, ma in effetto voleva allon- tanare l'emulo. Quando seppe che Giacomo della Marca contro ogni aspettazione era fuggito e Muzio Attendolo cavalcava per le terre romane, libero alfine d'ogni impedimento, corse a Na- poli dove la Regina lo aspettava con grande desiderio (1). Fu ricevuto con festa, ma i baroni della parte angioina si turba- rono vedendo col ritorno di lui rotti i patti di Acerra. Essi vedevano di mal anìmo le pratiche dell’ incoronazione, che reputavano fatte in pregiudizio di Luigi III, e nella Calabria si mostravano nemici della Regina tanto apertamente, che le negavano l'omaggio, ond'ella, a' 26 d’agosto 1419, diede a Car- luccio Gesualdo le commissioni di ridurre alla fedeltà le castella dei ribelli in quella regione (2); ma perchè importava nelle () Nel Coscentccio, lib, V, 167 0 seg. ed. Venezia 1543 leggesi, che Giacomo della Marea, liberato, atteso allo sterminio dello Sforze e lo sscondava la Regina pel desiderio di Ser Gianni lontano. La maggior parte dei baroni congiurava contro lo Sforza, quando questi, veduto il pericolo per consiglio di Giacomo di Horculan da Firenze, buoa capo squadra, poneò di togliero la causa, per la qualo la Regina gli era nemica e « si intromise con destro modo ad esser cause, che il gran Siniscaleo tornassi ». Non abbiamo documenti, che ci assicurino dell'a- nimosità del Conte de la Marche contro lo Sforza, sappiamo anzi che nei patti di Acerra fa stabilito, che dovesso ridarsi la libertà al Conte, il quale, quando dubitò della fodo della Regina, si ricoverò nello caso di Mensor Ottino Camo- ciolo, dove alloggiava lo Sforza. (2) «... Concedimus quod presentium vigore possit et valess ad nostram fidelitatem et hobedientiam ac principalem nostrum domivium demanium et coronam reducere omnes et quascumque civitates terras castra et loca fortellicia et turres que per quassumque nostros Rebelles inbobedientea et infideles, u versitatitusquo et hominibas castellanio socio ct serrientibua perpotuam ot generalem indulgentiam et remissionem do omnibus excossibue criminibus... fa- cero gratiam... ». Così leggesi nelle lettere di comrzissione. Reg. Ang. n. 372, £. 169. Google one al (1419) LIBRO SECONDO 143 presenti condizioni del regno di farla speditamente finita, gli ordinò di usare misericordia con coloro, che fossero tornati all’ubbidienza. Gli echi di questi rumori turbavano Martino V, al quale pareva, che il demonio, nemico del genere umano, seminasse zizania; raccomandò quindi al Cardinale legato di adoperare ogni cura e studio per pacificare il regno (1), perchè il pericolo di una ribellione imminente della parte angioina rendeva incerte le pratiche dell’incoronazione, turbava i disegni di lui. E vedendo, che l’opera del Cardinale legato non aveva effetto, deliberò di mandare a Napoli Ludovico dei Fieschi Car- dinale di S. Adriano (2) Nelle lettere pontificie, spedite a lui addi 8 settembre 1419, leggesi, che lo inviava « come angelo di pace per svellere, distruggere, dissipare, disperdere, edif- care, piantare, riformare ciò, che era guasto, dirigere ciò, che non aveva guida, emendare ciò che era da correggere, ridurre in via piana i luoghi aspri e dirotti » (3). L'opera del Cardinale di S. Adriano ci è ignota; nei gravi avvenimenti di Napoli egli resta nell'ombra: certa cosa è, che i baroni della parte angioina, i maggiori almeno, non turbarono le cerimonie dell’incoronazione. Forse li quietò con promesse, che Martino V non tardò a mantenere tra poco, quando ebbe l'occasione opportuna, come appresso sarà manifesto; avevano del resto una guarentigia nella grandezza, che avevano conse- guito nel regno i Colonnesi, amici dello Sforza. CD Rarmazor, ad an. VIII, 499, $ XXX. @) Ciconio - Avon, II, 66. €) Ruvwazoi, ivi ad an. 1490, 515. Google ORNFLL'UNIVER Oniginal om CORNELL UNIVERSITY

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 Grandezza dei Colonnesi nel regno. — Colletta per l'incoronazione. — Restituzione dei beni delle Chiese. — Sicurtà data ai Sindaci delle università, baroni e vescovi per assistere all'incoronazione. — Incoronazione di Giovanna II D'Angiò.

 La Regina molto già aveva concesso ad essi, prometteva cose maggiori; ai 18 d'agosto 1418 aveva creato Antonio Colonna Vicegerente del ducato di Calabria (1), ai 29 di gennaio 1419 gli aveva data licenza di estrarre 1500 some di frumento dalle terre d'Abruzzo, Terra di Lavoro e Principato (2), aveva donato a Giordano il ducato di Venosa (3) e ai 20 di febbraio creato grande Camerario il fratello Renzo, già decorato del titolo di Conte d'Alba (4).

  (1) Reg. Ang. 372, f. 204.
 (2) Ivi, f. 259.
 (3) Nei conti cit. di Gerardo de Sardis si trovano notati cento ducati per la venuta del Duca di Venosa; a' 29 di marzo 1419 la Regina partecipò «Viro illustri Jordano de Columpna domini nostri pape germano, duci Venusii» l'assicurazione dei beni dello Sforza e del Conte di Carrara, che andavano contro Braccio. Reg. Ang. 372, f. 203. Cfr. Coppi, Doc. Col. 168.
 (4) «Iohanna etc. Magnifico viro Rencio de columpna domini nostri pape germano comiti Albe consiliario et fideli nostro dilecto.... Sane in nostre mentis acie deducentes examina quod officium magni Camerariatus Regni nostri Sicilie est satis ponderosum et arduum cuique gestio personam requirit fide integra maturitate plenam, discretione providam et longa rerum experiencia circumspectam, ex quo quidem officio eo predicto preterito tempore amministratore caruit nostra Curia evidens dampnum sentit Et volentes prout nostra interest super gestione et administratione dicti officii per personam ydoneam ad id expertam protinus exercenda huius vacatio nobis et nostre Curie ac Reipuplice dicti Regni ulterius incommoda generaret dum secreto mentis scrutinio inter nos et inter nos metipsas personam quereremus ydoneam ad huiusmodi officium promovendam ad te convertimus nostre considerationis yntuitum, dumque ex comunis fame preloquio pensaremus tam tuarum virtutum eminenciam quibus personam tuam ut inter alios enitereris largitor bonorum omnium largiflue insignivit quam fructus laudatiles quorum aliquos in administracione prudencie tue commissis producere solent tue persone studia et labores, quam eciam delectacione placida revolventes immensitatem beneficiorum per supradictum dominum nostrum Papam nobis largiflue collatorum quorum reminiscentia non solum erga se sed ad eius consanguineos exercere perstringimur nostre munifice rependia largitatis, nec minus actendentes tam tuorum sincere ac constantis devocionis et fidei merita que erga nos ac pro statu nostro satis commendabiliter ostendisti in causis et casibus oportunis promovendo et dirigendo affectu benivolo agenda nostra non quidem exigua et presertim super coronacione nostra et investitura regni predicti penes dominicam sanctitatem prefati domini nostri, quam eciam grata grandia fructuosa digna memoratu servicia..... Te..... magnum Camerarium ordinamus.....». Dal Castelnuovo, 20 febbraio 1419. Reg. Ang. n. 372, f. 89 t. La Regina a' 10 di ottobre gli assegnò per locotenente Giovanni de Ludovicis di Sulmona. Reg. Ang. 375, f. 279.

A' 3 di agosto poi donò a Giordano il principato di Salerno con Castellamare di Stabia, Lettere, Majuri, Vico, Pimonte, le Franche e le castella, i vassalli, feudi e suffeudi con ogni diritto e ragione, le dogane, le collette, le gabelle del vino e del sale, le funzioni fiscali di Castellamare, i diritti fiscali di Salerno, le collette e la gabella nuova di Majuri, tutte le gabelle delle terre donate e della Cava, le tre collette di Montecorvino, tutte le collette di Scafati. Gli donò altresì il castello di Scafati, ma al possesso di esso occorrevano bolle pontificie ed il consenso del cardinale Tricaricense abate Commendatario della terra (1).

  (1) Il Cardinale aveva anche una casa in Napoli in condominio con Marino Tortelli ed altri, della quale fu spogliato da Ladislao. Per un reclamo del Tortelli a' 25 marzo 1420 la Regina provvide «in forma justitiae». Reg. Ang. n. 275, f. 75.

Gli assegnò la provisione di dodicimila ducati, e ducati cinquantamila da pagarsi sulle funzioni fiscali dell'Aquila (2).

  (2) Il Pastor, Stor. dei Papi etc. (Vers. del Bonelli) I, lib. II, 172, scrive: «L'ordine della Regina Giovanna a Marcantonio di S. Angelo conte di Salerno (sic) di rimettere Giordano Colonna nel principato, reca la data 1420 11 marzo. Arch. Colonna III, BB. XXXV n. g». Il periodo per sè oscuro porta alcune inesattezze. Forse il doc. allude alla messa in possesso di Giordano nel principato per mezzo di Marino Caracciolo Conte di S. Angelo e Sarno.

Nessun barone mai aveva ottenuto nel regno così largo assegno. Lo stesso dì la Regina concesse a Renzo Colonna il contado d'Albe (1) con le rendite, i diritti e le giurisdizioni; promisegli il cambio, o il valsente di alcune terre possedute da Cristofero Gaetani (2).

  (1) Comprendeva le terre e castella d'Albe, S. Anatolia, Risciolo, Magliano, Castelnuovo d'Albe, Cappelle, Avezzano, Lugo, Trasacco, Capistrello, Pesco Canale, Canistro, Meta, Civita Rendinara, Castelnuovo delle Valli, Ronciano di Vivo e Civita Antina.
 (2) Erano S. Lorenzo, Rotelli, Gurge, Cenzano e Iullano.

Di queste donazioni dopo l'incoronazione avrebbero data guarentigia il Grande Contestabile, i Conti d'Alvito e di Bisceglie, Cristofero Gaetani, Francesco de Riccardis, Paolo di Celano e le università di Napoli, Capua, Gaeta ed Aversa, come era stato stabilito nei capitoli fatti poco innanzi (3).

  (3) Le concessioni del 3 agosto 1419 a Renzo e Giordano Colonna si trovano nello stesso diploma. Reg. Ang. n. 372, f. 160. Cfr. Minieri Riccio, o. c. 64, Candelorius, Vita Martini V, R. I. S.; Gregorovius, St. di Roma, (ed. Antonelli) III, lib. XIII, cap. 1.

 E mentre i grandi arricchivano, la Regina per le sue occorrenze dava in pegno le gioie, i popoli erano spremuti, come l'uva nello strettoio, perchè furono aggravati dalla colletta per l'incoronazione: era la quinta imposta in quell'anno. Ella aveva diritto di richiedere questa sovvenzione stabilita nelle costituzioni del regno, e addì 9 di settembre 1419 fece un bando, il cui tenore è questo. "Se per le nostre necessità in alcuni casi con certa naturale fiducia domandiamo una sovvenzione dai sudditi nostri, con fiducia maggiore chiediamo da loro ciò, che di diritto ci è lecito domandare. I sudditi nostri sanno certamente quante vie, quanti modi abbiamo sperimentato, e quali spese abbiamo sostenuto per mantenere in pace fino ad ora il regno, e la fama di ciò è andata oltre i confini; ma da lunga fiata vediamo, che la tranquillità del regno, e la prosperità nostra e di esso, che molti si studiano di turbare, dipende dall'assunsione del regio diadema. A questo fine mandammo molte ambascerie al Concilio di Costanza, ai Cardinali del sacro collegio, i quali governavano la chiesa, vacante il seggio pontificio, e poi a' sacri piedi e all'alma presenza del clementissimo signor nostro Martino V, eletto sommo pontefic[e]..." per divina provvidenza. L'animo di chi ode sarebbe infastidito, se volessimo riferire quante spese sostenemmo per questo e per altri fini. Or aspettiamo il felice diadema da un commissario apostolico, ma per l'incoronazione, per la solennità di tanta festa, pel pagamento del censo dovuto alla Camera apostolica, alla quale non possiamo mancare d'ora innanzi, e di presente dobbiamo pagare la parte maggiore, abbiamo necessità di denaro. Noi siamo esauste e le facoltà nostre non ci concedono di sostenere spese tanto gravi senza la sovvenzione dei sudditi nostri fedeli; d'altra parte abbiamo il diritto di chiedere loro una sovvenzione per la nostra incoronazione. Non dubitiamo, che i sudditi nostri con la prontezza della fedeltà, senza indugi e di buona voglia ci presteranno ciò, che ci è dovuto. Aggiungeva la Regina, che il pagamento di questa sovvenzione non ammetteva ritardo, e ordinava ai commissarii dell'esazione di ragguagliarla ad una colletta da doversi pagare pel mese di ottobre da tutte le terre e castella di regio demanio, dalle chiese, dai prelati, dai baroni (1).

  (1) Questo è il tenore della lettera spedita a Nicola di Somma commissario per la Terra di Lavoro ed il Molise, altre simili furono mandate ai commissarii delle altre provincie. Reg. Ang. 372, f. 104. Minieri Riccio, o. c. 52.
 A' 16 maggio 1419 Pietro Barile detto Camisa fu incaricato di raccogliere le sovvenzioni dei baroni d'Abruzzo. Ecco alcune note:

              Conte di Carrara . . . . . . ducati 1600
              Conte di Celano . . . . . . » 500
              Duca d'Atri . . . . . . . . » 200
              Conte di Loreto . . . . . . » 500
              Conte d'Alvito . . . . . . . » 300
              Conte di Popoli . . . . . . » 200
              Conte di S. Valentino . . . . » 100
              Conte di Montorio . . . . . » 100
              Conte di Tagliacozzo . . . . » 500
              Bonomo di Popleto . . . . . » 100
              Giacomo di Sangro . . . . . » 100
              Giovanni Orsini . . . . . . » 200
              Antonio di Sangro ed il nipote » 100
              Conte di Monte Oderisio . . . » 100
              Ottaviano Acclocciamuro . . . » 100
              Aquila . . . . . . . . . . » 6000

 Reg. Ang. n. 372, f. 155.
 Marino Pascarello detto Casocavallo fu allo stesso fine nominato commissario della Terra di Lavoro. Ecco il carico di alcuni baroni:

              Abate di Montecassino ducati 200
              Paolo di Celano . . . » 100
              Berardo di Celano . . » 150
              Cristofero Gaetani . . » 400
              Duca di Sessa . . . » 500
              Antonello della Ratta . » 200
              Conte di Cerreto . . » 100
              Corrado Montaguto . . » 100
              Angelo di S. Angelo . » 500
              Antonello di Eboli . . » 50
              Conte d'Altavilla . . » 100
              Francesco Pandone . . » 100 etc.

 Reg. Ang., 372, f. 155 t.

 E poiché il Pontefice nelle bolle dell'investitura aveva posta la condizione, che dovessero essere restituite ai chierici ed alle chiese i beni, che erano stati loro tolti, a' 26 di ottobre 1419 la Regina ordinò, che così fosse fatto a giudizio dell'arcivescovo di Capua e dei vescovi di Capaccio e di Trani a ciò deputati dal Cardinale legato (1).

  (1) G. B. Beltrani, Cesare Lambertini e la società famigliare in Puglia durante i secoli XV e XVI, v. I, doc. LXXI, 261, Cfr. ivi doc. LXXII, 267. LXXIII, 274. Vescovo di Capaccio (Caputaquensis) era Tommaso de Beringariis. Ughelli, I. S. VII, 473. Vescovo di Trani Francesco Carosio Capuano. Ivi, 909.

Il giorno della grande solennità non era lontano; a' 4 di ottobre la Regina aveva invitato a venire in Napoli i vescovi del regno co' loro chierici, i baroni con le loro donne, i familiari, i sindaci delle terre, tutti coloro, che erano devoti alla maestà regia, assicurando per terra e per mare le loro persone e le robe, perché a quei tempi, non v'era sicurtà di via e spesso all'entrata d'un castello, al guado d'un fiume, nel folto d'un bosco i viandanti erano sorpresi e svaligiati da qualche masnada di villani o di soldati, i quali con le prede compensavano la tardanza degli stipendii (2).

  (2) Ecco la parte più notevole del diploma: Reg. Ang. n. 375, f. 277... « Volumus atque decernimus pro appositis declaratis ac particulariter et singulariter expressis, quod possint et valeant dicti scilicet prelati cum eorum familiaribus clericis scilicet et laicis prefatique proceres comites barones feudotarij et terrarum domini cum eorum uxoribus vel absque illis, ipsorumque similiter sociis et familiaribus et predicti, sindici, atque fideles nostri alij cum socijs et familiaribus eorundem in numero eis et cuilibet ipsorum viso ac cum eorum et cuilibet ipsorum arnesiis valliciis iocalibus pecuniis rebus et bonis. In quibuscumque consistentibus per mare cum quibusvis navigiis sive barcis, et per quosvis maris tramites sive calles seu per terram equester sive pedester cum armis et sine armis de die sive de nocte per vias et extra vias, simul vel separatim ad civitatem nostram neapolis et ad majestatis nostre presenciam accedere et se conferre ibidemque morari pernoctari premisseque festivitati interesse, abindeque discedere et ad propria et quo voluerint reddire ac in accessu et redditu transire per terras nostras et nostrorum fidelium dicti Regni ad illas accedere in eis moram trahere et abinde discedere libere et sine aliquo impedimento seu dampno reali vel personali eis in genere vel in specie in accessu transitu, mora discessu et redditu per nos et nostram curiam seu quosvis officiales stipendiarios et fideles nostros Regni predicti toto durante termino quomodolibet inferendo....».

Venivano dunque a mano a mano vescovi e signori d'ogni parte, ed il Papa per dare maggiore solennità alle feste, mandò Francesco da Montepulciano vescovo di Arezzo ed Angelo di Roma vescovo di Anagni per assistere il Legato nella incoronazione (1), che fu aggiornata alla domenica 29 di ottobre (2).

  (1) Il Minuti, 245, nota: «questo medesimo anno MCCCCXVIII (sic) Papa Martino del mese di ottobre mandò misser Francesco de Monte Pelicano vescovo de Arezzo et miser Angelo romano vescovo de Anagni per interpositione de Sforza a incoronare la Regina Joanna del reame de Cicilia o vero de Napoli o vero de Puglia». Il Collenuccio scrive non bene Angelo da Montepulciano. Cfr. Ughelli, I. S. I, Aretini episcopi 428.
 (2) Notar Giacomo, 70. Giuliano Passaro, 11. Nei Diurn. di Montel. leggesi: a' 28 di ottobre. Altri pongono altre date erronee. Il Summonte, p. e., ed. cit. 584 nota il dì 2 ottobre. Il 29 d'ottobre cadde veramente di domenica.

 Acciocché lo spettacolo della coronazione fosse aperto a tutti, fu levato un palco fuori il Castelnuovo, addobbato di ricchi drappi e di sopra fu allogato un trono, sormontato dal baldacchino. Al palco fu data forma di cittadella e intorno ad essa la mattina del dì 29 d'ottobre furono disposti tremila soldati; la stessa Regina, quando uscì dal castello, era circondata da una brigata di gente d'arme (3).

  (3) «La Rigina insio dalo Castiello et trasio ala Cittadella con una briata de gente armata et in tuorno dela citadella erano piu de tremila ommene armate et cussi fo Incoronata con grande triunfo.» Loyse de Rosa, ms. cit. 16 t.

Non so se tutto questo apparato guerresco fu fatto per paura o per dare più splendore alla festa col balenio delle armi. Il Cardinale legato, accompagnato da lungo ordine di chierici e di vescovi, con grande pompa celebrò le cerimonie sacre, investì Giovanna del reame in nome della Chiesa, la incoronò, ed ella a lui, come Legato pontificio, prestò il giuramento di vassallaggio.
 Il numero dei baroni presenti era grande, nessuno dei maggiori mancava: Muzio Attendolo Sforza grande Contestabile, Ottino Caracciolo grande Cancelliere, Raimondo Orsini Conte di Nola grande Giustiziero, Ser Gianni Caracciolo grande Siniscalco, Renzo Colonna grande Camerario, Giordano Colonna principe di Salerno, Antonio Marzano Duca di Sessa e conte di Squillace, Francesco Zurlo conte di Montoro Logateta del regno, Baldassarre della Ratta conte di Caserta, Marino Caracciolo conte di S. Angelo e Sarno, Marino e Luigi della Lagonessa, Algiasio Orsini conte di Altavilla, Manfredo da Barbiano conte di Cuneo e Conversano, Jacopo Cantelmi conte d'Alvito, Jacopo Gaetani conte di Fondi, Pietro Paolo Ruffo marchese di Cotrone e conte di Belcastro, Giosia Acquaviva duca d'Atri, Jacopo Antonio della Marra detto Serino, conte di Mirabella, Rainaldo d'Aquino conte di Terranova, i conti d'Ascoli, Gerace, Campobasso, Cerreto, Tricarico, la Contessa di Montalto, il conte di Mileto, messer Malacarne, Antonuccio dei Camponeschi, Francesco de Riccardis d'Ortona, Jacopo Caldora, Giovanni Antonio del Balzo Orsini primogenito della Regina Maria di Enghien.
 Fra tanti signori assisteva alla festa un modesto notaio, Angelo de Tumulillis di S. Elia della badia cassinese, cancelliere di Onofrio di Penne e scrisse i «Notamenti de' tempi suoi», dai quali ho tratto queste ed altre notizie della istoria mia (1).

  (1) «... quos omnes (barones) ego idem notarius tamquam tum temporis curialis domesticus et scriba spectabilis et egregii viri quondam Honufrii de Penna secretarii ipsorum quondam regis et regine pluries vidi et novi cum venissent vocati et non vocati ad visitandam reginam eandem.» De Tumulillis Notabilia temporum 23, 24. Diurn. di Montel. 73.

 Della investitura del regno fu rogato atto pubblico, e stabilito il diritto della successione nel modo che segue; potevano ereditare il regno maschi e femmine con questo ordine: gli eredi maschi, fino al quarto grado, escludevano le femmine; di due maschi dello stesso grado era preferito il maggiore. Al re morto senza eredi doveva succedere il fratello, o un collaterale, o lo zio materno, o l'avo o altro maggiore sino al quarto grado, 152 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1419) dipoi la corona sarebbe passata alle donne (1). Fu fatto generale parlainento, giurarono fedeltà alla Regina la città di Napoli, popolani e patrizi, dei cui rappresentanti sono a noi pervenuti solo i nomi di quelli del seggio di Nido e furono Landulfo Maramaldo e Fusco Brancaccio (2), i baroni, i sindaci delle città demaniali. La Regina concesse alcune grazie e per bando ordinò, che chiunque per lo passato aveva ottenuto da Jei grazie © privilegi dovesse nel termine di quattro mesi presentarsi nella curia del grande Cancelliere per avere le lettere di conferma- zione (3) E concesse altresì un indulto dei delitti commessi per lo innanzi (4). (1) Suxonr8, cit. 585: (@) Landulfo Maramaldo a' 26 marzo 1417 fu fatto capitano di S. Maria o Lucera, ed il di seguente prestò alla Regina ducati 800. Reg. Ang. 374, f. 58, 306. Fa anche capitano di Manfredonia. () Ciò rimulta da una lettera rogia dol di 8 febbraio 1420, con In quale è confermata a certo Antonello una provisione di 24 ducati l'anno. Manca il principio. « Licet prefate nostre lictere donacionis previsionis predicte de se valide sint e! firmo ipseque a tempore concessionis provisionis eiusdem in possessione seu quasi diete provisionia fuorit et existat nd presons tamen quia io quod ex suscessione dominorum progenitorum, i» tenuimus et possidemus, eidem pro parte stente clementia fuimus investite et ritu solemni regali dyademate coronate, ia diebus non longe preteritis a nostra caria generaliter pro- ot emanavit edictum puplice affissum et divulgatum per quod edicitur ot ebatur ac exprosse iubetur quod tam universitates quam speciales persone Civitatam et terraram dieti regni nostri Sicilie officia cum gagiîs ac prorisiones ot gratias a nobis et nostra caria vel aliter quomodocumque obtinentes et habentae infra menses quatuor a dio felicis nostro coronacionia in antea nume- randos sub pena privationis et admissionis offiiorum pro predictarum ad nostram curiam accedere dobernt ot cum in cade fuerint coram viro magnifico Octino Caracrulo do Nespoli milite dicti regni nostri Sicilie Cancellario, Gollaterali Consiliario et fideli nostro dilecto cum privilegia et licteris cis concessis do officis et provisionibus et gra presentent obtenturi post modum a nobis do novo de huiusmodi offici sionibus ot gratins confirmatorias nostrta lieteras opertunas... Rog. Ang. n. 375 £ 67. (A) Il notaio Masello di Mastro Tommaso di Chieti invoeò nel 1420 questo indulto, esponendo « Quod olim ipsa benignissima Maiestas ad memoriam ipsius maiestatis folicissine coronacionis et investiture regni Sicilie, ac pro pacifico statu regni nc relevamen singulorum dolinquencium affietorum universalem et (1419) LIBRO SECONDO 158 Credette la Regina di avere pacificato il regno, ma la gente superstiziosa fece mall presagi. Un cronista nota semplicemente, che nel 1419 fu incoronata Giovanna II e piovvero gocce di sangue (1). generalem indulgentiam de ingulis eriminibus et delietis maioribus et minoribus qualitercumque et quemodocumque commissis per quorcumque homines et per- sonas dti regni vel etiam exteros in regno prefato quibuseumque temporibus ‘usquo ad folicissimum diem nostre predicte felicissime coronacionis etiam si cautam maiestatis prodicionis vel rebellionis saperent in quantum eci sivo fuorint doliota ox quibus pona porsoralia mortia imponenda prout puplice et notorie predicte nostre mo coronacionis die per reverendum in christo patrem Nicolaum episcopum Tripiensem proparto ipsius maestatis extitit eingulis pate- rim in solemni parlamento puplico pro iprius maiestatis parle tor onarratum.... ». Rog. Ang. n. 375, ( 111. (1) Diar. Anon., în Porgor I, 115. icet curio tangeret vel naturalis aut î Google 3 Original fom Google CORNELL UNIVERSITY dia STORIA DELLA REGINA GIOVANNA II D'ANGIÒ LIBRO TERZO‘ Google Original rom Digtizeaby Google CORNELL UNIVERSITY Martino V, malcontento della it. Corte di Napoli, dà linve- stitura del regno a Luigi III D'Angiò. — Lo Sforza si volge alla parte angioina. — I fiorentini pacificano Braccio col Papa. Durarono le feste tutto lo scorcio del 1419 e tra i sollazzi ed i rumori di esse la regia Corte dimenticò ogni dovere, non si diede pensiero di pagare il censo alla Chiesa, non si curò di dare a Muzio Attendolo le paghe dei soldati per tornare contro Braccio (1). Ser Gianni ministro di Giovanna non più regina di diritto, ma legittima e incoronata, aveva maggiore autorità di prima, imperava nel regio consiglio con le stesse arti, che ave- vano dato oecasione alla ribellione di Francesco Mormile e di Muzio Attendolo Sforza. I baroni della parte angioina fremevano e la tempesta si aggroppava (2). Muzio Attendolo, come vide, che rimaneva a Napoli inoperoso e senza speranza di aiuto, tornò all'esercito per provvedere alle sue bisogne. Soleva dire, che trovandosi innanzi a tre nemici, s' sccordava con uno, con un altro faceva tregua, con tutto lo sforzo delle armi si gittava #ul terzo per opprimerlo. Cominciò dunque a trattare con Angelo Tartaglia, e trovatolo pieghevole, gli promise pace e parentado: stabiliti ed accettati i patti, una figliuola del Lavellesse sposò (1) Stmwova, I. c. 587. (2) Con un diploma dol 18 gonnaio 1420 Raimondo Orsiai obbe la conforma del contado di Nola, della baronia d'Avella © d'altra terre ereditate dal padre, che era morto quando egli eveva 14 anni, onde lo zio Algiasio, suo balio, aveva prestato per lui il giuramento di fodeltà e l'omaggio. Reg. Ang. n.975. £. 61 t nogle OMELIA 198 GIOVANNA IT D'ANGIÒ {i419) Giovanni di Muzio Attendolo. Come Braccio seppe, che il Tar- taglia passava allo Sforza, corse per sorprenderlo e disfarlo, ma le genti sforzesche lo trattennero, onde col desiderio della vendetta, tornò alle sue castella, il Tartaglia si ridusse a To- scanella, lo Sforza ad Amelia (1). Papa Martino, che in Firenze aspettava la disfatta di Braccio per tornare sicuramente a Roma, con dolore vedeva lo Sforza abbandonato, Ser Gianni ed il regio consiglio, che s'erano messi per una via, della quale l’uscita era incerta e pericolosa e non curavayo di pagargli il censo; e v'ha chi narra, che fosse anche sdegnato contro la Regina, che non manteneva la promessa di adottare per figlio Antonio Colonna, ma io non ho documenti degni di fede, i quali confermino la notizia (2). La corte regia non udiva dunque la voce del Pontefice, il supremo signore, che aveva investita del regno la Regina, onde egli si reputò offeso e, per non vedere menomata la sua autorità, tolso tali provvedimenti, che invece di produrre bene e pace furono causa di guerre e di rovine. A'16 di novembre 1419 scrisse a Pietro conte di Celano, uno dei più potenti signori del regno, che i baroni dovevano prestare ubbidienza al Cardinale legato e rimanere devoti al Pontefice nella clientela della Chiesa (3). E intanto agitava nell'animo cose maggiori. Aveva egli volte le cure a quetare la Francia insanguinata e devastata per le lotte dei borgognoni e armagnacchi e per la guerra con gl'inglesi, éd inviato a questo fine i cardinali Orsini e di S.Marco, i quali erano stati secondati nell'opera loro da Luigi III d'Angiò (4). Questi d'altra parte aveva spedito suoi ambasciatori &a Martino V per salutarlo e prestargli ubbidienza, e a queste dimostrazioni di cortesia e di ossequio erano seguite pratiche per stabilire i diritti, che il principe aveva sul regno di Napoli. Or per le antiche tradizioni di benevolenza ed amicizia tra la Corte pontificia ed i reali di Francia, per la nota devozione dei Duchi d'Angiò, per le insistenze dei baroni regnicoli loro fidi e sperimentati partigiani, parve al Papa nelle condizioni () Misuri, cap. XI, 265. @ Stswoypi, Hist. des repub. ital., Bruxelles 1838, 1V, 357. I Rarsitoo, ad an. 1420, 515. (0) Sisvionon 4list, des Francais, XII 634, 570, Go gle CORNEI (1419) LIBRO TERZO presenti savio provvedimento d’investire del regno Luigi III, non per spodestaro Giovanna II, ma per assegnarle un succes- sore e togliere ogni causa di scandali presenti e di guerre future (1). Addi 4 novembre 1419 spedì per lui le bolle d'investitura, il cui tenore è questo: se il regno per la morte della Regina o per qualsivoglia altra ragione fosse tornato nel dominio della Chiesa, fin da ora reputavasi concesso a Luigi ed ugli eredi legittimi di lui. La successione dei maschi © delle femmine sarebbe stata regolata con le stesse norme date per Giovanna II; se Luigi fosse morto senza eredi, gli sarebbe succeduto Renato d'Angiò ed i figliuoli di lui, mancando questi, la corona sarebbe passata a Carlo. Volle il Papa, che mai potesse il principe fare patti © leghe contro la chiesa, senza indugio negherebbe l’ ubbi- * dienza all’antipapa Benedetto ; le principesse angioine eredi del trono avrebbero sposato principi cattolici, mai l'imperatore re dei Romani o signori di Toscana e Lombardia. Nè îl re di Na- poli poteva essere eletto imperatore 0 accettare altre signorie italiane; fino a diciotto anni balio di lui sarebbe stato il Papa; non avrebbe potuto aggravare d'imposte le chiese e i mona- ateri. Erano le antiche e note condizioni delle investiture del regno. Tutto ciò fu deliberato nel consiglio dei Cardinali. Essendo lontano il principe, fu investito del regno Nicola de Perigaud procuratore di lui, canonico e dottore dei decreti: il Papa misegli l'anello al dito, ricevette il giuramento di fedeltà e di omaggio (2). Martino però vide, che, fatto questo, occorreva di preparare armi; mandò quindi a chiamare Muzio Attendolo, il quale addi © di gennaio 1420 andò a Firenze senza apparati solenni, con una scorta di sessanta cavalieri. Il Papa gli aperse i suoi dise- gni, volle, che si volgesse alla sua parte. Lo Sforza da prima restò fra due, perchè era grande Contestabile del regno, nel quale aveva parentadi e signorie, ma il Papa lo strinse: dove, gli domandò, alloggiate con le genti vostre? Rispose lo Sforza: Santo (1 Zonrra, IT, lib. XII e V, 140 è (8) Rarwato, ad an. 1420, VIII, 515. Cfr. Paros, Uist. genér. de Provence Ill, 324 Lxcor DE LA MARCHE, Ze. Roy Rene Il, 213. Google CORNELL UNER 160 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1420) Padre, a Viterbo, nelle terre della Santità vostra e della Chiesa, E quegli: chi tiene le chiavi della Chiesa e di Viterbo? La Santità vostra, rispose l’altro. Sapete dunque a chi dovete ubbi- dire, conchiuse il Papa recisamente, e lo accomiatò senz'altre parole (1). Così tolso alla regia Corte l'aiuto degli sforzeschi. Lo Sforza dipoi stabili con Nicola di Perigaud le condizioni della condotta, fece i capitoli, ed ebbe ufficio di Vicerè e di grande Contestabile per Luigi IIT, al quale mandò per l'omaggio Bernardo da Camerino (2). Tutto questo fu fatto col consenso di Martino V. Avuta licenza, tornò Muzio Attendolo ad Acqua- pendente, e, per prevenire le offese di Ser Gianni, mandò alle stanze di Acerra il conte Francesco e Micheletto con 1500 uo- mini d'arme (3), Egli però non avrebbe allontanato parte del suo esercito, se Braccio fosse rimasto sulle offese. I fiorentini, desiderosi di pace e infastiditi della lunga per- manenza del Papa nella loro città, s'erano messi a trattare una concordia fra lui e Braccio, e tanto seppero faro, che li accor- darono. La signoria invitò il condottiero ad andare a Firenze, ed il gonfaloniere Giovanni Minerbetti ordinò, che gli fossero fatti onori solenni. Braccio alla fine di febbraio entrò nella città con tanto apparato, che pareva menasse trionfo; aveva a lato i signori di Foligno e di Camerino, lo seguivano i deputati di Perugia, Assisi, Todi, Orvieto, Narni e Rieti, e una lunga squadra di cavalieri. Visitò il Papa, stabilirono le condizioni della pace: Braccio restituì Narni, Orta, Terni e Orvieto, dichiarò, che avrebbe tenuto Perugia, Assisi, Tesi, Todi, Gualdo e al- (1) Mivori, 258. (8) BuonincoxTRO, 121. P4PoN, 0. e. III, 325. eco come il Mint questo atto dello Sforza: « Et così Sforza se feco soldato del re Alui con intentione de cazar la regina Johanna dal stato suo, ma per far ella volessa far auo figliuolo doptivo el ro Aluisi et che dopo la morto do ossa rogina osso re Aluisi sucsoderso in quello resmo, et removero el mal consiglio d' appresso la regina, cioè el signore misser Zani, otc.», (8) Corio, Ed Vinetia, 1565, 734. Giovio, o. c. eap. LXIV. Carvetti, 700. Mentre lo Sforza trattava con l'angioino, Micheletto cendusse in moglie Polissena Sanseverino vedova del Malatesta signor di Cesena, la quale gli portò în dote queste torro: Torro Amara, S. Marco, S. Martino in Terranova, Tursi, Tito, Anci, Potenza, Vera, Campagna, Policoro, Vignola, Alianello, ed altre. Minuti, 247. x00gle VE E (1420) LibRO TERZO 161 quante altre castella come feudi della chiesa, giurò fedeltà, promise di ridurre Bologna alla fedeltà del Pontefice. Intanto Braccio con l'apparato glorioso e i torneamenti aveva commosso l'animo de’ fiorentini, ond’era popolarissimo, mentre per la lunga dimora di Martino V e lo stare sempre in vedute, s'era menomata la riverenza per la maestà pontificia; l’am- mirazione per l’uno ed il disprezzo per l’altro erano manife- stati nei canti popolari, e lo stesso Martino udi cantare sotto i veroni delle sue stanze: Non vale un quattrino. E messer Leonardo Aretino l’udi un giorno ripetere ama- ramente: Papa Martino Non vale un quattrino (1) E restò corrucciato coi fiorentini, anzi per duo di, 9 0 10 d'aprile, interdisse la città (2). (1) Lxowanvo Anerino, Comment. R. LS. XIX, 931. Nel Misumi, e. XXXX, 140. Trovo una notevole variante: Papa Martino, signor di Piombino, Conte d''Urbino, son vale un lupi ADI abi ah! rano valente, nostro parente, Rompe ogni gente. Abi alt adi Paola, sorella di Martino V, avava apoaato Gherardo Appiani signora di Pion dino, è Fatorina figliuola di Renzo Colonna era meglio di Guido Antonio da Montefeltro conto di Urbino. Amurnaro, Ist. (tor. Ed. Pompa, V, 0). Cir. MATTEO Dx Gnirrowipos, R. L SL XVIII, 227, Cron. Miscel. di Bologna, Ivi, GI1. Bro- nmnconrRi, 121. () Ammrato, Lc. 11, — FaraGLta, Giovanna II d' Angiò, È Google RI er Original fom Google CORNELL UNIVERSITY dia I Riti della magna Curia. — Congiure in Napoli. — Baitio di An- nechino Mormile, — Provvedimenti del regio consiglio. — Amba- aceria al Papa per calmarne lo adegno. — Proposte per domandare aiuti ad Alfonso V d'Aragona e a Filippo n Visconti. — Lo Sforza accampa & Casanova, — Morte di Leonetto Sanaeverino. Intanto pei fatti di Firenze era Napoli agitata da passioni diverse, siccome cinscuno sperava, o temeva cose nuovo. I baroni della parte angioina avevano sollevato gli animi, la regia Corte era incerta e paurosa. Duravano però 1° unione fatta tra popolani e patrizii e l'autorità degli Eletti. AIl' entrata del- l'anno 1420 questi per loro sindaci impetrarono dalla Regina la conferma di privilegi antichi, e le concessioni di nuovi, perché nelle incertezze delle condizioni presenti importava avere guarentigia dei diritti cittadini. Da ciò ebbe origine l'ordinanza, che è la parte prima dei riti famosi della regina Giovanna IL A” 19 di Gennaio ella confermò ai napolitani tuiti i privilegi concessi loro dal tempo del re Roberto e specialmente l'immunità, per la quale nessuno di essi poteva essere citato fuori della città per giudizi civili e criminali ordinò, che la curia del Capitano di Napoli dovesse giudicare i fatti criminali secondo il diritto comune; che il carceriere nulla dovesse pretendere dall’incarcerato, il quale non per- nottò nelle prigioni, poteva esigere un tareno d’Amalfi, se vi pernottò per qualsivoglia tempo; che per ragione di onestà le donne non dovessero essere costrette ad andare nei tribunali per giuraro © far testimonianza, ma uno serivano dovesse recarsi a interrogarle în ensa; che nella Magna Curia per signo Google ORNFLLUNVERSI 164 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1420) l’accusu di contumacia si pagasse un tornese, ed altrettanto pel grande sigillo delle citazioni; che qualsivoglia persona citata civilmente o criminalmente innanzi qualunque Curia, bandita o condannata, potesse presentarsi senza pagamento di diritti; che nulla dovesse pagarsi per l'esibizione d'un istrumento, ma per l’interlocutoria dieci grana. Deputò gli Eletti a sindacare gli ufficiali; agli attuarii vietà di esercitare l'ufficio per sostituto; ai giudici impose di ‘determinare essi le spese della sentenza e non darne l’incarico agli attuariî. Stabili il pagamento di un tareno d'oro per otto carte di copia d’atti della Curia; ordinò, che la Curia del Mastro Giustiziero del regno, del suo locotenente, del Reggente la Curia della Vicaria, i capitani, gli ufficiali con autorità del mero, misto impero © potestà di spada dovessero agire contro i napolitani rei di omicidio e danni clandestini, secondo il diritto comune e le costituzioni del regno, non dovessero procedere di ufficio per ingiuria di parole con la sola denuncia fatta, ma col libello d'accusa. Per altri delitti poteva però la Curia della Vicaria procedere, avuta la denuncia della parte offesa; se il delitto portava la pena di morte, doveva procedere secondo il diritto comune. Il Capitano della Città doveva procedere sempre secondo il diritto comune e le costituzioni (1). Questo è il documento più importante, che ci resta degli Eletti dell’ Unione napolitana. Nel mese di marzo furono palesi i primi segni delle future lotte. La Regina a' 9 del mese ordinò ad Annechino Mormile di partirsi da Napoli © non tornarvi senza sua licenza: gli fu data tuttavolta facoltà di andare al suo castello di Marigliano, 0 al fratello Francesco, sicurtà pei beni e persone, e liconza di condurre seco i figli, i famigliari, i parenti, gli amici, i servi in qualsivoglia numero, inermi o armati. La Regina lo dichiara nelle lettere regie fedele e diletto, non era dunque manifesto ribelle, era allontanato da Napoli, perchè dava ombra (2). (1) Capitula Regni utriusque Sicilice, Ritus Magnae Curiae Vicarie Napoli MDCOLXXII, T, Il, 189. Il CaR4vitA face undici riti di questi capitol (@) Vi ha il salvacondotto, Reg. Ang. n. 375, f. 108, © la lettera con la qualo fu mandato al Mormile. Ivi £. 107 t, l'uno 6 l'altro sono del dì 9 marzo 1420. Nella lettera la Regina dice, che gli manda il salvacondotto « ut tu ds nostro oogle come UNE (1420) LIBRO TERZO 165 Di poi furono scoverte le trame di una coriglura, le cui fila erano in mano de’ mercanti fiorentini: fu pigliato uno di essi, Cecchino degli Agli, e messo alla tortura. Il misero nel tor- mento confessò, che molti popolani e patrizi si agitavano in favore di Luigi d'Angiò (1). Questo fu a’ 18 di marzo. Alcuni congiurati, avvissati a tempo, scamparono con la fuga, e tra essi Ettore Galeota e Francesco Boccapianola; Cecchino tra gl’incolpati nominò Annechino e Nardo Mormile, ai quali, dichiarati ribelli, furono sequestrate le case alla Pietra del Pesce e alla Loggia dei Genovesi (2). Percossa la Regina dalla gravità dei fatti, si studiò di provve- dere al rimedio, e raunò il consiglio regio; due medi parvero acconci per cessare il pericolo: ammansire Muzio Attendolo e placare il Papa, o domandare soccorso a qualche potente signore, ad Alfonso re dell'Aragona, il quale aveva la signoria della Sicilia, e poteva per la vicinanza prestare agevolmente aiuto, o a Filippo Maria Visconti, il cui nome era già grande e temuto in Italia, e aveva ufficii di cortesia e di amicizia con la Regina. In questo tempo ella forse per meglio cattivarsene l'animo gli spedi lettere molto amorevoli, nelle quali diceva, che per l’af- fetto grande e pel vincolo di consanguineità @ di affinità, che mandato licentia beneplacitu et voluntate, ac ex certis iustis caue digne mo» ventibus mentem nosiram sis da hac Civitate nostra Neapolis recessurus et accessoras ad terram tuam Meriliani seu ad terras castra et loca magnifici germania tui Fran nostri Nol salracondotte è data guarontigia di boni o persone, porò si . (1) De Tewutiwus, e XXVII, 27, scrive: Checchus Degly. Alli, aggiunge: .... uncias auri oetingentas annis siagulit.. Il diploma mi fa comunicato dal sig. Conta di Torrequadra, e non ho avuto agio di riscontrare il testo. Non mi meraviglio, che Alfonso abbis fatto l'as- sogno in oncie, perchè era re di Sicilia, ma lo oncio 800 rappresentano pei tempi una somma enorme. Forse furono 80. @) Zurtra, lib. XII, $ V, 141 te seg. oogle come UNE Oriahaltrom — scsi DI Google CORNELL UNIVERSITY v Luigi III colla flotta provenzale e genovese move contro Na- polt. — Giungono le navi cogli oratori di Alfonso, che è adottato per figliuolo dalla Regina. — Lo Sforza sorprende Aversa, tenta invano di occupare Napoli. — Timori della r. Corte, che fa pra- tiche di pace con Lutgé III In questo tempo Luigi III d’Angiò era partito dai porti della Provenza con sette navi cariche di molti soldati e valenti cavalieri, tra i quali degni d'essere ricordati Pietro di Cham- pagne, suo scudiero e panettiere, Guidon de la Boussasse, Gu- glielmo de Villeneuve, Baras de Barras, Alberto di Sabran (1). Nel porto di Genova trovò sei galere messe in punto col fa- voro del Dogo Tommaso Campofregoso, comandate da Battista fratello di lui, che ebbe titolo ed onori di grande Ammiraglio del regno (2). Prima di muovere per la spedizione Luigi, tra perchè aveva avuto notizie dei propositi del regio consiglio di Napoli, e perchè sapeva quale astio fosse tra i catalani ed i genovesi suoi amici, aveva spedito ad Alfonso suoi ambasciatori per pregarlo di non attraversargli l'impresa, assieurandolo, che le navi, che Genova metteva în mare per dargli aiuto, mai si sarebbero mosse in danno di lui o nella Catalogna o nella Corsica. Promise il Re di fare quello, che egli voleva, perchè gli tornava ad utilità la divisione delle forze genovesi (3), ma () Paron, Il, 325 n. @) Stettà, Ann. Gen. R. 1. S. XVII, 1284 (8) Miwuri, cap. XI, 257. Google CORNELLUN 182 GIOVANNA ll D' ANGIÒ (1420) lo stesso Luigi tra poco per ventura ebbe occasione d’aver notizie del mutato proposito del Re. Pasquale da Campli partito da Alghero e pervenuto a Civi- tavecchin, discese dalla nave per fare alcune provvigioni. Ad un tratto apparvero le prore delle galere genovesi e provenzali, dirette allo stesso porto, i marinai della regia galera a quella veduta si turbarono e, con repentino consiglio, volsero la nave în fuga. Restò il Segretario della Regina e l’armata angioina entrò nel porto. Luigi ebbe notizie di lui, e trovandosi in una terra della Chiesa, che gli era amica, fece ricercarlo, e, menato alla sua presenza a forza fecesi dare le lettere delle commis- sioni, A questo modo seppe ciò, che Malizia aveva ordinato col Re d'Aragona; ritenne Pasquale nella sua galera. Coloro, che erano fuggiti con la nave della Regina, avuto buon tempo, pervennero a Napoli celeramente e da loro fu saputo ciò, che Alfonso aveva deliberato di fare e la prossima venuta dell’armata angioina (I) Questa fu vista innanzi Napoli a mezzo agosto (9). E giunse opportuna per gli sforzeschî, perchè Muzio Attendolo aveva difetto dî denaro, e campando di scorrerie, aveva diser- tata la campagna. Racconta il Minuti, che, mancate le biade per nutricare i cavalli, li pasceva di melloni, dei quali era grande abbondanza (3). Come furono viste aliare pel golfo le galere provenzali, la sera per le castella, ridotte dallo Sforza alla devozione del Duca, furono fatte luminarie: ma tanta era l'incertezza delle novelle, che correvano, e l'ansietà degli animi, che altri diceva, che Luigi era venuto con le sue galere, altri negava, In breve tempo le cose furono manifeste. Battista de Campofregosi condusse l’armata a Castellammare di Stabia, la terra si arrese agli angioîni e Giovanni de Gennaro, castellano della rocca, per la Regina, fece sapere, che egli dallo spalto delle torri aveva visto îl Duca, Pochi giorni appresso sei galere genovesi vennero (D D. Fac, De relus gestis ab Alfonso primo Comm. Ed. Gravior, 1760. di XY de Agosto la festa dell'Assomptione de nostra Donna ». Minuti, 150, Lo stesso dî trovasi nel Diar, Anon, cit, 115,L Diwrn, di Monte. Votar Giacomo, 70: a° 18 di agosto. Le Cron. Anti- $, cap. XXX, 30: a 14) di agosto. quiss. cit, 8 Teweti @) Lc 250. (1420) LIBRO TERZO 183 innanzi Napoli, Luigi INI alla spiaggia della Maddalena prese terra, e Muzio Attendolo, il quale con baroni assai lo aspettava, gli fece omaggio. Giunsero poi le navi cariche di vettovaglie 0 fu approvvigionato il campo sforzesco. Ma sul mattino del dì sei di settembre npparvero 22 galere di Alfonso, che entrarono nel porto di Napoli sull’ora di terza senza offesa dei genovesi (1), i quali vi avevano lasciato tre (1) Diwrm. di Montel. 74. Dinr. anon. 115. Minum, 258. Intorno al numero delle galere catalano non sono concordi gli scrittori, Il De TuwvuttIs, capitolo XXI, 30, scrive: € Die voro sexto mensis septembris hora quasi tertia diey dominus (Malitia) missus a Regina ad Aragorum Regem flinm adoptivam ibi factum pro auxilio oplimendo contra inimisos suos venit cum decem et grossie et aliia tribue reginalibua Nespolim ». sto punto bisogna riferire un notevole diploma dato dalla. Regina il di 1 aprile 1422, il quale precisa molti fatti. Rarlolomea do Cantono di Aversa, vedova di Paolillo Scallyoni, vecchia de- erepita, possodova il castello di Vico di Pantano. Non avendo figliuoli ed eredi, alla morto di lei il feudo sarebbesi devoluto alle regia Corte. Per questa con- siderazione la Regina lo concesso în anticipazione ad Antonio Caracciolo « dietus Carafa distusquo Malitia >, del quale elogia la fede, la costanza: « qui presen- cialiter sicut solumna în marmoreis fundamentis affa in eius plus solito stat roboria firmitate, grandiague utilia fruetuosa et digna mamoratu servicia per dietum antoniam ciuequo omnes cossanguineos nobis in hoc acceptabili tompore et frementi guerrarum turbine quibus status noster variis et dubi tibus quorundam nostrorum emulorum atque rebellium causantibus conantidus improbos orpositos extitit et multipliciter fuetuavit fideliter et constanter im- pensa iniquorum prestacione varia et evidencia sue pergone subiit pericula minimo formidavit do quibus quicumquo constantissimus procul dubiis formi- mptibus Inboribus mulliplicibas expensis set sua în nostro de dieta civitato neapolis de nostri commissione ad serenissimum et Illustrissimum priacipem Dominur Regem Alfonsum dei gratia Regem Aragonam etc. tum tra torram Bonifasii parcium Coraice folicitor properans causa imam Regem in nostrum. porcat de dieto domino Rege cum viginti duabus galeis armatis ad e: tatem ipsam nostram neapolis tum gelearom et navium extolio copioto ludorici ducis andegavie ostis nostri notoriî arte acriterque obsessam quo felici adventa atitun noster predictus et nostrorum ecinm fidolium subditorom ortitit multi- pliciter exaltatus, dictiquo hostis nostria ot rebellium similiter prediotorum depressus penitus ot collapsus ac deductus totaliter fa raynam, Iterumque et iterum ad Insulam Trinacrie transfutando et ad profatam civitatem partenopeam iamdiciam Illustrissimum Regem in numerosa procerum et strenuorum ac nobilium caterva vallatum nonnollis aliis oratoribua fialiter conducend Arch. di Stato în Napoli. Fascicolo Ang. n. 04, £. dI, t. imum Alium adoptandi nec 184 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1420) navi, mentre con le altre costeggiavano la penisola di Sorrento, dove ridussero molte terro alla soggezione del Duca; ma finito il tempo della condotta a' 2 di ottobre fecero vela per Genova. In questa spedizione di provenzali e genovesi parvero più i rumori che i fatti, e non avrei a raccontare cosa degna di memoria, se Michele Cossa capitano di una galera della Regina non avesse combattuta e presa una galeotta genovese nel seno di Nisida (1). E n'ebbe merito, perchè addi 11 novembre 1420 fa creato capitano generale delle regie galero (2). Ma le regie galere erano tre sole. Malizia Carafa aveva intanto riferito alla Regina le conelu- sioni dell’ambasceria, e a’ 7 di settembre con solennità e grande accompagnamento di signori gli ambasciatori del Re di Aragona erano stati condotti al Castelnuovo. A questo punto occorre di osservare, che la gente spagnuola non era estranea alla regia Corte, prima che fosso venuta l’ambaseoria del Re, perchè trovo, che l’anno innanzi la Regina aveva dichiarato familiari del suo ostello i cavalieri Lopez de Luna e Gonsalvo Ansequera (3). Raimondo de Perellos ossequiò Giovanna, presentò le lettere di credenza (4), e lo stesso dì furono fatti i capitoli dell’ a- dozione per Domenico Aricon e Giovanni Vitellino, presenti gli oratori aragonesi ed i consiglieri regii Ser Gianni, Algiasio Orsini, Cristofero Gaetani, Francesco Orsini, Francesco de Ric- cardis, Malizia Carafa, Matteo Pulderico ed altri signori. Di- chiarò la Regina, che aveva deliberato di adottare per figliolo Alfonso V re di Aragona, perchè non ne aveva, ed era circondata da nemici, udito l'avviso del regio consiglio, il quale ai mali presenti non vedeva altro rimedio opportuno: lo aveva preferito ad altri, perchè i principi aragonesi avevano fama di giusti, elementi, cristianissimi, gloriosi, ed egli inoltre era prode. Come ebbe detto ciò, gli ambasciatori domandarono, se ella in fatto dichiarava suo figliuolo il re Alfonso, e la Regina a voce alta e chiara affermò, che questo intendeva di fare, Chiese poi agli ambasciatori se accettavano in nome del Re, e quelli accetta- (1) Dx Tuwot1ttis, cap. XXXII BL. @) Reg. Ang. n. 375, f. 908. 48) Ivi, fol. 17. (4) Diura, di Mentel. 1. c. Facto, ed. cit, 9, Google : (1420) LIBRO TERZO 185 rono (1). In quel tempo 0 fosse pubblica credenza, 0 voce dif- fusa ad arte, corse la fama, che Alfonso era venuto a Napoli (2) Intanto addi Il settembre il Castello dell'Ovo fu assegnato ai Catalani, 0 Ser Gianvi e i consiglieri regii non compresero l'errore e Il male, che avevano fatto. Ai 19 don Raimondo de Perellos ebbe pel suo Re l'investitura del Ducato di Calabria, e, secondo la consuetudine, cavalcò per la città; quattro bandiere furono spiegate: l'una all'arma di Papa Martino V, l'altra con lo insegne della chiesa, la terza con quelle di Giovanna II e di Alfonso Y inquartate, la quarta con lo stemma del regno. La sera ed il di appresso furono fatte luminarie e feste. Ordinò la Regina, che a termine stabilito le terre del regno ed i baroni avessero giurata fedeltà e reso omaggio ad Alfonso (3); i napo- litani patrizii e popolani prestarono ossequio al nuovo signore ai 24 di settembre, La formola del giuramento fu questa: sarebbero stati fedeli ad Alfonso d'Aragona, il quale, vivendo Giovanna, l'avrebbe difesa e posseduto il ducato di Calabria; morta lei, avrebbe ottenuto il regno (4). Muzio Attendolo Sforza però intor- bidò la gioia delle fest napolitane. Aveva messo gli occhi sopra Aversa, città regia, guernita di mura, munita di castello, posta in una campagna grassa, abbondante di biado e di pasciono, luogo acconcio a fronteggiare Capua e Napoli e a nutrire cavalli e soldati, ma era guardata. Cominciò a tontive il capitano Fran- cesco Gattola di Gaeta e con l'industria di Paolillo Scaglione, Pietro Cola ed il costui fratello riuscì nel disegno. Richiamò le genti d'arme, che aveva a Castellamare, le condusse queta- mente attorno alla città; dato il segno, la notte del 16 settembre, il castellano apri lo porte, gli sforzoschi entrarono, oppressero le guardie sepolte nel sonno, fecero prigionieri molti baroni, tra i quali Giosia Acquaviva, Bernardo conte di Celano, Ventura () Zuwrra, IU, lib. XU, e. VI, 142. @) Miura, LL e. Diar. Anon. 115: « Eodem anno (1420) do settembro venne Ro d'Aragona con galero XVIII, in aiuto della Regina >. (8) Ai gaetani fu ordinato di prestare il giuramento con lettera rogia data dal Castelnuovo a'25 settembre 1420. Repertorio delle pergamene di Gaeta. Arch. di Stato Ed. 1884, 106. (4) Diurn. di Montel. 74. Google ii 180 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1420) d'Alvito e Algiasio Orsini (1). Luigi III e Muzio Attendolo andarono ad alloggiare in Aversa, Foschino con quattrocento cavalli restò a guardare Acerra. Per l'occupazione di Aversa i partigiani di Luigi III dei quali in Napoli grande era il numero, presero animo e cominciarono a congiurare co' loro consorti di fuori per trovar modo d’introdurre gli sforzeschi nella città: si accordarono dunque, che di notte avrebbero aperta la porta di S. Gennaro, fatto rumore, turbato i dormienti, oppresso i desti, occupato mura e torri. Questo era il disegno e nella notte stabilita lo Sforza mandò sotto le mura una com- pagnia di fanti e più lontano appostò squadroni di cavalli. Era la porta sbarrata di dietro con una trave massiccia e tra questa e quella erano state cacciate pietre grosse a modo di cuneo per tenerla ferma. I congiurati di dentro si studiarono di levare le pietre, ma non potettero aprire la porta per l’impedimento della sbarra, che richiedeva uno sforzo grande, fecero tuttavolta tanta apertura da potervi passare due uomini. Entrarono i fanti, malaccorti, fecero rumore pe’ chiassuoli vicini, e le scolte delle mura, i torrieri destati dal rumore, dal suono delle armi dei (1) Che fosse castellano il Gattola è assicurato dal Faoro, ed. cit. 10. Il Tr- svistias sorivo: « Dio XVI ciuedom soptombrit. XIIT indiction Pastula (sic) do Gayeta castellanus cestri Avorse, Dominus Paullus Scallonus, Petrus Cola et cius frater prodiderunt castrum et civitatem Averse ». L'errore del cognome è evidente. Nei Diurn. di Mont. 74, leggesi, che lo Sforza si 16 settembre levò il campo ionanzi Napoli, ed a° 17 la Regina fece. sapere che, Aversa era atata press il di addietro. Fui prigioniori trovanai il fratello del Duca d'Atri, duo fratelli del Conte di Celano © Algiasio Orsini. Lo Zonira, !I, lib, XII, cap. VI, 142, pons Giovannotto de Pertusa catalano per castellano, confondendo il tradimento del 1420 con Uno posteriore, che narrerò a suo luogo. Ia ua regio diploma del 5 novembre 1427 « pro Georgio do Januario et Mag- dalona do Caieta », del quale ho riferito parto più sopra per i partigiani iacomo della Marsa, leggasi: « Processugue temporis serenissimo principe do- Ludovico IIl nunc Calabrio et Andegarie duc filio nostro carissimo qui noster tunc hostis erat, casiramentante contra nos et statum nostrum in territorio civitatis nostre Neapolis et deinde civitatem nostram Averse, sur rentum et multas terras nostras alias occupantes, nos regem Aragonum hostem nostrum notorium convocavimua ia soccursum... ». Rog. Ang. n. 377, £. 159, quando fu spedito il diploma, come esporrò, lo parti dei priscipi erano mutato; ma ho riferito questo tratio, per mostrare come talora i fatti non siano esatta- mento esposti nei documenti più genuini. In fitto Ia Regina aveva invitato Alfonso, prima che la parte angioina avesse occupato Sorrento ed Averea. ‘ Google : (1490) LInRO TERZO 197 soldati, che correvano, nè sapendo chi fossero, e che facessero per le tenebre, gridarono, come è consuetudine militare, per avere risposta. Le grida diffusero terrore per la città; corse Ser Gianni, si menavano le mani qua e là all'oscuro per le vie strette più con furore, che avvisatamente; il tumulto e la confusione in breve furono grandi. Raimondo de Perellos fece sbarcare cinquecento catalani e li mandò a ricacciare gli sfor- zeschi; questi, non avendo niuto dai loro, chè la sbarra impediva l'entrata della gente d'arme, pesti, disordinati fuggirono alla porta, temendo, che fosse loro impedita l’ uscita (1). Scamparono, la maggior parte, per le tenebre; molti cittadini partecipi della congiura fuggirono con loro, altri si gittarono dalle mura, pochi, sorpresi, furono eacciati nelle prigioni. Di questi fu fatto pro- cesso, e secondo la colpa perdettero o i beni, 0 il capo, La sorpresa degli sforzeschi non ebbe effetto, ma la Regina ed i consiglieri suoi furono atterriti dal numero e dall’audacia dei nemici, che avevano in casa e dì per di s' aggiungeva il pericolo delle provincie. Luigi III, che aveva molti potenti amici nella Calabria, fece suo vicerè in quel ducato Franceseo Sforza, e lo mandò per aiutarli e mantenerli fedeli; Jacopo Caldora, che fino a questo tempo era stato a vedere, fece pra- tiche con lui e si parti da Napoli per andare alle sue terre di Abruzzo (2) E gli aiuti promessi da Alfonso non venivano, deliberò quindi îl consiglio regio di rimandare Malizia Carafa per sollecitarli (8). Per Napoli correvano intanto voci non liete: si diceva, che i baroni e le università siciliane si studiavano dissuadere Alfonso dall’ impresa di Napoli, ricordando i danni di coloro, che l’ave- vano tentata, e specialmente dei principi angioini (4); e si (1) Nei Diurn. di Montel. non trovasi menzione di questa sorpresa. La riferi- acono il Misuri, cap. XIII, 263, i Facto, 12, il Broxincontar, 124. A. pi Costanzo nell" Istoria ed. Gravier 390 nera, che tra i congiurati furono il notaio Tirello di Muetaio, il votar Bertraimo Aversano, Antonio Schiavo, Lembo Arcamone; fu fatta di loro giustizia, e, dopo d'essere stati trascinati per la città, Lemto fu tquartato, gli altri impicc: () Misuri, 263. (8) Nel diploma del 1422 riportato poco innanzi la Regina ricorda come merito di Malizia ciò, che avava fatto per Ia venata di Alfonso « iterumque, iteramque ad insulam Trinaotio transfretando ». (4) Diurn. di Montet, 75. Google CORNELL UNVER 188 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1420) viveva in grande trepidazione e la città era tanto stretta dagli sforzeschi, che la Regina, Ser Gianni, o gli uomini del consiglio, cominciarono a meditare, come potessero uscire da tanti peri- coli, che essi stessi avevano create. Proposero di patteggiare con Luigi III. A questo effetto rnandarono a chiamare messer Bernardo Arcamone, cavaliere napolitano della parte angioina, e fattolo venire al Castelnuovo, gli diedero le commissioni delle pratiche, le quali non furono condotte tanto segretamente, che i catalani non n'avessero sentore. Alfonso în quol tempo aveva levato l'assedio da Bonifacio, perchè a’ 28 di decembre 1420 Giovanni Campofregoso era andato con otto galere a soccorrere {l castello e aveva rotta l’armata catalana (1); col dispetto della sconfitta condusse le navi sdrucite in Sicilia per rattopparle e provvedere armi e denari per la nuova impresa, della quale i siciliani vedevano di mal animo gli apparecchi, perchè dove- vano essi sostenerne lo spese. Erano quindi vero le voci dif fuse in Napeli. Alfonso non mutò proposito, e perchè la Re- gina insisteva pel soccorso, all'entrata di marzo 1421 le mandò‘ con quattro galere il gran Maestro di Montesa, il quale, come pervenne ad Ischia, fu avvisato delle pratiche fatte con Luigi III per messer Bernardo Arcamone, e, temendo insidie, trattenne le navi. I consiglieri della Regina, avute novelle di lui, muta- rono avviso; interruppero ciò, che trattavano con l’angioino e mandarono a dire al gran Maestro, che le voci corse erano false, venisse innanzi sicuramente. Quegli allora condusse le galere nel porto di Napoli (2). Menato innanzi alla Regina, scusò il Re della tardanza, pre- sentò lettere di lui, date da Palermo a 3 marzo, con le quali l’assicurava, che în quella settimana si sarebbe condotto in Messina per passare nella Calabria. Di queste lettere mandò la Regina un esemplare alle città regie; diceva, che di ora in ora con grande armata e gagliardo esercito aspettava Alfonso, il quale aveva raccolto a Messina due mila cavalli pronti ad () Zunra, 144. Goruentctio, ed. cit. 310. Como, 730. Bovio, ad an. 1420 $ XVI, Umento Foctieti Genuen hist. lib. X. ( Thesaurus ant. et hist. It 1. para 1), SteLa, Ann, gen. R. 1. S. XVII. PETRU Craneus, Fist. Corsicae ivi. XXIV. @) Diurn. di Montel. 75. Google CORNELL UNER (1420) LIRRO TERZO 189 essere trasportati nella Calabria per unirsi alle genti d'arme di Antonuccio de’ Camponeschi (1). La Regina però, non contenta di parole e di promesse, mandò al Re Francesco Orsini, Gio- vanni Bozzuto e Antonello Poderico con la preghiera di non indugiare (2). (1) Fanaatia, Cod. dipl. Sulmonese doc. COXXVIII, 300. (@) Diurm. di Montel, 1 c. Facio, 10, Zunia, lib, XIII, cap. X, 140. Google Origlral from visi Google CORNELLUNVERSITY — - -. VI Alfonao d'Aragona assolda Braccio da Montone. — Fatti della Calabria. — Spedizione di Braccio per l'Abruzzo. — Condotta di Jacopo Caldora. — Braccio passa i Volturno, fatti d'armi in S. Maria. Perviene a Napoli. Ed Alfonso tardava a ragione; egli sapeva, che con le forze sue non poteva fronteggiare Muzio Attendolo, pochi baroni favorivano la Regina, i più audaci parteggiavano per l'angioino; vedeva le difficoltà, alle quali sarebbe andato incontro, temute dai catalani e da' siciliani: aveva quindi offerta la condotta a Braccio da Montone infino dal tempo, nel quale combatteva il castello di Bonifacio. Credo, che vi siano stati in mezzo i fiorentini Era in Firenze carestia e Luigi Spini gonfaloniere mandò ad Alfonso Jacopo Niccoli e Antonio da Panzano per pregarlo di concedere la tratta di grano dalla Sicilia (1); dipoi il Ro aveva rimandato în Italia Raimondo de Perellos, ch'era andato a dargli ragguaglio dei fatti di Napoli, con fra Romeo gran Maestro di Montesa ed altri cortigiani per un’ambasceria al Papa ed alla Signoria di Firenze, i quali portavano denaro per la con- dotta di Braccio (2). Ma le condizioni, che questi aveva poste, (1) Axuinato, Stor., ed. cit. V, lib. XVII, 62. Giunta di A. il Giovine. (@) Casans PensoRINO gran panegirista di Alfonso e scrittore enfatico scrive a questo proposito: « Magnificua vir Raymundus do perillionibua regie clamis capitaneus comitatus otr gubornstor una cum viro fratra megistro militie sancte marie et sancti Oeorgii do montesio regio collaterali et consiliario sc ammirato.... Pluribueque aliis oratoribus ituris tam ad dominam oogle esuli une 192 GIOVANNA TI D'ANGIÒ (1420) erano gravi: oltre il denaro per le paghe dei soldati, voleva la signoria di Teramo, dell'Aquila e di Capua. Fra questi maneggi passò il verno: poi d'aprile venne în Napoli Gaspare Bongiani, il mercante fiorentino, con molto denaro avuto dal Re, ma somministrato dai baroni siciliani e dalle università, per portarlo a Braccio, e per lui la Regina man- dogli le bandiere ed il bastone del comando. Bracciò diceva nelle sue lettere, che sarebbe venuto come il fulmine con grande numero di fanti e di cavalli per fare strage dei nemici suoi. Dava lode ad Antonuccio dei Camponeschi per la sua fedeltà (1). In fatto la casa Camponesca, contro la consuetudine, non s'era mossa per Luigi IMI, era anzi in concordia con Braccio, del quale forse ignorava i propositi (2), e l'Aquila, che soleva seguirne gli avvisi, rimaneva tranquilla. Anche Jacopo Caldora e gli altri baroni abruzzesi aspettavano, ma con le armi pronte. La guerra ruppe nella Calabria. Il Re, come aveva scritto alla Regina, preparava le cose occorrenti in Messina, dove Antonuccio dei Camponeschi e i conti di Gerace, di Terra- nova e di Sinopoli erano andati a riverirlo; quando si parti- rono, s' accompagnò ad essi Giovanni d’Ixar, che era stato creato vicerè della Calabria (3). D'altra parte era giunto in quella regione Francesco Sforza vicerè di Luigi III, col quale aveva fatta la condotta per duecentomila ducati, dei quali aveva sborsato sei mila, e assicurato il resto dandogli le terre di Rende, Demolico e Martorano. Francesco aveva condotto seco il giudico Carlo de Samnito di Ariano ci capitani Nanni di messer Spinello, Furlano Grande, Cesare di Martinengo, summum pontificom martinum, quam ad commune fiorentie eum galeis quataor sum magna pecu to et tam pro conducendo brachio, quam pro aliis oportunin... ». Mistoria Alphonsi primi Aragonij Neapolis Regis, MS. Bibl. Naz. di Napoli IX, c. 22, {. 8 t. Questa notizia è confermata da una let- tera mandata dalla Regina ai Sulmonesi il di 15 gencaio 1421 da mo pubblicata nel Cod. dipF. Sul., doc. CCXXVII, 299... « Misitque preterea Idem dominus Rex certam quantitatem peconio veraus forontiam ad Bracchium pro parta atipendiorum suorum, qui quidem Bracchiun, sicut ad vostras auros porronire potuit infra brere tempus est ad partes aprutii cum suis gentibue descensurus ». (1) Fanaotra, God, d. Sum. doc. CXXIX. 301. La lottera è del 13 aprile 1421, (@) Ciximetto, Della guerra dell'Aquila. A. I M. E. VI, 969, st. 15. @ Zuama, Lc. Google corn (1420) LIBRO TERZO 198 Pelino di Cotignola, Pietro Girasco detto Fiasco ed altri speri- mentati nelle armi. Trovò disposti a seguire le parti angioine i conti di Arena, quello di Belcastro, detto Braga, il marchese di Cotrone, i Signori di Rocca Imperiale, d'Amendolara, di Fuscaldo, di Abadona, di Maidn, © le terre e citià di Cosenza, Bisignano, Longobucco, Cassano, S. Severina, S. Marco, Ari, Castrovillari, Nicastro, Mormanno, Taverna (1). Cominciò una guerra guerriata:.i capitani di Alfonso combatterono Mileto e Nicastro, andarono ad affrontare il marchese di Cotrone con poco effetto, nè fecero cose degne di memoria, perchè oggi perdevano un castello acquistato ieri, facevano tregua quando il pericolo era imminente, passato, la rompevano. Nella provincia della Capitanata, dove gli sforzeschi avevano le loro castella, le armi posavano, nella Terra d'Otranto, il Principe di Taranto, tutto devoto a Ser Gianni, le preparava. Il duello oramai era fra Muzio Attendolo e Braccio. Questi, avuto il denaro del Re, raunati tre mila cavalli e mille fanti si avviò per l'Abruzzo. Solo quattro baroni abruzzesi osarono di affrontarlo: il Conte di Carrara, i conti di Popoli e Loreto di casa Cantelma, i quali afforzarono Castiglione, posto în luoghi alpestri nella valle della Pescara, e il loro consorte Jacopo Caldora, che muni il suo castello di Pacentro, posto ai piedi della Maiella, sopra Sulmona, e più audace degli altri, costrinse i Sulmonesi a cacciare i magistrati della Regina e mettersi sulle difese contro i bracceschi. Braccio, movendo per la Marca, assali il Carrarese in Ascoli, l’accordò, tolse un figliuolo în ostaggio, ebbe Teramo, e il primo di giugno prese passosso della città il suo capitano Gi como di Pietro de’ Monaldi da Perugia (2) Entrò nella valle della Pescara e giunto sotto Castiglione dispose i suoi all'as- salto, ma i difensori sbigottiti patteggiarono. Senza tardanza corse la valle sulmonese e la disertò, non mosse contro la città, popolosa, munita di mura torrite e di castello, andò sotto Pacentro, e ‘per gli apparecchi dell'assalto fece trasportare dalle vicine selve legnamo da ardere © travi, e gli assediati (1) Misomi, cap. XXXVII, 220, Cap. XIII, 205. Crivetti, 708, Simonera, 182, @® Pata, II, 154, 2-* ed. Murio DE' Muri, Della at. dî Teramo, dialoghi sette, 130, 131. 13.— Famaonia, Giovanna IL d'Angiù. Google : 194 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1420) vedendo attorno la moltitudine del nemici, ed udendo le mi- nacee dell’assalto, del fuoco e del succo, aprirono le porte. I sulmonesi, saputo ciò, mandarono a domandare la pace, c Braccio, al quale tardava di trovarsi innanzi a Napoli, |’ ac- cordò, e la città riebbe i magistrati della Regina senza vendetta. Andò innanzi Braccio per l’aspra via sulla costa della Maiella infinò a Campo di Giove, piccola terra, perduta fra boschi, la quale era parte di Giacomo Caldora, parte dei:Cantelmo; intimò la resa, ma i terrazzani, aizzati dai caldoreschi, si disposero alla difesa animosamente. Non potettero però sostenere L'assalto, e la terra fu presa, data in preda, arsa e quasi disfatta. Proce- dotte Braccio per vie erme, dirotte, difficili, e, a chi sono note reca meraviglia, che egli v'abbia condotto i gravi squadroni degli womini d'arme, mentre Jacopo Caldora co’suoi soldati lo precedeva pronto alle offese. Ma non osò, perchè, guernito con buona mano di fanti la rocca di Castel di Sangro, si nffrettò a discendere nella Terra di Lavoro. Di questa rocca si veggono ancora i miseri ruderi di.qualche torre al sommo di un monte non alto, ma aspro, che discende pidamente sulle correnti del Sangro, ond' ebbe il nome; essa chiudeva la valle dove il fiume volge ad oriente per discendere nel mare e guardava la via, che, movendo da Sulmona, verso borea serpeggiava per un bosco immenso e tanto stretto, che ancora quello, che ne avanza, serba il nome di Selva nera. La terra sottoposta al castello era cinta di mura, ed appa- riscono ancora qua e là gli ultimi merli cadenti. Forte era dunque il luogo, ma le genti di Jacopo, come videro i primi squadroni di Braccio, si partirono, e dei cittadini sbigottiti parte fuggi alle selve, parte, per salvare vita e averi, aprì le porte ai nemici. Fu in poco tempo quetato l'Abruzzo e ridotto all'ub- bidienza della Regina (1). Luigi III intanto era andato a Roma per ottenere soccorso dal Papa, e Muzio Attendolo, provvedendo alla difesa, aveva mandato al passi di Sessa Micheletto e Fabrizio di Capua, il quale, rompendo il giuramento dato, fatta condotta col prin- cipe angioino, era tornato nel regno; egli andò nel Molise (©) Camino, 578 0 seg. AxriNonI, II, 182. oogle " ERSIT (1490) LINRO TERZO 195 per aspettare Jacopo Caldora. Assali Cantalupo e non potette averlo, pose il campo a Bagnoli e aspettò tre di, avuto infine notizia, che Jacopo s'era accordato con Braccio, condusse l'esercito a Cerreto e poi ad Aversa (1). Braccio, trovati i passi sgombri da nemici, pervenne celera- mente a Calvi, dove andarono a pregarlo i sindaci di Capua, onde lî liberasse dalle molestie, che arrecavano alla città gli sforzeschi alloggiati in Santa Maria Maggiore (2) e afforzati nella torre di S. Erasmo, Il condottiero fece buon viso ai cu- puani, che reputava suoi vassalli, promise, che senza indugi li avrebbe liberati da ogni fastidio e danno. Guadò il Volturno, sorprese gli sforzeschi a S. Maria, molti ne uceise, molti fece prigionieri, e fra questi furono Cattabriga e Jannuzzo d'Itri buoni capitani sforzeschi. Rimasero però alquanti soldati a guardare una torre altissima, poco disposti alla resa, persuasi da due perugini fuorusciti. Parlamentavano tuttavolta, e Braccio promise salva la vita, se avessero ceduta la torre, I perugini però, che sapevano l'indole dell’ uomo, temendo l'ira di lui, ricusarono le proposte, osarono anzi di gittare dardi dall'alto. Braccio allora fece appostare per le case vicine coloro, che fra i suoi balestrieri erano più destri, ammonendoli, che do- vessero colpire i difensori della torre, come mettevano il capo fuori dei veroncelli, 0 nello sparo dei merli. Di poi fece lo viste di voler fare patto. Apparvero quelli dall'alto e gli appostati li balestrarono. Pochi rimasti sani e sbigottiti, vedendosi a mal partito, cessero la terre. Braccio li fece impiccare e si volse contro la torre di S. Erasmo, fortissima e spesso menzio- nata nei documenti dei tempi passati. Erano intorno ad essa rottami di mura antiche e volte basse di edificii caduti, resistenti ancora a’ danni del tempo, sulle quali andava il sentiero, che menava alla torre, e pel vuoto di sotto davano suono alla cadenza dei passi. Da questo rumore avevano le guardie indizio di gente, che venia. Braccio avuto () N Musvri, 266, scrivo: e... (Sforza) foce la via di Montefiascone, quale teneva Dragoneto de' Dragoneti, et li fece combattere Montefisscone quale non se poteva per battaglia de mano ». Montefiascono non è nella regione di Molise: Il Capano scriva Cantalupo, 578. (@® S. Maria di Capua Vetere. Google corn 196 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1490) novelle della fortezza della torre e della condizione dei luoghi, propose d’occuparla per inganno. Dispose intorno nd essa per la campagna, fra i ruderi venti soldati e mandò innanzi due gio- vani, i quali fingevano di essere fuggiti da lui. Al rumore dei passi chieseto le guardie chi fossero e quelli risposero, che avendo disertato, fuggirano a Maddaloni, avevano smarrita la via. Mentre discorrono, e gli sforzeschi s'apprestano a dar loro aiuto, escono i Soldati bracceschi dall’agguato; le guardie rimaste dentro, scoverta l’insidia, gridano, gittano pietre e dardi, e quelli, vedendo attraversato il loro disegno, e, non potendo altro fare, prendono due nemici e li menano a Braccio. Questi minacciò i prigionieri di mandarli alle galere, ma uno di essi il quale aveva già sperimentata quella vita disperata, gli si gittò ai piedi, pregandolo di dargli la morte. Non si mosse il erudo condottiero, ma quando gli promise, che avrebbe tro- vato modo d'intredurre i suoi soldati nella torre, se gli dava la vita, gli prestò fede e lo mandò libero. Tornò quegli alla torre e disse, che era, fuggito, ma la notte v'introdusse i bracceschi. Dipoi Braccio assali Marcianise non lontana da Aversa, uccise Trasacco, il capitano sforzesco, che la difendeva, diede la terra in preda; mosse per Napoli e pose il campo tra Dogliuolo e la chiesa di S. Antonio (1) Salutò In Regina, diede ai soldati alquanti giorni di riposo, e poi li condusse all'acquisto di Cnstellamare. Gtiunse innanzi la terra improvviso, sulla mez- zanotte; scalate le mura, i bracceschi saltarono dentro, apri- rono le porte e, dato il sacco, la preda fu ricca (2). (1) Diurn. ci Moniel, 75. Minuri, 268 0 sog. Camrano, 578. Caivetti, 400. ll De Tuwvuius, cap. XXXI, 31, scrivo: « Veniente estato dio VIII iuaij, XIIIT iadictionis Bracchius de Fortebrachiis institutus. magnus comestabulus ipsius regine venit Dillulum prope Neapolim cum quatuor millia equitibus et mille peditibus.» () Diurn. di Montel,, 1. c De Toxvuitus, Le Da queste duo fonti risulta, cho la prima itupresa di Braccio, presso Napoli, fu quella di Castellamare. Non manca chi la pone in tempo alquanto posteriore. Google PORRI rp STORIA DELLA REGINA GIOVANNA II D'ANGIÒ LIBRO QUARTO Google Original om DI Google CORNELL UNIVERSITY diai Alfonso d'Aragona giunge in Napoli. — La Regina conferma l'adozione e gli accorda grardo potestà sul regno. — Martino V prepara armi per soccorrere Luigi III, assotda {l Tartaguia. — Fazioni di guerra nella valle del Sarno. — Braccio invade le terre della Badia di Montecassino. — L'Abate Pirro Tomacelti. La venuta di Braccio aveva sollevato gli animi della Regina e de’suoi consiglieri; la novella, che tra poco sarebbe giunto il Re di Aragona, li commosse a straordinaria allogrezza. Aveva Alfonso riunito nel porto di Messina sedici galere, otto navi da carico ed altri legni minori, ma, prima di movere per Napoli, mandò a Luigi III Giovanni Fernandez de Heredia per fargli intendere, come per pietà di figliolo era obbligato ad apportare soccorso alla regina Giovanna, contro qualsivoglia principe del mondo, che avesse dato mano ai baroni ribelli: contro di lui prendeva le armi non volentieri, pel parentado, che era fra loro; non poteva d'altra parte per cavalleria abbandonare una donna fra tanti pericoli, avendogli domandato aiuto. Non mancò di mettere in mezzo | diritti, che la casa d'Aragona aveva sul regno di Napoli per Costanza figliuola di Manfredi di Svevia. Rispose Luigi, che il regno era stato dai Pontefici dato alla famiglia sua, e a tutti era noto, che egli non si mettova a quella impresa per ingordigia di signorie con offesa di leggi e diritti umani e divini (1). Rimasero l'uno e l’altro convinti della (1) Facio, 17. 200 G1ov. NNA IT D'ANGIÒ (1421) gliustizia dello loro azioni, i miseri abitatori del regno dovovano sperimentarne gli effetti atroci. Alfonso sulla fine di giugno lasciò il porto di Messina, giunto in Ischia, tenne avvisata della sua venuta la Regina (1), la quale mandò ser Gianni a salutarlo e fargli onore. Addi 5 di luglio sulla sera l’armata catalana gittò le ancore innanzi al castello dell'Ovo, dove Îl Re dimorò due giorni. Intanto alla spiaggia dello Sperone di S. Maria del Carmine con travi e tavole fu costruito un ponte, che entrava molto addegtro nel mare e un palco coverto e ornato di drappi e di pennoni, onde il Re potesse discendere agevolmente a terra. Il di è sul mattino, salì Alfonso su d'una galera, navigò allo Sperone del Carmine (2) € pel mare si agitava intanto un grande numero di barche cariche di gente curiosa, sul lido si affollava il popolo desideroso di cose nuove, allegro per la speranza, che quel grande e potente signore, venuto d'oltre mare, avrebbe posto fine a' mali suoi. Misera condizione di un popolo infelice, che aspettava la fine de' suoi mali da gente straniera, e, come sempre avviene in queste condizioni di cose, s'ingannò. Erano da un lato în ordinanze militari alquanti squadroni di uomini d'arme bracceschi, con armi e corazzine forbite, dall’altro cavalieri e baroni napolitani; non mancavano i sacer- (1) Noi Diurn, di Moniek, 75, 70, leggesi: «a' 25 do Iuniow s0 parte Alfonso et venne con otto nave, et eidici galere et tra bergantini et altre fusti che foto 27...». « Die vero quinto lulii. XIV ind. videlicet in sabato Dominus Rex Aragonum... cum movem navibus grossis honustis frumento st mille equis armigeris et cum decem et septem galeis venit insolem Ische ». De Tuwutatt1s, XXXIV, 32. Accompagnava il Re con una sua galera Lancio di Sergio liparoto, il quale ebbe dipoi alcuno terre sequestrate ad Ottino Caracciolo, come ho detto sopra. Nel diploma di concessione la Regina loda la fedeltà di Laneio, ricorda i servigi resi al Re Ladislao, ma specialmente lo encomia per la parte avuta Cin accele- rationo adsentus stoli galearom dieti Domini Regia (Alfonsi) ad civitatem nostram Neapolis în successum et exaltationem status et nostro Rei puplice dieti Regni per eundem Dominum Regem nobis destinati, in quas quidem galess Lancius ipse fuit prout nune est cum una sius galea quam patronizabat et patronizat ad presens ad prefata nostra servicia ». Reg. Ang. n. 375, £. 310, ©) «... transfietatua est ad castrum Ovi, nt ibi stetit. per duos dies, et postquam dio martia VIII ciusdem (lulij) venit ad plagiam ubi dicitur lu Sperone de Sineta Maria dello Carmino ete.», De Tumutatias, cap. XXIV, 61. 1421) LIBRO QUARTO 201 doti in apparato solenne. Discese il Re dalla galera, ma sul lido cadde e si bruttò d'arena; si levò în piedi prestamente, ma agli astanti questo parve indizio di mal augurio. Braccio gli si fece innanzi e il Re gli porse la mano a baciare. Montato a cavallo, Alfonso sotto il pallio fu menato în trionfo alla porta Capuana, ed, entrato nella città, cavalcò per le vie, che mena. vano ai seggi dei patrizii, pervenne al Castelnuovo. La Regina vestita d'un drappo di seta intessuto ad oro, coronata del frontale tempestato di perle e gemme (1), gli andò incontro all'entrata del regio appartamento, lo baciò in fronte, gli rese grazie d'essere venuto a darle aiuto, ordinò gli fossero date le chiavi del castello. Il Re espose brevemente le cause della tardanza, promise grandi fatti (2). Lo stesso di, nella sala grande del Castello furono convocati prelati, baroni, cavalieri, patrizi e popolani. La Regina ed Alfonso sedettero in trono, Pasquale di Campli, regio segre- tario e notaio apostolico, fece solenne istrumento delle cose, che sieguono. Il Re e la Regina confermarono e ratificarono tutti i patti ed i capitoli dell'adozione fatti dai loro ambasciatori e procu- ratori: l'uno e l’altra per l'osservanza di essi posero i loro regni sotto ipoteca (3). Addi 20 di luglio la Regina spedì il diploma, col quale creò Alfonso, suo caro figliuolo, vicario, reggente, vicegerente, locotenente, procuratore e generale go- vernatore del regno (4). Diedegli potestà sopra tutti i. prelati, —_—+ (1) Il Pritronivo, ms. cit. scrive, che Ia Regina andò incontro ad Alfonso « panno aureo induta maximo artificio conferto (sìc) corona aurea candidi margaritis aliisquo pretiosis lapillis ete. ». Abbiamo visto più sopra come fosso ornato il grande frontale, che spesso era dato in pegno ai mercaati. ©) Facto, 1. o. Diurn, dî Montel., 1. c. Dx Tosuuinus, Lc. @ G. B. D'Aposto, Sommario delle pergamene conseroate nell'Archivio della re casa sonia dell'Annunaiata di Napoli, nota 1, p. 241. Dal Cisioccarsuu, me. della Società di St. patria. De Investituris, I, 241, nota 1. Testimoni furono Anello Arcivescovo di Capua, Ser Gianni Caracciolo grande Sinisealeo, Cristofero Gaetani Logoteta 6 Protonotario, Algiasio Orsini gran Cancelliere, Francesco Orsini € srmorum cnpitanue », Fra Romeo de Carbinio ed altri. (A) Sono lo parolo del diploma. Cfr. lo lettero dato da Alfonso il 12 di otiotre 1421, con le quali nominò Jacopo Gaetani vicegerente d'Abruzzo. Ca- Rivci, Doc. scelti dall'Areh. dell Eccma famiglia Goetani, Roma 1846. oogle ‘ 202 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1421) principi, duchi, marchesi, baroni, cavalieri, castellani, ufficiali regii, università del regno con piena potestà di spada, ogni giurisdizione civile, eriminale, mista col mero imperio, assoluto arbitrio e balia, con autorità di domandare e ricevere per lei il giuramento di fedeltà, fare grazie, concedere privilegi e franchigie, permettere vendite di feudi, convocare parlamenti, fare condotta di capitani d'armi, creare castellani e notai, legittimare figli nati di non leciti amori, fare giustizia. dei delittî, interpretare leggi. E gli diede altresì la facoltà di sostituire altri în luogo suo. Riserbò per sè assoluta autorità sulle terre e città di Lucera, Foggia (1), Guglionisi, S. Severo, tutto il Gargano nella Capitanata; Barletta, Trani, Molfetta, Giovinazzo, Bitonto, Bari, Monopoli, in terra di Bari; Brindisi in Terra d'Otranto; Venosa, Atella, Potenza, Muro, Santo Fele, Forenza, Tursi, Albano nella Basilicata, Castellamare di Stabia, e S. Severino nel Principato citeriore, Pozzuoli e Somma nella Terra di Lavoro e sui castelli Capuano e di S. Eramo in Napoli (2). A questo modo Giovanna II si tolse la regia corona e la pose sul capo di Alfonso. Luigi III d'altra parte mentre in Roma sollecitava il Papa pel soccorso, si dava aria e autorità di re: riceveva messaggi delle univeruità e dei baroni, concedeva franchigie e privilegi. Addi 15 di giuguo confermò i capitoli, che Cosenza aveva fatti con Francesco Sforza, e la città gli aveva mandati pel suo sindaco Antonio de Caroleis (3). E non faceva mestieri le solle- citazioni di lui per decidere Martino V ad atti d'inimicizia; questi, per leso diritto della Chiesa, si reputava offeso dell’ a- dozione di Alfonso, il quale aveva în sua mano l’antipapa Benedetto XIII nel castello di Paniscola e poteva col suo favore ravvivare lo scisma; temeva poi l’assoldamento delle pericolose bande braccesche, Aggiungnsi, che la Regina aveva vietato, che da Gueta, dagli altri porti del regno, e per le vie di terra fossero trasportate a Roma le vettovaglie necessarie alla città, e inoltre da diciotto mesi non aveva pagato il censo dei quarantotto mila (1) Non è quindi vero, che la Regina, il giorao dopo la venuta di Alfonso alibia fatto Braccio conte di Foggia e principe di Capua. Campano, 582. (2) D'Apposto, 0. e, 2f a sg. () Capitoli © privilegi della città di Cosenza, Napoli, 1557. Google : (1821) LIBRO QUARTO 208) ducati dovuti alla Camera apostolica. Spedi quindi una bolla ai vescovi e baroni del regno, minacciandoli di scomunica ipso facto, se avessero pagato alla regia corte censi, collette, diritti di tratte, decime, fiscali, pesi e debiti di qualsivoglia natura (1), Preparò armi. Aveva egli nell’anno passato cnrezzato Angelo Tartaglia di Lavello, gli aveva dato il contado di Toscanella e la condotta di trecento lance (2), or lo mandò nel regno per rinforzare l’esercito angioino (3) Come pervenne ad Aversa, i capitani sforzeschi fecero consiglio intorno a ciò, che s’aveva a fare per menare innanzi la guerra, e a tutti parve opportuno di aspettare, per vedere a qual partito si appigliava Braccio. Questi d'altra parte, come seppe lu venuta del Tartaglia, conoscendo, che era uomo mutevole, cominciò a tentarlo con la ricordanza dell'antica fratellanza d'armi, a sollecitario, certo, che gliene sarebbe venuto bene, perchè potevano seguire duo effetti: o il Tartaglia sarebbe passato a lui, 0, scoverte le trame, nel campo sforzesco sarebbero nati sospetti e dissidi. Questo avvenne. Nel mese di agosto andò Braccio a combattere Angri e la mise a sacco, perchè poco innanzi s'era ribellata alla Regina; si volse poi contro Pagani, e i cittadini atterriti dai fatti di Angri, gli diedero la terra. Mossero allora da Aversa Muzio Attendolo, Micheletto ed il Tartaglia per fronteggiare i brac- ceschi, e non avendo modo di passare il fiume Sarno, accam- parono sulla riva; corse Braccio sull’altra e i due eserciti si trovarono a fronte. Lo Sforza allora deliberò di costruire un ponte, ma Braccio non l'aspettò e, levato il campo, tornò a Napoli. Lo inseguirono gli sforzeschi, ma senza pro, perchè la caldura soffogava, le vie erano polverose e nella corsa alquanti soldati morirono trafelati. Entrò allora in Muzio Attendolo Il sospetto, che qualcuno avvisava Braccio dei disegni suoi. Nessuna cosa degna di memoria fu fatta dai due condottieri nell’ estate. All'entrata di ottobre Brecio andò a combattere le terre della badia di Montecassino, tratto a questa spedizione dalla ingordigia della casa Gaetani, e dagli umori dell'Abate Pirro (1) Rarwatno, VIII, 520. (Datum Tyburo Il kal jolij pontificatus noetri anno I). @) A. Turinsn, Cod. dipl. dominit temporali», III, n. COVI. (8) Miwuni, 276. oogle come UNE 204 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1421) Tomacelli, uomo d'indole torbida e più fatto per le agitazioni di parte e le armi, che pei tranquilli studii monastici, fautore operoso del principe angioino. Braccio occupò Mignano a forza, ebbe a patto S. Pietro in fine, S. Vittore, Piedimonte: passò il Liri e conquistò le Fratte, piccola terra, che ora, mutato nome, s’addimanda pomposamente Ausonia, Castelnuovo, Vallefredda, S. Andrea, S. Apollinare, S. Ambrogio e Vandra. Queste castella diede a Ruggiero Gaetani (1), e poi andò innanzi a Capua con l'esercito carico di preda. Lo Sforza, che gli era andato appresso, ma non aveva osato di movere più in là da Sessa, come seppe ciò, tornò agli alloggiamenti di Aversa. (1) GartoLa, Ad hist. Abatiae Cass. Accessiones, pag. II, 524: istrumento del 27 aprile 1427 per notar Nicola di Giovanni di Rocca d'Arce, Ruggiero ritenne le castella © da prima non vello restituirlo manco ad istanza del Papa: in fino conservò Castelnuovo # le Fratie, e restituì le altre alla Bi Carenoi, 0. e. Campano, 598, 505, Mimun, LL c. Google PRA ia I Braccio signore di Capua. — Come occupò ti Castello delle torri. Un di Braccio raunò i capuani a parlamento ed espose, che dalla Regina aveva avuto la signoria della città (1): sapeva, che molti erano per questo di mal animo, perchè Capua era stata sempre del demanio regio, ma confortò tutti a sperare bene da lui, ricordò i fatti della sua vita, ciò, che aveva operato a pro di Perugia, alla quale aveva dato prosperevole stato e pace: li assicurò, che la grandezza della città non sarebbe stata menomata. Alle parole di lui la mutevole turba dei popolani, i quali facilmente si commovono per la novità delle cose o per la speranza di prosperità future, o corrotti da denaro, con alte grida salutò Braccio signore e principe, fece ‘omaggio, giurò fedeltà. Il castellano della Torre delle Pietre in nome della Regina la cedette a lui (2). Il di appresso mandò per avere il Castello delle Torri, così addimandato per due (1) Non trova il diploma col quale Braccio ebba la signoria di Capua, della quale s'intitolò priacipo. Nel supplemento Y al Onaziani, Arch, St, It, 1 ser, vol. 10, par. I, Cron. e stor. di lerugia, Giunte tratte dal Diario di ANTONIO DE VeoHI, 283, nel- l'anno 1423 loggeri:« Adi 14 fobbraio îl detto Signor Braccio fa fatto principe di Capua dalla Rogina Giovanna © dal Ra d'Aragona». V'ha errore di data. ll De Towvuti1s, nol cap. XXVII, scrivo somplicomento: « Porro inter haec dictus Brachius fuit factus domious Capue et turrium eius ». Gli altri scrittori riportano la notizia senza maggiore precisione. @) € Turrin lapidum ». V. Risato, Memorie ist. della fedeli. città di Cepua, Il, 173. Google : 206 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1421) torri saldissime, che lo guernivano, ma Pagano, il quale era castellano, dichiarò, che non lo avrebbe ceduto, se non gli fossero stati sborsati venti mila ducati: voleva anche tutte le munizioni. Aveva egli raccolto nelle torri tutto îl suo avere, robe e denari raunati con prede e ruberie; ma d'altra parte la moglie e due figlioli di lui erano ostaggi di Muzio Attendolo, il quale pochi giorni innanzi avevagli fatto intendere, che se avesse ceduto le torri, li avrebbe impiccati, e per afforzare la minaccia col fatto, aveva levato tre forche in luogo eminente, perchè potesse vederle Pagano. Questi poi, per assicurarsi dalle inimicizie dei capuani, aveva preso per ostaggi dodici giovinetti delle famiglie più ragguardevoli. Come i genitori videro, che pei dinieghi di Pagano le pratiche sarebbero finite a battaglia, impauriti del pericolo dei figliuoli, andarono al castellano e con ragioni e preghiere si studiarono di persuaderlo a mutare proposito. Ragioni e preghiere furono vane e Braccio deliberò di usare le armi. Fra la città ed il castello correva il Volturno largo, torbido, profondo: un ponte untico univa le due rive, e metteva capo ad una delle torri. Erano queste di bella e salda costruzione, cinte da un doppio ordino di mura, l'uno di piotre quadrate connesse con piombo, l'altro con pietre cementate di calce, tra l'una e l'altra ‘erano gli appartamenti regii, con l'entrata ornata di statue (1). Braccio occupò il ponte, ma da Pagano era molestato coi dardi, onde appostò in luogo opportuno i suoi balestrieri per rispondere colpo a colpo, a' piedi della torre più vicina fece scavare un fosso e levare un terrapieno; Pagano volse le bombardo contro la città. Ma il lavoro dei bracceschi era malagevole e procedeva lento, quando fu riferito al con- dottiero, che un vecchio ricordava, come al tempo della sua fanciullezza, la torre era stata invasa per un acquedotto, pel quale l'acqua del fiume andava alle cisterne della torre e additò il luogo. Braccio fece costruire un ponte di barche congiunte con travi alla bocca dell'acquedotto quanto più potette celeramente. (1) Facto, lib. V. Il Rivatvo, nelle Memorie, 176, afferma, che sull'entrata erano tra statue: una di Giulio Cesare, e le altrè erano reputate di Pietro della Vigna 0 di Taddeo da Soma. (1421) LIBRO QUARTO 207 Una notte i bracceschi raccolsero due otri, che. galleggiavano sul fiume, apertili, trovarono lettere spalmato con cera di fuori e dirette al Duca di Sessa. Pagano gli domandava medicine per curare i feriti e quattro balestrieri: lo teneva avvisnto, che il castello cra in grande pericolo, îl soccorso urgente. Le lettere furono portate a Braccio, il quale, avuto chiara notizia delle condizioni disperate di Pagano, deliberò di andare innanzi per la via tentata dell'acquedotto. Il castellano molestava i brac- ceschi coi dardi, ma sospettando, che tra poco gli sarebbe venuta meno l’acqua, fece riempirne orci e botti, quanti ne aveva, per serbarla, e fu prudente, perchè Braccio introdusse soldati per l'acquedotto, i quali brancolando per la via buia pervennero alla cisterna. Scendeva in questa una scala a chiocciola stretta e oscura, e i bracceschi porvennero ad essa non senza incomodo. Primo a salire fu un conestabile cinto di duplice armatura, lo seguirono gli altri e apparvero improvvisi alla bocca della cisterna. Pagano, al quale sorpreso mancò forse il modo di opprimerli, si ricoverò nel piano di sopra, trasse la scala e dall’alto scagliò sui nemici dardi e pietre, ma con poco effetto. Braccio, avuto notizie dell'avventura, ordinò di ammucchiare nell'androne della torre paglia bagnata ed altre materie più atte a dare fumo, che fiamme e fece git- tarvi fuoco, sperando, che i nemici affogati dal fumo, avreb- bero ceduto; ma s’ingannò, chè furono molestati i suoi. Se per questo mezzo non ebbe effetto îl suo disegno, l'ebbe per altro modo. Braccio aveva comandato, che ni primi segni del fumo i soldati dovessero fare rumore e levare grida e voci allegre, come per ottenuta vittoria: Pagano udita lu gazzarra, visto il fumo, credette, che era per andare in fiamme, e fece discendere un suo nipote per fare proposte di resa. Come Braccio lo vide gli gridò fieramente: che vuole codesto tuo grande Pagano? Rispose il giovine, che era disposto a cedere le torri per dieci mila ducati. Ho dunque guadagnato la metà, disse Braccio, che si fece arrecare le lettere sorprese e gliele mostrò. Le conosci? domandò: or va, difendi il castello, farò impiccare te e tuo zio, se prestamente non deporrete le armi; vi farò squar- tare e appenderò le membra alle torri. Rendetevi ora e vi do la vita. Voleva il giovine dargli le lettere di Pagano, ma Braccio x00gle CORNELL UNIVER 208 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1421) lo cacciò. Tremò il Castellano, come udi le feroci minaece del Condottiero, domandò di parlamentare, e Braccio mandò a dirgli, che oramai non erano più mestieri parole; cedesse il castello, ed avrebbe solo tolto un fiasco di vino e un moggio di frumento. Pagano, al quale tardava di uscire dall’ impaccio e dal pericolo, udendo quelle condizioni, che non aspettava, mise le scale ai veroni, calò le sue ricchezze, discese egli, ne enricò alquanti asinelli e si parti (1). Fatto questo, Braccio propose di occupare Nocera, ma Muzio Attendolo n'ebbe avviso e mandò Micheletto e lo Bozo da Siena per difenderla e quegli restò in Capua. Volse ogni cura al bene di questa città, confermò privilegi, levò edifizii, fece lastricare lo vie con mattoncelli (2); ma questo uomo disposto da natura a grandi fatti, mostrò in quel tempo il difetto del- l'indole, Narrano, che il sorriso, quando balenava sul volto di lui pensieroso, era indizio di vendetta e di crudeli intenzioni. A Santa Maria, come ho raccontato, aveva fatto prigioniero Tannuccio d' Itri, il quale per lo innanzi aveva militato con lui e poi l'aveva lasciato, or lo aveva tenuto seco con apparenze ‘benevoli, ma un di sorrise e lo fece impiecare (3). E continuava le pratiche col ‘Tartaglia non tanto secretamente da non appa- rirne gl’indizii; era manifesto, che egli trattava crudelmente i prigionieri sforzeschi, era benigno con quelli del lavellese, li rimandava franchi e con doni di vesti, di armi, di cavalli (4). Muzio Attendolo, che non perdeva di vista il Tartaglia, forse per avere più chiare prove del tradimento, lo lasciò ad Aversa, ed egli andò agli alloggiamenti di Benevento (5). (1) Campano, 507 0 seg. @) Camaso, Lc. @) Minori, 200. (4) Caneano, 592. ©) Mixuri, 209 e sog. oogle : II Martino V manda a Napoli il Cardinale di S. Angelo per mettere pace. — Trattative inutiti. — Disordini nelta Campania. — Assedio di Acerra. — Lo Sforza sorprende il Tartaglia, infido. — Rinaldo degli Albizzi e Michele Castellani oratori di Firenze fanno pratiche per una tregua. — Acerra è consegnata al Papa, Ed intanto Alfonso signoreggiava in Napoli: provvedeva alle cose della guerra, regolava le bisogne dello stato, spendeva denaro suo e della regia tesoreria, studiava di procurarsi l’ ami- cizia dei baroni con la promessa di grandi beneficii, li acca- rezzava. Nel regio consiglio non prevaleva più la voce di colore, che per lo passato avevano raggirato la Regina, i quali con dolore videro, che avevano richiesto un ausiliare, ed era venuto un padrone: gli stendardi aragonesi ventilavano sulle castella, le galere catalane torreggiavano nel porto. E mentre essi si rodevano dentro e si pentivano, il Re operoso ed audace si adoperava a levarsi dinanzi gl’impedimenti. I maggiori venivano da Martino V, il nemico più potente e pericoloso, dal quale molte cose pretendeva e niente gli era concesso. Il Papa allora, vedendo, che i rumori del regno potevano rompere i suoi disegni, senza togliere autorità al Cardinalo di S. Adriano, che era in Aversa con Luigi III, deliberò di mandare al Re ed alla Regina Pietro Cardinale di S. Angelo per trovare modo di mettere pace, o almeno di ottenere una tregua (1). (1) RarwaDo, ad an., 530. Le bolle pel Cardinale di S. Angelo furono spedite 2°17 settembro 1420. Il Raynaldo lo dice « patria aragonium »; nel Ciucconio- Oxnomn, Il, 746, leggesi, che Pietro Fonseca, lusitano, era stato creato Cardinale dal titolo di S. Angolo in Foro Piacium da Benedetto XIII. Morì a' 20 agosto 1422. 14.— Fanactia, Giovanna Il d'Angiò. oogle esuli ue 210 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1421) Poichè le vie erano piene di poricoli, gli convonne di met- tersi in mare e giunse in Napoli agli undici di ottobre. Discese al molo, fu solennemente accolto, ed Alfonso istesso andò ad incontrarlo © fargli onore; cavalcò per la città sotto îl pallio € discese alle stanze assegnategli dalla Regina all’ Incoronata sulla piazza delle Correie. Cominciò a trattaro della pace, andò ad Aversa a persuadere Luigi III, ma nè con Alfonso, nè con l’Angioino veniva a capo del proposito, e dall'uno e dal- l’altro era male udito, onde miglior partito gli parve quello di tornare a Roma (1); e s'erano tanto intristite le condizioni delle terre nostre, che il ritorno era più poricoloso della venuta. 1 soldati sforzeschi, bracceschi, aragonesi, le masnade dei baroni annidate nelle vicine castella, le bande di malandrini tenevano la campagna, correvano le vie, svaligiavano e ucci- devano chiunque veniva loro innanzi, senza rispetto d'autorità e di condizione. Neroccio di Montalcino, oratore della Signoria di Siena, fu svaligiato presso Gaeta. Nè pericoli minori s'incon- travano per mare, perchè gli amalfitani, i capriotti e altri d'altre terre sulla marina con fuste armate pirateggiando andavano în cerca di prede, onde per navigare sicuramente occorreva una galera (2). D'altra parte Alfonso aveva mandato per Napoli un bando, col quale vietava ai padroni delle galere, snettie ed altri legni d'imbarcare gente forestiera, pena il capo e il legno arso. I napolitani vivevano a grande disagio, i mercanti fiorentini levarono il traffico, chiusero i banchi (3) e tanta era la rovina e la disperazione, che messer Neroccio a' 9 di novembre 1421 scrisse alla Signoria di Siena: « Signori mici, e' si vole con grande avvertenza provvedere a mantenere la nostra santa (D) Farasuta, Doc. senesi, XIL. De Tewtemais, cop. XXXVI, 38. {2) Michelo de Castellanis © Rinaldo degli Albizzi oratori fiorentini a° 28 di ottobre la Gaota scrissero alla Siunoriu: € Et avisamovi, che pensavamo mandaro una saettia a Napoli per una gulea, perchè per legni piccoli noa si va sicuro: e cori è la voriti: porò cho quosti da Csstollauare del Volturno prosso a qui trenta miglia e quelli della costa d'Amalf, o quelli dell'isola di Capri e più allri hanno certe fuste armate # fano de’ dauni a chi va senza bonissimo prov- vedimento >. Commissioni di Kivatvo EGLI Aterzzi, I, 326, n. 260. (3) Restò aperto solo il banco di Gasparo Bonciaai. Doc. Senesi, XII. Google CORNELL'UNVERSIT (1421) LIBRO QUARTO 211 libertà, chè io veggo qui cose tali, che î napolitani non vor- rebbero esser nati » (1). Ed era, più che le altre regioni del regno, agitata, sconvolta quella, che il Liri bagna ai confini. Poichè Braccio ebbe sac- cheggiato e disfatte le terre della Badia di Monte Cassino e andò a Capua per provvedere ai fatti suoi, restarono le genti sgominate; chiunque osava, ed era fornito d'una lancia o d'una spada, comandava, nè Abate, nè Regina, né Pontefice avevano autorità in quel pnese. Da prima levarono il capo gli audaci, la gente rotta a mal fare, dipoi al primo rigore del verno il freddo e la fame aizzarono i villani, i quali, riuniti in compagnie, sì misero ad andare attorno rubando, Incendiando, uecidendo dove trovavano prede e gente sfuggite alle rapine ed alle uccisioni di coloro, che li avevano preceduti. I banditi, avidi di bottino, desiderosi di vendette, accorrevano daogni parto, rafforzavano le compagnie scellerato, aumentavano i delitti; i soldati, i conestabili, gli ufficiali mandati nelle terre per reprimere la mala gento, toglioggiavano, rubavano, ammaz- zavano peggio di loro. L'Abate Tomacelli, chiuso nella Badia, dal sommo del monte vedeva la tempesta, che s'era sgroppata per la valle, e aspettava il tempo di’ riacquistare il perduto; ma aveva nemici intorno d'ogni parte. Cicco Bianco era fra essi il più audace e pericoloso. Conestabile di fanti stanziava a S. Lucia, una terricciuola posta in una valletta chiusa, selvosa a piedi del monte Cairo poco lontano dalla Badia, e aveva messo gli occhi sopra l'Abate, ma non poteva sorprenderlo, perchè Montecassino, cinto di mura afforzate da torti, aveva più apparenza di rocca, che di tranquilla stanza di cenobiti : usò il tradimento. Un chierico molto caro al Tomacelli, corrotto da lui, la notte del 29 luglio 1422 apri le porte della Badia, e mise dentro il Bianco, con soldati perugini, la peggiore gente di S. Lucia, e fuorusciti di S. Elia. Fecero rumore: l'Abato si giò giù del letto, e agl'indizii del pericolo, nudo discese per una botola, saltò dalle mura, si cacciò nella selva della montagna pietrosa, errò tutta notte e in sul mattino pervenne alla rocca Ianula, (1) Faraotn, Doc. Senesi, XII Google ri 21? GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1421) posta a ravaliero di S. Germano, tutto graffiato e insanguinato. Il castellano Filippo di Sicilia, come l'ebbe riconosciuto, fece aprirgli le porte. Non restò în pace ed a lungo nella rocca, perchè i sangermanesi si levarono a rumore, ed il castellano lo cacciò; si ricoverò nella torre di S. Angelo in Theodice, ma il Papa, reputandolo cagione di tutto quel disordine, comandò gli fosse menato a Roma. Restò Cicco Bianco signore di Montecassino, di Piedimonte e di S. Lucia; S. Elia, Vallerotonda, Acquafondata e Veticuso ubbidivano alla Regina; Cervaro fu saccheggiato ed arso da Luearino, conestabile, che lo guardava; $. Angelo divenne un covo di malandrini, e nelle loro mani cadde il De Tumulillis, delle cui memorie spesso traggo profitto per questo racconto; Cardito, dato in preda ed arso, restò disabitato; il Duca di Sessa s'impadroni di Cucuruzzo, Braccio dî S. Pietro in fine e di S. Vittore. Restò S. Germano agli angioini, che ogni dl si azzuffavano coi soldati di Gilberto Fleres catalano, il quale con trecento cavalli e duecento fanti stanziava in S. Elia. In nessun luogo s’aveva la sicurezza della vita, e chi era sorpreso per la vin era impiccato. E questo del resto avveniva în ogni parte del regno (1). E torno a dire del Re Alfonso. Questi già tanto pregato, desiderato, aspettato mon aveva insino ad ora compita qualche impresa rumorosa; uomo pratico della vita, ammaestrato - dagli errori altrui, aveva occupato le castella e vi aveva posti capitani suoi e guarnigioni aragonesi, aveva da baroni ed università ricevuto il giuramento di fedeltà @ l'omaggio, s'era dato pensiero di fondare nel regno la sua potenza, acciocchè l'adozione della Regina non fosse stata una funzione di forma, come credevano gli stolti, che lo avevano chiamato. Quando egli si vide în istato, deliberò di tentare un'impresa; e poichè i napolitani vivevano a disagio, perchè gli sforzeschi venivano fuori da Aversa e da Acerra audacissimi, disertavano la campagna, e di ciò mormoravano, non volendo cimentarsi intorno ad Aversa, terra popolosa, munita di forti (1) Dr Tostvuius, cap. XXXVII, 34, Nell'ed, dei Notementi s°incontra qualche inesattezza noi nemi doi luoghi: p. e. S. Angeli Introduci per S. Angeli in Theodice, Reticunem per Voticutam te. Cfr. Togri, Stor. della Badia di M. Cassino, Ediz, 1849, Ill, 139 0 sì oogle CORNE ERSIT (1421) LIBRO QUARTO 218 mura, di fossato e di castello, ben guardata, propose di assalire Acerra. Fatti gli apparecchi occorrenti, domandò soldati a Braccio ed egli stesso andò contro la terra con mille ducento cavalli e fanti assai; la città di Napoli mandò mille balestrieri comandati dai capi di piazza coverti di panciere e bello arnese (1). Tutti dicevano, che Acerra era perduta; ma gli sforzeschi non interruppero le scorrerie, ed era tanta la difficoltà delle vie, che Alfonso a’ 4 di novembre mandò a Napoli otto- cento cavalli per iscortare un carriaggio. E questo era tale, che non se n'era mai più visto l’eguale: cinquanta carri con pietre da bombarda, delle quali cento erano un terzo più grosse di quelle, che la Signoria di Siena usava per la bombarda grande, tre carri di lance da cavallo, molte botti con polvere da bombarda, tre carri di scale d'un pezzo da venti scaloni, larghi tanto da andarvi su due con carriole, un numero grande di some da mulo e da cavallo con ferramenti di pali, zappe, vanghe, palette, picconi e vele per farne tende (2). La terra in pochi di fu tanto stretta, che non vi sarebbe entrato un cane, ma Pietro Orilia, che aveva preparata la difesa, non si sbigotti, e catalani e bracceschi un di dallo stesso Re condotti all'assalto per sorpresa, gagliardamente furono cacciati indietro. E per Alfonso la rotta fu amara, perchè aveva condotto i catalani delle galere per la scalata e li vide respinti e gittati nel fosso. Ordinò l'assedio. Il Tartaglia, che da prima aveva con molto danno molestato i carriaggi del Re, deposta l’usata baldanza, ora rimaneva inoperoso; questo dispiacque a Muzio Attendolo Sforza, che da Benevento guardava Micheletto ed Ardizzone da Carrara, i quali non erano senza brighe nella Puglia (8) e non perdeva di vista Aversa ed Acerra. Raccontano, che în quel tempo abbia avuto prove certe della mala fede del Tartaglia. Si parti da Benevento con quattrocento cavalli e andò ad Arienzo a messer Marino Boffa (4) poi di notte, senza rumore corse ad Aversa; () Doe. senesi, XII (I Doc. sen., ivi. @ bri. () Nel Minuti, 270,971. Si leggo male: arzo. Messer Neroccio da Montalcino atferma, che in questo tempo Jacopo Caldora si trovava in: Aversa con Luigi Doc. Senesi, XML. 214 GIOVANNA I D'ANGIÒ (1821) riconosciuto, gli furono aperte le porte, alle quali pose fide scolte, circondò di soldati la casa del Tartaglia, lo sorprese nel sonno, € faîtolo pigliare, lo cacciò nelle prigioni, affidando la guardia a Cola Quarto sindaco della città ed uffizialo del Papa, perchè quegli era barone della Chiesa pel contado di Tosennella (1). ì Levatosi il timore del tradimento, Muzio Attendolo si studiò di soccorrere Pietro Orilia. L'impresa era difficile, ma scelse a questo efetto tre suoi capitani arrisicati © gaglirdissimi: Pedrino degli Attendoli, Bertuzzo de’ Corsi da Cotignola e Santo Parente: mise a piedi settanta uomini d'armi, li affidò ad essi e li ammaestrò come di notte dovessero attraversare gli accam- pamenti nemici. Feeoro come erano stiti ammaestrati è non avvertiti, senza danno, entrarono in Acerra. Intorno a questa intanto i catalani scavavano fossi, levavano bastioni, costrui- vano trabuechi c collocavano bombarde di tanta gittata, che le pietre oltrepassavano prima e seconda cinta di mura; e i difensori animosi contrapponevano rivellini, bertesche, terra- pieni, e fucevano guardia diligentissima, Or Muzio Attendolo e Luigi III, che molestuvano i nemici per n campagna, delibe- rarono di sorprendere îl campo del Re, tennero avvisato Santo Parente del disegno e del giorno stabilito; ordinarono, che sentito il rumore dello armi, dovesso co’ suoi useire dalla terra e percuotere i catalani. Vennero dunque di notte a tre miglia da Acerra, ma il Re, che aveva avuto sentore del loro proposito, mandò ad incontrarli don Giovanni di Ventimiglia con soldati a piedi ed a cavallo. Come questi pervennero al ponte di Casolla, videro, che l’avevano già passato alquante bande sfor- zesche, e cominciarono a fare battaglia; don Giovanni però, non potendo tener fronte alla moltitudine dei nemici, mandò per aiuto al Re, che gli spedì Je compagnie catalane ed aragonesi reputate più valorose, ed i cavalli di Nicolò Piccinino. Muzio Attendolo allora reputando ogni sforzo inutile, richiamò i suoi dalla battaglia e li condusse ad Aversa. (1) 11 Caupano, 602 serivo, che il Tartaglia fu sorpreso in un convito. Se fos stato resto non avrebbe avuto sentore della venuta dello Sforza? Nel 1428 trovo Cola Quarto locotenento di Ronzo degli Ationdoli ia Bitetto o altro torro di lui. Hog. Ange a 297, 140, Mania, 270, s00gle « (1421) LIBRO QUARTO 215 Santo Parente fece il dovere: calati i ponti nel tempo stabilito, corse sui nemici, e restò a Jungo mischiato con essi a battaglia, ma, avendo aspettato invano il soccorso, quando vide i suoi stanchi e la giornata, che volgeva a sera, rientrò nella terra. Dipoi l’aria rigida ruppe n pioggia stemperata: il Clanio gonfiè, allagò i campi, guastò le vie, e gli aragonesi soffrivano di mal animo il fastidio della pioggia e i disagi dell'assedio. Il Re, che avova fatto tunto apparecchio por compiere celeramente un'impresa, che andava per le lunghe, stabili allora di assalire la terra d'ogni parte con tutte le sue genti: mandò Bernardo de Centelles con una compagnia di balestrieri sotto le mura, dove le bombarde avevano fatto breccia, per tener lontani i nemici, e appresso (iuglielmo de Moncada con le ciurme dello galere per la scalata, Braccio ed il Piccinino in luoghi oppor- tuni. Dato il segno, mossero all'assalto, ma l'andare era malage- vole pel terreno molle e i cavalli affondavano, onde ai cavalieri parve miglior partito di scendere di sella per combattere a piedi fra i balestrieri. Bernardo però non potette superare le mura rotte, perchè l’Orilia e gli sforzeschi le difendevano arditamente, Braccio e Guglielmo furono tenuti lontani con le pietre, coi verrettoni, con ogni genere di saettume. Fu combat- tuto a lungo dall'una e dall'altra parte con mirabile valore, dai bracceschi e catalani per emulazione, chè exa presente il Re: dai difensori per gli averi e per la vita, poiché il timore del succo aveva messo nei cittadini tanto disperato coraggio, che vecchi, fanciulli e donne andavano fra i soldati sommini- strando armi ed altri argomenti di difesa. Guglielmo de Moncada fu ferito, morirono Blasco conte di Passanito e altri prodi cavalieri italiani, aragonesi e catalani. Raimondo come vide i suoi stanchi e senza speranza di vittoria, li ricondusse agli alloggiamenti. In questo tempo giunsero al campo ‘di Acerra Michele Castellani e Rinaldo degli Albizzi oratori della Signoria di Firenze alla Regina, al Re, al Principe Angioino. Il loro Viaggio era stato malagevole, e pel pericolo dei pirati erano rimasti a lungo in Gaeta, nè potettero partire prima de’9 di novembre, quando il Re mandò loro la galera del Gargiolla (1). (1) Commissioni di Rasatbo beati Atoizz, I, 231, n. 266, La lottora di Alfonto novembre « in campo contra Nerram (Acerram) ». In 216 GIOVANNA IT D'AN (1421) Poichè per tante e continue guerre i commerci erano interrotti ed i mercatanti avevano perduto denaro, la Signoria aveva dato loro le commissioni d'andare prima a Martino V per mo- strargli quanti incomodi, danni e pericoli venivano all'Italia e alla Chiesa per la guerra di Napoli; poi alla Regina per esporle i benefici della pace e supplicarla a levare odii e ran- cori, poichè le arti pacifiche meglio che le armi, si addicono a donna. Dovevano disporre alla pace il Re ed il Principe, persua- dere Braccio, Muzio Attendolo ed il Tartaglia di Lavello, onde si fossero adoperati allo stesso effetto. Avevano inoltre le com- missioni di ottenere dalla Regina favori e compensi pei danni dei mercanti, da Luigi III, chè Levasse le rappresaglie contro i fiorentini in Marsiglia e da Alfonso in Maiorea (1). Trovarono a Roma Papa e Cardinali bene disposti ai loro desideri, ma compresero, che il compito loro era difficile. Giunti a Napoli a'10 di novembre, visitarono In Regina, che per isfuggire una moria era per andare alla Torre del Greco. Ella rese grazie alla Signoria, li assicurò, che Alfonso era suo buon figlivolo ed era disposta a fare ciò, che a lui fosse grato; li persuase a visitare il Re e Braccio, che tenne avvisati della loro venuta (2). Il di appresso salutarono il Cardinale di S. Angelo, il quale non aveva fede în quelle pratiche di pace: li confortò tuttavolta d'andaro agli accampamenti, dove ogli si sarebbe recato, quando avrebbe avuto l'avviso certo della pace (8). La Regina li presentò di cora e confetti, e quando a’ 12 partì per la Torre, gli oratori la accompagnarono sulla galera, che doveva portarla, ma tornati all’albergo furono visitati da Vito di Gragnano, il quale in nome di lei, în segreto, pregò Ri- naldo degli Albizzi, di palesare a Ser Gianni tutte le pratiche, che terrebbe col Ro (4). Non aveva dunque fedo nel caro figliolo. A'15 di novembre andarono al campo, udirono la messa col Re e poi, innanzi a lui, montato a cavallo, esposero le loro essa fra lo altre cose egli dice: « pro aliquibus exercitii campo partem salis magnam gentium galearum nostrarum in (0 Ivi, L 334, n 271, © li, 335. (9) bri. (0) tn, 336, 897. oogle : (1421) LIBRO QUARTO 217 commissioni, ma non ebbero agio di stare a lungo: sulla sora egli mandò ad avvisarli, che avrebbe trattato della pace udita la Regina (1), e poi fece saper loro, che a questo fine aveva deputato Braccio, Ser Gianni, Cristofero Gaetani, Michele de Naves ed altri. Occorreva intanto di udire il Cardinale di S. Angelo. Andò questi agli accampamenti © con lui i deputati del Re e gli oratori proposero una tregua di venti giorni fra le genti del Papa e Luigi III da una parte, e quello dol Re e della Regina dall'altra nella provincia della Terra di Lavoro, salvo Acerra assediata (2); e ne fu data notizia al Cardinale de' Fieschi legato pontificio, che era presso il Principe în Aversa. Questi non si mostrò avverso. alle proposte, voleva però, che nella tregua fosse compresa l’Acerra. E gli oratori si studiarono di levare di mezzo le difficoltà, ed in questo farono favoriti da Braccio tra per la sua amicizia co' fiorentini, e perché voleva disbrigarsi per maggiori imprese. Riuscirono nel proposito, ed il Re trovò modo di uscire dagl’ impacci. Ai 23 di novembre era egli a cavallo in un vasto prato, circondato da baroni e cavalieri, dal Cardinale legato e dagli oratori fiorentini, e; voltosi a questi, disse, che era contento si facesse la pace, voleva però dal Pontefice guarentigia pel Ducato di Calabria per le spese sostenute, e si sarebbe partito da Napoli, quando Luigi ITI sarebbe tornato a casa sua: regnasse la Regina finchè vivesse, rimanesse sospesa l'adozione vivente ella, morta dovesse farla il Papa. Le differenze del regno, dei capitani, de’ fuorusciti e dei ribelli sarebbero rimesse al Santo Padre, a lui, agli oratori fiorentini (3). Le proposte del Re erano sottili, ingannevoli; a Luigi INI altra facoltà non era data, che di andarsene; îl Car- dinale le approvò e restò ferma ln tregua con grande dispetto del principe Angioino e de’ suoi baroni Giorgio de Ale mannia conte di Buccino, Ottino Caracciolo, gran cancelliere, “Tristano de la Faille, grande siniscaleo, Nicola di Perigaut; anche il Cardinale dei Fieschi si dolse di quello di S. Angelo (4). Le condizioni dell’Acerra intorbidavano le pratiche: Alfonso, (1) ri, 397. ©) hi, 338. (8) Ini, 312, 344, 346. () Di, 340, n. 258, 300... Go gle omne al 218 GIOVANNA Il D'ANGIÒ 1421) che era andato con tanto apparato ad assediarla e combatterla, e non aveva potuto averla, la voleva: non volevano cederla gli sforzeschi, i quali l’avevano difesa con tanto valore. Infine Muzio Attendolo fu contento, che si assegnasse al Papa (1). Egli però usciva da tante brighe mezzo disfatto, senza trovare chi avesse sborsato le paghe de’ suoi soldati. Ottennero gli oratori di Firenze, che fossero levate le offese. Alfonso affidò l'esercito a Braccio, il quale voleva partirsi dagli alloggiamenti, perchè c'era moria di cavalli, ondechè fu affrettata la conclusione delle pratiche: l'Acerra fu assegnata ai cardinali di S. Adriano e di S. Angelo, e a questo modo ebbe fine il memerabile assedio (2). Il Re fece bandire e pub- Dlicare in Napoli la tregua, e quando tornò nella città, una grande moltitudine di popolani gli uscì fncontro con le palme in mano, gridando: pace, pace (3). €) ivi, 852. (8) Ivi, 347. 69) Ivi, 371. Google omne IV Nuove pratiche e partenza degli oratori fiorentini. — Ottino Caracciolo combatte gli aragonesi. — Supplizio del Tartaglia. — Guerra condotta da Francesco Sforsa nella Calabria, diserzione de suoi capitani. Rinaldo degli Albizzi e Michele dei Castellani s'erano abil- mente disbrigati delle loro commissioni : la tregua s'era fatta, avevano ottenuto dal Re e dal Principe lettere, che levavano lo rappresaglio contro i fiorentini in Maiorca ed în Marsiglia; ma perchè in quel tempo Filippo Maria Visconti, traendo profitto delle discordie cittadine, volgeva i cupidi sguardi a Genova, la Signoria di Firenze, temendo la vicinanza di lui, volle, che i suoi oratori persuadessero il Re alla pace coi genovesi. Alfonso si mostrò disposto a secondarli, ma non poteva obbligarsi di fare patto, perchè allora il Maestro di Montesa, capitano generale delle sue galero, facova in nome suo certi trattati col Duca (1). Allora gli oratori deliberarono di partirsi; sulla sera del di 4 di decembre Rinaldo mosse per Capua; Michele si mise per altra via, perchè aveva profferito dure parole contro Muzio Attendolo e temeva d’incontrare gli sforzeschi. Avvenne ciò, che egli aveva sospettato: Rinaldo a due miglia da Capua vide uscire dagli agguati gente armata, la quale circondò i famigli, li percosse, li svaligiò; dipoi si fece innanzi Muzio Attendolo con l’elmetto in capo e la spada nuda in mano. Domandò dove (1) Miwuri, 271. Facio, 23 è seg. Zuatra. Google CORNELL UNVER 220 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1422) fosse Michele, e udito da Rinaldo, che era rimasto in Aversa, si richiamò di lui molto, si dichiarò buon servitore della Signoria, ordinò, che gli fosse restituito ciò, che gli era stato tolto. E questo fu fatto a grando fatica (1). Restò l'Acerra nel potere dei Cardinali, Braccio andò a Capua, lo Sforza malcontento a Benevento, Luigi INT a Roma. La tregua tuttavolia non pose fine alla guerra nella Terra di Lavoro, perchè non s'era provveduto alla sorte dei fuoruseiti e dei baroni ribelli, i quali, aforzati nelle loro castella, rimanevano con le offese. Non affranto dalle avversità, non impaurito dalle armi di Braccio e del Re, Ottino Caracciolo durò solo nella lotta contro di loro; aveva accozzato trecento fanti nel suo castello di Maddaloni e faceva guerra con dispetto e danno dei nemici. Né Braccio, nè il Re potettero domarlo: Alfonso rodeva dentro e quando nelle correrie pigliava i soldati di lui, li mandava alle galere, © Ottino ai catalani cd aragoncsi, che sorprendeva, faceva mozzare le mani ed il naso, cavare l'occhio destro e così sconciamente mutilati li rimandava al loro signore (2) Fu fatto intanto îl processo ad Angelo Tartaglia di Lavello. TTorturato, confessò la colpa: fu condannato nel capo, che gli fu mozzato nel mercato vecchio di Aversa. Questa fu la fine di quell'uomo baldanzoso, mutevole, audace, buon soldato sotto eccellente capitano. Le genti d'arme, le quali militavano con lui, non vollero fare condotta con lo Sforza, e a squadra a squadra andarono a Braccio; e per questa defezione fu molto assottigliato l'esercito di Luigi III. Il Papa riacquistò al patri- monio della Chiesa Toscanella, Sutri, Moncaldo, Camino e Grottola (3) Nello stesso tempo si combatteva nella Calabria una guerra più incerta ed infidi. La conduceva per Luigi III il conte (1) Ivi, 357. (2) Facio, lib. II, 27. (8) Il Facto, seguito dallo Zurtta, I. c., 149, ed il Cotenucero, ed. cit, 316 pongono la morte del Tariaglia dopo l'assedio dell'Acerra © fanno bene, Fra lo spese dell’ambasceria di Rinaldo degli Albizzi leggesi : « A di 27 (novembre 1421) ad Aversa ai trombetti del Tartaglia carlini 3: tosconne a me Il. o. tol. 12, den. 6 ». Commissioni, cit. 381. Cfr. Mixuri, 270. Diurn. di Montel. 76. Cowio, TAI. Cniventi, 712, Campano, 602, signs Google ORNFLLUNVERSI (1422) LIBRO QUARTO 221 Francesco Sforza con grande prudenza, perchè non doveva lottare solamente con l’esercito del Re, ma anche guardarsi dalla mala fede degli amici. I capitani, che il padre gli aveva dato compagni, cominciarono ad udire quelli del Re, a diffondere voci infauste, a mettere în mezzo pretesti; affermavano che Muzio Attendolo era morto e si disposero a lasciarlo, perchè erano mancate le paghe. Aveva il Conte posti gli alloggiamenti tra Cosenza e Rende, non lontano dai nemici, e la vicinanza favo- riva il tradimento; Pelino da Catignola fu avvisato della congiura, ma i capitani compagni pigliatolo in sospetto, lo costrinsero a giurare, che non avrebbe palesato il fatto. Combattuto dalla religione del giuramento e. desiderando di scansare il danno del Conte, un di andò a trovarlo e lo pregò di cacciarlo nelle prigioni, di metterlo alla tortura, e chiedeva questo per avere occasione di rompere il giuramento. Non stette a udirlo il Conte, che tra poco vide d'aver agito a suo danno: Taliano Furlano, Cesare di Martinengo, Federico Tedesco ed altri capi- tani si partirono da lui e fecero la condotta con Giovanni d'Ixar vicerè d'Alfonso. Di ciò il Conte tenne avvisato il padre, gli chiese aiuti, e per aspettarli si ridusse a Rende. Quando Micheletto degli Attendoli gli menò quattrocento cavalli, egli con questi, la gente, che gli era rimasta fedele, ed il soccorso di Ludovico Sanseverino, che aveva messo a guardare Co- senza, corse sopra i nemici, li disfece, e prese prigionieri i capitani infidi. Raccontano, che Muzio Attendolo mandò a diro al figliuolo, che li facesse impiccare tutti, ma il giovinetto li perdonò e riammise nel suo esercito. Muzio Attendolo, avuto notizia di ciò, che era seguito, disse, che questa volta il figlivolo n’aveva saputo più del padre (I) + (1) Misuri, cap. XXVII, 226, 227. Cap. XIIIK, 237. Sisoneta, lib. I, ca Go gle ( E Origiral fom CORNELLUNIVERSITY Incomincia la discordia tra Alfonso e Ser Gianni. — Per ta peste di Napoli la v. Corte fugge prima a Castellamare, poi a Gaeta, — I fiorentini per timore del Duca di Milano assotdano Braccio. — Incontro di Braccio con lo Sforza. — Quenti visita Re e Regina in Gaeta. — Tucontro e trattative di Alfonso col Cardinale di $. Angelo in Terracina. — Sforza cede Aversa al Re, — Patti fra Re, Begina e Sforza. TI resto dell'inverno e la primavera dell’anno 1422 passarono fra nuove proposte di tregua, aspettazione di pace, apparecchi d'armi. La condizione delle cose era questa: Martino V lieto di aver riacquistato molte terre della Chiesa, temeva, che Alfonso, non secondato no’ suoi propositi ambiziosi, ravvivasse lo scisma nella Spagna e gli mandasse contro l'esercito di Braccio; Luigi III, povero, aspettava aiuto da lui; Muzio Atten- dolo in Benevento arrovellava, vedendosi con poca gente, male in arnese e senza denaro; Alfonso signoreggiava, della Regina poco conto si faceva; Ser Gianni, quasi spodestato, era reputato uomo di mali consigli (1); Braccio, il quale per grandezza di animo avanzava tutti, viveva a disagio nelle stanze di Capua, Adusato a combattere per sè, impaziente di soggezione, non sapeva acconciarsi ad essere secondo nel regno. E gli era a cuore l'acquisto dell'Aquila. I fuorusciti della città di Castello gli diedero l'occasione di rompere gli ozii di Capua, perchè gli offrirono la signoria della terra loro. Nella primavera si mise la peste in Napoli, e vi furono morti () S. Antonmo, par. III, tit. 22, c. 7, $ 5, 6. Google rina 224 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1422) assai: il Re, la Regina, la regia Corte fuggirono a Castellamare di Stabia. Alfonso, al quale era ignoto l’ozio, mandò i suoi soldati al Piano di Sorrento, e tolse agli angioini Sorrento, Vico e Massa; guarni con le sue genti quelle terre e le tenne per sè, conquistate. Ser Gianni ed i consiglieri regii si rode vano: il Re faceva, disfaceva, trattava, combatteva, acquistava, senza rispetto della Regina; i raggiri, le arti cortigianesche avevano perduto vigore, il pentimento veniva tardî, si svela- vano gli astii fino allora celati. La paura della peste cacciò da Castellamare la regia Corte, che cercò più sicuro rifugio e salubre asilo in Gaeta (1). Colà apparve la discordia palese; il Re alloggiò nel monastero della Trinità (2), la Regina e Ser Gianni da lungo nel Castellone di Gaeta (3). Dove il .monte Orlando, che sovrasta Gaeta, volge a ponente, (1) Ecco il sunto di alcuni diplomi per l'itinerario della r. Corto in questo tempo. Napoli Castelnuoro, 15 aprile 1422. La Regina spedisce il diploma di grazia per Carluccio Seripando, riferito più sopra. Fase. Ang. n. 94, f. 26. Castellamare, 19 aprile, La Regina riceve in grazia Cola Pizzulo di Roccasecca. Fas. cit. £. 30. Ivi, 1 maggio. Monicuccio del quondam Nanni de Turro di Aquila è nominato « eques passagerius ». Fas. cit. f. 4. Ivi, l giugno, A Pietro e Leucio Palagano di Trani son donati i beni di Coletta Castaldo, Cola Piczaguere, Pietro ludicis Nicolai, Cola di Angelo Risulo e Coletta d'Angelo di Traai ribelli. Fas. cit. £. 38. Dai r. castelli di Ganyeri (?) presso Sorrento ai 13 di giugno 142 la Regina conceesa a Taddeo Faraone di Gaeta oncia 12 sul fondaco e dogana di Amalf.G. B. D'Abbosto, Sonvnario delle porgamene conservate nell'Arch. della SS. Annunziata di Napoli, 39. Ai 17 di giugno 1422 «in Castriv in pla contra Surentum » Alfonso confermò i privilegi di Campli. Patwa, Il, 158, ed. 1901. Gaeta, 18 luglio. Artaldo de Luna conte di Caltabellotta è fatto dalla Regina per 5 aani governatore e Viceré del Ducato di Amalfi. Carra, St, del Due. di Amalfi, I, 607. Ivi, 20 loglio La Regina perdona i ribelli Leonetto e Sansonetto de Gesualdo, Menga de Gesualdo Contessa di Mirabella e Colangelo Aiello. Fasc. Ang. n. 94, £. 70 t (2) 31 luglio. Dal Monastero della Trinità presso Gaeta. « A_ richiesta del Sindsco dell'università del Castello di Cagliari Alfonso V Re d'Aragona approva il eapitolo tendente ad impedire l'emigrazione dal castollo ete.». Sttvio Liepi, L'Arch. Com. di Cagliari, p. 217, n 405. « La Regina et el gran Sinisealoo stavano nella città remoti da una parte, et lo Re stava fora da la città, circa due miglia, lunge da la città a la Trinità, Mixuri, 278, CRiveLLI, 713. (8) Castellone or F Di là a'2 agosto la Regina spedi un diploma per Filippo Ligorio. Ne riferirò tra poco îl tenore, Fase. Ang. n. 94, {. 74. (1422) LIBRO QUARTO una rupe altissima si squarcia dal sommo all’imo. Un masso immenso, caduto dall'alto, infrenato dalla strettura dei fianchi della rupe, sospeso fa naturale ponte, sul quale qualche eremita edificò una chiesetta intitolata dalla $. Croce (1). In questa ora si scende ad agio per una scaletta tratta dalla roccia a forza di scalpello e sulla parete ho scorto le iscrizioni della « via crucis» di lettera teutonica e certi «segni, che diedero occa- sione a pie leggende: un tempo il luogo era sacro, pauroso. Se il mare è tranquillo, gorgoglia sotto nelle caverne buie, quando è agitato dalla tempesta, il fiutto si frange nella rupe e un nembo bianco involge il sasso e la chiesa. Mirabile a vedere; ed fo l’ho visto, visitando i luoghi, nei quali si svolse il dramma dell’ istoria mia. AI sommo della rupe nel secolo XI già torreggiava un mona- stero di S. Benedetto (2), là si ridusse la magnanima Margherita di Durazzo sola e povera a provvedere per riconquistare il regno al tigliuolo Ladislao, e vi si chiuse Alfonso per trattare di pace col Papa, studiare il modo di levarsi dinanzi Ser Gianni Caracciolo, e meditare insidie a Giovanna II. Mandò a Martino V il suo segretario Francesco de Ariîio, per trovare modo d’acconciarsi con lui, poichè gli si mostrava in ogni cosa inimicissimo e addi 8 luglio aveva spedito bolle pontificie, con le quali ordinava ai governatori delle terre della Chiesa di far onore a Luigi III, re di Gerusalemme e di Sicilia (3). Ed era tutta l’Italia piena di sospetti e di ragiri. I fiorentini, che erano vissuti in pace dulla morte di Ladislao, godendo somma felicità con savio governo, vedendosi in tanto prospe- revole stato, per provvedere alla sicurezza dei loro commerci deliberarono di acquistare un porto per mettere in mare c (1) Vha nel Gartota, Zist, 45. Cassinenziz, Il, 810, 821 una descrizione del luogo, © riferisce dal Banono, An. 24, I, $ CXXIY, la pia tradizione, che la montagna di Gaeta siasi squarciata alla morte di Gesù. Cita pi Sarowoxits, Argumentum veritatis pro miraculo sncrae rupis in Christé morte apertae. Pietro Rossetto, Breve ceserittione delle cose memarabifi di Gaeta. Acosrini Laxruonaxi, Esercisii spirituali, ote, Gsnonimo E Cosraenas, Selvale: Aventura, lib, VI, aîferma, chie la chiesa della Croce fu edificata da Agroste cittadino di Gaeta. (@) Gartora, ivi @ Rarwatoo, ad an. 1422, VIII, 555. 15. — Famactia, Giovanna LI dl Angiò. 226 GIOV NNA 11 D'ANGIÒ (1422) ricoverare navi loro, chè per lo passato avevano trasportato le mercanzie con legni d'altre città. Parve opportuno Livorno, che era dei genovesi, e il Doge Tommaso Campofregoso, avendo necessità di denaro, a’ 27 giugno 1421 l’aveva loro venduto per cento mila fiorini. Questo dispiacque al Duca di Milano, il quale, profittando delle discordie de’ genovesi, mandò contro di loro il Conte di Carmagnola e alquante galere catalane assol- date; all'entrata di novembre 1421 furono appagati i suoi desideri, ebbe Genova. I fiorentini adombrarono, e più il loro timore per la potenza del Duca crebbe, quando seppero, che egli aveva fatto lega col Legato pontificio di Bologna, la qual cosa non era certo avvenuta senza l'intesa del Papa, e che s'era intromesso nelle brighe della successione di Giorgio Ordelaffo signore di Forlì. Il Duca poi licenziò le galere catalane per non offendere i genovesi, restò amico di Alfonso, e nello stesso tempo per l'arcivescovo Bartolommeo della Capra, Pietro da Montalcino e Racelo del Lauro di Bologna trattava per condurre in moglie Maria sorella di Luigi INT. 1 fiorentini mandarono oratori al Duca per richiamarsi, chè turbava la pace dell'Italia, ed egli rispose: si fossero studiati essi di levare le discordie del regno. Anche Alfonso freddo © sospettoso amico del Duca, aveva mandato ambasciatori alla Signoria per gli effetti del pa- rentado, che quegli voleva fare; i fiorentini però, che sapevano vedere e provvedere a tempo, assoldareno Braccio con ottocento lance e trecento fanti per due anni con due mila fiorini di gaggio al mese, ed il Duca, il quale non aveva molta fede nel Conte di Carmagnola, pet mezzo di Pietro da Montalcino prese pratica con Muzio Attendolo Sforza (1). Ser Gianni © la Regina, i quali sapevano, che Braccio era tutto d’Alfonso, per non rimanere disarmati, fecero anch'essi allo Sforza proposte di condotta, e le fece altresì Alfonso, al quale non conveniva d'averlo nemico, partito Braccio. Furono quindi messi in mezzo molti disegni di tregua e di pace. Di maggior momento furono i trattati fra Braccio e lo Sforza, per provvedere insieme ai fatti loro. (1) Miweri, cap. XIII, 280, 281. 740. Buos1xeonrro, 126, Corto, 742. Scu. Asiorato, ed. cit. V, lib. XVIIL, 64 Zonir4, 1. e. 150 t, Osio, Doc. diplomatici, Il, 113. Google comi (1422) LIBRO QUARTO 227 Si parti Muzio Attendolo da Benevento e per la via di Tolese andò a trovare Braccio alla selva detta dei Saccomanni in Pietra Vairana (1). Mosse Braccio ad incontrarlo fuori gli allog- giamenti co’ suoi capitani e una brigata di uomini d'arme; memori dell’antien amicizia si abbracciarono e baciarono, dipoi ragionarono dei fatti loro: Braccio mostrò i capitoli, che aveva fatto con Nicola Orsini e Pedrino da Siena prima d’andare a Viterbo, confessò il tradimento del Tartaglia. Poco sappiamo di ciò, che stabilirono fra loro: Braccio persuase Sforza a fare pace con la Regina ed Alfonso e a non partirsi dal regno, senza licenza loro, nè andare con l’esercito di là dal fume Pescara (2): questo confine aveva stabilito pel suo stato. Braccio non rivelò allo Sforza i disegni suoi, nè ci è noto quale gua- rentigia promise a costui pel patto; lo confortò ad andare ad Alfonso per accordarsi con lui. In tanta povertà di notizie risulta evidente, che Braccio non voleva trovarsi Innanzi lo Sforza, l’unico capitano italiano, che potesse stargli a fronte © rompergli i grandi disegni. Si accomiatarono amici ; tra poco s’incontrarono nemici, e la misera morte d'entrambi pose fine alle contese, alle ambizioni. Ed andò Muzio Attendolo al castello di Pietra Vairana ospite del Duca di Sessa, che gli concedeva în moglie la sorella Maria. Fanciulletta ancora era ella stata promessa sposa a Luigi IT d'Angiò nel 1395, e matura aveva sposato il Conte di Celano, del quale le era nata una figliuola; e poichè il Conte era morto, Muzio Attendolo, per avere il contado, faceva divisa- mento di dare la fanciulla al figliuolo Francesco, ma anch'ella (1) N Muwuri, 1. e, serive: «La preda do presenzano >. Presenzano è poco lontano da Vairano: ho usato il nome, che trovo più spesso. La selva di Vairano nei documenti del secolo XV, e specialmente nelle Cedole della Tesoreria dei re aragonesi, si trova meazionata come luogo di accampamento delle genti d'arme. 2) Il Caupino, 608, sorivo: « Ergo accoptus în fidem Sfortia ot sicramento aductus, regiis copiio praefectus est, cique ex foedere est impetratum ut neque regno decederet iniussu Regis, Reginaeve, nequo trans Ateraum amnem, nunc Piscariam vocant, exercitum traduceret. ls termins, is fini provincie suac foret. Quippe extremos Samnitos, Aquilanos, Matercinos, omnemque montaneae regionis traetum ad Picenum usque Brachio dono dedisso Reges fatabantur. Sunt tamen, qui non dono datum scd pracsidio obtinondam cana prorinciam decretam affirmant >. Braccio fu fatto vicerè di Abruzzo. î Google one al 228 GIOVANNA Il D'AN Ò (1422) meri (1) ed egli si tolse la madre. Dato ordine alle bisogne sue, menò Maria alla sua terra di Troia e lasciò nel campo braccesco messer Benedetto da Firenze per fare con Braccio lo ultime pratiche della concordia. Tornò poi al castello sulla fine di luglio per le nozze, che Angiolella Marzana, altra sorella del Duca; celebrava col conte di Montorio Luigi Camponeschi, stettevi otto di e poi sopra una galera, che il Re gli aveva mandata alla foce del Garigliano, si condusse a Gaeta (2). Visitò la Regina, la quale, come lo vide, gli andò lietamente incontro: ben venga il mio compare, gli disse, lo abbracciò, lo baciò, gli fece festa. Andò poi a riverire Alfonso, e alloggiò con lui alla Trinità. Faceva ‘gran vita e imbandiva larghi desinari ai cava- lieri aragonesi, il Re lo trattava umanamente, gli faceva onore, ma con l'animo chiuso, perchè aveva fede in Braccio, la qual cosa fu avvertita da Ser Gianni, che ne trasse partito, e co- minciò ad accarezzare il condottiero, si studiò di quetare i vecchi rancori e Ia Regina lo secondava. Veniva în questo tempo ad Alfonso il Cardinale di 5. Angelo da parte del Papa, ed il Re andò ad incontrarlo a Terracina con due galere e menò seco Muzio Attendolo. Ciò diede occa- sione a molte dicerie: altri diceva, che il Re voleva pigliare Sforza per mandarlo nella Catalogna, altri, che voleva fargli mozzare il capo, ed altri infine, che erano pronte le catene ed (1) Asnsraato, Famniglie nob. nap., parte I, 188. Suuwoxre, lib. IV, ed. Bulifon, 533, 540. Morto Muzio Attendolo, Maris Marzana sposò Cola Orsini nel 1429. Reg. Ang. n. 377, £ 201 t Gli portò in deto Rocca d'Evandro a lei donata dal fratello. Reg. cit, f. 205, t (2) « Nelli anni 1422 x di nove di agosto el Conte di Montorio se ne menò All'Aquila) la donna sua moglie, sorella carnale del Duca di Sessa ». Nicotò pa Fonnova, Ant, M. VI, 808, I! Duca promise alla sorella dodici mila ducati da pagarsi in certo termine: le diede intanto mille ducati ed assicurò il resto sulle sue terre. Trascorso il termine pel denaro promesso le dieda le terre di Dragoni, Baia e Marzacello nella Terra di Lavore. La Regina diede il suo consenso #15 luglio 1430, Reg. Ang. n 377, £. 220. IL diploma « de assecuratione vas- sallorum » trovasi ivi, {. 220 t. A 28 noverubre 1432 la Regina incaricò il giudice Anrico dell'Aquila, il notaio Sabbatella di Sorrento, abitante nel castello di Baia di fare l'inventario dei tre feudi per parte del Conte e della Contessa di Montorio. Rog. Ang. 377, { 401. Oltre Maria, Angiolella 6 la Margherita tanto cara a Ladislao, irovo Caterina Contossa di Mirabella sposata a Giovanni do Lantrico con 000 once di dote. Reg. cit, £. 281, t (1422) LIBRO QUARTO 229 un sacco per gittarlo nel mare, e gli maneò il tempo di farlo, essendo già in veduta la galea del Cardinale (1): e non è vero, perchè era necessaria la presenza del Condottiero per trattare col legato del Papa. Il Panormita poi narra, che navigando Alfonso da Gaeta a Napoli con le sue galere, sulle quali era la Regina, Ser Gianni e molti baroni, lo Sforza gli abbia detto: o Re, se vuoi, e devi volerlo, or puoi ottenere il regno sicuramente, manda nella Sicilia costoro, che navigano teco e regnerai solo. E il Re a lui: sono venuto dalla Spagna per acquistare gloria non con la perfidia, ma con la virtù e la costanza (2) E manco questo è vero, perchè mai da Gaeta a Napoli navigarono insieme il Re, Muzio Attendolo, la Regina e Ser Gianni, come racconteri vero è bene, che di costoro nessuno aveva fede nell'altro, ciò era apparente e diede occasione alle voci, che correvano. Alfonso però aveva meditato quella perfidia, della quale i panegiristi si studiarono di scolparlo. bi Intanto a Terracina, innanzi al Cardinale di S. Angelo, Muzio Attendolo promise di consegnare Aversa al Re, e la consegnò col consenso del Papa e di Luigi III, questa fu certamente una delle condizioni di molti patti; quali siano stati, non è noto. Molto tempo dopo Alfonso dichiarò, come sarà raccontato a luogo opportuno, che il Cardinale aveva fin le bolle, con le quali papa Martino riconosceva di buon diritto l'adozione di Giovanna II, ma pochi giorni dopo il convegno di Terracina egli era morto e s'erano perduti i documenti dell'accordo e le bolle (3). Quali patti lo Sforza abbia fatto poi col Re ignoro: forse ebbe denaro per la cessione di Aversa. Nè sono noti i capitoli, che fece con la Regina. Da alquanti indizii raccogliamo, che ella gli ridiede la castellania e l'ufficio di cnpitano in Manfredonia, gli confermò la signoria delle sue castella, ed egli promise di esserle fedele, di ridurre all’ubbidienza i baroni ribelli e di darle niuto, se ella lo avesse richiesto prima di (1) Minori, 279. Giovio, de Vila Magni Sfortiae, ed. cit., cap. LVII (@) De dictis et factis Alphonsi Regis, lib. Ill, 73, (8) Il Cardlinalo di S. Angelo mori a° 20 di agosto 1422. Cracconto-ALboINo, Il. 746. Zunira, lib. XIII 6. V, 158; lib. XIV, e. XXXII, 295 t. 0 e. Google comin 230 GIOVA ATI D'ANGIÒ (1422) Alfonso (1). Fu dunque fatta una tregua, ma Muzio Attendolo rimaneva più amico della Regina che dol Re; e come per lo innanzi la lotta era tra Luigi III e la Regina, ora aveva prin- cipio una contesa tra la Regina ed Alfonso. Questi furono gli effetti della tregua di Gaeta e dei patti di Terracina. Muzio Attendolo andò a Benevento e poi a Troia ad aspettare l'occa- sione, che il Duca di Milano, il Papa, la Regina ed il Re gli avrebbero offerto per riprendere le armi (2) E in questo tempo scoverse le frodi del suo cancelliere messer Benedetto da Firenze, il quale nei capitoli fatti con Braccio e col Re aveva messo patti, che non erano nelle commissioni; incarcerato non negò le sue furfanterie, stette nelle prigioni quattordici mesi, e fu poi mandato libero per favore di Mar- tino V (8). Intanto per consiglio di Muzio Attendolo molti baroni si riconciliarono con la Regina, altri promisero di non fare atto d'inimicizia; e furono: i conti di Pulcino, Caserta, Castrovillari, di Arena, di Conversano, Antonello di Fuscaldo, Carluccio di Lauria, Ruggiero di Rutigliano vicerè di Luigi II in Terra di Bari, Luigi Sanseverino signore di Nardò e Copertino, Filippo Filangieri, detto Prete, i conti di Popoli, di Alvito, di Archi, di S. Valentino, il protonotario Zurlo, ed altri baroni minori (4). D'altra parte Braccio avuto dalla Regina l'ufficio di gover- natore d'Abruzzo, tolse commiato e andò con l’esercito a Città di Castello (5); nel mese di settembre il Re cavalcò per andare a prendere possesso delle città di Acerra ed Aversa; la Regina e Ser Gianni si partirono da Gaeta per mare, e si recarono prima a Procida, poi a Pozzuoli (6), sdegnati per ciò, che faceva Alfonso. In queste condizioni di cose, deliberarono di mandare un’ambasceria al Duca di Milano ed a Martino V per querelarsi del Re, il quale, non contento della signoria del Ducato di Calabria, s'era impadronito delle città intorno Napoli: €) Crivent, 716. (A) Cnivetu, 716. @® Muun, LL e. (8) Diurn. dî Monteleone, TT. (©) .. «Rebus sic stantibus Brachius in Etruriam circiter Calendas aprilis cum oxereitu rediit » serive il Campano, 606; l'epoca non è esatta. (0) Diurn. di Montel., TT. Google CORRI UNITA (1422) LIBRO QUARTO 291 la Regina sospettava, che un di la pigliasse per mandarla nella Catalogna (1). Quando sulla fine dell'anno la Regina deliberò di tornare a Napoli, Alfonso le offri le sue galee, ma ella preferì andare per tetra, e, per isfuggire le insidie, si condusse ad alloggiare nel Castelcapuano (2). () Zora, L e, cap. XVI, I51 1.8. Antosiso, 491. AnmiriTo, Opuscoli, Vite di Giovanna II, 665. Dx Revstis, Chron, lurv. cit, 823 (2) Eeco il sunto di lcuni diplomi per accerta la cronologia. Dal Borgo del Castellono di Gaeta a' 2 di agosto spedi un diploma per Filippo de Caria, percetiore dell'ordine di S. Giovanni, spogliato d'ogai autorità da Filippello de Ligorio e scomunicato con Ottino do Caris, signore di Copertino. Ordinò, che nessun vescovo pubblicassa l'interdetto, però & richiesta di Filippello revocd l'orlina ia Pozzuoli a 5 di novembre. Fase. Ang. n. 94, f. 74. Pozzuoli & ottobre 1422. Morto Qunltirro Caracciolo senescallo del regio ospizio, quell'ufficio fu dat» a Giovanni Dentice. Reg. Ang. n. 370, 1 15 Pozzuoli 15 ottobre 1428 terina de Sanseverino madre di Giovannantonio de Marzano duea di Sessa Jacopo portò in dote molto castelle, che alla morte di di i figlivolo volendo assicurarlo le nuo doti lo arsegaa Alife, Rocca Mondragone o S. Angelo Raviscanian. La Regina dà l'assonto. Reg. Ang. 376 £. 3. l'ozzuoli 21 ottebro 1422, Tommaso Caropepe di Catania è nominato Razionalo della Sommaria. Fase. 94 cit., f. 72 1 Pozzuoli 26 ottobre 1422, Ad i di Braccio da Montone fra Nîcola Sarracono di Capua è nominato Com- degli ospedali di S Lamaro in tutto il regno. Rog. Ang. 376, f 20. 17 noverubro 1422. Trineio do Humaro console di Napoli a Mossina rinuncia il consolato ad Angelo do Humano col consesso di Alfonso d'Aragona, la Regina ratifica la rinuncia. Fasc. 94 cit., f.77 t. Porzuoli 21 nov. 1422. A Buecio de Siena sono condonate le colletto ed altri pesi per le sue terre di Grumo e $. Erasmo in Terra di Lavoro. li, £. 78. Pozzuoli 24 novembre. Azzarito Portinari fiorentino avera esposto, che egli possedeva « casale sancti Antimi portium Averso, magnificus Marinus Bolfa do Neapoli et magnifico mulier domiaa [obansella ». Extendarda confisi in eoruna potenciem, l'avevano usurpato. La Regina provvedo a forma de expolintis », Fasc. cit, £. 60. Pozzuoli 25 novembre. Diploma per Oliviero signore di S. Mango « de assecuratione vassallorum ». Fasc. Ang. n. 9%, £. 82. Cantelenpuano. di Napoli 28 decembre. Lettero di favore per Antonio de Grapio moteio capuano, Reg. Ang. n. 376; [. 4 t Vi ha una grando scarsezza di diplomi regii dell'anno 1422. Original CORNELL UNIVERSITY VI Il Re Alfonso imprigiona Ser Gianni, vuoi sorprendere ia Regina nel Castelcapuano. — Muzio Attendolo corre in soccorso della Regina. — Battaglia di Casanova. — Rotta degli aragonesi. Restò Alfonso padrone della forte bastiglia del Castelnovo: tra Re e Regina non avvennero atti d'inimicizia, ma gli astii crano manifesti e glî animi diffidenti. Occorrendo a Ser Gianni di conferire col Re intorno alle cose del regno nel Castelnovo, per sicurtà della persona volle lettere autentiche di salvacon- dotto con bello d'oro (1); Alfonso però con fronte alta, con grande ostentazione di sicurezza, francamente, per dissimu- lare i malvagi disegni, andava a salutaro la Regina; e per dare un’apparenza pacifica e innocente agli atti suoi, ordinò feste, giochi, corse di giostra; volle però, che queste si facessero alle Correie, sotto le mura del Castelnovo. Giovanna richiese, che fossero fatte a S. Giovanni a Carbonara sotto le torri del Castello Capuano. L’Annalista della regia casa d'Aragona, narra, che in quel tempo Francesco Arifio, oratore di Alfonso nella Curia romana, lo avvisò di una congiura ordita per pigliarlo quando andava alla Regina (2). Le voci della discordia si diffusero pel regno, ma la Regina fece supere alle città demaniali, che erano false. Ai sulmonesi scrisse: facciamo manifesto, che per grazia dello Spirito Santo, dal quale il vero amore emana, fra noi ed (1) Diurm, di Montel, 78. @) Zunira, 1 e, 152. Facio, ed. cit., 30. Fragm. Mist. Sc. RI, S, XKIV, 1098, Google OVAN 234 di A 11 D'ANGIÒ (1423) il figliuol nostro Alfonso furono sempre, e saranno în avvenire, concedendo Dio, puro, sincero e perfetto amore, dilezione, con- fidenza, pace, concordia, quali debbono essere tra madre ed ubbidiente figliuolo (1). E s'erano pacificati Re e Regina nelle apparenze ed avevano rinnovato patti e capitoli di concordia, coi quali l’astuto Ara- gonese acquistò quanto gli rimaneva a conseguire per essere signore del regno. La Regina dunque gli confermò tutta l’auto- rità, che già gli aveva trasferita, l’ampliò (2) con la facoltà di fare grazie, concedere e donare feudi e beni burgensatici, permettere vendite e permutazioni di essi; di convocare curie e parlamenti di principi, duchi, conti, visconti, marchesi, baroni, militi, terre e città di regioni a lei nemiche: di mutare leggi, ordinanze pragmatiche, costituzioni municipali, imporre, esi- gere, spender le collette, le funzioni fiscali, qualsivoglia denaro: legittimare figliuoli bastardi e renderli atti alle successioni feudali: coniare moneta di qualungue forma e peso: trattare coi ribelli, perdonarli, restituire ad essi beni ed onori. Gli concesse infine tutti i diritti regii senza condizione. Alla spedi- zione del diploma furono presenti Ser Gianni Caracciolo, Malizia Carafa, Giovanni Bozzuto, Roberto Bonifacio, Agostino Alante da Pisa, Giovanni Arcamone, Jacopo de Griffis, Rainaldo Vas- sallo © Angelillo di Capua segretario (8). Mi meraviglio di trovarvi il nome di Ser Gianni, perchè (1) Faraciia, Cod. Dipt. Sul (@) .. € Ad illis (coucen doc. COXXSII, 304: 30 aprile 1423. magis (maius?) robur confirmacionem et in omnibus incrementum concedimns smpliamus constituimus assignamos traddimus, seu quasi traddimua damus codimus et in vos pleniasime tranaferimus ac penitus transpertamuo ius avetoritatem ac plenissimam facultatem possequo uberrimum exerciclumquo potestatis supra et infra insorte... ». (8) Il diplonia è pubblicato nel Sommario delle pergamene dell'Annunziata del Sig. D'Apposio, 246. V'è l'anno 1423 e l'indizione 1° mancano mese e giorno. lo stimo, che fu spedito nel mese di aprile, perchè ha relazione con I lettera dalla Regina mandata ai sulmonosi. Nol meso di maggio risomi fra Ser Gianni ed il Re Il Giovio, V. Magni Sfortiae, XXXI, Ser Gianni al Castelnovo, serive: « Eo tempore Alphonsus regnandi avidus, neque probra famosse matris neque portentosam Sergiani potentiam ferre poterat. Itaque folici astu, simulata argritudine, illeetam ob id Sorgianum, ac officii causa ut decumbenti assideret, in arcom novam vonientem cuni universa familia comprobendit ote.». to ii dell’ andata oogle come Une (1423) LIDRO QUARTO 295 contro di lui era specialmente volto il mal animo del Re. A' 29 di aprile aveva questi ordinato una giostra con rappresentazione di misteri e fatto costruire un elefante smisurato con la torre sul dorso, nella quale suonavano diversi Istrumenti e cantavano uomini in apparenza d’angoli; disotto uscivano altri in abito moresco, i quali si studiavano d’impaurire la gente, che traeva a vedere. I partigiani di Ser Gianni lo stesso di avevano costruito duo carri con fuochi e bombarde e attorno nd ossi correvano trenta giostratori a modo di diavoli per combattere gli angeli della torre. Quel di però morì Giosuè Caracciolo signore di Conca (1), e pel lutto di Ser Gianni i demoni non uscirono per le vie; se questo fosse avvenuto, le due bande si sarebbero azzuffate. Ma non occorse di aspettare lungamente, perchè i fatti rivelassero i disegni degli uomini A' 25 maggio 1423 Ser Gianni Caracciolo, assicurato pel salvacondotio dal suggello d’oro, andò senza sospetto al Castel- novo: come fu dentro, levato il ponte, calate le saracinesche, trovò prigioniero. Fatto questo, Alfonso con la gente, che aveva in punto corse al Casteleapuano per sorprendere e pigliare la Regina, ma un garzone di Gaspare Bongiani, il mercante fiorentino, era corso ad arrecarle la. novella (2). E fu a tempo, perchè ad un tratto si appresentò Alfonso con fanti e squadre di cavalli. Il ponte era calato ed egli spronò il cavallo per entrare, ma Jannotta di Capua, castellano, gli corse incontro, e; afferrato il freno; ricacciò dietro il cavallo, cho ndombrò, sdrucciolò, mandò il Re sossopra. Ed incontrò questi un grande pericolo, perchè sfibbiatasi In celata gli cadde di capo, © (1) Giosuè Caracciolo comperò Conca dal Duca di Sessa nel 1419. Reg. Ang. n. 377, £ 244. Di lui rimasero i figli Tristano e Luigi, ì quali nel 1429 recia= marono alla Regina per le molestie loro arrecate per un territorio a_ Ponte Albanito presso Troia. Reg. Ang. n. 377, £. 178. Cobella, figliuola di Giosub sposò prima Mazzeo do Augella, poi Butillo de lodice, a di loro nacquero Rerterai ed Ettoro; vedova la seconda volta posò Marino della Lagoncssa. Reg. Anz: n 977, £ 388, (®) Famaatta, Doc. senesi, 16. Grotiano Passano, 12, Nei Diurm. di Montel., 78, leggasi: « Gaspar palzano (Bongiano) de Firenze, servidore do la detta Regina, et de lo gran sonescalco, occultamente per un suo garzone mandò avisando la Regina, ot tori suoi, che dovessero stare avisati, et lo gran sencscalco era presono. 236 GIOVANNA 11 D'ANI (1423) Giovanni Bardaxi, che gli era a fianco, lo covri della sua (1). Il Castellano e i suoi difesero con le spade l’entrata del castello: poi tra le grida e il tumulto calarono le saracinesche e dagli spalti © dai veroni si misero a gittare pietro e dardi: Alfonso, vedendosi scoverto e combattuto, per le vie del Mercato, si ridusse co’ suoi al Castelnovo. Come le voci del pericolo della Regina si diffusero per la città varie, incerte, ingrandite di bocca in bocca, si commossero i napolitani e discesero per le vie con mal animo; ma il Re li quetò prestamente, con un bando: lì minaceiò della forca. Restò la città due di impaurita, impe- rava Alfonso, la Regina atterrita era chiusa nel Castello Ca- puamo. Deliberò il Re di pigliaria a forza; fece rompere e . Zunra, 1 e. S. Anronio, Chron. INI, Tit. XXII, cap. VII, $ VI, 401, Cum igitur una dierum Rex ad castrum seu palatium Cipuanum, ubi regina residebat, accederat, quasi matrem risitaturus, re autem vera eam honesto captivaturus.. Et cum jam equus, cui insidebat, pedos priores ponere înciperet in ponte super hoc fuerat edoctus nimis cito erexit pontem, exi ascondisao. Quod rex perpendone, auspicatus insidia velociter recurrens ad castrum nosu Il PeLLEGRINO, Ma cit. della Bibl, naz, £ 15, travisa peggio il racconto. Alfonso, dice, dopo di aver imprigionato Ser Giaani «ut solitum est, cum nd matreni progrederetur fillius, pancis militibus comitatus, iamquo compedibus ea sonsorat clientulam ess devinctum, ob qua armigeria oppidi capuani arcer et menia latenter munire jussit, mogis ac magis dolens decopii jactura aut capcione aut cederetur subigere natu. atque ab imperio avertit primogenitum esse privatum. Post ubi vel quando pontis limen pade contigeret Rex doctis insidiis alto elevantur postes, eo quidem dolo mycronem quem ipse deferebst ad latus stringens. uni exeubiarum enput leto percussit. quippe laxis catenie ad exitus se ponit exteriorea. Tum absconsi» insidiie. saxis... adque tormentis contre taotam magestatem crimen obiectat haud verentor sub doli eorum ductorern offendere improvisum. atqui fides hactonus illibata in superbiam austeritatemque se con- vertit. Igitur cum medio discriminis videretar haud eximi pose, nuda dimicanto cesarna. perventa lohannis de Rardarino elinpeo corvix tegitur. lam. multi sequebantur regem, quorum guilliermus raymundi do monto cateno etate gravior cum prefferret etsi vuluere percussus sevo minime committit suum regero tanto auferri bello... » Secondo lo scrittore cortigiano, imprigionato Ser Gianni, la Regina tram) insidie contra Alfonso. Di questi fatti v' ha un insigne documento nel diploma della Rogina, col qualo concedotto la città di Potenza a Giovaznello Zurlo conte di S, Angelo, e riporterò tra poco fra le note, oogle coR 1423) LIBRO QUARTO 237 sbarrare lo vie intorno ad cesso, appostò armati a Formello, pose l'assedio. La Regina, che vedeva questi apparecchi e non aveva modo di difesa, si sovvenne di Muzio Attendolo, e mandò a dirgli, che fosse venuto celeramente. Come l'avviso giunse al condot- tiero, che alloggiava presso il convento di Mirabella, senza frapporre indugio, parti di notte. Sulla via incontrò i corrieri di Alfonso, che lo voleva per suo soldato; ma egli rispose, che andava alla Regina, Ia quale prima l'aveva chiamato: tuttavolta, se il Re avesse levato i soldati da Formello, e tolta ogni occa- sione d'inimicizia, avrebbe interposti i suoi buoni ufficii per la pace, Questo avviso non piacque ad Alfonso, il quale, raunati quanti soldati aveva, pedoni, cavalieri e ciurme delle galere, quasi tre mila, andò ad incontrarlo. Degl'italiani seguirono il Re Francesco Orsini ed il fratello, Cola di Campobasso, Cicco Antonio de Caris, e forse altri, dei quali non troviamo i nomi nelle memorie antiche. La gente d'arme catalana ed aragonese montava bei destrieri coverti di ricche gualdrappe, aveva armi, corazze, cimieri ornati e lucenti. Muzio Attendolo conduceva mille cavalli sfiancati, stracchi dalla corsa e soldati male in arnese. A'27 di maggio riposò a Do- gliuolo, dove Alfonso in risposta a ciò, che aveva mandato a dirgli, fecegli sapere, che la contesa doveva decidersi con le armi. Avanzò lo Sforza co' suoi squadroni sull’ora del mezzodi, e #’ capitani, che gli domandavano il motto, levando il braccio e additando i nemici, gridò: ferite i ben vestiti, i bene a cnvallo (1), e corse sopra di essi. Erano questi divisi in quattro squadre condotie da Bernardo de Centelles, e sostennero l'urto virilmente, gli sforzeschi diedero indietro (2), e Muzio Attendolo, come soleva fare nel pericolo d'una rotta, si cacciò con una virtù disperata fra i catalani, e con l'esempio ricondusse i suoi al dovere. Egli stesso affrontò Cicco Antonio de Cnris, che portava lo stendardo del Re, lo abbrancò nel petto, gli levò (1) Diurn. di Montet, 78 (2) Sallustio di messer Guglielmo da Perugia, che era a Roma il 1° di giugno 1423, riferì alla Signoria di Siena: Sforza aveva dato ordina che la prima è la eoconda schiora es lassaasoro rapegnioro enderieto 0 cosi furono ». Panaotia, Doc. sen, XV. 938 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1498) l'insegna e lo trasse prigioniero. Aveva intanto mandato Bertuccio, detto Seralia, el il gagliardo Santo Parente con duecento cavalieri dietro gli orti murati di Casanova, ordinando loro, che rotte le mura e fattosi il passo, dovessero riuscire al fianco dei catalani; e li aspettava, quando coloro, che dalle torri del Castello Capuano guardavano la battaglia, vedendo gli sforzeschi travagliati, cacciarono alle spalle degli aragonesi una compagnia di trecento uomini a cavallo e a piedi, tra i quali furono molti napolitani, che avevano tolto lance e spade per difendere la Regina (1). Ed ceco Santo Parente, fattosi il passo, esce tempestando per costa i catalani, i quali, percossi da ogni lato, vanno în volta e in fuga verso la città. Gli sforzeschi li calearono alle spalle, e nella corsa disordinata ne presero assai prigionieri. Furono tra questi cento ventisei cava- lieri e baroni napolitani, siciliani, catalani, aragonesi, molti erano signori di gran conto: Giovanni de Moncada, Ximen Peres de Corella, Bernardo de Centelles, Raimondo de Perellos, Federigo Enriquez figliuolo dell’AImirante di Castiglia, Rai- mondo de Moncada, Giovanni de Bardaxi, Giovanni de Ven- timiglia, Gli sforzeschi in questa giornata si rifecero; tolsero meglio di cinquecento cavalli, armi e arnese, onde deposte le armature irruginite, e i farsetti sdruciti, vestirono le corazze lucenti e i ricchi saioni de’ nemici. Tra robe e riscatti guadagnarono più di duecento mila ducati (2). Alfonso scampò con grande peri- colo, chè gli sforzeschî gli corsero appresso fino al fossato del Castelnovo. Molti baroni napolitani combattettero con gli sfor- zeschi (3), degno di essere ricordato fu Giovannello Zurlo conte (1) Lo Zunta, cap. XVII, 153 trae questa notizia da un « autor Catalan antiguo » (@) Miwuri, Cap. XLIV, 284,285, Diurn. di Montel., I. c. Zurtra, LL e. Ficio, 29. Corio, IV, par. 744. Dx Reousia, 823. Il Giorto, o. e, cap. XXXI, serive: < caplaque sunt equitum ad duo rcilia ete. >. (8) Il pi Costanzo nella sua Zstoria, lib. XIV, Ed. Gravier, 407, loda fra i cavalieri napolitani, i quali combattettero con gli sforzeschi a Casanova, Giacomo Aceispaecia di Sorrento, il quale ebba in premio Arienzo, Arpaia, Cancello, Papono (1) e Trentola. lo non no ho trovato notizia; è noto anzi, cho alcune di quello terre erano di Giovannella Stendardo moglie di Marino Boffa. (1423) LIBRO QUARTO 239 di S. Angelo al quale spettarono poi dodici mila ducati del riscatto di alcuni cavalieri prigionieri, e per essi ebbe dalla Regina il contado di Potenza (1). (1) 11 giorno della battaglia di Cassaova resta incerto nelle memorie dei nostri acritiori sincroni: il MINUTI, dice, che fu di mercoldì a° 26 di maggio, l'A. dei Diurn. di Mont. assegna il penultimo di maggio. Il diploma, col quale fu concesso a Giovannello Zarlo il contado di Potenza toglie dubbio. Ne riferisco la parta più importante. La Regina dichiara, cho vondova al Conto la città di Potenza pel prezzo di ducati dodici mila « porcionis seu rate eundem comitem saaeti Angeli contingentis tam do talea triginta milium ducatorum infrascriptorum Baronum Cathalanorum caplivorum, videlicet Bernardi Sentiglyes, Iohennis do moncala Raymuadi da Perillios et Petri Sacca i militum ». Dipoi aggiunge: « Nam dio vicesimo quinto procimi preteriti mansis maij profutua Rox Aragonumi magnum sonoscallum Rogni si rium nostrum, qui ab s0 Rege sub bulla aurea securitatem habuerat, atrestsri ae capi in castro nostro novo Neapolis fecerat de persona, quo capto eodem dio idem Rex magna manu suorum armatorum venerat ad hoc castrum nostrum capuanom causa illud et personam nostram cum fraudolencia et violencia capiandi quod focisat, t divini bunoplaciti fuit de corto dolo prodiotue caatellanus et socii custodia portarum dicti castri nudis ensibus invasi se et dictam portam viriliter defensarent dictumque regem et eius gentem probibuerunt ab ntroyta dieti castrì, sequenti autem dio dictun castrum per eundem Regem et eius gentem conclusum fuit de foris et absessum multis et magnia abarrit et fossis, sed vicesimo septimo eiusdem mensia Mai) circa Meridiem magnificus ot streauue armorum capitaneue Sfortia do Actendulis comes Cudiniole Sancte Romane Ecelesio confalonerius compater consiliarius et fidelia noster dilectus ot prefatue comes sancti angeli cius conducterius et socialis com eorum potentissimo ezercitu Regi armigeras equites et pedites commiaso hiac indo at simo Bello stranissimo debellarunt atque fuderunt nonqua a dicta obei toriosissime liboraverunt... » Giugno 1423. Reg. Ang. n. 96, £. 14. Mirusni Riccio, op. cit., 80. Original mom CORNELL UNIVERSITY vite; GOOgle VII Lo Sforza ricupera Aversa. — Alfonso, avendo ricevuto soccorso da una flotta catalana, mette Napoli a sacco e a fuoco. — Lo Sforza salva la Regina. — Alfonso occupa il Castelcapuano. Quando sulla sera Muzio Attendolo andò a salutare la Regina, richiese da lei, che fossero riammessi a Napoli tutti i fuorusciti della parte angioina (1): il di appresso mandò per Marco degli Attendoli e Foschino tenuti nelle prigioni di Pomigliano, divise la preda fra i suoi. A” 29 di maggio affidò la città e la Regina a Francesco Mormile e andò innanzi ad Aversa. Era castellano Giacomo Pertus di Llerida, uomo di mala fede e vendereccio, il quale aveva un acre astio contro gli aversani. Essendo stato tentato da Muzio Attendolo, per riavere Aversa, si mostrò pieghovole tra per la promessa dell'oro, e perchè volova, che la città fosse data in preda (2). Mentre si facevano queste pratiche altre avversità tribolarono i napolitani e la Regina Aveva. Alfonso mandato a Braccio per aiuto, ma questi s'era messo ad una dura impresa contro gli aquilani e gli con- veniva meglio attendere ai fatti suoi, che agli altrui; dovette quindi fare assegnamento sulle poche genti, che gli erano rimaste, e sull’armata, che gli conduceva Giovanni Raimondo Folch conte di Cardona, il quale, giunto nel porto di Gaeta, ebbe notizie della rotta dî Casanova e procedette cauto fino a (1) Diurm. di Montel., 79. @) Diurm. di Montel., 1. c. Minuri, 280. 16,— Farucuia, Giovanna II d' Angiò. Google corn 242 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1423) Baia. Menava dieci galere e sei navi da carico, era con lui l’infante D. Pietro d'Aragona. Saputo, che il Re era salvo, volse le prore a Napoli. I napo- litani sbigottirono vedendo ancorate nel porto tanto naviglio, e credettero, che fosse venuto per trasportare in Catalogna Ser Gianni e la Regina (1); Alfonso però, per non dare ai nemici tempo di procacciarsi aiuti, deliberò di combattere la città incontanente col proposito di arderla e disfarla. Gli uomini della Regina, visto il pericolo, mandarono per Muzio Attendolo, che era tuttavia innanzi ad Aversa per le trattative della resa e, impedito lui, inviò Foschino ed il conte di S. Angelo con 500 cavalli, i quali furono menati alle Correie, dove Fran- cesco Mormile s'era accampato per guardare il Castelnovo, e opprimere i catalani, se fossero scesi dalle navi. Questi però si accozzarono nel Castello e con verrettoni, pietre, balestre bombarde si misero a molestarli ed offenderli, dipoi condotti da Giovanni Cavo, uomo fortissimo, irruppero dalle porte col proposito d'invadere la città e con le grida, col ferro, col fuoco spaventare i cittadini, levare tumulto, evitare lo scontro coi cavalieri nelle vie aperte. L'audacia dei catalani fu grande; mossero all'assalto da due parti, D. Pietro infante d'Aragona, andò a combattere una torre del molo di fronte al Castelnovo e l'occupò con la chiesa vicina di S. Nicola: una compagnia di soldati, movendo lungh'esso il lido, pervenne alla porta Petruccia. Sul mare in quel tempo la città non era guardata da mura, ma le case contigue, senza uscita di fuori, coi veroni alti facevano riparo, come nelle terre non murate. I catalani, adusati a salire sugli alberi delle galere e per le sarte, videro una vite, che serpeggiando per le mura d’una casa, presso la porta, si spandeva sulla terrazza lussureggiante. Si trassero Suso per essa, entrarono pei veroni, e riuscendo dentro la città apersero la Porta Petruccia (2). Non aspettati, non molestati (1) Diurn. di Montol,, ed. cit,, 79. In questi è un'errore. Loggesi, che l'armata catalana giunse a Napoli «a _lî XI de gennaro ». Devo leggersi. giugno, come nel testo rinnovato edito dal Muratori, RIS, XXL Il DE Misuri, 287, scrive: < martedì a VIII de jugno ». Giotrano Passano, 12 . Reg. Ang. n. 377, £ 978 t. . di Montet., 79 si legge non bena Jannotta Pertuso. Nel Reg. do Leyda (sio, Lleridi capitano di Avorsa. Egli col consenso della Regina sposò la domigolla di lei Senevella de Cerisi con le doti di ceato once. Nell'occasione del matrimonio 1a Regina assegnò a lui © suoi eredi sei oncie sulls dogana di Napoli e cacio dua a Colia madre di Senecella per suo vitto. Il 23 marzo 1433 invece di lui fa fatto capitano di Aversa Mazzeo Guarna di Salerno. Reg. Ang. n. 377, {. 371 1 1 nostri croîisti ecrivono non bene Giovanni o Jannotta Pertusa. @) V. la prefaziono dell'ed. cit, dei. Diurneli. (8) Diurmali cit. 80. Nixuti, 288. (4) Mmuri, ivi scrivo: €... et Foschino ando con CCCC cavalli a campo a Bestra ed ebbela per accordo ». Nel Dicrio anonimo in Penger 115 leggesi « todom anno (1473) Foschino obba Turre majora ali X di giuglio ». imua ot osessione 246 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1423) Regina voleva Ser Gianni «il suo occhio diritto », come dice il cronista sforzesco, e a questo fine furono affrettati e solloci- tamente spacciati gli accordi pel riscatto dei prigionieri. Egli fu scambiato con dodici baroni, che potevano pagare taglia, e la Regina compensò gli sforzeschi, ai quali spettava il denaro del riscatto, con feudi e signorie (1). A questo modo la Regina ebbe quasi della vittoria di Casanova più danno di Alfonso con la sconfitta: aggiungi, che nel mese di agosto col mezzo d'una femmina di Bucello d'Orvioto, castellano della rovca di Bene- vento, fuggirono tutti gli altri prigionieri catalani (2). Ser Gianni, libero alfine, andò nd Aversa lietamente accolto; e la regia Corte, ed il consiglio regio, fino al cadere dell'autunno del 1427, dimorarono in quella città, dove anche furono trasfe- riti gli uffici della regia Camera della Sommaria (3). (1) Giovannello Zurlo eble, come ho detto, il contado di Potenza. « Dipoi la regina detto Trani © Barletta a Sforza per camtio de' prigioni catalani have laesato per la liberatione del Signor misser Zani, © feco privilegi autentici, li quali non ebbego loco poi per la morte di Sforza ». Minuti, 292, La notizia del Musuri è ripetuta dal Cottenvccio nel lib. V dell' Fist Importanto è la tostimonianza di un doc. tranoso del 18 feb. 1420, del quale risulta, che essendo corsa la voce, che la Regina voleva dare Trani in feudo e Ser Gianni, i cittadini le offorsero diecimila duezti, perché tenesso la città nel demanio regio, revocando qualunqua concessione già fatta « quondam Sforcie de Actendalis comiti Cotiniolo vel comiti Francisco eius filio et fratribus Aeredibus..». Bettrani, Cesaro Lambertini, o. e. doe. XC, 350. Leggesi nei Diurn. di Montel. 80, cho i baroni catalani scambiati con Ser Gianni furono Raimondo de Perellos, Giovanni de Moncada, Bernardo Centelles, Barduxin, messer Iucoglie, esser Gurillo, Raimondo de Moncada, Fe derigo de Ventimiglia, et'lo Conte Herrico et lo Conte Jonane de Ventimiglia ot più altri adheronti do Re do Rahona. () Minvri, cap. CLV, 2R. (3) la un conto di Nicola Marino de Somma approvato a' 12 luglio 1428, trovo fra lo spese: « Vivo Egregio Urbano Carezulo castellano castri nostri civitatis Averso pro fabrica domus diete camere Summarie intus dictum castrum Aversa uncix Ì, pro cartia et cera necessariia in dieta Camera Surmmaria tar. 27 ». Reg. Ang: n. 377, £. 19. Il nomo della Regina si trova ricordato nello tradizioni della Madonna di Casaluce. Dowaro pa Stwenxo nell' Historic del R. Castello di Casaluce, Napoli 1622, pag. 85 scrive, che ella « nel 1423 primo di ottobre dizione © del suo regno 10, per un voto, che fece alla Beata Vergine, quando perseguitata da Alfonso d'Aragona suo figlivolo adottato a di 23 di maggio di quosto anno, sppona ebbe tempo di recuperarei ad Aversa si risolse di venire oogle CORNELL'UNIVERSIT (1423) LIBRO QUARTO 247 Restò Alfonso padrone di Napoli, mezzo arsa, saccheggiata; disfatta, deserta; n lui però più che la rovina di Napoli dolse forse la perdita di un ricco bottino. Quando si era visto în pericolo, aveva spogliato il Castelnuovo delle suppellettili e della biblioteca preziosa raccolta dai re angioini e ogni cosa fatto caricare sopra una nave per mandarla nella Spagna. Questa fece vela, ma combattuta dalla tempesta, naufrago, e con essa andò perduto il tesoro (1). Egli poi non dubitò di affermare, che le contese non erano avvenute per colpa sua, e che sempre aveva tenuta la Regina in luogo di madre; lo ciurmo catalano avevano contro suo volere fatto vendette e rovine. Sallo Dio, diceva egli nelle let- tere di favore dirette ai napolitani, sallo Dio, che nostra inten- zione fu sempre di reggere bene e accrescere questa città per quanto ci è dato nel nostro ufficio di Vicario; e in compenso dei danni confermò tutti gli antichi privilegi alla città di Napoli (2) per la festa di S. Luca în Casaluco © per sua speciale dovoliono donò a questa gloriosa Vergine sua Avocata quattro vassalli della villa d'Aprano etc. >. È facilo rilovaro qualche inesattezza in gusto motonto. Ho sereato. molto in Aversa qualo dovesso essere il castello, nel quale dimorò Giovanna II, e mi son persuaso, che sia il moderno quartiere della cavalleria, nel quale del resto non rimane altro segno, che ls due torri. Era in effetto poco luitano dal duomo 0 così vedesi nella notevolissima tela conservata con poca cura in osso, nel mezzo della quale gizanteggia S. Sebastiano protottoro della città, che si disteade attorao a lui nel primo piano del quadro, 0'è l'iscrizione: AncELUS Ancucci pE NkaeoLI PINXT, 1468, Fu mal restaurato nel 1780. (I) ta ana lettera scritta da Aumento De SartEANO a NicoLò Niccoli legges €... Incursantem eandem provinciam superiore temporo Rege Aragonum, et urbem ferro incendioque vastantem, ita milites cius depopulati ut pmoter alia ludibria magna quasdam clsnsis do spoliin onusta, librin procipaie, adreheretur. Quae com in medium pelagus posita, sequore vento flanto sulcaret maris tempeslato vorante, summeraa est». Ho trascritto ella Iettera il testo scorretto. Opera omnia in ordine redacta ad argumentum et additionibus ill strata a Francisco Harotno. Romse apud I. B. Bussattam 1688. Ep. 25, p 227. L'epiatola è riprodotia dal MazzatintI, Dibl, dei Re d'Aragona in Napoli, V. (@) « Alfonsus etc, ... (Zacura), inter serenissimam matrem vostram pra dietam et nostram Majestatom sit: oborta tanta materia scandali sine aliqua juata causa a nostra Majestate procedento ad quam semper ut Deus novit benevolum et filialem animum gessimus et semper geremus erga ipsam serenissimam matrem nostram insurgondo contra ipam Majestatom nostram ot nostrae gontor absquo aliqua culpa et noxa univeraitatis ct civium civitatis Neapolis, propter oogle coR 248 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1423) A questo modo con parole accorte credette di essersi discol- pato e colle promesse d'avere risarcito il suo malfatto: venti anni dopo mise di nuovo a sacco la città. Per lui, venuto da regni di oltremare, ad acquistare signoria, era meglio terra guasta, che perduta. quod per stoleuni nostre armate processum sit ad aliquas vindictas et destrue- tiones in parto diete civitati è nobis invitis et condolentibus, et Deus acit cum semper inten so et sit dictam Civitatem Neapolis bene regera et trattaro, prout ad nostri visariatus spectat officium, et non solum eum non minuere inno augere, et omnes habitantes et habitanturos in en în bona pace et concordia confovere tam in genere quam in specie, causa, ut nostre mentis propositum cunctis pateat, et intentiocem nostram bonam, quam gerimus erza dictam civitatem, et cives eius, ca, tam in genere quam in specio deelaramun tonore presencium confirmamus ratificamus, accoptamus approbamus omnes et jagulas immunitates franchitias gratias provisiones concessiones donationes.... » Data dal Castelnovo a 24 giugno 1423. Ve ne ha una copia nell'Archivio Municipale di Napoli, Reg. Privileg. I, 1387, 1608, n. rosso 3. VII Giovanna LI revoca l'adozione di Alfonso e adotta Luigi III dAngiò, — Pratiche col Papa @ col Duca di Milano, — Alfonso occupa Ischia. Ma le insidie del Re, il pericolo e la fuga della Regina, l'incendio di Napoli generarono odio contro catalani ed arago- nesi, e Alfonso appariva agli occhi di tutti ingiusto, traditore, matricida. Riunitisi i consiglieri regii, furono tutti della sen- tenza, che dovevasi revocare l'adozione di lui: fu proposta l’adozione di Luigi IIT; dei fatti dolorosi fu data notizia al Papa, al Duca di Milano, agli amici. La Regina aveva già da Nola spedito per tutto il regno lettere. con ordini contro i seguaci di Alfonso 0a’ 25 di giugno aveva dato ad Angolo, vescovo di Potenza, le commissioni di sequestrare e ridurre in benefizio della regia Corte i beni de’ catalani ed altri sudditi di lui (1); ma nelle distrette presenti la Regina non poteva sperare più sicuro e pronto soccorso da altri, che dal Pontefice. Già Mar- tino V aveva deposto lo sdegno contro di lei, quando furono manifeste le arti e le mali intenzioni di Alfonso; ella, dopo che da Gaeta tornò in Napoli, addi 5 di gennaio aveva mandato a Roma il suo consigliero Michele de Nava per trattare con lui e i fratelli Giordano e Renzo di una sincera concordia e stabilire la durata e le condizioni. Non fu deliberata la cosa nel Consiglio regio per non farla pubblicare, e le lettere di (1) Vicorano, Storia di Potenza, 78, Uonstti, It, Sac. VII, 140, Google coni 250 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1423) credenza furono spedite dal segretario Antonello di Teano per ordine dato a voce (1). Or come a Martino V andarono le notizie del pericolo della Regina, della fuga e dei lamentevoli fatti di Napoli n'ebbe pietà, e le scrisse amorevolmente: « Gravissimo dolore ci ha arrecato il misero ed infelice fatto di Napoli, nè senza molte lagrime potemmo udire la calamità della città afflitta. Abbiamo innanzi agli occhi la città invasa, la costernazione, In fuga dei cittadini, il furore dei nemici e sopra tutto il pericolo tuo, il timore ed il dolore per l' eccidio de’ tuoi fedeli. In tanta sventura l’unica cosa, che ci consola è, che tu sia stata condotta lontana dal tumulto per grazia di Dio, e col presidio del diletto figlio! nostro Sforza degli Atten- doli. Desideriamo, che la tua persona sia salva, guardata la quale, alle altre cose potrà provvedersi agevolmente. Non pie- gare l’anîmo regio, levati sopra il tuo sesso, spera în Dio, ottimo consolatore. Noi, figlivola carissima în Cristo, non man- cheremo per te di consigli, di aiuti, di autorità, disposti, per quanto Dio onnipotente ci concede, a favorirti a confortarti in qualsivoglia modo potremo » (2). (1) lohamna ete. Tenore presencium sotum facimus univorsin. Quod os do certa nostra scientia et consulto fecimus constituimus ordinavimus certum legit: timum et sufficientum nuncium ac procuratorem nostrum vos Egregium et di- leetum consiliarium regium filialem atque nostrum Michaslem de Nave videlicet. ad conferardum vos cum sanctissimo et bestissimo domino domino martino Ja dei providentia sancte Romano Ecclesio summo pontifici et illustri, et ms: gnificis vicis con nostris sive dilectis Jordono principi Salerni et laureatio comiti Albe ac magno Camerario huius Regni Sicilio fratribus dieti domini sammi pentificis seu cuilibet ipsorum nostro nomino et pro nobis cum codem dornino summo pontifice et suîs fratribus et quolibet ipsorum practicandam tractandum concordundum fuciondum ot firmandum contraondum et coneludoadim bonam siaceram et indissolubilem confederacionem seu ligam ad illud tempus et per tot tempora et que vel do quibus per et inter dietum dominum summum pon- tificen et fratres suos seu insorum queniibet et vos fuerit concordatum aetoni et initum seu concordata acta et inita et pretextu ipsius confederacionis nostro nomine et pro nobis cum dieto domino summo pontifica ot dietis fratribue suorum ipsornm... teneamur obsorvare.. € Datum in Castro nostro Capuane Neapolis per manus nostri predicte Regine Anno D.ni MCCCCXXII dio Y mensis lanuarij prime ind. Reg. nostr. anno nono. De mandato Reginali oretenus A. da Theano ». Reg. Ang. n. 376 £. 6 t. Di Alfonso non è fatte menzione. €) Ruvsatvo, ad an. 560. ‘ Google : (1423) LIBRO QUARTO D31 Piacque poi al Papa il proposito dell’adozione di Luigi III; nè meno di lui fu di ciò contento il Duca di Milano, il quale, allorchè Luigi fu richiesto dalla Regina, mandò ad Aversa un suo cancelliere per stabilire i patti d’una lega e fare i capitoli, diede poi a Maffeo da Muzano ed Enrico da Vercelli, suoi ora- tori, le commissioni di prestare in nome suo guarentigia pel principe Angioino e per Giovanna (1). Questa, dopo maturo esame de' dottori in diritto, addi 1 luglio 1423 în Aversa revocò l'adozione di Alfonso, gli tolse la signoria del Ducato di Ca- labria e l'autorità di Vicario del regno, minacciò di reputare ribelli coloro, che non lo avessero tenuto per suo nemico, pena la confisca dei beni e il capo (2). Per questo non si perdette di animo Alfonso e, con ln nota scaltrezza si studiò di trovare la via per uscir d'impaccio: mandò in Roma un’ambasceria a Luigi III per accordarsi con lui, e tutto faceva, come dice il cronista, per volerlo gabbare (3). Luigi però, dato ordine alle cose occorrenti, andò ad Aversa; fu accolto con festa ed il vescovo di Tropea fece il sermone ragionando sul testo del vangelo: « vere filius Dei erat iste », recitò le lodi del principe (4). Furono futti i capitoli dell’ ado- zione e, per togliere ogui causa di discordia, a' 14 di settembre la Regina raunò nella sala del Consiglio del Castello di Aversa baroni e cortigiani solennemente e dichiarò, che per sue ragioni aveva già adottato per figliuolo e successore nel regno Alfonso d'Aragona, l'aveva accolto amorevolmente e ricolmo di onori, ma n’aveva avuto il compenso dellingratitudine. Voleva egli impadronirsi del regno, e con la violenza delle armi aveva procurato di sorprenderla, come a tutta l’Italia era noto; re- vocata quindi l'adozione, lo aveva privato dello stato e degli onori e adottato per figliuolo ed erede Luigi INI d'Angiò. Molti, disposti a far male, si studiavano intanto di mettere fra loro la discordia e accordare il principe con Braccio ed Alfonso, ed ella e Luigi per togliere ogni occasione di sospetto e di discordia, (1) Osio, II, 117. Mandato del Duca ete. (@) Il diploma fu spedito < do mandato reginali cum deliberatione consilii ». Reg. Ang. n. 376 f. 22. V. Mintent Riccio, 0. c. 82. Minori, 289. @) Diurn. di Montel. 80. (4) Diurn. di Montel. ivi. Google cORNELLUN 252 GIOVANNA IT D'ANGIÒ 1423) fecero promessa solenne di non accordarsi mai con essi. Di ciò fu fatto pubblico istrumento dal notaio Sansone de Condutto di Napoli e testimoni furono il vescovo di Tropea, Muzio Attendolo Sforza, Tristan de la Zaille, Ellion de Glandines, Giovanni di Villanova, Francesco Mormile, Pietro di Bernardo da Montalcino oratore del Duca di Milano, Giovanni Dentice, Buecio da Siena, Pippo Caracciolo, i Conti di Pulcino, di Caserta, di Sanseve- rino (1). Perdonò la Regina a tutti coloro, che aveva per lo innanzi reputato nemici suoi, perchè partigiani dell’ angioino @ tra essi Ottino Caracciolo. La Regina gli diede favore e lo discolpò della ribellione, perchè aveva mutato parte non per proprio avviso, ma per timore e consiglio di uomini potenti; riebbe poi anche l’ ufficio di grande Cancelliere (2). (1) Il doe. è stato pubblicato da molto tempo. Il Vivenzio lo riporta non completo sulla fine della Storia del Regno di Napoli: A. Lecor DE LA Marche lo riproduce dallo pergameno Regie Camere vol. I, n. 20 dell'Arch. di Stato in Napoli con qualche inesattezze. Braccio da Montone diviene Grachi (2) Trovo Ottino Caracciolo col titolo di Grande Cancelliero fra coloro, i quali a'5 di aprile 1425 furono presenti ai capitoli fatti (ra la Regina e il Duca di Milano, come vedremo, È notevole anche il diploma dato il 25 di gennaio 1431 per Nisola do Dato di Rossano, che con l' indulto riacquistò la gabella dello scannaggio e la fida del bestiame di quelle città perdute per ribellione. Ecco la parte più importante del documento: € Ft demom nobis in civitate nostra Averso feliciter commo- us factaque per nos concordia cum IIlustri principe domino Ludovico tercio mune Calabrie et Andegavio duce ia omnes regniculas qui contra nos adhesissent cidem duci ad gral reduximus plenamque ipsi ibus et delietis 0 filio nostro carieimo, per quam iuter et cuiuslibet reintegratione ad honores ct dignitates juria peticiones sccione famam ot statum pristinoo bonagur ipsorum omnia mobilia et stabilia burgensatica et feudalia ubicumque in regno nostro Sicilin sita et posita quo dicti Reintegrati ante ipsorum pretensnin ribellionem juste tenvissent et possedissent que ac per nos aliis ex promissis causis concessa aut vendita et allenata fuissent et per soncessionarios teuta pariter et possessa nosque preter et ultra dictam concordiam cum profato filio nostro babitam virum magnificum Otinum Caraczolum do nea- poli militem nune Cancellarium dicti Regni nostri Sicilio coll. cons. et fid. nostrum dileetum de aliquali erga nos infobediencia criminatum ad quam. aliquorum potencium metu et impulsione et non proprio motu ad nostram gratiam benigne scepimus simili indulgentia et remissione atqun reintegratione pro se suisque fratribua nepotibua consarguincis sffinibus familiaribus vasaallia et aliis cum 00 Google coi (1423) LIRRO QUARTO 253 Alfonso intanto aspettava gli aiuti di Braccio. In questo tempo i fiorentini, che vedevano la loro libertà in pericolo, perchè il Duca di Milano, signore di Genova, s’ intrometteva nei fatti di qua dalla Marca, si studiarono di muovergli nemici da ogni parte, e si volsero anche al Re, acciocchè trovasse modo di nuocere ai genovesi. Alfonso non fece mal viso alle proposte, ma allora aveva troppo brighe in Napoli. Trovò tuttavolta l' op- portunità di acquistare Ischia (1). Ora la nuova città d'Ischia siede sulla spiaggia dell’isola volta a settentrione, e guarda il Vesuvio fumante lontano, la costiera di Sorrento, Procida, che umilmente le si adagia innanzi nel mare e la tonda isoletta di Vivara. Al tempo del nostro racconto s'annidava intorno al castello sopra un immane scoglio di basalto, il quale da ogni lato cade a precipizio nel mare profondo, che lo batte intorno intorno. Una diga, lunga una gittata di mano, interrotta da un ponte, va dalla rupe alla città nuova, e mette capo all'isola non lontano dalla chiesa moderna del vescovado, intitolata a S. Maria della Scala. Questa nel 1423 era una modesta chiesetta (2). Il castello al sommo della balza, un tempo munitissimo e fortissimo per la natura del luogo e per le opere di muro, non temeva offesa, nè la temeva la terra vecchia posta sotto di esso sul declivio a le- vante. Questa non era murata, ma lo case contigue, affiancate la chiudevano intorno. Chi guarda dal mare non vede l’ entrata del castello, essa è coverta e nascosta da un bastione quadrato, opera moderna, edificato in luogo di due torri antiche in capo della diga, e dà adito ad un androne ampio, lungo, erto, scavato nella roccia, coverto a volta, selciato a scaglioni. In questo castello trovarono sicuro asilo Ferrante II e Fede- rigo di Aragona, quando furono costretti a fuggire da Napoli; in quelle aeree torri si ridusse Vittoria Colonna, morto îl marito. Ora, salvo le mura del maschio, tutto è muovo, pochi ruderi conjurantibus inter quos fuit predictus Nicolsus dicti Cancellarii domesticue fami: liarig satis valido et plenarie per nos facta sicut in lieteris concordie dicto filo nostro factis et indulto per nos ipsi cancellario pro se et predictia aliia per nos etiam concessi Reg. Ang, 377, { 257. (1) Asainaro, St, ficr., (2) Faoro, ed, cit., lib. Il, 38. Google i li 254 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1423) avanzano della terra vecchia, bastevoli ad indicarne la postura: questa era divisa dal castello da un fosso ed un muro (1). Al tempo della Regina Giovanna possedeva Ischia Madda- lena Cossa, però l'ambizioso Michele Cossa, ricordato altre volte în questa istoria, nel 1416 s'era studiato di usurparne la signoria (2); poi Ser Gianni l’ebbe in pegno per aver prestato duemila ducati alla regia Corte (3). Di ciò forse ebbe origine l’inimicizia di Michele contro di lui. Era la terra abitata da cittadini operosi, audacissimi per mare, arricchiti da’ commerci e talora dalla pirateria, ma erano divisi in parto; a capo dell'una era Michele Cossa, dell' altra Cristo- fero Monocio. Michele, per dispetto dell'avversario e per odio di Ser Ginnni, ebbe intelligenze con Alfonso d'Aragona, e pro- mise di dargli lu terra ed il castello, se avesse mandato navi e genti (4). Il Re, tentato dalle profferte, deliberò di fare l'im- presa: la fortuna gli arrise. Mandò navi e genti le quali di notte pervennero sotto il ca- stello, ruppero il ponte, chiusero l’adito, e coi rumori sbigotti- rono i terrazzani. Il Re avvisato, che ogni cosa era avvenuta prosperamente, mosse da Napoli. con altre galere e navi cariche di ciò, che abbisognava per combattere il castello. I cittadini, che da prima erano rimasti incerti perla novità della cosa, animosi per indole, assicurati dalla fortezza dol luogo, rifatto coraggio, si misero alla difesa. Alfonso li invitò a dargli la terra per evitare danno; essi tennero parlamento (1) La terra vecchia ed il castollo sono descritti dal Ficio. lo stesso ho vi- sitato il luogo, ed ho visto, che disse il vero. (©) Rog. Ang, n. 374, € 343. Micholo Cosa possodova tuttavia oacio quindici l'anno sui proventi della bagliva d'Ischia. Carlo III le aveva concesse a Pietro Cosea, padre di lui, Ladislao le aveva confermate, e una nuova conferma fu accordata da Giovanna Il a°6 ottobre I4IT. Il Vescovo d'Ischia areva sulla l'assegno di cinque oncis l' anno per le decime. Reg. Ang. ‘A°5 di giugoo 1418 la Regira aveva confermato altresì ai cittad tutti i privilegi, grazio e franchigio concessi loro da Ladi menzionati nel diploma, Reg. Ang. n. 372, (| 84 t. (3) L'ho detto già poco disopra. (4) Il Prtteonino, Zist. me. cit. 20, dà a sospettare, cho Alfonso siasi mosso por dispetto del Grande Siniscalco. « Nuper, dice, sc magnum senescaldum cui Insula laclo dudum collata fuorat elidit oto. ». Google one al (1423) LIBRO QUARTO 266 per deliberare; i cossiani erano decisi a patteggiare, Cristoforo invece si fece in mezzo e gridò, che avrebbe impiccato chi avesse fatto parola della resa. Colla feroce minaccia impaurl gli avversarii; mandò fanciulli, donne, vecchi al castello, dispose sulle mura coloro, che erano atti alla difesa. Come vide ciò, Alfonso preparò le offese. Mandò Giovanni Cardona con alquante galere e navi minori sotto la terra a levante, e la galera di Camporotondo sotto del castello. Il mare era grosso, ed i catalani si studiarono di gittare ponti per la scalata, ma l’impeto delle onde li impediva d’avvici- narsi allo scoglio. Vide intanto Alfonso, che le alture della costa, presso la quale mareggiava la galera di Camporotondo, non erano guardate, perchè i cittadini, confidando nelle difficoltà dell' erta, erano corsi a difendere la terra bassa, e ordinò, che rimanessero sulle offese le galere Gineria, Saragozza e Pisana con le navi sottili; e, fattisi venire innanzi tre giovani arditissimi, promise loro grandi premii se a nuoto, tracndosi il capo d'una fune legata ad una galera, fossero arrivati ad avvinchiarla a qualche sche- gione. Si gittarono quelli nel mure e due toccarono la rupe, eseguirono gli ordini. Fatto questo, Incoraggiati dalla buona ventura, guardando suso videro, che per le fenditure qua e là venivano fuori cespugli con le radici nude e rami penzoloni, che davano buona presa, si arrampicarono per l’erta perico- losa e con grande fatica e molto sudore raggiunsero il sommo della rupe. Gl'ischiotti, che da quella parte non temevano assalto, vi avevano lasciato due scolte; di esse una s'era allontanata, l’altra traseurava la guardia, la sorpresero e l’uccisero, e poi sicura- mente, con le funi trassero in su i compagni, che erano per- venuti ai piedi della roccia. Intanto lo navi rimaste all’offesa avevano gittato i ponti e i catalani davano la scalata. Si studiava Cristoforo di respingerli coi dardi, e di precipitarli nel mare coi grandi sassi, che rotolava per l'erta, ignaro di quello, che avveniva al sommo della roccia; quivi raccozzatisi insieme i catalani saliti pel precipizio en- trarono nella terra e con le armi, con le grida si manifestarono. A Cristofero ed ai suoi, mancò l'animo, deposero le armi. Questo è il racconto del Facio; io, che ho visto l’ermo scoglio, non oogle esuli une 256 GIOVANNA MI D'AN nÒ (1423) sono disposto a credere, che i catalani siano saliti per esso senza aiuto dei cossiani. Alfonso usò clemenza con tutti; a Cristofero resta la lode di aver difesa la terra cinque ore, se beno avesse in casa gente nemica e infida (1) Mentre si combatteva Alfonso fu per an- negare. Vedendo i suoi affaticati per la scalata, discese în una barca. per andare ad essi e dare coraggio; i circostanti, gli si gittarono appresso e la barca pel soverchio carico ed il moto delle onde sbandò, tutti sdrucciolarono nel mare. Alfonso, che era armato di tutto punto andò a fondo; fu tratto a salvamento da Francesco Galvini da Gaeta detto Ronno, al quale molti anni dopo, memore del beneficio, donò una provvisione di dodici oncie d'oro (2) (1) Fac, 1, c. 97, 40, 10 impeadisti seilicet te advertento, dum cesu quodam ericulum Mud evasimue ». Arch. di St. in Napoli, Sommaria Privileg. I, an. 1437, 1439 £. 20 t. Il panegirista PELLEGRINO, Ms. cit. 25, narra, che Alfonto cadde in mare con ls armi € verum in tanta vin. ut non se solum liberaturus esset, sed IX Braccio manda Jacopo Caldora in soccorso di Alfonso, — Bat- taglia al Ponte della Maddalena. — Partenza di Alfonso. Occupata la terra d'Ischia, ebbe Alfonso anche la rocca, la munì di buone guardie, e tornò a Napoli, perchè aspotiava i soldati di Braccio. Erano seicento cavalli condotti da Jacopo Caldora, Enrico Malatacca, Bernardino Ubaldini, detto della Carta e Orso Orsini; il condottiero sperava di venire anch'egli spacciatosi dalle brighe, che aveva con gli aquilani. Giunsero gli squadroni bracceschi a Capua senza offesa, ma perchè le vie, che menavano a Napoli, erano interrotte dagli sforzeschi, Ja- copo li condusse alla foco del Volturno, dove passarono il fiume cen l'aiuto delle galere catalane. Pervennero a Napoli addi 1 d'ottobre (1). Dall'altra parte Muzio Attendolo Sforza, prima (1) Diurn. di Montel, 80. A' 17 di ottobre 1423 i Dieci della balia di Firenze scrissero a Rinaldo degli Albizzi: « Abbiamo da Roma come messer Jacopuecio Caidola è entrato in Napoli ». Commissioni cit. I, 543, 546. In questo tempo Jacopo ebbe favori da Alfonso, © pare, cho sopra tutto siasi o di far legittimare il possesso delle aignorie male acquistato dalla sus famiglia, a ciò si accenna nol tratto seguento del Repertorio dei Quintermioni d'Abruzzo Citra in Civita Luparella, I, f. 123, «Nell'anno 1449. Ro Alfonso asserendo che ‘anni passati il quondam Rai- mendo Celdole conteettò matrimonio con Maria Caldola olim moglie del quon- dam Berliogiero Cantelmo Conte d'Archi, figlia del quondam Luise Caldola utila Signore dello castello di Civita Luparella, Quadri, Pizzoferrato, Montomiglio, Fallo, Pilo, Resello, Civita Borrella, Pesco Pignataro e S. Angelo del di Abruzzo Le quali cose doppo la morie di detto Loîeo le nero ad essa Maris sua figlia, la qualo essendo morta senza legitti 17.— Fanauia, Giovanna II d'Aj atu successori oogle ‘ 258 GIOVANNA LI D'ANGIÒ (1423) di ridursi alle stanze d'inverno, s'era proposto di andare a combattere Napoli, e a questo fine aveva raunato molta gente a piedi e diciotto squadre di cavalli. Quando si vide in punto; con Luigi III mosse da Afragola e venne al Ponte della Mad- dalena col disegno di forzare la Porta del Carmine. Appostò Bisso da Cotignola dietro alcune mura di giardini e lo ammoni, che quando i nemici fossero venuti ad incontrarlo, uscendo dagli agguati, corresse speditamente ad occupare la porta. Egli quindi mandò innanzi una frotta di cavalli; i torrieri del Carmine con la campana diedero l'avviso dei nemici, che venivano, e Jacopo Caldora, Berardino della Carta ed il Ma- latacca uscirono ad affrontarli coi cavalli bracceschi seguiti dalle ciurme delle navi catalane. Il Re mandò sette galere lungo il lido, nel quale si faceva fatto d'arme. Gli sforzeschi diedero addietro, calcati dallo moltitudine dei nemici e questo voleva lo Sforza, certo, che Bisso avrebbe fatto il dovere, e mandò a dire a Luigi III, che fosso venuto prestamente innanzi co’ suoi squadroni ; egli vedendo, che i catalani dalle navi offen- devano i suoi con le balestre, schierò lunghesso il lido i fanti con alquante bombardelle. Corse il principe e cominciò la battaglia; Bisso non si scopriva, fu mandato per lui, ma nè egli, nò i fanti furono trovati dietro le mura degli orti, perchè reputando il luogo pericoloso, s'erano allontanati. Arse lo Sforza d'una terribile ira a questa novella, e, come soleva, si gittò a furia contro î nemici : fu fatta una mischia tumultuosa. Nes- suna parte cedeva, ma sulla sera i bracceschi furono ricacciati logitime sono devoluto alla sua R. Corte, e non dimeno il detto per spatio d'anni 30, have quelle posseduto, Et essendo dappò successo in questo regno guerra tra esso Ro et il Duca d'Angiò il ditto Raimondo si ritirò con detto Duca ribellandosi ad esso Re; e perchè lacopos Caldols suo fratello riducendosi alla fedeltà di esso Re ottenna la confrmatione di tutta le cose predetto como legitimo ad esso divenuto sonza havers fatto mentone che quelle surrettitiamente 1" havesto possedute. Et oltre di questo il detto Raimondo contro la costituzione del Regno acquistò inciviliter la possessione di alcune castelle cioè della Villa S. Maria, Monte Lapiane, Tollo, Colle di Mezzo ludici (Castello del Giudica) Asinella, Rocca dell'Alvo, Rocca Lisberco, Pietrabundaate, Archiano, a Castel Piano e quelle ingiustamente montro visso possedeva a tempo della Regina Giovanna... ». Raimondo Caldora possedeva inoltro i Casali di Ca- tolla, Caligionare, Torro di S. Ausone e i muliai nello pertinenze di Aversa. Ivi. (1423) LIBRO QUARTO 259 nella città, è sbartarono la Porta del Carmine. Corse fino ad essa Muzio Attendolo, v'inalberò lo stendardo del diamante in segno di vittoria, e si parti corrucciato. Bisso perdette il favore di lui, che l’avrebbe fatto impiccare, se non fosse stato coti- gnolese. Narrano, che quando sul principio della battaglia gli sforzeschi furono costretti a dare addietro, lo Squarcia di Mo- nopoli, gagliardo uomo d'arme, fu pigliato dai catalani e menato sulla galera regia al Re, il quale volle sapere, quale fra i com- battenti fosse lo Sforza. L'additò l'uom d'arme ed egli ordinò, che non fossero più offesi gli sforzeschi. Dicesi, che ciò fu riferito a Muzio Attendolo, e questi comandò ni suoi di non volgere i colpi delle bombardelle alla galera del Re (1). E questo avvenne mentre si combatteva: non mi pare vero. Certo è, che levossi il favonio e, fattosi grosso il nare, il Re allontanò le navi dal lido. Ed intanto venivano ad Alfonso infauste notizie dalla Spagna, L'infante D. Enrico fratello di lui vantava diritti sul marchesato di Villena per le doti della moglie e l'aveva occupato a dispetto del Re di Castiglia; questi era andato a combatterlo e, fattolo prigioniero, l'aveva chiuso in una torre. L'inverno era imminente e lo armi sarebbero posate, deliberò di passare in Ispagna per liberare il fratello e provvedere ad altre bisogne de' regni suoi. Era certo, che in poco tempo si sarebbe disbrigato per tornare nella primavera, quando Braccio, domati gli aquilani, sarebbe venuto ad aiutarlo con tutto l'eser- cito. Ma l’uomo fa il proposito, ed il Signore Dio dispone l'ordine delle cose. Prima di partirsi provvide a_ conservare quello, che aveva acquistato: munì îl Castello Capuano, il Ca- stelnuovo, il Castel dell'Ovo, La torre di S. Vincenzo in Napoli, Procida, Ischia, Gaeta, la torre dei Galli nel golfo di Salerno, Lipari, Tropea e Scilla. Ma como quegli, che sempre aveva una fortuna da tentare, fece pratiche co' fiorentini per assalire (1) La narrazione di quosta battaglia si trova nol Misuri, cap. XI, 250, ma senz'ordiae, ond è posta, pare, che fosso avreauta nel 1421, quando cioò corse la voce, ch' era giunto îl Re coa le galere, [1 disordine nasce dal modo, col quale fu raccozzato l'importante cronaca. Iì Corto, 738, che la segue, è tratto anch'egli in errore. E questo avrenne anche al CoLtenvccro, Ed. Gravier |, lib, V. 316. Lo Zortra, cap. XXI, 160 rimette i fatti a posto. Il Minuri, sc Squarza do Napoli 259. Google coRnE 260 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1423) Genova a scorno e danno del Duca di Milano, e quelli promi- sero di fargli trovare a Livorno 1300 fanti. Lasciò al governo di Napoli e delle castellà l’infante D. Pietro e Jacopo Caldora con 1000 fanti e 200 cavalli, e fece vela con una galeotta, due navi, diciotto galere (1). Ma incontrò fortuna di mare, una galera naufragò, ed egli con le altre sdrucite si ricoverò nel porto di Gaeta. Rattoppate le navi, si rimise nel mare, ap- prodò a Livorno a mezzo novembre, dove trovò gli oratori fiorentini, non l'aiuto promesso (2). Per questo difetto non osò di assalire Genova, e andò celeramente innanzi Marsiglia, che era di Luigi INT d'Angiò: la combattette, mise a sacco, tolse le reliquie di S. Ludovico vescovo, molto tesoro di vasellame di oro e d'argento, ogni cosa preziosa, che gli venne in mano e andò a' regni suoi (3). L'anno appresso si vendicò del Papa. Essendo morto Pier de Luna, l’antipapa Benedetto, volle che i due cardinali, i quali soli rimanevano del naufragio della chiesa scismatica, avessero eletto il Pontefice e fu Benedetto da Munione, il quale tolse il nome di Clemente VITI. Così dello scisma serbava una favilla viva (4). () Nel Priurcuivo. Mx cit. 23, trovo questo racconto: <... (Alfonsus) In- fantem Patram inelito fore notatia în vicoregem conutituere decrevit, rareus ut omne gubernaculum ageretur heroem clarum consilio jacobucium Caldora citra gratiam presidentis lecionemque (sic) in illius patrem consultum atque magistrum eligero censuit; cui tocius so corspectu sseri concili patrem fida doctrina adolescentora commendavit, quem exoriavit tamquam filium am- plectari dignaretur et omni conjuratione reciea usque ad mortis distrietam illum ot urbera contra quoscanquo mortalss protsgere deffondero ae fideliter guter- nare. Qui dacobucius per sanctam religionem seu jus jurandum tantis imperija obsequitur ac implere queque asserta obtestatar. Da una informazione di Rinaldo degli Albizzi risulta, che il Re avrebbe volato, che Braccio fosso andato a Napoli, e questi mandogli a dire « che so lui andassi n lapagan) non andrebba a Napoli >. Commissioni 1, 545. ©) < L'armata del Re d'Aragona giunse sabato a meza terza a Porto Pisano; cioè 18 galee due navi ed una goleita: e la notte seguente a ore 6, 0 circa, prese la via di Genova. Firenzo 17 novembre 1423. Commissioni cit. 1, 577. (3) Diura, di Montel, 81. Zuxita, cap. XXIT, 156 t. Amuimaro, ed. cit. lib. XVII, 89, 90. (4) <.. irntu» Pontifici Alfonsus dedit operam ut duo Cardinales, qui reliqui erant port obitum Benedicti pontificom designareat. Deligerunt ipsi. Aegidium Munionem canonicum darcinonensem, qui Clemens VIII fuit nominatue >. Ransutro, ad an. 1429, 565. Google one al STORIA DELLA REGINA GIOVANNA II D'ANGIÒ LIBRO QUINTO Google Original fom CORNELL UNIVERSITY Mire ambizione di Braccio; sue pratiche per avere l'Aquila, — Resistenza del cittadini, — Braccio manda nell'Abruzzo i suoi locotenenti. — Concordia tra l’Aquila e Guardia Grele. — Gli aqui- lani mandano un’ ambasceria a Luigi FII, fanno con lul patti è capitoli. — Braccio muove contro PAquila, occupa le castella del contado. Li L'ordine della mia storia richiede, che riprenda più sopra il racconto dell’ assedio dell'Aquila. Braccio, fatto 1’ accordo con Muzio Attendolo Sforza alla selva dei Saccomanni presso Pietra Vairana, si parti dal regno, occupò Città di Castello pacificamente (1), fece una scorreria in quel di Lucca e n’ebbe molto denaro (2). S'intitolava allora principe di Capua, conte di Montone, signor di Perugia, grande Contestabile del regno, governatore dei due Abruzzi (3), dove già possedeva Tera- mo (4); questa grandezza non gli bastava. Ai 5 di febbraio fece solenni feste: ornato di ricche collane, delle quali era stato presentato da Alfonso d'Aragona, sedette (1 Chrom. Engubinum R. 1. 8. XXI, 901. Fu di settenibro. (8) Il Cnivetti ed il BuoxixcontRo, scrivono, che Braccio fece una scorreria in quel di Norcia e nel Luscheso. Il Muratoni ad an. nota, cho gli pareva cha i fossero ingannati per conto del tempo. La notizia del Minuti, 276, toglio ogni dubbio. @ < Citra et ultra Aumen Piscario », Ofr. Panaonia, Corografia Abrus. mediver. Arch. St. nap. 1891. (4) Il Monaldi, governatoro di Teramo per Braccio, a°intitolava capitano « illustris et exceli domini Brachii de Fortebrachis Comitis. Montoni, Perusii domini, dieteque civitatia Terami ». Pata, II, 156, ed. cit. oogle ‘ 264 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1423) in un trono d'avorio levato nella prima sala del palagio di Perugia; Corrado signore di Foligno lo incoronò col cerchio di oro e gli oratori delle città e dei signori amici, i magistrati, i cittadini, gli uomini d’arme ordinatamente gli passarono innanzi inchinandolo, prestandogli omaggio, salutandolo prin- cipe. Furono recitati carmi ed în questi e nei ragionamenti non mancarono le adulazioni e l’allusione alla regia autorità (1). E fu l’ultima festa del condottiero. Or alla solenne manifestazione di grandezza dovevano seguire i fatti. Agognava la signoria dell'Aquila; ben gli erano noti la fortezza della città, e l'animo grande dei cittadini amantissimi della libertà loro, non volle da prima affrontarli, Cominciò a tentarli con apparenze pacifiche, mandò un suo capitano per reggere la città, e gli aquilani da prima gli fecero onore, come quegli, che veniva dal governatore d'Abruzzo, ma quando videro, che si arrogava giurisdizioni e diritti della città, adom- brarono, perchè nei capitoli fatti con Muzio Attendolo era stato stabilito, che i cittadini avrebbero fatte le proposte dei capitani, la Regina li avrebbe confermati (2); questa poi con lettera del 13 febbraio 1417 aveva prescritto, che solo îl capitano regio dovesse avere giurisdizione nella città (3). Rimandarono quello di Braccio (4). Questi allora spedi suoi oratori a persuadere gli aquilani d'accettare la signoria sua, e tra gli altri argo- menti essi esposero, che il condottiero aveva seimila cavalli pronti alla guerra. Non si sbigottirono gli aquilani, fecero parlamento per dare la risposta, presenti gli oratori, e Anto- nuccio dei Camponeschi, il quale pei recenti rumori e muta- menti avvenuti a Napoli, aveva lasciato l'ufficio, che teneva nella Calabria per Alfonso, ed era opportunamente tornato nella ‘sua città, udite le proposte, si levò a parlare: espose come î (1) « Magna en dio jacta fondamenti. Jam receptum in stirpem regi oeculta paratum ad regium fastigium aditum ». Cawraxo, 6 Ì. Nello gi Cronaza dol Graziani, Arch. Stor. It, 1.* Sez, vol. XVI, par. 1. 283 sotto la dita 14 fobbraio 1429 leggesi: <.. il signor Corrado signor di incoronò aì un cerchio d'oro nella prima sala del palezzo ». (@) ALL M. A, VI 804, nota 25, @ Rog. Ang. n. 374 £. 407 (4) Il Caupano, 619, afferma non beno, che cagione dell' ini fra Braccio e gli aquilani furono le conteso tra la Regina ed Alfonso. Google : (1493) LIRRO QUINTO 265 disegni ambiziosi di Braccio erano in danno della libertà del- l'Aquila, dove il Governatore d'Abruzzo non aveva l'autorità di fare ciò, che voleva; aggiunse, che pel passato era stato amico del Condottiero, i propositi di lui rompevano ora l’ami- cizia: volle, che la città provvedesse alla difesa (1), Gli oratori furono rimandati. Vide Braccio, che solo le armi potevano domare il fiero animo degli aquilani e a'25 aprile 1423 ordinò ai suoi loco- tenenti Nicolò Piccinino e Ardizzone da Carrara d'andare nel l'Abruzzo per fare inchiesta degli aquilani e de’ Camponeschi ribelli: voleva inoltre, che componessero piati, accordassero baroni, combattessero nemici (2). Gli aquilani intanto per con- siglio di Antonuccio rattopparono mura vecchie, levarano bastie, sbarrarono vie, rinnovarono amicizie antiche, guernirono le ca- stella del contado, che molto avevano ampliato in questo tempo. Nel 1418 avevano tolto Santogna ad Orsella della Posta e acquistato Carpineto; l’anno appresso ebbero il castello di Acciano, nel 1421 la Regina dichiarò, che Antrodoco e Città Reale erano castella aquilane (8); e, mentre Braccio li insidiava, &' 23 di aprile i terrazzani di Carapelle spontanei diedero ad essi il loro castello. Guardia Grele è grossa terra di Abruzzo posta al sommo di un collo dal doleo pendio: era un tempo cinta di buone mura afforzate da torri, d'una delle quali avanzano oggi i ruderi. È insigne per essere stata patria di Nicolò principe degli orafi abruzzesi e forse d'Italia nel secolo XIV. Era feudo di casa Orsini, ma, per ribellione di Napoleone, era tornata nella giuri- sizione della Regina, dalla quale i cittadini impetrarono d'esser sempre mantenuti nel demanio regio. Corsero tuttavolta voci, che la terra sarebbe stata nuovamente concessa in feudo, edi grelani per evitare la tirannia baronale, fecero concordia con gli aquilani, parendo loro, che solo il nome della forte città amica sarebbe bastato a guarentirli da ogni offesa. Gli aquilani man- darono alla Guardia un oratore, il quale nel parlamento della terra espose l'accettazione de’ patti: fra le altre cose fu stabilito, (1) Ciavatto, canto I, st, 39 o seg. AxrisonI, III, 192. 1) Anrivori, TL 198. (8) Leostni, Annali 1. Google ORNFLL'UNIVER 266 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1423) che gli aquilani avrebbero dato ordine al pagamento delle im- poste della terra per rata di fuochi, fatto l’apprezzo dei beni, come si soleva nelle terre del loro contado. I capitoli furono fatti addì 22 di giugno 1422 (1). Tanta era la grandezza del nome dell'Aquila in tutto l'Abruzzo. E i cittadini della Guardia furono i primi a sentire le offese delle armi braccesche, poichè il Piccinino, sapendo, che erano amici degli aquilani, mosso contro di loro, e Antonuccio dei Camponeschi corse a difenderli. Gli aquilani, come furono certi de’ mali propositi di Braccio, si studiarono di provvedere alla loro sicurtà, deliberarono nel consiglio di mandare a Roma al Papa e a Luigi III loro ambasciatori, e deputarono Pace di Bazzano de' Manieri, dot- tore in diritto e bel parlatore, Giovanni di Paoluccio e Stefano di Nicolò di Paolo. Luigi accolse liotamente l’ ambasceria, perchè voleva rinnovare l'autorità sua nell'Abruzzo e addì 30 di aprile spedi le lettere di privilegio: accettò tutte le condi- zioni proposte dagli aquilani, che avevano domandato di non esser tenuti a pagare più di cinque mila ducati l'anno, d'essere governati con buon reggimento e giustizia, di poter liberamento eleggere il Camerlingo e gli altri ufficiali della Camera, la conferma di tutti i privilegi antichi, la signoria delle Castella di Carapelle, Castelvecchio, Rocca di Calascio, Santo Stefano, Secenaro, A questa richiesta però Luigi rispose, che avrebbe provveduto, quando sarebbe andato all'Aquila: consenti l'unione con Guardia Grele, concesse Orsa, una terra alpestre presso Sulmona, cagione di ire e lotte fra aquilani e sulmonesi (2), . volle però, che la concessione fosse tenuta segreta. Altri capi- toli furono fatti per cose di minor momento; importanti però erano quelli dell'ufficio del capitano, poichè approvò, che il capitano e gli ufficiali di lui durassero nell’incarico mesi sei, dovessero contentarsi dello stipendio solito, essero soggetti a sindacato. Chiesero anche il privilegio di nominare il capitano, salvo l'approvazione regia, e Luigi non negò, ma volle, che la città proponesse cinque persone, ed egli ne avrebbe scelta una (3). Gli oratori prestarono il giuramento di fedeltà. (1) Leostsi, 1, 574, 575. @) Faraciia, Cod. diplomatico Sulmonese doc. CCXXIV, 292. 1 sulmonesi avevano ottenuto Orsa da Giovanna Il nel 1120. (8 Asrmont, III, 197 e sep. Google coni mi, (1423) LIBRO QUINTO 267 Dall'altra parte Braccio, avendo raunato l'esercito a Todi, fatta la rassegna, trovò d'avere in punto mille fanti o tromile duecento cavalli bene in arnese, e vedendo sorridere la prima- vera e le vie montuose d'Abruzzo sgombre delle nevi, mosse per l'Aquila con animo atroce contro i cittadini e la certezza, che al primo impeto li avrebbe sopraffatti. Enirò nel contado aquilano a 7 di maggio 1423, ebbe senza combattimento la Posta, Santogna, Borbona: andò contro Pizzoli, due di stette il castello sullo difeso, poi patteggiò, si arreso addi 11 maggio. Così ruppe la guerra, memorabile per il lungo assedio sostenuto dagli aquilani, soli e senza aiuto, contro un condottiero maestro dell’arte militare, potentissimo, Essi, avute notizie del nemico, il quale era entrato nel contado, si raccol- sero intorno alle insegne delle arti, pronti ad affrontarlo; misero scolte per le mura e per le torri, sbarrarono le porte e fecero diligentissima guardia. Adusati a combattere a piedi aspettavano i nemici sotto le mura, chè non avrebbero osato d’andare in- nanzi le ferreo genti d'arme; pochi cavalli avevano e li man- davano attorno per spiare. Ai 12 di maggio Braccio si fece sotto le mura: la campana del Comune diede il segno delle armi, e tutti i cittadini aiti a battaglia corsero al posto assegnato. I fanti bracceschi, difesi dai targoni, avanzarono, ma, oppressi dal sacttume, che pioveva dall'alto delle mura, si trassero indietro e Braccio, avendo fatto prova dell'animo degli aquilani, e visto l’ordino della difesa, richiamò i suoi dall'assalto; arse le case fuori le mura, si ridusse a Pizzoli, e di là mosse contro Paga- nica. Sotto il castello di questa terra incontrò una resistenza più gagliarda di quella, che si pensava, perché il forte arnese era guardato dal fratello del Duca d’Atri; occorsero quindi le bombarde per combatterlo. Molta gente ed il fratello del Duca morirono nella difesa, ma l'animo dei cittadini non piegava alla resa; nè questi avrebbero ceduto terra e castello, se Gregorio da Norcia loro capitano o per viltà, o per tradimento, non li avesse impauriti co’ suoi discorsi, e data certa la morte di tutti con una difesa più lunga. Di notte alquanti terrazzani, calatisi dalle mura, andarono al condottiero, fecero patto e a’21 di maggio cessero il castello: dieci uomini d'arme, che l'avevano difeso, furono svaligiati e rimandati in farsetto. Andò Braccio col campo a Poggio, combattette la terra due oogle e 208 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1423) di con le bombarde e l'ebbe, poi agevolmente acquistò S. De- metrio, Fossa e S. Eusanio per la paura dei cittadini. Indugiò quattro giorni intorno a Barisciano, due sotto Fagnano, accordò l'una e l'altra terra; assali Stiffe, il cui maschio era difeso da Antonuccio de Simone, l’ebbe a patto (1), e di poi in pochi giorni occupò Pescomaggiore, Picenze, Carapelle. In questo tempo lo raggiunse Nicolò Piccinino, il quale veniva dall'assedio di Guardia Grele, acquistata per poco animo dei terrazzani. Antonuccio, con poca gente aveva sostenuto e difeso la terra e respinto virilmente i primi assalti, ma dipoi i cittadini, im- pauriti degli apparecchi, che facevano i bracceschi, lo costrin- sero a parlamentare, e a' 18 di maggio fece i capitoli della resa. Il Piccinino perdonò le offese a tutti, concesse ad Antonuccio e a’ soldati di lui dieci giorni per uscire dalle mura. Gli aquilani intanto vedevano con dolore il contado disertato, perdute le castella, non tanto per virtù dei nemici, quanto per la paura dei villani e la codardia dei difensori, ma non mancarono d'animo. A' 22 di maggio tornarono da Roma i loro oratori coi capitoli di Luigi III e molte promesse; con essi andò messer Antonello Pappacoda, che era stato soldato di Ladislao, ordinato dal principe capitano della città (2). AI primo di giugno giunsero le novelle della prigionia di Ser Gianni (3) e poi di per di quelle della battaglia del ponte di Casanova, della fuga della Regina, del sacco di Napoli; intanto Alfonso richiedeva pronti soccorsi a Braccio, e questi deliberò d'assalire l'Aquila con tutto lo sforzo, sperando di fiaccarla, avendola disarmata delle sue castella, e correre poi in soccorso del Re. () Un' onigmatica stanza dol Ciminetto, c. Il, st.20, nolla quale sì parla del fatto, ha questa conclusione: « Come restette so detto alli patti ». Noto ciò, perchè r'antwori, Ill, 206, dà una interpretazione differente dalla mia. Cfr. CAMPANO, 134. (@) Diurn. di Montel. (8) Nicorò pa Bornoxa, 860. I Assedio dell'Aquila. Braccio, poichè ebbe accordato Carapelle, raunate tutte le genti sue, tornò contro l'Aquila: per la via i terrazzani gli diedero Castelnuovo; agli Il di giugno venne sotto la città, s'accampò all'Arenara e mandò una bombarda a Collemaggio (1). E fu meraviglioso in questo tempo il sereno animo degli aqui- lani, perchè, vedendosi innanzi un nemico tanto pericoloso, avevano provveduto tranquillamente all'ordine delle cose ci- vili, secondo la consuetudine, ed eletto il Camerlingo ed i cinque dello arti pei mesi' di maggio e di giugno. Era in- tanto Antonuccio tornato da Guardia Grele a tempo, e, fatto capo della difesa, come quegli, che aveva grande esperienza di guerra, aggiunse sicurtà e coraggio in quegli spiriti già alti. Le prime avvisaglie dei nemici non furono avventuroso, la bombarda di Collemaggio non fece danno e Braccio levò alcune trinciere per condurre più sicuramente i suoi sotto le mura, comandò l'assalto. Gli aquilani li accolsero gagliardamente, e ognuno, soldato o cavaliere, fece il dovere, perchè com- batteva per la patria, pel principe angioino e per la reli- gione, chè Braccio era nemico della Clriesa; e furono visti sacerdoti e donne accorrere dove il pericolo era maggiore a confortare i combattenti e somministrare armi e soccorsi. Una feroce battaglia fu quel di combattuta alle Grotte, dove gli aquilani furono valenti uomini e percossero molti bracceschi, (1) Cineto, e. II, st. 30. Google conii 270 GIOVANNA IT D'ANGIÒ (1423) fra i quali Villanuccio da Castello, Nicolò Piccinino fu ferito di verrettone dall’animoso Giovanni di Fiorino. Vide Braccio con dispetto tornare agli alloggiamenti i suoi soldati pesti, maleonci: deliberò di straccare gli aquilani molestandoli giorno e notte, 0, come soleva faro, quando si vedeva attraversati i disegni, inferoci contro i prigionieri, che tardavano a pagargli il riseatto e no fece trascinare uno legato alla coda d'un ca- vallo rubesto. E gli aquilani, stizziti, gli rendevano il paio. Saputo, che per la montagna veniva un convoglio di provvi- gioni scortato da una squadra di bracceschi, andarono ad appo- starlo, lo sorpresero, cacciarono in rotta la scorta, fecero buona preda; e, poichè tra i prigionieri trovarono il cancelliere di Ardizzone da Carrara, lo squartarono. E Braceio disertava il contado, ardeva ville e campi di messi già bionde; inferoeì fin contro Je donne e le mise a taglia di riscatto sette du- cati l'una (1). All'ultimo di giugno andò a Santogna c spiegò pe' campi di S. Sisto e le coste dei colli trabacche e padiglioni, per affamare i cittadini mandò i suoi a guastare i mulini alla Rivera, ma gli aquilani li ricacciarono con danno. Nel fatto d'arme fu ferito l’animoso Giovanni di Fiorino. Fece allora Braccio rom- pere la gora dei mulini, e gli aquilani, dopo d’averlî muniti di steccato e di bastia, vi ricondussero l’acqua occorrente, col soverchio allagarono la campagna circostante, © ciò diede molto fastidio ai nemici. Ed ai mulini si faceva battaglia giorno @ notte, perchè gli uni si studiavano di guastaro © gli altri di rifare. Un di vennero i bracceschi innanzi la Porta di Barete numerosi e minacciosi: uscì Antonuccio con gli aquilani ad affrontarli © si azzuffarono e percossero tanto stretti, che non c'era spazio per correre lancia e caricare balestra. I fanti aquilani gridarano: morte ai cani, © cacciatisi tra i cavalli dei nemici, li sbudellavano; i bracceschi si ritrassero agli allog- giamenti caleati alle spalle da Antonuccio. In quel tempo fra tante ire di parte e rovine di guerre i frati minori andavano attorno predicando pace e concordia per le città, per le castella, e un di n'andò uno al campo di (1) Crunverto, e. ILL Nicotò pa Borsona, 839. s00gle OE. (1423). LIBRO QUINTO Coi Bruccio. Dicono, che era commissario della Regina, ed io so- spetto, che fosse frate Giovanni da Capestrano, il quale ebbe talora di cotesti uffici da Giovanna II. Umilmente espose, che era venuto per la pace, e quegli, se bene fosse nemico degli uomini di chiesa, l’udi, gli dette fede, lo mandò all'Aquila a persuadere i cittadini di spedirgli oratori per trovare modo di finire le contese, Gli aquilani, convinti dal fraticello, deputarono lo Spalletta, testè eletto camerlingo per luglio ed agosto, con Giacomo d’Antonio detto Mancino, grammatico, i quali andarono agli alloggiamenti di Rolo, dove Braccio agli 11 di luglio s”era condotto. Questi disse loro, che sarebbe partito con l’esercito incontanente, se la città avesse accettato un suo capitano; ma gli aquilani, che per questo avevano preso le armi, altro non vollero udire e si partirono. Conoscendo però quanta fosse la ferocia del condottiero e la sete della vendetta, prevedendo assalti più gagliardi, rafforzarono le porte con bastie e raddop- piarono le guardie; vedendo poi i campi disertati, gli approv- vigionamenti difficili, elessero deputati nei quarti della città per ricercare quanto frumento fosse nei granai de’ privati. Braccio si persuase, che gli sarebbe stato più agevole avere la città per fame, che per assalto, lasciò quindi i suoi loco- tenenti all’assedio ed egli corse il contado ad occupare le altre castella. Andò a Rocca di Cagna, donde a’ 28 mandò lettere alle università di Corbara, Collefegato, Castelmainardo, Poggio di Valle, Castiglione, Valle Meleto con l'ordine di assegnare a messer Ludovico suo cancelliere e commissario tutte lo robe, bestiame e fin gli uomini dell'Aquila, che in esse si trovassero, pena la confisca dei beni (1). Ed avendo accordata Rocca di Cagno, mosse contro Rocca di Mezzo, ma i cittadini si fecero trovare armati e pronti a difendersi. Si studiò invano di per- suaderli a dargli la terra, l’assediò, ed avendo fatto portare le artiglierie a' 5 di agosto diede battaglia. Un muro rovinò, ma senza pro, perchè i difensori dall’alto con grandi pietre ammac- cavano gli uomini d'arme, che davano l'assalto. In questa andarono a trovare Braccio i villani di Fossa e lo pregarono di occupare Ocre posta in luogo eminente soprastante (1) Axrimoni, IN, 212. Google CORNELLUN 272 GIOVANNA Il D'ANGIÙ (1423) la terra loro, e dagli ocresi erano molestati; lo assicurarono che il castello era poco guardato e mal munito. Ebbero gli aquilani notizie di queste pratiche dei fossani, caricarono molte bestie di provvigioni e con esse avviarono ad cre una compagnia di fanti; questa giunse tardi, chè Braccio l'aveva preceduta ed era già co’ soldati intorno al castello, onde diede indietro inseguita non senza danno. La perdita di Ocre fu acerba per gli aquilani, perchè il castello guardava un’erma via ri- masta ad essi aperta, e si vedevano chiusi da ogni parte. Tornò Braccio sotto il castello di Roccn di Mezzo, vi restò alquanti giorni, e poi contro la consuetudine sua, lasciò l'impresa, ed andò a Civita di Bagno. Il Piccinino, restato all'assedio dell'Aquila, la molestava di continuo: a’ 3 d'agosto corse con pochi cavalli fino alla Porta di Barete, e gli aquilani uscirono ad affrontarlo, ma egli, voltosi in fuga, Ji trasse nelle insidie a S. Sisto, dove si videro cir- condati da molti soldati posti negli agguati, si misero a correre disordinatamente qua, là, per le vigne, pei valloni e chi scampò tornò a casa soletto. Caddero quel di nelle mani del Piccinino cinquanta gagliardi giovani. Intanto nella città, tra per la fame e per la stanchezza del continuo combattere, molti tramavano di aprire le porte a Braccio, ed avevano con lui intesa. {l mez- zano però a' 13 di agosto fu trattenuto dalle guardie, le quali, frugandolo nelle vesti, trovarono lettore, furono portate ad Anto- nuccio, che riconobbe i caratteri d'uno, ch’ era stato cancelliere di Jacopo Caldora: voleva Braccio, che fossero andati a lui quattro cittadini, e se în qualche patto sarebbe stata differenza di opinione, la rimetteva all'avviso del Caldora. Il mezzano fu imprigionato, delle lettere non fu fatto motto. Braccio però il di appresso andò baldanzosamente sotto le mura per fare bat- taglia, aspettava, che i traditori, come avevano promesso, faces- sero rumore, € turbassero i valenti uomini, che attendevano alla difesa, aspettò lungamente ed indarno, si credette ingan- nato, e senza altro osare, tornò agli alloggiamenti. Nella città fu fatta inquisizione dei traditori: presi i capi della congiura e, convinti del tradimento, furono impiccati senza pietà pei rami dell’olmo nel mezzo della piazza: non fu perdonato a nome, a condizione di vita, perchè i popolani rumoreggiavano come quelli, che tra i pericoli delle armi e Google CORNELL UNVER (1423) LIBRO QUINTO 278 le sofferenze dell'assedio, s'erano fatti più audaci e feroci. Molti, fra i quali erano alquanti dei più ragguardevoli citta- dini, si studiarono di scampare fuggendo; due di essi, sorpresi fuori le porte, furono squartati; coloro, che salvarono con la fuge l’ignominia della vita, andarono a Braccio, e combat- tettero poi scelleratamente con lui contro i fratelli. È meglio ignorarne i nomi (1). Mentre così si combatteva intorno all'Aquila, una città abruzzese procurò di trarre profitto dalle dure condizioni di essa. A' 4 di febbraio 1429 la regina Giovanna aveva sottratta dalla giurisdizione del Governatore d'Abruzzo le castella di Farinola e Montebello, e le aveva sottoposte all’ autorità del capitano e del baiulo dell'Aquila (2). I cittadini di Civita di Penne, che reputavano di avere diritto sopra Farinola, andarono ad assediarla e questo forse fu fatto con l'intesa di Braccio, e vi costrussero intorno bastie e portarono bombarde (3). Il castel- lano di Farinola, che era uomo prode, si mise sulle difese e mandò Troilo di S. Valentino per avere gente di soccorso; questi, fatta una compagnia di soldati, a’ 28 di agosto assali i pennesi, li ruppe. Perdettero questi meglio di 200 uomini. Gli aquilani di ciò furono lieti, e rimandarono a miglior tempo la vendetta loro (4). Braccio lasciò a Paganica Nicolò Piccinino coi cavalli ed il Conte Brandolino con le fanterie, ed egli mosse all'acquisto di altre castella, e avrebbe acquistato tutto l'Abruzzo, se la for- tuna fosse stata seconda, e unendo questo all’Umbria avrebbe costituito il regno, che ambiva. Agevolmente ebbe le terre e castella di Tissio, S. Pio, Caporeitno, Bomindeo, Civita Reténga; assediò Navelli, ma per la resistenza, che incontrò, tolse 1’ as- sedio per andare a S. Valentino (5). €) Ciutvetto, II, at. 24 @ sog. Nicotò na Bornona, 889. (2) Nota al Cimesuo, 983. (8) Cimimeuto, II, st. 32, (4) Ivi, st. 38 e seg. @) Ivi, c. IV, at. 2,3. 18. — Fanaotia, Giovanna II d'Angiò. Go gle E Original nom vere»; Google CORNELL UNIVERSITY m Condizioni della città dell'Aquila. — La Regina manda Muzio Attendolo Sforza in soccorso di essa. — Braccio lo previene, occupa le terre chietine fino a Lanciano, e con poca gente lo intrattiene a lungo, — Muzio Attendolo annega al passo della Pescara. In questo tempo Braccio mandò a Napoli l’aiuto di Jacopo Caldora; © gli aquilani lo chiedevano al papa, a Luigi III, alla Regina, divenuta loro amica, dopo l'adozione del principe angioino, ma tutti davano belle parole e larghe promesse. Con la perdita del contado l'assedio s'era fatto più stretto, nessuno usciva dalla città senza grande pericolo, l'inverno era vicino, le provvigioni scarse. Poichè ebbero creati i nuovi magistrati per settembre ed ottobre, riuniti a parlamento, deliberarono di mandare un’am- basceria al Papa ed alla Regina per sollecitare i soccorsi. Non era agevole trovare chi fosse andato con tanti pericoli per tanta via: si proffersero alcuni buoni cittadini, tra i quali il notaio Lico. Mossero non insieme, ma per diverse vie; il notaio a Tagliacozzo cadde nei bracceschi, gli altri con molto disagio pervennero ad Aversa (1). Benignamente accolti, più che dalle buone parole della Regina, ebbero solliovo dui fatti, perchè, essendo partito Alfonso, Muzio Attendolo apparecchiava l'eser- cito per condurlo contro Braccio, con l'intesa del Papa e del Duca di Milano, col favore di Luigi e della Regina, polchè al Papa importava di reprimere l'arroganza di Braccio, al Duca (1) Buowrsconro, 130. Cimivst1o, c. 1V, at. 10. Google : 276 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1423) di avere al soldo gli sforzeschi per mandarli contro Firenze. Avevano fatto lega fra loro e ordinato di mettere Muzio Atten- dolo a capo di diecimila cavalli, a cinquemila di essi il Duca avrebbe pagato il soldo, a tremila Martino V, al resto la Regina: nei capitoli fa posto, che quando Muzio Attendolo sarebbe andato nella Toscana, avrebbe lasciato a guardare il regno Lorenzo, Micheletto ed il conte Francesco. Nel mese di decembre Muzio ebbe dal Duca diecimila ducati per la condotta (1). Queste pratiche non erano ignote a Braccio, che aveva per- duto sei mesi attorno all'Aquila, e si vedeva rotti i suoi disegni. Nella lunga dimora aveva solo acquistato molte ca- stella del contado, che lo ubbidivano a forza, onde conveniva tenere In esse buone guarnigioni, quasi tutto l'altro paese di Abruzzo gli era nemico per antica devozione alla Regina ed a Luigi IIL Alfonso poco tempo era stato a Napoli, e gli era mancato tempo ed agio per conciliarsi amici in quelle parti, lo stesso Jacopo Caldora aveva preferito di andare a Napoli, anzi che combattere gli aquilani- e gli altri abruzzesi. Fra i baroni erano potenti per signorie ed abili condottieri d'armi Pietro Giampaolo, Giovanni, Nicola ed Orso Orsini, ma pel parentado con Ser Gianni favorivano la Regina, si propose Braccio di flaccarli, egli però ed i suoi locotenenti erano feroci contro i cittadini delle terre, avevano rispetto ai signori. Una mano di bracceschi sorprese Paterno, che ora di Corrado Acquaviva conte di S. Valentino, l’arse, lo depredò, lo lasciò tanto disfatto, che poi la Regina dovette francare i cittadini d'ogni imposta per 10 anni (2); ma quando Braccio lasciò al- l’ assedio dell'Aquila i suoi locotenenti, ed egli discese nella valle della Pescara, innanzi a S. Valentino accordò il Conte © diedegli condotta nel suo esercito. Mosse poi contro Manoppello, che era di casa Orsini, presidiato da’ soldati di Antonuccio dei Camponeschi; si traeva dietro molte salmerie per vie (1) Minvri, 294, Simoneta, 185. CaGNoLA, Cronache Milanesi. Arch. St It vol. III, 33. (8) Se ne fa monzione nel diploma di franchigia concenso a richiesta del conte «.. por nonnulloa ex sociia atipendiariia quondam Brachii do Forte Brachi (Paternum ) per vism coptum oxtitit ad sacchomagaum positum st ignis incendio totaliter concrematum ». Reg. Ang. n. 377, £. 187. Google : (1423) LIBRO QUINTO ni rotte e difficili fu codiato e molestato dai cittadini di Tocco. Acquistò Manoppello o aggiunso allo sue genti i difensori, pat- feggiò con Pietro Giampaolo, Giovanni, Nicola, Orso Orsini e li condusse agli stipendii suoî, entrò in Chieti senza combst- timento, è tanto spavento metteva il suo nome, che Francesco de Riccardis di Ortona, consigliere della Regina, lo accolse amichevolmente nelle sue terra (1). Per la via di Guardia Grele, andò a sorprendere Lanciano, occupate poi sul mare Ortona e Francavilla, tornò a Chieti, a propararo la difesa contro gli sforzeschi (2). Così Braccio si trovò signore di gran parte del- l'Abruzzo. Lo Sforza intanto, all'uscita di ottobre, dopo la battaglia al ponte della Maddalena, avviò i primi squadroni. Due vie gli erano aperte, una per Venafro, che metteva capo a Sulmona pei monti, che d' ottobre già sogliono ammantarsi di neve, dif- ficile, l'altre per la Puglia e lunghesso il mare non facile e interrotta da molte correnti di fiumi: questa prescelse Muzio Attendolo forse per andaro a trovare Braccio, combatterlo senza l'aiuto dei suoi locotenenti, e poi correre all'Aquila. Aveva seco tutti i capitani suoi più sperimentati: Taliano Furlano, Il Conte di $. Angelo, Micheletto, Girardo Fiasco, al quale era stata perdonata la diffalta di Cosenza, Filippo Filangieri detto Prete, il figliuofo Francesco e molti baroni pratici della guerra. Discese nella Capitanata alle sue terre, e di là si volse al- l’Abruzzo. Ridusse all’ ubbidienza Vasto Aimone, che era di (1) Bartolommeo figlivolo di Francesco de Riscardis dopo la costui morte sn ne richiamò alla Regina. In un diploma diretto da Aversa a' 22 giugno 1425 al bruzzo olla dice, cho Francesco po: 0 © la Fara e cho «condam Drachium de Moatono tuac nostrum dicti prutij Guternatorom recepiavit amicabiliter in castris eisdem ». Quando poi Braccio si allontanò dalla fede della Regina «eundem condam Fra nostrum utique fidelem possessionem dietorum castrorum ulique destituit et privevit, que quidem castra vicio dicte pri non purgato indebito et min pervenerunt sd manus Mognificorum vivorum Joaonis Nicolai ne Petri Jampauli et Ursì de Ursinis ». La Regina ordinò al Vicegerente di chiamare gli Orsini, osservare i titoli e fare giustizia sommaria.25 giugno 1425. Reg. Ang. n. 376 f. 2. ®) Mauri, 303, è distro lui Stxowera, 184 Buoxincoxrmo, 190, ete. Cfr. Axmivont, I, 225 0 sog. at destitucioni oogle 278 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1424) Jacopo Caldora, aquistò Turino del Sangro, Atessa, Monteo- derisio, Ortona. Come Braccio seppe, che gli sforzeschi andavano a trovarlo; richiamò dall’Aquila il Piccinino, lasciando il Conte di Carrara a governare l'assedio; egli con pochi squadroni corse a Lan- ciano, non per dare battaglia, ma per. affaticarli e trattenerli con la mala stagione per le vie interrotte da fiumi e da lame. E in questo fu visto quando egli fosse maestro insigne di guerra, perchè con pochi soldati li trattenne due mesi, novembre e decembre, tra i fiumi Trigno, Sangro e Pescara. A” due di de- cembre lo Sforza menò i suoi innanzi a Lanciano (1), Braccio gli uscì incontro e furono rotte molte lance senza pro, senza danno dell'una parte e dell'altra, egli però vide, che con pochi non poteva fronteggiare un nemico grosso, nè rimanere a Lanciano, si ridusse a Chieti. Gli sforzeschi gli tennero dietro fino a Francavilla, e a’ 22 di decembre Muzio Attendolo andò alle stanze in Ortona (2), col proposito di far guadare la Pescara al conte Francesco e a Micheletto e mandarli all'Aquila con una scelta schiera di uomini d'arme. Lunedì, a’ 3 di gennaio, all'alba, messe in ordine le com- pagnie delle genti d'arme, fece spiegare lo stendardo dei quartieri, per andare al guado della Pescara, e sostenere al passo del fiume Francesco e Micheletto co’ soltlati loro asse- gnati pel soccorso dell'Aquila. Narrò, che la notte aveva fatto un mal sogno: gli era parso di vedere un uomo grande, il quale feriva santo Cristofaro, poi egli stesso cadeva in un'acqua e chiamava quell’ uomo în aiuto. Mandò innanzi le squadre dei cavalli, ma alla porta della città cadde lo sten- dardo dei quartieri. Parve mal augurio. Ai soldati superstiziosi eran note certo predizioni di strologhi fiorentini, i quali ave- vano fatto sipere a Muzio Attendolo, che avrebbe dovato guar- darsi, e non pigliare impresa di lunedì, nè fatto d'armi, o assedio di castello e quel di sarebbe morto in acqua (3). Per queste (1) «.. (lo Sforza) l'ando perseguitando a Lantano Civita Mazina (?), Bu- mqico Miglianico, Villa France aou Francavilla et dovo andava». Miwuri, 204. el di de S. Tommaso nante Natale tre lo alla stancia in Ortona ». Minor, ivi, 96, © dietro a lui il Bvoxicorao, 130 e gli altri. oogle (1424) LIBRO QUINTO 279 predizioni, pel mal sogno, per la caduta dello stendardo, i co- nestabili andarono a dirgli, che lasciasso l'impresa quel di; ma egli non stette a udirli e cavalcò per la sua via, perchè, come dice îl Minuti « bisognava, che le costellazioni di sopra facessero lor corso ». I soldati lo seguivano di mala voglia. Si pervenne sotto il castello della terra di Pescara, dove il fiume mette nel mare; sulla foce i bracceschi avevano affondata una barca e fatto un riparo di tavole e sarte con dieci uomini armati di lancie e balestre per impedire il passo. Sono andato a vedere il luogo. Le correnti dell’Adriatico, agitano molt'arena, l’accumulano sul lido italiano e alle'foci de’ fiumi levano una diga arenosa giallognola, nella quale la flumana impedita quasi impaluda, muore senza mischiarsi col mare. Spesso ho veduto di state uomini e somieri, per abbreviare la via, andare lunghesso il lido sicuramente per quelle mobili arene, che partono fume e mare; nel verno però, quando per ls piogge stemperate, o per le nevi liquefatte sui monti cresce la forza delle correnti fluviali, la diga arenosa cede nel mezzo, s’ apre € mare e flume si confondono. La Pescara però, più degli altri fiumi abbondante di acqua, anche a mezza state rompe la diga, ond’hanno il passo le barche cariche di non grave peso, e vanno addentro fino alla città. Ma ora il lido di per di si allontana; al tempo del mio racconto il mare batteva le mura del basso castello. Al passo della diga deliberò Muzio Attendolo di guailare il fiume periglioso. Mandò innanzi cinque cavalli, poi il conte Francesco, appresso Micheletto, poi entrò egli stesso nel- l’acqua seguito da quindici uomini d'arme con lancia, elmetto, guanti di ferro, ed una frotta di saccomanni (1). I bracceschi, i quali guardavano castello © steceato, corsero sopra di loro, ma il Conte e Micheletto li ricevettero con le lance in resta e li inseguirono fino al ponte della terra. Muzio Attendolo restò al passo per incoraggiare gli altri al guado, chè avevano paura, perchè il mare s"era mosso e alzava le onde. Il condottiero scese nuovamente nello correnti, e s' era (1) Questo è il racconto del Misuri, 1. e. Nico) pa Bonsona, 470 narra, che passò solo Raniero da Perugia con sessanta uomini. Il MinuTi forse era presente. Google : 280 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1424) armato di tutto punto dalla celata ai guanti, perché un ver- retione dei bracceschi gli era passato sul capo: cavalcava un destriero nominato Scalzavacca grande e bello, ma tenero di bocca. Mentre guadava il fiume, un ragazzo innanzi a lui fu in pericolo di annegare, egli si piegò un poco sull’ arcione per dargli la mano, e il cavallo senti il freno e rinculò, gli mancò il piede. Muzio Attendolo sdrucciolò di sella, affondò, non fu visto più. I soldati dalla riva levarono un grido, due volte videro una mano col guanto di ferro agitarsi sulle correnti, poi disparve, e il condottiero ebbe tomba negli abissi ignoti doi gorghi. Nessuno si mosse per dargli aiuto, perchè, dice il cronista, «ognuno teneva più cara la pelle, con la quale nacque, che la vita altrui »; e poi doveva seguire l'influenza delle stelle. Il cavallo a nuoto venne alla riva, il corpo di Muzio Atten- dolo Sforza fu ricercato invano (1). dal qualo atiinsero il Giovio, cap. L XXXIX; Buonixcontro, 13L; il Criveu, 725 © seg; (1) Ho seguito il Miu Coruestecio, lib. V, 324 Stoneta, 186; il Conto, 625. Serive dunque il Moti, cap. III, 110: «La recolenda et bona memoria de Sforza trasmigrò di questa vita mondana l'anno MCCCCXXIII ia lunedì a dî 3 di gonaîo circa hore VIII in la Pescara fiume d'Abrazso de rinquantaquattro in ziuquantacinque anni ». Cfr. il Campano, 615; Diurn di Monteleone, 81; Givuaxo Passaro, I2; NotaE Giacomo, 72 Îl quale ha una postilla erronea, che pone la morta dello Sforza a' 13 di gennaio 1424; Enea Simo Piccotoni, Vir. clar.; Cron. d'Agobbio RI. $. XXI, 961; A. Fovricut, Bel. Brac. ap. Bonrans, IX,16; Citiwat.1o, Canto V3 Caanota, Prato @ Ricozro, Slor. di Mil. Arch. St. It III, 39, ote. 0 gle E ERSIT IV Grande animo di Francesco alla morte del padre: l'esercito aforzesco in parte si discioglie. — La Regina accoglie benevolmente Francesco e gli dà favore, — Assedio dell'Aquila ed eroica difesa. La novella della lagrimevole morte di Muzio Attendolo fu portata al conte Francesco mentre faceva fatto d'armi. Lasciò i nemici, corse alla riva del fiume e, trovato una navicella, fatta d'un grande tronco d' albero scavato, vi entrò e, per scansare le frecce dei bracceschi, dovette mettersi carpone. 1 compagni di lui tornarono pel mal passo della foce, molti annegarono. Il Conte se bene sentisse un’angoscia acerba, mostrò animo grande: chiamò a consiglio i capitani, li con- fortò a rimanere fedeli, promise che li avrebbe trattati come il padre, e meglio, assicurò ad essi grandi guiderdoni; fattosi poi portare i libri delle ragioni, nei quali molti di loro erano notati a debito, li fece ardere. Ricevuto dai capitani e dai conestabili il giuramento di fedeltà, condusse l’esercito ad Ortona (1). Quivi lasciò Santo Parente ed il conte di Santangelo con quat- trocento cavalli a difesa della terra: duecento, con Fiasco per capitano, ne diede al conte di Monteederisio, che non aveva armi per difendersi da Braccio, egli, col resto dell'esercito, mosse per Benevento. A Benevento però il conte Francesco non entrò senza difficoltà, perchè la vedova di Muzio Attendolo voleva conservare quella città agli altri figlivoli di lui, E le genti, che lasciò nell’Abruzzo, fecero mala prova. Il conte (1) Pierro Canpio, Vita Fr. Sfortine. R. IL S. XX, 1027. Google OANELL UN 282 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1424) di S, Severino, come pervenne în Ortona, si partì senza dire ragione, fuggendo, come se sentisse la lancia dei bracceschi alle reni ed in ogni luogo diffuse male novelle e terrore; Taliano Furlano co’ suoi passò a Braccio: una numerosa squadra, an- dando di notte, smarri la via, capitata fra î nemici, fu svaligiata. Colantonio Zurlo da Ortona cominciò a fare pratiche con Braccio. Alloggiava egli nelle case di messer Francesco de Riccardis, il quale per donna gli era legato di parentado; come Santo Parente ebbe sentore delle trame, per prevenire il danno, di notte tolse le armi, andò alla casa di messer Francesco, domandò del conte, lo sorprese a letto e l' uccise. I popolani ortonesi, avute notizie del tradimento meditato, misero a sacco le robe dell’assassinato e degli amici suoi. Santo Parente, fatto questo, raunò le squadre e le condusse a Benevento (1). Dipoi Micheletto andò nella Calabria, ed jl Conte a mezzo gennaio in Aversa per salutare la Regina. Questa l’accolse amorevolmente piangendo: egli promise, che l'avrebbe servita con fede ed ella gli donò tutto lo stato del padre. Per memoria del Condottiero volle poi, che tutti i figlioli di lui togliessero il nome di Sforza (2). La Regina accomiatò il Conte, che ebbe denaro, per tornare a Benevento con la scorta di quaranta uomini d'arme, ma sotto Maddaloni ne incontrò cinquecento, che Orso Orsini conduceva in Napoli agli aragonesi; da una parte e dall'altra fu gridato: a chi viva? Come fu risposto: Sforza ed Orso, gli sforzeschi, credendo, che i nemici fossero pochi, calate le lance li affrontarono, ma visto con quanti avevano a fare, ed il pori- colo, diedero indietro e a corsa scamparono in Acerra, dove il Conte fu accolto con cortesia e bene alloggiato da messer Agapito, castellano della terra pel principe di Taranto (3). Questi poi per dispetto gli tolse l’ ufficio, perché s'era dichia- (1) Diurn. di Montet, 81. Minuri, 302, Commissioni di IR. veoui Ateuzi, Il, n. 491, n.33. @) Mintri, 302, 303. Il Caonota, nelle Cron. Milan. cit. serive, cho Frax- cesco andò a trovare la Regina in Aversa a' 13 di gennaio. Ed il Sixowera, 188: « Idibus la » (8) Leggesi nel Mimuri I. c «fa ricevato et honorato di sno Agabito do Santo Stato vice principe de quella terra», Il CoRIo, 748, ed il SIMONETA, 189, + dicono Agabito barone romano. oogle (1424) LIBRO QUINTO 283 rato nemico della Regina, e manco il Papa con la sua autorità valse a fargli mutare proposito (1). La corte regia intanto, vistasi disarmata con la morte di Muzio Sforza, fee pratiche con Braccio; dicono anzi, che la Regina lo abbia confermato nell'ufficio di governatore d'Abruzzo; col- l'avviso del Papa e del regio consiglio a Ser Gianni Caracciolo, con autorità di Grande Contestabile, fu data per difesa della chiesa e del regno la condotta di cinquecento lance e trecento fanti. Erano computati tro cavalli per lancia con otto ducati di stipendio mensuali, tre per ciascuno de’ soldati a piedi: a Ser Gianni furono assegnati cinquecento ducati al mese (2). Così mentre gli altri baroni cimentavano la vita nelle battaglie, egli lontano dai pericoli arricchiva. Lo stesso di che Muzio Attendolo si perdette nella Pescara, Braccio riuniti carriaggi ed armi s'era partito da Chieti per condursi all'Aquila e precorrere gli sforzeschi, ma non era an- dato tre miglia, quando fu raggiunto da un corriere con la no- vella della morte dell'avversario. Non gli diede fede da prima, come però la notizia gli fu confermata da altri messi, mutato avviso, tornò a Chieti, dove restò a guardare gli sforzeschi e sopra tutto le compagnie, che si sbandavano. Rimandò il Picci nino all'Aquila. (1) Martino V a' 21 di norembre 1423 aveva sc: Francesco Sanseverino, ad altri baroni, a molte università: fu sempre nostra inten- zione, cho Giovanna sia Regina fino a quando virrà, e come Regina disponga di ogni cosa, © perciò deve essero ubbidita. RaraL0o ad an. 1429, p. 509. (2) - «olim in anno secunde Ind. primo preterito mortio Sforcia de Acten- dulis comite Codignole nostro tune armorum capitaneo de consulto exortacione @t junsu aanctissimi domini noatri papa Martini quinti ac eum sasiatentia nostri consilii provida matara et digosta deliboraciono pro noetri Regni status ot por- sone defensa et conservacione certaw armigerarum gencium equitum et peditum conduetam dare decrevimus speetabili et magnifico viro Sir Janni carsezulo de neapoli militi duci Venusii Regni nostri Sicilie Magno Senescalco Collaterali Consiliario et fideli nostro dilecto in armoram exercicio utique strenuo mi tarisque discipline erudito, ut ceu Magnus Conestabulus Regni nostri predicti osercilibas nostrarum armigorarum geatium procesot ac circa otatus tam profati domini nostri Pape ac nostri, et rei puplice Regni nostri eiusdem dedimus et concessimus conductam lancearum quingentaram computatis tribus equitibus pro qualibet lancea, ac peditum Tercontorum incipiendo a vigesimo die mensis Januarii predieti anni ». Reg. Ang. n. 371, £ 278 È 284 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1424) Gli aquilani, che aspettavano il soccorso degli sforzeschi ave- vano ripreso animo, fiduciosi del buon esito della difesa; lontani Braccio ed il Piccinino si trovavano a fronte 1 soli soldati del Conte di Carrara, il quale dagli alloggiamenti di Paganica faceva correre la campagna, ma non osava di assalire la città, perciò i cittadini avevano interrotto il continuo uso delle armi, le scolte erano meno frequenti e diligenti. Il Conte di Carrara, per ritentare l'insidia del Piccinino e trarre gli aquilani agli agguati, un di mise trecento fanti dietro un colle e mandb cin- quanta cavalli sotto le mura. Le scolte dalle torri diedero il segno della correria, la campana del Comune suonò a martello, e & quella chiamata improvvisa, pochi cittadini ebbero agio d'armarsi, molti corsero alle mura inermi. Anche Antonuccio andò in farsetto ©, tolta una lancia, si mise innanzi: fecero però miglior battaglia gl’inermi, che guardavano dalle mura, perchè accolsero i nemici con una sassaiuola stretta, per la quale cavalli e cavalieri del Conte pesti si volsero in fuga. Nessuno uscì ad inseguirli. Cosi gli aquilani sostenevano l’as- sedio, quando giunse la mala novella della morte di Muzio Attendolo e dello sbandamento dell'esercito: il terrore ed il lutto occuparono la città, ad ognuno pareva prossima la rovina. Era l'inverno, le montagne intorno biancheggiavano di neve, i rivi ghiacciati, battuta dalla borea la campagna morta: scarse le provvigioni, grandi le difficoltà di averne poche pei sentieri alpestri, i corpi stremati dalle fatiche, dal digiuno, dalle vigilie; gli animi, testò eretti e fiduciosi, ora sbigottiti; fra poco sarebbe tornato Braccio, feroce, con tutto l’esercito. Ma come si quetò il primo sbigottimento, la maschia virtù rasserenò gli animi. Fu fatto parlamento, del quale queste furono le conclusioni: durare nella difesa della patria, domandare soccorso al Papa. Il Camerlingo ed i cinque delle arti pe’ mesi di gennaio e di febbraio fecero afforzare i mulini, cercarono quanto frumento era serbato ne’ granai, e ne assegnarono a bocca tanto per di, quanto occorresse per campare; mandarono in terre lontane e castella amiche la gente non atta alle armi: vecchi, donne, fan- ciulli, quattromila miseri, grami, piangendo, lasciarono i tetti e le care mura combattute. Vv GU aquilani mandano a chiedere aiuto al Papa e ad assol- dare Pietro Navarrino. — Il Piccinino stringe la città, — Lotte ai mulini. — Pratiche dei fuorusciti aquilani in danno della città, — Braccio richiesto dat fiorentini procura inutilmente di ‘venire a patto. — Azioni di Papa Martino a favore degli assediati. A'10 di gennaio fu conchiuso in consiglio di mandare al Papa messer Simone dell'Abate per rappresentargli la grandezza del pericolo; e perchè gli aquilani, più che in altri, avevano fede in sè stessi, si misero a taglia e riunirono quanto denaro abbisognava per condurre al soldo Pietro Navarrino con 400 cavalli (1). Tornò intanto Nicolò Piccinino, e fece una bastia alla chiesa di S. Lorenzo delle Serre di Roio e vi pose a guardia Bertoldo di Sangro conestabile di trecento fanti con alquanti cavalli; un'altra ne costrul alla chiesa di S. Antonio con ver- desche al campanile e intorno a tutte le opere scavò un fosso, pel quale condusse l’acqua di Santogna, togliendola alla città, la quale ebbe di ciò assai danno, perchè occorse d’andare per acqua alla Rivera ed alla fonte di Preturo lontane, e chi la portava, la vendeva ad un bolognino ed un soldo, o due quat- trini la soma (2). Come però il verno si faceva più acre, anche i bracceschi vivevano a disagio, la neve era discesa sul piano (1) Cnmivesto, e. V. Nicotò a Bonnoxa, 870. A' 15 di febbraio Blasio de Gus- sconibuo ds Bologna s:risso a Rinaldo degli Albizzi o agli altri ambasciatori di Firenze in Ferrara: « il Papa ha mandato all'Aquila cavalli 400, © pigliare l'im- presa ». Commis, di R. DEOLI ALMZZI Il, n. 491, d3: @) Cmansetto, c. V. at. 17, 18. Nicotò pa Bonzoxa, I c, Campano, 134. 286 GIOVANNA HI D'ANGIÒ (1424) © col poso sfondava i padiglioni ; spesso questi erano poi seon- volti dal busso del vento, onde convenne costruire baracche di tavole e travi segate nelle vicino selve e questo distraeva i soldati dalle azioni militari. Del resto essi eziandio soffri vano difetto di provvigioni (1). La fame però di per di si fa- ceva più cruda nella città, perchè il Piccinino giorno © notte mandava attorno la sua gente, la quale denudava e lasciava morire al gelo chi ora sorproso con vettovaglie. Ma il freddo ed il desiderio del guadagno favorirono gli aquilani, perchè molti trovarono vie non frequentate e passi ignoti per portare di lontano grasce nella città: queste erano poche, ma il poco nella necessità stretta è grande sollievo. E Nicolò faceva im- piccaro innanzi alle mura coloro, che sorprendeva; questo sup- plizio patirono due sacerdoti, i quali prima furono impiccati per la gola e poi trascinati da cavalli. Ma non ogni cosa successe prosperamente al Piccinino, perchè toccò una rotta dagli aquilani, che andavano a rafforzare la guarnigione del castello dei Navelli, e scampò a Civita Retenga per la celerità del buon corsiero. Non ebbero i bracceschi miglior fortuna a Stiffe. S'erano proposto di sorprendeme il castello, ma Antonuccio de Simone, avvisato, chiamò da Rocca di Mezzo una compagnia di soldati, i quali a' 28 di gennaio sorpresero i nemici e molti, con tre conestabili, ne presero (2). All'entrata di febbraio tornarono alla devozione dell'Aquila le castella di S. Pio e di Tussio (3). Ma al Piccinino importava di occupare i mulini e ogni dì vi mandava soldati a fare battaglia; vedendo questo messer Pirro de’ Camponeschi, il quale alloggiava a S. Maria di Goriano con cinquanta soldati, per avere il segno dell'assalto, fece appendere una campanella ad un torrione; come si vedevano 1 bracceschi, le guardie sonavano, rispondeva la campana di Santa Giusta, ed i cittadini intendevano, che si combatteva ai mulini e cor- revano con le armi. A'15 di febbraio il Piccinino nascose soldati nel vallon- cello di Kosarolo e Collemaggio, con altri mosse rumorosamente (1) Cawpaso, 185. @) Cremeno, ivi, st. 40, 41, 42. (@) Nicotò pa Bonsona, 871 nota il fatto a 0 di febbraio. oogle (1424) LIBRO QUINTO 287 verso una delle porte della città: uscirono gli aquilani ad affron- tarlo, s'azzuffarono; venne fuori da una parto la gento dal val- loncello, dall'altra sovraggiunsero aquilani freschi a battaglia, i bracceschi furono percossi e respinti; mandò innanzi il Picci- nino una squadra di cavalli, ma la moltitudine degli aquilani la cacciò in fuga. In questa zuffa furono più grida, male parole, percosse, che danni: nessun aquilano morì, e di ciò furono rese grazie a S. Pietro Celestino, perchè quello era il giorno anniversario della traslazione delle reliquie suo (1). Erano tra i bracceschi molti fuorusciti aquilani, i quali, per fare più manifesta la loro infamia, s'eran posti nella bastia di S. Lorenzo, che era la più minacciosa per la città. Mossi dal desiderio delle case loro, punti dalla brama di vendetta, sapendo, per le pratiche avute coi loro consorti di dentro, che la città era stracca del lungo assedio, proposero al Piccinino di fare un vigoroso assalto, somministrandogli quelle notizie, che erano utili al buon esito dell’ impresa. Di ciò fu dato avviso a Braccio, al quale parve buono quel disegno, ed egli stesso, che era stato lontano per allargare la sua autorità nello terro abruzzesi, tornò celeramente da Pescara per dirigere l'assalto. Innanzi l'alba mandò sotto l'Aquila duemila fanti raccolti nell’ Umbria e nella montagna di Abruzzo, egli stesso condusse altri soldati provvisti di scale, di funi, e d’altre arnese occor- rente, pervenne non visto alla chiesa di Santa Agnese. L’aveva celato una nebbia grave e spessa tanto, che a poca distanza uno non ravvisava l’altro. Gli aquilani però avvisati, erano già ai luoghi assegnati sulle mura, e alla prima luce, come videro i nemici al fosso, li coversero di pietre e saette (2). Fu combattuto fine all'ora di terza, ma Braccio, vedendo, che ogni sperimento era vano, s’allontanò co’ suoi. Fra gli aquilani fu notato di co- dardia un cavaliere della corte del capitano, Gregorio di Norcia, il quale ebbe paura della moltitudine dei nemici; si parti dal luogo assegnatogli per la difesa, tremando corse a Pirro dei Camponeschi, e dissegli: dammi uomini, chè noi non bastiamo. Pirro lo guardò fiero, e, va, gli disse, va a dormire tu; non mi sbigottire la gente. E lo mandò via. (1) Cnanezto, c. VI, st. 5 e seg. (@) < Po di notte, non era ben matino». Cnaisetto, c. VI, st. 14. Google CORNELLUN 288 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1424) Quel mattino furono visti i fuorusciti nelle prime fila dei bracceschi, e di ciò gli aquilani furono tanto sdegnati, che cac- ciarono fuori le porte le donne loro e i parenti. Andarono questi a S. Lorenzo, stettero la notte al sereno, il mattino furono ricac- ciati da’ bracceschi con pietro e balestre, onde dolorando; tor- narono innanzi le porte della città. N'ebbero pietà gli aquilani, e li riammisero nelle case loro. Vedendo Braccio, che non poteva domare la città, deliberò di venire a patto. Era egli sollecitato dai fiorentini a apacciarsi di quella briga, perchè il Duca di Milano li teneva in sospetto: avevano tentate tutte le arti pacifiche per scansare le insidie di lui, ma si erano persuasi, che per tenerlo lontano, rimane- vano, unico mezzo, le armi. Mandarono oratori al legato di Bologna, al Marchese di Ferrara, ai Veneziani, studiandosi di persuaderli di non prendere le parti del Duca; si volsero a Martino V, il quale non si mostrò nemico loro, ‘ma vedeva di mala voglia il soccorso, che domandavano a Braccio; diceva, che bene facevano i fiorentini a non permettere, che il Duca avesse Bologna, ma egli non voleva, che Braccio divenisse suo signore, occupando l'Aquila (1). I fiorentini però, per assicurare la città e la libertà loro, nomi- narono Braccio capitano di guerra per nove mesi col soldo per mille lance e trecento fanti (2). Braccio quindi per trattare della pace con gli aquilani mise in mezzo Corrado Trinci signore di Foligno (3). Questi mandò all'Aquila il suo cancelliere con le proposte, ma i cittadini lo rimandarono; il conte di Alvito spedi sue lettere persuasive, non ebbero effetto. Volle Braccio trattare con Antonuccio e Pirro do' Camponeschi, capi della (1) Cfr. Commite. di R. prati Armeni Il, com. XII, 3 6 sog. XIII, 47 0 la memorabile riformazione del 6 marzo, ivi 46. Nen1 pi Oixo Carrom, RL S. XVID, 1168. () La nomina fu comunicata a Braccio 2° 14 di febbraio, V. Arch. St, Il aerio, vol. 16, par. Il, Doe. della Storia di Perugia, 580. () ll Cono, ed. cit. par. V, 751, narra, che Braccio mandò all' Aquila Nicola Trinci; ma nel Cron. Fugub, R. 3.8. XXI, 980 loggesi, che a' 21 di goonaio 1421 « Nicolò e Bartolomeo Trinci Signori di Foligno e di Nocera furono merti da del. Cassero di Nocera », Ho posto quindi Corrado, loro fratello, coronato Braccio. Cfr. Graziani, Cron. Arch. St. It. XVI, 1, 289. (1424) LIBRO QUINTO 289 difesa e questi si diniegarono di udirlo. Altro espediente non gli rimaneva, che condurre innenzi l'assedio con propositi feroci di vendetta. Cominciò col punire le castella, che già aveva occupate e poi avevano ricevuto gli aquilani; nel mese di aprile andò a combattere S. Pio e l’ebbe, imprigionò gli uomini, fece battere le donne, le mandò innanzi ai mulini dell'Aquila, denu- date, arse le vesti e le lasciò vergognose al gelo. Mosse a punire Tussio, ma avendo udito, che Barisciano, castello forte pel luogo e per le opere di muro, s”era ribellato, cambiò via o andò ad investirlo; Lo percosse con le artiglierie, sotto la torre maggiore fece una cava, e quella, mancate le fondamenta, pre- cipitò. Nel di della Pasqua per le rovine i bracceschi invasero il castello, percossero e uccisero gli uomini; coloro che scam- parono furono mandati alle prigioni di Teramo, e le donne coi fanciulli cacciate nude sotto l'Aquila. Fatto questo, Braccio accordò Tusio. Furono intanto ricapitate agli ufficiali della città lettere di Messer Simone degli Abati e di Martino V. Messer Simone dava ragguaglio della sua ambasceria: il Papa l'aveva accolto bene- volmente, e favoriva le pratiche per la condotta del Navarrino, il quale tra poco sarebbe entrato nell’Abruzzo per le terre mar- sicane; l'aveva persuaso d’andare alla Regina per aver soccorso. Martino V nelle sue' lettere, date addi 23 di marzo, lodava la fortezza degli aquilani, li esortava a perdurare nella difesa, perchè i soccorsi sarebbero andati tra poco. E, per mantenere sollevati gli animi degli aquilani, aggiungeva lettere a lettere. A'27 di marzo scrisse, che aveva saputo, come essi fossero concordi a salvare la patria o la libertà, della qualo niente è più prezioso, nè più giocondo per gli animi forti, li esortava a soffrire le distrette presenti con virile magnanimità, come avevano fatto pel passato: li assicurava, che si adoperava per liberarli dalle angustie. Il primo d'aprile fece loro sapere i prov vedimenti, che prendeva per soccorrerli, assicurandoli, che a questo fine avrebbe faito tanto, che non sarebbe stato accusato di difetto (1). (1) Anmivons, 11 256. 19.— Fanaotaa, Giovanna 17 d'Angiò. Google CORNELLUNI 290 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1424) Queste lettere furono lette nel consiglio e le lodi, le promesse, le speranze, che davano, tanto valsero a sollevare gli animi, che a' 28 di aprile gli aquilani sulla fronte del duomo © sulle porte della città facero dipingere le insegne della Chiesa, dei colonnesi, della Regina, di Luigi III, del Duca di Milano (1), (1) Cnasetto, c. Vi, st. 27 e sog. Nicorò DA Borgoxa, 871. Google gni VI Il Duca di Milano manda una flotta in soccorso della Regina. — 2 Infante di Spagna propone di ardore © disfero Napoli: Jacopo Caldora ei oppone a questo disegno e passa alla parte della Regina e di Luigi III, i quali gli danno il comando del- Vesercito per soccorrere V Aquila, Erano intesi all'Aquila gli animi di tutta l’Italia, le cui sorti pendevano dall'esito dell'assedio. Aveva Martino V_man- dato a Filippo Maria il suo procuratore Antonio de Vincentiis, per indurlo a soccorrere la città combattuta, parve però al Duea, che oecorresse prima percuotere gli aragonesi, signori di Napoli, i quali impedivano, che la Regina potesse mandare i suoi soldati contro Braccio (1), e a questo fine fece mettere in erdine a Genova diciotto galere e dodici navi, quattro galere armò Luigi III in Provenza (2). Voleva il Duca dare il comando dell’armata al Conte di Car- magnola, ma cominciava a diffidare di lui, l’affidò quindi a Guido Torello, buon capitano di gente d'arme, ma imperito () Stwonsra, 190. (2) Il Corto, par. IV, 748 sorive: < Il numero di questa armata era di di navi grosse © di ventidue galoo; dello quali quattro no aveva arranto Li Questa parmi la notizia più veridica. Non si allontana da essa molto il Norar Giucowo 72, dicendo, che dodici erano lo navi, 19 le galere, quattro i galeoni; nò Giusrano Passaro che nota 17 galere, 12 navi a 4 fusto. Nei Diurn. di Montel. 81, sono riportato 7 galere, 12 navi grosse e duo piccole. Il Diario Anonimo cit. 116 esagera: 24 navi, 18 galoro 0 quattordicimila combattenti. V. Foauizta, Sor. Gem lib. X. In questo genere di notizie è difeile trovare concordia negli serittori antichi. Google one a0 292 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1424) delle arti marinaresche e perciò molti uomini di mare non vol- lero fare la condotta. Guido da Genova fece vela all'entrata di decembre (1), ma trovò il mare grosso, la tempesta disperse le navi e poche pervennero a Gaeta. I catalani, che occupavano il castello, vedendole in piccolo numero, deridevano i genovesi, ma Guido intimò la resa: Antonio de Luna, capitano di Alfonso rispose, che era disposto alla difesa, ma i cittadini non erano dell'avviso di lui, e mandarono a raccomandarsi al capitano del Duca. Nello stesso tempo Cristofero Gaetani, fatta una rac- colta di gente, andò con essa innanzi Gaeta e Antonio de Luna, vistosi chiuso per terra e per mare, cesse castello e città ai genovesi. Questi vi posero guarnigione, vi depositarono le loro merci, ne fecero scalo de’ loro commerci e tennero fino a quando, morta la regina Giovanna, fu loro ritolta dai catalani sul prin- cipio della lotta fra Alfonso d'Aragona e Renato d'Angiò, come racconterò nel libro, che segue questa istoria. Guido Torello ebbe dipoi il castello di Procida, acquistò Castellamare di Stabia, dove a furia di popolo fu squartato il capitano di Alfonso, Gio- vanni di Valenzia, un mal'uomo; Vico, Massa, e Sorrento man- darono loro sindaci alla Regina per giurarle fedeltà. Questo parve tempo opportuno per cacciare gli aragonesi da Napoli: il conte Francesco, Micheletto, il quale tra gli sforzeschi aveva grande autorità, il Duca di Sessa, Luigi Sanseverino cir- condarono la città per terra, Guido chiuse il mare con le galere. Ogni di si faceva fatto d'armi, e i cavalieri italiani delle due parti, che innanzi avevano militato insieme, ebbero occasione d' incontrarsi, e quelli, che erano al soldo degli aragonesi, non celavano d’essere malcontenti ai servigi d' una gente orgogliosa, strana. Anche i napolitani mormorarono, quando si videro chiusi per terra e por mare © sentirono il difetto delle vettovaglie. L’Infante d. Pietro non aveva speranza di soccorsi, poca fede aveva di mantenere la città, nè molta ne riponeva in Jacopo Caldora e negli altri capitani italiani; raunò i suoi a consiglio, e pensando, che era meglio terra disfatta, che perduta, propose di distruggere Napoli col ferro e col fuoco. I capitani aragonesi (1). « VIT idos decembre ». Foguita, lib. X. Brucettio, ap. Bunsaxe, I, p. Il, 1270. Prerno Chonota, cit. Arch. St, It Ill, 30. Google 0A (1424) LIBRO QUINTO 298 approvarono la bestiale proposta, ma il Caldora e Pietra Sottile di Palermo furono d'altro parere. Pietro disse, che non doveva disfarsi una città tanto nobile, il Re di Aragona l'avrebbe avuto a malo, ed egli invece d’aver lode, otterrebbe biasimo; propose di restare sulle difese. Più audace messer Jacopo Caldora disse all'Infante, che nessuno de’ suoi maggiori aveva edificata una città tanto bella: ardetela, disse, ma io non vedrò questo; se siete disposto a farlo, aggiunse, ditelo due giorni innanzi, che io me ne andrò. Le fiere parole di messer Jacopo dissuasero l’ Infante dal feroce proposito (1). Intanto era por finire il tempo del nolo delle navi di Guido Torello, e Filippo Maria voleva, che sollecitamente si fosse dato buon termine all'impresa, la qual cosa era più facile a pensare, che ad eseguire fino a che Jacopo Caldora sosteneva l' Infante. Guido per commissione del Duca incomineiò a tentarlo e non lo trovò restio. Nello stesso tempo dai regii fu fatto prigioniero Raimondo Anechino e menato ad Aversa. La Regina e Luigi terzo sapendo, che era caro a messer Jacopo, perchè prode o fedele capitano, lo trattarono umanamente © ragionando dei fatti di Napoli e del regno lo persuasero di andare al Caldora, e di promettergli in nome loro grandi premii, se avesse lasciato l’Infante. Rispose Jacopo, che dall’aragonese gli erano dovuti gli stipendii di molti mesi e li avrebbe perduti, se avesse mu- tato parte; Guido promise, che li avrebbe pagati il Duca di Milano; ma, mentre si aspettava il costui assenso ed il denaro, molto tempo trascorse (2). Vennero alfine e furono fatti i capi- toli. In questi volle Jacopo mettere condizione, che se i soldati di Luigi INI ed i genovesi fossero entrati in Napoli, potevano disporre delle robe dei catalani e degli aragonesi, ma dovevano guardarsi di fare danno ed offesa ai napolitani. Le squadre italiane al servigio degli aragonesi cominciarono a sciogliersi ; Berardino della Carta non vedendosi pagare dall'Infante i soldi, domandò un salvacondotto e si partì; narrano, che fra Jacopo e il conte Francesco Sforza fosse intervenuta una tregua, certa cosa è, che i soldati sforzeschi © caldoreschi quando 5’incon- (1) Diurn, di Montel., 82. Facto, lib. III, 50. (8) Cottenucdio - Costo, I, 326. FocutA, lib. X. Google ORNELL UN 204 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1424) travano, non usavano le armi, ma si mischiavano amichevol- mente. L’ Infante, avuto notizia delle pratiche di Jacopo, visto il modo, che tenevano coi nemici i soldati di lui, deliberò di pigliarlo, ma quosti, avvisato del pericolo da Giovanni do Mon- cada, si guardò, e a' 12 di aprile favori l’entrata degli sforzeschi in Napoli. Aragonesi o catalani fuggirono alle castella sparsi, senz'ordine; molti ne furono presi, e tra essi Giovanni Moncada, il quale si riscattò con buona taglia. Fu loro ritolto il Castel Capuano, che era ancora mezzo rovinato, ed i difensori, che patteggiarono, ebbero salve persone e robe. Tra costoro furono Giovan Vincenzo Bozzuto ed il figliuolo, i quali poi riebbero la grazia della Regina ed i beni perduti (1), Fu anche cambat- tuto il Castelnuovo, ma ben munito e valorosamente difeso, restò agli aragonesi molti anni. Guido Torello, ristabilita l’au- torità della Regina in Napoli, essendo per finire il tempo della sua condotta, si parti con l’armata, Jacopo Caldora passò al soldo della Regina. Questa, libera omai dal pericolo degli aragonesi, volse tutta la cura al soccorso dell’Aquila. Papa Martino Vla tenne avvisata d'aver raunata una compagnia di genti d'arme condotta da Luigi Colonna, accompagnato dati Legato pontificio Francesco Piccolpasso, i quali erano in punto d’entrare nelle terre marsicane; ed ella invitò i baroni a prestare il debito servizio militare, riunì le compagnie di Jacopo Caldora, e î soldati sforzeschi. Tra i baroni abruzzesi, che avevano seguito Braccio, molti si volsero alla parte regia, persuasi dall’ autorità del Caldora. Uno di essi fu il Conte di San Valentino. A questo modo in poco tempo fu messo in ordine un bello e forte esercito, del quale i capitani più chiari erano stati educati nella disci- (1) Quosto risulta chiaramente dalle narrazioni degli scrittori, sebtene non siano concordi sul modo. Il Miuri, 304, narra, che Napoli fu espagnata da Guido Torello e dal Conte Frascesco, per mezzo del quale Jacopo s'era accordato con la Regina. Il Siwongta riferisce, che aforzeschi © caldoreschi entrarono insiemo sella città, Nei Diurnali di Monet, 81, leggesi, che Jacopo fece aprire la porta del Carmine ai soldati nemici. Paco, lib. III, 50 dico che Jacopo invitd Guido Torello ad avvicinarsi alla fà per combatterla, usci contro di lui co' auoî, ma di questi molti passarono i. Cfr, Buonincosrai, 131. nido, 0 rientrarono a Napoli mischiati Google comi (1424) LIBRO QUINTO 295 plina di Muzio Attendolo Sforza. E si mise all'impresa anche il Duca di Sessa, noto non per virtù delle armi, ma pel nome insigne, e la vastità degli stati, che possedeva. Capitano gene- rale fu fatto Jacopo Caldora, che avanzava tutti per autorità. Fatta la rassegna ed essendo carriaggi, cavalli, uomini in punto, ‘all'uscita di aprile, l’esercito mosse al soccorso del- l'Aquila (1). (1) Nel Ciivetto, VII, st 1. loggosi, cho l'esercito parti si 20 di aprile. Il CamraNo scrive a p. 610: « Jam hostes (l'esercito della Regina ) super Furcis Pelignorum ingenti esercita, infestis signis, adrentabant ». Le. Forche Peligne sono i tre noti passi del Piano di Cirquemiglia, di Pescocostanzo per lo Pentinelle, e della Maiella per Campo di Giove, Cîr. Cron. Eugub. R. LL S. XXI, 961. Gripu, De confî. oquil. R. 1. S. XXV, 488. oogle esule Oniginal om CORNELL UNIVERSITY VII Strettezze degli aquilani. — Braccio riceve dai Rorentini il soldo della condotta. — Rotta di Pietro Navarrino. — Arrivo dell' eser- elto condotto da Jacopo Caldora. — Preparativi per la Dattaglia nella città e nei campi regio e Draccesco. — Battaglia dell’ Aquila. — Morto di Braccio. E gli aquilani erano allo stremo. Sciolte le nevi, aperte le vie, divennero i bracceschi più solleciti e vigilanti per impedire, che nella città entrassero vettovaglie. Vera chi si arrisicava a portare un poco di sale, di olio, di carne salata, ma a peri- colo della vita; talora fu menato un bue magro ed i cittadini se ne contesero la carne ad otto soldi il rotolo. Valeva il sale ducati venti la coppa, cioè sedici soldi 1a libbra, l'olio ducato uno e terzo la coppa piccola, la carne salata ed il lardo soldi nove la libbra, le legna soldi ventiquattro a soma, i sarmenti delle viti soldo uno il mazzo, il grano ducato uno di Venezia la coppa (1). Braccio s'era confidato troppo nella famo degli aquilani, e consumando tanto tempo e tanta gente intorno alla città, la sua reputazione di capitano pareva menomata. Quando a Perugia corse la voce, che la Regina mandava contro di lui un esercito con Jacopo Caldora e Francesco Sforza, ognuno attese a infoderare le castella © a portarvi robe, como © sei memici fossero già alle porte (2) A chi poi consigliava (1) Nicotò pa Bonsona, 869. (@) Giunto del Diario di A. Vecui alla Cron. di Graziano. Arch. St It prime sor. vol. 16, p. 284. Google cone 298 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1424) Braccio di levare l'assedio rispondeva, che voleva morirvi, anzi che lasciare l'impresa (1). Dopo d’aver saccheggiata Tussio a’ 25 di aprile andò a Civita di Bagno e viraunò buona parte delle genti sue; stettevi tre di e poi con le some e mille ci quecento soldati mosse per l'Aquila e s’accampò nella vigna di S. Elia alla Cona della via della Torre e di Bazzano (2). 1 fiorentini a que' di gli mandarono messer Neri Capponi col denaro della condotta, ed egli lo pose nel castello di Paganica; volendo poi mostrare come era disposto a servinli, îl di primo di maggio avviò Ardizzone di Carrara ad Ascoli con quattro- cento cavalli per tenersi pronto a fronteggiare l’esercito, che il Duca di Milano spediva sulla Romagna (3). E fu suo danno, perchè menomava l’esercito quando aveva bisogno di aiuto, ma confidava nella sur virtù, e per rafforzarsi scrisse a Bobio Baldeschi a Perugia per avere trecento balestrieri, i quali fu- rono raunati da tutte le castella sue e addi 11 maggio caval- carono per andare a lui. Ma furono uomini non utili, perchè quando occorsero poi nella battaglia, non guardarono il net © fuggirono (4). Ed erano già pervenuti negli Abruzzi i primi soccorsi degli aquilani; Pietro Navarrino era giunto a Rocca di Mezzo, rafforzato il castello e fatto audace, perchè era andato tanto innanzi senza affronto del nemico, discese a Fontecchio per correre sopra S. Demetrio, ma si trovò innanzi Nicolò Pie- cinino. Si azzuffarono, Pietro n’ebbe la peggio e sì ricoverò a Stiffe. A' due di maggio Braccio dalla vigna di S. Elia passò col campo a Peltuino, © gli aquilani, vedendo disfare i padi- glioni dai ripari, dicevano villanie, gli rinfacciavano gli oltraggi fatti alle donne: cane miscredente, gli gridavano, non fuggire, aspetta, chè pagherai lo scotto. Braccio andò a Stiffe e gli aqui- lani rifecero animo; a' 12 maggio per ordine degli ufficiali si raunarono interno alle loro bandiere per fare la rassegna di coloro, che erano più atti a battaglia; furono tremila, ma nei registri delle milizie ne furono iscritti 1500, i migliori, i quali, () Ii, 286 (2) Nicovò pa Borsoni, 809. Cimivetto, c, VI, st. 10. (8) Ammnato, Ist, V, 92, 93. Ciminztio, c. VII, st. 16. (4) Giunte al Diario del Vecm, cit. 285, 288. Google (1424) LIBRO QUINTO 299 armati di tutto punto e ordinati per compagnie, uscirono dalla porta di Barete e, girando attorno le mura, rientrarono per quella della Rivera (1). Come Braccio ebbe novelle di ciò, reputò opportuno di lasciare il Piccinino innanzi a Stiffe e con 600 soldati tornò sotto l'Aquila, ed alloggiò a Monteluco. Pietro Navarrino credette allora, che tutto il campo fosse partito e uscì dal castello, ma il Piccinino, ch'era celato dietro un colle, gli si fece incontro. Quegli ebbe vergogna di fuggire e si gittò fra i nemici; corse cinque lancie e tanto ne ruppe, ma, oppresso dalla moltitudine cadde, fu preso e mandato al castello di Ocre. La sua compagnia fu disfatta, molti soldati furono menati prigionieri a Monte Reale, altri aggiunti ai bracceschi. Era intanto l’esercito della Regina giunto alla Rocca di Cagno ad otto miglia dall'Aquila, e deliberò Jacopo Caldora di rima- nervi per raccogliere le salme ed aspettare Santo Parente e Luigi Sanseverino; e per dare agli aquilani segno della sua venuta, al cadere delle ombre, mandò al sommo della montagna uomini per fare molti e grandi falò. E quelli videro le fiam- mato lontane © con allegrezza compresero da chi o perchè erano state fatte (2), Quel monte divideva gli eserciti nemici (3). Braccio si preparò alla battaglia; distribui gli uomini d’arme in quindici squadre, che assegnò ai capitani Nicolò Piccinino, Pier Giampaolo Orsini, al Conte di Popoli, al Castellano delle Rose, a Malatesta Baglioni, Antonello da Siena, Giovannantonio d’Asquasparta, Nicolò da Pisa, Paolo Pesce, Teneruzzo, Giovanni Piccinino del Borgo, al Gattamelata, al conte Brandolino, a Baldrino da Pavia, Luca e Tronarello d'Arezzo, Maffeo © Ri- naldo di Provenza, Ginnnuzzo Foco, Agamennone da Perugia, (1) Cisixetto, e. VIL Nicord DA Bonsosa, 72. Cinitio, Annali 02. (@) Cimwetto, e VII, at. 26, 27. ra con l'esercito da Solmona all'Aquila? Quar no son di credere, che egli da Sulmona si volse alle terre marsicane e di là per le vie ardue già tenute da Pietro Navar. rino, mosse per l'Aquila, La via più frequentate per la valle dell'Aterno non era meno difficilo dell'altra, ed era guardata dui bracceschi, come vedemmo nel racconto dei fatti del Navarrino, Nelle terre marsicane Jecopo avrebbe inolte incontrato Luigi Colonna coi soldati del Papa, Queste però 3000 mie opinioni. oogle 300 GIOVANNA II D’ANGIO (1424) Filippo Schiavo, Pietro Testa (1). Raunò a consiglio i capitani nel suo ‘padiglione e domandò îl loro avviso per la battaglia imminente. Il Gattamelata, uomo di grande autorità nelle cose militari, propose di andare a trovare i nemici improvveduti, prima che fossero giunti Santo Parento è Luigi Sanseverino, senza dei quali erano molto da meno di loro per numero (2). Molti capitani erano della sentenza di lui, ma Braccio non con- sentiva; egli aveva chiuso tutti i passi, salvo quello di Ocre, acciocchè i caldoreschi fossero di là discesi nella valle; voleva cacciare i cavalli loro nello lame del fiume, attorniarli, oppri- merli e pigliarli tutti. Addi 29 di maggio ogli fece armare i suoi e li dispose fra Civita di Bagno e S. Lorenzo, mandò duemila fanti alla mon- tagna d'Ocre per assalire alle spalle i nemici, come fossero discesi nel piano, mise Nicolò Piccinino innanzi all’Aquila per tenere infrenati i cittadini. Egli ascese la montagna per vedere gli alloggiamenti dei regii e mandò innanzi alquanti fanti, che aveva menato seco per fare rumore (3); dipoi scrisse a Jacopo e al conte di S. Valentino, rinfacciando loro la mala fede ed il tradimento d'aver mutata parte: so bene, aggiungeva, che siete venuti col proposito di approvvigionare la città senza fare battaglia, ma voi non passerete senza combattimento. Vi aspetto. Esponeva poi tutto ciò, che gli era noto dell'esercito regio, che era superiore al suo per numero di soldati, ma egli aveva fede nel valore dei suoi (4). Rispose Jacopo, che sarebbe disceso il di appresso a combatterlo come Capitano della Chiesa e della ‘Regina. Giunsero intanto Luigi Sanseverino e Santo Parente con le loro compagnie e i carriaggi ; Jacopo schierò a rassegna l’esercito, il Legato del papa, fattosi innanzi, solennemente benedisse i soldati, consegnò a messer Jacopo il bastone del comando (5) (1) Conto, 749, ed. cit. Simoneta, 192, Il Corio afferma, che Braccio aveva 4000 cavalli @ li diviso in 24 squadre. @) Caurazo, 6IT. @) Cnasezio, VII, st. 90 e sog. (0) Ivi, st 45 © seg. Il Carano, 0I6, scrive: « Triplo equitatue, peditatus fere par ». () Il StwonzrA, 192, narra, che i regii entrarono nelle terre aquilane il 1° di giugno. Intende egli per terre aquilane il territorio della città? erat. hostium oogle (1424) LIBRO QUINTO 301 Il Capitano generale fece degli uomini d'arme sedici squadre, a capo delle quali pose Luigi Colonna, Federico di Matelica, Francesco Conte, Girardo da Catignola, il conte Francesco Sforza, Antonio Caldora, Giovanni di Sterlino, Scaramuccia di Ascoli, il Conte di S. Valentino, Paolo Tedesco, Giovanni Car- riglia, il quale conduceva una compagnia di spagnuoli, Pietro dal Verme, Andrea della Serra, Luigi Sanseverino; Bernardo Acquaviva portava il gonfalone della Chiesa, il Cardinale di Spagna, quello del Papa, Jacopo di Sangro quello della Regina; gli sforzeschi levarono il gonfalone dai quartieri, Jacopo Cal- dora quello dal sole (1). Con Luigi Colonna andava Menicuccio de Amicis dell'Aquila, valoroso uom d’arme (2). Jacopo affidò le ali dell'esercito a Micheletto, ad Antonello di Sanlupedio, a Francesco Caracciolo, la guardia delle some a Giovanni da Vezzolo, Armaleo da Fuligno e ad Antonello d’Imola; fece bandire la pena di morte a chi avesse trasandato gli ordini suoi: avvisò gli aquilani, che dovessero tenersi pronti alla bat- taglia ai due di giugno. Braccio, aspettando i nemici, fece rompere l’argine dell’Aterno e allagò la campagna, ordinò, pena la forca, ai soldati appostati nella montagna di Ocre, di non molestare i nemici nella discesa. Gli aquilani, avuto l’avviso di messer Jacopo, addi 1 di giugno, sull’ora dei vesperi, si raunarono a parlamento e deliberarono brevemente delle cose occorrenti, mandarono il bando per avvisare i cittadini di tenersi pronti ed in armi e al rintocco della campana del Comune si raunassero per quartieri. A ciascuno di questi fu assegnata la bandiera: al quarto di S. Giorgio lo stendardo bianco con la croce rossa e fu affidato a Jacopo di Buccio delle Cafasse; all’altro di S. Maria l'insegna bianca con testa di moro (8) e (1) Jacopo non inalzd il su0 stendardo con l'arma dei Caldora, che era inquar- tato di azzurro e d'argento. L'arma del sole forso era dei Caracciolo, perchè il comaado supremo dell'esercito, morto Muzio Attendolo Sforza, fu dato a ser Gi (2) Nicora pa Borsova, 872. Cimixetto, c. VIII, st. 18. Intorno a Menicuccio non è esatto, ciò che leggesi nell Annwori, !Il, 277, Avrò occasione di ragionare di lui e riferire i documo ti nella mia Storia della lotta fra Renato d'Angiò e Alfonso V d'Aragona. (8) « Nu campo blanco con tosta pagana ». Cixinetto, c. IX, at. 14 0 seg. Google OANELL UN 302 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1424) fu dato a Cola di Ciminello, ai quarti di S. Pietro e S. Giovanni furono assegnati i gonfaloni di due signori del Comune. Sulla mezza notte la campana diede il segno delle armi, ognuno andò al luogo stabilito: dopo tredici mesi di digiuni, di vigilie, di battaglie era per sorgere il sole, che li avrebbe visti o vinti e servi, o vincitori e liberi, salva la patria. Sull'alba uscirono primi quelli del quarto di 5. Giorgio, e andarono a $. Lorenzo, gli altri li seguirono taciturni senza mettere mano alle armi, perchè messer Jacopo aveva ammonito Antonuccio di non entrare in battaglia senza Il suo avviso. Nell'ora istessa scendevano dalla montagna d'Ocre le some dell'esercito regio; il Caldora le aveva mandate innanzi, come dicono, per averle pronte e spedite, data l'occasione, per intro- durle nella città, e forso per tentare la cupidigia dei bracceschi, i quali, per svaligiarle, si sarebbero sbandati. E questo avvenne, perchè i soldati, che Braccio aveva appostato pei greppi, come se le videro innanzi, contro l'ordine avuto, percossero le guardie, le cacciarono giù per Vallebona a S. Raniero, fecero preda. Ciò fu riferito al Caldora, e questi disse ai presenti, che facessero il dovere, avrebbe ripigliato le robe. Era intanto discesa nel piano la squadra di Luigi Colonna e di Menicuocio dell'Aquila €@ Braccio mandò ad affrontarla Pier Giampaolo Orsini; furono rotte molte lancie e i bracceschi respinti. Braccio fece movere le squadre del Conte Brandolino e del Gattamelata; Luigi e Menicuccio ebbero opportuno soccorso da Francesco Sforza, e dai più sperimentati capitani caldoreschi Manno Barile, Cesare Martinengo, Cattabriga. Il conte Francesco da prima si vide coi cavalli impediti nelle lame, ma, trattosi d’impaccio, cavalcò per l’argine del fiume e, trovato il guado, assali i nemici. A fianco di lui combatteva il fratello giovinetto Leone, il quale, troppo audacemente si cacciò innanzi fra i bracceschi, e, col- pito da una lancia, precipitò di sella, fu pigliato. Il Conte e gli sforzeschi corsero a salvarlo, e intorno a lui fecero uns zuffa stretta e sanguinosa; lo trassero a salvamento, ma il Mar- tinengo fu ferito. Così combatteva squadra contro squadra, quando Braccio fece entrare nella battaglia Stanchellino, îl Ba- glioni, Nicolò da Pisa, Antonello da Siena e Giovanni Unghero: la battaglia s'allorgava, perchè dall'altra parte accorsero le torme caldoresche numerose, violenti negli assalti. repentini, oogle (1424) LIBRO QUINTO 303 com'era consuetudine degli sforzeschi. Mandò Braccio altre otto squadre a sostenere i suoi affaticati, ma Luigi Colonna e Meni- cuecio ne infrenarono l’impeto. Più degli altri era andato innanzi di là dall'Aterno il conte Francesco, contro l’aspettazione di Braccio; fu tratte- nuto dai nemici, e Jacopo Caldora, per non perdere ciò, che aveva guadagnato, mandò anch'egli otto squadroni, e i brac- ceschi rincularono. Nicolò Piccinino era rimasto con la spada nella guaina a guar- dare gli aquilani, ma, o perchè vide i compagni affaticati, 0 certo della vittoria, temetto, che lontano della battaglia non avrebbe toccato parte della preda, lasciò il luogo assegnatogli e si cacciò nella zuffa. E narrano altresì, che fu sollecitato d’an- dare a battaglia per ordine avuto, e nessuno seppe mai da chi l'ebbe. Forse furono voci sparse per discolparlo del malfatto. Il Piccinino dunque, col primo impeto, turbò le ordinanze dei caldoreschi e le avrebbe rotte, se Jacopo non gli avesse sbri- gliati contro i cavalli di Ludovico Michelotti, di Ranieri, Leo- nello, Giovanni Cariglia, Pietro dal Verme e Andrea della Serra. Micheletto degli Attendoli però, infastidito della lunga e poco utile lotta, fra una compagnia di cavalli pose una mano di fanti: i cavalieri avevano a ferire gli uomini, i fanti a sbu- dellare i cavalli. L'espediento ebbe buon effetto, chè molti uomini d’arme furono scavalcati, e, mentre cercavano scampo, da messer Jacopo con cinquecento cavallî furono assaliti di fianco. Quando Braccio scorse, che i suoi piegavano, chiamò cento cavalieri della sua guardia scelti, fortissimi, li accom- pagnò a cento fanti, i quali guardavano lo stendardo e, messosi a capo di tutti, entrò nella mischia. Apri, mise in iscompiglio gli squadroni nemici, pervenne al gonfalone, lo squarciò, percosse il Caldora e lo gittò a terra. Per quella furia disperata i regii furono ricacciati tra la costa del monte e le lame; volò al soc corso Micheletto. Messer Jacopo aveva già mandato ad Antonuccio dei Campo- neschi Simone dell'Abate per ordinargli di farsi innanzi, ma questi tardò per molti impedimenti incontrati; or Battista dei Camponeschi, essendo andato a spiare sopra un poggio, vista la disordinata battaglia ed il pericolo degti sforzeschi, spronato il cavallo, corse ad Antonuccio e lo sollecitò a ferire i brac- Google cone 304 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1424) ceschi; subito questi discese con gli aquilani sopra le guardie rimaste al gonfalone di Braccio. Allora una grande moltitudine di donne aquilane, udito, che i loro entravano nel combattimento, trepide, uscirono dalle porte per vedere. Le scorse Braccio, e non sapendo che Anto- muccio's'era già cacciato nella battaglia, reputò, che fossero gli aquilani în armi; si volse a' suoi e disse loro: guardatevi da quei beccai. Antonuccio però era non lontano dal gonfalone, quando si scontrò con Simone dell'Abate, il quale: corri, gli disse, chè ho visto la gente regia in rotta e messer Jacopo sca- valcato. Gli aquilani, come ebbero udito ciò, si gittarono sui nemici e ferendoli con le spade e le lancie, martellandoli con le scuri, si aprirono il passo, giunsero al Caldora. Questi ram pognò Antonuceîo, perchè venuto tardi; disse la discolpa l’aquilano © domandato e avuto un cavallo fresco, si ricacciò nella zuffa, €, rotta la lancia, con lo stocco in mano pervenne alle bandiere >raccesche, gittò a terra il gonfalone, lo squarciò. E Jacopo fece allora l’ultimo sforzo, mandò innanzi le squadre fresche di Pelino da Cotignola, di Paolo Catena, di Federigo da Mate- lica, e i bracceschi andarono da ogni parte in volta. Braccio, ferito, stracco, mancatagli la voce, rauco, dava ordini per cenni: i suoi cedevano, i balestrieri perugini fuggivano senza trarre colpo, fuggiva il conte di Popoli; Pietro Giampaolo Orsini, il “qualo aveva combattuto dalla mattina, lasciava il campo. In un ‘punto egli vedeva declinare la grandezza conseguita con tanto ‘sudore, oscurarsi la gloria agognata: intorno a lui i cavalieri più fidi feriti, mezzo disarmati, trafelati tenevano ancora fronte ai caldoreschi, ma la giornata era perduta. Deliberò di finire la vita sotto il suo stendardo e con angoscia udi, che lo ave- vano squarciato gli aquilani: quando poi questi occuparono i guadi del fiume, la rotta divenne disperata, perchè ogni via dello scampo era chiusa. Li assali Giovanni d'Acqua Sparta, capitano della squadra braccesea decimaterza e incontrò la morte. Pel campo era una fuga di vinti, altri si studiava di campare la vita, e altri, scampatala, procurava di salvare le robe. Il Piccinino ed il Gattamelata furono fatti prigionieri, ma trovato modo di fuggire, corsero agli alloggiamenti e, rac- colte quante robe potettero, con poca compagnia, si ricoverarono (1424) LIBRO QUINTO 305 in Ocre, poi andarono al castello di Paganica, dove era raccolto il tesoro di Braccio. Questi si trovò solo a cavallo sul greto dell’Aterno; s'era levato la sopraveste di scarlatto trapunta d'oro e l'elmo dalla corona di argento, gli covriva il capo una celata. Lo ravvisò un lombardo, gli andò appresso e raggiuntolo ad un guado gli gridò: renditi, Braccio; altri nemici correvano intanto a quella via, Leonello, fuoruscito perugino, gli fu sopra con la lancia e gli levò la celata, Armaldo Brancaleone da Foligno lo raggiunse e lo percosse di spada al collo. Il Condottiero precipitò di sella, e Ludovico dei Micheletti gli died sul enpo un altro colpo di spada. Disteso a terra, Braccio pareva morto. Andò la novella ai vincitori e trasse a vederlo Jacopo Caldora, il quale, trovatolo miseramente a terra, lordo di polvere, bruttato di sangue, lo fece levare sopra un targone e portare a Barisciano. Aquilani e caldoreschi misero a sacco il campo. Questa battaglia fu sanguinosa sopra tutte quelle combattute da soldati di ventura, perchè molti ed acri odii vi s' incontra- rono: furono uccisi sopra mille cavalli ed uomini assai (1). Ognuno dei capitani usò la tattica di sua scuola: Braccio aveva fatto un mirabile disegno di battaglia; le suo genti erano stato disposte in modo, che erano guardate alle spalle dall’erta dei colli e da luoghi muniti, innanzi dal fiume, egli voleva accer- chiare i nemici e impacciarli nelle lame. Ruppero i suoi disegni i soldati appostati nella montagna d’Ocre per desiderio di bot tino ed il Piccinino, che lasciò il passo agli aquilani. I caldoreschi combattettero con la disciplina sforzesca negli assalti continui, gagliardi, di molta gente. Il conte Francesco mostrò, che morto il padre, gli sforzeschi non erano rimasti senza capitano, e a lui fu attribuita gran parte della vittoria. Aveva ventidue anni, e dalla battaglia dell'Aquila cominciò la sua fortuna delle armi. Ma senza l’opportuno aiuto di Antonuccio e la virtù degli aqui lani non avrebbero sofferto i bracceschi una rotta tanto disa- strosa, Fu la battaglia dell'Aquila combattuta di venerdì a’ 2 (1) Non sappiamo il numero dei morti. Il Crat.Lo, 65, afferma, che essi furono mille e 300 i feriti. Altri narrano, che furono uccisi mille cavalli e meglio di tremila persone. Ciò pare esagerato. 20. — Famaonia, Giovanna IT d'Angiò. Google NELL UNI 306 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1424) di giugno. 1424 (1). In sulla sera gli aquilani tornarono alla città, le donne e la gente rimasta uscirono loro incontro @ li accolsero în trionfo, con canti, con danze, con luminarie. La presenza dei capitani regii e del legato pontificio rese la festa più solenne; le porte furono coronate di fronde e di fori, sugli spalti delle torri furono accesi fuochi, suonarono a distesa notte e di le campane, che tante volto battute a martello avevano dato il segno dell’assalto. Dipoi con preci e processioni solenni furono rese grazie a Dio e a S. Pietro Celestino, al cui patro- cinio fu attribuita la vittoria. Braccio campò due di, non profferl parola, non trasse lamento; morì vinto, non domo, n" 4 di giugno. Raccontano, che Francesco Sforza andò a vederlo e trovato il medico, che con un ferro . sottile nettava la ferita del capo, diede con la mano inguantata sul ferro, che affondò nelle cervella (2). Luigi Colonna mandò il cadavere al Papa, che lo fece gittare in una fossa vicino a S. Lorenzo fuori Roma, perchè era morto in contumacia della Chiesa. Alquanti anni dopo Nicolò Fortebraccio fece raccogliere le ossa del grande Condottiero, le trasportò a Perugia, dove furono sepolte onorevolmente nella chiesa, e alla memoria di lui levò un monumento. Coloro, che si dilettavano di strologare, non mazicarono, quando Braccio fu morto, di affermare, che avevano avuto dal corso delle stelle indizii della sua misera (1) Diurn. di Montel. 83. CiuivztiO, e. X. Nicotd DA Bossona, 1. e. Miwer, 305, Giutiano Passano, 13. Stmoneta, 102 © sog, Cotienvecio -Cosro, 827, Cr vazuta, 370. Conio, par. IV, 749. L. Grxesius, 730. Caurano, 817 © seg. Ann. Forolio, cit. 214. ENrA Silvio PiccowomiN, De virtut clar. n. 9 App. Orat. sn Sfortia, R. I S. XXY, 381, Crattto, 64. Foxricutaxo, Belli Brac. narratio ap. Buamans, 39. Antwort, II, ad an. Para, II, 161, ed. 1901. oto. @) N Caminetto, e. XI, at. 30 narra: 211 Medico lì {8 presto venire, Ii tentare ciascuna ferita; Conte Prancesso sci (sì) lo lebbe a sentire, Quella persona magna e tanto ardila Con le sue mane sci lo medicone, Poco stette, el Signor Bracclo spirone p. Il Fonmicutano, fautore della famiglia Sforza, narra il fatto anch'egli, como lo narrano altri scrittori. (1424) LIBRO QUINTO 307 fine. E narrano altresi, che egli, prima di mettersi all’impresa dell'Aquila, aveva mandato alla moglie Nicola da Varano uno scrigno chiuso con l'ordine, che non dovesse aprirlo innanzi al suo ritorno. Come la donna ebbe la funesta novella della morte, l'aprì e trovò uno scettro e un manto vedovile, con le quali insegne aveva voluto intendere, che o sarebbe tornato con la vittoria signore di grande stato, o sarebbe morto ed ella avrebbe vestito le gramaglie (1). Qualsivoglia uomo della gran- dezza di Braccio, quando dispare dal mondo, dà occasione di dire molte cose. Certo è, che se Braccio avesse vinto, non l’Aquila sola, ma tutto l'Abruzzo avrebbe aggiunto alla sua signoria dell’ Umbria, e le sorti dell'Italia si sarebbero mutate. Lietissimo fu Martino V di essersi spacciato d’un pericoloso nemico, Quando i corrieri portarono a Roma la novella della vittoria, la famiglia del Papa cavaleò solennemente per la città; furono fatti per la Via Calò, rumori allegri e feste. Anche il Governatore di Bologna ordinò luminarie e fiammate (2). Il Papa diede ragguaglio della vittoria dell’Aquila al Re di Castiglia e di Leon e ad altri signori d'Europa (8). Mentre gli aquilani facevano le feste della vittoria, Jacopo Caldora ed il conte Francesco erano andati sotto il castello di Paganica, dove s'era ricoverato Nicolò Piccinino. Era. noto, che Braccio v'aveva depositato i sessantamila fiorini, che la Signoria di Firenze gli aveva man- dati per Neri di Gino Capponi; Nicolò venne a patto ed egli, Jacopo ed il Conte si spartirono il tesoro (4). Gli aquilani poi disfecero il castello di Paganica. In nome dell'Aquila, che prima dell'assedio era grande, divenne poi grandissimo, quando però fu posto mente ai danni sofferti per incendii, rovine, commerci interrotti, morte, rac- contando i fatti gloriosi solevano gli aquilani aggiungere: Per omnia supra scritta L'Aquila fa sconfitta. (1) Latti, Ster. di Camerino, par. Il, 165. (@) Ivressura, R. L S, III, par. II, 1122, M. DE Gnirronisus, Mem, R. I S. XVII, 230. @) Inrzssuna, R. 1, S. II, par. Il. 1122. Ravwatoo, ad an. (4) Cono, par. V, sul principio. Google NELLUNI 308 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1424) Anche intorno ai fatti dell'Aquila corsero, dopo che furono compiti, vaticinii di strologi: uno di Toscana sarebbe andato ad assediare la città, avrebbe disertato i campi, ma in fine l’atroce nemico sarebbe caduto (1). Gli aquilani riacquistarono agevolmente le castella del con- tado, mandarono ambascerie a Martino V per rendergli grazie di ciò, che aveva fatto per la loro salvezza, e alla Regina per rappresentarle le loro misere condizioni. Ella concesse loro ciò, che domandarono: a' 10 di luglio condoni alla città le collette e i sussidii dei fiscali, concesse franchigie di passo per le vet- tovaglie, affrancò per tutto il regno gli squilani dei dazii sui pauni, perchè erano molto industriosi nell'arte della lana, e facevano larghi commerci: vietò ai fuorusciti la dimora nel- l'Abruzzo, concesse i beni loro al comune, accordò di tenere zecca cinque anni per coniare bolognini (2). (1) È riferita nell’istoria di « Tome pE Chauta, Siculi Clarimontis oriundi gestorum per illustrissimum Alfonsum Aragonum et Sicilie Regem ». Il ms. in pergamena è conservato nell'Archivio di Stato în Napoli. Il racconto termina con l'aseedio dell'Aquila; è ua libro enfatico o vuoto. Nel penultimo foglio leggesi: « rempus erit longa quo tuscus met Obsidione, tui squalebunt Ignibr STORIA DELLA REGINA GIOVANNA II D'ANGIÒ LIBRO SESTO Google coRNE la Google Original rom CORNELL UNIVERSI Elfets della Vattagiia dell'Aquila. — I baroni del regno si fanno capitani di ventura. — La Regina fa murare Napoli sul mare, e chiede il servigio militare dai baroni per combattere gli Aragonesi. — Tumulto mosso da Malizia Carafa a favore degli Aragonesi. — L’ infante de Pietro parte da Napoli. — Pratiche dei fiorentini contro il Duca di Milano, e di questi colla Regina. — Intervento di Diartino F; sua autorità sui baroni. — Insidie del Ditca di Milano. — Traitati di lui col He Alfonso e coi ve- neziani. Con la vittoria dell’ Aquila trionfò Martino V; il nemico te- muto era morto e ricuperò le terre, che quegli aveva acquistato nell’ Umbria; il Duca di Milano non aveva più ostacoli alle sue ambizioni; Firenze, che in un punto aveva perduto denaro è capitano, vedeva in pericolo la sua libertà (1), e poiché occor- reva di provvedere senza indugi alla difesa, si studiò di assol- dare quanta gente potette da ogni parte. E allora manifestamente fu visto, come nel regno s'era mutato l'ordine della feudalità, perchè i baroni nella lotta fra Braccio e Muzio Attendolo Sforza avevano sperimentato, che chi era entrato nudo nella milizia, s'era arricchito colle prede, e chi aveva lasciato la marra, arri- sicandosi nelle frequenti battaglie, era divenuto conte, Il privi legio della nobiltà, il possesso delle castella non portavano ricchezza: i baroni quindi, se non potevano avere condotta (1) Near pi Gino Caproni, R. IL S. XVII, 1169, sorivo: « Si vedova manifo- stamente, che avendo Braccio con le suo genti, questa ora la nostra vittoria ». 321 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1424) dalla Regina, la domandavano dalle signorie italiane per met- tersi alla ventura. Il Conte di Popoli fece pratiche per andare ai servigi di Firenze con centocinquanta lancie e duecento fanti; le fece Olivieri Franconi di Lecce, soldato del Principe di Taranto, per se, cento uomini a cavallo e cento a piedi (1). Luigi Sanse- verino aveva avuto dalla Signoria seicento ducati, ma si scusò d’andare, perchè gli era stato vietato dalla Regina, e il Papa, cui serviva allora, aveva minacciato di cacciarlo nelle prigioni (2); Cristofero Gaetani si vantava d'esser guelfo e cittadino fioren- tino, disposto a fare la condotta, se questa non fosse dispiaciuta al Papa (3); Antonuccio dei Camponeschi ed il Conte di S. Va- lentino s'erano acconciati con Martino V {4}. Il Duea di Milano pel suo oratore Arrigo Vergellesi domandò alla Regina licenza per avere Jacopo Caldora agli stipendii suoi e l'ebbe, ma il barone abruzzese allora faceva pratiche con Venezia e Firenze, Il Cardinale legato di Bologna ebbe sentore di ciò e mandogli a dire, che le avesse rotte, perchè il Duca tra poco avrebbe mandato il Conte di Carmagnola in soccorso di Luigi III, il quale con lui ed il Conte Francesco Sforza avrebbe disposto del reame (5). Messer Jacopo non si mosse ed il grande Siniscalco e la Regina cominciarono a guardare con so- spetto Luigi III e a dubitare del Duca e del Papa (6). Alla corte di Avorsa era poi noto, che Alfonso, impedito dallo brighe col ro di Castiglia, non aveva dimenticato l'infante d. Pietro rimasto chiuso con poca gente nel Castelnuovo di Napoli: aveva egli ordinato a Nicola Speciale di mettere in ordine le galere ancorate nei porti della Sicilia, e ne faceva allestire venticinque nella Catalogna per mandarle a Napoli coll’ ammiraglio Federigo (1) Commiss, di RR. peut Ausizzi, IL 95, 90, (@) ia, 93. () Ivi, 126. (8) Ivi, 125, Nicod pa Bonsona, I, e. (5) Comme. cit. 210, 271. Ecco il texto dell'avviso del legato: « Cha non fucsia così, chè il Carmagnola presto passerà nel Regno con grande quantità di gente ni favari di Luigi LIT, e che insieme col figlinolo di Sforza e com messer Jacopo el Duca disporrà del Roamo ». (O Ivi, 101. Google ORNFLL'UNIVER (1424) LIBRO SESTO 313 d'Aragona Conte di Luna, figliuolo del re Martino (1). Preve- dendo il pericolo, fece la Regina afforzare la città sul maro con una muraglia, la quale dalla Dogana del sale andava al Molo piccolo (2), e invitò i baroni a prestarle il servigio militare per combattere gli aragonesi nel Castelnuovo e nel castello dell'Ovo prima, che fosse giunto il soccorso. Andarono quindi colle armi il Principe di Taranto (3), il Duca di Sessa, i Conti di Caserta e di Nola; il Conte di Sarno, infermo, mandò i soldati, che doveva e Marino Boffa una schiera di balestrieri, Ser Gianni ed i consorti suoi raunarono quante armi potettero: non mancò Francesco Mormile. A questo modo fu accozzato l’esercito. La Regina aveva fatto vice gerente di Napoli il Conte di Pulcino, è capitano di guerra Buccio di Siena per combattere le ca- stella (4), ma a’20 di giugno creò Pietro di messer Antonio Palagano di Trani commissario nell'ufficio di governatore di guerra e di giustizia in Napoli per debellare i nemici e difen- dere le vedove ed i pupulli (5) Le galere catalane a' nove di (1) Così lo Zuntra, III, lib, XIII, 172 t. Il Facto serive, che l'ammiragli d. Artal de Luna figlio di d. Antonio Conte di Caltabellotta. @) e A di 2 do lunio (1424) foro principiate lo muraglia della Marina dalla Dobana del sale infino al Molo piccolo ». Toxxaso Carania, in Perger Cron. Antiquiss. I, 33, Oîr, Diurn. di Montsi. 84. NOTAR GiacoMo, 19, pone questa notizia tra i fatti del 1425, (8) A°4 di luglio il principe stava ad Acerra, come presso il Papa. Comm (4) Diurn. di Montel. 84. Buccio di Siena, vecchio uom d'arme, aveva com- battuto con Gentile da Momierano contro Ladislao. Ivi, (0. Fra barone di Grumo 0 S. Erasmo nella terra di Lavoro, e a queste terre la Regina a' 2) novembre 1420 aveva condonato în perpetuo colletto ed altri diriti Arch. di Stato in Nel ngo, cho nel 1433 fu fatto capitano © di guerra in Napoli per giudicare «de quibuscumque causis et delitis cîvilibus usque scilicet dumtaxat ad sum mam unciarum duarum de carolenis argenti ponderis generalis et infra pro qua- libet huiusmodi causa et debito vertentibue inter cives et cives civitatis ciusdom at inter erteror at erteron confluantes ad civitatom samdem ac inter civos ot extoroa, et extoros et civen », Reg. Ang. 377 £. 306 t. Fu poi sostituito da Ven: tura de Alvito. Ivi £. 190 t. Questo foglio è lacero. (6) Il Detta Manna, nei Discorsi delle famiglie estinte, riporta il diploma di nomina dato ad Aversa il 20 giugno 1424, ma non cita fonte. Il Mintert- Riccio, negli Studîi sui fascicoli angioini, p. 30, ne riporta va sunto tratto dal £ 716 del mo. del pe Letto, Îl qualo cita il Faso. 05 £. 00. Or questo fascicolo in parto è perduto © forse molta parte è rifusa in altri, fu iscono gli oratori 314 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1424) luglio entrarono nel porto di Napoli: due volte le ciurme discesero a terra per invadere ln città, e furono ricacciate nel mare dai regii; però dall'una parte e dall'altra furono più le grida ed il fragore delle bombarde, che il danno (1). A quei di, i fautori degli aragonesi mossero nella città un tumulto. Capo di essi fu Malizia Carafa, il quale saccheggiò le case di molti noti per la devozione alla Regina, li ferì di coltello, imprigionò, tolse denari e gioie. Ma il rumore fu quetato, e la Regina mandò a Napoli il notaio Dionigi da Sarno maestro razionale della Sommaria per le informazioni; molte robe furono raequistate e depositato ne' monasteri per essere restituite a chi le aveva perdute (2): messer Malizia, temendo la pena del mal fatto, fuggi a Sessa. Intanto i catalani, dopo aver combattuto senza pro la torre del Molo piccolo, difesa gagliardamente da un cavaliere napo- litano, disperarono di avere la città; l'infante d. Pietro affidò le castella a Dolman Carcirera e si parti coll’armata (3). La condusse innanzi Gaeta per toglierla ai genovesi, ma Cristofero Gaetani mandò i suoi soldati per difenderla, ed egli fece vela per Livorno (4). I fiorentini, che a’ 28 di luglio erano stati vinti a Zagonara da Angelo della Pergola capitano del Duca (5) ed () Commiss. di R. vesti Atmzzi, Il m. 578, 130. Esatto è Noran Giacomo, 72. Oîr. i Diurn, di Montel. 84 (8) Malizia mise a succo lo enso di Petrillo o Antonello ds Sicole nolla piazza de' Cimbri, di Antonello da Teano segretario della Region posto a S. Nicola dei Pistasi, di Urbano de' Giini nel chiassuolo dei Gini innanzi a S. Arcangelo a Baiano, di Giovannello Cotogno, Antonia Carduina + Maso Quarracino ai Pistasi, di Antonio a Lombardella do Simis al vico de' Baiani. Ferî dî coltello Petrillo do Sicola, face legaro © menare prigioniero alle sue cass il fratello di lui Anto- nello; rubò ssimila dusati, duo collane d'oro apprezzato ducati 800, ventisette anella valutate 160 ducati ete. Botrito, Me. Variarum rerum II, Bibl. di S. Martino sopra Napoli. Neta- menti del Notar Dionigi da Sarno ragioniere della r. corte. I danni urrecati dal Carafa si trovano enumorati in un intrumento del di 8 febbraio 1426 del Notar Pappanzogna, della cui autonticità rimane qualche dubbio. Cfr. Sunmonts, lib. IV, 600. (8) Zunmta, II (4) Commiss. di R. prati Atmzzi. Lettera dol 3) luglio 1424, Il, n. 578, p. 199, m. 530, p. 1! Ivi; 132 a 142, Nent Di Gino Carrot, li cs 1163, oogle CORNELL'UNIVERSIT (1424) LIPRO SESTO 316 erano senza difesa, speravano, che l’Infante sarebbe andato a molestare le città della costiera ligure, tuttavolta provvidero al loro bisogno con tanta magnanimità da ricordare la sicura coscienza del senato romano, quando si vide Annibale alle porte (1). Occorreva sopra tutto levare le differenze col Papa e metterlo in sospetto pei disegni del Duca di Milano e a questo fine a’ 12 giugno 1424 gli mandarono oratori Vieri di Vieri Guadagni e Rinaldo di Maso degli Albizzi uomo chiaro in patria, e sperimentato venticinque anni în commissioni diffi- ili; questi supplicarono Martino V ad interporre i suoi buoni ufficii, acciocchè il Duca levasse di Romagna le sue gonti d'arme (2) Il Papa da prima si mostrò severo e rinfacciò loro quello, che i fiorentini avevano fatto in danno della chiesa col dare favore a Braccio, sollecitare Sigismondo a rau- nare il Concilio, persuadere Alfonso d'Aragona a mandare l’An- tipapa nella Sardegna, e i bolognesi e gli anconitani a ribellarsi; li assicurò tuttavolta, che egli rimaneva buon padre ed amico della Signoria (3). Ma a mutare l'animo del Papa più delle per- suasioni degli oratori fiorentini potettero le opere stesse del Duca. Questi ordinò al suo ambasciatore in Aversa, Arrigo Ver- gellese, di proporre alla Regina una lega; c’era però nelle sue proposte quel modo misterioso, che faceva parere tutti i disegni suoi incerti, pericolosi. Voleva mandare nel regno il Conte di Carmagnola con duemila cavalli, la Regina avrebbe dovuto dargliene altri mille, farlo grande Contestabile e pagare tutta quella gente, la quale sarebbe rimasta a disposizione di Luigi III. Quale fosso il fine, al qualo il Duen tendeva, era chiaro, le proposte non piacquero alla Regina; ella era stata tanto ca- stigata da Braccio e da Muzio Attendolo, che di tali Conte- stabili non ne voleva più; mandò quindi al Papa il mer- (1) La consulta degli Il di agosto detto « il Consi atti furono pubblicati nelle note dollo Commissioni spesso cit. Il, 144 0 sog, è mirabile. Tra gli altri oratori Galileo di Giovanni Galileo « dizît et consuluit: quod in adversis viriles homines cogaoscuntur, et quod iater cotera et laudabilia, que de populo romano seribuntur duo memorantar: quod de adversis animum non minuerunt, et ex prosperis non ant elati ». Si senta la granderza romana, cho torna coi primi studii dell’umanesimo, (@) Commmiss. cit. 104, 178, 180, 184, 205, 210. 1) Commiss, cit. n. 537, p. 96. grandissimo » i cui Go gle ( E 316 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1424) cante pisano Gherardo de Sardis, perchè lo supplicasse ad adoperarsi, onde il Conte non andasse e sconsigliasse il Duca da quel proposito. Gli oratori fiorentini avuto ragguagli del fatto, fecero istanze al Papa, acciocchè l'esercito ducale non entrasse nel regno senza volontà sua e della Regina; ed egli vedendo, che quel disegno del Duca, turbava i suoi, un di loro disse chiaro, che aveva provveduto in modo, che se il Conte di Car- magnola avesse voluto andare non avrebbe potuto (1). Pei diritti della chiesa, per le grandi signorie che avevano acquistato i colonnesi, ed egli meditava di accrescere, pel favore accordato alla Regina, voleva reggere il regno colla sua mano, e non soffriva, cho altri si fosse intromesso ne” fatti di esso (2). E avvenne a quei di, che Martino V, vedendo, che la regia corte non rompeva le pratiche col Duca, adombrò, e la Regina e Ser Gianni considerando la grande sollecitudine, che il Duca aveva per Luigi d’Angiò, più dubitavano della costui fede. I baroni più potenti però avevano gli animi intenti al Papa, aspettando gli effetti di quelle trame, che si tendevano da ogni parte d'Italia. Luigi Sanseverino, i parenti e consorti di lui, la casa Gaetana, i baroni abruzzesi ed altri d'ogni parte del regno ubbidivano al Papa, più che alla Regina, e se qualcuno di essi per turbolenza dei tempi, per ambizione, per bisogno di denaro sî metteva a qualche impresa dannosa alla chiesa, alla voce del Papa la lasciava. Antonuccio dei Camponeschi, il quale già era stato al soldo dî Martino V, fu con altri baroni abruzzesi richiesto dai fuorusciti perugini per essere ricondotti a casa; al Papa ciò non piaceva e ordinò quindi a Luigi Sanseverino di envalcare con le sue genti a Perugia per mantenere la città e mandò a dire ad Antonuccio, che se non lasciava quell’im- presa l'avrebbe reputato ribelle (3). Jacopo Caldora, fedele alla (1) Commiss, cit. n. 720, p. 314. @} A'5 di ottobre 1424 gli oratori fiorentini riferirono alla signoria: « E per certo, signori, ogni dì veggiamo più crescere a costui (il Papa) i sospetti del Duea, 0 forte temore quosta ava impresa dol Regno: parò che tutto quello go- voro aveva ed ha appropriato a sè; che (come sapete) l'uno dei fare Principe in luogo di Messer lordano; l'altro Conte in luogo del Jacopo Colonna fatto Conto Camerlingo, © Antonio Colonna ia questi di no va vicerò d'Abruzzi: e così piglia tutto. » Ivi n. 650, p. 210. GB} Ivi, n 777, p. 372, 379. (1424) LIBRO SESTO 317 parte angioina, avrebbe fattn la condoita col Duca di Milano, più che con altri, per l'amicizia di Luigi INI, ma, come lo raccontato, era stato dissuaso dal Legato; fu richiesto per capi- tano dai fiorentini, e Martino V, il quale non voleva, che uscisse dal regno, come di Ciò ebbe l'avviso, mandò a chiamarlo. Reca- tosi a Roma messer Jacopo fu duramente accolto; ho sentito, gli disse il Papa, che tratti coi fiorentini, per andare al soldo loro; sai, che la Regina è in lega col Duca e devi credere, che non l’avrà per bene, se lo fai, e io voglio, che tu non vada (1). Il Principe di Taranto aveva spedito a Roma un suo can celliere, e il Papa mandò por lui e domandagli, so il Principe s'intendesse col Duca; quegli rispose, che il Duca l'aveva fatto tastare, se voleva essere suo uomo, chè n’avrebbe avuto grande benefizio. Il Papa, udito ciò, adirato, disse: « questo Duca cerca ogni via per farsi grande, ma forse non gli riusciranno gli avvisi» (2). E non mancavano occasioni, che rinfocavano lo sdegno del Papa contro il Duca. Questi, come la sua mute- vole indole portava, s'era volto ai veneziani, i quali nongli erano amici, e lî assicurava, che voleva ubbidire al Papa solo in quelle cose, che appartengono all'anima, ma nelle cose tempo- rali di guerra e di pace voleva faro ciò, che piaceva alla Si- gnoria di Venezia (3). E nello stesso tempo, mentre si studiava di allontanare dalla Lombardia 51 Conte di Carmagnola, che aveva in sospetto, e mandarlo nel regno contro gli aragonesi, trattava di pace @ lega con Alfonso: questi voleva il castello di Bonifazio nella Corsica, ed egli era disposto a darlo, ma in cambio domandava il castello dell'Ovo ed il castel Nuovo in Napoli © le altre castella, cho nel regno erano rimaste agli aragonesi (4) Questi maneggi erano condotti segretamente, acciocchè non ne avessero sentore i genovosi. Nè interruppe Il Duca quelli, che andava facendo colla regina Giovanna e mandò ad Aversa Giovanni Lancerato de Crottis e Arrigo Ver- gellese suoi oratori. Per lettere di credenza presentarono essi un istrumento rogato nel castello di Porta Giovia addi 8 feb- (1) Ivi, ne 776, pi 370, agosto 1425, (2) Ivi, n. 377. (8) Ivi, II, 271. (4) Di, relazione del 21 ottebro 1424, n. 683, p, 251. Google 818 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1423) braio 1425, col quale Filippo Maria dava loro facoltà di trattare e fare in suo nome convenzioni, leghe, unione colla Regina e Luigi III; prometteva di reputare ben fatto, ciò che essi avreb- bero conchiuso. E fu fatta una lega con questi patti: ciascuna delle parti si teneva obbligata d'avvisare l'altra di ciò, che potesse arrecare pregiudizio e danno: nessuna poteva movere guerra o fare tregua e pace senza il consenso dell'altra: pro- mettevano di non molestare il Papa, nè togliere partito contro la Signoria di Venezia. L'atto della lega fu rogato in Aversa a'5 di aprile 1425 per Antonello di Tenno, assistito da Ange- lillo di Capua notai e segretarii della Regina, presenti Ottino Caracciolo grande cancelliere, Ser Gianni Caracciolo grande siniscalco, Giovanni de Kaineriis da Norcia milite, locotenente del grande Camerario, Goffredo di Gaeta giureconsulto, Gio- vanni Dentice milite siniscalco, Monaco d’Anna, milite sini- scalco, Gauterio Caracciolo milite ostiario del regio ospizio (1). Escluse le offese al Papa ed ai veneziani, la lega del Duca e della Regina era stata dunque fatta contro i fiorentini ed Alfonso, e i fiorentini, i quali con tanta sollecitudine vigilavano per la conservazione della loro repubblica, come ne ebbero notizia, ripresero col Re i trattati spesso iniziati e mai con- chiusi. In quel tempo l’infante d. Pietro era andato nel mare della Liguria con una forte armata per togliere la città al Duca, coll’aiuto dei fuorusciti; occupò Rapallo, Recco, Sesto, Casti- glione e Chiavari e quegli allora propose di accordarsi col Re d'Aragona, mostrandosi disposto a cedergli Bonifacio e Calvi nella Corsica. Piaequero ad Alfonso le proposte, ma vedendo poi, che pigliava tempo a mandarlo ad effetto, a 10 di novembro 1425 spedì in Italia Bernardo de Cabrera e Andrea de Biure con queste commissioni: trattassero coi fiorentini, i quali vole- vano assoldare quattordici galere catalane, se con essi non (1) Oste, Doc. dipl. tratti dagli ar od Angelillo di milanesi Il, 130. Antonello da Teano to îl maggior na- mero dei diplomi i ottobre 1429 ridusso da un’oncia a tareni 19 le prestazioni annuali del feudo « li sceglyuni» nel teni- mento di Calvi © Torro Francoliso venduto da Vannella © Pichella Scaglione di Aversa ad Antonello, Reg. Ang. 377, £. 194. Angelillo nal 1431 comparò il fento di Friano presso Aversa. oogle (1423) LIBRO SESTO 319 fossero venuti ad una certa conclusione, fossero andati al Duca colla proposta di questi patti per una lega: il Duca gli avrebbe ceduto la Corsica, e, per guarentigia Porto Venere e la Spezia, avrebbe riavute le castella della riviera; Alfonso poi gli avrebbe permesso di assoldare gente ne'regni suoi per combattere i fuorusciti genovesi. Raccomandò agli oratori di non offendere i fiorentini, ma di vigilare, se trattassero coi veneziani, per cacciarlo d’Italia (1), poichè i Dieci della balia avevano man- dato a Venezia Lorenzo Ridolfi, uimo di grande autorità, il quale, avendo dimostrato di. quanto pericolo fosse, lasciare che il Duca erescesse di stato, colla gravità delle ragioni, persuase i veneziani a rompere i patti col Duca e unirsi ai fiorentini contro di lui (2). Il Duca allora vide, che nelle condizioni presenti era meglio di accordare Alfonso. Ho brevemente nartato ciò, per avere ragione de’ fatti futuri, e per mostrare come Alfonso si mischiasse agli avvenimenti d'Italia, La fede del Duca però era sempre incerta, ed ora più che altrove gli occhi e i desideri suoi erano volti al regno. Il castello d'Ischia era restato in mano del Re, or il capitano aragonese, che vi comandava, o spontaneo o tentato da: denaro, mandò a Roma Marino Pisano per trattare cogli uomini del Duca del modo di dargli Ischia e Capri. Voleva tredicimila ducati. Il cardinale Brancaccio, amicissimo della signoria, avuto notizie del tradimento, ne tenne avvisato Michele Cossa, e i fio- rentini, i quali ne informarono l'Infante d. Pietro (8). Nello stesso tempo i cittadini di Gaeta congiuravano per fare novità contro i genovesi. Tutti desideravano di avere quel forte luogo: doleva alla Regina, che il Duca di Milano glielo avesse levato amiche- volmente, lo voleva il Papa ed alla Regina offriva il cambio di Benevento ed Ascoli del Piceno (4); or î gaetani volevano darla agli aragonesi. I genovesi, i quali con molte galere ave- vano corso îl mare per tutta l’està ed arrecato gran danno ai (1) Bruertti, De dello inter. Hispanos et Genuentes Lib. I, 1985. Zunira, III, lib, XII, 174. Asuiato, o. c. lib. XIX, 105. Neri bi Gixo Caproni, 1163. @ Amunato, Ivi, 112 € seg. (3) Commiss. n. 377, agosi (4) Ivi, n. 282, p. 398. oogle A OvERen 320 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1424) fiorentini, erano colle navi sulle ancore nel porto di Civita- vecchia quando, sulla fine di settombre andò la novella delle novità di Gaeta; prestamente focero vela, giunsero a tempo innanzi alla città, repressero i congiurati e ne bandirono quat- trocento (1); condussero poi tre gulere a Capri per occupare il castello a tradimento, ma, come presero terra, furono nssaliti dai difensori, e con danno ricacciati nel mare (2). 0) Ivi, n. 822, p. 410. (@) Ivi, n. 850, p. 452. Google SO I Ser Gianni Caracciolo ed 4 Colonnesi producono nuovi turba- monti nel regno: pretensioni di Martino V per ingrandire il nipote. — Matrimonio di Antonio Colonna con Giovannella Ruffo. — Processo e morte di Filippo Filangieri, ribellione e fine di Francesco Mormile. Queste intromissioni del Papa, del Duca, di Alfonso nei fatti del regno dimostrano la condizione miserevole, nella quale era stato ridotto dai perversi consiglieri della Regina: quando tutti s'impacciano della casa tua, la rovina è imminente. Morto Muzio Attendolo Sforza, partito Alfonso, Ser Gianni aveva rac- quistato potere; volgeva e guidava Giovanna, raggirò il Duca d’Angid buono e docilo, chiuso l'una e l'altro nel castello di Aversa. Finito Braccio, Capua era tornata al regio demanio ; Ser Gianni ne desiderò la signoria, e per guarentigia di quarantamila ducati, che pretendeva per la condotta di gente d'armi, l’ebbe dalla Regina collo torri, il Castello delle pietre, quel di S. Erasmo, il parco e tutti i diritti feudali (1). Tra poco il vasto regno (1) Beco la parta più importante dol diploma; « Volentes itaque ut ad pro- positam revertamus prefatum ducom Magnum Senescallum do prefata pecunia sicut predizimnus cautuma reddero et securum linbentes Lenentes et possidentes juste et rationabiliter ac ex justia titulis et causia prefatam civitatam Capue cum Turribus castro Lapidum et prefatum cestrum sancti berasmi prope Capuam cum parco finibus limitato pertinenciarum diete Civitatis nostre Capue cum Romiailue vaxallis vaxallorumquo redditibue.feudie foudatariia aubfoudatari casalibue villis scu casalonia Inrdonis ostia vincia domibuf furnis tenimentis ter- 21. — Faracua, Giovanna II d'Angiò. ‘ Google RE 322 GIOVANNA Il D'ANGIÒ . (1425) sarebbe stato poco a satollarlo. Angelo di Costanzo nella sua istoria non dubitò di affermare, che la Regina aveva donata Capua a Ser Gianni, il quale «usò questa modestia, che non se ne volle intitolare mai principe (1) ». Ed in questo giudizio sono due errori, perchè non ebbe in dono Capua, e non fu virtù di quell'uomo esser modesto (2). E mentre egli s'ingran- diva, ai Colonnesi la loro grandezza pareva piccola, dopo la rotta di Braccio, della qualo si attribuivano il merito. Papa Martino V voleva da Ramondello Orsini conte di Nola le ca- stella di Nettuno e d'Astura, e gli offriva il compenso di denaro, ma il Conte preferiva meglio in cambio Palma e Sarno, terre grosse, le quali avrebbero ampliato îl suo contado di Nola. Palma cra stata già posseduta da Pietro Orsini padro di Ra- ritoriis terris cullis et incultis montibos planis pascuis berbagiis pratis fidi el diffidia nemoribun silvis aquis aquarumque decursibus molendinis bactinderiia piscariis venacionibus Baiulacione Baucho lusticie ia civilibus catellis pedagi meroque et mixto împario collectis et aliis fiscalibus functionibus luribus et lurisdictionibus racionibus et pertinenciis eorum oranibus ad illam ct illa spec- tantibus el pertinentibus quovirmodo tenore presencium de certa nostra scien Biden duci magao sonsscallo presenti recipienti et atipulanti pro se suisque Leredibus et successoribus universalibus el particularibus pro jamdictia ducatia quatraginta milibus sexcentis decem et octo cum dimidio racione preteritorum stipendiorum predictorum damus assignamus et tradimus ia pignus éi loco pi- gnorir mupradictam civitatem nostram Capue.., » Aversa 22 ottébre 1425 Reg. Ang. 351, £. 270. (1) Dopo la morte di Ser Gianui i Capuani richiesero la restituzione di alcune gabelle loro donate da Ladislao e confermate dalla Regina, delle quali « spoliati fuerint per quondam Sir lannem Caraczolum ete. tum dietam civitatem a nostra maiestato in pignora certo modo tenentem...» Reg. Ang. 377, f. 355 (2) Il Poxramo nel libro V do modestia meglio disso, che Ser Gianni non usò il ditelo per prudenza. Non è enatto però quando ne adduce la ragione. « Pria- cipatum eur a regum filiis solitum administrari, titulumquo priocipatus eius est illius solum, qui in regno essot post Regis obitum statim succosurus l tempo dei Re aragonesi, quando il titolo di principe di Capua fa dato a Ferradino figlinolo di Alfonso, il quale era duca di Calubria ed erede bastardo. 5, colla notizia del Pontano, lib. IV ed. cit, 605, va ben oltre col Vacando quel principato (di Capaa) il Gran Siniscalco, che sspirava alla Regia dignità, pregò la Regina, che nell' investisse, ella tosto contenta gli lo concessa con slcuna conditioni, come una scrittura sotto la data delli 22 ottobro 1425 no! Registro di Giovaana Il, 1445 (sic) fol. 278 ». L'indicazione del Registro è errata. della corona, vivendo ancora Ferranto I, n oogle CORNELL UNIVER (1425) LIBRO SESTO 823 mondello, ma Ladislao l'aveva tolta a lui e data a Marino di 5. Angelo conte di Bisceglie e Sarno. Nel 1420 Ramondello richiese alla regia corte la restituzione della terra, e la Regina non dubitò di affermare, che Palma era di lui per diritto di successione (1); ma fra i rumori della guerra non la riebbe. Ora per la richiesta del Papa la Regina roputò propizia l'occa- sione per favorire il conte nolano, e fare cosa grata a Ser Gianni: ma non volle cedere Marino, e la regia corte mandò Renzo da Monticello con molti soldati a combattere îl castello di Sarno, e con la forza delle armi l’ebbe; Papa Martino allora si tolse Nettuno ed Astura, il Conte Palma e Sarno (2). E il Papa domandò alla Regina pel nipote Avtonio, principe di Salerno, Eboli, Campagna, Castel dell'Abate, che erano di Francesco Mormile, e Sanseverino, signoria di Tommaso San- severino (3) Il Mormile, flero e aperto nemico di Ser Gianni, disse, che la Regina non avrebbe avuto una pietra delle sue castella e s'afforzò in Eboli, e questa mandò molta gente d'arme a combatterlo, ma egli si difese con tanta virtù, che i nemici stettero a lungo e senza prò intorno al castello (4). Martino V però non era satollo e guardava a lungo. Volendo dare moglie al nipote Antonio, avrebbe trovato per lui donne ricche e per nobiltà insigni, ma egli aveva in mente il regno più che ogni altra cosa e volse il pensiero a Giovannella figliuola di Nicola Ruffo marchese di Cotrone e conte di Catanzaro, signore di un ampio stato nella Calabria. Trattarono del parentado Gio- vanni da Gennazzano, scudiero e procuratore pontificio (5) e Pietruceio Carioso di Misuraca. Avuto il consenso della Regina, ciascuna delle parti depositò duemila fiorini per guarentigia (1) Reg. Ang. 375 (. 174, t. Nel 1429 la Regina, a richiesta di Marino An- tonio di S. Angelo aveva condonato ai cittadioi di Sarno once cinque sulle col- lette. Reg. Ang. 372, f. 58. @) Diurn. di Montel. 85. Buoxiscontro, 134. Cfr. Gaeaorovivs, St. di Roma lib, XIII, cap. (8) Morto in Siena a' 19 di agosto 1422 Giordano Coloana il figlivolo Antonio gli era succeduto nel principato. (4) Diurn. di Montel, 85, V. Mvovos, Stor. della fam. Colonna, 249, () Giovanni Orlandi di Gennazzano ebbe pei con r. diploma del 1° di sst- tombro 1427 Civitella nell'Abruzzo ultoriore, in guiderdono Reg. Ang. 377, (156, d Google : 324 GIOVANNA TI D'ANGIÒ (1426) degli sponsali da celebrarsi nel termine di un anno e mezzo: il Marchese promise alla figliuola cinquemila fiorini d’oro în moneta, tremila di gemme: ma se a lui fosse nato un figliuolo, Giovannella sarebbe stata esclusa dalla successione feudale ed avrebbe avuto per le doti de paragio ventimila fiorini d'oro; se fosse morto senza prole maschia, ella, come figliola primo» genita, avrebbe ottenuto contado e marchesato, ma avrebbe dato alle sorelle nubili le doti de paragio. A Polissena, altra sorella già maritata, aveva provveduto il padre. La nuova famiglia doveva togliere i cognomi Colonna Ruffo e inquartare le armi. La Regina a' 25 aprile 1425 diede il regio assenso a questo contratto (I), col quale parve assicurata al nipote del Papa la signoria del marchesato di Cotrone e del contado di Catanzaro, poichè il marchese, già molto innanzi negli anni, non dava speranza di avere altri figliuoli. Ma era più facile faro promesso di matrimonio, che quietare le «ire dei baroni, e porre un termine alle vendette di Ser Gianni. Mentre i sol- dati della Regina si travagliavano intorno alla rocca d’ Ebol inutilmente, egli volse le armi contro Filippo Filangieri, detto Prete, che gli ern consanguineo e compare, il quale non sapeva perdonargli d'avere rapito alla sua famiglia il contado di Avel- lino. Mandò Giovanni de Beccaluciis ad assediarlo nel castello della Candida, dove Filippo, buon soldato, si difese acremente sino allo stremo; ma in fine il castello fu preso d'assalto, ed egli, fatto prigioniero, fu mandato ad Aversa. La Regina a' 10 d'agosto 1426 ordinò contro di lui un processo sommario e lo commise ni giudici Leonario de Camparino di Ascoli, locote- nente del grande Giustiziere, ed ai giudici della Magna Curia, i quali andarono ad Aversa, fecero il giudizio; nessuno però seppe mai che avvenne di Filippo Filangieri. Corse la voce che era stato annegato nel fiume di Capua (2). Angelo di Costanzo narra (3), che il grande Siniscalco spogliò (1) Reg. Ang. 370, £ 31, Corpi, Memorie Colonnesi, Roma 1855. @) Reg. Ang. 377, £ BA. Diurn. di Montel., 85, Giova ricordare, che Filippo era andato col Caldora all' impresa dell'Aquila. Nel 1417 con Jacopo An- tonio della Marra, detto Serino, preso ls armi per contrastare a Francesco Zurlo la signoria di Sololta, La Regina, per dare fino al piato pericoloso ordinò, che la torra fonso dovoluta al regio domanio. Rog. Ang. 374, f. 78. xv. (1496) LIBRO SESTO 328 Gincomuzzo di Costanzo delle terre di Maida, Rosano, Misiano, Mottanomera e Motta Rossa, da Spatinfaccia di Costanzo acqui- state nella Calabria, per darle ad Antonio Colonna e rende benevolo il Papa; tolse a Tommaso di Costanzo il governo di Somma, che il padre e l'avo avevano tenuto settant'anni per concessione di Giovanna I; e questo avvenne, perché quelli della casa di Costanzo, beneficata da Carlo III di Durazzo e da Ladislao, «si doleano, che la Regina col suo disonesto vivere macchiasse le glorie e la memoria di quei re suoi antecessori ». Di ciò non trovo altra testimonianza oltre quella di messer Angelo. Onesta così è difendere i suoi, ma non è da cavaliere l’insulto ad una donna, che già era sul confine della vecchiezza, So bene d'altra parte, che nel 1387 Carlo II di Durazzo tolse ogni bene a Nicola Costanzo, per ribellione (1), e che le terre di Motta Rossa detta Relliloci, e Motta Accomeri detta Messanora nel 1419 furono comperate dal Conte di Sinopoli ( Non mancarono in altre parti cagioni di rumori e di bat- taglie. Giovanni Antonio Orsini del Balzo, principe di Taranto possedeva Guardia Lombarda, ma Giovannello Zurlo pretendeva, che fosse sua, e reputando, che in nessun modo, salvo colle armi, avrebbe ottenuta giustizia, mise il paese a rumore, armò i suoi o di notte per sorpresa entrò nella terra. Il Principe se nc richiamò alla Regina, la quale ordinò a Giovannello di lasciare la Guardia, e questi, non solo non ubbidi, ma con le sue bande disertò le terre del Principe e menò prede e prigionieri; mentre però faceva questo, morì, I figliuoli Jacopo e Marino, non meno audaci di lui, perdurano nella ribellione, e poichè il Principe stesso andò a combatterli, gli stettero a fronte; vedendo poi che erano inferiori per armi, arsero e disfecero In Guardia, acciocché, se essi non potevano tenerla, non l’avesse avuta manco l'avversario. La Regina ordinò a Jacopo d'andare a lei (li Mimeni Ricoro, I notamenti di Marteo Svivetio da Giovina:so difesi ed illustroti, 40, 41 (8) A 9 di gennaio 1419 lu Regina ordinò a Pietro Paolo da Viterbo mar chese di Cotrone, conte di Belcastro, capitano di guerra nel Ducato di Calabria, ad Antonuesio doi Camponenchi capitano degli uomini d'armo, a Nicola do Arenis, a Nicola e Jacopo Ruffo di dare al conte di Sinopoli il possesso di quelle terre. Reg. Ang. 372, f. 160. : Google I eri 326 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1426) per discolparsi, non andò; gli fu assegnato il termine di otto di, non comparve. A' 22 di luglio 1426 la Regina tolse alla casa Zurlo i molti ed ampii feudi, che possedeva, donò al Prin- cipe Salice e Guagnano nella Terra di Otranto, sequestrò Pio- tragalla ed altre terre nella Basilicata. Così fu quasi disfatta casa Zurlo (1). Rimaneva non domo ed în arme Francesco Mormile or in tregua, or combattuto dalla regia Corte. Nel 1427 egli diede in moglie a Luigi de Gesualdo la figlivola Emilia con cinquecento once in conto delle doti, le quali furono assicurate sul castello di Calitri in terra beneventana (2); e la Regina prestò l'assenso regio addi 2 marzo 1427 (3). Ed è a notare, che nel diploma la Regina intitola Francesco uomo magnifico, milite, maresciallo del regno, ma non aggiunge, come era consuetudine, nostro devoto e fedele diletto, perchè perdurava nella contumacia, so- stenuto dai baroni nemici di Ser Gianni, e sopra tutti de Tom- maso Sanseverino. Ma poichè questi si accordò colla Regina, ella addi 4 ottobre 1427 comandò al giustiziero del regno di procedere sommariamente contro Francesco e i consorti suoi © sequestrarne i beni. Le accuse mosse contro di lui furono queste: congiurava contro la Regina e lo stato, facendo leghe e trattati co' nemici di essa, era colpevole di maestà, di soprusi, di eccessi, contro il regio volere teneva Eboli (4). Perdurò il fiero barone nella contumacia, ma, stretto da Antonio Caldora, dovetto cedere, e propose patti, che voglio riforire nel dettato originale, come documento della lingua italiana usata nel regno a quel tempo. «Damo Henrico Morimilo nostro frate in mano de miser Pe- tricone (Caracciolo) Reginale viceregente, de Andrea de Serra, Rufino et Buczo de Sena Reginali commissarii et cet. con pacto, che Antonello Rugio ande ala Maiesta de Madamma (la Regina) ad parlare cola dieta Majesta che piaza ala dieta (I) Reg. Ang. n. 377, £. SI L @) Ciò fu fatto n...-per cultellum flexum per eos (Luigi ed il padre suo) positum in manibus prediete Emilie, secundum consuetudinem Comitum et Ba- zonum huins Regni ». Reg. Ang. 377, £. 182 t. (8) Reg. Ang. 377, £. 182 è. (4) Reg. Ang. 377, £. 156. Google DAN DR (1426) LIBRO SESTO 327 Maiesta che nuy meser Francisco possamo mandare Henrico predicto ala Santita de Nostro Signiore et ala prefata Majesta, et promectimo come ad liale cavaliere sequerrimo et farrimo con effecto quanto per la prefata Santita serra comandato et disposto dela terra et Castello de Ebuli, delo castello et forteze de lo castello de l'Abate et dela renunciacione dela dicta terra et castello de Ebuli delo dicto Castello de l'Abate et de Cam- pagnia et piacendo ala prefuta Maiesta, che lo predicto Henrico ande ala santita de nostro Signiore et sor Maiesta, per obser- vatione de queste cose farrimo assignare lo castello et fortelleze de lo castiello de l'Abate in mano de Messer Petracone, de Andrea de Serra predicti ad nostra electione. Et in caso, che Janni Morimile non volesse assegnare lo dieto castiello promot- timo de daremo uno deli nostri figlioli in mano deli sopradieti messer Petracone et Andrea. Et assignato che serra lo dieto castiello o vero nostro figlio lo prefato Henrico anderra colo dieto Antonello ala prefata Mayesta et ala prefata santita de nostro Signiore in Roma et în caso, che so Janni Morimile assi- gnasse lo dieto Castello (sic), che sia licito cacciarende la robba nostra et che la monicione o autro che volessemo vendere sia comparata per un precio convenevole; et volimo che se lo dieto Janni non volesse assignare lo dicto castiello sia licito ala pre- fata Majesta farili fare guerra. Et in caso che se pigliasse lo dicto castiello me sia assignato nostro figlio e per observancia dele sopradiete cose de (1) avimo facto fare questo presente scripto nizato (2) colo nizo (3) et subscriptione de la mano nostra propria. Datum in castro nostro Ebuli die X novembris VI. Indictionis. Franciscus Morimilis manu omnia supradicta pro- mitto » (4). Queste proposte furono riferite al regio consiglio ed approvate, e a° 13 di novembre 1427 la Regina ordinò a Petracone Carac- ciolo e gli altri cavalieri proposti da Francesco di eseguirli (5). Così dispare dalla storia questo grande barone, prode, ribelle, (1) De pi (2) Segnato. () Segno, suggello. (4) Reg. Ang. 977, £ 125 t ndo, Google cORNELLU 328 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1426) indomito, uno degli ultimi cavalieri del regno. Ebbe dalla Re- gina un salvacondotto di sei anni per sè, figliuoli, nipoti, con- sorti; morì un anno innanzi al termine assegnato, a mezzo novembre 1432 (1). Antonio Caldora, viceregente della Regina, occupò Diano e le altre castella (2), tuttavolta Antonio Colonna non ebbe Sanse- verîno prima del 1429 (3). (1) Morto Francesco Mormile, Giovannella do Alagona vedova di lui ricordò in i patti della resa di Eboli e delle altre castella, il. salvacondotto potevano essere chiamati inaanzi ai tribunali to nel salvacon- dolto «superest anaus unus et mensis unus cum aliquiba» diebus, cum salvus conduetus fetus fuit olim do mense decembris anni YI intietionis prozime pre terite dio videlicnt oetava mensis eiusdom (1427) ». Ella temera, che morto Fran- cesco, non fossero mantenuti i patti, e pregò la Regina di 0 del regno @ ai giudici della Vieuria, che fonsero osservati 1432 la Regina anauì alla richicata di lei, udito il regio consiglio. Reg. Ang. 977, 6 401. (2) Ai 26 agosto 1427 Ja Regina assegnò a Gurello Vermo di Sala i beni burgensatici © feudali sequestrati al ribelle Valente do Valento per gli aî prestati al Caldora nei futti di Diano. Reg. Ang. 377, £. 102. (8) Diploma del 3 decembre 1420, Reg. Ang. 377, f. 204 IN Opera benefica dî frate Bernardino da Siena e frate Giovanni da Capestrano. — GU Ebrei nel regno. — Lotta sanguinosa fra Ortona e Lanciano. — Perseouzione degli Ebrei. In questo tempo s'erano rinfocate le ire partigiane nelle città del demanio regio. I cittadini di esse si governavano secondo consuetudini tanto antiche, che le loro origini, come spesso leggiamo nei documenti, hon erano a memoria d'uomo; eleg- gevano con libero suffragio gli uomini del reggimento, si stu- diavano di favorire le arti, le industrie, i commerci della città, ed i principi, per tenerli fedeli, largheggiavano di grazie e pri- vilegi. Il capitano regio amministrava la giustizia e; se le azioni sue e le sentenze non erano rette, le università si richiamavano alla Regina. Le città del regio demanio vivevano dunque in una condizione prospera in confronto delle terre feudali nelle quali l'arbitrio del barone turbava la vita pubblica e la privata. Or fra tante lotte di principi e tante contese, si erano divisi gli animi dei cittadini ed ognuno per bisogno o per utilità, per amore © per odio si metteva da una o da altra parte: spesso i più potenti fra loro, o i baroni della regione movevano e vol- gevano gli animi a modo delle loro passioni. Questi dissidii cittadini, più che în altra regione, erano vivi e pericolosi nelle città dell'Abruzzo, alle quali giungevano anche i rumori di quelle dell’Italia di mezzo: i fuorusciti poi soffiavano al fuoco. Ed erano tornati anche in uso i nomi di guelfi e ghibellini, vocaboli ravvivati male a proposito, chè non avevano più il significato di due secoli innanzi, ma indicavano le parti avverse; e tanto gli uomini s'erano bestialmente inferociti, che i fratelli oogle or GIOVANNA 1 D'ANCIÒ (1497) perseguitavano i fratelli, erano sparate le donne pregne, col sangue dei nemici era tinta In calce pei monumenti a perpetua memoria degli odii e delle vendette, le chiese erano profanate ed arse. Per levare quest'abominazione, un povero fraticello, Bernardino da Siena, andava di terra in terra predicando pace e carità per amore di Dio, e la gente traeva ad udirlo mossa dall’umiltà e dalla santità della vita di lui. Si faceva portare innanzi uno stendardo col nome di Gesù raggiante, e questo nome faceva scrivere sulle mura delle città, delle case private e delle adunanze cittadine (1), per contrapporlo alle insegne delle parti guelfa e ghibellina (2). Esercitò più che altrove il (1) È notevole ciò che a questo proposito serive S. ANTONINO arcivescovo di Firenze: « Eo tempore quidun fuit ordiis minoram frater Bernardinus nomine, sonensia natione, venerabilis vitae, et fama» praeclarae, egregius predicator, qui quotidio post mimaram celebrationem popalia praedicabat, discurrene per ci tates et oppida Tuscine, Longobardine et Ducatus spoletani, et cum tanta gratis, ut ecclesias et plateas nudientibus impleret, et fructum plurimam Deo offermet ex verbi Dei semine per cum sparo, Hic quendam circulum mellifuum adi venit, ut creditur pia intentione, ut scilicet mellifuam nomen Jesu quasi obli teratum ia cordibus fidelium incalesceret. Nam pictam vel scultum Jesu nomen in magna tabula omata populo ostensum faciebat adorare. Hoo ti simplicibas videretur devotionem aflerro sipientes arbitrabaatur idolatriam, vel saltem ad suparstitionem tendere; cum populi magis venerarentur illas littaras, quam sig: ficatum per eas scilicet Jesun Christum...» S. Beraardino fu per ciò accusato al Papa, il quala rironobbe le sue buone intenzioni. Chronicorum tertie pars. Ed. Lioso 1538. De Mertino V, 400. V. Pasron, Ster. deî Pepi, Versione di O. Bovzuta, 1; 176 (2) Egli reputara questo insegne, come indizio d' idolatria. V. il Sermone XXYI, domenica III di quaresima, nell'edizione di Lione Mdel.1, 129. Nel Sermone XXV < contra partialitates » 11, 154 dico: « si quin confidenter verbo se esse Guelphum, vel Gobellinuem, mortalitor pacent ». Egli aggiungo, che non are provare il peccato di coloro, che erano parliginni, opere loro: tradimenti, omicidi, incendi, tiranni», discordie, oppressione degl nocenti, empie diffimazioni, rancori, odi, false accuse, ingiustizie, ufBeii dati agl'indegni, divisione d'amici, di consanguinei, di compari, di genitori, di fig Da ciò nuscono la divisioni dallo castella, della città, dallo terre, dello ville, religioni sovrani, dei sacerdoti preclari, delle chiese, e l'imperio è violato. Lo donne sono uccise, ammazzati i bambini, gli uomioi propaginati nel letame, annegati, arso lo case loro, impiccati per un pi seno alle donne prognanti, le carni umane sono vendute alls beccheria, mangiato cotta a erude. Gli uomini sono vendati, predata le villa, la caatella, 1a città, desolate, arse E seguo a lungo la tervibile enumerazione. Nè erano fatti, che. l'immagio Google c piede, arsi vivi; è squarciato il © (1427) LIBRO SESTO 881 suo apostolato nella. Toscana, nell'Umbria e nell’Abruzzo, dimorò lungamente nell’Aquila. Lo secondò nell'opera benefica il discepolo frate Giovanni, dalla terra nativa detto dn Cape- strano, Îl quale lo superava per ingegno, per dottrina, per fortezza di carattere. Al tempo delle lotte fra i pontefici e Ladislao, Giovanni era laico, leggeva diritto nello studio di Perugia, e parteggiava pel Re. In un tumulto dei Perugini, che s'eran volti alle parti della chiesa, mentre si studiava di per- suaderli a rimanere fedeli al Re, fu preso e gittato nelle prigioni incatenato: trovò modo di fuggire, ma impacciato nelle catene, raggiunto, fu rimenato nelle carceri e avvinto con ceppi più stretti e gravi. Solo, triste, con poca speranza di salvezza, me- ditando nella tetra solitudine le miserie della vita, fece propo- sito di mettersi per la via di Dio e farsi cordigliero. Manifestò il suo proposito ai frati dell’osservanza di S. Francesco, ©, pagato il riscatto, ottenuta In libertà, vesti il snio e cinse la corda. In poco tempo acquistò tanto merito, che egli, frate Bernardino da Siena, frate Alberto di Sarzana e frate Jacopo della Marca erano reputati ornamento del sodalizio francescano. Egli era tutto di a concionare, a dichiarare le sacre scritture, a leggere teologia, a comporre discordie cittadine; coloro, che lo avevano conosciuto laico, si meravigliavano dol mutumento (1). Come ho narrato, credo, che egli sia andato per la pace all'ac campamento di Braccio innanzi all'Aquila, perchè l'autorità di lui era grande nell’Abruzzo. Ma il saio, la corda, le penitenze non avevano spento il fuoco dell'anima, nè temperata 1’ indole battaglicra. Nel 1425 fu fatto inquisitore contro la setta dei Fraticelli dell'opinione, © dipoi dalla Regina Giovanna fu aiz- zione creava por commuorero ll litatia opera nescit, hoc et his et horril moltitudine, Egli conclude milîa pensot. quo fare omni ora, docoata esperientin, in Longobardia et în cnetr ove ex partialitatibus multis, temporibus nostris, didicimus esse facta et apertiusime monstratur ad licteram, et per opera manifesta quam vera sit sententia Christi diseatis: Omno regnum în se divinum ‘losolabitur ». Ivi 157, AI Cap. Ill del Sormone XXVI cit ogli dice di non aver trovato mai. che i tormentatori dei unri to lo carni «sicut per partialos in Lombardia nostris tempor ua esso fuctom » (1) Wappiw, Ana. V, 83 ct passim 107. V. Acta Sanctorum octobris, Ed. Bruxelles 1861, p. 280 © seg, iitur partia- nmo etiam piura, 332 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1427) zato contro gli Ebrei. Questi da tempo immemorabile dimora- vano nel regno intenti ai traffichi e alle usure; confinati in istradicciuole appartate, strette, luride, che ancora serbano il nome loro nelle città antiche, menavano la vita nelle abitazioni povere nelle apparenze, mnisteriose. Fra gente nemica, agitati da continua paura, perchè passato un pericolo ne aspettavano un altro, spesso spogliati degli averi, talora martoriati con tutti i tormenti, che la ferocia umana ha inventato dalla tortura al rogo, andavano per lu loro via, come sospinti dal fato, tenaci nelle loto consuetudini, nelle loro credenze, e facevano le vendette loro scorticando i cristiani colle usure. Per le costi- tuzioni del regno gli Ebrei vivevano secondo il diritto romano, non potevano fare testimonianza contro i Cristiani, perchè erano reputati da meno, nè esercitare la medicina, perchè creduti manipolatori di filtri pericolosi e operatori di magie, erano tuttavolta sotto la protezione del Re (1). Era loro vietato d'an- dare per le vie di notte, il di dovevano mettersi un segnale, pel quale erano riconosciuti, 6 spesso scherniti © offesi (2); arricchivano diffusi in tutte le città del regno, che si prestavano ai loro traffichi, nella Calabria (3) nella Puglia, nell’Abruzzo e in Napoli è rimasta la via intitolata da essi fino ai tempi nostri. In Trani dal tempo dei Normanni farono sottoposti alla curia dell'Arcivescovo, al quale pagavano un tributo (4); ma aggravati d’imposte dagli arcivescovi si partirono e di ciò si €) Constitutiomen R. Sicitine Tit VI, usurariorum. Tit XVII «si quis in postorum..» @) Roberto d'Angiò ordind, che portessero în petto un cerchio rosso largo duo dita o del diametro di un palmo, e le donne un velo di panno aizurro Rog. Ang. 1306, 1307 D. £. 224. Dal Miueni Riccio, St. sopra cit. Rog. ang. 108. Roberto protesso gli Ebrei, ordinò che non fossero perseguitati nella settimana maggiore, ma volle, che non si mostrassero per le vie, © nel giorno del venerdi santo tenessero serrato l' nscio della casa e lo imposte delle finestre. Reg. Ang. 202 f. 235 1. @) Lo stesso Roberto, cosa mollo singolare, sovvenno di denaro gli Ebrei Gerace per riedificare la loro Sinagoga Reg. Ang. cit. 202, £ 235 & Nel 1417 Tomaso Mormile fu mandato nella Basilicata © nella Tersa d'Otranto per esi- gere la tassa d'un’ incia a fuoco dagli Ebrei. Era molto gravo. Reg. Ang. 374, ist (9 ta davano l'apparenza d'essersi convertiti al cristiancs sani li chiamavano neofiti, perchè, forse per evitare persecuzioni, si Google c (1427) LIBRO SESTO 383 dolsero i Tranesi, perchè venivano meno le contribuzioni di essi al pagamento delle colletie, e per questo e per altre ragioni mel 1377 si levarono a rumore e minacciarono l'Arcivescovo; però le sinagoghe israelitiche furono convertite in chiese cri stiane, ed il cimitero fu dato ai frati predicatori nel 1382. Tornarono dipoi, e Alberico da Barbiano, che aveva ottenuto Trani in pegno, con molti arbitrii si tolse i diritti delle dogane ed il certo tributo degli Ebrei; ma l’arcivescovo Francesco Carosio, domandò la restituzione dei diritti della Giudecca e li riebbe nel 1422 (1). Ladislao favori gli Ebrei d'Abruzzo; diede loro licenza di dimorare in Sulmona, Aquila, Lanciano e in qualsivoglia altra terra o città, di tenervi scuole, cimiteri e acquistarvi beni; li francò dall'obbligo dell’odiato segno di riconoscimento, li sot- trasse dalla giurisdizione delle città, li eguagliò agli altri citta- dinì pel pagamento delle imposte, concesse loro la facoltà d’an: dare liberamente dove fosse loro piaciuto, di vestire a modo dei cristiani, vietò il loro arresto personale (2). Non so quanto abbiano pagato questi larghi privilegi. Giovanna II non meno larga del fratello, permise ad Angelo da Todi ed Abramo, giudei dell'Aquila, di tenere scuole, sinagoghe, cimiteri jn Aquila, Sulmona, Ortona, Città Ducale, Venafro, Isernia (3). Altre lar- ghezze concesse ad altre famiglie israelite (4), ai consorti, ai socii, ai ministri loro: potevano sicuramente dimorare nelle città, viaggiare, trasportare merci, e questi favori furono ac- cordati colla speranza, che essi, conversando coi cristiani, si convertissero alla loro fede. Confermò loro la licenza di deporre il segno, ordinò, che nom fossero tratti innanzi ai tribunali ci- vili e criminali senza giusta cagione: se però fosse stato ad essi pegnorato o venduto un oggetto involato, erano tenuti a (1) Bactrani, Degli E>rei, che dinorarono nella città di Trani, ete. (Sugli antichi ord. marit. della città di Trani 45, 54). Betrraxi, IL Conte Alberico da Barbiano, la Regina Giovanna II e gli ebrei di Trani. Nol Buonarroti Ser IL vol, XI, @) Faractia, Cod. Dipl. Sulmonese, doc. CCI, 268. (8) Reg. Ang. 377, £. 43. () Erano quelle di Emmanue!e di mastro Vitaluccio, Emmannelo di Gu. glielmo, eredi di Angelo do Vitalo di Loono 0 Bonaventura di Diso Gugliel- muccio. Dipl, del dî 5 aprile 1420, Reg. 975, £. 102 t. Google c 384 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1427) restituirlo, ricevuto il denaro del pegno o della vendita (1); passato l'anno potevano vendere il pegno senza il consenso di chi lo aveva fatto, e la licenza del giudice. Confermò loro il diritto di acquistare beni e tenere scuole, sinagoghe, cimiteri; rion avevano obbligo di guardare le feste dei cristiani, nessuno poteva turbare le loro. Ed in queste notevoli lettere di privi- legio appare, che se bene fossero dirette ad uno o a pochi, i favori si estendevano a tutte le comunità ebraiche sparse în regioni diverse, anche di là dai confini del regno. Ordinò in fatto la Regina, che se fosse nata dissensione fra gli Ebrei dimo- ranti in Fermo e in Norcia e le comunità non avrebbe permesso, che fossero state sequestrate le mercanzie loro depositate in Franenvilla (2). Ognuno pensi quanto scandalo soffrisse frate Giovanni da Capestrano per questa libertà concessa ai nemici del nome di Gesù, i quali prosperavano nella sua nativa regione; in quel tempo forse egli preparava la sferza contro di loro, ma aveva il pensiero rivolto ad altro. L'Abruzzo ardeva: i elttadini di Ortona e di Lanciano, ini- micissimi fra loro, si dilaniavano colle armi, i fuorusciti del- l'Aquila, di Teramo, di Sulmona mettevano sossopra il paese. Sulmona non aveva avuta pace dal tempo della conquista di Carlo I d'Angiò, e dentro e fuori le mura î cittadini conten- devano non per la libertà, o per carità del loco nativo, ma pel primato. Il numero dei fuorusciti era grande, e non avendo modo di tornare alle case loro, si mischiavano nelle gare e (1) «Tasuper si ex cast contigerit ad manus ipsorum vel ad alterivs eorum aliguid ex furto vel subtracto sive per modum pignoris, sive per modam forsitan onie, quod verosimilitar ignoraverint. volumus con ad restitutionem huiu- smodi rei pigoorato vel rendite, nivì priva restituto eis rolato, vel dato per cos pretio... nce non quod licrat Judeos ipsos [ignora que ad manus eorum perve- niro contigerit post lassum annam unum a die cuidelibet recepti pignoris vai dere et alienare absque subpignorancium reguisitione et alicuius Judicis sive protoria mandato vel licentia ». Reg. Ang. n. 375, f. 102 &. È notevole questo tratto del diploma, Dopo che la Regina dà agli Ebrei fa- coltà d'andare, venire, acquistare beni, aggiunge: «.... et acquisita habendaque el asquirenda habere tonero possidore nti frui pacifico et quiete sino contradi ciono quacamque compelli preterea nequeant Christisnorum festivitatos custodire neque Judeorum festivitatibus et sollempnitatibus aut contea Iegem eorum facere aliquid quacumquo ratione....» @ Ivi. x00gle CORNELL UNIVER (1427) LIBRO SESTO 335 nello lotte delle altre città. Col favore della Regina frate Gio vanni da Capestrano si studiò spegnere gli odii, di ridare pace alla città tribolata: Maria Cantelmo, contessa di Popoli, lo secon- dava (1). Le pratiche furono difficili e lunghe, perchè nessuna delle parti voleva cedere, l'una per orgoglio, l'altra per diffi- denza, in fine la concordia fu fatta addi 6 novembre 1426, ma le condizioni imposte ai fuorusciti erano tali, che reprimevano, non spegnevano il fuoco, perchè essi non dovevano prendere parte al reggimento della città, nè fare compagnie, e andare con seguito di gente armata (2), Nello stesso tempo era tra ortonesi e lancianesi una discordia che finì a guerra. Ortona è la sola città di Abruzzo, la quale abbia porto; in esso da tempi remoti approdavano le navi, che dall’oriente, dalla”Dalmazia, da Venezia, dalla Puglia portavano le merci occorrenti alla regione: gli ortonesi, buoni marinai, facevano traffico delle derrate, che le terre nostre menano o di panni e cuoiame (3). In Lanciano, posta dentro terra, era però (1) Nel fascicolo delle lettere spedite all’ Università nell'archivio municipale di Sulmona trovo questa della Contessa di Popoli v del Massaro di quella università. Questo ora il nomo dato al capo dol reggimento. « Extra: Nobilibus et egregiis viris et Domini», Domino Capitanco et Con- silio universitatis Civitatis Sulmone, Intus: Viri Egregii Domini et Amici honorabiles tamquam fratres eum Reco- mandatione salutis sopra lo facto do questo saneto homo frate Joanne do' Capo- strazo mandano ala vostra nobilitate lu venerabila padro frata Antorello Mastro Guardiano do lu locu de Santo Francisto da Populi portatore de la presento leciera alo quale havimo concessa certa ammussata (ambasciata) la qualo deya reîerire ad vai do nostra parte alo quale vo plaza (piaccia) dare fede quanto ad nuy proprio. Seriptum Pop IV men V ind. (1426) Maria Cantelmi Massarius et universitas Populi ». @) Faractia, Cod. Dip. Sulm. 317. Frato Antonello non incontrò il favoro dei Sulmonesi © nol cap. 5 della concordia del G novembre leggosi: « Itom por che frate Antonello no ene citatino non possa Reintrare (in Sulmona) senza licentia deli citadini ». . (8) Il Roxano, nel Saggio sulla storia di Molfetta riferisco questo tratto del Libro rosso: « Considerato, che anticamente sono state trattate le città di Amalfi od Ortona qui in Molfetta per questo modo siano sempro Iratiati, cho vendendo rino a miauto paga tari cinque per la salma, persistendo loro © trattando similmente i nostri ». Par. L 17, cfr Canavestese, Rissegna pugliese, ottobre 1897 n. 6, Antichi cap. stat. consuet. di Molfetta. A 20 ottobre 1416 la Regina concesse agli orionesi per cinque anni il diritto di tratta per riparare il porto. Reg. Ang. 374, f. 396 t. i, 0 li nostri là per oogle 336 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1427) il mercato. Sorsero fra le due città gare e piati, perchè l'una reputava d'aver danno dalle franchigie, che l’altra godeva (1). I lancianesi, per togliere ogni occasione di litigio e provvedere alla loro utilità, trovarono modo di ottenere dall’Abate di S. Gio- vanni in Venere la facoltà di costruire alle foci del Sangro un porto, sulla spiaggia di S. Vito, che era del monastero: doman- darono poî l'assenso del Re Ladislao, questi l’accordò, ed essi misero mano all'opera. Come videro ciò, gli ortonesi si richia- marono al Re, che in quel tempo dimorava in Sulmona e dimo- strarono, che col nuovo porto la città loro avrebbe avuto incredibile danno. A' 15 di sottembre 1395 il Re revocò la concessione fatta ai lancianesi (2), ma questi non interruppero l’opera (3). Crebbe il dispetto degli ortonesi, i quali trussero alla parte loro i cittadini del Vasto, e insieme si volsero al Re per avere giustizia, e questi confermò il divieto contro i lancia- nesi, con la pena di ducati mille in favore del fisco, ordinò, che le nuove opere del porto fossero disfatte (4). I lancianesi, tenaci del proposito (5), non cedettero, ma Giacomo de la Marche e Giovanna II addi 15 di marzo 1416 confermarono il divieto di Ladislao, ed ordinarono, che nessuna opera nuova di porto dovesse farsi sulla marina tra Vasto ed Ortona, e specialmente in S. Vito, che era dell'Abate di S. Giovanni in Venere, in Santo Stefano, posseduto dalla badia di S. Maria d’Arbona, e in Pennaluce, che apparteneva al comitato di Monte Oderisio (6). I lancianesi portarono il piato alla Corte regia. Fu fatto il processo, che la Regina commise all’Arcivescovo di Consa a (1) Gli serittori dello coso abruzzesi ricarciano le origini di questa lotta al cianosi proposero di costruiro un porto a S. Vito. Non ho ( La lettera del Re è inclusa in un diploma di Giacomo © Giovanna del 15 marzo 1416, e l'una © l'altro cono riportate in un diploma della Regina del 10 marzo 1417, Reg. Ang. 374, £. 8. Lo slesso di la Regina scrisso lettere simili per Vasto Aymone. Ivi £. 10 t (Il Rewzermi, nello Norizio stori della città di Lanciano, 20, afferma, cho i lancianesi proseguirono l'opera, avendo offerto al Re cinquecento ducati. (4) Risulta dal lungo doe. cit. del 10 marzo 1417. Reg. Ang. 474 £. 7a 10 t. (©) Mostrarono dipoi Ia loro tenacia nella famosa causa per reclamare il de- manio regio. FaracLia, IL Comune nell Italia meridionale, 193 6 sg. (©) Dipl. cit. del 10 marzo 1417. x00gle ANA (1407) LIBRO SESTO 387 Giovanni Tomacelli, regii consiglieri, a Jncopo de Griffis giudice, i quali furono di questa sentenza, che la prima concessione di Ladislao era stafa a buon diritto revocata. I lancianesi appel- larono alla Regina, dichiarando cassa e nulla la sentenza, perchè nella causa non erano stati rappresentati dal loro sindaco; e la Regina affidò il giudizio a Jacopo Mozzapede dell'Aquila dottore in legge, e a Giovanni Crispano giurisperito, | quali nelle conclusioni furono discordi (1). I lancianesi ottennero un terzo giudizio, ma quando si venne alla scelta dei giudici essi e gli ortonesi, secondo portava la pratica del foro, esclusero tanti giudici avuti în sospetto, che in Napoli non era più per- sona, alla quale avrebbe potuto affidarsi la causa (2). Per porre fine alla lite la Regina deputò un acuto dottore in diritto (9), del quale non è noto il nome, e da nessuna delle parti fu rifiutato. Egli riferi, che saviamente s'era avvisato il Crispano. E la Regina a’ 10 marzo 1417 sentenziò, che il primo privi- legio concesso da Ladislao ai lancianesi non poteva essere revocato, ma, visti i mali effetti e gli scandali, ai quali aveva dato occasione, lo stesso Re con ragione aveva vietato la co- atruzione del porto (4). Gli ortonesi però avevano mandito alla Regina il loro sin- daco Andrea de Santo Mucio per farle intendere, che da S. Vito, da S. Stefano, da Pennaluce si ostraevano dal regno con frode derrate e merci, la qual cosa non avveniva in Ortona, e, per riuseire nel loro proposito, usarono un argomento, che spesso suole essere più persuasivo degli altri. Fu convenuto tra il sindaco e la Regina, che gli ortonesi avrebbero sborsato cinque- mila ducati, nè la regia Corte avrebbe mai costruito porto tre (1) Ecco il parere del Crispano, riportato nel diploma della Regina cit. del 10 marzo 1417, a £ 9: « Vidolicet dictus Johannes iu acriplis nobis retulit tam pro dictam revocacionem diete gracio concesso diotis lanzanensibus per jamdictum condam Regora Ladizlaum ut predicitor factam, quam revocasionen similiter gracie predicte lanzanensibus ipsis facte dicteque revocacionis confirmacionem per ipsum virum nostram et nos factam Juridico proc @) ce 0 8 dal lò ulraquo paris suspettorum nominibus, nomina dota fuerunt, quod noa invenimus in civitato nostra Neapoli aliquem Jurisperitum non suspectum cui per nos committi causam huiusmodi potuisset » Ivi. (3) ». « electe industrie virum.... » Ivi. @ Ivi 22, — Fanaotia, Giovanna II d'Angiò. oogle come UNE 398 GIOVANNA IT D'ANGIÒ (1427) Ortona e Vasto, nè permesso, che altri, e specialmente i lan- cianesi l'avessero costruito. La convenzione fu fatta a'15 marzo 1417 (1), ù E ilancianesi proseguivano l’opera del porto di S. Vito, come se i regii editti non fossero stati fatti per loro: gli ortonesi allora pigliarono le armi, e andarono per disfarla, e quelli pre- vennero il loro disegno, s'appostarono sul Feltrino, ne ucci- sero molti, sette ne menarono prigionieri, li martoriarono, e, mozzati ad essi orecchi e naso, li rimandarono. Raccontano, che i lancianesi, col sangue, che colava dalle loro ferite, tinsero la calco, colla quale levarono la colonna della vendetta, che, diritta ancora, è addimandata la colonna della scomunica. Arse allora la guerra per tutta la regione, e le genti vicine o per amicizia o per vendetta 0 per desiderio di preda parteggia- rono per l'una e per l’altra città. I sulmonesi farono per Lan- ciano (2), o gli ortonesi per rappresaglia, sequestrarono i beni, che (1)... « Cum matura nostri deliberacione concili firmiter et irrerocabiliter * pollicemur pro nobis ac heredibus et suecessoribus nostris in dieto Regno nostro Sicilio vol aliter quomodocumque quod ex nunc în antea ullo unguam tempore iti, Saogri, S. Stophani ot panna lucia vel în dictarum terrarum ortone et vasti aymonis exclusive te a fuce fluminis fori usque ad fucem Mluminis Saagri conslitutis et signanterin dicto loco sancti Viti pro nobis et nostra curia portus aliquos non construemus neque per alios nostri parte edificari fieri vel eonateui faciomus et de ipaît portubus in prefitia locia seu maritimia vol lito- ribus ut supra sitis ot positis aut altoro vel aliis ipsorum por quoovis fideles nostros ac porsonai cuiuscumque fuerint conditionis et status et signanter per universitàtem ét homines terra sostre lanzani. Appresso la Regina aggiunge: «.... Nos dietosque nostros heredes et suc- cessores ac bona nostra quelibet eidem Andree syndico syndicario nomino quo supra recipienti do ipsa corla nostra scionti ramiesa tonore presencium specialitor obligamus nibilominus pro premissis per nos. taliter promissis et conventis et concessia presehtialiter et manualiter recepimus et babuimus in nostris proprii: manilus ab codem Andrea syndico syndicario no- mine et pro parte dictorum universitatis et homines ipsius terre nostre ortono.... ducatos do auro quinque . Reg. Ang. 374, f. 177. @ Il Fsvonio, che noa è veramente ua medello di fedeltà storica, noll' ist. Marsor, 202, aceumola molti errori e favole a questo proposito. «Aano 821. Non etigua Sulmonis pers ab Ortonensibus igni succensa et diruta fuît. Cuius excidii causa iurgium inter Anxanos Ortononensasque pro fnibue dicitur. Anzani igitur opom a Sulmoncasibus polontoe, loctam juvonum manum oogle SALA (1427) LIBRO SESTO 239 avevano în Ortona e Francavilla, ma la Regina il 1.0 di ottobre 1425 ordinò agli ufiziali di Abruzzo d’ impedire queste rappre- saglie, e ordinare la restituzione dei beni sequestrati (1). Gli orto- nesi allora, vedendosi per terra inferiori agli emoli, colle navi armate andarono al porto di S. Vito, e fecero grande danno. Pareva, che non vi fosse modo di porre fine a quella lotta fratri- cida; Pietro di Corrado locotenente del conte di Carrara, vicege- rente d'Abruzzo, condottosi in Ortona, fece bandire il divieto di portare armi, non fu ubbidito, fece sostenere alquanti cittulini colti in fallo; mentre però questi erano menati alle prigioni, i popolani fecero tumulto, assalirono il locotenente, percossero le guardie, liberarono i prigionieri. Era delitto di lesa maestà e fu fatto il processo; ma il consiglio dell’ università supplicò la Regina a perdonare i rei, ed ella concesse l’ indulto, abolì i bandi di Pietro Corrado a'9 marzo 1417 (2). Giovanni da Capestrano potette ciò, che nè gli ufficiali regii, nè la Regina avevano potuto. Andò a Lanciano nel mese di settembre 1420, cominciò a calmare gli animi sollevati, ad ammansirli, e, concionando nella chiesa di S. Francesco, colle parole infocate per l’amore di Gesù Cristo, li commosse: il popolo si levò gridando: perdono, e affidò a lui il porto di s. Vito e la città. Si recò poi frate Gio- vanni In Ortona e accese tanto ardore di carità nei flerì petti, che i cittadini mandarono i loro sindaci a Lanciano per la pace. A’ 17 febbraio 1427 nella chiesa di 8. Francesco di Ortona presenti i sindaci di Lanciano e una moltitudine innumerevole di cittadini fu giurato il perdono delle offese passate, la con- cordia pel futuro, furono fatti i capitoli: l'una città agli abi- tanti dell'altra diede il diritto di cittadinanza, 0, come se tutti fossero gente di una sola terra, giurarono di difendersi a vicenda Anzani avrilium Aoxania comitom jungunt; et com aliquando sulmononse: oporam suam strenuo commodasseat, Ortononses Sulmonem petonies, civitatom rnilitibus vacuam praede et igni demandant. Nessun documento conferma ciò, vi ha poi un enorme errore di tempo, (1) Faraguia, Cod. dip. Sulm. 308. (@) Reg. Ang. 374, f. 369. È notevole questa conclusione del regio diploma: «Volentes ot doclarantos quod quam primum alio nostro lictero dieto nostro Megno pendeati sigillo iacipient sigillari, tensantur et debeant dicta uni (Ortone) et homines presentes noetraz lietoras refici facere orsitas oogle 340 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1427) nei pericoli, di porre guarnigione comune nelle castella, e frate Giovanni in memoria del fatto istituì in Lanciano un convento di frati minori intitolato dall'Angelo della pace. La concordia durò poco (1). Come ebbe fatto ciò, frate Giovanni volse il pensiero a repri- mere la libertà delle università ebraiche; domandò alla Regina l’autorità di reprimerle, e l’ebbe a' 3 di maggio 1427. Gli spedì ella un editto, nel quale diceva, che gli ebrei accorsi a dimorare nel regno persistevano nella durezza del cuore, nelle loro prave opere, facevano usure, agivano contro le costituzioni ed i ca- nonî, non portavano il segno, che dinotava chi fossero, in disprezzo di Dio, della santa chiesa, delle leggi: quindi dava a lui piona autorità di prendere i provvedimenti opportuni per reprimenli, colla minaccia di « pene acerbe e formidabili » da mettersi subito e senza misericordia ad effetto. Vietò loro di fare usura, ordinò, che portassero În petto Îl fau o altro segno, annullò ogni privilegio (2) Frate Giovanni ordinò agli (1) Waopiwo, V, 277. Il convento dei frati minori or è stato ridotto quartiere di soldati; vi si vegzono tuttavia ancora alcuni fatti di frato Giovanni da Capa- strano intoriati a fresco, illustrati da iscrizioni. Una di osso è questu: ANXANUM ATQUE ONTON MUTUIS TOT CLADIRUE OLIM ARSKRE UT NULLUS DINUNERARE QURAT, SED) CANE TERRIFICO STYGIIS APPARENTE) SIMULTAS ORE CAPISTRANI TOLLITUR OMNIS ATROX. ReNzETTì, olizie Stor. della città di Lanciano, c. 20, p. 190. @) Reg. Ang. 376, £. 109: @ Venerabili et religioso viro fratri Jobanni de Capistrano Seraphici ordinis observantio minorum devoto oratori et fideli nostro dileoto gratiam et tonam voluntatom, Novitor ad nostrum pervenit auditum quod Ebroy seu Judey regnicolo et qui ad regaum confucerunt persistontes ia eorum cordia duritia pertinacia et pravitate' exercent usuras pleraquo alia eis vetita et probibita per jura Constitutionea et Capitula Canoniea ot ecclesiastica Impori Regalia ot Civilia exercent et faciunt nec non et signum Thau aliaque Insignia quo per Ebreos portari instituta sunt por aos non doferuntar in contamptum patris et flij et spiritus mancti orlhodossegue fidei sacrosanciequo Romano Ecelesie vilipendiumque Imperatorum Regum et priacipum eorumque legum sine ctorum institutoram et canonum, quod molsstissime craciavit et pupugit mentem nostrani super quod volontes salubriter providere confise de tua devocione et charitate, qui sicut plurimum fidedignorum relatibus et soripturia porcapinos ne visu et auribus propriis vidimua et palpavimua verto et opero ii Jhesu Christi ex cajusve ore bonum semen seri et meliorem fructum colligi Google 0 (1427) LIBRO SESTO dl ebrei di Lanciano, i quali facevano disordinate usure, che si raunassero in una via appartata, impedi la libertà dei com- merci, cacciò dalla città coloro, che esercitavano largamente la mercatara: forse avevano soffiato nel fuoco della discordia fra Ortona e Lanciano. Ma l'aiuto venne agli ebrei donde meno si sarebbe aspettato. Mastro Salomone di Ventura d'Anania medico, dottore fisico e familiare del Papa e Vitale d'Angelo d’Abramo dell'Aquila, procuratori dell'università ebraica del- l'Abruzzo, ricorsero a Martino V, e questi esortò la Regina a temperare il rigore della persecuzione, perchè « la Santa madre chiesa sopportava » i giudei; ed ella a' 20 di agosto 1427 spedi all'università israelita d'Abruzzo lettere di immunità e privi- legio, confermò tutte le grazie loro concesse innanzi l’editto pubblicato a richiesta « del religioso e onesto frate Giovanni da Capestrano » (1). speravimus în domino Ipsi tun devocioni tenore presencium do certa nostra acientia liberam et omnimodam et plonariam licontiam et potostatem concodimus quod presencium vigore et auetoritate possis et valeas inbibere et expresso pre- cipero et mandare oretenus vel in seriplis aut per nuacios speciales ex caluminia nostri parta universis et singulis Ebreis seu Judeia tam regnicolis et qui usquo nunc ad hoc Regnum nostrum confluerunt quam illis qui os nune in antea confluent sub penis acribus et formidabilibus provideatie tuo visis ja quas si secaa feceriut cos ipso facto et ipso Juro decernimas incurrisse contra eos absquo misericordia infligendis ct ab eis irremissibiliter exigendis pro curio nostre parie, per quoslibe? offiales nostros presentes ot futuros et locatenentes eorum: ad quos pro premissis recureus habebitur absque nostria vel alteriua cuiuscumquo lieteris ot mandatis ut do cetero nullo unquam temporo possini. noquo dobennt exercere usuras neque facero alia quecumque que eis vetita donogata et probi- bita sunt per sacras leges. (1) Reg. Ang. 334, £. 152. «Sane sicut recenter recolimus diebus noa longé preteritia ad dovoto supplicacionia inatanciam per Religiosum et honestum virom fratrora Johaanem do Capistrano ordinis observanzio beati francisci oratorem et fidelem nostrum dileclumi tunc culmini nostro porrectaw licteras omucs privilegia iuduleta immunitates et gratias concossas per illuetres. predocessores nostros Sicilie reges momerio recolende et similiter por clarò memoria dominum Regem Ladizlaum reverendum fratrem nostrum et per nos ecinm Judois singulis ubi- cumque în dieto regno nostro ciusquo civitatibus ter rantibua ct dogentibus certis nos causis moventibus revocavimus et illas iussimus sicut hec ct al ris nostris prefato fratri Johanni i» diversie utique clausulis et adiectionibus roboratis ct signanter quod janter (sic) quod lietere predicte ipsis Judeis concesse per eosdem Judeos ipsi fratri Johanni vel suit nunciis ad ommem iprorum requisicionom sub pena castria ot locia commo- oogle nin 342 GIOVANNA IT D'ANGIÒ (1427) Ma gli ebrei avevano nemici d'ogni parte e tra poco un’altra persecuzione venne dalla Terrasanta. Giovanni Beloco guardiano dei frati minori del monastero di Sion, e Nicola da Corinto si recarono a Martino V, ed esposero, che erano molestati dagli ufficiali del Sultano, istigati dagli ebrei, i quali volevano per loro uso alcuni luoghi santi. Il Papa, addi nove di marzo 1428, per impedire le relazioni fra gli ebrei di occidente e quelli dell’oriente, fulminò la scomunica contro tutti i padroni di navi, che avessero ad essi dato il passaggio sui loro legni. La Regina promulgò nel regno la bolla papale a'5 di ottobre 1429, ed ordinò ai suoi ufficiali di sequestrare ai contumaci robe e navi, del cui valore metà doveva assegnarsi al regio fisco e metà in beneficio del monastero di Montesion (1); e, per compensare i danni sofferti dai frati nello persecuzioni, mise sopra tutti gli ebrei dimoranti nel regno l'imposta della terza parte d’un ducato per capo. sonfiscationis bosorum omnium Judeorum prodictorum assignari deberent Iace: rando et cremando per dictum fratrem Johannem vel nuncios ruos predicios et cum promissione per nos dieto fratri Jchanni facta nichil in contrarium actem»- piandi et quod si quid per nes in contrarium fieret vel actemptaretur esset irritum ot inane...» (0 Rog. Ang. 977, £ 102 t. 105 t IV Povertà dell erario. — Favori fatti a Luigi Sanseverino. — Il Papa si propone di deporre Giovanna II e Luigi III e fare re Antonio Colonna, sue pratiche coi baroni. — La Regina da Aversa torna in Napoli, Luigi va nel ducato di Calabria e poi in Francia. I fatti, che ho raccontato, dimostrano, che nel regno poco valeva l'autorità della Regina, molto quella del Papa, e che chi si reputava offeso da altri, se poteva, facevasi da sè ven- detta o giustizia. Armi e soldati non mancavano, ma la regia Corte pagava il soldo alle compagnie di Ser Gianni, di Jacopo Caldora e di altri baroni, più per mantenere quieti i torbidi © vari condottieri, che per usarne a reprimere gli audaci, e punire i ribelli. Una schiera di commissariî, secreti, mastri ‘portulani, erarli, credenzieri erano mandati pel rogno ad esigere le colletto; ma poco denaro perveniva alla camera reale, molte università non avevano modo da pagare le imposte (1), spesso gli ufficiali regi abusavano del loro potere (2). Se l’erario era povero, negli scrigni di Ser Gianni era sempre abbondanza d'oro, col quale acquistava terre e castella, che la regia Corte era (1) Abbiamo veduto anche come la Regina talora pei danni sofferti condonava per molti anni le imposte e spesso ne diminuiva la somma. V. il Reg. 375 passim 0 lo Codole 373, 178. €) Il Re Ladislno aveva concesso il diritto della tratta del grano dai po di Puglia ai fioreatini: seppe la Regina, che i suoi uffziali esigevano dop dazio per l'estrazione, © ordinò, che non dovessero esigere più di 100 ducati per cento salme, Reg. Ang. 374, £. 158 t ET GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1427) costretta a cedergli per necessità (1), e più spesso, come ho avuto occasione di raccontare, dava poco danaro, ed în pegno aveva grosse terre. Luigi III d'Angiò, buono e prode cavaliero, poco faceva e manco valeva nella regia Corto. Rimasto colla Regina in Aversa, prigioniero di Ser Gianni, non aveva ancora visitato Îl suo ducato di Calabria. Da prima aveva mandato a governarlo Giorgio de Alemania, poi nel 1426 Pietro Beauvan, molto esperto dell'arte militare © sollecito della giustizia, il quale represso i baroni nemici, tolse agli aragonesi terre e castella (2). Egli lontano si studiava di favorire e conservarsi amici coloro, la cui fedellà era antica e sperimentata, Spedl a Luigi Sanse- verino lettere di privilegio per gli stati suoi nella Valle di Crati (3), poiché la Regina aveva perdonato a lui il delitto di fellonia, e ai vassalli rimessa la colpa degli eccessi commessi nella ribellione del loro signore (4); a questi aggiunse altri favori (5), gli confermò il possesso delle terre sue nella Basi- licata (6), gli aecordò il termine di tre anni pel pagamento di alcuni debiti alla regia Corte (7) (1) Nel Diario anonimo cit. trovasi questa notizia « ex protocollo Notarij Fer- rillî do Avorsa », [1 dì 13 ottobro 1427 In Regina vendotto a Ser Giaoni Cam- pagna per ducati 7000, Contursi e Postiglione per 5000, por altrettanto Rocca: gloriosa, e per 2000 Marsico. In Perger I, 140, 147. (@) Parox, Mist, de Provence Ill, 330. (8) 22 settorbra 1427, Reg. Ang. 977, £. 18. () 20 settambre 1427, Rag, cit. £ 119. (5) lu Rocca imperiale, Colobrato, Noia, Monta) © Garagosio concesse al Sanseverino la potestà anni. Reg. Ang. cit. f. 117, 22 settembre 1427, Ridusse il pagamento dello col- lotto a Rocca imperiale: Reg. Ang. cit. f. 117, e ad Albano, Ivi, lo stesso dì 27 sottembre. © Reg. cit. £ 118 1. (9) Ivi. Tutti questi diplomi di favore furono spediti, udite nel regio consiglio lo relazioni di Ser Gianni Caracciolo, da Giovanni Cicinello, da Giorgio de Ale- mannia conte di Pulcino, e ds Giovanni Cicinello. Il primo era nemico di Luigi Sanseverino, amici gli altri. Questa Luigi Sanseverino non devo essere confuso con l'omonimo Conto di Miloto figliuolo di Earico. Questi ebbo duo figli Lui e Giovannella della qualo Aglivols primogenita fu Cabella Ruffo, contessa di Altomente, la quale, morto Luigi senza prole, preteso l'eredità di lui, Reg, Ang. 377, £. 167. i, Petrella, Saluadra x00gle « (1427) LIBRO SESTO 345 Ed il Papa si teneva malcontento di Luigi III, l'adozione di lui non uveva prodotto i benefieii, che sperava: la regia Corte non si dava neanco pensiero di pagargli il censo. Di tutti i mali incolpava Ser Gianni Caracciolo, l’uomo dei mali consigli; meditò dunque di fare nel regno cose grandi e nuove: deliberò di deporlo, per la disordinata amministrazione del regno, e dare la corona ad Antonio Colonna. Col pretesto, che gli Orsini avevano raunate molte compagnie d'uomini d'arme, dei quali forse ad arte era esagerato il numero, assoldò anch'egli gente, e furono allora divulgate molte voci (1): (1) Queste e lo notizie, che riferisco appresso, sono giustificate dalle lettore, che Tadeo Gonzaga mandava da Roms a Francesco Gonzaga, esistenti. nell'Ar- Gonzoga di Mantova comunicatemi cortesemente dal ch, Sig. Stefano al quale rendo pabbliche grazie. «(A Francesco Gonzaga Vicario impe- generale in Mantova). Magnifico et ExcolIantistima domina sui singularis. sime, ompi debita recomandationo premissa, ete. Rarones regni omnino non intendant vorire cum iam advisaverani, Dominum nostrum nepstem velle creare regem, item omnino querit Dominus noster de novo facero gentes per diversos modos, ia urbe non sunt aliqui barone: aduc, nec Dominus Christoforas Gaitanus Tacabutine Caldola noe princope da Tareato nee Anto. inum nostrum non veniunt cum ioton- im Regem, quam IRegem Ludovicum, Rogina facit dò presenti residentiam suam in Neapolim et Rox Ludovicus in Kalabria Omnes illi barones de Kalabria jam dederunt obidientiam i Ludovico et similitor Antonuciua de Aquila, similiter etiam Baroni romani valde sunt suspecti propter gentes quas do novo dominue nostor intendit fuoere. Jam Dominue noster divulgat quod conflictum factum duci Mediolani non fuit nec forsaa do mille equos el forsan de L hominitus armatis, et boc dicit solumodo quia non libenter vellet quod pax fieret in lombardia, na ille gontes venirent versus Regnum propter timorem illoram de Ursiais qui de pres t nimis optime adotati de comitiva gontium armorum et illa ds causa divulguvit supradicta el dicit omnia irufatoria fuinse, sed aut ex timore, aut ex senectuto persona sua do presenti veldo deducta ad nibilum est et debilitata. Dominus meus nec aliquis do suis a. sacctitate ja non beno videntur... Rome dio VINI novenibris 1427, V. M. D. servalus T. (adews) de Gonzaga cum recomandacione ». tn. Nova de presenti sunt. Nam Barones Regni nullo modo presentialiter coram Domino nostro transire rolunt, cam Dominus noster simulet cam ipsis tractare vellet deposicionem magni siniscalchi propter malam guberaacionem illiue regni, eum vere contrarium intendat tractare. Nana trictare intendit Nepotem Regem facere, et alioa deponere, Et dicti Larones de hoc avisati sunt et propter ituà vanire timent cum boo consentiro non vallent, sed papa per tantum fecit quod dominus Christophorun Caytanua veuit, et expociatar etiam in brevi dominus Deva È Google DI 346 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1427) fu detto, che voleva mandarlo a combattere gli Ussiti, e per le spese voleva mettere la decima sugl’introiti, che prelati e car- dinali percepivano sui -beneficii del regno. Occupò tuttavolta Nepi, che era dei figliuoli di Jacopo Orsini, e alcune castella dell'ospedale di Santo Spirito; ciò mise in sospetto i signori romani. Confidava Martino V nella devozione dei baroni del regno, i quali per lo innanzi avevano ubbidito alla sua voce, e fatto il suo volere, ora s'Ingannò, perchè essi lo avevano secon dato, quando dava favore al principe angioino, ora le parti erano mutate. Cristofero Gaetani, Jacopo Caldora, i Conti di Loreto, di Valentino, d’Alvito, Paolo di Celano, il Principe di Taranto furono invitati d’andare a Roma col pretesto, che s'aveva a deporre Ser Gianni Caracciolo pel mal governo, ma como essi Intravidero il fine, al quale intendeva, si dinlegarono, dicendo, che non avevano altro re, che Luigi Ill d'Angiò. Antonuccio dei Camponeschi non andò, trattenuto dagli aquilani (1). Jncobutius Caldora. Ista de causa Regina Nespolim ivit dio XXV mensia octobris, et Rex Ladovicus in Calabriam ivit. Item etiam Dominus noster iatendît velle roluero docimas onnium introytuum Boneficiorum Dominorum Cardinalium, om- ta est causa quo videtur aîum prelatorum, omniuna officialium totius regni et ostendere, vello intas decimas pro assoldando aliques gentos causa mittendi ess contr Uscitas ei revera hoc per indirectum bostendit quum alind intendat et secundum quod compredendero possim istis pecunias decimarum, volet_solvere gentea pro creando nepotem regem quum non intenda! propria expendere quum voro intendat plures gentes augere quam habeat. Alia in Regno do presenti non suat... Romae die VII Norembris 1427 V. Mag. servulus T. de Conzaga cum recomandacione x. (1} Allo stosso: vico, mi «Nam Regina quum fuit in Neapoli simul cum Reye Ludo- per omnes nenpolitanos et ipsis narravit qualiter ipsa sentiedat dominum nostrum misinso per aliquos barones Regai csusa sam oxcludendi do Regno ot etiam Regem Ludovicum, dato quod dietus dominus noster aliam causa simu- latam narraret, videlicot vello expollere magnum Sinischaleum propter malam gu: bernationem quam faciebat in dioto Regno. Et re vera salva gratia sanctitatis suao, querit omnino nepotem eius velle rogem erosre et Reginam et Regem Ludoricum cx pallare. Nam tosui novum quod in urba habet residantas omnes pareon vidolicet dominam Jacobutivm Caldora, cumitem do Loreto, Paulum de Colano Gomitem de.... et etiam ex pectat Comitem Oliveti, quem credo exdubio non venire, qui vousqua ia diem bodieraam non vonît, alîi omnino per quos distus dominus roster misit venire noluat quam de tali iege non videantur conteatari, item atiam vonit dominus Christophorus da Gaytanis ipsa de causa, quid ultra? Versna (1427) LIBRO SESTO 347 E intanto, come avviene quando di cosa segreta si divulga un indizio, tutti ragionano e traggono conseguenze, fu dotto, che molti baroni napolitani erano andati a Roma, altri erano aspettati; che il Papa aveva fatto vicerè dell’Abruzzo Francesco d’Aquino conte di Loreto, e temeva, che il Duca di Milano si fosse pacificato coi veneziani, e le genti d'arme usate a vivere colla guerra, rimaste senza condotta, fossero corse a cercare ‘ventura nel regno (1). Queste erano le voci, che la fama diffon- dova, certo è, che come pervennero ad Aversa, misero nella regia Corte tanta disordinata paura, che în ottobre la Regina, Luigi III, Ser Gianni fuggirono a Napoli, dubitando, che essendo essi lontani, la città avesse udita la voce di Martino V. Così ebbe fine la prigionia della Regina in Aversa. Ella prese stanza Viterbium arripuit quandam civitatem prope Surianum nomine Nepo quo emt filiorum olim Jacobi do Ursinie, itom cripuit etiam per candom viam alia castra $. Spiritus. [sta voluat significare noa solum dictum nepotem facere regom sed etiam dominum usquo în Ecelesiam, si sanctitati suao fieri pormit- t si si erit non pesset incurere minus periculum quam fuit periculum ducie quando în viam optinvit, amedo quasi fertur pubblico de creations regis barones romani valdo dubitani do otatu ipaoram. Si voro pax fioret in Lombardi dicti barones non dubitarent quia do presenti inter Baruues de Ursinis inren rentur ultra quatuor milia equi.:. inter Regnum st Lomberdiam, qui esercitus esset sufficiens ia pugnare. Populus Aquilae non permittit Antonacium do Aquila venire veraom dominum nostrum quia non volunt darò obedienciam novo regi, imo jam mitoro pro Rego Ludorico, ot inta do causa non permittunt dietum Antonucium transiere ad urterm. Nam dominus noster cottidie non cessat emere terras in regno etc. Romae dio XVIII novembria 1427, V. Mag. servulus T. do Gonzaga. ». (1) Allo stosso: do Aquino fuit ia pratica creandi regem Principi presentia ipsiua, ipso pacto, sequenti mane que fuit dies XY mensis presentis ivit ad recipiendam potestatem civitatis nope.... et ad ordinandum ibi noram et fortem et magnam arcem, que civitas prope est per viam rectam vereus Tusciam, aiout in alia littera V. Dov. seribo. Considerat modo Dominacio vestsa quid hoc debt significare. Comos Oliveti doliboravit non vello urbem accedere nisi postquam alii recesserunt. Nullus alius intendit venire, nescio quid flet si alia magia secreta potero inquirere toto posse per quod labeam suffcientem nuncium. Comes $ Valentini in Aprutio etiam omnino ipse disposuit non venire. Alia de presenti non santio.... Romae da sero die XVII mensia novembria 1427 T. Gonenga. » Arch. cit. Affari particel De novo occurrat. Nam comes do Loreto nomino Franciscus 348 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1428) nel Castello Capuano, ma Luigi III restò poco a Napoli (1). I cronisti del tempo narrano, che voleva rimanere colla Regina, ma il gran Siniscalco, temendo che i napolitani si agi- tassero in favore di lui, lo fece cavalcare per la Calabria a guardarsi il ducato (2), e, col protesto delle novelle di Roma, se lo levo dinanzi, mentre aspettava armi e navi dalla Provenza per combattere gli Aragonesi nel Castelnuovo, e nel Castello dell'Ovo (3). In Aversa aveva egli avuto prospere notizie dal: suo ducato; Reggio occupata dagli aragonesi, e combattuta dagli angioini, nel mese di agosto 1427 era venuta in potere di Ul- piano Caracciolo e Battista Capece capitani ducali, i quali poco dopo ebbero anche il castello. I roggini avevano mandato al Duca i loro sindaci Roberto de Logoteta e Alberico Illio, e, fattogli omaggio, avevano ottenuto la conferma di privilegi an- tichi, e la concessione di nuovi (4) Andò dunque Luigi in Cosenza, capitale del ducato di Calabria, i signori della regione lo accolsero con festa (5), ed egli, colla cortesia, colla giustizia, colle armi, in poco tempo pacificò la Valle di Crati e la Terra Giordana, Baroni, città e terre gli prestarono ubbidienza; non fece atto di omaggio Nicola Ruffo marchese di Cotrone, nè mai volle andare alla presènza di lui, seusandosi, ch'era infermo. Forse così faceva pel parentado stabilito con Antonio Colonna; del resto non fece manco atto d'inimicizia (6). Andò poi il Duca (1) Fra gli scrittori non è concordia intorno alla data del ritorno della Regina in Napoli. Ho seguito Tadeo Gonzaga. In Norar Guucomo è errora d'anno, ma è notato « a di XXI di ottobra ». Nei Diurn, di Montel. 85 è solo posto l' Trovo, che addi 1.* di oitobre 1427 con un diploma dato dal Castelcapuano la Regina nominò regio cappellano Andrea Fideli detto Princitelli di Aversa Reg. 377 f. 131 %. Lo stesso di ella nominò Valentino de Judica notaio credenziero del fonaco di Tranî, a lo lettera regie sono dato da Aversa. Rag. cit. f. 127. Da Aversa il di 4 attobra ordinò il sequestro dei beni di Francosso Mormi Reg. cit. {. 155. Ai 4 di novembre dal Castelcapunno spedì un diploma per ua reclamo di Giovanni de Fibia di S, Severo. Reg. cit. . 131 t (2) Diurn. di Montel. 85, Il Norar Gincomo, 73, nota, che il Principe parti per la Calabria a° 24 ottobre, Tapro Gonzaca nella lettera del 9 di novembre affornò, che la Rogina risiodova in Napoli «et Rox Ludovieue in Calabria. » (8) Paros, lib, VIII, 336, (4) Spanò Botaxi, Storia di Reggio di Calabria, 219. (©) Seguirono Luigi ancho molti baroni napolitani, tra i uali Giovanni Ca racciolo, che tornò ricco a Napoli dopo duo anni. Diarn. di Montel. 85. ©) Ivi Google c (1428) LIBRO SESTO 349 a combattere Tropea, ma stette lungamente e invano attorno aquel castello, che fu gagliardamente difeso da Giovanni Rota, cavaliere napolitano al soldo di Alfonso d'Aragona (1). Intanto, Luigi trattenuto dalle lotte ed avventure del regno, era stato molti anni lontano dalla Provenza, che aveva messo a dura prova per trarne denari, armi e navi per le spedizioni del regno: i catalani avevano saccheggiata Marsiglia, ed ora s'erano fatti più minacciosi dalle castella acquistate sulla costiera della Liguria: Carlo VII, con lettere regie del 21 ot- tobre 1424, lo aveva investito del ducato della Turena ed il Conte Talbot gli aveva levato la città di Mans; lo stesso Re, stretto dagl’ Inglesi, gli domandava aiuto; gli stati generali riu- niti a Chinon avevano invitato tutti i signori lontani ad accorrere intorno le regie insegne, e fatto premure a Luigi III re di Sicilia, questo titolo gli era dato în Francia, e a Giacomo della Marca re di Napoli e di Ungheria. Dato ordine al ducato della Cala- bria, Luigi passò in Francia, per combattere nella guerra gloriosa della Pulzella d’Orleans, ma ciò che fece non è del mio racconto (2). (1) Contarini, Nobiltà di Napoli, 215. (©) Credo, che Luigi als partito dalla Calabria all'antrata del 1420. « Oa ignore l'année du retour de Lunis en deca des monta, mais on sait qu'il etait & la cour du roi Charlos VII, son beau frere». L'Art. de verifi les dates X, p. | 422, V, anche ivi XII, p. I, 78. Paros, Ill, 337. Viueweuve BarozuonT, Hist, de René d'Anjou |, 85, Sisuoypi, Hist. des Francais. Ed. 1831, XIII, 91, 92. Original rom Digtizea by Google CORNELL UNIVERSITY Accordi tra il Duca di Milano ed Alfonso d'Aragona. — La Hegina ordina {l pagamento della VII colletta per l'assedio del Castelnuovo. — Parte, che n' ebbe Jacopo Caldora, questi è assol- dato per la spedizione di Bologna, Mentre Ser Gianni col mal governo tribolava il regno, il Duca di Milano agitava l’Italia. Del trattato, fatto n Porto Pisano tra lui ed Alfonso di Aragona, non era rimasto contento nè l'uno, nè l'altro; per effetto di esso era avvenuto però un evidente mutamento nelle relazioni amichevoli tra la Regina e il Duca. Ai capitoli, che questi fece a' 10 decembre 1427 pel matrimonio con Maria, figliuola di Amedeo VIII di Savoia, è aggiunto un notamento de’ collegati di lui e degli aderenti, ed in esso non trovo nè il nome di Alfonso, nè quello della Regina (1). E il Duca, il quale nella solitudine del castello di Porta Giovia non si dava pace, e meditava di toglierla altrui, aveva fatto al Re di Aragona altre proposte: voleva, che fosse entrato in una lega con Sigismondo imperatore per assalire i veneziani, i quali non cedevano alle insidie e alle armi di lui, onde aveva grande cruccio; si sarebbero spartito fra loro le terre della repubblica, salvo la Dalmazia e la Croazia, che dovevano essere restituite alla corona d'Ungheria, della quale l’imperatore era Re, e Giovanna II ne usurpaya il titolo. Queste ed altre proposte furono fatte por mozzo di Andrea de Biure oratore di Alfonso, ( 0510, 0. c. Il, 348. Google comi GIOVANNA IT D'ANGIÒ (1498) il quale però pretendeva, che Sigismondo lo aiutasse nell’im- presa del regno (1). Oredeva il Duca di raggirarlo colle sue arti, e di tenerlo a bada, ma il Re, che era sottile ed avve- duto, volgeva la mento a ciò, che egli non prevedeva, ed avendo compreso, che i genovesi non avrebbero tollerato a lungo il giogo ducale, fece segrete proposte di pace al comune di Genova, e ai 5 di maggio 1428 Ì patti furono conchiusi; în essi non fu manco nominato il Duca (2). Con questo accordo Alfonso toglieva anche alla Regina ed a Luigi III i soccorsi delle galere geno- vesi, poiché egli, lontano dal regno, non aveva smesso il pensiero di racquistare ciò, che aveva perduto, e toneva intelligenze con molti baroni. E questo era noto alla regia Corte, la quale deliberò di assediare il Castelnuovo: mancava il denaro, e la Regina, con un editto, bandi il pagamento della settima colletta per fare l'assedio, e resistere ai pravi sforzi del Re d'Aragona suo notorio nemico (3). Questa imposta era tanto grave c straor- dinaria, che i regnicoli ricusarono di pagarla. Per esigerla nell’Abruzzo fu deputato Matteo Sardi di Pisa, îl quale trovò il paese tanto impoverito, che ai 25 di giugno 1428 non erano state esatte ancora la quinta e la sesta colletta. Gli abruzzesi dunque rifiutarono di pagare, erano però sostenuti da Jacopo Caldora, presso il quale i sindaci delle università demaniali si riunirono a consiglio (4). La regia Corte non udi senza amarezza queste novelle, e, per quetare il moto pericoloso, accordò messer Jacopo, che voleva denaro. A’ 25 di giugno 1428 la Regina mandò nell'Abruzzo Petrillo Crispo, per assistere Matteo Sardi, e solle- citare l'esazione delle collette; dovevano assegnare al Caldora duo parti del denaro esatto, e spedire l'altro alla camera (1) Zosera, IU, lib. XU, $ XII, 178. @) Ivi $ LVII, 19I. prò ebsidione Castri novi neapolia et ad obsistendam pravis cons: aragonum hostis nostri notoriî. » Reg. Ang. 377, £. 137. Questa col- latta ora imposta per l'anno della sosta ttombre 1427 ad agosto 1428. Ogni colletta era computata per ducato 1 *], 0 15 carlini a fuoco, © famiglia. L'imposta era enorme, V. G. M. Gatanti, Nuova descrizione stor, geog. Il, cap. IV, 37, quindici carlini possono ragguagliarsi a lire 68,63 italiane Fanaguia, Studii intorno al regno di Giovanna II d'Angiò. Atti dell'Ace. Pon: taniana 1894, a. 16, p. 10. (4) Fanacua, Cod. dipl. Sulm. doc. CCXII, 321. ione, cioò da Go gle gnÙ TR (1428) LIBRO SESTO 353 regia (1). La povera gente, mancato il favore di chi l'aveva sostenuta e forse aizzata, pagò; il barone abruzzese toccò il suo denaro, la regia Corte ebbe il resto, ma l'assedio del Castelnuovo non fu fatto, nessuna molestia fu arrecata al Re d'Aragona © a' suoi aderenti. . In questo tempo a Jacopo Caldora offri l'occasione di ripren- dere le armi una ribellione dei Bolognesi. Questi il 10 di agosto 1428 si sollevarono contro il Cardinale legato, saccheg- giarono il palazzo, rifecero il governo degli Anziani e il gonfa- Joniero (2). Martino V mandò a domarli Ladislao Guinigi figliuolo del signore di Lucca e Carlo Malatesta; sollecitò la Regina chè permettesse a Jacopo d'andare al suo soldo, ed ella deputò Giovanni Dentice a fare i patti della condotta. Questi furono stabiliti nel castello di Cerro a’ 20 di agosto: Jacopo sarebbe andato a servire il Papa con lance trecento, col soldo di ducati otto mensuali per una, computati tre cavalli per lancia. Al condottiero furono assegnati ducati 200 di stipendio al mese. A questi patti, che riguardavano il servigio del Papa, furono aggiunti alcuni capitali per la Regina; e poichè sono espressi în volgare, voglio riferirne il testo originale per offrire un altro documento; dal quale apparisca la forma della lingua nostra nell’ Italia meridionale a quei tempi. « Et perche lo dieto messer Johanne Dentice commissario predieto non ave commissione de impromettere le infrascripte cose conditioni et pacti, che addemanda lo nominato, Signior Messer Jacobo, promecte ipso Messer Johanne, che la Majesta (1) Rog. Ang. 317, £' 137, « Sicut pleno informato sumus quinta et sexta col: Jecte în proviaciie aprucii citra ultraquo fumen Piscaris do summa enx colleo: taram ibidem pro presenti anno VI Ind. per curiam nostram ro anno ipso rocolligi et similiter positarumi restant ptima collecta quam in cisdem aprutini provincia Regni nostri pro obsidioac castri novi Neipolis et ad absisten.lum p-avis conalibus Regis Aragonum hostis nostri no- torii exigi et haberi providimus quaram recollectionem viro Nobili Mistheo di Sardis do Pisis secreto nostro provinciarum predictarum nostro similitor fami iloeto commsimus.... ». Fu incaricato il Crixpo di ssignens un terzo por mandarlo alla camera argrota, gli altri duo terzi il do Sundîs doveva co al Caldora per lo stipendio dello genti d'arme. @ Biuut, Rer, Mediol, Fist. K. 1, S.KIX, 113, Cronaca di Bologna ivi XVIII, GIT. 23. — Fanaouia, Giovanna TI d'Angiò. egnare i Google ‘ ERSIT 354 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1428) ioni addi- de Madamma acceptara le infrascripte cose et cont mandate dalo nominato Signore, le quali son queste: In primis videlicet, che non obstante Il supradieti capituli durino, et în ipsi se contenga che el prefato Signor Messer Jacobo sia tenuto ad refirmarise ad beneplacito dela Majestate de Madamma, ipso Messer Jacobo non sia tenuto ala dieta referma, se non ala conducta delo anno dela VII Jndicione (1) predicto tantum. Item che non obstantibus superioribus la Ma- jesta de Madamma non degia recercare el dicto Signor Messer Jacobo o sua compagnia tucta o in parte stanciando ipso Messer Jacobo de fore del Riame in servitio de nostro Signor lo Papa, et tornando nelo Riame infra el tempo dela dieta conducta, et la dicta Majesta volendo operare ipso Signore et la gente dela sua conducta deli dicte trecento lanze, sia tenuto ipso Signore andare con la dicta conducta de lanze trecento, altramente non volendo operare la persona del nominato Signore con tucta la prefata condueta non sia tenuto Messer Jacobo predicto mandare più che laneze cento. Et piu songo (2) stati per accordo col dieto Messer Johanne Commissario predieto el nominato Signor Messer Jacobo, che in caso che la Majesta de Madamma non volesse acceptare ne ratificare le conducte del proximo suprascripto capitulo 20 è dela ferma de uno anno et non più et de non potere requedere el dito Messere Jacobo ne la sua compagnia tucta o parte, stanciando foro del Riame ali servicii delo nostro Signore, et che essendo nel Riame non possa la Majesta prefata, volendo usare et operare la persona de ipso Signore, operarla commino (3) deli diete trecento lanze, et volendo usare et operare la persona sua non possa requedere dela dieta condueta piu de lanze cento como in ipso capitulo proximo supraseripto se contene, la presente conducta et pre- senti capituli siano per annullati et invalidi et nullius roboris et firmitatis censenutur. Et piu songo stati per accordo le dicte parti, che In Majestate de Madamma ratificara et acceptara questo, zoe che duranto el tempo dela dieta ferma et conducta, (1) 1428, 1429. @) Sono. La voce è viva in Napoli, alla 1* porsona del presento iadicativo del verbo essere; rara alla 3* porsona plurale. (8) Con meno. (1428) LIBRO SESTO et sei misi poi, sive che il nominato Signor Messer Jacobo stia in servitio de nostro Signore (il Papa) extra Regno ovvero infra Regnum, non possa la Majesta prefata per se vel alium, ne degia pigliare ad suo suodo (1) o provisione aleuno conduc- teri, Comestabulo, homo de arme et compagni dela compagnia de ipso Signore cuiuscunque gradus et conditionis existant dicti armigeri» (2). La Regina approvò i capitoli, e Messer Jacopo senza indugio si mise per la via della Romagna. Fu fatto capitano generale di tutte le genti della Chiesa, e perciò si trovò a capo di sei- mila cavalli e quattromila fanti coi capitani italiani più noti, sforzeschi e bracceschi: Micheletto degli Attendoli, Nicola da Tolentino, lo Gatto, Brandalino, Andrea Surano, Francesco Pie- cinino, Ladislao Guinigi, Riccio da Montechiaro, Vetulo da Cisterna, Venerio da Barbiano, ed altri. Tardi andò a lui Antonio Bentivoglio (3). Ma Jacopo condusse la guerra di Bologna fiaccamente e a lungo, e nessuna gloria aggiunse alla fama di buon condottiero. La città si accordò a'30 di agosto 1429, e fece omaggio a Mar- tino V; il tempo della condotta di lui era scaduto, e tornò nel regno creditore dello paghe dei suoi soldati, che a tempo della spedizione aveva nudriti coi saccheggi. i E le sorti del regno erano nelle mani di tre uomini: Jacopo Caldora, potente d'armi, Ser Gianni, che maneggiava la regia Corte a sua volontà, il Principe di Taranto, i cui meriti erano il nome insigne e la vastità del suo stato, pei quali aveva tanta reputazione in Italia, che di poco era reputato inferiore al Duca di Milano (4). (1 Soldo. ® Reg. Ang. 377, £ 148 1 (8) Broni Ft. Fonotiw, Mist, Dec. IU, lib, Ill, 44. (8) Y, nella nota 3 della pag. seguente la lettera diretta a Puola Goria dal Pre posito di Fossombrone. Nella descrizione del regno del 1444 dal Fotcano trovata nell'Archivio di Stato in Modena, leggasi: « Lo priacipa de Taranto è «ignoro da per 10 in lo Reamo do piu de quattroconto castello. E comenzia il suo domin dal Merchà de Napoli lanzi cito milya a uso loco se chiama la terra de Muri- gnano, e dura per XV zornade per fina ia capo de Leucha © chì lo chiama lo Sacho de terra d'Otranto, a dura por melya quattrocento 0 più... + Areh. St. Nip. aa. 1877, p. 746. Google one a0 356 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1428) Ser Gianni, che volgeva nell’animo cose audacissime, aveva ombra della grande potenza del Principe, e se bene avesse soldati suoi, che, col pretesto della difesa del regno, nudriva per sè (1), vedevasi inferiore a Jacopo Caldora per armi, si studiò di farseli amici e parenti, Aveva due figliuole, Isabella e Giovanna, propose di darne in moglie una ad Autonio di Jacopo Caldora, l’altra a Gabricle fratello del Principe. Antonio si tolse Isabella (2), ma il Principe e la regina Maria non con- sentivano, che Gabriolo spogusse Giovanna, parendo loro, che la famiglia Caracciolo fosse da meno dell’Orsina, e cercavano fuori regno parentado condecente per sangue e per istato. E vi furono pratiche per dargli madonna Margherita Gonzaga, poichè il Signore di Taranto aveva un suo oratore alla corte di Mantova (3). Però poco appresso Gabriele Orsini per altre (1) A' 24 ottobre 1428 la Regina nominò eraril del Principato citeriore Pa: squalo di Lauria @ Antonello de Restayno di Cuccaro per esigere lo solette ut în solucione stipendiorum gentium armigerarum que sub conducta spe- etadilis magni Senescalli Regni etc. in nostris serviciis et pro defensione status nostri ot rei puplice Regni predicti militaverant et militant defectus aliquis non intersit nostraque alia ardua negocia prospera dirigantur... » Reg. Ang. 377 £. 175, 274, 1 solitati dii Sor Gianni ammontavano a 509 lanco e 3)0 fanti. @) Nol Diar. amon, cit. 116 questo matrimonio è notato sotto l'anno 142%: parmi, cho sia anticipato di quattro anni. Y. Imuorr Corpus hist. geneal. 274. ) Risulta da questa lettera di Antonio preposito di Fossombrone a Paola Gonzaga. (Fuori) « Magnifico et Excelleatissimo domine, domino Paulo de Gon- raga ate. domine mec larissime. (Dentro) Mag. et Exema. madonna mia Essendo depo me parti dela V. M. S. a roma, ove so stato per la magiore parte, recordantome dalchuno colloquio io havo coa lu V. M. S. essendo in corie lo ambaxiatoro dol priacipe do T'haranto, el qualo Iongo tempo ho cognosciuto et bono amico sapendo io quanto, e confidato de quello S. A. adimandando delo fratello dol priacipe secundo genito, de po molte parolo lui me disse, che lo gran sinincalo havova gran tractato do volere daro una sua figliola al Signore G. brielle, et che in effetto ala regina maria et al principe euo figliolo non piacera, ot che ponsava piu tosto cerchare fora ytalia per havere parentado conlicente e ai per sangue ot per stato, che în ytalia et finalmente con quella mia poche sensualità io seppe glie mixe innanze madama Margarita vostra genita pur che el mio Il. S. do Manthon sa dignasso voloro fare, porgendo la cosa commo de mi et con omne gravita io seppo, ot fo ditto et replicato piu st piu parolo le quale obmetto al presente, per la quale cosa lui essendo de novo ia questo april prossimo passato fatto veschovo a proglio del principe mo disse et ricordo del tempo de matonna Margarita, et che cognosceva la V.M.S. tandem ho ricevuto lictora da lui, commo vedeva la V. M S. et si non fosse questa infestione de ing Google coin (1428) LIBRO SESTO 357 convenienze sposi Giovannella Caracciolo, l'Arcivescovo di Napoli benedisse il matrimonio, Ser Gianni diede alla figliuola diecimila ducati di dote e molto ‘argento, oro lavprato e gemme (1), il Principe, coll’assenso della Regina Maria, assegnò al fratello molte terra e castella (2). Gli eventi precipitavano. Giannetto, il cognome è ignoto, uomo nobile, signore di Montefalcone, avendo avuto bene dal Grande Siniscalco, e che © per tutto serie venuto al vostro et mio Ill. $. commo era mio debito coma quanta ara questa, at serivera non voler si nun fossa persona con- ima, et per ventura venendo herigo qui deliborai scrivero © mandare quella lictera interchiuta la quale ne mando a cio el Vostro e mio Ill. Signore ce faccia pensero avisandove che subito respusi mettendo la Jonga in mano et cho glio responderia depo natali do roma. Et pertanto M. Madonna mia consi derata la origina do quelli signori la potentia sera piu osa non e quella dela reyna li purtinenti (?) si por atato at parontezza do casa ovina at lo principe la aepoto de nostro S., cho defora dol S. Ducha do Milano non co segnore do magiore potentia, io non va consiglio, che no s0 eavio per mi, nia con ogni debita subiectione ve lo ricordo et si vo conforto se faccia, che valora piu lo reguardo de quelli signori al vostro M. figliolo et mio S. Carlo, cho non fi tutto l'avanzo de lo reame, tertia, che sempre con lo vicino tavete modo de paroatezza et piu honesta, io #0 certo, uso prosumptiono in quento tuttavia mo reconfido în la vostra Exia. havere reguardo al mio pocho senno, et suplico sin avisato quello io debbo respondere offerendo mi ct lo mp fucultado andare et fare quello per lo vostro et mio Ill. S. commandara et suplico quanto piu posso ve possibile ma reseriviati ban che dubito non ce sia anchora dela collera, avenza ma noa lo credo perchè la V. M. ja de formaggio come fati agli altri vostri amici, benche io sia minimo servo, ricordove mandare a madonna 0 a madonna Victoria io non sia smenticato. Suplico ala V. Exîa, nio recomand mio Il). S. et pregato el conte rizardo me recomande a Lolovico. Ci gi te a quello lo et a tutti altri. lo ten mo dolgo dela V. M. S. che ne a lictere no a parole a roma Babbo mai hauda resposta, recomandandomo sempre a la V.M. Bria, Ex forossumbroni decima decerabris 1423. V. M. D. fidelissimus famulus atque ser vitor Antonius prepositus foras Mantova Rab. E. XXV, 3. (1) Faruotia, Studi intorno al regno di Gioo. TI n° Angiò cit. 17. () Giovanni Antonio dol Balzo Orsini assicurò lo doti su quosto terre, che donò n Gatriele: Acerra, Marigliano, coi casali, Vico, Carifi, S. Nicola, S. Scsso, Guardia Lombarde, Porcario, Flumeri, Montescuto, Accadîa, Lacrdonia, Rocca S. Antonio e Vallata in Priscipato citeriore, Minervino e Lavello. Reg. Anz.377, {220 t. Il consenso della Regina Giovanna fu dato a' 8 novembre 1431. È a ricordare, cha Acerra ora stata levata alla Casa Orilia. Cîn. Axswrito, Famiglie nobili, et. IL, 125, S. D. nostriquo capelanus. Arch. Gonzaga in È Google omne ES 358 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1429) sperando meglio, si dichiarò uomo e vassallo di lui: promise di ubbidirlo, di servirlo colla persona, coi beni, come servitore leale cqntro tutti. Non fece manco salva la fedeltà dovuta alla masstà regia, promise di togliere le armi per lui contro qual- sivoglia persona, e non intrigarsi nelle congiure contro di lui. Ser Gianni diede guarentigia di tenerlo per buon servitore ed amico, difendere lui e la sua terra, Di questi patti fu fatto istrumento addi 11 decembre 1426; Ser Gianni invadeva i diritti regi, e l'atto cra tanto arrogante, che egli non osò di mo- strarlo alla Regina. Allontanato Luîgi III, signoreggiando nelli Corte e nell'animo di Giovanna non più colle lusinghe, ma colle minacce e dura- mente, volle, che questa confermasse il patto di Montefalcione. E lo confermò ella w'7 di murzo 1429 (1). Corsero allora le voci, che egli volesse farsi Re, le quali poi furono argomento della discolpn di coloro, i quali lo levarono dal mondo, e 1 baroni della parte angiolna mormoravano. E c'era in quel tempo un'aperta ribellione nella Terra di Bari, non trovo nè i nomi dei ribelli, nè la causa della rivol- tura, mi è noto solo, che agli 11 di novembre 1429 la Regina creò Marino Caracciolo, detto cappuccino, vicegerento di quella provincia per deprimere © sterminare i ribelli (2), Era indizio di una lotta più grave, e forse il Principe di Taranto sofiava nel fuoco. sono riportati i pat Ser Gianni © Jo. he di nua piena volontà promise di servire fedelmento © legal monte e tanquam fidelis et bonus servitor predicto Magno Senesenllo et dietis suîs heredibus durante vita ipsias Johannecti et heredum suorum sicut bonus et legalis homo insius Magni senescalli et heredam suoram ac officialium quorum qumquo eontra omnes porsonas do mundo qui vivero possont et mori, ne guorra movoro et inferre, moveriquo et inforri facere per ipsum Johannectum heredes vaxallos et familiares suos ad omne mandatum ipsius magni senescalli et ofi- um suorum predictorum et in his omnibus submittere sa vatallos et gentes suns et facero omnia prudeater et legaliter contra personns quascumque verto fusto ot opere et tociona quociena faerit oportununi at se non invenire inv garo aut interponero in arto tractatu consilio conventicalo et opere roali seu personali per quas et que ipse M. Senescallus et heredos sui possent esso cap vel admictere personas suss aud memibra seu civitatem vel terram cestrun sive locum aut statum vel territorium honorem... » Reg. Ang. 977 £. 184 t. @) Reg. Ang. 377 £ 199. oogle CORNELL'UNIVERSIT (1429) LIBRO SESTO Jacopo Caldora intanto era creditore della regia Corte per le paghe degli uomini d’arme, i quali avevano militato nella spe- dizione di Bologna, e si agitava per averle. A'9 di aprile 1430 gli furono date in pegno le castella di Bari e Carbonara col gaggio annuale di centodieci oncie, che gli furono assegnate sulla dogana di quella città: il pegno era per due anni, e se in questo termine fosse stato soddisfa:to del suo denaro, do- veva lasciare le castella (1); messer Jacopo non ebbe il denaro e s'intitolò duca di Bari (2). Per questo si turbò il Pi pe di Taranto, che si vedeva vicino un nemico pericoloso. Mentre la Regina si arrabattava per quetare la fame dell'oro de’ suoi baroni, si ricordò dei molti e grandi obblighi, che aveva col Cardinale di S. Adriano, e gli assegnò un vecchio credito di duesti quattordicimila settecentoventi, che Ladislao vantava contro Nicola d’ Este marchese di Ferrara. Era più fncile asse- gnarlo, che esigerlo (3). (1) «.. Verum famon si infra dietòs annos duos auandocumque tibi exol- verimus pecuniam, tque ipsum castrum et civitatem Bari} et Castrum Carbonario propteres restituaria ....» Reg. Ang. 377, f. 22 €) Sotto l'anoo 1420 leggesi nel Diar. Anon. cit. 110: « Messer Giacolo Cal dola hebbe il castello di Bari et eolem Anno il medesimo messer Giacolo fu fatto Duca di Bari ». (@) La Regina « Huguecto Romane ecelosie diacono cardinali S. AL et fratri nostro cari ragioni fa donazione tra vivi dei ducati 14720, che îl Marchese di Ferrara « darò restitit clare memorie domino Regi Ladislao reverendo germano nostro de summa ducatorum viginti quatuor miliurn vel circa olim ner cundem dominum Rogem fratrem nostrum ipsi Murehioni smutuatorum ». Trasferisce quindi nel Cardinalo ed agli eredi suoi ogni azione roalo personale culla prodotta somma ete, Castel cspuano 14 oitobro 1420 «in preseatia sui existentis consilii, Angalillus », Reg: Ang. STT £. 195, ii affini imo » per vero zelo di affinità, por formale carità nd altro ‘ Google ORNELL UNIVERSIT gine rom dr Google CORNELL UNIVERSITY VI Ul Grande Sinincalco ed il Principe di Taranto intrigano per dare il regno ad Alfonso d'Aragona, il conte Francesco Sforza viene a visitare le sue terre nel regno ed è accolto con favore dalla Regina. — Morte di Martino V.— I colonneri. mettono a mimore Roma e Campagna. — Elezione di Eugento IV, che domanda aiuto dalla Regina. — Questa manda Jacopo Caldora nelle terre ro- mane. — Jacopo si accorda con Antonio Colonna. Raccontano, che la regia Corte di Napoli, nell’anno 1429, fece un trattato di pace e lega col re di Castiglia, îl quale dava favore al Conte do Luna, figliuolo del ro Martino, ribellato ad Alfonso d'Aragona; dicono altresì, che questi sorprese let- tere della Corte regia, che prometteva aiuto ad una congiura di baroni siciliani (1) Non ho documento di ciò, so bene, che a'15 d’agosto 1430, pel solito pretesto del denaro occor- rente alle pagho doi soldati, i quali difendevano Napoli contro gli Aragonesi, all'assedio del Castelnuovo e del Castello del- l'Ovo, alle riparazioni delle mura della città, la Regina vendette le gabelle‘di Napoli dell’anno della XI indizione (1430-1431) ad Antonello Alopo per dodicimila ducati d'oro (2). I catalani 0) Zunara, tI, tib, XII, LVII, 101. $ LVII, 192, 193. @) Le gatello vendute furono queste: « videlicet Majoris fundici ct dohane, granorum sex per uneiam boni denarij, vini, Huezarie et quartuoii, carnium, piscium, quartatici campi neapolitani, pontis Guizzardi, S. Antonîi veteris, ligns minom et thumini, falangie, tintorie, minutorum Casanove, bajuli equorun, jomello pro parto nostra Curiama tangento et omnia alia jura dicte nostre curio ipmius Civitatis Neapolis juribua Cabellarum novarum et antiquarum Casalis Turris oogle CORNE ERSIT 362 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1430) però non furono molestati nelle castella, anzi Ser Gianni aveva intelligenze col governatore di esse Dolmao Gacirera per rin- novare l'amicizia con Alfonso. Mandò a dire al Re, che, se per lo passato era nata discordia fra loro, ora voleva, che lo tenesse per buon servitore, e lo pregava a trovare modo di farla finita colle brighe, che gli davano i regni suoi, per tor- nare all'impresa di Napoli. Alfonso rispose umanamente, lo assicurò d'aver dimenticato le inimicizie passate, nate da mala volontà altrui, e che per lo innanzi lo avrebbe tenuto caro. Ed il Gran Siniscalco per mezzo di Pietro de l’Artiga gli scrisse, che aveva intorno assai nemici e per guardarsi da loro aveva fatto parentado con Jacopo Caldora ed il Principe di Taranto: lo avvisava, che il tempo era opportuno per l'impresa e gli ricordava, che un dì sulla torre del castello d’Aversa gli aveva raccontato, che cinque anni innanzi uno strologo gli aveva predetto, ch avrebbe fatta l'impresa di Napoli, da prima vi sarebbe rimasto poco tempo, ma tornandovi poi avrebbe go- duto un regno lungo e felice. Diceva, che Luigi IIT d'Angiò voleva una figliuola sua in isposa ed egli l'aveva diniegata (1). Gli promise di fargli trovare tremila cavalli ed altrettanti sol- dati a piedi (2) Mentro Ser Gianni faceva quoste pratiche, il Principe di Taranto, nel mese di settembre, aveva mandato in Valenza al re Alfonso suoi oratori per fargli inviti e profferte (3). SI rallegrò il Re a questo sorriso di fortuna, ma pratico degli uomini, volle prima indagare il sentimento del Papa. Mandogli Antonio da Fano frate agostiniano, suo confessore, e, per trarlo a’ suoi disegni, offri ad Antonio Colonna il ducato di Calabri; Diede altresi al frate le commissioni per Ser Gianni ed il Prin- cipe di Taranto. Doveva anche tentare Jacopo Caldora. L'An- nalista della rogia Casa d’Amgonn serive, che la stessa Regina ebbe parte a queste pratiche, revecò l'adozione di Luigi IM e Octave duntaxa! exorplis ne etiam excopta provisione dudum concessa per Nos viro Nobili Johanni Cicinello de Neapoli, militi, consiliario et fideli nostro dileeto japercionibue omnium ‘auper cabella csrnium diste civitatis Neapolis etc. cum graciaram, gagiorum, provisionum exempi Reg: Ang 977, f, 206, (1) Zunrra, lib. NLV, $ 1, 208, ©) Ravwatno, IX, ad an. 14% XIX, 19) Zorira, 1 e. (1430) LIBRO SESTO 368 rinnovò quella di Alfonso (t). Egli vide qualche documento, ma Alfonso, che era largo di coscienza, sapeva sofisticare e disporre le cose a beneficio suo (2). Il Re pol mandò a Ser Gianni il suo segretario Pino Gassino, che era regnicolo, per fargli intendere ciò, che aveva deliberato di fare. E per essere libero d’ogni impedimento s’acconciò col re di Castiglia, fece concordia coi re del Portogallo, d'Inghilterra, col conte di Foix, col duca di Borgogna; per mezzo di Violante d'Aragona, moglie del re Giovanni, avola di Luigi III d'Angiò, fece con costui una tregua per lo stato della Provenza. A don Antonio di Ven- timiglia Vicerè della Sicilia ordinò di approntare l’armata, di afforzare e infoderare il castello di Tropea (3) In questo tempo giunse a Napoli l'eco dei rumori della To- scana. Paolo Guinigi, signore di Lucca, stretto dai Fiorentini, aveva domandato aiuto al Duca di Milano; ma îl Duca, nei capitoli della pace conchiusa poco innanzi colla Signoria, aveva posto il patto, che non si sarebbe impacciato delle cose della Toscana, e perciò non poteva apertamente intervenire colle armi. Usò gli artificii dei quali era maestro. Teneva nella Lo- mellina il conte Francesco Sforza con poco favore e quasi abbandonato, alla richiesta di Paolo si sovvenne di lui, lo ac- conciò di denaro per mandarlo a Lucca, e sparse la voce, che il Conte s'era sciolto d'ogni obbligo, e faceva soldati per andare alle sue terre del regno. Il Conte per la Pietra Santa discese nella Toscana e andò innanzi a Lucca, I fiorentini allora, arendo speso molto denaro e tempo intorno a quella città, si videro in punto di levare le offese e partirsi dall'assedio; ma perchè sapevano, ed avevano modo di trarsi d'impaceio, ricordandosi, che la Signoria era in debito di cinquantamila fiorini per sti- pendii dovuti a Muzio Attendolo Sforza, li proffersero al fi- gliuolo per allontanarlo da Lucca. Il Conte si tolse îl denaro, parti per rivedere le sue terre della Puglia, e andò co' soldati a Manfredonia (4). (1) Zunira, |. e. (@) Durur, Droits du Roi c. v. dimostra falso il documento. 6) Zonta, Lo. (4) Cio pi Nenc Garroni, Comm. cit. 1170, Conio, ed. cit. V par. 700, Sì nera, 215, Bitti. Mist, Med, Kt LS. IX, LI7. Amstinato, lat. ed. cit, V. lib, 170 è seg. Matavotti, St. di Siena par. II lib. IL 20. Google conii 364 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1431) La venuta del Conte non era opportuna per Ser Gianni e pel Principe di Taranto; la Regina tuttavolta lo compiacque d'ogni cosa, che richiese, e a' 30 di agosto 1430 gli spedi lettere colle quali lo faceva certo, che avrebbe conservate e protette tutte le castella di lui (1). Un avvenimento non aspettato intrigò tutte le trame di Ser Gianni: la notte de’ 19 febbraio 1431 morì Martino V. Rimanevano dei colonnesi tre nipoti di lui: Antonio, che entrava nel vigesimo quarto anno d’età, principe di Salerno, Prospero, cardinale, d'anni ventidue, Eduardo adolescente, conte di Celano ed Albe (2). Questi giovani non si perdettero d'animo per la morte repentina dello zio: misero a sacco il palagio pontificio, rapirono il tesoro, che quegli aveva raunato per fare la guerra ai turchi, come si diceva, si afforzarono nel Castel S. Angelo e în Ostia. A'3 di marzo fu eletto pontefice Gabriello de' Condolmieri, veneto, cardinale di Siena, duro uomo, che aveva menata la vita fra i rigori claustrali, e tolse il nome di Eugenio IV. Richiese ai Colonnesi il tesoro dello zio, e non trovandoli disposti a contentarlo, incrudeli contre coloro, che erano stati familiari © ministri dol defunto pontefice, onde Roma © le altro terre della chiesa furono turbate de tumulti; Perugia e Spoleto si ribellarono, Antonio Colonna cogli amici e consorti delle case Savelli, Gaetani e Conti corse armato la Campagna romana, predò e sbigotti gli amici del Papa, assali Roma. Fugenio si volse agli Orsini, fece abbattere gli scudi colonnesi, domandò soccorso alla regina Giovanna (3), la quale gli aveva mandato un’am- basceria per congratularsi dell'alto ufficio (4). (1) Reg. Ang. 977 fi 240. La Ragina si mostrà sompra benevola al conte Francesco. Questi non avova manco pagato il relevio dello terre patorne e nel 1493 gli accordò un nino di tempo per soddisfare il debito. Reg. Ang. 377, £. 381, t Nello stesso anno a' 13 di agosto gli concesse: « cannas decem per longum et septem per latus territorii pubtlici siti inter menia maritimo portus huina civitatis nostre nenpolia jurta menia civitatis ipsius, jurta bona Sancto Mario Annunciato de Neapoli, ingta bona viri nobilis Antonelli Pappasodo et jvxta bona Maczei de Griffin de neapoli, via publica mediante. » Reg. Ang. 377, 1380 (2) Bioxpo, Dec. Ill, lit, IV, 498. () Binwa, Ri 1, SIX, L43. Vita Eugenii pp. R. ivi XVII, Ravsatvo, DX, $ [X, 96. GREGOROYIUS, (8) Rawwatno, ivi 6 1X. S, III, 86. Cron. di Bologna di Roma, cit. VII, 34 © seg. x00gle RAI (1431) LIBRO SESTO 368 Le genti d'arme della condotta di Jacopo Caldora erano pronte ed ella ordinò, che andassero in aiuto del Papa, ed occorrendo il denaro delle paghe, mandò nell’Abruzzo Sabatino de Mandino di Maiuri per esigere le collette (1). E si mostrava ossequiosis- sima ad Eugenio IV; ordinò, che i prelati del regno, i baroni, gli ufficiali regii facessero un bando per vietare ai regnicoli di trafficare e comperare robe e bestiame predato dai Colonnesi nella Campagna di Roma (2), Dipoi mandò Petriccione Carac- ciolo vicegerente nel Principato citeriore con le commissioni di sequestrare e ridurre al demanio regio Salerno, Cava, Castellamare di Stabia, Vico, Minori Gragnano, Lettere o tutto lo stato di Antonio Colonna (3) Questo sequestro fu (1) 6 maggio 1431. « Cam mote noviter exhortationibus et raquisitionibus sanclissimi et clementissigni domini nostri Pape Eugenij quarti deliberaverimus traamittere ad eius obsequia et servigia Magaificam virum ac strenuum armorum enpituneum Jacubum Caldoram militem... cam omnibus oiue gentibus armigeria sue conducte quas ad stipendia curie nostro tenet latendamusquo propterea quod Jacobus ipse rezliter et intogre ac indileto habeat stipendia sua et diete conduc!o pressatis anni sibi stabilita tam super collcetis Civitatis nostra Aquile quam in toto utroque Aprutio ut ad prefuta obsequia et servicia accedero valeat. Ideirco da fide prudentia nollicitudiae et legalitato tuia ab experto confise, Ta commissarium nostrum ia dicta civitato nostra Aquilo eiusquo districtu super impositione ei recolleciiono generalis subventionis sou colleete... pro presenti no IX indictionis quaram quelibet ascendit nd summam duestorim duoruta millium quingentorum t. p. d. c. n. s. fiducialiter ordinamus... » Reg. Aug. 377 f. 287. Addi 1° di maggio la Regina aveva anche ordinato a Ser Gianni di met- lle cavalieri o 200 podoni, cha egli aveva agli stipendi per ribelli del Papa. Ivi £, 272 4 1431... « Papa Eugenius quartus per brevo apostolicum maje- icavit qualiter Antonius do Columma princepa salernitanus, suggerento himani generis inimico, in sue Sanetitatis et Romanam Ecciosiam ac tocius urbis romano provi È dietum dominum nostrum papam et prefatam urbem invadoro populari seu depredari agros prodas agero atquo omnia perpetrari quod ipsi hostes consueverunt dulla tune subsistento ratione propter quod nobis percipiendo mandavit ut universis et siagulis nostre Majestati ditis preconis voce inhibendo preciperemus ut si qua animalia romanorum vel altoriua caiuscumquo tam sacrilege atque nefarie tatos torras st loca nobis supposita doforri contingat Idem nostri subditi quicumquo ex cis non emant) capiantvo mercentur... » Rog. Ang. 977 £ 272. Ci. Rey- matto, IX, $ 1X, 95. (3) Canna, St. di Amalfi, 210. L'A. ci ed ia una no! riferisce le parole della Re ciusdem domini mostri papo ». tero in 0: mandarli contro (2) 1° mag stati nostre not un diploma, ehe son ho rinvenuto, : « induete jussionibus et preceptis î Google 366 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1431) fatto per ordine del Papa. Così era disfatta l’opera di Martino V. Mentre Jacopo Caldora dall'Abruzzo s'avviava coll’ esercito alla campagna di Roma, per combattere i Colonnesi, compagni d'arme alla battaglia dell’Aquila, la Regina ordiné al grande Se- nescallo di mettere In campo mille cavalli e duecento fanti delle genti sue, per aiutare Îl Papa, ma prima dovevano ridurre al- l’ubbidienza alquante terre del Molise e della Terra di Lavoro (1). Il comando fu dato a Marino, conte di $. Angelo, fratello di Ser Gianni, Quali fossero queste torre 0 città non ci è noto, sap- piamo, che l’anno innanzi, all’ uscita di luglio, Riccio di Mon- techiaro, uomo nudace, che era stato conestabile di funti con Jacopo Caldora all’impresa di Bologna (2), aveva messo sossopra le terre della badia di Montecassino, ed ora colle turbolenze dei Colonnesi ai confiti del regno e l'andata di Jacopo Caldora, pareva pericoloso. Riccio era stato aizato da Ruggiero Gaetani nemico della Chiesa e di Pirro Abate della Badia; occupò a tradimento S. Pietroinfine e lo saccheggiò (3), mise a rumore, combat- (1) 2 maggio 1431. € versua urbem cum nost quia sicut noxti miotimus te (Marinum) present armigeria gentibua aquitibua at paditibus ia subeidium ecclosio ac sanziinsimo in christo patria elomeni domini nostri domini Eugenij pape quartis et iu provincia Torre Laboris et Comi- tatus Molisij sunt aliquo ciritates et terre que alias fuerunt do nostro demanio et domiaio principali, que propter temporum preteritorum varietates ab ipso nostro dominio et demanio carto modo alienate et saparate fueroat. Et intendentea ipasa nostro dominio st demanio redusere et applicare ideireb redusendi ipens ad gratie nostro tinum tam tcilicst earum nutu et voluatate libera gt prompta quam si expedieril ipsis civitatibua guerras et hoslilitates faciendo... » Reg. Ang. 977, £. 272. (2) Non 10, perchè il mio insigne maestro d. Luter Tosri nel [IT libro della Storia della Badia di M. Cassino, ed. 1843 p. 143 ssrisae: Rigio sotto tribuno della soldatesca di Giscomo di Carinola.... » Questo Giacomo di Cariaola è igaoto, credo sia detto così per erroro Giacomo Caldora 0 Candola. (3) A' I2 di ottobre 1431 la Regina condonò in perpetuo un' encia per colletta all'università di S. Pietroinfine: « olim in anno proxime elapso Ind. VIII posita ad saccom por Riciam Comestabulum peditum et siua sosios, no capta et tempta per eos certi tempori sistentes ia campo contra dietum Ricium et eius socios, qui dietam occa detinebant quampluria dampna et signanter in eorum possessionibus et uli Universitas et homines ipsius terro subatinuerunt.. ». Reg. Ang. 977, { 218. ot favorern saneto matri spatio ex quibus et oliam per gentes nostras armigeras tam (1431) LIBRO SESTO 367 tette, depredò altre terre (1). Andò per la Regina a combatterlo Francesco Caracciolo con cinquecento fanti, Pirro Tomacelli, il torbido Abate, armò trecento dei suoi vassalli contro di lui, ma egli si sostenne tre mesi e si quetò quando la Regina ordinò a Ruggiero e Francesco Gaetani di non arrecare mo- lestia al pontefice e non dare favore ai ribelli, se avevano cara la grazia di loi (2). Un altro conestabile di fanti, Simone de Marta, imitò l'esempio di Riccio. Con cento cinquanta uomini occupò per inganno la Rocchetta nella Terra di Lavoro e, crescendo di audacia e di gente di per di, mise in preda il paese attorno e osò di correre fino alla Capitanata. La Regina mandò Francesco Caracciolo a sorprenderlo nel suo nido della Rocchetta coll'aiuto de' baroni e de' vescovi (8) Jacopo Caldora intanto era disceso nelle terre romane; tolse ai Colonnesi Frascati, Malaria, Montecompatre, Rippi, Banco, Colleferreo, Burgeto, Paliano, andò col campo innanzi a Gen- nazzano, © i nipoti di papa Martino si videro a mal partito. Ma egli restò poco operoso, parve anzi nelle azioni militari più nemico, che difensore del Papa, e con apparato ostile andò fino a Roma, onde Eugenio IV si trovò in condizioni più pericolose di prima. Narrano, che Antonio Colonna abbia accordato messer Jacopo col denaro (4). In tanta confusione di cose i Colonnesi da una parte ed il Papa dall'altra cercarono soccorso in ogni parte d'Europa. Antonio Colonna domandò aiuto ad Alfonso d'Aragona (5); il Papa ai fiorentini e ai veneziani, sollecitò la Regina per avere altri aiuti; questa affrettò l'andata di Ma- rino Caracciolo, e a' 2 di luglio mandò a Roma Gaspare Bon- giano per assoldare Nicola de Fortebraccio, al quale offri il Contado di Celano, tolto ad Eduardo Colonna, e l’ufficio di vicegerente d'Abruzzo; in guarentigia delle paghe do’ soldati () De Tunvutus, Voabitia temp. c. XLI, 37. @) G. B. Cuninci, Dec. cit. dell' Ecc.ma famiglia Caeteni di Roma: 1° giugno 1431. Sunost8, lib. IV, (8) 18 luglio 1431, Reg. Ang. 377, £. 216, t. (@) Diurn. di Montel. tweessura, RL. S. II, par. Il 1123. Il Browno, Dec. IT, IV, 480, scrivo: «Sed paulo post (Caldora) al partes principis Antosij tran: sions, ponti ficem in masimns duxit difficaltates ». V. la bolla di Eugenio IV data XVI, Kal. sept. 1431 con la quale nomina suo legato Ugo vescovo di Preneste. Raxsato0, IX, $ XI, 9. (6) Zunima, lib. XIV, $ IX,214. Diurn. di Monte, 86. 368 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1431) offri le collette di questa regione, le quali erano già impegnate a Jacopo Caldora (1). Intanto fiorentini e veneziani avevano mandato nel patri- monio Nicola da Tolentino, buon capitano, Eugenio raunò quanti soldati potette e li affidò a Giovanni Vitelleschi, testè ereato vescovo di Recanati, acre, iracondo, manesco, più ac- concio alle fazioni della guerra, che agli uffici del sacerdozio. Tutto questo sforzo di gente non mosse contro i Colonnesi, na andò a trovare Jacopo Caldora, il quale, disposti i suoi per le castella, stette a vedere, che facevano i nemici. Nè l'una né l’altra parte fece offesa, cominciarono a parlamentare; il Car- dinale di Cipro si frammise alle pratiche e a’ 22 di decembre fu fatta la pace: Antonio Colonna pagò al papa settantacin- quemila ducati, cedette Orta, Narni, Suriano, Gualdo Nucerino, Assisi, Ascoli, Imola, Forlì, Forlimpopoli, terre male acquistate col favore dello zio (2); Jacopo Caldora tornò alle sue castella d'Abruzzo; non trovo notizia di ciò che fece il Conte di S. An- gelo, forse non passò manco i confini, perchè Ser Gianni non voleva allontanare i suoi soldati. (1) .. « Et confisis do tuis prudentia et sagacitate te (Gaspar) commissarium nostrum ad conducendum dicium Nicolaum de fortebracì nostra et sancto matris ecclesio supradicta durimus personaliter Wuocireà volumus et fidelitati tue hsrum serio d. c. n. oxpresso mandamus quatan sublatis to ad urbem pore rlitor conferene vel ali ubi oportuorit et sum vel parta dicti Nicolai reperire contigerit cam presenti nostra commis tudeas et procures condacere et icteria nostris credencialibus ad eundem directi ipsum Nicolauim ad nostra stipendia et dieta. Ecclesio sorvi firmara cum illis pactis convencionibus at capitulis quibus meliui expediro sivo cum co priucipalitor sivo cam aliquo eius cancellario procuratore factore vel ministro pro dicta Feclesia st nostro stato. Et signanter contanfamur et velumus ac tibi potestatem pignariam impartimur quod eidem Nicolao nostri parte offeras st promictas Comitatum Celani, vicemgerentiam utriusquo Apruti et atipendia nen condueta ia et super colloctis et aliia nostri provincie utriusque Aprucij et in eorum defectu super ali noetre camere. ». Dal Costello di Aversa 4 luglio 1431. Reg. Ang. 977, £ 278 t (&) Bioxao, Dec. III, lib, IV, 450, <61. Diurn, di Montel. 86. Nimt Caproni, 1. cit, SanettIco, Enn, X, 2. Narrano, che alle pratiche di pace 5° adoperò anche l'imperatore Sigismondo. RarwaLso. ad an. IX, 97, 8 XII. I colonnesi furono poi assoluti dal Papa a' 15 maggio 1433; furono nuovamente dichiarati ribelli con altra bolla del Y sovembre 1499, Tuiivsn, Cod. dipl. dom. temp. III, 314, 922. x00gle CONNETTE VII Ser Gianni allontana la Regina da Napoli con nonpetto di tra- dimento. — La Duchessa di Sessa entra nella congiura contro di lut, alla quale partecipa la Regina. — Nozze di Troiano Carao- ciolo con Marta Caldora. = Assassinio di Ser Gianni. Questi, all'entrata di giugno 1431, condusse la Regina nel castello di Aversa, luogo poco salubre d'estate (1), e vo la tenne fino al mese di gennaio 1492, dipoi la menò a Pozzuoli, luogo più dolce d’aria (2), e vî dimorò solo un mese (3). Intorno a questa novità farono varie le opinioni, Ser Gianni l'adonestava (1) Trovo ua diploma, spedito nel Castelnuoro a' 20 di maggio 1431, per l'as senso regio mi patti stabiliti fra Gasparo Bongiaro e Giuromo de Cotruglio di Ragusa per la confeziona dei sali nello alina di Harlstta a di Saipi Reg. 397, £. 263. A'6 di giugno la Regina nel castello d'Aversa spedì loltero per Cristofaro Gaetani conte di Fondi, al quale Cubella de Puzutis aveva portate in dote le castolla di Bussi è Baranello nel contado di Molise, lo quali furono devoluto alla R. Corte quando morì senza eredi. so bene le avesse permutate con Luagano S. Massimo, che erano del marito. La permuta non era stata corraborta col regio sssonto, 0 la Regina collo loltoro date da Aversa nand ogni difetto. Rog. cit. £ 273. (@) La Regina e 10 decembre 1431 spodi da Aversa il r. assenso per le doti assegnate dal Duca di Sessa alla sorella Caterina, contessa di Mirabella. Rog. Aag. 377 {281 t.; una quietanza per Gorio Gattola protontino di Gaeta: ivi £ 288; ad il diploma de' privilegi di Ravello: ivi f v80. A° 15 di genonio 1432 da Pozzuoli confermò un'enfiteusi sopra terra feudale a favore di Liczia d'Antonio Furlano della Baronia di Prata: ivi f. 290. () A°2 di febbraio 1432 dal Cestelcapuano la Regina dichiarò franca d' ogni imposta Caterina do Berardo da Popleto, moglie del dottor Giacorno Mozzapede di Aquila. Reg. 377 £. 3181 . 2A. — Faraglia, Giovanna II d Angiò. î Google Conn AI 370 GIOVANNA ll D'ANGIÒ (1431) asserendo, che la Regina era informa (1), che în Napoli si face- vano riparazioni di mura e opere nuove (2), è porciò l'aveva condotta fuori. Intanto, traendo profitto della disgrazia dei Colonnesi, volle il ducato di Venosa, e l’ebbe (3), poi domandò pel figliuolo il principato di Salerno, non gli fu dato (4), s'adontò; poichè la grandezza l'aveva ubbriacato, 8'arrogara ogni autorità, allon- tanava i sudditi dall'ubbidienza della Regina, la richiedeva per sb (5), conchiudeva leghe © trattati coi baroni del regno e con signori stranieri, faceva battere e chiudere nelle carceri i fami- liari della Regina, i quali non gli andavano a sangue; accu- mulava nelle sue castella i denari de’ proventi della regia Corte col pretesto, che ne usava per le paghe delle genti d'arme; aveva allontanata la Regina da Napoli, e condotta ad Aversa, per tenerla stretta e sottoposta alla sua volontà, e quando ella diniegava di secondurlo, minaccinva di daro Nupoli ad Alfonso, se fosse venuto, 0 di metterla a sacco coi soldati suoi (6). () La Regina Giovanna era stata inferma ulguenti mesi innanzi e molto grs- vemente, La curò Nardo di Gaota medico, ed in guidontono n° 1 nov. 1428 gli diede l'uffiio di notaio eredenziere del fondaco maggiore di Napoli. Reg. Ang. 377, L10684 (#) I di B ottobre 1431 dal castello di Aversa la Regina approvò i patti fra la città di Napoli © Alessnadro Tagliavulo appaltatoro « nore cabelle granorum quiaque pro quolibet birili vini groci et altorius mpoci opendersi universitatem et hon in construetione, fabrica, reparaciono et aliis necessitatibus STI ZI, Le È si ficevano lo riparazioni dello mura 0 forse anche del Castel Capuano ordinate prima. (8) Non trovo il do maggio 1431 Ser Ang. 376, (274, L (4) Diurn. di Montel., 87. (8) Ho riferito già un documento, dal quale risulta ciò; maggiori prove si hnano in ua notevolissimo diploma dol 31 dicembro 1432, che trovai nel Reg. Ang: 977, € 324 0 sega il quale fu pubblicato dal Miwrni Riccio nel Seggio di Cod. dipi. I, par. 1,99. Ne riporterà qualche tratto, che ini fa bisogno, In esso dice la Rogina, che Ser Gianni « omnowi hobediontiam a subditis nostris ad se rodutit, ut potuisset adimplore ot facore omnia relnd rex. (0) - Saivit et potuit (Sie Jannes) nicut eet usqua notori nos & Civitate nostra Neapolis subdola ad inventione subtralicio et Arersam ducere por ipsa lento della concessione. In una quietanza del 1° di itolato duca di Venosn e conte di Avellino. Reg. ‘n Visum ext (1431) LIBRO SESTO 371 Vietava ai Sindaci delle terre di vederla e domandare perdono di cecessi e rivolture; li udiva ogli, e li persuadeva a perdu- rare nella ribellione (1), E si narrava, che, fatto villano dal l'ambizione, usava con la Regina male parole, c, quando gli negò il principato di Salerno, le abbia messo le mani sul viso (2). Certa' cosa è, che, Antonio Colonna, fatta la pace col Papa, ricbbe parte del principato, (3) cd Eduardo la signori delle terre marsicane (4). Le colpe di Ser Gianni erano gravi, e i nemici di lui e gl’in- vidiosi della sua grandezza molti. Marino Boffa, Ottino Carac- ciolo, Pietro Palngano, Monacello d'Anna, Urbano Cimino, gli amici di Luigi III e della Regina congiuravano per levarlo dal mondo. Attizzava il fuoco Covella Ruffo, duchessa di Sessa, contessa di Squillace, di Montalto, di Alife, cugina di Giovanna per parte della madre, e si teneva da più di ogni altro per la nobiltà del sangue: superbissima, riottosa, non viveva bene col ut sub totali cius nos submitteret potostato, minando quol si ex Aragonum veniret eum eius armata, quod ipse assignabat sibi Civitatem nostram Neapolis contra nostram beneplacitum et voluntatem, vol ipse eum.gento nua predictam civitatem nostram Nonpolia volebat in predam ponoro ». Ivi. 0 hi. (2) Diurn. di Afontet. BT. AxxinATO, Opuscoli, Vita di Giovanna EI, II, 673. (3) Il lungo diploma della nuova concessione del Principato di Salerno tro- vasi nel Fascicolo Ang. 9 £. 53. Antonio col principato riebbe a° 28 febbraio 1432 anche Castollami di Stabia, Vico, Letter, Minori, £. Severin», Eboli, Gragnano, Maiori, lo Franche: Arco nella Terra di Lavoro c certi diritti eolla Cava, Montecorvino, Scafati, S. Magno. (4) Il diploma della nuova concessione è del 21 febbraio 1432. Fu ridata ad Facardo «civitatem Marsio com titulo et dignitate Ducalus neo non Comititum Celani » con queste terra « Celanum, Piscinam, Cucullum, Collum, Cerchium, Agellum, Sasctum Potitam, Ovindoli, Roveram, Sanclum Jonam, laternum, Callinaum, Castrum Vetus, Castrum do Geri (Castel d'Teri), Siciunrum, Vennerum, Ortochia, Resoginam, Asehrum, Speronssinum, Sanetum Sebastimem et Ca- pestiazum de provincia Aprulij citra flumem piscarie, Baroniam Carapelle, Castrum Vetus, Sanetunì Stephanum, Celanum, Roccao: Calani, licium et Joyam do provincia ultra lumen piscarie, Vicalvum postem, et Soram de provincia néc non comitatim Allo minus terras castra loca et fortellicia subscripia, videlicet. Albam, Sanctom Anatoliam, Kisolan, lucum, transaquis (Trasscco), Capistrellum, Aveczanum, pescam canalo, Canistram, meto, Civitellam Readinariam, Castrum névum do Vallibus, Rocca do Vivo et Civitate Antiua da dieta provincia Aprutij ultra, ete. » Fascie. Ang. 04 f 53 £ È Google Da 372 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1481) marito (1), era in questo tempo in grande favore presso la Regina (2), e interveniva alle deliberazioni del consiglio regio. Aveva sposato Giovanni Antonio di Marzano, ma era femmina tanto riottosa, che col marito non viveva bene, ognuno pensi con qual animo vedesse la grandezza di Ser Gianni; contro costui ella potette più degli altri, e versò nell'anima della Regina parte del suo veleno. E ‘le andava sussurrando quale fosse la rovina del regno, quanto il suo pericolo: occorreva levare di mezzo Ser Gianni. La Regina udiva lei e gli altri congiurati in notturni conciliaboli a Castel Capuano; tutti erano concordi in questo, che bisognava opprimere l'uomo peri- coloso, discordi nel modo, perchè la Regina voleva, che fosse sottoposto a giudizio: temeva però, che ne sarebbe nato scandalo e rumore (3). Furono tuttavolta le ultime conclusioni per la morte di Ser Gianni. Questi mon pose mente al pericolo, essendo tutto inteso a fare nuovo parentado colla famiglia Caldora, poichè temeva le armi di Jacopo e l'autorità; s'era quindi proposto di dare in moglie a Troiano, suo figliolo, Maria figliuola di lui. Fatte le pratiche, stabiliti i patti, concessa In fanciulla, furono ordinate le nozze. Per dare a queste un apparato non ordinario di solennità, volle il Grande Siniscalco, che fossero fatte nel Castello Capuano innanzi alla maestà della Regina, e al tempo stabilito vennero d'ogni parte del regno baroni, amici e parenti per salutarlo, fargli onore e aver parte della felicità di lui. Le feste furono celebrate n mezzo .agosto con apparato regio, fra banchetti, danze © torneamenti. Mancava tuttavolta. Jacopo Caldora, che s'era seusato con un pretesto, ed era rimasto nelle CD) Carrara, 177. ®) Era nei diplomi regii appellata « Magnifica Mulier Cubella Rufa Ducissa Sunsso, Squillacij, Montis Alti et Alify comitissa, affnis tanquam filia vostra carissima et fidelis dilecta, » V. il dipl. del 19 1429, col qualo la Regina confermò la cessione del feudo detto del Conte di Nonticelli nello pertinenze di Sessa fatta dalla Duchessa a Gaspare do Martino di Sessa. Reg. Ang. 377 (. 200 t. (8) Lo confessa la Regina nol diploma del 31 dicombre 1482 cit. «... plurios escogîtavimus ipsum (Sir Jannen:) de persona arrestari seu capi facore et deinde ipsum arrestatom propter cius demerita pena punire justitia mediante. Et considorantos pluries super hoc negotium scandalum quod posset ex eius personali captara nostre persone et statui provenire propter eius formidabile potontiam sundem deliborato per nos in nostro mentis archano ipsum pre Auîusmodi scandalo revocacione interîci facere». = + Google cor (1481) LIBRO SESTO 878 sue castella d’Abruzzo, e a lui lontano ognuno volgeva il pen- siero: perchè non era venuto? Dall'altra parte ln Duchessa di Sessa, Marino Boffa, Pietro Palagano, Ottino. Caracciolo, tutti i baroni emuli, o nemici, di Ser Gianni, non assistevano a quelle feste con volto sereno; e vedendo riuniti tutti i consorti di lui, reputarono venuto il tempo per levarlo di mezzo, e sorpren- dere costoro, acciocché non togliessero le armi per la vendetta © mettessero a rumore il regno. Dopo maturo consiglio ordina- tono il tempo ed il modo di mettere ad effetto il feroce disegno; non ne fecero motto alla Regina: se noi pigliamo Ser Gianni, dicevano, la Regina, che è donna di poca costanza, lo rimetterà in istato, lo avrà più caro, c noi saremo tutti morti; miglior partito è ucciderlo (1). s Ai 19 di agosto la festa fu più solenne e lieta degli altri giorni (2), sulla sera la Duchessa di Sessa, che soleva dormire nel Castello Capuano, forse per levare i sospetti, andò alle sue enso® il Grande Siniscalco, il quale non si partiva mai dalla Regina, si ridusse alle stanze sue. Era più del solito allegro, e andava dicendo, che oramai nulla aveva più a temere per ln sua grandezza (8). Il lutto però occupa l'estremo del gaudio. Marino Boffa e Ottino Caracciolo erano rimasti nella corte del Castello: sulla quarta ori della notte, spenti i lumi, quetato ogni rumore, Francesco Cimino, Pietro Palagano, Leonardo Bruni detto lo Squatra, si fecera all'uscio delle stanze di Ser Gianni, picchiarono e, come ebbero voce di dentro, lo Squatra, fedele e noto servitore della Regina, disse: alla Regina è venuta una goccia di capo (4). Fu destato il Grande Siniscalco, e udite le novelle, si levò sul letto e mise mano ai panni di gamba: (1) Diurn. di Montel. 87. QI Noi Diurn. di Moniel. 87, loggesi ai 10 di agosto nel Ma della Iibl. Ne. di Napoli è notato il giorao 28. « Octavo Kal. septembris intempesta nocte quae saneti Ludovici diom festum et celebeationem praccedit.. », Scrive Taorano Canuc- covo nella Vila Sergiani R. 1. S. XXIL i, Ma la fosta di S, Ludovico è ai 19 di agosto. V'ha tuttavolta un errore di computo. Notx® Giacosto, 75 nota: «ali XVIIIT de augasto » erra l'anno, 1430, ma pote l'indizione napoletana X, cho finisca col mosa di agosto 143. Fuscor sabato 19 d'agosto. (8) Divi Antowini, Chron. IT, pars. tit. XXI, S VII, 492. (8) Diurn. di Montel. 87. 0, Areh. st nap. anno I, 45 scrivo: Google c 374 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1431) i camerieri aprirono l’uscio, e i congiurati lesti, colla mano sugli stocchi, si cacciarono dentro e, giunti a Ser Gianni, l’at- torniarono, lo percossero col ferro, lo lasciarono morto. Anda- rono poi alla Regina, le contarono il fatto, ed ella si turbò, però dissero, che volendo sostenere il Grande Siniscalco, cone cra stato ordinato, egli aveva tolte le armi per la difesa, ed essi per necessità l'avevano ucciso (1), E per trarre partito dell’assussinio, prima che si levasse il grido del misfatto, e i parenti © gli amici si fossero raunati, li mandarono a chiamare, perchè la Regina era stata colta da un malore repentino. Gl'incauti accorsero, e, come cessi mettevano piede nel en- stello, dalle guardie erano circondati, disurmati, imprigionati E questo incontrò fra gli altri a Troiano figliuolo di Ser Gianni, a Marino Caracciolo conte di S. Angelo, a Petricone Caracciolo, a Marino Caracciolo detto Senppuccino, a Giovanni Dentice detto Carestia, ed al figlivolo Perrino, a Damiano Caracciolo signore di Calvello, ad Urbano Caracciolo, castellano di Aversa, il quale era venuto alla festa col figliolo © ad altri assai. Il giorno appresso, di mattino, la Duchessa di Sessa allegra corse al Castello Capuano, per vedere il cadavere del Grande (1) {1 racconto dei Diurnali è confermato dal diploma cit. del 31 dicembre 1432. eco il tratto, che occorre riportaro e segue al precedente, nel qualo si parl Convocatis clem et secrete coram nobis ad hoe castrum nostrum Capuanum Neapolis aliquibua proceribus et nobilibus statum nostrum colentibus cortisque fideli nostris servitoridus quorum a diu legalitatom et fidem experto fueranus in dubiis evontibus comprobatam eis deliberatione totaliter patefucta licet tam eis per prins pluries 3 remanentibus si quidem et sistetibus ipsis proceri bus Magnatibus ilibue in nostra socintalo et comitiva pro nostro porsone securitata custodia tutela pariter et cautela ipsum SirJannem in quadam camera dieti nostri Castri novi Lune porsonaliter conmorantem per quesslam ex dictis nostrie familiaribns olim ile pretorito mense Angusti anni decime Îadietionis et inxta modum et ordinem per nos datum non obstante quod illis diebus sue recentis intrate honesiatis causa delle congiure contro Ser Gianni: « 10 propter certos honos respoctua et iuatar causa montem nottram tune digne meventes plurins nos ore nostro proprio disimus {o palam per nostros contiliarios dici Fecerimus ac etiam seribi iusserimas iuod deliberavimus eum de persona arrestati ficere et deinde mediante iustitia capitis puniri. Et quod volendo se ipsum a dictis {une arrestare volentibus defender, fuvrat ab eisdem preter nostram intentionem talitor interftetus. Nan re vera de nostri deliboratione, mandato, ordlinatione et veluntate fuit sicut prescribitur detus mort...» Mistent Riccro, Lc 100, 101, La conclusione è cridentemente posta per salvare i congiurati. Google ge (1431) LIBRO SESTO 375 Siniscalco, e trovatolo a terra nudo, con una sola calza în gamba, tutto bruttato di sangue, lo percosse col piede, e: che si credeva, disse amaramente, che si credeva questo figlio di mala femmina? di mettersi a paro di me? AI sommo di una collinetta, a fronte alla porta di S. Sofia fuori le mura della città, di la dal Carbonario, ch'era un valloncello, dove i popolani solevano gittare spazzature, lor- dure, carogne, che poi l’accolta delle piogge travolgeva al mare, si levava il monastero di S. Giovanni Battista. Le ori- gini di esso richiamano alla memoria il maestro Dionigio dal Borgo Santo Sepolero, frate dell'ordine degli Eremiti di S. Ago- atino, dottore a Parigi in divinità e in filosofta, astrologo famo- sissimo, il quale predisse la morte di Castruccio Castracani con tanta certezza, che Giovanni Villani scrisse: « et in tutte le sue parti il giudizio di maestro Dionigio fue profezia » (1). Poiché, per favore di Roberto d'Angiò, fu fatto vescovo di Monopoli, trovandosi nel 1329 alla Corte del Re, cbbe da Gualtiero Galiota in donazione per l'ordine eremitano un orto e alquante case alla collina del Carbonario, dove fu posto maro all’edificio del mo- nastero e della chiesa. Sorsero umilmente da prima, poi gli Eremiti ebbero favore e, anmentate le ricchezze, crebbero lo mura. All'entrata del sec. XV incontrarono grazia presso le famiglie dei Caracciolo, che avevano le case non lontane nelle circostanze del Castello Capuano, e per essi forse presso la regina Giovanna IL, la quale, volendo onorare la memoria del fratello Ladisluo e la sua, fece levare nella chiesa dei frati Eremiti di S. Agostino un monumento insigne. Mentre si faceva questa opera, aveva il Grande Siniscalco fatto costruire una vasta cappella rotonda, intitolata dalla Natività della SS. Vergine, e ai 10 di dicembre 1427 per istrumento di notaio aveva donato Ki frati orti c caso sue, posti nella contrada del Carbonario, perchè pregassero Dio e celebrassero messe per lui e per gli eredi, ai quali doveva restare il padronato. Mancò a Ser Gianni il tempo di ornarla (2). (1) Storia, lib. X, cap. NXXVIL Platea del monastero di S. Giovanni a Carbonara nell'Arch. del R. Albergo dei Poreri, parte I, fol. I. D'Excesto, Nop. Nac., 155. Nella Platea del Monastero 376 GIOVANNA 11 D'ANGIÒ (1481 E torno a proposito. Giacque tutto il di inonorato il misero cadavere del Grande Siniscalco; sulla sera andarono alla Regina i frati di S. Giovanni, e la pregarono, chè desse loro licenza di seppellirlo. L'ebbero, e levatolo di terra ed, avvoltolo in un lenzuolo, lo adagiarono sulla bara. Per le ombre, a lume spento, la mesta compagnia uscì dalla porta della città prossima al Castello con la bara alle spalle, dalla quale penzolava un braccio di 5. Giova fol. 24, logge « Cappella della Natività della B.ima Vergine Maria fondata dal Gran Senescallo Sergiaani Caracciolo. «La Cappella solto il vocabolo della Natività della SS. Vorgino Maria fu edi- ficata dal fa Sergianni Caracciolo, Duca di Venosa, Conts di Avellino © Gran Senescallo del Regno di Sicilia nell’anno 1427, come si ha dall'istrumento che siegue da un libro del 1427 delle molte spese fatto in detta Cappella, che si conserva nella scanzia d n. 388, è dalle iserizzioni, che ia più luoghi di detta Cappella si leggono... « Nella suddetta scanzia sì conserva una i a Carbonara nell'Arch. del R. Albergo dei Poveri, parte |, ta di dotta Cappella. « 1427, a 10 docembre per mano di Notar Gabriel de Ripa di Napoli fu eti- pulato istrumento tra il nostro Monastero ed il sadletto Sergianui Duct ele, in quale istrumento fu asserito, che esso Gran Senescallo aveva fatto edificare una sua Cappella magnifica a sue spesa @ contigua a congiunta alla nostra Chies di S. Giovanni col conseneo e volontà del Priore e Frati di dotto luogo, sotto il vocabolo della Natività della B. V. Marîa, nella qualo Cappella il nostro Mo- nastoro concesse ad esso Ser Gianni a sè 6 suoi eredi & successori il jus patronato di detla Cappella in segno © ricognizione del qualo debba il detto. Monastero dare ad asso fondatore a suoi eredi facem unam tiridem (sic) librorum trium in die Nativiati D. M. Virginis, o detta ansognazione di candolo debba farsi dentro detta Cappella © nella casa del fondatoro e suoi eredì in Napoli esistrntino, @ donò #1 nostro Monastero alcuni orti con case siti a Carbonara, e li PP. del detto nostro Munestero in riguardo di detta donazione 0 beneficenza, ed anche come Fondatore di detto luogo si offersero a mense ed orarioni per detto Fon- dutoro 0 suoi prodi © promisero celobrara una speciale messa quotidianamente n detta Cappella per la saluto di esso Fondatere 6 suoi predecessori e successori, ed un soleone anniversario nel giorno della morte di detto Fondatore per lo quale ansiversario esso Fordatore promise di daro un'annus specialo rendita di un'onei « Pol. 25, Dotta Cappella stava coperti di piombo ». Io riportato integralinente il testo della Platea, perchè le carte del Monastero, soppresso da Ferdinando IY nel 1799, andarono disperse. Questo tratto dell’ assassinio di Ser Gianni fu pubblicato nella Napoli Nobi- tissima, an. 1399 in un articolo iutoreo a) sepolero di lui in S. Giovanni a Carbonara. » Google SE giri (1431) LIBRO SESTO 37 nudo. Le esequie furono povere, tristi: quattro frati recitarono l'ufficio piano, e senza onore calarono il cadavere nel sepolero. Questa misera fine ebbe Ser Gianni Caracciolo Grande Sini- ‘sealeo del regno, conte di Avellino, duca di Venosa, e i popo- lani, i quali lo levarono alle stelle, quando teneva la città ‘abbondante di annona, come udirono che era morto, cantarono per le vie canzoni dispettose (1). Berardo segretario di lui fu trascinato per la città, e poi impiceato alla porta Petruccia (2). Ora vediamo Ser Gianni nella statua marmorea, sul nobile monumento, che gli levò Troiano Caracciolo, figliuolo di lui, nella rotonda di S. Giovanni a Carbonara nel 1433, decorata a fresco dai pennelli di Perri- netto di Benevento e Leonardo Bisuccio di Milano (3). (1) La notizia trovasi nei Diurnali del Duca di Monteleone editi dal MunaroRI, RI. S. XXI 1095: < Et ho inteso da Vecchi, che morto che fu il Gran Sene- scalco, se cantò per un gran pezzo ogne sera per Nopolo dalli Piccirilli una canzona molto longe, ma in ogni stanza vi si replicavano questo parole cioè: Morto è lo pulpo e sta sotto la preta, Morto è Ser Janne figlio de Poeta; alludendo al pufpo, che fo impresa del Gran Senescalco predetto ». Davano il nome di polipo al sole raggiante, che era insegna dei Ceraccioli detti per cib del solo. Questi versi mancano nol testo arenico doi Diurnali spesso cit. Cfr. Cnoos, Canti politici del popolo napolitano, YI: Carasso, Arch. stor. nap, VIII, 318. Passano, |. c. FuscotiLte, Arch. st. nap. l. c. I, 45, in Napoli Nobiliss. cit. FARAGLIA. Fra le altro iserizioni nel monu- Sor Gianni è notevole questa sull' attico attribuita al Valla: MIL SONI NI TITULUS SUMO DE GULMINE DERAT REGINA MORBIS INVALIDI ET SENIO PECUNDA (Ric) POPILOR PROCERESQUE IN Pace TuUEIAR PRO DOMINE (ie) IMPERIO NuttIVs Ansa mne, ab ME EN Livon, QUI TE, rorrissmiE CESAR (si SOPITUM ECTINNIT, NOCTE JCvANTE DOLDS. NON ME, SED TOTUM LACERAS, MANUS IMPLA, Ri PARTIRNOPEQUE SUM PENDIDIT ALNA DECUS. Nella parte sottoposta al monumento” Ieggesi: Syruanni Cariuzoto AVELLINI GOMETI VENUSIT DICI AG REANI TRAYANUS VILIUS MELPHIE DUCE PARENTI DE SE DEGUE PATRIA OPTIME MERITO ERICENDUM cunarit Moccexvent, Original from diatzzaby Google ‘CORNELL UNIVERSITY VII Giudizio contro la memoria di Ser Gianni. — Premii concessi ai congiurati. — Danni dei consorti del Gran Siniscalco. — Ac- cordo della Regina con Caterina vedova di iui. Ordinò la Regina al Locotenente del Gran Giustiziere, ai giudici della Magna curia, e ad altri ufficiali di fare giudizio di Ser Gianni, per condannare la memoria di lui e sequestrare i beni, perchè istigato dal diavolo, era stato reo di macstà (1). Il giudizio fu fatto ed ella, che aveva reintegrata la buona fama di Pandolfello Alopo, senza pietà perpotuò l’infamia di Ser Gianni colla lettera del 31 decembre 1432, dalla quale tante notizie ho tratto pel mio racconto. Enumerati i torti e le colpe di lui, dice la Regina, che da milite l'aveva sollevato all’ onore di conte d'Avellino, di duca di Venosa, di Grande Siniscalco (1) Reg. Ang. 377 {. 324. Il diploma fu apedito in agosto, manca il giorno. Nè fa manzione il Svxxosts, lib. IV, 613, e lo assegna ai 20 di quel mese: certa cosa è che fu fatto poco dopo l° assassinio: il Trosti lo prbblicò, V par. Il. 63, îl Mivieni Riccio lo ha ridato alle stampe nel Saggio di Cod. dipl. IL par. 1, 98. Tra le altro cose leggesi in esso: « Vocatis filiis dieti Sir Jannis coram vobie, comparere debeant, si quod jusso habent et allegare voluerint quare me- Sir Jannis non sit contompnanda ct bona cius non sint confiscanda et ubi comparuerint coram vobis ad dampnationem, prodictam diete memorio, voerto procaratore fiscì nostro curie, qui jura în hac parte nostre curie tenentur, proce- lu mediante ». Con un'altra lettera regia del meso d'agosto, anch essa mancante del giorno, la Regina fece procuratore il notaio Laca di Casanova per presentarsi innanzi ai giudici «ad petendum pro parte fisci nostri memeriam dicti Sir Johannia dampnari et declarationem fieri por con quelibet bons ipsius tam mobilia quam stabilia bargensotica et foudalia... suat rationo confisenta et applicnta Fisco nostro... ». Reg. Ang. 377, f. 324. Google cor 380 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1431) del regno, ufficio reputato maggiore degli altri, ed egli, il più ingrato degli uomini, immemore dei benefizii, aveva congiurato per danno di lei, e per la rovina del regno: toglieva sopra di sè la gravità dell’assassinio, assolveva coloro i quali lo avevano commesso (1). Misera donna, che dai beneficii traeva l'amaro frutto del tradimento, e sè stessa gravava delle colpe altrui. I congiurati dunque ebbero perdono e sicurtà dell assas- sinio (2); Messer Ludovico Caracciolo fu fatto giustiziere degli scolari (3): Monaco d’Anna ed Urbano Cimino ebbero mezza gabella dei passi d'Abruzzo e quella del flagello (4), tolta a Giovanni Dentice. Divenne potentissima nella Corte la Duchessa di Sessa, e ne ebbe lodi e premio, come racconterò appresso (5). Ad Ottino Caracciolo furono garentiti gli stipendii del suo ufficio di grande Cancelliere sulle rendite delle traite di Puglia sino al Fortore: erano 366 oncie d'oro, che per lo innanzi esigeva da proventi incerti, e poi furono assegnate sulle collette delle terre sue (6). Ebbe anche i beni confiscati ai Fieschi di Genova in Napoli. Forse furono confiscati per la concordia già fatta (1) +. «Nos tamen hec tam horrenda tanquo detestanda quo dictus Sir Janneo omnium jagratissimus tominum, et collectorum per nos sibi grandium bene! ciorum immemor pati et perferri equo animo nequentes quoniam ipsum ex simplici milito comitatus Avellini et Dacats Venusij Magnificis et excelsis titulin llustravimus ac ufficio decoravimus Magni Senescallatus dicti Regni nostri Sicilie, quod inter sepiem magna dicti Regni officia fimosare offcium reputatur, olijeguo munificentijs eundem tractavimus sicut est in toto predicto Regno nostro notorium et indiversis alija mundi partibne manifestom: quibus se constituit immeritum et jagratum, no satus noster ab eo deduceretur totaliter în ruynam, pluries excogi- tavimus ipsum de person . Miwseri Riccio, o. c. 100. facto sunt domini Marini Boffe do Nea poli cte. lictere de indulgentia pro bomicidio commisso per eum et certos alios in persona quondam Sir Johannis Carazuli, etc, ». Reg. Ang. 377 {. 362 {. Ivi ad instantinm domini Petri Palagano de Trano. Ivi. (3) 20 agosto 1432. Rrg. (4 90 agosto 1432. Reg. cit. £ 337. TI flagello ora una gabella, che sî pagava poi panni, che si estraevano dal regno per le' terre della Chiesa. Gli antichi Riuristi lo ponevano tra jura retera, ed è molto noterole, che se ne faccia men: ziono in quest'epoca. (5) La Regina da alla Duchessa singolari lodi pei servigi, che le avera reso mai perirolosi eventi e spocialmento «cum statua jpse evidenter in ani quasi ia precipitio ac casi ant raina esso videbatur ct orat». Reg. Ang. 377 f. 427. (0) 25 agosto. Reg cit. £1 310. s0ogle cor (1431) LIBRO SESTO 381 fra la Regina ed il Duca di Milano, per la quale l'una doveva reputare nemici suoi i nemici dell'altra, e a questo tempo si tramava una congiura tra i Fregoso, i fiorentini ed Alfonso d'Aragona contro il Duea, per levargli Genova. Le enuse erano molte: però di quei beni si era impadronito Ser Gianni (1), I parenti e gli amici di Ser Gianni imprigionati, spogliati dei beni, o riebbero la libertà, data buona guarentigia, 0 andarono în esilio. La prigionia di Petracone Caracciolo non fu lunga (2); sagncitalo atque constancia a quibus exponebamur perienlis liberarit, statnaquo nostrum matis tune collapsum atque depressum, quem aliqui minimo nos colentes ia totum destruere corabantur, viribus auxit, variaquo nobis prostitit hactenus et assiduo de bono in melius non cessat prestare fructuosa atque digna memorata sorvicia... » Rog. Ang. 377. £. 307. Il sequestro dei boni dei Fieschi non era recente, Essi, per riaverli, avevano sollecitata la signoria di Firenze, la quale a°5 di marzo 1432 aveva scritta alla Regina lettero di questo tenore. « Regine Johanne, Serenissima Regina mater ae Domina nosira singularissima. Quia familia Dominorum de Flisco fuit semper conjunetissima cani nostra, n03 possumns facere quin pra illorum comodis equo ne pro nostris pria latoree ol curas suscipiarouo, Curm igitur ipei domini do Flisco indueti fido atque bonivolentia quam gesserant ia multis et meximis rebus orga Ilustrissimos Regos predecessore vestros possessiones Neapoli et Avrse Regni locis sili ot posleris suis comparaverunt quasi certissimum subsidium atquo refugium, ac rossessiones ipse ab aliis nune contri justitiam et honestatem occupata teneantur, sorenitatem vestram rogamue ut pro bonere Regio ot pro devocieno illive familio mmadare ac providero dignetar,”quod possessione» ille Dominis de Plisco resti- twaator. In quo ultra dobitum, et etiam singularem gratiam do hoc faciet serenitas vostra nobis et populo nostro. Sont enim isti domini de Fliseo nobiscum in federe et a' Duca Madiolani propterea dispersi atque afficti, ot etiam misericordia iduci deboat Regium culmen illin antiquis et fidelibun servitoribus. parentum vestrorum in suie neceesitatibus do suis proprie rebus eubvesiro ». Areh. di Slato in Firenzo Carteggio della Signo: ive. CI. X. Dist, 1. n. 32 Filza 33. © 43. I Fieschi non riebbero i beni ed i fiorentini fecero nuove istanze a° 16 ottobre 1434. Ivi c. 165. t. €) La Regina, in un diploma del 25 ottobre 1432, dice: Petracone mili oncallo dol Regno, consigliere o fedalo ». Era dunque tornato nella grazia di lei. Egli aveva chiesto la restituzione di certo denaro pagato alle genti d' arme di Ser Giaoni fino si 19 di sgesto, che fu quello dell'assassinio « in quo (die) Petraconus ipse propter cerlas causas mentem nostram tune digne movente, statumaqua nostrum cernentes fuit de nostro mandeto intua hoc castram nosi Capuanuni Neapolia personalita» arrostitom. » Reg. Ang. 377, £. 307. 382 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1431) Giovanni Dentice, soprannominato Carestia, per avere la libertà sua e del figliuolo Perrino, promise di consegnare a Marino Boffa Calvi, Torre francolise, e tutti i beni, che già furono di Giovanni Bozzuto; fu però imposto ad essi di uscire dal Regno (1); Marino Caracciolo pordotto il Contado di S. Angelo (2); furono sequestrate le terre di Ser Gianni, ed in nome della Regina Pasquale di Campli prese possesso di Orta, di Cerignola e del Castello di Casalnuovo, che fu dato a: Marino Boffa e a Giovannella Stendardo (8). (I) Ivi £.937 6 @ In un diploma del 1.* settembre 1432 quondam comitia S. Angeli ». Ivi £ 815, (I Ivi £ 315. Ho cenosto în altro luogo como Ir Regina diede in pegno Ceri gnola a Ser Gianni per ducati duomila, © no abbiamo il diploma; sequestrata dopo la morte di lui, fu nel 1417 intestata a Leonardo nipote di Marino Caracciolo conte di S. Angelo, L'ultima discendente di lui fu Caterina, la quale nposò Ettore Pignatelli duca di Montelaone. Essendo verso il 1628 morti entrambi, sorse un rumoroso © lungo piato per la loro successione. Rep. ai Quinternioni, Capitanata, Cerignola. IL fisco mosse lito alla Duchessa di Monteleone per la restituzione della terra di Cerignola, © addi 8 decembre 1628 dichiarò, che teneva nella R. Cassa 2000 ducali pel riscatto di quelta terra, Fu presentato allora un diploma di Giovanna II colla data de' 18 marzo 1418. col quale faceva fede di aver ven. duto a Ser Ginoni Caracciolo per dodici mila ducati «Terram Cidiniolo de Provintia Capitanato juxta territorium Sslpharum Juxta territorium sansti Cassani Juxta territorium $. Johannis de Fronte, Jutta territorium fure, Juxta fumen Ofanti, nec non terram Orte de dicta provincia Capitanate Jurta territorium prefate terre Cidiniole Juzta territorium Tre santi... ». Ho trovato una copia di questo documento nell'Archivio di Casa Pignatelli Egmont Fuentes in Cerignola, ora del Sig. Dura di Doudeville (Larechefoueauld); în fino di esso legge « Datum 1418 10 marzo XI Ind. De mandato reginali oretenus facto Petrus Cale Registrato in Cancelleria per Prothonotarium Die vicesimo mensis"martij XII! Ind. Anno domini millesimo CCCCLXLIIU present privilegium. presentatum - predictia nostris remissa copia per magnificum viram.... tam pro se quam pro parto Comitia S. Angeli remisma sopia. Joannes Antonius locus sigilli pen- dentis cum cordula rubea et nigra». Vi ha in tatto ciò qualche cosà, ché non quad In fine di un altro esemplare di questo diploma dopo varie note, leggesi: « Ex- tracta est presens copia a supradieto suo originali fasciculo qui conservatur în Archivio Magnae R. Curise Sielac Nenpolis cum quo fueta collationo concorda? ote. U. J. D. Sigionundus Sicola Reg. Archivarius hic se subscripsit. Nespoli 15 decombris 1688 Sigismuadus.» E nota il fascicolo 94 £ 202, A” 15 di maggio 1781 il Chiarito dichiarò, che nell'Archivio « non vi sono altri diplomi per Cerignola, cho il pegnoramento a ser Gianni, © l'altro di Pasquale di Campli secondo i legge di lui «Marini Caracioli Google ont ira o 383 (1481) LIBRO Intanto Caterina Filangieri, dopo l'assassinio del marito e ln cattura del figliuolo, s'era ridotta a Caivano; la Regina per deliberazione del consiglio regio »' 29 di agosto 1432 le mandò Giorgio de Alemannia, conte di Pulcino, per fare patto con lei. Un solo dei capitoli di quel patto ci è noto, è il terzo, che io voglio porre qui nella sua forma originale volgare: « Item la dieta Contessa promeete alo dicto Conte de Pul- cino, nomine et pro parte dela dicta Majesta, assignare ad ipsa Majesta o chi essa vorra et comanderra, tucte Citate et terre castella luchi et fortellicze, che teneva lo dicto gran senescallo excepto quello de lo Contato de Avellino et laltro che se con- tene inde lo primo capitulo ut supra. Vero se alcuna dele dicte citate terre et luchi (sic) Castella et fortezze se rebellasse, o vero per altri se occupasse sive dolo et culpa de ipsa Contessa, et pendente la assignatione dele diete Terre et luchi, ipsa Con tessa non sia tenuta ala assignatione dele diete Terre et forteze, che se occupassero ut supra, la quale assignatione se debian fare ala dicta Maiesta infratormino de mese uno: et Travano suo fillio ad omne requesta de ipsa Majesta renuncerra ad ipsa Mayesta omne raysone et accione che ave in dette terre. Et se infra Jo dieto termene per alcuna justa ocensione non so potesse fare la assegnatione de tucte le dicte terre et Castella, non se intenda essere convenuto per la dicta contessa, ma per lo fvllio romanga puro in potestate delo dicto Conte sino ala restitutione et observantia dele cose predicte et infrascripte (1) ». La Regina per guarentigia di questi patti aveva affidato Troyano Carnc- ciolo al conte di Pulcino: la Contessa promise anche di con- segnare parte del denaro e gemme accumulati da Ser Gianni nelle sue castella, ma mon tenne patto e non volle cedere il castello di Melfi, dove era custodito il tesoro maggiore, e Gio- vanna ordinò al conte di Pulcino di riconsegnarle Trayano (2). Repertorii fatti di Sigismondo Sicola nel 1685. Il diploma del 1418 non si rin: viona nel fas, ang. 94, però v'ha una nota miessa non 60 come nei Rep, dei Quinte « La predetta Regina vendà libera la terra della Cerignola al dotto Carsceiolo per 12 mila ducati, et il privilegio di delta vendita fu pisto in casa del Lungotenente della Camera 6 lo lesse il D.r Vincenzo Sergio ». Fra i docu» menti della Regina Giovanna io non l'ho rinvenuto. (1) Reg. Ang. 377 £ 397. (2) Ivi. Il doc. cit. nella nota precedente è ineluso nell' ordinanza per la reati» 384 GIOVANNA HM D'ANGIÒ (1431) Ebbe pietà dei miseri il Principe di Taranto, il quale pregò la Regina ad usare misericordia colla vedova di Ser Gianni ed il figliuolo, ed ella confermò i patti di Caivano, assegnò alla Contessa un altro termine per la consegna del castello di Melfi e del tesoro (1), se non avesse tenuto parola, sarebbe stata ribelle. La Regina ordinò a Giovanni Cicinello e Urbano Cim- mino, l'uno presidente e l'altro attuario della Sommaria, e ad Antonello Barone di rivedere i conti di Anello de Accurso, cancelliere di Ser Gianni, ed assi sequestrarono e mandarono alla regia camera ducati 2378, rimasti presso di lui (2). Dall'altra parte molti privati si volsero alla Regina, per avere ragione delle soverchierie del grande Siniscalco; tra essi Bar- tolommeo Cito, abate di S. Maria in Micilliano, dichiarò, che Berardo Caracciolo, fratello di Ser Gianni, arcivescovo di Co- senza lo aveva molestato nel possesso di alcune terre, patrimonio della chiesa, poste in quel di Torre Ottava. Egli s'era racco- mandato umilmente al grande Siniscalco per avere giustizia, e questi aveva commesso il giudizio all’Arcivescovo di Napoli, ma intanto aveva sequestrato le rendite, L'Arcivescovo trascurò il processo, e l'Abate allora si volse alla curia di Roma, la quale sentenziò, che il sequestro era ingiusto, e il Gran Siniscalco dovesse restituire il mal tolto, questi però non s'era curato di ridare la roba all’Abate (3) Raimondo Orsini conte di Nola 6 Grande Giustiziere richiese alla Regina il Castello di Montefre- dine nel Principato ulteriore, che gli era stato donato pei servigi resi alla regia Corte © n'era stato spossessato da Ser Gianni (4). tuzione di Traiano. Fu fatta a' 18 di oltobro 1432 ia seguito dell'avviso dei rezi consiglieri: Nicola Misiscnno, Antonio Sanseverino conte di Tricarico, Perdicasso Rarrilo conte di Monte (Mrrisio, Angelo di Gambatosa conte di Campobaiso, Dintro Palagano, Giovanni Cossa, Vinciguerra Lavario dottore in Legge locote. nente del Gran Cancelliore, Goffredo di Gueta dottore dell'uno e dell'altro diritto, Angelo Rocca di Trani, Girolamo de Mifoballia dottor in legge. Questi sotto- enan scriprimus et anulo niciavimue »; a qualcuno: « fataor, subscripei et signa (1) Decembro 1442. Ross. Ang. 577 f. 304 L (2) 20 settembre 1d:i2 Reg. cit. (. 308, (8) 21 gennaio 1435, Reg. Ang: 377 f, 3 (4) 18 settembra 1432. Ivi f. 352 & Google cor (1431) LIBRO SESTO 385 I cittadini di Capua e dei Casali esposero, che il re Ladislao aveva donato loro l’esazione delle gabelle nuove, ad ella stessa aveva confermato il dono; quando però Ser Gianni ebbe in pegno la città, li privò di quel beneficio (1). 7 Del grande Siniscalco scrisse la vita Tristano Caracciolo, e ne lodò la castità dei costumi, la fede coniugale serbata inte- merata, la moderazione, l'umiltà, la modestia; vorrei anch'io confermare questo giudizio, perchè maggiore soddisfazione ha l’uomo dal dire bene, che male, la storia però è non timida amica della verità: fu prode e modesto nella gioventù, quando povero cavaliere militava con Ladislao; levato a grande stato, favoro della Regina, l'ambizione, l’avarizia guastarono l’uomo. Non so, se altri abbiano arrecato al regno tanti mali, quanto egli. Vario, mutevole, di poca fede: cangiava proposito quando gli tornava utile, non soffriva, che altri fosse a lui superiore. Alla Regina fu ingrato. Invece di trovare modo di pacificare il regno, ebbe sempre gli occhi rivolti ni soccorsi di principi stranieri per combattere gli avversarii suoi; diede il mal consiglio della chiamata di Alfonso d'Aragona, sperava di averlo docile e ma- neggevole, © quando trovollo altro uomo da quel che egli cre- deva, si volse a combatterlo. E fu grande colpa. Ministro peri- coloso, malvagio consigliero non lasciò memoria di alcun benefizio arrecato al regno. (1) V. Reg: ang. 377 £ 355 L Il documento è monco, ma quello che lo pre cede reca la data del L° ottobre 1432: «I'ro universitate et hominibus civitatis capue de confirmatione » 25. — Pamaalia, Giovanna II d'Angiò. oogle cre UNA Original from by Google CORNELL UNIVERSITY dia "STORIA DELLA REGINA GIOVANNA II D'ANGIÒ LIBRO SETTIMO Google pigitzeotby Original from DI Google CORNELL UNIVERSITY Effetto delle trame di Ser Gianni Caraceioto © del Principe di Taranto con Alfonso d'Aragona. — Concilio di Basitca. — 1’ imperatore Sigismondo viene in Italia. — Pratiche di Alfonso con Eugento IV, la Regina, i baroni del regno. Scioltosi dagl'impacci della Spagna, Alfonso approntò l’ar- mata, e per dare oneste apparenze all'impresa, che meditava, sparse la voce, che sarebbe andato contro i mori di Tunisi, e tutti gli apparecchi di guerra erano fatti per l’Italia, Suo disegno era di andare nella Sicilia, per ravvivare le amicizie coi baroni del regno, combattere gli angioini nella Calabria e intrigare col Duca di Milano. Questi, del resto, non aveva mantenuto nessun patto: non aveva ceduto Calvi e Bonifacio, era debitore di ventottomila fiorini per le paghe delle genti, che guardavano le castella della Liguria, ed il nolo di sei galere catalane. Il Re aveva mandato a Milano Giacomo Pellegrino per richia- marsi delle promesse mancate. Alfonso dunque ai 23 di maggio 1432 con sedici galere ve- leggiò da Barcellona per Cagliari, dove trovò lettere di Giovanni Rota castellano di Tropea, che lo sollecitava per aiuto; com- battuto dagli angioini, domato dalla fame, aveva pattegginto: sc nel termine di venti giorni non gli fosse venuto soccorso, avrebbe reso il castello. Aveva dato in ostaggio i figliuoli. Senza indugio il Re si rimise in mare, ma al Capo Carbonaro, a mezzodì della Sardegna, levossi un'orrida tempesta, le navi sbattute qua e là varii giorni, alfine sdrucite si raccolsero nel porto di Palermo, ma essendo il vento opportuno, navigò per Tropea. Dopo ventotto Google n 390 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1432) ore pervenne innanzi al castello, ma il mare grosso gl’ impedì di prendere terra. Era l'ultimo giorno assegnato per la resa, ed il castellano, vedendo il soccorso vicino e senza pro, fu costretto a tenere patto (1), Il Re allora ricoverò le navi nel porto di Messina, e poichè i fatti della Calabria non gli erano propizii, a mezzo agosto andò a combattere i mori nell'isola delle Cerbe; como però ebbe notizia della morte di Ser Gianni, e di un’umbasceria, speditagli dal Papa, diede una buona rotta all'esercito del Signore di Tunisi, e deliberò di tornare in Ara- gona, per condurre poi l’armata nei mari d'Italia, ed isvernare tra Lipari, Ischia e Portovenere (2). In questo tempo gli occhi dell’ Europa erano rivolti al con- cilio di Basilea, che Papa Martino, poco innanzi la morte, con bolla del 1° di febbraio 1431, aveva ordinato di riunirsi per definire le quistioni, che tenevano divisa la cristianità e rifor- mnare la chiesa (3) Da prima i padri convennero rari, poi, cre- sciuti di numero, a viso aperto si dichiararono avversi all'autorità pontificia, ed Eugenio IV, visti gli umori, temendo degli effetti, propose di trasferire la sede del Concilio in una città italiana per averti vicini, e guidarli a suo modo. Ma i basileensi non l’udirono. Ad essi dava favore l'imperatore Sigismondo, il quale sperava, che avrebbero risolute le quistioni religiose, le quali mettevano sossopra la Boemia e gli costavano assai denaro e sangue. Egli, del resto, sul principio dell’anno passato era disceso nell'Italia col pretesto di incoronarsi, e sebbene l’auto- rità imperiale fosse mancata in tutto di qua delle Alpi, la venuta di lui parve pericolosa alle Signorie, che vivevano in sospetto 0 în guerra fra di loro. Filippo Maria, che l'aveva esortato a venire, quando lo vide non lontano da Milano, andò a chiudersi nel castello di Abietograsso: Micheletto degli Atten- doli, capitano dei fiorentini, assall e ruppe le squadre imperiali, alle quali si erano aggiunte le armi lucchesi; Papa Eugenio, saputo, che in suo danno intrigava coi Colonnesi, n' ebbe grande dispetto. Trovandesi dunque Sigismondo senza denaro, con pochi soldati, e con discredito fra genti nemiche, incolpando di ogni (1) Fucto, ed. cit. lb. IV, 60. Zuntta, lib. XIV, & II, 209 6 sog. @ Id ho $ V, 211, (5) Ravsatno, ad an. Google ‘ (1482) LIBRO RETTIMO 301 suo danno il Duca di Milano, fu costretto a domandare l’ospi- talità dei Senesi (1), nella cui città dimorò a lungo a spese loro. Alfonso d'Aragona, il più avveduto di tutti, spiava gli avvenimenti per trarne profitto. Aveva sopra ogni altra cosa a cuore di vincere la ritrosia della curia romana, per l’approva- zione dell'adozione di Giovanna II e verso di essa talora si mostrava cedevole, spesso nemico, Persuaso dal Cardinale di Fox nel 1429 ordinò all’antipapa Egidio Mugnos di deporre le insegne pontificie, e credette di avere reso alla Chiesa un grande beneficio collo spegnere l’ultima fiammella dello scisma. L'arma però era spuntata e di nessun uso; essendo rperto il Concilio di Basilea, egli, per mezzo de’ suol oratori, poteva av- versare 0 favorire i padri o il Papa, secondo l’opportunità. Quando, dopo l'impresa di Tunisi, gli ambasciatori di Euge- nio IV andarono a trovarlo, e gli esposero, che il Papa domandava il consenso di lui per trasferire la "sede del Concilio a Bologna, rispose il Re, che era disposto a secondario non solo per ciò, che riguardava il Concilio, ma gli avrebbe dato altresì aiuto di soldati e di denari per sostenere Firenze e Venezia nella guerra contro il Duca di Milano: innanzi tutto però voleva essere investito del regno di Napoli. Con questa risposta, addi sei ottobre 1432, da Saragozza mandò ad Eugenio suoi oratori frate Antonello da Fano suo confessore, e Matteo Pujades (2); dipoi, rimessosi in mare, andò a Messina per dare mano ai ba- roni amici, e ripigliare le pratiche colla Regina. L'Annalista della regia famiglia di Aragona narra, che queste non erano state interrotte dopo la morte di Ser Gianni, c che Alfonso, tornato dalla spedizione delle Gerbe, trovò a Saragozza ambi sciatori della Regina. Questa lo ammoniva a non passare nel regno fino a che ella fosse viva, colla promessa di revocare tutti gli atti contrari a lui, rinnovare l'adozione, ridargli il ducato della Calabria; gli avrebbe concesso di tenere nel regno molta gente d'arme. Le proposte non dispiacquero al Re, © all'ultimo di settembre 1432 mandò a Napoli Gisberto Dezfar @ Bernardo Sans con lettere di accettazione; essi però dovevano anche trattare con Antonio Colonna, che gli chiedeva aiuto; (1) Browiscontno, 140. Enea Sivio Piccotostis, Commentarii 175, 101. (@) Zonrra, lib. XIV, 8 V, 211. Google : 392 GIOV, NNA II D'ANGIÒ (1432) visitare e confermare nella sun devozione Giovanni Antonio di Marzano, duca di Sessa, Angelo Gambatesa, conte di Cum- pobasso, Ugolino dei Manieri, Cristofero Gaetani, Carlo Ruffo, conte di Sinopoli, Battista Caracciolo, conte di Terranova; tentare e adescare con larghe promesse altri baroni. E più di tutti intrigava pel Re il Principe di Taranto, che aveva intel- ligenze con Jacopo della Lagonessa, Jacopo Gaetani, Gualtiero Caracciolo, Algiasio Orsini. Ai 20 di novembre Antonio Colonna mandò a dire al Re, che era pronto a dargli giuramento di fedeltà, ed inalberare la bandiera aragonese con quella della Regina, se gli fosse piaciuto; lo sollecitava a passaro nel regno, e andare a Salerno o in altra terra sua, propose di dargli il castello di S. Renedetto per gunrentigia: avrebbe preso le armi come fosse sbarcato in qualsivoglia luogo a Nicosia o a Term- cina; prometteva di mantenere quattro mesi a sue spese cin- quecento cavalli e quattrocento fanti. Si rallegrò Alfonso di queste profferte, lo confortò a rimanere fedele, e lo assicurò, che gli avrebbe ridato tutte le terre del suo principato di Salerno, che non aveva riavute ancora, col contado di Sanseverino, e ad Eduardo la baronia di Raiano oltre il contado di Celano; promise di cassare tutte le donazioni delle terre appartenenti a quegli stati, fatti dalla Regina ad altri baroni. Gli mandò Matteo Pujades per stabilire ciò, che s'aveva a fare (1). Nella regia Corte si agitava sopra tutti, per affrettare la venuta del Re, la fiera Duchessa di Sessa; Alfonso però tempo- reggiava, perchè voleva, prima di prendere le armi, essere certo (I) Zonta, III, lit, XIV. $ IX, 214. In offotto Eduardo ed Antonio Colonna noa erano stati rimessi in possesso di tutte le terre loro. Hi di 3 luglio 1432 La Regina (rancò d'ogni imposta Severino Russo pe' servigi rosi « circa reduetionem diete civitatis nostre Vici ad nostram hobedientian Rog. Ang. n. 377 (RT. A' 18 di settoîubre 1422 nominà capitano di Sorrento « nostra città + Filip. pello Fellapane, Ivi {. 346 t Agli # d'agosto confermi Errielello Muscettola capitano di Tramonti 0 Maiori. Ivi £. 348 t HI 18 di marzo 1433 concesse al dottor Vinciguerra de Lanario trenta once wi provvanti di Minosi Il diploma fu dato presenti la Dachossa di Sassa, Marina Holfa, Giovanni Cicinello, Ivi £. 359 t. È Google cor (1432) LIBRO SETTDIO 398 del favore del Papa e avere dalla Regina la conferma dell’ado- zione. A questo effetto, sull’entrata del mese di decembre 1432, mandò a Napoli Gil Cacirera, Nicola Speciale, Gisberto Dezfar e Battista Platamone. Come questi furono innanzi a lei, ella disse loro, che prima di trattare occorreva, che Alfonso accor- dasse una tregua. Gli oratori catalani si meravigliarono della richiesta, perchè non era guerra fra loro: da parte del Re essi poi richiesero la nuova adozione, ed il giuramento d' omaggio dei baroni: domandarono le paghe delle genti, che il Re teneva a guardia delle castella di Napoli, d'Ischia e di Procida, Le parti non s'accordavano. La Regina era contenta di soddisfare il Re per ogni richiesta, ma voleva la promessa, che non avrebbe messo piede nel regno, fin che ella fosse stata în vita, e le avesse restituite le castella; il Vescovo di Umbriutico e Michele Pe- Tista (1), dovevano trattare della cessione di esse col Marchese di Cotrone, che era tutto d'Alfonso. E questi dalla parte sua faceva le viste d’esser disposto a compiacerla in ogni desiderio, metteva però sempre innanzi l'adozione, e la concessione del ducato di Calabria; e per dare alle sue richieste apparenza di sincerità e di buona fede, come racconta l'Annalista della regia famiglia d'Aragona, propose alla Regina, che fucesse locotenente la Duchessa di Sessa, Intanto gli oratori, mentre trattavano colla Regina, visitavano i baroni amici, li sollecitavano a preparare armi, con promesse di onori e dî oro, confortavano gl'incerti, si studiavano di adescare coloro, che non erano amici; magnificavano la bontà del Re e la magnanimità, davano grandi parole e speranze sterminato. Gil Cacirera, il quale era stato governatore dello castella di Napoli, ed era noto a molti, persuadeva | capitani delle genti d'arme a non rifare la condotta con la Regina, finito il tempo. Le cose procedettero tanto, che il Conte di Fondi aveva già în ordine i suoi soldati, il Principe di Taranto si disponeva ad andare all’Acerra co' cavalli suoî, Michele Cossa ‘offriva il servigio delle sue navi. Intanto, per stabilire ciò, che ‘occorreva di fare, il Re mandò Andrea de Biure e Bernardo Alberti al Duca di Sessa per dirgli, che voleva incontrarsi con () Uowstt, L S. VIII, 572. Google ‘ 394° GIOVANNA II D'ANGIÒ (1432) lul. Narrano, che era anche d'accordo con la Duchessa, e che coll'avviso di lei a'22 decembre 1482 si parti da Messina e venne ad Ischia. Fra tante agitazioni di baroni, e apparecchi di armi mal celate, la venuta di Alfonso atterrì la Regina; il Re, per quetarla, man- dolle a dire, che voleva cedere le castella, ma richiedeva per esse il ducato della Calabria, e poichè, senza licenza di lei non poteva mettere pied nel regno, offriva la guarentigia del Prin- cipe di Taranto, del Marchese di Cotrone, della Duchessa di Sessa e di Marino Boffa (1). Dipoi Alfonso diede ad Andrea de Biure le commissioni d'andare alle Signorie di Siena, Firenze, Venezia, al Duca di Milano © all'Imperatore, per tenerli infor- mati di ciò, che trattava. E allora apparvero quali fossero le disposizioni pacifiche del Re, perchè alla venuta în Ischia cominciò la rivolta dei baroni; Jacopo e Ruggiero Gaetani congiurarono di dargli Gaeta. La Regina allora, visto il pericolo, si volse ad Eugenio IV, e questi, a' 9 di decembre 1433, spedì bolle pontificie ai baroni e alle università del regno, nelle quali diceva, che per fama e per letiere della Regina aveva saputo, che il Re di Aragona aveva approdato con una forte armata nel porto d'Ischia, e da molti © chiari segni appariva, che era venuto per invadere il regno. Questo ci pare difficile a eredere, diceva il Papa, per la singolare devozione, che egli professa di avere verso di noi e della Chiesa, e per le promesse fateci, riconoscendo, che il regno è della Chiesa romana. E in conclusione esortava tutti a difendere fedelmente la Regina, minacciando le pene canoniche contre i ribelli (2). In questo il Papa carezzò tutti, si studiò di fare tutti contenti, e spargere cenere sulle brage, per levare scandali e contese nel regno, chè gli venivano d’altre parti assai fastidi. E fastidii gli dava 1° Imperatore, il quale, con la lunga dimora in Siena, si redeva quel Comune. Voleva da Papa Eugenio, duro uomo, ln corona e la licenza di levar denaro alle chiese per la guerra della Boemia, la rinuncia ai diritti che la Curia (1) Diurn, di Moniet 88, NUTR Giacosto, 78, nota non bene, che Alfonso venne a Napoli il 19 di decrmbre con 25 galere © fu ricetuto dalla Regina. €) Ravsarso, TX, $ XXVIN, 160. « Datum Ronmo ete. NOCCOXXXI, V, id. januarij pontificatis mostri anno Il ». È crrato l'anno. » Google (1433) LIBRO SETTIMO . 395 romana aveva nei paesi dell'impero e ne traeva denaro, Ed Eugenio non piègava. Con queste pretensioni Sigismondo sî tro- vava da un anno fuori casa: a Roma non poteva andare, chè lo vietava il Papa, a Siena non gli era dato rimanere, ché i cit- tadini già l'avevano in uggia e minacciavano i tedeschi; senza aver cinto la corona, senza esercito, senza denaro non osava valicare le Alpi e tornare a’ pacsi suoi. In queste condizioni egli diveniva maneggevole istrumento, trattato dall’abile Re d'Aragona. Questi fece pratiche per incontrarsi con lui, e il Papa, come udì questo, si sgomentò, pensando al danno, che potevano arr'ecargli nel Concilio. Mandò ad Alfonso il vescovo di Concordia Daniele Scoto (1), per lusingarlo con la promessa, che avrebbe confermato l'atto dell'adozione della Regina, a patto, che restasse segreta la conferma e, che vivente Giovanna II, sarebbe rimasto lontano dal regno: per compensarlo delle spese sostenute nell’armamento delle navi, era disposto ad assegnargli centomila fiorini sulle rendite delle chiese dei regni suoi in ispazio d'un anno. Richiedeva però, che mandasse le galere alla marina di Talamone, per dare fastidio a Sigismondo. Il Ro voleva guarentigie delle promesso del Papa, e le pratiche non ebbero effetto: vedendo anzi, che Eugenio IV mostrava di dare fuvore alla parte angioina nel regno, per condurlo a' suoi disegni, si volse nuovamente a Sigismondo per accordarsi e trovar modo d’impedire; che il Concilio fosse trasferito a Bologna. Quando Andrea Biure, già mandato Re oratore alle Signorie d'Italia, al Duca di Milano ed a Sigismondo, tornò ad Ischia con vanni d'Orlando, il fratello di Brunoro della Scala, ed un gen- tiluomo senese per accordare Imperatore e Re, s'erano di nuovo intorbidate le cose della Spagna: i veneziani si proponevano di dare soccorso al Re di Castiglia, ed i genovesi, per patti intervenuti, offrivano l’aiuto loro ad Alfonso (2). Ma le eonelu- sioni di tutti questi trattati erano diMcili per interessi diversi delle parti, accompagnati da sospetti e mala fede. () Uonetu, LS. V. (@) Zunrra, Lc, 217, oogle - ERSIT : Original fom Digtizza by Google CORNELL UNIVERSITY II Alfonso sollecita il Principe di Taranto a prendere le armi contro la Regina, — Ribellione di Ruggiero e Jacopo Gaetani, del Duca di Sessa repressa dai Catdorescht. — Intervento di Eugenio IV.— Tregua di dieci anni fatta fra il Re e la Regina, — Rinnovamento dell'adozione di Alfonso. In questa condizione di cose, parve ad Alfonso di dover rompere gl’indugi, e levare una fiamma di guerra in qualche parte del regno, senza, che egli, che dava a vedere di voler comporre le differenze pacificamente, apparisse. Mandò al Prin- cipe di Taranto il suo consigliero Ximenes del Pueyo, per del berare come e dove fosse opportuno di rompere la guerra. Stimarono essi da prima, che convenisse di togliere Napoli alla Regina, ma l'impresa era pericolosa, perchè avrebbe da una parte scoverto le trame e dall’altra data occasione a Jacopo Caldora di correre coi suoi cavalli; sembrò quindi più utile e prudente di levare la bandiera aragonese in un luogo sul mare dove fosse stato agevole alle galere catalane di recare aiuto. Mentre si facevano queste macchinazioni nella Puglia, gli amici del Re, tra il Garigliano e le terre della Chiesa, erano stati più lesti; Ruggiero e Jacopo Gaetani, il Duca di Sessa avevano rau- nato genti, e assoldato due capitani torbidi e audacissimi, spesso ricordati in queste istorie, Riccio da Montechiaro e Cicco An- tonio de Caris (1). Jacopo Caldora mandò alquante squadre (1) A' 13 marzo 1433 la Rogina dichiarò di regio demanio la terra di Balio nella Basilicata, già poweduta da Cicco Antonio de Caris « qui preter nos Naiestatis voluntatem se conduxit ad stipendia ducis Suesse et ad cius servicia permanet +, facendo guerra coniro di lei e suoi fedeli. Perciò fu reputato ribelle. Reg. Ang. 377, £. 365. oogle " DT 398 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1438) delle sue genti d'arme a combatterli, ed il Duca chiese aiuto al Re; questi sollecitò il Principe di Taranto, promise condotta d'armi a Giosia Acquaviva e ai baroni di casa Lagonessa, acciocchè avessero molestato Messer Jncopo nelle sue terre d'Abruzzo; ma îl Principe neghittoso non sì mosse, la condotta cogli altri non fu fatta, ed i caldoreschi con poco sforzo spen- sero il fuoco. Dall’altra parte il Papa mandò Ermolao Barbaro Vescovo di Treviso (1) al Duca, per esortarlo a dar fine agli scandali (2); serisso alla Regina, che si moravigliava, come ella reputasse ribelle Ruggiero Gaetani, del quale sempre aveva lodato la fedeltà: avrebbe egli infrenato Jacopo Gaetani, che era suddito della Chiesa (3). Per mezzo del Vescovo di Con- cordia propose ad Alfonso di fare colla Regina una tregua di dieci anni (4), ed il Re, vedendo, che i baroni facevano più rumori, che fatti, accolse la proposta colla condizione, che la Regina avrebbe rinnovata l'adozione, diede a Gil Cacirera, suo vicerè, facoltà di conchiudere la tregua per le castella di Napoli, Procida ed Ischia (5), e ordinogli nello stesso tempo di tenersi pronto a rompere la tregua, se la Regina avesse tardato a mantenere le promesse. Le pratiche furono condotte con tanta segretezza, che non ne ebbe notizia manco Urbano Cimino, che era sempre alle orecchie di lei, e ni 4 d'aprile la Regina revoeò l'adozione di Luigi III, confermò quella d’Alfonso (6). L’Annalista Aragonese riferisce l'atto nella lingua sun. (1) Vonetta, V, 502, (2) Ravaanzo, IX, 100. (Iv (Ivi (5) Ai 17 di marzo erano stati sottoscritti i patti della tregua. Quel d confermò un salvacondotto a Berengario Baroles, al figliuolo dî lui e i. Esso scadova ai 17 di aprile © fa prorogato ad altri duo Dice la Regina nel diploma, « si contigorit tregua initam et frmatam inter nos et virum magnificum Egidium Sasirera Viceregem ete. rumpi et annullari volumwus, quod presena noster salvus conduetus in suo robere et efficacia perso- vorot». Berengario poteva trafficare con navi a Napoli, Salerno, Gaeta e altre città del regno. Rog. Ang. 977, f. 356. (6) lo seguito ia tutto quosto racconto lo Zuarta, 1. o. 8 XII, 217, ponendo qua o la qualcho nota, che conferma la verità dei fatti, i quali, come afferma l'Annalista aragonose, restarono ignoti agli scrittori del regno per la grande souretezza con la quale furono fatte le pratiche: « Esto fuo en graa eecreto, porque Urbano Cimino, qua aetaba siompre nlss orsias do la Royna, y otros muy afficio= rados al vanto Anjayno, no lo entendiosse (1438) LIBRO SETTIMO 300 La Regina ricorda l'adozione d'Alfonso d'Aragona, e la ‘con- cessione del ducato di Calabria, gli scandali e le lotte che avvennero poi, la revocazione di essa, l'adozione di Luigi IM d'Angiò, e restituisce Alfonso nella condizione di figliuolo adottivo e di erede, annulla ogni atto contrario, gli ridà il ducato della Calabria con la facoltà di intimare a Luigi, che fra certo termine debba purtirsi dal regno; partito l’angioino, doveva però il ducato essere governato dalla Duchessa di Sesen e da Gil Cacirera. Furono presenti e testimoni la Duchessa, il Conte di Campobasso, Giovanni Cicinello per la Regina: pel Re il Gacirera, Nicola Speciale, Nicola di Caltagirone. Il docu- mento fu dato alla Duchessa di Sessa, perchè l'avesse conser- vato fino al tempo opportuno di pubblicarlo (1). Dall'altra parte il Re a’ 6 d'aprile dichiarò, che non sarebbe venuto nel regno vivente la Regina, non lo avrebbe turbato con guerre: avrebbe’ceduto agli ufficiali di lei il Castelnovo, il Castello dell'Ovo, la torre di S. Vincenzo, quella del Gallo nel golfo di Salerno, il castello e la terra d'Ischia, quando, allontanato Luigi III, egli avrebbe ottenuto il ducato della Calabria. Nota l’Annalista Aragonese, che da questi patti appare chiaramente, che nè la Regina, nè i baroni volevano, che îl regno fosse governato da nessuno dei principi contendenti. (1) Zunita, ivi. Diurn. di Mont. 88. Google A Original from CORNELL UNIVERSITY III Mutamento della Regina a favore di Luigi III — Papa Eugenio IV ottiene la pace fra Veneziani, Fiorentini e Duca di Milano ; si pacifica con Sigismondo e lo incorona. — Alfonso fa con la Regina una tregua di dicci anné, — It Principe di Taranto dà occasione ad una nuova guerra di baroni. E la tregua non ebbe effetto perchè avvenne un repentino mutamento. L'accoglitoro dei Diurnali, detti del Duca di Mon- teleone, racconta, che la Duchessa di Sessa, vedendo, che Alfonso dava favore al Duca suo marito, n'ebbe tanto dispetto, che da amica del Re, gli si fece inimicissima (1), e, come quella, che era potentissima presso la Reginn, turbò tutto l’ordine degli accordi. Ma, o che il mutamento sia avvenuto per gli odii domestici della Duchessa, o per raggiri cortigianeschi, o per mala fede di Alfonso, o per sentore, che la parte angioina abbia avuto delle trame (2), certa cosa è, che la Regina, addi 16 di giugno 1433, serisso ai prelati delle chioso della Calabria, al Marchese di Cotrone, ai conti di Tricarico, di Sinopoli, d'Arena, di Gerace, di Terranova, a Giovanni di S. Angelo signore d'Oppido, a Nicola Ruffo, ad Antonello de Fuscaldo, a Carluccio di Lauria e agli altri baroni delle terre calabresi, lettere di questo tenore: « A voi è noto, che il Re d'Aragona avversario nostro notorio, ed inimico, è stato per certo tempo coll’armata sua in Ischia, e vi dimora di presento; noi sappiamo, che ha (1) Diurn. cit. 83. (®) Nei Diurnali, ivi leggesi, cho Lo tramo furono scovorte da Urbano Orilia, 28, — Famaonia, Giovanna II D'Angiò. 402 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1433) fatto condotta di gente a piedi e a cavallo, con ogni sforzo e con prava intenzione si è studiato di mettere sossopra il regno, toglierci lo stato nostro. Avrebbe fatto peggio, se avesse potuto, contro di noi; non mutò animo e proposito di recare offesa a noi © al regno e aggiungendo a mali mali maggiori, ogli ed i partigiani suoi, di per di minacciano guerre e tribolazioni in codesto ducato di Calabria. Del ducato per nostra munifi- cenza regia ha titolo e dominio il serenissimo principe Luigi III duea di Calabria e d'Angiò, figliuol nostro carissimo; che noi siamo di diritto obbligati a proteggere e difendere, e così ab- biamo deliberato di fare, il signor Duca figliuol nostro per materno affetto, ed il ducato come parte del regno ». Voleva infine la Regina, che tutti i Signori avessero prestato l’opera loro a questo fine (1). Il mutamento non avvenne senza influenza della Curia r0- mana; dall'altra parte nel mese di aprile 1433 molti notevoli fatti si volsero in Italia: il Papa, coll'opera del Marchese di Ferrara, aveva riconciliati i fiorentini ed i veneziani col Duca di Milano (2); egli stesso s'era accordato con Sigismondo impo- ratore, ed il di della Pentecoste l'aveva incoronato (8). Sigi- smondo, che aveva tante brighe in casa, ne cerenva altre in casa .altrui, voleva mettersi în mezzo a quelle della Spagna e togliere le differenze, che erano tra la Regina Giovanna ed Alfonso e, pacificato îl mondo, andare all'impresa della Terra Santa. Alfonso tuttavolta in un puoto vide svanire le spe- ranze poste nell’imperatore per molestare il Papa, e colla repubblica di Siena, quando l'oratore della signoria era andato ad Ischia. Nello stesso tempo fu riferito al Re, che fiorentini (1) Ho tradotto în italiano quasi alla lottera il tratto più importanto del diploma, ed è quindi inutile di riferirne il testo, Resta a notare il: « Datum in caetro nostro Capuano Neapolis ete. MCCCCXXXUI die XVI mentis Janij XI Ind. Regnoram nostrorum anno XVIIII, de mandato Reginali orelenus facto ac eum delileratione Consilij Antonellus do Thearo ». Reg. Ang. n. 377 £. dI6, Masteni Riccto, Saggio cit. 104. @) Boxincovto, 140. Manx Sanvro, Ist. di Venezia RL S. XXIL Ann, Forolie. Ivi. A questa concordia alludo Jo Zurtta, III, lib. XIV, 8 XV, 220 t, ma confessa: «yo no hallo que condiciones fuessen las desta concordia. » 6) Leosanoo Aretivo, Zist. R. I. S. XIX, Ravwatpo, ad. an. Google A (1433) LIBRO SETTIIO 408 © veneziani avevano deliberato di mandare nel regno le armi loro in favore del Papa, se fosse morta la Regina (1). Vedendo Alfonso, che questa volta non gli arrideva la for- tuna, deliberò di partirsi da Ischia e per allontanarsi con sicurtà e guadagno ripropose alla Regina una tregua di dieci anni e ne diede le commissioni al suo vice cancelliere Jacopo Pelle- grino di Valencia dottor în legge e a Giovanni di Caltagirone; ella accettò le condizioni e ordinò a Giorgio de Alemannin conte di Pulcino, a Marino Boffa conte d’Arienzo e di Bovino, a Gio- vanni Cicinello presidente della Sommaria di fare i capitoli. Questi ci sono ignoti; noto è porò, che la tregua valeva per le castella di Napoli, Procida, Ischia, la Torre del Gallo, Lipari, Scilla, che erano del Re: la Regina si tenne obbligata di assegnare settecentocinquanta ducati mensuali al vicerè aragonese per le paghe delle guarnigioni, e diede il suo consenso a' 7 luglio 1433 (2). Con le sue arti dunque Alfonso d'Aragona aveva tro- vato îl modo di tenere guarnigioni nella riviera di Genova e nel regno, pagate dal Duca di Milano e dalla Rogina. A'10 di luglio creò suoi vicerè nelle castella, che possedeva nel regno, Ramon Boyl suo cameriere e Francesco de Belvis falconiere maggiore: mise al bando dai suoi regni i fiorentini (1) II trattato dol 26 aprilo 1123 laggosi nel Lusia, IV, a. LXXXIII 1710. Questa condizione non v'è posta, forso fu un patto segreto. Zuita, lib. XIV; $ XIV, 219. () Giova di riferire una parte del divlema della Rogina por li tregua, dato 7 luglio 1433: « notum facimus per casdem (litteras) quod noviter inter magai- ficoa viros Georgium de Alemania palcini comitem etc. Marinum Boffam Argentii et Bovini ote. Johannom cicinellum do npeli Rogalis camoro summario pre dontem ete. omnes si quidem milites commissarios nostros ex una parte. Et vitos magnificos Jacobum peregrini de valentia legum dortorem vicerancellarium ete. et Johannem de caltagirono etc. militos procuratores ambasciatores et nuncios speciales serenissimi et IlLmi principis domini Alfonsi cadem gratia Regis Ar: gonum ete. ex altera feta conclusa ct firmata cst iregua generalis duratura annio docem incipiendo a presentis mensis iulii sesto die presentis anni undecime Ind, in antea cum certis pactis conventionitus conditionibus et capitalis etc. » Reg. Ang. n. 377 f. 418 L NINIERI Riccio, Saggio cit. 105. Nel diploma non si riferiscono le condizioni, nsa ne riporta qualcuna il diligente Zumira, 1. e. $ XV. è 220 & Ed emondando a questo proposito un luogo di KH Facio, cita come fonte del su0 Feconto: «los registros de Ins coma del Rey destos tiempos, quo so pueden tener por comentarios propri 404 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1498) ed i senesi, e ordinò di sequestrare i loro beni, perchè le signorie non avevano tenuto patto e l'avevano messo al punto d'aver danni assai. Comandò al marchese di Oristano di fare gente nella Sardegna per guardare l'isola dai nemici, che la circondavano, Amedeo di Savoia, Genova, Firenze, Siena, e condusse le navi a Marsala (1)..Si parti senza aver compito grandi futti, ma lasciò molti baroni amici e aperta la via alla conquista del regno, morta la Regina. Questa, come vide allontanato il nemico, perdonò le offese recenti del grande ammi- raglio Duca di Sessa, confermò al figliuolo di lui Marino l'ufficio di ammiraglio colla facoltà di esercitarlo pe’ suoi sostituti (2). Il Principe di Taranto andò a farle riverenza, ma sentendosi rimordere l’animo pel male fatto, temeva; la Regina lo accolse graziosamente, i cortigiani gli fecero onore, salvo la Duchessa di Sessa, che non voleva bene a persona viva, ed era malve- _ duta da tutti. E alloggiò nel Castello Capuano reggia e ma- niero, che aveva il fronte e l’entrata dentro le mura della città, ed il resto ben munito fuori; da un canto era la porta della città, che metteva a Formello, nome rimasto anche ora alla chiesa di Santa Caterina (3). Or avvenne, che un di fu ordinata una mostra di fanti nella corte del cnstello, ed il Principe vi si trovò allora proprio, che era andato a visitare la Regina, e vedendosi innanzi tutta quella gente in armi, so- spettando, che vi fosse raunata per pigliarlo, si sbigolti e volse per fuggire; ma avendolo scorto messer Oitino Caracciolo; non temete, signore, gli disse, questo si fa per una mostra d'armi. Fecesi recare la chiave, e aperte le porte, mise fuori il Prin- cipe, il quale lesto si parti, compreso di tanto timore, che senza fermarsi, fatti sellare i cavalli, fuggi ad Acerra, che era di Gabriele suo fratello. Come le cose furono riferite alla Regina, questa lo mandò ad assicurare con buone parole e larghe pro- mosse (4); e temendo, che egli desse nuove occasioni di scandali () Zanrma, LL e. 220. (®) Reg: Ang. 377, £. 388 L Ai 24 d'aprilo 1494 la Regina diedo il suo consenso alle disposizioni di Giovanna di Celano, la quale non avendo figlivoli aveva lascisto per atto di sua ultima volontà, erede Giovaani Antonio di Mar- zano, Ivi f. 426, (8) V. Carasso, Pianta della Città di Napoli ote. Arch, Stor. Nap. an. XVI, 837. 0) Diurn. di Montel. 88, Google Art (1433) LIBRO SETTIMO 405 e ribellioni, gli commise l'incarico di domare i Sanseverino, i quali erano în contumacia. Era tra il Principe e la Casa San- severino vecchio astio per cagione di signorie contrastate, ina- cerbito dallo studio di parte. Poco innanzi Antonio Sanseverino per sè e pel padre suo Ruggiero conte di Tricarico, Chiaromonte, Altomonte e Corigliano © per In madre Covella Ruffo contessa di Altomonte era venuto a patto col Principe per dare termine ai piati per alcune terre contese, la Regina l’avova approvato colla promessa, lo che avrebbe tenuto în conto di suddito fedele (1); ma poichè per la condizione dei tempi e per gli umori dei baroni era più facile far patto, che mantenerlo, rico- minciò la contesa. Il Principe perseguità Antonio con le armi e gli tolse alquante castella e la contessa di Altomonte, vedendo la rovina del figliuolo, pregò la Regina a porre fine a quella persecuzione © questa ordinò al Principe di ridare ad Antonio le terre, che gli aveva tolte: quegli però ritenne per sè quelle più vicine agli stati suoi, e negò di restituirle fino a che non gli fossero state pagate le spese sostenute In quella guerric- ciuola (2). I baroni della parte angioina intanto con dispetto vedevano che fosse perseguitato un loro consorte e venivano ravvivando la fiamma della discordia; sopra tutti soffiava in quel fuoco Jacopgg Caldora, il quale tanto disse € fece, che (1) LI primo patio fu conchiuno n Montepeloso a' 20 di giugno 1417. Vi sono duo sesonsi della Regina dati da Aversa a° 4 di giugno ou ai 9 d'agosto 1427. Reg. Ang. n_ 377, £. 07. Frco un tratto dell'ascordo: « Et pertanto essendo petuto a lo dieto Principe per lo dito Segnori Antono tam nomina suo quam nomina et pro parto dictorum parentum eius do lo fare celaro cauto et securo de lo stato et deli dicti eni patri et matre et suo de tuti loro cilato terre castello lochi et Casale li quali ipsi et ciaschuno delloro aveno teneno et posse. deno alo presente in qualunca parte el provincia înfra Regnum sa fosse, et che dicta Majesta 0 per qualunca altro fosse da sua parte non se dovrà inno. vare ne dara aleuon turtatione riolestia o impaezo ali dieti segniori et loro to terro castella lochi et casali no alloro vassalli et coro puplico vel occulte seu quovis ingenio aut consueto colore ymmo che per la dicta sua Majestato et per tueti li altri suoy fidoli omni futuro tempore lo dicto conta. Rugeri et la Contsasa et lo nredicto Antoro loro figlio siuno avuti traetati et reputati sommo ad fideli, che so da ava Majostate et conservati a lo stato, che 10 al presente. .». Ivi, Dipl. del 9 agosto 1427. () I! Sunwonre, lib IV, 616 afferma, che la Rogins assegnò per le paghe do' suldati del Principe le colletto delle terre di suo ‘fratello Gabriele. : Google Ri er 406 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1438) secondato da Baldassarre della Ratta conte di Caserta, da Ma- rino Boffa, da Urbano Cimino, e forse dalla Duchessa di Sessa, volse il mobile animo della Regina contro il Principe. Non volle questi restituire le terre sanseverinesche e fu dichiarato ri- belle (1). S'aggroppava la tempesta. Forsé prima di rompere la guerra l'una parte e l’altra si studiarono d’indagare quale fosse verso di loro l’animo del conte Francesco Sforza e del Duca di Milano, perchè questi, nelle com- missioni date per Nicolò Fortebmecio n Francesco di Bologna #17 di gennaio 1434, lo avvertiva delle differenze, che erano fra lui ed il Conte e del modo di comporle: e in altre istruzioni ammoniva il Fortebraccio, che so il Conte non voleva venire a concorde intelligenza ed amicizia, restasse avvisato, che molte genti d'arme, che lo seguivano, si tenevano mal contente, ed erano mal contenti di lui i Malatesta, Nicolò da Tolentino, Jacopo Caldora ed il Principe di Taranto @). Forse il Conte pigliava tempo e non si dichiarava per nessuna delle parti. Del resto primo a rompere la guerra fu Jacopo Caldora sostenuto dalle armi, che Luigi III d'Angiò condusse dalla Calabria nella Puglia. (1) Dim, di Montel. BO. (8) Osio, Hb 11, 113: Google cor Iv Luigi III d'Angiò sposa Margherita di Savoia. — Con Jacopo Caldora move contro il Principe di Taranto. — Guerra nella Pugita. — Dlufatta del Principe, — Avvisi di Eugenio IV. — IL Principe manda Algiasio Orsini ad Alfonso d'Aragona per fare patto. — Movte di Luigi III. A Luigi IMI, quando tornò dalla guerra gloriosa della Francia, non fu concesso di recarsi in Napoli, e non fu permesso manco alla sua fidanzata Margherita di Savoia. Nel 1432 Pietro de Beauvan l'aveva disposata in nome di lui nel castello di Thonon (I), tuttavolta la giovinetta passò nel regno duo anni appresso (2). Si mise in mare a Nizza e navigando col mare grosso prese terra a Sorrento. Voleva la Regina festeggiarla în Napoli, ma poichè in quel tempo faceva le pratiche con Alfonso d'Aragona, Giovanni Ci nello ed altri baroni della parte aragonese, tanto le sussurra- rono all'orecchio, tanto seppero adoperarsi, che Ja persuasero a tenerla lontana per non dare occasione di sospetto. La Regina le mandò saluti e doni, ed ella, senza vederla, risall la nave, (1) Le promosse firino fatta addi ultimo di agosto, e furono ratificata ai 10 dii ottobre. Arnone, Regie tombe del duomo di Cosenzo. Arch. St. Nap. XVIII, 389. (A) L'Anwone, |. c. opinn, che Marglierita abbia tardato la partenza per as stero alle nozza di Anna di Lusignano. che sposò il fratello nel mese di feb. braio 1434. Prima di partire andò a salutare Carlo VII di Francia, i cardinali de Foix e Comminges in Avignone, restò qualche tempo nella Provenza rd ebbe grandi donî dai signori e dalle comuniti. CuanrateR, Mist. de Char. VII, 89. x00gle CORNELL UNNER 408 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1433) che la portò nella Calabria (1) Fece Luigi feste solenni in Cosenza, ma poco godette. Rottasi la guerra col Principe di Taranto, raunati duemila nvalli e molta gente a piedi passò nella Puglia. Il Principe Taranto, vedendo venirsi incontro quella tempesta, si volse per aiuto al Re Alfonso. Era questi sul punto di far vela dalla ilia per la Catalogna, ma udito il rumore delle armi nella Puglia e non sapendo prevedere come sarebbe finita la briga del Principe, deliberò di non partirsi per dargli aiuto. Mandò quindi Giovanni de Fuertes a Nicolò Piccinino per esortarlo a fare con lui condotta în memoria della buona amicizia di Braccio da Montone: fece anche proposte d'assoldamento a Nicolò Fortebraccio, tentò di ridurre ad una lega lo stesso Duca di Milano. Il Fortebraccio accettò, ma al Duca in quel tempo importava d'intendersela col Duca di Savoia anziche con Alfonso (2). Gli effetti dei primi moti si videro senza indugio: il Principe Taranto trasse dalla parte sua molti baroni e tra gli altri Guglielmo e Francesco del Balzo, i cui beni furono sequestrati e parte ne fu donata alla Duchessa di Sessa (3): Nicola de Fortebraccio, che in quel tempo tribolava Roma, entrò nell’A- bruzzo e fece tanta rovina d'incendii, di rapine, di distruzione, che Giovanni Antonio Orsini conte di Tagliacozzo, il quale non aveva aderito ai ribelli, supplieò la Regina pei vassalli suoi delle terre delle Celle e di Pereto, onde, in considerazione della loro povertà pei danni sofferti, condonasse il pagamento delle (I) Giorenevo, Stor. delle Alpi mari. Monum, hist. patriae Seript. Il. 1053. Macnaver, Iri Ser. I Pavow, Ill, 341. Diurm. di Montel. 80. Zonira, lib. XIV, $ XVIII, 223 & Margherita pervenno a Cosenza in luglio 1434. () Zenara, LL c. $ XX, 224. A° 17 maggio 1434 il Duca di Milano raccomandò a Luigi [Il d'Angiù Giacomo Grimsldis, che si recava nella Calabria per certi boni, che vi possedeva. Saten, Doc. hist. relet. d la Princip. de Monaco. I, 9. (8) Lo furono dati: « Nemus et territorium anneti Gervasii cum palatio seu domo nitus în provincia Bruilicate etc. » (tra Vonosa © Sj 4 quo fuerant Guilielmi de Baucio et. Fra alterius jjsorum nostrorum notorioram redellium inhobedientium seu recoman- datoram vel collezatoram seu fautorum èt complicium Johannis Antonij de Bancio de L'rsiuis olim Principîs Tarenti nostri similiter notorij ribellis » 1 luglio 1434. Reg. 377, £ 427. Google cor (1439) LIBRO SETTIMO 409 collette (1). Ma niente altro fece Nicolò oltre queste rovine, perchè il Conte Francesco Sforza, testè creato gonfaloniero della chiesa da Eugenio IV, mandò il fratello Leone e Renzo degli Attendoli con duemila cavalli per assediarlo in Tivoli, dove s'era afforzato. Nicolò uscì ad incontrarli coi suoi soldati ma, cacciato în rotta, fuggi ed a questo modo ebbero fine lc tribolazioni di Roma e d'Abruzzo (2). Intanto Jacopo Caldora coll’ esercito suo correva la Puglia: occupò Vico ed altre terre della Capitanata, ed il Principe pensando, che non avrebbe potuto agevolmente guardare le terre sue lontane, deliberò di difendere lo stato di Taranto. Mandò il fratello Gabriele ad Ascoli della Puglia con mille cavalli ed altrettanti fanti per infrenare i caldoreschi © dio- degli per compagno Rufino Gallofo, capitano lombardo, molto reputato per l'esporienza delle armi; agli andò col campo ad Altamura per fronteggiare Luigi III d'Angiò. Jacopo Caldora condusse l'esercito innanzi Ascoli e stette molti giorni senza prò, perché terra e castello, forti per postura, erano guardati da Gabriele Orsini; questi però dovendo arrecare aiuto a Minervino, minacciata dai caldoreschi, affidò la difesa a Rufino, îl quale corrotto dall’oro di messer Jacopo gli cedette terra e castello, e fece con lui la condotta. Questo tradimento fiaceò il Principe, ma Rufino non godette il denaro mal acqui- stato; servi due anni il Caldora, ma l’astuto condottiero lo teneva ad occhio, tra perchè di continuo voleva oro, e perchè (1) 6 aprile 1434 ... « nos moto noviter supplicationibas viri magnifici Antonij taglyacotij utiliter dominus terrarum cellarum et periti de dieta iarii et fidelis nostri dilecti volentes benigno et gratiose agere tam cum dieto comite quam cum universitatibns et hominitus prefatarom suarum terrarum cellarum et periti que olim de presenti anno XII Ind. pro nostre fidelitata illibata servanda pro moiori perto a Nicolao de forte- brichiia armorum capitaneo cam cina orercita fuorant ignis incendio hostiliter concremate ac ad stccum et in preda posite eorumnque animalibus rebus et bor mobilibus spoliato easdem Uaiversijater et homines prefatarum terrarom cellaram et periti et quanilibet earamn a solucione generalium subventionum seu collee- tarum nec non subsidiorum ex nune usque ad annos quinque complendos a primo soptembris protimi futuri instantis anni XIIT Ind. t. p. d. c. n. a. ape: ia immunes ot francos facimun...». Reg. Aug. n. 377. £ 423. t ®) Bionto, Dec. 1I, lib. V. ‘ Google ORNELL UNIVERSIT 410 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1483) i traditori non danno mai sicurtà di sé; un dilo fece pigliare, gli levò armi e cavalli, e l'avrebbe fatto impiccare, se molti capitani non l’avessero persuaso a rimandarlo colla vita. Ru- fino dunque colla spada al collo, solo, tristo, a piedi andò nella Lombardia, dove morì di malinconia. Il Principe allora, veden- dosi in Altamura fra messer Jacopo ed il Duca di Calabria, si ridusse a Taranto. Luigi IIT combattette Laterza c l’ebbe, andò a Castellaneta e stettevi intorno quattordici giorni; messer Jacopo dall'altra parte occupò Andria, Bitonto, Ruvo e Quarata; assal! Altamura, ma non potette averla, perché i cittadini gli fecero fronte senza paura, ond'egli andò at campo del Duca di Calabria attorno a Castellaneta. Uniti gli eserciti, ordinarono l'assalto, e i cittadini, per non essere disfatti dal sacco, aprirono le porte. Fatto questo, messer Jacopo ed il Duca mossero contro Taranto. Era la città difesa da pochi soldati, ma i cittadini diedero aiuto al Principe e Luigi e Jacopo, dubitando di prendere In città, che era for- tissima, si partirono per combattere Oria, terra abbondante d'ogni bene: misero a sacco la terra, ma non entrarono nel castello. Pel sacco d' Oria ebbero i pugliesi tanta paura, che vedendo il Principe disfatto, mandavano da ogni parte i sinda loro con le chiavi per offrirle ai vincitori, e in poco tempo restarono al Principe solamente Lecce, Gallipoli, Ugento, Ta- ranto, Altamura, Minervino, e le castella di Oria, Brindisi, vignano, Canosa, e pochi altri luoghi (1). Al rumore di questa guerra s'era intanto commossa la Corte pontificia, papa Eugenio si studiava di quetare gli animi e mettere paco, e addì 20 di luglio da Firenze scrisse alla Regina lettere, il cui tenore è questo. (1) Diurn. di Afontet. 80, DO. Nella Cronaca di A. Conioer (Saggio lst. della Citti iti Lecce Ill 285) Ioggosi: « Ro Luijsi con Messor Jaco havendo pilliato tutto lo stato della Regina Maria, e de suoi figlioli reservato Taranto dove essa dimorava, Gallipoli, Custro, Rocca, Rari, Menorvina, Taranto, Palo, Venosa, lo lo Guatiello de horia, la torro dello Casalo do Cosino del contato de Lecce. In questo anno è di 14 di settetubre pose lo campo a Lecce con porsuni trenta milia et posse li pavilliuni dove la bastia di S. Nicola et Castello di rin Cataldo et vrilendo che non de possio havere honore de pigliare lo Re Luijse ingiama con lo Campe sn partio da lo assedio do Lecco a di 25 settembre atelto campo undeci di». I) Costen non pone esattamanto I° anno ( 1427) Google cor (1433) LIBRO SETTIMO ALL Dal vescovo di Ancona abbiamo avuto notizia della guerra, che teatè hai rotto col Principe di Taranto; questo fatto ne arrecò molestia, perchè se avevi quistione con lui, avresti dovuto comporla con ogni mezzo, salvo le armi. Tu hai spesso fatto esperimento dell'incertezza dell'esito d'una guerra; e posto che dal cielo questo esito fosse stato annunziato prospero per to, avresti dovuto inorridire per gli eventi di essa, pei rumori del regno, pel danno e l’ingiuria dei popoli. Guarda, non dirò altro, l'animo dei duci, doi capitani, doi soldati; tu sai a prova come menino a lungo guerre, le quali avrebbero potuto farsi finite subitamente, quanto costino cari, e come assorbano le sostanze altrui; poni mente a questo: tu semini, altri raccoglierà la messe. Ben altro potrei dire, vorici solo, che tu evitassi la guerra per una ragione: entrambi siamo logori dall'età, c poichè è istante la fine della vita, niente dobbiumo desiderare meno delle ansie e dei erueci della guerra. Perciò ti esortinmo, e chiediamo dalla tua altezza, che, levato di mezzo l'argomento delle armi, vegga, se siavi altra via per dare fine alle discordie © ti metta în essa, duce il Signore e Dio nostro Gesù Cristo, e a questo modo avrai pace per te, pel regno, pei sudditi. Noi saremo sempre pronti e disposti a darti aiuto per lu concordia. E poichè negozii così fatti debbono disbrigarsi celeramente, comandiamo al venerabile fratel nostro arcivescovo di Tre- viso (1), che è presso di te, di trattare la bisogna, se vuoi, fino a che potremo adoperarci altrimenti (2). E l'avviso del Papa era savio, ma le cose del regno anda- vano in rovina. Egli aveva detto alla Regina: tu semini, altri raccoglierà la mosse e la raccolse Alfonsa di Aragona, che în quel tempo dimorava a Palermo angustiato dalle guerre di Castiglia e di Puglia. Il Principe di Taranto non ristava dal domandargli soccorso, e a questo fine gli aveva spedito Algiasio Orsini. Questi però aveva altre commissioni: foce pel Principe di Taranto e suoi consorti patto e concordia col Re a'20 di agosto 1434: Alfonso con giuramento promise di ripigliare e condurre a fine l'impresa di Napoli: assegnò al Principe ln condotta di duemila cavalli e mille fanti, gli promise l'ufficio (1) Era Ermolao Barbaro. Uanetti, LS. V. 593. @) Rarsatvo, ad an. 1434. IX, 183 oogle FORÙE HERO 412 GIOVANNA II D'ANGIÒ di Grande Contestabile; confermò alla Regina Maria d’ madre di lui, a Gabriele Orsini, a Jacopo del Balzo la signoria delle terre e delle castella, che possedevano prima della guerra della Puglia; dichiarò, che senza indugio avrebbe guarnite e approvvigionate le castella di Napoli e poi mosso guerra alla Regina e al Duca di Calabria. Algiasio in nome del Principe da quel giorno si tenne obbligato a reputare suo Re Alfonso d'Aragona; gli avrebbe dato poi il giuramento di ligio omaggio, si sarebbe studiato di tirare altri baroni alla sua parte (1). I capitoli della concordia non furono conosciuti dalla Corte di Napoli, questa però ebbe notizia dell’ andata d'Algiasio a Palermo, e la Regina gli tolse la signoria d’Avella e del Casale di Baiano, che donò a Ramondello Orsini, conte di Nola, memore dell'ospitalità, che le aveva dato, quando Muzio Attendolo Sforza la trasse di Napoli per isfuggire le offese del Re d'Aragona (2). Alle piogge e al primo freddo dell'autunno si quetò il rumore della guerra; Luigi mandò le genti sue a Grottaglie per isver- nare, egli, stanco, arso dalle febbri, che gli si erano messe per l’aria maligna della Puglia, si affrettò a tornare a Cosenza. Narrasi, che messer Jacopo non volle concedergli un castello in qualche regione salubre, ma lo afferma l’accoglitore dei Diurnali del Duca di Monteleone, e non gli do fode, poichè al Duca di Calabria non sarebbe mancato il modo d’acquistarlo, ed egli sulla fine delle eronache si mostra aperto nemico del barone abruzzese, e tutto devoto al Principe di Taranto (3). Certa cosa è, che a Luigi, come pervenne în Cosenza, crebbe il ribrezzo ed il fuoco delle febbri; vedendosi in fine di vita, fece testamento, presenti Luigi di Beauvan, Luigi Galeota, Guido de la Boussaie, Carlo di Castillon ed altri signori: di- spose, che il cuore fosse mandato alla madre ed il corpo fosse () Zonrra, Le. 8 XX, 235. (@) Nel dipl. la Regina da prima incolpa Alginsio d'essero ribelle per aver alerito al Principe di Turanto, poi aggiunge: ive Algiasius mala peioribus agregando neduni adliosit dicto olim Principi ymmo personaliter se contulit ad Insulam Trinaclie (sic) et ad presentiam Regis Aragonum notorij emuli et hostis nostri ipsum excitando et invitando quod contra majestatem nostram veniret cideimque nostro mujostati et Regno nostro gucrram moveret el soccursum mic- teret olim Principi etc... ». Reg. Ang. (nuovo) IV £ 70. (8) Diurn. cit. 90. (1483) LIBRO SETTIMO 413 sepolto nel duomo di Napoli. Morì ai 14 di novembre 1434 (1). Fu Luigi III d’indole buona, prode e gentil cavaliere, come tutti gli altri principi della sua famiglia, i quali contesero invano per l'acquisto del regno e spesero tesori e vite. Eglî stesso consumò centomila duenti delle doti di madonna Mar- gherita nella guerra della Puglia. Governò saviamente la Ca- labria, amministrò la giustizia dirittamente, onde in quel ducato lasciò eredità di affetti (2). Le ossa, chiuse in un’arca, furono per qualche tempo con- servate nella sagrestia della cattedrale di Cosenza, poi andarono disperso (8). Restò la miscra duchossa Margherita un anno a Cosenza, e si parti all'uscita del 143 (4). Come la Regina ebbe la novella della morto del Duca (5), pianse, vesti le gra- maglie come per morte di figliuolo; lodava le virtà di lui, la pazienza, l’ossequio, l’ubbidienza, e tardi si contristava di non averlo tenuto vicino. Figliuol mio, diceva, chè non sono morta io? mai sarò consolata quanto vivrò (6). (1) Intorno all giorno della morte sono le notizie degli serittori sssai discordi Lucov pe 1a Marcus, Le Roi René I, 112 afferma, cha mori a 12 dî nosemi 1494 o nota: « DIBL nnt. me. lat. 17999 calendior: lo 14 suivant le me. lt. ASI le 15 suivant l'Art. de verifier tes dates (XVIII, 345); le 24 octobre suivant d'otres (Viteneuve- BARUEMONT I, 196} Dei nostri Cronisti l'accoglitora dei Diurn. del Duca di Montel. 90, nota il 15 novembre; Givviano Passano, 13 il di 14; nelle giunta al Notar Ferritto al Diar. Aron. in Pergor I, 147 leggasi: « anno. Dosini 1434, Inelitas Dominus Ludovicns tortine Dax Calabria at Andogavia eto. die Dominico XIV mensis novembris XIII. Ind. etc. ritam animamque ad su- pernum beatumque concilium exalarit». E in effetto il di 14 novembro 1434 fu domenica. Il Fuscuttto, Arch. Stor. Nap. I, 40, serivo 14 novonibre « de dominicha ad hore 19». Iswocenzo Lasoui#o in Perger I, 159, nota il di 13 novenibre; a lo steso laggesi ivi 159 nelle Cran. Anon. dal MCCCCIV al MCCCCXCVI. Il Parox, III, 343 pono il 24 novenbro, Non mi meraviglia la discrepanza: altri nota îl di del testamento caltri quello della morte © dei fune» rali. Maggior consenso trovo nella data de' 14 novembre. DetELLO, Ist. del Iegno sg na altra causa alla morte di Luigi IIL, Arch, St. Nap. XVI, 037. @) la questo giudizio sono concordi tutti gli seritori. Il Stwosera, R. |. 8. XXI, 325 scrive: « Fius obitus ob mansuotum iagenium, quo plurimorum volun- tates sibi facile conciliaverai, magno universum prope regnuni maerore alle (8) Brosnconmo, RI. S. XXI, 134, scrive: « Cuiu» cadaver in Ecclesia Cat- tedrali insepultum vidimus arca inclusum ». Sunmonre, ed cit. lib. IV, 617. 4) V. Arwoxe, 0. c. 404, 405. ©) Ai 22 di novembre. Diurm. del Duca di Afont. 00. (0) La università della Calabria, cho avevano ottenuto pri legi da Luigi Ul, Google cor 414 GIOVANNA II D'ANGIÒ (1433) Misera donna, aveva veduto caderle intorno tanti uomini, che l’amore, l'ambizione, la fortuna, lo splendore della corona le avevano messo innanzi. Del resto ella stessa, affranta dai dolori, svigorita dalla grave età, era pervenuta sul confine della vita. come egli fu morto, si afrettarono a domandarno la conferma a Giovanna IL Notevole è il dipl. du lei spodito a'13 dacembre 1434 per la città di Reggio, alla quale concesse una collotta per la riparaziono dello mura, © la francò da tutto To collette nel caso, che Alfonso d'Aragona avasso portato guerra al ducato di Calabria, Ella dunque confermò « omaia et singula privilegia ein (ai Reggini ) per llustres dominos Reges el Reginaa huiua regni nostri sicilie predecessores nostron, ac por clara mamoria Luduvicum tercium Calalrio et andegavia dacom etc. unicum filium nostrum per caristimum graciose concessa, neo non jura et consuetudinas et observantiam eerundem universitatis et homiaum, et presertim privilegia nundinaruni dieto civitatis que colebrantur extra muros civitatis ciusdem iuzta ipsarom nandinanum concessionum et privilegioram tenores eo modo et forma prout erant tompom inelito memorie domini Rogia Ladislai rev. germani nostri et deindo tsmporo regiminia nostro majentatis et signantor quod ict nundine sint france et libere a ferro et sale sicut hacienus fuerunt eo modo quo usi sunt ac ni et prout fn poressione fueruat et ad presens exiatont prout in sisdem privilogiis et concossionibus continetur, ipsasqua concessione: et privi legia, quaram et quorum tonores haberi volunius preseotitus pro sufi expressia nc da verbo ad verbum insertis ot particularitor valida firmitato rubsistant ad atundantioris cautelo suffr prodesss et non officore sonsuerit, tenere presentium de certa nostra scientia spacialique gratia confirmiamus ralificamue accoptamus et approbamus ae nostre potostatis el auetoritatis presidio communimus et sit semper ad maicris gratie cumulum oisdem univorsitati et hominibus dicte Civitatia nostra Rigii que diget sicut accepimus reparatione menium neu mutorum collectam unam de numoro collcelarum per ecs annis singulis Curie nostre debitarum et debendarum convertenlam realiter et re vera În reparatione menium et murorum prediciorum cum consciontia et notilia magnificoram officialium dieta civitatis, qui pro tem- pore fueriut annîs singalis douce et quonsque dieta menia fuerint roparata, Garundem tenoro presencium do dieta certa nostra scioatia specialiquo gr pormietimus et pariter relajsamus. Itnquo pendenti reparationo murorum predio- tor ad solutionem diete unius colleete per 105 cisdor de numero collectarum per eos Curie nostre faciendarum nullutenus tencantar neque ad id compelli valoant quavis modo rat tonosninr et dobornt eolleetam insam annia siogalia pondeati repiratione predicia converter» ct expendero în huinsmodi murorum reparationo cum conseientia PL noticia dietorum magnificorum oMeiatium ut prefortur ct amplivs statuimus decergimus volumus et mandamus qued si con- tingat per Resom Aragomun bellum moveri ei inferri contra Ducatum nostrum Calabria ipsi Universitas et lominos duranto dieto bello non teneantur ullos colleetus solvero.. » Arel. di Stato în Nap. J2. C. delle Sommaria, Processi auiichi vol, 779 proc. $785. v 1 Principe di Taranto riucquintòà le terre perdute. — Cosimo dei Medici, — Testamento e morte della Regina. Morto Luigi Ill In Regina mandò nella Calabria Giovanni Cassiano per ridurie il ducato al demanio regio (1). L'acco glitore dei Diurnali detti del Duca di Monteleone, amico e panegirista del Principe, racconta, che Jncopo Caldora, come udi la novella della morte dell’angioino vesti un giubbone scarlatto (2); più certo è, che egli, all'entrata dell'inverno, mandò le genti d'arme agli alloggiamenti, lasciò Menicuccio dell'Aquila ed il conte Onorato Gaetani per fronteggiare il Principe e andò & Bari. Il Principe allora, con poca gente, mosse ad approvvi- gionare il castello di Brindisi, e vedendo, che la città era mal difesa dal conte Gaetani e dai caldoreschi, l’assali e l’obbe. Menò prigionierò il Conte, che non aveva fatto îl dovere e forse sì era accordato, perchè da quel tempo, mutata parte, fu tutto di Alfonso d'Aragona. E ricuperò il Principe molte altre terre dello stato suo, quasi senz uso di armi, perchè messer Jacopo n’aveva fatto mal governo, e le genti volenterose gli uscivano incontro per fargli onore ed omaggio (3). E a questo punto, sulla fine della min storia della Regina Giovanna II, appare di lontano un uomo insigne, dei maggiori d’Italia, Cosimo de’ Medici di Firenze, il quale, come gli (1) Diurn. di Montel 9). @ì Ivi, OL. @) Diurn. cit. ivi. A. Cosuem ed. cit. 2, x00gle : 416 GIOVANNA IT D'ANGIÒ (1484) altri operosi cittadini suoi, esercitava nel regno mercatura ed industria di denaro. Or forse per imprestiti fatti alla regia Corte, come «spesso avveniva, gli furono assegnate le rendite della dogana di Gaeta, ma ad un tratto la Regina ordinò di sequestrare îl denaro per lui esatto (1). Questo avvenne proprio nel tempo, che Cosimo, sopraffatto dagli Albizzi, fu cacciato in esilio da Firenze. La ragione, che mosse la Regina contro di lui è ignota; so bene, che altri fiorentini furono perseguitati pel sospetto di trame a favore del Principe di Taranto. Bernardo di Giovanni ser Mattei, mentre in Barletta faceva mercatura, fu pigliato e menato alla prigione, accusato di tra- dimento, e di aver tentato di occupare per altri il castello. Gli fu fatto il processo, ma la Signoria di Firenze, come n'ebbe notizia, a' 2 di ottobre 1434 se ne richiamò con la Regina, e dichiarò, che era stato accusato da un potente, mosso da altre cagioni: espose, che Rernardo da fanciullo aveva esereitato la mercatura, e non vi ha generazione d’uomini più timida ed imbelle dei mercatanti, e ne domandò la libertà (2). Furono questi gli ultimi fatti del regno di Giovanna II: all'en- trata dell'inverno del 1435 posavano le armi, ma gli animi erano torbidi, si ordivano trame di nuove congiure, tutti erano (1) Nel Rog. Ang. n. 377, (42 intera spe a Giovanni Cassiano Capitano di Gaeta, a Gerîo Gattola protontino, a Jacopo Gattola, Bonomalo Castellano e Francesco Mazza, colla quale li ammonisce « quod omnem et (alari pocuniam per vos usquo nunc porsoplam et recollectam, etox nunc in antea recolligenduam ex juribus dohane ipsius civitatis. nostre Cayeto nomine et pro parto Cosime do Medicis do Florentia pro cuius parte eratia recolleeturi el etiam recalligoro habetis pro presenti anno XIL Ind, ia sequastrum et sequestri nomino deboretia tenora donec vobis in mandat romus... ». Il documento, e une ho detto, è incomploto, 0 di ciò «i trova la ragione ts fuit per cedulam ». 1 indizione XII ne dimostra, che l'ordine fu dato al tempo dell'esilio di Cosimo. @) « Pervonit ad notitiam pastram quod peovidua vir, Civis noster dilectus, Bernardus Johannia Ser Malthei, qui în regno vestro negotiabatur detontus iam pridem fuit dotrusne în arco Tnruli ad potitionem eniusdam potentioris, cui fuorat aliia ratienibus obligitun: deindo ad oxtremnum obiectum est sibi, ut audi» vimus, proditionis crimen, quasi idem Bernandus attontasset possessionem illius arcis Castellano auferre atque hoc protesta in discrimen vite trabitur... +, Arch. di Stato in Firenze. Carteggi) della Signoria Missive: clas. X. dott. 1, n. 3. Fila 13, e. 95. im uon nota marginale: « V (1434) LIBRO SETTIMO 47 persuasi, che sulla primavera il regno sarebbe andato în fiamme. La Regina non vido gli orrori della nuova guerra, morì a’ duo di febbraio ad un’ora di notte (1). Fu portata, come aveva ordi- nata, senza onori alla chiesa dell'Annunziata e sepolta umi mente în terra piana innanzi all'altare maggiore: non volle monumenti e sul coverchio della tomba fu inciso il nome di lei coi titoli delle signorie e il tempo della morte (2). Manco le ossa di quella infelice regina ebbero pace: nel 1757 un alto incendio consumò la chiesa ed i mortali avanzi di Giovanna II furono dai Governatori trasportati in altro luogo. Restò il regno senza capo în balia dei baroni: il presente era incerto, pericoloso, torbido appariva il futuro (9). La Regina (1) Diurn. di Mfontel, 81. Nora® Giacomo, 79, Gruiano Passano, 13, Diar. Anon. ia Pelliccia 1, 118, Giunte al Diario. Ivi. 147. Cron. d'Inkocexzo LanpuLro. i 150 Crom Anon. Ivi. 179, Fuscutitto, cit. 46, ete. L'Auminato, opuscoli 978 conchiude la vita di Giovanna II, con questa sentenza: « chi mal vive peggio ni mupîa »: foco forso mala fine? (@) L'iserizione col tempo si cancellò; fu rinnovata nel 1564 come narra il SoxMONTE, lib. IV, 018. io s4c&T CORPUS JonanNAR secuNDAE Det GRATIA Uncarie HieausaLem rt Siontane, Darsaris, Coariae, Bavaniae, Senviag, Gatte, Lovomentar, Co- MANIAE, BULCARIAE REGINAE, PRoveNTIAE, FORCALQUERII AC PEDINONTIS CONITISIA FILUAB BPIRITUALIS BEATAE VIRGINIS MARIAE ANNUNTIATAE. QUAE 0BIT ANNO Do- ssi MOCCCXXXV Die Il seevsis eematiania XIIL ip. NEAPOLI REQUIESCAT 1 PACE. VETUSTATE CONSIMPTUM OBCONOMORUM PIETATE RESTAURATUM ANNO DOMINI MOCCCCLKIV ipiDUs ccrosnis. () I Governatori dell'Annunziata, ogni volta, cho restaurarono la chiesa, rin- novarono la memoria della Regina. Ecco le iscrizioni, che si leggono su due lapidi in marmo a° piedi dell'altare maggior Jonannar II Huxcanar Hienusitem SiciLine Cnoatia& SeRviae Gate Lopowezia® CumaNWE BULGARIAEQUE Riciva& ProvinciaE ET FoRCALQUERIT Ac Pepimontis Conrmissae Anwo Domini MCCCCKXXY Dis IL mensis Fesnvani REOIIS OSSIBUS ET MEMORIAE SEPULCRUN QUOD IPSA MORLENS HUMI DELEGERAT INANES 1N FUNERE POMPAS EXOSA REGINAR PISTATEM BECUTI ET MERITOREM NON IMMEMORES OSCONONI RESTITUENDUM ET EXORNANDUM CURAVERUNT MAGNIFICENTIVS. POSITURI Si LicursseT Anno DowiNr MDCVI MENSE MAL Sotto è aggiunta questa iscrizione: MortaLIv eLU viana Jomannx Il Nearotis er Hiznusawma Reaimar Loc nuIvs PATRONAE DENEFICENTISSIMAR CONDITORIUN QuoD vis 16N18 ANNO MDCCLYII verus TEMPLUM ABSUNENTIS YIX EVASERAT V vii MacistRi 1N anwum MDCCLXXXINI OFFICII SUI PIETATISQUE MEMORES RETENTA VETUSTATIS FACIE DRCENTIORE HOC NOVI TEMPLI Loco REPONI CURAVERUNT. Faractia, Giovanna II D'Angiò. Google c 418 GIOVANNA IL D'ANGIÒ (1434) però aveva fatto testamento e dichiarato suo erede Renato d'Angiò, fratello di Luigi III: era stata larga di doni e legati ai suoi fedeli, aveva lasciato settantamila ducati da spendere în beneficio della città di Napoli. Pel reggimento del regno aveva istituito un consiglio, e deputato a questo ufficio Rai mondo Orsini Conte di Nola, Ottino Caracciolo, Baldassarre de la Ratta Conte di Caserta, Giorgio de Alemannia Conte di Pulcino, Perdicasso Barile Conte di Monteoderisio, Jacopo Cal- dora, Marino Boffa, Monacello d'Anna, Urbano Orilia, Antonio Dentice, Gualtiero Caracciolo, Giovanni Cossa, Tadeo Gaîtola. Di questo testamento molto fu scritto a favore e contro. Il Biondo da Forlì lo reputa falso (1), il Collenuccio fu della stessa opinione (2); l’Accoglitore dei Diurnali del Duca afferma chiaro, che la Regina fece suo erede Renato d'Angiò (3), Angelo di Costanzo scrisse, che il testamento era negli atti del notaio Giacomo Ferrillo di Aversa (4). Nelle note tratte dai protocolli di lui e aggiunte al Diario anonimo si hanno testimonianze evidenti del testamento fatto (5); di grande autorità è il giudizio dell’Annalista aragonese, il quale non solo reputa autentico îl testamento della Regina a favore di Renato d'Angiò, ma aggiunge, che i partigiani del nome Angioino si erano adoperati, onde in quello e non în altro modo ella avesse fatto il testamento, e dichiarato casso e nullo ciò, che prima aveva disposto per l'eredità della corona (6). Fu eseguito fedelmente. (1) Dec. II, lit, VI, @) Lib. VI 0) Pag. DIL (@) Lib. V. (8) In Pruticcia, I, 148, dopo la notizia della morte della Roy « Post cuius mortem a predicto die fiunt instrumenta sub infrascripto titulo et regimine videlicot: sub regimine Consilii et Gurlernatorum Reipuplico Regni Sicilie ordiaatorum per clare memori» serenissimam Do Jesnnan: sscandam... Ibi pro executoribus testamei reliquisse ducatos 170 m. pro tutela et custodi Ex protocollo eiusdem notarij (Jacobi Forrilli) La schede del Notar Ferrillo passarono sl Notr Ruggiero di Ruggiero di Benevento, Stsuoxte, Lib. IV, 619. (6) Zerara, lib. XIV, & XXI. VI Falsità delle tradizioni intorno a Giovanna II d'Angiò, — Sira pietà e beneficenza. — Lodi della Regina. Giovanna II d'Angiò non è una grande figura storica; circon- data da Jacopo Caldora, Braccio, Muzio Attendolo e Francesco Sforza, Alfonso d'Aragona ella è oppressa dalla grandezza loro, come avviene in quei monumenti, nei quali il soggetto è sopraf- fatto dalla magnificenza degli ornamenti. La cieca fortuna la cinse di una corona, che ella non agognava, e sul trono trovò la sua croce. Per amore, per timore, per forza fu soggetta a tutti coloro nei quali s’incontrò e in venti anni di regno non le diedero pace; cercò l'oblio nell’umile tomba dell'Annun- ziata e morta fu più vituperata, che viva. 1 cronisti del tempo l’accusarono di aver ceduto facilmente all'amore, e forse un solo ebbe caro, Pandolfello Alopo; le lingue sciolte per ambizioni deluse, per odio di parte l’incol- parono d'aver peccato con tutti coloro, che s’ ingrandirono col suo favore, Non è facile discolparla d'ogni macchia, ma spesso i giudizii profferiti contro di lei sono duri e non veri. « Fama lasciò, dice il Collenuccio, di sè instabile ed impudica, dicendosi di lei, che nella instabilità sola fu stabile e che sempre era stata innamorata, avendo în più modi e con molti la sua lascivia macchiata » (1). A questo modo l’istorico da una parte attribuisce alla Regina le colpe dei baroni e del regio Consiglio, dai quali fu costretta spesso a mutare avvisi, amicizio, adozioni di prin- (1) Ed, Oravier, I, 990. Google 3 420 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1434) cipi, e dall'altra diede occasione d'ingrandire le maldicenze intorno ai costumi di lei. Le accuse più atroci furono futte în tempi assai lontani dalla sua morte e le furono attribuite colpe e lascivie di altre regine dello stesso nome, e di più remote peccatrici. G Due secoli dopo che ella fu morta, vi fu chi nelle consuetu- dini di lei vide ciò, che gli uomini del suo tempo ignorarono; dice egli, che soleva levarsi di buon mattino, poi andava per le stanze un'ora, udiva la mossa; due ore al giorno dilettavasi della musica; tanto studio poneva nel conservare la freschezza della persona, che ogni mattino erano menate innanzi al castello cento asine del cui latte si bagnava (1). Gl'indotti ed il volgo credettero e credono, che Giovanna II abbia fatto edificare il magnifico palagio or tutto fonduto c cadente sulla mollo spiaggia di Mergellina ostello de' suoi disordinati amori; jo stesso ho visto gente popolana intenta a ricercare botole © trabocchetti nello volte squarciate, pei quali la Regina faceva precipitare nel mare, che di sotto s' addentra negli antri, coloro del cui amore era stanca e infastidita. Non è mancato chi abbia raccolto e riferito in iscritto queste leggende popolari, mentre è noto, che il palagio di Mergellina fu costruito per Anna Carafa nel secolo XVII (2). E raccontano altresi, che delle infermità della vecchiezza di lei erano stata cagione i farmachi, dei quali gio- vine abusò per nascondere la vergogna delle colpe; e che nel secolo XVII, andavano attorno certe lettere d'amore da lei scritte a Pandoltello (9), che ella ebbe sempro in casa, Duchessa d'Austria, vedova e Regina. E tanta confusione s'è fatta intorno a questa misera donna, che altri ha ufformato perfino, che sia stata ritratta dal mirabile pennello di Leonardo da Vinci e di Raffaello, ella morta nel 1435 (4). (1) Mazzetta, Vite dei Re di Napoli, lib. XY, 2IT © seg. @) Scipione Vorpiozit4, Principali edificii della città di Napoli (1850); p. 112. Scuia, IL Palazzo di Donnanna. Napoli Nobilissima, 1892, p. ITT. Avausro von Puten, Soria del Reame di Napoli dal 1414 al 1443. Vor niono del Can. (8) +. « ond'ancora vanno attorno alcune epistole amorose, che ella scriveva al suo Alopor, Mazzeuta, li c. (4) L'errore è grossolano. È attribuita a Leonerdo una nota t torsa fu ritratta Giovanna Il d'Aragona moglie di Ferrante II, esi nella quale tante nella Google CORRA LIBRO SETTIMO 421 , dall'altra parte, che assisteva alle feste sacre, allo processioni, nella quaresima andava a piedi visitando le chiese (1) ed aveva l'animo tanto disposto a fare carità, che una volta dotò cento fanciulle povere. Certa cosa è, che se ella non fu un fiore di virti, non fu manco la femmina vitu- perosa di tanta mala fama. Suo confessore fu il vescovo di Melfi (2); maestro della cappella reale l'abate Gentile di S. Angelo a Fasanella, otto i cappellani cantori e tenoristi (3). Dotò largamente chiese e monasteri (4). Favorl l’Annunziata di Napoli, l’arricchi, ampliò l’ospe- dale (5), provvide alle dotazioni delle fanciulle în esso esposte (6). Galleria Doria in Roma ed è una copia di ritratto di giovine donna, che vedesi nel Louvre, n. 373, attribuito a Reffeello. Altri credono, che ritratto di Giovanna d' Aragona moglie dol Principa Ascanio Colonna Contestabile del regno. (1) 11 Sunuonre, LI, lib, IV, 550, ed. cit, riferisce questa iserizione posta sopra la porta della cappella di S. Maria de Sicola « Divus Ladislaus Rex cum morbo sciaticae esset infectus, conversus ad Beatam Mariam Siculat liber evasit. Diva Joanna soror regis qualibet hebdomada in dio sabbati esdem limina cum venerationo visitabat, ab eademaua singali picientes sani redibant » (2) Mistent Riccio, Vati 102. Credo, che nel doo. si alluda a Francesco Carosio poi tra @) Via un erilina ratione divini cultus eligantur oeto Cappellani inter cantores ct tororistas ». Il Manstro aveva 10 uncia di gaggio, otto i eappellani. Misteri Riccio, ivi 70. (4) ll Wapoiso, ad an. 1425, 170 nota che la Regina concesse e Jacopo Scaglione la chiesa della Muddalena fuori Jo mara di Aversa 0 e diruti per ridurli a convento. Ad an. 1435, V, 273 serive che «nostro addita sodalitio, multa contulit beneficia ». Forse era ascritta al 3 Ordine dei Fr cescaai. A'26 febbraio 1416 ordinò a Giovannello Carduyno mastro della e; Terra di Lavoro di nssegnam ai Monaci di Montecassino 07 oncio in donaro, 1500 tomola di grano, 1540 barili di vino, tutio l'olio proveniente dai diritti del monastero, legumi, etc. Archivio di Montecassido, Reg. Comune, (. 159. A'20 decembre 1420 confermò agli stessi una concessione di Ladislao, che aveva donato loro ogni anno « libres mille bosorum piscium seu tencaram de Iaca fucîni emenduram por Erarios ipsiua domini Regia». Ivi £. 142. È nei Registri della Rogina Giovanna Il un grande numero di ducumenti per beneficii fatti a chiese e monasteri. (E) D'Aonosio, Origine, vicende storiche e progressi della R. Casa dell'An- nunziata di Napoli. Doc. 540 è seg. © mi 50. Google cor 422 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1434) Riparò la chiesa di S. Angelo a Nido (1), la chiesa ed il mo- nastero di S. Croce fuori Napoli e per questa opera perdonò le pene dei furti fatti al regio fisco al tempo della regina Margherita e del re Ladislao, a patto, che i colpevoli avessero depositato due ducati a centinaio del valore del mal acquisto in una cassa posta nella chiesa di S. Maria la Nova (2). Nella chiesa di S. Giovanni a Carbonara fece opere insigni (3). Con- fermò i privilegi del monastero di S. Martino sopra Napoli e l'autorità di governare l'ospedale della Corona di N. S. nella piazza delle Correie: a quello di S. Antonio di Padova donò terre e case per merito di suor Chiara, che fu già Vannella contessa di Melito (4); e, in molte parti del regno s’incontrano indizii della larghezza di lei. Fu amorevole e benefica con tutti coloro, che le erano familiari: andata in rovina la casa de Andreis, volle nella corte per damigella Giannina figliuola di Peretto e Marghe- rita de Marra (5); ebbe cara l’altra damigella Candida Boni- facio (6); collocò in matrimonio a Jaimetto Pertus, come ho raccontato, Sacnrella de Cirisi sua cameriera (7); a Laudata de Panormo sua domestica assegnò la provisione di dodici oncie l’anno sull’ ufficio dell’annona e grascia di Napoli (8). In premio dei servigi e della fedeltà assegnò buone rendite fin al cuoco, al coppiere, al cantiniere (9). Solo contro Giulio Cesare de (1) A richiesta dei mastri o confratelli della chiesa e dell'ospedalo il 15 agosto 141 donò anche un territorio « situm in tarsianatu prope castram no- stram novam ». Reg: Ang. 972, £. 52. (2) Sestuosre, ed. Bulifon, Il, 620. 1) De TuxuLILLIS, Noranitia, 15. (4) Seusionte, e. 45) Reg. Ang. 374, £. 286, b (6) Reg. Ang. 372, £ 07, t ©) Reg. Ang. 977, £ 130, L 18) bei £ 3A (1) A'24 dlocembro 1419 la Regina assegnò in perpetuo la bagliva di Bue- chianico a Giovannuccio Capuano di Mercugliano suo cuoco e a Clemente Spia- gola « nappe nostra vallecto », ad Antonello Costantino di Pozi a Girolamo Cimino di Napoli « comestabulo » delle Sommaria © loro ere Ang. 475, £ 42, L Nel Repertorio dei Quinternioni della Provincia di Moliso (Arch. di Stato in Napoli) leggesi che « nell'anno 1428 la detta citià d'Isernia era demaniale lario » Reg. li « bue (1434) LIBRO SETTIMO 48 Capua s'infinse, meditò la vendetta, fu eruda, del resto fu buona, amorevole, magnanima con tutti, anche co' nemici suoi (1). Fu cortese e di bei motti. Narrano, che un oratore di Firenze andò a presentarle le lettere di credenza, e sapendo, che era donna non ritrosn, la richiese d'amore. Ella sorrise: ma, rispose, non trovo queste commissioni nelle lettere della Signoria. L'ora- tore si partì scornato (2). E i fiorentini fecero di lei i più insigni elogii. Luca di Simone della Robbia scrisse nella vita di messer Bartolomeo Valori, che Giovanna aveva amministrato il regno in tal modo, che le azioni di lei potevano essere comparate con quelle de' re più savii, onde pareva poco vera la sentenza di Aristotele, che reputava le donne poco neconce ai governi civili; fu accorta e savia nel trattare la cose privato 6 pubbliche, di grandi con- cetti, come lo scrittore vide per lettere da lei spedite a messer o di regio demanio della Regina Giovanna II, la qualo roll'anno sudotto concodì all’ Università et huomini di detta città la gabella della Bagliva di essa Città cum omnibus suis fructibus juribus introitibus et emolumenti cum potestato augendi et diavinuendi assisiam ipsius Baiulationis et ipsam affictaadi etc. in Feudum, paris unius chiroterarum cum onere tantum di pagaro ogn'anno a Clemento ed Agostino Spagauolo suoi nappiori" ot a loro herodi auccessori gare II, et se per sorte accaderà lî detti Clemeute et Agostino morino senza heredi cho dette oncie Il si debisno pagare ogn'anno alla sua Regia Corte con potesta di poter fare la fiera franca ogni settimana nel di di Giobbio absjuo tamen preiadicio vicinorum ete. Rep cit. in Isernia. (1) Lerse pe Rosa, vecchio brontolone, che ora vissuto nella Corte, fa questo elogio di Giovanna Il assunta nl trono: «La eccelsa Regina libbera tutty 1y presune et donaule tutta la Roba lor», se era prencepe lo prencepato, s© era duca lo ducato, se cra conte lo contato, se era barone la baronia.-Guarda grandu cortosia, et dicone piu che una briata (brigata) de napoletano atavano presune per ly Castiello delo Riame ot la regina mando por li castello (‘castellano ?) chelle liberassono e che Jo commandasse, che andato ala Regina, et como veneva lo presone con una barva et la sua magestate faceva chiammare la mugliere et 1Y figlie et diceva la regina: eecote mariteto ora andato et fate bene; et ro fratemo (Ladislao) ve nvo levato niente dieitemello. E! chi veneva : madamma, lo Ko me levao Lo fo (/eulo); el chi la casa et chi la tera, et essa magesta faceva chiamare chillo, che la teneva et diceva: porta Jo strammiento (istra- mento) slo tresauriere, che te dara lo denaro, che to gosstao (costo = costò). Guarda quanta cremmencia (clemenza), guarda quanta bontate de Regina ». Ms. cit {. 12. Ho punteggiato io questo brano per renderlo più @) Sunonre, ed cit. II, 610. » Google nell er 424 GIOVANNA Il D'ANGIÒ (1494) Bartolomeo, il quale fu persuaso d'andare a Napoli, e andatovi, fu tenuto in onore (1). Da altri fu reputata d'animo virile, sagace, prudente (2). Poco soleva parlare, virtà grando in una donna (3). Non trasandava i negozii dello stato: presiedeva il consiglio regio, deliberava dei richiami de’ baroni, delle uni- versità, dei privati: a' 21 luglio 1417 mandò un editto per far a tutti noto, che dovendo ne’ di canicolari provvedere alla sua salute, per non interrompere l'ordine delle bisogne pubbliche, ai sindaci, oratori, procuratori de' baroni, delle università, dei privati assegnò il lunedì, îl mercoledì, il venerdì d'ogni setti- mana per esporre i loro richiami ai consiglieri regii a ciò depu- tati (4). Le signorie, i principi d’Italia, i re d’oltre Alpi ed oltremare l'ebbero in istima, ed ella s'avvalse dell'amicizia del Re di Tunisi per riscattare i regnicoli schiavi (5). Diede favore ai commerci e spesso ho avuto occasione di esporre, come largheggiava di franchigie, di privilegi, di assi- eurazione di robe e di persone alle città e ai mercatanti, Poichè per antica consuetudine solevano gli abruzzesi menare le greggi e gli armenti ai pascoli della Puglia nell'inverno, la Regina deputò suoi commissarii per proteggerli, assicurarli da ogni offesa nell’andata e nel ritorno, e questo fu l'avviamento alla isti- tuzione della dogana delle pecore, per Alfonso I d'Aragona (6). (1) Vite dit. rat, Arch. St Ital. 1% si (@) Chronica de tito el mondo vulgare per Rizo de Novara 1401, p. 269. () Rivatso prati Atmizzi, Comm, cit. 1, 279. (4) «« «Cut personam nosiram ei salutem ' prospicere debeamus presertim hoc estivo tempore et aliis diebus cenicularibas usque et per totun: menseni Augusti vitam ducero et propriis intermissis negotiis a cunctis occupationibus nos cimero ne agendorum prosecutionibus lediosisquo laboribus. preservare et sic nequentes vacare supplicationibus et querelia subditorum, propterea iubemus quod umnes oratores, riadici procuratores Maguatum et procerum rc universitam dicti regni et alie persone pro quibuscumque negoliis tribus diebus in hebdo- mada lune, Mercurij. et Veneris coram deputatis do nostro Consiglio in Castro nostru sovo Neapolis ubi presentislitor residimus eponant eorum potitiones quibus de nostro consilio vices nostras commisimus... ». 21 loglio 1417. Reg. Ang. 374, (1 00, Mistena Riccio, Nozizio storiche (ratto da 02 Reg. Ang, 87. (5) Reg. 377, £. 163 t, V. Misieni Riccio, Soygio li Cod. dipl v. Ul, p. I, 88. 6) Friactia, A SE. il Ministro dell Iaterno, Relazione intorno all'Archivio delle doyana delle pecore di Puglie, Napoli 1903. r. IV, por. 1, 261. rate Fiuiero pa BercaWo, Venezia Google cor VII Le lettere e le arti in Napoli al tempo di Giovanna Il. — Il Col- lepio det dottori è dei medici. — I Riti della Magna Curia. Al tempo della Regina Giovanna II poca fu l’operosità degl’ in- gegai nelle lettere umane e nelle arti belle (1); molti insigni giuristi fiorirono, fra i quali primeggiò Goffredo di Gaeta, e cogli studii la pratica delle leggi romane contribuirono al ger- mogliare dell’ umanesimo. Giureconsulti, cavalieri, baroni, ve- scovi del regno spesso mandati oratori a' Concilii, alle Signorie trattando e conversando con gente, certo la più ragguardevole di altre città, oltre all'oggetto delle loro commissioni, avevano e davano notizie di libri e di studii. Lo stesso avveniva agli ambasciatori delle Signorie presso la Regina. Ed aiutavano il moto del rinascimento i mercanti, i cancellieri dei grandi signori e dei Capitani di Ventura, che spesso avevano pratica di belle lettere e specialmente i vescovi mandati dalla Curia pontificia alla Regia Corte: papa Eugenio IV nel 1433 diede al dotto Ermolao Barbaro le commissioni di persuadere la Regina a porre fine alla guerra di Puglia (). Narrano, che Jacopo Caldora leggeva la Farsaglia, e stando co' suoi capitani negli alloggia- menti militari sotto la tenda, soleva ragionare dei grandi fatti di Roma (3). Al tempo della Regina Giovanna Il d'Angiò un (1) Giudico a questo modo, perchè fino ad ora non ci è néto aleun lavoro letterario del tompo della Regina @) Uonenu; V, 562, Ruwwatvo. IX, 169. (8) Jacopo Caldora « fo segnor volevelle (?) et dasni, savio et litierato : et aveva in memoria quasi tutto Lucano, et apese volte neli suoi parlari ali pro» positi diceva deli suoi versi ». DeueLtO, Arch. Stor. Nap. XVI, 806. i Google OR 426 GiovANDA 11 D'ANGIÒ (1484) avviamento un apparecchio umanistico c'era in Napoli, gli splendidi effetti furono visti regnando Alfonso. E cosa degna di grande considerazione è questa, che al tempo della Regina la lingua volgare incolta, ruvida, fu spesso usata negli atti privati 6 pubblici, come più volto ho dimostrato. Buona parte dei Diurnali detti del Duca di Monteleone senza dubbio fu scritta al tempo della regina Giovanna e poco dopo la morte di lei; il dettato è scorretto, la forma ruvida, ma spesso mostra di avere alquanta pratica di buone lettere, onde con poca lima il testo ruvido può ridursi vivo ed elegante (1). Il continuo rumore delle armi impedì, che le arti belle venis- sero in fiore. Resta la memoria di mastro Colantonio uomo dalla natura ‘assai disposto alla pittura; fu Il primo in Napoli ad avere notizia del modo usato dai famminghi nel colorire ad olio, ed aveva deliberato d'andare in Fiandra per avere buona pratica, ma forse l’ebbe dipoi col re Renato d'Angiò. Dava grandi speranze di fare opere degne di memoria, morì giovine. A lui ne furono male attribuiti molte, nessuna ne abbiamo certa (2). Nella scultura tenne il campo l'abate Babocio da Picerno, operosissimo, ma ruvido e grosso, come è a vedere nella cap- pella dei Pappacada, nella facciata vecchia del duomo, nei monumenti in S. Chiara e S. Lorenzo. Egli non sentì l'aura del rinascimento, si attenne ai modelli tradizionali della forma gotica, ma il gotico non germogliava più sotto il suo scalpello. () E questo già fu fatto nel secolo XVI dal pi CostANZO, come si crede, V. il testo rifatto dei Diuvnafi nel R. I. 8. XXI, e la prefazione ai Diumm, detti del Duca di Monteleone nella primitiva lesione da un testo a penna posseduto dalla Società Nap. di St. Pat. pubblicati per cura di N. F. FaRAoLIA, spesso citati în questa opera. @) Panatta, Le memorie degli art Dominici. Arch. St Nap. VIII, 99. C'è una tisti pagnicoli del Jempo di Ladislo e Giovanna Il, © ce n'erano in Napoli e altrove. Nel 1430 uno Stefacollo Pappalettero feco società con altri pittori come battiloro. FiLascrert. Iadice, eto. Il, 250. Il fecondo ve Dowtsici, nella leggen- daria «Vita del fimosissimo Antonio Salario detto volgarmente il Zingaro » dà molto a fare alla regina Giovanna Il d'Angiò, o tra le altre cose narra, che questa, a lui, che fuceva lavori di ferro per la cucina, « mostrava buon viso per corta sun dolce maniera di trattare ». Vite de' pittori, scultori ed architetti nap. I, 118. Google cor (1434) LIBRO SETTIMO 427 La Regina non affidò a lui l'opera del monumento di Ladislao in S. Giovanni a Carbonara, ma l’allogò al marmoraio Andrea di Firenze presentato forse dai mercanti fforentini, i quali da una parte arriechivano la patria coi commerci e dall'altra agli artisti concittadini davano l’ocensione di sperimentare la loro virtù. Il monumento, che occupa dal pavimento al sommo tutto il fondo della chiesa, rafforzato da due ali ai lati è grandioso. Andrea sul primo piano pose le statue del Re e della Regina in trono, disopra il sarcofago, în alto Ladislao a cavallo trion- fante; egli è ben lontano dal realismo di Donatello, suo con. temporaneo, temperato dallo studio delle opere classiche; ripro- duce tipi, forme, linee tradizionali all'arco del primo piano però ridà tutto il sesto (1). Anche in altre parti del regno si veg- gono opere di architettura e scultura del tempo della Regina. La porta dell'Annunziata di Sulmona, costruita nel 1418, è di gotico grosso, senza fioriture. Ma il regno di Giovanna II d'Angiò non fu în tutto inglorioso, chè l'istituzione del Collegio dei Dottori e le riforme dei Tri- bunali meriterebbero lodi ai re più savii. Istitul questo Collegio con lettere date dal Castelcapuano a’ 28 maggio 1428 e dichiarò, che lo creava per utilità dello stato, per diminuire i piati tra privati, levare di mezzo gli scandali e acciocchè per l’auto- rità e sapienza di essi In verità rilucesse, fosse bandita la ca- lunnia, a ciascuno fosse attribuito il suo, s'avesse giusto concetto del buono e dell’equo, e fosse la giustizia reputata prima delle virtù. I Dottori în diritto civile e canonico costituivano un Collegio, a capo del quale era un Priore eletto dal Gran Cancelliere del regno e durava nell'ufficio un anno; vi furono ascritti i primi Andreasso d’Alderisio, Marino Boffa, Gurello Caracciolo, Gio- vanni Crispano Vescovo di Tropea (2), Goffredo di Gaeta, Carlo Mollicello savii in diritto, i cui nomi spesso trovammo in questo racconto tra i consiglieri della Regina. Quando il collegio si raunava per deliberare, era seguito l'avviso della maggior parte dei presenti: il Priore ed il Gran Cancelliere erano tenuti a (1) Fanaotaa, Lo memorie degli artisti np. pubblicate da E. de Deminisi, Secondo studio critico, Arch. St. Nap. Anno VIII, Fas. IL @) Vescovo di Teano dies il Suxwonrs, lib, IV, 607, L' Uewatty, L S. 428 ciovanwa 11 D'anoIò (1434) difendere in giudizio non solo i dottori, ma anche gli scolari: loro giudice, se laici, era il Grande Giustiziere del regno, se chierici il vescovo di Napoli: por l'avvenire nessuno avrebbe potuto essere ammesso nel collegio, se non avesse letto diritto quattro anni nelle scuole della città, per voto del Grande Can- celliere e dei dottori. Il Collegio conferiva la laurea a coloro i quali, fatti gli esperimenti, risultavano idonei. Non potevano essere decorati della laurea gli scomunicati, gl'infami, i disonesti, e coloro, che non erano nati da legittimo connubio. Lo scolaro, che voleva addottorarsi, per essere esaminato in diritto, sceglieva un dottore del collegio, îl quale gli faceva quistione di leggi e di canoni e, se lo reputava degno della laurea, riferiva oppor- tunamente al Grande Cancelliere. Questi convocava il col- legio, il dottore diceva il suo avviso intorno allo scolaro, ed era allora depatato un altro dottore per assegnare al candidato il testo di due leggi, l'una del codice © l'altra del digesto vecchio, e di due canoni, l'una del Decreto e l’altra del decre- tale, intorno ai quali doveva dissertare in pubblico il giorno appresso. Lo scolaro, la mattina dell'esperimento, udito la messa dello Spirito Santo, si presentava al collegio: il Grande Can- celliere sedeva in luogo eminente, i dottori intorno sulle panche. Il candidato faceva le sue dissertazioni: dipoi il dottore più giovano gli faceva almono due quistioni per mezzo termine. Il collegio dava il suo giudizio, e se Il candidato aveva fatto buon esperimento, era laureato con solennità (1). Tutti i dottori (1) Lo studente doveva faro al Gran Cancelliere Îl presento di un astuccio per tavola guernito d'argento del valore di ducati 5, di una torsa elegante, di un pettine di avorio del valora di un ducato almeno, ed il giorno appresso le prove di un anello di tre ducati, di un herretto © di duo paia di guanti; a ciascuno dei dottori dovora offrire un anello, ovvero un dusato od un paio di guanti; a colvî, che l'aveva proposto una veste, 0 cinque ducati, l'anello, la borsa ed il pettine d'avorin; al notaio o segretario del collogio per gli atti un ducato ed un paio di guanti; si bidelli mezzo ducato e due paia di guanti; ai Maostri în saera scrittura un paio di guanti ed un berretto; all'Arcivescovo di Napoli, e al giustiziere dogli scoleri duo paia di guanti. Scwmovte, lib. IV, 607. Curoccaretti, Antit. pracelir. neap. eccl. catalogus in Nicola di Diano, 271. Tapta, dus Regni lib. Il, $ 82. De off. Magni Canceltarii 407. MaTtEO DEGLI Artutti Pecis, 41 Grassose, Stor. cio. lib, XXV, C. 0. G. Grimato1, Ist. delle lepgi e magistrati ete. lib. XVII, 8 44, ete. Google ORRORI (1434) LIBRO SETTIMO godevano di molti privilegi: erano franchi di ogni imposta reale, personale, ordinaria e straordinaria, perchè, diceva ln Regina nel suo diploma, questa prerogativa era degna di coloro, i quali avevano dato prova d'essere atti a difendere il bene pubblico © privato. Il collegio dei dottori divenne molto famoso. Addi 18 di agosto 1480 In Regina istituì il Collegio dei medici, e poichè a quei tempi l’arte della medicina era eser- citata più con ragionamenti astratti, che collo studio dei fatti e l'esperienza, fu addimandato Collegio di Medicina e Filosofia. Vi furono ascritti i primi: Salvatore Calenda di Salerno medico della Regina, priore del Collegio di Napoli © Salerno, Paolino Grimaldi di Aversa, medico della Regina, Renzo Artaldo di Aversa dottore in Medicina e lettore nollo studio di Napoli, Raffaele di Pietro Maffei dell'Amatrice lettore nello studio, Aotonio Mastrillo di Nola e Battista Falconi di Napoli lettori, Nardo di Gaeta milite, îl quale, come ho raccontato, aveva curato la Regina in una grave infermità, Luigi Trentacapilli di Salerno e Paolo di Mola da Tramonti e Roberto Orimaldi di Aversa militi e dottori, Paolo Caposerofa di Salerno medico (1). A questo modo, nella riforma dello Studio di Napoli, tutto lo scibile umano era ordinato nelle due classi: del diritto e della medicina e filosofia. Molte e grandi lodi furono poi date a Giovanna II d'Angiò da coloro, i quali scrissero delle leggi del regno, uomini tutti dottissimi, per la riforma doi tribunali supremi. Col volgere degli anni le Curie del Grande Giustiziere e della Vicaria s'erano fuse în una addimandata Gran Corto della Vicaria, tribunale famoso, al quale soprintendeva il Grande Giustiziere; ma essendosi conservati ufficii, ufficiali e consuetudini antiche era nato un procedimento disordinato, le liti erano menate per le lunghe, le spese gravi, la giustizia tarda. Per rimediare a questi danni la Regina pubblicò i colcbri riti della Magna Curia della Vicaria (2), i quali fanno parte delle Costituzioni del regno © furono largamente commentati da giureconsulti gravissimi. (1) V. gli A. notati innanzi. (2) Capitula Regni ete. I 144. Fd. Napoli 1733 1 Ritus Magnae Curine Vicariae sono pubblicati colla data de 10 gennaio 1420, ed è un errore, porchè oogle ‘ 430 GIOVANNA Il D'AN (1434) Ella dunque stabili l'ordine da tenere nel fare i processi civili e criminali, le norme per gl’istrumenti dei notai, le citazioni, l'esame dei testimonii: prescrisse il numero dei giudici, dei mastrodatti, degli attuarii, determinò i diritti da esigere, Così dunque tolse di mezzo abusi e consuetudini viziose, e questo provvedimento basterebbe solo a rendere chiaro îl nome di un re. come ho detto inna quella è la data deì privilegi concessi ai napolitar Questi privilegi furono aggiunti ai Riti, anzi di e Camuvia, Comune credenza è, che i Riti dolla Magna Curia siano atati pubblicati dalla Regiaa tea il 1421 ed il 1431. Olesuone, Stor. Cie. lib. LAXY, cap. VIII, e neppure questo è esatto. Trovo un notevole diploma dato da Giovanna ll, i 12 luglio 1432, nel quale si ha notisia dolla riforma, che era per farsi nella Magaa Caria. È diretto al notaio Antonio de Masculo di Napoli. Aveva questi sostenuto l'uficio di subactario al tempo di Ladislao, e poi in tempi pericolosi gli ora stato anche affilato l’ ufficio di notaio del fisco, tonuto già da va ribelle; or lu Regina gli dice, che in considerazione della buona condotta « teque fece rimus sollicitatorem agendorum fisci diete Magae Curio ac commendandorum et sondempuandorum in dicta Magna Curia tam ad pelicionem diete Curio quam parcium privatarum. Nec non et quibus et quibuseumque in hoc contradicontibus legibua irritatis quod possce et valerta în eadem Curia simul et somel predieta officia personzliter vel per tuum ydoneum substitutum crercere et alias tibi Rratiose concesserimus gratias quas voluimus tibi omni tempora firmas. ess prout lictere tibi per nos concesse continent satis plene. Noviter autem quia diote Magna seu Vicarie Curia est per dietam nostram Mayestaton de prozino in melius reformanda, in qua roformationo inter ali declarabitur quod nemo ex offcialibus diete Curie possit in eadom Curia duplicata officia exorcere, Inque propterea venies dietorum officiorum tuorum altero iderantes qued aput omnes equo ludi is exigentibus multiplicium gratiaram repen prosequi lustinotu gratitu to deberemsus et ciren fui honoris et status augumentim nostra pratitidinem exereero, nullis suadentibus ymmo omnibus repugnaniibus causia c3 officlis ipsis aliqua absque recta pensatione privaremue, deliberavimus reauncintis per te prius in nostris manibus offciis ipsis tibi tanguam banemerenti et ydoneo de actorum noteristus officio in magna seu Vicarie Curia ad vitam tun cum conmetis prorogalisio emolumentis et gagiia in iproram officioram tuorum excanbiu providere, Et propterea volentes hiiusmodi nostrani doliberationem realiter ducere ad effeetum, Nec minus de fidei prudeacia e logalitatia tuarom meritis quibus apud nos maltipliciter comendaris plenam et ab experto fiduciam optinentes, nee non acfendentos utilia grata fructuosa et accopta sarvicia per ta nobie in acceptabili tempora prestita et impensa nul tue persono parcendo pericalis que minime formidasti sumptibus Iaboribus ot axpensis queve prestare non cessas ad prosens et prestare sporsmus de bono fono fatti undici riti dal Google Or (1434) LINRO SETTIMO 431 Il regno di Giovanna II d'Angiò non fu dunque in tutto inglorioso: il cenere e le ossa furono consumati dal fuoco, dispersi, ma, per magisterio dell'arte, ella vive ancora ritratta nel marmo con maestà di Regina accanto a Ladislao nel mausoleo di 5. Giovanni a Carbonara. Poco lontano si leva îl monumento di Ser Gianni Caracciolo: sono entrambi raccolti sotto le grandi ali della pictà di Dio. FINE in melius in futorum voleatesque tibi pro dietis tuis obsequiis gratitudinaliter et merito responderi Te tamquam sufficiontem legalem ydonenm et erpertum in Acloram magistrum in dieta Magna Curin ponos virum magnificam... Magintrom Justitiarium regai nostri Sicilie vel eius locumtenentem sou Regentem Curiem Vicario dieti Regni pressuntem et successive futuroa ad vitam tam et donec in officio bene to gesseris cum consuetis gagiis sonusrum unciarum triginta sex do carolenis argenti.. Datam Neapoli per virum magaificum christoforum gaytanum fundorum comitem to. Anno domini MOCCEXXXII monsis augosti decime indictivnis ete. do mandato Regi presentibus Domino Marino Boffa ete. A. do Teano ote. V. Cimmino ». Reg. Ang. n 317 £. 407. Fra i Riti della Regina Giovanna leggesi il seguente, cui accenna il diploma: « lara qued nullua officialia ipaina Curiso possit in eadem Magna Curia erarcerà duo effifia sed uno tiatum esse contentun ». Crpitula Regni cit. do Officialibus etc. 135. Da cib risulta, cho î riti furono pubblicati dopo il 20 agesto 1432 e forse nel 1433. Essi furono la prima volta dati alle stampo da Annibale Troisi nel 1542; li illustrarono Cksank: E Penrusis, Giucosto AcxELIO DE BOTTA, ProsmeRo Caravita, Costaxrivo Para, Ciuro Frmu, Gio. Frawessco ScscsioNe, GikcoNIO GRIMALDI, ste È Google PARE gi E pigitzeatby Original from pi Google CORNELL UNIVERSITY INDICE DELLE PERSONE A Abato (doll’) Simono 295, 280, 208, 308. Abramo Giudeo 333, Abruzzo Baroni 148 nl. Acciaioli famiglia 172. ‘Acciaioli Angelo 69. Acciaioli Benedetto 25, 78 n6, 79, Carlo 118 n2.e Acciaioli Lorenzo 25. ‘Acciaioli Roberto 25. Acciapacoia Angelo 74 n?, 74 nd. Acciapaecia Giacomo 170, 298 n3. Acclocciamuro Ottario 148. ‘Acquaviva Andrea Mattoo 20. Acquaviva Bernardo 301. Acquaviva Cicco 172 nl. Acquaviva Corrado 78 n0, 270. ‘Acquaviva Giogia 151, 170 n5, 185, 398. Acquasparta (0) Giov. antonio 259, Adriano papa 4. ‘Aflliotie (do) Leonardo 79. Agli (degli) Cecchino 165. Agamennone di Perugia 999. ‘Agapito Castellano d’Aoerra 282. Agostino da Pisa 66. Aiello Colangelo 224 nl. ‘Alagona (do) Giovannolla 398 n1. Alante Agostino 234. Alberti Bernardo 398. Albanese Etiodoro 119, Albizzi (degli) Rinalilo 28, 30, 219 n9, 215, 216, 210, 220, 257 ni, 816. Albizzi famiglia 415. Albuquerquo Leonora 177. ‘Alderisio (d’) Andrensso 427. Alemannia (de) Giorgio 217, 844 n7, 405 n2, 418, Alessandro (d') Marietta 30. Alexio (de) Giovanni 75. Alfano (de) Anfonalio/113, Alibert de Vayro Giovanni 36, 76. Alopo Antonello 361, 362. Alopo (le) Giacomo bé nÎ. Alopo (le) Jacopo 56 n2. Alopo vedi Pisco Altavilla Conto 89, 140, 151. Alvito (4) Ventura 186. Alvito (d’) Conto 147, 148, 151. Amella Francesco 40. Amicis (de) Menicuccio 301, 415. Anacleto antipapa 4. ‘Ancona vescoro dLl. Andrea (d’) Cristofaro 54 nd. Andrea d'Ungheria 5. Andrea scultore da Firenze 427. ‘Andreis (de) Antonio ed Onofrio 76. ‘Andreis (de) Ettore 82. Andreis (de) Giannina. 83, 499. Andreis (de) Pieretto 10, 22, 20, 48, 57, 82, 1 Anechino Raimendo 203, Anello arcivescovo di Cipna 201, Angelo vescovo di Potenza 249, 344, 302, 28, — Faruonia, Giovanna II D'Angiò. Google 434 GIOVANNA IT D'ANGIÒ Angelo (1) Risulo Cola ‘Angelo (s.) Conte 151, 328. Angelo (8.) Giovanni 401. Angelo (s) Marino Antonio 178. Angiò (d’) Carlo 1 3, 5, 159. Angiò (1) Duca 2 Angiò (1') Giovanna I Angiò (8) Giovanna IL preci, Angiò (1') Luigi 2,80, 24, 66, 87, 87, tia Angio, @) dal ti 68, 104, 142, 160, 107, 181, 183) 209) 214 249, ito, Angiò (4?) Ludovico di Taranto 25 Angiò (4) Ludovico re d’ Ungh 18, 19. Angiù (1°) Maria 19, 220. Angiò (d’) Renato 13 n., 159, 418, 426. Angiò (d’) Roberto 332 n2. Anna (1°) Monacello 07, 318, 418. Ansalone (de) Giovanni 17‘ Ansequera Gonsalro 184. Antonelli famiglia abruzzese 71. Antonello guardiano del Monastero di S. Franeeeo in Napoli 35 nl e? Antonello d' Imola 301. Antonello di Sanlupedio 301 Antonio da Fano Agostiniano 362. Antonio da Messina 74 nd. Antonio preposito di Fossombrone 356. Antonio (1°) Giacomo 271. Appiani Gherardo 161 Aquila (dell’) Amico 8 n2, ‘Aquino («’) Francesco 347. Aquino (d’) Rainaldo 151, (&) Alfonso 13, 120, 165, 179, Aragona 182, 184, ; 201, 218; 227, 185, 817, dA 319, i 861, 363, I, 398, 397, 18987 899, 401, 406, 408, 4115 415, Aragona (i) casu realo 199. Aragona (il’) Enrico, 177, 2: Aragona (d') Federico 313. ‘Aragona (1) Ferdinando il Giusto ir. Aragona (d’) Ferrante II e Federico 258. Aragona (d’) Giovanni 45, 177. ‘Aragona (’) Leonora 177. Aragona (d’) Maria 177, Aragona (il’) Pietro 177, 241, 248, 260, 292, 318. Aragona (’) Violunte 363. Arcamone Remanlo 188. Arcamone Giovanni 106, 234. Arcameno Lombo 187 nl. Arce (4) Francesco 30. Arco (d’) Giovanna 349. Ardecino oretore di Gioranna II 05, 07. Arena conte 401. Arenig (de) Nicola 170, 325 n2. Aretino Leonardo 161. Arezzo Vessoro 150. Aricon Domenico 184. Armagnae (d’) Bernardo 47 n2. Armaleo da Foligno 301. Arrigo VI imperatore d. Artollo Renzo 499. Ascoli (d') Scaramuccia 301. Ascoli (d') il conto 151, Aspo (dell) Matteo 113, Atri (d') il Duca 161. ‘Attendoli (tegli) Domenico 84 ‘Attendoli (degli) Foschino 29, 50, 186, 24l, 245. Attendoli (degli) Leone 409. Attendoli (degli) Lorenzo 276. Attendoli (legli) Marco 74 n2, 94, 95, 241, 245. Attendoli (degli) Matteo 40. Attendoli (degli) Micheletto 22, 87, 160, 194, 203, 213, 221, 276) 242, INDICE DELLE PERSONE 435 277, 278, 301, 308, 355, 300. Attendoli (degli) Podrino 214" Attendoli (degli) Renzo 22, 30, 41, 50, 59, GI, 83, 91, 95 nd, 183, 185, 142, 214 ni, 409. azzo 235 NI. ) Guglielmo 20, Austria (9") Leopoldo ILL 20, 21. Avellis (de) Antonio 74 n4. Avena conte 193. Aversano Bertraimo 187 nl. Avigliano (de) Angelillo 134, 1 Avino Francesco 298. Baciller Giovanni 75 n2. Baglioni Malatesta 299, 302. Baidrino du Pavia 299” Balzo (del) Orsini, Caterina ?, 57. Balzo (del) Francesco 408, 408 ni Balzo (del) Gabriello 7, 133, 409, 412. Balzo (del) Giacomo 412. Balzo (del) Giov. Antonio 151. Balzo (del) Guglielmo 408, 408 n3. Balzo (del) Ramondello 7. Balzo (del) vedi Orsini, Taranto Pappacods Buordo 79. Barbero Ermolao 388, 411 n1, 425, Barbiano (de) Alberico 339. Barbiano (de) Manfredo 151. Barbiano (de) Venerio Bardasci Giovanni 23 Barile Manno 141, 302. Barile Perdicasso 22, 418. Barile Pietro 1. Baroles Berengario 398 nf. Barone Antonello 168. Barone Giovanni 94 nl. Bartolaccio di Bologna 95. Besuvan Luigi 412. Bonuvan Pietro B44, 406. Bolonstro (di) cento 151. Belforte Spinello rescovo di Cussano 123. Bellante (di) Francesco 59 ni, 130. Belvis (de) Francesco 403. Benedetto XIII antipapa 7, 3, 9, 178, 202. Berlingieri Giovanni 58. Bentivoglio Venerio 355. Beringariis (de) Tommaco, vescovo di Capaccio 149. Bernarlo governatore di F. Sforza 113, Bernardo (ili) da Montalcino Pietro 292. Bertuecio, detto Seraglio 40, 2: Bianco Cicco 211, 212. Alto il conte 25, 95, 147, 106, Biure (de) Alfonao 394. Biure (le) Andrea 318, 351, 393, 398. Blaque Blanchetto 57. Blasco conto di Passanito 215. Boccapianola Francesco 105. Bolla Marino 78 n9, 78, 92, 108, 108, 140, 219, 231 n2, 258 nd 392 n1, 394, 403, 406, 418, 427, Boffa Anello 108. Boyl Ramon 403. Bologna (di) Francesco <0i. Bongiani Gaspare 128 n4, 12 n3, 285, 367. Bongiani Giacomo 167. Bongiani Pietro 09. Bonifacio Candida 422. Bonifacio IX papa 67, 92. Bonifacio Ruberto 234. Bonifazio famiglia 173, Borbone (di) Eleonora 47 n2. Borbone (di) Giacomo 47, 49, 59, 54, 56, 57, 58, 59, 00, 02, 03, G4 63) 66) 67) GS) 69; 70, 71, 72, 13, 24, TO, 102, 11 Borgogna Îl Duca 182, 36; Borgogna (di) Giovanni 47. Borgo (de) Agnello 76. Borromeo Alessandro 48 n. Boussasse (ile la) Guilon 181, 412. Bozzuto Giov. Vincenzo 204. Rozzuto Giovanni 189, 234 Bozzuto Arcirescovo 5. Braccio da Montono G4, 87, 90, 97, 09, 101, 124, 127, 140, 141,157; 158, 160, 161, 191 a'196, 199) 204a 208, 211 a 213, 215 a 218) 220, 221, 223, 220 A 228, 280) 241, 201, 209, 208, 209, 267, 209 2 276, 281, 283, INA, 287 a 250, 202, 294, 207 a 307, 40 Braga conte 'di Bolcastro 193. 8 3, 210 436 GIOVANNA II D'ANGIÒ Braga Pietro Paclo da Viterbo, Mar- chese di Cotrone 103. Brayda Antonio e Mengola 74 n2. Braneaccio (de) Brancaccio 80. Braneaccio Cardinale 24. Brancaleone Armaleo 305. Brancolino il conte 141, 278, 299, (de) Jacopo 132 ni. (de) Bernardo 58, 194. io Leonardo 70. Brucio (di) della Cafose Jacopo 301 Bucello d'Orvieto 246. Burget (de) Pietro 19. Burgo (de) Cicco 84 n1. c Caldora Jacopo 22, 41, 42, 88 n8, 91, 93, 94, 95, 112, 151, 170 n5, 187, 198, 194, 257, 260, 272, a7B, 276, 978, 209,208, 204, 205, 297, 209, 299 n8, 300, 301; 302; 905, 304, 305, ‘307, 312, 315) 348, 345 n1, 346, 352, 358, 354, 395, 359, 362, 365, 365 nl, 306, 307, 368, 397, 308, 405; 400, 409, 410, 415, 418, 425, Caldora Antonio 301, 326, 328, 356. Caldora Gior. Antonio 41. Caldora Luigi 2: Caldora Maria 257 ni Calenda Salvatore 429. Caltabellotta, ;l conto 313 nI. Caltagirone (di) Bernardo 318, Caltagirono (di) Giovanni 403, Calvera (di) Nicola 399. Camerino Bernardo 113, 100. Campagne (de) Pietro 181. Camparino (le) Leonerio 324. Campli (le) Pasquale 124, 124 n1, 166, 179, 182, 201. Campli (de) Matteo 257 nl. Campli (de) Riccio 90. Campobasso (di) Cola 237. Campobasso (di), il conte 151, 309, Campofregoso Rattista 26, 181, 162. Campofrsoso Giovanni 188, Campefregoso Tommaso 181, 182, ni. Camponeschi (de) Antonuocio 35, 30, 37, 41, 71, 78, 102, 103, 51, 17D, 189, 264 265, 208, 268, 260, 270, 302, 308, 305, 312) Camponeschi (de) Antonuocio e Pirro 288. Camponeschi (:le) Battista 38,37, 303. Camponeschi (ile) Luigi 228, Camponeschi (de) Pirro 280, 287. Camporotondo padrone di galera 255. Cantelmo Antonio conte di Alvito 61. Cantelmo Jacopo 151. Cantelmo Maria 335. Cantelmo Rita 41. Gantono (le) Bartolomeo 183 nl. Capeoe Battista 80, 348, Capece Marino 132. Capece Paparella 82 n6. Capestrano (da) frato Giovanni 271, ‘385, 389. Capogrosso fumiglia eulmonese 101 ni. Capponi Neri 298, 307. Capra (della) Bartolomeo 226. Capua (de) Angelillo 234, 318, Capua (de) Fabrizio 22, 39, 43, 60, 80, 194, Capua' (de) Giulio Cesare 10, 22, 39, 43, 49, 50, 51, 53, 60, 61, 62, 63, 64, 422. Capua (di) Jannotta 235. Capua, il vescoro 149. Capuano Giorannuccio 422 n9. Caracciolo Antonio 183 nl,V. Carafa. Caracciolo Battista 399. Caracciolo Carlo, detto Carafa 88 n8, 99 ni. Caracciolo Ciarletta 127 Caracciolo Cubella 235 ni Caracciolo Francesco 56 n , 89, 301, 300, 307, Caracciolo Ser Gianni 22, 79, 80, 86, 89, 90, 95, 102, 105, 106, 107, 108,111) 112, 114, 115) 118, 124 128, 182, 161, 157, 160, 171) 172, 173, 176, 185) 187, 188) 193) 200, 216, 217) 221, 224, 229, 229, 234, 242, 268, 283, 318; 321; 1 390, 349, 344 ni, 345, INDICE DELLE PERSONE 437 348, 356, 357, 358, 302, 369, 389. Caracciolo Giovanna 356, 3 Caracciolo Giosuè 235, Caracciolo Gualtiero 79, 127, 231 n2, 318, 392, 418. Caracciolo Gurello 106, 427. Caracciolo Jrechello 194 ni. Caracciolo Isabella 112, 176, 356. Caracciolo Marino conte di 8. Angelo 60 n3, 109, 111, 146 n2, 151, 358, 966, 307. Caracciolo Ottino 67, 08, 88 n3, 108, 121 170, 171, 2 4046, 418. Caracciolo Petricono 32, è Carscciolo Pippo 252. Caracciolo Riccardo 170, Ceracciolo Tristano 385. Caracciolo Tristano e Luigi 285 nl Carsociolo Ulpiano 348, Corseciolo Urbano 246 n3. Carnecioli rossi (lei) Giovanni conte di Ceraco 70. Carafa Alkerico 176. Cerofa Anna 410, Carafa Alessandro 170 nî. Carafa Alfonso 176. Carafa Antonio 170. Carafa Baordo 176. Corofa Berlingiero 176. Carafa Carufello 80, 167. Carefa Carlo conte di Airola 175 n8. Carafa Diomede 176 n. Carafa Ettore 176 n. Carufa Fabrizio 176 n. Carafa Francesco 176 n3. Carafa Guleotto 176. Carafa Giovanni Pattista 176. Carafa Giovanni Antonio 176 n. Carafa Giovanni Pietro (Prolo IV) 166, 176, 177 183 nl, 184,234, Carafa Oliviero, Cardinale 176 n8. Carafa Raffaele 167 né, Carafa Tommaso 176 n. Caramanico {da) Marino 106. Google Carbone Jacopo 49. Cardinal di Cipro 308. Cardinale di $. Andriano 209, 359. Carlinale di S. Angelo 91, 98, 216, 217, 228, Canlinale di $. Eustacchio 88, 80. Cardinale dei Fieschi 217, 218. Cardinale di Spagna 901. Cardona (de) Antonio 179. Cardona (de) Giovanni 255. Canlona (ile) Raimondo 177. Carduino Antonia 814 n2. Canluino Giovarnella 421 nd. Gariofo Pietruccio Curia (de) Cicco 287, 397. Garis (ie) Filippo 231 n2, Caris (de) notaio 19. Caris (ie) Ottino 231 n2. Dario VIE di Francia 137, 349 n2, Carlo VIEC di Francia 11 n. Carluecio Seripando 224 ni. Carmagnola il conte 226, 202, 315, 6, BUT. Carolia' (le) Antonio. 202. Caropope Tommaso 281 n2. Carogio Francesco 28, 65, DO, 333, 42 Carrara (da) conte 22, 72, 81, 97, 101, 128, 139, 146 ng, 148) 170, 198. Carrara (da) Ardizzone 97, 170, 213, 205, 270, 284, 208, Carrara (da) Obizzo 35, 36, 37, 40. Carraresi conti di Ascoli 21 n6. Carriglia Giovanni 301, 3 Carta (della) Bera Carta. Vedi Ubaldino Ber Carta Francosco 74 nd. Casaluco (del) la Madonna 246 n3. Caserta il conte 151, 152. Cassiano (di) Giovanni 95 n9, 41% Cassiano Raimondo 131, 172 n2. Castagnola Colella 39 nl. Castalil letta 224 nl. Castellani (de) Michele 219, 220. Castellani Matteo 69. Castellanis Michele 210. Castellano Bonomelo 416 n Castiglia (01) Giovanni IL (di) Enrico Il Castiglia (di) Mari: lino Ii. GIOVA 438 \NA II D'ANGIÒ Castiglia, il Ro 363, 395. Castillon (ii) Carlo ‘412. Castracani Roviolfo 89. Castriota Giovanni 243 nota. Catena Paolo 304. Cattatriga, Capitano 195. Cava (della) Gagliardo SI. Cava Giovanni 342, Ceccolino da l'erugia 22. Celano (di) Bernanlo 149, 185, ni. Celano (di) conte 35 Celano (di) Nicola 75. Colano (di) Giovanna 404 n2 Celano (ii) Nicola 121. Celano (ili) Paolo 147, 149, 946, Celano (di) Pietro 158, Centelles (de) Bernardo 179, 215, 246 148 n. Crisi (ile) Seneeella 245 nl, 422, Cerreto (di) conte 151, 149. Challant (le) Antonin, cardinale 10, Chiaromonte (di) Costanza 6. Chiaromonte (di) Tristano Chyaracera (della) Egidio 1 Cicalese Antonello è Gurello Cicario (ile) Francesco 84 nl. Cicinello Giovanni 56 nota, 4 n7, 302 ni, 309, 403, 406. Cimninello (eli) Cola 92. Cimino Girolamo 422 19, Cimino Urbano 398, 406. Cipro (di) Maria, regina 7. Cipro, il Ro 45. Cisterna (ln) Vetulo Clemente antipapa 5, 6, 260. Cola Pietro 185, 186 Coluntonio pittoro 428. $ lolotta, beata 17. Collo (di) Tamira 61 n? Colonna 201 Colonna Antoni 216 n2, 364, Colon Colonna Eluardo 364, 867, Colonna famiglia 25. Cola mo SS n6, 120, 124, 5, 120, 188,153) 116, Colonna Colonna Ottone, papa Martino V 23, 90. V. Martino V. Cotonna Paolo 101 ni. Colonna Prospero Cardinale 304. Colonna Renzo 129 n2, 146, 147, 151, 249. Colonna Vittoria 253. Comite (de) Guglielmo 95 n3, Comminges Cardinale 407 n2. Conconiia, il Vescovo 398. Condolmieri Gabriello, papa Euge- nio IV 364, V. Eugenio IV. Condutto (de) Sansona 252. Consa (di) Arcivescovo 336. Contarini Anto Gonte Francesco 901, Conti famiglia 170 n., 364. Conversano conto 25 n., 51, 151. Corbizi Nicola 21 nI. Gorella (e) Ximen Peres Corrado (di) Foligno Corrado (Ji) Pietro 338, 339. Corsi (de) Bertuzzo 214. Corsinis (de) Iuigi 74, 77 n3. Cossa Baldassarre Cardinale 8, 9, vedi Giovanni XXIIT. Cossa Maddalena 953. Cossa Michele 184, 253, 319, 339. Cossa Pietro 254 n2. Costantinis (de) Bonedetto 76 nd. Costantino Antonello 422 n9. Costanzo (1) Angelo 322 anzo (di) Gincomuzzo 825. Cesi (di) Nicola 32 Costanzo (ili) Tommaso Cotignola (rin) Hisso 258, 259, Cotignola (da) Girando 301. Cotignola (qa) Pelino 99, 113, 201, 904. Cotignola (ela) Rainoldo 113. Cotrone il Marchese 151, 198, 894, 401. Cotugno Giovannello 814 n2. Crisoloras Emmanuelo 10. Crispani Giovanni 74 n2, 90, Crispo Petrillo 352. 193, 309, Cristiuno “Raimondo s0. Gristofero vescovo di Polignano 76, TE ni. Crottis lle) BIZ. Cunco (li) conte 151 dn Cuttisio Pietro INDICE DELLE PERSONE 439 c Garoirera Dolman 914, 302. gare Gil 399, 99, ‘agarriga Pietro 46. D Dato (de) Nicola 259 r2. Dontico Antonio 418. Dentice Gioranni 281 n2, 252, 18, 358. Dezfar Gisberto 391. Diano famiglia 170. Diano (di) Nicola, arcivescovo 54 Doco (de lo) Carluccio 80. Dragonetti (ile) Drugonetto 195 nl. Durazzo (di) Carlo ILI 5, 19, 25, 41, 178, 254 nd, 825. Durazzo (di) Francesco 13. Durazzo vedi Margherita G, Lali- slno. Durazzo (di) Margherita 18 n2, 46, Raimondo I 12 n., 18 n. E Etoli (di) Antonello 95 n4, Etoli (ci) Medea dl. Ebrei 332, 333, 334, 341, 342. Eduardo infante di Portogallo 177. Emanuele (ili) Gugliolmo emo 353 nd. Emanucle (di) Mastro Vituloocio e- breo 333 n4. Baghien (1°) Maria 7, 13, 2 115, 139, 130, 151, 17: Enrique Federico 238. Epifanio (di) Antonio 35, Este (d’) Nicoln 359. Eugenio IV papa 178, 354, 367, 968, 300, 394, 305, 410, 425, Eusunio (ili S.) Antonio 18 nl. F nza (ili) Graziano 24 Ile (de la) Tristano 217. Falooni Battista 429. 149. È Google Fano (da) frato Antonello 301. Faraone Tadeo 294 nl. Federico Barbarossa 4. Federico II di Svevia © Federico di Matelica 301, Fellapane Filippo 392 ni. Ferrara (il) Marchese 284, 402. Ferraro Matteo 108 n3. Ferilli Giacomo 418. Ferilli notaio 344 n1. Fiaseo Girardo 277, Fibia (le) Sn. Fidei Andren detto Princitelli 348 ni. Fieschi (‘1oi) Lutoxico, Car Filangieri Arduino 106. Filangieri Filangi Filungieri Filippo 107, 169, 230, 277, 324. Filongieri Giovannuecio 10 Filangieri Jacopo Nicola 11 Filangieri Matteo 107. Filangieri Riccardo 107, 116 nl. Filangieri Urbano 106. Fillica Nardo 19, Fiorentino, conestabile 88 n3. Fiorino Giovanni 270. Firenze (da) Beneletto , 290, Flora (In) Roberto 20 nd. Flores Qiliberto 21: Foco Qiannuzzo 200, Foix Cardinale 407 n2. Foix il conte 368, Folch Giovanni 241 Foligno (da) Armalco 01. Fondi conte 39, 43, 151, Fonseca Pietm 209 nl. Forfona (la) Jacopo 35. Formerio Giordono 58, Gli ni. Fortebraccio Nicolò 806, 206, Foscari Francesco 67. Foschino sforsesco 83. 00, 109. Fox (ili) Cardinale 891. Francesco Cardinale di Firenze 6 Francesco di mastro Bartulumeo 54 né. Franconi Oliviero 812. Frezza Buffllo 76, Fuertes (ile) Giovanni 408, 109, 440 GIOVANNA II D'ANGIÒ Furlano grande 113. Furlnno Paliano 291. Fusararia Vannella 18 nd. Fuscaldo (di) Antonello, 2:50, 401. G Gaeta (di) Goffrelo 117, 318, 42 AT. Guotani Cristofaro 39, 43, 50, 80, 91, 95, 115, 147, 149, 170, 171, 179, 12 ni, 184, 201 n3, 207) 209, 312, 345 ni, 346, 300. Guotani famiglia 203 Gaetani Francesco 108, 307, Gaetani Jacopo 107, 151, 201 n3, 392, 394, 307, 998. Gretani Ludovico" 108, Gaetani Onorato 419, Gaetani Ruffo 80, Gaetani Ruggiero 204, 366, 367, 394, 397, 398. Gagliofli (ie) Ludorico 42. Galeota Ettore 165 Galeota Giovanni 184. Galeota Luigi 419. Galilei Galilco (di) Giovanni 315 nl. Galles il principe 45. Gallofo Rufino 409. Gallnezio Prisco, Catella, Antonello, Nicola, Pippo 167 ni Gulvini Francesco 256. ambatosa Angelo 392. Gargiella padrone di galera 215. sino ino 6, Gattamelata, conlettiero 299, 300, 302, 304, Gatto (lo) Capitano 140, Giattola Jncopo 172 n2, (iattola Gierio Gennaro (de) entilo di S. Angelo a Fasanello 421. allanore 50, è conte Gesuallo (te) Gesualto (de) E Gesualo (le) Giovannel Gesuaklo (le) Luigi 8 Gesuallo (le) Menga Gesualdo (1e) Sensonetto 224 ni. Giannetto di Montefalcione 957. Qiini Urbano 314 n2. Giovanni XXIII papa 8, 9, 10, 14, 24, 20, 28, 05, 87, 124. Giovanni (di) Pietro 131. Giovanni da S, Prageto 65. Gioranni di Sterlino 301, Gioranni veti Capestrano. Giovinazzo (di) Paolo 24. Girardo da Cotignola 301. Giudice (del) Andrea 23. Giandines (do) Fllion 252. Gonzaga Francesco 345 ni. Gonzaga Margherita 350. Gonzaga Paola 850. Gonzaga Tudeo 345 n1. Gragnano (di) Vito 108, 206. Grazieno Girardo 40, 99, 109. Gregorio YII papa 4, 7, 8, 10. Gregorio di Norcia 2i Grifîs (de) Jacopo 106, 234, 337 Griffis (de) Mazzeo 364 nl. Griffis (de) Stasio 75, Grigny (de) Grigny 58, 76. Grimaldi Giacomo 408'n2. Grimaldi Paolino 429. Guadagni Bernardo 24. Guadagni Viori 316. Guarna Mazzeo 345. Guasconibus (de) Blasio 285 n1. Guglielmo Cardinalo di S. Marco 66. Guglielmucci Bonaventura di Dino 338 nd. Guinigi Ladislao 358, 355. Guinigi Puolo 363. Qurillo Messer 246 nl. H Heredia (le) Fernandez 199. Humano (le) Trincios 231 n2. Incopo vescovo di Aquino 132 n1. lannuzzo d’ Itri 199 Illio Alherico 848. Imola (4) Antonello 341. INDICE DELLE PERSONE 441 Iodice (de) Berteraimo ed Ettore 285 nl. Iodice (de) Bertillo 235 n1. Ischia (di) il vescovo 254 n2. Isolani (degli) Jacopo cardinale 23. Tudice (de) Valentino 348 n1. Tudicis Nicoli Pietro 224 nl. L Ladislao re 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18 n3, 20, 21, 22, 20, 85, 00, 79, 89, 89, 116 nl, 136 né, 170, 172, 173, 225, 228 n2, 254 n2, 268, 325, 336, 337, 385. Lagonessa (della) Errico 57. Lagonessa, famiglia 398. Lagonessa (della) Marino 80, 235 ni. Lagonassa (della) Jacopo 392. Lagonessa (della) Jucopo e Luigi 151 Lanario Vinciguerra 309 n1. Larenzana (di) Francoschino 113. Laurent (le) Arnaldo 75. Lauria (de) Carluccio 230, 401. Lauro (del) Raulo 220, Lautrico (de) Giovanni 228 n2, Lautrico (de) Tipo 18 ni Lavello (di) Angelo. Vedi Tartaglia. Lenci (di messer) Antonio 80. Leone (de) Filippo 103. Leonello Perugino 305. Letto (di) Raone 170. Leucio (di) Angolo 170. Lico, notaio 275. Ligorio Filippo 294 nl. Ligorio Filippetio 291 n?. Logoteta (de) Roberto 348. Lombardo Ermolao 48. Longo Rita 127 n. Lorenzo, rescovo di Arorsa 65, 67. Loreto (di) conte 148, 340, Luca d'Arezzo 299. Lucio e Ruggiero da Rutigliano 76. Ludoricis (de) Giovanni 146 nl. Ludovico conte Palatino 66. Ludorico (di) Leone 170. Luna (de) Antonio 299. Luna (de) Artaldo 224 n1, Luna (de) conte 361. Tuna (de) Loper 184. Google 313 nl. Luna (de) Pietro antipapa 250. Lupolo Giorannello 102. Lusignano (di) Anna 407 n3. Maodonio Pietro 37, 42. Maddalona di Gaeta 193 n5. Maffeo di Provenza 299. Mailly Giacomo 119. Malacarne messer 15 Malaspina Alberigo 27 Malaspina Spinetta 21, Malatesta Corio 101; Malatacca Enrico 257, Males (de) Giacomo bf. Mandino (de) Subatino 365. Manieri (le') Paco di Bazzano 266. Manieri (de’) Ugolino 392. Maramaldo Feulo 19. Maramaldo Landulfo 152. Marche, conte, vedi Borbone. Marchalto Sforzssco 40, Marino Niccla 246 n3, Marra (della) Giacomo Antonio dotto Serino 104, 924. Marra (della) Jacopo 151. Macra (della) Margherita 82, 422. Marta (de) Simono 367. 258. Martinengo (di) Cesare 221, 362. Martino V 198, papa 28, 99, 102, 124, 125, 127, 12801, 166, 121, 142, 185, 229, 276, 515) 204, 816) 317, 829, 293, 341 342) 340) 355) 364) 366) 3001 Marzano (ds) Angiolella 228, ino (ile) Antonio 151. Marzano (de) Caterina 228, n2. Marzano (de) Gior. Antonio SI, 281 n2, 302, 404 n2. V. Sessa, Marzano (de) Goffredo, conte di Alife 82. Marzano (de) Tsntella 81. Marzano (de) Margherita 228 n2. Marzano (de) Maria 61 n2, 227. Marzano (de) Marino 404 Mussaio Tirello 187 nl. GIOVANNA Il D'ANGIÒ i Raffaolo 429. Ili Antonio Matelica (di) Federico 301, 304. Matera conte 160. Matteo (di) Fabrizio 124 nl Mazza Francesco 416 nl. Medici (de) Averardo 45 nl. Medici (de) Cosimo 415. Melatini, famiglia abruzzese 7L. Melatini' Errico 72. Mele Clementina 116 nî. Mele Gincomo 80, Meliornti Luslovioo 101. Menicuceio. V. Amicis (.le). Merolinio (le) Gentile 15 ni, 20. Merolinis (le) Nicola 170, Michele dî ser Parente 21 ni. Micheletti (de) Ludovico 905. Micheletto S"brzcaco 59, 60, GL. Michelotti Ceccolino 30, Michelotti Ludovico 303, Milano, Duca NU, 171, 228, 252, RS, 290, 202, 312, 52, 368, 398, Mileto (di) conto 151, 170. Minerbetti Giovanni 160. Miniato (S.) Matteo 20 nd. Minuti Antonio 99, 109, 279. illo Sforzesco 11: Minutolo Andrea 43 n1 Minutolo Ursillo 105 ni. Mirabella (li) conte 151. Miro (ile) Andrea 124 ni, Mocenigo Lecnenlo 67. Mochia (de) capitano francese 76. Mola (li) Paolo 429. Molignano Antonio H0. Moliterno (le) Ugo 4; 153, 123 né, 124 ni, 106. Mallicello Carlo 100, 447. Monalti (le) Pietro 198. Monenda (io) Giovanni 179, 234, 246 nl, 204. Moncada (ile) Guglirlmo 217. Moncada (ele) Ra Monovio Cristofe Montaguto Cerrulo 149. Montalcino (ila) l'ietro 226. Montalto Gli) Contessa LL Montanea (de) Battista e_N bontaquila (da) Goffredo cola SI, Montecassino Abato 140. Montechiaro (da) Orso 58. Montechiaro (da) Riccio 355, 366, 397. Montefeltro (de) Guido Antonio 161 al. Montegonzi (di) Bartolomeo 24. Montemagno (de) Jacopo 105. Montemayor (de) Gaspare 132. Montemurro Nicola 7 nd. Monteodorigio (di) conte, vedi Barrile. Montepulciano (ile) Francesco vescovo di Arezzo 150. Monterano (la) Gentile 9, 88, 313 nd. Monterotondo (da) Orso 10. Montesa (.li) gran manetro 188, 101. Montorio (li) conte 148, 228 n2. Monzalo Giovannello 80. Morisco Riccardo 118 ni. Mormile Anechino 67, 63, 69, 78, #8 n6, 79, 102, 118, 119, 164. Mormile Anello 79. Mormile Antonio 79. Mormile Berardo 79. Mormile Duccio 79. Mormile Enrico 79, 326. Mormila Francesso 102, 119, 114, 115, 192, 242, 248, 252, 328, 326, 397. Mormile Giovanni 327. Mormile Nando 79, 165. Mormile Simone 79, Mormile Tommaso 392 n2. Mozzapete Jacopo 337. Magnos Egidio 301. Munione (le) Benedetto 200. Muscettola Enrichello 392 nl Muzano (du) Maffeo 201. N Nanni di Mescor Spinelli 80, 94. Narlo, medico della Regina 429. Nava (de) Michelo 249. Navarra (di) Carlo IIL 47, 132. Navarra (di) Beatrice 47. Navarra (ili) Luigi 46, Navarrino Pietro 280, 289, 298, 209, 209 n8, Naves (ile) Michele 217. Niccoli Jncopo 191, INDICE DELLE PERSONE 443 Niccolo da Guardiagrele, orafo del secolo XV 265. Niccolò (di) Paolo Stefano 266. Nola (di) il conte 25, 121. Norcia (di) Gregorio 207. Novello Giovanni 124 nl. Nuesio (di) Simone 12. [e] Oferio (de) Bernardo 77. Oliviero di 8. Mango 291 n2. Ordelaffo Giorgio 220. Orilia Eurico 110 n1, Orilia, famiglia 172, 224 n2. Orilia Gurello 19, 78 n4, 110 ni, 172. Orilia Maria 176 n8. Orilia_ Pietro 68, 66 n2, 116 nl, 172, 213, 214. Orila Pioiro, Raimondo @ Giovanni 178. Qrilia Raimondo 79. Orilia Roberto conte di Rrienza 116 al. Orilia Urbano 70, 89, 90, 401 n2, 418. Orilia Vordella 116"n1 Orlando Giovanni 395. Orsini Algiasio 112 n8, 151, 157 n2. 171, 184, 210 n3, 392, 411 Orsini, Cardinale 158. Orsini Cola 228 nl. Orsini, famiglia 2: Orsini’ Francesco 28, 11 184, 189, 201 nd, 2! Orsini Giacomo, conta ili Tagliacozzo 33, 78 n8, 80. Orsini Giovanni, conte 148. Orsini Giov. Antonio 198 nd, . del R ini Jacopo 91, 346. Orsini Nicola 140, 227. Orsini Orsino 257. Orsini Orso 11, 12, 282. ini Paolo 7, 8, 9, LI, Orsini Pietro Giumprolo, Gio Nicola, Orso 276, 277. Orsini Pietro 322. Orsini Raimondo, conte di Nola 112 116 n1, 151, 157 n2, 172, 17 224, 339, 412, AlS. È Google P Pagano, castellano 205, 206. Palagano famiglia tranese 169, Palagano Pietro 99, 313. Palagano Pietro e Leucio 224 nl. Palcaria (li) Agostino 134. Paleologo Teodoro 19 n1. Paleologo Gioranni 11, 19 ni. Palma (le) Giovannella 167 ni. Pandone Francesco 149 n. Panormo (de) Laudata 429, Panzano (di) Antonio 101, Paoluccio (ili) Giovanni 206 Puppacoda Antonello 208, 304 ni. Pappacoda Artuto 78, Pappanzagna notaio 314 Parma (di) Bianchino 118 Pascarello Marino 148 n. Pasas (1e) Gineomo 58, 70. Pasto (ile) Antonello 84 nl. Peccis (dle) Bartolomeo 54 nd. Pellegrino Giscomo 389. Pellegrino Jacopo 403. Ponno (di) Onofrio 151. Perellos (ile) Ruimondo 179, 195, 187, 191, 258, 246 nl. Pergola (lella) Angelo 9, 314. Perignud Nicola 159, 100. Perista Michele Perugia (le) Coccolino 48, (4. Perugia (le) Guglielmo 2.7. Pertus Gincomo 245. Pertus Jaimetto 422. Pertusa (le) Giovannetto 186 n1. Pesce Paolo 209. Pettorano (da) Giovannello 102. ino Francesco 37 ni del Borgo 299 184 Picerno (a) Babocio 425. Perino da Siena 140, Pietro di messer Anton Pietro il Buono canonico di Parigi 24. Pietro, Cardinalo di S, Maria in Do minica 125. Pica Jocopo (li (nota 19. Picragnero Cola 224 nl. Add GIOVANNA IT D'ANGIÒ (da) Nicola 209, 309. ino Mario 319. 'iscicello Andrea 134 Piscopo Alopo Caterina 43 n2, 49 58, 61, 82, Piscopo Alopo Pandelfollo 20, 27, 23, 30 mi, d0, 49, 51, 55, 56, 07, 119. Piscopo Alopo Carluccio 56 n. Piscopo Alopo Damiano 56 n2. Pistin (de) Gincomo 38. istoia (dn) Pietro 106. Pistrice (de) Cincomo 76. Pizzulo Cola 224. Platamone Battista 393, Polerico Antonello 189. Bopleto (li) Buonomo 18 ni. Popleto (li) il conte 148 Popoli («i) il conte 148 n., 504, 512. Portinari Azzarito 231 n: Portinari Folco @ Azzarito 116 nl. Posta (della) Orsella 21 Pratulis (de) Onofrio 95 n: Principatu (ile) Botto 73. Proxita (ila) Olfo 46. Puyo (del) Ximenes 397. Puiades Matteo 391, 3 Palcino, il conte Pulderico Antonio 40. Pulderico Matteo 23, 60, , 78 n6, 184. Q Quarto Cola 214. R nineriis (le) Giovanni 318. ainone Antonello TS né Ruinone del Vasto Aimone 5d nl Ram Domenico 6. Rampino da Pulova M). Raniero da Perugia 27) ni. Ratta (le la) Antonello Rò, Ralta (le 1a) Tialdassarro 149 n. AI, 406, 61, 53. dis (ilo) Cate a 101 ni, Riccardis (de) Francesco 19, 20 n), ‘ Google 34 ni, 85 ni, 101 n1, 121, 198, 123 nd, 189, 188, 147, 151, 166, 184, 297, Ridolfi Lorenze 69, 319. Rillyano (le) Mosella 35 ni Rinallo di Provenza 299, Rinaldo da Rieti 28. Rivera (de) Antonio 38. Robbia (della) Luca di Simone 423. Roberto (di) Ludovico da Salerno 25n. Rogu Lancellotto 76. Romano Nicola 81. Romeo, gran maestro di Montesa 191 Romer (di) Angelo vescoro di Ana: gni 150. Rosa (de) Luiso 190. Roso (delle) il Castellano 299. Rota Giovanni 349, 389, Ruberti (dei) Nicolò 24. Ruffo Carlo 392, Raffo Cubella, contessa di Altomonte 118, nl, L14, 844 n7, Ruffo Giovanna 323, 324, Raffo Jacopo 325 nd. Ruffo Nicola 170, 323, 348, 401. Raffo Pietro Paolo 16Ì. Ruffo Polissena 57, 112, 119, 114, 394. Ruffo, V. Sessa. Rafino 396. Ragio Antonello 326. Russo Anello 170, Russo da Cepagatti 80. Rutigliano (da) Ruggiero 230. Ruvo, conte 176 n. s Subina (di) Bencio 170, Sabran (de) Alberto 181. Sabran (le) Ermenegildo 83. Soccova Pietro 239 ni. Salerno (di) il prinoipo 151, 261. Saligny (de) Lordino 07, 65, 71, 2, 82, 170. Snlimbenis (le) Francesco 90. Salomone di Ventura ebreo 341. Salvatore d' Aversa DI. Salutati Colmecio 20 n8. gro (li) Bertoldo 286. gro Conte 148 n. INDICE DELLE PERSONE Sangro Jacopo 301 Sangro Raffnollo 419. Sanlpedio (di) Antonello 301. Suns Bernardo 391. Sanseverino Antonello 81, Sanseverino Bernardo 111. Sanseverino Caterina 81, 201 n2. Sanseverino Enrico 944 "n7, Sanseverino, famiglia 405. Sanseverino Giovannella 344 n7. Sanseverino Leonetto 92, 111, 112, 140, 167, 167 né. ‘Sanseverino Luigi, conte di Mileto 113 nl. 79 n8, 81, 118 ni, 183, 172, 221, 230, 300, 301, 319, 344) 34 n7. Sanseverino Margherita 81 Sanseverino Ottaviano 81. Sansoverino Polissena 160 n9. Sanseverino Ruggiero 81, 113 n1, 405. Sanseverino Stefano 33 nd, 172. Sanseverino Tommaso 7, 81, 111, 112, 328. Santo (e) Mucio Andrea 337. Santo Parente 28, DI, 09, 61, 9%, 109, 214, 215, 297, 238,245, 281, 282, 209, 300, Sardis (de) Gerardo 126, Sardis (de) Matteo 352, 353 nl. Sarno (da) Dionigi 314. Sarperano Mabilia 126. Sarzana (da) fra Alberto 331. Savelli Battista 2R. Savelli, famiglia 364. Savoia (li) Amodeo VIII 351, 408. Savoia (di) Margherita 406, 408 ni, 413. Savoia (li) Maria 351. Scaglione Paolillo 185, 186 ni. Scaglione Pichella eVannella 818 n1. Scala (della) Brunoro 395. Seannasorice Bartolomeo 1! Scannasorice Enrichello 95 nî3. Seannasorice Marino 74 nd. Scaramuocia di Ascoli 301. Schiano Antonio 187 nl. Schiavo Filippo 800. Scoto Daniolo 3 Sorgio (di) Lamio 171 n3, 200. Serino (di) Jacopantonio 100 n. 404, Google Serra (dn) Andrea 94, 301, 303, 397. Serrano Giacomo 72. Sessa (di) il Duca 7, 35, 39, 48, 207, 212, 227, 228 n2, 235 nl, 243) 205, 907. Sessa (di) la Duchessa 292 ni, 393, 394, 399, 404, 406, 408. Sforza Alessandro 50, 61 n2. Sforza Antonio 61 ni, 83, 97. Sforza Bartolo 61 n2. Sforza Bosio 40, 50, GL n2. Sforza Carlo, arcivescovo GI n2. Sforza Clara 60 n8, 109, Sforza Elisa G1. Sforza Francesco 40, 50, 55, 00, 61, 61 n2, 83, 113, 160, 187, 209, 1, 276, 278, DAI, 282, 288, 93) 297) 309, 303, 305, 306; 312 463, 364,406, 109. Storza Giovanni 40, 50, 83, 158. Sforza Leonardo 61 n2, Sforza Leone 40, 50, 61 n2, 83, 302. Sforza Lisa 40, 58, 83, 92. Sforza Margherita b9, 60, 61. Sforza Muzio Attendolo 9, 11, 22, 20, 80, 40, dl, 42, 48, 49, 51, 56, 59, 60, GI, 74, 82, 88, SI, 98, 04, 97, 98, 09, 103, 108, 108, 12,114, 115, 116, 117, 118, 119, 121, 194, 127, 128, 199, 131) 139 140, 141° 142) ‘150, 166, 165, "182, 183; 103) 194, 203, 216, 218, 226, 227, 242) 248) , 207, 209, 27î, 270, 146"n8, 151, 157, 107, 186, 208; 200, 166, do, 261, 270, 276, 281; 206, 412° Sforza Onestina GI n2. Sicola (de) Petrillo ed Antonello 814 n2, Sicilia (di) Filippo 212. Siena (la) Antonello 299, 30: Siena (da) fra Bernardino 330. Siena (da) Buccio 231 n9, 25 396. Siena (da) Podrino 227. Siona (di) Spinello 98. 313, 446 GIOVANNA II D'ANGIÒ Sirinoalo; re e imperatore 10, 20, 15, 90, 399, 4 Solango (de) Lordino 58. Somma (li) Marino 88 n9. Somma (li) Nicola 148 n1. Sordo Renzo 28, Sorrento (di) Sabatello 228 n2. Sottile Pietro 206 Spagnuolo Agostino e Clemente Spalletta Camerlengo aquilano 271. Speciale Nicola 312, 393, 399. Spingola Clemente 422 nî. Spini Luigi 191. Spinola Raldissarre 19. Squarcia da Monepoli 950. Squillace (di) il conte 151. Stanchellino conduttiero 302. Stendardo, famiglia 170, Stendardo Francesco 92. Stendardo Giovannella 92, Sterlino (d:) Giovanni 301. Strozzi Palla di Nofri 69. Surano Andrea 355. 8 nd, T Taglincozzo (li) il conte 148 n. Tagliacozzo (di) Jacopo 170. Taliano Purlano 277, 282. Tancredi (di) Giovanni 76 né. Tano (di) Lapo Pisano 75 n2. Taranto (di) il Principe 171, 193, 845 ni, 346, 356, 62, 864; 392, 388, 497, 404, ‘405, 409) 410, 411, 4 Tarsia («li) Antonio 46, Tartaglia Angelo di Lavello 87, 98, 124, 216, 203, 140, 157, 158; 208, 213, 214, 220, 227. Terno (di) Antonello 250, 318, 402 nl. Tolosco Felerico 221, Telesco Paolo 301. Telesio (le) Antonio 10%. Tenerello d’ Arezzo 209. Teneruzzo Qiovanni 299, Terranova (di) il conto 151, 401. Terzaria Luisa 01 n2. Terzi Ottobono 127 ni. Tizano (da) Nicolo 24. Todi (da) Angelo ebreo 333. Tolentino (da) Nicola 955, 368, 406, Tomacelli Andrea 92 n3. Tomacelli Giovanni 987. Tomacelli Pirro 309, 211, 300. Tomacelli Sanello 92. Toraldo (de) Antonio 80, Torelli Guido 292, 204. Torres (de) Martino 179. Torricella Antonio 170. Trani (di) il vescoro 149, Trasacco, capitano 196, Trecio (de) Giovanni 79. Trenta Lorenzo 75. Trenta Matteo 135. Treviso (ili) il vescovo 308. icaricense, Cardinalo 146. icarico (di) il conte 401. inci Corrado 288. Bartolomeo 288 n8. nci Nicola 288 n3, (di) il conte 20, 20, 48. Tropea (di) il vescovo. 251, 252, 427. Tuceio (ili ser) Roberto 170. illis (de) Antonio 151, 212, Turre (de) Menicuocio e Nanni 224 12. U Ubaldini Bernardino 257, 258. Ugo, vescovo di Preneste 307 nd. Umbriatico (di) il vescovo 398. Unghero Giovanni 302. Ursinis (Ue) Leucio di Barletta 84 nl. Urso (d’) Angelo 87. Urzano (da) Nicolò 98, 30. Vv Vagliano (da) Angelo 60. Valento (do) Valente 398 n2. Valentino (di $.) conto 148 n. 204, 301, 312, 346 Valenzia (di) Giovanni 292. INDICE DELLE PERSONE Valori Bartolomeo 423. nella, contessa di Malito 422. Varano (da) Nicola 307. Vascallo Rainaldo, Abato 106, 234. Velasquez Ferranto 179. Vendòme (di) Caterina 47. Veneziani 288. Venosa [d)) il Duca 7. Ventimiglia (di) Antonio 363. Ventimiglia (di) Federico e Giovanni 246 NI. Ventimiglia (di) Giovanni 214, 258. Vergellesi Arrigo 251, 312, 315, 817. Verme Gurello 328 n2. Verme (dal) Pietro 301, 303. Vestis (de) Nicola 76 n4. Verzolo (da) Gioranni 301 Villanova (di) Giovanni Villannecio (de) Castello 27 Vinoentiia (do) Antonio 202. Visconti M.1 Filippo 165, 219, 293, 298, 318, 319, 345 nÎ, 390, 391 Vitale (le) Angelo ebreo 338 nd. Vitelleschi Giovanni 968. Vitellino Giovanni 184. Viterbo (la) Pietro Paolo 3 Vulcano Raimondo 19. z Zaille (de la) Tristano 252. Zambelli Francesco, Cordinale 20. Zarlo Colantonio 282. Zurlo Francesco, conte di Montoro 78, 79, 104, 151, 171. Zarlo Giorannello 236 nî, 395. Zurlo Jacopo e Mari Zurlo Protonotario & vista: Google Original fom CORNELL UNIVERSITY INDICE DEI LUOGHI A Abadona 193, Abietegrasso 390. Abruzzo 7, 146, 187, 193, 230, 269, 265, 207, 278, 217, 287, 298, 307) 310 n2, 350, 334, 339, 340, 841, 306, 307, 308, 409. Aovadia 357 n2. Acciano 265. Acerenza 128. Acerra 53, 115, 116 nî, 120, 121, 124, 128, 129, 181, 142) 160, 186) 218) 214, 215 217, 218, 220, 230, 313 n3,.357 n3) 399; 404 Aoquapondento 87, 160. Acquaviva 84. ‘Adintoro (8.) 116 ni. Afragola 258. Agata (S.) 110 n1, 172 n3, 172 n4, ‘Agata (S.) di Capitanata 39 ni. Agnese ($.) 91. Agnone 86 n, 93. Albano 344 nb. Albano in Basilicata 202. Albe 147 nl, 364. Albe contado 39 n1, 146, 147. Alghero 177, 182. Alianello 160 n3. Alife 82, 116 ni, 231 n2. Altamura 409, 410. Altomonte 34£ n7, 40: Alvito 81, 290, 288, Amalî 80, 210 n2, 996 nd. Amalfi ducato 17, 224 ni. Amatrico 30 n2, 40, 490. Ambrogio (8) 304, Amelia 168, Amendolara 198. Anastasia (5.) 147 nl. Angelo (8.) in Theodioe 219. Angri Antimo (8.) 116 ni, 231 n2. Antrodoco 205. Anzi 180 r8. ‘Aonaro castello 124 ul. ‘Apico 88. Aprano 247 n. Apricena 72. Aquila 14 n, 39, 34, 35, 40, 42, 49, 50 n2, 60, 71,77, 138, 146, 148) 223, 263, 265, ‘206, 267, 268, 269, 271, 276, 278, 283) 296, 287, 298) 289) 292) 204, 205, 298, 299, 299 n8, 305, 307, #08, 331, 353, 334, 357, 365 nl, Aquila Arenaro 969. Aquila S. Agnese 287. ‘Aquila Collemaggio 250. Aquila Fonto di Preturo 285, Aquila lo Grotte 209. ‘Aquila S. Lorenzo 288, 300. ‘Aquila $. Maris Goriano 280. 20. — Fanaoia, Giosenna 1 D'Angiù. Google 450 Aquila Molini alla Rivera 270. Aquila Porta di Bareto 2 Aqi gina 285, 299. Aquila Vigna di S. Elia 298. Aquino 132 ni. Archi 230. Archiano 258. Arena 230. Ari 198. Ariano 74 né, 59, 176 n. Arienzo 93, 238 n3, 409. Arpaia 93, 258 n3, Arpino 92' n3, Arquata 30 n2. Ascoli Piceno 298, 319, 409. Ascoli di Paglia 8, 9, 25 n., 118. Asinella 258 n. ‘Assisi G4, 160, 368. ‘Astura 399, 293. Atella 202. Aterno fiume 226 n2, 200 n3, 305. Atessa 278, Atri 74 nd. Avella 412. Avella baronia 157 n. Avellino 324. Avellino contado 105, 106. Aversa 2, 17, 65, 8 , 79, 167 ni, 183 ni, 186, 1° 203, 204, 208, 210, 212, 214, 229, 280, 231 n2, 241, 249, 245) 240, 240 n8, 951 258, 275, 277, nl, 282, 204, 319, 315, 313, 317, 318 nl, 324, 347, 348 n1, 429. Avezzano 147 nl. Avigliana 141. Avignono 407 n2. 324, 368, Bacoueco 71 Badolato 170. Bagno 88. Bagnoli 70. Bagnvolo « Bain 228 n Baiano 412. Ranco Barlarano © Barcellona 8 LCA GIOVANNA Il D'. Burete 299. Barletta 58, 76, 84 ni, 202, 4GnI, 416 nl. Baronia 82, Rastignano 84. Bazzano 299. Belcastro 70 n3, 108, 199. Beldiletto 30 n3, Belmonte 46 ni. Belvedere 115, 181 n. Benedetto (8.) 225, 302. Benevento 3, 9, 10, 21, 49, 05,59, 109 ni, 208, 218, 250, 330, 2467 281, 282, 319. Besanson 197. = Bisaccia 40 nl. Bisceglie 173. Bisignano 193. Ritetto 48 ni, 89, 214 ni. Bitonto 46 ni, 202, 410. Boemia 390. Bologna 23, 24, 161, 226, 288, 307, 959, 955, 366, 305. Bolsena 140, 141. Bonifacio 178, 183 ni, 188, 191, 318, 389. Borbona 267. Borgo di Gaeta 231 n2. Bovino 76, 403. Briatico 118 nl. Brienza 116 nl. Brindisi 208, 410. Bucchianico 278 n1, 422 n9. Buocia 170 n5. Buocino 217. Ruoculerium terra 113 n1. Buda 2 Bulgaria 21. Bulicame Hdi. Burgeto 307. c Caccuri 113 ni. Cagliari 224 nÎ, 389. Qaiazzo 111, 116 ni, 172. Calabrato 344 n5. Calabrin 7, 171, 188, 7180, 217, 220, INDICE DEI LUOGHI 451 Calabria duonto 178, 183, 230, 251, 944, 348, 349, 199. Calciano 83. Caligionare 258 n. Calimera 113 nl. Calitri 320. Calore fiume 49, 50. Caltabellotta 224 ni, Calveto 113 ni. Calvi 30 n2, 81, 88 n8, 195, 318, 318 nî, 389. Camerino 30 n2, 160. Camerota 116 nî. Camino 920. Campagna 160 nd, 323, 327. Campana 118 nl. Campello 116 ni. Campinuocio 78 n5. Campli 224 ni. Campo di Giove 194, 295 nl. Campobasso 392. Campora 116 ni. Cancello 93, 238 n3. Candela 25 n. Candelaro 82, 83, 172 n3. Candida 169, 924. Canosa 172 n3, 172 né, 410, Cantalupo 195. Capaccio 46 nî. Capestrano 78 n5, 331. Capistrello 39 n1, 147 ni Capitanata 193, 909, 277, 400. Capitona 141. Capo Carbonara 389. Capo di Leuca 356 nd. Caporciano 273. Cappelle 147 ni. Capracotta 90 né. Gapri 210 n2, 319, 820. Capua 12, 39, 65 ni, 193, 147, 171, 185, 195, 204, 208, 211, 219) 220, 228, 207, 263, 321, 322, ME ua, principato 4, 12. Garapelio 78 nò, 205, 260, 20). Carbonara 359. Cardito 212. Cariati 82, 119, 113 ni, 114. Carifi 357 n2. Carnello 92 n3. Carpineto 265. Casabono 113 ni. È Google Casabrande 88. Cagacellero 176. Casal Gariliano 12 n. Casalitto 170 n5. Casamala (Cesamari) badia 93, 94, 97, Casarano 131. rta 230, 400. solla 258 "n. Cossano 48, 123, 193. Cassibèno 113 ni. Cassineto 170. Castel dell'Abato 328, 32 Castel S. Angelo 22, 28, 5 Castel Bottaccio 95 nd. Castel Cardinale 140. Cuatel Giubileo I. Costel del Giudioo 41, 258 n. Custel Mainardo 271. Castel di Sangro 30 n2, 194. Castel Venero 78 n5 Custellamare di Stabia 140, 182, 1 190, 202, 224, 292, 365. Castellamare del Voltumo 210 n2. Castellana Castellaneta 181, 134, 410. Castellani 215, Castello 116 n1. Castellone (Formia) 224 ni. Castelluccio d'Acqua Burroni 79. Castelluccio Valmaggiore 78 n5. Cantelnuovo 139. Castelnuovo d'Abruzzo 209. Custelnuovo d'Albo 147 ni. Castelnuovo Parano 204. Castelnuovo Valli 147 nl. Castelonorato 116 ni. Castelpiano 258 n. Castelvecchio d'Abruzzo Aqui Castiglione 170 nb, 198, 2 Custres 47. Castro di Campagnano 78 n5. Castro Castellorum 124 nl. Castro Monforte 95 nd. Castro Passarano 11 n. Castro della Rocca 95 nd. Castropignano 95 nd. Cestrovillari 193, 290. Catania 291 n2. Catanzaro 103, 170, 393, 324. Caturrino 68 n4. Cava 146, 365, 66. , 818. 452 GIOVANNA IL D'ANGIÒ Ceglio 46 nl. Cuoiaris, terra 913 nl. Gelano 78 n6, 364, Gueuruzzo 212. Celano Contado 367, 368 n1, Cumania regno 21, Cellamare 84. Cello 408. E Ceronzia 113 n1 D Cerignola 25 n., 88 n6. Cerreto 111, 176, 195. Deliceto 172 n3 Cerro 853. Demetrio (S.) 268, 208. Corvaro 212, Chiaromonte 405. Chiavari 318. Dragoni 228 n2. Chieti 277, 278, 283. Chietro 113 ni. Chiusi 87. E Cipriano (S.) 79, Cirignola 124 ni. Eboli 102, 323, 325, 326, 327. Città di Castello 28, 223, 230, 263, Elia (S.) 151, 211, 212. Città Ducale 101, 383. Erismo (.) 195, 231 n2, 313 nd. Civita Antina 147 nl. Flpidio (8.) 167°n4. Civita di Bagno 279, 208, 300. Fusanio (S.) 268. ita Borrella 257 ni. ‘a Luparella 257 nl. Civita Quana 85 n1. F Civita Realo 35. Civita Rendinara 147 ni. Fagnano 268. Civita Retinga 273, 286. Falcesso 181. Civita Tomassa 41, 42. Fallo 257 n1. Civitate 4, Falvaterra 95, Civitavecchia 22, 28, 88, 124. Fano 362. Civitella 72. Fara 277 nl. Clanio 215. Farinola 273, Collarmele 78 nî. Feltrino 338. Colle Meleto 271. Fermo 8, 334. Colle di Mezzo 258 n. Feroleto 46 n1. Collefegato 271. Ferrata 369. Golleferreo 307. Fiescolo 140. Conoa 81, 295 n1, Firenzo 12, 25, 84, 09, 127, 131, Concordia 158, 159, 106, 191, 219, 275, Contursi 343 n1. 807, 912; 391, 394, 404, 415 Conversano 230. Flurveri 357 ‘n2. Copertino 57, 250, Foggia 12, 13, 49, 72, 202, 202.2, Corbara 271. Foligno 160, 264, 288. 5 Corigliano 113 n1, 17 Fondi 91. Cosenza 78, 108, 19: Fonteochio 298. 217, 348, 408°n1, 412, dig Forche Peligne 295 nl. Forciniano 181. Forenza 202. Forino 121 nî. Forlì 226, 368. Forlimpopoli 368. Fossa 268, 271. INDICE DEI LUOGHI 453 Fosse di Calabria 113 nl. Fossombrone 3560. Francavilla 21 ni, 898, Franche 57, 146. Francolise 109. Fraseati 367. Fratte (Ausonia) 204. Friano 318 ni. Frignano 07. Fucino, Lago 78 n6. Fuscaldo 193. 181 G Gueta 6, 17, 19, 21 nl, 74n4, 142, 147, 185, 210, 215, 224 224 n1, 225 nÎ, 228, 299, 230) 281 n2, 259, 260, 291, 319, 320; 398 n5, 415, 429. Gaota Monastero della Trinità 224 Greta Monta Orlindo 224. Galano 131. Gallipoli 191, 136 nd, 172, 410 Galluccio 167 ni. Gargano 202, Gennazzano 367. Genova 181, 226, 200, 292, 352, 403, 408, Gerbe 350. Germano (S.) (Cossinv) 212. Germano (S.) rocca danula 211. Giffoni 67. Ginestra 35 ni. 138, 84, 116 ni, 131. term d'Otranto 57 n2. Giovanni G.) Ginrdiniano 131. Givignano 410, Gragnano 126, 205. Orassano 83. Gravina 25, 46 n1, 410. Grottola 22Î), Grumo 231 n2, 313 nd. Guagnano 396. Gualdo 30, 160. Guardiagrele 34, 265, 266, 208, 260, 277. Guardiulfiero 46 nl. Guardia Lombarda 325, 357 n2, Guglionisi 46 nI, 2 Gurgo 147 n2. Imola 368. Tosep fendo in Calabria 171 n8. Ischia x, 173, 188, 253, 254, 255, 7, 250, 310, 390, 398; 396) 399, 403. 339, 422 nÒ. Tola della Valle 174 ni. Itri 48. L Lacedonia 357 n?. Lagonegro 72 n Tafciano 277, 278, 398, 994, 8 338, 230, 340, $41 Laterza 33 né, 131, 179, 410. Lauria 73 ni. Lauro 121 nl. Lavello 303, 357 n2. Lavetrana 131. Leose 410, 410 nl. Lecce d'Abruzzo 78 ni. Leporano 131. Lesina 40 nl. — Livorno 25, 996, 200, 314. Longobueo 198. Lorenzo (8,) 147 12. Loreto 198. Lugo 147 nl. did GIOVANNA Il D'ANGIÒ Maddaloni 176, 196, 220, 282. Magliano 147 ni. ida 199, 395. 198, 205 nl. 392 NI. Mainri 146, 365, Manfredonia 49, G4, 74 n2, 70 nd, TI n3, 2 n6, si ni, 94, 99 n3, 109 ni, 152 n2, 20) ni, 229, 308, Mango (S.) 231 n: Manoppello 1% Mantiva 127, Maranola 116 ni. Marco (S.) 160 n8, 193. Maria (S.) d'Arbona 386 Maria (S.) Maggiora Marigliano 68, 165, 35 Marsala 404, Marsico SL. Marsiconuovo 81. Marsiglia 216, 219, 260. Martana isola’ 141, Martina 131. Martino (8.) 46 ni. Martino (.) in Terranova 100 n3. Marzanello 228 n2. Marzano 81. Massa 20: Massafra 172, 172 n° Matera 33 né, 131, 172. Maurello (S.) ‘di Are 11% ni, Mazzono di Capua OI, 93, Mazzono delle roso 159. Molatina 170. Melli 3, 90. Mercugliano 422 19. Mercuri 176, Messanora 42 Messiano 113 n1. Mossina 158, 199, 200, 231 n2, 390. Mota 147 ni. Miglionico 43, 278 nl. Mignano 116 nî, 208. 79 n8, 118n1, 1 Minervino 557 n2, 409) 410, Minori 365. Miratella 47, 344 n7. Google Nola 83. Molfetta 58, 74 nd, 202, 985 n3, Moncaldo 220. 76, 77, 104, Montalcino 210, 252. Montalto 41, 57, 119, 113 ni. Monteaento 357 n2. Montebello d'Abruzzo 2: Montecalto 88. Montecassino 203, 211, 212, 360, 421 né. Montecompatre 367. Montefalcione Monteforto 121 nl. Montefredine 121 nI. Montegiove 88. Monteleone della Capitanata 84. Montelepiane 258 n. Montelloro fondo 25 n. Monteluco 299. Montemagno 78 n5. Montemiglio 257 ni. Montenero 92 n$, Monteodorisio IL, 278, 281, 336. Montepeloso 405 "21. Montereale 299. Montesantangelo 46 nl, 60, Monteserico 408 n3. Montesisto 170 n5. Montorio d'Abruzzo 298. Montoro del Principato 104. Mormanno 193, Morrono 80. Motta accomeri 395. Mottanomera 325. Motta di Filocastro 119 n Motta rossa detta Belliloci 325. Mottola 131. Muro 45 ni, 181, 202. 58. N Napoli 11, 25, 34, 41, 72, 79, 101, 116, 128, 132, 147, 179) 208, 900, 216, , 230, 257, 260, 264, 27 314) #49) #09, 201, 301, 307, 403, 411) 412) 420! INDICE DEI LUOGHI 455 Napoli Acqua della Rolla 58. Napoli Acqua della Mela 114. Napoli Annunzigta 64, 417, 421. Napoli Campanile di '8. Maria del Carmine: o. Fappacota 42 Napoli Cappella Pappacoda 426. Napoli Casanora 238, 239, 241, 368. Napoli Castello Capnano' 70,” 202, 231, 281 n2, 283, 236, 258, 245, 250, 294, 408. Napoli Castelnuovo 55, 58, 60, 62, 89, 71, 78, 74, 90, 118, 121, 125, 167 n3. 184, 201, 285, 236, 242) 247, 312, 348, 352, 361. Napoli ‘Castello dell'Ovo 51, 55, 60, 74, 75, 183, 185, 200, 5 317, 348, 361, 309. Napoli Chiesa di S. Nicola 213. Napoli Correio 119, 238, 242. Napoli Dogliolo 198, 245, Napoli Duomo 413. Napoli Estaurita di 5. M tilenm 165. Napoli Formello 237, 404. Napoli Grotta detta di Pozzuoli 115. Napoli Infermerin di S. Marin la Nova 243 n. Napoli Loggia dei Genovesi 165, Napoli Maddalena 183. Napoli Mercato 236, 244 Napoli Monastero di S. lertino 73 nl. Napoli Ospalalo di S. Giorechino 243 n. li Ospedale della Corona di No- ro Signoro 422. Napoli Palazzo di D. Anna 419, Napoli Piezza di Cimbri 314 Napoli Piazza delle Correie 115, 210. Napoli Piazza del Mercato 55, 64, 114 Napoli Piezza di Porto 243. Napoli Pietra del pesce 165. Napoli Ponte Guizzanto 361 n Napoli Fonte della Matialera 258, Napoli Porti Capuana 201. Napoli Porta del Carmine 114, Napoli Porta del Mererto 168. Napoli Porta Petruecia 243. Napoli Porta Reale 243. al Cor Na 8, ‘ Google Napoli Porta S. Gennaro 186. Napoli S. Agvetino 117. Napoli S. Angelo a Nilo 422. Nopoli 8. Annunziata 304 n, poli S. Antonio 196, 422. Napoli S: Arcengelo e Paiano 914 n2. Napoli S. Chiara 25, 58, 243, 244. Napoli S. Croce 422" Napoli S. Eramo 69 n2, 202. Napoli S. Giovanni a Carbonara 14, 15 n3, 288, Napoli S. Giovanni a mare 165 n2, 421. 8; Leonardo in insula maris 134. Napoli S. Maria la Nova 243 n., 422. Napoli S. Martino 422. Napoli S. Pietro a Cestello 16 n8, Nepoti 8. Pietro o Sebastiano 242 n2. Napoli Sedile Capuano 69 n2, 192. Napoli Sedile di Nido 152. Napoli Sedile di Portanuova 07, 114. Napoli Spiaggia dello Sperone di S. Maria del Carmine 200. Napoli Studio Medicina 420, Napoli Torre di S. Vincenzo 259, 399. Napoli Tribunale di S. Lorenzo 15. Napoli Via di Chiaia 115, 134. Napoli Vin Pondino e $. Agustino Via Robertina 224. Napoli Vicaria 55. Nardò 181, 198, 172, 290. Narni 88,160, 308. Navelli 273, 286. Nepi 346 nÌ. Nettuno 322, 323. Nicandro (S.) 84. Nicastro 127, 195. Nicola (S.) 397 n2. Nicopoli 47. Nicosia 392. Nicotera 68 nd, 74 n2, 74 nd, 79, 113 nl. Nisida 184. Nizza 406. Nocciano 170. Nocora 176, 208. 456 GIOVANNA I D'ANGIÒ Nocera dell'Umbria 288 n3. Nociglia 131. Noin 344 n5. Nola 59, 119, 191 nl, 322, 412, 429, Nello, cesalo 108 n3. Norcia 334, Novi 82. Nusco 48. 172, 224, Ocro 271, 905. Offida 170, Oppiolo 46 n1, 401. Otbetello 22. Ordona 70 n2. Oria 181, 410. Oristano ‘404, Orleans 47. Ormatea 46 ni. Orsa 266 n2. Orsogna 277 ni. Orta 160, 208. Ortona 35 nl, 277, 278, 281, 28 288, 334, 835, 336, 437, d98, Orvieto 11, 32, 160. Ostia 29, 98, 68, 07, 124, 125, 204. Ostuni 131, 172, 172 n2. Otranto 18Ì, 172, 172 ni. Ottaiano 57'n., 116, 178, 272, 300, 801, 305 224 nd, P Pacentro 193. Padula 49. ,_ 2044, 208, 50 aria 124 ni. Palermo 389, 412, Palestrina SS. Paliano 357 Palma 173, 822, 323, Palo 95, 116 nî, 181, 410 nl. Palotomiario, terra 108. Paniscola Parabita 131. Patorno 78 15, Peltuino 208. È Google Pennaluce 337. Penne 170. Perdiae 47 n2. Poreto 408. Parugia 8, 9, 28, 30 n2, 87, 88, IL, 160, 198, 203, 268, '207. Pescara, fiumo 198, 297 n9, 278, 270. Pescara, terra 279, 287. Pescara, valle 270. Peschici 46 ni. Pescocanale 147 nl. Pescocustanzo, le l'entinelle 295 n1. Pescomaggiore 268. Pesco Pignataro 257 nl. Petrella SL. Piano di Cinquemiglia 295 ni, Piano di Sorrento 224. Piedimonta 179. Piedimonte, contado 21. Piedimonte di S. Germano 204. Pietra in Capitanata 82. Pietra Paola, terra 113 nl. Pietra Santa' 909. Pietra Vairana 227, 203. Pietrabtondanto 258. Pietrafisa 43, 50, 59. Pietragalla #26. Pietramala 46 nl. Dietramolara 78 n5. Pietroinfine (S.) 208, 212. Pilo 257 nl. Pimonte 146. Pio (8,) 278, 285, 230. Pizzoferrato 257 nl. Poggio 30 n2, 207. Poggio ili Vallo 271. Policoro 160 n3 Polignano 76, 77 ni, Polla BI, 119. Porvigliano 116, 173, 224, 241. Ponte Albanito 285 ni Popoli 193 Poreario Porto cannone 46 n1 Porto pisano 26 n2, Possanlo Poeta 78 n5, 170, 267. l’ostigliono 344 ni. 181, 172, INDICE DEI LUOGHI 457 Potenza 160 n8, 202, 236 ni, 280. Pozzuoli 17, 118 n2, 139, 209, 230, 231 n2, 422 n9, Preneste 367 n4. Principato citra terram Montorii 146, 169, 365 Procida 230, 259, 202, 393, 308, 403, Provenza 21, 57, 181, 36: Puglia 3, 4,169, 382, 363, 307, 409, 412, 413. Pulcino 230, 344 n7, 403. Pulsano 131. Q Quadri 257 ni. Quarata 410, Rama regno 21. Raniero (S.) 302. Rapallo 318. Recco 318, Recanati 368. Reggio di Calabria 58, 75, dit. Rende 221. Ricile 19 n. Ricti 21, 38, 101, 160, Rieti Deneficio di S. Angelo 21 ni. Ripa 88, Ripacandida 46 ni, 173. Rippi 367. Risciolo 147 n1. Rivello 78 nl. Rocca dell’Alvo 258 n. Rocca S. Antonio 357 n? Rocca dell’Arrigozzo 11: Rocca d'Aspro 82. Rocca di Cegno 271, 299, 299 nè Rocca di Calascio 260, Rocca Imperialo 103, 344 né. Roces Lisberco 298 n. Rocon Mondragone 176, Rocca Monfino 81. Rocca di Mezzo 271, 272, Roccadevandro 228 ni. Roccagloriosa 344 ni. Roccaneto 113 n1. Roccapipirozzi 16 nl. 81 n2. È Google Roocasassoni Roocaseoca 31, 41, 224, Rocchetta di Terra di Lavoro 88 n9, 367. Roiano 78 nî. Roio chiesa 271, 285. Roma , 21, 22, 23, 28, 90, 98, 127, 140,' 202, 210, 220, 206, 208, 319, 348, 395, 409, 425. Roma Castel S. Angelo 88, 97, 124, 864. Roma $. Giovanni in Laterano 97. Roma S. Loronzo 306. Roma Ponto Mollo 08. Roma, terra presto Lanciano 72 n5. Romagna 298, 315. Rosarolo, valloncello 280. Rosello 207 ni. Rossano 76, 112 n3, 113, 252 n2, 820, Rossiglione 179, Rotelli 147 n2. Rotonda, terra presso Misuraca 75 nd. Rovere 78 nò. Ruffino 181. Rutigliano 70. Ruvo 410. S, Lorenzo delle Serre s gliano 116 ni. Salandra 344 n5. Salerno 69 n2, 74 nd 398 nb, d00, Salemo, Principato 146, 392. Salice 526. Sanchierillo 113 nl. Sangro, fiume 194, 278. inse verino 299. Sanseverino, enstello 323. Sanseverino, contado 392. Sanseverino, terra 328, Snuto Fele 209 Santogna 205, 207, 270. Sanza 116 nl. rno 147 n? Sarriano 82. Susso 116 n1. Satriano di. 3, 365, 302, 151, 1 , 322, 828. 468 GIOVANNA Il D'ANGIÒ Senfati 114. ala 118 nl. Scanli, casale 116 ni Senrasca 116 nl. Soilla 250. Scorrano 48, 181. Seconaro 266. Selva dei Saccomanni in Pietra vai- rana 268, Senise 88. Sessa BI, 194, 204, 205, 231 n2, 314. Sessa contado 81, 82, Sesto 116 nl, 318. Sestri 220, Severina (8.) 193. Severo (S.) 72, 202. Sianello 82. Siena 54 n9, 132 n9, 210, 213, 297, 364, 994, 395, 404. Sinopoli 309, Somma 208, Sorrento 17, 81, 133, 170, 224 ni, 258, 292, 392 ni, 408. Sesso (S.) 357 n2. Speronasino DI né. Spinazzola 25 n., 118, 172, 408 n3. Spinello Basso 113 ni Spirito (S.) in Capitanata 78 nò. Spoleto 35, 88, Squillace 81, 82, Squillo 116 ni. Stalla terra di Calabria 113 ni. Stefano (S.) 206, 336, 337, Stefano (S.) presso Cosenza 169. Stiffo 204, 256, 208, 200. Stigliano 176 Strapetra 78 nî. no 116 nI. Strongoli 81. Sulmona 50 n2, 146 nl, 170, 299 n3) 338) Suriano 318. 88, 76 n4, 95 n3, 198, 266, 277 nI,) 354, 385, 338, T zo 78 né, NO, 408. Tag] Talamono 305. Taranto n2, 131, 179, 410. Tarsia 118 nl. Tauresano 131 Taverna 46 ni, 198. Teano 81. Tomplo 78 n5. Tommo 71, 72, 124 nl, 170, 199, 208, 394. Terra di Bari 358. Terra Giordana 348. Terra di Lavoro 146, 194, 217, 366. Terra di Otranto 171, 198, 326. Terracina 229, 230, 392. ‘Terranova 392. Tertivari 82, 172 n3. Thonon 407. Tiliverno, riviera 30 n2. ito, terra 43, 59, 160 n3. voli 409. Todi 8, 11, 22, 29, 88, 160. Tollo 958. Tom 82. Torre Amara 160 n3. Torre Francolisi 318 nl. Torre dei Galli 259, 399, 403. Torre dlel Greco 77 n3, 170. Torre Maggiore 245. Torre Orsaia 82. Torre delle Paludi 131. Torre Santo Ausone 258 n. Torre degli Schiavi 109. Tortorello 73 ni. Togeanella 99, 140, 158, 208, 214, 124 ni. Tramonti 392 ni, 449. Trani 65 n1, 74 n2, 76 nd, 90, 169, 202, 224'n1, 246 ni, 392, 339; 348 ni. Trebisaccio 79. Trelluoco 147 n2. Trentola 116 nl, 238 nd. Trasacco 147 nl Tresanti 82, 172 n3. Tricarico 60, 83, 123, 151, 405, Trigno fiume 278. Trirenti 79. Triventi, contado 41., Troia 49, 82, 97 nl, 229, 230, Tropea 58, 74 nd, ‘250, 349, 303, 850, Tunisi 389. Turino del Sangro 278. INDICE DEI LUOGHI 459 Tursi 160 nd, 202, Tussio 273, 280, 289, 208. U Ugonto 131, 410. Umbriatico 118 nl. Urbino 161 ni. V Vairano 227 ni. Valdinovi 170. Valentino ($.) 37, 78 n6, 2: Vallata in Principato 357 n2. Vallo di Orati 244, 348. Valle S. Martino 92 n3. Valle Siciliana 124 nl. Vallebona 302. Vallefredda 204. Vallerotonda 212. Valviti 113 nl. Vandra 204. Varano 46 nl. Vasto 396, 237, 299 Veglia 131. Venafro 30 n2, 277, 333. D, 273, Venosa, Ducato 88, 123, 123 nd, 146, 202 404 n3. Venezia 20, 67, 137, 207, 818, 391, 304. Vera 160 n3. Verrucole 81. Versentino 85, 172 n3. Verzino 113 nl. Veticuso 212. Vicalvi 78 n Vico 146, 292, 357 n2. Vico di Pantano 175 n: Villa S. Marin 2 Viesti d6 ni, 24 Vinto, terra 50 n9. Viterbo 9, 23, 28, 98, 159, 227. Vito (S.) 336. ito (8.) Porto 837. Vito (8.) degli Schiavi Vittore (S.) 204, 212. Vitara, isola 258. Volturno 129, 195, 206, 257. E Lagaroro 79 n9. Zugonara 814. Zeppolo, casale GR nd. Original from vst Google CORNELL UNIVERSITY . Il Duea di Calabris e la spedizione degli abruzzesi contro Ri . Fabio Colonna . Il tumulto napolitano nell’anno 1586, relaz. contemporanea. Ivi XI. . Alcune notizie intorno a Giovanni, Filippo Villani il vecchio e OPERE E STUDII STORICI PUBBLICATI DAL PROF. N. F. FARAGLIA Bilancio ilel Reame di Napoli negli anni 1591, 1592, Arch. St. nap. I. Ettore e la casa Fieramosca, Ivi IL III. iche della Chiesa Benedettinu dei ss. Severino e Le memerie ari Sossio, Ivi II. . Giancarlo Tramontano conte di Matera. Ivi V. . Giovanni Miriliano cd i monamenti di Incopo, Ascanio o Sigiemondo Sanseverino, Ivi Y. Storia dei prezzi in Napoli premiata o pubblicata dal R. Istituto @ Incoraggiamento 1978. . Il Comune nell’ Italia meridionale, opera premiata e pubblicata dal- l' Accademia Pontaniana, 1883. . Gli Orsini al soldo di Spagna. Arch. St. nap. VI. . Il Sepolcro del ro Ladislao, Ivi VII Le memorie degii artisti napolitani pubblicate da Beraardo de Dominici. Ivi VII. . I duo amici del Petrarca, Giovanni Barrili 6 Barbato da Sulmona. Ivi IX . Le memorie degli artisti napolitani pubblicate da B. de Dominici, secondo studio critico. Ivi VII. . Ettore e la casa Fieramosca con appendice e documenti sui cava- lieri della disfida di Barletta, 1883. ti nel 1920. Arch. St, nap. IX. . Notizie di aleuni artisti, che lavorarono nella Chiesn di S. Martino e nel Tesoro di S. Gennaro. Ivi X. inceo. Iri X, XI. Poraio di Sor Brunetto Latini. Ivi XI, È Google 9A 462 OPERE E STUDII STORICI 19. Notizie di un quadro di Giov. Angelo Criscuolo notaio e pittore napolitano nell’estaurita di e. Stefuno, Ivi XIII 20. Codice diplomatico sulmonese, Lanciano, Carabba, 1888. 21. Barbato di Sulmona e gli uomini di lettere della Corte di Roberto d'Angiò. Arch, St. it, Ser. V, T. III, 1889. 22. TI sepolero di ensa Caldora in 8. Spirito di Sulmona. Memoria letta all’Accademia Pontaniana, 1991. 23. Un aneddoto storico (Il Vicerò Giulio Visconti alle Corte pontificia, 1733) Memoria letta all'Aco. Pont. 1890. 24. Notizie di alcuni artisti, che lavorarono nella Chiesa dî &, Martino sopra Nupoli. Arch. St, nap. XVIL uggio di corografia abruzzese medioevale. Ivi XVI. 20. La disfida di Burletta, Piccola bib]. del pop. It. Pirenze, Barbéra 1850. 2?, Le antiche cisterno dell’ Olio, ora officine della tipografia Giannini (Strenna Giannini, 1892). 28. Le fosse del grano. Napoli nobilissima, 1899. 20, I miei studii storici delle cose abruzzesi. Lanciano, Carabba, 1893. 30, Il largo di Palazzo. Napoli nobilissima, 1894. 31. L'Atrio del Platano dell'Archivio di Stato in 8. Severino di Napoli. Ivi, ù 82. I dipinti a fresco di Perrinetto da Renevento in S. Giovanni a Carbonara, Ivi. . Due pittori per amore, Ivi. La r. Pinacoteca di Napoli nel 1802. Ivi, 1805. I Diurnali del Duca di Monteleone nella primitiva lezione da un testo a penna, editi dalla Società di Storia patria. Napoli, Gian- ninî, 1895. 30. Documenti senesi per l’istoria del regno dal 1414 el 1426. Rivista abruzzese, Torumo, 1896. 37. Censimento della popolazione di Napoli fatto negli anni 1591, 1503, 1595. Arch. Stor. nap. 38, Descrizione delle parrocchie di Nupoli fatta nel 1008, Ivi. tdi intorno al regno di Giovanna Il d'Angiò. Atti dell’Accademia Pontaniana, 1806. 40. La fonte d'Amore e la villa di Ovidio in Sulmoma. Ricerche e documenti. Rassegna abruzzese, 1897. 41. Le Ottine ed il reggimento popolare in Na l’Ace. Pont. 1898, 42. La sala del Catasto onciario dell'Archivio di Stato. Napoli nobi- lissima, 1908. 43. Il Sepolero di Ser Gianni Caracciolo in S. Giovanni a Carbonara di Napoli. Ivi, 1899. Memoria letta nel- Google I OPERE E STUDI! STORICI 40. Stori 44. La numerazione dei fuochi nelle terre dalla nel 1447. Rassegna abruazest, 1898, 45. La casa dei Conti Cantelmo in Popoli nel 1494. Sass. adr. 1900. 46. Bartolomeo Capasso al i suoi studi, commemorazione futta nell’Ac- cademia Pont. 1900. 47. L'Archivio di stato in Napoli, in Napoli d'oggi, 1900, 48. La Dogana e l'Archivio mence peeudum della Puglia, relazione a S. E. il Ministro dell’ Interno, 1903, in 8°, pag. 92. della Regina Giovanna II d'Angiò. Lanciano, Corubba, 1004. 50. Note foggiane, Napoli Nobilise. Gennaio, 1904. Prossima pubblicazione: STORIA DELLA LOTTA FRA ALFONSO V D'ARAGONA E RENATO D'ANGIÒ seguito alla STORIA DELLA REGINA GIOVANNA II D'ANGIÒ Google con Original from Digitice by Google CORNELL UNIVERSITY Qrigina from Digiizeaby Google CORNELL UNIVERSITY Original from d Google CORNELL UNIVERSITY Original form ustiso Google CORNELL UNIVERSITY Original from Sr LL UNIVERSITY oogle

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