Archivio storicolombardo
R. deputazione di storia patria
per la Lombardia, Società storica lombarda
1544
130
Libraryof
Dei
Viget
SubNumine
PrincetonUniversity.
ARCHIVIO STORICO LOMBARDO.
۶
SURIY
ARCHIVIO STORICO
LOMBARDO
GIORNALE
DELLA
SOCIETÀ STORICA LOMBARDA.
ΑΝΝΟ ΙΙΙ.
LIBRARY
MILANO,
LIBRERIA EDITRICE G. BRIGOLA.
1876.
1544
13) (1870) ADVEN??
La proprietà letteraria è riservata agli autori dei singoli scritti.
ПИЛЕВЕЦА
Milano, 1876.
Tipografia BERNARDONI.
RAGIONAMENTO SULLE LEGGI
CHE RIGUARDANO I FALLITI.
Tra gli studii inediti lasciati dal conte Giorgio Giulini, il di
ligente istoriografo milanese, evvi il presente Ragionamento, ch'ei
leggeva un di all'antica Accademia de' Trasformati, da lui assai
diletta. Di esso ci fu gentilmente concessa dagli egregii di lui
nipoti la pubblicazione nell'Archivio Storico, e noi gli facciamo qui
onorato luogo, nella viva lusinga che sarà aggradito da' nostri let
tori, come lo merita l'argomento, pur troppo non vecchio mai, e
che altri scritti ancora riposti di quell'erudito patrizio possano
accrescere la messe delle cognizioni storiche.
DELLE LEGGI CHE RIGUARDANO I FALLITI.
Nulla è più frequente ne' nostri cotidiani ragionamenti, che il
trattare di fallimenti e di falliti. L' Inghilterra, la Francia, l'O
landa, la Germania ci somministrano di tanto in tanto luttuose
notizie di enormi bancherotte, e il nostro paese pur troppo spesso
ci fa vedere persone, che hanno lasciati in asso i loro creditori ;
quindi la fede pubblica, base del commercio e della felicità dei
popoli, si vede, se non del tutto spenta, almeno affatto debole e
languente; quindi lunghe e dispendiose liti, che consumano an
che quel poco avanzo di sostanza, che dovrebbe convertirsi adi
minuzione de' debiti; quindi la rovina di tanti onesti cittadini, ri
dotti apiangere perpetuamente la lor buona fede.Orribili oggetti
son questi a chi li rimira con occhio non d'orso o di tigre, ma
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6
RAGIONAMENTO SULLE LEGGI
d'uomo e di cittadino, e importantissimi per chi li riguarda come
principe o come ministro, zelante del bene de' popoli. Egli è ben
vero che le seconde riflessioni nulla a noi appartengono, ma le
prime sono tali, che non possono non essere e per me e per voi
tutti, accademici ornatissimi, assai gravi ed interessanti; per lo
che io ho reputato di far cosa utile ed a voi gratissima, metten
dovi sott'occhio questa sera le diverse leggi, che in varii tempi
furono pubblicate circa i falliti. M'imagino che voi rimirando l'e
stremo rigore delle più antiche, l'estrema rilassatezza delle se
guenti e la giusta moderazione delle ultime, che da' nostri citta
dini furono stabilite, avrete per una parte non leggiera occasione
di compiacervi de' saggi e commendevoli editti della nostra Re
pubblica, e dall'altra non lieve motivo di consolarvi, sperando
che rimesse quando che sia nellaloro primiera osservanza le no
stre municipali leggi, si verrà a frenare la scelleratezza di colo
ro, che prendendo in prestito ciò che sanno di non poter ren
dere, rubano intal guisa fin che possono a man salva, e senza ti
more che alcunmaggior male loro ne possa avvenire.
Quando gli uomini cominciarono ad unirsi in società, ritenendo
eglino ancora gran parte della primiera barbarie, da altri chia
mata diritto di natura, che faceva a ciascuno di loro parer lecita
ogni cosa che all'utile proprio od al proprio piacere servisse, fu
d'uopo che i primi legislatori gli obbligassero ad osservare la
buona fede colla minaccia di gravissimi castighi a chi la violasse.
Così Mosè fra gli Ebrei, Dragone presso gliAteniesi, e più i fa
mosi Decemviri nelle leggidelle dodici Tavole presso i Romani, fu
rono assai rigorosi generalmente in tutti i loro decreti, ed an
che particolarmente in quelli che riguardano i debitori, che non
avevano con che pagare iproprj creditori. Quanto agli Ebrei, seb
bene Mosè ordinasse che fra loro dopo ogni settennio venisse un
anno di remissione, in cui nessuno potesse più ripetere i suoi
crediti dall'amico, dal congiunto e dal concittadino,volle ciò non
pertanto che dai forestieri e dai pellegrini i crediti si esigessero.¹
Nè ciò senza rigore, poichè il Vangelo ci addita, che coloro i
quali erano inabili al pagamento,venivan posti nelle carceri fin
Deuteron., cap. XV.
CHE RIGUARDANO I FALLITI.
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chè non avessero appieno soddisfatto. I creditori ateniesi, prima
che Solone ponesse freno alle sanguinose leggi di Dragone, di
venivano padroni di tutti i beni dei debitori, ed anche se questi
non bastavano, de' loro figliuoli e delle stesse loro persone, quali
poi o vendevano o ritenevano in dolorosa servitù, come Plutarco
3
c'insegna. Ma il rigore di queste leggi ebraiche e greche, che
pur era grave, non era punto considerabile, ove si paragoni a
quello delle romane. Ancora ci son rimasti gli editti delle dodici
Tavole su questopunto,che fanno raccapriccio nelleggerli. Quando
il giudice avea dichiarato uno vero debitore, questi avea lo spa
zio di trenta giorni per adempiere ai suoi doveri; se ciò non
seguiva, il creditore gli ponea le mani addosso e lo conduceva
dal pretore, affine che quel magistrato con solenne decreto lo
sottoponesse a lui come servo. Dopo il decreto era lecito al nuovo
padrone di tenere quel suo schiavo fra ceppi e fra catene, che
non doveano essere men pesanti di quindici libbre e più, a suo
arbitrio; nè intanto era tenuto a prestargli pel di lui vitto più
che una libbra di farro per ciascun giorno. In sì misero stato
rimanevano ancora sessanta giorni al debitore per soddisfare in
qualche modo, se pur poteva, allo sdegnato creditore; ma se que
sti non arrendevasi, esponeva il suo prigioniero per tre volte nel
pubblico mercato, che tenevasi nel comizio ogni nove giorni, e
qui facea pubblicare il valore di quell'uomo per vedere se al
cuno voleva comprarlo. Miserabil cosa era poi, se intanto com
parivano altri legittimi creditori di quell'infelice; allora passati
i sessanta giorni e i tre mercati, era in loro facoltà il condurlo
di làdal Tevere e venderlo ai forastieri, o pure se ciò più loro
piaceva, il tagliare il corpo di quel misero in tanti pezzi, e pren
derne ciascuno la sua porzione: " Tertiis nundinis partes secan
to, si plusminusve secuerit, sine fraude esto. „
Quale funesto spettacolo a vedersi, dovea essere quel corpo
sbranato, e quegli usurai accaniti, che invece di denaro riporta
vano acasa chi un braccio, chi una coscia, e chi il teschio gron
dantedi sanguedi unuomo trucidato! Ben con ragione trattando
della descritta legge il filosofo Favorino presso Aulo Gellio, la
3
*
MATTHAEI cap. XVIII.
PLUTARCH, In Solone, ed il lib. De vit. usurar.
4AUL. GELL, lib. XX, cap. I.
8
RAGIONAMENTO SULLE LEGGI
detesta e l'abbomina: " Nam de immanitate illa secandi partien
dique humani corporis, si unus ob pecuniam debitam adjudicatur
addictusque sit pluribus, non libet meminisse, sed piget dicere.
Quid enim videri potest efferatius et ab hominis ingenio diver
sius, quam quod membra et artus inopis debitoris brevissimo la
niatu distrahantur, sicut nunc bona venum distrahuntur?, Due
scuse, presso il citato scrittore, adduce Sesto Cecilio giureconsulto
per difesa degli antichi Decemviri che stabilirono quel decreto,
da lui pure chiamato inumano e spietato: la prima per l'arden
tissimo zelo di conservare la fede, come negli affari pubblici,
così anche ne' privati, e massimamente nel commercio del mutuo,
conciossiachè riputassero tolto ad una accidentale necessità quel
l'aiuto, di cui pure abbisogna la vita umana, se la perfidia dei
debitori, senza grave pena, potesse prendersi giuoco di chi som
ministra danaro: " Hanc autem fidem majores nostri non modo in
officiorum vicibus, sed in negotiorum quoque contractibus sanxe
runt, maximeque in pecuniae mutuaticae usu atque commercio.
Adimi enim putaverunt subsidium hoc inopiae temporariae, quo
communis hominum vita indiget, si perfidia debitorum sine gravi
poena eluderet. , Per iscusare poi anche in altra guisa quei le
gislatori, dice Sesto Cecilio che appunto eglino intimarono una
pena così barbara, così crudele, affinchè nessuno si ponesse a ri
schio d'incorrerla. Vediamo oggi parecchi, egli aggiunge, che ven
gono assegnati altrui per servi e posti fra le catene, perchè gli
uomini scellerati poco temono siffatti castighi; ma io non ho letto
nè udito giammai, che alcuno anticamente sia stato nel descritto
modo sbranato, perchè una pena così grave non potea disprez
zarsi: " Nihil profecto immitius, nihil immanius, nisi (ut re ipsa
apparet) eo consilio tanta immanitas poenae denuntiata est, ne
ad eam unquam perveniretur. Addici namque nunc et vinciri mul
tos videmus, quia vinculorum poenam deterrimi homines contem
nunt. Dissectum esse antiquitus neminem equidem neque legi ne
que audivi; quoniam saevitia ista poenaecontemni non quita est.
Non ho ora tempo bastante, accademici, per esaminare il va
lore di queste scuse. I.Romani convien dire che non ne fossero
bastevolmente paghi, mercecchè non tollerarono per troppo lungo
tempo una legge così severa; e come già Solone aveva ordinato
agli Ateniesi, che più in avvenire nessun uomo obbligasse per de
"
CHE RIGUARDANO I FALLITI.
9
biti la propria persona, ma solamente i proprii beni, cosi pur
vollero che anche nella loro patria i soli beni e non le persone
soggiacessero in avvenire al rigore dei creditori. In quale occa
sione ciò seguisse, lo racconta distintamente Tito Livio. Già da
centoventicinque anni erano state pubblicate dai Decemviri le
leggi delle dodici Tavole, quando nell'anno di Roma quattro
centoventisette, essendo consoli Cajo Petilio e Lucio Papirio Mu
gillano, fu per ordine del Senato consegnato nelle mani di un
usuraio, a cagione di debito non suo, ma del padre, un gentile
giovinetto. Le graziose maniere e la bellezza del nuovo servo ac
cesero d'indegno fuoco lo scellerato padrone a tal segno, che ardi
di tentare con temerarie domande la di lui onestà. Per le co
6
stanti ripulse del giovine, alfine colui cangiando l'amore in odio,
ordinò che si spogliasse e si recassero i flagelli, nè fu contento
finchè non vide lacerate crudelmente le spalle di quell'innocente;
quand'egli isfuggito all'improvviso dalle mani degli sgherri corse,
com'era mezzo nudo e tutto insanguinato, per la città raccontando
ad ognuno, che a si compassionevol vista il richiedeva, la cagione
della sua sventura. Così a poco a poco adunatasi una gran quan
tità di persone, mosse e dall'avvenenza del giovane e dall'indegna
sua sorte, si portò impetuosamente al Foro e poi alla Curia, dove
iconsoli atterriti dallo straordinario tumulto avevano chiamato il
Senato. Allora i cittadini gettandosiai piedi dei Padri, che di mano
in mano arrivavano, mostravano le spalle insanguinate e lacere
di quel misero, per muovere ognuno a compassione contro la
crudeltà degli usurai. In quel giorno, conchiude Tito Livio, per
la soperchievole ingiuria recata ad uno, fu superato un gran
vincolo della fede. Venne dunque ordinato ai consoli di riferirne
al popolo, che quindi in poi, se non chi avesse delitto, finchè ne
pagasse la pena, nessun altro si tenesse fra le catene o nei ceppi,
e che pei denari prestati restassero obbligati i beni e non già il
corpo di chi gli aveva ricevuti : " Victum eo die ob impotentem
injuriam unius ingens vinculum fidei, jussique consules ferre ad
populum nequis nisi qui noxam meruisset, donec poenam lueret,
in compedibus aut in nervo teneretur. Pecuniae creditae bona de
bitoris, non corpus obnoxium esset.
"
* PLUTARCH. supracit.
• TIT. LIV, Dec., I, lib. 8.
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RAGIONAMENTO SULLE LEGGI
Sembra che nelle citate parole lo storico si dolga, come se pel
nuovo decreto la pubblica fede avesse sofferto non piccolo danno.
Infatti sarebbe forse stato bastante il togliere ai creditori l'ar
bitrio di sbranare e di maltrattare soverchiamente i debitori resi
loro schiavi, senza liberarli anche da ogni timore della servitù e
della prigionia. Allora si cominciò il tagliamento e la divisione
de' suoi membri, e restò nel primiero uso il vocabolo di sezione
trasportato dal corpo ai fondi, come nota il dottissimo Gravina,
per venerazione dell'anticalegge, affinchè si conservasse quel de
creto almeno nel nome : " Remansitque sectionis nomen a corpore
translatum ad bona propter venerationem vetustae legis, ut sen
tentia illius in vocabulo conservari videretur. , Egli segue a dire
che pel debitore, se non avea sufficienti beni, fu poi introdotto il
beneficio della cessione: " At si debitor careret sufficientibus bo
nis, invaluit beneficium cessionis. , Questo miserabile e lagrime
vole aiuto, come vien chiamato nel Codice, fu stabilito colla legge
Giulia de cessione bonorum, perchè ifalliti ischivassero la carcere,
e fu poi cogli editti degli imperatori conceduto a tutte le pro
vincie soggette all'imperio romano, e perciò anche alla nostra: *
ajuto invero lagrimevole e miserabile, ove riguardisi un ingan
natore, che non avendo più de' proprii, abbia frodolentemente
arrappati e goduti gli altrui denari. Io non so abbastanza ma
ravigliarmi che i legislatori non abbiano mai badato alla gran
distinzione che passa fra un debitore sventurato, fallito senza sua
colpa, e un iniquo barattiere fallito con frode, e dall'altra parte
fra un creditore usuraio che abbia rovinato un bisognoso con
patti iniqui, e un onesto cittadino che abbia prestato denaro o
roba per fare altrui piacere, o con moderato o con nessuno inte
resse; ma abbiano indistintamente sempre posto e gli uni e gli
altri in un fascio.
Sebbene ciò a che serve? Sarei stato ben pazzo se avessi pre
teso di esaminare questa sera le antiche leggi circa i falliti per
correggerle, e non per privato nostro trattenimento, o se possi
bil fosse, anche per altrui vantaggio e per pubblico giovamento.
Posto in tal guisa in salvo il corpo e in gran parte anche il
' GRAVINA, De origine juris, tom. I, pag. 345.
* Cod. Qui bonis cedere possint, leg. I, IV, VII, VIII.
CHE RIGUARDANO I FALLITI.
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nome del fallito, erano almeno rimaste congiunte alla cessione
de' beni alcune solennità, le quali essendo pubbliche, non pote
vano non essere ignominiose per chi voleva godere di quel bene
ficio, e però potevano servire di qualche freno per non giungere
sì agevolmente ad averne bisogno; ma anche questo piccolo freno
fu tolto dall' imperator Teodosio, il quale con troppo clemente
editto, abolendo ogni formalità prescritta dalle leggi, ordinò che
una sola protesta bastasse per qualunque cessione di beni: " In
omni cessione bonorum ex qualibet causa facienda, scrupulosi
tate priorum legum explosa, professio sola quaerenda est. , Ri
dotto così a somma dolcezza il beneficio di cui trattiamo, conti
nuò in tale stato anche fra noi, finchè continuò anche fra noi
l'autorità dell'imperio romano.
I Longobardi fatti padroni del nostro paese v'introdussero le
loro leggi, e queste io non so dire precisamente cosa disponessero
circa i falliti. Trovo per altro un decreto del re Liutprando,¹º da
cui mi sembra di poter ricavare con fondamento che l'ajuto della
cessione de' beni aveva anche fra i Longobardi il suo luogo. Se
alcuno, dice il re, avrà fatto qualche debito ed avrà vendute le
cose sue, e quel debito sarà tale ch'egli nol possa pagare, ma un
suo figliuolo avrà o dalla moglie o per altro mezzo colle sue fati
che fatto alcun acquisto, poichè il di lui padre avrà vendute le
cose sue o le avrà date pel suo debito ai creditori, i quali ne
avranno ottenuto il possesso giudizialmente, questi non avranno
facoltà di chiedere o di distrarre ciò che il figlio ha avuto dalla
sua moglie o per le sue fatiche, ma egli se lo godrà tranquilla
mente: " Si quis debitum fecerit et res suas vendiderit, et tale
fuerit ipsum debitum, quod solvere non possit, et filius eius per
uxorem suam aliquid conquisierit,vel postea sibi per quodcumque
ingenium laboraverit, postquam genitor eius omnes res suas ve
nundaverit, vel pro debito suo creditoribus suis dederit, aut a
publico intermissi fuerint (ecco, s'io non erro, una manifesta ces
sione di beni), non habeant facundiam (vuol dire facultatem) cre
ditores res ejus, quas filius de conjuge sua habere videtur aut
laboravit, repetendi aut distrahendi, sed habeat sibi filius ejus
Cod. eod. leg. VI.
Leg. Liutpr, Leg. II, cap. IV.
1
12
RAGIONAMENTO SULLE LEGGI
jure quieto. , Terminato poi il regno d'Italia, allorchè il governo
della nostra città si ridusse a perfetta repubblica, quegli antichi
padri della patria, considerando che la semplice cessione de' beni,
senza alcun danno del corpo e senza alcun pregiudizio della ri
putazione, apriva troppo ampio campo alle frodi, onde la pub
blica fede e singolarmente nel commercio, ch'eglino procuravano con
ogni studio di far rifiorire, ne sofferiva gravissimo pregiudizio,
giudicarono di non concedere quel legalebeneficio ai mercanti in
modo alcuno, e di accordarlo agli altri con una ignominiosa for
malità, la quale venendo a ferire, se non le membra, almeno l'o
nore del fallito, potesse nei seguenti tempi atterrire chi osava di
prender denari o roba in prestito, senza grande probabilità di
poterli a suo tempo restituire.
Questo saggio e lodevolissimo costume introdotto in Milano,
comincia a comparire nella raccolta delle nostre Consuetudini
fatte per ordine della Repubblica nell'anno 1216. Ivi si legge
che l'ajuto della cessione dei beni si otteneva dal fallito posto
nella pubblica adunanza della Comunità sopra di un'alta pie
tra: " Nisi condemnetur secundum nostrae civitatis consuetudi
11
nem in Commune super lapidemerectum ad auxiliumcessionis bo
norum.¹¹ „ Più chiaramente poi negli Statuti formati nel decimo
quarto secolo fu ordinato, che se alcuno in avvenire vorrà cedere
i suoi beni, dovrà cederli nel pubblico parlamento adunato per
altri affari di giorno, col suono delle campane, avanti il podestà
di Milano o il suo vicario. Colui che cede sarà nudo e scalzo, nè
avrà alcun vestimento o copertojo, toltone i calzoni, che allora
chiamavansi sarabula. Così egli ascenderà sopra la pietra, prima
che il podestà o il suo vicario partasi dal parlamento, e vi starà
dal principio dell' adunanza sino al fine, senza alcun velame nè
in capo nè altrove,in pubblico come sopra e alla presenza dei due
consoli di giustizia della sua faggia, cioè del suo territorio o della
sua porta; la cessione fatta altrimenti sarà di nessun valore :
" Si quis voluerit de cetero cedere bonis suis, cedat in publica
conctione, quae fiat coram potestate Communis Mediolani vel ejus
vicario de die, pro aliis negotiis, campanis pulsatis: ita quod qui
11 Consuetud. Mediol. ms , tit. Si quis in blasmo praeterierit.
CHE RIGUARDANO I FALLITI.
13
cedit nudus sit et discalzatus, non habens aliquod vestimentum
vel velamen, excepta sarabula; et sic ascendat super lapidem,
antequam potestas vel eius vicarius recedat a conctione; et in
dicta conctione debeat stare a principio usque ad finem sine ali
quo velamine in capite vel alibi, in publico, ut supra, praesenti
bus duobus consulibus justitiae fagie suae. Et aliter cessio facta
non valeat.¹ „ Lo stesso decreto è stato confermato e replicato
negli Statuti nuovi di Milano,13 e si trova anche negli Statuti di
altre città d'Italia. Non mancano alcuni antichi dottoracci,¹¹ che
troppo affezionati alle romane leggi eccessivamente languide nel
punire i fallimenti, hanno biasimato questo nostro decreto, come
troppo rigoroso, e sono fin giunti adichiararlo nullo. Con pace
di que' venerandi barbassori, perchè una legge debba dirsi nulla
bisogna che manchi o l'autorità nel legislatore o la giustizia nella
legge medesima, o il consenso e l'accettazione dei popoli, pei quali
è fatta. Nulla di ciò manca nel caso nostro: non manca l'auto
rità nei legislatori, perchè la repubblica avea ricevuta dall'impe
rio nella pace di Costanza ogni più ampia giurisdizione; e se ciò
non fosse, bisognerebbe dire che tutti i nostri Statuti per tal ca
gione fossero nulli. Non manca la giustizia nella legge, impercioc
chè qual cosa più giusta di questa, che i frodolenti debitori deb
bano avere un giusto castigo per distogliere gli altri col loro
esempio dal mancar di fede? Non manca finalmente il consenso
e l'accettazione dei sudditi, perchè questa legge fra noi è sempre
stata, ed è ancora, come suol dirsi, in verde e vegliante osser
vanza. Proverbialmente in Milano, quando alcuno ha ceduti i
beni, dicesi anche oggidi che egli ha culattata la pietra, nè la
descritta formalità si ommette giammai nelle cessioni dei beni
senza particolare decreto del Senato, che talora, e veramente
molto spesso, concede la facoltàdi cedere i beni, secondo la frase
S'atuta antiqua, Rubr. gen. De extraord. civil , n. 1.
Statuta nova, tom. I, cap. 408.
14 Apud Carcan. ad dictum cap.408.
15 Gioverà qui ripetere i savii sentimenti di Aulo Gellio già riferiti di sopra, che
sembran detti al nostro proposito : Hanc autem fidem majores nostri non modo in
officiorum vicibus, sed in negotiorum quoque contractibus sanxerunt, maximeque in .
pecuniae mutuaticae usu atque commercio. Adimi enim putaverunt subsidium hoc ino
piae temporariae, quo communis hominum vita indiget, si perfidia debitorum sine gravi
poena eluderet.>>>
14
RAGIONAMENTO SULLE LEGGI
del foro, citra formam pudendam. Anche qui non istà ame l'esa
minare per qual ragione il nostro Senato ormai ogni volta dero
ghi ad una legge si salutare. I motivi fuor di dubbio saranno giu
sti e degni di quell'eccelso tribunale; a me basta l'aver mostrato
che anche questo, come gli altri Statuti, mantiene ancora tutta
intera la sua forza.
Passerò ora ad osservare che quelli, contro dei quali avea luogo
l'azione personale, non potevano godere del beneficio della ces
sione. Fra questi singolarmente, come giàdissi, annoveravansi i
mercanti, che obbligati essendo più strettamente all'osservanza
della buona fede, giustamente erano privi di quell'ajuto, che po
teva ad altri accordarsi. Ciò non pertanto avveniva anche anti
camente bene spesso, che qualche sciagurato negoziante, cari
candosi a più non posso di roba altrui, e formando frodolenti
ipoteche sopra i pochi suoi beni, alfine se ne fuggiva: " Cum saepe
accidat (così leggesi nei nostri Statuti, dove tratta dei mercanti ¹¹)
quod aliqui malo spiritu moti negociationibus et rebus ad cre
denciam acceptis in magnis quantitatibus, prout plus invenire et
accipere possunt, fraudolose se absentant et fugam faciunt, et res
suas immobiles, si quas habent, dimittunt impeditas per aliquos
falsos seu nefarios contractus factos in fraudem creditorum.
Perciò i nostri legislatori contro di costoro sfoderarono tutto il
"
rigore, e in primo luogo ordinarono che ogni negoziante, il quale
desse ragionevole sospetto di fuga, potesse pur catturarsi; e al
lorauno dovesse dirsi ragionevolmente sospetto di fuga, quando ri
chiesto a dare idonea cauzione de'suoi debiti, ricusasse di farlo; 18 se
poi la fuga eragià seguita, vollero che sommariamente si desse il
possesso ai creditori dei beni del fuggitivo,¹º e che per lui fossero
obbligati il padre, i figliuoli e tutti gli ascendenti e discendenti,
i fratelli, i figli dei fratelli, gli agenti, i compagni, e tutti quelli
che seco dianzi vivevano in comunione; che tutti questi, non
che il fuggitivo medesimo, s'intendessero banditi in guisa, che
ogni offesa ad essi fatta e nella persona e nella roba,eccetto l'o
20
16 Stat. nova, tom. I, cap. 408. Stat. antig , ubi de mercantoribus, n. 37.
17 Stat. antiq. supracit, n. 44.
48 Ib., n. 40 et 48.
19 Ib,n. 45.
20 lb., n. 51.
CHE RIGUARDANO I FALLITI.
15
micidio, restasse perpetuamente impunita; ¹ che nessuno potesse
dar loro ricovero o albergo sotto grave pena; anzi a ciascun
22
creditore fosse lecito anche colla sola propria autorità l'arrestarli
ovunque gli ritrovasse.** Oltre ciò imposero al Comune di Milano,
che dovesse procurare lo stabilimento di una convenzione con
tutti gli Stati vicini e lontani, affinchè i fuggitivi non fossero si
curi in alcun luogo, ma s'imprigionassero alla minima istanza dei
loro creditori, e ordinarono che il Podestà nei processi contro
di coloro potesse prescindere anche dalle consuete solennità dei
giudizii e adoperare ogni qualità di tormenti.** Non fu permesso
ad alcun procuratore il difendere la loro causa senza idonea si
curtà di pagare il debito interamente ed anche la condanna; e
finalmente fu stabilito che tali rei più non si avessero per citta
dini nè per contadini milanesi. " Galeazzo Maria Sforza duca di
Milano di più con suo decreto dato alli 12 di febbraio del 1473
li dichiarò ribelli del suo Stato, e ordinò che dovessero catturarsi
in ogni tempo ed in ogni luogo, in piazza, in chiesa, in casa e
fino nella camera del principe e nel luogo della sua propria re
sidenza: " Quam quidem captionemtam per creditoresipsos, quam
per officiales in omnibus dominii nostri locis quibuscumque diebus
feriatis vel non feriatis, ubicumque fuerint, vel in foro, vel in ec
clesiaet in loco propriae habitationis, nullo locorum habito re
spectu, etiam in propria camera nostra et residentia nostra fieri
posse decernimus. 28, Tutto ciò poi fu confermato dalle nuove Co
stituzioni, le quali danno anche al Senato l'autorità di condan
nare que' fuggitivi o alla galera o alla forca, come più giudicherà
espediente.
Se queste nostre savie leggi intorno ai falliti fossero più note
al pubblico di quel che non sono; se chiunque prende danaro o
roba a credenza, e massimamente se ha parte nel commercio,
21 Stat. antiq. supracit, n. 52. 53.
22 Ib., n. 54.
23 Ib., n. 55 et 56.
24 Ib , n. 28 et 63.
25 Ib , n. 50 et 64.
26 Ib., n. 59.
27 Ib., n. 60.
28 Edictum additum Statutis Mercat. in fine.
29 Nor. Constit, lib. V, tit. De abbat.et Consul. Mercatorum.
16
RAGIONAMENTO SULLE LEGGI
non ignorasse a quali rischi si espone non potendo restituire; se
inegozianti che dolosamente fuggono, sapessero quali castigi stan
preparati contro di loro e contro tutta la loro famiglia, egli è
ben credibile che un giusto timore gli tratterrebbe, e noi non
saremmo costretti a compiangere si frequentemente quegli infelici,
che perdono le loro sostanze a cagione de'fallimenti. Volesse il
cielo, che se noncolle mie, che a tanto non vagliono, almeno colle
vostre parole, accademici, si destasse nel pubblico un si salutevol
timore: allora io chiamerei me beato, che avessi, qualunque io
mi sia, potuto in alcun modo recare alla mia patria un sì gran
beneficio. Altrimenti verrà, e forse fra poco verrà un tempo, in
cui mossodallagravità del male ilnostro eccelso Senato, obbliando
la consueta clemenza, con cui mitiga saggiamente il rigore delle
leggi, darà libero il corso alla più severa giustizia; e guai a chi
affidato all'altrui esempio avrà creduto di poter saldare con poco
balsamo molte e grandiose ferite, fatte nelle sostanze de'suoi
miseri concittadini! Chi sa che non abbia allora a vedersi qual
che nobile, immeritevole di così illustre carattere, nel pubblico
palazzo, dove rendesi altrui ragione, sedersi ignudo sopra la pie
tra, che sta colà a tal fine preparata; e qualche negoziante, in
degno di così onorata professione, andarsene col remo in ispalla
alla galera, o col laccio al collo alle forche!
Sin qui ilGiulini; a proposito poi della pratica forense, che ac
compagnava con forma pubblica e ignominiosa la cessione dei be
ni, non sarà inopportuno aggiungere, che il cap. CCVII degli Sta
tuti dei Consoli di Como dell'anno 1281,dice che nel 1219 fu stabi
lito che " si quis aliquis fuerit condempnatus de aliquo debito, et pro
ipsa condempnatione datumfueritbannum,vel in aliquo banno sit
poxitus, non possit exire de ipso banno, nixi prius solverit creditori
prædictum totum debitum, vel consignaverit suabona vel tantas res
liquidas, de quibus possit satisfacere creditori de ipso toto debito,
vel nixi se concusserit seu crolaverit super lapidem broleti Cuma
rum, super quo concionatur, in camixia tantum et non cum sa
rabula, et ter vel quater dederit de cullo super lapidem publice
in concione Cumarum, et steterit et crolaverit secundum formam
proximi statuti inferioris facti MCCIX; et si solverit, vel tantas res
liquidas consignaverit, unde possit satisfacere creditori,vel se con
1
CHE RIGUARDANO I FALLITI.
17
cusserit, ut supra legitur, possit exire de ipso banno.Additum est
MCCLXXVIIImense novembris,quod sicondempnatus renonciave
rit cessionibonorum, quod tallem concussionemfacere nonpossit. „
Anche a Pavia, Casale,Pisa ed altre città nel mezzodell'arengo
eravi la pietra, ove eleggevansi i pubblici ufficiali, raccoglievansi
i voti dei cittadini, emanavansi gli statuti e trattavansi gli affari
della maggiore importanza, e negli atti pubblici che colà si redi
gevano inproposito, non ommettevasi talvolta d'indicare: " Actum
in broleto Communis ad lapidem., Nell'istessa Como il podestà nel
l'entrare in carica emetteva il suogiuramento, stando sulla pietra:
"Antequam descendat de equo,veniet ad lapidem arengere Cuma
rum, et ibi superipso lapide sine aliquo intervallojuret., Quindi per
daremaggior solennità aquell'atto del debitore, che dichiaravasi im
potente a saldare isuoi debiti, e per infamarlo pubblicamente, lo si
facea ovunque spogliare colà e sedere più volte sulla pietra. APavia
pubblicavansi sulla pietra gli atti piùimportanti dei magistrati ; in
una carta del 18 gennaio 1348 conservata nell'Ambrosiana, è in
timato il bando ad un debitore dall'assessore del podestà: " Quod
quidem bannum lectumet publicatum fuit die sabbati decimonono
hora vesperarum per me notarium infrascriptum in curia Commu
nis Papiæ super lapidem altiorem ipsius civitatis inmagna hominum
quantitate, ibidem voce servitoris Communis Papiæ more solito
convocata et congregata de præcepto dicti domini judicis etc.
Gli statuti del comune di Casale S. Evasio così disponevano ri
guardo ai falliti :
"
“
Quicumque captus et detentus volens cedere
bonis suis, admittatur ad bonorum cessionem..... probet coram
judiceCasalis se stetisse in carcere Communis dies sexaginta die no
ctuque, et ista probacione facta, voce preconis premissa, per ser
vitores Communis in publica concione publice et alta voce super
lapidem Communis cridet et protestetur, quod ipse talis captus ce
dit bonis, et omnia bona sua et singula presentia et futura, exce
ptis vestibus de dosso ipsius cedentis, libere dimittit et relaxat
creditoribus suis liberam licentiam accipiendi et auferendi eius
bona, quicumque et ubicumque ea invenerint, eorum propria au
ctoritate, usque ad solutionemintegram ejus quod habere debent....
Et ille qui amodo cedit bonis, non possithabere aliquem honorem
vel aliquod officium, qui vel quod descendat a Commune Casalis.
30 Monum. Hist. Patr. Leg. municip , col. 987.
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
2
17
18
RAGIONAMENTO SULLE LEGGI CHE RIGUARDANO I FALLITI.
Di quella pietra, che pare fosse destinata all' istesso uso, è fatta
menzione negli Statuti di Lesa, ove si prescrive cheimalfattori siano
citati al loro domicilio o al luogo ove era stato commesso il delitto :
" adlocummaleficii vel delicti, et ubi delictum commissum fuit, e
la citazione fosse fatta pubblicamente " et alta voce per servitorem
Vergantis ad lapidem, qui est in burgoLesiae prope berlinam.
"
"
AFirenze sottoponevasi all'istessa pena infamante chi fallisse al
debito, ed anche nella sala della Ragione a Padova stava la pietra
del vitupero. AMonzachi rassegnava i proprii averi dovea ascendere
sulla pietrain mezzo alla pubblica assemblea, e starsene colà scalzo
equasi nudo sino alfine dell'adunanza. ALucca, comenell'antica
Roma, il fallito portava un berretto giallo; il creditore che ne lo
trovasse mancante, potea farlo arrestare, ed a Firenze chi non lo
portava, poteva esser costretto a far l'ufficio di carnefice. Meglio
che oggidi, allora la slealtà e il ladroneggio dei fallimenti dolosi
dovevano aver, nell'infamia pubblica un sensibile freno e castigo.
Anche nella sua Storia di Milano il Giulini lamenta che le sa
vie misure statutarie da lui riportate in questo Ragionamento fos
sero cadute in oblivione, quantunque confermate dalle leggi allora
vigenti. Secondo l'abate Fumagalli³¹ su quella pietra furono so
vente giustiziati i rei di Stato.
Negli statuti comaschi del 1458, a proposito della pietra super
quo concionatur, si legge: " Affingatur lapis aptus ad haec inpal
latio et broleto Communis Cumarum, et fiat cessio tempore quo po
testas et consules sunt in banco pro jure reddendo; et contrahoc
nullus audiatur, nisi solvat aut deponat debitum.... Quod statu
tum nonhabeat locumin massariisvel inquilinis vel partiariis, nec
colonis nec emphiteotis nec aliis fictabilibus, quibus non prosit
cessio bonorum,
"
ed essi dovevano perciò subire la prigionia.
Questa eccezione fu, a quanto pare, introdotta pelprimo dal conte
di Virtù, signore di Milano, negli statuti milanesi con decreto 4
luglio 1393, ed adottata anche per quelli di Como, perchè già era
divenuta una misura delusoria per reprimere i fallimenti la contu
melia patita in pubblico consiglio, specialmente pei fittabili " nul
lum stuporem neque vituperium verentes, tamquamhomines rudes
et villanos, omni bono zelo et conscientia carentes. „
A. D. C.
" Antich. Longob. II, p. 160.
ARIBERTO VESCOVO DI COMO
SUL FINIRE DEL SECOLO XI.
Moriva nell'anno 1061 il sassone Bennone vescovo di Como, dopo
dodici anni di governo di quella diocesi, arricchito di laute dona
zioni e d'ampii privilegi dall'imperatore Enrico III, e del titolo, se
condo alcuni, di vicario imperiale, che aggiungeva la podestà po
litica alla di lui giurisdizione episcopale. A lui gli storici fanno
succedere nell'anno stesso il comasco Rainaldo,¹ arcidiacono della
cattedrale, per elezione fattane dal clero e dagli abati di s. Ab
bondio e di s. Carpoforo, in forza di privilegio imperiale allora
appunto elargito, ed approvato poi da Nicolao II. Assaibeneviso a
Gregorio VII, che gli diresse alcune lettere, a s. Pier Damiani ed
all'imperatrice Agnese, si spense a Nesso nel 1084, come lo atte
sta anche la Cronaca del contemporaneo Arnoldo di Costanza.*
SecondoBenedettoGiovio salidopo luilacattedra comense un'Ar
tuico, che, secondo documenti da lui veduti, avrebbe nel 1092 " in
animae suae et successoris sui remedium, fatte alcune donazioni
"
all'altare della chiesa di s. Martino di Bormio, quantunque no
minato dall' imperatore in onta ai privilegi del clero, e quindi non
1 Ital. Sacra, tom. V, col. 288; TATTI, Ann. Sacri di Como, tom. II, p. 202; BAL
LARINI, Cron. di Como, p. 118.
2
•Histor. Patr, lib. II, p. 170. Per altro egli solo lo afferma, e la sua autoritànon
pare si salda, da doversene accettare confidentemente tutte le sentenze.
20
ARIBERTO VESCOVO DI COMO.
accetto al popolo, mentre poco prima (pag. 169), contraddicendo
a sè stesso, quel cronista aRainaldo avea dato successore Landolfo
daCarcano, il quale veramente assai posteriore di tempo,contrasto
il vescovado a Guidone di Cavallasca, arciprete della cattedrale, e
perciò nonpotè essere insignito di quella dignità prima diArtuico.
Su questa, successione evvi tra gli storici non poca incertezza, er
rando nella persona che sedette su quella cattedra per undici anni
circa. L' Ughelli stesso, ingannato dalla falsa data di un diploma
attribuito al nominato Enrico, quando veramente esso appartiene
ad Arduino e quindi ad epoca diversa, fa seguire a Rainaldo un
Pietro IV (che non esistette mai, al pari di Artuico), e a lui il
mentovato Guidone; ma quest'ultimo sembra da autentiche prove,
che non abbia occupato quella sede avanti il 1095 e quasi contem
poraneamente o poco dopo la deposizione di Landolfo, eletto contro
l'antica disciplina e consacrato da Ulrico patriarca d'Aquileja,
eperciò scomunicato da Urbano II come crudele e presuntuoso
invasore della chiesa comense ad onta dell' apostolica ordinazione,
sebbene non abbia mai in effetto risieduto canonicamente nella
sua chiesa, ma sia andato di continuo qua e là errando per la
diocesi. Il Ballarini e il Tatti ripetono l'equivoco, ed anche altri
dopo di loro, e gli stessi scrittori più recenti, volendo mante
nere Artuico e Pietro IV, non seppero stenebrare affatto questo
punto di storia comense.
È ora accertato che a Rainaldo tenne dietro immediatamente
Ariberto, di cui tuttavia s'ignora il casato e l'origine, non che
l'anno in cui ebbe principio il suo governo episcopale, essendoci
rimasti pochi documenti che lo riguardino. È tuttavia fuor di dub
bio che nel 1085 era già in possesso della sua dignità, e ne avea
già compiti alcuni atti importanti, come rilevasi da un suo di
ploma originale, di cui dirò fra poco, esistente nell'archivio di
plomatico in Milano. Se prestassimo fede al Giovio, Ariberto, a
lui ignoto, non sarebbe vissuto al di là del 1092, epoca in cui,
secondo quello scrittore, il suo Artuico sedeva già su quella cat
tedra; ma quando sarebbe quegli mai stato eletto ? Eliminato
Artuico dalla successione, rimase forse vacante la sede di Como
dalla morte di Rainaldo sino a quell'anno? Il Rovelli, che pel
primo fa qualche cenno dubbioso di Ariberto, rammenta l'esi
stenza d'una carta del marzo 1092, conservata allora nell'archi
ARIBERTO VESCOVO DI COMO.
21
vio di s. Eufemia d'Isola, ove è nominato quel prelato quale im
mediato successore di Rainaldo, senza però che vi si dica (scrive
egli) o si possa dedurne ch'ei fosse ancor vivente; ma non cre
dette bene di tenerne gran conto, ravvisandovi alcune espressioni
che gliela rendevano sospetta. Sembra che in ciò errasse, come
dirò a suo luogo. Ad ogni modo Aribertodovette aver cessato di
vivere al più tardi nei primi mesi dell'anno 1095 (soggiunge an
cora il Rovelli), in cui già vedesi succeduto il nominato Landolfo.
AncheMaurizioMonti,che scrisse la suastoria comasca in questo
secolo, a Rainaldo pone successore immediato lo scismatico Lan
dolfo, chierico ordinario e diacono della chiesa milanese (tacendo
affatto di Ariberto), dicendolo eletto nel 1095, quindi undici anni
dopo la morte di Rainaldo e dopo egual tempo di sede vacante,
ciò ch'è assai inverisimile; e pare a quello storico che l'elezione
legittima di Guido fosse posteriore a quella del Carcano, e alla
scomunica lanciata contro di lui daUrbano papa, e alla condanna
fattane nel concilio di Milano. Il Cappelletti appena fa un cenno
fugace di Ariberto, e sulla fede degli scrittori comaschi,parla an
cora di Artuico, del quale non fa cenno nessundocumento auten
tico, e dice ch'egli occupò la sede di Comopel decennio dal 1084
al 1094 (che fu invece il tempo di Ariberto), e per soprappiù lo
afferma scismatico, come aderente all'antipapa Bordino e da lui
confermato, mentre d'altra parte scrive che dopo la morte di
Rainaldo il clero cattolico erasi eletto Ariberto.
Èsingolare il silenzioche fa di questo vescovouna carta, di cui
havvi una copia autentica del secolo XII nell' Ambrosiana, scritta
durante l'episcopato d'Ardizzone (1125-1154), sul tempo del cui
episcopato è eziandio inesatto l'Ughelli. Quella carta è l'atto di
fondazione dell'abbazia di s. Carpoforo di Como, instituita dal
l'alemanno vescovo Litigerio o Leuticherio, che occupò quella sede
dal 1028 al 1049, ed eresse eziandio nel 1031 a collegiata la
chiesa di s.Eufemia nell'Isola Comacina, dotandola di molti beni;
ristaurò quindi nel 1040 la cadente basilica di s. Carpoforo già col
legiata, e riconsacratala, l'arricchi di molte altre possessioni oltre
•Storia di Como, vol. 1, p. II, pag. 378.
* Chiese d' Italia, tom. XI, p. 341.
Questa può dirsi inedita, non avendone il Tatti riportato che poche linee.
22
ARIBERTO VESCOVO DI COMO.
quelle donate da Liutprando, appartenenti alla sua mensa vesco
vile, e l'affidò ai Benedettini, creandone abbate Dodone. In quel
diploma appare sottoscritto pelprimo il vescovo fondatore, e sem
bra che i suoi successori, quasi a ratifica e conferma della fon
dazione, vi apponessero di mano inmano la loro firma in seguito
alla loro elezione, poichè dopo Litigerio siveggono inomi diBen
none, Rainaldo, Guidone, che tutti vi si qualificano vescovi dị
Como; dopo questo seguono molte segnature di ecclesiastici, che
premettono la croce, e pel primo: " † Heribertus vice dominus
"
consensi et laudavi, et me subscribere feci, et facta subscriptione
firmavi; „ dopo lui segue Ermenaldo abbate di s. Abbondio, e
molti altri ecclesiastici dell'ordine superiore e secondario della
chiesa di Como, e dopo l'autenticazione di due notai apposta
alla copia, leggesi: " †Ego Ardicio cumanus episcopus subscri
psi ,, segnatura che sembra autografa. Veggiamo qui tra i so
scrittori un Eriberto vicedomino, che firmò pure nell'aprile 1087
come vicedomino e stimatore un'atto di permuta di beni, conve
nuta fra Arioaldo d'Isola ed il vescovo Ariberto, ma non vi si
legge punto la sottoscrizione di quest'ultimo, interrompendo così
la serie dei prelati che ratificarono quella fondazione, il che ver
rebbe quasi a gettare dei dubbi sulla legittimità della sua elezione,
se altre prove più evidenti non li escludessero affatto.
Il Giulini adduce un decreto di Corrado, figlio dell'imperatore
Enrico e consecrato re di Germania nel 1087, conservato nell'ar
chivio della cattedrale di Bergamo, col quale nell'otto gennaio
7
< † Litigerus Dei gratia cumanus episcopus hoc opus in primis incipiens et Deo
volente, in quantum ipse concesserat, perficiens, subscripsi et confirmavi.
† Benno episcopus cumanus confirmavi et laudavi.
+ Rainaldus episcopus laudavi et subscripsi.
† Guido Dei gratia cumanus episcopus laudavi et subscripsi. >>
8 Vicedomino appellavasi in origine il vicario del vescovo che dicevasi domnus, uf
ficio conferito sempre ad un ecclesiastico dell'ordine maggiore, e quindi ad un cano
nico della cattedrale; ma in seguito a poco a poco usurparonsi quell'appellativo an
che gli abbati, poi i monaci tutti; indi divenne ereditario e secolare, e ne ebbero il
titolo alcune famiglie, senza però che vi fosse annesso alcun diritto od esercizio di giu
risdizione civile nè ecclesiastica. Infatti vediamo nella carta dell'aprile 1087 firmarsi
Vicedomino anche « Albizo diaconus vicedominus aestimator, ed Eriberto eipurVicedo
mino, senz'essere, forse, chierico, e in quella del marzo 1085 Alkerius, filius Vicedo
mini Beltrami de Cumis. >>
1
Mem. di Milano, p. IV, p. 281.
ARIBERTO VESCOVO DI COMO.
23
dell'anno seguente quel monarca, risiedendo nel palazzo vescovile
di quella chiesa, in presenza di insigni personaggi, di giudici del
sacro palazzo e di non pochi vescovi, bandi solennemente una
multa di mille mancusi d'oro a chiunque ardisse molestare di
nuovo i canonici di s. Vincenzo di Bergamo, cui accoglieva sotto
la sua protezione, ed invaderne i beni. Traivescovi che assisteano
Corrado inquelplacito,eravi anche Ariberto di Como, cui ilLupi,10
che riferisce per intero il documento, sospetta intruso da' scisma
tici in luogo di Rainaldo da loro espulso; e anche il Giulini, che
purnoncrede all'esistenza del già nominatoArtuico, ammesso anche
dal Tatti senza addurne alcuna prova valevole, sentenzia ch'esso
Ariberto fosse macchiato di scisma ed illegittimo, che quei due
nomi, confusi dagli scrittori si riferiscano ad una sola persona,
che il pastore ecclesiastico di que' giorni non si chiamasse vera
mente Artuico ma Eriberto, e che questi ripetesse il suo ufficio
dall'imperatore nel 1084, a scapito dell'autorità del legittimo
Guidone, non sembrandogli verisimile trattarsi qui di due perso
naggi diversi, de' quali l'uno morto in sì breve tempo, e sì tosto
surrogato dall'altro. Ma il Giulini non avvertiva che Guidone non
fu eletto che tra il 1094 e il 95, e che secondo i documenti più
certi rimastici, non sedeva a Como che il solo Ariberto, il cui
episcopato non appare contrastato da alcun competitore; oltrec
ciò que' sospetti svaniscono innanzi il fatto della sua visita pasto
rale della diocesi, che suppone e richiede di necessità la residenza
e l'esercizio tranquillo del suo ministero; e la fiducia stessa in
lui collocata dai canonici di s. Eufemia (come si vedrà qui in
nanzi), che lo supplicano di riparare alle ingiustizie commesse a
loro danno dagli antecessori, prova l'adesione a lui prestata dai
diocesani e la regolarità della sua elezione. D'altra parte la con
fusione e lo scompiglio gettato a que' tempiinfelici inogni ordine
10 Cod. Diplom. Bergom, tom. II, p. 759: « Dum inDei nomine in civitate Per
gamo in episcopali domo infra camera ipsius episcopii residebat domnus Conradus Dei
gratia rex, adstantibus cum eo Ottone Calvo, Wilielmo de Portiano, Sciro de Cenate,
Arnaldo et Arderico pergamensibus sacri palatii judicibus; et cum eo Ogerio episcopo
et canzellario Ivoriensi, nec non Ariberto cumano episcopo et Anselmo novariensi epi
scopo etc. Su questa questione l'Ughelli scrive Aribertum successisse videtur Rai
naldo in supra relata Gregorii VII epistola memorato, hoc aut vita functo aut schisma
ticis sede pulso, in cujus loco hunc Aribertum intruserint, sed de his videant Novo
comenses. >
24
ARIBERTO VESCOVO DI COMO.
di governo sì civile che ecclesiastico per l'instabilità d'ogni re
gime, la tenacità dei partiti politici e lo scisma che avea invaso
tanta parte d' Italia, rendono quasi ragionevoli que' sospetti. Rai
naldo in condizioni avverse ad ogni bene seppe separare Como
dalle altre città lombarde involte nello scisma,mantenendonela co
stantemente illesa, ed insegnandole a reggersi da sè al di fuori
d'ogni influenza imperiale, quantunque esposto a gravissimi peri
coli, perseguitato dagli avversarii e insidiato in città, sicchè fu co
stretto ricoverarsi a Nesso, com'è fama, ove morì; " e nulla prova
che Ariberto non abbia seguito il nobile esempio del suo ante
cessore e continuatone il modo digoverno, che avea procurato al
paese una relativa tranquillità; lui stesso lo vediamo inuna carta
del marzo 1085 risiedere in quel medesimo villaggio lacuale.
L'atto di permuta di beni fra Arialdo d'Isola ed Ariberto ve
scovo esiste in originale nell'Ambrosiana : quest'ultimo cede ad
Arialdo alcune proprietà in Lenno e i relativi diritti, e in cambio
Arialdo cede alla mensa vescovile altri beni di maggior valore, 12
come prescriveano le leggi e come riconobbero gli stimatori dele
gati dal vescovo, il diacono Albizo di Nesso, anch'egli vicedomi
no, Todilo di Como ed Albizo di Corniola, che eziandio firmavano
l'atto; e per soprappiù diede ad Ariberto venti denari d'argento,
come beneficio e aumento di valore dei beni caduti nelle per
mute convenute cogli ecclesiastici o colle chiese,voluto dal diritto.
Come già accennavo, Ariberto percorreva nel 1085 la diocesi
nella visita stabilita dai canoni, correggendo qua gli erranti, là
11 Che Rainaldo vivesse tuttavia nel1083 lo conferma un attodi transazione del 30
aprile di quell'anno fra la communitàdi Lenno e quella d' Isola, che pon fine ad una
controversia insorta intorno alla dipendenza della chiesa di s. Benedetto in monte Al
tirone, e sopita d'ambe le parti con una donazione di beni alla chiesa stessa de tota
illa terra quae est ab una valle ad aliam, et de ascolo et pascolo inmonte deUgucio
et inmonte de Leno ubique sine omni contradictione. In fine dell'atto i contraenti,
sanzionando il loro operato,protestano che «si contrahanc cartamdonacionisper quod
vis ingenium agere aut causari praesumpserint, a parte Domini nostri Jesu Christi
atque Raynaldi cumani episcopi et omnium suorum successorum sub vinculo anathe
matis, nisi resipuerint, in perpetuum sint damnati. Così i delegati dichiarano che di
quella contesa finem et refutacionem fecerunt et parabolam aliorum omnium vicino
rum inmanibus domini Raynaldi cumani episcopi, etc., che sembra fosse presente a
tale transazione.
19 Interfuerunt Azo et Amizo de Mediolano, Alkerius filius Vicedomini Beltrami de
Cumis. >
26
ARIBERTO VESCOVO DI COMO.
Nonpuossi dire che questa sentenza siastata posta in esecuzione,
e che abbia posto fine alla lite fra i canonici di Lenno e quei di
Isola; essa si protrasse per alcuni anni sino al marzo 1093 ad
onta delle severe comminatorie del decreto; e fu sopita amiche
volmente per un atto di transazione, nel quale rendesi altresì evi
dente l'immediata successione di Ariberto a Rainaldo, sebbene non
vi appaja se quegli fosse ancora in vita o no. Vollero allora i ca
nonici di s. Stefano cedere ai loro avversarii i beni che avevano
"
fornito materia alla controversia, ricevendo in ricambiouna crosna
o veste per launechild, o testimonianza e pegno della cessione, e
dodici lire di denari buoni d'argento, e riservandosi una decima,
quae erat de frugibus terrae et de nutrimine animalium secun
dummoremregionis,quamusque modo sine illorumcontradictione
"
habuimus. „ E qui mi piace riferire la dispositiva di quell'atto per
le considerazioni che laprecedono, e come saggio dello stile e delle
frasi usate sovente nelle contrattazioni fra ecclesiastici e talvolta
anche fra civili, specialmente ne' testamenti: " Cum ex voto Dei
et ut nostram proximi dillectionem habere evangelica veritate do
ceamur, necesse est evitare quod prohibet diligere, ut venite be
nedicti audire mereamur, et ut accensis lucernis clamore mediae
noctis obviam sponso audire venite possimus, illam amurcam dis
cordiae, quae oleum clare ardere prohibet, extrahere propere
mus; et sicuti potens ratio obiecto clipeo cuspidi avariciae reddit
nos tutos, ita moderatajusticia a fomite impatientis discordiae red
dat securos, ne tam diffamati vicii nostris inhaerens cordibus tur
pis macula a coelesti, ubi nihil dissonum sonat, nos expellat aula.
Ideoque nos beati Stephani martiris de Laenno canonici notifica
mus, quodcanonici sanctae Euphemiae virginis de Insula nobiscum
facti sunt pacifici, et terram de Flona atque de Pola sic illorum
esse dicimus, ut Rainaldus illis dedit cumanus episcopus, et Æri
bertus investivit post ipsum datus episcopus, et nos legali convicti
sinodo ante Rainaldum sumus refutati, et ipsi quia de ecclesia de
Insula quondam fuit, sunt investiti, et postea coram Æribertum
investituram discordare volentes esse de illorum ecclesiam sunt
jurati; et si quod jus ex aliqua parte unquam nos habuimus, ad
illorum partem indubitanter transferentes exhinde auctores esse,
in quantum possumus, promittimus, redditis cartulis quas habe
mus, jurare promissi, quod alias nonhabemus, etc. Questa antica
ARIBERTO VESCOVO DI COMO.
27
carta sta nell' archivio diplomatico in Milano, e sembra per ana
logiadi alcuni dati, quella a cui allude il Rovelli (di cui deve
aver mal letta la data, credendola anteriore d'un anno), laddove
scrive d'avervi ravvisato alcune espressioni che gli facevano du
bitaré dell' autenticità. Per questo riguardo tali sospetti mi sem
brano affatto infondati, essendo lo stile, l'ordine delle idee e il
modo di esprimersiproprio di queitempi,nè parendo credibile che
que' di Isola abbiano foggiato, a legittimare un possesso contro
verso, un documento giustificativo che non avrebbe potuto corri
spondere alle loro mire in presenza degli avversarj, tanto più che
vi sono espressi i nomi di que' che concorrevano alla transazione,
edeitestimonii, fracui un giurisperito: * circostanze tanto intrin
seche che estrinseche, le quali inducono a ritenere autentica la
carta.
Quantunque ignoto sia sinora quando morisse Ariberto, è indu
bitato che gli succedette nel 1095 Guido, arciprete della catte
"
drale di Como.Il Corio lo encomia dicendolo “ uomo cattolico, di
grande prudenza e bontate, „ e lo rammentano alcune lettere di
Urbano II del 1096 ediPasquale IIdel 1103 pubblicate dal Tatti,
quantunque contemporaneamente si mantenesse ancora l'emulo
Landolfo, finchè nel 1118 i Comaschi procacciarono di espellerlo, e
infatti lo presero nel castello di Majaso presso Agno, e condottolo
aComo fuconsegnato a Guido, a cui poscia il tolsero i Milanesi,
cominciando così la guerra decennale tra le due città. Il Corio ag
giunge che Guido nel 1125 si infermò, " e in processo di pochi
giorni dopo molte ammonizioni esposte ai cittadini.... passò a più
felice vita, e fu tumulato con immenso dolore di tutti i Comaschi,
più nonsperando saluteper la morte disì degno presule., Il poeta
cumano suo contemporaneo ne fa a lungo menzione, riferendo le
sue ammonizioni pastorali al clero adunato intorno a lui morente,
e ricorda pure i di lui ultimi momenti nel suo poema de Bello et
14
28
ARIBERTO VESCOVO DI COMO.
Excidio urbis comensis; alla di lui morte
Heu! excidit cumana salus, quoque gloria lausque ;
Pro meritis ejus fuerat victoria Cumis.
Nell'assoluta mancanza di notizie più estese intorno adAriberto,
èd'uopo, almenper ora, appagarsi dei pochi cenni sin quidelineati,
desunti dagli scarsi documenti che ci rimangono, ed attendere che
altri più fortunati con nuovi e più ampii sussidii possa darcene
una biografia meno incompleta.
A. D. C.
LA NUNZIATURA VENETA
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI
NEL TRIENNIO 1704-1705-1706.
Vicino a spegnersi di vita, senza speranzadi successione, Carlo II
diSpagna, deludendo trattati ed accordi segreti, stretti dai preten
denti di Francia, Austria, Baviera e Savoia al di lui trono, e nella
mira altresì di conservare l'indipendenza del suo reame, avea chia
matoerede dellacorona Filippo di Francia, e, incaso di suo rifiuto,
Leopoldo imperatore.Allamorte di lui (1 novembre 1700), Filippo
s'affretta a farsi riconoscere da' nuovi sudditi, precorrendo i suoi
emuli e forte del suo diritto ereditario, e dà a luogo quella guerra
di successione, che troppo a lungo mise lo scompiglio negli Stati
di nuovo acquisto del finitimo Piemonte, disputati fra non pochi
pretendenti, che vantavano eguali diritti di successione per ragioni
di sangue, a' quali s'aggiugnevano Inghilterra, Olanda e Germania,
allarmate dall'unione delle due monarchie in una sola famiglia,
sebbene non sotto un'unica corona. Favorivano il nuovo sovrano
il duca di Savoja, la Baviera e l'imbelle marchese di Mantova;
tenevano la neutralità o tentennavano incerti Venezia, i Farnesi,
gli Estensi, Roma. Con rapide e avvedute mosse Eugenio di Savoia
acapo degl'Imperiali sorprende ed occupa molte terre di Lom
bardiaal di qua dell'Adige e del Mincio, eludendo Catinat che
guardava il valico tirolese di Germania, supera in fortunate fa
zioni l'avversario condotto pur esso da abili capitani, intento più
a schermirsi dai colpi di lui con destreggiamenti diplomatici, cui
la fortuna di Marte rendeva inefficaci, che a scendere vigorosa
mente incampo. VittorioAmedeo, irritato dall'insultante jattanza
30
LA NUNZIATURA VENΕΤΑ
e disprezzo de' generali e ministri francesi contro lui e gl'interessi
suoi, mentre assicuravasi perconvenzioni coll'Austria, Alessandria,
Valenza, Lomellina e Valsesia, colla possibilità di nuovi acquisti
nella Francia orientale, nel 1704 vedeva rapirsi dagli antecedenti
suoi alleati la Savoia, Susa, Vercelli ed Ivrea, Nizza, Verrua, Aosta
col forte di Bard, e minacciata la stessa Torino, a vendetta delle
sue intelligenze coll' Austria; questa, succeduto Giuseppe I al de
funto imperatore, temendo il troppo preponderare di Francia, ri
prende l'offensiva, e l'armi ancora prospere e la celerità di Euge
nio, sceso di nuovo con opportuni rinforzi, acquistano Reggio, e
non curando il nerbo delle forze nemiche accampate nel Manto
vano ed esitanti pel mutamento de'duci, congiungonsi cogli avanzi
dell'oste piemontese, e rompono in completa sconfitta iGallo-Ispani
che assediavano Torino, e li fugano oltre l'Alpi, col guadagno d'un
ingente bottino di guerra; indi Eugenio, governatore dello Stato
di Milano, vinta ogni resistenza, proclama duca Carlo III nell'au
tunno 1707. Degli avvenimenti di quella guerra, che durò tutta
via infesta dapprima a Francia, e interrotta da falliti tentativi
di pace e di accordi, poi propizia, finchè col trattato d'Utrecht lo
Stato di Milano conaltre provincie passarono all'Austria, si hanno
importanti relazioni nel carteggiodiplomatico delpatrizio milanese
monsignor Agostino Cusani, arcivescovo di Amasia e prelato do
mestico di S. S., inviato Nunzio Apostolico ordinario alla Repub
blica di Venezia sin dall' aprile 1696, ove rimase in tale qualità
sino al giugno 1706, per passare alla Nunziatura di Parigi.
Ebbe quel prelato i natali in Milano nel 1655. Dodicenne era
avviato al Collegio romano, onde progredire nelle scienze lette
rarie. A Milano apprese l'avvocatura; poi Innocenzo XI lo crea
prelato della sua corte e commissario di sanità, onde porre in
opera gli avvedimenti atti ad allontanar la peste, che avendo già
infetto il regno di Napoli, minacciava gli Stati della Chiesa. Ales
sandro VIII gli affida altri ufficii di corte, indi nel 1796 lo fa
arcivescovo d'Amasia e gli conferisce la Nunziatura veneta, ove
in que' tempi burrascosi seppe rendersibenemerito del suo sovrano
col savio disimpegno dell'alto suo ufficio, pel che Clemente XI lo
ricompensa col conferirgli la Chiesa di Pavia, la porpora e la
Legazione di Bologna. Abbandonata questa, si restituisce alla sua
residenza episcopale; ma le fatiche sostenute nella carriera diplo
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
31
matica, nel collegio cardinalizio, nel vescovado, la grave età ed il
desiderio di pace e tranquillità gli fanno rinunziare alpastorale e
ridursi in patria, ove muore d'apoplessia il 27 dicembre 1730 a
75 anni. Fu sepolto nella chiesa di s. Prassede, e sulla sua tomba
pronunziava l'orazione funebre il P.Giovanni Bernardino Capriata
gesuita. L'Argelati che gli dedicava il tomo XIII dei Rer. Ital.
Script. del Muratori, ricorda i molti scritti da lui lasciati, concer
nenti gli affari politici ed ecclesiastici da lui maneggiati a Roma,
Venezia e Parigi, ed il voluminoso suo carteggio con alti ed emi
nenti personaggi. Di questo però non è ora a mia cognizione che
la parte riguardante gli anni 1704-6, ne' suoi avvisi e dispacci di
governo diretti al cardinale Paolucci, segretario di Stato per gli
affari esteri, ed alcuni frammenti della sua corrispondenza coi
cardinali Spada e Astalli, che fu poi alla Legazione di Ferrara
dal 1700 al 1704.
Innanzi il suo arrivo a Venezia, vi era internunzio Giuseppe
Antonio Venturini, già auditore, e sembra che vi rimanesse in
tale qualità sin verso l'11 luglio del 1696, a giudicarne dal se
guente importante dispaccio di quel giorno dal cardinale mini
nistro Spada a lui diretto :
" Illustre Signore. Nel foglio che qui congiunto trasmetto a
V. S., vedrà Ella l'esibizione fatta dal signor maresciallo di Ca
tinat al signor duca di Savoja e l'oblazione della neutralità per
l'Italia. Il signor duca le partecipò jeri con spedizione straor
dinaria a Nostro Signore, significandole ancora le parti che era
per fare appresso l'imperatore e il re cattolico per rendergli
persuasi della sua necessità e convenienza di non perder l'occa
zione di sì rilevanti vantaggi e dell'utile ben chiaro, che pur era
per risultare agli interessi delle MM. loro dal ristabilirsi la pace
in Italia coll' accettazione dell'offerta neutralità; e ne' medesimi
sensi ha pregato S. B. a voler incaricare i suoiNunzii in Vienna
e Madrid a passare in nome della S. Sua efficacissimi ufficii,
per i quali già si sono spediti ad ambidue gli ordini necessarii,
e se ne mandano questa sera i dispacci a Torino col corriere,
che si rispedisce in diligenza dal signor presidente conte Guber
natis, perchè siano loro rimessi con quei che da S. A. si spedi
ranno espressamente alle due corti predette. Ora, desiderando
sommamente la S. S., che questo gran bene preparato all' I
32
LA NUNZIATURA VEΝΕΤΑ
talia abbia il suo effetto, e non se ne trascuri la felicità cotanto
sospirata da questa travagliata provincia, vuole che V. S. pro
curi con ogni studio di rappresentare a cotesti signori il vivo
desiderio della S. S., che pur da cotesta Repubblica s'impon
gano gli adempimenti d'ufficii consimili ai loro ambasciatori nelle
corti medesime; e perchè ciò si faccia colla dovuta premura,
converrà ch' Ella ponderi loro l'importanza di quest' affare per
i gravi danni e deplorabili calamità ulteriori che si eviteranno,
per gli utili oltre misura considerabili che se ne raccoglieranno,
sebbene tutto ciò con cotesti signori sia per riuscir soprabbon
dante e non necessario, mentre dalla gran prudenza e compren
sione de' medesimi sarà già stato con provvida anticipazione pie
namente considerato e riconosciuto. Nondimeno s'incarica a Lei
questa parte, perchè costi maggiormente apparisca l'ansia di S. B.
per l'assicurazione d'una pace, che include disposizioni così pro
babili della conclusione della generale, e la stima che fa della
Repubblica nell'eccitamento che le somministra col suo zelo apo
stolico, d'impiegare la sua interposizione per l'esito felice di tal
negozio. L'istessa commissione che si manda perciò a V. S., si è
data da S. B. al signor segretario della Repubblica, avendolo
fatto espressamente chiamare a tal fine. Di quello ch'ella ripor
terà da cotesti medesimi signori, si dovrà non solamente dar una
distinta contezza, ma renderne ancora individualmente informato
monsignor Nunzio in Torino. E le prego da Dio veri contenti.
Roma, 11 luglio 1696.
L'esibizioni fatte dal signor Marescial di Catinat
al signor Duca di Savoja, consistono:
Nella restituzione di tutto l'occupato a S. A. nella presente
guerra;
Nella remissione di Pinarolo, benchè demolito nelle fortifica
zioni;
Nel matrimonio della signora principessa figlia di S. A. col
signor duca di Borgogna, da celebrarsi subitochè perciò siano
giunti all'età sufficiente, e che intanto sia stipulato il contratto,
ed essa ricevuta in Francia sin da ora, e che il re gli farà la
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
33
dote¹ ed il doario, senza che sia d'alcun aggravio all' Altezza
sua.
Eciò colla condizione che S. A. accetti la neutralità per l'Ita
lia e procuri vi concorra la casa d' Austria, almeno con una di
chiarazione da farsi alla Santità di N. S. ed alla Repubblica di
Venezia; ed in caso che l'imperatore ed il re cattolico ricusino
di consentirvi, sia l'A. S. obbligata di unir le sue armi a quelle
del re cristianissimo per ottenere simil consenso. „
Èsuperfluo ricordare qui che i torbidi temuti provenivano dal
l'alleanza contratta da Vittorio Amedeo, dapprima coll'imperatore,
che l'avea innalzato al rango di re, poi con improvvisa muta
zione colla Francia, avanzandosi minaccioso alla testa di un forte
esercito francese alle frontiere lombarde, e avendo posto l'assedio
aValenza, la quale ne fu poi libera per la neutralità stipulata
nel trattato di Vigevano del 7 ottobre di quell'anno, mediante
il pagamento di trecento mila doppie, ripartite a carico de'prin
cipi italiani, di Genova e Lucca, e altri minori vassalli del
' impero.
Intorno agli ufficii demandati da'sovrani ai loro ambasciatori
elegati, nonsarà affatto inopportuno il riferire qui il " Somma
rio di alcuni ricordi generali che si possono dare a' Nuntii et
Ministri publici che negoziano per Signori, „ scritto da penna
del secolo XVI, quantunque vi si contengano solo istruzioni ge
nerali:
"Mostrarsi verso i principi et populi universalmente cattolico
et devoto cristiano, et amatore della giustizia et del ben publico,
et usar sempre modestia in ogni attion sua et gravità con vul
gari, et nondimeno farsi domestico et famigliare, quando con di
gnità si può, nonsolo con i principi, ma con mediocri, emassi
mamente conquelli che hanno auttorita et famigliarità con prin
cipi, et accommodarsi in parte ai costumi del paese secondo che
hanno fatto gli altri.
„Appresso magnificare et laudarle persone,lapotenza, il paese,
La sposa Adelaide, assai avvenente, pegno diquellapace, fucondotta in Franeia di
undici anni. In una corte corrottissima serbossi illibata, e morì improvvisamente a
Marly di soli 27 anni, non senza sospetto di avvelenamento; pochi giorni dopo toccò
lastessa sorte al consorte, nipote di Luigi XIV, e uomo di grandi virtù.
Arch. Stor. Lomb. An. III.
3
34
"
LA NUNZIATURA VENETA
i costumi et tutte le cose loro, et con tal modestiaperò che non
paia adulatione, et essaltare i fatti et gesti loro, et massimamente
i moderni et recenti, et magnificar la virtù et la fortuna de'prin
cipali.
Studiarsi per ogni modo et via di levare ogni sospetto che si
possa havere di sè stesso, et fare intendere l'ottima dispositione
sua verso di loro, escusando le cose passate con honesti modi
senza dar carico al padrone.
„ Quando veggaqualche indispositione et contraddittione aquel
che ricercherà, non contrastar troppo gagliardamente, ancora che
vi fosse ragione evidente, ma più presto condestrezza far buone le
ragioni loro in qualche parte, et cercar di venir all' intento, ma
per altri mezzi, se possibil sarà.
„ Quando pur bisogni dire o fare cosa alcuna contra l'opinione
loro, scusarla di sorte che si comprenda non venir da sè ma dai
superiori, et mal volontieri farla, vedendo che non piace, giustifi
cando però la cosa al meglio si può et dando speranza d'altre
cose, che siano a loro grate, in modo chenonrestimai in sospetto
nè inmala opinione loro.
„ Quando pur vegga non poter ottener quello che desidera per
una via, lasciarlo così per qualche occasione che essi habiano
bisogno o desiderio di alcun'altra cosa, et allora porger quella
con destrezza et in quel mezzo persuaderla gentilmente et con
bel modo a chi può ajutare.
Quando occurra di dover ottener qualche cosa importante da
"
"
loro, non metter tempo in mezzo a farla spedire, ma sollecitar
con gratia et con modestia l'espeditione; et se consista in sola
promessa per le cose future, far che si metta in scritto, et per
contrario haver mente di obligar il padrone et sè stesso ilmanco
sia possibile et massimamente
Studiarsi per ogni via d'havere avvisi spesso da ogni banda, et
communicar quel che siagrato d'intendere ai maggiori, con dar
sempre qualche ricordo amorevole et utile per loro in tutte l'oc
currenze, acciò che si comprenda la bona mente con la prudenza
et con l'industria insieme; et per simili mezzi haver sempre modo
et occasione di venir in parlamento con principi et con grandi
delle cose a loro grate et che s'odono volontieri, se sono buone
et favorevoli, per rallegrarsi, se contrarie, per provedersi; et per
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
"
35
poter far questo bisogna scrivere et rispondere spesso ad ogni
banda, et nonguardare a spesa.
Con gli agenti o ambasciatori sia chi si voglia non si scuoprir
mai del tutto, ma cercar più tosto di cavarda loro che lasciarsi
tôrre del suo, affine che egli sia sempre il primo a dar le nove
delle cose grate; et quando le cose non andassero a modo suo,
mostrar sempre agli altri buon volto et non si diffidar di cosa
alcuna, nè haver mala opinion de'principi et governatori.
Quando sarà ricercato di far loro qualche piacer, cercar di
"
"
farlo stimar più che si può, et nondimeno farlo con quella mag
gior prontezza et liberalità che sia possibile, tanto che si com
prenda ch'ei desidera sopra ogni cosa di sodisfare et piacer loro.
Intendere gli andamenti della Corte et chi ha l'auttorità gran
de, chi mediocre et chi minore, et in che consiste in riputatione
et honore, o vero in effetto, et sodisfare a ciascuno secondo il
grado suo, et guadagnarsi per amici i domestici et favoriti di
quelli che hanno auttorita.
Essaltar sempre le cose del padron suo cosi temporali come
spirituali in ogni luogo, però con modestia et destrezza, acciò
che nonentri in sospetto con esso per via d'altri. Et a questo bi
sogna haver grande avertenza d'andar con quelli che si trovano
là in qualche grado, auttorita o maneggio, di modo che non si
venga indivisione, discordia o sospetto, massimamente con quelli
che potrebbero nuocere al padrone.
„ Sopra ogni cosa guardarsi di esser côlto in bugia, massima
mente in cosa d'importanza, perciò che a questo modo presto
si perderebbe il credito; laonde bisogna haver avvertenza di non
esponere le cose dubie per certe, nè sopra il parlar d'altri fidarsi
del tutto, ma allegare testimonio, overo dire di haverlo in buon
luogo, quando non si può nominar la persona, et anco delle cose
che s'haveranno a dire per parte del padrone, quando siano di
sorte che si dubiti non siano sicure, o pur che s' habbiano a va
riare, parlarne con tanta circonspettione, che mai non possan
dire di esser stati ingannati per opera sua; et quando pur per
disgratia accadesse di non potere in qualche cosa scusar la va
riatione, scusarla quanto al padrone per tutte le vie et mezzi
possibili, et nondimeno justificarsi nel particolar suo di non haver
fatto continuo officio, nè esser stato ministro di alcuno inganno.
36
"
LA NUNZIATURA VENETA
Per una conclusione generale non sperar mai troppo di quelli
con chi s'ha da negociare, anche disperarsi mai del tutto di
loro per cosa veruna, perciocchè facilmente si mutano le cose
et gli animi secondo le occorrenze, e spesse volte quel che pa
reva impossibile ad un tempo, doppo divien molto facile ad un
altro, et così al contrario.
Tutti questi ricordi son generali ad ogni occorrenza circa le
cose che s'hanno a trattar nei paesi dove si negocierà; ma dei
modi che s' hanno a tenere col padrone, nonse ne parla, perciò
che chi è sul far de le facende, meglio le può conoscere per sè
stesso. Deve però sempre haver riguardo a quello di non scri
verli cosa alcuna per certa di quelli con chi si negotia, che non
si habbia testimonio di lettere o di uomini, ai quali il padrone
presti fede ; perciò che molte volte la variatione loro potrebbe
causar sdegno et mala opinione al padrone, et quando mai non
si havesse sospetto di fedeltà, si haverebbe sinistra opinione di
leggierezza o di poca providenza : però sempre sarà laudato di
far più che non scrive, e dar buona speranza dov'è espediente
prima che dar la cosa per ferma. È ancora molto necessario di
haver persone fidate non solo appresso il padrone, ma etiandio
appresso gli altri, che possono ajutare et nuocere, per mezzo
delli quali s' intenda spesso ogni cosa, anchora che paia volgare;
et inoltre che magnifichino l'attioni di chi negotii non meno verso
i grandi et cortigiani del padrone proprio che verso di lui, et
anco si studii di far scrivere per diverse vie et da huomini che
non paiano pratticati al padrone et ad altri che gli sono intorno
a questa sostanza, laudando l'industria, la destrezza et la fatica,
et sopra tutto faccia che il padrone intenda che il Ministro è
grato alla Corte, et all'incontro che la Corte conosca ch'egli è
grato al padrone, et a questo giova molto l'haver spesse lettere
et nuove da esso, a che bisogna haver huomini solleciti et amo
revoli appresso di lui. „
Queste erano le industrie diplomatiche usate e suggerite comu
nemente nel secolo XVI agli agenti esteri delle corti d'Europa;
la progredita civiltà e l'uso continuo delle relazioni vicendevoli,
le nuove istituzioni politiche avranno senza dubbio reso assai più
raffinata, scaltra ed efficace questa scuola di armeggio e d'osser
vazione, più sagaci ed industri gli avvedimenti dell'arte di gover
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
37
nare, più severa ed inesorabile la ragione di Stato, e tre secoli
non saranno trascorsi pegli usi diplomatici senza un progresso.
Il carteggio di monsignor Cusani andò in gran parte disperso ;
e degli anni dal 1701 al 1704 vi sono appena pochissimi fogli di
epoche lontane, che non possono mettere alcuna luce sulle cose
d'allora; poco v'ha dell'anno IV di quel secolo, ma completa
sembra la corrispondenza degli ultimi diciotto mesi della Nun
ziatura. Lasciai quindi in disparte quanto è anteriore al 1704 ed
estraneo ai fatti politici, come cose di assai poco interesse al let
tore ed alla storia di quel periodo agitato; e quantunque i primi
dispacci siano alquanto sconnessi ed interrotti, col 1705 ha prin
cipiouna relazione fedele e continua degli avvenimenti sinoa tutto
il giugno 1706, allorchè il Nunzio si licenzio dal Senato Veneto
per lasciar luogo al piacentino Anguissola. E poichè la perfetta
cognizion del passato riesce a migliore insegnamento dell'avvenire,
perciò confido che questa corrispondenza ufficiale, come docu
menti autentici di storia moderna delle fazioni guerresche di Lom
bardia in quell'epoca, avrà ad occupare nel lettore quel grado
d' importanza che ad essa si conviene.
16 FEBBRAIO 1704.
A. D. C.
Il signor Duca di Mantova va unendo tutte le scritture spettanti
al principato di Bozolo, et essendogli stato supposto che nella cancel
leria di questa nunziatura vi possa essere qualche instromento con
cernente alcuni effetti feudali del medesimo Principato, nelle scritture
che qui furono trasportateper la soppressione dei PP. delle Gratie di
Brescia, mi ha fatto ricercare dal suo ministro perchè voglia farlo ri
cercare e concederglielo. Io veramente quantunque ne habbia ordinato
le diligenze, intanto che si ritrovi, io non stimo rilasciarglielo senza gli
ordini precisi di V. E.; gliene prevengo il raguaglio con supplicarla
accennarmi come debba contenermi, non sapendo a qual mottivo detto
signor Duca possa valersene, onde mi è necessario il sentimento del
l'E. V., alla quale fo profondissimo inchino.
STATO
ADÌ DETTо.
Per la facilità che presentemente incontrano questi signori in ogni
loro interesse con la corte di Vienna, hanno di nuovo ravvivato l'af
STATO
38
LA NUNZIATURA VENETA.
fare dell'imposta del soldo sopra ogni lettera, come pezzo fa accennai
a V. E. rispetto a quelle riguardanti per ora le poste imperiali.
A questo effetto hanno commesso al signor loro ambasciatore a
quella corte di procurarne colà la permissione, e sperano per l'intiero
di conseguire aloro favore l'intento et ordini a questo signor ambascia
tore cesareo di lasciarlo esigere a tenore di quelle di questo Stato; e
se ciò seguisse, subito si riprenderà la medesima pretensione sopra le
lettere delli corrieri dello Stato ecclesiastico, e quantunque debba cre
dere che in tal caso prima se ne farà qualche passo con nostro Si
gnore, e tenendo già li ordini per regolarmi, niente di meno stimo di
renderla avertita di quanto occorre. Per essere sempre meglio munito
degli ordinidi V. E., supplico compartirmi l'onore de' suoi stimatissi
mi comandi e sentimenti, all'evvento che si pretendesse l'essazione di
tale imposta, e le fo profondissimo inchino.
STATO
16 FEBBRARO.
Signor card. Paolucci.
Attese le notitie e relationi di Ulma e Ratisbona delli mali che cor
revano, la città di Spruch ha dato ordinazioni di mettere a' confini dello
stato di Bolzano et altri li restellicon proibitione di admettere viandanti
di quel paese, così di fermare le mercantie et impedito il comercio.
Questo tribunale della Sanità per tale notitia sta con della gelosia; at
teso però la guerra in quelle parti, credendo che non venghino per
sone, non ha fatto alcuna risolutione stimandosi anche coperti e difesi
dalle diligenze et attentione che praticano ora in Ispruch, bensì per le
mercantie che vengono di là, saranno con diligenza fermate sino a che
habbino nuove notitie; frattanto è stato scritto in stati vicini per pren
der norma di quello farano. Di ciò che seguirà, ne porterò all'E. V. il
dovuto rincontro, e con quell'attentione che richiede la materia.
STATO- 1 MARZO.
In ubbidienza a' stimatissimi comandi di V. E., prontamente jeri mat
tina diedi premuroso impulso a questi signori per gli ordini da darsi
tanto al vecchio che alnuovo signor ambasciatore loro in Londra, per
chè con tutta l'efficacia maggiore prenda l'assistenza degli interessi
de' Cattolici d'Irlanda presso la regenzad'Inghilterra, e favorisca di più
tutte le convenienze della religione. Con tale incontro ho pure repli
cate le istanze per li Cristiani d'Albania,perchè anch'essi siano assistiti
con validi ufficij del signor bailopresso la Porta, e da qualche rincontro
ho loco di credere che ne si inogiàstati dati ieri sera gli ordini da In
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
39
ghilterra, come altresì saranno comessi a' loro ministri alla Porta per
li Albanesi. Si attrovano qui molti sacerdoti irlandesi che cercano d'im
barcarsi per quella parte, e di già ne sono partiti alcuni, mancando
ancora l'imbarco per gli altri. Sin ora non mi sono state rese le rispo
ste, che subito umiglierò a V. E., alla quale fo profondissimo inchino.
STATO
1 MARZO.
Dapiùparti, cioè da Ratisbona, Lindo, Augusta, Svizzeri e daUlma
stessa, ove era qualche dubbio di male, come accennai con altre mie a
V. E., si ha la certa notizia che sia totalmente cessato, non da altro
provenuto, che da gravi patimenti sofferti da quelle truppe, che si
erano rese quasi tutte inferme, e il timore concepitosi da ciò che era
stato praticato nel Tirolo per il male di Ulma et altri loghi di quelle
parti è svanito, colle lettere di questa settimana sentendosi per più
parti essere cessato in Ulma come in Ratisbona, e ciò viene confer
mato da più parti.
Il Magistrato della Sanità di Milano ha di già revocati tutti gli
ordini dati a' confini per ogni buona precauzione, et anche questo per
mette ora che siano introdotte et aperte le mercanzie tenute sin ora
in sospeso stante il dubbio sudetto, benchè ancora non si sia dato
principio, stante labrevitàdel tempo. Con tale raguaglio che umiglio
aV. E., adempisco a' miei doveri in tale proposito, e con la rasse
gnazione del costantemio ossequio fo all'E. V. profondissimo inchino.
STATO
ADÌ DETTо.
Per le diligenze sin ora fatte in questa cancelleria della Nunziatnra
nonsi è ritrovata scrittura alcuna spettante al principato di Bozolo, se
condo la ricerca che mi fece il signor residente del signor duca di
Mantova. Non si sono però ancora riconosciute interamente le me
deme, incui forsi sipotrebbe dare vi fusse qualche cosa. Nelle terre
godute dal fu signor principe di Bozolo vi sono alcuni beni feudali che
si riconoscono con investitura della badia di s. Benedetto di Leno, che
era dei PP. delle Gratie diBrescia sopressi da Clemente nono, le di
cui scritture furono trasportate secondo il solito in questa cancelleria
della Nunziatura; et il desiderio di S. A. è di ritrovare un instrumento
di investitura conceduta al duca Ludovico di Mantova nel 1465 di
questi beni, rogato dal notaro di Brescia Stefano Loreno. In questo
solo consiste la ricerca del signor duca stesso, e se si ritroverà, ne
sarà con le prime avisata V. E. per rivevere i di lei ordini. Intanto
confermandole il mio sommo rispetto le fo profondissimo inchino.
40
LA NUNZIATURA VENETA
STATO
8MARZO.
Sono state staccate dal signor duca di Vandomo da diverse parti
24 compagnie di granatieri con ordine di avanzarsi verso il campo di
s. Benedetto, al quale quest'ora in parte saranno giunte, et il rimanente
puoco tarderà a pervenirvi. Anche tutti quelli che erano nella città di
Cremona, hanno avuto il medesimo comando, e questo numero di truppe
unite alle altre, come anche le disposizioni del signor Gran Priore, che
aveva già fatti imbarcare li attrezzi militari levati da Mantova, che si
accennorono con le decorse, e che aveva in pronto anche un gran nu
mero di guastadori, fa concepire qualche intrapresa non pensata, che
ora pare quella di Revere, mentre tutti i movimenti sono diretti a
quella parte. I molti posti che hanno gli Alemani da guardare, sono il
mottivo della loro debolezza in ogni uno di essi, e si crede che le mire
de'medesimi siano che venendo attaccati a Revere stesso, e non poten
dolo sostenere, di ritirarsi intieramente ad Ostiglia, quando non pensas
sero di avvanzarsi nel Piemonte per unirsi agl'altri, il che sarà per ora
dificile. Vengono sempre accresciuti da qualche puoca gente, calando
ora quella che s'era radunata a Trieste verso la Mesola.
Si discorreva che il signor Conte di Starembergh potesse fare ri
torno a questo campo, ad effetto di riconoscere tutto il bisogno e dare
gli ordini maggiori. Adesso quelli di Revere et Ostiglia impediscono il
trasporto del sale nello stato di Milano, quantunque vi sia il concer
tato tra li generali di ambe le armate, e trattengono tutte le barche
passano sul Po, tanto con passaporti, quanto senza. Gli altri del Pie
monte continuano le scorrerie nelNovarese e nella Lomellina congravi
danni, e per impedirle aveva il signor duca di Vandomo fatti passare
3 mila uomini la Sesia per essigere nello stesso modo le contribuzioni
dai luoghi del Vercellese, con trasportare anche gli ostaggi, secondo
pratticano gli Alemani stessi in caso di renitenza.
Erano questi marchiati versoMontechiaro per scacciarne li Francesi,
e con tale acquisto interrompere la communicazione tra Casale et
Asti. Non gli è però riescito il tentativo per essere stati prevenuti dal
signor duca di Vandomo, quale doppo avere riconosciute le restanti
piazze, si era restituito a Casale stesso, da dovenon era ancora partito
il signorduca di Mantova perMilano, come fu esposto. Sono stati licen
ziati dal lavoro del cordone li guastadori che vi travagliavano intorno,
essendo sino al presente arrivato alla vista di Vespolato, e si crede che
la sospensione sia provenuta dai cattivi tempi, checolà corrono. In Alba
si continuava a far nuovi magazini e riempirli per servizio dell'armata
imperiale, e da Milano si sente che per ordine di quel governo siano
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
41
stati sequestrati tutti i fieni di Ghiara d'Adda pure per servizio della
cavalleria francese. È seguito anche il cambio de'Spagnuoli fatti pri
gionieri alla Stradella con il signor conte Sartirana con altrettanti Ale
mani. Con qualche lettera di Inghilterra si è inteso, che alli 14 del
decorso fusse novamente seguita l'imbarcazione dell'arciduca verso
Portogallo, ma se ne attende maggior conferma.
STATO
21 GIUGNO.2
Per straordinario ebbe ieri sera questo signor segretario dell' am
basciata di Spagna la nuova dal signor principe governatore di Mi
lano della resa alle armi di Francia anche del castello di Susa, seguita
li 12 corrente al far del giorno, conordinedi parteciparla al publico,
comeha esseguito questa mattina, essendosi presentato al collegio con
la notizia di tal successo, che viene considerato di gran conseguenza
alle armi delle due Corone. Humilierò il seguito a V. E. di quanto oc
corre per debito chemi si deve, e le fo profondissimo inchino.
STATO
28 GIUGNO.
Accennai a V. S. in mia lettera di notizie delli 21 maggio decorso
la rappresaglia fatta da galere napolitane in questo golfo d'un basti
mento proveniente da Durazzo con aver trattenuti due Turchi che v'e
rano sopra, a causa di che s'erano quitenute consulte per dare rimedio
all' inconveniente. Ora avendo il signor vicerè di Napoli all' istanze del
publico ordinato che siano rilasciati li Turchi, e restituite tutte le robbe
che sono di ragione de'mercanti di quella piazza, ha questo signor
segretario dell'Ambasciata di Spagna con formalità partecipata la no
titia di tali ordini al Collegio, con rimostrarli i sentimenti di stima del si
gnor vicerè, e gl'ordini dati acciò nell'avvenire non seguano simili at
tentati. Dal publico è stato molto gradita l'opera del signor vicerè, e
con termini cortesi è stato risposto al signor segretario suddetto. Tal
notizia, come creduta dame degna della cognizione di V. E., ho vo
luto umigliargliela, e le fo profondissimo inchino.
STATO
28 GIUGNO.
Li corrieri di Bologna e Ferrara che vengono a Venetia, vengono
con unabarca, colla quale oltre alla valigia delle lettere trasportano
passaggieri e mercanti, e di queste portano le loro bolette levate da
dove partono, e al giungere dentro le lagune vengono riconosciute da
chi ne ha l'incombenza; quasi sempre sono anche ricercate da sbirri
*Manca tutta la corrispondenza dal marzo al giugno.
42
LA NUNZIATURA VENETA
per riconoscere se vi sono contrabbandi, et arrivati alla posta, vanno
con li ricapiti a farli riconoscere per quello riguardano le mercantie
e la valigia delle lettere; però hanno il libero accesso senza essere
toccate, mentre le medesime non contengono altro che le lettere, et io
vi ho insistito anche particolarmente per togliere ogni disordine; delle
volte bensì usano alcorriere strapazzi fori d'ogni dovere, tanto nell'an
dare che nel venire, con il motivo di riconoscerle, trattenendole, rove
sciandoli sottosopra le robbe et altri modi improprii, per il che li mi
nistri delle poste sudette se ne querelano, e si va rimediando secondo
il bisogno. Questo è ciò che succede intorno a quanto V. E. mi ri
chiede, con che mi persuado di havere adempito a' suoi riveriti co
mandi etc.
26 LUGLIO.
Per compimento delle dimostrazioni di gioia fatte da questo signor
ambasciatore di Francia per la nascita del duca di Bertagna, fece lu
nedì scorso cantare una solenne messa col Tedeum, alla quale invitò
tutti i ministri e diversa altra nobiltà, essendovi anch'io intervenuto
privatamente e in luogo aparte; diede nella stessa mattina da pranzo,
al quale parimenti volle la mia persona. Terminò alla sera il festeg
giamento conuna serenata fatta dinanzi il di lui palazzo, dove fu pre
sente particolarmente invitatovi il ministro dellaPorta,che complimentd
li altri ministri e le signore ambasciatrici, e fu da me sempre sfugito
osservandolo solo in disparte, che traveduto dal medemo e richiesto chi
ero, m'inchinò con grande rispetto. L'essersi veduto più volte detto Mi
nistro della Porta con il sopradetto signor ambasciatore di Francia ha
datomottivo di particolare osservazione a questi signori,che se ne sono
pure formalizzati; per il che dal non essersi visto col signor amba
sciatore dell' Imperatore e per iscoprire qualche cosa è stato visitato
dal signor cavaliere Erizo, che lo richiese se averia fatto tal compli
mento, anzi gli andò insinuando che gli conveniva di farlo, trattandosi
d'un ministro di principe amico della Porta, e di un signore di tutte le
parti, ma conpuoco frutto, mentre le insinuazioni sinora non sonovalse
amoverlo, e per quello sento, persiste di non volerlo vedere. Dalle
apparenze, e da quanto si dice bisogna sia un sogetto molto accorto.
Ha mostrato ancor esso ammirazione dell'improvvisa partenza del si
gnor ambasciatore di Francia, et ha voluto essere dal medesimo in
formato del mottivo. Di tutto ne fo il ragguaglio a V. E., alla quale
mi umiglio in profondissimo inchino.
STATO
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
......
43
Martedì mattina questo signor ambasciatore di Francia fu a con
gedarsi dal pubblico per essere terminata la sua ambasciata, e per ve
nire particolarmente chiamato dal re suo signore. Il giovedì poi fu
richiamato in Collegio a ricevere le risposte alla lettera reale, che
gli presentò, e questa mattina gli è stato mandato il solito regalo.
Ha già compito quasi con tutti li ministri, mostrando molta premura
di sollecitamente mettersi in viaggio. Dimani io corrisponderò con il
medemo con gli atti soliti di civiltà e complimento, rendendoli la
visita, e non lascierò di adempire a tutto ciò che è di convenienza.
Intanto le sottopongo la mia venerazione, e le fo profondissimo in
chino.
23 AGOSTO.
Sono di molto puoco riglievo in questo ordinario le nuove del Pie
monte, mentre doppo essere decampati li Francesi da Vercelli, e por
tatisi a s. Germano, ivi fecero alto, senza aver intrapresa altra mossa,
onde non si sa penetrare il mottivo. Ancora è incerto, benchè però
universalmente si creda che la prima operazione sarà sopra di Ver
rua, tuttochè quella fortezza abbia la communicazione col campo savo
iardo di Crescentino, dal quale il signor duca di Savoia aveva stac
cata buona parte di cavalleria con averla postata di là dalla Dora
Baltea, per contrastare al possibile ai Francesi il passaggio di quel
fiume, quando avessero la mira di avvanzarsi verso Torino; ben è
vero che se meditasse il signor duca di Vandomo di far marchiare le
sue truppe a quella parte, si suppone che S. A. Reale non abbia forze
di poterglielo contrastare. Il signor duca della Fogliada è stato rin
forzato di 1500 fanti et altritanti cavalli, et ora sta col suo campo a
Raconigi. Anche il signor Albergati ha avuto del rinforzo, et ora solo
si attende a quale impresa saranno per accingersi. Al possibile si va
sollecitando lademolizionedelle fortificazioni di Vercelli, e vi saranno
impiegati altri guastadori per farla con più premura. Gran quan
tità di carri sono stati ancora ordinati nel Milanese per trasportare li
canoni, monizioni et altro da Vercelli in varii altri luoghi, e sono stati
pure comandati dal signor duca di Vandomo tutti li bombardieri di
Casale, perchè si portino al campo. Sono usciti anche da Vercelli
stesso 400 prigionieri piemontesi tra convalescenti e risanati, che sono
stati incamminati alla volta di Milano, sentendosi che li primi usciti
siano già stati imbarcati a Genova alla volta della Provenza.
Il generale Leininghen ha avuto replicati ordini di rientrare nel
44
LA NUNZIATURA VENETA
Veronese, ma egli non l'ha mai voluto eseguire, se prima non aveva
tutte le assistenze di gente e denaro.
Lo stesso signor generale ha dimandato licenza per lasciar il co
mando.
Una partita de' medesimi va scorrendo verso il Mantovano, e di là
dall'Adice.
Li Francesi hanno riunito tutte le truppe all'Isola della Scala, che
avevano diramate in varii luoghi della campagna veronese, e si crede
che poi tutto il grosso possa attirarsi di qua dal Mincio verso Goito.
Il regimento di Monferrato che si trovava in Mantova, l'hanno fatto
uscire, e postare ai due castelli senza sapersene per qual effetto. Il
signor Gran Priore stava alquanto incomodato da febre.
STATO
30 AGOSTO.
Domenica al tardi fu trattenuto a s. Martino di Verona da una
partita di Alemani il corriere ordinario, che partito di qui andava a
Milano con le lettere e dispacci secondo il solito. Gli fu levato quanto
aveva, doppo di che fu messo in libertà, non avendogli restituito che
il solo dispaccio di questo pubblico per il loro Ressidente colà, però
aperto e riconosciuto, rimasti gli altri con tutte le lettere presso i
Tedeschi sudetti. Fra essi vi era il solito piego di monsignor Nunzio
in Lucerna, che si manda per detto corriere sino a Bergamo, e di là
si trasmette poi a Lucerna, e se bene era con la direzione publica,
quello tuttavia non è stato restituito. Avvertito che sono stato, ne ho
fatte le doglianze con questo signor ambasciatore, rimostrandoli l'im
proprietà e l'aperta violenza che si usava contro della fede pubblica et
interessi della Sede Apostolica; ha promesso di scriverne, che credo
però saria senza profitto, non solo perchè non sarà più in essere il
piego, come perchè egli deve partire, per quanto sento, nell'entrante
settimana.
L'arresto del sudetto corriere si crede sii procurato dal essersi inge
losito per l'improviso agiustamento seguito con la Corte di Francia,
ricercando qualche scusa sopra di esso. Questa sera ne do l'avviso a
monsignore sudetto, acciò sia inteso della mancanza del detto piego, e
nello stesso tempo ne umiglio il raguaglio anche a V. E., perchè mi
persuado, vorrà fargliene tenere un dupplicato; non si sa che ne siano
state fatte doglianze dal publico,quando ciò non sii seguito con li ge
nerali. Quando occorra qualche cosadi più, ne terrò raguagliata V. E ,
alla quale fo profondissimo inchino.
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
STATO
13 SETTEMBRE.
45
Oltre l'acquisto del ponte, che fecero le truppe francesi, come si
accennd, per rendersi più facile l'impresa d' Invrea, si sono anche resi
padroni dell' importante posto dei Cappuccini, benchè con non puoco
contrasto e con molto spargimento di sangue, mentre li difensori, riso
lutidi conservarlo a tutto loro potere, fecero una difesa non ordinaria.
Continua intanto l'assedio, che si prevede non terminarà così presto,
perchè superate anche le palizzate, alle quali sono in puoca distanza,
vi restano tuttavia altri fortini con il castello, godendo del vantaggio
di avere ancora la strada aperta della valle d'Avosta, per la quale
può venire rinforzato il presidio, e può anche senza difficoltà ritirarsi,
quandoveda impossibile il resistere a lungo. Giocano però contro della
piazza cinque batterie di canone che tirano in breccia, e due altre da
bombe. Le malatie del campo francese sono tuttavia in gran numero;
ma sentendosi che nell'accampamento di Crescentino non siano infe
riori, con morte di molti, non si crede che possa fare il signor duca di
Savoia verun attentato. Ha però detto signor duca comandato ai po
poli del Biellese di prendere le armi per infestare le truppe francesi,
onde il signor duca di Vandomo è stato obligato far avvanzare a quella
volta lamaggior parte dellasua cavalleria per tenerli in freno; le truppe
del signorduca della Fogliada, avvanzate a Racconigi e Cavallermag
giore, hanno battuto 800 uomini del marchese di Parella verso Cavor
conlamorte di circa 400. Il signor duca di Savoia aveva destinato a
morte il governatore che fu di Susa, per la resa di quel castello, ma
all' istanze del signor generale Starembergh gli hamutato la sentenza
in prigionia perpetua. Si sente che resti sospesala demolizione del re
cinto interiore della piazza di Vercelli, bensì fatti li fornelli a' baloardi
per dar fine all'opera. In Milano si va preparando quel palazzo ducale
per ricevere il signor duca di Mantova con la sposa, che vien detto
partiranno da Parigi dentro di questo mese,tenendo il signor duca la
strada di terra, e la Principessa con la madre e sorella quella di mare
sino a Genova.
Essendo stata datalamarchia ad alcune truppe daVerona a Brescia,
questo ben dimostra che gl'Alemani possono calare per quella parte,
sentendosi che possano essere in moto, et avvanzandosi verso Ala di
Trento, si crede possano tenere aponto la strada del Bresciano, tutto
chè non avendo ancora il rinforzo, pare di puoca sussistenza la voce
checorre.3
*Dopo questo non v'hanno altri dispacci del 1704.
46
LA NUNZIATURA VENETA
3 GENNARO 1705.
Staccatisi da Soncino 2500 cavalli e 500 granatieri francesi co
mandati dal signor generale conte Medani, si presentarono sabbato
della decorsa a Palazzolo, luogo di questo dominio, ove fecero istanza
d'essere ricevuti. Fu loro denegato l'ingresso, ma risoluti d'impadro
nirsene principiarono con le granate a far fuoco, e sebbene dal pre
sidio numeroso di 400 uomini fu corrisposto con pari ardore, final
mente con la morte di diversi d' ambe le parti convenne cedere il
luogo ai Francesi, l'occupazione del quale farà provare maggiore pe
nuria agli Alemani de' foraggi; e questi avutone l'avviso tennero un
consiglio di guerra, e dopo diedero principio ad estendersi sopra la
dritta, avanzandosi verso Sale et Ospedaletto. Il picciol corpo di Te
deschi che andava girando, ultimamente n'è veduto in vicinanza di
Vicenza. Altro tentativo hanno fatto i Francesi suddetti per impadro
nirsi parimenti di Lonate e Roato, che non gli riuscì, ma però non
li perdono di mira, quantunque vi sia un numeroso presidio; ma non
avendo i luoghi fortificazioni sufficienti a difendersi, si considera an
che non troppo difficile qualche intrusione.
Al suddetto luogo di Roato chiesero 150 carra di fieno, doppo di
che ritornarono a' loro quartieri. Bensì sono entrati nella rocca di
Sarmione sul lago, e tutte queste loro operazioni non tendono ad al
tro, che a restringere la sussistenza a' nemici et occupare i siti più
vantaggiosi per coprire lo stato di Milano, prevedendo anche questi
signori, che insensibilmente verranno occupati tutti i luoghi migliori.
Imedesimi signori hanno spedito il governatore di Verona Aisler ne'
Svizzeri con disposizione di levare qualche numero di quelle truppe.
Non so però se troveranno facilità di effettuarla per il grosso sborso
che richiedono, o per altri motivi; continuano gli Alemani ne'soliti
loro foraggi, avendone ultimamente fatto uno verso Travagliato e nella
stessa terra, con asporto di 300 carra di fieno,che furono scortati da
3 mila cavalli e 500 fanti. Ne' quartieri di Gavardo e Salò provano
pure simile penuriaper essere quelli frontegiati da' Francesi, che sono
in Desenzano e luoghi vicini, non essendo inferiore quella che risen
tono dalla parte de' monti. I Francesi fortificano Sarmione con dise
gno anche di occupare Lazise, e fanno grandi ammassi di treni a Ca
stiglione, Soncino e Calzo sopra dell'Oglio, senza riguardo a spesa,
sentendosi che nel Cremasco facciano il simile, benchè non si traspiri
a quale oggetto, e che un corpo delle truppe della Fogliada si avan
zasse ad unirsi al corpo del duca di Vandomo, il che se seguisse ve
rebbe di molto a rinforzarsi. Però per ogni buona precauzione conti
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
47
nua il signor generale Molino a far fortificare Chiari, sopra del quale
avevano parimenti i Francesi delle mire con farvi costruire un gran
parapetto sopra li terrapieni di quel luogo, ad effetto che possa resi
stere al canone, et al presente v'è un presidio numeroso di 400 fanti
veterani e di 600 cernide, non mancando esso signor generale di tutte
le necessarie provisioni, quantunque convenga poi cedere alla forza.
Il Consiglio che si trovava qui ha poi accettata anche una picciola
somma di 50 mille ducati con dare in pegno 200 barili di argento
vivo, e ne è stata spedita staffetta a Vienna per l'approvazione. Vi
sono 3 reggimenti di cavalleria in Mantova e furono levate l'infan
terie. In proposito di sanità non ho di aggiungere a V. E.di più del
l'accennatogli con le decorse,se non che questo magistrato aveva inteso
che il male s'andava estendendo anche nella Boemia, ma poi la noti
zia non s'è verificata, anzi si è saputo che in quelle parti et in altre
dell'imperio si usano delle diligenze e precauzioni per preservarsi e
tenerlo lontano, che è quanto m'accade accennare a V. E., alla quale
fo profondissimo inchino.
Il rigore maggiore si usa per le mercantie della Slesia e Moravia,
per le quali sono escluse irremisibilmente.
9 GENNARO.
Leopoldus
Quandoquidem certa ad Nos pervenerit notitia, non solum in Po
lonia Lembergi pestilentialem luem, per quam violenter grassari, ve
rum etiam eamdem per Moscos in Saxoniam per Judaeum Polonum
autem ulterius fuisse translatam,itaut obmetuendum sit ne hocce ma
lum, si proficiscentes et illic venientes extranei non accuratissime ob
serventur, ac omnes in similibus occasionibus necessariae dispositiones
adhibeantur, in provinciis nostris haereditariis invalescat ; ea propter
vobis omnibus clementissime et perquam serio demandamus, quatenus
hoc inpassu omni aquisita praecautione uti, et ubi apud vos vel in
aliis vicinis locis aliquis periculosus ac inficiens morbus proserperet,
illud statim nostro regimini inferioris Austriae notum facere; praeterea
omnes ac principaliter apud vos advenientes, atque ulterius proficisci
cupientes Polonos, Moscos et Saxones, tam Christianos quam Judaeos
retinendo examinare, et casu quo e vicinitate locorum contagiosorum
sine commeatu et sufficientibus salvi passus literis advenirent, eosdem
ulterius transire nullatenus permittere, ac verum statum praefato no
stro regimini Inferioris Austriae confestim significare debeatis.
48
LA NUNZIATURA VENETA
STATO
10 GENNARO.
Questo signor conte Cremona residente del signor duca di Mantova
fu mercoledì mattina nell'eccellentissimo Collegio a dargli parte, che
il signor duca suo signore era pure stato graziato dalla maestà del re
cattolico dell'onore di generalissimo delle sue armi in Italia, come
consimilmente fu pezzo fa dichiarato dalla maestà del re di Francia.
Detta notizia esso signor residente ha parimenti partecipato a me con
il di più, che l'essersi più volte Sua Altezza portata al campo del
signor duca di Vandomo, non era stato ad altro effetto, se non per
concertare unitamente il modo di poterne egli fare la figura con dare
questa distintione, ma però il comando restarà interamente al suddetto
signor di Vandomo. Tutto partecipo a V. E. in continuazione del mio
debito, e lo fo profondissimo inchino.
STATO
A DÌ DETTо.
Subito giunto qui il cavalier Sassone signor di..., et avvertito da
altro cavalier suo amico, ch'io avevo lettere per lui, egli prontamente
è stato a favorirmi e doppo resagli la lettera da V. E. trasmessami, da
sè mi partecipò le clementissime grazie riportate costi dalla Santità
di Nostro Signore, in ordine alle quali gli toccai io il dipiù che V. E.
si era degnata soggerirmi, con aver usato verso del cavaliere tutte le
possibili finezze e connivenze. In discorso ebbe a dirmi che pensava
nella prossima quadragesima fare ritorno costi, sopra di che non mi
estesi per attendere i sentimenti di V. E. in tal proposito, come con
le decorse ne la supplicai. Si è espresso di voler essere altre volte a
favorirmi, et io sempre più lo animerò con quella distinzione e riguardo
che si doverà, per maggiormente disponerlo e confermarlo della sua
intenzione di abracciare la nostra santa fede. Partecipo a V. E. il se
guito e le fo profondissimo inchino.
STATO
10 GENNARO.
Neanche in questa settimana il Magistrato della sanità ha avuto
particolari riscontri del male già più volte accennato, benchè per al
tro si dica che si vadadiminuendo,ma si suppone che per effetto della
stagione resti da questa mortificato, ma non da fidarsene. Si continua
però con rigore nelle avvisate precauzioni. Rispetto poi alle malattie
che regnavano in Sald, sentesi essere quelle quasi intieramente cessa
te, onde parimenti è cessata l'aprensione che si era in parte conce
pita. Continuarò a tenere ragguagliata V. E.di tutto quello occorrerà
in tal proposito, ed intanto le fo profondissimo inchino.
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
49
10 GENNARO.
Non ostante il seguito successo che accennai con le decorse, nelle
trincere sotto Verrua si sono riprese le operazioni contro d'essa piazza
con ogni maggior fervore,sentendosi che il signor duca di Vandomo
ne voglia fare ad ogni costo l'acquisto. Sono state rimesse prontamente
le batterie per essere state malamente inchiodate dagl' Alemani e
con puoco profitto nel fatto suddetto, e tormentano incessantemente la
fortezza, che ha già più breccie e molto larghe; anzi detto signor
duca di Vandomo fa trasportare all'assedio altri 15 pezzi d'artiglieria,
per fare tutto il possibile sforzo e terminare quell'impresa. L'armata
è stata rinforzata da quantità d'infanteria che si trovava di guarnigio
ne nelle piazze, ed in sua vece sono state comandate le milizie; così
pure tutti li granatieri che servono all'armata del signor Gran Priore,
sono stati spediti a quella volta, e già buona parte de'medesimi erano
passati da Vercelli, parendo che le disposizioni siano di formare un'ar
mata, e tentare l'assalto del campo di Crescentino nell'atto stesso, che
si pensa anche darlo alla fortezza. Si sente anche che il duca della
Fogliada sia stato rinforzato di 10 mila uomini, e che siasi già incam
minato verso il Piemonte per calare dall'altra parte, e prendere in
mezzo il campo del signor duca di Savoia, ma tale notizia non viene
intieramente creduta. Il tentativo fatto dal signor duca di Savoia, ben
chè non habbia potuto conseguire interamente quello che s'era pre
fisso, tuttavia pretende d'avere acquistato un po'più di tempo, che do
vevanspendere gli difensori nei lavori; l'opinione però è che la piazza
si possa diffendere per tutto questo mese, durante il quale se averà
socorso potrà stare. Era già stato concertato il cambio del generale
Vaubanconmonsignor Schartagne, direttore della infanteria francese,
stato fatto prigioniere nel detto fatto delle trinciere; ma perchè aveva
rilevate molte ferite, dalle quali poi è morto, resta ancora detto ge
nerale Vauban prigioniere in Casale sin ad altra congiuntura.
Una partita de' Tedeschi di quelli che vagavano per questo Stato,
s'è avanzata sino a Treviso ad effetto di scortare diversi capi d'ani
mali, che venivano dalla Carintia sino al loro campo.
Il marchese Maffei veronese loro suddito che semina barriere fan le
pratiche per averlo.
Tutta la cavalleria gallispana va unendosi verso la città di Trino, e
si sta in attenzione di quello sia per operare. Da quest'altra parte
sussistono li Francesi in Palazolo, con aver fatta istanza di volere an
che la rocca presidiata damilizie venete, dalle quali gli è stata data la
negativa; così si mantengono nelli altri luoghi, essendosi estesi lungo
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
4
50
LA NUNZIATURA VENETA
l'Oglio alla destra di detto fiume sino al lago d'Iseo, tenendo pure
occupato Caleppio e Sarnico, essendo questo ultimo luogo alla sbocca
tura dell'Oglio.
Non si sono scordati dei soliti loro foraggi, avendone fatto due, l'uno
a Cucai e l'altro a Castagnedolo, con avere condotti seco 200 carri
per non defatigare li loro cavalli.
Hanno sorpreso alla Mirandoletta,5 miglia distante da Palazzolo, un
ammasso di farine per conto delli Alemani, e quelle asportate in si
curezza a Soncino; così pure s'erano portati a Liattico per fare altra
rapresaglia di pani e farine pure de' Tedeschi, ma non si sa il seguito;
delli Alemani puoco se ne discorre come se non vi fussero, e se non
venissero astretti dalla penuria de' foraggi, che gli obbliga procurarse
gli ove ne trovano,non si sentirebbe verun loro movimento, standosene
nei quartieri senza agire. Publicano però, che rinforzati si moveranno,
ma il rinforzo non si sente vicino, ne vi è veruna presentanea dispo
sizione di tappe per lo stesso. Che è quanto etc.
13 GENNARO.
Le notizie che si hanno dal campo sotto Verrua, confermano la di
sposizione del signor duca di Vandomo di fare in uno stesso tempo
attaccare il campo savoiardo e tedesco di Crescentino da due parti,
e dar l'assalto alla fortezza, nel qual caso quando il tentativo gli
riesca favorevole, può sperare l'acquisto della piazza. Intanto continua
ad unire tutto il bisognevole a tale effetto, essendosi molto bene rin
forzata di gente l'armata di 18 compagnie, e facendo trasportare al
campo molti canoni,che erano pezzo fa stati sbarcati a san Pier d'A
rena, e se si verifica, come molti vogliono e da altri vien scritto, che
il duca della Fogliada con 8 in 10 mila uomini per la valle d'Aosta
sia calati, et ora si trovi in puoca distanza, potrebbe facilitarne la
resa. Si sente che sia stato fatto un tentativo per rompere il ponte
di communicazione, e che parimente sia stato investito il forte posto
alla testa del medesimo ponte, ma con puocoprofitto, per essere stati
obbligati gli agressori a ritirarsi con qualche perdita, stando il signor
duca di Savoia fisso nella risoluzione di volere ad ogni costo mante
nere la piazza, sotto la quale ha fatto caricare delle gran mine, e pre
sentemente si è rinforzato anch'esso d'alcune genti levate da' suoi
presidj, ed in parte levate di nuovo, che serviranno anche di gran
contrasto, quando venga investito detto campo di Crescentino.
Le notizie poi dell'altre armate esistenti sul Bressiano consistono in
che gli Francesi siano anche entrati nella rocca di Palazzolo per es
sersi il presidio ritirato dalle medesime, e che con un grosso stacca
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
51
mento siano anche entrati nella terra di s. Eufemia, da dove hanno
asportati molti grani e farine creduti de' loro nemici, essendosi poi pre
sentito che erano de' PP. Cassinensi et altri particolari. Il generale
conte Medani si era staccato da Soncino con mille cavalli, e si era
portato alla volta di Cogorate, doppo di che aveva fatt'entrare in
Travagliato 200 granatieri e 400 cavalli, e non si sa per anco se per
dimorarvi o pure per restringere gli Alemanni,quali sempre più penu
riano di foraggi, in forma tale che in breve saranno astretti decam
pare da' loro quartieri, non sapendo ora più dove ritraere la loro sus
sistenza, per avere foraggiati tutti i luoghi circonvicini et anche più
remoti. Hanno estesi molti corpi di guardia avvanzati da' loro quartieri
di circa 60 cavalli l'uno in diversi luoghi alla portata del canone di
Brescia, non scoprendosi per anco il loro disegno. Sentesi pure da
Verona in data de'13, che quella sera si dubbitava che potessero far
alto sopra di quel territorio 700 cavalli alemanni, precorrendo anche
voce che vi doveva capitare ilrimanente dell'armata, laonde quel paese
era in apprensione, che non era minore nel Vicentino e nel Polesene.
Tutti i posti avvanzati sono stati destrutti e ritirata tutta la gente
nella fortezza.
Meditavano i Francesi di levare dalla Pulesella tutti imolini e bar
che, perchè i Tedeschi non potessero transitare ilPo, et avutone quelli
del luogo sentore, si sono armati per impedire.
Cercano da vendere le dogane della Pontebba, che sono in questi
confini del Veneto.
24 GENNARO.
Ancora spera la generalità delle due corone di obbligare quanto
prima alla resa la fortezza di Verrua. Sempre più si va augumen
tando l'esercito delle stesse con li presidj di Casale e dello Stato di
Milano, attendendosi il signor duca della Fogliada, come altre volte
si è detto, per attaccare le trinciere di Crescentino, e far ritirare da
quel posto il signor duca di Savoia.
Pare irretratabile tale risoluzione, e già si sono fatti diversi stac
camenti, parte dirizzati a Chieri e parte a Civasco per principiare a
togliere la sussistenza al campo nemico,quale anch'esso rinforzato di
gente levata da presidj, e poco avante delle mosse de' detti Fran
cesi sta fermo nella sua residenza di Crescentino, nulla badando al
devastamento, a cui resta soggetto tutto il paese sino a Torino. Con
tinua poi anche l'assedio sotto della piazza con il rigore di prima, e
se bene le gran mine che fa volare il presidio sconcertano di tempo
in tempo i lavori, nulla di meno non si manca senza risparmio di gente
52
LA NUNZIATURA VENETA
a sempre più stringerla. Seguono le condotte da Genova delle moni
zioni, bombe et artigliaria, passando il tutto al campo sotto di Verrua,
e si principia a sentire colà l'arrivo delle rimonte della cavalleria e
dell'altra gente destinata per Italia, correndo voce che si intraprenderà
la nuova campagna contro il Piemonte con ogni anticipazione.
Rispetto all'armate esistenti sul Bressiano si può dire che si siano
fatti giornalieri li foragi delli Alemani, e benchè non ritrovino più fieno,
nulladimeno ritornano carichi a' loro quartieri, facendo per loro ogni
cosa che trovano.
Dicesi che una partita di 200 cavalli sia andata verso Valezzo nel
confine del Veronese e Mantovano, ma la voce merita conferma. È
però vero che nonponno più sussistere, e che sono innecessità di si
tuarsi altrove, al che fare averanno delli incontri, mentre li Francesi
vanno fortificandosi nei luoghi ove gli ponno far fronte. Queglidi
quando in quando fanno anche loro i suoi foraggi, e delle istanze al
Cremasco per contribuzione de' fieni anche con minaccie, in modo che
pure da quella parte si comincia a vivere in qualche apprensione dei
sacheggi.
Hanno fatto un staccamento da Palazzolo verso Bagnolo, non si sa
per foraggi o per rendersi padroni di quel posto. Hanno pure diviso
il corso ad alcune acque di quel territorio senza comprendere il loro
disegno.
Hanno la mira novamente i Francesi sopra la grossa terra di La
zise sul lago di Garda; tuttavia pare che quegli abitanti siano riso
luti di difendersi, come così hanno fatto queli di Rezato contro delli
Alemanni, che volevano introdurvisi, stati obbligati a retrocedere, come
infatti è seguito nella villa di s. Bernardino, in cui entrarono a viva
forza, e dalla quale asportarono quanto poterono a mottivo di non
avere contribuito il fieno richiesto, e con nuove cominatorie che se non
si eseguirà, saranno consimilmente considerate altre terre.
Si mantiene ancora sul Veronese verso il Polengo quel corpo de'
Tedeschi che si avvisò, avendo rapresagliato molti del paese in con
cambio d'alcuni ferabuti stati presi da' Veneziani.
Vanno per particolare editto per ovviare alle rappresaglie che ven
gono fatte nelli territorj di Bressia, Crema e Verona d'asportare en
tro le città le robbe per sicurezza; sulla continuazione poidel dubbio
che possano ancora i Francesi sorprendere Lonato, gl'hanno fatto en
trare nuove truppe, et incaricato al Proveditore di assolutamente di
fendersi.
Continua il sentimento di far la leva dei Svizzeri.
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.-STATO
31 GENNARO.
53
Si sentono ralentate le operazioni contro della piazza di Verrua,
attendendosi ora dall'esercito delle due Corone a risarcire le trincie
re e le batterie molto pregiudicate dal mal tempo e dalle gran nevi
cadute in quelle parti. Per tal motivo viene anche detto che non sarà
così sollecito l'arrivo del signor duca della Fogliada col soccorso delle
truppe che conduce, giunte le quali si riprenderà novamente il bersa
glio contro della piazza per ridurla una volta alla resa. Pare anche
sospesa la risoluzione di attaccare le trinciere di Crescentino, essendosi
conosciuto essere quelle troppo fortificate, oltre i due ridotti, con for
tini fatti sì alla testa del ponte di communicazione, come del campo
enelli rami del Po, che assicurano un' operazione sopra l'altra, attesa
massime la situazione; ciò non ostante non si lascia intentata strada
per obbligare il signor duca di Savoia ad abandonare quel accampa
mento, al di cui fine il signor duca di Vandomo spedì un grosso di
staccamento verso Chieri, e ne risentirono quegli abitanti non puoco
danno, perchè fu saccheggiato il luogo, non però fecero alcun movi
mento gli Tedeschi e Savoiardi a quella parte, mantenendosi nelle
loro trinciere. Al campo delle due Corone era giunta da Genova la
nuova artiglieria con munizioni e provisioni, essendovi qualche avviso
che sia stata eretta una batteria di 3 pezzi, che si fa giocare contro
il ponte di communicazione, che pareva facesse buon effetto, e speran
dosi col favore della medesima, se nondi togliere totalmente la sud
detta communicazione, almeno di farsi adito a formare una linea, che
coprendo le truppe e travagliatori possa facilitare il prosseguimento
dell'assedio.
Viene anche detto essere postato un corpo di 5 mila uomini in circa
fra Torino e Crescentino, ad effetto d'impedire il trasporto dei viveri
al stesso campo.
Rispetto poi alle armate della Lombardia, continuano iFrancesi a
tener rinserrate le bocche delle acque che escono dal fiume Oglio, al
solo mottivo di tenerle gonfie nel fiume suddetto, e con ciò rendere più
difficile il passaggio agli Alemani, caso volessero tentarlo. Tale reten
zione è però molto perniciosa a quegl' abitanti, poichè restano inutili
tutti li molini et oziosi molti altri edifizij situati sopra l'aque sudette.
AChiari fanno incessantemente lavorare con alzar terreno e piantar
palizate all' intorno del luogo con altri lavori per una buona difesa in
caso di bisogno, essendovi anche stati spediti alcuni carri conmoni
zioni e granate, et altri attrezzi militari. E stato richiamato dal gran
Priore di Vandomo il comandante delle barche armate sopra del lago
54
LA NUNZIATURA VENETA
a scolparsi, perchè non abbia impedito il trasporto di provisioni e di
gente seguito al campo Alemano, et il passaggio delle medesime per
la via del lago nel Veronese, dove si sono questi avvanzati in qual
che numero senza assicurarsi del vero motivo, volendo alcuni che
possa essere questa penuria che sofrivano della sussistenza dalla parte
di Salò, et altri che possa essere per trovarsi pronti a coprire la ca
lata delle truppe, che si dicono destinate in rinforzo del loro corpo. Le
diserzioni però erano continue,di modo che parevache non più le cu
rassero a causa dei patimenti che sofrivano. Pare che le di lui scuse
non siano state approvate. Gl' Alemani continuano nella loro penuria
de' foraggi e d'altre cose necessarie, sentendosi che a tal mottivo
molti ne disertano. Sono sfilate molte compagnie di essi verso Gavardo
e Salò, da dove vien scritto esserne passati in molto numero il lago,
et acquartierati nella valle di Camino sul Veronese, ove dicono che
abbiano erretti dei forni, e che era su le mosse aquella parte il com
missario generale Martini; anzi sentesi che il signor generale conte di
Starembergh era partito dal campo di Piemonte per la viadi Genova
segretamente per passare egli al comando di questo corpo, di che av
vertiti i Francesi andavano in traccia d'impedirgli il portarvisi, es
sendovi qualche opinione che ora si trovi in questa città. Il corpo de'
Brandeburghesi destinato per l'Italia ha spedito un commissario, per
assicurarsi che possano essere pronte le tappe per le marchie prima di
moversi, essendo questo stato nel Tirolo per questo effetto.
Era anche corsa voce che altro staccamento di 1400 cavalli era pas
sato il Mincio senza sapersi a quale oggetto, ma sin ora non si con
ferma. Odesi bene che una grossa partita di Tedeschi del presidio della
Mirandola uscita per provedersi di molte cose necessarie, sia stata
fortemente battuta dalle truppe delle due Corone, con averne fatta
la maggior parte prigione et il rimanente disperso, dal che si sup
pone che tale successo possa facilitare la resa anche di quella for
tezza.
Il signor gran Priore di Vandomo si era portato aMantova, suppo
nendosi vi si possa trattenere qualche puoco, e dove erano anche per
venuti dal blocco della Mirandoladue reggimenti di cavalleria, non sa
pendosi a quale effetto fossero stati chiamati, e per dove potessero
avere la marchia; e dalla Mirandola avendo fatto quel presidio una
sortita per qualche proprio provedimento, ebbe incontro con li Fran
cesi, che asseriscono essere stati superiori con la presa di molti, e della
piazza stessa dicono che puoco più possa mantenersi.
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
STATO
31 GENNARO.
55
Questo Magistrato della sanità ha ridotta la contumacia ai legni
provenienti dall'isole del Zante, Cefalonia e Corfù dalli 40 giorni alli
28, attesi i migliori rincontri che hanno da quelle parti della minora
zione del male che era in
....
et altri luoghi contigui, avendone
fatta la riduzione per publico proclama, non però ancora dato alle
stampe. Ne è però uscito altro in questi giorni, con cui resta bandito
il capitano inglese, che pezzo fa parti di qui senza aver fatto la do
vuta quarantena, e che cercò d'insinuarsi in altri porti per essere am
messo senza i dovuti ricapiti, come dalle notizie recate sin d'allora
all' E. V., alla quale unendo il bando stesso per maggior distinzione
fo profondissimo inchino.
7 FEBBRARO.
Si è di nuovo dato principio dalle truppe delle due Corone a ber
sagliare la piazza di Verrua col canone e con le bombe, non man
candosi nel medesimo tempodi incessantemente battere conuna bat
teria di 15 pezzi il fortino et il ponte di communicazione per rovi
narlo se sarà possibile, consistendo in quella operazione il buon esito
dell' impresa. Però per ogni buona precauzione si fortifica ora il forte
di Garbignano inbuon modo e forma per ridurlo in validadifesa, caso
che lastravaganza de'tempi, che sempre più si fanno cattivi, potesse
obligare a sospendere l'assedio, e ridurlo in un blocco per conservare
l'acquistato e non retrocedere.
Fu equivoco l'avviso del generale Starembergh; fu undi lui nipote
che passò in Germania; furono detenuti da' Francesi i corrieri di Ber
gamo e Bressia.
Vanno facendo qualche numero di gente; è prigione il colonnello
Barone di Weltz.
Vengono ora regolate le disposizioni dell'assedio da monsignore di
Laparà, ingegnere ultimamente spedito dalla Corte di Francia, che
pare siadi sentimento di far erigere 9 batteriecontro del ponte di co
municazione, giàche non viene stimato così facile il fare breccia nel
3.º recinto della piazza, e non si vuole azzardare gente con evidenza
diperderla inun assalto; e dall'avere ancora il signor duca di Vandomo
chiamati al campo tutti gli officiali, e quello rinforzato d'altra gente,
si suppone che possa averenuovi disegni sin ora non penetrati. Del
duca della Fogliada non si sente cosa alcuna in questo spazio, nè se
si avvanzi, nè se lacopia delle nevi gli abbia fatto sospendere lamar
chia, solo viene avvisato che il staccamento verso di Chieri s'era av
STATO
56
LA NUNZIATURA VEΝΕΤΑ
vanzato conuna scorreria sino la somità delle montagne che dominano
Torino, e che in quelle parti v'era non puoca apprensione. Il signor
duca di Savoia non si diparte dal suo campo di Crescentino, ove univa
tutte le truppe possibili per mantenervisi, continuandovi ancora la sua
permanenza il signor generale Starembergh, quale altrimenti non era
partito, e ne nacque equivoco perchè fu un suo nipote, che di là passò
aquesta città per rendersi a Vienna.
Di puochi giorni fu la permanenza del sig. gran Priore di Vandomo
nella città di Mantova, mentre avuto avviso che li Tedeschi erano in
moto tra il lago e l' Adice per avvanzarsi, prevenne egli le di loro
misure, e con un grosso distaccamento di cavalleria e granatieri si
portò verso Lacise, et avute le notizie che erano ancora discosti i ne
mici, fece prestamente occupare detto luogo; d'indi divise le sue truppe
in più colonne, le fece marchiare contro delli Alemani comandati dal
signor di S. Amour e colonnello Patè, che incontrati si principiò a com
battere, sendo riescito a' Francesi di romperli con morte di 300, pri
gioni di altritanti, fra i quali il signor colonnello Baron di Wiltz, oltre
molti feriti et il rimanente disperso. Altro fatto seguì a Torbole, poi
chè spediti dal generale Medani 800 francesi in rinforzo di Monte
chiari e Calcinato, dai quali luoghi il signor gran Priore haveva levate
truppe per comporre il staccamento sopra accennato, furono detti Fran
cesi attaccati nel luogo stesso di Torbole da 1800 cavalli alemani e
300 granatieri, e doppo un lungo combattimento si ritirarono nella
miglior forma possibile i primi, lasciati da 50 morti con prigionia di
diversi, ne' quali vi rimase monsignore di Lubrech mortalmente ferito.
14 FEBBRARO.
Progredisce l'assedio di Verrua, e doppo l'arrivo al campo dell'inge
gnere monsignore di Laparà, si è fatto un nuovo attacco al forte del
ponte di communicazione situato in un'isola del Po, che cuopre detto
ponte, con disegno, fatta che vi sarà una competente breccia, di darvi
l'assalto. Al favore di folte nebbie si sono molto avvanzati i lavori di
detto nuovo attacco senza essersene avveduti li difensori, tutta via
come che da questa operazione dipenda l'acquisto della piazza, non
lascia il signor duca di Savoia intentata cosa verúna per renderla
vana et conservare detto forte. Era anche riescito a' medesimi di eri
gere unabatteria contro del ponte, il quale era stato levato da' Savo
iardi per timore che l'escrescenza del Po non glielo rompesse, e che
rimesso temevano che fra l'uno e l'altro di non poterlo lungamente
sostenere. Sempre più si va augumentando il campo dei Francesi, es
sendovi ultimamente giunte 13 altrecompagniede granatieri, e condotta
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
57
buona parte dell'artiglieria nuova,dicendosi anche,quantunque non con
tutta sicurezza, che nonostante lacontraria staggione per la valle d'Ao
sta vi siano passati 12 squadroni e 5 compagnie di dragoni, che il duca
della Fogliada ha spiccati dal suo campo in soccorso dell'assedio. Con
tutta fretta si prevengono anche nella città di Casale una gran quan
tità di scale da mano, similmente nuovi altri attrezzi militari e mo
nizioni, tutti da trasportarsi alla volta del campo, che fa credere che
altrimenti non si vuole ralentare l'assedio, benchè le povere soldate
sche siano di molto incomodate e dalla stagione e dalla gran copia
delle nevi cadute. Delle armate poi della Lombardia doppo li accen
nati incontri non si è inteso altro movimento, solo che in questi ul
timi giorni uscirono gli Alemanni a foraggio verso Roncadello con
4mila cavalli, da dove asportarono 250 carra di fieno. Hanno condotto
alcuni pezzi di cannone a Gargnano sopra la riviera di Sald, dubbi
tando che li Francesi per la viadel lago non occupassero quel posto.
Sono stati accresciuti di 600 cavalli di reclute, che si suppone passa
ranno a s. Martino di Verona come parte meno dannificata. Hanno ten
tato gli Alemanni stessi d'introdursi nella Croaca, ma le truppe venete
si sono opposte et impedito il disegno, sentendosi che si farà lo stesso,
caso volessero entrare nella Chiusa, come hanno il disegno. Fecero
molte riscosse in somma di 100 mila fiorini, colle quali vanno facendo
nello stato varie provisioni per trasportarle nel Tirolo, procurando
all'incontro li Francesi d'impedirglielo; ed il trattato che tenevano
con li Genovesi per l'imprestanza d'un milione con l'assignamento
certo, resta intieramente sciolto per mancanza di sicurezza. Il signor
Gran Priore di Vandomo si è novamente restituito in Castiglione,
fatti prima occupare varj luoghi per sempre più far contrasto a' Te
deschi, et ha protestato a' generali veneti di voler far esso custodire il
porto, che è sul Mincio a Peschiera e l'altro a Pescantina, quando
non venga guardato dalle truppe venete, e denegato il passo all' una
e l'altra nazione, edisegnava di far avvanzare monsignor di Bisù con
un corpo ad Ussolengo per occupare quel posto. Pare che questi se
ne vogliano servire per fortificarsi in Palazzolo, risoluti di voler fare
la campagna nelBresciano, anzi si andavano ingrossando a Calcinate,
Montechiaro e Carpanedolo. A Palazzolo giungono molti guastatori
dal Cremonese, attendendosene sino al numero di 3 mila, non sapen
dosi ancora a qual fine debbano essere diretti i loro lavori, solo pre
suponendosi che vogliano dirizzare una linea al fiume Oglio con altre
opere per farargine agl'Alemani,quando volessero avvanzarsi a quella
parte. Altri guastatori si sono portati alla Ghiara d'Adda per alzarvi
terreno e farvi delle fortificazioni, presentendosi che siasi per fare il
simile anco a Lodi per renderlo maggiormente in stato di valida difesa.
58
LA NUNZIATURA VENETA
STATO
21 FEBBRARO.
Si va accrescendo il numero delli Imperiali sul Veronese, mentre vi
sono calati da 900 altri cavalli, sentendosi che di breve ve se ne potessero
unire da 2mila in circa. Gli equipaggi de' generali tedeschi ed altri uffi
ciali essistenti sul Bressiano sono stati mandati alla volta di Roveredo e
Trento, così tutte le donne e amalati, come anche molti soldati che
hanno icavalli meno atti ad intraprendere una marchia, in forma che
il rimanente delle truppe resta senza bagaglio, et è una scielta della
miglior gente, alla quale è stata data polvere e palle a sufficienza per
ogni incontro. Sentesi che questa disposizione sia a mottivo di tentare
ad ogni costo il passaggio in due colonne, l'una per la parte del Vero
nese, e l'altra per il Bressiano, sulla credenza che o dall'una o dal
l'altra sortiranno i loro dissegni per essere li Francesi in puoco numero
edivisi in più luoghi. Il signor Gran Priore di Vandomo continua
a tenere il suo quartiere generale in Castiglione a portata di poter
esplorare ogni movimento de' Tedeschi, li quali dubbitando di poter es
sere attaccati, a Salò s'imbarcarono anch'essi con alcuni pezzi di ca
none da campagna che trasportarono a Torbole, sendo stati per più
giorni in movimenti, mentre le barche armate de' Francesi si sono fatte
vedere più volte invicinanza d'essi. In Lacise li Francesi stessi alzano
un nuovo rivelino avanti la porta di detto luogo con disegno di ben for
tificarvisi, sul dubbio che gliAlemani non pensino di scacciarneli, con
servando tutta via Bardolino e Garda, e vengono proveduti di ogni
sorta di provisioni. A Fucine hanno formato magazzeni di provisioni
daguerra e da bocca. Si sente anche che gli Alemani tentarebbero
volontieri l'espulsione de' Francesi da Desenzano, luogo per loro di
tanta importanza, ma la prevenzione di questi si è assicurata con li
modi più validi di resistenza. Continuano li foraggi sì de' Francesi che
de' Tedeschi in forma che oramai resta distrutta quella parte del Bres
siano che è esposta. Dalli quartieri di Calcinate, Montechiari e Carpa
nedolo si fanno de' continui movimenti senza penetrarsi a qual fine,
così gli Alemani permancanza de'foraggi, maper oranulla più si crede,
epare che non vi sia apparenza che di breve si portino altrove. Circa
dell'assedio di Verrua pare che con tanto calore non si tormenti più il
corpo principale della piazza nè col canone nè con le bombe, ma le
mire tutte sono presentemente dirette contro lo scritto fortino che cuo
pre il ponte, sentendosi che venga continuamente fulminato per aprirvi
la breccia e portarsi all'assalto, al qual fine era stata distribuita quan
tità di scale alla soldatesca, e si facevano anche costruere barche con
fuochi artificiali per vedere d'incendiarlo; però dall'altro canto il si
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI..
59
gnor duca di Savoia non lascia mezzo intentato per sostenerlo, facen
dovi stare di custodia 400 fanti, e venendo guardato dalle batterie di
sposte alle ripe del Po.
Il sentimento universale è che di breve sarà espugnato, perchè ad
ogni costo si vuole, onde puoco dopo doverà rendersi anche la fortezza.
Il signor duca di Vandomo è alquanto incomodato di flussione nella
faccia, ed il di lui campo è poi stato rinforzato da 17 compagnie de'
granatieri, di quelli del signor della Fogliada. Tutti li canoni rimasti
inabili in detto assedio sono stati trasportati a Pavia per rifonderli.
La leva di truppe svizzere stabilita da questi signori pare che in
contri tutta la facilità nell' accordo di conseguirla, ed effettuandosi si
crede che la disposizione siadi valersidi queste perpresidiare le piazze,
edelle proprie formare un corpo per coprire la campagna, che ormai
resta interamente distrutta.
STATO
A DÌ DETTо.
Dopo una malattia di due settimane passò all'altra vita in Corfù
monsignor Giorgio, eminentissimo arcivescovo di quella città, prelato
di tutta attenzione et amore verso della sua Chiesa e del suo gregge.
Benchè la di lui morte sia seguita sin sotto li 16 del decorso, tutta
via qui non è giunta la notizia se non ne' primi giorni della spirante.
Sinora non so, se tolta la Chiesa, avesse altri beneffizj semplici, però
ne ho commesse le diligenze. La provista deve cadere in un nobile,
come V. E. saprà, nè sino adesso pare vi siano molti concorrenti. Ne
passo questo succinto raguaglio a V. E., e con le prime vederò di ac
cennarle le cognizioni maggiori e possibili, nel mentre mi umiglio a
V. E. in profondissimo inchino.
28 FEBBRARO.
Rasserenatosi il tempo sono state terminate, per quanto si sente, tutte
le batterie contro di Verrua, che portano 40 pezzi di canone, quali
unitamente devono tormentare la piazza; si continua anche a bersa
gliare l'accennato forte per vedere di farvi la breccia e venire ad un
assalto, ad effetto di levare alla piazza la totale comunicazione, per il
quale assalto si sente abbiano fatte tutte le disposizioni. Si fabricano
barche con fuochi d'artifizio per incendiare il ponte, e si crede che in
un tempo istesso si voglia fare tutte queste operazioni per conseguire
il loro intento contro la piazza, il forte et il ponte per terminare l'im
presa. La batteria eretta contro del detto ponte aveva rovinate alcune
barche, quali però sono state rimesse subito da' Savoiardi, e per ripa
rare al maggior danno che potesse seguire, aveva il signor duca di
60
LA NUNZIATURA VENETA
Savoia ordinati molti gabbioni da riempirsi di terra, per postarli avanti
dette barche in forma di trinciera e così per deludere ogni disegno de'
nemici, come anche avanti il ponte erano state fatte varie palizate. Di
cesi abbia anco fatto attraversare con catene il Po, e che abbia dise
gno di far piantare in esso quantità de travi per tenere maggiormente
assicurate le barche lontane dal ponte e dalle sopradette bocche da
fuoco.
Il signor duca di Vandomo indefesso per tale acquisto provvede a
quanto può occorrere, et ha richiamati tutti li ufficiali francesi che era
no in Casale, perchè si portino al campo, e con la nuova gente perve
nuta da Francia aveva rinforzati li posti di modo che non temeva più
alcun tentativo ; dicesi anche che con l'arrivo del Marchese della Fo
gliada abbiano qualche disposizione di attaccare Nizza ancora, ma non
si sa se possa avere gente a sufficienza per effettuarlo. Un staccamento
francese di cavalleria e fanteria portatosi alla costa d'Alba sprovve
duta di presidio, si è resa a quello, onde con tale acquisto resta il si
gnor ducadi Mantova possessore di tutto l'Albesano e Canevesato, oс
cupatigli altre volte da quelle di Savoia.
Rispetto all'armate di questa parte del Bressiano sentesi che li Fran
cesi si facciano di sovente vedere congrossi distaccamenti in vicinanza
della terra di Chiari, forsi per cogliere qualche opportunità di intro
durvisi senza impegno, il simile avendo fatto alla Mandolazza con
1500 cavalli e 600 granatieri, diedero mottivo agli Alemani di mettersi
in armi nei loro quartieri di Boezzo, Cortine e Nave, essendovi stato
per qualche tempo senza intraprendersi cosa alcuna nè dall' una parte
nè dall' altra.
Il signor Gran Priore di Vandomo si è portato novamente a Man
tova, forse per fare delle disposizioni a' loro movimenti, e si suppone
per qualche dissegno, benchè non si traspiri. Fa sussistere le sue
truppe nelli posti di Lacise e Bardolino all'opposto delli Alemanni, che
di quando in quando si lasciano vedere, ma senza alcun tentativo az
zardoso ; hanno bensì 3 mila di questi tra cavalleria e fanteria passato
l'Adige a Ponton, e si sono acquartierati nelle ville della valle Pole
sella, con prendere et essigere a forza contribuzioni e sussistenze de
viveri. Altra partita passò a s. Michele di campagna, essendo in moto
anche il generale Leininghen con tutto il corpo, et occupato il porto
di s. Pancrazio, si è situata in puoca distanza da Zevio, ove tutta via
si trattiene con apparenza di guardia avvanzata in attenzione degl' an
damenti de' Francesi come a Valezzo per coprire il Mincio, facendo nello
stesso tempo altre fortificazioni all'Oglio per più facilmente guardarlo.
Hanno abbandonato Calcinate e rimesse le acque nel territorio bres
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
61
siano, per essere più pronti a secondare i movimenti che vanno fa
cendo gli Alemani stessi, mostrando li medesimi di volere intieramente
passare nel Veronese per prendere posto sopra l'Adice, essendo in moto
anche il generale Leininghen con tutto il corpo, con che veranno a
scorrere et avvanzarsi con lo stesso metodo degli anni passati. Il corpo
di cavalleria che s'era avvanzato nel Vicentino, aveva retroceduto a
s. Martino, dove pareva che disegnasse di far dei ponti sopra dell'Adice
stesso, avendo occupato il porto di s. Pancrazio.
Con questo mottivo le truppe della Repubblica che sono in Bressia,
passaranno ancor esse in questi giorni a Verona per secondare i mo
vimenti suddetti, come anche travagliavano ad operazioni per mag
giormente coprire e assicurare Lignago.
Il commissario alemano Salvai è passato questa mattina al campo
con denaro per l'armata. Si sente che habbiano dato qualche soccorso
alla Mirandola con picciole barche per via del Po, e li Francesi per
quella parte si siano avvanzati alle rive del medesimo per opporsi ad
ogni tentativo di passaggio, che potessero fare detti Alemani. Sorpre
sero detti Alemani a forza d'armi la Croaca, avendovi lasciati estinti da
3 officiali e qualche soldato, e li Francesi nello stesso tempo occupa
rono Ponti e Monzambano, onde sinora la guerra e l'occupazione de'
luoghi si fa sopra di questo Stato; il commissariogenerale barone Mar
tini è partito alla volta di Vienna, et ha lasciato inBressia un debito
di circa 20,000 mila fiorini con diversi particolari per grani avuti su la
parola per sostentamento dell'armata.
3 MARZO.
Continuatosi dal signor duca di Vandomo tutte le disposizioni per
dare l'assalto a l'avvisato forte, che copriva il ponte di communica
zione tra il campo di Crescentino e la fortezza di Verrua, e tutte
quelle stabilite secondo i di lui disegni, il primo del corrente fece
avvanzare all'attacco del medesimo il signor generale Las Torres con
24 compagnie di granatieri spaleggiati da altritanti, e da 8 batta
glioni e 200dragoni. Si credeva sentire una rigorosa difesa e resistenza
da quei difensori, ma non fu in effetto, perchè dopo breve contrasto
riesci a' primi d'impossessarsene pigliandovi posto, e fortificandosi nel
medesimo, onde con tale acquisto resta levata la sudetta communica
zione e in conseguenza non potrà la piazza gran fatto sostenersi, tanto
più che il pressidio si dice non essere che di 1000 uomini, e non è in
quel numero che si poteva credere. Oltre le breccie che già v'erano
state fatte capaci per un assalto, sentesi che una bomba impensata
mente abbia dato fuoco a due mine che hanno rovesciato buona parte
62
LA NUNZIATURA VENETA
della muraglia del fosso, dal che viene a rendersi meno difficile il
suddetto assalto, quando quel pressidio sia per attenderlo. In detto fatto
dicesi essere rimasti prigionieri de' Francesi due battaglioni e diversi
ufficiali, e che il signor duca di Savoia continua bensì nel suo accam
pamento di Crescentino, ma solo per acquistar tempo, ad effetto di
ritirare da quello quanto avesse potuto, e situarsi poi a Civasco per
coprire al possibile Torino. Nello stesso tempo sentesi che le truppe
francesi comandate dal signor duca della Fogliada siano in marchia
per l'assedio chi dice di Villa Franca, e chi di Nizza, ambedue le
quali piazze restano sprovedute di guarnigione, levata per accrescere
il campo di Crescentino. Fu poi falsa la notizia che le altre truppe
francesi, che scorrevano verso di Torino, si fussero impadronite di Alba,
che è presidiata da 400 Alemani. Non fu nemeno per quello ora sen
tesi tentato l'acquisto, e da una scorreria che fecero a quella parte
con il fuoco che misero ad alcune terre circonvicine per negate con
tribuzioni ne invalse la voce dell'acquisto di detto forte; ne fu spedito
espresso al signor Gran Priore di Vandomo, che ancora si trattiene
in Mantova, senza penetrarsi a quale oggetto,siccome ne' decorsi giorni
non si sono intese verune disposizioni. Seguitano le sue truppe a sus
sistere ne' luoghi loro soliti, sentendosi che quelle di Palazolo conti
nuino a fare dei lavori intorno quel luogo, divisando di occupare il
castello di Caleppio, posto importante che guarda il passo della mon
tagna del bergamasco sopra la destra sponda dell'Oglio, vicino alla
imboccatura del suddetto fiume.
Il commissario barone Martini non parti poi aVienna, come fu su
posto, ma per inoltrarsi solamente nel Tirolo per fare le disposizioni a
qualche puoco di truppe, che ha dato principio ad entrarvi, dicendosi
che da questa parte poi calaranno per la Borcola nel Vicentino, ove
fecero il primo ingresso e parte per Roveredo verso il loro campo. Il
restante degl' Alemani dall'altro canto non danno ancora veruna ap
parenza di moversi che per i soliti foraggi, sentendosi questi frequenti,
e sempre in grave pregiudizio di quegli habitanti.
È poi morto nella città di Brescia il signor Conte di Lebrech per
gagliardissima febbre sopragiuntagli, assistito negl'ultimi momenti dal
fratello minore, che vi s'era portato dal campo del Piemonte.
STATO
3 MARZO.
Jeri verso il mezzo giorno del tutto inaspettata giunse inquesta città
la signora Elettrice di Baviera col solo seguito di quattordici persone in
circa e totalmente incognita, sotto nome di Contessa di Liectenbergh.
Arrivata da Monaco passò a Salisburgo con quell' accompagnamento,
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
63
che era sempre suo solito in ogni evvento di tal viaggio, da dove in
traprese poi quello e risolse portarsi in traccia della regina suama
dre, e sollecitamente con la puoca scorta accennata si è avvanzata
verso di queste parti, fatta la strada della Carintia per maggior sua
sicurezza. Ella attende le notizie della regina sua madre per portarsi
a ritrovarla. Madama madre ha scritto qui per ritrovare un' abbita
tione, che denota voglia qua fermare il suo soggiorno, e può giungere
questa sera o in Padova o qui in Venetia. Intanto la signora Elettrice
sudetta, senza perdita di tempo, va vedendo le cose più riguardevoli
della città, il che fa credere che molto breve sia per essere qui il suo
soggiorno. Ne do il raguaglio a V. E., alla quale fo etc.
STATO
14 MARZO.
Conle prime notizie, che mi rese il segretario di monsignor Nun
zio in Polonia, D. Francesco Merenda mi significò che per il trasporto
di monsignor Vescovo di Posnania a cotesta volta era per tenere la
strada della Stiria e Carinthia. Con altre posteriori mi suppone poi
che per varj rispetti possa darsi il caso di sciegliere quella del Tiro
lo, equasi me l'assicura. E per l'una e per l'altra sono corsi gl'ordini
necessarj rilasciati da questo pubblico all'istanze da me portategli.
Riflettendo però che la strada del Tirolo, a riguardo delle truppe che
sono in marchia alla volta d'Italia, possa incontrarla non tanto sicu
ra, sollecitamente col decorso ordinario ne prevenni imiei sentimenti
amonsignor Nunzio di Vienna, perchè servendo il tempo, potesse met
tere in considerazione al detto segretario Merenda i miei riflessi, e
quelli di più che gli avesse potuto suggerire detto monsignor Nunzio
per le più opportune deliberazioni. Nel punto poi delle difficoltà che
in materia di sanità si potevano incontrare, quando credevo d'averle
quasi superate, mi fa portare il magistrato nuovi mottivi che lo dis
suadono lasciarlo liberamente entrare in questo Stato senza la previa
contumacia, avendo mostrato una lettera di Sassonia, colla quale viene
avvisato essere stata portata la peste in quelle parti da un ebreo pro
cedente dalla Polonia, e che stante ora la fiera di Lipsia, che ha
nonpuoco concorso di gente da tutte le parti, si poteva maggior
mente dubbitare. Io vedrò di alcanzare tutto quello mi saràmai pos
sibile, ma in caso che assolutamente il magistrato insistesse, che se
gua la contumacia di monsignore suddetto e di tutto il suo seguito,
mi procurerò che ciò segua in luogo che sia più comodo e sicuro
con la brevità maggiore, a riserva sempre di regolarmi a tenore de'
comandi che V. E. sarà per darmi. Anzi considerando il magistrato
che ne' lidi austriaci potrebbe imbarcarsi senza saputa per farsene il
64
LA NUNZIATURA VENETA
trasporto con più comodo e senza toccare questi Stati ne'porti pon
tificj, presento che questa sera ne scriva costi, ad effetto pure che
siano da cotesto magistrato dati gl'ordini a' respettivi governatori dei
porti, perchè non sia ricevuto senza le debite cautele e quarantena,
per ovviare ad ogni sconcerto che potrebbe insorgere di comercio,
mediante la facilità che si potesse usare. Umiglio a V. E. tutte que
ste cose, alle quali io andard riparando, secondo mi sarà permesso,
et a V. M. fo profondissimo inchino.
STATO
14MARZO.
Fu ieri l'altro il cavaliere Luterano di Sassonia a favorirmi di sua
visita, e quando credevo che fusse per intraprendere il suo viaggio
verso cotesta Corte, mi rimostrò che per urgentissimi suoi affari era
obbligato partire sollecitamente, come ha fatto verso quella di Vienna,
ove mi suppose si fermarà da sei in otto sole settimane, dopo di che
sarà novamente qui di ritorno per poscia passare costi. La lontananza
in cui ora si mette può interompere questo suo disegno, e veramente
io dubbito che non sia per effettuarlo. Se sono poi vere le di lui pre
mure, voglio sperare che continui ne' sentimenti sempre rimostratimi, e
che io ho sempre coltivato con le finezze maggiori che mi sono state
possibili.
Ne umiglio la notizia a V. E. e le fo profondissimo inchino.
STATO
14 MARZO.
Doppo essersi dalle truppe delle due Corone fatto l'acquisto dello
scritto forte, che guardava il ponte di communicazione tra Crescentino
e Verrua, si supponeva che quella piazza dovesse subito capitolare,
massime che il signor duca di Vandomo fece far subito la chiamata
aquel comandante, con protesta che quando non accettasse pronta
mente le capitolazioni, che gli fece proponere assai onorevoli, non
averebbe avuto veruna benchè minima convenienza. Rispose il co
mandante non avere dal signor duca di Savoia suo signore altra in
cumbenza per allora che di difendere la piazza sino all'ultimo, onde il
prefato signor duca di Vandomo fece continuare a bersagliare la piazza
col cannone e con le bombe, con ordini di approntare le provisioni
necessarie per un assalto generale, che forsi a quest'ora può essere
seguito. Però il signor duca di Savoia non lascia intentata strada per
sostenere quella piazza, facendo fare continuo fuoco dalla medesima
edalle batterie di Crescentino sopra il mentovato forte per obligare
i Francesi a lasciarlo; ciò non ostante si suppone, che non potràman
tenersi, e che fra puochi giorni se nepossa sentire l'acquisto. Sentesi
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
65
che il signor duca di Mantova da Casale fusse passato al campo di
Verrua, invitatovi dal signor duca di Vandomo per sottoscrivere le
capitolazioni, e per ricevere la consegna di quella piazza quando si
prenda per assalto, come generalissimo delle due Corone.Visitò tutte le
trinciere a piedi, entrò nel sopradetto forte dicendosi anche che doppo
riconosciuto il tutto si restituisse in Casale stesso. Si pensa dal detto
signor duca di Vandomo di far erigere un altro ponte a Moncestino
luogo lontano due miglia da Verrua, e ciò con animo di far passare
di ladal Po un distaccamento che possa incomodare il campo di Cre
scentino e ritirarlo a Civasco, ove si crede che sarà la ritirata del si
gnor duca di Savoia. Non varia la voce che si farà l'assedio di Villa
franca, benchè si sia da altra parte inteso chele truppe delsignor duca
della Fogliada potessero attaccare o Nizza o Villafranca, dicendosi ora
che quel corpo d'armata s'avvicina alla parte delle Finestrelle per var
care li monti, e passare a primo tempo nel Piemonte. Le notizie di
Brescia portano che il signor generale cesareo Leininghen faceva stare
il restante delle sue truppe esistenti su quel territorio pronto ad intra
prendere unamarchia, che si dice però non seguirà senon al ritorno
d'un officiale, che egli ultimamente spedi alla Corte di Vienna per le
ulteriori risoluzioni, senza penetrarsi a qual parte siano per sfilare.
Fra tanto si sono estese su la riviera del lago, avendo occupati altri
vilaggi che sin ad ora erano stati preservati. Vanno giungendo nel
Tirolo truppe destinate per accrescere questa armata, e corre la voce,
che per la fine del corrente sarà al comando della medesima il signor
principe Eugenio con grosse rimesse di denaro.
I Francesi continuano le loro fortificazioni invarie parti del fiume
Oglio, sul Mincio et allaGagliarda sopra le costiere del Lago.
Hanno ripreso novamente Calcinate con disegno di parimente forti
ficarlo, essendo la situazione di detto luogo molto opportuna per liloro
disegni et anco di buona difesa.
STATO
21 MARZO.
Avendo il signor Duca di Vandomo fatto perfezionare il ponte, che
si avvisò tra Gabiano e Moncestino per farvi passare la cavalleria,
giuntone l'avviso al signor duca di Savoia che dubbitava d'essere at
taccato a Crescentino, fece con la maggiordiligenza e sollecitudine eva
cuare il campo; e susseguentemente si ritirò, con tutta la sua armata,
oltre la Dora; detti trincieramenti di Crescentino furono subito presidiati
dasette compagnie de' granatieri francesi e da 500 cavalli, essendo
visi anche portati in persona il signor duca di Vandomo per visitare
quei posti, doppo di che si restitul al suo campo, stando ora in osserva
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
5
66
LA NUNZIATURA VENETA
zione delle risoluzioni maggiori che sarà per prendere detto signor
ducadi Savoia o di fermarsi a Civasco,o distendere su alla ripa stessa
della Dora il suo esercito, overo se le ripartirà a Chieri e sopra le
colline della sua metropoli. Con l'occupazione de' suddetti trincieramenti
rimane al presente la piazza di Verrua del tutto tagliata fuori, e senza
speranza di poter essere soccorsa nonpotrà più lungamente resistere,
tanto più che non è gran fatto provista di munizioni, scarseggiando
il presidio di molte cose. Non si tentarà più contro della medesima
piazza verun assalto, risoluto il signor duca di Vandomo di non azar
dare maggiormente le sue truppe, dicendosi anche che si sia lasciato
di più tormentarli col cannone e con le bombe,venendo solo ristretta
inmodo, che resta diviso ogni adito anche a piccolo soccorso per an
gustiarla et obligare il presidio a rendersi, che dicono non voler rice
vere che prigioniere di guerra per non esservi più luogo a capitola
zioni. Continuamente giungono al campo francese reclute di gente ben
all'ordine e ben montata, e per la valle d'Aosta si sentono in mar
chia alla volta del suddetto campo 10,000 (dieci mille) uomini di rin
forzo. Sono entrati 4 mille Francesi in Villa Franca,il di cui castello,
per quello vien scritto, ancora si difende; così all'intorno delle vici
nanze di Nizza v'è un corpo di circa 16 mille Francesi comandati dal
signor duca della Fogliada, che ora fa preparare il bisognevole per
farvi il formale assedio. In tali ristrettezze che sempre più prova detto
signor duca di Savoia, ha fatto varie spedizioni sì alla Corte Cesarea,
come aquella di Francia; ma circa di questa non si penetra a quale
ogetto. Il soccorso che sperava da quest' armata non pare ancora vi
possa essere portato, tutto che si sența in disposizione di qualche mo
vimento, che si crede maturato in un consiglio di guerra tenutosi in
Gavardo da tutta la generalità cesarea doppo l'arrivo da Vienna del
l'ufficiale, che vi fu spedito dal signor generale Leininghen.
Quelli esistenti sul Veronese sono stati accresciuti da della caval
leria, e non fanno altre mosse che quelle d'andar riconoscendo, sì in
detto territorio, come nel Vicentino, la quantità de'fieni che vi sono,
facendone un'esatta descrizione senza sapersi a qual fine. Li Francesi
seguitano a fortificarsi alli fiumi Oglio et Adda, e si sono in grosso
numero avvanzati sotto di Lonate,non si sa se per foraggi o per occu
pare quel luogo, che è molto ben presidiato da truppe venete sì a
piedi come a cavallo; ma sarà incerto l'esito per il numeroso presidio
di gente di questa medesima Repubblica.
Anche da Palazzolo s'era staccato il signor generale conte Me
dani con 800 cavalli, nè per anco si è penetrato ove siasi avvanzato,
nè aqual parte,nè per quale mottivo. Il signor G. Priore di Vandomo
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
67
continuava tuttavia la sua dimora in Mantova, facendo varj prepara
menti per uscire.
Due regimenti di cavalleria et uno de dragoni sono alla Miran
dola per rinforzo di quel blocco, et hanno fatto un ponte sopra il Po
a san Benedetto per essere a portata di ogni tentativo che facessero
gli Alemani. Si sente possano essere arrivati 1500 nomini a Rove
redo, e si sente che il signor principe Eugenio intende quanto pri
mamettersi in viaggio a questa volta. Trovansi 1500 Francesi a Va
lezzo.
STATO
A DÌ DETTо.
Con la sollecitudine dovuta ho fatto avere alla Maestà della Regina
di Polonia li due pieghi da V. E. trasmessimi in questo ordinario, et
averei anche adempito consimilmente per la lettera di V. E. da ren
dersi al signor principe Vaini, se già egli prima di giungermi non si
fusse messo in viaggio a cotesta volta. La ritorno adunque nel piego
all' E. V., che supplico gradire la mia umilissima rassegnazione a' sti
matissimi suoi comandi, e le fo profondissimo inchino.
STATO
ADI DETTо.
Dell'occorso costi nell'esimizione di un carcerato per opera di un
domestico e di due lacchè di cotesto signor ambasciator di Venezia,
che V. E. contanta benignità si è compiaciuta parteciparmi con il di
più delle espressioni fatte fare all' E. V. dal medesimo signor amba
sciatore, ne farò quell'uso che potranno portare le occorrenze. Di tal
successo sento se ne debba discorrere questa sera in Senato in confor
mità delle rimostranze fattene qui dal signor ambasciator stesso, ma
non sarà facile che così di subito ne traspiri il risultato, che procurerò
però saperecon la sollecitudine maggiore, ad effetto di umigliarne con
leventure la notizia aV. E., alla quale etc.
Intanto rendendo a V. E. umilissime grazie del favore impartitomi,
le fo profondissimo inchino.
STATO
A DÌ DETTо.
Pare che la Maestà della Regina di Polonia non sia per prosseguire
più avanti il di lei viaggio, anzi che voglia retrocedere nello Stato ec
clesiastico. Cid seguendo non potrò adempire a quelle parti di riverenza
e rispetto, che V. E. m'incarica anche a nome di Nostro Signore,
alle quali non avreimancato enonmancarei se qui si avvanzasse. Può
ben essere che la signora Elettrice faccia qui ritorno,doppo che la
Maestà della regina sua madre si sarà partita,onde io non tralascerò
68
LA NUNZIATURA VENETA
verun atto presso della medesima, quando me lo permetti e vogliasi da
Lei ammettere.
Supplico V. E. restar persuasa di questi miei sentimenti, e le fo
profondissimo inchino.
STATO
A DI DETTо.
Va avvicinandosi alla volta di questo Stato monsignor vescovo di
Posnania, secondo gli avvisi ultimamente ricevuti dal signor D. Fran
cesco Merenda, che l'accompagna. Con tutti i passi da me pratticati sì
presso il publico come il magistrato della sanità, non mi è stato possi
bile d'assicurarmi che li venga permesso il transito senza quarantena,
non essendosi voluto dar orecchio alle rimostranze da me fattegli fare
tanto prima comedoppo, di non venire egli da paesi sospetti, ma con
siderati in salute da ogni vicino, come anche qui si fa, non espurgan
dosi nè lettere, nè merci, che da colà provengono oltre al longo viag
gio che egli tiene, tuttavolta il tempo che ritarderà ad arrivare può
facilitarne l'esito, sentendo più moderate le risposte datemi questa mat
tina dal magistrato in tal proposito; quando poi non sipotesse sfugire,
spero che la quarantena sarà moderata.
Mi resta però a sperare una sola cosa, che è di far comprendere
nella sua quarantena le giornate spese e che va spendendo nel viaggio,
forsi con qualche altra minorazione, di cui non posso parlarne con as
severanza, convenendo attendere il suo arrivo. Ne umiglio il raguaglio
a V. E., alla quale fo profondissimo inchino.
28 MARZO.
Doppo l'abbandono del campo di Crescentino che fece il signor duca
di Savoia, non si è intesa cosa alcuna di rimarco circa dell'assediodi
Verrua. All'intorno d'essa piazza vi sussistono ancora le truppe fran
cesi senza tentare alcuna operazione, applicando solo in procurare che
non v'entri alcun soccorso, sul supposto che ilpresidio penurj di molte
cose, con la speranza che inbreve si renda; hanno non ostante con tre
batterie ripreso a canonare il maschio della piazza con grande effetto.
Intanto il sig. duca di Vandomo ha acquartierata la sua cavalle
ria nell' Astigiano, Vercellese, Novarese e qualche parte del Monfer
rato per rimettersi alquanto delle sostenute fatiche, potendosi dire che
anche la sua fanteria sotto di Verrua prenda del riposo, benchè vi
sia qualche avviso, che si siano riprese le ostilità contro detta piazza
per obbligarla ancora più presto a rendersi. Hanno però nel campo
molte malattie a motivo de'patimenti sofferti, sperando ora non puochi
buoni effetti nelle truppe la quantità dell'acquevita e vini potenti usati
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
69
per difendersi dal rigore della stagione; vedendosi anche scritto che
lo stesso sig. duca di Vandomo con altri ufficiali maggiori sia alquanto
risentito, benchè altri avvisano che si fusse portato a Genova per ren
dersi a Parigi, pare nulla dimeno che non possa essere, sentendosi per
altra parte che si fusse avvanzato a Palazolo per riconoscere questo
porto. Scortato da molta cavalleria era giunto in Casale un grosso
convoglio di denaro per soccorso dell'armata.
Il sig. duca di Savoia ha anch'esso postata la sua fanteria a Ci
vasco, e la cavalleria distribuita in varie parti alle ripe della Dora
per assicurarsi d'ogni sorpresa, e dicesi che egli sia passato a To
rino per darvi gli ordini necessarj, e per provedere anche alla for
tezza di Cuneo. Si continua a battere il castello di Villa Franca dalle
truppe del sig. duca della Fogliada, quali già corre anche la voce
habbiano anco investita Nizza, e che venga battuta da una quantità
grande de canoni eda molti mortari a bombe.
Per rinforzo dell'esercito del Piemonte diconsigiunti a Pinarolo cin
que regimenti, oltre quelli che vanno arrivando per la valle d'Aosta,
facendosi da' Francesi travagliare ad una nuova linea da Invrea aCre
scentino, al quale effetto sono stati mandati aquellaparte molti gua
statori. Simili e maggiori lavori si fanno pure da' Francesi all'intorno
di Palazzolo nel Bresciano con doppio ordine di trinciera, palizate e
bonetti con escavazioni di fosse per riempirle d'acqua, e pare che
queste disposizioni siano dirette a conservarlo durante la guerra, e
corre voce che quel luogo non sarà abandonato dalle dette truppe
francesi, sin tanto che non si veda qualche aggiustamento perl'Italia.
Il distaccamento che si accennò che s'era avvanzato sotto di Lo
nate, retrocesse qualche puoco ma sempre in vicinanza del medesimo
luogo senza commettere sin oraveruna ostilità in alcungenere.Hanno
bensì occupato un picciolo castello sopra d'un colle ed un palazzo a
Arzago sopra altra eminenza, luoghi posti fra Desenzano, Lonate e
Gavardo, avendovi posti 100 granatieri per cadaun luogo, e ciò sopra
la voce delle vicine mosse de' Tedeschi, e anche per maggiormente
angustiarli ne' loro quartieri. In osservazione parimenti di dette loro
mosse è stato fatto altro distaccamento di 800 cavalli e 200 grana
tieri, che hapreso la marchia verso Desenzano.
Monsignor di S. Zemon è ritornato da Parigi et ha ripresoil comando
dalla parte della Mirandola. Per altro il sig. generale Leininghen si
stacco da Gavardo con 300 cavalli, passò a vista della città di Bre
scia, e marchiando per la parte di Pusterla si condusse al quartiere
di Boezzo dal sig. generale Sereni, doppo di che l'uno e l'altro fatti
abbandonare li quartieri di Boezzo stesso, Cortine e Nave, se ne ri
70
LA NUNZIATURA VEΝΕΤΑ
tornarono con le truppe ne' primi posti fra Gavardo e Villa nova, ne'
quali luoghi per quello si può credere, non faranno troppo lunga di
mora per essere ivi stato consumato ogni foraggio, supponendosi che
per la strada di Riva possano gettarsi nel Veronese; anzi vi è qual
che voce che abbiano già spedito il di loro bagaglio per la valle di
Sabbia a Riva stessa. Avvanzatosi una partita de Tedeschi a Lunigo,
asportò la maggior parte de' cavalli di quella fiera con diverse per
sone, avendo usato anche delle ostilità, il che causò unapiù che grande
confusione in quel luogo. Parimenti a Montebello, ambidue luoghi del
territorio di Vicenza, caricavano a loro piacere quanti fieni trovavano,
con asportare anche il bisognevole per sostentamento degl' animali di
detti luoghi, e non contenti di questi ne vanno levando in ogni luogo,
che trasportano nel Tirolo a comodo delle truppe che devono calare.
STATO
28 MARZO.
Mostrava la Maestà della regina di Polonia di voler retrocedere da
Padova nello Stato ecclesiastico, e con le decorse avvanzai a V. E.
simile notizia. Mutatasi doppo di sentimento pareva bensì che volesse
dipartirsi da Padova, ma che fosse per sciegliere qualche luogo di
campagna contiguo e vicino a quella. Cambiate poi tutte le risoluzioni,
pensa portarsi qui in Venetia, et senza altre ricerche di abitazione
de' particolari, spedi martedì sera un corriere al sig. duca di Man
tova in Casale Monferrato per ottenere graziosamente il comodo del di
lui palazzo, e questa sera se n'è inteso la pronta concessione, avendo
l'A. S. spedito qui un corriere a questo suo sig. residente, perchè
lo faccia subito allestire, onde si vede che fra due o tre giorni al più
sarà qui la Maestà Sua insieme con la signora Elettrice figlia; ed
essendo oggi ritornato Monsignore da Casale, sento che il sig. duca
abbia accondisceso alle ricerche di S. M., et ordinato a questo suo re
sidente di farlo riccamente mobigliare a comodo della medesima e
della signora Elettrice, onde la sua venuta credo non sarà ritardata
che a giorni dell'entrante settimana; quale ne'giorni scorsi fu anche
complimentata a nome del gran Duca dal sig. barone del Nero spe
ditovi a posta.
Quanto andarà succedendo in simile proposito, ne farò ossequiosa
parte a V. E., alla quale fo profondissimo inchino.
STATO
A DÌ DETTO.
Benchè ancora non abbia potuto disponere il sentimento di questi
signori sopra la sanità a permettere il libero transito perquesti Stati
amonsignor vescovo di Posnania con tutto il suo seguito, senza ob
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
71
bligarlo a contumacia, vado però trovando più facilità della di prima,
che mi fa sperare di più sino all'arrivo di monsignor sudetto.
Parte del loro fondamento sta in un foglio, che da altro magi
strato corrispondente fu trasmesso, e dicui ne umiglio copia aV.E.,
ecome che quei mottivi per il lasso del tempo paiono ora cessati,
così doverebbe pure minorarsi il rigore. Ho posto in consideratione
al Magistrato, che entrando tante truppe liberamente, procedenti da
parti e paesi confinanti colla Sassonia, e continuando il comercio con
tutta la Germania, con cui si mantiene ancor qui, parea un sommo
rigore per questo solo, onde spero con la continovatione delle pre
mure che ne farò,di conseguire qualche cosa di più sicuro per il suo
libero passaggio. Di detto monsignor vescovo di Posnania in questa
settimana non ho avuto rincontro veruno, trovandomi senza lettere del
segretario D. Francesco Merenda; che è il di più che posso umigliare
aV. E., alla quale ecc.
(Continua)
UGO FOSCOLO.
PARALIPOΜΕΝΙ.¹
È generalmente riconosciuto il diritto di dire la verità, e tutta
la verità, intorno ai morti, senza legarsi a que' riguardi che la
creanza e l'onestà impongono verso i vivi. Sono dunque nel torto
coloro che, se proferiamo sopra i defunti un giudizio diverso del
loro, invece di confutarci e di convincerci, ci sbraveggiano con
ripicchi ribaldi. L'onest'uomo lascia dire questi Sansoni, che della
mascella dell'asino morto si fanno arma contro iviventi, e cerca
e dice la verità.
Principalmente in questi ultimi tempi fu molto discussa la re
putazione di Ugo Foscolo, di Vincenzo Monti, di Carlo Botta. Su
quest'ultimo lo scrivente ha già discorso altrove. Sul Monti di
remo un'altra volta. Sul Foscolo, tanto ingrandito da passioni
9
vive, sentimenti elevati, e desiderio di opporlo alla scuola man
zoniana, e ch'egli stesso dicevasi " di vizj ricco e di virtù ", pos
siamo addurre a difesamorale igiudizj che suoi nemici ne porta
vano, al tempo che taluno vorrebbe mostrarlo condiscendente ai
vincitori del 1814.
La commissione speciale di prima istanza, istituita a Milano nel
1823 contro i Carbonari, domandava notizie alla Polizia Generale
1 Con questo titolo noi pubblicheremo notizie, in gran parte nuove, a schiarimento
della vita del Botta, del Monti, del Verri, del Parini, di altri.
• Archivio Storico Italiano del 1873, T. XVIII, p. 155-173.
UGO FOSCOLO. PARALIPOMENI.
73
sopra diversi soggetti, e fra altri su Ugo Foscolo. La Polizia
rispondeva:
" Foscolo, ex capo squadrone, poco dopo il reingresso degli
Austriaci in Lombardia, emigrò; fu nella Svizzera, nella Francia,
e poscia si è stabilito a Londra. Qui non è più ricomparso „.
Non bastando quelle indicazioni, altre se ne domandarono e
se n'ebbero.
Al Direttore degli Archivj governativi in S. Fedele.
Mi occorre di sapere se, negli atti del Ministero dell'Interno, o
dellaDirezione Generale di Pubblica Istruzione del cessatoRegno, tro
visi qualche traccia della cessazione, seguita, approssimativamente negli
anni 1808 e 1809, del signor UgoFoscolo dalla Cattedra di Eloquenza
nell'Imperiale Regia Università di Pavia.
Io la incarico, signor Direttore, di far le opportune ricerche in co
desti archivj, e di spedirmi tutte le carte a ciò relative, che le fosse
dato di rinvenire.
15 marzo 1823.
Ecco la risposta del 20 marzo :
D'ADDA.
Imperiale Regia Presidenza di Governo.
Dagli atti, che, in esecuzione di venerato dispaccio riservato 15 cor
rente N. 469, vengono qui rassegnati in quattro fascetti, si raccoglie
che il signor Ugo Foscolo, nominato con decreto 18 marzo 1808 alla
Cattedra di Eloquenza nell' Universitàdi Pavia, sia poi in detto anno, per
decreto 15 novembre, pubblicato colle stampe, cessato dall'impiego, sic
come altro dei professori compresi nelle abolite cattedre, fra le quali
quella di eloquenza faceva parte.
Nonostante però tale cessazione, si trova che egli continuasse i suoi
servigi a tutto ottobre 1809, come lo annuncia la lettera di riscontro al
Ministro della Guerra, 2 febbrajo 1811, N. 789.
PERONI, direttore degli Archivj.
Riscontro:
Al Direttore dell'Imperiale Regio Archivio di S. Fedele.
Dopo averne fatto l'uso opportuno, rimando a codesto Archivio i
quattro fascicoli d'atti riguardanti la persona di Ugo Foscolo, ch' ella
.
74
UGO FOSCOLO.
mi ha trasmessi per mio ordine col suo rapporto del 20 marzo p. p ,
Ν. 161.
Milano, 7 aprile 1823.
Già nel 5 marzo 1823 erasi scritto
D'ADDA.
Al Rettor Magnifico dell'Imperiale Regia Università di Pavia.
Mi vien supposto che Ugo Foscolo non abbia cessato dalla cattedra
che copriva in codesta Regia Università per effetto del decreto 15
novembre 1808, ma piuttosto sia stato rimosso dalla Cattedra mede
sima per ragioni particolari e personali. Io la incarico quindi di fare
accurate indagini negli atti di codesta Università, e trasmettermi quel
decreto o dispaccio o quella notizia qualunque, che in essi si ritrovasse
relativamente alla cessazione o rimozione del Foscolo.
Milano, 5 marzo 1823.
D'ADDA.
Rispondeva il Rettore dell'Università, l'11 marzo :
Eccellenza,
Afronte delle più scrupolose indagini ripetute negli Atti della can
celleria ed annesso Archivio di questa Imperiale Regia Università, non
si è potuto rinvenire altro documento relativo alla cessazione del si
gnor Ugo Foscolo dalla cattedra di Eloquenza italiana e latina, fuorchè
il decreto 15 novembre 1808, portante l'abolizione delle cattedre ele
mentari nelle Università, e quindi anche di quella di eloquenza sopraci
tata. Niuna notizia conseguentemente si è potuta raccogliere rispetto
alla persona del signor Foscolo, se sia cioè stato rimosso dalla cattedra
anzidetta per ragioni particolari e personali; e quando ciò fosse, potreb
besi rilevare dagli atti del ex Ministero dell' Interno, oppure da quelli
della cessata Direzione Generale di Pubblica Istruzione.
Tanto mi è duopo partecipare all'Eccellenza Vostra in evasione del
venerato dispaccio 5 corrente, N. 293.
CAIROLI.
N. 524, g. h.
Al Rettor Magnifico dell' Imperiale Regia Università di Pavia.
Io la incarico, signor Rettore Magnifico, di disporre in modo che, nel
prospetto degli studj di codesta Università, che si stampa annualmente,
venga pel tratto successivo omesso il nome di Ugo Foscolo nel cata
logo de' professori emeriti.
PARALIPOΜΕΝΙ.
75
(In margine) Videat il signor Pancaldi relativamente all' almanacco.
Veduto Pancaldi, e cancellato nell'almanacco il nome di Ugo Fo
scolo.
Più estesa è la relazione del Direttore generale della Polizia:
N. 387, p. s.
Eccellenza,
Ugo Foscolo appartiene a civile famiglia dell'isola di Zante. Esso
nacque nell'anno 1772. La natura fu a lui prodiga di talenti, e lo
studio lo arricchi di molte letterarie cognizioni. La prima produzione
del Foscolo fu il romanzetto sotto il titolo di Jacopo Ortis; successi
vamente diede alla luce un opuscoletto critico sul poema intitolato la
Chioma di Berenice. Si produsse in seguito coll'operetta sotto il titolo
ISepolcri. Illustrò successivamente le opere di Raimondo Montecuc
coli, e finalmente si fececonoscere colla tragedia l'Ajace, componimento
che gli attirò l'animadversione del principe Beauharnais per la circo
stanza che in esso vedevasi adombrata sotto critico velo la politica
di Buonaparte.
Ugo Foscolo giunse in queste contrade nell'anno 1797. Altri due
di lui fratelli lo raggiunsero. Militava il primo di essi nelle truppe
italiane, e fu dappoi aggregato a quelle di S. M., e nell'anno 1817
faceva questi parte del reggimento Reali Dragoni N. 6. Il secondo
si rese suicida per sottrarsi all'infamia, della quale erasi coperto de
rubando in Bologna un commissario di guerra.
I principj del Foscolo erano assolutamente democratici, e di essi
faceva ostentazione senza riserva. Abbraccid, appena entrato in queste
provincie, la carriera militare,ecol favore de' talenti suoi, e con quello
che specialmente gli era accordato dal tenente maresciallo Pino, giun
se ad ottenere il grado di Capitano, senz'avere però mai militato in
guerra.
Fu ben anche destinato a professore di eloquenza nella Università
di Pavia. I di lui principj però, e la caparbietà sua nei medesimi, fe
cero sì, che, nella sua prolusione, desse argomento di gravi osserva
zioni contro di lui ; motivo per cui fu immediatamente rimosso dalla
cattedra, sulla quale deve avere seduto soltanto una volta.
Le politiche vicende dell'anno 1814 rianimarono lo spirito del Fo
scolo, compresso soltanto dalla forza morale, che in lui doveano inspi
rare li non meritati beneficj del passato Governo. Licenzioso ed ar
dito perciò, si agitò nell'epoca dell'aprile di detto anno, e percorrendo
quindi i quartieri dell'in allora guardia nazionale, infiammava i cuori
76
UGO FOSCOLO.
dei componenti la stessa all'indipendenza italiana, e li invitava alle
corrispondenti sottoscrizioni.
Dell'opera di questo energumeno se ne valse ben anche la Reg
genza di quel tempo, inviandolo a Genova presso Lord Bentinch, onde
sollecitare gli uffici di quel politico militare a favore dell'immaginata
indipendenza italiana. Tale missione e l'apostolato del Foscolo furono
premiati coll'elevazione del medesimo al grado di Capo Squadrone.
Diminuita la speranza degli Indipendentisti Lombardi per l'arrivo
delle Truppe Austriache, e per l'inutilità della missione a Parigi presso
le Potenze coalizzate, il Foscolo si slancio nel partito dei Wilson e
dei Machferlan, i quali nell'anno 1814, tenendosi in Milano, soffiavano
nel cuore, diggià acceso, dei fautori e promotori della libertà. Fatto
però esso segno dell'attenzione delle superiori autorità, e conoscendo
che le cose d'Italia camminar doveano in un senso diametralmente
opposto ai di lui desiderj, prese Foscolo il partito di recarsi nella
Svizzera, e di là poi portossi a Londra, ove deve trovarsi tutt'ora.
Anche in quella capitale il Foscolo si mantenne somministrando ma
teriale ai Giornalisti, e come meglio l'Eccellenza Vostra scorgerà da
copia di rapporto, che giunse un tempo a questa Direzione Generale
sul contegno ed opinione dello stesso in quella città.
Tali sono le notizie ch'io sono in grado di sottoporre alla cognizione
dell' Eccellenza Vostra a riscontro dell'ossequiato dispaccio 20 gennajo
scorso, N. 527.
Milano, 17 febbraio 1823.
TORESANI.
(In calce) A Sua Eccellenza il signor Conte di Strassoldo Presi
dente dell' Imperiale Regio Governo della Lombardia.
Ecco la memoria annessa :
Ugo Foscolo trovasi da tre anni in Inghilterra. Egli dimora abi
tualmente in Londra, alternando ora una vita splendida ed in evidenza,
ora una vita meschina ed oscura. Al primo suo sbarco nell'isola egli
fece professione di principj eminentemente liberali. La sua reputazione
letteraria e politica, e l'entusiasmo del suo carattere lo introdussero
nelle più distinte società del paese, ed in quelle segnatamente che ap
partengono al partito dell'opposizione. Ebbe quindi lusinghiera acco
glienza presso lord Holland, presso il conte Grey, ed altri ragguar
devoli personaggi di simile colore, e si legò con Wood, con Wilson, da
lui conosciuto in Italia, e con tuttiquelli che sono più pronunciati contro
il Ministero.
Ma appena si era egli introdotto nei circoli più brillanti di Londra,
PARALIPOΜΕΝΙ.
77
che, accortosi della preponderanza del Ministero, e persuaso di poter
trarre miglior suffragio da quel partito, affettò abborrimento al sistema
democratico, e tenne un linguaggio ed una condotta tutta diversa da
quella che prima aveva seguito. Agognava egli ad un posto impor
tante, che la Corte d'Inghilterra aveva stabilito di conferire ad un
Greco nel governo delle Isole Jonie, e fu questoilprincipale motivo del
suo cambiamento.
Avvenne però che Foscolo non fu preferito, ed allora si gettò di
nuovo nella contraria opinione; ma non vi trovò gli stessi sentimenti
di stima e di confidenza. Per riparare a questo danno della sua fama
ricorse alla letteratura, e propose al librajo Muray una nuova edizione
dei classici italiani, offrendosi afarne la scelta e l'illustrazione, ed a cu
rarne la stampa. Il contratto fu presto conchiuso, e Foscolo fu assicu
rato di trecento lire sterline per ciascun volume che si sarebbe pubbli
cato. Ma la naturale inquietudine ed incostanza di lui fece rompere
ogni intelligenza, e Foscolo fu costretto a vivere a spese dei suoi
amici, procurandosi denaro a prestito da ognuno che conosceva, e ri
tirandosi dalla società alla scadenza delle sue obbligazioni, per ricom
parirvi poi quando trovava un nuovo sovventore.
Egli non è più famigliare nè di lord Holland, nè del conte Grey,
nella casa dei quali frequenta ancora, egli è vero, ma a spese del suo
amor proprio. Vive di più con Wood e Wilson, e scrive articoli per
tutti i giornali. Più d'ogn' altro ne contiene la Revista d'Edimburgo,
e ne somministra anche nei giornali politici di qualunque partito. La
cosa è nota in Londra, e finisce di rovinarlo nel concettodelle classi
elevate della società. Ultimamente scrisse una Memoria sopra Parga
che fu assai gustata: e generalmente nelle sue scritture tratta o del
l'Italia o della Grecia.
Tutti gli Italiani di riguardo che passano in Inghilterra cercano di
Foscolo, ma ben presto se ne disgustano. Trecchi, Confalonieri, Ci
cogna furono i più costanti nella convivenza con lui. Egli ha estese
corrispondenze in Italia, e segnatamente con Firenze e con Venezia.
AMilano si crede che corrispondenti altri non abbia tranne il Con
falonieri, col quale sempre si mantiene vivo nella memoria di codesti
suoi amici, e somministra loro notizie e lumi.
Così ne parlavano i nemici. Volgiamoci apiù serenacompagnia,
discorrendo dei primi tempi del nostro Autore.
Nell'anno IX fu istituito un ufficio di compilazione del Codice
Militare, di cui facevano parte Vincenzo Lancetti, il bresciano
generale Teullié e Ugo Foscolo; ma non ebbe esito,perchè il ge
78
UGO FOSCOLO.
nerale in capo Murat lo soppresse, ad istigazione di alcuni invi
diosi colleghi italiani. Principale operatore era il Lancetti, ma
sotto le singole parti da lui compilate si trova scritto :
" Lette da me queste basi generali, vi assento per quanto io
so. Ugo Foscolo. „
" Queste basi generali mi sembrano acconcie al progetto, ed io
per quanto so, ne convengo. Ugo Foscolo. "
Avvi pure unalettera di lui al ministro della guerra, mandan
dogli la " nota de' libri necessarj al mio istituto, senza dei quali non
posso dar opera al lavoro commessomi: 12 termidoro, anno X. „
Un'altra del 19 al segretario centrale Lancetti da ragione
degli indugi posti a quel lavoro. Poi al 22, oltre i molti libri
già divisati, chiede il codice militare francese. " Questo ne sarà
di sommo ajuto, tanto più che labase dellavoro dovrà fondarsi
su le istituzioni repubblicane. „
Eil 26 domanda altri documenti.
Vincenzo Lancetti, noto poligrafo cremonese, aveva composto
un poema, Haiti o l'isola di San Domingo, elo sottopose all'esame
del suo commilitone Ugo Foscolo, che pazientemente lo corresse
e postillò. Avendovi posto ad epigrafe tre versi di Delille, Foscolo
notava: " Per me ci porrei due versi nostri o latini d'epigrafe,
per evitare d'inframezzare il poema con queste sguajataggini di
due colori
Il poema cominciava:
Rapida valicar di nube in nube
Per lo insubrico ciel Donna vid' io
Assisa in carro, che di Febo i rai
Lunge ripercotea, di ulivi e spiche
Coronata il bel crine, e cinta il fianco
Di spada mezzo ascosa e mezzo nuda.
Era la Pace: e Foscolo corregge :
Cinta il bel crine e con l'acciaro al fianco
1Tutto in lode di Napoleone: come nel 1840 chiedeva di dedicare un suo lavoro
militare all'imperatore d'Austria: e nel 1846 al vicerè Raineri.
PARALIPOΜΕΝΙ.
e postilla:
"
" La spada mezzo ascosa e mezzo nuda
79
è unadipintura grottesca: non è bello inpoesia, a mio parere,
che ciò che dipinto resta egualmente proporzionato e bello
Hagran ragione.
Seguitando trova:
del Dio
Di cui sei figlia i prediletti sono
ecorregge " il caro alito spira „, notando che " prediletti non è
voce poetica: chè veramente la parola diletti vuol dire predi
letti „. (?)
Discordia cova e cauto soffia il rio
Alito attossicato, e forse affretta
Co' suoi voti inumani il tuo partire.
Annota: " Questi due versi li vorrei più poetici, massime nella
costruzione ", e sostituisce :
Vapor de la sua face, e tolta forse
Ti brama a lei per te beata terra.
Ove il Lancetti fa
Ma collocato al di lei fianco vide,
Ugo indica che " nonsi può se non lombardamente dire al di lei
franco, e corregge:
Al bel fianco di lei locato vide.
Ove Lancetti pone
i primi
Incensi suoi so che a me sacri,
Ugo corregge porgi perchè " sacrare a me è troppo generico: vor
rei ardi o fumano o quid simile che sia in azione „.
Il poeta cantava che Carlo Magno venne a cacciar dall'Italia
afflitta la gente aquilonare; Foscolo nota: " Bada che Carlo Ma
gno fu forse la ruina prima d'Italia, ch'ei con l'ajuto del papa
la smembrò "
Aquelle terre onde i tesor traeva
Il Gindeo sapïente.
" Mi suonerebbe piùpoetico e piùscritturale di Giuda il sapiente,
seppure il dittongo di questa voce si può produrre. „
80
corregge:
Il verso
trova volgare e surroga:
Dove il poeta pose
fa:
UGO FOSCOLO.
Colmo
Di confidenza e di stupor seguii,
Di fidanza e stupor seguii bramoso.
Morte pria che viltà, disser, c'è cara,
Pria che l'armi lasciar, morte, si disse
Amatissima sposa, in le cui vene
Del mio Napoleon circola il sangue,
a cui la culla
Occupò, quando nacque, il mio campione.
Trova spesso " volgare, basso, prosastico, sa della prosa „ : tal
volta " bello: bel pensiero e ben contornato, bellissimi due versi.
Imassacrati araldi, non è italiano
"
Incontrando più volte bravi,
corregge sempre prodi: alfine gli monta la bizza e prorompe:
" Maledetti bravi e bravo e tutta la generazione „.
Il Lancetti aveva italianizzati i nomi: Leclerc in Chierco, e Bo
jero, Borio, Boscuso, Bruniero, Closello, Caje, Edovilla, Fondisacco,
lo Svegliato, Roccambello, per Boyer, Baury, Boscus, Brunier, Les
Cayes, Clausel, Hedouville, Cul de sac, Léveillée, Rochembeau.
Pare ciò arridesse poco al Foscolo: e dove Lancetti canta
Assai
Io conoscea l'illustre Ilchercho, allora
Che dal lungo vegliar vinto e dal clima
Evicino a spirar l'ultimo fiato,
Foscolo nota " Sa della prosa , e corregge:
Io conoscea Leclerco allor che vinto
Dal vegliar lungo e dall'infausto clima.
Talora aggiunge pezzi di suo, come questi:
Araldo intanto
ARoccambello i destrier pronti disse
Pel cammin meditato, e con lui volle
PARALIPOΜΕΝΙ.
Ladiva accompagnarsi, ed ei con lieto
Volto ne udi il desio, sì che nel carro
Seco ascesi di nuovo, e quando, accolto
Trionfalmente, Roccambello in Porto
Il piè posava, su la soglia noi
Di sua magion l'accoglievamo, e assisi
Con lui, cinto di duci, ai detti suoi
Tutti porgeano orecchio.
Umani sensi
(Alla mia diva il capitan rivolto)
Or son poch'ore palesar ti piacque.
81
Dar come sua la chiusa del poemetto non osiamo, perchè è di
pugno del Lancetti; pure possiam credere che, sopra suggeri
menti di Foscolo, egli la emendasse così :
Ma poi dall'alto delle nubi, mille
Su l'immenso nettuno abeti, in parti
Varie diretti, e minacciosi tutti
Scorgea volar, e d'improvviso affanno
Senti gelarsi il cor. Ahi, disse, Marte
Ancor sazio non è? Misera Haiti!
Ed or qual diverrai? forse il comune
Periglio ai tuoi combattitori il ferro
Per volgerlo in altrui torrà di mano?
Sperisi almen: ma pria che il ciel rivegga,
Questa mia spada al mio campion si rechi.
Risoluta così: me al patrio rese
Desiderato suol, poi come lampo
Volger la vidi verso Francia il volo.
Quel campione della pace era Napoleone!
Il lavoro porta la data del 26 maggio 1803 e noi auguriamo
alle centinaja di poeti, che rampollano oggi, un amico tale, che
sappia non solo lodarli, ma ammonirli e migliorarli.*
LuigiBossi polistore stava allora commissario straordinariodella
Repubblica Italiana a Torino, dove vide impiantarsi il dominio
francese, invocato dal suffragio popolare, e di là mandava al Mi
nistero notizie quasi giornaliere, che sarebbe di comune interesse
il pubblicare. A lui scriveva Foscolo :
" Mi stanno a cuore sempre tutti gli amici nostri di Torino; io
mi conservo come tesoro la memoria delle loro accoglienze ospi
*Sta nella preziosa raccolta del cav. Muoni.
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
6
82
UGO FOSCOLO.
tali. Tra le lusinghe che mi abbellano tutti i giorni la vita, io ac
carezzo sempre la speranza di venire in mezzo avoi ed ai nostri,
e dimenticarmi, fra le gentilezze de' Torinesi e l'amore degli uo
mini letterati, questi tempi dubbj e tempestosi. Intanto, perchè
io non posso provvedere a me, provvederò a voi ed all'amicomio
Franceschini, inviandolo a voi, che già lo dovete da gran tempo
"
apprezzare, e raccomandandovi di farlo conoscere ai nostri.
Addio intanto, addio.
L'amico vostro Ugo FoSCOLO. "
Son troppo note le ire sue con Vincenzo Monti, alternate con
paci, forse sincere, non mai durevoli, come gli amori di donne
troppo sensibili. Avendo questi pubblicato le Vergini Gamelie pel
parto della viceregina, Ugo non potè trattenersi dallo scrivere so
pra uno sfogliaccio:
" Strambotto scritto quando nacque la primogenita del vicerè
in Italia, nel 1807, e poeti e giornalisti e pittori cicalarono tanto
su le Gamelie Dee.
Te Deum, Gamelie Dee: rechiamo serti;
La nipotina al terren Giove è nata;
L'Istituto alla culla ha i voti offerti;
Nel Senato un' arringa è recitata;
Fa Monti un ode, e un sonettin Lamberti;
Dai soldati una messa oggi è cantata;
Per voi fa Bossi un quadro, e Rossi un dramma,
Eil pover Ugo, o Dee, quest'epigramma. „
Erano quelli i tempi de' suoi più romanzeschi amori, dei quali
un piccolo saggio si volle darci testè in occasione di nozze (Pisa
1875), e lascerò dire ad altri che sia opportuno il trarre alla
luce queste intimità. Del tempo che fu professore a Pavia discorre
4Forse i peggiori sfoghi sono nell'Hypercalipsis ove dice : «Goes filius Hore, intuitu
tristi, manducans limaces et expuans salivam, clamat : Colligite argentummeum.Et com
mixta salivæ exibant cornua limacis.
>Et posuit super aggerem vasum plenum papyris carminum; et cum spiritus venti
rapuisset carmina et obtulisset illa omnia aute pedes meos,
>Ego legens vidi: Pro lege inlegem, pro rege in regem, pro grege in gregem, etc.>>
PARALIPOΜΕΝΙ.
83
questa lettera che il noto Giovita Scalvini dirigeva al più noto
Camillo Ugoni aBrescia nel 1810:
Non isgomentirti se non ti ho ancor detto nulla di Foscolo. Volto
carta e sono con te.
Picchiai ad un antiporto, eda un altro uscì il signor Foscolo. Non
ti ripeterò le mie prime parole, ma esse furono semplici e modeste.
M'accolse con una vivacità e con una gioja, ch'io m'avvidi essere
propria a lui solo, e che mi diede molto coraggio. Disse che avrei
avuto freddo e che voleva condurmi al foco, ma che però egli ci an
dava di rado avendo alquanto gli occhi infiammati, e appressandomisi
ficcò que' suoi occhi ne' miei, sì ch'io vi potei scorger entro del
sangue.
Avendogli io detto con molta ingenuità come aveva avuto un po'
di ribrezzo prima d'entrare a lui, sorrise guardandomi fissamente e
disse: « Io non sono niente di più di tutti gli altri miserabili... ma,
mio caro, sono stanco, vedete! sono assai stanco ... Ho detto al mio
curato che mi dia una piccola cucina, perchè non voglio più sortire
a pranzo... Voglio pranzare li su quel mio tavolino rotondo » .
Ma, mio Camillo, sai che in un'ora e mezza si dicono molte cose,
evolendo ioprogredire a narrarti tutto, mi ci vorrebbe il tempo ch'io
non ho; perciò ti farò di tutto un compendio, riserbandomi a fartene
unminuto racconto quando, in una bella sera della state ventura noi,
anderemo a fare una passeggiata fuor di città.
Gli portai co' tuoi i saluti di Herber; si parlò molto dell'Ortis, molto
del carme dei Sepolcri, molto della sua Orazione inaugurale per gli
studj di Pavia; moltissimo della sua traduzione d' Omero. Egli m'a
vrà recitati cento versi del primo canto, perchè egli ha rifatta tutta
quella sua prima traduzione. Guai a quella di Monti se Foscolo fini
sce la sua! Mi ha mostrato la traduzione di Sterne; mi ha parlato
di sette o otto carmi da lui scritti; mi ha letto un articolo del Gior
nale di scienze e lettere, risguardante la traduzione dei dialoghi delle
cortigiane: ma io esitava a parlarglidi Lechi, temendo di richiamarlo
aqualche antica rimembranza, che lo avesse atornar tristo. Parlando
di te, avendogli io detto (con bella grazia, vedi!) che tu eri innamo
rato: " S'innamori, diss'egli, s'innamori; che viva nel mondo ".
« Ah sì, diss'io, bisogna studiare la pagina del gran libro. Ogni gior
no v'è una nuova pagina" ; e mostrava io di parlare colle proprie
sue parole. Allora egli mi domandò molte cose intorno a quel suo li
bretto, e molte me ne disse egli stesso.
Gli palesai il mio desiderio di possederlo, e mi promise di farmelo
84
UGO FOSCOLO.
avere sicurissimamente a Pavia. Quando fui per partire, non potei far
ameno di abbracciarlo, e baciarlo, ed egli? ... egli stampò un bel
suo bacio su questa mia guancia sinistra. Ridi pure; ma io mi sentiva
imbaldanzito, e avendo dovuto visitare il consigliere di Stato Nani,
mi ci portai con una disinvolta indifferenza, e con una trascuratezza,
che ben egli si dovette accorgere ch'io non mi lasciava abbagliare
dal fulgore di una crocetta e dal pomposo nome di Consiglieredi
Stato. Addio.
Giovita Scalvini fu sempre parziale di Foscolo, e gli si serbò
amicissimo fino alla morte: pure di lui scriveva: " Vanta spesso il
cuore, ma senza avvedersi scambia spesso il caldo della sua testa
con quello del suo cuore. Avidissimo di fama, egli non è nè adu
latore nè servo, perchè si è accorto che il mondo onora chi tale
non è. Si adira spesso e grida, perchè ha veduto che gli uomini
si contengono col timore. Tutti i suoi gravi movimenti, il suo
sogguardare, il suo silenzio vengono dalla sua testa, calcolatrice
degli effetti di tutte queste ciarlatanerie. La spontaneità non la
trovi in nessuno de' suoi scritti... L'ingegno suo si può parago
nare ai raspi, che danno ancora del sugo violentemente pigiati,
mentre il vero ingegno è come i grappoli, che, punti appena,
gemono il liquore soavissimo... Foscolo è per me un mistero.
"
Èconosciuto fra i più benevoli e fidi a Foscolo il lodigiano Ugo
Brunetti. Nel Baretti, giornale torinese che s'abbellisce di cose
inedite, e massime del Foscolo, procacciategli dal Bianchini, si
pubblicarono lettere che danno luce agli atti del Foscolo. Eccone
alcuni punti:
Milano,li 10 gennajo 1809.
Ho ricevuto, Ugo mio, la tua gentilissima del 7 corrente con altra
per tuo fratello, che subito gli ho rimesso. Il Migliavacca (vetturino)
5Aveva fatto le campagne napoleoniche come capo squadrone dei cacciatori a ca
vallo; nel 1806 fu sottispettore, poi ispettore alle rassegne della guardia reale: nel
1814 era commissario straordinario a Mantova.
Foscolo lo chiamò « il più fidato, il più generoso, il più affettuoso amico ch'io abbia
avuto in miavita »; e mentre quegli stava in carcere per la cospirazione del 1815, ne
riceveva notizie dalla contessa Lucilla Pezzoli bergamasca, maritata Macazzoli. Fu con
dannato a due anni di carcere, ridotti a sei mesi, e toltagli la pensione. Viveva dun
que poveramente a Lodi, e in trista salute, finchè venuto nel 1825 Francesco in Lom
bardia, esso gli presentò una petizione, e n'ebbe la pensione di 500 fiorini.
PARALIPOΜΕΝΙ.
85
ti porterà un ballotto contenente i Sepolcri, e tu gli pagherai soldi
venti; avrei pagato io stesso, se non avessi temuto di togliergli con
ciò lo stimolo della diligenza. Il tuo sartore non ha, per anco, finito
il vestito dottorale; io l'ho sollecitato, e spero che posdomani l'avrò
presso di me; quindi, se troverd occasione, tu Pavrai subito, se no, te
lo porterò io stesso. Tutti i tuoi amici, ed io più d'ogni altro, aspet
tiamo il giorno della prolusione; sarà bene dunque che tu moltipli
chi li avvisi, onde appagare la curiosità dei molti, e il desiderio di
chi ti ama. Una numerosa carovana è diggià preparata alla partenza;
i tuoi talenti promettono a tutti qualche cosa di sublime, e sublime,
invero, è il tuo lavoro. Io, che teco divido i piaceri, che pure mi com
piaccio di questo entusiasmo e ne godo, vorrei che tutta Milano po
tesse ascoltarti, perchè son certo che tutta Milano farebbe plauso al
tuo genio.
Milano,li 17 gennajo 1809.
Mio Ugo: il felicitati è ordinato, e tu l'avrai alla mia venuta; ma
come ricordarmi la dimensione de' tuoi bicchieri? Ho procurato d'indo
vinare, e per certo non avrò sbagliato d'un metro. Non so s'io verrò
sabato sera o domenica mattina, ma in ogni modo io sarò costi per
tempo, ed a tempo di vestirti il manto oratorio.Méjeans è arrivato jer
notte, onde sarà bene che tu lo inviti ad ascoltarti. Eccoti lenovitàdella
nostra Butirropoli: un ritratto di Rasori vedesi esposto in vendita con
questo goffo e pomposo elogio :
Oparli, o scriva, o medichi,
Rasori ugual non ha.
Mesta lo guarda Invidia,
Lo aspetta Eternità.
Che ne dici? Quello del mio Foscolo è più umile.9
La toga che dovea vestire per recitare l'orazione inaugurale.
'Trattasi d'un bicchiere con questa iscrizione, intorno al quale può vedersi la let
tera del Foscolo al Brunetti de' 13 gennajo 1809 e la nota appostavi nell'edizione Le
Monnier.
•Secretario particolare del vicerè. Buttiropoli, è Milano; Rasori, il famoso medico e
scrittore.
Allude al disticogreco posto sotto ad un ritratto del Foscolo inciso in quel tempo
eche suona così:
Mi fero e buoni e rei onta scurrile,
Ma imitarmi non puote anima vile.
86
UGO FOSCOLO.
Padova,li 22 dicembre 1810.
Ugo carissimo,
Son poco men che tre mesi ch'io manco per la seconda volta da
Milano, e che non ho ricevuto tue lettere; che diamine fai? So che mi
risponderai. Nemmeno io ho ricevuto delle tue. Ma ciò non vale a
giustificarti, poichè sai ch'io sono occupatissimo in viaggi ed in af
fari, mentre tu te ne stai la più parte del giorno collemani in cintola.
Il torto è dunque tuo, e sarebbe imperdonabile se non mi fosse nota
quella tua poltronaggine che t'invade da' capelli fino alle unghie dei
piedi. Difatti scommetto che questa mia ti troveràal caminetto, sdra
jato su d'una scranna col muso da bertuccia e cogli occhi fisi nel
fuoco come chi vi cerca le salamandre: questa è latua posizione favorita
dell'inverno : d'estate poi, oh d'estate è ancor peggio! Ma io non ti
fo grazia e se dovessi anche accattarmi del seccaco......, voglio che
tu sorga dal tuo accidioso letargo per soddisfare la mia curiosità.
Dimmi dunque come vanno le tue faccende? Hai ottenuto qualche
cosa? I ministri hanno pensato a te? Ne dubito molto, e, malgrado
la buona opinione che ho diVaccari,10 temo che dovrai mangiare lungo
tempo ancora la sua minestra prima che si ricordi di te. Persuaditi,
amico, che la tua faccia non è niente ministeriale, e molto meno la
tua spina dorsale, che vuolsi molto flessibile per far fortuna in luoghi
simili.
Hai terminato l'Ajace? Dico di no, ed ho ragione di crederlo. Per
dio, caro Ugo, qui meriti cento colpi di knut; è più d'un anno che
ne hai assunto l'impegno conFabbrichesi, ed unannobastaper par
torire una tragedia, quando se ne ha pregna la testa. Pensa, amico,
che il tempo passa, e tu non fai niente; pensa che, se hai un nome
nelle lettere, questo non è tale da condurti all'immortalità; pensa che
hai molti nemici, che han bisogno di essere umiliati. Oh sì, ne hai
molti. Qui in Padova, per esempio, si parla assai male di te; ognuno
di questi professoroni ti è nemico, e più d'ogn'altro un certo petto
ruto che stassi col collo storto e le mani incrocicchiate cappuccinesca
mente sul petto. Oh che s'io avessi il tuo ingegno vorrei vestirli dalle
feste! Caro Foscolo, io ti scongiuro in nome dell'amicizia, fa qualche
cosa. Tu dirai: faccio. Ma cosa hai fatto in tutto l'anno 1810? Niente.
* Ministro dell'interno. Foscolo lo definisce uomo d'animo nobile, fermo e retto,
ma che, per sua sventura, fatto ministro, non potè ameno d'avere alla sua tavola let
terati cortigiani, ai quali fece molti benefizj, e li trovò immemori ed ingrati.>>>
Capocomico.
PARALIPΟΜΕΝΙ.
87
M'accorgo che ormai ti fo unpo troppo il pedagogo, e che ti divento
nojoso, onde lascio di sermoneggiare e passo ad altro.
Lamia salute è sempre la stessa, un po bene, un po male, e tiro
avanti. Domenica partirò per Treviso, ed alla fine di gennajo sarò a
Venezia. Se vorrai qualcosa, scrivimi; se posso essere utile a tuama
dre, dimmelo. La Lucilla ti saluta e si duole come me del tuo silen
zio, ma entrambi ti conosciamo e ti perdoniamo. Addio.
Il tuo sincero amico
UGO B.
Un altro amicissimo di Ugo fu Sigismondo Trechi cremonese,
figlio dell'intendente generale delle finanze, giovane galante, spi
ritoso, di leggera ma estesa cultura, amico di tutti, visitatore di
tutte le case. Nel 1821 fu implicato nei processi politici per es
sersi dato qual compratore dei beni del profugo Giuseppe Рес
chio, e il 10 ottobre 1823 fu dimesso per mancanza di prove, ma
col precetto di rimanere in Milano sotto rigorosa sorveglianza.
Il signor Domenico Bianchini, accurato raccoglitore e generoso
pubblicatore di quanto si riferisce al Foscolo, fece stampare a
Parigi in 250 esemplari eleganti, Lettere di Ugo Foscolo a Sigi
smondo Trechi (La Croix et C. 1875) che sono 15, con note e
con una lettera del Manzoni allo stesso Trechi. Come tutte le in
time di Foscolo, divagano troppo in galanterie e amoretti, confes
sando di " aver sempre qualche Dulcinea per la testa LaDul
cinea, o piuttosto una delle sue Dulcinee d'allora era la contessa
Fulvia Nava, sorella del Trechi, nella cui casa, sull'angolo dei
Bigli, conveniva una spiritosa conversazione: la chiama donna
"
“
gentile, come poi qualificava la Magiotti, e protesta che non
v'è stato nè vi sarà mai nulla di terreno fra lei e lui. „ Eppure
egli è tutta passione, almeno nelle parole. Certo quelle lettere
sono delle piùcare e che più rivelano l'intimo di quell'uomo, il cuor
suo attraverso allo spirito.Forse qualcuno rifletterà come,a forza
di rappresentare la commedia davanti ad altri, si finisca per rap
presentarla asè stessi. Egli siannunzia già vecchio,e parla spesso
del suo "corpiccciuolo di carta pesta „ e dei malanni da vecchi,
tosse, affanno di respiro, palpitazione, catarri di vescica; e di ba
gni, anodini, candelette.
Aveva allora 60 zecchini il mese, ma non gli bastavano, epia
gnucolava. Lettere brevi dicea non saperne scrivere, se non per
88
UGO FOSCOLO.
affari o per diplomazia. Molto discorre della contessa d'Albany,
viva vecchietta, attorno alla quale s'accoglievano molte belle fio
rentine; e certo nè Fiorentini,nè Fiorentine possono chiamarsi con
tenti de' suoi giudizj. " Quando cominciano a dar nel maligno, ri
spondo sacerdotalmente, Bisogna vedere s'egli è vero; e mi sento
subito dire, Nè anche io lo credeva, e Forse avran detto anche a
me la bugia; e siffatti zuccheri sopra il sale, cheper lo più finiscono
con un ma.n
Dichiara che gli è " caro persino il dolore, purchè liberi dalla
noja e dalla malignità,, ed esclama: " La malinconia,dopo la noja,
è la più vile infermità de'mortali, perchè è infermità inoperosa,
ingrata alla natura, freddissima ne' desiderj,fantastica in tutto
fuorchè ad illudersi delle promesse della speranza „ .
Strana confessione in lui, capofila della moderna melancono
grafia!
Cola andava in estasi davanti alla Musa, fatta dal Canova per
commissione della Albany, ed ora nel museo Fabre a Montpellier,
e davanti alla Venere, da esso Canova scolpita per supplire alla
Medicea, portata in Francia. 12
12 Queste lettere mancano nell'epistolario edito dal Le Monnier.
Firenze, 31 agosto 1812.
La nuova Venere è pur la bellissima cosa! non spira deità come l'altra, nè quella
celeste armonia: ma pare che Canova temesse il terribile paragone dell'arte colgreco
scultore; onde abbelli invece la sua Venere di tutte quelle grazie, che spirano unnon
so che di terreno, ma chemovonopiù facilmente ilmio cuore fatto anch'esso d'argilla:
e mi ricordo ch'io negli anni scorsi adorai per più settimane quell'altra Venere : ma
la seconda volta ch'io vidi questa, me le sono seduto vicino tutto soletto sospirando,
con mille desiderj e con mille rimembranze nell'anima.
Firenze, 2 settembre.
La Venere de' Medici era bellissima Dea; e questa, ch'io guardo e riguardo, è vo
luttuosissima donna. L'una mi faceva sperare il paradiso fuori di questo mondo : e
questa mi lusinga di poter trovare il paradiso anche in questa valle di lagrime. Ca
nova parmi ha superato sè stesso nell'atteggiamento voluttuoso del collo; nell'amo
rosa verecondia del volto e principalmente degli occhi , e nella mossa amabile della
testa.
Oh che! son io pure diventato ciarliere d'arte ?
1settembre.
Ed io m'era appunto jer sera tristissimamenfe nauseato di certa conversazione tutta.
magnifica di cavalieri e di dame, nessuna delle quali era bella, e le più erano vecchie,
e i cavalieri si davano vicendevolmente ragione; e le donne chiacchierando a voce
PARALIPOΜΕΝΙ.
89
Il 10 giugno 1813 scrive al Trechi :
" Ho terminatada più tempo la miapoveraRicciarda. Non vi è
parola ch'essa pronunzii fra que' cavalieri ferrei e crociati, che, tanto
nello scriverla quanto nel leggerla, non m'abbia fatto lagrimare
e spesso dirottamente. Nel carattere di Ricciarda ho dipinto la
fisonomia dell'anima di due persone, e ne ho fatto una sola. L'u
more di Guido è tal quale io l'aveva osservato nell'anima gene
rosamente sdegnosa e quasi feroce, ma nobilissima e altera d'un
mio povero amico che non è più sulla terra "
Aquesta tragedia fu,più che non solesse coi fuorusciti, cortese
la Biblioteca Italiana, che nel 1820 la analizzava con giusto ri
spetto, lodando l'ingegno di Foscolo, che " ha saputo nella patria
di Shakespeare persistere sulle vestigie di Sofocle
tarlo dell' " essersi conservato italiano
"
",
e vuol rimeri
col parlargli schietta
mente la verità.
Noi, venerando l'ingegno dell'autore,non crediamo che in lui
la fierezza dell'argomento venisse da impotenza: chègli altri suoi
scritti ne scoprono l'indole, inclinata ad ornare colle più splen
dide vesti della fantasia gli oggetti più spaventosi. Le Lettere di
Jacopo Ortis e i Sepolcri, lontano dall'invitare ad una dolce me
lanconia, consigliano la disperazione e la morte.
"
Èforza confessare che Foscolo condusse l'azione in modo da
meritarne ogni lode.
Lo stile... Se questo non è il vero stile tragico, noi c'ingan
meno sommessa, compativano malignamente molte donne ch'io non conosceva, e che
nonm'importa di conoscere come degne di compassione e di satire.
sti!
Giusto Iddio!
s'io per alcuna opera buona o per lapenitenza, che ora fo volontario, d'aver amato
troppo le tue creature, iq merito una sola grazia da te, concedimi, giusto Iddio, ch'io
non sia avvicinato da seccatori, a patto anche d'essere da lontano malignato dai tri
V'era bensì in un canto appartato di quella sala il volto piùmolle e più can
dido dell' universo, e la chioma la piùgraziosamente intrecciata,e una fronte che avea
del celeste, e un pajo d'occhi arditi ad un tempo e verecondi,e una bocca vergine, su
la quale avrei sospirato appena, ma non avrei osato baciare, e tutte sì belle cose in
una sola testa. Ma non diceva parola; e appena si lasciò dire da me alcune paroline
sommessamente, e mi rispose con cenni del volto sì che nessuno c'intese. Vieni, don
naiuolo, vieni; e la si lascierà forse baciare da te: ma ti si raffredderanno le labbra,
perchè la è una musa scolpita dal Canova, e comperata da la regina della conversa
zione, e posta credo a tener compagnia agli uomini immobili e muti, come talvolta in
certi luoghi sono io.
90
"
"
UGO FOSCOLO.
niamo a partito; schietto, robusto, intero, e lontano egualmente
dalla nudità della prosa e dagli ornamenti dei lirici.
In una parola, la tragedia è tale, da far onore all'Italia.
Che se ne fosse permesso di parlargli dall' Italia, noi chiude
remmo volentieri colle seguenti parole: Uomo singolare, abbiamo
letta la tua Ricciarda; essa è degna di te; ma perchè t'ostini a
rinserrare il tuo ingegno in un cerchio di afflizioni e di miserie?
Le Lettere di Jacopo Ortis, i Sepolcri, la nuova tragedia presen
teranno il tuo nome alla posterità entro una luce funerea. Ricor
dati che i tuoi lettori son uomini, e che il cuore umano si con
forta di migliori affezioni. Cessa una volta di dipingere il delitto
con troppo seducenticolori: la gioventù italiana legge avidamente
i tuoi scritti, e le tue lettere le hanno fatto un danno gravissimo.
Anche la Ricciarda non è affatto innocente: ammirando il tuo
ingegno, noi sentiamo il dovere di far accorti i meno prudenti, che
non è sempre cauto abbandonarsi aquegli impeti che tu sai ispi
rare. Pensa anche alla tua felicità, che oramai fosti travagliato
abbastanza: gl'invidiosi ed i malignanti sono un popolo infinito:
lasciali garrire a lor senno: non possono arrivare fino a te quelle
voci: vieni a cantare fra noi le lodi della virtù e le bellezze della
natura: se tu non sai essere felice in Italia, è necessario che la
tua anima voli in traccia d'un mondo migliore „.
Delle lettere al Trechi pubblicate dal Bianchini l'ultima è del
1816, e noi siamo lieti di poterne aggiungere altre, scrittegli in
Londra, e che riteniamo affatto ignote sin qua.
1821, Londra, 2 maggio.
Stagione carnevalesca per gli altri, per me di lutto, e di vergogna,
e tu sai, e voi tutti sapete il perchè.
Mio caro Sigismondo,
La mia lettera ti sarà data dal signor Yeates Brown, amico mio
carissimo, e degno d'essere amico di tutti gli amici miei. A lui ho
dato alcuni, anzi quasi tutti i fogli stampati fino ad ora della Storia di
Parga, ecc. ecc, ecc. Ma il librajo teme ora di pubblicarla, e gli amici
miei me ne sconfortano perchè ora più che mai temono l'Alien Bill,
ed ora dove andarei? Brown ti dirà il resto. Addio.
L'amico tuo UGO FOSCOLO.
(A tergo) A Monsieur le Baron Trechi à Milan.
PARALIPOΜΕΝΙ.
Londra, 30 giugno 1821.
91
Sigismondo mio,
Tu hai lasciato qui molte donne, alle quali tu bramavi che le nostre
potessero somigliare; e se alcune le sono tali da farne vergognare d'es
sere italiani, non è colpa loro, ed è merito della natura se non le sono
peggiori, ma pur troppo
Natura non può star contro al costume.
Eil cielo perdoni ai loro sciaguratissimi padri, che non hanno vo
luto nè potuto forse educarle un po meglio; e solo quando il cielo
avrà, se avrà mai, pietà dell' Italia, allora le donne nostre saranno le
migliori e le più utili educatrici della mente e dell'anima de' loro con
cittadini.
Or tu, Sigismondo mio,perchè se' partito innanzi ch' Ella tornasse dal
continente, tu nonhai conosciuto Lady Compter, alla quale assai rare
donne somigliano, e a quanto io mi sappia, nessuna: e perchè il di
vino spettacolo della grazia, della virtù, dell'altezza d'animo e del
l'ingegno riunite all'avvenenza femminile, ti rende beato, ed e spet
tacolo di cui tu se' degno ammiratore, io voglio che tu vegga in Ita
lia la donna che non hai potuto vedere in Inghilterra, ed ella si de
gnerà di farti arrivar la mia lettera, e di parlarti dell'amico tuo, che
per molte ragioni pubbliche, che tu sai, e per altre che stanno nelle
mie viscere, vive tristissima vita, e non ha altro conforto se non se
la certezza ch'ei può essere mortalmente piagato, ma non mai pie
gato. Addio con tutta l'anima.
L'amico tuo Ugo.
Sigismondo mio,
Ti raccomando dalle viscere dell'anima il più caro amico ch'io ab
bia in Inghilterra, e la certezza ch'ei sarà ben accolto dagli amici
miei, mi consola tanto quanto della sua lontananza; tanto quanto, per
chè perdo inlui quasi tutto: quand'oggimai da un anno egli ajuta
vami a tollerare questa faticosa mia vita, ed il suo ingegno animava
e abbelliva i miei scritti, e ov'ei non li avesse tradotti, forse, Sigi
smondo mio, e senza forse, non avrebbero trovato molti lettori. Vor
rei ch'ei potesse portarti le cose stampate; ma viaggia in guisa, che
a stento potràriporre nella sua valigia un opuscoletto su la storia di
Napoli del 1799; e te lo presterà da leggere, e dal frammento vedrai
s'io abbia o no ragione di struggermi di desiderio fino a tanto ch'io
abbia una volta scritto la storia italiana, miserabile ma utilissima, de'
92
UGO FOSCOLO.
miei tempi, dall'anno 1796 al 1816. All'amico mio Collyer, ed ei ti
darà questa lettera, ho dato alcuni indizj perch'ei possa raccogliere
per me, non foss'altro, la serie de' giornali politici stampati in Milano,
e il Bollettino delle leggi, tanto ch'io abbia date certe, da che le date
son nella storia come le battute son nella musica. Da Collyer sapraidi
me e del mio spinoso lavorare, che se giova per l'oggi non frutta
mai tanto da sanare i guai deljeri, nè acquetare le sollecitudini pel
domani. Ma sia così! Del resto il signor Collyer, oltre all'essere dot
tissimo, è bello e compitamente gentiluomo; però le signore alle quali
lo farai conoscere, ti saranno gratissime. Or addio dalle viscere del
l'anima. Addio.
Londra, sabbato 3 novembre 1821.
(A tergo ut s.ª et s'il est absent)
Tutto tuo U. F.
Amadame La Comtesse Nava, contrada de' Bigli a Milano.
Fece senso principalmente, frale lettere al Trechi, quella ove
parla di Alessandro Manzoni. " Io amo Pecchio, e tanto e con tanta
fiducia, che mi sarà caro qualunque sentimento egli avrà nel cuore
perme; e quand' anche mi condannasse, nonl'accuserò di cattiveria,
ma d'ignoranza.¹ª Da Manzoni desidero d'essere stimato,non al
tro; e il perchè di questo non altro mi sta scritto incuore da più
e più anni, e fino dacchè ci siamo veduti in Parigi: tuttavia m'è
bastato lasciargli il rimorso della sua poca costanza in amare gli
amici; ho perdonato alla gioventù dell'età, alla debolezza del ca
rattere, e alle pazzie di sua madre, la freddezza con che accolse
13 Gli amici di Foscolo dovettero esser ben poco contenti della vita che il Pecchio
ne scrisse.
14 Eraappuntoiltempoquando Manzoni al Paganidi Brescia scriveva: Non so astenermi dal qui pubblicare la lettera ultima
del Manzoni al Trechi:
Lesa, 29 luglio 1850.
<>
15 E neppure Nicolini, per tutt' altri moventi.
94
UGO FOSCOLO.
tezza di andarli raccattando e di unirli con siscarso sentimento, che
diedero come lavoro di lui un pezzo ch'egli avea trascritto di
Alessandro Manzoni. E certo non farà onore alFoscolo l'articolo
sulla Nuova scuola drammatica, ove nonmostraaltro concetto fuor
chè il disgusto delle lodi date da Göthe al Carmagnola. Nè combatte
le costui dottrine, nè rassoda quelle de' classici: direbbesi distrugga
ogni regola, asserendo che ciascuna produzionegrande è un oggetto
individuale, con meriti diversi, e caratteri distinti dalle altre.
" L'affaccendarsi a notomizzare i grandi lavori, a fondarvi teorie,
o soggettarli a sistemi è studio vanissimo e nojosissimo „. Asser
zione stranissima in chi tanto analizzò Dante, il Petrarca, il Boc
caccio ed altri minori.
In opposizione a quanto sostenne il Manzoni, asserisce che " il
secreto, in qualunque lavoro d'immaginazione,sta tutto nell' incor
porare e identificare la realtà e la finzione, in guisa che l'una
non predomini sull'altra, e che non possano mai dividersi nè ana
lizzarsi, nè facilmente distinguersi l'una dall'altra "
In Manzoni deride il voler essere poeta, storico, antiquario, cri
tico, qualità inconciliabili ; e viepiù il voler farsi critico delle opere
proprie, mentre " i tregrandi tragici greci, assaliti, stettero a parte
in dignità silenziosa; bensuperiori ai moderni, senza giustificarsi,
nè analizzare, nè teorizzare, fidando nell'immortalità che è ricom
pensa immancabile alle fatiche del genio „.
“
Il Carmagnola gli pare una meschinissima produzione „, lo
censura di aver falsato la storia, qual era data dal Daru, e tac
cialo di aver calunniato Venezia e la costei “ giustizia imparziale,
che sagrifica tutto alle sue leggi fatali
",
siccome avrebbe potuto
dire un cortigiano di Napoleone a proposito dell'assassinio del
duca d'Enghien.
Ci rifugge l'animo dal ripetere il marchio ch'egli vuol impri
mere sulle generose parole del Carmagnola nello sciogliere i prigio
nieri di guerra, e nel respingere la taccia di traditore; fin a dire
che il Carmagnola è “ un individuo maniaco, furbo e fatuo a un
tempo „. E nell'ultima affettuosissima scena non sa vedere se non
" l'uomo preparato alla morte da cristiano, come era addatto a'
suoi tempi, e ad ogniuomo guerriero o ladrone che fa gli ultimi
passi verso il patibolo „. Sono sfoghi momentanei di quella stizza,
per cui anche i grandi talvolta s'eguagliano ai bassi follicolari. In
PARALIPOΜΕΝΙ.
95
lui poi il giudizio fu sempre soverchiato dalla passione, la quale
non sempre era generosa.
Chiudiamo con quello che chiude ogni vita. Giulio Bossi, pro
fugo milanese, al profugo bresciano Camillo Ugoni, scriveva:
Londra, 11 settembre 1826.
Parto lunedì pel Messico. La mia partenza è segnata da un avve
nimento funestissimo al mio cuore, a tutti i buoni Italiani, e alla
gloria letteraria del nostro paese. Ugo Foscolo non è più: spirò jeri
sera alle ore 8 e mezzo,dopo tre giorni di penosissima agonia : nes
suna debolezza cambiò negli ultimi suoi momenti il suo forte sentire
e i suoi decisi principj. Gli prodigai tutte le cure dell'amicizia, do
lente che le mie circostanze incatenassero la mia volontà. Vi do que
sta nuova nella lusinga che preverrete ogni altra penna ne' cenni
biografici di questo nostro grand'uomo in fatto di lettere, affinchè il
pubblico non cominci dall'averne un' inesatta relazione.
Mori a Turnham Green, Bohemia House, villaggio a cinque mi
glia da Londra sulla strada di Windsor, dove vivea da cinque
mesi. Hudson Hurney, coltissimo banchiere, gli fece porre una
lapide con questa iscrizione :
UGO FOSCOLO
OBIIT. XIV. DIE. SEPTEMBRIS
A. D. 1827.
ÆTATIS 52.
Vi è errore nel giorno della morte, e anche nell'età, essendo
nato il 26 gennajo 1777.
Qui non è superfluo riprodurre alcunipassid' una lunga lettera
che Foscolo da Londra scriveva, tutta miseria, a Gino Capponi
il 26 settembre 1826: avendo perduta ogni cosa, fin la mobiglia
di casa, restavagli l'amore delle lettere e il desiderio di trarne
vantaggio.
L'edizione di Dante io non poteva continuarla se non ricorrendo
ad associati (e sarebbe stato accattare elemosina, nè più nè meno),
o addossandomi il debito delle spese della stampa gravissime; e dove
i tempi del pagamento fossero scaduti innanzi lo smercio dell'opera,
io mi sarei trovato di nuovo ingolfato fra debiti, quando invece per
uscirne mi sono contentato di approdare nudo alla riva. Però mi ras
96
UGO FOSCOLO.
segnai ai patti esibitimi da un librajo, d'illustrare per conto suo la
Divina Commedia e quattro altri poemi maggiori italiani, che intutti
farebbero ventun tometti; e fu stipulato che io gli darei il testo e le
note di tutti nel corso di due anni, e ch'ei mi pagherebbe mille du
gento lire sterline.
Sì fatto lavoro per me (dalla noja in fuori di
rivedere il testo, e di tradurre e accorciare quanto ho inserito intorno
a' nostri poeti nell' Edinburgh e nel Quarterly Review e in altre opere
periodiche) era lavoro da nulla. Pur non mi pativa il cuore di per
dere tanti miei studj intorno a Dante; e benchè, ne' tometti, adottati
per economia dal librajo, io dovessi strozzare il mio primo disegno,
pur miprovai di serbarlo alla meglio,e questa fu la sudata delle mie
fatiche. Ma verso la fine dell'anno scorso fallirono alcuni libraj, i
quali erano interessati col mio in questa impresa dell'edizione dei
poeti italiani.
Adunqueio mi sonodeliberato di tornarmi e starmi d'ora innanziper
sempre al primoproposito, eillustrare il Poema apostamia, e pubblicare
l'edizione in cinque volumi in-4. Ma di libri forestieriqui non si fa mai
vendita tanto che basti a rifare le spese; dacchè settecento copie, a dir
poco, sono necessarie innanzi tratto a pagare lo stampatore, e gli
sconti richiesti da libraj, e la gravissima fra le altre spese, d'inserire
nelle gazzette moltissimi avvisi, senza dei quali libro veruno in questo
paese non può mai pubblicarsi, nè trovare chi lo comperi. Aggiungi
la miseria, se passeggiera o perpetua non so, ma fiera di certo ed
universale in questo paese, e la letteratura, oggimai, come cosa di
lusso, e più quand' è forestiera, tralasciata da chiunque la coltivava,
talchè oggi a stento può provvedere alle più forti necessità della vita.
Senza che, a dirne il vero, benchè molti invaniscano a chiacchierar
ne, pochi intendono Dante, ed è libro da Italiani,ed io m'intesi sem
pre a illustrarlo per l'Italia presente e futura.
E però, se avessi alcuna certezza di smerciare inItalia da dugento
cinquanta copie della mia edizione, non avrei da gittare danaro in
nanzi tratto per avvisi di gazzette, nè soggiacere alle regole degli
sconti richiesti da' libraj in Inghilterra. Le copie 250 farebbero per
l'appunto la metà dell' edizione, e ad una ghinea per volumedarebbero
a un dipresso le lire mille cinquecento richieste a stamparli. A me
quindi resterebbe quasi netta l'altra metà dell'edizione, che farei di
smerciare, in parte qui per via di baratto di libri che mi sono ne
cessarj (e dopo che m'è toccato di venderne parecchi per vivere,
sento assai più che mi mancano), e in parte nel continente per le
pubbliche librerie.
Ame, Gino mio, importa più ch'altro il non perdere tanti anni
PARALIPOΜΕΝΙ.
97
di studj intorno a Dante, ed al medioevo, e all'Italia. Cominciai a
fare le parti di critico e d'antiquario e pedante per l'Edinburgh
Review, perch'ei cominciassero a conoscere una volta davvero docuit
quæ maximus Atlas, in tempi che la razza umana europea non era
atta ad intenderlo. Poscia andai avanti con articoli e libricciuoli so
vra i nostri poeti,bisognandomi,pur troppo! di fare arnese e ferruzzo
dabottega della mia penna, finchè, essendone divenuto stucco, fracido
enauseato, e pur nondimeno continuando per provvedermi miseris
viatica canis, tutti i miei provvedimenti ed avanzi tornarono in nulla,
esolo mi rimase il vantaggio d'avere ben imparato il modo d'illu
strare il poema di Dante. E vi ho tanto studiato sopra, e con tanta
insistenza, che oggimai non mi bisognerebbe se non tempo e oppor
tunità di stampare, e me ne struggo tanto più, quanto nel diradare
il poema e il secolo oscurissimo di Dante, parmi d'avere spiato bar
lume àesplorare ilsecolo ignotissimo d' Omero, e lo stato della civiltà
dei Greci a que' tempi. La traduzione mia della Iliade intendo di
stamparla poscia, e illustrarla nella guisa medesima per l'appunto
adottata da me per la Divina Commedia; e perultimo volume vorrei
aggiungerci un testo greco, dove mi proverei di giovarmi delle no
vità proposte dal Wolf, dall' Heyne e da Payne Knight; e il mio
testo sarebbe fatto per uso dei Greci d'oggi, in guisada persuaderli
una volta a leggere in Omero, non già spiriti e accenti, bensì piedi
musicali ed esametri.
Per altro, a finir la traduzione tutta intera dell'Iliade, e illustrarla
come vorrei e potrei, mi bisognerebbe quattr'anni di lavoro e di
quiete, e certezza che smercerei l'edizione mai fuor d'Inghilterra ;
perchè qui altri libri che inglesi possono avere lode, ma non mai fare
fortuna (e John Bull ha ragione); e gl' Inglesi forestierati chiacchie
rano di letteratura epoesia forestiera, ma non l'intendono: non però
sono oche, perch' io pure non giurerei d'intendere addentro e a modo
i loro poeti; e nondimeno tra bene e male scrivo spesso, e mi lascio
stampare alle volte, in inglese. Frattanto, se hai piacere e opportunità
di far pubblicare nell'Antologia alcuni altri libri della mia traduzione,
io ti manderò il quarto, e poscia il quinto; e l'un dopo l'altro sino a
tutto il nono. Il secondo mi pare finito anch'esso, e non domanda più
d'essere ritoccato: ma il primo mi darà tuttavia da pensare; nè per
ora potrei affaccendarmi sovra l'Iliade. E però bisognandomi both on
17
account of my public and private character, per dirla all'inglese, di
lasciar leggere al mondo le mie opinioni e passioni intorno alla Gre
17 Per la mia fama pubblica e privata.
Arch. Stor. Lomb.- An. III.
7
98
UGO FOSCOLO.
cia, il discorso politico, che doveva precedere la versione e le illu
strazioni ad Omero uscirà presto da sè in lingua inglese; e se la
vendita risponderà all'aspettativa, forse che potrò allora stamparlo in
italiano co' primi nove libri dell'Iliade, e dire, non foss'altro, non
omnis moriar.
Per uscirne conPickering (e con certi giornalisti che avevano stame
pato avvisi delle mie illustrazioni), io gli regalai certo mio Discorso
storico, incominciato da più tempo, ma non mai finito, intorno alla
Lingua italiana; e riempiendovi qua e là alcune lacune, e accrescen
dole d'alcune giunte che riguardano segnatamente il Decamerone e i
decameronisti e compagni, gli lasciai stampare quella scrittura. E se
mai il Boccaccio del Pickering, edizione elegante davvero, fosse ca
pitato sino a Firenze, vedi di leggere quel centinajo di pagine che
stanno innanzi al primo volume, e fa ch'io possa intendere quando
che sia ciò che ne pensi, e ciò che ne dicono non tutti i dottissimi,
ma i pochissimi dotti fra' Fiorentini, e il reverendo mio Niccolini fra
gli altri. So che non cruscanti e cruscantimi si faranno nemici: pur
credo che i fatti osservati da me su questa faccenda delle quistioni
grammaticali, e il modo di raccontarli, e i teoremi che ne ho desunti
gioveranno un dì o l'altro, non a rimediare a' guai della lingua, e
non a racquetarne le liti, bensì a indicare a ogni modo la radice delle
questioni e de' guai. E la radice è quest'unica; che la lingua italiana
non è stata mai parlata: che è lingua scritta e non altro; e perciò
letteraria, e non popolare; e che, se mai verrà giorno che le condi
zioni d'Italia la facciano lingua scritta insieme e parlata, letteraria
epopolare ad un tempo, allora le liti e i pedanti andranno al dia
volo e dentro ai vortici del fiume Lete in anima e in corpo, e i let
terati non somiglieranno più a mandarini, e i dialetti non predomi
neranno nelle città capitali d'ogni provincia: la Nazione non sarà
moltitudine di Chinesi, ma Popolo atto ad intender ciò che si scrive,
e giudice di lingua e di stile: Ma allora, non ora, e non mai prima
d'allora.
Gli amatori e i detrattori di Foscolo hanno già imparato il come
leggere e intendere le espansioni di lui, lirico sempre e scrivendo
e parlando e operando. Il fatto sta ch'egli aveva consegnato al
Pickering un grosso fascio di carte, che doveansi supporre il se
guito del commento di Dante, di cui già stampava l' Inferno e il
discorso sul testo; ma colla sua morte si trovò ch'erano nulla me
glio che cartaccie disordinate. Giuseppe Mazzini, che ce le mostrò
PARALIPOΜΕΝΙ.
99
aLondra, per amore dell'amico, assunse, dopo 15 anni, di conti
nuarequel commento,che non avea finito " per mancanzadimezzi,
di tempo, di pane „, e vi antepose una prefazione (Londra, Ro
landi, 1842), innanzi alla quale sta il disegno del cimitero di
Chiswick coll'iscrizione che riferimmo.
Il discorso è caldo,come tutte le pagine del tribuno, edice che
" la grand'anima di Dante ha presentito, più di cinque secoli ad
dietro, e tra le zuffe impotenti di Guelfi e di Ghibellini, l'Italia;
l'Italia iniziatrice perenne d'unità religiosa e sociale all' Europa;
l'Italia, angiolo di civiltà alle nazioni; l'Italia come un giorno l'a
vremo „.
Confessa che Foscolo nonintese interamente " ilDio nello splen
dore del primitivo concetto. Venuto a tempi, ne' quali l'intelletto
italiano si agitava più per impulso straniero che non per propria
virtù, non ebbe fede,quanto voleasi, in una poesia nazionale, e,
pur faticando sull'orme delpensiero moderno, s'ostino nelle forme
greche. Irritato dalla serva plebe di letterati che gli stavan at
torno, e dalle delusioni che amareggiarono gli ultimi anni del suo
soggiorno in Italia, imparo daDante l'energia delle passioni, l'in
dipendenza negli studj, la santità delle lettere, gli sdegni santi
contro chi le contamina; non la credenza che calpesta uomini e
cose esperanze contemporanee, e si leva a quell'ideale che i più
tra noi chiamano immaginazione, e non è che presagio„.
Anche a Byron il Foscolo parve un greco antico, anzichè un
italiano moderno. Diviso tra slanci generosi e bassi istinti, ele
vatezza di concetti e depressione di fatti, nel divulgato scetticismo
volle avere principj, e non seppe andar a prenderli che nello stoi
cismo; stette pagano nei sentimenti come nelle immagini; ripudio
fin la speranza d'oltre la tomba. Gino Capponi, poco prima della
sua morte, rinfacciava aFoscolo la leggerezza de' suoi amori: esser
egli stato declamatore, commediante, di molto valore, ma non si
saprebbe dire che cosa volesse. Questo severo giudizio può compa
tirsi se si ricordi la non celata disapprovazione di Ugo pei tenta
tivi del 1821 e pei profughi d'Italia.
Eppure egli concorreva nel " sentimento dei più, i quali consi
derano l'indipendenza dei rispettivi Stati d'Italia come la sola
necessaria causa, che può esser produttrice della intera sua rige
100
UGO FOSCOLO.
nerazione : ma vedeva contrariarla questo mutuo invidiarci e ca
lunniarci, e intimava che " l'Italia non può aver libertà perchè
non v'è legge; nè v'è legge senza costumi, nè costumi senza reli
gione, nè religione senza sacerdoti, nè patria insomma senza cit
tadini "
La lezione non è ancor tarda, e consuona a quella d'un nostro
che diceva: " L'Italia è fatta, or bisogna fare gl'Italiani .
"
C. CANTÙ.
Poscritto. Quelle prime indagini della Polizia sopra Foscolo pa
jono venute dall'essersi denunziato che a Londra stampavasi un
giornale La Bella Italiana (L'abeille italienne) alla cui testa era
Foscolo. Contemporaneamente ilGoverno del Veneto domandava
al Lombardo come mai qui corresse liberamente la Ricciarda,
mentre colà era severamente proibita. Fu risposto che essa erasi
stampata durante il regnod' Italia, nè quindi era stata soggettata
alla censura presente: bensì n'era proibita la recita. Il censore
Nardini, interrogato in proposito rispondeva: " Spettacolo atro
cissimo. Non potrebbe ora esporsi sulle nostre sceneper molti ri
guardi, e specialmente per la scena 3ª dell'atto II. Ma la perdita
è lieve. „
ARTE ANTICA ED ARTISTI.
POSTILLE
DI UN ANONIMO SEICENTISTA
ALLA PRIMA EDIZIONE
DELLE VITE DEI PIÙ ECCELLENTI ARTEFICI ITALIANI
SCRITTE DA GIORGIO VASARI
PUBBLICATA IN FIRENZE PER LORENZO TORRENTΙΝΟ
NEL M. D. L.
(Continuazione, vedi fasc. IV del 1875, p. 407.)
PARTE TERZA.
(In principio di volume)
Questo tomo porta il secolo nel quale l'arte mutò di maniera,
dall'antica alla moderna. Ilsecolo precedente prepard i cementi, e questo
crebbe la fabbrica. In quello si faticò nelle disposizioni; in questo si
introdusse la forma della totale perfezione. Il fanale più chiaro e il
motore più immediato a tal passaggio di stile a stile fu Leonardo da
Vinci.
Il Mantegna, per la Lombardia;Pietro Perugino,perRoma;
il Ghirlandajo e il Verocchio, per Firenze, dopo Masaccio, Dona
tello ... ; i Bellini, per Venezia, sono le pietre di fianco aquesta fab
brica, ... epiù di tutti ilBramantino di Milano che anche al tempo
di Piero della Francesca rischiarò il futuro secolo. Michelangiolo, Ra
faello, Correggio, Tiziano sono le pietre totalmente della facciata mo
derna. Ma la pietra angolare che
...
da una parte e dall'altra, sor
reggendo tutto l'ordine e mostrando in sètutto il bello e il buono del
moderno, fu Leonardo, acui guardaronoe dacui si regolarono le scuole
dell' Italia, ora maestre del mondo. In Leonardo restò corretto l'antico
e siformò il punto per direzione e perfezione del modo moderno.
Questo durò per cinquant' anni invoga; cessò negli Zuccari; si riebbe
nei Caracci, e ora si diffonde e si confonde. (Post)
Lafabbrica del postillatore,sebbene di gusto barbaro, invoga al suo
102
ARTE ANTICA ED ARTISTI.
tempo, non è irragionevole nella distribuzione de' materiali. L'ultima
nota è ancor più savia, se non che invece di dire corretto l'antico,
amerei avesse detto perfezionato, e lasciasse la perfezione che viene
dopo. (B.)
L'osservazione del Bossi è assennata, non completa: essa, per dip
più dànelle minuzie, desiderando null' altro che una correzione alla
meno inesatta espressione del postillatore circa l'influenza del Vinci,
non quale però un alto senso del soggetto poteva e doveva consi
gliargli. Egli è che, infatti, cotal modo di manifestarsi del seicentista
riguarda la sintesi dell' arte nel suo moto progressivo,e non che essere
giusto, è una testificazione che, anche nel periodo della maggiore- decadenza, vi erano delle menti comprensive del vero e spregiudicate;
doveva essere il nostro postillatore una di quelle. Perchè e come questo
accadesse sarebbe lungo esplicare in unanota; si può peraltro accagio
narne, con una parola, il divorzio, che fino da quel tempo erasi con
sumato tra le arti e le lettere. Il postillatore, nonostante il tributo
d'encomio di cui è degno, non è perciò meno vittima dell'ambiente in
cui visse. Nella prima parte di questo scritto (pag. 417) noi abbiamo
fatto giustizia dell' erronea diceria circa il Bramantino da Milano,
il Bartolomeo Suardi, quale contemporaneo e collega di Pietro della
Francesca : ora, il postillatore , vi ritorna sopra , attribuendogli una
parte importante nel rinnovamento dell' arte, dopo averla concessa, con
più giusta ragione, per la Lombardia, al Mantegna. È un equivoco
cotesto, di cui colpevole primo fu il Vasari e che ebbe uno strascico
fatale di più secoli, onde non ne è ancor sgombro il terreno. Quanto
all' apprezzamento del Vinci , gli è indotto da un senso vago della
sua potenza; laonde se è, in massima, incontrovertibile, è falso nella
sua definizione. Dire che Leonardo corresse l'antico, o lo perfeziond,
come vorrebbe il Bossi, vale quanto rimpicciolire l'ideale della mente
di Leonardo in una questione di forma; laddove, a creder nostro, il
posto che gli compete nell'apogeo dell'arte è d'averla messa nelle
braccia della scienza; e non di una scienza particolare, come quella
della prospettiva o dell' anatomia, delle proporzioni o delle ragioni
naturali e visuali, ma, come per lui altro non era l'arte
diamo dir cosa nuova
nè cre
se non uno dei modi di manifestazione este
riore del concetto intellettuale, così egli voleva farla tale da abbrac
ciare quanto cade nel sensibile delle cose, movendo dalle loro cause.
Per lui l'arte, adunque, non mirava a correggere alcun che, tanto
meno l'antico che visse e vive al cospetto degl'intelligenti d'una vita
propria: nemmeno a perfezionarlo, dove la perfezione, relativa bensì,
era già stata raggiunta. Leonardo a ben altra aureola aspirava che
POSTILLE.
103
aquella di cui lo circondò il tempo suo, e a quella ancor più luminosa
che i tre secoli e mezzo successivi gli vennero crescendo intorno. Solo il
tempo nostro potrebbe vantarsi di sapergli erigere un altare degno del
suo genio unificatore, poichèdell' arte egli non fece una forza che fi
nisce in sè, ma una delle potenze propulsive e concordi di cui lo spi
rito umano si circonda per correre vittorioso il cammino dai suoi de
stini assegnatogli. (M.)
LEONARDO DA VINCI PITTORE E SCULTORE FIORENTINO.
pag. 562, lin. 1.
Leonardo da Vinci pittore e scultore. (V.)
Earchitetto della cupola della MadonnadelleGrazie di Milano. (Post )
Nontrovo altra autorità che questa per attribuire la cupola delle
Grazie a Leonardo : è però evidente che l'interno specialmente non
può essere di Bramante, almeno dell' Urbinate. D'altronde dopo che-ho visto e copiato ipiccoli disegni architettonici del Codice Trivulziano
di mano di Leonardo, sono d'opinione che il palazzo Sanseverino, di
cui rimangono le reliquie a Porta Vercellina, possa benissimo essere
di sua architettura; e allora i pratici delle materie architettoniche tro
veranno moltissima analogia tra gli ornamenti del detto palazzo e
quelli della cupola. Aggiungasi che Leonardo dalla massima parte dei
contemporanei è più sovente chiamato architetto che pittore. È dunque
certo ch' egli ha fabbricato, perchè ai soli teorici non si dava tal nome.
Quali sonolesue fabbriche? Bisognacercarle fraquelle attribuite agli
altri, e che non hanno lo stile degli architetti cui sono attribuite. In
questo caso è la cupola delle Grazie, del cui autore nulla si sa di
certo: quindi la postilla nonmanca di probabilità. (B.)
Che ilVinci unisse alle molte sue capacità artistiche e meccaniche
anche quella dell'architettura, non sarebbe cosa cheben naturale. Basta
ricordare quanto afferma nella celebre lettera diretta a Lodovico : « In
« tempo dipace credo satisfarebenissimo aparagoni de omni altro in
«architettura, in composizione di edifici et publici et privati, ecc. »
Dippiù non mancano scrittori nostri dell'epoca dell' anonimo che de
signano Leonardo coi titoli di pittore e architetto. Quanto alla cupola
delle Grazie, o per meglio dire al suo nodo centrale, di cui la cupola
faparte, non vuolsi molto acume per rifiutarsi ad accoglierne la tradi
zione che la fa opera di Bramante. Anche prima che ci venisse a
notizia l'attribuzione diversa del nostro seicentista, nel volume¹ per
1 L'arte in Milano. Milano 1872, Tipografia Cooperativa, pag. 206.
104
ARTE ANTICA ED ARTISTI.
noi stampato in Milano nel 1872, pronunciandoci su questa parte del
tempio, mentre per noiriconoscevasi la presenza d'alcuni elementi ap
partenenti alla maniera del maestro umbro, non credevamo potergli
sene attribuire l'invenzione. Nè oggi, davanti alla dichiarazione del
' anonimo, raccolta probabilmente da una tradizione che correva in
bocca agli studiosi d' arte del suo tempo, saremmo per convenir secolui
accogliendovi ad autore il Vinci, piuttosto che il Bramante. Forse come
questi fu consultato, è facile credere che lo sia stato anche il grande
suo collega; come l'abbiamo detto altrove, lo ripetiamo qui; noi persi
stiamo ariscontrarvi l'opera di più menti e di più mani, e, posti alle
strette, diremmo vedervi l'opera di uno scultore ornamentale, fors'anche
di un intagliatore inlegno.Ce ne dà diritto l'incertezza che accenna il
Bossi stesso circa il suo architetto.
Del palazzo Sanseverino, citato
dal Bossi, come che esistente sul principio del secolo, in Porta Ver
cellina, nulla sappiamo. Ci pare d'intravvedere un equivoco di nome;
eche si voglia alludere al palazzo Scaramuccia Aicardi, ricordato dal
Giulini e di cui dà anche il disegno, celebre pei minuti ornamenti
di terre cotte, che esisteva entro la via del Terraggio alato del corso
di Porta Magenta, poco prima di toccarne il ponte. (M.)
pag. sudd. lin. 14.
....
chè dovunque l'animo volse nelle cose difficili, con faci
lità le rendeva assolute. (V.)
Altrove e qui abbasso dice che Leonardo lasciava le opere imper
fette. (Post)
L'osservazione del postillatore proviene da unameno esatta inter
pretazione del senso delle parole usate dal Vasari. (M.)
pag. 565, lin. 9.
...
il quale (Verrochio) facendo una tavola dove san Gio
vanni battezzava Christo, Leonardo lavorò un angelo
...
(V.)
Il disegno di questa tavola, senza l'angelo, l' ho io. E l'angelovi sta
dietro d'altro stile. A dì 21 gennaio 1689,hebbi il disegno di Leonardo
del battistero suddetto, donatomi dalla illustrissima duchessa di Pe
leucre (?). (Post )
Unasimile nota del postillatore, aproposito della vita del Verroc
chio, fu già oggetto di osservazione daparte del Bossi; ad esso, come
• GIULINI. Memorie spettanti alla storia ecc. della città e campagna di Milano.
Milano 1856. Vol. VI, pag. 363.
POSTILLE.
105
aquello che noi gli facemmo tener dietro, rimandiamo il lettore (Vedi
fasc. precedente, pag. 426). (Μ.)
pag. sudd. lin. 34.
....
Ser Piero da Vinci zio di Leonardo
Non può dir zio. (Post)
...
(V.)
Il Vasari non che dirlo una volta lo ripete più volte.Ora, a tutti è
noto inveceche Lionardo gli era figlio, figlioperò illegittimo. Conviene
quindi accagionare,di ciò,più che altro, l'ignoranza del Vasari, prima
del 1550 ; chè nella seconda edizione (1566) lo dice senza reticenze,
figlio di Ser Piero. Ciò il Bossi non ha rilevato, come pur sarebbe
stato tanto facile. (M.)
pag. 568, lin. 5.
Fu condotto a Milano con gran riputazione Leonardo al duca
Francesco
...
(V.)
Al duca Lodovico il Moro. Avverti che questo Francesco non
può essere, perchè quando mori Francesco I, duca IV di Milano, Leo
nardo aveva solo cinque annid' età. Nemmenopuò dire Galeazzo Maria,
fratellomaggiore di Lodovico il Moro, perchè pure Leonardonon avrebbe
avuto senon 14 anni, quando Galeazzo fu ammazzato, e non è credi
bile che, restato dopo la morte di lui, si fermasse al servizio di Lodo
vico. (Post)
Ladata della nascita di Lionardo, ora verificata, è di molto retro
cessa, e distrugge in granparte il raziocinio di questa nota.
Vedi
l'Amoretti. (B.)
Secondo l'Amoretti, l'anno della nascita di Leonardo fu il 1452 : il
duca Francesco morì nel 1466, e dieci anni dopo, cadde trafitto il
figlio Galeazzo Maria. La migliore osservazione che si possa fare all'a
nonimo la è di contrapporre ancora una volta alla prima edizione la se
conda. Inquesta, nonchelabiografia andarne grandemente ampliata e
anche emendata in molti punti, fra cui in quello che riguarda la sua
venutaaMilano: questavi è designatain modo non dubbio, e in prova
valga lanotiziadatanei seguenti termini : « Avvenne che morto Gio
«vanGaleazzo duca diMilano, e creato Lodovico Sforza nel grado me
« desimo l'anno 1494, fucondotto aMilano con gran riputazione ... "
Aparte l'errato nome del duca morto, errore ripetuto anche nell'e
dizione Le Monnier,da leggersi in Galeazzo Maria, e la data della ve
nuta in 1484, ecco il Vasari rimesso nella verità storica. (М.)
106
....
ARTE ANTICA ED ARTISTI.
pag. 569, lin. 22.
Venne al suo tempo in Milano ...
(V.)
Leonardo, fuggito il Moro, stette col Melzo suo scolaro gentiluomo a
Vavero per alcun tempo- dissemi il S. David. È credibile, invece, che
nella fugadi Lodovico il Moro, avvenuta nel 1499, Leonardo se ne
partisse da Milano. In Firenze ebbe scolaro Jacopo del Pontormo. Lo
dovico, di cui io ho ilritratto, effettivamente fuggì da Milano e mandò
via i figli in Germania nel 1499: fatto poi prigione del 1500 mori in
Francia. Allora Leonardo era tornato a Firenze. (Post )
Si cerchi chi può essere il sig. David, che aveva nome Lodovico,
come appare in seguito. (B.)
La postilla dell'Anonimo non può essere più confusa: per lo meno
pare scritta a spizzici e in tempi diversi. Ifattistanno che il 2 settem
bre 1499,il Moro partissi da Milano coi figli. Quanto a Lionardo, secondo
l'Amoretti, sarebbesi rimasoqui ancora, benchè perpochi mesi, presso i
Melzi a Vaprio, come accennal'anonimo ; e ad ogni modo,nonpare che
si trovasse a Firenze prima del 1500. (M.)
pag. 570, lin. 5.
una santa Anna con un christo
In questo mezzo, fece un cartone dentrovi una nostra Donna e
(V.)
...
Io ho questa testa di ... ? (Post)
pag. 573, lin. 24.
Andò a Roma col duca Giuliano de Medici nella creazione di
papa Leone. (V.)
Vedi la vita di Pietro Perugino, dove è detto che Leonardo era
andato in Francia vivente Filippino, e Filippino morì del 1505. Qui,
invece, entra a Roma sotto Leone X e dipinge a San Onofrio e poi
.va in Francia dopo. (Qui il postillatore schizza in margine il prospetto
del doppio portico, inferiore e superiore, del convento di S. Onofrio,
per dimostrare il punto in cui la pittura si trova, e con un richiamo
di lettera vi aggiunge da lato:) A S. Onofrio, in capo del portico su
periore, una Madonna col bambino e il ritratto del benefattore di Leo
nardo. (Post )
A Roma la pittura di S. Onofrio si dice della scuola di Leo
nardo. (B.)
L'annotatore ritorna anche qui sulla data in cui Leonardo andò in
Francia, di cui fece già argomento di postilla alla vita del Perugino.
Quello che vi fu da noi soggiunto, a pag. 431 delprecedente fascicolo,
POSTILLE.
107
ci dispensa d'ogni maggiore parola.- Quanto alla pittura di S. Ono
frio e alla opinione che correva in Roma al tempo delBossi, quella
del nostro non permette dubbiosulla spettanza di essa algrande artista,
ma conviene, all'atto istesso, nel riputarla operagiovanile di lui, ancora
nel modo di Lorenzo di Credi. Ora, si giunse fino ad assegnargli una
data, quella del 1482,prima del suo accorrere a Milano agli stipendj del
Moro, e quindi, se ne dedusse unaprima sua andata aRoma, di cui nè
il biografo aretino, nè l'Amoretti, nè i recenti commentatori del Vasari
toccanomotto,ma chemessa innanzi da alcuni intendenti d'arte, venne
poi, al tempo nostro, accolta da non pochi di essi, fra cui dal Mündler,
di cui parleremo in seguito. Veduta nelle condizioni attuali cotesta
pittura, può, peraltro, lasciar incerti i più sottili intelligenti pei guasti
deltempo epei ritocchi dei ristauratori ond'è obliterata. Fra i primi
bisogna metter quello della fascia amodo di cintura onde il divino in
fante è tenuto dalla Vergine Madre, la quale andò interamente per
duta; testimonianza questa, fra le altre,non essere opera dipinta a buon
fresco, come non la è neppure ad olio, sembrando piuttosto condotta
atempra forte. Ciò per le figure: quanto al fondo esso simula un
mosaico messo ad oro. (M.)
ag. 574, lin. 15.
Dicesi che gli fu allogato un'opera dal papa (Leone X). (V.)
Se Leonardo era in Roma nel 1513, in Franciaandò dopo il 1515,
e sarà andato sotto Francesco I.
Il Vasari non dice cosa alcuna
di Leonardo, cioè delle opere di lui in Francia, e par che supponga
che poco tempo vi vivesse ; e pure, se è vero ch' egli, come scolaro
del Verrocchio e per altro confronto, nascesse al 1460 0 1461 ; fosse
aMilano da giovane; da Milano partisse per Firenze nel 1499; da
Firenze per Roma nel 1513, e poco si fermasse a Roma, e passasse
in Francia, bisogna che ivi stesse lungamente, fino al 1536. (Post)
Questa nota è ora annullata dalla verificazione delle date della vita.
edella morte di Leonardo. (B.)
Nonriportiamo la diceria del postillatore pel valor suo, bensì per
mostrare in quali condizioni d'incertezze versassero gli studiosi d'arte
del suotempo. Del resto, l'avvertenza del Bossi dice tutto. (M.)
pag. 576, lin. 1.
Da Leonardo abbiamo la notomia dei cavalli .
(V.)
Nella libreria Ambrosiana,veggasi il libro del Conte Arconati. (Post )
Noncredo che fra i disegni dell' Ambrosiana vi fossero studj ana
tomici di cavalli, eccetto quelli pubblicati dal Gerli. (B.)
108
ARTE ANTICA ED ARTISTI.
Non si riconosce tuttora altro libro sull' anatomia del cavallo che
quello ripetutamente citato dal Lomazzo, e che tutto induce a credere
perduto irremissibilmente fino dai tempi dello stesso Vinci, giacchè il
Lomazzo non ne parla come di cosa veduta. Del Gerli (Disegni di
Leonardo da Vinci, per Giuseppe Galeazzi. Milano 1784) si hanno
cinque tavole, quelle XXXV, XXXVI, XXXVII e XIII-XIV bis, in
*cui sicontengono di tali disegni; se non chedei disegni originali non
vi si fa speciale parola, cioè dove si trovino: pajono tolti qua e là,
ad eccezione dei due bis esistenti nella raccolta De Pagave. (M.)
pag. sudd. lin. 4.
...
ancora che molto più operasse con le parole che coi
fatti ... (V.)
(Dal postillatore queste parole sono cancellate; poi soggiunge) Si
vede a S. Onofrio in Roma nel claustro dei Padri unabella Madonna
sua emolte cose trascurate da questo Vasari. (Post)
Di questaMadonna si èdetto abbastanza più sopra: del restante, l'a
nonimo ragiona tuttavia fra sè colla prima edizione, trale mani, senza
prendersi briga della seconda, davanti alla quale le suemanifestazioni
si sarebbero, al certo, non poco modificate. (M.)
pag. sudd. in fine.
Aggiunge il Lomazzo che alle Grazie, nel refettorio, vi è il ri
tratto di Lodovico Sforza. Ma bisogna che questi ritratti lifacesse dopo
d'un pezzo, perchè i figlidi Lodovico appena erano nati al tempo del
Cenacolo. (Post )
Questi ritratti sono dipinti ad olio sulla crocifissione a fresco del
Montorfano: sono ora (1808) molto rovinati e in qualche luogo il co
lore è caduto del tutto; ma ciò che rimane non è tale da far credere
che siano opera di Leonardo, ad onta di molte autorità e della gra
vissima in ispecie del Lomazzo. Io li credo dello stesso Montorfano. (B.)
La tradizione che cotaliritratti siano di Leonardo dura tuttavia, nè
trovasi intendente d'arte che s'arrischi a smentirla, probabilmente
perchè mancano elementi sicuri per farlo, essendo in realtà, come al
tempo del Bossi, una completa rovina. Ma, da qui all'attribuirli al
Montorfano, il passo ci sembra molto audace. Ildipinto di Giovan Do
nato da Montorfano reca la data del 1495 : è vero che i figli dei
conjugi Lodovico Maria e Beatrice avevano allora il maggiore, Mas
similiano, tre anni; edueil minore, Francesco.Ma,ancor oggi recan
doci davanti a questi avanzi non è possibile confonderci circa la loro
origine. Prima d'ogni altra cosa,lequattro figure non sonodipinte al
POSTILLE.
109
modo medesimo del rimanente: il dipinto del Montorfano è a perfetto
buon fresco e nella sua interezza originaria: le figure aggiunte sono
evidentemente dipinte con altro sistema; e lo si chiami all'olio, a ver
nice, a cera o con mestiche diverse, è certo che lo fucon unmodo im
proprio alla pittura murale, perchè guaste e sparute a tal punto da
esserne riconoscibile appena la macchia; anzi del maggiore dei figli,
Massimiliano, che si trova col padre al lato sinistro dell' osservatore,
neppur tanto. Come l'autore del dipinto si sarebbe lasciato andare a
mutar maniera, in un punto del suo grande lavoro e in un soggetto
così importante, per addottarne poiuna che nonpoteva dargli alcuna
guarentigia di durata ? E chi avrebbe potuto osar ciò se non il Vinci
stesso, di cui si sa,per fama e per prova, che non soleva affrontare la
pittura sopra calce fresca, e si teneva a certi suoiparticolari solventi ?
Che più i lineamenti di coteste figure, i loro toni, per quanto rotti e
denudati, e perfino lo stesso loro degradamento a scaglie somigliano
comenna sol cosa aquelli della pittura del Cenacolo che,quasiamag
gior raffronto, loro stadi contro. V'ha forse una differenza, quella di
parere ai non accorti lagrande pagina del Vinci meno degradata delle
quattro figure; la ragione sta in ciò,che la Cena fu ridipinta, almeno
una volta, e più voltepoi ritoccatadi paste di colori. Di ritocchi cre
diamo nonimmuni anchequeste figure, ma in grado al certo minore.
Ci sembradunquedifficile, come ilBossi ne vorrebbe indurre il sospetto,
che nonsianodi Leonardo, e invece dello stesso Donato da Montor
fano. Quanto all'epoca in cui furono condotte, ci paiono indubitabili
due fatti : il primo che l'affresco era già terminato, perchè la pittura
sopraggiuntavi copre non solo la parete lasciatavi, come pare, affatto
nuda, ma si estende anche sullo stesso colore frescatovi; ' altro, che il
secondogenito di Lodovicoinginocchio presso Beatrice d'Este, è ancora
in fascie: ond'è che i ritratti vi furono condotti poco dopo o quasi su
bito al terminare della Crocifissione ; quindi o negli ultimi mesi del
1495 o nei primi dell' anno successivo, quando il figliuoletto Francesco
toccava i tre anni, all' incirca. (M.)
GIORGIONE DA CASTELFRANCO, PITTORE VENEZIANO.
pag. 578, lin. 12.
....
epiacquegli il suono del liuto mirabilmente
...
(V.)
Anche Leonardo suono di liuto; Leonardo diede luce a Giorgione.
(Post)
Lasecondaparte di questa affermazione è troppo discosta dal vero,
per riguardarla altrimenti che come unapoco meditata esclamazione. (M.)
110
....
Donna .
ARTE ANTICA ED ARTISTI.
pag. sudd. lin. 32.
lavorò in Venezianel suoprincipio molti quadri di Nostra
(V.)
Un disegnino di Madonna l'ho, nel libro donato dal N. Vicerè
1684. (Post)
Intendi Vicerè di Napoli. (Μ)
pag. 581, lin. 3.
.... pure (i veneziani) tollerarono il danno e la perdita con
lo essere restati loro due eccellenti suoi creati, Sebastiano Vini
ziano che fu poifratedel piombo aRoma, e Tiziano da Cador... (V.)
Argomentando dal primo al secondo, non può Tiziano essere stato
scolaro di Giorgione, perchè Giorgione nacque nel 1477. Solo sette
anni dopo di lui, nel 1484, nacque Pordenone; fu concorrente di Ti
ziano manonlo arrivò, e Tiziano presto attese alla pittura, e si trova
piuttosto che Tiziano dipinse prima le opere alle quali il Pordenone
concorreva. Se dunque Pordenone non era posteriore di Giorgione, se
nondi anni sette, dunque nè anche Tiziano probabilmente fu più gio
vane di Pordenone: dunque nè l' uno nè l'altro potè essere veramente
scolaro di Giorgione, bensì uno illustratore dell'altro e tutti e due sco
lari dei Bellini. (Post )
Anzitutto, avvertiamo che a questa postilla nulla trova il Bossi a
ridire, dove pure gliene veniva il destro,vale a dire, circa la strana con
fusione che l'anonimo commette tra SebastianoViniziano, o a dir meglio
Sebastiano Luciani, frate del piombo, e Gio-Antonio Licinio, detto il
Pordenone. Le date vi sono, sebbene di poco,erronee : il Barbarelli
nacque nel 1478, e il Pordenone nel 1483, quindi colla differenza di
cinque anni, non di sette come è detto. Il Vecellio, poi, anzichè essere
coetaneo del Pordenone, come lo pensa il postillatore, era nato, prima
d'entrambi, nel 1477. Si noti pur l'anno di nascita di Sebastiano del
Piombo, che fu il 1485, e si vedrà subito che anche il Vasari non è
stato più felice nel dar per creato o allievo del Giorgione il Tiziano.
I benemeriti commentatori dell'edizione Vasariana del Le Monnier
rilevano l'anomalia riguardo a Tiziano; la tacciono quanto a Sebastiano ;
il quale di sette anni minore del Giorgione, può e pare essergli stato
scolaro; ma, come giusta pel Vecellio, a noi pare più giusta per
intero la conclusione: essere stati scolari, non diremo dei Bellini in
generale, sebbene di Giovanni Bellini in particolare,morto cinque anni
dopo di Giorgione. (M.)
POSTILLE.
ANTONIO DA CORREGGIO, PITTORE.
pag. 582, lin. 27.
....
111
Perchè si giudica che se l'ingegno diAntonio fosse uscito
di Lombardia, e venuto a Roma avrebbe fatto miracoli, e dato
delle fatiche a molti .
.
(V.)
Il divino Correggio ha fatto miracoli senza venir a Roma, e ha dato
fastidio senza riceverne. (Post.)
Si vegga Mengs, Ratti e Tiraboschi. (B.)
Cheintendadirepropriamente l'annotatore col fastidio dato e non ri
cevuto, nonriesce abbastanza chiaro, se nonfosse che fece degl' invidi
enon provò i morsi dell'invidia. Un'andata furtiva a Roma del Cor
reggio si volle pur affermare e comprovare dauno de' suoi ammiratori:
se il documento fu dimostrato falso dal Tiraboschi, non così la cosa.
Le parole delBossi, a creder nostronon altro significano che lefonti cui
si possono attingere notizie circa il Correggio. Ai nominati egli avrebbe
potuto aggiungere il P. Affò e sopratutti il P. Pungileone (Memorie
storiche di Antonio Allegri. Parma 1801), ora riassunti nelle recenti
pubblicazioni del Martini (Il Correggio : studio. Parma 1871) e del
Bigi (Notizie di Antonio Allegri. Modena 1873). (Μ.)
pag. 583, lin. 30.
....
capegli si leggiadri di colore e con finita pulitezza sfi
lati ... (V.)
Non è vero che il Correggio sfili i capegli: li fa bensì a filze,
come di bambace delicato; il Parmigiano sì li fa sfilati più minuta
mente come a fili ricci. (Post)
Qui, il postillatore nonsembra avere inteso ilvocabolo sfilati, usato
dal Vasari per dinotare la perfezione dell' imitazione. (B.)
pag. sudd, in fine.
Ecertamente il Correggio ha visto pitture o disegni di Michelangelo,
come ildisegno dell'Annunziata che Michelangelo fece al Venusto pei
signori Cesi d'Acquasparta, perchè io ho l'Annunziata, quasi mede
sima, con altro gusto operata e variato l'Angelo per non esserequello
del genio suo grazioso,ecc. Ora, il quadro l'ha il bali Rizzo di Ve
nezia. (Post )
Che il Correggio, nato all'incirca vent'anni dopo del Buonarroti,
abbia veduto dipinti o disegni di costui, nulla di più probabile; ma che
si facesse a studiarne le opere è quello che nulla viene a farcredere.Non
èancor provato, del resto, che il Correggio non sia stato a Roma,
112
ARTE ANTICA ED ARTISTI.
come si disse, modesto e inavvertito tanto da non esserne rimasta
traccia storica. Gli studiosi dell'arte che leggono le opere, se così è
permesso d'esprimerci, a preferenza dei libri, non sanno persuadersi
del contrario. Citiamo in prima linea quel sommo intendente d'arte
che fu il ricordato Mündler, il quale vede nel Correggio troppo stretti
vincoli di dipendenza con Melozzo da Forll, un altro artista sovrano,
per ribellarsi a cotesto convincimento, convincimento che era pure
quello del Mariette nello scorso secolo. Ad ogni modo, del Correggio,
intorno al cui maestro si è contestato a lungo senza conclusione, solo
si potrebbe dire che, libero da ogni preoccupazione di scuola si lasciò
ispirare unicamente dall'aura del tempo suo. (М.)
pag. 584, lin. 18.
....
finì la vita nell'età sua d'anni XL, o circa. (V.)
Il Correggio non morì nel 1532, comedice il Salmi, nè, come dice
il sig. Lodovico David, nel 1540, ma bensì nel 1534, come dalla cro
naca scoverta nel gennaio 1688, o per dir meglio in novembre o di
cembre 1687, in Correggio, daD.Flaminio d'Austriadi Correggio in
età d'anni 40 o 42. (Post)
Oggi non sono piùpossibili esitanze: la data della sua fine è com
provata ai 5 marzo 1534. (M.)
pag. 585, lin. 14.
Fu in questo tempo medesimo Andrea delGobbo milanese, pit
tore e coloritore molto vago ... (V.)
Andrea del Gobbo fu prima del Correggio. (Post )
Qui, il Vasari intende parlare di Andrea Solari, fratello di Cristoforo,
scultore, detto il Gobbo,al quale ultimo solo il soprannome appartiene.
Sarebbe stato desiderabile che il Bossi avesse qui preso laparola su co
testo Andrea, tanto più che cominciava al suo tempo ad essere cono
sciuto d'alto valorepel dono che allora il Vicerè Beauharnais faceva alla
Pinacoteca di Brera d'una tavola di lui, firmata Andreas Mediola
nensis 1495, già nella chiesadi San PietroMartire, a Murano. Ma non
èquasi dafar le meraviglie delBossi, quandonè il Ticozzi,ventiquattro
anni dopo, nel suo dizionario (1832), nè il Siret più tardi ancora (1866)
nonhanno saputo trovarvi un posto. Un primo cenno di lui si trova nel
l'Enciclopedia dello Zani (1821; vol. 17, parte I, pag. 320), ma non è,
quale corre lo stile del libro, che un'arida linea. Ben altro valgono le
poche ma giudiziose pagine pubblicate dall'Otto Mündler(1850) in quel
l'aureo libretto: Essai d'une analyse critique sur la notice des tableaux
italiens au Musée National du Louvre ecc. I dotti commentatori del
POSTILLE.
113
l'edizione del Vasari, edita dal Le Monnier (Tomo VII pag. 104. 1851),
ne approfittarono per una lunga nota, apiedi di pagina, alla vita del
Correggio. Ma il Villot, conservatore del Museo del Louvre ne ap
profitto ancor meglio, riformando in molte parti la Guida di quella
pinacoteca sulle norme del Mündler, e fra le altre la nota toccante il
Solari, riassumendo il detto dal Mündler e da altri, e aggiungendo
quanto concerne la presenza d'Andrea in Francia, dal 1507 al 1509,
al castello di Gaillon, in servizio del cardinale d'Amboise, per dipin
gervi la cappella annessa,gettata poi a terra nel 1793. Ammesso collo
Zani, cui nessuno sa contraddire, che Andrea sia nato nel 1458, non
fa bisogno di avvertire quanto inesatta sia l'esposizione del Vasari
che il Solari fiorisse al tempo del Correggio, poichè questi era ap
pena giovinetto quando quello avevavarcato l'epoca migliore de' suoi
giorni, o ne toccava fors'anche la fine, sebbene pare vissuto oltre il
tempo concessogli dai comuni suoi biografi. Per altro verso, il Solari
poteva essere menzionato dal Vasari in nessun luogo meno a spropo
sito che nella vita del Correggio, di cui nell'arte sua sembra l'anti
tesi. Dove lo avesse voluto, era da aggiungersi agli scolari diLeo
nardo insieme al Solari, al Boltraffio e ad altri del medesimo conio, come
che ne ritrae i modi ampi, severi,solenni, edàun'idea vera della fi
nezza della scuola Leonardesca. Almanco,la ricordanza di lui voleva
una linea in appendice alle vite dei Bellini, dovendo egli essere vissuto
più anni a Venezia col fratello Cristoforo, e aver frequentato quella
scuola portandone la purezza, la compostezza e lo splendido smalto
del colorire, fino aparere talvolta nei ritratti un Antonello daMessina.
Tutto ciò considerato, Andrea Solari appartiene al XV secolo. (M.)
BRAMANTE DA URBINO, ARCHITETTORE.
pag. 594, in principio.
Leonardo era nato inFirenze nel 1461: in Milano fu circa dal 1475
o 76, sino al 99. In queltempo,Andrea Scoto, maestro di Gaudenzio
Ferrari era vivo e contemporaneo di Pietro Perugino,nato nel 1446 e
morto nel 1524; perlo che Gaudenzio fuscolaro di tutti e due. (Post)
Adontache il postillatore creda Leonardo nato più tardi, lo mette
in Milano del 1475, ciò che tanto premeva all'Oltrocchi. Vedi Amo
retti. (B.)
Non si ravvisa ben chiaro il motivo di questa postilla a proposito
della vita di Bramante, se non sia stato per fermarvi a suo confronto,
alcuno de' punti allora più controversi della storia dell'arte in Lombar
dia, cioè, l'epoca della venuta di Leonardo, e i maestri di Gaudenzio.
Quanto sopra si notò riguardo al Vinci dispensa dal dire che le date
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
8
114
ARTE ANTICA ED ARTISTI.
addotte sono errate, e vogliono essere supplite da quelle del 1452 per
la nascita, e del 1484, o in quel torno, per la venuta in Milano, come
ci facemmo a dimostrare in altro scritto. 3 Dal canto suo ilBossi allude
agli studi di Baldassare Oltrocchi, antecessore all'Ambrosiana del
l'Amoretti, che a suo dire, 4 « cercava argomento per anticipare
quanto poteva la venuta del Vinci a Milano. » (M.)
pag. 595, lin. 12.
Costui nacque in castello Durante, nello stato di Urbino... (V.)
Non in castel Durante, ma in Ca' Bramante, villa fuori d'Urbino.
(Post).
Si potrebbe dare che questo nome di Ca' Bramante fosse posteriore
di tempo, e ne fosse cagione d'essere stata la casa dell'architetto. (B.)
Ecco una nuova versione dell'origine di questo appellativo di Bra
mante datogli, volta a volta, a prenome, a cognome, e a soprannome,
confusione non meno inestricabile di quella in cui s'impiglia il suo
luogo di nascimento. Crediamo però questa versione dell'anonimo non
meno destituita di fondamento d'altre parecchie. Coll'appellazione del
Vasari che lo chiama Bramante da Urbino el'altra del suo scolaro, il
Cesariano, che lo dice Donato da Urbino, ci pare si trovi quella com
binazione che arriva al vero suo nome di Donato Bramante da Urbino,
che è la denominazione cui giunse il Pungileoni, e che ci sembra inal
terabile anche senza l'interposizione di solidi e precisi documenti. (M.)
pag. 595, lin. 28.
...
si trasferì a Milano per vedere il Duomo. (V.).
Dove dipinsedi granmaniera bensì, ma tagliente suicontorni (Post).
Ignoriamo dove il postillatore abbia potuto raccogliere cosiffatta
notizia, per nulla giusticabile nemmeno con ragioni induttive, qualunque
sia la data della venuta del Bramante a Milano. Pare ormai certo che
si occupasse intorno alla fabbrica del Duomo, ma nessuna testimo
nianza officiale si ha del quando e del come. (M.)
pag. 596, lin. 12.
..
laonde partitosi da Milano ... (V.)
Dopo avere operate molte cose in Milano, a S. Ambrogio, a S. Sa
tiro, ecc. (Post )
•Idisegni della Cena di Leonardo da Vinci, a Weimar.
l'Arte in Italia gennaio; e febbraio 1871.
Torino ; nel periodico
4AMORETTI. Memorie storiche sulla vita, gli studi e le opere di Leonardo da Vinci.
Milano, 1804. Edizione dei Classici italiani, pag.29.
POSTILLE.
115
Il Vasari, qui, tace la vita di Bramante in Milano, come va detta,
perchè non vi stette di passaggio, ma fu architetto del cardinale Asca
nio Sforza che fondò S.Ambrogio grande nel 1495, eparti per la ca
duta de' suoi padroni, come fece Leonardo. (Post )
Certo, il Vasari è in grave colpa di negligenza per avere taciuto
quanto operò il Bramante in Milano e nella Lombardia, durante i
vent'anni, secondo alcuni, i ventiquattro, secondo altri, fra cui il De
Pagave, durante i quali qui si rimase. Anche il Bossi non è esente
da nota, avendo lasciato trascorrere queste postille senza aggiungere
verbo, mentr' egli poteva almanco segnare le opinioni che correvano al
principio del secolo, a meno che egli non accettasse senza riserva
quelle che lo stesso De Pagave aggiungeva ad appendice delle Vite
del Vasari, pubblicate colla edizione dei Classici Italiani (Tomo VII,
pag. 231, Milano, 1809), cui il Bossi istesso aveva mano e nella quale
inchiuse in gran parte le note del postillatore, e queste sue osserva
zioni. Più esplicitamente,ma non per questo conmaggior fondamento di
ragione, vi si accostarono i nuovi commentatori dell' edizione Vasariana
del LeMonnier (Tomo VII, pag. 124-149. Firenze, 1857), imperocchè
quelle notizie meritavano un' attenta revisione, essendo non poche
e non piccole le incertezze che vi hanno e che sussistono tuttora
circa le opere autentiche di lui, o almeno credibili per tali. Tanto
qui basti, chè il trattarne uscirebbe troppo dai confini dei presenti ap
punti. (M.)
pag. sudd. lin. 15.
....
porta Santa; ...
gli fu dato di dipingere a s. Giovanni Laterano, sulla
(V.)
Questa pittura nel fare il portico nuovo fu buttata a terra; me lo
disse il Borromino che, al suo tempo, vi era restata una sola testa
e trasportata in capo del portico. Anche nel portico di S. Paolo
vi è una Madonna col putto fra S. Pietro e S. Paolo di esso Bra
mante. (Post.)
Di talipitture non si hapiù memoria a Roma : almeno i libri e le
guide d'arte della città non ne fanno motto. È probabile però che la
seconda citata, quella nel portico di S. Paolo, sia perita nell'incendio
del 1823. (M.)
•Gli studi del De Pagave vennero recentemente pubblicati e commentati dal dot
tore C. C. (Carlo Casati) sotto il titolo : I capi d'arte di Bramante da Urbino nel Mi
lanese. Memorie storiche-artistiche. Milano, Società Cooperativa, 1870.
116
ARTE ANTICA ED ARTISTI.
pag. 598, lin. 15.
Fece fare in Borgo il palazzo che fu di Raffaello da Urbino,
lavorato di mattoni e digetto con casse le colonne.
Il palazzetto di Raffaello fu demolito. (Post )
Di qui scorgesi quanto siano in errore coloro che ancora credono
che esista e lo mostrano in Roma. (B.)
Lamedesima cosa dell'annotatore riferisce Monsignor Bottari. (M.)
pag.600, in fine della vita.
Fu pittore (Bramante) e in Milano dipinse molto.
Non sidice
qui essere stato maestro di Michelangelo, sicchè la fama nè sarà falsa.
Ecosì credo, perchè non era Bramante di gran che più vecchio di Mi
chelangelo, nè a lui affezionato. (Post.)
Al silenzio del Bossi vorremmo poter noi supplire, ma, invero, non
sapremmo arrivare che a conclusioni negative. Che Donato abbia co
minciata la sua carriera artistica colla pittura nulla di più probabile
e plausibile della versione Vasariana; ma che a Milano abbia egli
lasciate molte delle sue opere di pittura, è quanto manca d'ogni fonda
mento. Nei decorsi anni si disputo non poco per arrivare alla cono
scenza di alcune di esse. Quella unica che, per un momento, parve
tale da potersi concedere all'Urbinate fu la tavola in S. Sebastiano,
rappresentante il suo martirio; ma più attente osservazioni condussero
a riconoscerla per opera della vecchia scuola milanese,e molto proba
bilmente del Bramantino, il Suardi, nel periodo della prima sua ma
niera. Del resto,non è il caso di meravigliare di queste incertezze,
attesa la confusione prodotta, e non da oggi soltanto , dall' erronea
credenza di due Bramanti e di più Bramantini. (M.)
(Continua)
ANCORA DELLA PORTA DEGLI STANGA
A CREMONA.
Il Bollettino della Consulta'Archeologica, in appendice all'ul
timo fascicolo dell' Archivio, dava a cotesto insigne monumento
d'arte, che aveva varcato imonti, un addio che ai nostri lettori
sarà certamente sembrato doloroso; e lo era infatti. I giornali di
Francia vi rispondevano, quasi contemporaneamente, intonandogli
LA PORTA DEGLI STANGA A CREMONA.
117
il benvenuto; e con tanta maggiore contentezza d'animo che, ap
punto in quei momenti, il possesso ne era assicurato alla Fran
cia. Cotesta porta stava, infatti, per essere collocata nelle sale
del Louvre, dove sono raccolti i cimeli migliori del rinascimento
italiano, e dove, fra gli altri, giganteggiano gli schiavi di Mi
chelangelo.
Ma, per quanto le parole del Bollettino siansi date a studio di
conservare la memoria, non solo del carattere e del significato di
quella complicata opera scultoria, ma pur anche del suo aspetto
lineare e plastico, mediante un'accurata descrizione delle parti
che la compongono, l'editore pel primo ha sentito che nessuna
espressione verbale poteva riescire a tanto quanto,per simili casi,
basta invece il più semplice accoppiamentodi segni grafici. Ond'è
ch'egli, a ciò riflettendo, non volle che sotto cotesto riguardo ri
manesse nei lettori dell'Archivio desiderio alcuno. E qui ne dà
prova, aggiungendo alvolume una fotografiadel monumento, come
quella, che fra i modi di manifestazione grafica degli oggetti, non
soffre eccezioni sull'entità e sul valore dell'oggetto riprodotto ; al
che questa immagine aggiunge il merito d'essere stata tolta dal
vero, quando la porta era ancora inposto,prima forse che si du
bitasse della sorte cui era destinata.
Del resto, a chi scrive nulla occorre di aggiungere sulla con
sistenza sua dopo quanto espose nel Bollettino; anzi gli è grato di
riguardare la presente testimonianza quale una riprova offerta per
confermare la verità delle cose dette.
Non fa, poi, bisogno di dire che sul valore artistico della porta
l'accordo è assoluto di qui e di là dell'Alpi: è un capolavoro del
l'arte lombarda nella scultura decorativa che noi abbiamo per
duto, come lo è per coloro che lo hanno acquistato.
Ma il dissenso, o meglio, le dubbiezze nascono laddove si co
mincia a trattare del nome dell'autore. Chi si è fatto campione
di cotesti dubbi in Francia è il sig. Barbetde Jouy, nella Ga
zette des beaux-arts, del 1° febbrajo.
Tutti lo sanno anche franoi, enon abbiamo ommessodal canto
nostro di farcene l'eco fedele: il nome di Bramante Sacca, cui si
attribuisce il lavoro della porta, non ha in suo favore che la te
stimonianza sola della tradizione, e questa tradizione non prende
origine che da affermazioni o da memorie non documentate del se
118
ARTE ANTICA ED ARTISTI.
colo XVII, oltre un secolo dopo dell'opera. Dippiù, se non sa
pevasi con certezza, come oggi si può asserirlo, si dubitava già for
temente che l'arca dei martiri Marcellino e Pietro, da più d'un
secolo trasportata nella cripta della chiesa cattedrale, non era un
lavoro di sua mano,come si proclamavageneralmente, ma discal
pellononmeno abile ma diverso. Noi comprendiamo, d'altra parte,
gli scrupoli e le titubanze che debbono assalire il Conservatore
d'un Museo, come lo è il Barbet di quello del Louvre, davanti a
cosiffatta condizione di cose, le quali sono tali da non permet
tergli di accettare, e tanto meno di affermare officialmente un
nome senza testimonianza di un'assoluta irrefragabilità.
Ora, se questo è il caso per cui non si possa apporre allaporta
ricisamente il nome del Sacca, non è neppur quello per cui lo si
possa escludere senza remissione. Devesi credere che in questo con
venga anche il Conservatore del Louvre, perchè mentre si studia,
molto ingegnosamente, di detronizzare il Sacca, ne lascia poi vuoto
il posto, e libero quindi il campo ai pretendenti.
Speriamo di non essere tacciati di temerità se non giungiamo
fino ailimiti, cui è corso quell' egregio uomo. Noi portiamo opinione,
per quella poca pratica che ci è toccato di fare nelle cose d'arte
italiana, che non si vuol essere troppo corrivi alla demolizione dei
nomi d'artisti, in qualsiasi modo venutici dalla tradizione, quando
non si hanno elementi ben accertati per operarvi una sostituzione
che sia luceinmezzo alle tenebre, eper cui ildubbio cedail passo
alla certezza. I nomi tradizionali in Italia, come questo, giova ri
guardarli non come un fatto irrecusabile, ma come una nebulosa
verso cui dirigere le ricerche, la quale solo il tempo riesce a risol
vere, avvegnachè troppo spesso si è finito ad averli confermati,
quandomeno si attendeva, per nonfarsi un obbligo, anche qui, del
procedere a rilento.
Lasciamo, adunque, l' incognita al Louvre: dal canto nostro,
ammettiamo ben volentieri che il Benedetto Briosco, artista a noi
ben noto, sia l'operatore dell'arca soprannominata,data finora al
Sacca: è una conferma questa dei dubbi già esistenti in virtù di
documenti recentemente venuti in luce: ma non possiamo am
mettere del pari contro il Sacca l'affermazione del Grasselli circa
le statue della facciata della Cattedrale, non di lui, soltanto per
chè pagate ad un Giovanni Pietro Raude, perciocchè, infine poi,
LA PORTA DEGLI STANGA A CREMONA.
119
se vale la testimonianza contraria del Grasselli per le statue, ne
deve pur valere la favorevole per la porta, alla quale egli, senza
esitanza, attribuisce il nome dello Sacca.
Non si dimentichi, per ultimo, che una famigliadei Sacca, anzi
diverse famiglie artistiche, vivevano a Cremona, al principio del
secolo XVI, per testimonianza d'uno scrittore quasi contempo
raneo, qual'è il Campi, cosa che il Barbet riconosce ed ammette;
esi comprenderà facilmente che il titolo decisivo per scalzare la
tradizione non sussiste: vi sussistono, invece, meglio indizj e av
vertenze tali da farci pensare allo Sacca,se non come ad un corpo,
ma all'ombra d'un corpo di cui la storia, ingiusta come spesso
ne' suoi procedimenti, ha cancellato il nome dalle pagine de' suoi
manoscritti, reputandolo, forse, più del bisogno improntato a per
petuità inquella di cotesto insigne monumento.
G. M.
ANCORA DI CESARE CESARIANO.
Dall'opera del Cesariano sopra Vitruvio, di cui parlammo a
pag. 435 della seconda annata, raccogliamo che venne agli archi
tettonici servizi del duca Massimiliano, fu dimesso dal popolo,
poi ritornò alla obsidione dell'arce di Giove per la novariense
vittoria. Ciò fu nel 1512, e stette là rinchiuso fin all'8 ottobre
1515, in cui il castello fu reso.
Il Cesariano aveva acquistato rinomanza come ingegnere mili
tare, onde Carlo V gli commise di fortificare il castello verso il
borgo degli Ortolani, ove costrusse un'opera a tenaglia, che fu
delle prime di tal genere, cioè di due lati ad angolo rientrante,
opera che lasciò il suo nome a una delle porte di Milano, dalla
quale si cominciò la mura nuova attorno alla città; onde nella
lapide postavi, oltre il nome di Lodovico Barbiano di Belgiojosa
governatore e castellano, vi è detto che CAESAR CAESARIANVS
ARCHITETVS MEDIOLANENSIS FECIT.
Il dottore Casati che, nelle Vicende edilizie del Castello di Milano,
ci dàquestanotizia, soggiunge che morì il 1546 di 60 anni nell'ospe
dale del Broglio. Abbiamo fiducia di produrre intorno a lui una
compiuta notizia: intanto crediamo bene riferire la patente del
1528 di Antonio De Leyva, con cui fu fatto architetto di S. M.
120
ARTE ANTICA ED ARTISTI- CESARE CESARIANO.
Officium architecturae Caesaris Caesariani.
Antonius etc. Cum mature consyderaverimus fidem maximam,
ingentiaque benemerita nobilis viri Caesaris Caesariani erga ma
jestatem Caesaream, dumque conspexerimus eius mores optimos,
scientiam, experientiam et rerum usum in architectura, literarum
que facundia, quorummulta in serviciis maiestatis Caesareae, eius
que subditorum, tam tempore belli et in exercitubus Caesareis
et civitatibus, terris et locis Maiestati Suae subiectis, quam tem
pore pacis documenta memoratu digna efudit, dignum censuimus
suffragio nostro benigne amplecti, ut is ceterique boni viri ad
servitia Caesareae Maiestatis promptiores reddantur ac publicae et
privatae utilitati consulatur. Nec nos latet quae in architectura
opera insignia ediderit ad omnes instruendos nedum in concer
nentibus publicum et privatum comodum, sed etiam quae conve
niant in propugnaculis Status et conservatione exercituum ac mi
litum instructione ad bellum. Quare, tenore praesentium, eundem
Caesarem Caesarianum ab hodierna die in antea usque ad Maje
statis Caesareae nostrumque beneplacitum, Architectum prefatae
Majestatis Caesareae exercitus cameraeque facimus, creamus et
constituimus et deputamus cum auctoritate et potestate in con
cernentibus ipsum offitium et interesse Majestatis Caesareae, eius
que Camerae ordinariae et extraordinariae, exercitusque interes
sendi, et cum salario, honoribus, oneribus, gratiis, privilegiis,
praeheminentiis, praerogativis, commoditatibus, emolumentis et
utilitatibus quibuscunque huiusmodi officio legiptime pertinentibus
et spectantibus, et per alios hactenus licite haberi et percipi soli
tis. Mandantes Reverendis et Magnificis Dominis Magnifico Cancel
lario, Presidi Senatus, Senatoribus, Magistratibus utriusque Came
rae, Collaterali Generali, Thexaurario Generali, et quibuscunque
aliis quibus spectaverit, quatenus eundem Caesarem Architectum
ad possessionem dicti officii ponant et inducant et manuteneant,
ac de salariis et emolumentis congruis debitis temporibus respon
deant et responderi faciant; ac in cunctis eius officium concer
nentibus eidem omni favore opportuno assistant. In quorum fi
dem, etc. Datum Mediolani 23 ianuarii 1528. Subscriptum. etc.
Signatum Gub "
C. C.
NOTIZIE.
IDEE E PARLATE POPOLARI.
Ripetutamente discorremmo delle raccolte di fiabe popolari, e
di quella amplissima fatta dal Pitrè. In Inghilterra principalmente
è coltivato questo genere di letteratura, ed oltre lepubblicazioni
della signora R. H. Busk, di cui più volte abbiamo parlato, altri
coltivarono quella che colà si chiama Comparative Mythology.
Cercaessa come mai si somiglino iraccontidi diversissimi paesi,
enesegna le trasformazioni e le evoluzioni che ebbero passando
dall'Occidente all'Oriente, dal Settentrione al Mezzodi, dalla reggia
alla capanna, dal convento al mercato, dal teatro alla caserma,
vestendosi secondo itempi e i paesi, annestando una storiella entro
un'altra, attaccando uno ad un altro frammento, sulla mandòla
del Trovatore o nella cantilena del ciocciaro di Piazza Montanara.
Gastone Paris, francese, spiega un mar d'erudizione sulle ori
gini del Petit Poucet, detto dagli Inglesi Tom Thumb o Stop o'
my Thumb. Si sa quante ne mise fuori il De Gubernatis nella
Zoological Mythology.
Il signor Loys Brueyére, in un volume di racconti della Gran
Bretagna, sostiene come la più parte delle fiabe correnti in In
ghilterra, in Iscozia, in Irlanda si trovino fra i volghi d'Italia, di
Spagna, di Grecia, di Germania, di Russia: popolazioni tutte de
rivate da quella che antichissimamente accampava nelle alture
dellaBatriana, donde portarono seco le tradizioni popolari. Quelli
però non erano racconti fanciulleschi, ma miti simbolici, sicchè,
122
NOTIZIE.
p. e., nella Cenerentola sia rappresentato il riposo della natura
all'inverno e il suo svegliarsi in primavera.
L'insigne orientalista Teodoro Benfey di Gottinga ha dimostrato
che tutte provengono dall' India, e di là si propagarono pei Per
siani, poi pei Maomettani e pei Buddisti, trasformandosi così le
primitive tradizioni e scomponendosi i miti, che ora la fantasia,
sprovvista di scienza e di buon senso, pretende ritrovare.
Èperò a notarsi che tali favole sono comuni anche a popoli
di razza diversa dall'Ariana, come gli Ungaresi, i Finlandesi, e
in Asia gli Arabi e i Mongoli, anzi fino i Cinesi e Giapponesi.
Passarono esse dunque senza la migrazione delle persone, il che
avviene anche al presente.
Il compianto Bleet, infaticabile linguista, aveva raccolto in
7000 pagine le tradizioni dei Bushman dell'Africa più meridio
nale; e le stampò al Capo di Buona Speranza, mentre altri pub
blicava quelle degli Eschimesi dell'estremo Settentrione.
Appartiene al genere stesso, e va segnalato fra i lavori pare
miografici lo Sprichwörter der germanischen und romanischen
Sprachen, fatto dai signori Ida di Düringsfeld e Ottone barone
di Reinsberg Düringsfeld (due grossi volumi, Lipsia, 1872 e 1875).
Sotto denominazioni alfabetiche (non sempre esatte, come av
viene nei vocabolarj) collocano un proverbio, cominciando dal
vecchio tedesco, poi ne' varj dialetti germanici, e nelle lingue af
fini, inglese, danese, irlandese, norvegiana; passando poi al latino
ealle lingue neolatine fin al limosino, al valacco e al romancio.
Si sa che Erasmo nel 1515 stampava a Parigi Adagiorum Col
lectanea, cui seguirono G. Meurier, l'abate D'Humière, il Delanoue,
i nostri Varrini (Venezia 1688) e Morosini (Venezia 1608), e dietro
aloro una quantità fino ai viventi. Di tutti vollero profittare i
signori Düringsfeld, e fa spavento il pensare alla fatica che do
vette costare il raccogliere, foss'anche dai soli dizionarj, tanta
mole di voci e di maniere. Che dir poi del classificarle? E tanto
più se si ricordi che non danno solo proverbj della lingua madre,
ma di ciascun dialetto. Per esempio dell'italiano, oltre il toscano,
si avrà il veneziano, il bergamasco, il romagnuolo, il milanese, ecc.,
e qui pure l'antico e il moderno.
Sarebbe desiderabile che fossero disposti con qualche criterio
NOTIZIE.
123
filologico, per esempio, secondo lo sviluppo de' varj dialetti, o il
loró scostarsi più o meno della forma primitiva. Ma era ciò con
ciliabile colla distribuzione alfabetica?
Piuttosto diremmo superfluo l'infilare, secondo i varj dialetti,
proverbj che sono identici,salvo le varietà di pronunzia. Per esem
pio:
zrés
scires
Le disgrazie soncome le ciliege- I desgrazi j'en emé il
El disgrazi hin comm el zres--
I desgrazis somejen ai
Le desgrassie a son com le cerese
come le sariese.
Le disgrazie xe
Altre volte invece sono le diverse espressioni delmedesimo con
cetto. Per esempio: " Le disgrazie le xe infilà come le avemarie
Le disgrazie le se corre drio
La crose no la xe una se no
le xe tre- Spesso in un fodero rotto si ripone un coltello di
fino acciajo
Spesso sott'abito vile s'asconde un cor gentile--Spesso, sotto rozze fronde dolce frutto si asconde
piombo si trovano vene d'oro--
Sotto
La virtù non sta in tel sajo-Spesso in un panno vile è chiuso un cor gentile ; che tutti
ripetono il tedesco: Es ward wohl schon eher eine üble Scheide
gefunden, darin ein guter Degen steckte, e in latino: Sæpe sub
sordido pallio sapientia latet.
"
Così l'altro: Salb' den Schelm, so stricht er dich. Stich den
Schelm, so salbt er dich; che il francese dice: Oignez vilain il
vous poindre, poignez vilain il vous oindras, fa in italiano: " Il
villan punge chi l'unge, e unge chi lo punge
eti vuol male, fagli male e ti vuol bene--
Faben al villan
Chi fa servizio al
villan si sputa in man- Punge il villan chi l'unge, unge chi l
punge
Fate del bene al villano dirà che gli fate del male
Batti il villano e saratti amico
onz, e l'onz se i le sponz
El vilan el sponz se i le
El vilan onze chi lo ponze e ponze
chi lo onze- Deghe de magnar a on vilan e po l ve magnerà
idei"
Vero è che questa, che a noi pare sovrabbondanza, sarà forse
utilissima agli indagatori della moderna filologia.
Sono 765 i proverbj, poi vi segue un'ampia aggiunta, ma certo
ogni lettore attento potrà farvene nella propria lingna. Se poi
toccasse al libro la fortuna di un'altra edizione, consiglieremmo
ai nobili autori di far un diligente spoglio del Dizionario della
Crusca, che ne somministrerebbe loro ampia messe, oltre i voca
bolarj di dialetti, moltiplicatisi in questi anni.
1
124
NOTIZIE.
Iconjugi autori son notiinGermania anche perlavoridi imma
ginazione, nè gli Italiani devono dimenticare le simpatie da essi
mostrate al paese nostro e specialmente a Venezia. Ma nel punto
che qui principalmente ci trattiene, vanno ricordati di essi, Il
Proverbio come cosmopolitico; La donna nel proverbio; Il tempo,
il fanciullo nel proverbio.
Son tutti studj importanti alla lingua, considerata come un
fatto in diretta relazione col pensiero e coll'anima dei popoli.
Collochiamo sottola stessa classe Iparlari italiani in Certaldo,
magnifica edizione procurata dal cav. Giovanni Papanti, in oc
casione del V centenario di G. Boccaccio. Altre volte il Salviati,
per mostrare la superiorità della lingua fiorentina su tutte l'altre
(
d'Italia, tradusse una novella del Boccaccio in varj dialetti. Ma
è troppo dubbio che tali versioni non fossero abbastanza accu
rate, nè siansi riprodotte con diligenza: certo sono lontane dagli
idiomi moderni. Oltre riprodurne que' testi, il Papanti curò che
la novella stessa fosse voltata in ciascun volgareda persone com
petenti; e non solo ne' dialetti principali, ma ne' subalterni, e
tutto accompagnato di schiarimenti, di paragoni,di commenti, se
condo il genio de' traduttori. In ciò v'è certamente sovrabbon
danza: e, per esempio, del milanese si dà il testo del Salviati, vi
segue un lungo commento, poi la versione nell'idioma moderno
fatta dal Fornari; ciò nella prima parte: nella seconda viene una
versione del Cantù, un'altra del Picozzi, e a fianco altre ne' par
lari di Busto, Codogno, Gallarate, Lodi, Monza.
Son niente meno di 700 queste versioni, nei dialetti del regno
d'Italia, poi in quelli delle popolazioni non ancora unite, infine
ne' linguaggi stranieri parlati in Italia, come il tedesco, lo slavo,
l'albanese, l'arabo, il grecanico; oltre alcune di Savoja, proven
zale, rumena, ecc.
È benda aspettarsi che in questi saggi abbia avuto granparte
l'indole degli autori stessi, e il differente modo con cui intesero
l'uffizio ad essi affidato; alcuno cercando la massima fedeltà al
testo, altri librandosi francamente alla equivalenza, come, per
esempio, in quel di Monza. Ma il raccoglitore benmeritò nell'of
frire questo specchio dei tanti idiomi italiani, e preparar così un
bel campo agli odierni filologi.
NOTIZIE.
125
All'occasione stessa il signor Attilio Hortis, bibliotecario di
Trieste, pubblicò un'ambasciata di Giovanni Boccaccio ad Avi
gnone nel 1365, per ottenere che Pileo da Prata fosse eletto pa
triarca di Aquileja. In tale occasione l'Hortis offre molte notizie e
documenti, principalmente riguardanti l'Istria e il Friuli; questo
singolare paese, che alcuni separano dalla etnografia italiana, e
dove, sotto l'alto dominio dei patriarchi d'Aquileja (esteso sul
l'Istria, la Carintia, la Carniola, la Stiria e fin ad avere la rendita
di200,000 zecchini) fiori una feudalità singolare, alla quale erano
legati anche gli arciduchi d'Austria, e si ebbero i primi esempj
di rappresentanza parlamentare e di giurati (astanti), persone po
polari al cuigiudizio doveano conformarsi i giudici del patriarca.
In quell'occasione al papa, se ritornasse da Avignone in Italia,
si offrivano " cinquecento barbute con la bandiera del Comune
di Firenze a fedelissima scorta, e cinque galee ben munite Stu
"
penda offerta d'un solo Comune!
Waitz, il migliore fra i tedeschi che si occupano del medioevo
germanico, aGottinga presiede al seminario storico, ove spinge i
giovani astudiare le fonti,e ne derivarono eccellenti monografie.
Si favorisce così sempre meglio il movimento eccitato dai Monu
menta Germanica del Pertz, e viepiù sarebbe dallaAccademia per
la storia di Germania, che Ranke avea proposta.
Può dirsi che colà ogni paese abbia la sua rivista storica o
storia particolare, e pubblicazioni di carte.
Giesebrecht si pose a capo della Geschichte der Europäischen
Staaten, cominciata dall'editore Francesco Antonio Perthes sotto
ladirezione di Heeren e Uckert.
J. R. Green diede A Short History of Englisch People, che è
un grazioso compendio delle vicende inglesi non solo, ma della
letteratura, delle arti, dei costumi, delle istituzioni; senza di cui
noi non crediamo possa più farsi la storia. Malgrado molte ine
sattezze, che in edizione successiva potranno essere eliminate,
il libro fu graditissimo.
Un'altra buona storia dell'Inghilterra è pubblicata dalla si
gnora Thomson, eforma parte d'una collezione di storie de' varj
126
NOTIZIE.
paesi, di cui ciascuno in un volume e costa uno scellino. Ecco
un lavoro che andrebbe così bene al nostro paese, e di cui un
saggio può considerarsi la Storia d'Italia narrata al popolo dal
Romussi nella Biblioteca del popolo del Sonzogno, di cui ogni vo
lumetto costa 15 centesimi.
Perchè non si farebbe a quel modo la storia di tutte le città
italiane?
Si sa che il Governo francese istitui una società a Roma, dove
siano inviati giovani studiosi delle belle arti e dell'alta filologia,
oltrechè vi passeranno un anno quelli destinati alla scuola d'Ate
ne. Fra i lavori che quegli alunni mandarono al loro Governo
notammo una notizia sul manoscritto del Salimbene, per Clédat;
i mosaici italiani anteriori al IX secolo; documenti inediti o rari
sugli artisti francesi che lavorarono in Italia, per Müntz.
È una delle più preziose pubblicazioni la Revue des questions
historiques, che fin dal 1866 si pubblica aParigi. Ma poichè quella
" fu fondata non per le ricerche scientifiche e disinteressate, ma
per difesa di certe idee politiche e religiose, accettate da tutti i
collaboratori
" ,
si stimò opportuno istituire la Revue histori
que, diretta dai signori G. Monod e G. Faguiez, che pretende
restar indipendente da qualunque opinione politica e religiosa
pensando che " la storia possa essere studiata in sè stessa e senza
preoccuparsi delle conclusioni che si possono trarre pro o contro
di questa o quella credenza "
"
",
Nel primo fascicolo, dopo un'introduzione sui progressi delle
scienze storiche in Francia, viene una dissertazione del Duruy Sul
regime municipale dell'impero romano; seguonostudj critici di Thu
rot Sugli storici della prima crociata; Granvelle a Besanzone di
Castan; Relazioni di Saint-Simon coll'abate Dubois, di Chéruel;
La missione di Custine a Brunswick nel 1792, di Alberto Sorel;
Le undici regioni d'Augusto, per Ernesto Desjardins; La distru
zione di Magdebourg, per Rod. Reuss; Una Memoria inedita di
Richelieu; Una conversazione di Napoleone I con Sismondi, che il
Villari desunse dai manoscritti di questo, esistenti a Pescia; infine
un bollettino storico.
Quest'indice basta a mostrare di che natura sia il giornale e
quali i collaboratori.
NOTIZIE.
127
ANapoli si è costituita una società storica, e noi salutiamo
questa sorella, a favor della quale, oltre un sussidio della città
e della provincia, il ministero assicurò lire 2000 l'anno.
Anche gli atti della Società ligure di storia patria si stampano,
ora tutti, ora in parte, a spese della provincia, e perciò ne por
tano in fronte lo stemma.
Beno de' Gozzadini è nome celebre nelle storie nostre per be
nefizj e per ingratitudine seguitagliene quand'era podestà di Mi
lano: anche il nostro giornale ne parlò, e gli fu dedicata una delle
vie di Milano, e una statua nella Galleria. Ora a Bologna, da
un illustre rampollo di quella famiglia, fu pubblicato l'albero ge
nealogico dei Gozzadini, e non vi appare questo Beno o Benno:
e credono s'abbia a dire Benno o Beno da Gozzano, che è nella
montagna bolognese. Ecco una celebrità scomparsa.
Ed. Heis, professore d'astronomia a Münster tolse a dimostrare
che il ricantato motto di Galileo all' Inquisizione: Eppur si muove,
non fu mai conosciuto da nessuno storico, prima che venisse pro
dotto in un dizionario storico pubblicato a Caen nel 1789 (Das
Unhistorische des dem Galilei in dem Mund gelegten E PUR SI
MUOVE, Münster 1868). Altrettanto sostenne Ph. Gilbert in ar
ticoli sul processo di Galileo, nella Revue Catholique 1869, II se
mestre.
Il gran pregio in cui sono tenute in Germania e in Inghil
terra le opere araldiche e genealogiche prova che non c'è sol
tanto l'applicazione di quello spiritoso apoftegma, Chez nous tout
le monde est démocrate, personne ne veut être du peuple. E di fatto
la storia de' popoli si compone in gran parte della storia delle
famiglie.
Il conte Berardo Candido Gonzaga pubblica a Napoli Memorie
delle famiglie nobili delle provincie meridionali d'Italia, ove si lagna
che i genealogisti toscani, lombardi, piemontesi non tengano ba
stante conto di quelle: ne vede alcuna derivata fin dai Romani,
altre dai Greci o dai Goti, ma le storiche cominciano dai Longo
bardi e daiNormanni, e tanta importanza ebbe quella nobiltà,
128
NOTIZIE.
che i re s'imparentavano con essa, e l'avevano compagna nel fare
le leggi.
Egli ne dà il catalogo alfabetico, di ciascuna riferendo l'origine,
gli uomini illustri, la condizione presente. Volle poi premettervi
nozioni importanti dei feudi, dei cognomi, dei titoli, delle insegne
ed armi e un copioso dizionario araldico per l'intelligenza dei co
lori, degli smalti e degli altri elementi degli stemmi. Ciò vera
mente apparterrebbe piuttosto a un'opera elementare, che non
ad una storia di famiglie.
Questoprimo volume arriva aiFilangeri, e fadesiderareil seguito.
Della stessa natura con più vaste proporzioni sono Le famiglie
notabili milanesi, delle quali, per potere più completamente par
lare, attenderemo una più avanzata pubblicazione. Intanto an
nunziamo che il primo fascicolo comprende le famiglie Manzoni,
Giulini, Clerici, Bertini, Taverna. Seguono nel secondo lafamiglia
Labus, elaborata dal cav. Muoni, notissimo per simili lavori; e le
famiglie Visconti-Venosta e Barbiano-Belgiojoso.
C. C.
Il marchese Alberto Rusconi di Bologna, autore di una re
cente illustrazione genealogica della propria antica e storica
prosapia, invia ad un nostro socio un ricordo sull'Accademia
araldica-genealogica italiana, residente in Pisa, la quale ha per
organo de' suoi lavori e delle sue deliberazioni il Giornale aral
dico-genealogico-diplomatico che si pubblica in quella città. Que
sta Accademia che ora entra nel suo quarto anno di vita, conta
già più di quattrocento socj, scelti fra i più ragguardevoli scien
ziati, letterati, militari e rappresentanti delle principali famiglie
italiane. Ci si dice come essa nonsi proponga di resuscitare l'ari
stocrazia nè di rimettere in uso ciò che i mutati tempi relega
rono nei musei e negli archivj, bensì di dare un maggiore im
pulso alle ricerche storiche, estendendo le sue indagini minute
e circostanziate a quelle fonti ausiliarie della storia, che sono l'a
raldica, la genealogia, la diplomatica, la sfragistica, lanumisma
tica. Parrebbe a prima giunta, osserva lo scrivente Rusconi, che
i tempi volgessero avversi a tale instituzione, pure il fatto prova
il contrario. Mentre in Sicilia i baroni Palizzolo e Galuppi pren
devano ad illustrare quelle nobili famiglie, e aNapoli un Candido
NOTIZIE.
129
Gonzaga pubblicava un'opera intorno alla nobiltà di quell'antico
regno, a Milano sicostituiva la Società per l'edizione della storia
delle famiglie nobili, a Torino veniva in luce l'Armista di quegli
antichi Stati, e si continua tuttora la pubblicazione dell' opera
monumentale dell'esimio Pompeo Litta. La nuova Società Aral
dica di Pisa trovasi in relazione con altre analoghe d'Austria, di
Prussia e di Francia: essa si prefigge di mettere quasi a contatto
fra loro i coltivatori di tali studj (i quali, sebbene qua e là di
spersi, pure sono molti) e giovarli con mutue relazioni, e susci
tare nobili gare, tenendoli periodicamente edotti di quanto in
tale argomento si fa in Italia e fuori. Il giornale poi da essa
promosso e sorretto, apre largo campo alle elucubrazioni dei
socj.
Della Società fanno parte, a quanto ci si annuncia, egregi eru
diti, come il Passerini addetto alla Consulta Araldica dello Stato,
il Pallastrelli, presidente della deputazione parmense agli studj
di storia patria, i rappresentanti di molte delle più insigni fa
miglie italiane, Mocenigo, Pisani, Contarini, Douglas-Scotti, Ca
raccioli, Caraffa, Ruffo, Corsini, Chigi, Cavriani, Pio, Lancia,
nonchè magistrati, dignitarj, principi, e inoltre dotti ed eruditi
in buon numero, giacchè l'Accademia ha una sezione apposita
per l'archeologia artistica e monumentale.
М. С.
La Società Storica Lombarda nell'ultima sua Adunanza del 19
febbraio ha ammesso fra i suoi membri il cav. signor architetto
Angelo Colla; deliberò poi che la sua partecipazione alla ricor
danza della battaglia di Legnano sarà rappresentata da alcuni
studj storici su quel fausto avvenimento, che verranno in quel
l'occasione pubblicati in un volume distribuito gratuitamente ai
Socj per cura della Società stessa.
Il Segretario vi presentava ilbilancio consuntivo 1875 e il pre
ventivo 1876, che vennero deferiti all'esame deiRevisori, a norma
dello Statuto.
Arch. Stor. Lomb.-An. III.
9
BIBLIOGRAFIA.
Le materie politiche relative all'estero degli Archivj di Stato Pie
montesi, indicate da NICOMEDE BIANCHI. Modena, 1876; in-8, di
pag. 750.
Se c'è uffizio nel quale sentesi l'influenza dei gerenti, è certamente
la custodia degli Archivj, neppure forse eccettuando quel dell' inse
gnamento. Un cattivo archivista può scomporre, disordinare le carte
affidategli ; può distrarle con classificazioni arbitrarie; impacciare le
ricerche. Un attivo, coscienzioso, rassegnato, cioè amante del proprio
dovere, può darvi vita, dirigere opportunamente i collaboratori, com
prendere ove dirizzar le ricerche; saper rispettare il preesistente, pure
coordinando il nuovo; ajutare gli studiosi non solo di compiacenza ma
di consigli.
Èdunque aconsolarsi nel vedere che gliArchivj si vanno affidando
apersone, che si danno premura di mostrarsi e competenti e zelanti,
non solo cogli ordinamenti interni, ma anche con pubblicazioni.
Quel che dovrebbe desiderarsi da ciascun Archivio, è fatto dal so
prantendente a quelli del Piemonte, col volume che annunziamo. Gli
Archivj di Corte furono tenuti con diligenza non solo, ma con lusso,
principalmente dacchè Vittorio Amedeo II vi diede regola e statuti,
compiti da Carlo Emanuele III, che li colloco in un edifizio apposito.
Narratene le vicende, il commendatore Bianchi porge il catalogo delle
negoziazioni e dei trattati, distribuiti cronologicamente, cioè secondo i
regni, cominciando dal 1149 e venendo sin a 50 annifa, credendo che le
cose posteriori sieno troppo recenti per offrirle al pubblico.
I trattati sono l'epilogo, la conclusione delle negoziazioni, e forse ai
cercatori sarebbe riuscito più comodo quando fossero stati disposti tutti
BIBLIOGRAFIA.
131
di seguito, anzichè dividerli secondo i regni, e intercalandovi le ne
goziazioni.
Èsuperfluo avvertire come daquei carteggi si raccolga largamesse
di notizie intorno a paesi e a Corti estere, principalmente Francia,
colla quale è la maggior parte delle negozioni savojarde.
Fra i trattati è notevole la capitolazione conchiusa tra il duca di Sa
voja e il Comune diMilano, resosi libero per la morte delduca Filippo
Maria Visconti, per la quale, dietro al concordato di Bassignana, il duca
si obbliga di soccorrere esso Comune nella guerra contro Francesco
Sforza, ricevendone in corrispettivo la città di Novara, il Novarese,
e tuttociò che di là dal Ticino era dipendente dal ducato di Mi
lano; e il Comune di Milano s'impegna a pagare al duca per anni
50 l'annualità di 25 mila ducatoni, e un'altra annualità a titolo di
censo perpetuo, di 25 mila ducati d'oro, ed eziandio di non eleggersi
alcun Sovrano senza il consenso di esso duca; e venendo il caso, di
preferir lui, dandogli frattanto la facoltà di conchiudere la pace coi
Veneziani, e di cedere loro tutto o parte dello Stato al di là del
l'Adda (1450).
Avvertiremo che l'anno è il 1449; e il trattato era iniziato dalla
vedova di Filippo Maria.
Numerosi sono i carteggi collo Stato di Milano, eviepiù importanti
quelli, sì controversi, colla Corte romana. Il primo esempio di lega
zioni stabili fu dato dal nostro Francesco Sforza, quando nel 1455
mandò un oratore residente presso laRepubblica di Genova. È antica
l'ammirazione peidiplomatici sardi, dei quali lo stillato, la quintessenza
radunossi nel conte di Cavour, verso del quale l'autore professa una
devozione, quasi come quella verso dei duchi di Savoja.
Di un libro composto di indici non si potrebbe dare un sunto. Per
noi avrebbero importanza i carteggi colla Repubblica Cisalpina e Ita
liana. L' Archivio nostro di Stato possiede le relazioni, quasi quoti
diane, che Luigi Bossi, Leopoldo Cicognara, il Borsieri ed altri inca
ricati d'affari, mandavano al Governo di qui, intorno agli avvenimenti
e all'opinione di quel paese,che allora perdeva l'indipendenza. Unendo
queste ai carteggi indicati dal Bianchi, potrebbe farsi una cronistoria,
certamente di vivo interesse, e dove figurerebbero Carlo Botta, il Serra,
il Priocca, il Birago, il Colla, il Pétiet, il Bertier, il Jourdan, il Ro
bert, e quanti altri ebbero manonegli affari di quel tempo.
Forse di alcuni noi ci varremo per questo giornale; intanto facciamo
congratulazioni non senza invidia, al signor Bianchi.
132
BIBLIOGRAFIA.
Anche ia Direzione dell'Archivio Veneto pubblicò gli Atti dell'Ar
chivio di Stato in Venezia nel decennio 1866-75 (Venezia, Naratovich,
1876; in-8, di pag. 211), non compiacendosi, come vuol la moda, di
denigrare il passato, e dirne ogni male per adulazione al presente;
confessando anzi i molti lavori già da tempo cominciati per l'ordina
mento, le agevolezze prestate agli studiosi, i cataloghi cominciati.
Questo libro, oltre informare delle ricchezze possedute da quell'im
portantissimo Archivio, detto dei Frari dal convento in cui è rac
colto, dà buone norme per gli archivisti, oltre presentare una bi
bliografia delle opere concernenti gli archivj in generale e i parti
colari.
Se volessimo far qualche paragone, noteremmo che nell'Archivio
Veneto le carte coprono la superficie prospettica di metri quadrati
13,348.56; e il milanese metri quadrati 16,105; che quegli Archivj
antichi constano di filze 91,623, e i moderni di 99,488; i milanesidi
300,000.
Archivio Veneto. Tom. I-X.
C'è veramente da congratularsi coll' abate Fulin che, avendo fon
data questa pubblicazione periodica, ritrova tanti che lo coadjuvano
di lavori e di materiali. Così può porgere una raccolta di documenti,
anche illustrati, la storia di diversi paesi, la vita di illustri personaggi,
come Lazzaro Moro, Giulio da Milano; un catalogo di tutte le pubbli
cazioni che riguardano il Veneto.
Descrivendosi l'Archivio capitolare di Verona, è raccontato il cu
rioso modo con cui, verso il 1735, si vennero a scoprire carte e libri
che vi giaceano fin dai tempi di Pacifico, e che tanto giovarono alle
edizioni di Classici e di Padri. La scoperta fu principalmente dovuta a
Scipione Maffei, ed è curioso, nonstrano, il vedere come segliene vo
lesse male. Lo scoprir quei tesori non era una taccia a tutti i prede
cessori d'averli ignorati? Questo, in linguaggio d'allora e d'adesso, chia
masi superbia, atto antipatriotico ; oggi dicono antinazionale.
Eccellente idea è il pubblicar le carte dal 1000 al 1100 che restano
nell'Archivio notarile, del quale forse noi fummo i primi a mostrare
l'importanza nella Scorsa di un Lombardo negli Archivj Veneti.
È un bell'uso nella Venezia, in occasione di nozze, pubblicare,
non più sonetti, ma qualche documento ignoto o raro. Ma ciò si fa in
pochi esemplari, distribuiti agli amici, e perciò sottratti agli eruditi.
L'Archivio ne dà notizia, e così il mezzo di procurarseli, o almeno di
saperli.
BIBLIOGRAFIA.
133
I giudizj bibliografici non sono sempre acqua di rose, e talvolta pro
cedono congiustificata severità.
Fra gli articoli ci parvero notevoli un esame della poco esatta Storia
della Laguna Veneta del Vacani, la dissertazione di R. H. Major sui
viaggi dei fratelli Zeno, che,con ben altra critica e dottrina che non
facesse lo Zurla, sono difesi e sincerati, ed indicatine gli errori e le
cause; talchè quello ch'era giudicato a uno dei più intricati argomenti
in letteratura ", cessò di esser tale. Questa dissertazione forma parte
delle preziose pubblicazioni della Società Gcografica Hakluyt, di cui il
Major è operosissimo segretario, e dove sono le relazionidi molti viag
giatori italiani, con lettere del Colombo, i viaggi di Girolamo Benzoni
inAmerica nel 1542-56; quelli di Giosafat Barbaro e Ambrogio Con
tarini alla Tana e in Persia; quelli di Caterino Zeno pure in Persia; il
viaggio di Magellano descritto dal Pigafetta, quello di Giovanni daVe
razzano, quello del Cadamosto, quelli di Giovanni e Sebastiano Cabotti.
Il dottor Ceruti vi pose una prima parte d'un registro ragionato di
tutte le scritture relative al Veneto, che si trovan fra i tesori della
Biblioteca Ambrosiana: faticosissimo lavoro, del quale speriamo voglia
egli fare un riscontro pel nostro Archivio, informando delle scritture
che si riferiscono al Milanese.
In quello del Fulin non mancano cose concernenti la storia milanese.
Il signor Antonio Bertoldi vi pubblicò ben 16 documenti, da noi co
municatigli, intorno al famoso Michele San Micheli, quando Francesco
Sforza lo invitò a visitare le fortezze del Milanese.
Esopra esso Sforza il Toderini, la cui immatura perdita è univer
salmente compianta, pubblicò altre carte che, conosciute prima, avreb
bero potuto completare la serie, che speriamo fra poco pubblicare,
di quelle concernenti l'ultimo duca Visconti. Allorchè lo Sforza si
impadroni del ducato, pose in Archivio la sua anteriore corrisponden
za, che noi abbiamo sino al febbrajo 1450, e alcuni importantissimi
registri. Ma vi mancano questi, forse rimasti a Pavia, e quindi portati
in Francia nell'invasione del 1500, o esposti alle vicende che nocquero
all'Archivio ducale.
Oveè nominato Angelo Simonetta qual principale cancelliere dello
Sforza, correggasi Francesco o Cicco, nipote dell'Angelo, decapitato a
Pavia il 1480.
Ricordi intorno alle cinque giornate di Milano, di LUIGI TORELLI.
Milano, Hoepli, 1876.
E unlibro affatto subjettivo,non avendo l'autore voluto esporre che
quello di cui fu parte o testimonio. Alcuno lo dirà uno spegnitojo; ma
134
BIBLIOGRAFIA.
di fatto egli vuol richiamare al vero, scartando le esagerazioni sia di
eroismo, sia di ferocia che vennero spampanate dagli eroi della sesta
giornata. Anzi che i pericoli, le stragi, la fame, lo sgomento, piace am
mirare il coraggio di gente inesperta, laconcordia, l'abnegazione, che
formeranno di quelle giornate del nostro riscatto uno de' più memora
bili episodj della storia italiana.
Unlavoro della stessa natura fu pubblicato testè a Parigi da Ma
xime Du Camp, Souvenir de l'année 1848, raccontando i fatti di cui
fu spettatore e parte, massime il 24 febbrajo. Anch'egli è costretto,
come il Torelli, a dare ogni tratto spiegazioni topografiche, in grazia
dei tanti cambiamenti avvenuti nelle vie di Parigi.
L'Archeografo Triestino. Trieste, 1876.
Trieste non volle restar indietro dell'altre città italiane nel curare la
propria storia. Fra coloro che più vi attesero è a nominare Domenico
De Rossetti, che vi fondò il Gabinetto scientifico letterario della Mi
nerva, applicato specialmente alle cose patrie, e che continua a pub
blicare l'Archeografo Triestino, di cui è ora compito il volume III.
Pietro Kandler promosse questi studj e tutte le opere artistiche e civili
della sua patria, fondò il Museo d'antichità, studio e pubblicò le noti
zie e le antichità dell'Istria, la storia civile e amministrativa del Comu
ne, al quale servì con amore quanto visse.
Sull'orme di lui, questo III volume continua ad illustrare i paesi
di quell'estremo confine d'Italia, con notizie, iscrizioni, documenti, bio
grafie. È fra questi il lavoro del signor Hortis sul Boccaccio, di cui
abbiam fatto cenno (pag. 125); un bel frammento di storia dei Caro
lingi in Italia, e la vita di Fortunato patriarca d'Aquileja, pel professore
Simone Dellagiacoma.
Memorie storico-genealogiche della stirpe Waldsee-Mels e più par
ticolarmente dei conti di Colloredo, per G. B. DI CROLLALANZA.
Pisa, 1875; in-8 di pag. 365 e VIII tavole.
Quella parte orientale d' Italia ove le Alpi più s'abbassano verso la
Germania, e che perciò fu spesso la prima invasa ed occupata dagli
stranieri, conta nei suoi fasti una serie di famiglie illustri, quali i Col
lalto, i Cuccagna, i Maniago, gli Strasoldo, i Savorgnan, i Porcia, i
Canino, i Manzano, i Di Toppo, gli Spilinbergo, i Prampero, la cui sto
ria si innesta a quella così speciale della feudalità patriarcale del
Friuli.
Tra quelle è la casa Mels Colloredo, di cui abbiamo sottocchio le
BIBLIOGRAFIA.
135
voluminose Memorie, in elegante stampa con figure; uno dei molti
lavori genealogici, che pajono sì poco addatti alle idee democratiche
correnti, eppure son lodevoli se ci avezzano a non vilipendere il pas
sato, e dagli avi imparare a rispettarci e voler essere rispettati.
Lasciando da banda le favole anteriori al mille, pare che il famoso
patriarca Popone (quello di cui stette prigioniero il nostro arcivescovo
Eriberto), fra gli altri tedeschi che favori, investisse Liabordo di
Waldsee del viscontado di Mels. I suoi discendenti estesero molto i
possessi, si suddivisero in molti rami,fra cui primeggia quello di Mels
Colloredo. È noto che in quel patriarcato figurarono i Torriani nostri,
mescolati alle lunghe e sanguinose lotte dei Colloredo coi Savorgnan,
agitate anche al tempo dell'infausta lega di Cambrai.
Fra i membri di quella famiglia restò famoso Girolamo Giuseppe
arcivescovo di Salisburgo, smaniato dietro alle novità di Giuseppe II,
e come questo, lodato o rimbrottato secondo i partiti che amano la li
bertà ecclesiastica, o che la vogliono sottoposta ai decreti reali. Seppe
arricchir sè stesso e il principato in modo, da bastare e ai disastri
delle inondazioni e alla invasione napoleonica, dopo la quale il princi
pato di Salisburgo fu secolarizzato come gli altri, e dato al granduca
Ferdinando in cambio della Toscana. Morì il 1812, lasciando due mi
lioni di fiorini.
Altri si segnalarono in uffizi di pace e servigi di guerra fin a que
st'ultimi anni.
È alle cure e all'assistenza del conte Pietro di Colloredo che il si
gnor Crollalanza dàil merito d'aver potuto compilare questa così com
pleta genealogia.
Il vescovo Domenico Bollani. Memorie storiche della diocesi di
Brescia, raccolte da L. F. FÈ. Brescia, 1875; in-8 di pag. 296.
Èuna buona proposta quella di monsignor Fè, che tra molti, per
esempio, in una diocesi si togliesse a scrivere ciascuno la vita di unve
scovo, e così dar compiuta la storia di quella Chiesa. Altrettanto noi
avevamo proposto pei letterati, scienziati e artisti milanesi, affine di
supplire al troppo manchevole Argelati.
Intanto monsignor Fè ci racconta Domenico Bollani,da pretore di
Brescia fattone vescovo, al tempo che il Concilio di Trento adopravasi
alla riforma cattolica. A questa congransanti e grandi uomini cooperò
il Bollani, sull'esempio del Borromeo e del Ghiberti revocando la sua
diocesi dall'ignoranza, dalla scostumatezza, dall' indisciplina, per cui
quel secolo, più che d'oro come fu detto, meriterebbe il titolo di
ferreo.
136
BIBLIOGRAFIA.
È spaventosa la descrizione della peste del 1577, quando non re
stavano più fornaj, talchè il pane dovea farsi venire da Castenedolo e
da Sant'Eufemia; quindici carrette non bastavano a condur fuori i
morti, sicchè si posero in cataste come si fa colla legna a et quasi tutti
nudi, e di più nelle case se ne trovarono quasi putrefatti».
Speravamo raccogliervi qualche notizia di eretici, che certo non man
cavano in quelle parti,come sappiamo da carte di quel tempo (Vedi
Gli eretici d' Italia, discorso XLV), e dalla bolla di Clemente VII
al vescovo Paolo Zema e dalle avventure di Celso Martinengo, dive
nuto pastore d'una chiesa riformata in Valtellina.
Recoaro e le sue fonti minerali, secondo la tradizione e la storia,
del cavalier dottor LUIGI CHIMINELLI. Opuscolo. Bassano, 1875.
Le origini novaresi, studj dell'avvocato ANTONIO RUSCONI. Parte I.
Novara, in-8.
Uniamo questi due lavori, perchè trattano delle origine italiche,
sempre incerte come tutte le origini.
Il Chiminelli va ai Cimbri, che battuti da Mario il 101 avanti Cri
sto, si collocarono in quelli che poi furono detti i Tredici Comuni nel
Veronese e i Sette Comuni nel Vicentino, ma conosce le opposizioni a
questa opinione, fin a quelle del De Vit, che fa i Cimbri scendere, non
dall' Alpi tridentine, ma dalle attreziane del Sempione lungo la Toce,
andando a farsi sconfiggere presso Vercelli. E quirampollano molte qui
stioni, sui Tigurini, sui Reti, se fossero celti o etruschi; ma il linguag
gio di quei Comuni e l'etimologia dei nomi di paesi intorno a Recoaro
(Prach, Restel, Vicilocher, Conot, Stivel, Xunter, Rinfrat, Spitz, Pran
del, Sleghe, Knott, ecc ), accusano l'origine tedesca; del che ampia
mente trattarono il dottor Bologna e il prof. Modesto Bonato nella Sto
ria dei Sette Comuni (Padova, 1859). Le etimologie del nome Recoaro
sono trastulli da scolari, benchè abbian dato luogo a una dissertazione
del dottor Nardo davanti all' Istituto Veneto.
Il dottore Rusconi, appassionato cercatore di Memorie della sua No
vara, rimonta fin alle stirpi ariane, e scorsi i tempi su cui la storia
tace, viene alle opinioni di Micali, Mommsen, Durandi, Balbo ed altri
sopra i Sicani. Stabilisce l'identità dei Libui, Libici, Ligui, Liguri con
Ly-Iberi e gli Osci che riscontra nel Novarese; mostra estesissima co
1 Sui Campi Raudj ove la battaglia accadde, ha una dissertazione il Rusconi (No
vara 1875), e li pone fra la Rovasenda e la Sesia.
BIBLIOGRAFIA.
137
gnizione degli scritti e delle quistioni anche più recenti: e sarebbe dif
ficile accumulare tante somiglianze o relazioni di onomatopee come in
questo lavoro, deducendole dalle più diverse fonti di filologia e di sto
ria naturale. La conclusione sua è che i primi abitatori del Novarese
furon gli Iberi-Liguri; e Novara dapprima fu detta Aria, che signi
fica altura nel linguaggio degli antichissimi Arj, e dopo la distruzione
di Belloveso ebbe il nome di Nov-aria, sotto il quale trovasi inalte
rabilmente indicata, cominciando da Plinio. Nega la abitassero razze
preistoriche.
Geschichte Toscana's, seit den Ende des florentinischen Freistaates
von A. v. REUMONT.
È il XXXVIII volumedalla Storia degli Stati Europei che sipubblica
aGotha dal Perthes, e che noi avevamo cercato emulare colla Collana
di storie moderne, che si stampò in Milano dal 1863 al 1867 in 40 vol.
Il Reumont è già noto per molti lavori riguardanti l'Italia, e per
le sue Tavole Cronologiche della storia toscana. Non entra nelle tante
difficili questioni de' tempi medievali e delle origini della libertà to
scana; comincia di colpo colla dominazione dei Medici, e la conduce
fino alla perdita dell'indipendenza. Questo primo volume finisce con
Cosimo III.
L'autore, privatamente, si dolse che in Italia, come nessuno si è oc
cupato del suo Lorenzo il Magnifico, forse nessuno prenderà ad esame
questo suo lavoro; mentre invece in Germania già forse sette critici
apprezzarono la Storia di Firenze del Capponi.
Il lamento sonerebbe più giusto se non si potesse facilmente citare
una dozzina di opere importantissime di Italiani, delle quali la critica
nostrale non mostrò di accorgersi; al più i giornali ne diedero pelle
pelle un annunzio bibliografico, senza averli letti. E ciò nel mentre
volgarità senza vita sono accompagnate al sepolcro da strepitosi enco
mj; si analizzano romanzi, destinati solo a ingannar gli ozj o solleticare
la voluttà dei gaudenti; e si decorano, se non altro, di sonori epiteti
alcuni lavori stranieri, che stanno ben al disotto dei nostrali, ignorati,
o voluti seppellir col silenzio. A quanti libri vediamo, dopo 30 o 40
anni dalla loro pubblicazione, resa la giustizia chenon ebbero al na
scere! È un'altra delle miserie della vita intellettuale nostra, un effetto
•Nat. Hist, III, 17.
Avvertiamo che, nella nota di pag. 32, si attribuisce al Barbarossa undiploma del
1209: alla 42 manca la nota2.
138
BIBLIOGRAFIA,
di quelle meschine passioncelle, per le quali restiam sempre indietro
da gente che è così pronta a divulgare ed anche esagerare i meriti
di ogni suo letterato.
Atti della Società Ligure di Storia Patria, vol. X.
Il I fascicolo continua la raccolta delle lapidi del Genovesato, co
minciando dalle antiche, e venendo alle cristiane fino al mille, accu
ratamente ordinate ed illustrate dal signor Sanguineti. È lavoro che
desideriamo alla nostra regione.
Apresi il II con un discorsodel presidente Crocco, inaugurando il XV
anno di quella Società. Ringrazia il Municipio genovese, che nel suo
palazzo le diede ricovero, considerando le fatiche di essa a special
mente rivolte al decoro e allustro di quella Patria, della quale esso ha
la tutela, e ha carico di rivendicare i più preziosi interessi e la glo
ria ; e trova doverosa questa protezione, se è vero che i naturali e
i più prossimi eredi de'valorosi avi debbono proseguire con ardore di
affetto fraterno chi si adopera a ridestare e a tramandare ai posteri
lamemoria dei fatti egregi, onde quei sommi antichi illustrarono questa
nostra madre ».
Il resto va in commemorazione di illustri personaggi morti, e di
edifizj distrutti dalla odierna smania di far bello.
Girolamo da Schio vescovo e diplomatico del secolo XVI, per BER
NARDO MORSOLIN. Vicenza, 1875.
Girolamo da Schio vicentino fu vescovo di Vaison e diplomatico illu
stre del Cinquecento, nel narrar del quale il signor Morsolin dà notizie
sulle costumanze di Vicenza in quei tempi per essa infelicissimi, e su
varj personaggi adoprati nelle negoziazioni d'allora, principalmente sul
Trissino. Salito alle piu ambite cariche presso il pontefice Clemente VII,
Girolamo s'adoperò nelle trattative coll' imperatore e cogli altri prin
cipi. A Milano nel 1529 faticò per indurre il duca a ceder a Carlo V
le piazze di Pavia e Alessandria, e a gran fatica riuscì a comporre
3
«Questa matina per tempo è gionto quì Mons. de Vasona, Maestro di Casa de
N. S ...... et è stato serato in camera con la Exc.a del sig.Ducha fino adhore 18;
poi uscirno et tutti insieme disnorno, et disnato il prefato Monsignore si è partito alle
venti hore. Per quanto ho inteso, si è partito disperato che qua non ha possuto fare,
nè operare alcuna cosa, ch'era, chel volea per ogni modo el Ducha lassasse Alessan
dria et Pavia in mano dell' Imperatore con promissione, che l'Imperatore gliele resti
tuiva... Il Ducha non ne ha voluto far niente ... Gli ha mostrato lettere chel Papa
gli scriveva, et dittogli chel volesse ben considerare, che N. S. accarezzava ' Impera
BIBLIOGRAFIA.
139
quelle nimistànella pace del 1529, dove lo Sforza, purgatosi dalle ac
cuse e dai sospetti, ricuperò il ducato.
Al famoso congresso di Bologna era convenuto quanto avea di me
glio l'Italia, tra le feste e le arti dimenticando l'imminente perdita
dell' indipendenza. Colà Veronica Gambara, vedova del signor di Cor
reggio, deposte le gramaglie, fu centro degli artisti, dei poeti, dei cor
tigiani.
Uno de'fenomeni di quel tempo è la codarda condiscendenza di re e
signori non solo, ma fino di prelati all'infame Pietro Aretino. Tanto
incuteva paura allora uno che faceva quel che ora fanno tuttodi abjetti
scribacchianti, di lodare e vituperare a misura del pagamento. A que
sto turpe il vescovo Girolamo scriveva :
« Signor Pietro Magnifico. Voi potete dire, che mi fossi dimenticato
di rispondere alla vostra lettera; ma non vi venisse voglia già di dire
che me ne sdegnassi, e che per alcun rispetto di altri fossi restato ora,
massime che avete promessa la pace a ciascuno, e chiamatovi in colpa
col Santissimo Pastore. Però per non tenervi in tempo vi certifico, che
non vi ho risposto, chè aspettava una minuta, o informazione da far
fare al vostro Breve, la quale mi era stata promessa dal Magnifico Am
basciatore dell'Eccellentissimo signor Marchese nostro; ed anco da uno
che vi avea damia parte adomandare, come intitolerete l'opera, e ve
derne alcuna parte; e poichè fin'oggi nulla comparve,avendo ordinato
amio fratello che vi visitasse, gli ho anco voluto dare in testimonio
questa mia, nella quale certamente vi dico che avete consolati li vo
stri amici con questa vostra risoluzione di essere buon servitore di
N. S. e spero, avuto il di sopra, servirvi del Breve; e son tutto
vostro. Io vado con la Maestà Cesarea fino a Trento e me ne ritor
nerò per la via di Vicenza, e poi vi vedrò a Venezia, piacendo a Dio.
Interim mi vi raccomando. Sebastiano sta bene e fa miracoli, secondo
mi scrive. "
Poi per mezzo del non meno celebre Pietro Paolo Vergerio:
« Mi raccomandi al signor Pietro Aretino, dicendogli, che attendi
pure a ultimar l'opera, che il Breve sarà in ordine etiam più presto
tore, et che non gli discompiaceria di cosa alcuna, et che sua Santità ... saria stato
necessitato abbandonarlo. Furono queste parole ditte ad un mato. Gli disse poi che
l'Imperatore era giovane, principe potente, ostinato, et chel non volesse esser quello
dove sehavessero a romper le prime lanze... che non bastava il mondo a levarlo et
accomodarlo; poi in effetto gli ha risciolto il Duca, ch'era contento darle in mano al
Papa... Gli rispose il Nunzio, che quando di presente gli legati le havessero tolte ne
lemani anome del Papa, che sarieno stati costretti a darle all' Imperatore. Non fuit
dare remedium. Placentiae XX sept. 1529. SANUTO, Diarii, tom. LI, pag. 427 nella
Marciana. Ms. M.
:
140
BIBLIOGRAFIA.
del bisogno: imo quando vorrà lui forzatamente di venir informato de
l'opera per poterne fare relatione a N. S. Et state sano, che delle
cose di cuinon scrivo, mi rimetto a M. Aurelio. "
Si sa che quell'infame sperò perfino esser ornato cardinale: poi al
ternava oscenissime composizioni con vite di santi e poesie devote. A
siffatte alludeva lo Schio, che poi gli scriveva di nuovo:
« Mi vendicherei in non scrivervi, quando non fosse cancellato in
tutto l'errore, che feste voi in tanto tardare amandarci le Stanze, con
farci fare così longa penitenza di aspettarle; e vi castigherei almeno
in dirvi, che il Signor Duca vi avesse scritto una lettera degna di
Sua Eccellenza e di voi; e poi non ve lamanderia. Ma ci avete tanto
satisfatto con la bravura del vostro Rodomonte e con quella Errante
Signora, che ci fate andare pazzi noi e tutto il mondo: chè quì li can
cellieri e copisti non fanno altro, che copie, e si attende il resto di
mano inmano con estremo desiderio. Le vostre lettere vanno in pro
cessione, e passeranno il mare da più bande, e penso che le tornerete
a rivedere a Venezia, come cose di quà. Basta che vi doverieno tin
tinnare le orecchie, che siete ricordato, in casa del Signore e dove si
trova, del continuo e per eccellente e favorito. Il resto dirà la sua
lettera. Li ragguagli di quel che mangid la cordae fuggitte e cantando
va, e della vostra lettera a quel che fugge la codazza, è stato buono,
e seguitate pur di avvisarci. E non fu fuori di occasione la relazione,
che faceste di quei giovani,pei quali la intercessione vostra valerà as
sai con la buona condizione di questo Signore, che vi satisferàmira
bilmente a praticarlo, e si farà adorare dagli uomini da bene. Tanto
ogni di si vede che guadagna di sua virtù e prudenza. Quanto al re
sto sapete, che son tutto vostro.n
Enon sono questi i soli documenti della loro corrispondenza. Impor
tantissima alla storia italiana è la lettera che a quel vescovo scriveva
il celebre segretario Sanga l'agosto 1529, e che trovasi nella preziosa
raccolta di Lettere di Principi a Principi del Ruscelli.
Lettres et instructions sur la Cour de France ; 1647-48: documents
inédits, publiés par M. M. I. LOISELEUR et G. RAGUENAULT DE
DUCHESSE. Paris, 1875.
Nessun fatto, nella storia patria, è più divulgato che la sollevazione
di Napoli intitolata da Masaniello: si sa come costui valesse qual espres
sione dei bisogni e dei lamenti del popolo; come si inebriasse della sua
4È troppochiaro aqualoscenissimacomposizione allude il vescovo,che se ne dichiara
soddisfatto.
BIBLIOGRAFIA.
141
esaltazione; come presto fosse abbandonato dal favore popolare, sicchè
il governatore Arcos potè farlo ammazzare.
Ma quell'assassinio non chetò la rivolta. Arcos tentò eludere ipri
vilegi, che avea consentiti per la paura; il popolo pretese che le con
cessioni non fossero chiare abbastanza; chiarite, ne domanda altre;
esige che la plebe abbia eguali voti della nobiltà; torna a declamare
contro gli Spagnuoli, e ammazzare quanti ne incontra; assedia il vi
cerè in Castelnuovo, ed obbliga Francesco Toratto principe di Massa,
che era in broncio cogli Spagnuoli, a farsi capitano del popolo; egli
impetra più larghe condizioni, e allora le provincie domandano quel
che ottenne la capitale.
Fra questi subugli presentasi innanzi a Napoli don Giovanni d'Au
stria, figlio naturale di re Filippo IV; si capitola, il popolo depone
le armi, e fa gran festa a don Giovanni suo liberatore. Ingannato!
disarmati appena, ecco le truppe scendono in ordine dai castelli, da
cui la città è fulminata; il furore spinge alla difesa i Napoletani tra
diti; sicchè, non potendo i soldati prenderla tutta, Arcos ha il corag
gio di chiedere l'interposizione del cardinale Filomarino; e questi si
ricusa, indignato d' essersi veduto stromento dell'iniquo sterminio del
suo gregge. Il popolo si raduna; chi propone d'invocar Francia è
considerato sleale ed ucciso : il principe di Massa perde la confidenza,
perchè cerca riconciliare o trar in lungo; onde l'uccidono, l'appiccano,
e il cuor suo offrono alla moglie, e gridano capitano Gennaro Anese,
archibugiere coraggioso e, per odio ai nobili più che al re, republi
cante.
La nobiltà era uscita alla campagna, raccogliendo armi e intercet
tando i viveri alla città: questa, ridotta all'estremo, pensò ricorrere a
quella Francia che poc'anzi aveva esecrata, e i cui ambasciatori a Na
poli aveano soffiato in quel fuoco per dar noja alla Spagna.
Enrico ducadi Guisa, condannato in Francia di maestà, poi assolto;
rinomato per galanterie, era allora venuto a Roma per far cassare il
suo matrimonio,onde sposare una civettuola. Quivi lo imbatterono alcuni
pescivendoli napoletani, che v'erano andati con titolo d'ambasciatori;
e parve loro il messo di Dio. Come discendente per donne dai principi
d'Anjou, il duca accetta, e fa vanti e promesse a monti; promesse e
vanti fanno i deputati della reale repubblica di Napoli, dove egli arriva
con non più che ventidue persone, compresi i deputati napoletani e la
servitù, pochissimi denari tolti a usura, e qualche barile di polvere. La
gioja va al colmo; si ripigliano gli attacchi contro gli Spagnuoli,
si respinge la nobiltà; il coraggio arriva all' entusiasmo al comparire
della flotta francese, persuasi che la Francia venga a stabilire una
142
BIBLIOGRAFIA.
repubblica in Ifalia. Eran ventinove vascellidi guerra, comandati dal
duca di Richelieu, pronipote del cardinale, con molte munizioni; e se
avessero assalito la sguarnita flotta spagnuola, certo la sconfiggevano.
Mailduca non fece che deporre qualche munizione, e voltò le prove,
non essendo intenzione della Francia impegnarsi in una guerra a fa
vore d'uno di sangue reale sì, ma poco accetto.
Intanto il Guisa erasi fatto gridare duca di Napoli, e con fortunate
avvisaglie rallegrò la città; Arcos, odiato da amici e nemici come
causa di questi mali, abdicò, restando don Giovanni padrone di alcuni
quartieri, finchè arrivò il vicerè Inigo Velez conte d'Ognate. Questi,
tratto per astuzia il Guisa fuor della città, la occupò; Gennaro Anese
,
che mal soffriva per superiore il Guisa, il quale a vicenda non voleva
lui per eguale, consegnò la chiave del Torrione, e tutto sonò di ap
plausi, come dianzi di bestemmie. La quiete ritornd : il Guisa fug
gendo fu arrestato e tradotto in Ispagna.
Poco di poi arrivarono i soccorsi che il Guisa aveva impetrati di
Francia, ma l'ardore era sbollito. Il duca Tommaso di Savoja, che
v'era accorso per tentar sua fortuna, dovette ritirarsi, e gli Spagnuoli
ne presero pretesto di sevire ; decollarono Anese,che pure s'era fatto
traditore per essi; appiccarono i migliori de' suoi compagni. Il conte
d' Ognate esercito feroci vendette; morte, prigionie, confische; alfine
il boja stesso fu appiccato, convinto d'aver ricevuto denaro per far
penare di più gli sciagurati.
Giovanni d'Austria nella capitolazione aveva abolito le gabelle: stolta
esagerazione, la quale riduceva miserabili migliaja di famiglie che ne
viveano. Furono dunque ristabilite e ordinate meglio, e sopito il fuo
co. Ma anche molti nobili erano fuggiaschi o in bando, altri stavano
di pessima voglia; onde Enrico di Guisa, che avea recuperata la li
bertà (1652), era da ogni parte sollecitato a ritentar la ventura. Il car
dinal Mazzarino lasciò che allestisse una spedizione a proprio conto,
promettendo assistenza nel caso che riuscisse (1654). Egli, fatto da
naro in ogni modo,veleggia di Provenza con sette vascelli grossi, quin
dici mercantili, sei galee, sei tartane; ma molte ne perdè nel tragitto.
Sebbene il nuovo vicerè Garzia de Haro conte di Castrillo si fosse messo
in difesa (26 novembre), e avesse promesso perdono a chi ben si com
porterebbe, il Guisa sbarca a Castellamare, e accelerandosi poteva oc
cupare Napoli; ma sprovvisto di viveri, non secondato come credeva,
abborrito dai contadini a cui spalle dovea vivere, fu costretto rientrar
in Francia con quelli che gli rimanevano. E la Spagna getto di nuovo
su questo scompiglio il suo manto ricamato a stemmi e foderato di spine.
Quest'episodio, uno dei più bizzarri della storia d' Italia, ebbe molti
BIBLIOGRAFIA.
143
narratori, fra cui lo stesso duca di Guisa, a tacere le storie e le tante
memorie del tempo del Mazzarino. Ora la Società Storica e Archeolo
gica del Loiret pubblicò questo nuovo volume coi dispacci e le rela
zioni che il segretario di Stato Loménie de Brienne dirigeva a Fonte
nay-Mareuil ambasciatore a Roma durante quella spedizione. È colpa.
del Mazzarino non aver profittato di quell'occasione per togliere alla
Spagna il regno di Napoli? Egli in fatti, sin dal principio del suo mini
stero, cercò metter d'accordo iprincipi e le repubbliche d'Italia e il papa,
sotto al patronato della Francia per umiliare la Spagna, e per togliere
Orbetello e i presidj di Toscana, mediante i quali essa congiungeva i
suoi possessi dell' Alta Italia col regno meridionale. Poco dopo av
venne la rivoluzione di Masaniello, poi questa dell'Anese. Mazzarino
avrebbe desiderato che i Napoletani scegliessero un principe italiano, ma
non trovandolo, suggerì il prode principe di Condè. Se non che com
parve l'avventuriero di Guisa, e Mazzarino cercò impedirlo e distoglierlo
dal credere agli entusiasmi napoletani; ma dopo i lieti principj, lo so
stenne, cercò almeno dargli buoni suggerimenti, malgrado i quali, esso
ad un'attività portentosa univa una severità draconiana: onde l'entu
siasmo popolare sbolli prontamente, come Mazzarino avea previsto; il
quale, sebbene, per riguardo alle parantele e alle amicizie del Guisa,
avesse dovuto mandare la flotta per sostenerlo,conosceva la leggerezza
di quel volgo e l'incapacità dell'efimero eroe.
Strenna Piacentina pel 1876.
Ricordiamo questo libro come uno di quelli che,nelle famiglie, porta
non frivolezze e corruzione, ma una raccolta di scritti utili, e princi
palmente di notizie patrie. Fra queste, vorremmo non isfuggisse ai no
stri corrispondenti la questione del che cosa significhino quelle specie
di conchiglie o scodelle semicircolari, che vedonsi affisse a molte chie
se, anche a Milano, e che a Sant'Eustorgio, a San Sempliciano, a San
Marco furono conservate nei recenti restauri ; quistione a cui non ben
risponde l'inglese Marryat nella Storia delle majoliche e porcellane.
Quando la Lombardia, dall'odio antico.
Edal nuovo pericolo commossa,
Sorgea contro il secondo Federico
Nipote dell'estinto Barbarossa (GROSSI )
inostri furono vinti dall'imperatore alla battaglia di Cortenova (27 no
vembre 1237), della quale Federico menò sì gran vanto, sebbene fosse
di ben lieve conseguenza. Pur troppo egli vi fece buon numero di pri
gionieri, e li mandò nel regno di Napoli, affidandoli a varj baroni.
144
BIBLIOGRAFIA.
L'arciprete Tononi esibi, in questa strenna, il nome degli 88 prigionieri
piacentini, il che invoglio noi pure di dar quello dei milanesi, deducen
doli dal tom. Vdella magnifica Historia diplomatica Friderici secundi ...
per J. L. A. HUILLARD-BRÉHOLLES (a spese delmarchese di Luines, Pa
rigi, 1857.)5
REGEST. IMPER. FREDERICI II.
FOL. 42 RECTE IN EDIT. CARCAN, PAG. 302-306.
Barones justitiaratus Aprutii, quorum custodie singillatim commissi
sunt prisones Lombardi.
Roggerius de Malerba custodiat Thomasium Cacatosicum .
..
Gentilisde Gradinato
Bernardus de Amiterno •
Rao de Aversa
..
•
Leonardumde Casali
Leonem Maynerium
..
•
Med.
"
ท
.. "
•
•
...
Petrus de Aversa
Vinciguerra de Bollante
Mattheus de Bollante
Berardus de Aversa •
Vinciguerrade Aversa
• •
• •
Tholomeus de Castellione
Raynaldus de Sangro
• •
•
.....
Domini Malatini •
Domini de Ofen
.....
....
Thomasius de Manerio
Domini Tallacotto
Dominide Civitate Anten
• ... • •
•
Domini de valle Sorana
Domini de Morreo
Filii Bartholomei de Pontibus
...
...
Taddeusde Fractura .
Domini de Collepetro
.....
•
.
•
Jacobum Maynerium
Albertum Scaccabarozum.
Philippum Burrum
Albertum de Busto
Jacobum Valvum
•
Taddeum Bellabucca •
Joannem Bellum filium Astro
logi .
...
Guillelmumde Marola
Jacobum filium Obizonisde Mi
lignano .
Aldricum de Palatio
Guidonemde Melignano
Albertinum Coyonem
• •
Paganum et MerulumdeBusi
nato
Conradumde Lampugnano
Jordanum de Bezano
Jacobum de Suren
Albertum Panicatum
Bovem de Cureno.
"
ท
"
"
"
•
•
..
....
"
"
• •
• •
"
"
"
n
ท
5 Aproposito di questo imperatore, indicheremo il libro La Legislazione di Fede
rico II imperatore, illustrata daAlberto del Vecchio, 1874, pag. 254. Il signor Vito La
Mantiaasserisce sia interamente compilato di seconda mano sui tanti lavori precedenti,
especialmente sulla sua Storia della Legislazione civile e criminale di Sicilia, com
parata con le leggi italiane e straniere dai tempi antichi fino ai presenti. Palermo,
1866-68.
BIBLIOGRAFIA.
Berardusde Stiffo ...
Domini de Soncio ....
Domini de Paganica
• •
Domini Rocce Spin. Albiti
Domini de Caruncio • • •
Domini de Altin
Domini Prate vallis Aventin .
Comes Symon .
....
Comes Gualterius
Berardus Palumb
•
Domini de Ursonna
Thomasius de Turre
Raynaldus de Aquaviva
Gualterius de Monte
Symon de Petra Nigra.
Olprandum de Cureno
Guillelmumde Cassin
Joannem de Surexina.
•
Lantelmum de Bubulgo
Guidonem de Cruce.
Girardumde Cureno
Perronem de Ayminolfo
Manuelem de Petra Santa et
Bonifaciumde Mandello
Jacobum Cripellum
Albernatium Villanum
Lantelmum Boccacium
Ferrum Cripellum
Inblavatum Crivellum
Goffridum de Brognano .
Petrum de Curte
Bartholomeus de Sancto Johanne Obertum Cripellum
Franciscus Gualteriusde Turre • •
Presbyterum de Cureno
Judex Gualterius de Bucclanigo . Obertum de Marillano
Domini de Brittulo
Manfridum de Businado
Domini de Planella
Guillelmus de Landulfo
Manerius de Castenga
• .
•
Domini de Podio Ymbrecele.
.
Domini de La Troia
Berardus Beffi .
Philippus de Turre .
Boamundus de Senelle
Berardus de Comestabulo
.
Goffridum de Albagno
•
Goffridumde Ayrone
Lantelmumde Conte
.
Englitum de Cruce
Musinum de Settar
145
... •
• .
..
.
..
•
..
•
•
.
Med.
"
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"
"
29
"
"
"
ແ
"
"
"
"
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מ .
"
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.
.
•
מ
"
"
"
Obertum Bossum •
"
Tassum de Settar
.
.
.
.
Conradumde Radoldo
Conradum Cuminum
ת
"
Barones in justitiariatu terre Laboris, quorum custodie singillatim
commissi sunt prisones Lombardi.
Comes Thomasius custodiat
Comes Caserte
Landulfus de Aquino
Roggeriusde Calvellis
Henricusde Ebulo
Arch. Stor. Lomb.- An. III.
Bonifacium de Posterula, Ol
dracum Scaccabarocium,
Comitem Goffridum de Cur
tenova .
Com.ManfridumdeCurtenova,
Gabrielem de Petrasanta.
•
Jacobum Guidonemde Manga
Oddonem Burrum
Durandum •
10
Med.
"
"
แ
"
146
Adenulfus de Aquino
Oddo de Avenabulo
Robertus de Molisio
Thomasius de Molisio
Domini de Montemilulo
Thomasius de Rivo Nigro
Petrus de Ebulo
BIBLIOGRAFIA.
•
•
...
Mattheum Gambarum .
Conradum Scaccabarrocium
•
•
Med.
Bonifacium de Lampugnano
Manuelém de Sungino. ..
Mattheum de Posterula • . 6
•
. • .
"
Guillelmum de Benadiculo .. "
Sadonem de Hayato .
• •
Thomasius de Ebulo
Domini de Monte Azulo • •
Hector de Conca
Raynaldus de Avella .
Pandulfus de Aquino .
•
Domini de Insula •
Stephanus deAnglone
Guillelmus de Pescolanzano
..
..
•
•
.
.
.
Jacobum Scaccabarocium • •
Aldericum de Osa . •
Ubertum Amiconem .
•
•
Henricum de Landriano .
Comitem Goffridum de Cami
sano
Mediolanum de Cusano
Medium Crevellum
Giliolum Maynerum .
•
"
"
"
"
"
19
Barones in justitiariatu Principatus, quorum custodie singillatim
commissi, etc.
Magister justitiarius custodiet .
Jacobus de Morra
Goffridusde Morra • .
..
Rado de Acchia
Riccardus de Montenigro
Jordanus Filangerius.
Robbertus de Caiano
Johannes de Monteforti
Mattheus Franciscus
Riccardus de Senerela
•
•
Gradaronus de la Valva.
Oddo de Laviano
•
Philippus de Acerno
Johannes Fasanella
•
Riccardus de Bisaccia
Philippus de Zunculo
Riccardus de Flumari
Johannes de Renello
Landulfus de Cripta
Guerrerius de Cripta
•
.
.
•
..
.
.
.
Guiscardum et Guidonem de
Petrasancta ....
Landulfum Cripellum et Me
diolanum de Hayato
Mattheum de Prialone
Lanfrancum de Cusano
Albertum de Businado
•
•
.
•
Ottacium de Businado
Franciscum de Settano
Petrum Burrum
Raynerium Scagnum.
Monachinum Gambarum
Lantelmum Mammarellum
Guidonem Mammarellum
•
•
.
• •
•
.
Med.
"
"
"
"
מ
"
"
"
"
"
"
Antelmum de Trivulcio • •
"
"
•
.
•
Henricumde Puzubunello
Obizum Mantecazum .
Andream Gambarum
Mediolanum de Prialone
Roggerium de Orenzano
.
"
"
•
"
"
.... . "
Guillelmum Mora
Gerardum Pelluco
17
BIBLIOGRAFIA.
Guillelmus de Montemarano
Henricus de Torasio
Troysius de Montemilecto
Dominus Serre.
•
Dominusde Tufo
Jordanus de Clusano
Dominus de Prata
Robbertus Malaerba
Guillelmus Franciscus
Philippus de Bussone.
Malgerius de Marza
•
Jacobusde Castello Veteri
Dominus Casalis Albuli
Robbertus de Sancto Georgio
Guillelmus Paganus Nucerinus
Dominus Torrace
Rao deBussone • •
Robbertus de Fontanarosa
Robbertus Burrellus
• .. • . •
Philippus de Sancto Magno
Robbertus de Salvia
Dominus Quallecte
Ugo Capasinus
Johannes Paganus
.
•
Guillelmus Bodecti .
Bartholomeus Bonomo
.
. •
Bovem Buscum ....
•
.
•
•
.
•
Jacobum de Seregno
Guillelmum Saporitum
Obbertum Mentucolum
Gerardum de Aquanno
Obizum Valvum
Jacobum Scanzum
Obertinumde Mandello
Egidium Marcellinum et Mo
rum spetialem .
Guidonem Pectoranum .
Gandulfum Martignonem
Roggerium deDognano.
Obizonem Guilinguellum
Danisium Butraffa
Obertum Villanum .
Conradum Cayn
Albertum de Melignano
Obertinum Amicone
Danesium de Marinata
Ughettum Carbonem
Paganum Sartum
Falavellum de Mocza • •
Aliprandum de Casali
Locterium Gruta .
Landonem de Rosa
147
Med.
•
... "
"
• •
. ...
•
• .
•
.
•
•
•
"
ท
"
"
"
ท
"
"
ท
ท
"
"
"
"
Guillelmectumde Lampugnano "
Riccardus filius Henrici • .
Hector de Montefusculo
Bartholomeus de Alduyno
Thomasinus Burracius
•
.
Sergius de Castro Mari Surrenti . Johannem de Merate
Barones in justitiariatu Basilicate, quorum custodie, etc.
Roggierius Tortamanus custodiat . Egidium de Posterola et Ber
Roggeriusde Castelmezano
Robbertus Petrapertusus .
. .. .
.
Goffridus de Craco •
Raynaldus de Garrisio
Gilibertus de Salandra .
.
"
•
•
Finacium Bossum
Danisium Crivellum
Albertinum Crivellum
Albertinum de Posterula • •
riolum de Pizubunello
Jammardum de Terzago
Durantum de Melignano
Henricum de Mariano
Arnaldum de Cantono.
Albertum de Hayata
"
•
...
"
Med.
... "
7
...
....
....
•
"
4
148
Robbertus de Ripa Candida
Comestabulus Venusii
Robbertus Gentilis ..
Andrea de Aquaviva
Berardus de Castenga
• .
Gualteriusde Rajano
•
Guillelmus de Montefalzone
Guillelmus de Rotis .
Riccardus de Lacupesel
Uguitio Saxofortis
Riccardus de Tito
Domini de Pincerno
Dominus Gloriose
Thomasius de Saponaria
Nicolausde Moliterno
Berengerius de Bizano
Riccardus de Loria
Gualteriusde Rayano
Guido de Lacunigro
Guillelmus de Sangineto
.
•
Conradusde Sancto Mauro
BIBLIOGRAFIA.
•
.........
Spinalbeum.
Jacobum Albeum
.. •
Ruffinumde Mandello et Scri
. •
•
magiam de Scrimagiis
Berteraymum de Casanova.
Ambrosium de Zibil. .
Roggeriumde Hanricis.
Med.
ท
•
•
"
Octatiumde Hanricis .
Lampunninum Spata in jocta "
Jacobumde Turre
Lanfrancum de Curte
Jacobum de Buginado
Obbertumde Summa
•
•
Flamingum de Legnano
Percivallum de Summa
Nicolectum de Cusano
Pisani de Lugnano
Sixtumde Pizubunello
.
"
ก
• • .
.
.
แ
"
Castellinum de la Cruce
Guidonem de Bosenado
Antelmum de Pizubunello et
Morandum Marignon ...
"
"
. .
In justitiariatu Capitanate.
Ricardus de Montefusculo justicia
rius custodiat
:
Guido de Guasto .....
Gualterius de Biccaro
.
Grassumde Casale •
....
Obbertinum de Ozul
Guillelmum de Galerato ...
Judeum de Hayto .
....
Med.
"
"
In justitiariatu terre Bari, barones et cives quorum custodie com
missi, etc.
Dominus Turi custodiat
Goffridusde Montefuscolo
.. .
...
..
•
....
Med.
.... "
Henricum Manerium
Lanzinum de Curte
Barones et cives in justitiariatu terre Idronti, custodes captivorum
et obsidum:
Thomasiusde Brittavilla.
Berardus de Ozano .
Johannes Cacapice
.
....
Girardum de Sutero
Castelectum Confalonerium
.....
Med.
.. "
Henrigettum de Caral
"
...
.
BIBLIOGRAFIA.
Nicolaus Marescalcus
Guillelmusde Carovigna
Johannes filius Riccardi
Amo donne Calye
Guidode S. Blasio .
Guerrerius de Montefuscolo
Frater Giffredi de Castello
Gentilisde Castringa
Vinciguerra Butella
Thomasius filius Marimontis
Goffridus Brisardus
Guillelmus Pisanellus
F
Jacobinum Bossum
Benkettumde Caymo
Philippumde Torano
Meolanum Malcarzatum
Marcumde Sala
Gualdricum Ferr
Obertinum Salvaticum
Aldricum Long.
Martinum Cacapistum
149
...
....
Med.
"
"
"
"
"
"
.
"
Vassallum de Sesto
Martinum de Rubeato • .
"
n
Philippus de Persona
Guillelmum de Sisto
Acerbium de Ponterol
"
In justitiariatu Vallis Gratis et terre Jordane custodes captivorum.
Comitissa de Coriliano custodiat .Abbatem de Melignano, qui
datus est ad custodiam An
selmi subscripti, quia suus
quem custodiebat obiit, et
scripsit Laurentius ad eum
sicut infra XXVII aprilis,
Paulinusde Tarsia
Roggeriusde Matera
Roggeriusde Guardia .
Francus de Mediolano
Domini de Ursomarzo
Robbertus de Berbecario
Henricus Pappasider ...
•
XIII indictionis .
Oddolinode Mandello
Andream Manerium
Henricum Valvum
Antolinum de Porta .
Aldricum Sellar
Rubamde Balsamo
JacobumdeAvignone,quiXII
aprilis commissus est Ric
cardo Valentono. Mandatum
est (enim) justitiario Vallis
Gratis et terre Jordane ut,
quia Henricus de Pappasi
dere insufficiens est ad duo
rum captivorum custodiam,
cum perjustitiarium Basili
cate datus fuerit eidem Hen
rico unus ex captivis custo
diendus, idem auferat ei
Med.
"
"
ท
"
"
150
BIBLIOGRAFIA.
demJacobumdeMediolano,
quem ipse dederat sibi cu
stodiendum, et assignet il
lum custodiendum Riccardo
Valentono .......
Roggerius de Amicis justitiarius . Petrum de Gerezano
Fratres Raynaldi de Guasto.
...
Andream de Conte
Med.
"
• ..... "
In justitiariatu Calabrie custodes captivorum.
Carnelevarius de Papia custodiat .Goffridum Pizubonellum
Guillelmus de Altavilla
Petrusde Calabria
Guillelmus de Sellia
Jordanus Gualdricus
•
•
Artusium de Cusano
Jacobum Balbum
Thomasium Mantichazum.
Lantelmum de Marinata
In justitiariatu Sicilie citra flumen Salsum.
Domina Paternionis custodiat
Med.
"
"
"
.. "
Rufinum Medicum et Passa
guadam Pilicen . ......
Med.
Asentire il Giulini, tutti (ed erano da 400) furono in diverse ma
niere mandati a morte, ma il fatto sarebbe sì atroce che esitiamo a
crederlo, per onore dell' umanità, supponendolo uno dei tanti eccessi
che sogliono rinfacciarsi i partiti. Forse stettero colà relegati fin alla
morte di Federico, o fin quando iRegnicoli si sottrassero affatto dal
dominio degli Svevi, i quali ora vediamo accarezzati da storici alla
moda.
C. C.
Nello scorso trimestre furono presentate alla Società da' rispet
tivi autori le opere seguenti:
Atti della Società Ligure di Storia Patria. Vol. X, fasc. 2 e 3;
vol. XI, fasc. 1. Genova, 1875.
Bianchi Nicomede, Le Materie Politiche relative all'Estero degli Ar
chivj di Stato piemontesi. Bologna, 1876.
Borghese Gaetano, Novara di Sicilia. Notizie storiche.Milano,1875.
Della ferma graduale nell'Esercito. Opuscolo. Bergamo, 1875.
La Lega Lombarda e la battaglia di Legnano. Appunti storici. Ber
gamo, 1867.
BIBLIOGRAFIA.
151
Giornale Ligustico di Archeologia, Storia e Belle Arti. Anno III,
fasc. 1, 2 e 3. Genova, 1876.
Mariani e Romussi, La Giornata di Legnano. Milano, 1876.
Nuove Effemeridi Siciliane. Novembre-Dicembre 1875. Palermo, 1875.
Reumont Alf., Geschichte Toscana's seit dem Ende der Florentini
scher Freistaats. Erster Theil. Die Medici (1530-1737). Gotha, 1876.
Rivista Archeologica della Provincia di Como. Dicembre 1875.
Torelli Luigi, Ricordo intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22
marzo 1848). Milano, 1876.
Toderini Teodoro e Cecchetti Bart , L'Archivio di Stato in Vene
zia nel decennio 1866-75.
BULLETTINO BIBLIOGRAFICO.
a) OPERE STORICHE PUBBLICATE IN ITALIA.
Gennaio-Marzo 1876.
ANGELETTI (Antonio). Memorie storiche di Montajone in Valdelsa, se
guite dagli statuti di detto Comune; in-16. Firenze.
BALAN (Pietro). Gli assedii della Mirandola di papa Giulio II nel 1511,
e di papa Giulio III nel 1551 e 1552, narrati secondo i più recenti
documenti. Seconda edizione in-8. Mirandola.
BEMBO (Ser Zuan). Relatione ritornato di Proveditor dell'armata, pre
sentata all' illustrissima signoria in vacanza di Ducado sotto il 25
di april 1595; pubblicato da F. Mariutto, in-4. Venezia.
BERTOLINI (Francesco). La Battaglia di Legnano, studio storico-critico,
in-16. Napoli.
BIANCHI (Nicomede). Le materie politiche relative all'estero degli ar
chivi di Stato piemontesi indicate; in-8. Bologna.
BULLO (Carlo). Gli ultimi podestà della Repubblica Veneta in Chiog
gia; continuazione della serie di mons. Giannagostino Gradenigo,
in-8. Venezia.
BURKHARDT (Jacopo). La civiltà del secolo del rinascimento in Italia;
saggio tradotto sulla seconda edizione tedesca dal prof. D. Valbusa,
2 vol. in-16. Firenze.
CANTU (Cesare). Storia degli italiani. Edizione popolare, Tomo VII,
in-16. Torino.
CAPPELLETTI (Giuseppe). Storia di Padova dalla sua origine sino al
presente; vol. II, in-8. Padova.
CAPPONI (Gino). Storia della Repubblica di Firenze. Seconda edizione
rivista dall'autore; 3 vol. in-16. Firenze.
CIMINO FOLLIERO DE LUNA (Aurelia). Massimiliano d'Austria e il ca
stello di Miramare; ricordi di Trieste, in-16. Firenze.
BULLETTINO BIBLIOGRAFICO.
153
COMBA (Eugenio). Nuovo compendio di storia d'Italia, corredato di eser
cizi. Parte I e II, in-16. Torino.
COMINO (A.). La città e la provincia di Torino descritte; libro di testo
adottato per le scuole elementari di Torino; in-16,con carta epiante.
Torino.
CONTARINI (Marin). Relazione dopo ritornato di luogotenente della pa
tria del Friuli, li 7 giugno 1679; in-8. Venezia.
CONTI (Prof. Dott. A.). Cronologia degli imperatori Romani; vol. II,
in-16. Torino.
CURTIUS (Ernesto). Storia greca. Prima traduzione italiana fatta sulla
quarta edizione originale tedesca da G. Müller e G. Oliva, corre
data di nuove aggiunte dall'autore. Fasc. I, in-8. Torino.
L'opera si comporrà di circa 15 fascicoli.
CUSANI (Francesco). Storia di Milano dall'origine ai nostri giorni;
vol. VII, in-16. Milano.
Col volume VIII, in corso di stampa,sarà completa l'opera.
DABORMIDA (V. E.). Vincenzo Gioberti e il generale Dabormida; docu
menti, in-16. Torino.
DE AMBROSIO (Francesco). La città di San Severo in Capitanata; Me
morie storiche, in 8. Napoli.
DESIMONI (C.). Di un recente giudizio sulla importanza storica della
Battaglia di Legnano; in-8. Genova.
DE VIT (Vincenzo). Il lago maggiore, Stresa e le Isole Borromee. No
tizie storiche compilate collevite degli uomini illustri dello stesso
lago. Fasc. VI, in-8. Prato.
Diarii della città di Palermo dal secolo XVI al XIX, pubblicati sui
manoscritti della Biblioteca Comunale, preceduti da prefazioni e cor
redati di note per cura di Gioacchino di Marzo. Vol. XXI, in-8.
Palermo.
Biblioteca storica e letteraria di Sicilia.
DI GIOVANNI (Gaetano). Notizie storiche su Casteltermini e suo terri
torio; fasc. VIII e IX, in-8. Girgenti.
FONTANA (Gianjacopo). Storia popolare di Venezia dalle origini sino
ai tempi nostri; vol. II, fasc. 33, in-8. Venezia.
Fossombrone; Memoria storica, in-8. Fossombrone.
GALLI (Carlo Ormondo). Storia moderna dal 1492 al 1870, ad uso dei
licei ed istituti superiori militari e tecnici. Terza edizione, in-16.
Torino.
:
154
BULLETTINO BIBLIOGRAFICO.
GIUSTINIAN (Antonio) ambasciatore veneto inRoma dal 1502 al 1505.
Dispacci per la prima volta pubblicati da Pasquale Villari, 3 vol.
in-16. Firenze.
GRIMANI (Gio. Pietro). Sull'elezione del cardinale Carlo Rezzonico, ve
scovo di Padova e sommo pontefice col nome di Clemente XIII (1758);
brevi cenni con documenti ed annotazioni, in-8. Padova.
GROTANELLI (Lorenzo). La maremma toscana; studi storici ed econo
mici. Vol. II, (Montepescoli, Sticciano, Torniella Sassoforte, e Sas
sofortino, Roccatederighi, Montemessi); in-8. Siena.
GUADAGNINI (Angelo). Della vita di Lorenzo Radi muranese e delle
sue riproduzioni vetrarie; cenni biografici storici, in-8. Venezia.
Italia (L') pittoresca nel suo territorio, città, borghi, castelli, uomini
e donne celebri, costumi e storia; ossia, descrizione illustrata con
disegni delle persone e dei luoghi italiani. Opera del tutto nuova,
compilata sulle migliori italiane e straniere, ecc , fasc. 52, (fine) in-8.
Venezia.
LACROIX (M. F.) Historiens et écrivains militaires français du XIX
siécle. Aperçus biographiques et critiques, in-16. Modena.
LIPPARINI (Innocenzo). Degli uomini illustri cui sono intitolate lepiazze
e le vie della città di Bologna; in-4. Bologna.
MALFATTI (Bartolomeo). Imperatori e Papi ai tempi della signoria dei
Franchi in Italia; tomo I, in-8. Milano.
MICHELI (Everardo). Storia della pedagogia italiana dal tempo deiRo
mani a tutto il secolo XVIII; in-16. Torino.
OSCAR (Pio). Storia segreta dei Conclavi, sulle traccie di Petruccelli
della Gattina. Parte I, in-16. Milano.
PALLASTRELLI (Bernardo). Di alcuni nuovi giudizii intorno a Cristoforo
Colombo; in-16. Piacenza.
PIACENZA (Pietro). Compendio della storia del beato Gregorio X pара
piacentino (Tebaldo Visconti); in-16. Piacenza.
Raccolta di medaglie relative alla storia d'Italia dal 1815 al 1875;
in-16. Bergamo.
ROMUSSI (Carlo). La giornata di Legnano, difesa dalla critica del
prof. Bertolini, preceduta dalla narrazione storica di Carlo Mariani,
in-32. Milano.
ROSELLY DE LORGUES. Della vita di Cristoforo Colombo e delle ragioni
di chiederne la beatificazione. Traduzione dal francese accresciuta
di nuovi documenti dal P. Marcellino da Civezza; in-16. Prato.
BULLETTINO BIBLIOGRAFICO.
155
RUSCONI. Le origini novaresi; studio, parte I, in-8. Novara.
Saggio storico-civile-religioso del Comune di Portofino nella Riviera
Ligure Orientale; in-8. Genova.
SERVANZI COLLIO (Severino). Marino Samminucci di Sanseverino Mar
che, pittore dal secolo XV al XVI; in-8. Camerino.
Storia di Arezzo, di scrittore anonimo, fasc. III, in-8. Arezzo.
TABARRINI (Marco). Studi di critica storica; in-16. Firenze.
TONETTI (Federico). Storia della Vallesesia e dell'alto Novarese, con
note edocumenti; fasc. III, in-8. Varallo.
TONONI (Gaetano). Il beato Gregorio X nelle sue attinenze coll'insigne
basilica di S. Antonino in Piacenza; memoria documentata, in-8.
Piacenza.
TORELLI (Luigi). Ricordi intorno alle cinque giornate di Milano (18
22 marzo 1848); in-16. Milano.
VALENTINI (Domenico). Saggio di bibliografia storica della città di
San Severino nelle Marche; in-8. Sanseverino.
Zacco (Teodoro). Sulla toilette delle dame gallo-romane; in-8. Padova,
LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO.
PARTE SECONDA.
LEGISLAZIONE FRANCO-LONGOBARDICA.
(Continuazione: vedi vol. II, pag. 217 e 365.)
III.
Una conferma solenne del sentimento di giustizia, superiore ai
conflitti delle parti, che scaturisce dalla stessa fonte del potere
politico, che comprime e disperde ogni esercizio indomito della
forza privata, si ha segnatamente nel processo esecutivo del di
ritto salico. Dove, mentre la condotta di esso è pur lasciata
principalmente alla parte attrice, assai più che nelle procedure
moderne, si osserva tuttavia come non v'è passo decisivo, non
un punto che raffermi o annulli le pretese dei contendenti, il
quale nonporti l'impronta dell'autorità giudicatrice,da cui emana
in fin dei conti ogni potere d'esecuzione. Di più, la libertà e i
diritti del reo convenuto son protetti da efficaci e non interrotte
garanzie le quali, poco manca, se non degenerano in privilegio a
danno del creditore. In tutto lo svolgimento processuale il diritto
salico presenta non pochi tratti originali e notevoli, la cui no
tizia è indispensabile alla perfetta cognizione dell'antico diritto
tedesco. Ma, pernon uscire dal nostro tema,ci limiteremo a quelle
sole parti che hanno attinenza colla vendetta e con le altre ma
nifestazioni della forza privata.
Indue casi l'antico diritto franco concede ai privati il potere
supremo di toglier la vita al reo, cioè: 1.º nella sorpresa in fla
grante; 2.º nell'impossibilità di ricevere la composizione per in
solvenza del reo e dei parenti.
Èunamassimadegli antichi dirittigermanici che il delinquente
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
11
158
LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO.
côlto in flagranti, o sorpreso nell'atto che fuggiva, poteva essere
ghermito dall'offeso e legato e condotto immediatamente in giu
dizio; e resistendo, correva pericolo di cadere impunemente per
mano dell'offeso medesimo. Così chiaramente si esprime la legge
ripuaria LXXVII: de homine forbattuto. Si quis hominem super re
bus suis comprehenderit et eum ligare voluerit, aut super uxorem,
seu super filiam vel his similibus, et non praevaluerit ligare, sed
colpus ei excesserit, et eum interfecerit. Anche la salica, tit. XXXII,
accenna al diritto di arrestare e legare il malfattore, preso sul
fatto, in quella disposizione, nella quale condanna alla multa colui
che abbia legato un uomo libero ingiustamente (sine causa). Ma
38
più esplicito è il Pactus pro tenore pacis Child. et Chlot. cap. 2 :
Si quis ingenuam personam pro furto ligaverit et negator extiterit,
12 iuratores medios electos dare debet, quod furtum quod obicit, ve
rum sit. Il flagrante reato e l'opposizione del reo ad esser legato
sono condizioni così essenziali a giustificare lo smisurato potere im
partito all'offeso, che questi deve affermarle con giuramento in
giudizio se vuol andare immune dal pagamento del guidrigildo. E
trattandosi d'uccisione legittima, il cadavere non dev'essere oc
cultato, ma tenuto esposto per un certo tempo, acciò il fatto sia
eum
a tutti manifesto: coram testibus in quadruvio in clida40
levare debet, et sic 40 seu 14 noctes eum custodire. Rib., LXXVII.
Il Wilda (Strafr., pag. 159) seguito dal Sohm (pag. 139), vede in
questa esecuzione immediata convalidata la vendetta. Ma, per ve
rità, son due cose nettamente distinte. Imperocchè la legge non
intende, nel caso nostro, di abbandonare il delinquente che non
38 PERTZ, I, p. 7.
39 Prescrizioni simiglianti in altri diritti: Leggi anglo-sassoni del re Ine, § 35
(Schmid, 37): « Chi ammazza un ladro deve confermare con giuramento d'averlo uc
ciso come ladro in fuga; ma se l'abbia occultate e poi venga a notizia, deve com
porlo
L. Angl.et Werin , VII, 4 (Gaupp): Homo in furto occisus, non solvatur;
sed si proximus eius dixerit innocentem occisum, campo eum comprobet innocentem,
vel 12 hominum sacramento, furem credi iuste occisum. Lo stesso diritto nell' Editto
di Rotari per il ladro notturno, cap. 32: De homine libero, si nocte in curte alterius
inuentum fuerit et non dans manus ad legandum occidatur, a parentibus non requi
ratur... Cap. 33 : Si seruus in curte aliena noctis tempore inuentus fuerit, et non dans
manus occidatur, non requiratur a domino, etc. Cfr. cap. 264. Vedi GAUPP, Das alte
Gesetz der Thüringer, pag. 366-369.
40 Clida o bargus (Sal. 73), vuol dire forca o palo, sucui si appendeva il cadavere
per esporlo alla vista di tutti. Cf. GRIMM, Vorrede, in Merkel L. Sal, pag. LI.
LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO.
159
vuol lasciarsi legare, al rancore dell'offeso ; ma impartisce a que
sto soltanto una potestà penale che non potrebb'essere esercitata
dall'autorità pubblica per la minacciata fuga del reo. Il malfat
tore, preso sul fatto cogli strumenti del delitto, non ha bisogno
d'altro per essere immediatamente convinto e giudicato, e l'offeso,
nell'assicurare la sua persona, diventa come ministro di giustizia;
onde la riluttanza del reo non pure riesce a scapito della ripa
razione cui ha diritto l'accusatore, quanto anche è rivolta con
tro il procedimento giudiziario. Così, tra la possibilità della fuga
e l'inflizione della pena per mano dello stesso offeso, la legge
permette quest'ultima, perchè non può non lasciar vittorioso in
ogni caso il diritto. E il Siegel (pag. 81, n. 8) ha ragione di
dire, ch'ei non intende come il Wilda, riferendosi ai luoghi citati
della legge ripuaria e di quella anglo-sassone, possa parlare d'un
diritto di vendicarsi.
L'insolvenza del reo e de' suoi parenti nelle cause d' omicidio
autorizzava il creditore a farsi ragione da sè. Il procedimento re
lativo è descritto nel titolo LVIII de chrene cruda. Il delinquente,
data che avesse tutta la sua fortuna all'accusatore, se questa non
bastava al pagamento del guidrigildo, doveva in prima con dodici
congiuratori giurare di non avere più altro, nè sopra nè sotto
terra; indi entrare nella sua casa, raccogliere nella mano della
terra dai quattro canti, e ponendosi sul limitare dell'uscio colla
faccia rivolta all'interno, gettare colla sinistra all'indietro, di so
pra alla spalla, il pugno di terra sul suo più prossimo parente;
poi in camicia e scalzo, con un bastone in mano, dovea saltare
la siepe della casa. Da questo momento egli cessava di apparte
nere alla famiglia; il legame di parentela era per lui spezzato, e
i diritti e doveri di questa non lo toccavano punto. Si quis ho
minem occiderit et totam facultatem datam non habuerit unde tota
lege impleat, duodecim iuratores donare debet (quod) nec super terra
nec subtus terra plus de facultate non habeat quam donavit, et po
stea debet in casa sua intrare et de quatuor angulos terra in pugno
collegere, et sic postea in duropalo hoc est limitare stare debet et
intus in casa respiciens et sic de sinistra manu de illa terra trans
scapulas suas iactare super illum quem proximiorem parentem ha
bet.... et sic postea in camisia discinctus discalcius palo in manu
sua sepe sallire debet.
160
LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO.
L'obbligo del guidrigildo passava quindi ai parenti, chiamati
successivamente secondo la prossimità della parentela. Ma, se
nemmeno dai beni di questi poteva l'accusatore ottenere il sod
disfacimento del credito, allora egli prendeva in custodia il reo e
lo presentava in quattro malli consecutivi, offrendolo pubblica
mente a chiunque dei presenti volesse assumersi l'obbligo di pa
gare per lui il guidrigildo. Quod si vero nec ipse (chiunque dei
parenti) habuerit unde totam legem persolvat, tunc illum qui homi
cidium fecit qui eum sub fide habuit in mallo praesentare debet, et
sic postea eum per quatuor mallos ad suam fidem tollat. Ma, se
alcuno non rispondeva nè si presentava a redimerlo, l'accusatore
era investito del sommo diritto di uccidere il suo debitore. Et si
eum in conposicionem nullus ad fidem tullerit, hoc est eum redimat
de quod non persolvit, de sua vita conponat. Che questa esecuzione
spettasse all'accusatore medesimo a compenso del suo diritto in
sodisfatto, era detto espressamente nel cap. 7° dell' Editto di Chil
perico (Merkel, pag. 39). Et si homo malus fuerat qui male fecit,
et si res non habet unde sua mala facta conponat, legibus conse
cutus super illum nihilominus graphio ad legem que antea auditus
est invita elegitur, et auferat per tres mallus ante rachymburgiis,
ut ea nisi voluerint parentes aut de suis rebus redimant, aut se
sciant si noluerint in quarto mallo nobis praesentibus veniant: nos
ordinamus, cui malum fecit tradatur in manu, et faciant exinde
quod voluerint.41
L'effetto legale adunque dell'insolvenza è per il diritto franco a
un di presso identico a quello del diritto longobardo. Senonchè,
dove questo attribuisce spesso all'offeso solamente un potere limi
tato sul reo indigente, ed anche, nel caso di omicidio con aggres
sione, non afferma esplicitamente il diritto di morte nei parenti
dell'ucciso, ma si contenta di consegnar loro nelle mani il delin
41 Così il SOHM, Procesz der L. Sal, pag. 177 seg , e il SIEGEL, p. 243. Anche il
WAITZ, Das alte Recht, p. 178ne conviene, soggiungendo che il creditore aveva forse il
diritto di risparmiare al reo la vita e trattarlo come schiavo. Per contro il BETHMANN
HOLLWEG, IV, p. 467,pensa ch'era il caso dimorte inflitta giudiziariamente, non di ven
detta privata. Il senso letterale della frase : de sua vita componat, darebbe ragione
al Bethmann; ma, oltre al passo riferito dell' editto di Chilperico, sta a conferma della
prima interpretazione la concordanza delle altre leggi barbariche, la quale dimostra
come questo supremo diritto dell'accusatore insodisfatto avesse radice nelle prische
tradizioni germaniche. Vedi SoHm, p. 178, nota 28.
LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO.
161
quente (il che non escludeva che nella praticalo si tenesse ridotto
aschiavo secondo l'interpretazione della scuola pavese) (vedi Pr.
Parte, p. 27); quello, invece, dichiara espressamente il diritto che
ha l'accusatore di privar di vita il debitore insolvente. Ma, in
contraccambio, determina con molta particolarità e precisione la
serie delle formalità e degli atti occorrenti pria di venire a tale
estrema conseguenza. La solenne dichiarazione giurata d'insolvenza
per parte dell'accusato, l'abbandono della sua casa, l'insolvenza
dei parenti, e da ultimo la presentazione senza effetto del con
dannato in quattro giudizi, mostrano apertamente che non s'è
voluto rimettere il debitore in piena balia del creditore, nè ar
mare il braccio di questo del tremendo diritto di sangue, se non
dopo divenuto impossibile l'ottenere lo sborso del guidrigildo.
Ora tutte queste formalità e condizioni, che sono altrettante gua
rentigie del reo, mancano affatto nel diritto longobardo. Oltre a
ciò, a cotesto procedimento era sottoposto soltanto l'omicida che
incorreva nell'obbligo di pagare il guidrigildo: chè quanto alle
composizioni minori non pare che l'insolvenza importasse esecu
zione alcuna sulla persona; almeno nella legge salica non è pre
veduto il caso.42
Rimane ora a dire di due altre forme di difesa privata che
hanno relazione con la vendetta di sangue, cioè la pugnagiudizia
ria e il pegno privato.
Del duello non è parola nel primo testo della legge salica,
il quale, all'infuori della prova della caldaia, o dell'acqua bol
lente (aeneus, ineus), non riconosce altro giudizio di Dio. Essa
però era di larga applicazione, e serviva qual mezzo ordinario
onde l'accusato poteva purgarsi dell'accusa; talchè la sentenza
dei rachimburgi, ne' casi dubbi, suonava come una condanna even
tuale da valere se l'accusato non riusciva a discolparsi per mezzo
del giudizio di Dio.** Era bensì lecito al reo di sostituire alla prova
incerta dell'ordalia quella dei congiuratori, ma col consenso del
l'avversario, al quale quegli dovea pagare a titolo di riscattouna
somma chevariava,a seconda dell'ammontare della composizione,
43 Ѕонм, р. 175.
* Sal. LVI ... rachineburgii iudicaverunt ut aut ad ineo ambularet aut fidem de
conposicione faceret.
162
LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO.
dai tre ai trenta soldi (Sal. LIII. De manum ad ineo redemen
dam). Ma, in seguito alle riforme merovingiche, ildiritto probato
rio, non meno che gli altr'istituti processuali, venne alterato da
radicali innovazioni. Ed in vero, il giuramento con i sacramen
tali che aveva un posto affatto secondario nell'antica procedura,
diventò principale nelle leggi regie, invadendo il campo delle al
tre pruove. L'ordalia della caldaia, purmantenendo un carattere
cristiano, fu ristretta a pochissimi casi, e la legge ripuaria, ti
tolo XXX, 5, la permetteva solo quando il reo non potesse tro
vare congiuratori: Quod si in provincia Ripuaria iuratores inve
nire non potuerit, ad ignem seu ad sortem se excusare studcat.
Una disposizione identica nella Lex sal. emendata, nov. 2, 5.44
In mezzo a queste riforme appare il duello. Già Gregorio di
Tours VII, 14 ne fa menzione. Gundobaldo al re Gunthram che
l'aveva accusato di perfidia e mancata fede, risponde: Tu do
minus et rex in regali solio resides, et nullus tibi ad ea quae lo
queris, ausus est respondere. Insontem enim me de hac causa
profiteor. At si aliquis est similis mihi, qui hoc crimen impingat
occulté, veniat nunc palam et loquatur. Tu, o rexpiissime, ponens
hoc in Dei iudicio, ut ille discernat cum nos in unius campi pla
nitie viderit dimicare. La Legge salica nelle sue aggiunte l'am
mette in una causa di spergiuro. Titolo XCII: Si quis alterum
inculpaverit periurasse et ei potuerit adprobare, 15 solidos conpo
nat qui periurat, si tamen non potuerit adprobare, cui crimen dixe
rit solidos 15 solvat, et postea si ausus fuerit pugnet.
Più largo era l'uso della pugna giudiziaria presso i Ripuari, dai
quali probabilmente passò ai Salii. La troviamo infatti comepruova
diretta a sostenere lo stato di libertà a pro del manomesso dena
riale (L. Rib. LVII, 2), ad infirmare un documento (LIX, 4), ad im
ratori.
pedire un pegnoramento ingiusto (XXXII, 4). In generalepoi, come
per gli altri diritti popolari, così pel ripuario è ammesso il prin
cipio della concorrenza elettiva della pugna col giuramento dei
congiuratori, cioè dire, che vien lasciata all'avversario la scelta
del duello in quelle cause dove era richiesta la prova dei congiu
Rib. LXVII, 5 : Si quis pro hereditate vel pro ingenuitate
44 MERKEL, pag. 53.
45 SIEGEL, pag. 207.
LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO.
163
certare coeperit post malo ordine, cum sex in Ecclesia coniuret et
cum duodecim ad stappulum Regis in circulo et in hasta, hoc est
in ramo, cum verborum contemplatione coniurare studeat. Si non
adimpleverit cum legis beneficio restituat. Aut si quis eum contra
prendere voluerit, aut cum armis suis se defensare studeat ante
Regem, aut omnem repetitionem cum legis beneficio restituat.
Delrimanente, neldiritto franco non si vede alcun segno di quella
diffidenza così caratteristica dell'editto longobardo contro il duello,
eche valse tanto a limitarlo nel nostro paese.Al contrario, presso
i Franchi il duello,daignoto qual era nella legge salica, si venne
estendendo mano mano, e pose si salde radici che, come vedremo
più avanti, i capitolari si studiarono persino d'inculcare la cre
denza e il rispetto generale verso questo giudizio di Dio.
Nell'istituto del pegno il Patto salico contiene la conferma di
quel principio che ha radice nell' antichissimo diritto tedesco; ed
è che nelle obbligazioni certe ed innegabili il creditore possa da
sè metter mano sulle cose del debitore a soddisfazione del cre
dito. Non però esso si riflette così schiettamente in tutti le leggi
popolari. Fra la longobarda che l'accoglie, si può dire, integral
mente, permettendo al creditore di pegnorare senza licenza del
giudice, e la visigotica che vieta addirittura il pegno stragiudi
ziale , la legge salica, come la più parte delle altre, tiene un
posto medio. Essa ammette bensì il pegno privato, ma con auto
rizzazione giudiziale, e subordinandolo alle forme rigorose del di
ritto.
Da due speciedicontrattidiscende il processo esecutivo privato,
che si chiude col pegnoramento delle cose mobili del debitore:
dalla fides facta e dalla res prestita. Consiste la prima in una
formale promessa unilaterale, fatta mediante il porgimento della
festuca, d'adempiere l'obbligazione in un dato termine. Essa serve
cosi asurrogare, rafforzandolo, un debito antico (novazione), come
ad assumere undebito di un terzo (fidejussione). Nel diritto an
tico germanico la fides facta è l'equivalente della stipulatio ro
47
mana. La res prestita comprende qualunque contratto di pre
stito, sia di consumo sia d'uso; il mutuo e il comodato. Mette
46 L. WISIG, V, 6, 1. Pignorandi licentiam in omnibus submovemus.
47 Ѕоим, р. 19 e seg.
164
LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO.
conto d'entrare in qualche particolare su questa esecuzione stra
giudiziale, per vedere con quali mezzi e in che breve spazio il di
ritto salico contiene l'azione individuale.
Il processo per la fides facta è descritto nel titolo L, 1. Spirato
il termine del pagamento, il creditore si presentava in casa del
debitore accompagnato da tre testimoni o periti, cum testibus vel
cum iis qui precium adpreciare debent, e lo invitava a pagare. In
caso di rifiuto lo citava (mannire) avanti al tribunale della cen
tena, dove chiedeva al tungino il permesso di pegnorare, con la
seguente formula: " Rogo te thungine ut nexti cantichius gasacio
meo illo qui mihi fidem fecit et debitum debet , et nominare debet
quale debitum debeat unde ei fidem fecerat. A che il tungino rispon
deva: " Nexti cantichio 48 ego illum in hoc quod lex salica habet. „
Ottenuta l'autorizzazione, l'attore intimava all'avversario ut nulli
alteri nec solvat nec pignus donet solucionis nisi ante ille impleat
quod ei fidem fecit. Con ciò il debitore era impedito di disporre
de' suoi beni, i quali rimanevano a garanzia del credito. Indi su
bito l'attore, sempre coi testimoni, procedeva a un nuovo invito a
pagare (testatio), ripetuto tre volte di sette in sette giorni, e in
ogni volta constatava l'inadempimento del debitore, aspettando il
pagamento fino al tramonto (solem collocare). Intanto per la mora
di tutti i termini scorsi inutilmente, così prima che dopo la ri
chiesta del nexti cantichio, il debitore incorreva in altrettante
ammende variamente fissate dalla legge, che si aggiungevano al
debito principale. La terza interpellazione contiene l'ultimo ter
mine concesso al debitore per lo scioglimento volontario dell'ob
bligazione, e con essa si chiude il tit 50, 1 della Lex salica. Ma
il capitolo monco è integrato da una legge posteriore di Clodo
veo (Sal. cap. LXXIV Merkel), dalla quale risulta, come atto fi
nale del procedimento esecutivo, il pegnoramento privato. De
pignoracione. Si quis debitorem suum per ignorantiam sine iudice
pignorare praesumserit antequam eum nesti canthe chigio (hoc est
accusante), et debitum perdat et insuper similiter si male pignora
verit cum lege conponat, hoc est capitale reddat et 15 solidos cul
pabilis iudicetur. 49
48 Nexti cantichio, parole di origine germanica,significano letteralmente: fibula, tor
que adstringo, poi per traslato: arctius adstringo.
Cfr. GRIMM, Vorrede, in Merkel
L. Sal., p. VI, e MÜLLENHOFF in Waitz, p. 289 e seg.
49 Cfr. Sонм, 25 p. 18 e segg.
LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO.
165
Il processo del pari esecutivo per la res prestita, descritto an
che incompiutamente nel tit. LII, è in genere simigliante a quello
della fides facta. 5º Nell'uno e nell'altro le intimazioni, i termini,
la presenza dei testimoni sono altrettante condizioni, come nel
diritto pegnoratizio longobardico, miranti a un doppio scopo: da
una parte, a guarentire il debitore inmaniera ch'egli abbia tempo
di pagare volontariamente, riserbando solo pel caso estremo l'ese
cuzione forzata; dall'altra, a disciplinare quest'istituto nel quale
si manifesta la difesa privata. Ma nel diritto salico vi è di nuovo,
rispetto a quello longobardo, la licenza del giudice, il nexti can
tichio; ed è quest'atto giudiziale che subordina del tutto il pegno
privato all'autorità giudicante, e lo rende un mero strumento
processuale.
Ma, accanto all'esecuzione stragiudiziale, la legge salica ne co
nosce anche una giudiziale, la quale suppone due condizioni fon
damentali; l'unaconsistente nell'atto formale della fides facta giu
diziale, o solenne promessa dell'accusato di adempiere il giudizio
nel termine fissato, l'altra nella contumacia di esso, e quindi ina
dempimento della promessa (legitime iactivus admallatus). Senza
siffatte due condizioni non si può entrare nello stadio esecutivo,
il cui atto primordiale è il solenne invito, che l'accusatore rivolge
al conte, di procedere al sequestro dei beni del reo, offrendo col
simbolo strettamente obbligatorio della festuca sè e la sua for
tuna a guarentigia della legalità della sua richiesta. 51 Il conte
dopo un invito inefficace al debitore di pagare volontariamente,
mette mano sui mobili dilui, eneprende tanti, quanti occorrono,
sulla stima fatta da sette rachimburgi venuti seco, a estinguere
il debito. Delle cose pegnorate due parti vanno all'accusatore, una
spetta al conte per il fredo.*
Allo stabilimento della monarchia franca sul territorio romano,
ai nuovi numerosi rapporti che si strinsero traFranchi eprovinciali
10 SoHM, 26, p. 34 e segg.
1 Sal. L, 2:
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
APARTE- 24APRILE 1706.
417
Vanno questi signori esaminando continuamentelo stato presente delle
cose, per trovar qualche espediente da assicurare il proprio dominio
dalli pregiudicj delle armate. Più volte si sono congregati privata
mente il generale Stenau, il generale Castelli et il sig. Molino, che fu
proveditor generale, con alcuni savj perconferire assieme, come hanno
fatto lungamente sopra la materia, havendo anche il generale Delfino
benchè lontano comunicatii suoi sentimenti. Li pareri di tutti sono stati
riferiti da quei medesimi savj alla Consulta, e portati poi similmente
anche il sabbato scorso al Senato, che durò fino a 8 hore di notte. Le
risoluzioni ancora non si sono publicate, ma si dice che siano di tirare
un cordone nel Veronese per salvare il Vicentino et il Polesine, e far
uscir in campagna il generale Stenau perchè copra il paese ora che
veggono ristretti gli Alemani, e necessitosi di gettarsi in qualche altra
parte per trovar sussistenza; et a V. E. fo profondissimo inchino.
STATO
24 APRILE.1706.
Come che le disposizioni che teneva l'armata francese sopra del
territorio di Bressia dassero a divedere, che il primo tentativo da in
traprendersi perprincipio della campagna non potesse cadere che sopra
di Montechiari, come più volte mi son dato l'onore di umigliare a Vo
stra Ecc , così prevenendone gli Alamani i disegni, abbandonarono i
quartieri di riposo, e s'accamparono tra Montechiari sodetto, Lonato e
Calcinato, disposti alla loro fronte diversi pezzi di cannone dacampagna,
per potere con più facilità conservare detti posti e deludere le mire
francesi. Unita in appresso dal sig. duca di Vandomo tutta la sua
armata, marchio improvisamente sopra di detti Alemani, e giunto il lu
nedì scorso alla ponta del giorno in faccia di quelli,disposta in batta
glia l'armata gli fece da più parti investire. Fu sanguinoso il primo
incontro e senza vantaggio di niuna d'esse armate; ma poi oppressa
l'Alemana dalla forza, come inferiore di numero convenne cedere, e
vedersi rovesciata in stato tale, di dover lasciar in abbandono il campo,
il bagaglio, sei pezzi di cannone da campagnaet il luogo stesso di Mon
techiari, che fu subito occupato da' Francesi.12 Consimilmente fu attac
12 Trovo scritto in un Diario Storico Politico di alcuni avvenimenti del sec. XVIII,
che il 19 aprile il duca di Vendome assaliuncorpo d'Alemanni accampati in vicinanza
di Calcinate, terra sulla Bresciana. Il combattimento fu fiero; quantunque i Cesarei si
difendessero con gran valore, finalmente furono obbligati a cedere ed abbandonare i
loro posti ritirandosi a Gavardo. Molti ufficiali superiori francesi rimasero sul campo,
tra' quali il marchese d'Haron colonnello de' dragoni.
418
LA NUNZIATURA VENETA
cato Calcinato, in cui v'erano di presidio i Prussiani, e perchè non vollero
rendersi a patti, ma ostinatamente difendersi, così nell'impossessarsene
rimasero la maggior parte tagliati a pezzi, et in unsolgiorno seguirono
due combattimenti. In tali termini ne spedì qui per espresso il signor
proveditore generale Delfino la notizia martedì a sera, e capitate poi
ne' giorni susseguenti molte staffette, concordorono l'azzione, che si fa
d'un grande vantaggio per i Francesi. Si calcolano più di duemila
morti degl' Alemani, consimile numero de' feriti, e da 1500 prigioni,
quando de' Francesi, se si può credere a più avvisi,nonvi sono che da
500 morti e puoco meno de feriti, fra quali il signor di Doucheron con
pericolo; degl'Alemani è rimasto prigioniere il generale Felchstein ol
tre diversi collonelli, e dicesi ferito il generale Visconti, che ora si
ritrova ritirato a Drogolo non senza timore di restar prigione. Dopo
la soddetta azzione continuò il sig. duca di Vandomo con l'armata la
marchia alla volta di Gavardo e Salò con disegno di far sloggiare an
che da questi posti gl'Alemani, precorrendo questa sera una voce che
il signor principe Eugenio, che si trovava a Salò stesso con alquante
truppe, oltre altre puoche di quelle state nelcombattimento che aveva
fatte riunire, si sia di là partito et abbandonati quei luoghi per non
aver forze bastanti da poter far fronte. Merita conferma la notizia, tut
tavia si dà per indubbitata, come anche che il sig. generale Toralba
si sia impossessato dei posti di Nave et Osset; così che verificandosi,
non potrà il signor principe Eugenio che tenere la strada un po' lunga
et disatrosa della Valle Polesella per entrare nel Veronese, et unirsi
alle truppe che vi sono, et ivi principiare le sue operazioni.
STATO
ADÌ DETTO.
Stante l'assistenza et il miglior nodrimento che ora prendono le
genti de' luoghi del territorio di Bressia che davano le malattie e la
apprensione accennate, s' hanno ora rincontri non essere così frequenti
le morti che regnavano, e si è concepita speranza di potervi dare an
che maggiore aiuto, anche con il beneficio di essersi ritirate le truppe
da quei loghi, che impedivano i rimedi più necessarj. Da più parti
ho il rimanente delle migliori notizie, onde mi toglie anche qualche
dubbio che potesse occultare il male per non mettere in difidenza il
paese, secondo si poteva congetturare ne' decorsi ordinarj. Del tutto
ne rendo intesa V.E., alla quale mi umiglio in profondissimo inchino.
STATO
24 APRILE 1706.
Mi si fa provare più arduo di qualunque altro negozio quello del
rilascio delle merci del paron Moretti da Pesaro, mentre animato dai
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
419
maggiori comandi di V. E. stati da me ubbiditi con replicate istanze
sono ancora senza risposte, e senza speranze che mi si diano. Tale
contegno mi produce quella passione che ben V. E. può idearsi, e la
dilazione sin ora corsa dalla ripresaglia mi fa credere anco deteriorate
quelle mercanzie, che avevano potuto patire. Se più si tarda, quando
anche si conceda il rilascio, sarà inutile, così che per maggiormente
non diferirlo, mi do la libertà di soggerire a V. E., perchè cotesto
signor ambasciatore sapia il pregiudizio che ne produce una tale di
lazione e la premura che si hanno nella risoluzione di questa pen
denza, che produrranno, qualunque volta ne venga fatta qui una buona
rimostranza, il desiderato intento. Umiglio a V. E. la mia venerazione,
e le fo profondissimo inchino.
1 MAGGIO 1706.
Le istanze per il rilascio delle merci del paron Moretti da Pesaro
si sono replicate da me con tutta la premura, e non perdo congiun
ture di reiterarle e con uffici in scritto e con rimostranze in voce.
Benchè avvalorate dalle premure di cotesto sig. ambasciatore, puoco
profittano le diligenze con l'efficacia possibile, e godrei poterne con
seguire il rilascio che veggo sempre più ritardarmi, e tampoco di ri
portare risposte, così che a mio credere vogliono trovare incagliato
l'affare sino a vedere ciò che possa riescire di quello de' Pastrovicci.
Andarò nulladimeno premendo, e quando possa conoscere qualche
speranza, ne sarà subito V. E. intesa, facendole per ora profondissimo
inchino.
STATO
1 MAGGIO 1706.
L'abbandono fatto dagli Alemani anche di Gavardo e Salò fu vero,
avendo il sig. principe Eugenio, dopo una consulta di guerra tenuta
al suo quartiere generale di Lamone, fatto sfilare la cavalleria per la
Val Sabbia, e l'infanteria per la parte della Madonna di Monte Ca
stello. Non potè però essere così sollecita la marchia, perchè fu ra
giunta la retroguardia della vanguardia francese, fra' quali seguì un'
azione con pari mortalità di gente, rimasto in fine alla francese il
posto e qualche cannone, che veniva scortato da detta retroguardia
alemana. Comparve poi il sig. duca di Vandomo in Sald, ove sotto
il comando del signor tenente generale Medani lasciò tremila uomini
per guardare quella riviera, e d'indi si mosse col rimanente dell'eser
cito alla volta di Desenzano colla mira di avanzarsi nel Veronese.
Si è poi inteso, che di già il sig.generale Albergoti v'era entrato con
ottomila uomini, e s'era portato ad occupare li luoghi di Rivoli e di
STATO
420
LA NUNZIATURA VENETA
Canale, sendosi stesi sino nel seno di Monte Baldo verso la Croara e
la Ferrara, doppo di che con pari numero di gente arrivò a Valezzo
il sig. duca di Vandomo forsi per progredire la marchia alla stessa
parte, e scacciare gli Alemani da un luogo che tengono sopra della
Ferrara stessa, che questa sera si dice poi occupato da' Francesi. Lo
staccamento spedito col sig. di S. Fremont nel Polesine accresce l'ap
prensione al corpo comandato dal collonello Paté, quale si va ritirando,
lasciando alle basse qualche squadra, che si considera più tosto di
guardia che di presidio alli luoghi. Li Tedeschi che calano di rinforzo,
vanno anch'essi soprarivando, ma stanchi dalla lunghezza e difficoltà
del viaggio, e di già il sig. principe Eugenio si trova nella Valle Po
lesella in attenzione di unire ivi tutta la sua gente, e scendere con
maggiori forze. Ha fatto arrestare il generale Reventlau, tacciato di :
negligente per essersi lasciato sorprendere a Montechiari, et il gene
rale Rocavione che si supponevaprigioniere, è comparso all'armata con
diversi altri offiziali.
Dalla parte poi del Piemonte, per quello viene avvisato, si può cre
dere che sarà principiato l'assedio di Torino verso lametà del corren
te, 13 essendo di già in pronto tutte le provisioni et attrezzi destinati
per il medesimo, e facendosi continuamente sfilare altre truppe dallo
Stato di Milano alla volta del Piemonte, sì come ancora seguitano a
calare delle Francesi dalla parte di Susa et Ivrea. Resta parimenti
stabilito il ponte di barche sopra la Dora Baltea a Crescentino, et al
tro al Po a Civasco, in forma che l'essercito averà tutti li comodi ne
cessarj e per le monizioni, e per le marchie che saranno dirette parte
alla montagna di Torino, e parte alla pianura. Il sig. duca di Savoia
fa continuare la leva di seimila uomini del paese,per regolamento de'
13 È notissimo come quellacittà sia poi rimasta libera. Il generaleDaun,ricorda il
citato Diario, rimase alladifesa di Torino colle sue truppe alemanne; fu replicato l'as
salto dal duca d'Orléans il 2 settembre successivo, ad una mezza luna con fuoco ter
ribile per ben cinque ore d'ambe le parti, tanto dalla piazza, quanto dal monte de'
Cappuccini. Venne fatto ai Francesi d'impadronirsi di quel piccolo forte, e fra le grida
vittoriose esclamavano: Torino è nostra, e mentre stavano affollati perben fortificarsi,
diedero fuoco gli assediati, per mano dell'eroico Pietro Micca, ad una mina praticata
sotto quella mezza luna, per la quale i trionfatori coll'artiglieria e le insegne rimasero
sepolti, fra' quali miseramente perì Filippo di Noyé colonnello di fanteria.Pochi giorni
dopo il principe Eugenio e Vittorio Amedeo, sotto la piazza,diedero battaglia aiGal
lispani, che in disordinata fuga si portarono verso Pinerolo e Susa. Con un numero
sterminato di morti e feriti rimasero prigionieri sul campo dodici battaglioni; il ma
resciallo francese Ferdinando conte di Marsin vi lasciò la vita, e fu sepolto nel con
vento de' Cappuccini della Madonna di Campagna.Così Torino era salva, e a ricordare
il grande avvenimento fu eretta la basilica di Superga.
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
421
quali aveva di già eletti li colonelli e gli ufficiali subalterni. Le fortifica
zioni più volte accennate restano ormai ridotte a perfezione, onde se il
tentativo sarà vigoroso, non sarà inferiore la difesa. Che è quanto, ecc.
STATO
A DÌ DETTо.
Benchè continuino le malattie negl'accennati luoghi del territorio
di Bressia, non sono però così frequenti le morti come per il passato,
in formache si può sperare che non sia per maggiormente grassare il
male. Non si manca come già avvisai, di tutta l'assistenza a quella po
vera gente, et ora che intieramente si sono ritiratele truppe alemane,
si va pensando a darvi il totale provvedimento con separarli, e come
di già saria stato eseguito, se le truppe non l'avessero impedito, e non
verrà anche in apresso ritardato a causa delle altre che ancora sono
in quelle vicinanze. Secondo portarà il bisogno, ne terrò intesi li signori
cardinali legati di Bologna e Ferrara, come farò anche a V. E., alla
quale mi umiglio in profondissimo inchino.
APARTE- 1 MAGGIO 1706.
Mentre questi padri riformati di san Francesco della provincia di
Venezia stavano in procinto di far laloro congregazione, come è solito
fra il triennio che corre dal capitolo, il residente di Mantova significò
al provinciale, che avvertisse che i guardiani e superiori che si eleg
gessero per i conventi del Mantovano (che sono tre soli, e ben piccoli)
fossero del medesimo stato, altrimenti non vi sariano ricevuti, non vo
lendoli il signor duca, se non proprj sudditi. Cid saputo, parlai al
l'istesso residente, mostrandogli che l'elezioni dovevano esser libere,
come erano state sempre, e che non si potevano introdurre novità per
niciose al buon ordine della religione e del servizio di Dio; che però
lasciasse quei padri nella loro libertà, tanto più per non esservi in tutta
laprovincia se non che tredici o quattordici mantovani, sei de' quali già
nel capitolo erano stati impiegati nelle cariche, e gli altri havevano delle
eccezioni: con che era rimasto (come appagato) di nonfar altri passi,
ma di rimettersi alle risoluzioni dei vocali, i quali anche erano disposti
di metterne qualchedun altro in offizio; ma all' improvviso mutando sen
timento per le persuasioni d'un religioso, che è lacausa di tutto lo scon
certo, ha scritto al padre provinciale, rinovandoglile medesimeproteste,
anzi minacciando perchè non faccia la congregazione, sin che sopra di
cid non riceva ordini da Roma; onde per evitar gl'inconvenienti si è
giudicato espediente di differirla, come si è fatto. Io ho scritto a Man
tova per procurare che il signor duca revochi le commissioni date, se
pur sarà vero, sapendo che sono insinuazioni d'un suo ministro, a cui il
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
28
422
LA NUNZIATURA VENETA
residente qui aderisce per secondare lepremure del frate sopraccennato.
Con tal occasione detto residente si è vantato che non solamente S. A.
otterrebbe l'intento in questo particolare, ma di più che spuntarebbe
le collazioni di tutti li beneficj del suo Stato per i soli sudditi, mentre
già da Roma n'era stata intenzionata. Ho stimato necessario di portare
aV. E. questa notizia, acciochè il fatto non le venisse rappresentato
diversamente, e perchè se le pare, possa farne parlare all'agente costi
del signor duca, onde diamano che la congregazione habbia il suo ef
fetto senza disturbi; et all'E. V. fo profondissimo inchino.
8 MAGGIO 1706.
M'ha fatto assicurare novamente il Magistrato della Sanità, che le
malatie del Bressiano vanno semprepiù prendendo miglioramento, e che
sebbene restano ancora situate delle truppe estere in quelle parti, nulla
dimeno si può credere dall'assistenza e cibo, che se gli somministra,
ogni buon evento. Se però venisse a succedere maggior male dalla
stagione calda che sopraviene, ne sarà avvertita V. E. e li signori car
dinali legati. Io ne starò in attenzione per adempire i comandi stima
tissimi di V. E., alla quale fo profondissimo inchino.
STATO
ADI DETTO.
Anche inquesta settimana hannofatto nuovo ricorso in Collegio per il
rilasso delle merci del paron Moretti da Pesaro, ma con il solito evento,
perchè sin a quest' ora mi vedo privo delle tanto sospirate risposte, e quel
che èpiù, nonmi posso lusingare di riportarle, mentre apertamente vedo
econosco, che sopra di tal affare non si pensa a risolvere cosa alcuna.
Iononposso assicurare V. E., se non che saranno incessantemente da
me replicate le istanze per riportarle, e che averò sempre preferiti i
stimatissimi comandi di V. E., alla quale fo profondissimo inchino.
STATO
8 MAGGIO 1706.
Retrocessero i Francesi dalli posti avvanzati della Ferrara, che non
fu poi occupata da' medesimi, secondo se ne sparse lavoce, e fermo
rono il loro quartiere a Rivoli, che resta al fianco dell'Adice, et alla
testa della valle di Cavrino. Hanno erette due batterie, l'una a Rivoli
stesso, e l'altra a Bussolengo,dal che anche gl' Alemani hanno piantate le
di loro all' incontro; ma come che v'è l'Adice di mezzo, e le di lui ripe
siano molto ineguali per laprofondità da unaparte et altezza dall'altra,
così vicendevolmente non ne risentono danno. Crescono gli Alemani
sopra di quel territorio, capitativi anche li generali Visconti e Roca
vione, che si sono accampati nel luogo solito di s. Michele con un
STATO
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
423
grosso di tremila e più,et il colonnello Patè si mantiene a S. Bonifacio,
anch'egli accrescinto dai nuovi rinforzi che vanno capitando, in modo
che li Francesi in oggi ne prendono dell'osservazione, e qualche par
tita s'è fatta vedere alla parte opposta, con voce d'aver in breve a ca
pitarvi un corpo di milizia per star in vigilanza di tutti gl'andamenti
de' Cesarei. Il generale Medani s'era portato in Valsabbia con inge
gneri per far un taglio di strada di sotto la rocca d'Anfo, quando il
sito lo permetti, affine di troncare la communicazione con Lodrone, et in
oggi si sente che sia seguito nellaparte scogliose, dove il fiume Chiese
discende per dirupi fuori del lago d'Iseo. Si trasportano a Salò tutti i
legnami e materiali delle trinciere di Montechiari e Calcinato, che si
spianano, e non se ne sa il mottivo. Si discorre che la mira del signor
enerale Medani siadi volersi avvanzare nel Trentino per essersi molte
truppe inoltrate per dirupi a quelle parti, anzi vogliono alcuni che ne
siano di qui penetrate in val di Vestino e in val di Leder, il che se
fosse vero, portarebbe una gran diversione agl'Alemani al Veronese, a'
quali resta interdetta la strada della Chiusa. Nell'Abbadia si sono pa
rimente rinforzati i Francesi in grosso numero, e vi si attende a mo
menti il generale di S. Fremont per comandarvi un corpo di milizia
che vi si deve radunare, al cui effetto sono di già stati drizzati i forni
per cuocere il pane.
CIFRA
8 MAGGIO 1706.
Ho penetrato che tra il sig. duca di Savoia e questi signori passi
qualche negoziato d'importanza, poichè martedì della settimana scorsa
capito qua con ogni segretezza un cavaliere torinese spedito da S. A.,
ed havendo egli fatto capo da un padre gesuita,questi lo condusse im
mediatamente da un segretario delli inquisitori,conilquale conferì per
più hore. Essendosi poi congregato nella mattina susseguente quel Ma
gistrato coll'intervento d'un Savio grande, vi fu introdotto il cavaliere
a far la sua esposizione. La sostanza della medesima, per quel che si è
potuto sapere, conteneva una premurosissima istanza di S. A. per haver
consiglio ed aiuto dalla Repubblica nei frangenti ne' quali si ritrova. Il
giorno dopo, partito il cavaliere di ritorno a Torino, fu fatta dal pub
blico una spedizione a posta per Vienna.
15 MAGGIO 1706.
Ambedue le armate che sono nel Veronese s'ingrossano, et all'ale
mana va continuamente giongendo l'infanteria, che mostra il grande
incomodo del faticoso viaggio. Preso qualche giorno di riposo nelli
quartieri di s. Michele es. Bonifacio, s'è incaminato assieme con un
STATO
424
LA NUNZIATURA VENETA
corpo di tremila cavalli verso l'Adice nel luogo di Belfior, da dove il
collonello Patè s'era prima avvanzato a riprendere li posti di Ferazzo,
Merlara e Begosso. Continua la sua dimora da più giorni in Ala il
signor principe Eugenio per sollecitare li rinforzi della Germania, e la
marchia delle restanti truppe delBressiano, attendendosi a momenti li
principi d'Anhalt, Wirtembergh e Sassengota, dicendo che il primo sarà
generale dell'infanteria, et il signor duca di Vandomo che si trova
ancora in Rivoli, lo guarda da vicino per il dubbio che possa venire
fatto qualche tentativo di calaredi qua dall'Adice dalla parte diMonte
Baldo per il piano della Ferrara,ove ancora sussistono i Tedeschi. Sta
bilitosi dal soddetto signor duca di Vandomo di tener chiuso agl'Ale
mani l'ingresso nel Bressiano, e già eseguitosi con le operazioni fatte
fare dal sig. tenente generale Medani nel Salodiano, che sono state di
tagliar strade in più siti, abenchè disastrose e impraticabili, come di
guardare nel Veronese il passo dell'Adice, assistendo di persona ha fatto
principiare una trinciera di larghezza di dieci piedi a Rivoli, e conti
nuandola per cinque miglia di paese andarà a terminare a Garda, posto
che dà il nome al lago, alla quale trinciera travagliano sopra seimila
uomini, e doverà, per quanto dicesi,venir custodita da quattromila spa
gnuoli e quantità d'altiglieria, già arrivatine 20 pezzi in Bussolengo,
et altri cercandosine da Mantova e Castiglione per renderla capace con
tro ogni tentativo. Con ciò verrà a difficoltarsi agl' Aleman i digettarsi
di qua dall' Adice per il fianco di Montebaldo, mentre loro starà alla
fronte questa trinciera da superarsi prima di porre il piede sulla pia
nura del Veronese. Affacciandosi gli Alemani in molti posti del detto
fiume Adice sia per tentare o per discoprire il più facile al passaggio,
subito i Francesi vi si mettono all'incontro, e perciò tutte le ripe d'una
parte e l'altra sono armate, et ultimamente a Zevio con due regimenti
d'infanteria e duemila cavalli s'è condotto apiantar campo il colonnello
d'Estrades. Anche il generale Medani dopo le accennate operazioni si
è reso da Salò all' armata del Veronese con le sue truppe, a' quali
hanno dato il cambio tre reggimenti spagnuoli, che saranno comandati
dal sig. generale Toralba, quale a momenti vi si attendeva. Nel Pole
sine e Badia ogni giorno s'accrescono i Francesi sino ad Adia alla
volta della marina, e perchè un numeroso staccamento d'essi s'è av
vanzato a s. Pietro di Legnago, si suppone che con altro numero d'in
fanteria o cavalleria che vi si attende possa piantarsi un campo tra
quel luogo e l'altro di Carpi. Ilgenerale Stenau di questo pubblico s'è
portato a Verona con diverse commissioni non penetrate, non accertan
dosi ancora se si farà l'accampamento divulgato, o se si fermaranno le
truppe venete ne' loro quartieri. Alla parte del Piemonte non sono in
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
425
feriori i movimenti de' Francesi,mentre sentesi che decampata tutta
l'armata da Montanara s'era avvanzata verso la Venaria, e che un
grosso staccamento d'essa andava a levare da Susa e suoi distretti da
18 altri battaglioni in circa calati dal Delfinato e Savoia, per essere im
piegati all'assedio imminente di Torino. Il sig. duca di Savoia sta però
preparato alla difesa, et ha accresciuti i posti di più conseguenza di
maggiori fortificazioni, con avere anche richiamato da Asti il presidio
alemano, fatti però prima demolire tutti i lavori di quella piazza.
STATO
ADI DETTо.
Ha dato del timore unaimprovvisa deputatione fattasi da questo Ma
gistrato della Sanità di due di questi medici per portarsi ne' luoghi del
Bressiano, et ivi sul fatto riconoscere la qualitàdel male che vi regna,
em'aveva fatto dubitare che accresciuto potesse produrre delle altre
perniciose conseguenze. Fattene perciò le diligenti ricerche, trovo che
non vi sia augumento, anzi che la mortalità sia diminuita, e che il
Magistrato non è devenuto a tale destinazione, se non per verificare il
vero sistema delmale sodetto,di cui sin ora varie sono state le opinioni
dei medici delle città circonvicine ad essi luoghi. Operarà un vantaggio
maggiore la relazione di questi medici, mentre occorrendo più esatte
precauzioni per darela totale salute a quella povera gente, sarannodal
Magistrato medesimo intraprese, volendosi a tutto potere levare la
radice al detto male. Di qualunque cosa andarà seguendo, ne sarà sem
pre intesa V. E., alla quale fo profondissimo inchino.
AVVISO
15 MAGGIO 1706.
Domenica doppo pranzo il sig. abbate di Pompona ambasciatore di
Francia fece il suo publico ingresso, essendo stato levato dall'isola di
s. Spirito dal sig. cav. Pisani e da circa 50 senatori in veste rossa se
condo il consueto, ed accompagnato alla sua abitazione. Lamattina se
guente dalli medesimi fu condotto in collegio all'udienza publica, e
tornd a casa collo stesso accompagnamento. Vesti l'abito prelatizio
nero con sottana lunga, rocchetto, mantelletta e mozzetta, servendolo
un paggio per caudatario. Per la città portò il rocchetto scoperto, as
sumendo poi la mantelletta al primo caposcala del palazzo ducale, nel
qual sito se la cavò al partire.14 Fu per seguire qualche sconcerto il
14 Intorno al cerimoniale e all'abito con cui dovea presentarsi in Collegio questo
nuovo ambasciatore per la prima volta, erano precorse molte dispute e trattative, se
condo che appare dal carteggio. Non ne diedi notizia, perchè mi parvero documenti
più di pettegolezzo e vanità che di storia.
426
LA NUNZIATURA VENETA
giorno dell'ingresso, perchè li senatori giunti alla chiesa di s. Spirito pre
tesero che calasse senzamandar di sopra alle stanze, dove egli si tratte
neva, un segretario di collegio a fargli sapere (secondo lo stile) che
erano ivi arrivati; atteso che monsieur di Sciarmont suo predecessore
inavvertentemente scese le scale senza aspettare tal ambasciata. Ma il
signor abbate avvertito dal segretario regio di Spagna, che si trovava
presente, del pregiudicio, mandò a dire alli medesimi, che non saria
partito mai, sintantochè non vedeva salire il segretario, che poi gli fu
mandato. Ma tanto lo volsero pregiudicare la mattina dell'udienza pu
blica, mentre, essendo il solito, che la prima volta che gli ambascia
tori vanno in collegio, entrano a drittura senza fermarsi punto, lo fe
cero sedere nell'anticollegio per un poco di tempo, ignorando egli la
pratica di questo. Spiegò una vaga livrea trinata d'argento e seta di
quattro paggi, dodici staffieri e sedici gondolieri, havendo poste in ac
qua quattro gondole, tre tutte dorate con statue ed intagli, e con i
felci di veluto con ricami d'oro, e la quarta nera coperta di veluto
dell'istesso colore. Per due sere concorse gran quantità di popolo e
mascare al suo palazzo, ove furono dispensati rinfreschi e si godè il
divertimento di suoni di varj strumenti, e la vista del giardino tutto
illuminatodi torcie, restando terminate le feste con un lauto banchetto.
che il sig. ambasciatore diede a tutti i cavalieri nazionali e forestieri.
che l'havevano servito in quella funzione.
STATO
22 MAGGIO 1706.
La linea che accennai con le decorse, ordinata dal sig. duca di Van
domo da Rivoli a Garda, si avvanza sotto il fervore diun incessante
lavoro, e comedissi, averà un'estesa di cinque miglia, ela sua larghezza
sarà ne' siti più stretti di dodeci piedi, e nelli più esposti alli tentativi
degl' Imperiali di trenta in circa, venendo questi particolarmente muniti
di opere angolari armati di cannone, e circondati da palizzate, al qual
effetto si sono fatte condurre tutte le punte che difendevano ambidue li
campi nel Bressiano. Li Spagnuoli, a' quali è stata data l'incombenza
di guardarla, si vanno approssimando,benchè con lenta marchia, et il ge
nerale Colmenero che deve comandargli, è già arrivato inValezzo. Alla
comparsa di queste truppe sfilaranno le altre Francesi verso alle Basse,
cioè alla volta di Rovigo, Polesine e Badia, per rinforzare quel corpo
che si fa ogni giorno maggiore, come anchein maggiore numero s'au
gumenta l'altro degl'Alemani, due regimenti de' quali scesi perla Valle
Pantena si resero nel Veronese; dopo di che furono seguitati dal si
gnor principe Eugenio, quale ora ha posto il suo quartiere nella terra
di s. Martino, e di già va facendo prendere la marchia alle dette sue
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
427
truppe verso Fecazzo, Merlara eBegosio,precorrendo la voceche egli
ancora possa di breve incamminarsi a quella volta. L'oggetto sarà di
cercare il passo dell' Adice, impegno di difficile riuscita per le puoche
forze che sin ora hadetto sig.principe Eugenio,calcolandosi che gl' Im
periali che al presente si trovano nel Veronese,possano essere in circa
sedicimila, oltre poi le prevenzioni usate dal soddetto sig. duca di
Vandomo, che ha fatti munire tutti li guadi et armare tutte le ripe per
rendere vano ogni tentativo avversario. Nel Bressiano et alla parte di
Salò si continua da' Francesi a travagliare nel taglio delle strade per
maggiormente dilatarli e profondarli, impiegandovisi continuamente
quantità di guastadori, e praticandovisi anche l'uso di qualche picciola
minaper più sollecitamente terminare l'operazione. Con ordini premu
rosi era stata comandata l'unione di tutte le barche più capaci della
riviera, e commesso pure alli granatieri di Salò di star pronti sull'armi,
il che aveva fatto credere qualche irruzione nelle spiaggie del Tren
tino, che è poi svanita dall'essere state licenziate e l'une e gl'altri.
STATO
22 MAGGIO 1706.
Fu stabilito nel Senato di sabbato a sera decorso di supplicare la
Santità di nostro Signore per un nuovo sussidio da pagarsi dagl'ec
clesiastici, attesi i gravi dispendj, che nella continuazione delle cor
renti contingenze soffre il publico. Quando nella stessa sera non fos
sero state date le commissioni a cotesto signor ambasciatore per farne
l'istanza alla Santità Sua, che non ho potuto accertare, si daranno in
questa, mostrandone il governo una piena premura. Veramente re
stano ancora a pagarsi più rate degl'ultimi ottenuti a mottivo d'im
potenza, e questa si va sempre facendo maggiore per il peso dell'ar
mata, che porta lo Stato, onde che si può prevedere una difficile esa
zione. Ne umiglio il raguaglio a V. E., alla quale fo profondissimo
inchino.
STATO
1
ADÌ DETTо.
Bacio umilissimamente i santissimi piedi alla Santità di Nostro Si
gnore, enel medesimo tempo rendo infinite grazie all'E. V. di quelle,
onde mi trovo onorato conlamiatraslazione da questa alla Nunziatura
di Francia. In ogni luogo dipenderò sempre da' cenni autorevoli del
l'E. V., e procurarò di non demeritare la continuazione del suo bene
fico patrocinio appresso la Santità Sua. Al debito che mi corre verso
di V. E., e per quello che da sè medesima s'è degnata contribuire a
tale mio avvanzamento, e per le umanissime congratulazioni, con le
quali ha voluto rendere in ogni parte compita l'esultazione del mio
428
LA NUNZIATURA VENETA
cuore, supplisca l'animo di Lei grande, già che non ho espressioni
che vagliano a contestarglielo. Attenderò fratanto le ulteriori dispo
sizioni della Santità Sua, e li stimatissimi comandi di V. E. per pron
tamente eseguirli, e me le umiglio in profondo inchino.
STATO
A DI DETTOо.
Sempre più buoni rincontri si hanno circadel male che grassava nel
territorio di Bressia. Ritornano alle loro case molti di quegl' abitantiv
che s'erano ritirati altrove, si mantiene l'abbondanza d'ogni sorte di
vitto, si sono fatte molte fornaci di calce da seminarsi ove ancora l'a
lito de' cadaveri rende fetore, et insomma il Magistrato della Sanità
di Bressia con le direzioni di questo applica incessantemente per ri
stabilire nel primo essere di salute quei luoghi, ne' quali sono anche
stati distribuiti più medici, che invigilano sopra ogni minima cosa per
darvi prontamente il rimedio. Sono però state, ove s'era resa più fami
gliare la mortalità, fatte delle separationi per facilitare l'avvanzamento
migliore della salute e togliereil timore della communicatione del male.
Li medici e chirurghi che sono stati spediti, non hanno ancora date .
le loro relazioni di sopra il fatto per non sapersene l'arrivo; restanon
ostante tutta la bona speranza. Di tutto ne fo ossequiosa parte all'E. V.,
alla quale fo profondo inchino.
APARTE 22 MAGGIO 1706.
Si prevalse il signor abbate di Pompona dell'apertura, che in occa
sione del suo ingresso ed udienza publica hebbe di trattare col si
gnor cavaliere Pisani, per conferir seco lungamente sopra gli emer
genti della guerra d'Italia, affinchè riportandone i discorsi al Senato,
questi potesse in ordine alli medesimi restar pienamente inteso delle
intenzioni e misure della Francia. L'istesso poi, giorni dopo, rappre
sentò anch'egli più individualmente in Collegio, in congiuntura che
questi signori ne lo chiamarono, per fargli doglianze sopra varj disor
dini commessi nello Stato dalle truppe regie. Per quello che io ho po
tuto scoprire, non aderiscono i Francesi a certa voce che si va divul
gando, d'un armistizio, ma vorriano ultimare affatto la guerra inqueste
parti; onde tutte le loro premure tendono a dar impulsi al publico,
perchè si risolva a contribuire in qualche maniera all'espulsione de'
Tedeschi, per non lasciarveli (quando venisse a seguire) più ritornare.
Fan vedere che la congiuntura non potria adesso assere più propria,
atteso il poco numero delle truppe alemane, e danno all'incontro tutte
le sicurezze d'allontanarsi immediatamente da questo paese: anzi il
signor ambasciatore gli ha dichiarato d'havere congiuntamente con il
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
429
signor duca di Vandomo un'ampiafacoltà di trattare, stabilire e con
cludere quanto stimano a proposito su questa materia. Il tutto è stato
considerato e dibattuto in varie consulte, e poi anche portato al Senato
più volte sotto un stretto segreto.
Ciò che ne risulterà, V. E. sarà dame raguagliata, e le fo profon
dissimo inchino.
APARTE- 22 MAGGIO.
Mercordi doppo la mezzanotte giunse il corriero straordinario spe
dito da V. E. coll'avviso della promozione e coi dispacci per il signor
cardinal Badoaro, non essendo capitato prima per esser stato tratte-
nuto dalli soldati francesi alla Mesola per molte hore, di che ho fatto
doglianze, come conveniva, qui col signor ambasciatore. Io non mancai
di rappresentare subito a S. E. le premure di Nostro Signore, perchè,
sollecitamente si accingesse alla partenza per Roma nella forma pre
seritta da V. E.,ma da principio mostrò di non essere in stato di poterlo
così presto effettuare; rinovate poi le premure, si è disposto di partire
sul principio dell'entrante mese,conforme più accertatamente intenderà
dalle sue lettere. Per quanto S. E. si è espresso meco, asserisce d'esser
sprovista di tutto ed esser questo il motivo del suo ritardo, affine di
poter preparar qualche cosa peril suo bisogno. Quanto al riguardo per
il cerimoniale, seguitandosi la norma di ciò che fu pratticato col signor
cardinale Basadonna, non potrebbe succedere nissun contrasto, perchè
non passarono visite di sorte alcuna; anzi il publico havria goduto che
qui si fosse fatta la funzione, mentre ne mostravaun gran desiderio. Il
modo tenuto già coll'accennato cardinale, fu che egli stava dentro il
presbiterio dalla parte dell'Evangelio, et il doge nel solito suo luogo
fuori di quello: e quando venne l'hora di dargli la berretta, nel mentre
che S. E. si accostò all'altare, anche S. Ser. vi si portò fermandosi in
cornu epistolæ, e gliela pose in capo, tornando poi subito ambedue ai
proprj luoghi. Alla messa fu dato abaciare ilVangelo all'uno e all'altro
da due ministri in un tempo istesso, e così ancora l'incenso e la pace.
Il signor cardinale mi ha detto che questi signori si sono un poco for
malizzati per non havere il signor Morosini dato parte in publico della
collazione fatta della chiesa di Bressia: qual ommissione tanto più
sembra inverisimile, quanto che S. E. istessa si è meco espressa che
detto signor ambasciatore le n'haveva dato l'avviso, come havutolo da
palazzo. Se però lo parteciperà al Senato col primo ordinario, si verrà
nel fine della settimana all'elezione d'un nuovo patriarca, per la qual
dignità molti sono li concorrenti: et a V. E. fo profondissimo inchino..
430
LA NUNZIATURA VENETA
STATO
29 MAGGIO.
Doppo l'assenso prestato dal signor duca di Mantova che nella Con
gregazione de' PP. Ministri Riformati potessero essi regolarsi circa la
destinazione de' superiori per li conventi di quel ducato, e doppo termi
nata la medesima Congregazione, nella quale furono eletti nei tre con
venti, che vi sono due guardiani sudditi et uno della diocesi di Treviso
di questo dominio, soggetto degno e fuori d'ognisospetto, hanno ecci
tato i ministri del signor duca nuove pretensioni e disturbi per conse
guire anche il terzo guardiano suddetto, e venire con questo a togliere
intieramente la libertà della Provinzia et a' superiori di poter operare
secondo la loro coscienza e costituzioni. Sino ad oranon so quali misure
possa prendere il signor duca e quei ministri, a' quali ho scritto in tal
proposito; ma perchè prevedo o che possano ricorrere costi, o che siano
per impedire al guardiano l'essercizio della sua carica, ho stimato bene
prevenirne il raguaglio a V. E., accid sia intesa di quanto occorre.
Frattanto non lasciarò anch'io di procurare che restino divertiti questi
nuovi torbidi, et umigliando a V. E. la mia venerazione, le fo profondo
inchino.
STATO
29 MAGGIO.
Resta poi intieramente perfezionata la gran linea fatta da' Francesi
dal lago sino all'Adice verso laFerrara con una vasta fossa, e munita
la linea soddetta di 40 e più pezzi di cannone, osservandosi in varj posti
più batterie in faccia ad altre degl'Alemani. Sta ancora il signor duca
di Vandomo a Rivoli, spedendo sempre maggiori rinforzi al basso del
l'Adice, e facendo far trinciere ne' luoghi massime ove gli Alemani po
trebbero tentare il passaggio del suddetto fiume.Alla parte dellaBadia
fanno il consimile, essendovi capitato più rinforzi di gente, che viene co
mandata dal signor di S. Fremon ultimamente giuntovi. Tra la Stellata
e Figaroli hanno terminato un ponte di barche, che si dice per comodo
di trasportare gli amalati che sono alla Badia stessa,in caso mai venis
sero attaccati dagl'Alemani, e dal medesimo luogo sono partiti li dra
goni, che si sono portati ad unirsi alle truppe che sono a Carpi e a Ca
stagnaro. Il signor principeEugenio non s'è ancora mosso dal suoquar
tiere di s. Martino e s. Michele di Verona, continuando ad unire la sua
gente che le va giornalmente capitando dal Vicentino e Valle Polesella
con altiglieriada campagna. Giunto a sufficiente numero, le daràuna
rassegna per poscia darprincipio alle operazioni. Le truppe di questo
publico sono in marchia per più parti. Sono con quelle stati rinforzati i
luoghi a Rovigo,Lendenara et Este, e corre voce che siasi per fare un
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
431
ponte sopra l'Adice al Barbuglio per la comunicazione del Polesine col
Padovano, anche al motivo di guardare con più attenzione tutti i luoghi
esposti a questaparte, per l'espressione fatta dal signorprincipeEugenio
di valersi di qualunque luogo che li possa essere necessità, quantunque
presidiato. Nel Piemonte sentesi che li Francesi, passata la Dora, hab
biano fatto un ponte sopra il Po per avvicinarsi sempre più alla citta
della di Torino per formare ivi l'attacco, e fra tanto facevano avvan
zare tutta l'altiglieria e monizioni necessarie a quella parte, affine di
disporre tutto il bisognevole per avere ad aprire la trinciera, che per
ora non sipenetra quando possa eseguirsi. Avevail signor duca di Sa
voia levate dal postodi s. Michele le sue truppe, e s'era con esse reso
a Torino, e doppo portatosi all'alture del Po a Chieriverso Villa Nuova,
ma avvanzatosi a quella parte un staccamento francese, si ritirò di
nuovo a Torino, mettendo l'infanteria nel posto de' Capuccini di molto
fortificato, e lasciata la cavalleria in città.
CIFRA 29 MAGGIO.
Furono poi date sabbato dal Senato al signor ambasciatore di Fran
cia le risposte, per le quali tanto premeva; e sebbene io non sonovenuto
totalmente in chiaro del tenore delle medesime, attesochè si camina con
un segreto il più stretto che dir si possa, ho nondimeno ricavato che la
sostanza sia, che il publico, per contribuire alla quiete d'Italia, non
disente di dar mano a qualche trattato, acciò o segua la pace nella
provincia, o pure una tregua. Detto rappresentante di concerto col si
gnor duca di Vandomo spedi subito un straordinario a Parigi, e sopra
di ciò si fonda buona speranza che le cose possino maneggiarsi, tanto
più che resta stabilito di mutare in Mantova il presidio francese, per
sostituirvene un altro tutto quanto spagnuolo, se però la nuova della
liberazione di Barcellona partecipata ieri al Collegio dal signor amba
sciatore cesareo all'arrivo d'un cavaliere, che si suppone partito da
quella città alli 20 che passava a Vienna, non faràvariare le disposi
zioni, parendo che questi signori siano rimasti alquanto sospesi anche
per la parte, che lo stesso ministro ha data al Senato d'esser egli stato
dall'arciduca destinato suo ambasciatore per la Spagna. Di talnegoziato
sin hora nè li ministri delle due Corone costi, nè quello di Venezia
hanno minimo odore, onde mi raccomando quanto più posso a V. E.
acciò non lo lasci traspirare, perchè perderei intieramente la confidenza
di chi mi avvisa et il filo di queste prattiche; e se intanto, quando si
avanzino, l'E. V.havrà qualche ordine da ingiungermi, io nonmancherò
al mio debito.
432
LA NUNZIATURA VENETA
APARTE 29 MAGGIO.
La signora Elettrice di Baviera trovandosi in una somma afflizione,
non meno per il trasporto de'suoi figli maggiori a Clausenfurt in Ca
rintia, che per haver inteso che li due più piccoli con la figliola rima
sti in Monaco siano stati levati dal governo che li custodiva, e dati da
nodrire ad una certa dama privata, mediante un assegnamento fattole
per gli alimenti dalla Corte Cesarea, ha desiderato che io passi qual
che officio con questo signor ambasciatore dell' imperatore, affinchè in
terponga i suoi proprj alla Corte, per ottenere che questi ultimi siano
rilasciati all' A. S., epossino venire a Venezia per esser allevati appresso
di essa con maggior comodità et amore. Essendomi però parso di non
potermi ritirare dal servire al desiderio di questa principessa, consideran
do massime alla benignissima propensione di sua Beatitudine verso la
medesima ed i figli stessi, ho parlato col detto rappresentante di questa
materia, e mi ha dato promessa di scriverne conogni premura. Mi giova
sperare che simil parte che ho fatto,incontrerà l'approvazione di V. E.,
sentendo che anche S. A. medesima sia per scriverne questa sera a
nostro Signore, et all'E. V. profondamente m'inchino.
APARTE 29 MAGGIO.
Per impedire i disordini che succedevano per l'arresto delli corrieri,
io già siccome significai a V. E., m'interposi con questi signori amba
sciatori, consigliandoli a vedere di stabilire una intiera sicurezza per
una parte e per l'altra su questo proposito: e comechè mostrarono di
aderire alle mie insinuazioni, nell'istesso tempo ne scrissero quello del
l'imperatore al signor principe Eugenio e l'altro di Francia al signor
duca di Vandomo. Essendo però venuta la piena approvazione de' me
desimi comandanti,tanto il signor principe Ercolani, che il signor abbate
di Pompona hanno dato una promessa reciproca a me in scritto, che
per l'avvenire non saranno fermati i corrieri ordinarj che vengono da
qualsivoglia parte a Venezia, e chepartono di qua perqualunque luogo
d'Europa, in forma chepotranno passare liberamente colle valigie delle
lettere e colle loro mercanzie, havendo ciascun di loro mandata la co
pia autentica del biglietto dell'altro, al campo ai predetti comandanti
per la totale osservanza. Con ciò mi è riuscito di assicurare principal
mente i corrieri di Ferrara e Bologna, che erano i più sottoposti agli
arresti, e che hanno sofferto tanto, onde daqui innanzi resteranno liberi
da ogni molestia; et all'E. V. fo profondissimo inchino.
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUȘANI.
STATO
5 GIUGNO 1706.
433
Dopo avere il guardiano de'Riformati non suddito del signor duca di
Mantova destinato dalla Congregazione a quel convento preso pacifica
mente esenza verundisturbo ilpossesso commesso alla sua direzione, e
mano all'esercizio, non ha potuto proseguirlo, stante la mente contraria
dato del signor duca stesso,che li fece intendere non volere altro supe
riore che suo suddito,onde che il guardiano stimd opportuno levarsi per
non soggiacere a doverlo fare con della violenza. Ben so che a tal passo
èdevenuto il signor ducaper particolari insinuazioni fatteli da qualche
suo ministro, e benchè procurassi presso di altri che fosse mantenuto
nella prima disposizione, hanno prevalso gli altrui uffizj. Še V. E. cre
desse proprio passarne qualche doglianza a cotesto agente di S. A., po
trebbe essere proficua, tuttavia mi riporto a' prudentissimi sentimenti
dell'E. V., alla quale fo profondissima riverenza.
ADÌ DETTо.
STATO
Il generale conte d'Arach, benchè avesse intrapresa una finta mar
chia, sussiste tuttavia con sei battaglioni alemani nel posto della Fer
rara. Tale sua mossa fu osservata dal signor duca di Vandomo, che
tiene il suo quartiere generale ad Appeano sularipadilà dell'Adice, e
diede impulso arendere meglio difesa l'avvisata linea, comeche le azzioni
abbiano a ridursi alle ripe dell'Adice stesso vicendevolmente ben custo
dite, con pregiudizio però de'sudditi di questo dominio per l'impedi
mento che si fa alla navigazione. Esso signor duca di Vandomo ha
disposte le sue forze maggiori a mezzo il corso del detto fiume perac
correre ove gli Alemani potessero tentare il passaggio, alzando conti
nuamente batterie ora in una, ora nell'altra parte. Sino al presente il
signor principe Eugenio non fa verun movimento, stando fisso nell'av
visato suo quartiere. Si va però rinforzando di truppe, che di tempo in
tempo sfilano alcampo, nè si vede ancora apparenza chepossa moversi,
che seguirà però all'arrivo de' Prussiani e Palatini che calano quasi in
numero di 10 mila. Nel Polesine si li Francesi come gli Alemanni si
rendono numerosi, nè altro si sente che marchie e contromarchie, dalle
quali non si rilevano i dissegni. Anche nel Vicentino si vanno fermando
Alemani, che scendono per la nuova strada, e ciò rendendo apprensione
a quella parte, dicesiche si renderà in quella città diresidenza il signor
generale Delfino per ovviare ad ogni disordine, e che in Verona in di
lui luogo vi si portarà il signor proveditore straordinario Flangini per
non lasciardi vista gli andamentid'ambedue le armate estere; l'essersi
anche accostati i Francesi sotto di Verona aveva reso non puoca ap
434
LA NUNZIATURA VENETA
prensione, ma sin oranonhanno fatto verun moto. Dalla rivieradi Salò
s'odono doglianze,per rendersisempre più dannosoil taglio delle accen
nate strade fatto da' Francesi, e massime l'interrotta communicazione col
Tirolo, et ora restano levate di là le truppe spagnuole che custodi
vano quei passi,per certe discrepanze insorte fra le truppe francesi e
spagnuole a causa dei posti,di maniera che si sono ritirati verso i luo
ghi che tenevano. Il generale Toralba ha contramarciato alla volta
del Milanese, mottivo di varj discorsi, volendosi che in tutta diligenza
delle poste per tal fatto si sia reso a Milano il signorducadi Vandomo
per abboccarsi conquel signor principe governatore, e dopo con lame
desima diligenza siasi restituito al suo quartiere. Per l'assedio di To
rino sono gionte all'armata del signor duca della Fogliada tutte le
truppe destinate in rinforzo di quella; di presente si seguita a perfezio
nare la linea di contovalazione (?), per poter poi collocare in batteria li
cannoni emortari,non essendosi per anco apertala breccia,al qual fine
si va travagliando con la possibile sollecitudine, dicendosi che seguirà li
otto corrente. Fra tanto avendo il cannone dellapiazza di Torino rotto
il ponte che avevano fatto iFrancesi sul Po, hanno questi intrapreso
d' erigerne un altro in sito meno esposto adessere bersagliato. Tutte le
truppe del signor duca diSavoia si trovavano tra la capitale et alposto
della montagna, sentendosiche habbia fatto arrestare per sospetto d'in
telligenza con i Francesi monsignor Gibert di lui ingegnere.
STATO
ADÌ DETTо.
Nel Senato di sabbato sera decorso furono rilasciate le comissioni
al signor Giovanni Battista Nani, che pezzo fa restò destinato in am
basciatore presso della Santità di nostro Signore, perchè sollecita
mente si disponga a rendersi costà all'esercizio della sua ambasciata.
Veramente il cavalier ha dato mano alle cose sue, acciò queste non
abbiano ad intrattenerlo; ma non ostante non potrà egli risolversi pri
ma della rinfrescata. Le parti che qualificano il medesimo signore, le
umigliai a V. E. sotto li 22 settembre dell'anno 1703 nel darle parte
della di lui destinazione in ambasciatore a cotesta Corte, e riportan
domi al di già avvisato, fo a V. E. profondissimo inchino.
STATO
5GIUGNO.
L'assistenza e provvedimenti necessarj che si continuano a sommi
nistrare alle genti degl'accennati luoghi del territorio di Bressia, hanno
intieramente tolto ogni sospetto di maggior male, mentre le notizie
di questi giorni non ponno essere migliori per il buon incamminamento
alla perfetta salute. Sussistono però ancora li medici, e si usano le
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
435
fissate precauzioni non ad altro oggetto che per rendere nello stato
primiero i luoghi e le persone sodette. Ne umiglio il rincontro aV. E.,
e le fo profondissimo inchino.
CIFRA
5 GIUGNO.
Intorno al negoziato che toccai a Vostra Eminenza colla cifra di
sabbato, non è stata presa alcuna deliberazione da questi signori ; anzi
sento che possino sospendere ogni maneggio et andare molto più ri
servati, non tanto per la nuova della liberazione di Barcellona, che
per l'altra capitata posteriormente del successo di Fiandra.15 Hieri con
tutto ciò il signor ambasciatore di Francia si portò in Collegio, ha
vendo la sera precedente ricevuto un corriero speditogli dal signor
duca di Vandomo,che si crede gli habbia dato il motivo per tale
udienza; sebbene anche haveva disposizione di ricorrere contro l'e
sposizione fatta al Senato dal signor ambasciatore cesareo, mentre si
era formalizato molto per la parte data dello stesso, che l'arciduca
l'haveva dichiarato ambasciatore di Spagna appresso la Republica, e
rimostrare a questi signori l'improprietà d'un tal passo, tanto mag
giormente che da loro erastato giàriconosciuto il vero re di Spagna.
STATO
12 GIUGNO.
Martedi dall'eccellentissimo Senato fu fatto il successore del signor
cardinale Badoer alla dignità patriarcale di questa città, che re
stava vacante, e cadde la nomina in monsignoreBarbarigi primocerio
di s. Marco. Furono portati varj sogetti, ne' quali restorono compresi
due secolari, cioè li signori procuratori. Marcello e Sebastiano Fo
scarini, che protestarono di non voler esser balottati, benchè il secondo
vi inclinasse, ma per altro se si metteva al concorso, ne averebbe senza
dubbio sortito l'effetto per la stima et il credito che gode nella patria;
ma perchè si voleva prima da lui la parola, che il signor suo nipote
accettasse l'ambascieria di Francia, alla quale è stato nominato, e che
ricusa, considerando il signor procuratore questo maneggio come con
tratto puoco. decente, ricusò anch'esso le oferte che venivano fatte, nè
volle essere ballotato. Si crede che la dignità di primocerio debba
conferirsi dal serenissimo doge, a cui spetta la nomina, ad un figlio
45 Il già citato Diario riferisce sotto il 23 maggio, che gran battaglia seguì fra le
due armate anglo-olandese e gallo-bavara nella pianura di Beveren presso S. Trond,
nella quale stette per tre ore la vittoria inbilancia; ma sopraggiunto il duca diWir
temberg colla cavalleria danese,attacco furiosamente e ributtò i Gallo-Bavari, pel che
gli Anglo-Olandesi entrarono in Brusselles, ove fu acclamato Carlo III re di Spagna
duca di Brabante.
436
LA NUNZIATURA VENETA
del signor cavalier Michieli, così che ambedue le dignità restaranno
benproviste, et in sogetti che ne hanno tutto il merito. Ne umiglio il
ragguaglio a V. E., alla quale fo profondissimo inchino.
STATO
12 GIUGNO.
Stando fisse ambedue le armate estere ne' loro posti e quartieri, non
somministrano novità. Quella del signor principe Eugenio va giornal
mente rinforzandosi con le truppe che vengono dall'imperio, e gionte
che saranno intieramente, si suppone che esso signor principe possa
poi tentare il passaggio dell'Adice. Frattanto fa tenere ben custodito
il posto della Ferrara, e tale incumbenza resta commessa al signor
conte d'Arach, che vi si trova con sei battaglioni in osservazione an
che deiFrancesi, che sono al trincieramento tra il lago e l'Adice stesso.
L'altra del signor duca di Vandomo travaglia ancora intorno a varj
fortini costrutti vicino le ripe del detto fiume, per far più valida op
posizione a' Cesarei in caso di tentativo per passarlo. Così a Carpi si
fortifica sopra quell'argine, e consimilmente alla Barnochella (?) e s. Pie
tro di Lignago, correndo voce che esso signor duca di Vandomo possa
di breve portarsi a riconoscere tutti i posti, e spezialmente quelli della
Badia, per passare poi alla parte di Loreto, ove parimenti sono stati
drizzati alcuni fortini che servono a guardare il Po; ed avendone fatti
alcuni vicino alle mure di Verona e alla fortezza di Legnago, que
sti signori avevano dato un grande allarme al pubblico, che temeva
qualche tentativo sopra delle medesime, onde erano state fatte mar
chiare tutte le truppe che si trovavano in Vicenza e Padova per
accrescere la gente; e siccome ne erano state fatte doglianze a'
Francesi e rimostranze a questo signor ambasciatore, pare che le cose
si vadano acquietando. Il motivo di ciò è stato che li Francesi hanno
dubitato che i Tedeschi sotto il cannone di dette piazze potessero ten
tare il passaggio. Sedata la differenza insorta tra le truppe spagnuole
e le francesi, si portò il signor generale Toralba alla visita d'alcuni
posti nella riviera di Sald, dopo di che si è avanzato a Toscolano, da
dove viene avvisato che il conte di Lodrone assemblava molte milizie
per opporsi a' Gallispani et impedire gl'insulti. Dalla parte poi del Pie
monte le più recenti notizie sono, che sotto di Torino fosse stata aperta
la trinciera la notte delli 2 venendo li 3 del corrente, e che si battesse
alla gagliarda quella piazza, essendo al campo del signor duca della
Fogliada una quantitàprodigiosa di provisioni,et in particolare di bom
be. Sempre più s'avanzavano i Francesi con i lavori verso la cittadella,
dadove quel presidio corrispondeva con un incessante fuoco. Per andar
più coperti avea detto signor duca della Fogliada ordinato alle milizie
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
437
di approntare con celerità un milione e più di fascine per servirsene
nell'acquistar terreno, e meditava di far erigere una numerosa batteria,
poichè da Susa erano incamminati al campo da 60 pezzi di cannone.
STATO
ADI DETTо.
Cessato il bisogno che più a lungo si avessero a trattenere negli
accennati luoghi del Bressiano li due medici, che da qui vi furono spe
diti per dirigere la cura del male che aveano nel Bressiano, necessaria
al ristabilimento in salute di quella povera gente, è stato ordinato di
rimandarli, essendo ora cessata in questo magistrato della Sanità ogni
apprensione e gelosia. Per compimento dell'obbligo mio verso di V. E.
ne umiglio il ragguaglio, e le fo profondissimo inchino.
STATO- A DÌ DETTо.
Ha riportato l'universale compiacimento la destinazione fatta dalla
Santità di nostro Signore di monsignore Anguisciola in Nunzio presso
di questa serenissima Repubblica, et io più d'ogni altro ne sperimento
una particolare soddisfazione, mentre le degnissime qualità del prelato
compenseranno di molto alle,mie debolezze, e risarcirà alle mancanze
mie succedute nelcorsodi tale impiego. Rendo intanto umilmente grazie
a V. E. della notizia resami, e le fo profondissimo inchino.
APARTE 12 GIUGNO 1706.
Premendomi di vedereprima di partire da questo ministero compita
la riscossione del residuo del pagamento, che restano a fare i Fran
cesi per li grani havuti dell'abbadia della Vangadizza, ieri ne parlai
al signor ambasciatore per sollecitarlo a darvi mano con tutta la sua
efficacia, come mi andavo ripromettendo, secondo era stato tra noi con
certato, ma rimasi inaspettatamente sorpreso alla risposta che mi diede,
essendosi espresso che non poteva più far alcuna parte in ciò che gli
venisse richiesto, non solamente da me, ma anche dal signor cardinale
legato di Ferrara, o da altri ministri pontificj, per un divieto positivo
che haveva havuto ultimamente dal signor duca di Vandomo d'inge
rirsi in cosa alcuna che riguardasse il servizio della Corte di Roma,
tanto per questa parte, che per quelle del Ferrarese e Messerano, di
chiarandosi d'esser stato offeso da Sua Santità al maggior segno nella
persona del gran priore suo fratello per i trattamenti negatigli, quando
erano stati conceduti già ad altri di minor sfera della sua, senza vo
ler restar capacitato della risoluzione della Congregazione emanata in
contrario. Io non ho mancato di far conoscere all'istesso signor am
basciatore quanto improprio sia un sì fatto modo, il quale direttamente
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
29
438
LA NUNZIATURA VENETA
si oppone al rispetto dovuto al papa, e nel medesimo tempo anche al
servizio del re. L'E. V. ancora potrà dolersene con il signor cardinale
dela Tremoglie, o dove stimerà più necessario, affinchè si spicchi dalla
Cortedi Francia qualche ordine su questo particolare, mentre restando
ame precluso l'adito di poter discorrere e trattare su le materie che
possono offerirsi alla giornata, correranno de' pregiudicj alli interessi
della Santa Sede, e resteranno defraudate altresì le intenzioni di no
stro Signore, non meno rispetto all'inesigenza del residuo de' frutti di
detta abbadia, che in tutte le altre pendenze; et all'E. V. fo profon
dissimo inchino .
CIFRA
12 GIUGNO.
È ritornato a Venezia, con la solita segretezza, quel cavaliere to
rinese, che spedito dal signor duca di Savoia fu già introdotto (come
significai a V. E.) per mezzo d'un padre gesuita agli inquisitori di
Stato. Egli sta presentemente alloggiato in casa d'un segretario di
quel tribunale, ma con ogni maggior ritiratezza: ha fatto, per quanto
intendo, nuove esposizioni ai medesimi inquisitori, con i quali anche è
intervenuto nelle conferenze il signor procuratore Lando, come uno
de' savj che sono attualmente in officio. Non traspira la qualità del
negoziato, solo si pole congetturare che riguardi il bisogno del detto
signor duca. Se mi riuscirà di penetrarla, non preterirò di farla nota
a V. E. secondo il debito della mia attenzione.
APARTE 12 GIUGNO.
Non ho mancato di rappresentare, nella maniera che V. E. mi ha
comandato, alla signora Elettrice di Baviera la passione ben grande che
risente Sua Beatitudine delle afflizioni di S. A., e molto più per non
haver campo di poterlene procurare il sollievo coll'opera sua propria,
come per altro goderebbe sommamente. All'A. S. ho aggiunto altresì
che tanto è il desiderio di nostro Signore, che essa ne rimanga per
suasa, che insino si è mosso a dar ordine a monsignor Rasponi d'es
sere, nel passaggio che farà di qua per Polonia, a confermarlene i
sensi più ampiamente. Sono state perciò da S. A. accolte con ogni
rispettosa riconoscenza verso Sua Santità le medesime espressioni, e
se le ne professa infinitamente tenuta; et all'E. V. fo profondissimo
inchino.
STATO
19 GIUGNO.
L'arrivo all'armata imperiale de' principi d'Anhalt, Sassengota, Des
sau e Wirtembergh colle loro truppe, elacalata sollecita delle altre che
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
439
sono nel Trentino, che sfilano per la parte di Montebaldo e per la
parte della strada nuova, fanno credere che quanto prima possa il si
gnor principe Eugenio dar principio alle operazioni militari, la prima
delle quali totalmente forzata sarà il tentativo del passaggio dell'Adice,
al qual fine usa tutta l'attenzione per li apprestamenti necessarj di
barche e degli altri attrezzi valevoli a fabricar ponti. Per divertire tutti
questi disegni ha il signor duca di Vandomo fatti fare nuovi lavori con
altro trincieramento munito di cinque in sei ridotti sino all'Adice, steso
al di sopra e di sotto di Verona, facendo travagliare alla gagliarda
anche intorno ad altri tre bonetti alla Croce Bianca, guarniti al pre
sente di molti cannoni. Così il signor generale Albergoti, che soprin
tende al campamento francese di Rivoli, per levarsi l'incomodo che gli
dà una batteria alzata dagli Alemani al posto della Ferrara, è stato
obligato far fare delle altre operazioni, che ora l'assicurano da ogni
disturbo. Il colonnello Patè per ordine del signor principe Eugenio va
continuamente scandagliando le ripe del detto fiume Adice, per sce
gliere le più approposito al tentativo del passaggio, ma pare anche
che esso signor principe, qualunque volta conosca l'impossibilità di tra
ghettarlo, sia di parere d'avanzarsi al Po, alla qual parte parimenti
averà del contrasto, avendo il signor duca di Vandome a tale con
siderazione fatti fare nuovi ponti sopra l'Oglio, oltre quello di Bordo
lano, il qual luogo resta ora ridotto in figura di formale fortezza. Dalla
riviera di Salò sono stati levati due reggimenti francesi, che di subito
si sono imbarcati per essere trasportati a Lacise, ed indi tradotti al
Mincio, ove pure si dovevano incamminare li restanti reggimenti fran
cesi, restando a' posti della riviera distribuiti li reggimenti spagnoli con
poche milizie francesi. S'era restituito a Toscolano il signor tenente
generale Medani, stato sul Veronese dal signor duca di Vandomo ad
una consulta generale di guerra, e dopo il suo ritorno fu assalito da
febre e dolori con pericolo di vita. Si conserva l'avvisato staccamento
che si fa dell'armata francese di 5000 uomini in rinforzo di quella del
Piemonte, ove gionto che sarà, si staccaranno dacolà 4000 cavalli, che
passaranno a questa parte per militare sotto il signor duca di Van
domo.
STATO
ADÌ DETTо.
Ho reso avvisato il signor canonico della cattedrale di Padova, Au
gusto Zacco, della clementissima grazia fattagli dalla Santità di no
stro Signore in destinarlo alla chiesa vacante di Corfù. Mostra questo
signore tutta la rassegnazione a' voleri pontifici, e fa sperare che con
pastorale zelo e con frutto di quell'anime saràper governare la chiesa
440
LA NUNZIATURA VENETA
sodetta. Prevedo però, che se nondopo la rinfrescata potrà rendersi
costàper le necessarie fonzioni, mentre non è possibile che così subito
possa egli partire, trovandosi sprovvisto di tutto e senza alcuna preven
zione al suo viaggio; servirà però questa dilazione a compensare il
tempo che doveria spendere nell' allestirsi alla partenza dopo il suo
ritorno da costà, così che potrà immediatamente imbarcarsi per la sua
chiesa. Et le fo profondissimo inchino.
STATO
ADI DETTO.
Conla benigna permissione della Santità di nostro Signore m'an
darò ora disponendo alla partenza da questacittàper rendermi a Pa
rigi all'esercizio del nuovo mio ministero. Adempirò prima alle solite
formalità e convenienze con questo publico e con altri, secondo il so
lito, con lasciar dopo nelle mani del mio uditore gli affari della Nun
ziatura. Pare che non vi sia il bisogno che da costa venga munito con
alcuna particolare facoltà, essendo uso di farsi dal Nunzio prima di sua
partenza una deputazione nello stesso di potere esercitare la di lui
carica e dirigere le cose spettanti alla Nunziatura, che resta in osser
vanza, potendosi incontrare qualche difficoltà in caso si voglia rece
dere dall'uso. Rendo grazie umilissime a V. E. per le felicità che mi
desidera nel viaggio, nel quale la terrò sempre intesa d'ogni mio av
venimento, et a V. E. fo profondissimo inchino.
APARTE
19 GIUGNO.
Ancorchè il signor abbate di Pompona nella settimana scorsa, quando
gli rinnovai l'istanze per il residuo del pagamento de'grani dell' abbadia
che i Francesi andavano debitori, si fosse dichiarato meco d'haver or
dine dal signor duca di Vandomo di non ingerirsi più nelle pendenze
spettanti agli affari di Roma, nondimeno colle ulteriori premure che
gli ho dimostrate intorno l'istesso particolare, si sono disposte e facili
tate talmente le cose, che con qualche altra diligenza che v'ho con
tribuito consecutivamente per altro canale, mi è riuscito di conseguire
detto residuo; onde havendo già li ministri dell'abbadia riscosso l'in
tiero del pagamento, resteranno adempite senza dilazione tutte le dispo
sizioni ordinate da Nostro Signore sopra quelli effetti. Et a V. E. fo
profondissimo inchino.
CIFRA
19 GIUGNO.
Si stain grande osservazione di poter scoprire la qualitàdell'affare, per
il quale tanto si maneggiò il signor ambasciatore di Francia; essendogli
arrivato domenica un corriere del signor duca di Vandomo, subito la
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
441
mattina seguente si portd in Collegio, et il giorno dopo uscito con
molta secretezza di Venezia, si trasferì alla Badia per abboccarsi e
conferire con esso, havendo oggi solamente fatto ritorno in città. Si
vagiudicando che queste pratiche siano per vedere d'indurre il pu
blico ad entrare per mediatore di qualche trattato; anzi l'essersi veduta
la reiterata spedizione fatta dal signor duca di Savoia del cavaliere
che accennai a V. E., ascoltato contanto riguardo dagli inquisitori di
Stato, ha dato motivo di discorrere che questi signori possino facili
tare le cose di S. A. in qualche maneggio.
STATO
26 GIUGNO.
Prima di prendere congedo daquesti signori perdisponermi poi alla
partenza, ho portate personalmente in Collegio le mie premure per il
rilascio delle merci rappresagliate da' Pastrovicj nell'anno decorso sopra
la barca del paron Moretti da Pesaro,ma non ho potuto avere risposte
nè spero d'averle, così che mi restaildisperato rammarico di dover par
tire, non ostante tutte le espressioni di voler aggiustare questo affare.
Si persiste che siano riparati li Pastrovicj medesimi per il supposto
aggravio ricevuto anni sono, e non si riflette che tant'altri interessati
particolari nelle merci sodette non hanno parte in quello che non po
tria cadere se non sopra del Belloni, quando fossero appoggiate alla
giustizia le loro pretensioni. È stato(?) per quanto mi avvisa il signor
governatore d'Ancona, ancor altra barca proveniente da Ragusi con
merci di Ancona, per la quale si troveranno le stesse difficoltà per
ricuperarle, e non sarà poco che nella prossima fiera di Sinigaglia
non si ricevino altre molestie. Ne do quest'ultimo ragguaglio a V. E.,
alla quale fo profondissimo inchino.
STATO
A DI DETTо.
İl serenissimo doge ha poi fatta la nomina del figlio del signor ca
valiere Giovanni Michieli, e nipote del signor cardinale Grimani in
primocerio di questa chiesa ducale di s. Marco, così che anche questa
dignità resta compíta. Sino ad ora non si è posto in abito, nè io l'ho
per anche veduto; sperasi un'ottima riuscita e secondo richiede la sua
carica. Ne porto riverente notizia a V. E., alla quale fo profondissimo
inchino.
STATO
ADÌ DETTO.
Sempre più s'accresce l'armata imperiale fra s. Michele e s. Martino
di Verona, essendovisi unito il signor principe di Sassengota con la ca
valleria sua e palatina, onde che il signor principe Eugenio averà in breve
442
LA NUNZIATURA VENETA
forze bastanti per disporsi al passaggio dell' Adice. Va capitando al
l'armata sodetta il cannone grosso e piccolo per le strade di Bassa
no e di Vicenza, oltre molte altre provisioni et attrezzi bisognevoli
per far ponti. V'è opinione, ma non vi si dà credito, che vada il si
gnor principe Eugenio pensando di tentare con parte dell'armata il
passaggio della Valcamonica per la valle di Sole, e della val Trom
pea per la valle di Bon, e discendere ancora nel territorio di Bres-
sia all' oggetto di sfuggire il passo dei fiumi difesi dalle truppe ne
miche. Dal canto suo mostra il signor duca di Vandomo tutta la di
sposizione d'opporsi in qualunque parte al passaggio sodetto, avendo
visitati tutti li posti lungo il fiume Adice (che ponno dar apprensione
per il passaggio), avendovi postauna sentinella proveduta di fascine
imbitumate per dare segni di vigilanza alla sua armata in caso d'o
gni piccolo tentativo. Oltre di ciò ha fatto stabilire molti ridotti pro
fondi, così ben palizati, che con essi rende non solo più dificile il
passaggio, ma angustia anche il terreno a' medesimi Alemani di vol
gersi colla loro armata sino a Coreo, ove si trattenne per due giorni
amotivo di conferire con questo signor ambasciatore cristianissimo,
che ivi attendeva e che vi si portò. Detto signore duca diVandomo
si trova ora col suo quartiere generale a S. M. di Zevio, e tutte le
soldatesche del basso Adice sono marchiate verso s. Pietro di Le
gnago, con essere stato rinforzato il posto del Castagnaro di 500 fan
ti. Il signor generale Medani s'è ricuperato dalla sua indisposizione,
et insiste nell' opinione di lasciar l'Adice e ponersi alla difesa del
Mincio, come più facile, mentre la longhezza del corso del primo
fiume fa conoscere che venendo passato dagl'Alemani, non potranno
le truppe francesi essere in tempo di rendersi al Mincio per la longa
distanza del camino. Dalle parti del Piemonte sentesi che il signor .
duca della Fogliada passasse il Po a Civasco con 13 battaglioni e
40 squadroni marchiando verso Chieri, che al suo comparire fu ab
bandonato, d'indi a Moncalieri, del qual luogo pure s'impadronì senza
contrasto; e gettato un ponte sopra il Po, fece la comunicazione con
la dritta della sua armata. Il signor duca di Savoia uscito già da
Torino, come s'avvisò, dichiard comandante in capite durante la sua
absenza il signor generale Taun, sentendosi ora ritirato a Cherasco,
alla qual parte s'era posto in marchia detto signore della Fogliada.
L'assedio è molto avvanzato vicino alla Proira, e per li 24 dovevano
essere in battaglia 80 pezzi di cannone e 40 mortari.
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
STATO
A DÌ DETTо.
443
Puoco distante dall'accampamento dell'armata alemanna,che resta
tra s. Martino e s. Michele di Verona, v'è un monastero di mona
che detto di s. Michele in campagna. Tale vicinanza dava il comodo
a diversi offiziali de' primarj di detta armata a rendersi con frequenza
a conversare ne' parlatorj con quelle monache, di che avvertitine i
superiori, proibirono alle medesime d' ammettere tali visite. O stimo
lati da quelle detti offiziali, o indotti li stessi dalla militare licenza,
sabbato decorso 19 del corrente vi si portarono, fra' quali vi fu il prin
cipe d' Anhalt, e fatta una visita a diverse monache, trovato il co
modo della porta della clausura aperta, v' entrarono tutti nel monastero
col seguito di molti sonatori di stromentida fiato e da corde, trattenen
dovisi per molte ore, visitato ogni angolo coll'intervento di varie mo
nache. Saputosi tal fatto, hanno i superiori avuto ricorso al principe,
che subito ha dati ordini al signor generale Delfino di passarne do
glianze col signor principe Eugenio, e di trovar il modo di divertire
onninamente simile inconveniente; et essendo giurisdizione di monsi
gnor patriarca d'Aquilea, al quale restano subordinate dette monache,
si è egli subito portato qua, e dimani passa a Verona per assistere
all'affare, avendo chiesto il bracciodel publico per provedervi. Ne ho
anch' io parlato al signor ambasciatore cesareo, perchè se ne facia
strepito con il signor principe Eugenio, e perchè essendo il monastero
sudetto in sito aperto, potriano succedere disordini maggiori. S'era
pensato di levare esse monache e trasportarle in Verona, ma perchè
si è poi dubbitato che possa questo irritare gli offiziali e movere dif
ficoltà, se si vedessero levare dal convento, oltre che il monastero
resteria alla discretione militare, s'è stimato bene di andare riparando
con dolcezza sino a che l'armata si scostasse. Per quello si sanon
è seguito verun eccesso, e giunto che vi sarà detto monsignor pa
triarca, sarò meglio inteso del tutto, di modo che ne farò maggiore
significazione a V. E., alla quale intanto fo profondissimo inchino.
APARTE
26 GIUGNO.
Havendomi il signor cardinale legato di Ferrara dato avviso del
l'arresto fatto in Giazzano, luogo di quello Stato, dai Francesi, di un
prete, d'un soldato pontificio e di tre paesani, non ho mancato di far
subito col signor abbate di Pompona le doglianze che convenivano a
misura dell'attentato, e nell'istesso tempo anche l'istanze più premu
rose per muoverlo a procurare il rilascio. Egli sopra tal fatto mi ha
risposto che il signor duca di Vandomo l'ha già informato, esage
i
444
LA NUNZIATURA VENETA
rando che siano rei convinti, e che era determinato di gastigarli come
meritavano; che per questo non sapeva cosa potersi ripromettere,
quando ben ne havesse passato ufficio, non ostante il divieto ricevuto.
Gliene tornerò a parlare, anco per vedere almeno di poter ottenere
che siano consegnati al signor cardinale legato. Et a V. E. fo pro
fondissimo inchino.
APARTE 26GIUGNO.
Nonhoche replicare a V. E. su l'affare della esazione del residuo
del prezzo de' grani dell' abbazia della Vangadizza, poichè, come le
significai col dispaccio passato, già li Francesi ne hanno pagato tutto
l'intiero alli ministri della medesima abbazia, e da questi si vanno
adempiendo le ordinazioni di nostro Signore. Dal signor abbate di
Pompona intendo che il signor duca di Vandomo continui nella scritta
amarezza, e molto più per causa della comminazione, che mi suppone
essergli stata fatta d'ordine di Sua Santità,delle censure in caso che
non rimuova l'ospedale da Trecenta, pretendendo che più tosto ogni
uno dovrebbe contribuire tutti gli officj possibili di pietà per salvar
la vita a tanti poveri ammalati, che la perderebbero miseramente per
mancanza di tal ospedale, senza voler all'incontro considerare l'ag
gravio che si riceve. Et a V. E. fo profondissimo inchino.
CIFRA
26 GIUGNO.
Il corriero che diede motivo al signor abbate di Pompona di por
tarsi in Collegio con tanta sollecitudine, come avvisai a V. E. colla
cifra passata, era venuto da Parigi, e portò le risposte della spedizione
1
precedentemente fatta da lui alla Corte sopra il proggetto insinuato a
questi signori, per liberare di concerto e con l'aiuto loro la provincia
da tutte le truppe straniere, al che pareva che aderissero, attesa la
congiuntura che consideravano all' hora per molto propria. Colle me
desime risposte è stato prescritto a detto rappresentante il modo di
contenersi sopra tutti i punti ed offerte, tanto per ciò che riguarda
questa parte, che Mantova e Savoia, con le direzioni appropriate per
sostenere la deliberazione, quando si fosse presa. Egli però adesso non
può proseguir le sue pratiche, mentre non se gli dà adito di discorre
re, nè gli viene destinato soggetto per trattare, come n'era stato in
tenzionato, parendo raffreddati gli animi dopo i successi di Barcellona
e di Fiandra. In un officio che ha dato in Collegio sopra altra materia,
ha inserito il tenore delle risposte havute da S. M. Cristianissima,
ma alui questi signori non hanno replicato cosa alcuna, onde ne ha
fatto acri doglianze, e le ha poi anche rinvigorite con maggior sen
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
445
timento e con minacce,per ledimostrazioni d'allegrezza,colle quali a
Vienna il signor ambasciatore Delfino ha sollennizzati i successi riu
sciti ultimamente favorevoli agli alleati, dimodochè si va dubitando
cheil maneggio restihora arenato.
CIFRA
3 LUGLIO.
Arrivò martedì a Venezia il signor cardinale Grimani con la com
pagnia di tre cavalieri napolitani, e d'un tal Pepe bandito famosodel
regno, che si trovavano a Vienna. In questi giorni che Sua Eminenza
si è fermata qua per aspettare d' haver l'informazioni necessarie per la
sicurezza del suo viaggio alla volta di Roma,ha comunicato qualche
materia col publico sopra gli affari della Corte cesarea, havendo con
ferito qui col signor procuratore Lando. Il fine principale della sua
venuta si discorre che sia per dare movimento alle cose di Napoli,
havendo i ministri di Spagna già scoperto non solamente qualche in
telligenza segreta che vien maneggiata in quelle parti, ma anche i
disegni de' Tedeschi rispetto all' armata d'Italia,venendo io avvertito
che il signor principe Eugenio mediti di passare sul Ferrarese e fer
marvisi, per potere più commodamente dar mano a coadiuvare a tutto
ciò che fossero per intraprendere i malcontenti. Il medesimo signor
principe Eugenio è stato qua inpersona ad abboccarsi con Sua Emi
nenza, ed in casa del signor ambasciatore dell' imperatore hanno te
nute assieme lunghe conferenze. Io ho significato al signor Cardinale
legato l'intenzione di detto signor principe di trasferirsi su quello
Stato, acciochè possa invigilare al bisogno; ma non gli ho toccato
altre particolarità, essendo negozio di sommo segreto.
CIFRA
3 LUGLIO.
Il signor abbate di Pompona hebbe lunedì mattina dopo di me
l'udienza dal Collegio, ed il suo negozio fu d'aggiunger stimoli a
questi signori per farli discendere a qualche risoluzione; significò loro
la buona disposizione che il re haveva verso la quiete d' Italia, e l'a
pertura che si offeriva loro di maneggiarsi per il sollievo del proprio
Stato, tanto oppresso dagli aggravi per la permanenza delle armate.
Mostrò che gli ultimi successi non portavano seco quelle conseguenze
svantaggiose che si andavano decantando, e che l'armi regie erano in
stato da far mutar faccia alle cose. Con tutto ciò non ha ottenuto
se nonparole generali, nè vi è apparenza che per ora vogliano avan
zar passo alcuno. Persistendo non di meno i Francesi in far cono
scere che S. M. Cristianissima risguarda anche all'avvenire, in ordine
alla tranquillità della provincia, qui hanno intavolato qualche nego
446
LA NUNZIATURA VENETA
ziato con il signor duca di Guastalla per vedere di tirarlo al loro
partito, intenzionandolo d'assicurargli in mancanza del signor duca
di Mantova la successione di quello Stato; ma come che all'antedetto
signor duca è stato parlato da terza persona, senza scoprirgli da chi
venga la proposizione, egli ha mostrato di non voler scostarsi dagli
interessi della Corte cesarea, nè si è passato più oltre. Al publico
però non è dispiaciuto il progetto, anzi presento che qualcuno del
governo vi si siainteressato, e n'habbia già trattato col medesimo si
gnor duca ad effetto di persuaderlo ad aderirvi, benchè tuttavia per
sista nella sua renitenza.
CIFRA
10 LUGLIO.
Ritornò il signor abbate di Pompona lunedì in Collegio, chiamato
a ricevere le risposte d'un nuovo ufficio dato da lui, per haver qual
che risoluzione sopra le proposizioni più volte reiterate a questi si
gnori, toccanti il sollievo dell'Italia; ma le espressioni loro sono state
puramente officiose al solito, havendo mostrato che tengono la stessa
buona disposizione già espressagli di potervi cooperare; e nel resto
senza nissuna sorte di conclusione, conoscendosi che studiano di trat
tenerlo su le speranze, e che per altro non vogliono presentemente
pigliar impegno. Il signor ambasciatore in quella occasione riepilogo
invoce tutte le offerte del re, la necessità loro di dar mano all'opera
per il sollievo dello Stato, ed il vantaggio che erano per ritrarne,
essendosi esteso anche a parlare con qualche calore, che non ostante
gli ultimi successi S. M. non abbandonerà mai gli interessi di questa
provincia; ma il tutto riuscì senza profitto, come già si poteva aspet
tare, per il cambiamento che hanno fatto le cose delle due Corone, e
per la positura assai migliore del passato, in cui sono hora le truppe
cesaree da questa parte.
APARTE 10 LUGLIO 1706.
Ho riferito al signor conte Bona di Ragusa quel che Vostra Emi
nenza si è degnata significarmi circa la buona piega, che in riguardo
dell'interposizione di Nostro Signore, ha preso l'affare di quella Re
publica nella Corte di Francia, e me gli sono anche esibito, secondo
gli ordini dell' E. V., di far qui appresso il signor abbate di Pompona
ogni miglior ufficio che mi richiederà per vederne l'ultimazione. Egli
hacorrisposto con espressioni del più umile ed obligato riconoscimento
verso la clemenza pontificia; e l'istesso è certo che farà la Republica
medesima, alla quale nonmancherà di darne subito parte. Et a V. E.
fo profondissimo inchino.
DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.
CIFRA
10 LUGLIO.
447
Il signor cardinale Grimani, imbarcatosi mercoledì a mezzo giorno
sopra una galera del publico,parti verso Ancona per di là passare a
cotesta Corte. Limaneggi che ha havuticon questi signori nel tempo
del soggiorno che ha fatto qui, sono stati per guadagnarli al partito
dell'imperatore, al qual effetto ha proposto loro delle offerte assai
vantaggiose, in specie che S. M. Cesarea concederebbe alla Republica
Otranto, Brindisi et altri luoghi sulmare in quella costa, e si convocò
giovedì al solito il Senato, e durò dalle 19 hore sino allo 6 della notte,
e non si sa se veramente fosse trattato di questo affare, o d'altra
urgenza; si può ben giudicare che la materia sia stata d'una somma
importanza, perchè non solo trasferirono ad un altro Senato tutti gli
altri negozj che in quello si dovevano proporre, ma diedero un ri
goroso giuramento che non si potesse parlare di ciò che si era trat
tato, nè meno fra loro fuori di quel Congresso. Potrebbe anche es
sere che havessero qualche negoziato per le cose di Francia, essendo
capitate in questi giorni nuove lettere di quel signor duca agli inqui
ritori di Stato per il canale del solito padre gesuita.
APARTE- 10LUGLIO.
Su l'arresto fatto dai Francesi a Giazzano delli consaputi sudditi
pontificj, io procurai che il signor abbate di Pompona rinovasse i suoi
ufficj più premurosi col signor duca di Vandomo per fargli cono
scere la gravità dell' attentato, onde si disponesse ad ordinarne il ri
lascio. Poco dopo seppi poi che era seguito, come avisai a V. E., e
ne godei sommamente per essersi tolto a nostro Signore un motivo
sì grande di disgusto. Et a Vostra Eminenza fo profondissimo in
chino.
Qui ha fine il carteggio diplomatico di monsignor Cusani col
cardinale Paolucci, ministro pontificio degli affari esteri, durante
la sua nunziatura in Venezia, intorno alle vicende burrascose
d'Italia di quel tempo. Qualche altra communicazione doveva
chiudere quella corrispondenza, ma il segretario Francesco Ste
vani notava in un foglio, che " il dispaccio delli 17 luglio 1706
qui manca, per essersi anticipatamente incassate tutte le scrit
ture. "
Se questo brano di storia moderna non sarà spiaciuto al Let
tore, io mi terrò assai fortunato.
A. D. C.
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO
1472-1474.
Amico carissimo,
Milano, luglio 1876.
La scorsa primavera trovandomi in quella ricca minieradi me
morie patrie inedite che è la Trivulziana, l'amico nostro conte
Giulio Porro, mi mostrava tre copie di un codicetto contenente
l'Ordine dell'esercito ducale, e mi avvertiva come avrebbe fatto
opera non inutile chi lo avesse reso di pubblico dominio. Guidato
da' suoi consigli, ed aiutatodal cortese proprietario,che noncon
tento di avermi permessa la trascrizione, me la rese più spedita
incaricandosene di una parte- e non la minore
lavoro.
io mi misial
Le copie come ti ho detto sono tre, due cartacee eduna mem
branacea e tutte pressochè sincrone. Scelsi per testo l'ultima come
1Numeri 192 e 193 del Catalogo dei manoscritti Belgioioso, e n. 613 del Catalogo
dei manoscritti Trivulzio.
* Compilatore dei documenti che costituiscono questo Codice è quel Filippo degli
Eustachi che fu Castellano di Pavia, per Giovanni Galeazzo Sforza, e venne fattopri
gioniero colà e condotto ad Abbiategrasso dove finì i suoi giorni, per ordine di Lodo
vico il Moro, quando questi nel 1489 accingendosi a spogliare di ogni autorità il ni
pote, incominciò asostituire nelle Rocche del Ducato uomini della cui obbedienza ро
tesse essere sicuro (V. CORIO, Historiadi Milano all' anno 1489 e DONATO BOSSI,Annali,
anni 1483 e 1489.) Che a lui debba attribuirsi la compilazione di questo Ordine, parmi
lo si possa desumere e dal leggersi ancora abbastanza chiaramente il suo nome sul
dorso di questo Codicetto e sopratutto da alcune frasi del documento n. IX, che suo
nano: a mi Philippo de Eustachio pare etc.,non pare ami Phylippo de procedereetc.,
avvertendo anche che il suo nome mentre appare nel contesto, non figura nell'elenco
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
449
la più completa, non senza giovarmi delle altre per chiarimenti
edaggiunte.
Come vedrai, sono venti documenti che si seguono cronologica
mente, dal 28 novembre 1472 al 12 marzo 1475, in formadi pre
suntivi, di pareri, di memoriali, e chegettano,se nonm'inganno,
un bello sprazzo di luce sulla costituzione dell'esercito e dell'ar
mata, sulla potenza dei condottieri sforzeschi, sulle paghe degli as
soldati, sui modi di stare in campo e di guerreggiare non solo,
mabenanco sulla strategia nel suo più largo significato. Che se
poi si vuole considerare il valore politico di questi documenti, ba
sta dar mente alle loro date per trovarlo non lieve.
Il Duca Galeazzo Maria Sforza aveva segnato, auspice il Pon
tefice, pace perpetua (lo dice il Corio) il 25 aprile 1468 coi Vene
ziani, ma chi intrigava sotto mano col Cardinale di San Sisto, fa
cendogli promessa di adoperarsi perchè potesse- abdicante lo
zio
cingere la tiara, avendone in ricambio la Corona d' Italia e
l'aiuto a riconquistare tutte le terre che avevano appartenuto al
primo Duca, non poteva certamente credere che i Veneziani se
ne starebbero rassegnati spettatori della perdita di tutti i loro
possedimenti del continente. Ed ecco perchè lo vediamo,scorsi ap
dei Capitani e Condottieri che presero le Conclusioni e che si trova in capo al docu
mento n. 6, il che proverebbe che egli non faceva parte del Consiglio, ma vi assisteva
quale relatore o segretario convoce, come si direbbe ora, puramente consultiva.
L' Argelati poi (Bibl. script. Med. Tom. I, parte 2ª, col. 581), assegna al degliEu
stachii: Disposizioni militari fatte dal Duca di Milano e suoi ministri negli anni
1472 e 1473 per la guerra contro la Repubblica di Venezia, con la nota di tutte le
spese necessarie da farsi in detta guerra, ed il risultato del Consiglio tenuto dai Ca
pitani su d'essa con i loro nomi ed altre notizie attinenti all' azienda Ducale, e lo
dice manoscritto autografo in pergamena, nel formato di 4º n. 82) presso i monaci di
S. Ambrogio.
Avvenuta la seppressione dei Cistercensi del Monastero Ambrosiane, la loro biblio
teca venne incorporata in quelle della Università di Pavia, e di Brera, assegnandosi
a quest'ultima anche tutti i manoscritti. Ora questo, citato dall'Argelati alla Brai
dense nonfu consegnato. Ciò rimarebbe incomprensibile se non si sapesse con certezza
chegranparte della biblioteca delMonastero venne manomessa e trafugata. La Trivul
ziana stessa possiede parecchi codici col marchio della biblioteca di S. Ambrogio; questo
del degli Eustachii, sebbene ne sia privo, non potrebbe essere venuto qui, seguendo la
stessa via ed essere perciò l'autografo menzionato dall' Argelati ? Il complesso delle
cose esposte, lacorrezione del testo e l'essere questo l' unico esemplare che contenga no
tizie attinenti all'azienda ducale (doc. n. XIX) e concorde quindi esattamente colla
intitolazione data dall'Argelati, mi sembrano dati sufficienti per potere rispondere af
fermativamente.
450 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
pena quattro anni da quella pace, immaginare e rendere giganti
le mireaggressive dei vicini, ed affacendarsi personalmente perchè
si assestino ed organizzino tutte le forze sue, coordinandole al
l'obbiettivo di una guerra volta esclusivamente ai danni della
Repubblica Veneta; guerra che col braccio dei più celebri capi
tani e condottieri dell'epoca doveva essere diretta da lui.
Ma questi belligeri progetti non si tradussero in atto, ed in
vece, scorsi appena tre mesi dalla data dell'ultimo documento
(n. XVII), che forma parte essenziale del piano di guerra, ilDuca
stesso ferma lega
il 20 novembre 1474
coi Fiorentini e coi
Veneziani medesimi. Come spiegare tale contraddizione? Non certo
coi criterii che informano le relazioni politiche degli Stati moderni,
ma pensando che allora interesse e capriccio di Principe era si
nonimo di ragione di Stato.
Come accennai i documenti sono venti, e qui permettimi che
sommariamente ti esponga gli argomenti di essi :
I. Galliate, 28 novembre 1472.
Organico dei due corpi di esercito da formare sul confine ve
neto e costo del loro mantenimento. Mantenimento dell'armata
dimare.
II. Vigevano, 9 dicembre 1472.
Elenco dei cavalli per il servizio della casa del Duca, e pre
suntivo delle spese che sono necessarie per la medesima.
III. ........ 11 dicembre 1472.
Elenco dei carri e delle coppie di buoi necessarii a traspor
tare le artiglierie colle munizioni, le armi d'offesa di riserva, non
chè gli attrezzi.
IV......... 14 dicembre 1472.
Presuntivo delle spese per le provvistedegli attrezzi e dei carri
e per il salario degli uomini al servizio delle artiglierie.
V......... 16 dicembre 1472.
Aggiunte al presuntivo antecedente, ed altro nuovo per prov
viste di armi, armature, projettili, polvere e bufaliperi trasporti,
nonchè per il salario ai bifolchi che li devono governare e con
durre.
VI. Milano, 26 dicembre 1472.
Conclusioni prese dal Marchese di Mantova e da altri 14 ca
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
451
pitani e condottieri intorno alle forze dell'esercito, alpresuntivo
delle spese ed alle provvisioni pei trasporti.
VII. Milano, 28 dicembre 1472.
Conclusioni prese dagli stessi, circa il modo di riunire l'eser
cito, di fargli varcare il confine e di provvedere al vettovaglia
mento degli uomini e dei cavalli.
VIII. Milano, 30 dicembre 1472.
Conclusioni prese dagli stessi intorno alle paghe, ed alla prov
vista di equipaggi da ponte.
IX. Milano, 31 dicembre 1472.
Conclusioni prese dagli stessi, onde munire e guardare i luoghi
di confine, provvedere cavalli in Allemagna, assoldare gentiluo
mini nel ducato di Ferrara, allestire ed armare una flottiglia in
Adda ed in Po, ecc. Presuntivo delle spese relative. Contropropo
ste di Filippo di Eustachio.
X. Milano, 1° gennaio 1473.
Parere emesso dagli stessi, circa l'itinerario daseguiredalDuca
di Milano, per il caso intendesse di accompagnarsi all'esercito.
XI. Milano, data precedente.
Risposta fornita dagli stessi, per bocca delMarchese di Mantova,
alla domanda del Duca: se convenga attaccare subito i Veneziani,
o procrastinare fino a che sia scaduto il termine della loro lega
col Re Ferdinando, e preso quest'ultimo partito, se sia da prefe
rirsi farne obbligazione o no.
XII. Milano, 11 gennaio 1473.
Ordine e provvedimenti relativi alla guardia del campo, ed alla
sicurezza e servizio del Duca.
XIII. Casale, 15 gennaio 1473.
Pareri e ricordi del Marchese di Monferrato, esternati dopo di
avere presi in esame idocumenti antecedenti.
XIV. Pavia, 13 agosto 1473.
Elenco di altra Gente d'arme, che sipotrebbe chiamare quando
se ne presentasse il bisogno.
XV. Milano, 15 settembre 1473.
Presuntivo ed indicazioni per provvedere i cavalli alla Gente
d'arme.
XVI. Vigevano, 7 dicembre 1473.
Disposizioni ed ordini per il trasporto, il servizio e laguardia
delle artiglierie.
452 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
XVII. Milano, 12 agosto 1474.
Ordine di un esercito e spesa per una stagione.
XVIII. Vigevano, 12 marzo 1475.
Prospetto di parte delle entrate e spese del dominioducale.
XIX. Senza data.
Elenco dei Condottieri e degli uominid'armi dei quali essi pos
sono disporre in pace ed inguerra.
XX. Senza data.
Memoriale, in lingua latina, nel quale brevemente sienumerano
i beneficii prodigati dai Principi Milanesi ai Veneziani e le ingiu
rie ricambiate da questi.
L'esposizione, come vedrai, è di per sè chiarissima,onde riusci
rono necessarie solopochenote per meglio illustrare qualchenome
di persona, per chiarire l'etimologia, l'uso di qualche arnese di
guerra e per spiegare, sopratutto ai lettori non lombardi, qual
che idiotismo.
Benchè poche e succinte, queste note saranno di certo il tal
lone di Achille della pubblicazione, ma la botte dà del vino che ha,
dice un proverbio toscano, e la botte, nel caso mio, non poteva
dare che dell' aquerello.Ed ora che il lavoruccioda novizio è bene
o male, o, per essere più veritiero, è più male che bene compiuto,
io lo raccomando a te perchè lo presenti sotto la tua egida ai
Minossi del Consiglio di Redazione del nostro Archivio Storico, e
m'affido per le sue sorti avvenire che a te faccia velo l'antica e
provata amiciziache mi hai, ed a loro la somma e giustificata re
verenza che ti portano.
Ti ringrazio e ti stringo la mano.
Al Marchese GEROLAMO D'ADDA
Vice-Presidente della Società Storica Lombarda.
Milano.
Tuo affezionatissimo
CARLOE. VISCONTI.
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
I.
453
Galiate die XXVIIj novembris 1472.
Ordine delo exercito ducale al tempo de guerra achadendo de fare
impresa contro Venetiani, essendo provocati da loro per li movimenti
ch'ogni anno dimostra de fare Bartholomeo Coglione o per altra legi
tima casone: partito in duy exerciti et neli colonelli modo ut infra:
el primo exercito dal canto de sopra de verso Bressana: primo colo
nello.
Apersona del nostro illustrissimo signor Duca de Milano.
Ill.mo signore Sforza secundo cavali 600 homini darme 100 sq.e 4
La famiglia ducale
" 2000
Magnifico Pietro Francisco vi
sconte cum squadre 5 de
Lanzespezate che sono al
governo suo
"
972
"
"
11
129 ) 5
Somma cavali 3572 homini darme 679 sq.e 20
Secondo
Ill.mo signore Marchese deMon
ferrato3
Zorzino da galese 4
Ruffino miraldo 5
"
350
140
56
cavali 3000 homini darme 300 sq. 12
"
"
“
2
23 " 1
Somma cavali 3490 homini darme 379 sq. 15
Terzo
Ill.mo signore Phylippomaria
Sforza
Signore domino Roberto da
sanseverine7
.
Conti Fratelli di torelli &
cavali 600 homini darme 100 sq. 4
แ
"
"
"
1500
600
200
100 "
8
4
Somma cavali 2700 homeni darme 400 sq. 16
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
30
450 "
454 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Quarto
Ill.mo signore Duca de Barri cavali 600 homini darme 100 sq. 4
MagnificodominoJohannecon
e
te10
domino Ugo da san severino11
domino Guido rosso12
Brandolino da Bagnacavallo13
Squadre tre de Lanze spezate
4
4
"
"
"
800
200
150
120
"
120 " 5
30
1
25 19 1
20 ท 1
chenon hanno Governator
".
624
"
78
3
Somma cavali 2494 homini darme 373 sq. 15
Quinto
Ill.mo signore domino Lodo
vico maria sforza 14
Signore domino Tristano sfor
15
za
Magnifico Johanne Jacomo
scipionio16 cum squadre 5
de Lanze spezate che sono
al governo suo
.
Antonio rosso 17
Guidazo de Imola18
cavali
"
"
7
"
600 homini darme 100sq. 4
e
"
600
952
120
150
"
"
17
100 ท 4
127 " 5
ແ
20
1
25 " 1
Somma cavali 2422 homini darme 372sq. 15
Sexto
Magnifico signore Boso sfor
19
za
•
Signore domino Constanzo
sforza 20
Domino Bartholomeo di quar
teri cumsquadre5de lanze
spezate che sono al suo go
verno et squadre due senza
Governatore
cavali
"
600 homini darme 100sq. 4
"
600
1479
"
100 " 4
196 4
7
Somma cavali 2679 homini darme 396 sq. 15
Summa summarum decavallo. cavali 17357 homini darme 2599 sq. 96
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Antonio caraciolo et Borel
la23 cum Lanze X per uno
nela famiglia Governatori
455
di Ballestreri a cavallo cavali 107 homeni darme 100sq. 4
Donato24 cum li provixionati paghe 11000 compagni
Fantidel signor Marchese de
monferrato
Fanti del Magnifico domino
Johanne conte
.
3500
"
"
500
300
180
"
100
Summa summarum da cavali et da piede,persone 29264, homini 6479
squadre 100.
L'altro exercito verso Veronese ut infra et primo :
primo colonello
Ill.mo sig. Marchese de Man
tova$5
secondo
cavali 3000 homini darme 300 sq. 12
Signore domino Pino da Forli26 cavali 1200 homini darme 200sq. 8
domino Nicolo da Tollentino 27
"
400
e
60 " 2
Compagniadel M. domino Jo
hanne Bentivoglio28
"
600
100 " 4
Somma cavali 2200 homini darme 360sq. 14
Terzo.
Illmo. signore Aloyso monsi
gnore de Saluzo 29 .
Conte Pietro dal verme30
Signore Thomaso de Saluzo 31
Domino Taliano di pij32
Domino Sigismondo Brando
lino33
Principe di Salerno 34
DominoJohanneFranciscopoе
ta35
Thadeo dal vermo36
Gaspare da Sessa37
cavali 600 homini darme 100 sq. 4
e
"
"
17
17
מ
400
200
200
150
150
75 " 3
"
"
"
17
30 " 1
30 17 1
25
1
25 " 1
ท
"
"
120
120
120
"
"
20 " 1
20 מ 1
20 " 1
Somma cavali 2060 homini darme 345sq. 14
Summasummarumdecavallo. cavali 7260 homini darme 1005sq. 40
456 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
FANTARIE.
Provisionati ducali
Fanti del signore domino Marchese
Fanti del signore de Forlì
paghe 5000 compagni 1500
ท
1000
300
"
300
100
Summa summarum da cavallo et da pie, persone 13560 homini 2905
squadre 40
Sommario de luno et de laltro exercito:
Primo. Da cavallo ut supra cavalli 24714 homini darme 3704 sq.e 140
Item. Da piede
• •
paghe 18100 compagni 5680
Summasummarumintutto persone 42814
homini 9384 sq. 140
Spesaperuno anno dele antescripte gentedarme cominciando lepro
vixioni de la guerra ad kalende de mazo: et pagando per li quatro
primi mesi ad rasone de pace: et per la prestanza et mantenere in
campo laltra gente darme che stanno adescretione tutta la stazone nel
modo ut infra.
Primo, per le provixioni di signori et capitanei antescripti permesi IIIj
videlicet: zenaro, februaro, marzo, aprile: ad rasone de pace et al
tri VIIj mesi ad rasone de guerra. In somma
Item, a la famiglia per li cavalli de le persone a
rasone de ducati 40 per ogni cavaloper famigli
450 et quelli che li fuossero sarieno davanzo et
montaria tanto manco la spesa
ducati 38 197666 2/3
ת
Item, per ducati X per cavallo per rimettersi de
le altre cose per la conducta de cavalli 2000
Item, a le lanze spezate perli cavalli de le per
sone a ducati 40 per ogni cavallo, per homini
darme 555
Item, per ducati XX per lanza per rimettersi de
le altre cose, per la conducta de cavalli 4177
Item, a li conductieri per licavalli de le persone
de li homini darme loro, per homini darme
1279: a ducati 30 doro per ogni cavallo
"
"
18000
20000
22200
27846 2/3
"
Item, per ducati XX per lanza generali per ri
mettersi de le altre cose per cavalli 7740
17
38470
51600
Da riportare. Somma prestanza. ducati 375683 1/3
ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Riporto Somma prestanza ducati
Permantenere le antescripte genti che stano a
457
3756831/3
discretione.
Primo, a la famiglia perpaghe 5 a ducatiuno per
cavallo per cadaune pagha : per li suprascripti
cavalli 2000
Item, a le lanze spezate et conductieri per pa
ghe IIIj a rasone ut supra per cavalli 11917
Item, a li fanti per prestanza et mantenerli a
ducati VIII sottosopra per pagha, per paghe
•
16000
Item, a li balestrieri da cavallo
Item, per el carregio del campo
Item, per extraordinarij
•
Item, per la personadel nostro Ill.mo signore
10000
"
"
"
"
"
47668
128000
3000
20000
10000
10000
Summa summarum, prestanza et mantenimento ducati 604351 1/3
Item, per una armata per mare de navi X gros
se : et galeæ cinquanta per una stazone monta
"
Summa summarum, spesa de terra et de mare ducati 804351 1/3
1
NOTE.
1
Capo-stipite dei conti di Borgo Novo. Era fratello naturale del duca Galeazzo
Maria (V. LITTA, Fam. cel. Ital. Attendolo Sforza, tav. I). Non è qui il luogodi fare
la storia dei Condottieri e delle Compagnie di ventura che funestarono per ben due
secoli il nostro paese e furono comodo, e ad un tempo, terribile stromento delle no
stre discordie. Solo a titolo di curiosità ho voluto trascrivere qui un contratto di con
dotta per dare un'idea del modo con cui essi erano redatti presso la nostra Cancel
leria ducale inquesta epoca. È quello di Costanzo Sforza signore di Pesaro (vedi
nota 20) e l'ho scelto tra i molti che si possono leggere al nostro Archivio di Stato
(Sezione storica, Condottieri), come uno di quelli che mi parvero più completi.
Essendo el magnifico meser Constantio Sforza desideroso de dimonstrare con effecti
la sua singulare observantia et devotione verso lo Ill.mo principe et excellentissimo
signor duca Galeazzo Maria Sforza vesconte duca de Milano, etc., come quello che ab
ineuntibus usque annis se è alleato et nutrito presso ad sua Excellentia oltra la pro
pinquita et coniunctione de affinità che ha con quello, etiam per seguire continua
mente li vestigii de lo illustrissimo et inclyto suo padre et per aquistarse perpetua
laude et gloria ha deliberato condurse a li soldi stipendii et servitii de sua Excellen
tiasotto la cui ombra dispone de vivere et exercitarse, et ad questo effecto haman
200000
458 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
dato da la prefacta excellentia el nobile et strenuo Nicolo de Barignano suo procu
ratore et mandatario con pleno et amplo mandato el quale sera scripto in fine de li
presenti capituli. Però al dicto Nicolo col prefacto illustrissimo signor Duca quale ha
continuamente amato esso messer Constantio per la virtù et animo che appare in lui
èdevenuto et devene a li capituli infrascripti.
> Primo el predicto Nicolo per vigore del suo mandato ha conducto et conduce el
dicto meser Constantio a li soldi, servitii et stypendii del prefacto illustrissimo signor
duca de Milano et de la illustrissima Madama duchessa sua consorte et de soi figlioli
et successori per anni octo fermi et dui altri ad beneplacitum d'esso signor Duca in
comenzando ad kalendas de zugno proximo che vene; et promesso et promette che
dicto messerc Constantio sera per tutto el tempo de la presente sua ferma fideleet
liale ad sua Excellentia et al stato et soi ut supra; et che li amici desso signorDuca
et de soi ut supra tenerà, reputerà et tractarà per amici et li inimici per inimici et
ali inimici del prefacto signor Duca et de soi ut supra non darà per alchuno modo
directo o indirecto, secreto o palese, ajuto o favore.
> Item, ha promesso et promette el dicto Nicolo et obligato et obliga el prefato
meser Constantio che ad tempo de pace tenera continuamente sexanta homini darme
bene in ordine et in ponto secondo el mestero de le arme, con soldo stipendio et pro
visione de ducati seymilia doro de camera per caduno anno durante la presente fer
ma; li quali spenderà in mantenere bene in ordine et in ponto li dicti sexanta homini
darme: et che stara continuamente residente con la persona sua presso de sua Excel
lentia; in la quale residentia spenderà altri duomilia ducati in stare et vivere honore
volmente; li quali duomilia ducati, sua Excellentia li darà oltre li suprascripti ducati
seymilia per stare et vivere presso diquella honorevolmente. Ed oltra ciò con la dicta
sua compagnia et con la persona propria andara et stara ad fare guerra per tutta
Italia et fora de Italia contra caduno Signore, et Signoria, potentia, communità et
persona de qualunche grado, conditione et dignità se sia nemine excipiendo etiam si
suprema dignitate fulgeret temporali vel spirituali; secondo per la prefacta excellentia
gli sarà ordinato.
> Item, ha promesso et promette el dicto Nicolo, che per tempo de guerra esso
messer Constantio tenera cento homini darme con la provisione infrascripta de ducati
dodecimiliabene in ordine et inponcto secondo el mestero de le arme utsupra. Et vice
versa el prefato illustrissimo signor Duca de Milano, etc., ha promesso et promette el
dicto Nicolo de barignano procuratore etmandatario ut supra che dara al predicto
meser Constantio singulis annis duranti questi capituli per soldo, stipendio et provi
sione et per mantenere li dicti sexanta homini darme per tempo di pace ducati sey
mila et per lapersona desso meser Constantio per vivere degnamente et honorevol
mente presso de sua Excellentia ducati duemilia, quali tutti ducati VIII milia, gli
farà dare d'oro de camera o la valuta et de li quali ducati octomilia gli ne darà de
presente la mità, cioè ducati quattromilia per prestanza facta la conclusione de li
presenti capituli et il resto videlicet li altri quattro milia ducati li darà in tre ter
mini, videlicet de quattro in quattro mesi in questo primo anno sicche in fine de que
sto primo anno sera integramente satisfacto de li dicti octomilia, ducati. Et successive
poi de anno in anno sua excellentia gli farà respondere el dicto suo soldo et provi
sione de ducati octomilia in quattro termini videlicet de tre in tre mesi pro rata ita
chein fine de caduno anno serà integre satisfacto de la dicta somma de ducati octomilia
de oro de camera o de la valuta.
> Item, ha promesso et promette sua Excellentia che per li predicti homini darme
sexanta che esso meser Constantio ha ad tenere gli darà le stantie in romagna overo
in altri lochi dove ad sua Excellentia parerà, havendo per la persona sua ad stare
presso de la prefacta Excellentia.
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
1
459
> Item, ha promesso et promette el predicto illustrissimo signor Duca aldicto Ni
colo stipulante et recipiente in nome de esso meser Costantio che in tempo de guerra
gli darà ducati dodeci milia doro de camera o la valuta ut supra singulo anno du
rante la presente ferma et referma del beneplacito sel havera loco, con li quali du
cati dodeci milia, esso meser Constantio debbia servire in la guerra conhomini darme
cento ben in ordine et in poncto secondo el mestero de le arme ut supra con li quali
cento homini darme debba servire per quel tempo che sera adoperato in la guerra.
> Item, ha declarato et declara el prefato signor Duca, che alhora se intende esser
tempo de guerra quando da esso signor Duca dicto meser Constantio sarà richiesto
che se metta in poncto de guerra et sera adoperato de sua Excellentia et havera la
prestanza de la guerra.
> Que omnia et singula predicte partes et quaelibet earum sibi invicem et vicissim
videlicet una pars alteri et altera alteri mutua intervenienti stipulatione promiserunt
et juraverunt, promittunt et jurant manibus corporaliter tactis scripturis attendere
ac observare et exegui ac adimplere congruo referendo bona fide sine fraude et in
nullo contrafacere vel venire directe nec per indirectum aliqua ratione vel causa
aut aliquo quovis quesito colore sub obligatione omnium bonorum suorum mobi
lium et immobilium praesentium et futurorum et sub refectione et restitutione om
nium damnorum intererre et repensarum litis et extra patiendarum et sustinendarum
premissorum occasione. Renunciantes renunciaverunt et renunciant praedicte partes et
quaelibet earum exceptioni praedictorum capitulorum non celebratorum, et dictarum
promissionum non factarum aliorumque omnium et singulorum praedictorum non sic
factorum etgestorum aut aliter quae ut supra factorum exceptioni doli mali condicio
nique sine causa vel ex iniuxta causa omnique alii probationi et defensioni in con
trarium.
> Et inde de praedictis prefatus illustrissimus Dominus Dux Mediolani, etc. jussit et
jubet et dictus Nicolaus rogavit et rogat perme Marcum Troctum notarium infrascrip
tum publicum debere confici instrumentum unum et plura ejusdem tenoris.
> Actum in castrum civitatis papiae, videlicet in guardacamera praefacto illustris
simi Domini ducis solitae residentiae, praesentibus illustribus domino Sfortia Maria Sfor
tia Vicecomite duce Bari et domino Lodovico Maria Sfortia Vicecomite comite Mortariae
ac pandini ipsius illustrissimi domini Ducis fratribus, magnifico domino Lodovico de
Saluciis armorum ductore Reverendo domino Ja. Episcopo parmense, magnificis domi
nis Thoma de Reate, Thoma de Bononia, Laurentio de Pisauro, Petro de Pusterla
Alexandro Spinula, Hieronymo maletta, consiliariis; Christophoro de Cambiago secre
tario, Alexandro coletta cremonensis, cancellario ducalibus omnibus testibus notis ido
neis ad premisso vocatis et rogatis.
> Constantius Sfortia Cotignolae comes, armorum, etc. Dignum profecto ac consen
taneum cuique videri debet si mentis meae ad illustrissimi principis servicia et excel
lentissimi domini mei singularissimi Galeaz Mariae Sfortiae Vicecomitis ducis Medio
lani, etc., me ipsum fortunasque meas conferre prorsusque dedere omnino sit; semper
que fuerit: apud quem vitam propriam et siquid morum inme estet hausi et percepi.
Cum igitur praelibati principis clementia ad hanc meam mentem explendam modo et
facultas detur: spectabilis ac strenui viri Nicolai de barignano squadreriimei carissimi
prudentiam et fidem integerrimam plane sciens. Tenore praesentium ex certa mei scien
tia omnique alio meliori modo via, virae et forma quibus melius, validus, et efficacius
possum, praefactum Nicolaum orto, ordino et legitime constituo meum verum et legi
timum procuratorem actorem, factorem et certum nuncium specialem, specialiter et
expresse ad conducendum me ad stipendia praefati illustrissimi domini ducis Mediolani.
Dans et concedens ei Nicolao auctoritatem facultatem, arbitrium et omnimodam pote
:
460 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
statem tractandi, ordinandi, concludendi et firmandi capitula cum illis condicionibus,
provisione, stipendio, tempore, obligationibus, pactis, modis, forma et clausulis prout
ipsi procuratori, actori et nuncio meo melius et comodius indebitur expedire cum
auctoritate insuper arbitrio et potestate omnes pecuniarum quantitates recipiendi ip
sasque recepisse confitendi et pro receptis quietandi et liberandi, meaeque et fidem
meam et omnia bona mea obligandi, et generaliter ea omnia et singula faciendi et
agendi quae similibus et praedictis et quolibet praedictorum fieri solent: aut ipsi pro
curatori et actori ac nuncio meo videbitur et placuerit; et quae ego me facere et
agere possem si praesens essem. Promittens ex nunc sub obligatione fidei meae om
niumque bonorum meorum, tenore, scientia, modis et forma quibus supra me perpetuo
firmum satum et gratum habiturum, quicquid et illud totum quod per ipsum procura
torem, actorem et nuncium meum, actum, factum, conclusum capitulatum, viratum aut
quoquomodo gestum et firmatum fuerit, in quorum omnium fidem et robur praesentes
fieri, feri et registrari, sigillique mei impressionem muniri. Quas et ad majorem huius
mentis et voluntatis meae expressionem et validitatem manu mea propria subscripsi.
> Daturı Pisauri die XVIIIj maij 1472.
› Constantius Sfortia manu propria subscripsi.
> PETRUS. >
> Ego Marcus Trottus filius quondam Dominici publicis imperiali, ac ducali aucto
ritatibus notarius, ac prelibati illustrissimi Domini Domini Mediolani cancellarius pre
dictis orbus et singulis dum fit ut supra agerentur interfai et de ipsis missus et ro
gatus Instrumeutum tradidi, et in hanc publicam formam manu fide, et idonei viri
scriptum cummeis imbreviaturis auscultari et concordare inveni. Ideo in fidem prae
missorum me pr .......; signumque mei Tabellionatum apposui consuetum.
> Io Nicolo de bargnano procuratore et mandatario delsupradicto magnifico domino
Miser Constantio Sforza prometto che esso domino Constancio observarà et se conten
terà de li presenti capituli et a magior fede de tutte,le sodette cose ho sottoscriptode
miapropria manu li predicti capituli et sigilati del sigillo desso miser Constancio.
> NICOLAUO DE BARGNANO procurator ut supra, manu propria subcripsi.
› Et ego Cichus Symonecta miles, praelibati illustrissimi domini domini nostri Du
cis Mediolani secretarius praedictis omnibus dum se agerentur interfui ut de mandato
ejusdem illustrissimi domini nostri praesentem publicum instrumentum mea propria
manu subscripsi ac signum mei secretariatus appositum et sigillo solito ducale muniri
fect. In fidem et manis robur omnium premisso.
> CICHUS. >
•Fu suo avo Sagramoro, bastardo di Bernabò, e da lui discende il ramo dei conti
di Saliceto (V. LITTA, Op. cit. Visconti, tav. VII).
3Guglielmo I figlio di Giacomo e cognato del duca Galeazzo Maria, avendone spo
sato la sorella (V. LITTA, Op. cit. Paleologo, tav. II).
4Ènominato nella lista dei feudatari e nobili, aventi giurisdizione nel dominio du
cale chiamati a celebrare, il 20 marzo, la commemorazione dell'assunzione ed introniz
zazione del Duca (V. Miscellanea ab Alifero collecta a carte 121 del codice membra
naceo.
BELGIOJOSO, n. 181, nella Trivulziana). Un Zorzino da Chilese è pure nella li
sta dei condottieri celebri del secolo XV (V. MURATORI, Rer. ital, script, vol. XVIII,
col. 771 e seg.
Cronica di Bologna).
Dauna lettera ducale del 2settembre 1479, questo condottiero appare ancora al
servizio sforzesco insieme a Francesco da Cellano (Archivio di Stato, Sezione storica.
Condottieri).
•Fratello del duca Galeazzo Maria (V. LITTA, Op. cit. Attendolo Sforza, tav. V).
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
461
Figlio di Leonetto e di Elisa di Muzio Sforza, e perciò cugino del duca Galeazzo
Maria. Fu il primo conte di Cajazzo; nacque nel 1418 e morì affogato nell'Adige,
alla battaglia di Calliano, 9 agosto 1488, essendo comandante dei Veneziani. Ebbe dai
nemici tomba onorata nel Duomo di Trento (V. SCIPIONE AMMIRATO, Famiglie nobili
napoletane, pag. 19, ed IMHOFF, Geneal. vig. ill. in Ital. famil. SANSEVERINO, tav. I e
pag. 301). All'Archivio di Stato, nelle teche dei Condottieri, si trova un suo mandato
di procura del 24 luglio 1472, nello spettabile Filippo de Aliprandis, affinchè possa ri
cevere dal Duca di Milano 18 mila ducati d'oro da erogarsi a preparare gente d'ar
me, qualora occorra caso di guerra, e ciò indipendentemente dall' ordinario suo sti
pendio; vi sta unita la minuta del confesso di ricevuta. Insieme a questo documento
se ne rinvengono molti altri riguardanti questo personaggio che ebbe uua parte im
portantissima, come uomo di guerra e di Stato, alla nostra Corte ducale nella seconda
metàdel secolo XV. Quando all'esame di questi documenti si volesse aggiungere lo
spoglio della corrispondenza ducale di quell'epoca, io credo si potrebbe cavarne suffi
ciente materiale per una biografia di non mediocre interesse, e mi auguro che qual
che studioso delle memorie patrie, voglia mettersi ad un tale lavoro. Esso potrebbe
anche servire di prefazione per chi intendesse dare alle stampe la relazione del viag
gio fatto dal Sanseverino nel 1458 in Terra Santa ed al monte Sinai, che è tuttora
inedito. Di tale viaggio trovo fatta menzione la prima volta nella prefazione del Val
turio all'edizione italiana di Verona del 1483. Per quanto io so di tale relazione esi
stono quattro copie; la prima fu accennata dal professore Gräber di Hemso nel 1845;
la seconda, della fine del secolo XV, è nella biblioteca pubblica di Parma ed aquanto
mi si afferma non conterrebbe che il viaggio al Sinai e quindi sarebbe scompleta; la
terza, cartacea del secolo XVIII, è completa està nella Trivulziana; l'ultima, in
fine, apparteneva al defunto marchese Gian Martino Arconati. Questa è di lunga
pezza la più importante essendo un nitido codice membranaceo della seconda metà
del secolo XV, ed ha tutti i caratteri se nondell'autografo, almeno di una delle prime
copie. Perciò che riguarda l'autore di tale relazione, escluso innanzi tutto sia il Sanse
verino stesso, non solo perchè uomo di spada e non di penna,ma anche maggiormente
perchè nel testo vi è sempre nominato impersonalmente e con espressioni molto reve
renziali, parmi non si anderebbe troppo lontani dal vero, attribuendola a Giovanni
Matteo Bottigelli di Pavia che era compagno di viaggio del Sanseverino ed il cui
stemma miniato orna il Codice Arconati.
•Marsiglio, Giacomo ed Amurat, figli di Cristoforo, del ramodei conti di Guastalla
(V. LITTA, Op. cit. Torelli di Ferrara, tav. VII e VIII). Questi tre nomi appaiono
distinti in una nota intitolata; Ordine de le infrascripte gente d'arme per tempo di
guerra, colla data di Vigevano 2 dicembre 1473. Marsilio vi figura con 350 cavalli
e 60 uomini d'arme, Jacomazzo ed Amoratto con 300 cavalli e 50 uomini ognuno
(Archivio di Stato. Condottieri).
•SforzaMaria,altro fratello del ducaGaleazzoMaria.Fu investito del Ducato di Bari
nel 1464 alla morte del padre, il quale alla sua volta lo aveva avuto da Ferdinando
d'Aragona. Sforza Maria morì a Varese nel1479 con sospettodi veleno, e gli successe
nel Ducato di Bari Lodovico il Moro (V. LITTA, Op. cit. Attendolo Sforza, tav. V.)
10 Della famiglia Brandolini di Bagnacavallo. Fu figlio a Cecco II, e perciò cugino
di Sigismondo II (V. nota 33). Al pari di questi stette a soldo, prima degli Sforza,
poi dei Veneziani, ai quali ultimi prestò segnalati servigi in Italia e nel Levante. Da
una lettera del Senato Veneto appare ancora vivente nel 1520 (V. L. BALDUZZI, Dei
conti Brandolini nobili Veneti, pag. 23. Pisa, 1874).
"Conte della Saponara; figlio di Jacopo e marito di Beatrice Zurla (V. SCIP. AM
MIRATO, Op. cit , pag. 32).
462 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
12 Figlio di Pietro Maria (V. LITTA, Op. cit. Rossi di Parma, tav. III).
13 È assai probabile che questi sia il figlio naturale di Tiberto VIII, e lo stesso è
nominato in un istromento del 1471 del notaro Giovanni Tigrino di Bagnacavallo. Di
luinon si hanno altrenotizie,ma è presumibile che fosse spinto a cercare fuori di
patria e coll'armi, carriera tradizionale della famiglia, quella gloria che non gli era
consentita dalla illeggittimità dei natali (V. L. BALDUZZI, Op. cit, pag. 21).
14 II Moro (V. LITTA, Op. cit. Attendolo Sforza, tav. VI).
45 Fratello naturale del duca Galeazzo Maria (V. LITTA, Op. cit. Attendolo Sforza
tav. I).
16 Era figlio di Pietro Pallavicino, e fu capo-stipite del ramo dei 'marchesi di Sci
pione estinto nel 1738 (V. LITTA, Op. cit. Pallavicino, tav. XXIX). È nominato in
sieme al fratello Nicola nell'elenco dei signori feudatari, aulici e nobili, chiamati a
celebrare il Natale alla Corte del duca Galeazzo Maria Sforza (V. ALIFERO, Cod. cit ,
carte117).
17 Nell' Archivio di Stato (sezione storica, Condottieri) esiste una sua lettera auto
grafa del 6 ottobre 1479, uella quale si qualifica per armorum capitaneus.
18 Di lui esiste all' Archivio di Stato (sezione storica, Condottieri) una lettera al
duca Galeazzo Maria, Milano 14 ottobre 1472, nella quale si sottoscrive Guidacio de
Manfredis Vicecomes et Aragonia, armorum capitaneus.
19 Figlio di Muzio e zio del Duca regnante; fu capo-stipite dei conti di Santa
Fiora (V. LITTA, Op. cit. Attendolo Sforza, tav. I).
20 Figliodi Alessandro dei signori di Pesaro (V. LITTA, Op. cit. Attendolo Sforza,
tav. IV). Alla nota n. 1, ho riportato il suo contratto di condotta col cugino G. M.
Sforza.
21 Da una lettera della duchessa Bianca Maria al figlio, del 6 giugno 1467, appare
mandato ad alloggiare da Merlino a Rivolta per sorvegliare i movimenti dei Vene
ziani. Insieme con Pietro Francesco ed Alessandro Visconti, con Giovanni da Scipione
econ Orfeo da Ricavo fece la rassegna delle lancie spezzate nel 1473. Questi due
fatti sono documentati nell' Archivio di Stato (Corrispondenza ducale e sezione storico
militare. Note di Squadre e Condottieri). Nella Trivulziana poi esiste un Codice car
taceo originale, contenente una raccolta di lettere scritte per ordine del Duca da Ga
briele Palearo a Gottardo Panigarola nel 1475. Tra esse, a carte 19, e colla data del
1'8 aprlle trovasi un ordine per vestire a nuovo gli ufficiali ducali, e nell'elenco di
essi vi è il nome di Bartolomeo di Quartieri colla qualifica di Governatore di lancie
spezzate.
:
2: Opino sia Colantonio detto lo Sfregiato, figlio di Gualtieri, e sono condotto a ciò
dal vedere che questi ebbe un figlio, Galeazzo, nome sforzesco che appare per la prima
volta conlui nella famiglia Caracciolo (V. SCIPIONE AMMIRATO, Op. cit, pag. 121). Il
duca Galeazzo Maria diede in moglie a questo Colantonio una figlia di Onofrio An
guissola che egli teneva imprigionato a perpetuità per essere stato capo dei contadini
piacentini ribelli, quelli che furono sbaragliati dai ducheschi a Grazzano, e lo investi
dei feudi confiscati allo suocero (V. PALLASTRELLI, Osservazioni intorno alla storia
della famiglia Brandolini, pag. 5. Pisa, 1876).
23 Il CORIO (Historia di Milano, a. 1477) menziona un Borella daCaravaggiocome
quello che fu spedito dalla duchessa Bona nel 1477 ad inseguire il Conte di Cajazzo,
e Scipione Ammirato riporta pure questo fatto nella biografia del SANSEVERINO (Vedi
Op. cit , pag. 21). Però dal vedere che il Borella figura nei presenti documenti, sem
pre appajato a Colantonio Caracciolo, preferirei crederlo suo compatriota, e perciò
quel Giovanni Antonio Secco che ebbe la contea di Borella in Calabria nel 1465, e che
rapiantatosi stabilmente in Milano fu ambasciatore ducale al Re di Napoli, ajo di
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
463
Massimiliano Sforza e conte di Vimercate nel 1475, diventando capo-stipite dei Secco
borella. Il feudo di Vimercate gli fu confermato con privilegio di Lodovico nel 1495,
ed inquest'atto è qualificato come educatore del giovane Massimiliano. Morì nel 1498
edebbe sepolcro nella chiesa di S. Maria alle Grazie. Esiste il suo ritratto in una
delle bellissime miniature, attribuite a Leonardo, che ornano il libro del Jesus od
abecedario fatto per Massimiliano Sforza ancora giovinetto; vi è in atto di mostrare
un astro al principino, e nella illustrazione poetica che trovasi a riscontro della mi
niatura leggonsi questi versi:
Dal altro canto poi el conteBorella
Dicechenocte e in ciel par una stella.
Lo splendido e preziosissimo codice è nella Trivulziana.
24 Apparteneva all'antica famiglia milanese dei Burri (V. CORIO, Op. cit , parte VI
all'anno 1477 e ROSMINI, Storia di Milano, tom. III, pag. 52, n. 1).
5 Lodovico III Gonzaga (V. LITTA, Op. cit, Gonzaga, tav. IV).
26 È Pino II figlio ad Antonio I Ordelati. Spadroneggiò solo in Forlì, dopo che nel
1466 ebbe tolto di vita il fratello Francesco IV o Cecco, insieme al quale teneva la
signoria dalla morte del padre avvenuta nel 1448 (V. LITTA, Op. cit. Ordelaffi di Forlì,
tav. VI).
27 Il figlio naturale legittimato del conte Giovanni da Tolentino, che ebbe inmoglie
Isotta, figlia naturale di Francesco Sforza. Nicolò sposò Lucia Castiglione di Guarne
rio. Da loro i Tolentini conti della Stracciola e confeudatari di Bereguardo.
28 È il secondo Giovanni, figlio di Antoniolo (V. LITTA, Op. cit, Bentivoglio di Bo
logna, tav. III). Nel già citato codice dell'Alifero trovo, a carte 105, una copia del
suo contratto di condotta del 1481, che accenna a rinnovazioni di patti anteriori, poi
chè vi è detto: fu reconducto alli servitii, ecc. >
29 È il marchese Lodovico I, figlio del marchese Tomaso III (V. LITTA, Op. cit ,
Saluzzo, tav. VIII).
30 Figlio di Luigi (V. LITTA, Op. cit. Dal Verme di Verona, tav. II).
31 Potrebbe essere tanto il figlio di Valeriano, quanto quello naturale di Lodovico I
(vedi nota 29) ; ma più probabilmente quest' ultimo (V. LITTA, Op. cit. Saluzzo ta
vola XIX e VIII).
32 Nella lista dei condottieri della lega del 1474, inserta nel più volte citato Codice
dell'Alifero trovasi, a carte 143, un Taliano de Carpi, il quale dovrebbe probabilmente
indicare la stessa persona che quella nominata qui, e quindi un Taliano Pio di Carpi.
Ora questo nome non si rinviene nelle tavole del Litta, doveper converso, tra un Man
fredo (Pio di Carpi, tav. II) ed un Antonio condottiero di Lodovico il Moro, è segnata
una lacuna di più generazioni. Questo Taliano non potrebbe colmarla in parte, rite
nendolo padre dell'Antonio ?
33 Sigismondo II, fu figlio al famoso condottiero sforzesco, Tiberto VIII, e si rese
nonmeno celebre di lui per imprese di guerra. Militò al servizio degli Sforza fino
alla morte del duca Giovanni Galeazzo, e più verosimilmente fino a che Lodovico Ma
riaprese nelle sue robuste mani le redini dello Stato. Passò poi ai Veneziani, e si
tenne con loro fino alla morte, avvenuta non prima del 1493, tale dataportando il te
stamento da lui fatto in Bertinoro. È sepolto inpatria. Nel 1473 ebbe da Galeazzo
Maria Sforza la signoria di Calvignano nel Vogherese (V. BALDUZZI, Op. cit,pag. 23).
Quasi appendice a queste poche notizie, che potranno completarsi da chi voglia ri
correre al già citato lavoro del Balduzzi, trascrivo qui l'atto di ricevuta fatto da Ti
berto in nome del figlio Sigismondo, dei denari dotali di Antonia Bentivoglio.
<1458. ind. 6. 22 februari. Calisto III papa.
464 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
> Magnificus Dominus ac magnanimus armorum Capitaneus Dominus Tibertus quon
dammagnifici Comitis Brandolini miles, suo proprio et principali nomine, et tamquam
pater legitimus administrator magnifici et generosi militis Domini Sismondi sui filii,
spontepraesentibus testibus infrascriptis etNotarius habuit et manualitaccepit amagnifico
et generoso milite Domino Johanne quondammagnifici etmagnanimiviri Anibalis de in
clita et generosa domo de Bentivogliis de Bononia, dante et solvente eidem DominoTi
berti praesenti et recipienti ducatos mille de camera boni auri et justi ponderis, et
hos pro dote magnifica juvenis Dominae Antoniae dicti olim Domini Anibalis filiae,
ac dicti Domini Joannis sororis, et uxoris dicti magnifici Domini Sismondi militis filii
dicti Domini Tiberti, et pro matrimonio contracto inter dictum dominum Sismondum
ex parte una, et Domina Antonia ex parte altera, et nondum consumato, ecc.
> ActumBononiae incapella Sanctae Ceciliae, in domo habitationis magnifici et ge
nerosi militis Domini Santis de Bentivogliis, presentibus egregio legum doctore Domino
Petro de Magnanis, spectabili viro Virgilio de Malvetiis, qui ambo dixerunt se dictas
partes et contrahentes cognoscere; Bartolomeo quondam Domini Joannis de Bonjovan
nis notarius; Ser Cola quondam Joannis de
Bononiae cives, et Joanne quon
dam Andreae de Papazonibus et aliis pluribus testibus vocatis.
> Ego Fringirinus quondam Ser Comatii de Sancto Venantio civis Bonon. Notarius
scripsi..>
Devo la conoscenza di questo documento inedito alla cortese liberalità del già men
zionato canonico teologo Luigi Balduzzi di Bagnacavallo, erudito e diligentissimo il
lustratore della famiglia concittadina dei Brandolini, il quale volle anche con dedu
zioni copiose ed inoppugnabili, dissipare alcuni dubbi che mi si erano affacciati intorno
alla identificazione di due personaggi di quella famiglia, Brandolino e Giovanni Conte,
nominati più addietro. E per la comunicazione fattami e per il servigio resomi, io godo
di tributargli qui pubblicamente grazie.
"Anche questo è un Sanseverino; Roberto del ramo dei conti di Marsico. Era fi
glio di Giovanni e di Giovanna Sanseverino. Come ricompensa ad ajuti dati e come
premio a fedeltà dimostrata, ebbe nel 1463 da Ferdinando d'Aragona il principato di
Salerno, tolto a Felice Orsini che parteggiava pei vinti Angioini. Morì il 2 dicembre
1474 (V. PONTANO, Historia, lib. I e IMHOFF, Op. cit, Sanseverino, tavola I e pa
gina 299).
35 Lo strenuo et spectabile cavalero. d. Joannis Francisco poeta, è citato come man
datario e procuratore di Giovanni Bentivoglio nel suo contratto di condotta col Duca,
del 27 agosto 1472 (Archivio di Stato, Condottieri).
36 Figlio di Luigi e fratello di Pietro, innanzi nominato (V. LITTA, Op. cit. Dal
Verme di Verona, tav. II). Fu mandato con milizie nel 1462 a Piacenza dal duca
Francesco Sforza, onde sedare la rivolta cagionata dalla falsa notizia che il Duca
stesso fosse morto (V. PALLASTRELLI, Op. cit , pag. 4).
37 Nel citato Codice dell' Alifero è nominato a carte 121 tra i feudatari e nobili
aventi giurisdizione nel dominio ducale, chiamati a celebrare il 20 marzo a Milano la
commemorazione della assunzione ed intronizzazione del duca Galeazzo Maria Sforza.
Edauna lettera, 23 luglio 1467, della duchessa Bianca Maria al figlio appare co
mandato a cavalcare in soccorso del Marchese di Monferrato per ilcaso che iSavoini
movessero guerra (Archivio di Stato, Corrispondenza Ducale).
38 Il ducato milanese d'oro, di giusto peso, è ragguagliato da un decreto del duca
Giovan Maria, in data di Abbiate 4 aprile 1474, a 4 lire e 2 soldi milanesi. Però dai
computi fatti sopra i presenti documenti, di alcun poco anteriori a quell'epoca, risul
terebbe valere sole 4 lire, ossiano fiorini 2 1/2. Chi desiderasse attingere maggiori
notizie sulla zecca di Milano, e sul valore delle monete che vi furono battute potrà
ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
465
ricorrere, per tacered'altri, al MURATORI (Antiqu. Ital. medii aevi, vol. II); al GIULINI
(Mem. stor. della città e campagna di Milano); all'ARGELLATI (De monetis Italiae, есс ).
al CARLI (Delle monete e dell'istituzione delle zecche d'Italia); alVERRI (Storia di Mila
no); allo ZANETTI (Nuova raccolta delle monete d'Italia); al BELLATTI (Monetedella Lom
bardia austriaca); al MULAZZANI (Sulla lira milanese dall'anno 1354 al 1778 e Sulla
zecca diMilano dal secolo XIII fino ai giorni nostri); al MUONI (La zecca di Milano
nel secolo XV); al BIONDELLI (La zecca e le monete di Milano),nonchè ad un Codice
miscellaneo della Trivulziana, che contiene molti decreti ducali inediti, sull'argomento.
1
II.
Viglevani die VIIIj decembris 1472.
Ordine per la casa delmagnifico Ill.mo signore per andare in campo
videlicet per quelli che hanno le spese in casa de sua excellentia.
Primo, per la persona dela excellentia sua
•
Item, muli
Item, per camareri quaranta per servicio de lapersona sua
Item, per altri X camareri per operare in loco de famigli
cavalcanti
Item, per duy medici col speciale
Item, per duy capellani
Item, per sescalchi, credencieri,dyspensatori, apparecchia
tori, chuochi, fornari et uschieri
Item, per barberi, sartori et calzante
Item, per Christoforo uschiero : et li sottocamereri
Item, per stambechineri 39
Item, per stapheri XII
Item, per li officiali da la stalla
Item, per le infrascripti carrette per condure li carriagij.
Primo, IIj de bussola
Item, Xper paviglioni: camareta dasse :
tende et fornimenti necessari per essi
Item, VII per la dispensa et credenza
Item IIj per la caneva
Item Ij per la cosina
Item, VI per la stalla
Item,VIper condurela robbadi camareri
Item, per la cancellaria del Magnifico
domino Cecho 40
Item, j per la cancellaria de Jacomo
Alphero et Gabriel pagliaro 41
Item, IIj per la camera et perla salla.
che sono in tut
to 41
cavali 100
"
•
ท
n
ท
ท
n
n
25
130
30
8
3
32
5
5
2
12
7
164
cavalli 523
466 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Infrascripti che non stanno a le spese del nostro Ill.mo
signore, possono menare quelli cavalli che li pare et
piace.
Primo, consiglieri numero VI
Item, Zentilhommi numero VIII
Item, M. domino Cecho cum la cancellaria
Item, Jacomo Alpheo et Gabriel Pagliaro" et camereri
de camera
Item, Orpheo 42
Item, trombetti numero XXIIIj
• •
Cavalli
19
n
"
Provisione de cose necessarie per campezare et spesa per quelle:
quali bisogna fare de novo pernon trovarsene proveduti.
Primo, paviglioni per la persona del nostro illustrissimo signore, et
questi gli sono :
Item, la camaretta dasse, et questa similmente gliè.
•
"Item, ferramenti per servicio de dicti paviglioni et de la casa, como
pali de ferro, cette,43 zappe, et similia
Item, per le infrascripte tende
primo Ij per la dispensa
Item, Ij per la credenza
Item, Ij per la cosina
Item IIIj per mullateri
Item, XIj per li carretoni
Item, j per li medici
1tem, Ij per li sescalchi
ducati 12
in tutto 60 a
ducati X sotto
sopra luna
Item, j per li capellani
Item, Ij per barberi, sartori et calzante
Item, j per la sala
Item XX per li camereri
Item, j per la caneva
•
Item, X per la stala
Item per ferramenti per servicio de la stalla, como pali
de ferro, cette, zappe, falce, falcette, maracij,44 tenivel
le, 45 et similia .
Item, per canevazo per coprire li cavalli et fare mangia
tore, et corderie
Item, per para VIIj de casse perdispensa,credenza et sala
Item, per cestoni da cosina et barili et altre cose neces
sarie per dispensa et credenza
"
"
17
"
"
600
26
100
50
12
Da riportare ducati 800
ORDINE DELL'ESERCIT
ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
467
Riporto ducati 800
Item, per carette XXXVIIj da scala con li suoij forni
menti aducati circa 17 sottosopra l' una
Item, per coverte XXV da mulo de panno a la divisa
bianca et morela cum li ducali46
Item, per coverte XLI per le carrette ut supra
Item, per store per covrire le carrette et altre cose mi
nute necessarie
"
"
"
646
150
410
50
Somma ducati 2056
Ad li cavalli de le carrette et altre cose necessarie, quali sono nela
monitione et quali è disignato como provedere per altra via.
NOTE.
L'essere i cacciatori ducali chiamati Stambechineri non solo qui, ma anche e ri
petutamente nelle lettere del duca G. M. al Panigarola (vedi nota n. 21), è una ri
prova che la razza degli stambecchi ora rappresentata da poche famiglie in alcune
eccelse e quasi inaccessibili giogaie della Valle d'Aosta, era ancora numerosa sulla
fine del secolo XV.
40 Francesco, detto Cicco, il celebre segretario particolare del duca Francesco I, di
Galeazzo Maria Sforza e della Reggenza (V. LITTA, Op. cit. Simonetta di Calabria,
tav. I).
41Entrambi segretarii ducali. L'Alfieri poi era figlio di quel Tomaso the venne da
Napoli con Francesco Sforza. A proposito della carica da loro occupata non posso
ristarmi dal trascrivere le norme che reggevano la Segreteria ducale e che si leggono
acarte 114 del più volte menzionato Codice dell' Alifero, che altri non è se nonlo
stesso Giacomo Alfieri. Il lettore vorrà perdonare la lunghezza della nota, in grazia
dei curiosi dettagli che si riscontrano in essa, e che danno una esattaidea del sistema
amministrativo di quell'epoca; sistema che se può parere qualche volta molto fami
gliare e massaio, aveva però il merito di essere chiaro e semplice.
Ordines Jacobi Aliferi et Gabrielis Paleari secretarios.
> Hauemo deputati ambedoi a lofficio del extraordinario: et a ciò che non habiate
casone de fallire ma observare quello che sia la mente et dispositione nostra, hauemo
deliberato che debiate observare la forma et ordini infrascripti fra voi; et perchè fra
voi non segua alcuna confusione et disordine hauemo ordinato che caduno de voi at
tenda ad una impresa.
> Et primo, tu Jacomo attenderai a l'impresa di queste nostre intrascripte città,
cioè: Lode, Cremona, Parma, Alexandria et Terdona.
> Et ti Gabrielo alle infrascripte città, cioè: Milano, Como, Pavia, Piacenza et
Novara.
> Et volemo che ciascuno de voi attenda a la sua impresa de dicte città, et luno
non se impacci de l'impresa de l'altro, sforzandosi ogniuno de voi de perquirere li
homicidii, le falsità et qualuncha maleficii, et cose criminale, et quelle caduno de voi
commettere al Vicario de la provisione de Milano, come sè consueto fare fin qui; et
468 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
con lui intenderse in le predicte cose, et così con lialtrinostri officiali, alli quali alla
giornata scriverete secondo le cose occorrerano, et così tenere le liste de le intrate
nostre in ordine, etc., solecitando et scrivendo al dicto Vicario, et ad dicti officiali se
condo el bisogno, natura et exigentia de le cose richiederà, havendo summa adverten
tia che lajusticia habbia suo loco, et indiferenter ministrata ad caduno, et che la
camara nostra habia suo debito.
> Item ti Jacomo volimo tenghi el tuo sigillo ad modo usato, et ti Gabrielone ten
ghi un altro, quale te havimo facto dare.
> Et li doi cancelleri li sono, perchè ti Jacomo hai facto questo offitio circa cinque
anni, et sei informato in modo che te facile farlo, volimo ritenghi Paulino presso ti,
etlo tuoregistratore.
> Item che cadauno de voy habbia el registro separato, et faci le cose separata
mente come è dicto.
› Et ti Gabrielo, perchè non sei si bene informato, habii Philippo del Conte et
togli uno registratore.
> Item che li XIj cavallari che li sono, siano divisi per mittà, cioè tu Jacomo
habii li infrascripti:
> Paulino de Lintroppi.
> Petro da Trezo, dicto Somenza.
> Bartholo da Brazolo.
> Marchesino da Pantiate.
> Bertholino da Bergamo.
> Fermo di Carelli.
> Bernardo da Melzo.
> Augustino di Cozi.
> Bernardo da Vicomercato.
> Jacobo di Mezinghi.
› Fiorio da Milano.
> JACOBI.
> GABRIELIS.
> Item, ti Jacomo volimo che daghi tutte le scripture ehe hay ne le mane perti
nente et agitate a le dicte città commesse ad Gabriel predicto, avisando dicto Ga
brielo et informando integramente de tutte le cose che tu sai de ledicte città et loro
territorii et pertinentie che spectano al honore et bene nostro, et utile de la camera
nostra, et così volimo che tu debby fare continuamente de cetero. Il simile farai tu
Gabrielo de avisare el dicto Jacomo de le cose pertinenti ad le città ad luy com
messe, loro territorii et pertinentie che spectano a honore, ben nostro, et utile de la
camera nostra, quale a la giornata te pervenirano in mano; procedendo luno et laltro
de voij cum grande diligentia et solicitudine in le cose che ve sono commisse, et cum
summa integrità, non havendo respecto luno de laltro, nè per passione, nè per invidia,
nè per alcuna altra rasone et casone, nisi solo ad quello che cognoscerete essere ho
nore et bene de lo stato nostro et tutela de la camera nostra, avisandove che inten
dimo in fine de caduno anno far vedere le vostre rasone, et si trovaremo che aut per
negligentia yostra, aut per qualche invidia et passione fra voy la camera nostra ha
verà portato danno lo faremo pagare ad quello che serà stato casone.
> Item ve admonemo che siati solleciti et prompti ad essere presso la nostra per
sona, tanto quando siamo in camera et altrove, come ad cavallo, cho saltem uno de
voy li sia sempre et continue, et non faciate stima per essere doy, che per questo ve
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
469
gnate ad usare negligentia alcuna, imo usare ogni diligentia et solecitudine, quanto si
fosse uno solo, et si farete altramente, li sera proveduto etc.
› Ancora volimo, che quando sia dato ad qualunche de voy, lettere, supplicatione o
scripture che non se apertenghino alla impresa sua, che quelli se daghino ad quello
ad chi se aspectino per rispecto a l'impresa de città ad esso commessa, et si non
fossino pertinente al officio vostro, le darete a la cancellaria dove che doverano
andare.
> Ultimo, volimo che in le cause che occurerano in lo vostro officio donde che ac
caderano per privilegii, li lassate fare a la cancelleria nostra. Voi de lettere farete,
non toglierete niente de cancellario, se non quello che honestamente et voluntiera vi
sarà dato.
> Datum Viglevani die Vj decembris MCCCCLXXIJ,
› Galeaz Maria subscripsit.
> CICHUS. »
42 È quell' Orfeo daRicavo, il cui nome ricorre sovente nelle cronache e nei de
creti di questo periodo, come consigliere ducale influentissimo. Travolto nella disgrazia
del Simonetta, di lui più altro non si sa, se non che fu imprigionato nel castello di
Trezzo, come appare da alcune lettere che si trovano nella corrispondenza ducale al
' Archivio di Stato. Nell' istromento di condotta di Giovanni Conte del 7 luglio 1472,
è qualificato come gentium armigerarium commissario (Archivio di Stato, Sezione sto
rica, Condottieri).
43Accetre.
44 Mi è stato impossibile di trovare questa parola in alcun dizionario. Potrebbe in
dicare le marre, poichè fino dall' 11 marzo 1259 troviamo menzionati chi le adoperava :
« guastatores, marrajoli, speczatores, picconarii, segatores, etc. » (V. RICOTTI, Storia
delle Compagnie di Ventura, tom. I, pag. 139 e pag. 356, documento C dal libro di
Monteaperti).
45 Trivelle.
46 Gli stemmi e le imprese della famiglia ducale.
III.
1472, die Xj decembris.
Infrascripta è la provixione de le cose bisognano ad uno carregio per
condure in campo quatro bombarde grosse,47 due ferline,18 due ruf
fianelle
et VIIj spingarde.50
Primo, per la corona,cioè tromba et coda mati cara 2 para 16 bovi
Item, per li ponti cum lifornimenti
"
Item, per li repari et sedimi de legno 51
Item, per li sedimide metallocum duerote
grosse
Item, per la culatta
Item, per la verna fornita52
"
"
"
4 " 8 "
3 " 6 "
1
4
2 "
1 " 2 "
1 ท
2 "
Da riportare Somma cara 12 para 36 bovi
Arch. Stor. Lomb. An. III.
31
470 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Riporto Somma cara 12 para 36 bovi
Item, per prede CIj per dicta bombarda:
che pexano libre53 CCCC l'una, aprede
Vj per carro
Item, per la polvere per trarre dicte prede
CIj a libre 50 per preda, sono in somma
"
libre 5m C cum cochoni CIj54.
Item, per le livere de ferro,55 et stanghe
de legno per manezare la dicta bom
barda et da cazare il cochono et altre
cose necessarie
"
"
17 " 34 "
3 " 6 7
1 " 2 "
Somma cara 33 para 78 bovi
Per condure la bombarda bisona, cioè tromba et coda, cara matti 2
videlicet
Item, per li ponti cum li fornimenti
Item, per li ripari et sedimi de legno
Item, per li sedimi de mettallo cum due rote grosse
Item, per la culatta
•
Item, per la verna fornita
Item, per prede CIIIj per ditta bombarda a libre
300 per chaduna,che danno prede VIIj per carro
Item, per la polvere per trarre dicte prede CIIIj a
libre XL per preda; in somma libre IIIjm CLX
cum cochoni CIIIj
Item, per livere de ferro et stanghe de legno per
manezare le dicta bombarda et ad cazare il co
chono et per altre cose necessarie
cara 2 para 16
" 4 " 8
"
3 " 6
" 1 2
" 1 " 2
" 1 " 2
"
“
13 " 26
2 " 4
1 " 2
Somma cara 28 para 68
Per condure la bombarda Liona,56 glivanno li suprascripti fornimenti,
cioè polvere, prede, ponti, et altre suprascripte cose, cara 28, para 68.
Somma de le cara et bovi che andarano ad condure le suprascripte
tre bombarde, cara 89, para 214.
Per condure la bombarda ferlina, cioè, una de le due, tromba et
coda
Item, per li ponti cum li fornimenti
Item, per li ripari et sedimi de legno
Item, per la culatta
cara 2
para 8 de bovi
" 4 " 8 "
ແ
3
"
6 "
" 1 ท 2 "
Da riportare Cara 10
para 24 de bovi
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Riporto Cara 10
471
para 24 de bovi
Item, per li cochoni, stanghe et livere
per manezare dicta bombarda
•
Item, per prede CVIIj per la dicta bom
barda che pexeno circa rubbi57 9 luna
ad computo de prede 12 per carro
Item, per la polvere per trarre le dicte
prede a libre 33 o circa per preda : in
somma libre 3500 de polvere
.
" 1
9
2
" 18
"
17
11/2 " 3 "
Cara 21 1/2 para 47 de bovi
Per condurre l'altra bombarda ferlina cum tutte le suprascripte cose
et fornimenti, cioè polvere, prede, etaltre cose, cara 21 1/2 para 47.
PercondurelabombardaGaleazesca,tromba
et coda
Item, per li ponti de dicta bombarda cum
suoy fornimenti
..
Item, per ripari et sedimi de legno
Item, per la culatta
Item per li cochoni, stanghe, livere et altri
lignami
Item, per la vernacum suoy fornimenti
Item, per prede 100 per dicta bombarda a
rubbi 25 l'una, a prede IIIj per carro58
Item, per libre 10000 de polvere a libre 100
per preda fo la sua portata
cara 2 para 18 bufali
4
"
8bovi
4 " 8 n
n
"
"
"
"
1 แ
2 ท
1
1
2 "
2 n
25 " 50 "
4
8 "
Somma cara 42 para 98 bovi
Per condure due bombarde Rofianelle, cum
prede 100 per caduna et cnm suoy forni
menti, cochoni, et polvere che saria la pol
vere circa libre 1600, et cum li suoy cep
pi,59 carra 5 per ciaschuna, in somma
tutte due
" 10 " 20 "
Somma cara 95 para 212 bovi
472 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Per condure octo spingarde cum li suoy ceppi et cavalletti et cum
suoy canoni et chiave60
Per condure schiopeti 100 cum ballottine
10000 et cum ballotte 800 per dicte spin
garde che sariano le ballotte 100 per
schiopeto
Per la polvere per le dicte spingarde et
schiopeti che saria libre 2500
Per condure una bricola, cioè la perticha,
el fuso, le braghe et altri legnami et for
nimenti
Per condure rachette62 400 da trare foco
cum le balestre; casse 40 de verettoni
mezzani n. 500 per cassa, et casse 5 de
verrettoni da bussola et 5 da cavallo, cum
uno barile de sevo et rubo de canevo per
ungere le carre de le bombarde
Perpombio, ballotte da spingarde et da schio
peti ultra le antescripte per monitioni per
campo et tazze de colare pombio n. 2 et
forme da spingarda 1 etschioppeto
•
Per lanze 2000 da cavallo ferrate, a lanze 400
per carro
Item, perlanze 1200 da pede ferrate, a lanze
300 per carro
Item, per le scale per dare la bataglia
cara 2 para 4 debovi
1 " 2
"
แ
"
"
"
1 " 2 "
6 "
12
3 " 6 "
1 " 2 "
5 " 10 "
4
" 8
8 "
Item, per li manteletti63 da usare in campo n 4 n 8 "
cara 31 para 62 de bovi
44
+Per rexeghe 14 da refendere lignami da manoelle.
Item, rexeghoni64 3 da schavezare lignami.
Item, chiodi 100 da uno brazo per caduno.
Item, chiodi 200 da quarte 3 per caduno.
Item, chiodi 500 da mezo brazo per caduno.
Item, chiodi 1000 de terza.
Item, chiodi 1000 de quarta.65
Item, libre 300 de chiodi da 30.
Item, libre 25 de chiodi da 80.
Item, libre 300 de chiodi da 2066
Item, manere67 6 da magistro da lignamo.
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Item, segure 12.
Item, azze 6 de ferro.
Item, segurette68 10.
Item, martelli 12 da gambaro.69
Item, Verobij 70 et tenivelle de più sorte n. 60.
Item, Rexeghe 8 da schavezare cum li suoy tellari et lime.
Item, schopelli 16 de ferro, tra de ungia, et larghi,da lignami.
Item, scorbie 10 da ligname.
Item, gayoni 2 da segura grandeda due mane.71
473
Item, libre Ij de corda de lana da signare lignami per magistri da
ligname.
Item, mazoli 8 da picare prede.
Item, agugiete 24 da picare prede.72
Item, frappi73 8 de picare prede.
Item, livere 24 de ferro grande da manezare bombarde, ultra le an
tedicte.
Item, pali 16 de ferro daponcta da vigne.74
Item, picconi 50 da doe poncte.
Item, zappe 40 da testa.
Item, zaponi 40 da gaya.75
Item, badili 60.
Item, badilesse 60.
Item, paletti 60 de ferro de libre 12 luno per dare inmane ad li ho
mini darme quando se dàlabataglia alle mure.
Item, mazoni 2 de ferro grossi per cazare chiodi grandi.
Item, agugiette sive stopine76 18 de ferro, per assettare la preda in
la bombarda.
Item, cazole77 24'de legno per incanare la polvere in la bombarda.
Item, libre 300 de rivio per fare la grilanda ale prede de le bom
barde.78
Item, gameri 12 de canevo de braza 50 luno, per tirare le carre de
le bombarde.79
Item, gameri 8 mezani de braza 40 luno.
Item, corde 3 de verna de braza 60 fin in 70 luna.
Item, braza 1000 de corda da pozo.
Item, braza 500 de corda reforzata da ligare spingarde, bombardelle
et altre cose.
Item, corde 30 da soma.
Item, livere sive agugie 6 de gambaro de magistro daligname.
Item, balestre cinquanta.
Item, gavete quatromilia.80
474 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Item, lumere 8 de ferro da fare falodij.84
Item, stopini 200 da fare falodij
Item, lanterne 20 de corno.
Item, rubbi 2 de candele de sevo.
Item, libre 12 de candele de cera.
Item, store 150 per coprire la polvere et altre monitioni.
Item, per rode grosse et ladine, per met
tere alle carre, quando se ne rompe al
cuna caminando, per non stare impazato cara 2 para 4 de bovi
Item, lignami de carre, cioè assali, timoni,
et altri lignami
Item, per condure li ferri di magistri de
ligname che veneno drieto al campo per
adiutare piantare le bombarde, et altri
bisogni
Item, per condure tutti li suprascripti fer
ramenti, et altre cose diverse nominate
nel presente foglio, incomenzando al ca
pitulo signato + fin al partito de le store
suprascripte in le quali non è fatto men
tione de carri
"
"
ท
1
"
2
1 " 2
8
"
16
"
ท
Somma cara 12 para 24 de bovi
Somma sommarum de la carra et bovi vanno ad condure le bombarde
et monitioni nominate ne la presente lista, cara 227, para 522
debovi.
NOTE.
47 Labombarda, quantunque non possa dirsi la più antica bocca da fuoco, fu però
per lunga pezza ritenuta la più importante, e di essa troviamo la prima descrizione in
Francesco Redusio all'anno 1376 : « Est enim bombarda instrumentum ferreum cum
trumba anteriore lata, in qua lapis rotundus ad formam trumba imponitur, habens can
nonem a parte posteriori secum conjungentem, longum bis tanto quanto trumba sed
exiliorem, in quo imponitur pulvis niger artificiatus cum salnitrio et sulphure, et ex
carbonibus salicis, per foramen cannonis praedicti versus buccam, etc. » (Chronicon
Tarvisinum in MURATORI, Rer. ital. script. tom XIX, col. 754 A). Un'altra descri
zione più minuta, ma posteriore di quasi un secolo, leggesi in BARTOLOMEO FACIO
(De rebus gestis ab Alphonso Neapol. rege). Essa componevasi dunque di due parti me
talliche; tromba od anche vaso era chiamata la anteriore foggiata a modo di mortaio
conico per ricevere il proiettile sferico di pietra; cannone, coda e più tardi mascolo
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
475
la posteriore che consisteva in un cilindro per contenere la polvere,alla quale davasi
fuoco per un foro col mezzo di un ferro uncinato rovente. Nel secolo XV le bombarde
crebbero a grossezza smisurata e tale che diventò assai malagevole maneggiarle non
chè trasportarle. Quando raggiungevano dimensioni oltre il comune portavano un nome
individuale, e tali dovevano essere quelle che si nominano quì: Corona, Bissona, Liona
• Galeazesca. II CIBRARIO (Della economia politica del medio evo, pag. 158, n. 5),
menziona una bombarda Signora Amedea, pel cui passaggio da Ivrea convenne atter
rare tre tese del muro di quello spedale.
Alcuni vogliono derivata la parola bombarda, dalla spagnuola bombas, fragore. Al
tri invece che sia corruzione di lombarda, e questi hanno per loro l'autorità di cro
nisti spagnuoli che le chiamano Lombarde o Tormentum longobardum. Anchelo Zu
RITA (Annali d'Arragona, tom. II, lib. 9 col. 23), riportandosi ad una storia contem
poranea, dice che in un combattimento navale nel 1359: entro un vascello del Re
d'Arragona, trovavasi una Lombarda, che talvolta chiamavano anche Bombarda, nella
quale era tiro di fuoco con polvere artificiale. > Rimando chi desiderasse maggiori no
tizie sulle antiche artiglierie, nonchè su tutto ciò che vi ha riferimento, e che si no
mina inquesti documenti, alle opere che vado citando ed alle seguenti:
BUSCA, Istruzione de' Bombardieri.
CIBRARIO, Delle artiglierie dal 1300 al 1700. 1854.
Memoire sur l'artillerie des anciens et sur celle du moyen-age, 1840.
OMODEI, Dell'origine della polvere da guerra e del primo uso delle artiglierie a
fuoco, 1836.
RAMBELLI G. F., Intorno invenzioni e scoperte italiane, 1844.
VALTURIO, De re militari. Noto per incidenza che di questa opera esiste un bellis
simo codice nell'Ambrosiana, nel quale trovansi delle figure che differiscono da quelle
poste nelle edizioni di Verona del 1472 e del 1483.
VENTURI, Dell'Origine e dei primi progressi delle odierne artiglierie, 1815.
48 Maestro Freilino de Mercadillo, o come altri vogliono, de Marquis da Chieri, fu
bombardiere del Duca di Savoia, e nel 1453 si trova in quella stessa qualità al ser
vizio di Francesco Sforza. Ebbe gran fama come fabbricatore di artiglierie, ed i suoi
lavori venivano chiamati dal suo nome; ciò rilevasi tanto dal Conto delle artiglierie
di Pier Masperi, 1426-27, come da una frase del SIMONETTA (Rer. gestar. Fr. Sfortiæ
in MURATORI, Rer. ital. script , vol. XXI, col. 665).
49 Doveva essere una sorta di bombarda di calibro e di peso minore d'assai della
Ferlina, poichè, se per condurre in campo una di queste coi relativi approvvigiona
menti ed attrezzi occorrevano, come si vedrà, 47 coppie di buoi, per una Ruffianella
ne bastavano 10 coppie. Avevano anch'esse un nome individuale, come si leggerà più
avanti.
50 Questo vocabolo venne usato fino dal tempo delle crociate, ad indicare, secondo
il Ducange, una macchina da gittare freccie e consistente, al dire del d'Aquino, in
una grossa balestra; successivamente fu adoperato ad indicare una piccola artiglieria
da posta che per calibro stava come anello tra la bombardella e l'arcobuso. Lampo
o Lampugnino Birago milanese che scriveva nel 1454, riguardo a questo passaggio di
uso si esprime così: Fiebant autem priore saeculo (XIV) corneae balistae quaedam
aliae maximae, quarum fere usus exolevit: tendebant autem et illas bancis appella
bantque Spingardas, unde his Spingardis, quae sunt bombardarum generis est no
men indictum. » (Strategicon adversus Turcos, pag. 60. Codice della R. Università di
Torino). Intorno al loro calibro dice : « Vocant enim, puto, Spingardas, supra sclope
tum omne genus bombardarum, quae ad librale usque pondus pilas exigunt ferreas
aut plumbeas, et quae bilibres etiam aut trilibres. >
476 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Il documento italiano nel quale le spingarde figurano per la prima volta distinte
dalle balestre, e quindi come arma da fuoco, è la Chronicon Estense nel MURATORI
(Op. cit, tom. XV, col. 396). Ivi è detto, al principio dell'anno 1334, che il marchese
Rinaldo d' Este, signore di Ferrara, per la spedizione contro Argenta: « interim prepa
rari fecit maximam quantitatem balistarum, scopetorum, spingardarum, etc. >
Gli etimologisti derivano il vocabolo dal tedesco springen, uscire con impeto, e sono
confortati in questo supposto da un inventario della Rocca di Guastalla del 1476, nel
quale si accennano ripetutamente Springarda e Springardis (V. ArrÒ, Storia di Gua
stal a, vol. III, pag. 339 e seg)
51 Intavolato di panconi di legno, guernito di ferrami sul quale adagiavansi le ar
tiglierie poste sulle culatte o sui ceppi.
52 Non ho trovato menzionato questo vocabolo in nessuno degli autori consultati, e
manca pure ai dizionarii. Esso è però adoperato in modo da indicare un congegno di
gomene, taglie e carrucole, destinato a togliere le bombarde dal carro-matto per col
locarle sul sedime, e viceversa.
53 La libbra di cui qui è parola è evidentemente la liretta, o libbra piccola mila
nese da 12 oncie, eguale a chilogrammi 0,326,793. Con questo supposto si avrebbeper
peso di ogni projettile chilogrammi 131, cifra per sè rispettabilissima, laddove rite
nendo si volesse intendere la libbra grossa milanese di 28 oncie, pari a chilogrammi
0,762,517 si arriverebbe al peso di chilogrammi 305 che mi pare esorbitante.
54 Tappo di legno che si cacciava a forza per chiudere la coda, entro la quale
stava la polvere < ... cum concono uno ligneo intra calcato (REDUSIO, Op. cit.,
col. 754, B). Doveva essere di legno dolce: « E cocconi e turagli d'esse di legnami dolci
sonda fare, come salci, fichi, albari,pioppi, castani e simili legni,perchè più fortemente
strignendosi serra » (FRANCESCO DI GIORGIO MARTINI, Trattato di architettura civile
e militare. Cod. I). Tale avvertimento da pure il SANTINI (Codice, n. 7239 della Bi
blioteca nazionale di Parigi, fog. 9), il PATRICIO (De regno et regis institutione, lib. VII,
tit. VI) ed il FACIO (Op. cit. I, lib. VI). Lo stesso FACIO ed il BIRINGUCCIO (De la
Pirotechnia, lib. X. cap. 6) lo chiamano conio.
55 Leve.
56 Potrebbe essere quella, colata di ferro, che nel 1460 stava nel Castello di Milano,
63 Ripari fatti di tavole che servivano a proteggere i guastatori dalle offese nemi
che; si costruivano anche sopra ruote. Ad essi si sostituirono le fascine ed i gabbioni.
"Grosse seghe per ritagliare, refendere, travi o per abbattere, schavezare, alberi.
65 Il braccio milanese era misura lineare corrispondente a metri 0,59493; constava
di 12 oncie; ognuna di queste di 12 punti; soventi volte, come in questo caso, divi
devasi per terze e per quarte parti.
66 Cioè, 30, 80 e 20 chiodi per fare il peso di una libbra.
67 Scure rettangolare con manico breve a modo di quelle usate dai macellai.
68 Scure e piccole scure.
69 Martello con una estremità fessa a zampa di granchio, per sconficcare chiodi.
70 È vocabolo vernacolo, caduto d'uso nel milanese, ma che si mantienenel contado
di Valtellina; indica una grossa trivella, tinivella.
21 Sorta di zappa doppia; da una parte la scure, dall'altra il piccone.
72 Scalpelli lunghi da tagliapietre.
73Grossa mazza di ferro per spaccare il pietrame.
74 Per fare buchi nel terreno; si dicevano da vigna perchè comunemente servivano
ad aprire il terreno onde rendere facile il conficcarvi i pali di sostegno alle viti.
76Grosse zappe che hanno una estremità foggiata a scure: servono generalmente a
schiantare le radici ed a rompere i terreni pietrosi.
76 Piccole leve di ferro.
7" Il cartoccio o cartuccia non era ancora inventato, di modo che a riempire di
polvere la coda delle bombarde conveniva fare uso di grandi cucchiai di legno somi
glianti alle cazzole dei muratori. Del cartoccio parla il primo, Antonio Giacomini, ca
pitano della signoria di Firenze in una lettera della undecim'ora del 22 maggio 1504
al Commissario di Cascina (V. Archivio Storico Italiano, vol. XV, pag. 280), poi il
BIRINGUCCIO (V. Op. cit, lib. X, cap. III).
78 Quando il projettile non combinava esattamente colla parete della tromba della
bombarda, e ciò doveva accadere sovente trattandosi di pietre rozzamente lavorate, si
soleva munirlo di un cercine, grilanda per ghirlanda, di stoppia, rivio. « E se le pie
tre alquanto latine alcune volte saranno, faccisi il cerchio o circino di stoppa, accio
chè mè commetta. (FRANCESCO DI GIORGIO MARTINI, Op. cit.).
79 Gomene o taglie per innalzare corpi pesanti.
80 Gomitoli di spago o di funicella per le corde delle balestre.
81 Dei fald, come segnali di guerra, si ha memoria fino dall'anno 1260 nel Libro di
Monteaperti al fol. 62 (V. RICOTTI, Op. cit, tom. I, pag. 350).
82 Leggere, di facile maneggio.
478 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
IV.
1472, die 14 Decembris.
Infrascripte sono le monitioni ed altre cose necessarie; in uno car
regio dove se abbia ad condure quatro bombarde grosse; doe fer
line: et doe bombarde rofianelle: et octo spingarde che bisognano
per fornire dicto carregio: secondo lordine de la lista mandata noua
mente al nostro ill.mo signore, comprare ultra quelle se ritrovano in
monitione, ut infra videlicet :
Primo per verne tre da caricare bombarde,
cum suoy tayoni, et corde fornite, et
ferrate cum le ruzelle de bronzo 83
libre 250 soldi
Item, per duy ponti grandi, per la bom
barda Galeazescha, facta de novo cum li
suoy ferramenti che costerano circa li
bre 50 luno
Item, per assoni 84 duy de noce, grossi
onze Ij, larghi braza j.3., longhi braze 6,
per dicta bombarda.
Item, per carri duygrossi de bombarde fer
rati, che monta circa libre 100 luno
Item, per prede CCCC° per la suprascripta
bombarda Galeazescha, a soldi 30 luna
ocirca; monta
Item, per ripari de tre bombarde: cum tre
culatte: luno cum la sua cullatta et cum
tre sedimi de legno: et legni 9 per ca
duno riparo de groseza de braza 1/2 per
caduno
Item, per assoni Vj de noce grossi onze Ij,
larghe braza j. 3. longhi braza V
Item, per livere 24 de ferro grosse da ma
nezare bombarde de pexo de libre 18 luna
computatacum laltra, che costerano circa
libra 5 luna, in somma
Da riportare somma libre 1436 soldi
dinari
" 100 "
" 10
ແ
200 "
600 "
132
"
ແ
" 24 ท r
"
120
แ
1
"
ท
"
"
dinari
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Riporto somma libre 1436 soldi
479
dinari
Item, per far fare cochoni Ijm de legno per
le suprascripte bombarde ad computo de
soldi j per cochono, luno computato cum
l'altro
Item, per rexeghe XIj da scurtare, scave
zare et refendere lignami, parte cum tel
lari et parte con manuelle, che costerano
circa soldi XXIIIj luna
Item, per le scale per adoperare a dare ba
taglia: et per mantelletti: per condure in
campo, circa
Item, per rexegoni IIj per scavezarelignami
a soldi 60 luno
•
Item, per libre IIj mila xxxiij de chioderia
grossa: de diversa longheza cio è duno
braza, de tre quarte, de mezo braza, de
una terza, et una quarta a computo de
dinari 15 la libra
100
"
"
"
५
13 ५
16 "
100 ท- "
9
ท
189 " 11 " 3
Item, per libre VIO XXVde chiodi:da 20, 30
et 80 a dinari 21 la libra. In somma
Item, per manereVIdamagistro da lignamo
a soldi XXIIIj luna.
Item, per seguri XIj da magistro da lignamo
a soldi XIIj luna
Item, per azze VI de ferro da magistro da
lignamo a soldi 9 luna .
•
Item, per seguri X a soldi 9 luna
•
Item, per martelli XIj da gambaro a soldi 7
luno
Item, per verubij, et altre tinivelle de più
sorte n. LX circa.
.
Item, per scopelle et scopelli, da ungia et
larghi n. XVI circa
•
Item, per scorbieXda magistroda lignamo
asoldi 6.
•
Item, per Gayoni Ij deferrogrande da ma
gistro da lignamo .
Item, per mazole VIIj dapicare prede a sol
di X luna
54
ແ
13 "
9
7 " 4 "
16 "
7 "
19
ແ
"
"
2
4
4
14 "
10
4 ท
" 12
“
"
ແ
4 "
3 "
"
"
4 " "
"
4 "
แ
Da riportare somma libre 1956 soldi 9 dinari
480 ORDIDE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Riporto somma libre 1956 soldi 9 dinari
Item, per agugiette XXIIIj da picare prede
a soldi 2 luna
Item, per frappi VIIj da picare prede a sol
di Xluno.
Item, per pali XVI da ungiacum la puncta
et cum la testa azerata 85 a computo de
soldi 24 luno .
Item, per piconi 50dadue ponte a soldi 13
luno
Item, per zappe 40 da testa a soldi 8 luna.
Item, per zapponi 40 da gaya a soldi 13
"
2 ท 8 "
4
" 19 ท 4
"
แ
32 "
16 ५
10
"
แ
ແ--
"
luno
Item, per badili LX a soldi 7 luno .
Item, per badilesse LX a soldi 4 1/2 luna
Item, per paletti LX de onze XIj luno a sol
di 18 luno .
Item, permazoni Ij grossi da doe mani per
cazare chiodi .
Item, per agugiette sive stopine XVIIj
Item, per cazole de legno XXIIIj per inca
nare la polvere ne le bombarde a soldi 6
luna
Item, per libre CCC de rivio a soldi 30 il
centenaro
Item, per Gameri XIj grossi de libre 50 fin
in60 luno a computo de libre 20 luno
Item,per Gameri VIIj mezani de libre 40 fin
in 50 a libre 10 l'uno
Item, per corde Ilj daverna de braza 60 fin
in 70 a libre 4 luna.カ
Item, per braza M de corda da pozzo
che pexera circa rubbi 30 a soldi 28
il rubbo .
Item per braza D de corda reforzata a sol
di 20 il centinaro del braza
Item, per corde XXX da carro a soldi 10
luna
"
"
"
"
"
"
"
26 "
"
21 "
"
13 "
10 ท
54 ແ
3 ท
18 "
"
"--
7 " 4 "
4 " 10 "
240 "
80 "
12 4
42 "カ
5 "
"
?
"
ท 15 " "
Item, percorde XXXda carro a soldi 8 luna ท 12 "
"
Item, per livere sive agugie Vj grande da
Da riportare somma libre 2583 soldi 15 dinari
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 147.2-1474.
481
Riporto somma libre 2583 soldi 15dinari
gambaro che pexano libre 30, o circa luna
azolate a dinari 18 la libra . •
13 " 10 "
Item, per rubbi Ij de sevo da onzere li carri
et rubbi uno de canevo insomma
•
Item, per rubbi Ij de candele de sevo a
soldi 41/, la libra.
2
Item, per libre XIj de candele de cera a
soldi 9 la libra
Item, per store CL a soldi 6 luna inMilano
per coprire le monitioni
Item, per rode VIIj grosse da carro da
bombarda per condure drieto se alcuna
se ne rompesse a libre 20 luna ferrate
Item, per rodeXIj ladine ferrate: per con
dure ut supra a libre 8 luna
Item, per timoni, assali, ronchi et altri li
gnami da carro, tanto che se ne carega
uno carro, in somma circa
•
Item, volendo comprare li carri che sarea
no a numero CCXVIIIj ladini, detrato li
octo carri matti de le bombarde grosse,
perchè le ferline secondurano su carri
ladini, gli andaria circa libre 4 luno, to
lendoli novi, et ferrati insomma
•
Item, volendo pagare li bombarderi biso
gnerano in dicto carregio che doveveno
essere per el manco XIIIj a fiorini 15 86
il mexe per uno, montano per mesi Vj
Item, per magistri VIIj de ligname che
haverano ad servire continuamente le
suprascripte bombarde, al piantare de le
bombarde, ultra quelli che se suoleno co
mandare perel bisogno de campo et que
sti se toleno perchè se habiano ad inten
dere cum libombarderi: che non potria
essere cambiandoli como se fa de li ma
gistri comandati, a computo de libre 16
il mese per caduno, per mesi vj montano
in somma
.
10
מ
"
16 "
11 " 5 "
"
"
5 " 8 "
45 "
"
" 160 "
"
96 ५
14
» 10950 "
"
"
2016 "
768
"
"
"
"
"
Da riportare somma libre 16673 soldi 14dinari
482 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Riporto somma libre16673 soldi 14dinari
Item, per el sallario de duy officiali de mo
nitione che haveveno ad stare in campo
ad recevere et dare via le monitioni, et
tenere concto a computo de fiorini X il
mese per caduno che monta per mesi Vj
Item, per spese diverse che achadono da
far facte che al presente non se ricorda
192 "
" 400 "
"
"
Somma libre 17265 soldi 14dinari
NOTE.
83 Taglie e carrucole.
84 Grosse tavole.
85 Acciajata.
86 Il fiorino valeva 1 lira e 12 soldi imperiali di Milano, di maniera che 2 fiorini e
męzzo formavano, come già si è detto, un ducato.
V.
1472, die 16 decembris.
Spesa de cose vanno agiunte alla lista antedicta per fornire lordine
del carregio facte ut supra: le quali cose se hanno ad comprare, parte
per tenere apparechiato ad li bisogni del dicto carregio: et parte ha
uerano ad andare cum esso carregio ut supra, videlicet:
Primo per carri 17 che se agiungeno
ultra li 227 computati li otto carri
matti, et sono videlicet carri ij per
condurre li arganeti vecchij 87: car
ri Ij per condure spingarde ij grosse
cum li cheppi: carro uno per condu
re il sealono de la bombarda Galea
zesca: carra 5 per condure tarcho
no 88 200: carri IIj per condure co
razine 200 coperte: carro uno per
condure celade 200 cum guanti 200
dritti: et carra tre per condure le
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
cadene cum le chiavature per inca
denazare le carre non volendo ata
chare ciaschuna cadena al suo carro
ma tenerle insieme: et poy quando
se fuosse allogiato incadenare dicti
carri, che montano dicti carri 17 a
computo de libre 50 Imperiali per
carro fornito
libre
483
850 soldi
dinari
Item, per braza 750 de cadene de ferro
per incadenare li carri luno cum
l'altro, che se estima debbiano pe
xare libre 8 per braza, che danno
in somma libre 6000 de ferro a di
nari 16 la 1bra, monta in somma
Item, per tarchoni 200 pincti et forniti,
•
cum il leone nel foco 89 a libre 3
l'uno
Item, per celade 200 a computo de li
bre 3 lunade imperiali
"
"
n
Item, per guanti 200 dritti de ferro a :
soldi 18 de imperiali luno
"
Item, per Lanze 12000 da cavallo a
soldi 6 denari 6 luna
Item, per Lanze 8000 da fanti da piede
a soldi 8 denari 6 luna .
Item, per prede 640 per due ferline che
manchano al numero de le 1000,
scrive l'excellentia del nostro Illu
strissimo volere: pure spero ne debbia
essere ad cremona se mandaria a
vedere: et trouandosene li danari sa
rano davanzo: de le bombarde ciò
ècorona, Leona,etBissona, non se
ne mette, per che al dicto numero
gliene a sufficientia cio è 500 per ca
duna; che montano dicte prede 640
perle dictedue ferline a soldi 12 luna
Item, per prede 50 per la bombarda
Galeazesca che saranoilcompimento
de le prede 500, computo le 400 sono
५
400 "
600 "
"
"
600 "
"
"
180 "
3900 4
3400 "
384 "
4
17
"
Da riportare somma libre 10314 soldi danari
484 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Riporto somma libre 10314 soldi
date ad fare, et missenela spesa de
laltra lista mandata: et computo 50
che sono facte, già più di passati;
montano dicte prede 50 a computo
de soldi 30 luna
Item, per prede 200 per le bombarde
bastardelle 90; cio è serpentina et
symona che manchano al numero de
prede 500 per caduna a computo de
soldi 4 luna
Item, per sarature 250 cum una chiave
che apra et sara tutte le dicte sara
ture che andarano atachate a le su
prascripte catene, quali ligarano in
sieme luno carro cum l'altro a soldi
12 luna.
Item, a volere fare trarre prede 500
perciaschunade queste vi bombarde
cio è per la Galeazesca: 500 per la
corona; 500 per la bissona; 500 per
la leona: 1000 per ledue ferline, cio
è500per ciascuna; et milleper le ba
stardelle: cio è symona et serpentina
cio è 500 perciaschuna che sarieno
prede 4000, gliandaria ad fare trarre
le soprascripte prede, libre 170000
de polvere 91 et in monitione 92 : se
scripsi al prefacto nostro Ill. signore
essere libre 60000 de polvere in tut.
to; et tanto salnitro che ne saria
libre 40000 de polvere in tutto, che
saria in somma libre 100000; et cosi
vegnaria ad mancare ad fare trarre
le dicte prede 4000, libre 70000 de
polvere da bombarde, et libre 10000
da schiopetti et spingarde,che man
charia ultra quella se scripsi essere
inmonitione, che saria in somma luna
et laltra libre 80000 che costeria li
ท
Π
"
75
40
150
Da Riportare somma libre 10579 soldi
danari
"
"
danari--
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Riporto somma libre 10579 soldi
485
dinari
bre 14 dimperiali il centinaro pos
sendo havere il salnitro per ducati 4
larghi93 in Zenova il centinaro como
costo quello che se compro li dì pas
sati in Zenova,montano in somma
Item, per para556 de buffali che anda
rano ad condure li carri 244 del dicto
carregio a computo de ducati 16 il
paro, montano in somma ducati 8896
a libre 4 per ducato che dariano in
somma
Item, per para 25 de altri buffali che se
haverano ad menare drieto desligati
al carregio, per rimettere poy se al
cuno de laltri se guastasse a computo
soprascritto che danno in somma du
cati 400 a computo soprascripto che
danno libre
Item, per Giovi, Gioncole, et timon
celle che costerano per fornire uno
carro cum para ij de buffali; libre 5
d'imperiali per fornimento de cia
scuno carro, monta in somma
•
Item, per bulci 581 95 mettendo uno
bolco per ogni paro de buffali, che
haveriano quelli erano in campo al
tempo de la bona memoriadel quon
dam Ill. Signore Duca Francesco: cio
è arasone de ducati IJ il mese per
uno che danno per uno mese libre
4648 et per mesi 6monta in somma.
Item, per corde 100 da carro a computo
de soldi 8 luna perligare lignami et
altre cose,quali cordenonse messeno
supra laltra lista, perchè se credeva
si dovesse comandare li carri; che
comandandoli le portavano seco
ท
Π
"
11200
35584
"
1600 ท
1200 "
27888 "
40 "
libre 88091 soldi
"
17265 "
"
"
ת
"
ท
"
dinari
“
Somma sommarum libre 105356 soldi 14 dinari
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
32
486 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
NOTE.
87 Macchine da guerra composte di più canne da schioppetto, disposte sopra una
o più linee, collegate insieme ad una tavola, sostenuta da un trespolo o dadue ruote,
la quale si moveva in varii sensi, in modo da potere aggiustare i tiri delle canne
Affinchè i colpi fossero simultanei, i foconi delle canne erano riuniti o da una striscia
dipolvere o da un solo stoppino. In francese si chiamavano Ribaudequins (V. CAR
BONE, Dizionario militare, pag. 161).
88 Grandi targhe.
89 Impresa di Bernabò Visconti adottata anche dagli Sforza.
20 Sinonimo di Bombarda ruffianella (vedi nota 49).
91 Chi amasse conoscere i diversi modi e proporzioni usate nei secoli XIV e XV
per fabbricare la polvere da guerra può consultare con frutto e con risparmio di no
iose ricerche la Memoria del capitano A. ANGELUCCI, intitolata: Delle artiglierie da
fuoco italiane, e precisamente la nota a piè della pagina 12.
9 Qualche volta, e appunto in questo caso, si adoperava la parola munizione ad
indicare il magazzeno dove essa si serbava. Le citazioni ed i documenti che convali
dano questa opinione, sono riportati dall' ANGELUCCI nella Memoria: Sugli schioppet
tieri milanesi nel secolo XV, alla nota della pagina 9 ed alle pagine 50 e 52, docu
menti XIV e XX.
93 Il ducato largo originariamente detto genovino, valeva nel 1470, 2 lire e 15 soldi
diGenova. Nello stesso anno la lira di Genova aveva un valore che corrisponderebbe
a lire italiane odierne 4, 419. Secondo poi il Decreto ducale del 6 aprile 1474, il du
cato largo corrispondeva a 4 lire imperiali di Milano.
"Gioghi e coreggioni.
95 Bifolchi.
VI.
Mediolani, die xxvj Decembris 1472.
Conclusioni prese per lo Ill. signore d. Marchese de Mantova circa
la consultatione de la Impresa antescripta, facta de ordine del nostro
Ill. Signore, cum linfrascripti signori capitani et conductieri videlicet:
Signore d. Pino da forli
Signore Boso Sforza
Signore Ruberto da S. Severino
Signore d. Tristano Sforza
Co. Hieronymo nepote de la san
tità de N. S.96
Magnifico Johanne conte
Signor Constanzo Sforza
Signore Sforza secundo
Donato del conte
Pietro francesco vesconte
d. Bartholomeo da Iquarteri
d. Francesco seco97
d. Baldesarro da castiglione
Zacheria da Pisa 98.
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
487
Primo. Concludono acordandosi, et concorrendo tutti in una sen
tentia per diversa verba che lo apparato et disegno de le genti è
sufficientissimo: non tanto ad opponersi ma opprimere, et superchiare
venetiani: ymo che non haverieno alcuno remedio de scampo, deo
favente: etiam che la Maestà del Re gli soccorresse de persone sey
milia como è stato ditto: et comendano in reliquis lordine preso.
Secundo. Che la provisione del dinaro,designata per lapparato pre
dicto, li pare bona et sufficiente: pure laudariano che ultra li du
cati Xm messi extraordinarij, se li mettesse qualche migliaro più, cioè
al manco altri ✗m per provedere ad qualchuno che fuosse in estremo
bisogno: tamen di questo se ne rimettono a la voluntà et judicio
del nostro ill.mo signore
Tertio. Gli pare che la provisione et apparato del carregio, sia più
chenon li pare necessaria per questa impresa, et judicano che ba
stasse la mità, consyderato chel parere de loro Signorie è de non
perdere tempo per el primo anno, a le terre che possono fare resi
stentia, perchè se perdaria la estate cum poco fructo: ma spinzersi
sempre inanzi et col favore et cum la reputatione, aquistare terreno
et fare reinculare li nimici: et le terre forte che fuosseno rimaste
adrieto , rimarieno asediate , che non bisognaria poy operarli troppo
bombarde.
NOTE.
96 Il famoso Gerolamo Riario, fratello del Cardinale di S. Sisto; fu celebre uomo
di guerra ed ebbe parte principale nelle fazioni e nelle usurpazioni che funestarono
il pontificato di Sisto IV. Era strettamente imparentato cogli Sforza, avendo condotta
in moglie Caterina figlia del duca Galeazzo Maria.
97 E assai probabilmente il figlio di Giacomo Secco d'Arragona edi LuchinadiCerro.
Ebbe in moglie Caterina Gonzaga figlia del marchese Federico.
98 Zaccaria di Sagii, ambasciatore di Lodovico marchese di Mantova presso ilDuca.
VII.
Mediolani, die xxviij decembris 1472.
Conclusioni prese per lo Ill. signore d. Marchexe , insieme cum li
altri signori deputati, ut ante, videlicet :
Primo. Che non obstante chel disegno del exercito ducale sia par
tito in due imprese, il parere de loro signorie è, nemine discrepante,
488 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
de tenerlo unito in principio de la impresa, permagiore favore et re
putatione, et a ciò che li nimici nonpossano fare testa, et temano de
áspectare in alcuno loco, ma si ritragano cum lassare la campagna a
noy, et cum questo modo se aquistaria el payese: et quando poy sa
rano spinti tanto che habiano perduta la reputatione et siano in di
sfavore , se potrà poy dividere in due imprese et più, secundum exi
gentiam rei: perchè quando in principio non si fuosse sì forte che li
nimici havesseno aptitudine de monstrare el volto, se perderia tempo
et reputatione assay, et la victoria de le imprese consiste molto in
aquistare reputatione in principio.
Secundo. Concludono che lordine de dare la imprestanza per rimet
tere le gente darme, si deve cominciare cum li cavalli de lepersone:
antecepando sey, o vero octo mesi, perchè li bisogna pure tempo as
say ad trovare tanti cavalli: et poy lo resto de la imprestanza, comin
ciare duy, o vero tre mesi inanzi luscita de campo, perchè bysogna
pure tempo ad rimettersi de le altre cose anchora.
Tertio. Concludono che le prime genti se devono cominciare amet
tersi insieme ultra Adda fra Cassano ed Casira,9 dove parerà me
glio et più commodo ad allogiare, et poy che sarano insieme tanti
che parerano bastare, per non dare el guasto ad li nostri medesimi,
andare ad allogiare su quello de Crema, et li fornire de mettersi in
sieme tutti, che se faria anche quest altro effecto, ultra lo unirse ad
casa de lo inimico cum reputatione, se daria il guasto ad quella terra
che sariacosa de gran fructo.
Quarto. Che uniti se cerchi de passare Oglio, dal cantode sopra, cioè
da Soncino in su, ma quando non se potesse, perchè rasonevolmente
li inimici se metterieno ad lo obstaculo, et dovendo passare per ponti
saria difficile passare per forza, andare ad passare più basso verso le
terre de lo ill.mo signore d. Marchexe, dove li inimici non lo potrieno
vetare, il che non importa però molto, essendo il disegno in ogni modo
de spinzersi inanzi per passare il Menzo,100 et non perdere tempo in
Bressana.
Quinto. Li pare che la provixione de le victuaglie si faza cum dare
il carico ad una compagnia de tre, o vero quatro homini potenti: et
che lo nostro ill.mo signore gli sia per uno capo: et li deputi quelli
officiali che sarano necessarij: et fare la monitione et il fundego ad
Cremona, dove sia provixione de forni et altre cose necessarie per fare
il pane: et cossì de carri, cassoni, et nave da condurlo dove sarà ne
cessario, per terra et per aqua: et questi siano obligati ad tenere
fornito tutto lo exercito: et li pare che la provixione de quaranta milia
some101 de formento sia sufficiente per tutta una stasone, maxima
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
489
mente supplendo lo Ill. signore Marchese de altre dece milia some,
como offerisse.
Sexto. Per mantenere li cavalli de le persone per fino che si daga
lo resto de le imprestanze, gli pare che basti fiorini iiij per cavallo il
mese, secundo che ha designato lo nostro Ill. signore: che faria in
tutto, per cavalli 2,000, ducati 3,200 per ogni mese.
NOTE.
99 Terre sul confine del Ducato, verso i Veneziani, la prima sulla destra,la seconda
sulla sinistra dell' Adda.
100 Ilfiume Mincio.
101 Corrisponde a ettolitri 1,648.
VIII.
Mediolani, die xxx decembris 1472.
Conclusioni prese per lo Ill. signor Marchexe, et li altri signori, ut
ante, videlicet :
Primo. Concludono che quando fuosse possibile ingannare li nimici
per trovarli improvviso, quanto più se diferisse a dare li danari sotto
el tempo de luscire in campo, tanto sariameglio. Ma consyderato che
questo li pare pure dificile chel si possa fare che non habbiano no
titia, gli pare pure che sia meglio et più utile et commodo de le gente
darme a darli uno poco de tempo,et cominciare un poco ad megliore
hora, cioè de febraro, vel ad tardius ad kalende de marzo, et conti
nuare senza alcuna interpositione de tempo: anzi cum ogni celerità
expedirli tutti, cominciando ad quelli che hanno magiore bisogno de
reparatione: intendendo sempre in questo disegno chel se sia prevenuto
adare li cavalli de le persone, el che sopra ognaltra cosa recordano,
et confortano, et anticipano questo tempo cum presuposto che ogni
homo se ritrovi poy insieme ad kalende de magio.
Secundo. Che la prima pagha de le disegnate li pare se debbia dare
al primo logiamento.
Tertio. Ricordano de fare la provisione de tre ponti de navi, tanto
da passare Adda ad Cassano per unirsi, quanto per passare Oglio et
gli altri fiumi che non si possano guazare, et la provisione de con
durli dove sarà necessario.
490 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
IX.
Mediolani, die ultimo decembris 1472.
Conclusioni prese per li signori antescripti, videlicet :
Li pare de provedere a le terre de le frontere, per rispecto ad
quelle de li nimici che restano indrieto, passando lexercito inanzi ut
prefertur modo, ut infra:
Primo, prevenire ad sicurarsi de
Cerreto,102 cum fornirlo et forti
ficarlo anzi che linimici lo posso
no fare loro:
Item, lassare in Lode
Item, fanti.
Ad Cerreto, fanti.
squadre 2 hominidarme 50
Item, per la guardia de Adda, ac
ciò che alcuno nonpossa passare
di quafurtivamenteperoffendere:
Primo. Uno Galioncello, qual stia
continuamente al ponte de Lodi.
Item, quatro redeguardi 103 bene
armati per metter dove parerà
pur necessario.
Item, quatro gatti 104.
In giaradadda, et primo:
Lassare fra Vaylate, Pandino et
Misano
Item, fanti.
Ad Mozanicha et Bragnano 105
Item, fanti .
Ad Soncino
Item, fanti
Ad Romanengo.
Item, fanti .
Ad Castelleone .
Item, fanti .
.
•
.
Item, fareforte Robecho 108 etmet
terli fanti ciò è.
แ
paghe 300
1
1
"
25
25
ท 1 "
25
"
2 "
50
n 1 11 25
"
25
1
"
ท
"
"
"
200
150
150
200
100
100
100
Somma squadre 8 hominidarme 200 paghe 1300
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
491
Spesa per le antescripte genti che sarieno circa cavalli 1200 alle rate
degli altri:
Primo. Per li cavalli de le persone a ducati 40 per
cavallo •
Item, per ducati xx per prestanza per lanza
Item, per mantenerli per paghe quatro.
ducati 8000
"
Item, per le antescripte paghe 1300 de fanti a duc. 8
per paga
•
"
"
8000
4800
10400
Somma ducati 31200
Item, sollecitare che se fornisca la citadella de Parma.
Item, che se fornisca el Castello de Lodi.
Item, prevenire ad mandare in Lamagna per fare venire cavalli assai.
Item, per assecurarsi de verso el Duca de Ferrara, prevenire ad con
dure de quelli gentilhomini, che si potessero avere: videlicet: Carpi,
Mirandola et corregia ; et maxime corregia, et farlo ad tale tempo,
che non fuossono poy al bisogno obligati ad altri.
Item. Hauere li galioni ordinati adpauia, et cum le provisioni prepa
rate, acciò che quando el Duca de Ferrara facesse qualche dimo
stratione, fuosseno presti ad aviarli in giù.
Spese per uno galione pertegnire
in Adda, de navaroli tanto per
uno mese:
Primo. Per lo comitale 107
Item, paroni duy108
•
Item, Magistro uno da nave
paghe 2 libre 16 soldi- dinari
ท 3 " 24 ת
•
Item, Bombardero uno.
Item, Navaroli 72 a fiorini 5 per uno.
"
ท
ท
9
9 "
" 12
12
416 4
แ
"
Somma libre 475 soldi 4 dinari
Perarmaredesopra perdefendere
el fiumede Adda tanto:
Balestreri La fiorini vi per uno .
Homini armati xxx a fiorini vi ut supra
libre 480 soldi
dinari
" 288 "- ท
Somma per uno Galione libre 1243 soldi 4 dinari
492 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Per quatro gattiper usareinAd
da, voleno al manco linfrascripto
ordine: per caduno gatto.
Primo. Uno comitale
. paghe 2 libre 16 soldi
Item. Uno parone.
Item. Navaroli xx.
Item. Magistro da nave
"
112 »
"
"
12 "
160 "
dinari--
>
9 " 12 "
Somma per quatro gatti libre 790 soldi 8 dinari
Per quatro redeguardi per usare
ut supra, ut infra:
Primo. Uno comitale.
Item. Uno parone.
Item. Nauaroli x .
paghe 2 libre
"
1½ "
Somma per quatro redeguardi libre 432 soldi
Summa summarum per tutte le spese
de Adda per uno Galione: quatro
Gatti: quatro Redeguardi per uno
mese
16 soldi
12
2
"
80
dinari
"
"
dinari
libre 2465 soldi 12 dinari
Per l'antescripta spesa et provixione de Adda, a mi Phylippo de
Eustachio,109 pare più presto de fare la infrascripta provisione, per
manco spesa et più secreteza, cum mazore difesa et reputatione.
Primo. Fra il ponte de Lodi et quello de Pizighetone, tenire tre
Galioni al modo et ordine infrascripto, perchè farano assay più guardia
et timore alli nimici cum defensione et offensione, che l'ordine ante
scripto: perchè essendo tre galioni in uno, farano assay più difesa
che uno solo et cum menore spesa de combatenti, secundo se inten
derà per l'ordine infrascripto :
Per lo Galione di duy sollari. 110
Per lo comitale, paroni, navaroli, magistro
da nave, bombarderi,como è antescripto :
ogni mese
Per lo armamento basta in tutto, es
sendo accompagnato ut supra et in
fra. Balestreri xxx, homini armati xx
libre 475 soldi
" 480 "
dinari
Da riportare somma libre 955 soldi 4 dinari
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
493
Riporto somma libre 955 soldi 4 dinari
item per duy Galioncelli de uno solaro
percaduno:
Uno comitale .
"
19
per due paroni
per uno Bombardero
per uno Magistro da naue
per Nauaroli xxxiiij .
per Balestreri et homini armati xx
"
"
"
•
"
"
16
24 "
"
9
9
272
192
"
"
"
"
"
12
12
"
"
"
Somma libre 1478 soldi 8 dinari
La somma deun altro Galioncello cum
uno sollaro
Per nna Barbota 111
per tre burgelli 112 da piscatore,
per transcorrere, homini iij per
Burgello, monta fiorini xx per
caduno, che fanno in somma fio
rini lx .
"
"
"
523
197
96
64
"
4
12
Somma ogni mese libre 2295 soldi 4 dinari
Provixione da fare da Lodi in suxo : per Adda.
De presenti non pare a mi Phylippo, provedere no tenire spesa al
cuna, perchè essendo Giaradadda tutta nostra, non bisogna dubitare:
ma per più secureza et per obstare ad ogni caso fortuito, dico che
a Lodi se tegnano tre redeguardi spaldati 143 et tre barbote, o sia
gatti : et che de li navaroli de Lodi non se ne adoperi alcuno in lo
antescripto ordine: acciò quando pure bisogna, sieno in ordine per
montare sopradicti gatti, et redeguardi: et obstare dal dicto ponte de
Lode in suxo.
Item dal loco donde stariano dicti tre galioni, cio è da Lodi in suxo,
dreto la ripa de Adda de verso noy, per fino ad Pizighitone, gli sia
misso le scolte, cum li casotti tanto spessi che luno olda la voce de
laltro: in modo che luna voce cum l'altra in uno momento fariano in
tendere a li dicti galioni, quanto sarà bisogno; non dubita dicto Phy
lippo che servando ditto ordine, et sentano li inimici dicti galioni in
Adda, ardiscano de butare ponte alcuno,ne passare de Lode in zoxo.
Provisione perfino al numero de galioni xxv apti ad offendere, non
gliene essendo se non xv che fuossino sufficienti ad damnificare el com
pagno: perchè li spaldi de li altri picinini sono tanto bassi, chel ter
494 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
reno è mazore et superchia dicti spaldi, unde dicti galioni picinini sa
riano una spesa frustatoria a condurli in alcuno loco, salvo se ne
potria condure fino a tre; perchè se la Signoria de Venetiamandasse
qualche naviglio basso, como sono barche, fuste et galee, che quelli
tre per più agilità andariano inanzi a l'altra che li seguitarieno. Unde
è necessario ad volere compire per fino al numero de xxv, ne siano
facto octo : perchè uno de li dicti xv già se è sortito in Adda.
La spesa andarà ad fare li dicti octo galioni, dagando la signoria
sua le rovere et ulmi necessarij, o nel barco. 114 o in piasentina,
comomeglio parera ad sua signoria. Costerano ad farla così de grosso,
pure se andaria sottiligiando la spesa in modo che costerieno inanzi
manco che più, aspaldati, libre 1150 per caduno : fanno in somma
tutti octo
Adcarcare et impexare li soprascripti xv et viij ga
lioni, che sono xxiij cum la spesa de vararli in
aqua: li va così de grosso ut supra libre 300 per
caduno
Ad ingabiare et fare le gabie cum le sartie , li
bre 100 per galione
.
Per supplire per fare reme, che manchano per dicti
galioni
Per corderie cio è anzane, prese da ferro. 115 et caue,
cauestrelli. 116 et cetera, libre 100 pro ut supra
Adcarcare, et impexare li cinque Galionipicinini, cio
è li duy per Adda et li tre per supplire al numero
de li xxv per caduno libre 150 ut supra
.
libre 9200 soldi
6900
2300
"
800
4
" 2300 "
750
250 "
Somma libre 22500soldi
"
Per corderie libre 50 per caduno
"
Spesa per armare li suprascripti xxv Galioni
ut supra.
Primo. Che sarano Galioni xvij grandi, alli quali an
derà sottosopra, no se po dire il justo, ma se li dà
approssimativo, paghe 80 de navaroli; fra come,
paroni, bombarderi, magistri da navi et Gabieri,
acomputo de libre viij il mese et per pagha, in
somma libre 640 per ogniGalione,somma perxvij libre 10880 soldi
Per armare li antedicti XVIj Galioni: de Balestrieri
et homini armati gli va fra balestre et schioppi
CLX, et homini armati LX che fanno ccxx, libre VIIJ----
ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
soldi xıJ per homo, per uno mese; somma per
495
tutti xvis et per uno mese, libre i mila cxIJ . libre 35904 soldi
Per armare tre galioni de un altra sorte fra com. li
paroni, bombarderi, magistri de nave et navaroli,
paghe70a computodelibre vusperpagha; somma
per unoGalione libre DLX,per tutti tre per uno mese
" 1680 "
Per armare ditti tre Galioni de balestreri et homini
armati, gli va balestreri cxx et homini armati L,
che farano CLXX a computo de fiorini vs per pa
gha, monta per uno Galione libre 1632 per tutti
tre per uno mese tanto
Per armare duy Galioni da duy sollari fra com.e, li
paroni, magistro da nave, navaroli, gabieri: per
uno mese libre 475 l'uno; tutti duy
•
Per armare dicti galioni de balestreri et homini
armati; per uno mese, paghe 100 per caduno : che
farano per duy, paghe 200 a fiorini 6 per pagha
Per armare tre Galionzelli, per supplimento de li xxv,
per com.i li paroni, navaroli, bombarderi etmagistri
danave, sottosoprapaghe 44 a computode fiorini 5
per pagha, per uno Galione, monta libre 352, per
tutti tre per uno mese tanto
.
Per armare li suprascripti tre Galioni, homini
armati et balestreri 30 per caduno a fiorini vi,
monta libre 288 per tutti tre, per uno mese
1
• •
4896
"
950 "
" 1920 "
" 1056 ແ
" 864 "
Sommario del armamento de sotto et de sopra.
La spesa de li navaroli, de li xvu galioni grandi. libre 10880 soldi
La spesa di navaroli di tre Galioni
La spesa di navaroli di duy Galioni da duy sollari
La spesa di navaroli di tre Galioncelli
ແ
1680 "
" 950
" 1056 "
“
Somma di navaroli per larmamento de sotto. libre 14566 soldi
La spesa del armamento de sopra de li xvis galioni
grandi--
libre 35904 soldi
La spesa del armamento ut sopra di tre
La spesa ut supra di duy da duy sollari
La spesa ut supra per li tre Galioncelli .
4896 "
ท
.
4
1920 "
864 "
Somma per larmamento de sopra. libre 43584 soldi
Larmamento de sotto
" 14566 "
Summa summarum de sotto et de sopra. libre 58150 "
496 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
NOTE.
102 Terra oltre Lodi, sulla sinistra dell'Adda.
103 Suquesta sorta di navi non mi è stato possibile di trovare alcuna indieazione.
Dal contesto del documento appare solo che la portata del Redeguardo era unquinto
circa di quella del Galione.
104 Erano navi di non grande portata che avevano il ponte coperto di grosse pelli
naturali a difesa dei combattenti. Verosimilmente presero origine dai più antichi Gatti,
nome col quale gli italiani designavano la Vigna e la Testuggine arietaria dei Ro
mani. Ora tale vocabolo è rimasto ad una forma di nave mercantile usata dalle po
polazioni nordiche del Baltico.
105Brignano.
106 Robecco sull' Oglio.
107 Il comito o comitale era propriamente il comandante dell' equipaggio; qui pare
sia considerato come capitano della nave.
108 Nocchieri o timonieri; probabilmente dal veneziano paron, padrone di nave, od
anche dal vernacolo para, pala, timone di barca.
109 Vedi la nota 2 a pagina 448.
110 Grossa galea o nave a due ponti.
411 Sinonimo di Gatto (vedi la nota 104).
112 Piccolo battello peschereccio.
113 Muniti di parapetto.
11" Parco: forse quello di Pavia, creato da Galeazzo II Visconti e che racchiudeva
estesi ed annosi boschi: il suo muro di cinta girava circa 23 chilometri. Fu campo
della battaglia di Pavia del 1525.
145 Le áncore.
116 Funi o corde, grosse e sottili.
Χ.
Mediolani, die primo Januarii 1473.
Ricordano insuper li prefacti Signori che quando paresse per me
gliore ellectione al nostro Ill. Sig. de non venire personalmente cum
lo exercito per essere fuorse la megliore parte per la importantia de
la persona sua che qualche volta potriano achadere di casi che non
saria inconveniente de mettere a scotto et in sul tavoliero lo exercito
come qualche periculo che sono cose che non si possono sempre fare
ad Salvum me fac quia dubius est eventus belli et mettere la persona
de sua Excellentia in dubio o periculo alcuno saria sempre inconve
niente che in essa pendunt leges et prophete et però non è da com
metterla non solum ne le cose che havessono qualche dubio, ma quo
dam modo ne le secure et certe non saria da resguardarla et però
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
497
concludono quando soa Excellentia facesse questa ellectione la quale
laudano grandemente che per dare reputatione a la impresa et havere
poi commodità de consultare le cose occurenti, maxime quelle chel
tempo non li corresse. La persona de soa Celsitudine sempre douesse
secundare l'exercito et ne la prima uscita andare ad Cassano poi che
se mettono prima insieme le gente d'arme li vicine et poy che lo exer
cito se conducesse in quello de Crema venirsene a Lodi, et quando
passasse Oglio, andare a Soncino et deinde ad Cremona, secundo lo
transito farà dicto exercito et procedendo quello più ultra passando el
mentio et sua Celsitudine volesse uscire de le terre sue,distendersi fino
ad Mantoua et più ultra secundo li progressi di quello, et in somma
concludono che non si pò errare, sempre secundare lo exercito più
vicino ad quello che sia possibile, la quale cosa sarà de grandissimo
favore et proficto a la dicta impresa.
ΧΙ.
Mediolani, die antedicto.
El nostro Ill. Sig. domanda ad voi, Ill. Sig. d. Marchexe et voy altri
signori el parere de caduno de voy, quale sia meglio, douendo fare
impresa deliberatamente contra Venetiani o farla fra el termine di
questi sette anni che dura la lega che hanno cum la Maestà del Re
Ferdinando, per la quale gli è obligato ad soccorrerli de persone sei
milia ouero diferire perfin che sia finita, perchè poy la sua Maestà
fuorse sarà infavore de la sua Excellentia, ma almanco sarà neutrale.
Item, concludendosi de diferire,dimanda se la obbligatione che è ra
sonata de fare per mezo de la prefata Maestà del Re de assecurare
l'uno l'altro, cioè la Excellentia soa Venetiani ed è contra de non of
fendere l'uno l'altro durante el termino predicto de sette anni se debbe
far vel ne.
Se risponde a le sopradicte dimande per lo Ill. Sig. d. Marchexe et
primo a la prima parte che'l parere di sua Sig. è che sia meglio dif
ferire per fin che sia finita la lega che ha la Maestà del Re cum Ve
netiani perchè le cose del nostro Ill. Sig. saranno in molto megliore
conditione per molti respecti, sì per mancare Venetiani del favore de
le genti et de la reputatione de la lega de la Maestà del Re, sì per
sperare de tirarlo ai favori suoy o almanco essere certo de non ha
verlo contra. Le quale cose sono ad grandissimo favore de soa Excel
lentia et a detrimento del'inimici. Et cossì tutte le altre qualità et con
498 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
ditioni dessa stano in megliorare et augumentare, et dove se presup
poneva, stantibus terminis, quando anche questa impresa se facesse
durante la lega stessa che soa Excellentia fuosse superiore,se pò met
tereper constante che adjungendo queste conditione in favore de quella
si possa dare la victoria indubitata, et nele cose dubie se debbe sempre
elegere la parte più secura.
Alla secunda parte de fare la obligatione, есс.
El parere de sua Sig. è che'l sia molto meglio stare in soa libertà
che ligato, che essendo libero sarà sempre in arbitrio, quando li ac
cadesse opportunità, de fare et de lassare, et essendo obbligato non
potria senza carico et cum provocarsi più la Maestà del Re et potria
accadere de le cose che non saria mai contento, trovando se obligato,
et che nonfa vedere cheguadagno nè che fructo si possa fare, nè ad
che se possa servire questa obbligatione, che volendo giudicare in su
le cose possibile, saria difficile perchè sono infinite, judicando su le ve
risimile per quello che consta ad soa Sig. non ne trova alcuna, perchè
li parrà che questa tale obligatione possa essere se non dannosa alla
prefata soa Excellentia per essere certo de questo, che quantunque la
Maestà del Re et le altre potentie de Italia non fosseno contente che
alcuno havesse più che quello che se habbia,nondimanco ad ciascuno
despiaceria che la grandeza de Venetiani che del prefato Sig. nostro
et per consequens non lo consentiriano et per respondere tacite que
stioni maxime per el motivo che fece soa Excellentia che potriano ac
cadere de le cose che saria malcontento che dicta obligatione non
stesse, dice non poterne pensare alcuna verisimile per le ragione già
dicte se già qualche cosa non fosse nel pecto de soa Excellentia, che
ad la soa Sig. non fosse nota, et su quello che non intende, non può
fare iudicio. Restali solum la compiacenza de la Maestà del Re, la
quale, se persuade che non debia volere astringere soa Excellentia ad
cosa alcuna cum damno et vergogna, et quando ben se li neghi que
sto mostrandosi cum tante rasone che'l non se debba fare la Maestà
soa non lo debbe hauere niente molesto, nè mutare proposito, nè va
riare niente de la soa bona dispositione et obligatione che'l ha col pre
fato Ill. Sig. nostro, et però conclude che'l sia melio stare in libertà
per essere sempre in soa dispositione de pigliare quello partito che li
parerà cossi infra'l termine de sette anni como poi el termine, et in
questo mezo potrà intendere la dispositione de le potentie de Italia et
fora de Italia et ad che camino andarano. Adiungendo questo che, per
promessa che se havesse da Venetiani, quando la opportunità li acca
desse, non stariano de seguirla senza respecto alcuno, come se è visto
per l'experientie passate, et da credere non è che per questi septe
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
499
anni per cosa che non accadesse in loro favore o del turco o d'altra
prosperità sieno in tale conditione che siano apti ad moversi contra la
prefata Excellentia, maxime che movendosi non provocati haveria soa
Excellentia in favore la Maestà del Re et li Fiorentini per la obliga
tione della liga particulare. Adunque non ha soa Excellentia a dubi
tare de loro in caso alcuno, et però non li bisogna soaobligatione, et
essere soa Excellentia obligata li pò nocere in molte cose, et cossi ser
virli, essendo in libertà. Tutti li altri per diversa verba concorreno in
questa medesima sententia.
XII.
Mediolani, die 11 Januarii 1473.
Altri ordini et provisione necessarie ricordate di novo
per lo nostro Ill. Sig.
Ordinare quattro marescalchi del campo quelli che li saranno al
tempo e che fossero idonei, che non passano cavalli 400 de conducta
per uno.
Item, che li infrascripti sempre alle scorte dove fosse suspetto o pe
riculo doi de loro vadano, cioè le loro persone cum doi soi homini
d'arme cum esse etiam che non toccasse alloro, videlicet:
Sig. de Forli.
Sig. d. Tristano.
Sig. d. Roberto.
Sig. d. Lodovico.
Sig. d. Johan conte.
Sig. Philippo Maria.
D. Bartholomeo di quarteri.
Sig. Sforza Secundo.
M. Johanne de Scipiono.
Sig. Duca de Bari.
Sig. d. Constanzo.
Sig. Aluysi Mons. de Saluzo.
Sig. Boso Sforza.
Sig. Ottaviano. 117
M. Petro Francisco Vesconte.
Item, che sia sempre uno di capi di Collonelli di fanti cum li fanti
che vano alla scorta.
Item, che alle scolte sia sempre uno Capo di squadra per ogni
posta.
Item, che doi di marescalchi del campo vadeno ogni sera ad mettere
le scolte.
Item, che referiscano ogni sera al Sig, sive al Capitaneo generale,
vel al governatore como et dove sono misse.
500 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Item, che alla guardia del campo sia sempre uno conductero supe
riore od quello ad chi tocha guardia o un altro non toccando al con
ductero essa guardia.
Item, quando si mena el cavallo del nostro Ill. Sig. che'l voglia mon
tare se li trovi sempre balestreri xxv ad cavallo cum uno di governa
tori armato como la famiglia.
Item, famigli xxv de la guardia armati ut infra videlicet: panzera,
brazali, arnesi, la corazzina, celata all'arzone, gorgierino, guanti et
zanete. 118
Item, cum la persona del nostro Ill. Sig. non possa andare quando
sarà ad cavallo se non le persone di Principali: cioè signori capitanei
et conductieri officiali et vij Trombetti, non menando altra compagnia
cum loro se non li necessarii per servitio de le persone loro.
Item, che sempre siano in campo Guastatori a suficentia secundo el
bisogno, ma almanco: In omnem eventum sieno guastatori mille de
quali continue ne sieno deputati CCC per logiamento del nostro Ill.
Sig. et Madonna et de le sue stalle alla obedientia de uno suo camerero
et di Maestri de stalla.
Item, che per ordinario el logiamento del nostro Ill. Sig. sia sempre
designato in meso del campo.
Item, che la guardia di nocte al logiamento del nostro Ill. Sig. sia
facta secundo l'ordine per la famiglia et per li fanti.
Item, deputare uno ydoneo et intendente che habbi el carico de par
tire li logiamenti de quelli de casa del nostro Ill. Sig. che saranno
assignati per chi haveva el carico di assignarli generalmente et questo
medesimo habbia el carico de intendere le differentie che occoreranno
1
fra li predicti de casa.
Item, provedere de alcuni paviglioni, trabache, et tende per logia
mento de Ambassatori et altri forestieri, quali el nostro Ill. Sig. vo
lesse honorare.
Item, fare le provisioni necessarie de cavalli et altre cose per con
durre li cantori 119 et la capella in campo cum la sua Excellentia che
saranno circa cavalli Lxx.
NOTE.
117 Fratello del duca Galeazzo Maria. Ebbe parte nella congiura del 1477, ordita
ad abbattere la Reggenza; scoperta la trama fuggì ed affogò nel passaggio dell'Adda.
118
Non aveva che 18 anni.
Lancia manesca leggerissima di legno di frassino, armata in punta di ferro
largo, che adoperavasi rizzandosi dagli arcioni sopra le staffe, scagliandola dall' alto.
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
501
In lingua spagnuola era chiamata Gineta, e nel secolo XVI si armarono con essa i
cavalli leggeri di Spagna, d'onde il nome di gianettarii o gianettieri.
119
.... tenea (il Duca) circha a trenta cantatori oltramontani; honorevol
mente stipendiati da lui: tra questi havea uno per nome Cordiero, al quale dava per
suo stipendio cento ducati il mese (CORIO, Op. cit, anno 1476). L'elenco nominativo
di questi cantori, 33, trovasi a carte 13 del Codice del Palearo (vedi nota 21); tra
essi figura terzo il Cordier.
XIII.
1473, die XV Januarii. In Casali.
Parere et ricordi de lo Ill. Sig. Marchexe de Monferrato
circa le conclusioni antedicte.
Veduto quanto lo Ill. Principe et Excellentissimo Signore Duca Ga
leaz Maria come mio padre honorandissimo per lo Egregio Carlo Ve
sconte,120 suo cancellere, me ha mandato a dire et facto insieme ve
dere in uno libro le consultatione per soa Excellentia, facte cum lo
Ill. Sig. d. Marchexe de Mantova et altri Ill. et. Magn. Sig. et capi
tanei in esso libro nominati, circa lecose in quello distinctamente di
scusse, et concluse. Avvegna fuosse piutosto mio officio in usare sci
lentio solo approbando quanto per tanti et così prudentissimi et experti
signori è stato diffinito. Nondimanco, volendo così in questo como in
ogni altra cosa obedire la prefata Excellentia Ducale dirò alcuna cosa
cum ferma oppinione che dove l'ingegno mio non potrà giungere ven
ghi supplito per quella sincera fede che ho verso la sua Celsitudine.
Ala quale ante omnia rendo infinite gratie che di me habbia.
Et primo dirò quanto al numero de le gente dacavallo et da pede,
quello essere sufficiente ne dum a resistentia, ma a totale confusione
de Venetiani et similmente il danaro essere bastante a dicte genti, e
così per le bombarde et cose necessarie ad quelle essere lo disegno
piutosto grasso che scarso. Vero che ad ogni Bombarda voriano due
Roffianelle per defendere et reparare. Quantum vero tocha al exercito
ordinario per li casi che possono succedere, o castellani dare roche o
conductieri levarse del inimico quando qualche più somma se portasse
saria meglio.
Alla parte se sono da fare duij exerciti o uno:
Non è dubio che nelprimo uscire incampo sempre si vole fare tutto
perchè se smarisca lo inimico et se li toglia la reputatione et essendo
lo innimico assaij inferiore de potentia saràda vedere sel si mette a la
campagne o che partito piglia, et secundo che farà lo innimico ogni
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
33
502 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
cosa sarà da fare perfarli perdere appresso de populi reputatione; et fin
che questo sia facto solo se ha ad tenere uno exercito unito: Quando
che al innimico se fosse tolto la reputatione per haverli levati de cam
pagnaper havere a farecum loro o altramente,parendo sul facto essere
da fare doij exerciti. Alhora se potria dividere la potentia de lo Illu
strissimo Sig. Duca cum fare doij exerciti uno in Bressana l'altro in
Veronese, como meglio fuosse. Il che judicare non se potria se non
secundo el successo se facesse contra innimici: et dicti doij campi es
sendo le cose innimiche prostrate in modo se potessero fare ne segui
rieno infiniti beneficij : Et primo, asaltandosi col armata maritima il
capo, et cum doij exerciti le membra, non havendo più homini Vene
tiani como hanno se li fariaperdere la scrima poijlo exercito in Ve
ronese faria tenere la briglia in mano al Duca de Ferrara, che non
intendendosi la liga, ha cum Venetiani, se sia a offensione o defen
sione di Stati se li daria casone tenire la soa gente ad casa. Le cose
de Parma se renderiano molto secure, che quando da principio se fa
cessero doi exerciti non seguirebbe el dicto effecto, perchè potriano
Venetiani readunare le gente loro et tenerla unita in loco terzo tra
el Bressano et Veronese et forte uniti restariano più potenti che uno
di doij exerciti et cum loro avantagio andare ad trovare qual parte
volesse.
El camino exposto nel libro ad mi non pare sia da tenere, perchè,
pigliando el camino de passare el menzo,noi lassamo drieto alle spalle
lo paese del Ill. Sig. Duca, tutto el Bressano, el Bergamasco, una
gran parte della potentia de Venetiani aptuata ad campegiare nelle
terre de lo Ill. Sig. Duca quando li voltassimo le spalle, ne le provi
sione nel libro ordinate accid bastariano che solum servano alle defese
dele terre et poi se varia el modo del vincere, che per ognuno experto
nel mestiero è stato sempre observato vincere alle spalle del proprio
dominio non lassandosi derietro terra alcuna che nocere li possa, et
vincendo in questa forma se vince cum secureza, et acquistasse do
minio et victualie. Non però laudando el pigliare impresa de torre dove
si havesse ad consumare gran tempo anzi seguire la victoria cum re
putatione et fama et ad questo non obsta lo impedimento del fiume de
Oglio, perchè cum li punti ordinati posti ne li lochi securi sempre se
passaria ed di sua natura una parte del anno se pò guadare, et tale
desegno seguendo ultra il securo vincere, non bisognaria multiplicare
in tanta spesa per fornire li lochi contenuti nel libro et secundo poi
se potesse aggiungere lo innimico in desordine e rompere loro designi
se potria sempre o far doi exerciti o seguire altro desegno secundo
che il seguire de la victoria meglio ce mostraria perchè benchè utile
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
503
sia fare li designi saldi, pur le più utile le cose de la guerra semutano
secundo lo evento.
Questo non per sententia, maper breve recordo pigli quello Ill. Sig.
che vedendo più oppinioni cum sua infinita prudentia potrà elegere
quello migliore li parirà.
Alla parte de li frumenti per dicti exerciti deputando sua Excel
lentia in Cremonese ed Lodesana Commissarij; labundantia che già
molti anni è stata de grani farà che commodamente ad dicti exerciti
se potrà provedere.
Alla parte de l'armata di galioni per le cose de Ferrara saria utile
tenerla apparechiata benchè simile armate vogliono essere favorite
devendo fare frutto cum li exerciti de gente d'arme per terra.
Alla partedi Sig.de Corrigia, Carpi et Mirandola non po salvo gio
vare havere in ogni loco servitori obligati ad soa Excellentia ha
vendo consijderatione se essendo obligati ad altri volessero cum lo
Stato offendere.
Alla parte se lo Ill. Sig. Duca deve personalmente andare in campo
o non, è stato ad compimento resposto ad soa Excellentia et nel vero
nessuno deve presumere recordare che soa Excellentia metta la per
sona in alcuno periculo. Ben è vero che secundare el campo nelle
terre del suo dominio sarà grande favore ed gran discarico ad chi ha
vesse ad governare le cose de soa Excellentia, de governare le cose
cum partecipatione et commandamento de quella.
Alla parte se adesso sia de rompere guerra o differire passati li
septe anni, cum summa prudentia è stato resposto ad questa domanda
per le rasone che se contengono nel libro et nel vero inanti che mo
versi ad guerra uno principe ha da consyderare molte cose, le quale
lasso examinare ad quello Ill. Principe, che tutto per sua infinita pru
dentia cognosce. Ben farò ad soa Excellentia un breve recordo, che
como fa, cossì segua et perseveri che talmente la Maestà del Re Fer
rando et soa Excellentia se uniscano che'l male et bene fra loro sia
comune, che quando cossì sia ultra el perpetuo stabilimento de le cose
loro non haveranno ad temere potentia che viva.
Allaparte se cum Venetiani si habia ad fare lega in questo mezo
è stato prudentemente resposto a soa Excellentia el stare in libertà
è più securo, per le cose che dio, et le fortune potriano disponere:
et per rispondere ad cui uolesse dare qualche carico a sua Ill. Sig.
per le oppressioni che Venetiani riceueno dal turco : Basta che soa
Excellentia ha facto ogni justificatione per lo passato de uolere cum
loro bene vivere et pacificare; ed a questo fine tollerato molte cose.
504 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
NOTE.
190 Le tavole del Litta, alle quali ho rimandato le tante volte il lettore, per le no
tizie biografiche di molti personaggi storici nominati in questi documenti, sono mute
del nome di questo Carlo Visconti, nè di ciò è a darsi soverchia colpa al rimpianto
scrittore, che le omissioni e le inesattezze sono mende inevitabili in tal sorta di lavori.
Non potendo dunque valermi del comodo appoggio alla autorità del Litta, ho tentato
per altre vie di identificare questo personaggio.
Dove e quando nascesse, ignorasi; ma dal testamento di Viviana Visconti (5 aprile
1451) rogato da Lodovico de Cisero, apprendesi che era figlio di Giovanni Carlo, alla
sua volta figlio legittimo di Bernabò. Nel marzo 1473 consta fosse nominato segre
tario ducale, e nel 12 giugno delle stesso anno incaricato di una missione presso il
Consiglio segreto di Milano. Del successivo 17 agosto esiste di lui una lettera pubbli
cata dal conte A. CAVAGNA SANGIULIANI (Studii storici, pag. 39), nella quale rende
esatto e minuto conto della ambascieria della quale era stato incaricato presso Fede
rico III imperatore. Nuove ambasciate gli vennero commesse: presso lo stesso So
vrano ai 19 di marzo del 1474; presso Giovanni Bentivoglio a Bologna nel 1476;
presso il Pontefice nel 1478 ed infine presso il Re di Francia nel 1480. Tutti questi ono
revoli incarichi sono provati da documenti dell'Archivio di Stato di Milano. Non si sa
quando morisse. L' ANGELUCCI (Schioppettieri milanesi, pag. 47), cita una lista di pa
gamenti fatti ad alcuni schioppettieri il 22 agosto 1471 in Pavia da Donatodel Conte
edaun Carlo Visconti, e nella nota a piede della pagina 23 esprime l'opinione che
questi possa essere lo stesso che congiurd col Lampugnano e coll'Olgiato la uccisione
del duca Galeazzo Maria Sforza. Io credo invece che esso possa ritenersi per ilfuturo
segretario ducale, e quindi per lo stesso che è nominato qui, chè il trovarlo con una
data più remota incaricato di un officio militare non implicherebbe contraddizione,
essendo frequenti gli esempii di consiglieri ed oratori degli Sforza che prima di servirli
colla penna e colla parola, li aiutarono colla spada.
Ad ogni modo non mi potrei accostare all'opinione dell'Angelucci, e ciò per la fede
che devo, almeno fino a prove contrarie, a scrittori coevi. Il Corio, famigliare del
Duca e testimonio oculare del fatto, che descrive con tanta passione nei più minuti
particolari, non avrebbe mancato di notare quella qualunque attinenza che l'assassino
potesse avere avuto colla vittima, non fosse altro a maggior titolo di infamia per lui.
Invece nulla di ciò; si limita a dirlo figlio di Lafranco. Il DONATO BOSSI poi (Chronica
Bossiana) va più oltre e gli impugna il cognome stesso: « ... Carolo de magistris
falso se vicecomitem jactante. >>
XIV.
Papie, die XIII Augusti 1473.
Augmento de gente d'arme quando occorresse el bisogno
che facilmente se potria fare.
Li Ill. Fratelli legitimi del nostro Ill. Signore ultra l'altra conducta
de cavalli 600 cav.i 400 che saranno poij cav.i 1000 per cadauno
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Uomini
Cavalli
che sono in summa .
d'arme
505
Squadre
1200 240 8
S. d. Tristano ultra laltra 600 che faranno poy 800 200
S. Sforza secundo ut supra .
S.r Boso Sforza ut supra .
S." Polidorodenovo.121 Obijtdie5 martij мсCCCLXXVI 122
S. Aluyso de Saluzo ultra l'altri 600 che faranno 800
Co. Fratellidi Torelli ut supra .
Co. Pietro dal Verme ultra l'altri 400 che faran
no 600
D. Nicolo da Tolentino ultra l'altri 400 che fa
ranno 550
•
200
•
200
200
200
200
200
150
S. Thomaso daSaluzoultra l'altri200che faranno 300 100
D. Ugo da San Severino ut supra
D. Taliano di pii ut supra
D. Guido rosso ultra l'altri 150 che saranno poy 200
Principe de Salerno ut supra
d. Sigismondo brandolino ut supra
100
100
50
50
40 2
40 2
40 2
40 2
40 2
40 2
40 2
30 1
20 1
20 1
20 1
10 ) 1
50 10
10
•
d. Jo. Francisco poeta ultra l'altri 120 che faranno
poy200
Brandolino da Bagnacavallo ut supra
Antonio rosso ut supra
Ruffino miraldo ut supra .
Thadeo dal vermo ut supra
80
80
80
80
80
16
16
16
16
1
1
16 2
Gasparro da Sessa ut supra.
D. Pietroantonio di attendoli 123
Nicolo da Scipiono 124
Zohanne Zorzo da Lampugnano 125
Hieronimo guasco
Zohanne de la girola 126
Antonio Caracciolo ultra l'altri 30 che faranno poy 60
Borella ut supra .
Zohannepetro del Bergamino127 decessit die xx apri
lis MCCCCLXXV 128
d. Zohanne Jacomo da trivultio 129
Zohanne Francesco palavicino 130
Jacomo rosso de pietro maria 131
d. Alberto vesconte 132
Allevi de casa, videlicet Camareri et Galuppi 133
80
150
100
100
100
100
30
30
60
60
200
200
100
200
16
30 1
20 1
20 1
20 1
20 1
6
6
12
12
1
40 2
40 2
20 1
40 2
Summa 5110 1022 44
506 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
NOTE.
121Altro dei figli naturali del duca Francesco Sforza e protonotaro apostolico. Morì
il 10 marzo 1475 (V. LITTA, Op. cit, Attendolo Sforza, tav. I).
122 La data della morte è di scrittura d'altra mano.
123 È notato acarte 120 del già più volte citato Codice dell'Alifero tra i feudatari
enobili aventi giurisdizione nel Ducato, chiamati a celebrare la commemorazione del
l'intronizzazione del Duca. Era figlio di quel conte Giovanni Attendolo Bolognini Ca
stellano di Pavia, del quale si conservano ben 500 lettere nella Trivulziana. Ebbe in
moglie Eleonora della Mirandola e morì il 3 ottobre del 1492.
124 È quel Nicolò Pallavicino, figlio di Pietro e fratello di Giovanni Giacomo (vedi
nota 16), sempre fedele alla fortuna di casa Sforza, per la quale sagrificò anche la
vita, il 7 agosto 1478, combattendo i ribelli genovesi (V. LITTA, Op. cit. Pallavicino,
tav. XXIX). Si trova notato anche nel solito elenco dell' Alifero a carte 118.
125 Vedasi nuovamente il Codice dell'Alifero a carte 118, nella lista dei chiamati a
celebrare il Natale alla Corte ducale. Si legge anche annoverato tra i capi-squadra
dell' illustrissimo signor Lodovico a carte 19 del Codice, di cui alla nota 21.
126 Si riscontra fra i capi-squadra delle lancie spezzate, alla pagina del solito Co
dice del Palearo.
127 Il suo nome è scritto nell'elenco dei eapi-squadra della famiglia ducale, pure a
carte 19 del Codice, di cui alla nota 21. È pure nominato in una lettera di Francesco
Maria Torelli, Guastalla 1 giugno 1477, alla duchessa Bona, come uno di quelli che
andarono ad intimarglilo sfratto dal dominio ducale in seguito alla sventata con
giura (Archivio di Stato. Sezione storica, Condottieri).
128 Anche questa data di morte è di scrittura d'altra mano.
429 Il Maresciallo. Fu figlio di Antonio e di Francesca Visconti Aicardi. Attenen
domi all' autorità del Rebucco, suo famigliare e biografo, che lo fa nascere nel 1441,
non avrebbe avuto, alla data di questo documento che 32 anni : il suo nome era però
già chiaro per imprese di guerra valorosamente condotte a vantaggio dei proprii
principi, nè la sua fama politica ancora offuscata dall' avere guidate le armi di si
gnore straniero contro la patria (V. RoSMINI, Dell' Istoria di Gian Jacopo Trivulzio
tom. I, pag. 5 e seg ).
110 Si veda per un'ultima volta nel Codice dell' Alifero la lista a carte 120. Era fi
glio di Nicolò (vedi nota 124). Visse lungamente alla Corte sforzesca e morì affogato
nel Lorno (V. LITTA. Op. cit. Pallavicino, tav. XXIX).
181 Fratellodi Guido, di cui alla nota 12 (V. LITTA, Op. cit. Rossi di Parma, ta
vola III).
432 Figliodi Lancelotto e di Isabella di Azzone Visconti, è il capo-stipite del ramo
dei marchesi di Invorio. Si aquistò fama di celebre condottiero ed in benemerenza dei
servigi militari prestatigli, ebbe dal Re di Napoli, nel 1464, l'adozione nella famiglia
d'Aragona e la facoltà di portarne il nome e lo stemma (V. LITTA, Op. cit. Visconti,
tav. XX).
133 Voce vernacola, usata modernamente e per traslato a significare persona di
poco conto; indicava allora gli individui di basso servigio domestico.
1
1
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE STORZESCO 1472-1474.
XV.
Mediolani, die xv Septembris 1473.
507
Ordine di rimettere a cavallo le gentedarme ducali che stanno a di
scretione per li cavalli de le persone loro.
Imprimis la famiglia Ducale
diquali prende el carico el no
stro Ill. S.re de mandarli ad
comprare per chi pareràad soa
Ex. per hoidar 450 a duc. 40
per cavallo
Lanze spezate di quali deb
biono prendere el carico li Go
vernatori di quelle per hoidar.
Questi si de
biono fornire ne
le terre del no
percav.i 450 duc.i 18000 stro Ill. Signore
ne la Marca nel
Reame et in
Piemonte.
600 ad rasone de ducati 40 ut
supra
cav.i 1050 duc.i 42000
Ill. S. Philippomaria Sforza
di che debe pigliare el carico
la soaS. per hoidar 180 a du
cati 30 per cavallo
Ill. S. Duca deBarri ut supra
Ill. S. d. Ludovicomaria Sfor
za ut supra.`.
S. d.Tristano Sforzaut supra
"
"
"
600 " 24000
180 " 5400
180
5400
180 " 5400
" 140
4200
S. Sforza Secundo ut supra " 140 " 4200
S. Polidoro Sforza ut supra "
d.Ugo San Severino ut supra "
cav.i 910 duc.i 27300
S. Boso Sforza ut supra
.
40 " 1200
50 ແ
1500
140
Questi se de
bionofornireper
tutta l'Allama
nia.
4200 Siena etel Di
stricto.
S. Aluysi Monsignore de Sa
luzo ut supra
S. Thomaso da Saluzo ut
supra
cav.i 190 duc.i 5700
"
140
"
Le terre del
4200 Duca di Ferra
ra et Bologna
50 "
1500,col Bolognese.
Darip. summa summarumcav.i 2290 duc.i 79200
508 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
Riporto summa summarumcav.i 2290 duc.i 79200
Co.Pietrodal verme ut supra מ
115 "
3450
Co.Fratelliditorelli ut supra
d. Nicolo da tolentino
d. Taliano di pij
" 140 " 4200
90 แ
Firenze cum
tutto eldistricto.
Roma col pa
2700/trimonio, mari
"
d. Guido rosso
Principe di Salerno
cav.i 350 duc.i 10500
D. Sigismondo Brandolino ut
"
"
supra .
D. Zohanne Francesco poeta "
cav.i 71 duc. 2130
Brandolino da Bagnacavallo
ut ante
Antonio rosso
Ruffino Miraldo
Thadeo dal verme
Gasparro da Sessa.
"
"
ท
"
"
17
50 "
35 "
35 "
1500 tima, campagna
1050 et tutta terrade
1050/Roma.
Per tutta Ro
35 "
1050 magna da Bo
36
36
36
36
36
36
25
1080 logna in là.
"
"
"
"
"
"
Perosa, Castel
1080 lo, Ascisi, Foli
1080/gno, Todi. Spo
1080 leto, Cerreto,
Norsa ettutto el
1080 resto del ducato
Guidaccio da Imola
cav.i 205 duc.i 6150
Summa summarum cav.i 3031duc.i101430
1080 cum Terni et
750,Narni.
XVI.
Viglevani, die VII decembris 1473.
Ordine per condurre artiglierie ultra l'altro carregio
per lo soprascripto exercito ordinato per lo Ill. Sig. nostro.
Primo. Carrette mille da due rote delle quali cinquecento habbiano
a condurre spingarde mille de bronzo sive de ferro, a due spingarde per
caretta cum li suoij fornimenti et cose necessarie.
Le altre cinquecento habiano a condurre organetti de schioppetti
che siano a numero boche 4000, similmente con li fornimenti neces
sarij.
Item, che siano deputati mille homini per el servitio delle stesse ar
teglierie, quali sieno experti et apti ad osservare et exercitare simili
istrumenti et quali cavalchino li cavalli de dicte carrette.
Item, che per la guardia de dicte carrette et artiglierie sieno 500
balestreri de le Langhe134 cum balestre da molinello comune.
ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
509
Item, quando se allogierà lo exercito che de le dicte carrette se
farà uno parco sive serraglio per guardia et difesa de quello, et che
sieno incatenate l'una carretta cum l'altra cum catenate de ferro ben
forte incatenando li timoni cum le code desse carrette et cum tale
modo che non possano essere rotte nè tagliate.
NOTE.
134 Territorio del Piemonte.
XVII.
Mediolani, die XII Augusti 1474.
Ordine d'uno exercito per una stasone.
Signori et Capitanei
de le persone reservato
li duy Marchexi
•
Per homini darme de
famiglia e lanze spezate
Per homini darme di
condottieri
Del S.re d. Marchese
di Mantova
Del S.re Marchese di
Monferrato
D. Antonio Carazolo
Borella
Item Balistrieri da ca
vallo
hoidar. 700 augmento deprov. duc.i 22000
แ
"
"
"
1200 a duc.i 90 in tutto " 108000
1000 a rasone ut supra
100 senza spesa
50 ut supra
28
100 senza spesa
Item provisionati . compagni 2000 aduc.i 6000 el mese
Item perqualchevan
tagio at alcuni
Summa homini de pezzo 5178
"
"
"
"
90000
2520
36000
4000
spesa in tutto duc.i 262520
Vanno detratti ducati XXXVI m. che sono exborsati fino
al presente in questa spesa
Item per le tasse de mesi VIII de le stesse gente las
sando allogiati fermi li ballestrieri a cavallo, li huomini
darme de lo Ill. Sforza secundo, quelli di quattro com
pagni, li conestabili extraordinari et qualche altri che
accade sono restare alli logiamenti restavano
voydi logiamenti per cavalli 8181 el mese.
duc.i 36000
"
32724
Ducati 68724
Restano
" 193796
510 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
XVIII. 185
MCCCCLXXV die XII Martij in Viglevano.
Intrata del ducale dominio verissimilmente mettendo le
tasse de li cavalli per ducati LIIIIm.
duc.i 571000
Spese del ducaledominio segundo la reductione et primo:
per li sallariati computata l'additione facta a li castellani
de le confine per fino apaghe xu
per lo piattello ad Aloyse de petrasancta
per la stalla a Zohanneantonio da Sanctoangelo
per d. Guidoantonio arcimboldo 136 et d. Johanne antonio
cotta137.
per Camereri sey de camera
per la Ill. Madonna Duchessa
per Gotardo panigarola138 per lo vestire del Signore
per Uxellatori
per Canateri ultra l'entrate del barco
per Elemosine et messe
per el ficto del barco e del zardino
per Cantori de la capella
per polvere et profumi
per diverse spese che poteranno accadere
NOTE.
"
"
ท
"
"
"
"
"
"
ท
"
"
51269
10000
6000
300
600
16000
2000
3000
5000
4000
2700
5000
300
4830
438Pensai di trascrivere questo conto delle spese ducali al solo scopo di rendere
completa la pubblicazione del Codicetto. Come ognuno può scorgere esso non è che un
frammento, nel quale non sono neppure notate tutte le spese famigliari. A questo pro
posito, ed a rischio di essere indiscreto, non posso trattenermi dal dare agli studiosi
delle Memorie patrie la buona notizia, che un completo registro delle spese del Du
cato diMilano per l'anno 1476 sarà pubblicato, speriamo in breve, dal conte Giulio
Porro Lambertenghi insieme, e quale appendice, alle lettere del duca Galeazzo Maria
al Panigarola (vedi note 21 e 138), nella miscellanea di Storia italiana. Registro e let
tere sono, come già dissi nella Trivulziana.
496 Figlio di Nicolò e di Orsina Canossa; era fra i principali feudatarii del Ducato.
Qui figura come cameriere ducale. Nel 1488 succedette al rinunziante fratello Giovanni
nell' Arcivescovado di Milano e morì nel 1497. Il monumento marmoreo che vedesi
tuttora nel nostro Duomo, venne eretto ai due fratelli e ad un Giovanni Angelo della
stessa famiglia, che fu pure arcivescovo di Milano nel secolo successivo (V. LITTA,
Op. cit. Arcimboldi, tav. I).
ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
511
437 Potrebbe essere un figlio di Pietro che fu investito del feudo di Valcuvia da
Francesco Sforza nel 1450. Il trovare il suo nome qui appaiato a quello dell'Arcim
boldi, porterebbe a crederlo uno dei camerieri ducali.
138 Maestro di casa e confidente del duca Galeazzo Maria.Appare inqueste qualità
anche nel Codice del Paleari menzionato alla nota 21.
ΧΙΧ.
Sforza secondo da Borgonovo
El Signore Filippo
.
El Duca de Barri
domino Ludovico
El Signor Octaviano
El Signore Boso .
El Signore Tristano
El Conte Pietro dal verme
Conti di torelli
domino Nicolo da tolentino
domino Guido rosso
El Principo de Salerno
•
domino Sigismondo Brandolino
domino Johannefrancesco poeta
Brandolino da bagnacavallo .
Antonio rosso
Ruffino miraldo
Tadeo dal verme
Gasparo da Sessa
domino Antonio Carazzolo
XX.
1
påce
guerra
80 homini darme 100
100
100
“
"
ท
"
"
100
100
100
80
80
70
80
60
21
20
20
16
15
18
20
15
14
26
"
"
"
"
"
"
"
"
100
100
100
100
100
75
114
60
25
25
25
25
25
25
25
25
25
26
Beneficia: quibus affecti fuerunt Veneti a Mediolanensibus vicecomitibus
principibus : Et e contra injuricæ ab eis illatæ, quæ summatim et
breviter perstringuntur.
Bello: quod Genuenses adversus Venetos gessere cum capta Clo
dia urbe classe a Tirrheno in Adriaticum Mare: Longissimo itinero
circuitu deducta. Cum in extremo Veneti periculo oblata ultro dedi
512 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
tione versarentur magnis ab Ill. Bernabove et Galeacio fratribus vice
comitibus copijs commeatibusque sunt sublevati.
Cum nullam adhuc Veneti in terris ditionem haberent sed mani
gatione tantum: et mercatura celebre eorum nomen esset, ab inclijto
Joanne Galeacio primo Mediolanensis Ducatus titulo insignito: Dominis
de Scala, Carrariaque iusta bello superatis, Veronaque ac patavio ur
bibus in deditionem acceptis Tarvisio urbe amicitiæ pignore: ac mo
numento donati sunt.
Veniente in Italiam Sigismondo qui postea Romanorum Imperator
fuit eum valido hunnorum sive hungarorum exercitu adversus Venetos
ut eieetum ex Verona a Venetis Brunorum scalaminsedem reponeret,
præsidio potissimum ac favoribus inclijte Philippi Mariæ Mediol. Du
cis, Carolo et Pandulfo Malatestis ductoribus Veneti sunt defensi ac
ipsius Sigismundi exercitus fusus fugatusque.
Sublato ex humanis Joanne Galeacio primo Mediolanensium Duce,
relictis Joanne Maria ac Philippo Maria adolescentulis sub tutela cla
rissimæ Catherinæ matris rebus Mediolanensis Status ut in tali casu
accidit mutantibus Veneti tot tantorumque beneficiorum immemores ac
regnandi cupiditate accensi. Carrarienses Dominos: quibus invente
ipso Joanne Galeacio Duce ad invadendam pataviam urbem ipsique,
Duce eripiendam tanta secretaque auxilia subministrarant aperto bello
adorti Mox. et Veronam oppugnantes eas tandem urbes iusto: legit
timoque ab ipso Duce Joanne Galeacio titulo possessas longa mise
randaque obsidione oppressas subjugarunt.
Interiecto deinde tempore firmatis Philippi Marie rebus Brixiaque et
Bergomo e faucibus Pandulfi Malatestæ qui post mortem Joannis Ga
leacij Ducis rimaserat receptis profligato antea a Comite Carmagnola
in Brixiensi agro Ludovico firmano cum exercitu in auxilium Pan
dulfo veniente. Cum pacis et societatis foedera Philippo cum Venetis
intercessissent sub quibus secure agebant: amicosque venetos existi
mabat. Quibus insuper in amicitiæ pignus titulum Veronensis urbis
cesserat per fraudem ac proditionem ipsam urbem Brixiam Veneti in
vaserunt: Mox abruptis fœderibus fideque abiurata ipsum Philippum
Mariam aperto bello aggressi.
Insequente vero primo vere: magnis coactis copijs quibus Comes
Franciscus Carmagnola præfectus erat apud Machalodium Brixiensis
agri vicum ipsius Philippi exercitum federunt Remque eius adeo in an
gustum adduxerunt ut iniquas novæ pacis condiciones subire Bergo
mumque urbem cum valle quamnuncupant Sancti Martini quæ Metro
politanæ ecclesiæ Mediol. dicioni subiecta est Venetis cedere. Ac in
super Amadeo Sabaudiæ. Allobrogum Duci: quem adversus Philippum
ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474.
513
in bellum excitaverant Vercellas urbem cum eius dicione relinquere sit
coactus.
Nonmulto post renovato a Venetis bello abruptis etiam pacis foe
deribus validam Triremium leviorum armaturarum quos Galeones
vulgariter nuncupamus classe numerosoque terrestri exercitu compa
rato ipso Carmagnola Duce Cremonam urbem aggressi sunt Arcem
que Sancti Lucæ appellatam per proditionem occuparunt a qua tamen
fede erecti: et mox classis omnis Venetorum ipso Francisco Sfortia
auctore superata ac debellata fuit.
Ducto deinde per Tellinam vallem in Rhetijs Comensibus exercitu
ac nonnullis littoris Comensis lacus Castellis interceptis ipsam etiam
urbem Comum, Mediolani januam et validissimum propugnaculum in
vadere conati sedoccurrente Philippi Ducis exercitu cui Dux Nicolaus
Piccininus pracerat victi superatique sunt.
Apud Soncinum præterea Cremonensis agri oppidum Francisco Sfor
tia tunc Venetorum exercitus Duce PhilippiDucis copias quarum Bor
sius Estensis: et Talianus foroiulianus Ductores erant funditus dele
verunt et omnem fere deinde Cremonensem ditionem ac glaream Ab
due invaserunt: Itaque afflictis Philippi Mariæ Rebus et in maximo
discrimine constitutis : Nicolaus Piccininus cum reliquo exercitu ex
Etruria revocatus; apud Anglare clade ipsa nobilitatum oppidum ipso
in itinere quo ad Philippum properabat ab exercitu Venetorum cui
Michæl atendolus: et Petrus Janus Paulus Ursinus præerant fusus fu
gatusque fuit.
Redintegratis demum Philippi Mariæ viribus cum adversus Venetos
magnis equitum peditumque copijs apud Martinengum agri Bergomen
sis oppidum quod a Venetorum exercitu Francisco Sfortia imperatore
oppugnabatur tota belli moles constitisset et Veneti ipsi obsesso undi
que eorum exercitu ac omnibus commeatibus: præsidijsque destituto
extrema omnia cogitarent eam prese tulit Philippus.
VARIETÀ.
DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE
E DEL
NECROLOGIO CREMONESE.
CODICE ESISTENTE NELL'ARCHIVIO CAPITOLARE
DI CREMΟΝΑ.
:
Dalla Biografia Cremonese del Lancetti (art. Bianchi Isidoro)
apprendiamo che il Codice Capitolare fu già descritto da quel
celebre nostro concittadino, che fu l'abbate Isidoro Bianchi, e che
tale lavoro, cui poche pagine soltanto occorrevano a ridurlo a
compimento, si custodisce manoscritto presso la Biblioteca Am
brosiana.
Anche la semplice cognizione di ciò basterebbe, a no
stro avviso, a mostrare l'importanza del Codice, la quale mag
giormente si affaccia quando si rileva dal Bianchi che fu citato
dal Galesini, dai Bollandisti, da mons. Calisto Marini, dall' Arisi
e dallo Zaccaria, e più recentemente lo si vede citato dal San
clementi e ricordato dal Robolotti. È a meravigliare, perciò, che
il Giorgi, il quale pubblicò la lezione migliore del Martirologio
d'Adone, nè pur facesse cenno del nostro esemplare, cui diggià
rendevano autorevole le citazioni indicate e l'età sua, in allora
di sopra cinque secoli e mezzo, e contemporaneamente a due dei
tre codici che il Giorgi stesso usò per l'opra sua. E veramente
è a deplorare una tale ommissione, imperciocchè, se l'afferma
zione del Bianchi merita fede, l'esemplare cremonese è anche mi
gliore dei tre codici vaticani, a cui s'attenne il Giorgi. La quale
bontà noi vorremmo attribuire allo scopo di pietà, in cui s'affi
sava prete Alberto, quando pro remissione peccatorum suorum
et pro remedio animae suae suisque expensis hoc presens martiro
:
TIROLOGIO DI ADONE ecc.in Cremona .
zener
DOO
Forrbtografka A Daße Cruce Yur
Disegni di miniature esistenti r
by grafa &Bewa Crore
DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC.
515
logium in secretario conservandum ad honorem Sanctae Mariae
majoris cremonensis ecclesiae, leta devotione incepit, quod mox sine
ulia interpolatione cura sollicita laudabiliter consumavit. Un tale
scopo mantener doveva la penna di prete Alberto, appieno fedele
al codice cui trascriveva, e che potrebbe conghietturarsi vetustis
simo dal leggersi nel suo esemplare al principio d'ogni mese' tre
versi, relativi ai giorni egiziaci, identici a quelli che il Muratori
lesse nel Calendario Sitoniano, e riportò a pag. 1023 e segg. della
parte II, tom. II. Rer. Ital. Script. Senza di che, veramente al
tempo di prete Alberto si custodiva nel tesoro della Cattedrale
di Cremona un martyrologium vetus, siccome è indicato da una
nota del 1201, della quale diremo più avanti. Così quella stessa
pietà che donò il suo riso celeste ai volti effigiati dal Beato An
gelico, avrebbe donato al codice cremonese il pregio della fedeltà
ad un codice vetustissimo e d'ottima lezione, presentando oggi
ancora bella occasione di lode a chi imprendesse a migliorare
l'opera del Giorgi, confrontandola accuratamente col lavoro di
prete Alberto.
Il qual prete Alberto, adunque, donò alla Cattedrale di Cremo
na, cui era addetto, il Martirologio in discorso da lui cominciato
a scrivere, giusta la memoria ch'ei ne lasciò sulla prima facciata
del codice, l'ultimo anno di papa Alessandro III, concorrendo
inoltre il ventesimosesto dell'impero di Federico, ed il decimo
terzo del vescovado di Offredo, quanto dire " ante diem IV kal.
junii anni MCLXXX „ (SANCLEMENTI, Series Episcoporum Cremonen
sium, pag. 97), e, aggiungiam noi, dopo il 18 giugno dello stesso
anno. Lo compiva poi innanzi il settembre, dicendo la memoria
della prima facciata del codice, che correva tuttora l'anno 1181
ab incarnatione colla indizione XIII. Vi ebbe così impiegato meno
che sessantaquattro giorni, per modo ch'egli potè affermare con
tutta verità di averlo " mox sine ulla interpolatione cura solli
cita
"
condotto a fine. Se anche mancasse una si autentica di
chiarazione di prete Alberto, il Martirologio racchiuderebbe, a
nostro avviso, sufficienti dati, pur non toccando dei paleografici,
per riconoscerlo scritto dopo il 1174 ed innanzi il 1197. Infatti,
al 18 giugno, riferendo alcuni miracoli dovuti all'intercessione di
S. Imerio, lo scrittore li dice avvenuti " nostris quoque tempori
bus domino Offredo presidente in catedra pontificali ... », cioè
516
VARIETÀ.
fra il 29 maggio 1168 ed il 10 agosto 1185, anni del vescovado
di Offredo. Avvennero poi realmente nel 1174, secondo nella sua
Storia di Cremona, a tale anno, narra il Campi 1174 .......
“
"
"
operò anche il Signore di molti miracoli alcorpo di S. Imerio.
Ancora nel Martirologio, in margine al giorno 23 agosto, è una
postilla di carattere diverso da quello del testo, ma della stessa
età, la qual postilla ricorda la ricognizione delle reliquie di S. Ar
chelao, fattasi con solennissime feste nel 1196, sotto il vescovo
Sicardo, siccome anche è narrato dal Campi. Avrebbe taciuto un
tale fatto lo scrittore del Martirologio, se già fosse accaduto, os
sia, se esso non avesse scritto avanti il 1196 ? Ma v'ha di più.
Lo scrittore del Martirologio dedicò due buone pagine aS. Imerio
patrono di Cremona, e neppur nomino S. Omobono, il quale na
tivo di Cremona,nefu, dopo canonizzato, assunto in patrono prin
cipale. Soltanto lo ricorda ai 13 novembre, ricorrenza della sua
festività, una meschina postilla nel ristretto margine interno, di
scrittura diversa da quella del testo, benchè apparisca dello stesso
tempo. Avrebbe lo scrittore del Martirologio distesa una speciale
enon breve narrazione intorno al secondo patrono, e taciutodel
principale, s'egli non avesse scritto avanti il 1197 anno in cui
Omobono fu innalzato all'onor degli altari?
Il Bianchi riconobbe in prete Alberto lo scrittore ed il dona
tore dell'intero codice, cioè, così del Martirologio che ne costi
tuisce la prima parte, come del Necrologio cremonese, che ne co
stituisce la seconda. Egli si attenne giustamente, oltrecchè alla
dichiarazione già indicata, alla iscrizione seguente, la quale nel
Necrologio si legge sotto il 29 aprile:
PRESBITER HIC MORITUR ALBERTUS NOMINE DICTUS
CUJUS IN HAC AULA VITA BENIGNA FUIT. MCCVIII.
QUI DEDIT HUIC ECCLESIAE IV JUGERA TERRAE ET LIBRUM ISTUM
ET DUO ANTIPHONARIA.
Anche senza quest'iscrizione l'attento osservatore sarebbe con
dotto ad attribuire ad una sola persona ambo le parti del co
dice, avvegnachè affatto uguali ne siano il formato, la pergamena
ed il carattere più antico, ed in entrambe si riscontri la parti
colarità del Pridie Non. scritto alla romana: II. Non. Ha inol
tre il Necrologio alcune minutezze istoriche, che non potevano
DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC.
517
inserirvisi che da uno scrittore contemporaneo alle persone a cui
si riferiscono, e precisamente al tempo di prete Alberto. Eppure
il Dragoni, scrittore che alla fiducia in lui posta da storicisommi
usò corrispondere coll'inganno, volle far credere che il Necrologio
fosse opera di un Oddone Sommo, passato di vita nel 1270, se
condo una iscrizione che quegli non mostrò nell'originale, ma
solo ripetè al Robolotti. Questi la riportava ne' suoi Documenti
storici e letterarii di Cremona, frutto di lunghe, pazienti e dispen
diose ricerche, a cui il veleno delle notizie dragoniane non basta
toglier valore di guida per i futuri scrittori delle cose cremonesi.
L'iscrizione così dice:
MCCLXX. HIC OBIIT DE SUMMO PIUS ARCHIPRESBITER ODDO
QUI MENHOLOGIUM SCRIPSIT ET EULOGIUM
DECRETI DOCTOR SAPIENS SCHOLISTA
VIVERE DUM SPERAT ET MINIATOR ERAT;
senonchè essa è stata scritta sul Necrologio dal Dragoni istesso,
come al carattere niente affatto medioevale,ma invece tutto tutto
dragoniano può riconoscersi al solo primo sguardo che vi si getti
sopra. Rivendicato così a prete Alberto la paternità anche del
Necrologio, or ci piace esporre come noi crediamo che gli anni
di sua vita sieno stati oltre i settantaquattro. Ad un atto del24
dicembre 1159, ora custodito presso il Museo patriodi Cremona,
fra gli altri membri del Capitolo intervenne prete Alberto, e con
alcuni di essi vi appose la propria firma. Se nel 1159 Alberto era
già prete, esso doveva allora trovarsi almeno in sui venticinque
anni, ai quali aggiungendo i quarantanove che trascorsero fino al
1208, apparisce chiaro ch'egli alla sua morte aver dovea passati
i settantaquattro anni. Che poi il prete Alberto del 1159 fosse
lo stesso scrittore del Codice, lo crederemmo congetturabile prin
cipalmente: 1.º dalla convenienza che l'età nella quale egli pro
remedio animae suae scrisse il Codice, fosse tale in cui ed i casti
pensieri della morte cominciassero a farglisi più serii e frequenti,
ed al tempo stesso egli avesse la mano ancora si franca ed at
tiva da potere, nelle ore libere di men che sessantaquattro giorni,
compiere un codice grosso e d'ampio formato; 2.° dal vedere nel
Necrologio ricordati con iscrizioni di carattere di prete Alberto
diversi Alberti, e cioè: albertus de comaclo, comes albertus ed al
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
34
518
VARIETÀ.
bertus patavinus, i quali avendo un cognome, non possono con
fondersi col presbiter albertus dell'atto del 1159, mentre di sem
plici presbiter albertus non viè ricordato che il solo,di cui l'iscri
zione surriferita.
Il sesto del codice è l' in folio, e ciò, attesa la certezza istorica
che esso fu scritto nel 1181, potrebbe, a nostro avviso, toglier
forza a quell'affermazione di Tommaso Gar, la quale attribuisce
ad un tal sesto età non anteriore al secoloXIII(T. GAR, Lezioni
di bibliol ), tanto più che ci ricorda non essere il codice cre
monese esempio unico dell'in folio nel secolo XII quel superbo
codice greco in foglio di quasi tutte le opere di S. Gian Griso
stomo, scritto con gran diligenza non più tardi certo del seco
lo XII, il quale conservasi nella insigne Biblioteca elettorale di
Baviera (BIANCONI, Lettere 4 al March. Hercolani). Le dimen
sioni del codice cremonese sono di millimetri trecento otto in
altezza , duecentoventicinque in larghezza e trentacinque circa
in profondità. L'altezza e la larghezza però in origine erano al
cun poco maggiori, imperciocchè la tosatura dei margini vi fu
estesa fino a far scomparire in qualche luogo in parte ed anche
affatto i richiami, verificandosi così di questi ciò che il Quantin
scrisse a proposito delle segnature," que souvent des relieurs igno
rants les ont rognées pour donner au volume la forme qui leur
plaisait. (QUANTIN, Dictionnaire de diplomat. chret., Signature). Il
codice è tutto di pergamena sottile ed in buono stato, sebbene
qua e là vi sieno delle lacerazioni, quali fatte ad arte, anche con
oggetto tagliente, per impadronirsi di qualche miniatura, quali
invece prodotte verisimilmente da negligenza nello sfogliarlo, men
tre serviva per la Chiesa. È debito di chi descrive accennare al
l'attenzione posta da chi ordinò la legatura, ed alla diligenza di
chi la eseguiva, affinchè in tai luoghi la pergamena riuscisse re
dintegrata lodevolmente. Infatti l'inserzione di nuovi brani mem
branacei riusci così bene, che se non fosse la freschezza del loro
colore, al solo tatto mal si potrebbe accorgersene; in altri luoghi
poi le parti stracciate furono riaccostate a menda a punto a mo
sca con filo di canape, in modo che lascia appieno scoperte le
lettere, fra le quali il filo stesso cammina.
Delle due faccie d'ogni foglio una è tutta brizzolata di puntini
neri delle radici delpelo, sicchè apparisce fosca,ed è piuttosto ru
DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC.
519
vida; l'altra, tuttochè morbida al tatto, ha ben pocodi quel nitore,
di quella lucentezza perlacea,che in certi codici sono un incanto.
Però la foschezza che vi si è sostituita, insieme a quel tantin di
sudicio che vi si vede, specialmente all'angolo inferiore del margine
esterno, fa nuova fede dell'antichità del codice e del molto uso
fattosene. Lo scritto è in una sola colonna di dimensioni costanti,
divisa in ventiquattro righe equidistanti; il posto delle quali, ugual
mente che quello della colonna, è segnato con rette tracciate collo
stile e soltanto sulla facciata punteggiata. Al principio di riga i ca
ratteri muovono uniformemente dal limite della colonna, perchè
piacciono allo sguardo per la bella armonia con cui seguono quella
linea del margine; laddove all'altro limite della colonna l'insieme
dei loro punti di confine forma una linea tutt'altro che retta, una
spezzata che pur mostrando volersi staccare il meno possibile dal
confine tra il margine e la colonna, piega maggiormente ora verso
questa, ora verso quello. Sul margine esterno, oltre allalinea che lo
separa dalla colonna dello scritto, sono segnate sempre collo stile
tre linee verticali, distanti l'una dall'altra circa otto millimetri,
costituendo quasi altrettante colonne esili, delle quali la più vi
cina a quella dello scritto serve per le lettere dominicali, l'altra
che le vien dietro per i numeri d'oro,le cui cifre però talora in
vadono anche l'ultima colonna. Questa, veramente, parrebbe che
fosse destinata per l'indicazione dei giorni egiziaci, quando que
sti cadessero contemporaneamente a qualche numero d'oro, sic
come si vede al primo d'agosto; se non che le altre volte quel
l'indicazione è scritta senza norma costante, occupando ora più
d'una colonnetta, ed ora anche invadendo, oltre a queste, il mar
gine. Sul margine interno una verticale, discosta un cinque mil
limetri dalla colonna dello scritto, segna lo spazio destinato per
le lettere dominicali di quei giorni soltanto, dei quali è incomin
ciato scrivere nella pagina a destra del lettore; per modo che
lo spazio di riscontro sull'altra pagina rimane sempre vuoto, ec
cetto da quello del primo agosto, dove il numero d'oro è ripetuto.
Il codice ha quattrocento pagine, delle quali le prime trecen
toventotto formano il Martirologio, e le residue settantadue il
Necrologio cremonese. Sono tutte d'un'età, salvo alcuni fogli (pa
gine 327, 328, 329, 330, 331, e 332) insertivi nell'ultima le
gatura del codice, e due pergamene ab antico interfogliate nel
520
VARIETÀ.
Necrologio, la prima dopo il 19 kal. febr., la seconda dopo le none
d'agosto. I fogli più antichi son raccolti in quaternioni con un
sol binione, e sono disposti in modo che, aprendo il codice, le pa
gine che si presentano sono entrambe o di quelle brizzolate, ru
vide e rigate, o di quelle altre morbide men fosche enon rigate.
Il solo Martirologio ha segnature e richiami, andandone affatto
privo il Necrologio. Le segnature, scritte in lettere gotiche ma
juscole dentro un picciolo quadrato dai lati un po' concavi verso
il suo interno, sono proprio nel bel mezzo del margine inferiore,
il che porrebbe il nostro codice accanto a quello dei Benedettini
Cavesi, del quale il Gar noto che a cagione della sua segnatura
in calce a metà pagina, si allontana dall' uso generale dopo il se
colo X, di porla a destra in angolo. I richiami sono a perpendi
colo sotto la segnatura, rasentano il lembo del margine e son
scritti in gotico minuscolo. Come già notammo, il ferro del lega
tore ne raffilò via il maggior numero, imperciocchè due soli se
ne veggano interi, quelli associati alle segnatureKed L, i tre sotto
la G, H, Isieno mezzo raffilati, e per ultimo, di quello sotto la
segnatura P non siasi salvato che il superiore uncino della f fi
nale della parola vices, nessun segno sopravanzando degli altri.
Gli inchiostri adoperati nel codice sono il celeste, il rosso ed il
nero. Nel Martirologio il celeste è usato per i numeri d'oro, per
le lettere dominicali, toltane l'A che è sempre in rosso, per le
lettere della segnatura; per la seconda, la quarta e la sesta pa
rola, e per l'iniziale della prima nella iscrizione dei giorni dicia
scunmese edella luna, peres.: " Januarius habet dies XXXI. Luna
XXX;,„ per la sigla Kindicante le calende in ciascun mese, e
qualche rara volta per la iniziale della narrazione intorno ad uno
o più Santi, la qual lettera d'ordinario è in rosso. Vi è usato il
rosso, oltre i luoghi già accennati, in ogni linea dispari della
prima pagina, nella indicazione degli anni passati dalla Creazione
alla Incarnazione di Nostro Signore, nelle lettere iniziali del
primo e del terzoverso, relativi aigiorni egiziacid'ogni mese, nella
indicazione di ognuno degli stessi giorni egiziaci, per i termini
delle feste mobili, per le quattro linee che racchiudono la segna
tura, per le antifone, scritte in margine della settimana prece
dente alla vigilia del Santo Natale, e da ultimo per undici po
stille. Tutto il rimanente del Martirologio è scritto in nero. Nel
DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC.
521
Necrologio sono scritte in celeste: le lettere dominicali, toltane
l'A che è sempre in rosso; la sigla delle calende al primo di
gennajo, benchè il suo disegno sia in parte rosso. Son scritti in
rosso: la numerazione alla romana dei singoli giorni; il primo
verso, almeno, di ognuna delle iscrizioni in poesia, di carattere
di prete Alberto; molte altre iscrizioni, quando per intero, quando
soltanto una linea si, una linea no; e finalmente nell'ultima pa
gina del codice la prima riga, la terza, la quinta, laventesima
quarta e la ventesimaquinta, le altre essendo scritte, quali metà
rosso e metà nero, quali solo nero. Il nero è adoperato nelrima
nente del Necrologio.
Due specie di caratteri si vedono usati nel Martirologio: il go
ticomajuscolo edil semigotico minuscolo. Il goticomajuscolo spicca
nelle lettere inizialidi tutti i versi relativi aigiorni egiziaci; quasi
sempre nella intera indicazione di questi giorni e sempre in quella
dei giorni d'ogni mese e dellaluna; nellelettere dominicali; nella
numerazione alla romana dei singoli giorni; nella lettera iniziale
della parola, da cui incomincia la narrazione intorno a qualche
Santo; nei termini delle feste mobili e nelle lettere della segna
tura; il restante è scritto in semigotico minuscolo. La vocale i
non porta accento che quando è accanto ad altra i; l'ae è scritto
sotto la forma di un semplice e uncinato inferiormente; le vo
cali o ed a unite formano nesso come le oe, le de ebe. I numeri
nel Martirologio son tutti scritti alla romana; nel Necrologio, in
vece, altri sono alla romana, altri distesamente in lettere, e quat
tro solamente in cifre arabiche. Le pagine del Martirologio sono
numerizzate all'araba, ma le cifre, alla forma, appariscono di età
non lontana dal nostro tempo. La interpunzione è rappresentata
nel Martirologio: per la virgolae pel punto e virgola daun segno
comune, un punto con sopra una picciola curva dagli estremi ri
volti inferiormente; per il punto, dal semplice punto, a cui, inol
tre, fa seguito scritta in gotico la lettera inizialedel periodo suc
cessivo. Quando in fin di linea un vocabolo rimane incompiuto, di
fianco alla sua prima parte c'è una lineetta,che movendo dal basso
ascende obliquamente a destra. L'ortografia si trova offesa in
solempnitas per solemnitas, scilentium per silentium, aput per apud,
L'epoca più antica scritta con cifre arabiche è il 1382.
522
VARIETÀ.
ed in altre storpiature consimili, che tuttavia non impediscono
la pronta cognizione dell'idea volutasi con tali voci significare.
Nel Martirologio al principio di ogni mese si trovava una minia
tura; di esse, cinque furono lacerate via. Le sette che ancora vi
son rimaste , rappresentano, secondo il costume ricordato dal Ci
brario, " ...... faccende della vita rusticana..... il mietere, il pi
giar delle uve e lo scannar de' porci ..... „. (CIBR., Econ. polit.
del Medio Evo, libro 2º, cap. VII). Il febbrajo ha un contadino
che attende afare lapuntaad un palo di vite; il marzo una figura
dai capelli sollevati intorno al capo, al modo dei raggi solari, la
quale s'infuria a soffiare entro due corni che tiene alla bocca, ri
volti uno a destra, uno a sinistra; il giugno ha un contadino in
atto di falciare, il settembre uno che vendemmia, l'ottobre unal
tro che abbacchia sui rami d'una quercia, intanto che due ma
jali con ingorde canne corrono alle ghiande che ne cadono; il
novembre ha un tale che attende a sparare un porco, ed il di
cembre ha un uomo seduto e signorilmente vestito, il quale pare
stia per recidere il collo ad un volatile. Se queste miniature fos
sero state vedute dall' Hammer, forse l'avrebbero rattenuto dal
l'immaginare che i bassorilievi del pronao della Cattedrale di Cre
mona alludessero a dottrine mitriache, e se ugualmente le avesse
vedute l'Odorici, pella sua confutazione dell' Hammer avrebbe in
esse trovato nuovo argomento favorevole, avvegnachè la età loro
fosse tanto vicina a quella attribuibile al bassorilievo, da potersi
conghietturare che prete Alberto od il suo Martirologio ispirasse
allo scultore l'idea di quel bassorilievo ; quando non si sapesse
che in Italia, oltre che sul Battistero di S. Giovanni di Firenze e
sulla fronte di S. Zeno in Verona, i dodici mesi dell'anno, al
l'aprirsi del secolo XIII, furono lavorati di scultura a tondo ri
lievo anche sopra archi di porta di chiese in Arezzo ed in Bo
logna (VASARI, Vita d' Arnolfo di Lapo). Le miniature del nostro
codice se vanno sfornite di quei pregi, a cagion de' quali ridevano
le carte dell'Oderigi e di Franco da Bologna, potrebbero giovare
almeno alla storia dell'arte ed a quella del vestimento nel dodi
cesimo secolo. Quanto alla storia dell'arte, gli intelligenti, alla
maniera del disegno, all' andamento de' capegli e delle barbe, al
•Veggansene il disegno a contorni nella tavola annesssa.
DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC.
523
taglio delle vesti, a certe minutezze singolari, potrebbero forse
conoscere che in queste miniature nulla vi è di greco, che tutto
v'è italico e nuovo, e che perciò quella autottonia che il Lanzi
scoperse nei dipinti più antichi della scuola cremonese, debbesi nelle
sue origini attribuire ai nostri miniatori del secolo XII, a quella
guisa che al Lanzi stesso parve di dover attribuire in parte ai
miniatori di Bologna l'autottonia di quella scuola pittorica.
In origine il Martirologio portava di fianco al XV kal. d'ogni
mese il segno relativo dello zodiaco; ora invece per le lacerazioni
eseguitevi non vi si vedono che le figure del leone, la vergine, la
libra, lo scorpione, il sagittario ed il capricorno. La figura dei
pesci si tento di farla scomparire, non per via di lacerazione, ma
per rasura; questa però non impedisce che dalla pergamena im
bevuta dell' inchiostro usato per i contorni del disegno, traspari
sca quanto basta per riconoscervi il segno zodiacale. Il codice,
passato per le mani del canonico Dragoni, il quale, secondo una
iscrizione di suopugno, lo ricuperò e ridusse nella forma presente
a proprie spese, dovette ripagargli caramente queste spese mede
sime col lasciarsi da lui una volta nel Martirologio e diverse nel
”
Necrologio interpolare. L'interpolazione del Martirologio consiste
in una postilla in margine esterno della pagina 119, di fianco al
giorno III Id. Junii, in cui è accennato il natale di S. Barnaba.
Essa è di sole sei lineole di carattere abbastanza minuto, e dice:
Hic in urbe Cremona Jesu Xti Evangelium primus praedicavit
et ecclesiae nostrae fundamenta fecit: ejus maxilla in ecclesia
"
majori veneratur. „ Il Dragoni volendo e per diritto e per torto
sostenere che la Chiesa Cremonese ebbe per fondatore S. Bar
naba, credette ottima per il suo scopo anche una testimonianza
del Martirologio, la quale se veramente non c'era, ben si poteva
farvela comparire. Pensato, fatto ; ed egli, scarabocchiato con quelle
sei linee il codice, stampa nella sua Storia eccles. Cremon., pag. 106
del volume primo, l'intera postilla dicendola fatta forse da quel
l'Oddo Sommi, al quale attribui anche, con quanta verità e for
tuna più sopra il vedemmo, il Necrologio cremonese. Ma anche
nella postilla il Dragoni s'è tradito alla scrittura, che davvero
non si scosta d'un pelo dalle caratteristiche della sua, e che
inoltre mai e poimai potrebbe ritenersi del secolo decimoterzo,
avendo sugli i non già l'accento, ma il punto,il quale, per es
524
VARIETÀ.
sere segnato collo stesso inchiostro delle lettere, non lascia a chi
volesse difendere l'antichità della postilla l'appiglio di dirlo ap
posto in epoca posteriore.
Come per chiusa di questi cenni intorno al Martirologio, ci
piace ora di qui trascrivere la narrazione relativa a S. Imerio,
della quale più sopra toccammo e che non abbiamo trovata nel
Giorgi:
« XIIII. Kal. Jul. Cremonae festivitas beatissimi patris nostri Ymerii
episcopi et confessoris, qui ex abrutia urbe genitus a primevo etatis
curriculo, litterarum scientia, vita et moribus sufficienter eruditus, puro
corde et casto corpore sanctorum loca ubicumque terrarum visitabat.
Quamdam etiam maris insulam introiens, solitariam et heremiticam
elegit conversationem. Ibi pia devotione famulans domino agresti tan
tummodo sustentabatur cibario. In vigiliis, jejuniis et orationibus per
vigil et assiduus, celestia tantum meditabatur. Contigit interea epi
scopum civitatis meliae concessisse nature. Quo sepulto ut decet epi
scopum, beatus ymerius ductus a spiritu sancto ingressus est urbem
suo orbatam episcopo; tunc illius urbis cives illi obviam concurrentes
licet invitum et reclamantem, ipsum unanimiter elegerunt episcopum,
et quasi una voce clamabant: Hic noster erit presul. Demum vero
quamvis se clamaret indignum, invitus tamen pontificale suscepit ve
xillum. Quo in loco electus a domino vivens evo grandevus deo fide
lis dispensator et prudens, quem super familiam suam constituerat
dominus, in elemosinis pernimium erat sollicitus, mellifluus in predi
catione, severus et humilis in correctione. Dum autem tali vita beatus
frueretur ymerius, obitum sibi presensit imminere Sancti Spiritus reve
latione, et vale dicens fratribus, subito susceptum est ab angelis in
sinu habrae. Sepultus autem cum magno decore in arca lignea in
sancti flaviani ecclesia. Procedente vero tempore, scilicet temporibus
ottonis majoris imperatoris, a quodam cremonensi episcopo nomine
luizo concessione miliensi episcopo translatus est cremonam et in ma
jori ecclesia decenter sepulture traditus, quo in loco innumeris cla
ruit miaculorum signis atque virtutibus. Nam temporibus odelrici sub
sequentis episcopi, quidam cubicularius ejusdem presulis missionem
vovit criptam construere in sancti patris honore, suae tantummodo sa
lutis causa. Qua decenter expleta, qui detinebatur vinculo infirmitatis
factum est compos statim pristinae sanitatis. Quidam etiam utroque lu
mine cecus, cupiens sancti virtutibus illuminari, dum oratione sedula
ante sacrum beati ymerii altare Christi prestolaretur misericordiam,
linfa cadens de situla in missarum celebratione preparata, stillavit in
DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC.
525
facie ceci. Et sic qui fuerat cecus, fit sumpto lumine letus. Preterea
tali fama ubique diutius divulgata, ex muneribus undique collatis pre
cepit prenominatus antistes argenteam fabricari tabulam, auro gemmis
que decoratam, ante sancti patris altare ponendam. Quotiens anno
ponderabatur argentum, ut sciretur cujus esset quantitatis, libra pon
derata geminabatur usque ad tabule perfectionem. Nostris quoque tem
poribus domino Offredo presidente in cathedra pontificali, cujusdam
mulieris manus in brixianis partibus, quia fuit inobediens precipienti
sibi viro ut festum sancti ymerii imminens tota devotione celebraret,
mirifice exaruit. Veniente autem octava prefatae solempnitatis, uterque
festinat ad beati ymerii limina, et ceream manum ejus altario tota de
votione offerentes, summa festinatione impetrant implorata. Vix enim
voto adimpleto manus erigitur, et recta extenditur, et extensa more so
lito clauditur et aperitur. Multis etiam videntibus, cujusdam alterius
puellae pluribus cognitae manus contracta misericorditer aperitur, et
puerulus ab annis prioribus lumine privatus illuminatur. »
Il Necrologio contiene dugentoquarantacinque iscrizioni di sa
cerdoti cremonesi, addetti la maggior parte alla Cattedrale, e di
altre persone che alla Cattedrale fecero lasciti per beneficio della
loro anima. Centosei soltanto van fornite dell'anno, in cui seguiva
la morte della persona che commemorano, il quale è scritto alla
romana in due del secolo duodecimo, in quarantatrè del secolo
decimoterzo, in sedici del secolo decimoquarto, in ventitrè del se
colo decimoquinto ed in tre del decimosesto; è scritto distesa
menteinlettere in sette iscrizioni del secolo decimoterzo,in cinque
del decimoquarto, in tre del decimoquinto; ed in cifre arabiche
in due del secolo decimoquarto ed in altrettante del secolo se
guente. Il Lancetti,nel più volte citato articolo della suaBiografia
Cremonese, riferisce che il Bianchi nella sua descrizione di questo
codice, lasciò scritto che il Necrologio arriva fino all'anno 1414.
Noi crediamo che, verisimilmente, nel manoscritto del Bianchi, se
non forse anche in quello del Lancetti, si troverà scritto l'anno
1514 e non il 1414, e che quest'ultimo sia dovuto soltanto ad
un errore o del tipografo o del Lancetti. Questo per la ragione
che il Necrologio ha delle iscrizioni non poche con anno poste
riore al 1414, e con caratteri che non permettono di dubitare
della loro contemporaneità alla data medesima; al tempo istesso
L'anno più antico scritto alla romana è il 1195, e quello in cifre arabiche il 1382.
526
VARIETÀ.
che l'anno più recente che apparisca scritto esattamente è il1514.
Abbiamo scritto : esattamente, perchè posteriore anche al 1514 può
interpretarsi l'anno di una iscrizione che leggesi al XVII Kal. Aug.
Esso è scritto: M.V.XXVIJ, ma i caratteri della iscrizione sono
assolutamente del secolo decimosesto, siccome anche a tale epoca
alludono i fatti espostivi, di preferenza che al 1032, secondo la
diversa interpretazione che potrebbe farsi di quel numero. Sa
rebbe a ritenersi che lo scrittore con quel primo v. dopo laM
abbia voluto raffigurare la sigla del numero cinquecento, sicchè
l'anno dovesse leggersi: 1527. Il Dragoni stesso, del quale, seb
bene mariuolo in grado superlativo, vuolsi tuttavia riconoscere che
alcuna volta adoperò rettamente lo studio e l'abilità ch'egli
aveva noncomuni in siffatta natura di studj, interpretò per 1527
il numero M.V.XXVIJ, come apparisce dalla seguente iscrizione, ch'e
gli fece di suo pugno in principio del Necrologio: Necrologium
sanctae Cremonensis Ecclesiae ab anno 1073 ad annum 1527. Come
a lui riuscisse di precisare il primo di questi due anni, il 1073, o
o se mai fosse una sua invenzione, mal sapremmo dimostrarlo;
solo accenneremo che il Bianchi non riferisce dell'anno della iscri
zione, da cui ebbe principio il Necrologio, e che noi colla guida di
documenti autentici e sincroni, esistenti quali presso il Museo pa
trio di Cremona, quali presso l'Archivio parrocchiale di S. Agata
in Cremona, potemmo scoprire qualche notizia intorno a diversi
sacerdoti, la cui iscrizione stesa di pugno di prete Alberto non
porta anno, i quali vissero al principio del dodicesimo secolo.
Il Dragoni, come già accennammo, lordò il Necrologio, scriven
dovi per intero diverse iscrizioni, allargando altre ed altre ancora
rinfrescando nei caratteri, ma in modo che non lascia punto quieti
sulla fedeltà sua alla lezione antica. Sono di tutto suo pugno, oltre
quella di Oddone Sommi, un'iscrizione in versi che loda un tal
canonico Prato da Castell' Arquato, morto nel 1300; una seconda
ugualmente in versi ed ugualmente relativa ad uno da Castell'Ar
quato, certo Grato Porta, morto nel 1256; una terza del 1215; ed
una quarta, la quale si riferisce ad un Giovanni de' Dragoni col
l'anno 1462. Soltanto rinfrescate sembrano tre iscrizioni : una re
lativa ad un Perino de la Rama, senz'anno, altra ad un don Gio
vanni Arnolfi arciprete, coll'anno 1375, e l'altra ad un nobile don
Folchino Schizzi, coll'anno 1387; ma non oseremmo assicurarne
DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC.
527
l'integrità, perchè ci sembra anche che trapeli da esse qualche ca
ratteristica del conio dragoniano.-Tutte quante le iscrizioni del
Necrologio sono in latino, e non poche di esse, così tra le più
antiche, come fra le recenti potrebbero fornire utili notizie sul
prezzo di molti e svariati oggetti nei diversi secoli; avvegnachè
in quelle che fanno memoria di qualche legato, ad una indicazione
dei singoli oggetti legati siegua distinta l'indicazione anche del loro
prezzo. A nostro avviso, è pregevolissima una nota che occupa
l'intera ultima paginadel codice, e riferisce il titolo dei libri che
nel 1201 si custodivano nel tesoro della Cattedrale. Eccone la
trascrizione :
" In nomine sancte et individue trinitatis. Anno dominice incarna
tionis MCCI. Invenimus in thesauris sancte marie majoris cremo
nensis ecclesie. In primis : Magnum librum, librum inquam bibliothece,
in quo continetur pentateucum Moysi, et liber josue, liber judicum,
liber ruth, et quatuor libri regum. Item aliam bibliothecam, in qua
continetur Paralipomenon, Parabole Salomonis, Psalterium, ecclesia
stes, Cantica canticorum, liber sapientie, liber jesu filii..., Isaias, Je
remias, Ezechiel, Daniel et Job et Tobias. Item aliam bibliothecam, in
qua continentur: Judith, Ester, Esdras, libri macha... Actus aposto
lorum, Epistole canonice, Apocalipsis, Epistole pauli IIII evangeliste.
Item duos sermonales, unus ab adventu usque in pasca, alius a pa
sca usque ad adventum. Item duospassionarios : unus incipit a sancta
magdalene, alius a sancto nicolao,Dialogus, Isidorus ethimologiarum.
Item tres antiphonarios diurnos, et tres nocturnos, et tres missales;
liber sermonum in festis sanctorum, duo nabla in choro, Capitulare,
Epistulare, et evangelium, duo ordines, Scrutinium, IIII parvos evan
gelistas, Giselbertum super psalterium, Casiodorum super psalterium,
tria nabla intercisa , Omelias agustini super johannem, Registrum
gregorianum , xv omelie gregorii, Commentum super matheum, Com
mentum super johannem, Glosarium Borcardum, liber prophetarum,
duo libri ad letanias. Istoria tripertita. Corpus canonum. Istoria ro
mana, liber in quo continentur actus apostolorum ...
evangelistarum, Ezechiel, Offitium Sancti michaelis, Ecclesiasticus ,
Martyrologium vetus, Agustinus super Genesin, super Ezechiel, Ex
...
Codex
positio Johannis, Gemma anime, Passiones sanctorum, liber ecclesia
stici offitii , Amelarius, Epistole Jeronimi, Expositio epistolarum se
cundummanegaldum. Et alie glose secundum alium super eas epistolas,
liber in quo continentur
........
et quedam epistole de ........ Je
ronimus super xu prophetas ........ super lucam. Item Jeronimus su
528
VARIETÀ.
per ysayam, Passiones sanctorum, liber in quo continetur pars exodi,
et epistole canonice et cantica canticorum et ecclesiastes, tres libri mo
ralium super Job, Missale portatile, Regule sanctorum patrum, Ser
mones sancti bernardi super cantica, super matheum,Johannem........ ?
yeronimus super pentatheucum mose, super matheum, psalterium, ye
ronimus super marcum, yeronimus super ysayam et danielem
yeremie, summa johannis, job ..... libri moysi in une volumine qui
........
fuerunt federici. "
A questo punto la nota è troncata, essendo stato lavato via
lo scritto, forse per l'opera infelice di un tal Bartolomeo, il quale
voleva far sapere agli osservatori futuri del codice, che nel 1458
egli era converso della Cattedrale, e portava i libri in sacristia,
come dice una iscrizione in gotico:
แ
MCCCCL8
1458 die ..... aprilis Bartolomeus conversus hujus
ecclesie qui portabat libros in sacrastia. »
Questa iscrizione occupa il posto di quattro.linee dello scritto, di
tre delle quali si scorge qualche tracciaspuntar fuori da quelle lette
re chevi furon sostituite. Continua poscia lanotadeltenore seguente:
4 s... super lucam et super ysaiam, qui libri fuerunt presbiteri am
brosi........ Item novum testamentum glosatum in uno volumine et
Xu prophetas...................... tos in uno volumine qui fuerunt do
mini frederici. „
E qui finisce la pagina, colla quale, a nostro avviso, finiva an
che la nota. Gli scritti da questa indicati bastavano, secondo que'
tempi, a costituire una biblioteca cospicua; ed a conoscere il pre
gio in che la si aveva, non si ha che a considerare che si custo
diva fra le cose più preziose, in thesauris, della Cattedrale. Ando
successivamente arricchendosi , anche per via di donazioni, tre
delle quali, oltre quella già ricordata di preteAlberto, si son fatte
conoscere dalle seguenti inscrizioni del Necrologio :
« A. D. 1215. Sycardus cremonensis episcopus requievit a la
boribus suis, cujus beneficio habemus crucem sanctam, et corpus sancti
homoboni et brachium sancti maximi episcopi et confessoris et duo
candelabra magna. Item unum librum quod dicitur mitrale. Egregius
juris utriusque doctor dominus antonius de schiciis qui donavit sa
DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC.
529
crastie ecclesie nostre duos bonos libros, videlicet speculum et psalte
rium bene glosatum, ambos in cartis membranis. 1437. 1442. die 18
januarii. Obiit dominus Gabriel de pritellis Archipresbiter Ecclesie
majoris Cremonensis. Et reliquit sacristie Ecclesie predicte calices
duos cum patenis de argento deauratos, et ambo sunt valoris ducato
rum 13. Item dimisit dicte sacristie Missale unum continuum secun
dum curiam Romanam manu ipsius scriptum et miniatum,et est valoris
ducatorum 30. Item duo volumina antiphonariarum a nocte valoris du
catorum 50. Item psalterium unum valoris ducatorum 30. Item Isidorus
ethimologiarum valoris ducatorum sex. Item prima..... sancti thome
valoris ducatorum 5. Item Jacobus de voragine de festivitatibus san
ctorum valoris ducatorum 2. Item Jacobus de voragine de ope qua
dragesimali valoris ducati unius. Item libelos duos predicabiles valoris
ducati unius. Item Manuale valoris ducatorum 30. Et est sepultus in
dicta ecclesia in avello lapideo prope portam confessionum versus ca
nonicam. Pro quo domini canonici tenentur omni anno facere Anniver
sarium. Cujus Anima Requiescat In Pace. Amen.
Oggi però di tanta ricchezza nulla più rimane al Capitolo, da
questo codice in fuori, avendo il suoArchivio, già ricercato e lo
datissimo dal Muratori, subito la stessa sorte di rapina e disper
sione toccata alle insigni biblioteche cremonesi dei Romitani e dei
Predicatori, la prima delle quali custodiva reliquie inedite e pre
ziosissime della letteratura italiana all'età di Dante, e l'altra da
ben ottomila codici.
La legaturadel codice capitolare, eseguita nel 1819, nulla of
fre che sia degno di speciale osservazione. È in tutta pelle dal
color naturale, e per tutto ornamento delle coperte ha due fregi
dorati semplicissimi, i quali ne rasentano quasi i lembi, formando
due rettangoli contenuti l'uno nell'altro, e di qualche centimetro
soltanto meno alti e meno larghi delle coperte istesse. Il dorso è
da fregi dorati diviso in sette compartimenti, dei quali il primo,
il terzo, il quinto ed il sesto, movendo dall'alto, sono di puro
ornamento; gli altri, invece, sono occupati da altrettanti cartelli
di pelle rossa ed uguali d'altezza i due superiori; verde, e di essi
meno alto il terzo, portando ognuno una leggenda in carattere
majuscolo romano, sopra due linee, la quale sul cartello inferiore
dice : MSS. MCLXXXI., su quello di mezzo: NECROLOGIVM
CREMONENSE, e sull'altro: MARTYROLOGIVM ADONIS. II
davanti e le testate sono raffilati, nè hanno altro colore che il
530
VARIETÀ.
fosco e poco pulito della pergamena antica e passata per tante
mani. La guardia è di carta a fondo rosso, divisa verticalmente
da tante linee nere discoste l'una dall'altra un quattro millimetri
circa, orizzontalmente da un maggior numero di lineole bianche,
lunghe mezzo centimetro. I quaderni son cuciti attorno a nove
correggiuole con un forte filo bianco, al quale è intrecciato nelle
catenelle un filo di seta di colore tra il canella e l'arancio, in
modo da sembrare alternate una catenella di filo bianco ad una
di seta. Alle catenelle non è sovrapposto capitello. Una busta
di carta verde spruzzata, portante due cartelli di pelle rossa colla
leggenda: Necrologium cremonense l'uno, il superiore, e MSS.
1181, l'altro, forma la custodia del codice.
GIOJE DI LODOVICO IL MORO
DUCA DI MILANO
MESSE A PEGNO.
Afar seguito alla dotta illustrazione, che il marchese Gerolamo
d'Adda diede di un suo bellissimo codicetto miniato (V. Archivio
Storico Lombardo, anno I, 1874, pag. 25), nel quale si enume
rano le orificerie donate da Lodovico Maria Sforza al Convento
di S. Maria delle Grazie in Milano, e che poco tempo dopo
vennero dallo stesso duca richieste per riscattarsi dalla prigionia,
credonon sarà privo d'interesse il pubblicare la nota manoscritta
e sincrona, che rinvenni in un codice miscellaneo della mia bi
blioteca, e che contiene l'elenco dei giojelli impegnati dal duca,
sempre allo scopo di far danari per sovvenire alle spese della
guerra e del proprio riscatto.
Mi è poi d'uopo avvertire qui come fino dall'anno 1863 il si
gnor Eugenio Piot nel suo Cabinet de l'Amateur (II. serie, Les
artistes milanais, pag. 20) abbia dato una nota di giojelli impe
gnati da Lodovico ilMoro, togliendola da undocumento, del quale
non dà altra indicazione che la qualifica di acte trop court. I quat
tro giojelli citati dal Piot si trovano pure in questo mio elenco
con identicadescrizione e con eguale valutazione, esono quelli che
ho segnati coll' asterisco.
G. G. TRIVULZIO.
GIOJE DI LODOVICO IL MORO.
ZOJE IMPEGNATE CHE ERINO DE LO
ILL.MO SIGNOR DUCA LODOvrco, videlicet :
El Zoyello chiamato il Lupo con
undiamante grosso e tre perlepen
531
In mano de messer Zoanne de
Beolcho per ducati seimille
denti de carrati 10 luna estimato
ducati:
Duc. 12000.
* El Balasso chiamato el Spico
estimato ducati venticinquemille
Duc. 25000.
El Zoyello cum la insegna de la
Moraglia con un smeraldo tavola,
undiamante et una perla pendente
estimato
Duc. 4000.
El Zoyello conlainsegnadel Ar
cho con un diamante, uno rubino,
unsmeraldo et una perla pendente
milla
de carati 18 estimato ducati due
Duc. 2000.
El Zoyello chiamato el buratto
con due spinelle ducati 1000, un
diamante ducati 2000, una perla
pendente de carrati 20 estimata
ducati 4000, estimato ogni cosa
ducati settemille
Duc. 7000.
* ElRubino grosso conlainsegna
del Caduceo de carrati 33 con una
perla de carrati 24 estimato ducati
venticinquemilla
Duc. 25000.
* La ponta grossa de diamante
estimata ducati venticinquemilla
Duc. 25000.
El Balasso chiamato el marone
pesa onze 1, den. 2, gr. 21, esti
mato ducati decemilla
Duc. 10000.
El Zoyello chiamato la Sempre
viva pesa onze 1, den. 17, gr. 10,
estimato ducati 2000, lo balasso
Duc. 6000.
In mano del suprascripto mes
ser Zoanne per ducati dodicimila
d'oro in oro
Duc. 12000.
In mano del Generale de li Hu
miliati per ducati duemille
Duc. 2000.
In mano de messer Ambrosio
Mantegazo Datiaroper ducati qua
tromilla
Duc. 4000.
In mano del soprascripto Am
brosio.
In mano del conte Zo. Antonio
de la Somalia per ducati seymilla
Duc. 6000.
In mano de messer Francesco
da Roma per
Duc. 5000.
Potria esser in mano de Monsi
gnor Ascanio.
In mano de Aloisino de La
tuada per ducati tremilacinque
cento
Duc. 3500.
532
VARIETÀ.
et tre diamanti ducati cinquemila
Duc. 7000.
El Balasso cum la effigie de lo
illustrissimo Sig. Duca Ludovico
estimato
Duc. 1000.
L'anello de Balasso pesa dena
ri 5 estimato ducati mille
Duc. 1000.
cento
Diamanti due ligati per portar
in fronte estimati ducati cinque
Duc. 500.
Gorzarini dui d'oro smaltati a la
Franzese.
Colana una doro de fili suptili.
In mano de Zo. Pietro da So
lerio in Como per ducati mille
Duc. 1000.
In mano de Franceschin Ma
giolini per ducati mille
Duc. 1000.
In mano de Messer Battista Ve
sconte l'uno per ducati 1297.40,
computati quelli sonno annotati al
cunto delle perle.
In mano de messer Francesco
da Casna l'altro.
Inmano del suprascripto mes
ser Francesco.
PERLE IMPEGNATE videlicet:
Primo. Maza una de perle n. 31,
de carati 8 luna, pesano onze 1,
den. 16, gr. 18; valeno luna ducati
cento, in summa
Duc. 3100.
De le contrascripte inmano de
messer Battista Vesconti n. 16, a
di 5 marzo 1500, per duc. 1297,40
Duc. 1297,40.
In mano de Zo. Pietro Porro
n. 15 adi soprascripto, sopra quali
imsieme com alcune altre perle,
como inquesto se vederà, ha im
prestato ducati 1580.
Maza una de perle n. 40 de ca
rati 611, l'una, pesano onze 1, de
nari 23, gr. 12, valeno luna du
cati 60, in summa ducati duemille
seycentoquaranta
Duc. 2640.
Maza unaperle n. 180, de cara
ti5 1/3, pesano onze 6, denari 16,
valeno luna sottosopra ducati 40, in
summa ducati settemilleduecento
Duc. 1580.
De le contrascripte: In mano
de messer Francesco Bernardino
Vesconte n. 22 adi 5 marzo 1500
per
Duc. 297.
In mano di messer Francesco
Marliano n. 20, adi soprascripto
per
Duc. 387,40.
De le contrascripte in mano del
generale de li humiliati adi 6 mar
zo 1500, n. 30 per ducati 788,40
Duc. 788,40.
GIOJE DI LODOVICO IL MORO.
Duc. 7200.
533
Inmano deAmbrosio Mantega
zo n. 30 per pegno sopra li ducati
4000, computate laltre zoye anno
tate a la partita sua. Duc. 4000.
In mano de Aloysino da La
tuada n. 30 per pegno de du
cati 740
A messer Percival Vesconte
Duc. 740.
n. 30 per pegno de ducati 400
Duc. 400.
ASebastiano e Zo.AngeloMes
saglia con Antonio da Cantono
n. 30 sopra dui pristini, et per
arme date ad Borgognoni per
Duc. 1200.
AFrancesco Coyro et France
sco Ferraro thexaureri de la mo
nitione n. 30 per ducati 700
Duc. 700.
Maza una de perle n. 100 de In mano de Zo. Pietro Porro
carati 4 luna, pesa onze 2, den. 18, in la summa descripta in questo
valeno luna ducati 15, in summa de
ducati 1500
Duc. 1580.
Duc. 1500.
Maza una de perle n. 100 de
carrati 3 1/6 pesano onze 2, de
nari 5, valeno luna ducati 8, in
summa
Duc. 800.
Maza una deperle n. 50 de ca
rati 31/2 luna, pesano onze 1, de
nari 6, valeno luna ducati 10 in
summa
Duc. 500.
Maza una de perle n. 50 de ca
rati 2, gr. 3 luna, pesano den. 221/21
valeno luna ducati 8 in summa
Duc. 400.
Maza una de perle n. 160de ca
rati 31/, luna, pesano onze 3 de
nari 15, valeno ducati 12 luna, in
summa ducati 1920
Duc. 1920..
Maza una de perle n. 100 de
carati 2 luna, pesano onze 1, de
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
In mano de Ambrogio Crivello
per li Pagnani per ducati 1200
Duc. 1200.
35
534
VARIETÀ.
nari 10, valeno luna ducati 3 in
summa
Duc. 300.
Maza una de perle n. 160 de
carati 31/5 luna, pesano onze 3,
denari 13, valeno luna ducati 10
in summa
Duc. 1600.
Maza una de perle n. 40 de ca
rati 44/, luna, pesano onze 1, de
nari 15, valeno ducati 16 luna in.
summa ducati 640
Duc. 640.
Maza una de perle n. 70 de ca
In mano de Aloysino de La
tuada per ducati.......
In mano de messer Francesco
rati 2, gr. 31/3, pesano onze 1, de- de Latuada con alchune altre cose
nari 6, valeno luna ducati 8 in per
summa ducati 560
Duc. 560.
Perla una grossa de carati 10
gr. 1, vale ducati 200 Duc. 200.
Perle 2 de carati 6 luna, valeno
duc. 50 luna, ducati 100 Duc. 100.
* La perla grossa pesa con l'oro
denari 6, gr. 9, vale ducati 10000
Duc. 10000.
Duc. 1000.
In mano del Fra Ghyringhello
per conto de Messer Battista Ve
sconte per ducati 300 Duc. 300.
In mano de Jochari messere
Francesco da Roma o de Monsi
gnor Ascanio per ducati 5000
Duc. 5000.
CREDITORI
DELLA
DUCHESSA BIANCA MARIA SFORZA
Un volumetto cartaceo del nostro grande Archivio contiene un
elenco di crediti verso la fu duchessa di Milano Bianca Maria Vi
sconte. L'elenco sembra compilato poco dopo la di lei morte, av
venuta nell'anno 1469. Pensammo di far cosa non inutile nè in
grata a darne un estratto, in quanto concerne artefici ed altre
persone meritevoli di speciale considerazione, aggiungendovi, ove
ne cadde il destro, qualche nota dichiarativa:
" YHUS. "
Residuum creditorum Ill.me q. felicis memorie d. d. Blanchem.
olim ducisse mediolanietc. causamutui gratis et causa robarum da
CREDITORI DELLA DUCHESSA BIANCA MARIA VISCONTI.
535
tarum et causa expensarum factarum,et etiam causamutui super
pignoribus restitutis, quibus nullum ponitur interesse, sed solum
ponitur pro capitali suo, et etiam aliis causis ut infra, videlicet :
1. Jacobus Cipellus pro resto espensarum ca
stri cremonae
:
2. Baptista de Vicomercato
L. 1700
"
3. Magister Johannes de molgora pro resto
creditorum designatorum
4. Filipus de bononia rechamator pro
5. Johannis imperialis pro expensis
6. Mafeus de clivate aurifex pro resto.
7. Dionixius de sexto aurifex pro resto
8. Zanetus pinctor pro resto
9. David de la mana aurifex in Cremona
10. Donatus litta rechamator pro papio (pa
piliono seu padiliono?).
Creditores Pauperiores.
19
"
"
"
"
"
"
11. Magister Zohane de mazi fratello di Al
bertino de mazi.
12. Bartolameo de magnagho rechamatore
13. Georgio mantegazo aurefice
14. Steffano di Gorgonzola m. de testate
"
"
"
15. Zaneto de molgora rechamatore (sud
detto)
16. Feliziano da conchorezo aurefice.
17. Marco de Chanzo rechamatore
18. Andrea da Vicomercato aurefice.
19. Costantino da Vaprio pictore .
20. Zuane donato litta rechamatore (sud
detto)
21. Zohan pet. rechamatore.
"
"
"
"
}
"
"
"
"
"
"
"
"
"
39 10
46 15
698 05
200 08
110 00
110
200
60
90 34
80 14
94--
135 173
47 14
194
220
609
13
438 17
1335 6
450--
3069 94
169 18
76 18 3
32 1
350
536
VARIETÀ.
Alii creditores.
22. Francescho Boltega armorero
23. Maestro Zaneto rechamatore (probabil
mente il Molgora suddetto)
24. Donna Isabeta Machasola patera
25. Zohane da Bergamo tesutero
26. Jachomo da Bergamo tesutero
27. Bartolomeo da Cemo
28. Gabriel e Rafael da Vaprio pictori .
29. Aluysede Burloro aurefice.
30. Antonio da Marlian aurefice.
31. Maestro Pietro dalbayra.
32. Maestro jacobo de Massatij.
33. el fra de Vaprio
34. le donne de santa ursola.
35. le donne de santa clara.
36. Mafeo da clivate aurefice suddetto.
L. 337 10
"
"
"
"
"
"
دو
10
12 3
11 17
14
41 12
64 15 2
Questo documento ci è di particolare interesse per lamemoria
che ci porge di parecchi artisti vissuti intorno alla metà del se
colo XV, alcuniignoti del tutto, altri assai poco conosciuti in que
st'epoca, in cui la nostra storia versa ancora in grande oscurità.
Vi incontriamo varii ricamatori: i ricami spesso ricchissimi per
oro ed argento erano allora in gran voga, ma dei loro autoriben
pochi nomi ci recò la storia, e di quelli mentovati neldocumento
noi non conoscevamo prima d'ora che il nome di Giovanni o Za
netto de Molgora, da noi già primarilevato fra i testimonii adun
atto notariale dell'anno 1464.
1.° Giacomo Cipello, il primo dei creditori enunciati nel do
cumento, non è un artefice, ma un sovrastante ai lavori del ca
stello di Santa Croce in Cremona, lavori che per ordinedel duca
di Milano faceva eseguire il famoso Bartolomeo Gadio suo com
missario generale alle fortificazioni. Tale castello, incominciato a
costruirsi nel 1370 per volere di Barnabò Visconte, ampliato po
scia dal Gadio, veniva fatto demolire dopo il 1790 dall'impera
tore Giuseppe II. Molti documenti ad esso relativi, provenienti
dall'antico archivio dei duchi, esistono nel grande Archivio pub
blico di Milano, e in alcuni di questi è menzione del sovrastante
CREDITORI DELLA DUCHESSA BIANCA MARIA VISCONTI.
537
Cipello. Specialmente in data 14 ottobre 1458 il duca Francesco
Sforza scrive al famigliare Serafino de'Gavazzi ingegnere in Lodi¹,
che la duchessa Biancamaria pochi di prima aveva sgridato assai
il Gadio, perchè a Cremona non si lavorava (intendasi nel castello)
et nuy per contentarla promissimo de mantenerli XX chazuole....
adesso che madona Bianca va là, Jacomo Zupello ne scrive....
che questi lavori sonno abandonati, ed egli quindi il duca ordina.
che siano tosto ripresi con ogni sentimento et diligentia. Alla fa
miglia di Giacomo Cipello o Zupello probabilmente appartenne un
Gio. Maria Zupello, detto anche Zupellino e Cipellino, pittore, mae
stro del Sojaro, di cui in Cremona nella chiesa di S. Agostino
conservasi una tavola lodata dal Lanzi, entrovi la Madonna col
putto in vago paese e coll'epigrafe: Io. Maria de Zupel Cremon.
faciebat. Gli scrittori cremonesi ricordano poi all'anno 1572 altro
Giovanni Zupelli incisore in rame, e la famiglia sembra proce
desse dal territorio lodigiano e precisamente dalla terradi Meleti,
leggendosi in unantico documento: Zupel de Melede de Lodesana.
2.º Battista Vimercato, miniatore, ci è noto per una lettera
ducale, scritta in Pavia nel 25 giugno 1472, in cui gli si ordina
che statim veniat ad Principem; suoi lavori non conosciamo. Fra
i creditori di Bianca Maria, noverati nel catalogo di che ora ci
occupiamo, è pure un Andrea da Vicomercato (Vimercato) aure
fice, di cui un figlio ( Venturino quond. Andrea deVicomercati mila
nese) miniava fra il 1473 e il 1475 alcuni libri tuttora esistenti
nel duomo di Siena, ed altri pei monaci di Monte-Oliveto a Chiu
suri.
5.º Maestro Giovanni Imperiale eraun ingegnere deputato dal
duca a vigilare ilavori del castello diPavia, insieme all'altro inge
gnereDanese Majnero.Ne fanno testimonianza duelettere del car
teggioducale (lib ° 32, fog. 301 e 37, fog. 90, indata 19 febbrajo
e 24 ottobre 1457).
7.° Fra i più rinomati nostri orafi del secolo XV va noverato
Dionisio Sesto o da Sesto, il quale forni dimolte orificerie al duca
di Milano, estimate nel 1475 da Giuseppe Ferrari, Pietro Lan
driano, Frescolo Crivello, Giovanni da Clivate, Maffeo Foppa (Vedi
MORBIO, Codice Visconteo, Milano 1846).
1 Carteggio Ducale, Lib. 37, pag. 345, lettera Crmata Zanetus.
538
VARIETÀ.
8.º Zanetto pittore è l'ormai bennoto, mercè le diligenti ri
cerche del Calvi , Zanetto Bugato, il ritrattista della famiglia du
cale, del quale tuttavolta nessun dipinto ancora sussistente pos
siamo additare. Sembra abbia avuto breve vita, poichè troviamo
nelle carte ducali una supplica in idioma latino, senza data, della
di lui madre Malgaritta al principe, perchè la protegga e favori
sca nel riscuotere molti crediti lasciati, morendo, dal figlio.
Nelle mentovate carte ducali esistono tre lettere relative a que
sto artefice, che per laloro entità storica vogliamo qui riportare.
Nella prima, scritta inMilano addi 7 agosto 1460, Francesco Sforza
scrive alla consorte Bianca Maria che " Guascono Franzoso, qual de
„ presente se vole transferire dal suo illustrissimo signore, ne ha
„ dicto che voluntere portaria seco la imagine de Hippolita nostra
„ figliuola , et desyderando nuy decompiacerli et farli cosa che sia
„ grata, mandiamoli per retrarla maestro Zannetto depintore.
Nella seconda lettera diretta da Vigevano, in data 7 marzo 1468,
alla BiancaMaria da Galeazzo Maria Sforza di lei figlio duca di
Milano (così egli si segna), e controfirmata dal segretario Cico,
leggiamo che Galeazzo Maria, volendo ammogliarsi, aveva man
dato in Francia maestro Zannetto pintore, perchè gli portasse re
tracto dal naturale la illustrissima Bona de Savoja (ch'egli con
siderava già come sua moglie),per poilasciare il ritratto allama
dre se la sposa era brutta, ed invece tenerloperlui se bella. De
presenti (continua il duca) et pure in questo giorno è retornato
dicto maestro Zannecto, el quale habiandomi portata la figura dela
predicta, che me pare non solo bella, ma bellissima ; per observare
la promessa alla S. V. non delibero mandargliela, perchè la voglio
per mi. Al che nel giorno successivo 8 marzo segue la risposta:
"
"
"
„ Ducissa mediolani : Illustrissimi fili nostri suavissime. Havemo
ricevuto la vostra lettera, qualle ne haportato maestro Zaneto,
concernendo el retrato de la illustrissima madona Bona vostra
„ mogliere. Undij non possiti havere piacere che non habiame
"
anchora nuy, e così non possiti essere contento chel medesimo
„ non siino anchora nuy, e perchè tutte le promesse come se
• CALVI GEROLAMO, Artisti milanesi. 1865, vol. II, pag. 191 e seg.
•Ippolita Sforza nacque nel 1446. Dotta nel greco e nellatino, allievadel rinomato
Lascari, copiava manoscritti classici antichi. Ventenne fu data in moglie ad Alfonso
duca di Calabria: morì nel 1481.
CREDITORI DELLA DUCHESSA BIANCA MARIA VISCONTI.
"
539
„ fano non se attendano, richiedendo così la condizione loro, vi
„vogliamo confortare che non attente tale vostra promessa, che
„ parendone bruta ne la mandaresti ad vedere, et essendo bella
„non vi piaccia per nostra consolazione de mandarmela, ren
dendone certi non debia essere altro che degna cosa. Cichus.
9.° Il David della Manna orefice in Cremona nonva confuso
coll'ebreo feneratore Manna abitante in Pavia, di cui recente
mente si è fatto cenno nell'Archivio Storico di Firenze (Serie III,
tom. XXII pag. 333 e 340. Pittori lodigiani ecc). Anche questo
giudeo, frequente sovventore del duca Francesco Sforza, appare
(per altro documento del grande Archivio) creditore verso la de
funta duchessa Bianca Maria, leggendovisi: Manna hebreus mu
tuo super pignoribus pro capitale tantum sine ullo interesse :
lib. 1300.
13.° Giorgio Mantegazo, orefice, è uno dei famosifratelli Man
tegazzi milanesi, che operarono specialmente di scoltura nel se
colo XV nella Certosa di Pavia. Egli col fratello Antonio lavo
rava nel marmo i sontuosi ornamenti della facciata, nell'anno
1478. L'Archivio ducale (Lib. 114, fogl. 15) ha una lettera del
Duca in data 24 aprile 1473 ai padri Certosini, nella quale loda
assai il Mantegacino et fratelli sculptori subtilissimi e li raccomanda
ai padri, sapendo ch'eglino avevano promesso di non dare l'opera
ad altri che ad loro, ed insiste perchè questa promessa, se vera,
sia mantenuta.
19.° Con sorpresa incontriamo fra i creditori appellati i più
poveri il nome di Costantino da Vaprio, ossia Costantino Zenone,
uno dei più distinti pittori di quell'epoca, continuamente adope
rato dai duchi nell'abbellimento dei loro luoghi. Le tre somme
delle quali egli qui appare creditore della eredità della Bianca
Maria, costituiscono il complesso di L. 2433.14.3. Le principali
sue opere, delle quali nessuna conosciamo esistente, appartengono
agli anni 1453-1476. Era figlio di un Giovanni Zenone frate del
terz'ordine di S. Francesco in Pavia, e quindi non obbligato a
celibato, e questo Giovanni noto comunemente all'epoca sua per
el fra de Vaprio e pittore, aquanto sembra,pur egli, figura pure
nel nostro elenco di creditori al N. 33. Da un atto di data 28
giugno 1496 del notaro Bernardino de Giorgi di Pavia, conser
vato in quell'Archivio notariale, ed in cui il pittore Agostino da
540
VARIETÀ.
Vaprio, altro figlio di fra Giovanni, ivi allora abitante, compera
una casa nella contrada di PortaPalacense, parrocchia di S. Qui
rico, e vi è nominato per Augustinum filium magistri Johannis
de Vaprio, olim fratris tercii ordinis sancti Francisci Papie, può
dedursi a quell'epoca fra Giovanni fosse già da tempo passato
fra i più.*
28.° Gabriele e Raffaele da Vaprio, altri pittori dei quali fa
pure menzione il documento che esaminiamo, erano consanguinei
dei fratelli Costantino ed Agostino, come apprendiamo dagli atti
di loro controversie famigliari esistenti nel nostrogrande Archivio
nella sezione degli Artisti-Pittori. Gabriele abitava in Milano nella
piazza dell'Arengo, e nel 1452, per ordine del duca, aveva di
pinto bandiere colle insegne ducali per la rocca di Monza. Raf
faele nel 1477 viene associato agli altri pittori Gio. Giacomo da
Lodi e Gregorio Zavattaro per estimare e collaudare alcuni di
pinti, condotti tre anni prima daGiacomino Vismara eBonifacio
Cremonese (il Bembo) nel santuario di Caravaggio. I loro nomi
oggi per la prima volta ci si presentano, le opere loro ci sono
ignote; ma il vederli adoperati in commissioni ducali e in esami
di lavori di altri pittori ci fa credere ch'eglino fossero valenti
nell'arte.
27. Bartolomeo da Cemo (Cemmo o Cimo nella Valle Ca
monica, o piuttosto Bartolomeo Cima) era undovizioso cittadino,
che nel 1471 dimorava in Milano a S. Fedele e possedeva due
cavalli, cosa non ordinaria aquei tempi presso agli abitanti della
città. È nominato nella seguente inscrizione (già esistente nella
antica nostra chiesa di S. Angelo), dalla quale ricaviamo che Bar
tolomeo era suocero del cavaliere Antonio Pallavicino-Scipione,
morto in età d'anni ventiquattro nel 1471 :
Hac Palavicinus situs est Antonius urna
Sex tantum potuit vivere olimpiades.
*Aquesto Giovanni daVaprio possono appartenere leseguenti annotazioni, esistenti
nei libri delle spese della Fabbrica del nostro Duomo (anno 1430).
Die XXja
nuarii M. Johannes de Vaprio pictor qui pinxit unam majestatemponendamad unam
capsetam mittendam Birinzone, prout homines Birinzone requiserunt pro tenendo ad
eorum ecclesiam etc. L. V. S. X.-Die 9 maii m. Johanni de Vaprio pictori quipin
xit majestatem unam positam ad unam capsetam missam ad terram Varesii ad requi
sitionem ipsorum deVaresio, mercato facto cum eo per Felixinum Cagnolam et m. An
tonium Gorgonzola per ducat. III auri.- Lib. VIII. S. XVII.
CREDITORI DELLA DUCHESSA BIANCA MARIA VISCONTI.
Scipio eques dictus pax hec et bella dederunt
Militie dum se commodat et patrie.
O probitas sic me moriens componite dixit
Non vita huic non mors ambitiosa fuit.
Vinctus amore pio generi fratrumque minorum
Hic socer a Cemo Bartholomeus erit.
541
30.° Antonio da Marliano orefice è nome a noi nuovo. Bensi
ci ènoto un Ambrosio da Marliano, miniatore vissuto intorno a
quest'epoca (1461), e più tardi incontriamo un Gio. Pietro Mar
liano detto Gujo orafo in Roma (1523-1548) e giojelliere aposto
lico(!) Ad un maestro Zohane de Marliano milanese il duca con
lettere del 7 gennaro 1454diretta al castellano diPavia, vuole che
si consegni il libro delle prospettive di Vitulone, a ciò che ne possi
far cavare copia. Dal che può supporsi che questo m. Giovanni
(Zohane) fosse pittore o maestro di prospettiva. Più tardi troviamo
un pittore Batista de Marliano incorso nel 1523 nella disgrazia
del duca, perchè con lettere false e falsi sigilli, andava con altri
suoi compagni per le terre dello Stato a dipingere con estorsioni
ai sudditi gli stemmi del principe. Lettere ducali di quell'anno
al podestà di Pavia, conservate nel nostro grande Archivio (Car
teggio ducale, lib. 220, fog. 267, 273), ingiungono di procedere
perciò contro il Marliano e contro i suoi complici, fosse anche
usque ad ultimum supplicium quando lo meritassero (lett. 3 aprile
e 12 maggio 1523,lib. 220, fog. 267-273).
Ultime nelle liste dei creditori vengono le monache di Santa
Orsola e di Santa Clara in Milano. Negli atti di quest'ultimo con
vento abbiamo rinvenuta la lettera(che qui appresso pubblichiamo)
di quell'abbadessa Felicita, e che riteniamo diretta alla duchessa
BiancaMaria. Inessa è menzione di due figlie della duchessa me
desima monache in quel chiostro, ignote finora agli storici e ge
nealogisti, e dell'altra figlia Ippolita da noi già ricordata, e che
sembra fosse stata per alcun tempo educata nello stesso mona
stero (probabilmente prima di aversi a precettore il Lascari), giac
chè l'abbadessa la chiama vostra e nostra dulcissima filia.-Ecco
la lettera:
542
"
cisse Mediolani etc.
"
"
VARIETA.
IHS.
Illustrissime et excellentissime domine domine Du
Benefactrici nostre singularissime.
Illustrissima et excellentissima Madona. In quisti di passati
manday una lettera ala Signoria Vostra, dubito non labiate rice
vuta perche credo ne averebe avuto qualche risposta; conciošia ve
pregava volisseno fare che io savesse come stava la Signoria vostra,
ringratiandove etiamdio de la benigna caritade inparticulare e in
generalle, e spetialmente de quili quatro cento florini da pagare
li debiti, li quali me sono stati una grande soventione, cavandome
da molte imputazione da coloro che deveno havere. Ne pare cento
anni che non havemo odito la Segnoria vostra; trovate modo, ma
dre humanissima,de horamay tornare amillano, azo che le vostre
fiolle ve posseno udire. In questo mezo Vi prego ne facti assapere
come sta la S." vostra, et azo che questa non vada falata come a
facto laltra, ve la mando per via di mess. Aluyse Moneta vostro
e nostro singularissimo; luy non era in milano quando manday
quella altra. Le vostre fiole sor Clara e sor Thadea per grazia de
dio stano bene; miliara de volte se racomandeno ala sua dulcis
sima madona e madre, et io insiema co loro etiandeo tute quante
le altre fiole prostrate humelmente con recomendatione, pregandove
se possiamo alcuna cossa per essa S." V. , ne comandati come po
diti fare. Dio vi conserva in felice stato, racomandatene ala vostra
e nostra dulcissima filia madona ypolita. "
" Dat. in milano adi XVII novembre. Monastero novo de santa
Clara. „
«S. Felicita indegna Abbatissa
<
Abbiamo alle mani altridocumenti di quest'epoca concernenti
il censo degli abitanti di Milano, e ne daremo pubblicazione quando
che sia.
MICHELE CAFFI.
IL CASTELLO DI PAVIA.
IL CASTELLO DI PAVIA.
543
Magnifico edifizio che sorge aprincipio della città amanomanca
di chi entra per laporta di Milano, ebbe recentemente una diligen
tissima storia dal vice bibliotecario di quella Università, sig. Carlo
dell'Acqua (Pavia, Bizzoni, 1874, in-8).
Lofaceva innalzare Galeazzo II Visconti, il quale, eletto nel 1360
dall'imperatore Carlo IV vicario imperiale per Pavia e pel di
stretto, volle stabilire in quella città la sua residenza.
N'è ignoto il costruttore od architetto: alcuni pensano all'are
tino Nicolò di Sello ed a quel Bernardo da Venezia che edificò la
Certosa, ma l'epoca in cui li troviamo inPavia (1391-1395) è di
più che trent'anni inferiore a quella della fabbrica del Castello. Il
Morbio nel recente suo libro: Francia ed Italia (1873, Milano,
pag. 274) nota le angherie usate daGaleazzo per innalzare questa
mole dispendiosa quanto superba.Egli scrive aver trovato in anti
chi documenti che il principe per costruirla facesse rapire la calce,
i sassi, le travi dove si trovavano, e per provvederla di lettiere im
ponesse una taglia sul clero di Novara.¹
Ciò tuttavolta non fa al caso nostro. Noi prendiamo a conside
rare il Castello quale monumento di arte, e tale che fe' dire a
un dotto straniero (il Gailhabaud) essere esso un des plus curieux
monuments de l'histoire du moyen age révelépar les oeuvres de l'ar
chitecture. L'ampiezza e la bellezza del lavoro non ne ritardarono
il compimento oltre il periodo di sei anni; e l'intera fabbrica, a
quanto scrisse il Pietragrassa, antico cronista pavese, costò quat
trocentomila scudi.
Essa elevasi in forma quadrata; ai quattro angoli sorgevano ro
busti torrioni merlati, dei quali rimangono i due soli laterali al
prospetto, mentre i due altri, verso il parco, furono distrutti dalle
artiglierie francesi nel 1527. Aveva tre porte con ponti levatoj:
1Veggasi nel documento Aquanto diversamente un secolo dopo determinasse il
duca Galeazzo-Maria Sforza per alcuni legni grossi rubati pei lavori del Castello.
544
VARIETÀ.
quello all'ingresso principale era doppio. A destra dell'ingresso
un'ampia cappella tutta dipinta, una vasta corte con duplice por
tico di splendida architettura, e al piano superiore sale e camere
ricchissime di comodi ed ornamenti d'ogni maniera. Ivi una colle
zione di libri preziosissima, una scelta armeria, una raccolta di
sante reliquie; ma tutto spari, fu predato, distrutto dopo la caduta
deiduchi, e non rimase che il grosso dell'edificio, riparato recente
mente alla meglio con ingente spesa, e ridotto a servigio poco più
che di caserma.
Tuttavolta nell'esecuzione dei recenti lavori, osserva il Del
l'Acqua, non si ommise di procurare il ristauro alla pristina forma
di alcune parti molto interessanti per l'architettura ; ed oltre al ri
torno sulle antiche traccie dei finestroni delle torri a doppio arco
acuto colla colonnetta di marmo nel mezzo, furono ricostruite le mer
lature dove mancavano, e si riabbassarono i tetti delle due torri del
lato principale del palazzo verso mezzodi, che mostruosamente ap
poggiavano alla merlatura.
L'interno del Castello rifulgeva di mirabili pitture murali. Fra
quelle sale a volto fregiato di finissimo azzurro, in cui vedevansi
varie sorta di animali dorati, la più splendida era quella detta
della palla, pel giuoco che vi si faceva: era tutta messa a oro, im
bonita , ed aveva in la volta tutti gli pianeti. Così il citato
cronista.
Laprimamemoriache abbiamodi tali pitture risale all'anno 1380
(25 settembre). È una lettera di Giovanni Galeazzo conte di Virtù
a Lodovico Gonzaga vicario imperiale in Mantova, in cui, la
mentando la mancanza di buoni pittori in Pavia, lo prega in
viargli quattro o sei valenti pittori di figura, per far adornare
in cotal modo le camere e le sale del Castello. Questa lettera fu
ripetutamente pubblicata pochi anni sono, ed è assai nota agli eru
diti. Se la ricerca di Galeazzo ottenesse successo, non fu possibile
conoscere, mancando ogni altro documento in proposito, tanto
negli archivi di Milano che di Mantova, e non avendosi sufficienti
nè sicure notizie di artefici mantovani prima dell'anno 1450, in
cui fermò ivi stanza il Mantegna. Bensi sappiamo che in Pavia
dipingeva in sulla fine del secolo XIV con valentia un Bernar
dino Rossi, di cui restano nel convento di S. Maria della Pusterla
IL CASTELLO DI PAVIA.
lavori a fresco ed il nome nell'epigrafe:
HOC OPVS FECIT FIERI ANTONIVS DE PVTIIO
DE ANNO MCCCLXXXXI.
BNARDINVS DE RVBEIS PINXIT
545
Sappiamo poi che di questa epoca (1399) il duca aveva chia
mato da Milano a Pavia, perchè lavorassero di pittura e scultura
nel Castello, due veneziani, certo Giacomolo con un fratello, ar
tefici entrambi assai reputati e ricordati nelle Ordinanze del nostro
Duomo; come sappiamo che contemporaneamente godeva fra noi
grande rinomanza un Michele Mulinari da Besozzo nella diocesi
di Milano, proclamato negli atti del nostro Duomo pictorem su
premum et magistrum a vitreatis (1420). Questi apparteneva alla
scuola di disegno instituita dal duca Giovanni Galeazzo nel suo
palagio, ed ancor giovane era stato mandato dal duca stesso in
compagnia di Giovanni Grassi a Firenze a perfezionarsi alla scuola
del Gaddi. Ripatriato intorno al 1329, fu impiegato dal duca in
molte opere di pittura ne' suoi palazzi, e nel 1402, epoca della
morte di Giovanni Galeazzo, egli stava a Pavia dipingendo l'in
terno del Castello, in cui il duca abitava, cessando poi nel 1404
dal lavoro che veniva fatto sospendere dal nuovo principe Gio
vanni Maria. Così scrive il Nava nel suo libro: Memorie e docu
menti del Duomo di Milano (1854, vol. I, pag. 146).
Altri pittori incontriamo in Pavia: Stefano Pandino (1416), An
tonio Ferrario (1419), Zorzo del Mangano (1429), ma nulla ci
porta a supporre ch'eglino operassero nel Castello. Senza accen
nare ad epoca, il Cesariano lasciò scritto che in esso castello il
nobile Pisano dipinse, e da queste nude parole alcuni vollero
inferire, che il pittore così indicato non altri fosse che Vittorio
Pisano veronese, il quale viveva ancora nel 1450, e da alcuni si
vorrebbe fosse stato chiamato a Pavia dal duca Filippo (1411-1447),
forse non apppena il Pisano aveva dipinto a Venezia nel palazzo
ducale.
Noi nulla ne sappiamo. Il signor Dell'Acqua, autore dell'erudito
opuscolo che abbiamo alle mani,non rinvenne altra notizia intorno
alle pitture di questo palagio, fuorchè quella dataci da Goffredo
Chiesa, scrittore anteriore al 1430, che vi fosse cioè raffigurata ab
546
VARIETÀ.
antiquo l'historia di Griselda Marchesana di Saluzzo.
ricorda il medesimo Dell'Acqua altre importanti pitture eseguite
nello stesso Castello nell'anno 1468, in occasione delle nozze del
duca Galeazzo Maria Sforza conte di Pavia con Bona di Sa
Di poi
voja, da Bonifacio Bembo e Costantino Zenone di Vaprio, chia
mati per incarico del duca dall'architetto Bartolomeo Gadio, cui
il medesimo (duca) aveva data la qualità di sopraintendente a sif
fatti lavori.
Tuttavolta da documenti del grande Archivio di Milano impa
riamo, che ancora prima, anzi fino dal 1456, il Costantino da Va
prio era stato invitato dal duca a recarsi a Pavia per dipingere
nel Castello, e che nell'anno appresso Bonifacio Bembo era stato
chiamato ivi a refare una pittura in una sala del Castello. Anzi
nel 19 febbraio di quell'anno il duca aveva disposto e ripeteva in
seguito con altre lettere, che mastro Bonifacio con li suoi gar
zoni lavorasse assiduamente e comodamente nel Castello (docu
mento B. C. D. E.)
Scorrono ancora dieci anni, e troviamo Bonifacio da Cremona
intento ancora a dipingere una sala del Castello, quando il duca
ordinò a un suo cortegiano, Carlo da Cremona, il quale stava
con lui inPavia, di far aconzare el cammino de la Salla grande
depincta, e dalla risposta del Carlo (docum. I) si comprende che
fra le altre cose eranvi foggiati dei ducati (stemmi), e si lavo
rava con gran furia di magistri e lavoratori, ed il duca allora
assente era atteso dai pavesi çon gran desiderio. Davansi allora
le disposizioni per le nozze del principe colla Bona, che furono
poi celebrate nel dì 6 luglio 1468.
Occupato in questi lavori era eziandio il pittore Costantino.
Ma da una lettera del Gadio in data 22 giugno 1469, esistente
nella Trivulziana e pubblicata dal Rosmini (Storia di Milano, IV,
pag. 150) scorgesi che il duca fosse alquanto sdegnato con lui,
e si adoperasse per ritornargli in grazia, offrendosi di pingere
nel Castello la sala verde, la saletta azzurra con gigli e stelle
2 Griselda, o Grissa, o Griselida, giovane villica, nell'anno 1033 divenne moglie a
Gualtieri marchese di Saluzzo. La sua condotta esemplare, le sue sventure inspirarono
al Boccaccio la novella che leggesi nel Decamerone, e il francese Gregory scrisse di
questa donna nel supplemento alla Biographie universelle, prendendo per iscorta un
mss. della Biblioteca reale di Parigi, portante la data del 1395.
IL CASTELLO DI PAVIA.
547
d'oro e la camera detta della Torre senza alcuna anticipazione di
denaro, nemmeno per le spese, purchè peraltro gli venga soddi
sfatto il credito di lire imperiali 4075.6, ch'egli tiene verso il duca
e la defunta madre di esso.
Aquesta lettera tien dietro un Ordine secundo il quale el nostro
ill.
Signore vole se depinga e repinga li lochi del Castello de Pa
via; in esso sono indicate le pitture hanno a farsi, fra le quali
vogliamo per la loro singolarità notare le seguenti:
Nella saletta ove mánzano le donne, (siano dipinte) la ill. Ma
dona, la ill.ma Madona Ysabella che zoghi al ballone o ala poma
cum le sue donzelle ad triumphi, alpelluco et gli sia Virgilio, Don
Biasio et Zohane Antonio Buffono: la nanna porti fonzi in scosso
ad Madona. In la Camera della Torre li ill. Sigg."et Madonna
in turcha con la Bayla et lo ill.me Conte de Pavia, et che sue si
gnorie gli fazano careze et gli sia la Novissa.
Molta parte di queste pitture murali esistevano ancora verso la
fine del secolo scorso, ed il comico Francesco Bartoli, il quale
credette ravvisarvi lo stile di Pierino del Vaga, noto che gigan
tesche figure e fatti di guerra adornavano le pareti dei vasti
saloni.
•Lo storico Breventano (ed. 1570) citato dal Dell'Acqua racconta
che " le vôlte delle sale del Castello di Pavia erano fregiate di
finissimo azzurro, e in esse vedevansi varie sorta di animali do
rati, come leoni, leopardi, tigri, cervi, cinghiali e quasi tutte di
pinte squisitamente. Mirabile quante altre mai era quell'ampia
sala lunga braccia 60 e larga 20, la quale presentava in ogni
parte scene istoriate con bellissime figure esprimenti caccie, pe
scagioni, giostre ed altri passatempi dei duchi..... Nel Castello
poi si trovava altro vastissimo salone, lungo braccia 120, largo 24
ed alto 40, riservato al giuoco del pallone nei giorni piovosi.
Denominavasi la sala della balla, e i principali soggetti storici
che dovevano essere da quelle dipinture rappresentati, togliamo
dal vol. II dell'opera di Gerolamo Calvi sugli Artisti milanesi
ai tempi dei Duchi: " In una delle saledel Castello doveva essere
"
rappresentato il Duca seduto in mezzo agli ambasciatori degli
stati confederati, e Cicco Simonetta doveva essere dipinto in piedi
in atto di riferire intorno agli affari di comun interesse. Nella
maggior camera della torre doveva dipingersi il Duca a mensa,
548
VARIETÀ.
circondato dai cortigiani, servito in vasi d'oro, Jeronino di Be
caria versandogli da bere ed il siniscalco porgendogli il piattello.
Nella sala più ampia doveva essere rappresentata una caccia.
Da un lato Pietro Binago con un girifalco in pugno e molti fal
conieri : dall'altro Carlo da Cremona nell'atto di aver ferito un
cervo ; parecchi seguaci gli tenevano dietro, portando la spada e
e la cappa, e quindi alcuni staffieri. Nell'appartamento della Du
chessa, in una sala doveva rappresentarsi lo sposalizio dellaBonadi
Savoja, standovi pel duca il magnifico Sig. Tristano alla presenza
del Re e della Regina di Francia. Nella parete di contro vole
vasi dipingere la partenza della sposa, l'arrivo di lei a Genova e
quindi a Pavia, il Duca mosso da Milano ad incontrarla, il rice
vimento fattole dai feudatarj dello Stato innanzi alla Cattedrale,
il mutare del suo abito francese nel lombardo, le damigelle asse
gnatele dal Duca. In questo progetto la spesa totale, compresi i
colori, raggiungeva la somma di 7878 ducati, ovvero 31,520 lire
imperiali. "
Che nel Castello esistessero fino da epoca ben più antica le di
pinte effigie di Galeazzo II Visconte e di Francesco Petrarca, lo
ripete il Dell'Acqua sulla fede di antichi scrittori.
Il ritratto del Visconte a cavallo fu copiato da Antonio Campo
per fregiarne il libro di Pietro Giovio Delle vite dei dodici Cesari.
Questo ritratto, come ricaviamo da lettera di Galeazzo Maria
Sforza (27 marzo 1470, docum. F), doveva essere inunasala dal
capo secundo se intra in la camera rosa (rossa), zoe dal canto di
la nostra ill.ma consorte (Bona de Savoja), e morto il Duca, venne
a richiesta della stessa Bona col suo cendalo o sia tenda conse
gnato dal castellano Attendolo ad un cameriere, insieme con al
tri ritratti che trovavansi nel Castello (docum. G). Probabilmente
questi, almeno in parte, erano lavori del ritrattista di corte Za
netto Bugato, che nel 1472 era stato chiamato da Milano a Pavia
per fare alcuni ritratti (lettera 15 agosto 1472 nell'Archivio ge
nerale di Milano, Carteggio Ducale, libro 110, fog. 82).
Veniamo ora alla cappella ch' era, come abbiamo detto, al piano
terreno (de sotto del Castello), e precisamente sotto alla scala
maggiore. Apprendiamo da una lettera del duca di data 21 giu
gno 1474 a Bartolomeo da Cremona,sovraintendente ai pubblici
lavori, che i pittori Bonifazio Bembo, Vincenzo Foppa e Zanetto
IL CASTELLO DI PAVIA.
549
Bugato si fossero proferti a dipingerla, e ne avessero recati a
messer Bartolomeo li designi; ma il principe rescriveva non vo
lere altra pittura che l'ancona dell'altare, e nella volta una sem
plice tinta di azzurro con istelle d'oro cum Dio patre in mezo
dessa truina, ed alla volta et loco de architravi qualche angeli et
spiritelli. Sopraggiungevano frattanto altri pittori ad offrirsi per
quell'opera anche per 200, per 150 e fino per 100 ducati, sicchè
il principe commetteva a messer Bartolomeo di affidarsi a chi
avesse fatta migliore condizione (docum. J). Dalla lettera ducale
del primo luglio 1474 (docum.K) scorgesi che tale affidamento
dovesse essere dato a m. Johanne Petro da Corte et compagni
depintori per ducati 150, ma per altra di Bartolomeo da Cremona
in datadel 7 dicembre 1476 (docum. L) è manifesto che in quel
l'epoca faticavano a dipingere la Cappella del Castello de Pavia
e particolarmente l'ancona di lignami per l'altare i pittori Gia
comino Vismara e Costantino da Vaprio e compagni con Bonifazio
da Cremona e Vincenzo da Foppa. Alla quale ancona pare si
riferisca la lettera del summentovato messer Bartolomeo di data
24dicembre 1471 al duca Galeazzo M. Sforza (docum. M), nella
quale per far eseguire un'opera commessa dal principe all' inge
gnereBenedetto da Firenze (Benedetto Ferrini), messer Bartolomeo
che trovavasi privo di denaro, proponeva a malavoglia di toglierlo
dalle somme stanziate pel lavoro dell'ancona di Pavia.
Non meno che per lo splendore delle pitture era rinomato il
Castello di Pavia per quell'astrario o planisferio, volgarmente detto
orologio, d'ingegnosissima fattura, che perpetuò la fama del suo
autore, Giovanni Dondi, il quale lo aveva regalato per grato
animo di favori avuti al duca Giovanni Galeazzo Visconti. Questo
insigne meccanismo conservavasi nella torre alla destra di chi
guarda il Castello dalla vasta piazza che gli sta dinanzi: coll'in
dice e col suono di campana esso annunciava le ore, e tutti i
movimenti dei pianeti e segni celesti.
Non più che trentanove anni prima l'inglese Wallingford aveva
inventato gli oriuoli con campana, e soltanto nel 1335 eransi
introdotti in Italia, collocatone il primo sulla torre di S. Got
tardo presso al palazzo ducale di Milano. L'orologio od astrario
del Dondi nel Castello di Pavia era costrutto di rame ed ottone
in duecento pezzi, con innumerevoli ruote animate da un solo
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
36
550
VARIETÀ.
contrappeso, e tendeva a rappresentare il movimento delle stelle
e dei pianeti pei cicli ed epicicli, giusta il sistema di Tolomeo.
Sedici anni di studj e fatiche costò al Dondi, che vi si accinse
nel 1364. Ma, lui morto, non si trovava persona abile a regolarlo,
per cui si dovette ricorrere ad un bravo astrologo venuto dalla
Francia, ed anzi al servizio del re, a cui veniva chiesto come
dalla lettera ducale del 1456 che pubblichiamo (N). Questi no
mavasi Guglielmo, e sembra lavorasse con lui anche un Zanino,
appellato dagli orologii, del quale è menzione nel documento
da noi già citato alla lettera D. Per altri documenti già noti
e pubblicati, ai quali uno pure ne aggiungiamo inedito sotto la
lettera O, sappiamo che nel 1495 Lodovico il Moro, volendo ador
nare colla rappresentazione di pianeti la volta di una camera
nel castello di Vigevano, inviava a Pavia il suo ingeniero Bra
mante a cavare alcuni disegni ne lo orologio che è in quella li
breria (docum. O). Tutto scomposto e irrugginito lo vide nel 1530
Carlo V, dopo assunta la corona imperiale in Bologna, ma niente
dimeno rimastone sorpreso, ne affidò la costruzione di uno simile
con millecinquecento ruote a Giannello Torriano da Cremona,
meccanico egregio, che seco poi condusse a'suoi servizii in Ispagna.
Insigni reliquie conservava in bellissimi vasi la cappella terrena
di cui parliamo. Molte teste di Santi, un braccio della Maddalena,
uno di S. Giacomo Maggiore ed altre ne annoverano gli scrittori;
ma principali vi erano le Sante Spine, che ora veneransi nella cat
tedrale di Pavia. Della loro provenienza il Dell'Acqua dà una mi
nuta ed accurata storia.Eravi inoltre un berretto di S. Bernardino,
che il duca Galeazzo Maria Sforza nel di primo di giugno 1469
(docum. P) chiamò a sè, come pochi di prima conatto segnato di
sua propria mano aveva richiesto le bracciadi S. M. Maddalena e
di S. Giacomo (docum. Q).
Descrive il Dell'Acqua il rinomato Parco, adatto ad ogni sorta
di caccia, provveduto di abbondanti acque e cinto di quadrata
muraglia, che era attiguo al Castello di Pavia; ricorda i trattati
stipulati nel Castello, il soggiorno che vi ebbe papa Martino V
nel 1418, la prigionia di Francesco I re di Francia (1525), la
resa di 400 Francesi che lo difendevano durante la sommossa
popolare del 1796. L'accesso che vi si concedeva a principi ed
altri personaggi ad oggetto di visita,mediante dispacci firmati ta
IL CASTELLO DI PAVIA.
551
lora di mano propria degli stessi duchi, è provato da documenti
del nostro grande Archivio, e di essi rechiamo alcuni sotto la let
tera R.
Il soave cantore di Laura, avuto da Galeazzo Visconti II l'uf
ficio di bibliotecario, tenne in cotesto Castello lunghe interpolate
dimore, e noi stessi avemmo a farne cenno due anni sono all'epoca
del centenario celebrato in Arquà, e deploriamo la perdita di una
pergamena dell'Archivio dei Malaspina, che di tale soggiorno fa
ceva menzione, come deploriamo la recente vandalica distruzione
della semplice ed elegante chiesuola di S. Zeno,ove erano il se
polcro e l'elogio di un abbiatico di messer Francesco (infantem
bimulum), e la dispersione delle ceneri di questo bimbo, che sa
rebbero state a noi ed ai futuri pegno prezioso.
Efino a quando continueremo a distruggere?E quando ci ver
gogneremo di aver distrutto?
Risponda chi lasciava non ha guari adeguare al suolo la chiesa
degli Olivetani in Baggio e S. Biagio di Vidigulfo.
MICHELE CAFFI.
DOCUMENTI.
A.
Capitano parci papie.
Bartholomeo da cremona nostro commissario generale sopra li lavoreri
ne ha dicto come dal danese nostro ingignero e avisato che lannopas
sato forno furati cinque legni grossi... per fare questi nostri casamenti
qui del castelloin quello nostro parco etc. (ordina) fare recondure dicti
legni li dove sono stati tolti, altramente te li faremo pagare ad te : et
ti poray contentare se non ti faremo altro. Mediolani vi aprilis 1469.
Missive, ossia lettere ducali, libro 90, pag. 90.
B.
MAGNIFICO BOLOGNINO DE ATENDOLIS.
Elle venuto li Magistro Bonifacio pinctore per attendere ad renovare
quella sala del Castello,secondo sapete havimo ordinato: pertanto siamo
552
VARIETÀ.
contenti che voy gli faciate dare le chiave de quelledoe camere sonno
presso la nostra contigue alla dicta sala. Facendole fornire de uno lecto
con li fornimenti, al qualle Magistro Bonifacio vogliate fare ogni co
modo possate per rispecto al vivere suo. Cossì circha li ponti bixo
gnanofare, lamagnificenza V.ªglifacia provedere, perchè quando il da
nexe sarrà li, satisfara poy ad tuto; ma in questo mezzo ad ciò il non
perda tempo, vogliati fare provedere ad dicti ponti. Datum Mediolani
die xvIII febbruarii 1457.
Missive, ossia Lett. Duc, Lib. 32. pag. 301. В.
C.
Zanetus.
PREVIXIONATO NOSTRO JACOBO DE VERONA IN CASTRO PAPIE.
Elle venuto li Magistro Bonifacio da Cremona pinctore per renovare
quella nostra sala del Castello, secondo sai havimo ordinato al magnifico Bolognino che lo debia acceptare in castello con li suoi garzoni,
et che gli assegna doe camere de quelle nostre, dove el possa stare,
facendole fornire de uno lecto. Pertanto farai com esso magnifico Bo
lognino. Et provedi che ad dicto magistro Bonifacio sia facto ogni
comodo sia possibile del vivere suo, cossì de massaritie, ed de tuto
quello gli porrai fare, ad ciò el possa adtendere ad lavorare; simille
mente solecitare con lo magnifico Bolognino che li ponti per lavorare
in la salla siano facti come richiederà dicto magistro Bonifacio, perchè
Ioanni Imperiale et lo danexe serrano li satisfarano al tuto. Datum Me
diolani die x
febbruarii 1457.
Missive, ossia Lett. Duc, Lib. 32. fol. 301. В.
D.
Zanetus.
Lettera del duca data nel 24 ottobre 1457 da Cremona in cui or
0
dina a M. Giacomo Imperiale e Danesio Mainerio che vengano a lui
con m. Zanino, quale fa quello nostro horologlo lì in castello, provedendo
•Danese Majnerio, uno degl'ingegneri del duca. Vedi docum. A e D.
▲Erano questi due ingegneri, dei quali assai valevasi il duca. Del Majnerio, spe
cialmente, molti documenti conservansi nel Grande Archivio di Milano. Danese morì in
sul principio del 1452.
IL CASTELLO DI PAVIA.
553
anzi ve portati de far far li ponti necessarii nella sala per el lavorare
de magistro Bonifatio pinctore.
Missive, ossia Lett. Duc, Lib. 37, pag. 90.
E.
D. Comiti Bolognino.
Deliberando Nui siamesso fine allapinctura de quella nostra salla de
Castello de Pavia, havimo facto venir qui maestro Bonifacio pinctore
presente exhibitor, al quale havimo facto proveder de dinari, et come
sogli che toglia de li compagni per dare presto expiditione ad quella
opera: per tanto volemo gli faciate proveder de un altro de quelli no
stri lecti sonno lì in Castello.
Dat. Mediolani die Im oct. 1458.
Missive, ossia Lett. Ducal , Lib. 37. fol. 330. b.
F.
CASTELLANO PAPIE.
Zanet.
Io.
Perchè volemo vedere retracto uno cavalo bajo dove sta a cavalo
depincto el quond. Ill.mo Duca galeazo lì in la sala de pavia dal capo
secundo se intra inla camera rosa,zoe dalcanto dila nostraIll.macon
sorte, si che subito farete ritrarre dicto cavallo cum la soa sella et for
nimento de che colore et forza siano, et retractati sarano, li mandarete
da noy per li exebitori de questa.
Abiat. 27. martii 1470.
G.
Gio. Attendolo castellano di Pavia scrive nel 23 maggio 1478 alla
duchessa (Bona di Savoja) di aver consegnato in esecuzione ai di Lei
ordini ad Fidele Camarero de V. E. tutto el resto di li Retracti erano
remasti qui in questo Castello vostro, li quali sonno a numero sedici;
computato il retracto de la Recolende Memoria del quond. ill.mo Duca
Galeaz con el suo Cendalo davanti.
Missive, ossia Lett. Duc , Lib. 95. fol. 53. В.
554
VARIETÀ.
H.
1467 novembre 15.
Ill.mo et ex. signor mio sing. In executione del comandamento mha
fatto vostra illust. signoria, sono stato per voglere fare aconzare el ca
mino de lasalla grande depinta, quello che verso la camera vostra verso
il tesauro, qum che me stato fatta ambasata per parte de vostra Ex.
di quella voglia alogiare in quella camera solita alogiare queste altre
volte passate appresso al Texoro, trovo che deti camini sono tondi et
sono fatti in su verge le ferro,primo che no se po fare la fenestra in del
camino in mezo, che non rompendo il ferro de mezo, et rompendolo
dubito caschara perchè lie sghiapato et anche si guastara il Ducato,
quale e bello, et se io lo facio fare tra luno ferro e l'altro, se schiva
il dubio del caschare et non se guasta il ducato. Ne ho voluto dare av
viso a vostraillust. signoria, perchè lie uno atto questo de una grandia
ceremonia no voria quello lia havesse qualche rispetto al parere mio,
non mepare cheimporta niente, perchè ad ogni modo serve bene al suo
exercitio. Tuttavia se lavoro domane limeterò una gran furiade magi
stri e lavoratori. Questi pavesi haspeteno vostra ill.ma signoria congran
dissimo desiderio. Et se la Ex. V. non fa predere de feni e biade da
callo (cavallo) adira in spese perchè già comencia a montare; vino
non lie qui se nonpocho et altra manicione per le camere de vostra
illust. sa bene, a la quale me aracomando. Papia dieX novembri 1467.
Illust. dominationis vestre
Servitor Karolus Cremona.
Milano.
Archivio di S. Fedele.
J.
Bartolomeo di Cremona.
Sono venuti qua da nuy m° Bonifacio, Vincentio et m.º Zaneto de
pinctore, con li quali havemo havuto la tua lettera, et inteso per quella
quanto scrive io lo facto di questa capella et ancona, et habiamo an
cora veduto li designi hano portato dicti maestri, diremo respondendoti,
che non volemo ultra la dicta ancona far fare altre depincture alle
asse intorno ad dicta capella, et cossì alla truina della capella; solamente
volemo sia depincto dazuro et stelle doro cum Dio patre in mezo dessa
truina, et alla volta et loco de architravi qualche angelo et spiritello,
altra spesa de pinctura non intendiamo fare in dicta capella, si che re
tornamo la li dicti pinctori et altri ancora che poi sono venuti, fra li
IL CASTELLO DI PAVIA.
555
quali chi ha dicto voler pigliare limpresa de queste cosse per ducento
ducati, chi per 150 et chi per 100 molto variamente luno da laltro; pero
li haveray tuti da te. Et chi vora farne migliore conditione, ad lui de
libereray questa impressa, et questo vole esserde presente senza alcuna
dilazione.
Dat. papie die 21 junii 1474.
Missive, ossia Lett. Duc , Lib. 115. fol. 372.
Κ.
per Laurentium
C.
Bartolomeo di Cremona comissario super laboreriis.
Restiamo avisati per la tua, como havendo ti messo alincanto li la
vorerii di dipingerequesta capella (inPavia), m.johane Petro da Corte
et compagni depinctori se sono offerti pigliare limpresa et farla per
pretio di duc. 150 alloro spese, cum le condictione che per essa tua ne
scrivi. Ad noi e piaciuto più el designo de dio patre cum li angeli in
torno, che laltro senza angeli, et così havemo facto dire ad dictide
pinctori, che quello faciano nela truina; alle meze vôlte volemo li faciano
per ogni lato la annunciatione, la natività, lapassioneet resurectione,
et sono stati presenti dicti pinctori ad vedere in dicta capella dove se
debono fare, siche sono assai informati. Retornemo mo là, et siamo
contenti che loro habiano questa impresa,cumliqualitu te intenderay
con farli dare li denari.
Dat. Papie die 1. julii 1474.
Missive, ossia Lett. Duc , Lib. cit.
per Laurentium
C.
L.
Ill.mo et ex.mo signor mio.
Heri sira receveti ona lettera de vostra exc. de di i del presente si
gnata Cichus, in exequtione de la quale Philippo Coyro generale thexau
rero de li lavori de V. S. ha acceptato et ricevuto presente me da pietro
oldoyno libre quatrocento imperiali, qualipoy per epso philippo ho facto
fare a maestro jacoio vismara et ad maestro constanctin da vaprio
dipinctore et compagni con maestro bonifacio da cremona et maestro
556
VARIETÀ.
Vincentio da foppa a depingerla Capella nel Castello de pavia, et ne
son facte le debite et opportune scripture,cioè debito et credito ad esso
Philippo....
ommissis.
Insuper ho voluto sapere da li dicti maestrojacoio et Constantino, se
da qui anatale proximo serà fornito dicta capella,facendole intendere
che intentione de V. S. è che la sia fornita a tale tempo, et che a questo
fine quella gli fa numerar dicti dinari. Me hano resposto nonessere pos
sibile, ma che l'harano fornitada qui a Pascha, como dicono che anche
feceno intendere a vostra ex ,quando quella fu ad viderla et che gli era
m. Cicho, et che quella rimase contenta. La magior parte de loro di
cono essere misso como quella allora potè vider, ben dicono che già sia
fornita, se havesseno voluto haverli pocha advertentia, ma che gli hano
ducento figure longhe quarte I luna de quilli Sancti sicondo le reliquie
sono in le capsete, et che non hano voluto che ogni magistri li habia
misso mano, ma lor soli, et cossidicti magistri jacoio et Constantino hano
qui de le tavole de lanchona, suso la quale lavorano maestro Bonifacio
emaestro Vincentio sono ad pavia et lavorano anche lor in epsa an
chona, dicono non voleno guardare ad uno pocho de tempo più per far
la cossa digna e laudabile. Se ricomando continuamente a V. Cel.
Ex Mediolani die VII dec. 1476.
E. M. D. V.
Servitor Bartholameus de Cremona.
Principi et ex. d.
meo singularissimo
Duci Mediolani etc.
м.
1471, 24 dicembre.
Bartolomeo Gadio da Cremona scrive al duca Galeazzo M. Sforza,
non avere il denaro sufficiente a far eseguire certa opera commessa
dal duca all'ingegnere Benedetto (Ferrini) da Firenze, e che proba
bilmente era quella delle fortificazioni di Soncino; e soggiungeva al
principe in tale proposito : Se vole, toglia de li laurà de lancona de pa
via, et leva li magistri da essa opera de dicta anchona, come ha tolto e
fatto senza mia licentia et senza havermene parlato.
La lettera originale è nel Grande Archivio di Milano, nella classe
degli artisti, sezione ingegneri.
IL CASTELLO DI PAVIA.
557
Ν.
ANTONIO DE TRITIO.
Perchè desideramo chel orologio in la libraria del nostroCastello de
pavia se fornisca per le mane de maestro de Guglielmo de parise, el
quale è li in li serviti dela maestà del serenissimo Re, perchè e le bono
maestro et altra volta al tempodela bona memoriadel Ill. signorepas
sato lo hebbe in le mane et cominciò per fornirlo, e perchè elle pur
opus mirabile: pertanto vogli pregare la Maestà del Re, che ladegni
farvi comodità del dicto maestro saltem per quattro mesi, et poten
dolo havere, vogli mandarcelo qua da nuy più presto che poray. Da
tum Mediolani die 12 maii 1456.
Cristof.
C.
Missive, ossia Lett. Duc, fascicolo separato e slegato senza numero,
anni 1453 al 1464, fol. 124.
0.
Ill. et Ex. D. D. Duci Mediolani, ecc.
Illustrissimo et excellentissimo signor mio. È stato qui Bramanti
ingeniero de Vostra excellentia, quale dice havere cumissione di quela
de cavare alcuni desegni ne lo orologio che è in questa libreria de
certi pianeti per ornare uno certo celi d'una camera ad Vigevani : et
io per non havere altra cumissione de la excellentia Vostra, non las
sarò exportare fora de dicta libreria designo alcuno, sino che non
abbia speciale licentia de quella, sicchè le piaccia darne avviso de
quanto haverò a fare per littere signate de sua propria mane. Alla
prelibata Vostra Excellentia de continuo me ricomando. Ex arcePapiae,
die V martii 1445.
Ε. Εx. v.
fidelissimus servitor
Jacobus de Pusterla ibidem Castellanus.
Castellano Papie.
Siamo contenti lasciati pigliare a Bramante nostro ingegnero quelli
designi del Horologio di quella libreria che alui parirà, et cossi ve ne
facemo libera licentia con questa.
Mediolani, 6 martii 1495.
Missive, ossia Lett. Ducal, Lib. 193, fol. 211. b.
558
VARIETÀ.
P.
Comiti johanni de Attendolis castilano arcis papie.
Mandamo li Albertino Guardarobba presente portitore per tore la
baretta de Sancto Bernardino, che è in quello nostro Castello, sichè
volimo gli faciate dare liberamente per portare qui da nuy.
Dat. abiati, die primo junii 1469.5
Mandiamo li el venerabile nostro Alberto guidobono, capellano dela
illust.ma duchessa nostra consorte per tore e portarequida nuy el brazo
de sancta maria magdalena et de sanjacomo, che sono in quello nostro
castello ; perciò volimo gli le debiate dare liberamente.
Dat. abiat. die xxvm may 1469.
Galeaz maria sforza vic. manu propria.
10. ANT. FER. 6
Missive, ossia Lett. Ducali Libro, 90, pag. 164. a ;
R.
13 settembre 1453.
22 settembre d°
154.
Il duca Francesco Sforza scrive al Bolognino
castellano di Pavia, perchè riceva il re (di Sicilia) Renato, che viene
a visitarvi la duchessa ea vederela città e il castello : raccomanda far
gli molto honore, presentandogli la chiave del Castello como a usanza.
Il re Renato di Sicilia si parte da Paviae va ad
alloggiare dai monaci di Chiaravalle, e poi si reca a Venezia. Così ri
levasi da lettera ducale. Fu a visitare il Castello e gli venne fattaono
ranza, del che rimase molto soddisfatto.
Nel 7 maggio 1454 il duca scrive a D. Antonio de Eustachio milite
capitaneo generali classis nostre papie che D. Bertuzo¹ daca Cabrielo
zentilhomo venetiano viene a pp. (papia) per vedere la cità e il castelo;
ordina di alozarlo e farli le spese, mostrarli la darsina, facendo pescare
et dare tuti quelli piaceri che ve sarà possibile.
Scrive al Referendario ed al Bolognino Castellano arcis papie di far
5 ABIATI, cioè Abbiategrasso,ove allora soggiornava il Duca.
• FER..... Ferruffinus. Questo Gio. Ant. Ferruffino era forse il padre del Gio. Gia
como Ferruffino, che fu segretariodi Lodovico il Moro pegli affari cameralie per le spese
dello Stato.
7 Bertuzo o Bertuccio, cioè Albertuccio.
IL CASTELLO DI PAVIA.
559
sì che domino Bertuzo sia allogiato in Castello con le persone sue, che
serano al numero de 16 o 20 et li cavalli fuori, et per suo piacere e no
stro honore volimo sia richiesti et posti in sua comopagnia 10 o 12 zoveni
zentilhomini et delli piu aparissenti de la cità, quali continue lo acompа
gnano amorevolmente et bene.
firmato FRANCISCUS SFORTIA VICECOMES
manu propria.
Missive, ossia Lett. Duc., Lib. 16, pag. 362.
23 marzo 1459.
Il duca scrive al magnifico comiti bolognino de
attendolis comiti sancti Angeli et castelano castri papie, acciò lasci visi
tare il Castello alli magnifici Ambasatori delo ill. monsignor duca de
Borgognia, quali sono andati da la santità de nostro signore el papa
per dargli obediencia per parte dell'illustrissimo M. Duca.
21 aprile 1459.
Il duca scrive da Milano al suddetto castellano
che Miser Petro bono citadino venetiano olim potestate de Bergamo viene
là per vedere quella cità (di Pavia) et quello nostro castello et libreria
et reliquie gli sonno. Semo contenti che lo lassate intrare in quello no
stro castello con li suoy et li nostri gentilhomini sarano cun lui, et gli
mostrati esso Castello, libraria et reliquie, facendogli quelle careze et
grata acoglienza sarano possibili.
Missive, ossia L. D., Lib. 37, fol. 4.
NOTIZIE D'ARCHIVIO.
RELAZIONE BIENNALE
DELL' ARCHIVIO CIVICO MILANESE.
(1875-76)
Milano, 23 agosto 1876.
Onorevolissimo Sig. Presidente della Società storica lombarda.
ALei, che già accolse con molta cortesiaquanto asuarichiesta
ho scritto in data 23 febbrajo 1874¹, ed una copia delle Norme e
storia dell'Archivio, cui ho l'onore di soprintendere, permetta
ch'io presenti una relazione dell'operato in esso Archivio d'allora
in poi, cioè nel biennio 1875-76.
Corre il secondo anno dacchè, colla pubblicazione dal titolo:
Norme per l'Archivio del Municipio di Milano, si è messo lo stu
dioso al fatto di quanto passavasi in ciascuna delle tre sezioni,
nelle quali è suddiviso l' Archivio del nostro Comune. In quello
scritto accennavasi aprogetti che oggidì si trovano nel novero dei
fatti compiuti.
La chiesa di S. Giovanni alle Case rotte, dicui ilettori dell'Ar
chivio storico lombardo dovettero apprezzare la particolareggiata
monografia stesa dal socio abbate Antonio Ceruti (pag. 148-185
dell'anno I), venne col regio decreto 2 luglio 1875 ceduta dal Go
verno al Municipio di Milano. Il Consiglio comunale findal 20 ago
sto 1874 aveva approvata la proposta, che quella chiesa venisse
Archivio storico lombardo. Anno I, fasc. I, pag. 69.
* Ivi, Anno II, fasc. I, pag. 94.
NOTIZIE D'ARCHIVIO.
561
adattata a sede dell' Archivio civico, Sezione amministrativa, che
dal 1861 trovavasi raccolto in locali, ormai divenuti insufficienti
al bisogno, nel secondo piano del palazzo Marino.
L'effettiva consegna da parte del R. Genio civile seguì il 7 ago
gosto 1875. Appena effettuatane la chiusura,si pensò a dar esecu
zione al predisposto progetto d'adattamento. Lo spoglio venne
venduto al capo-mastro cav. Giorgio Pellini, il quale donò l'altar
maggiore alla chiesa di Viconago presso Varese, e al quale ven
nero eziandio allogate le poche opere murarie di adattamento. Dico
poche, perchè la Giunta si era obbligata a rispettare il prospetto
esterno dell'atrio e anche le pareti internedel vaso principale, per
quanto le fosse riescito possibile; sicchè, tolti un sottile tavolato
per ridurre a camera d'ufficio il vuoto dell' atrio, la rimozione delle
balaustrate, degli altari, dell'organo, di una scala e di alcuni bal
latoi, e l'apertura di un finestrone di sfondo, nessuna trasforma
zione radicale venne fatta al corpo della chiesa.
Il sig. Alessandro Zenoni assunse la costruzione degli scaffali,
che nell'ottagono della chiesa (di cui venne lasciatolibero un lato
solo) salgono finsotto al cornicione per l'altezza di quasi 10 metri,
con tre ballatoi in giro ediciasette corsie per cartelle e protocolli,
in complesso uno sviluppo di metri 50 alla base e metri 850 per
tutte le corsie, il che offre posto al collocamento di 4400 cartelle
e 600 registri ; e coll'aggiunta degli scaffali chiusi sul sancta san
ctorum, e dei ripostigli nella sagrestia, in unasala superiore a que
sta e in alcuni altri locali accessorii, si hanno più di 7500 cartelle
e4400 registri e libri, che attualmente trovansi collocati nel nuovo
Archivio civico in San Giovanni alle Case rotte.
L'elegante semplicitàdel disegno, lasimpatica tinta di cinamomo
data agli scaffali, la solidità reale ed apparente di essi, la como
ditàdegli accessi e delle salite a tutti i piani, la proporzionata va
stità del vaso, la luce che piove libera ed obliquamente dall' alto,
o che penetra orizzontalmente attraverso il fogliame dei retrostanti
giardini, l'uniformità e la pulitezza delle cartelle messe tutte a
nuovo, l'elevazione, la forma e le dipinture della volta, le statue,
i fregi e le dorature, in più luoghi rimaste visibili fuor degli scaf
fali .... fanno di quest'Archivio il più vago, senza forse, che sia
ora in Milano. Equesto pregio aumenta,se si ha riguardo all'estre
mamodicità della spesa occorsa per adattarlo con legnami in gran
562
NOTIZIE D'ARCHIVIO.
parte tolti all' Archivio già esistente nel Marino, ed a scaffali che
erano in opera altrove.
Ai primi dello scorso luglio trovavasi l'Ufficio municipale d'Ar
chivio nella sede novellamente destinatagli.
Ora non istarò a dire del lavoro sostenuto da quelli, tra gli ar
chivisti della Sezione amministrativa, cui restò specialmente affi-
dato di effettuare iltrasporto delle cartelle: Ella così pratico d'ar
chivii, può di leggeri immaginarsi le difficoltà da superarsi, le
molte e complicate operazioni da eseguirsi per tramutare daun
luogo all'altro tutto un archivio. E notisi che anche durante il
trapasso non si cessò un sol giorno, un solo istante dal rispondere
alle spessissime richieste di atti da parte dei numerosi uffici del
Comune, e che si volle approfittare di esso trapasso per disporre
secondo un nuovo ordine, più semplice insieme e più razionale, il
materiale tutto, istituendo eziandio un catalogo numerico ed in
dicativo delle cartelle, state così per la prima volta contraddistinte
da numeri, le cui serie comprendono talora quelle della Sezione di
deposito, giacente nell'ex-chiesa di S. Carpoforo.
Aquest'ultima sezionesi estesero quindi le operazionidi ristauro
dei locali e di riordinamento degli atti. Ai locali e loro arredi non
si era fatta da qualche anno alcuna riparazione di rilievo, e di
molto si trovarono essi necessitosi; gli atti poi, e in ispecie i re
gistri, ebbervi a subire parecchi rimestamenti, sia per introdurvi
quelli versati da varii dicasteri civici, o sia perestrarne quelli che
si giudicò opportuno di riavere sotto mano a S. Giovanni alle Case
rotte, o per rendere alCollegio Calchi-Taeggi, ridivenuto autonomo,
il suo archivietto. Sicchè, a non tacere parte alcuna del vero, è
forza dire che le due sezioni dell' Archivio amministrativo del nostro
Municipio, vennero nel decorso di questo biennio rimesse intera
mente a nuovo.
Di novità se ne fecero non poche anche presso la Sezione sto
rica, essa pure aperta a S. Carpoforo. I membri della Società sto
rica lombarda che presenziarono le adunanze sociali, tenutesi ap
punto colà, e quegli altri che per loro studii frequentarono quel
l'Archivio, conoscono parecchie delle migliorie statevi introdotte
dal principiar dell'anno scorso all'aprirsi delle attuali vacanze:
l'istituzione d'una glittoteca, il completamento della sala pei di
segni, l'aumento della biblioteca storica sono tra le più appari
NOTIZIE D'ARCHIVIO.
563
scenti. Ma, chi non sa che sovente ciò che si vede meno, è appunto
quello che più importa? Intendo qui alludere alla nuova sistema
zione, intorno alla quale procederono alacremente idue archivisti
della Sezione, sebbene siano essi di sovente distratti da altre cure,
quale l'assistenza agli studiosi, l'evasione delle richieste d'ufficio,
l'edizione di grossi volumidegli atti municipali contemporanei, la
formazione dei relativi lunghissimi indici. Taluno, ch'ebbe già ad
esternare la propria soddisfazione per l'ordine perfetto che regna
nell' Archivio storico di S. Carpoforo, e per la prontezza e preci
sione con cui è ivi dato agli impiegati di corrispondere alle ricer
che di notizie e di documenti, si stupirà forse all'udire come vi
si pensi ad una novella sistemazione delle carte, e temerà non si
risolva essa in confusione piuttosto che in riordinamento. La sua
meraviglia cesserà quand'egli sappia che quell'ordine è più appa
rente che reale, perchè l'Archivio trovasi tuttora sistemato in modo,
da servire agli scopi puramente amministrativi di tre quarti di
secolo fa, e senza il menomo riguardo allo sviluppo storico delle
vicende, alle quali è dovuta la collezione di tanti documenti, spet
tanti ad epoche ed a materie disparatissime; e che anche questa
stessa distribuzione burocratica è guasta da un'infinità di equi
voci e di svarioni nella interpretazione del contenuto delle carte,
massimamente paleografiche,deinomi più importanti dei personaggi
cui esse si riferiscono, delle cariche e mansioni di questi e perfino
delle date, specialmente se espresse alla latina od alla repubblicana.
Anche la serie, per avventura la più importante di tutta la se
zione, della quale era alla bella prima sembrato fosse stata dagli or
dinatori del 1800, e dopo rispettata la sistemazione datale dal Giu
lini, dal Lualdi e dal Pansecchi, e alla quale dovevano corrispondere
ivolumi manoscritti di Regesta del Consiglio generaledella nostra
città dal 1543 al 1796, esaminata minutamente fu trovata ma
nomessa, disordinata e deficiente, essendone stati non pochi in
cartamenti (tutti giàricoperti con sapienza e pazienzadi fogli por
tanti i transunti analitici degli atti compiegativi) sparsi per entro
alle ventiquattro categorie diverse dell' Archivio, onde una parte
ne andò irremissibilmente perduta pergli scarti patiti da ciascuna
di queste. A ripristinare, fin dove sarà possibile, la serie delle Or
dinazioni consigliari secondo il sistemaGiulini e imitatori, conviene
ora rivedere ad una ad una le 4800 cartelle dell'Archivio per
564
NOTIZIE D'ARCHIVIO.
accertarsi se contengano filze (cosi sono intestati gli incartamenti
in questione) da ricollocarsi alla primitiva loro sede.
Èimpossibile indicare precisamente a quali serie ed aquante
cartelle sia stata finora estesa la incominciata nuova sistemazione,
se ne togli il centinajo di mazzi dei suaccennati Appuntamenti
della Cameretta, che si vanno ricompletando, e una decina circa
di registri ducali, provvisionali e giudiziarii, di cui si istituirono
copiosi indici alfabetici da coordinarsi a quelli dei predetti ap
puntamenti. Delle altre serie vennero rivedute quelle e quelle parti
soltanto, cui l'occasione od il bisogno di riconoscerne la consistenza
fece dar mano; e furono specialmente le relative alle Acque della
città ed ai laghi della provincia, all' Araldica, ai Luoghi pii più
antichi, al Censo (che è la categoria finora più studiata e ri
mestata), alle Corporazioni religiose, alle Potenze ed alle Strade
urbane. Non istimo superfluo il ricordare che l'età degli antichi
documenti civici abbraccia cinque secoli, dal XIV al XVIII com
presi, pochi appena essendo i posteriori al 1800: meglio della
metà di quelli finora esaminati erano paleografici, od almeno di
difficile decifrazione.
L'intero riordinamento della Sezione non potrà effettuarsi che
fra qualche anno; e allora lo sarà presso che tutta d'un solo
getto. Intanto vi deve precedere uno studio accurato della sto
ria d'ogni ramo dell'amministrazione del nostro Comune dal 1385
al 1802; storia la quale va raccolta (oltre che nelle opere dei
varii eruditi milanesi
dove però non trovasi se non a spizzichi,
qua e là, e spesso anche incerta, inesatta ed incompleta) sugli
scritti forniti dallo stesso Archivio civico antico e da altri sì pub
blici che privati. In questo indispensabile studio preliminare si
riassume la differenza specifica tra i lavori d'un archivio ammini
strativo e quelli d'un archivio storico: nel primo le sistemazioni,
per quanta intelligenza richieggano in chi le predispone e in chi
le eseguisce, non trascendono le attitudini d'un buon impiegato
d'ordine; nel secondo nulla approda a bene, se l'archivista non
conosce a sufficienza la storia in generale, se egli non sa appas
sionarsi per quella che scaturir può dai documenti affidatigli, se
non possiede un bel corredo di cognizioni linguistiche, paleogra
fiche, geografiche, enciclopediche; se infine egli, anche senza sa
NOTIZIE D'ARCHIVIO.
565
persi elevare alla sfera degli autori d'opere storiche, non è ca
pace di tener loro dietro, e molto dappresso.
La redazione degli appunti e degli indici storici e la sistema
zione delle carte a S. Carpoforo occupò quegli archivisti, special
mente nei giorni delle due annate 1875 e 76, nei quali eglino non
dovettero accudire a lavori di diversa natura, o tenersi a dispo
sizione dei privati frequentanti la sala di lettura: questa stette
aperta al pubblico 115 giornate nel 1875, e 95 nel corrente anno
(avanti le vacanze autunnali), e vi adirono rispettivamente 144 е
136 lettori. Oltre a queste 280 ricerche private, ne furono evase
37 d'ufficio (17 nel 1875 e 20 nel 76). Le firme raccolte sull'al
bum dei visitatori erano una cinquantina al finir del 1874: a que
st'ora si sono triplicate. Se un doveroso riserbo verso taluni, i
quali non amano di veder annunciati iloro studii, finchè eglino
stessi non si siano decisi di darli alla luce, non mi trattenesse dal
l'esporre qui la distinta degli argomenti intorno a cui si aggira
rono le ricerche storiche fattesi a S. Carpoforo in questo biennio,
potrei enumerarne di assai importanti; ma per quelle che tacio
valgano le poche seguenti, riferentisi ad opere già fatte di pub
blica ragione per mezzo delle stampe. All'Archivio civico antico
fecero dunque ricorso, tra gli altri, il pubblicista L. Archinti per
l'informazione sull' Archivio stesso edita in due numeri (del 29 e
30 p.° pº maggio) del Corriere della sera ; il nobile cav. F. Calvi
per la sua opera sul Patriziato milanese; lo stesso ed altri colla
boratori dell'illustrazione delle Famiglie notabili milanesi ; il no
bile dott. C. Casati per la sua monografia sul Castello di Milano;
l'archivista prof. G. Pagani per le memorie sulle antiche comme
morazioni della vittoria di Legnano, sulle carrozze e sulle pompe
a vapore nel secolo scorso; il sacerdote V. Rossi per le sue ri
cerche intorno ad Alberto da Giussano e discendenti; il marchese
A. Rusconi per la sua monografia sulla propria famiglia.
Ciascuna delle tre suddivisioni dellaSezione storica, archivio,bi
blioteca e museo (cioè sala dei disegni e glittoteca) ebbe il proprio
incremento nello scorso biennio. Nell'Archivio vennero deposti gli
atti dei Teatri di Milano già regj, ora comunali, ed inserite le
carte d'un mezzo migliajo circa di mazzida più anni improvvida
mente gettati da un canto come roba inutile, e che furono in
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
37
566
NOTIZIE D'ARCHIVIO.
vece trovati contenere documenti di non picciola importanza, e
completamenti di carteggiche l'Archivio possedeva imperfetti: ag
giungansi idonida parte dell'Archivio di Stato di due volumi ma
noscritti relativi al Palazzo ducale trovati colà in duplicato; da
parte della signora Rosa Verri di diverse pergamene e carte an
tiche colle unite decifrazionidel compianto dilei marito cav. Gio
vanni Zucchetti, stato già dirigente dell'Archivio di deposito
civico-provinciale, e di altre da parte del segretario municipale
dott. Ferrante Clerici.
Per mezzo di doni s'arricchi pure la biblioteca, e anche per
via d'acquisti; tra i donatori vanno segnalati la R. Deputazione
degli studii di storia patria in Torino per la collezione della Mi
scellanea e dei Monumenta ; laSocietà storica lombarda pel volume
d'omaggio al settimo centenario di Legnano e pel primo volume
della Bibliotheca historica italica, il sig.Enrico Bogani ed il signor
dott. Carlo Casati per diversi libri e stampe.
Donarono poi generosamente alla sala disegni l'abbate L. Mal
vezzi, gli architetti Macciacchini, Colla e Brocca,l'ingegnere G. B.
Torretta, il nob. sig. Tinelli, il predetto sig. Bogani ed altri ; e
tutti quei disegni (due centinaja ed oltre), i quali non occorre
vano ormai più all'Ufficio tecnico municipale pergli usi ammini
strativi, passarono all'Archivio storico, dove venne portata a venti
la raccolta in dieci volumi dei principali edifizi di Milano ini
ziata dal Bianconi. Altri disegni, si in volume che sciolti, in ori
ginale o in copia o impressi, diversi diplomi e carte topografiche
e geografiche vennero raccolti nella sala a ciò espressamente de
stinata, ove una elegante e capace bacheca offre all'occhio del
visitatore la parte più scelta dei cimelii che il Municipio possiede
a San Carpoforo.
Ivi, a terreno, sotto la sala dei disegni, venne composta una
piccola glittoteca con varii gessi già posseduti dallo scultore Mar
chesi, con modelli di monumenti e di edificii, e con altri oggetti
plastici, aventi tutti relazione coi documenti che si conservano
nelle due attigue sezioni d'archivio ocoi diagrammisuperiormente
accennati.
Se il mio amor proprio di soprintendente all'Archivio civico di
Milano non mi fa velo, credo d'avere dimostrato che il nostro
NOTIZIE D'ARCHIVIO.
567
Municipio, tuttochè come corpo meramente amministrativo non
disponga di quella potenza di mezzi propriadelle Autorità supe
riori, nulla tralascia dal canto suo per giovare agli studii storici
e per provvedere al migliore collocamento delle carte pubbliche,
le quali sono come i ricordi difamiglia, che una generazione tra
manda a quelle destinate asuccederle.
Ella, onorevole sig. Comm. C. Cantù, voglia sempre avermi in
contodi
Suo affezionatissimo servitore
STEFANO LABUS.
CURIOSITA D'ARCHIVIO.
ERETICI.
Habentes libros Fratris Martini leuter Alamani nottificent
M. D. XXIII Die XXVIJ Martij
Essendo notorio et manifesto,che le Predicatione et opere di Frate
Martino Leuter Alamano tendeno tutte ad offendere et depravare il
nome et fede de la Religione Christiana; e che la felice memoria del
summo pontefice nostro Papa LeoneX cognosciuta la expressa heresia,
et detestablle vita del prefato frate Martino, ha reprobato et damnato
le opere sue, prohibendo la conversatione et praticha sua: similmente
intendendo lo sacratissimo imperatore ne le parte de Alamania farse
molte secte, et adherirse ale heretice persuasione de epso Frate Mar
tino, fu etiam da la sua Cesarea Maiestate, ne la Congregatione facta
in Vormatia da li Principi del sacro Imperio, declarato el medemo:
Hora lo Illustrissimo et Excellentissimo signore Francesco secundo
Sforza Vesconte Duca de Milano, etc. Volendo imitare le sapientissime
et laudabile provisione facte per el sanctissimo Patre et per lo sacra
tissimo Cesare suoi suppremi signori, acio che in questo suo Illustris
simo stato, dove intende, che già qualche uno hanno principiato de
contaminarse ne la Fede Catholica per le heretice opere et false per
suasione de dicto Frate Martino : ha deliberato de prohibire che, non
solo questa pestifera et heretica pravitate non passa più ultra: ma
anchora de eradicare quella che gia fusse concepta: E pero per parte
de sua Excellentia si fa bando et commandamento, che qualuncha
persona, de quale stato, grado et conditione si voglia, così ecclesia
CURIOSITÀ D'ARCHIVIO.
569
stica como seculare, quale habia appresso de si libro alchuno, o pre
dicatione, o opere et scripture alchune, facte o composite sotto il no
me del prefato Frate Martino, debbia haverle, nel termino de quatro
giorni, propalate et consignate inmano del Magnifico Ducale supremo
Cancellero, ad fine se possano destruere et anihilare, sotto la pena de
la vita et confiscatione de' soi beni. Admonendo etiam quelli, che
sano chi li habbia, ad manifestarli sotto la medesima pena: quale pena
de confiscatione sara applicata per la medietate ala Ducale Camera:
e per l'altra medietate alo Accusatore: Il quale sara etiam tenuto
secreto. Le quale pene sarano exequite senza alchuno respecto.
Franciscus.
Locus sigilli.
Visa: H. Moronus
"
Bartholomeus Rozonus.
Publicata super platea arenghi et in brolleto Comunis Mediolani
per Alexandrum Oldanum tubetam ducalem, die sabati XXVIIJ men
sis martij 1523 sono tubarum premisso.
(Missive, registro 48, folio 236, t.°).
Potestati Tilij
Restiamo avisati per lettere de don Lazaro de Nardis vicario de
Monsignore da Como et de frate Jacobo da bressa, maystro in theo
logia e inquisitore de li heretici, como tu ex abrupto e senza saputa
loro, ymo preter la deliberatione loro hay dato la morte ad una de
quelle femine destenute appresso a ti per heresia.Pertanto volimo, re
cevuta la presente, ne avisi cum quale casone e raxone hay facto
questo così de tua testa et ulterius te cometimo perquanto hay caro
la gratianostra che de quella altra femina che tu hay in presone per
dicta imputatione de heresia non ne faci altra novità, jmo ne faci
quanto disponerà li prefati don Lazaro et maystro frate Jacomo. Da
tum Mediolani die XXVII octobris MCCCCLX.
Κ.
C.
NOTIZIE.
Fra i programmi proposti dall'Istituto di Francia, notiamo:
" Della filosofia della scuola di Padova.
"
Che cosa deva intendersi per moralità nelle opere d'arte e
d'immaginazione.
"
"
Della filosofia stoica.
Nozioni della diversità che si trova nelle opinioni e nei sen
timenti morali delle varie parti della società.
מ
Storia delle dottrine sull'educazione in Francia dopo il XV
secolo.
"
Esame dei sistemi sulla parte e sull'uffizio dell'elemento mo
rale nella storia.
"
Influenza esercitata dai climi sullo svolgimento economico
delle società umane. „
IL CASTELLO DI CARCANO.
Da nessun storico, credo, appare il nome della famiglia cui
apparteneva quel Castello, celebre nelle guerre del Barbarossa,
se nondaundocumento in data4ottobre 1344, cioè dall'istru
mento di fondazione di S. Maria di Casiglio, fatto da Beltramino
di Parravicino, nunzio apostolico e vescovo di Bologna. La peti
zione all'arcivescovo Giovanni Visconti comincia:
" Reverendæ Paternitati Vestræ significat Devotus vester Epi
NOTIZIE.
571
scopus Bononiensis, quod in Diœcesi Mediolanensi, antiquitus fuit
quoddam Castrum, Carchenum appellatum, et in eo quædam
Ecclesia Parochialis in honorem Beati Nazarii constructa consi
stebat, prout adhuc consistit, cuius Parochiani et Patroni fuerunt
et sunt progenitores ipsius Beltramini, et quidam alii de paren
tela eiusdem, et apud eam, ut plurimum, sepulti; sed Castrum
prædictum, temporibus primi Federici Imperatoris funditus fuit
deruptum, præedicta Ecclesia absque aliqua abitatione pro ipsius
Rectore inibi remanente, etc., etc. ,
Neppure dalla scomunica pronunciata dall'arcivescovo Uberto
di Pirovano contro Carcano, risulta il nome di quei nobili feu
datarj che intende privare d'ogni nobiltà e d'ogni feudo. Sitone
di Scozia poi afferma apparire da antichissimo albero genealo
gico della famiglia Parravicini di Parravicino in carattere gotico,
come il patrono della chiesa del suddetto Castello ed il castel
lano fosse Gotofredo di Paravicino, capo-stipite.
Esso era forse fratello di quel Giacobino di Paravicino che
con Petrazio di Erba ed altri, secondo la cronacadi Daniele, fu
fra i traditori, dichiarandosi per Federico nel giorno della festa
delle Palme, in cui questi, ricevendo l'olivo in S. Ambrogio, co
mandò la distruzione delle mura. Per la qual cosa i castelli di
quei traditori, cioè di Paravicino, di Erba, di Cornino e Cesana,
furono assediati e distrutti dal conte Galvaneo, condottiero dei
Milanesi, assediando in ultimo il castello di Carcano dove si era
rinchiuso Federico col marchese di Monferrato, difeso da quei
della Martesana e del Seprio, e da Pavesi Novaresi e Vercellesi.
CALVATONE.
Si disputò della vera postura della città di Bebriaco, citatada
Tacito, come quella ove l'esercito di Ottone, imperatore romano,
fu sconfitto il 69 d. C.
Chi lo pone a Canneto, chi a Calvatone nel Cremonese a due
giornate da Verona,ove la strada romana postumia si biforca. Le
cronache pongono qua la città di Vegra, il qual nome è la forma
volgare di Bebriaco (Bebra-vicum), distrutta dagli Unni. Vi si
scoprono continuamente ruderi, e nel 1855 un busto di bronzo
dell'imperatore Antonino e due statuette di marmo pario. Ora il
572
NOTIZIE.
parroco Luchini, fra Calvatone e Romprezagno, oltre avanzi prei
storici, scavò medaglie etrusche portanti l'effigie del lucamone, e
sul rovescio altre immagini, e in molte l'epigrafe FELIMP PEPRATIO ;
altre galliche e molte romane.
Il rev. signor canonico Finazzi pubblicò Le antiche lapidi di
Bergamo (in-4 di pag. XXXIV-224), che dal Municipio di Ber
gamo era egli stato incaricato di riunire nell'Ateneo patrio. Non
si peritò a raccogliervi anche quelle sospette e di incerta prove
nienza. Nel Bollettino Archeologico nostro del marzo 1876 si pro
dusse la lapide di Ida Atestia, che da Bergamo passò a Ferrara
non si sa quando.Ora il signorA. Tiraboschi pubblica una lettera
del 19 aprile 1561 del Consiglio di Bergamo, che al duca di Fer
rara manda essa lapide, e i ringraziamenti che ne fa il duca il
13 maggio, il quale credea vedervi una testimonianza dell'anti
chità della sua famiglia. Non regge dunque l'opinione del Serassi,
che fosse mandata per ottenere miglior trattamento a Torquato
Tasso.
Nei Monumenta Germaniae historica compaiono i volumi VI,
IX degli Scriptores rerum longobardicarum et italicarum, per cura
del professore Waitz; e per cura di Scheffer Boichorst Le cro
nache italiane del tempo degli Hohenstaufen.
Ora appunto ci arriva l'annunzio della morte di GiorgioPertz,
l'intrepido raccoglitore di essi Monumenta germaniae historica e di
tant' altri lavori, quali gliArchivj della Società della vecchia storia
tedesca,- Gli storici tedeschi del passato, gli Scriptores rerum
Germanicarum in usum scholarum, ecc. ecc. Dovette i primi im
pulsi e ajuti al ministro prussiano Stein; per incarico delGoverno
annoverese visitò le biblioteche e gli Archivj d'Europa; fu presi
dente della Società storica dell' Hannover e di quella di Franco
forte, bibliotecario e consigliere intimo di Monaco, ove mori.
Anche Venezia ha voluto avere una Deputazione di storia pa
tria con socj ordinarj, socj onorarj e corrispondenti, esteri e
nazionali. Alle spese contribuirono il Ministero della pubblica
istruzione, le deputazioni provinciali di Padova, Rovigo, Verona,
e più largamente quella di Venezia (L. 1000); molti Municipj
NOTIZIE.
573
di cui quel di Venezia per L. 5000, onde ebbe in cassa L. 8948
eper tre anni assicurate altre L. 5565 annue.
L'ab. Fulin, redattore dell'Archivio Veneto, principale promo
tore di questa dotta Compagnia, ne racconta i preliminari, finchè
riuscì a fare la prima adunanza il 1 agosto 1875.
Scopo della Deputazione è il pubblicare almeno parte degli im
mensi materiali storici e paleografici che rimangono ancora, non
solo nella dominante, ma in tutto il Veneto.
Le pubblicazioni saranno distribuite in documenti, statuti e
leggi, scrittori di cronache, miscellanee, atti.
Sono già dati fuori i regesti dei libri de'commemoriali della
Repubblica Veneta, interessanti non solo per la storia patria,
ma per quella di tutta Europa. Formano essi diciotto volumi, in
cui, dall'anno 1300 fino al 1436, poi fino al XVIII secolo, dai
cancellieri ducali sono notati non solo atti dell'autorità sovrana,
ma anche contratti, franchigie a città suddite, condotte di capi
tani, risposte ad inviati stranieri, istruzioni diplomatiche, tariffe,
rapporti officiali, verbali d'udienze, istituzioni di pietà, arrivi di
carichi, tutte insomma le cose quae faciunt ad jurisdictionem Com
munis Venetiarum.
Il prof. Gloria sta allestendo il Codice diplomatico di Padova,
che sarà cominciamento a quelli di tutto il Veneto.
Si pubblicheranno ordinate e corrette tutte le cronache anche
edite, di importanza riconosciuta.
Il primo volumeda i regesti, cioè il senso e l'estratto di 740
e 466 documenti, fino al 1326, con corredo di ampio indice.
Lodando la diligenza del lavoro, la bellezza dell'edizione e la
correzione , dobbiamo invidiare quel bell'accordo di studiosi pa
triotici e i volonterosi aiuti della cittadinanza, ben convenienti
alla ricchezza dei documenti e all'importanza storica di quella
tanto gioriosa repubblica.
Chi non ricorda le continue relazioni di Venezia colla Dal
mazia e con tutti gli Slavi meridionali? Son dunque nostri gli
studj che si fanno intorno a questi, dacchè l'insigne arcivescovo
Strossmayer fondò ad Agram, nel 1867, l'Accademia Jugo-Sla
venska. Nei numerosi atti ch'essa pubblico, il presidente canonico
Raski , lodatissimo storico dei ss. Cirillo e Metodio, e i signori
*
574
NOTIZIE.
Mesich, Sime, Ljubich, Bogisich, Pavich, Ruczki, trattarono spesso
delle cose venete; dagli Archivi di Venezia e da altri italiani de
dussero un'infinità di documenti, con cui illustrarono la storia, il
commercio, l'emigrazione, il governo di quei paesi. Ragusi, l'in
signe città della triplice letteratura, che merita storia più di
qualche vasto impero, trova qui il suo diritto, il suo commercio,
i suoi poeti, i suoi rapporti con Venezia, la sua letteratura e
specialmente la teatrica.
Indichiamo principalmente, per la storia de'nostri eretici, quella
dei Bulgari, dei Bogomili, dei Patarini, e la vita del vescovo De
Dominis, autore della Republica Cristiana; idocumenti slavi degli
Archivi italiani, la storia di Spalato, città che può dirsi italiana e
a cui testè fu restituita la dignità primaziale sulla Dalmazia. Nè
taceremo il racconto della congiura di Pietro Zrini e Fr. Frangi
pani, una delle più famose (1671), per istaccare l' Ungheria e la
Croazia dall'impero germanico, e della quale circa 600 atti fu
rono tolti in gran parte dagli Archivi di Venezia e di Roma, ed
ebbe gran risuono anche inLombardia.
CONCORSO POLETTI.
L'insigne Accademia Romana di Belle Arti,denominata di San
Luca, ha pubblicato il programmadel concorso quadriennale Po
letti , che verrà aggiudicato nel corrente anno pel conferimento
di una pensione mensile di scudi 20 a quel giovane italiano che
ne riuscirà vincitore.
Tema del concorso: " Conservatorio di musica vocale e istru
mentale da erigersi inRoma,capace per duecento giovani, oltre i
maestri, professori e direttori „.
Al Municipio di Roma sono ostensibili le condizioni volute pel
concorso.
Presso la stessa Accademia è altresì aperto, pei soli italiani,
il concorso biennale, anch'esso d'istituzione Poletti, al premio di
scudi romani 200 (it. L. 1000), per un " Ragionamento sulla ne
cessità dell'uso del ferro nelle opere architettoniche moderne, e
se il modo nel quale si è usato finorabasti a stabilire uno stile
corretto ed elegante, o se si debba ancora studiare per raggiun
gere questo scopo. „
NOTIZIE.
575
L'illustre fisico prof. Govi, nostro socio, ha trovato nella Bi
blioteca Casanatense un libretto a stampa senza nome d'autore,
nè di stampatore nè di tempo, col titolo Antiquarie prospettiche
romane composte per prospettivo milanese dipintore. Sono terzine
in cui vengono descritte le fabbriche e altri lavori d'arte di
Roma. L'autore è certamente della scuola di Leonardo, di cui fa
spesso menzione e acui dedica il libretto, che buone congetture
pongono al 1499 o 1500. Invitiamo i Lombardi a cercarne qual
che più precisa notizia.
Sotto nuovo aspetto considero Cicerone il signor D' Hugues
professore di Tolosa, cioècome proconsole in Cilicia (Une province
romaine sous larépublique. Parigi, 1876)mostrandoin che orribile
servitù fossero le provincie sotto la sfrenatapodestà dei procon
soli, che cambiavansi ogni anno con tutti gl'impiegati; colonie
di aristocratici affamati che succedeva alla colonia de' satolli.
BIBLIOGRAFIA.
La famiglia de Ferrari di Genova. Notizie storiche e genealo
giche, raccolte da L. T. BELGRANO. Genova 1876.
Lodevolmente operò il signor Belgrano illustrando la famiglia del
duca Raffaele de Ferrari, ma il mondo ricorderà soltanto lui, che dond
20 milioni a vantaggio del porto di Genova; e sua moglie marchesa
Maria Brignole-Sale il monumentale palazzo rosso in ViaNuova, colla
insigne biblioteca e Galleria. Questi sono fasti!
Les Celtes et les Gaulois par M. P-L. LEMIÉRE. 2me étude. Paris,
1876.
La storia dei Celti e dei Galli tocca talmente alle origini italiche,
che non farà meraviglia se già nella dispensa I dell'Archivio Stori
co, poi nella V pag. 3, abbiamo parlato dell'opera del sig. Lemière,
e dell' opposizione del signor Steuer. Questi (Bruxelles 1872) nella
Ethnographie des peuples de l'Europe avantJ. C., confuta Amedeo
Thierry, sostenendo che i Galli erano null' altro che un ramo della
famiglia dei Celti; il nome di questi esser antichissimo, e quello dei
Galli non apparire che con Belloveso.
Lemiéré, invece, fa dei Galli un popolo distinto dai Celti, abitatori
primitivi dell'Europa, e forse ai Galli appartenere tutta la gente ger
manica, identica colla scitica: quei che vennero in Italia erano bande
assoldate, al servizio dei Liguri, che sono tutt'uno coi Celti, nè fon
darono veruno Stato indipendente.
Per discorrerne a fondo aspettavamo che il signorLemiére pubbli
BIBLIOGRAFIA.
577
casse il suo lavoro compiuto, ma ora egli ci annunzia che, per forti
cagioni, deve mandar fuori una sola parte. Questa discorre dei Celti
nella Narbonese, nell' Iberia, nell'Aquitania; solo in appresso ce li
farà vedere nelle isole bretoni e in Italia.
Aspettiamo dunque, e solo noteremo una dissertazione di A. Ber
trand, nella Revue Archéologique, sul valore che hanno in Polibio le
parole Κελτοί, Γαλάται, Κελτική ο Γαλατία. All'Accademia delle Iscri
zioni e Belle Lettere, il dottor Lagneau lesse una dissertazione, ove
sostiene, come Bertrand, la dualità de' Celti e de' Galli, ma non am
mette che le invasioni galliche d'Italia venissero dall'Alto Danubio;
i Celti furono anteriori ai Galli, e quel nome è applicato a molte di
verse nazioni.
Giuseppe Salvioli, studente dell' Università di Modena, pubblicò te
stè uno studio sui Celti nella storia: esamina le quistioni etnografiche
e le condizioni dei vinti sotto la dominazione romana e franca. Ma
principalmente si occupa del carattere morale e politicodi questa raz
za, trasfuso poi ne' Francesi.
Del contado della Martesana. Dissertazione postuma del sacerdote
dott. Gio. Dozio, pubblicata dal sac. Giuseppe Prestinoni. Mi
lano, G. Agnelli, 1876, pag. 45, in-8.
La Martesana, la Brianza, il Seprio, la Bazana..., sono denomina
zioni di territorii milanesi, che non si sono mai ben determinate.Oggi
stesso si disputerebbe ove comincia, ove finisce la Brianza. D. Giovanni
Dozio brianzuolo, uno de' bibliotecarj dell' Ambrosiana, rapito nel 1863
agli studj letterarj e paleografici, cercò determinare quei paesi, radu
nando la storia delle pievi brianzuole, e, dopo illustrato quelle di Bri
vio (1853) e di Vimercate (1858),aveva destinata,non pei Monumenta
historiæ patriæ, come dice l'editore, ma per la Miscellanea Italiana,
quella dissertazione che solo adesso compare.
le frasi :
Merito suo particolare, oltre la paziente indagine delle carte, è la
topografia, appoggiandosi alla quale, vuole spesso supplire al difetto
di documenti, dando quelle che sono sue congetture. Quindi frequenti
Inclino ad escludere da questa regione ...--
È credibile che ...-Esporrò come io intenda gli ultimi accenni...-Io credo probabile l'esistenza di due distinte tribù ...-Quando avvenne quella ampliazione? Io credo avvenisse ...
Nella credenza che Cantù fosse capo della Martesana di mezzo,
mi conferma il seguente riflesso....
578
cettarla il lettore....
BIBLIOGRAFIA.
Mi sia permesso d'esprimere un'opinionemia, voglia o no ac
Di ciò nulla ho trovato,ma io inclino acredere che ...
Certamente gli eruditi non potranno adottare sempre queste sue
opinioni. Gli saranno però grati d'aver raccolto quel pochissimo che ci
è ricordato della Martesana, denominazione ora perita del tutto, se
non sia nel titolo del Naviglio della Martesana, e surrogato dal non
meno indeterminato di Monte di Brianza.
Apag. 27 pone che «l'arcivescovo Galdino, dopo sconfitto ed umi
liato Federico a Legnano, tolse d'ufficio e di posto » l'arciprete di
S. Maria del Monte.
Galdino morì il 18 aprile,dunque prima della battaglia di Legnano;
ed Algiso, suo successore, fu eletto il 2 luglio, cioè dopo di quella.
PASOLINI PIETRO DESIDERIO. Memorie storiche della famiglia Ponti.
Imola, 1876, in-4.
Chi visito Gallarate,nobilissima per l'industria fra le terrelombarde,
sente in ogni parte ricordare la famiglia Ponti, nell'ospedale, nella
chiesa magnifica,nel teatro,nel cimitero,in lavori d'arte che poi gran
deggiano nel palazzo di Varese. E tutto è dovuto all'industria della
filatura e tessituradel cotone, per cui quella famiglia acquisto e me
ritò una nobiltà,ben migliore di quella che potesse ritrarre da sangue
distillato per magnanimi lombi. Giuseppe II, in aria filosofica, diceva
all'oscuro Casanova: « Io disprezzo quei che comprano la nobiltà. » E
l'arguto veneziano replicava: «E quei che la vendono, Sire? »
Il signor Pasolini ebbe lafortuna di trovare e coordinare una serie
di avi, che davvero influiscono poco a cresceril Instro d'una famiglia,
che noi, venuti dalla bottega e dal telaio,ingloriamo delle ben acqui
state e ben adoperate ricchezze.E ben a ragione ilPasolini loda que'
maggiori degli ultimicento anni, 4 i quali mostrarono dimenticare l'an
tica istoria della famiglia, e non vollero innalzare le loro case sulla
instabile arena delle pompe e degli onori, ma tutte le forze e l'inge
gno loro voltarono alle industrie con alacrità così grande che,vantag
giata con la ricchezza e con l'esempio la loro terra natale,procaccia
rono onorata ricordanza al loro nome nelle generazioni avvenire. »
Del Pasolini son pubblicati recentemente La vita di Francesco Mi
chiel, arcivescovo di Ravenna nel secolo XIV, (Ravenna 1876) ; e una
dissertazione sul palazzo di Teodorico a Ravenna.
BIBLIOGRAFIA.
579
Cronache dei secoli XIII e XIV. Firenze, 1876, in-4.
È il vol. VI dei Documenti di Storia Italiana, pubblicati dalla Re
gia Deputazione sugli Studi di Storia Patria per la Toscana,l'Umbria
e le Marche.
Firenze, che doveva conseguire tanta glorianelle vicende d' Italia,
e aver gli storici più abbondanti, più cari e più insigni, fu quasi l'ul
tima a comparire tra i Comuni rigenerantisi, e ad avere narratori. Il
primo di questi è il Senzanome,che dovette vivere sino al 1234; magro
e rozzamente pretensioso cronista, ma unico a raccontare i fatti di Fi
renze nel cadere del XIII e cominciare del XIV secolo, e qual testi
monio oculare descrive le lotte de' Comuni contro i castelli e le città.
Fu la fonte a cui attinsero il Malaspini ed il Villani, ma rimase ine
dita finchè la Deputazione sugli Studi di Storia Patria della Toscana,
Umbria e Marche, non si propose di stamparla. Mentre pero vi atten
deva, si trovò prevenuta da G. Hartwigh coi Quellen und Forschungen
zur ältesten Geschichte der Stadt Florenz (Marburg 1875). L'Hartwig
sostiene che i primi narratori ebbero allamano ben pochi documenti,
ma si valsero di leggende divulgate (anche secondo Dante, le madri
fiorentine favoleggiavano colle loro famiglie de' Trojani, di Fiesole
e di Roma), e conchiude che Firenze fu fondata dai Romani due
secoli a. C.; non fu distrutta da Totila nè rifabbricata da Carlo
Magno; nel medioevo la sua pianta era quale ai tempi romani :
la cerchia antica fu distrutta probabilmente al tempo delle ordinanze
di giustizia; e Fiesole disfatta non nel 1010, ma nel 1125: nel secolo
XI Firenze era ancora dipiccolo conto, e nel suo mezzo aveva ter
reni coltivati: poi divenne centro del movimento anti-imperiale in To
scana, e principale sostegno del papato.
Gino Capponi non si bado a discutere quella parte così oscura od
imbarazzata de' primi tempi di Firenze; e noi volentieri lasciamo via
le questioni, clamorosamente agitate, sull' autenticitàdi varj de'primi cro
nisti, e accettiamo volontieri la nuova stampa che qui è data di To
lomeo da Lucca; tanto migliore di quella fattane nel 1619 a Lione e
di tutte le posteriori.
È notevole la poca esattezza delle date. Se ci fermiamo al tempo
che molto fu avvertito testè in occasione della. Lega Lombarda, To
Oltre il clamoroso Dino Compagni, di cui si parlò nel Vol. II, pag. 104, si nega
l'antichità diRicordanoMalaspina, principalmente daArnoldBussondi Innspruck (1869):
echecominciasse a scrivere non prima del 1278,quando si pubblicò la cronaca diMar
tinPolacco, da cui molto desunse; e scriveva ancora nel 1290; e molto se ne valse
Giovanni Villani.
580
BIBLIOGRAFIA.
lomeo mette : « Anno Domimi MCLVII Adrianus creatur in papam."
È noto che funel 1154.
Al 1158 riferisce la coronazione di Federico in Roma, e la rissa
avvenuta coi Romani.
Nel 1159 esso imperadore fa riedificar Tivoli, devasta Spoleto. La
morte di Adriano è posta al 1160, facendolo seduto 4 anni. Le crono
logie gli dannoinfatti 4 anni e 9 mesi, ma la morte sua pongono nel
1159, come l'elezione di Alessandro III, che Tolomeo pone nel 1161.
Nel 1160 fa da Federico devastare Milano e Piacenza, poi radunar
l'esercito e assediare Milano, giurando non andarsene finchè non l'ab
bia ridotta al nulla.
Nel 1162 fa che Milano, assediata da due anni e più,sia presa, di
strutta, arata, seminatovi il sale.I corpi dei re Magi, portati a Milano
da Costantinopoli da sant'Eustorgio, sono da Federico concessi all'ar
civescovo di Colonia.
Nel 1173, Alessandro va inFrancia, onorevolmente ricevuto; e per
cid Federico invade la Francia.
Nel 1175 Federico torna in Italia, e devasta ogni cosa,eccetto Pa
via. L'anno stesso & Lombardi colligationem faciunt contra imperato
rem, in favorem Papæ,videlicet Mediolanenses,quamvis fuerint deva
stati, Cremonenses,Placentini, et multæ aliæ civitates et castra dictae
regionis. Noi mettiam questo fatto nel 1167.
Nel 1167 «Federicus obsedit Anconam ... eodem anno Mediolanum
et Cremona, auxilio amicorum, rædificantur. "
Nel 1168 Mediolanenses, Cremonenses et Placentia, in despectum
Frederici et contra Papienses civitatem ædificant, quam, ob reveren
tiam Alexandri papæ, ipsam Alexandriam vocant. »
1174 « Fredericus,videns Lombardiam et Tusciam sibipassim rebel
lare... nuncios mittit ad Alexandrum super concordia facienda. »
Nel 1175 Fredericus ad concilium nuncios mittit de concordia in
ter ipsum et papam tractaturos, de tanta Italicorum concordia contra
ipsum infavorem papæ expavescens. "
1176 « Fredericus ad gremium Ecclesiæ redit, et Venetiis absolvitur
a legato Papæ, et pro amenda crucem assumit ultra marinam cum
multa militia, etc. " Niente di Legnano, nè del papa a Venezia.
1177 «Alexander in Italiam redit. "
1182 «Alexander papamoritur. " (nel 1181).
1183. Mortedi Federico, mentre le storie la mettono al 1190; ed in
quell'anno sarebbe stata la pace di Costanza, non indicata da Tolo
meo. L'editore avverte che ifatti son meglio ordinati nella storia ec
clesiastica di esso Tolomeo.
BIBLIOGRAFIA.
581
Qui pure si trova l'uso,che doveva esser comunequando pochissima
la scrittura, di raccomandare i fatti alla memoria mediante versi, e
spesso in rima,
O Mortennane non est sibi nomen inane
Mors tua, mors dura, multis dabit asperajura.
alludendo a Mortenano, castello a 10 miglia da Siena. E a Montalto
Est factum planum Mons altum nomine vanum.
Edi Fiesole
Così altrove:
Subjacet hæc mesta quia nunquam fecit honesta
Exsuperans Pisa superatur marte recisa
Flos inimicorum vindex Florentia florum
Pistorium contra commovet ipsa manu.
Dei 20 anni fra il 1299 eil 1320, pieni di fatti importanti, si ha il
Diario di Ser Giovanni di Lemmo.
Più accurata è l'edizione del Diario d'anonimo fiorentino, con note
e documenti, di Alessandro Gherardi.
Il Mittarelli nelle Accessiones Faventine, mal pubblicò il Chronicon
Tolosani. Meglio avealo studiato il medico G. B. Borsieri, che, chia
mato professore a Pavia daMaria Teresa, non pensò più a quel lavoro,
che ora qui compare.
Documenti della Storia di Sicilia. Palermo, 1876.
Della Società Siciliana per la Storia Patria si è già fatto menzione :
ed ora abbiamo sottocchio l'Archivio Storico Siciliano, sua pubblica
zione periodica. Il primo fascicolo, oltre l'informazione delle vicende
di essa Società e de' suoi Atti, e uno studio biografico su Galvano
Lancia, che molto illustra icasi dell'infelice Corradino di Svevia¹, ec
citano vivo interesse le Notizie delle sacre rappresentazioni in Sicilia,
esposte da Gius. Pitrè, il più persistente e giudizioso raccoglitore di
lavori popolari. Lo si accompagna volentieri in quel ragguaglio delle
tante rappresentazioni, misteri, atti, martirj, riscatti, cene, pastorali, in
tralizzate, taratatà, processioni, finzioni..., or lepide e scurrili, ora serie
1 Su questo pubblicò una preziosa memoria il sig. Del Giudice, negando (fra il resto)
che Carlo convocasse i sindaci e baroni per processare Corradino.
582
BIBLIOGRAFIA,
esacre, sempre volgari, e che cominciate nel medioevo, durano ancora
in quell'isola, che fortunatamente non crede sintomo di progresso il
vilipendere il passato.
Deve mettersegli compagna la terza serie della Biblioteca storica e
letteraria di Sicilia, dovuta all'ab. Gioacchino Di Marzo, dove si con
tengono le drammatiche rappresentazioni di Sicilia; a capo delle quali
il famosissimo Atto della Pinta, opera di Merlino Coccaj.
Degli Atti e Memorie poi della Società Storica abbiamo un fascicolo
checontienela Storia di Alcamo, paziente ed eruditissimo lavoro del
prof. De Giovanni, eun fascicolo dei Tabularj, ove si riproducono do
cumenti, la piùparte inediti,degli Archivi siciliani. Il primo è del 1087.
Nello scorso terzo trimestre pervennero in dono alla Società dai
rispettivi autori le seguenti pubblicazioni:
Calvi Felice, Il Patriziato Milanese. Milano, 1876, in-8.
Ellero Pietro, La questione Sociale. Bologna, 1874, un vol. in-8.
Mancardi Francesco, Cenni Storici sull'Amministrazione del Debito
Pubblico delRegno d'Italia e sulle Amministrazioni annesse, ecc. Parti 4.
Roma, Stamperia Reale, 1875.
Pallastrelli C. Bernardo, Il suocero e la moglie di Cristoforo Co
lombo. Memoria. Piacenza, 1876, in-4.
Pasolini Pietro Desiderio, Memorie storiche della Famiglia Ponti.
Imola, Galeati, 1876, in-4.
Rivista Archeologica della Provincia di Como, recenti ispezioni e sco
perte, C. V. Barelli; Necropoli gallica a Moncucco, A. Garovaglio ;
Notizie archeologiche riferibili a Como ed alla suaprovincia, C. V. Ba
relli; Iscrizioni Romane, idem.
Rosa Gabriele, Feudi e Comuni. Brescia, Malaguzzi, 1876, in-16.
Scarabelli Luciano, L'eroe di Tarragona restituito al suo paese LXV
anni dopo la sua morte. Piacenza, Solari, 1876, opusc. in-8.
Son notevoli le discussioni fatte dal Vigo e da altri sulla nota tenzone di Ciullo
d'Alcamo.
G. OTTINO, responsabile.
.
LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO,
O LA LOTTA DEI NOBILI E DEL POPOLO
IN MILANO.
(1198-1292 ) .
CAPITOLO I.
DEL GOVERNO DI MILANO DALLA CADUTA DEI CAROLINGI
FINO ALL'ANNO 1198.
La lotta arditissima sostenuta da S. Ambrogio contro gli Ariani
e la imperatrice Giustina, e il mirabile coraggio di cui egli diede
prova, quando impedi a Teodosio di penetrare in chiesa, dopo
gli eccidî di Tessalonica, sparsero, fin dal quarto secolo, viva luce
di gloria sulla sede episcopale di Milano. Profittandosi della debo
lezza dei Carolingi, della loro assenza d'Italia, delle lunghe guerre
che or l'uno, or l'altro portava alla Penisola, per ottenerne la
signoria, raccolte molte ricchezze, poterono i vescovi, colla ec
clesiastica, aver non piccola parte della potestà politica, laonde i
due reggimenti in loro si fusero e confusero. Ma questo accadde
naturalmente, e non per ordine o per donazione sovrana, e però
l'atto con cui vuolsi che Carlo Magno concedesse al vescovo mi
lanese il potere temporale in Milano, ha lo stesso valore storico
di quello che, afavore dei pontefici, viene attribuito a Costantino.
Il vero potere ei raggiunse per le ragioni accennate e per il suo
mirabile accordo col popolo, il quale vedeva in lui un leale e
PURICELLI, Ambrosianae Mediolani Basilicae ac monasterii monumenta, pag. 46;
UGHELLI, It. Sac, IV, pag. 70; Flos Florum ad annum 947.
Arch. Stor. Lomb.- An. III.
38
584
LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO.
forte difensore de'proprî diritti, sicchè nonpermettevamai che al
tri gli recasse offesa, e ne scemasse l'autorità. Ciò apparve chiara
mente nel 1037, allorachè, essendo in Milano Corrado II, corsa
voce che questi volesse togliere all'arcivescovo la facoltà d'inve
stire dei diritti feudali il vescovo di Lodi, insorse il popolo, e Cor
rado dovette, in fretta, ripararsi a Pavia. Così, quantunque favore
vole alle riforme ecclesiastiche, per le quali durò in Milano lunga
e crudele lotta, il popolo milanese si mostrò avverso a Grego
rio VII, che le propugnava, temendo che la Chiesa Ambrosiana
patisse nella indipendenza e nell'onore. Per forza propria, e in
gran parte morale, più che per impero di principi, i vescovi mila
nesi, passando per la via delle immunità, onde diventavano liberi,
coi loro soggetti, dalla giurisdizione dei conti, raggiunsero a poco
a poco l'autorità politica direttiva. Pertanto, verso la metà del
decimo secolo, furono riguardati come i primi principi di Lom
bardia, e, non dandosi alcun pensiero della cronologia storica,
facendosi forti d'un decreto di S. Gregorio Magno, pretesero per
sino di avere, coi loro suffraganei, il diritto di eleggere i re d' Ita
3
lia. Ad aumentarne il potere giovò assai la giurisdizione missa
tica, conceduta aloro fin dal tempo di Carlo il Calvo, per cui essi
assistevano ai giudizî dei conti, ne diminuivano l'impero, e prepa
4
ravansi ad esserne gli eredi. Ma in ciò non furono soli, chè il
governo divisero coi loro capitani e vassalli; e per tal guisa il
popolo, invece che ad uno, dovette obbedienza a più Signori.
Finchè i vescovi non abusarono della loro signoria, quello non si
lagnò; ma alzò la voce,e insorse quando essi lo vollero opprimere.
Bensel seppe l'arcivescovo Landolfo da Carcano che,nell'anno 980,
fu, pel suo dispotismo, cacciato dalla città, e ricacciato poi allo
rachè, per sostenersi al potere, distribuiva, tra i vassalli (milites),
i beni della Chiesa. Rotto l'accordo, il popolo cominciò a cam
minare sulla via della libertà sino a che, diventato forte, baldo
4
• ARNULPH., Hist. Med, lib. II, c. 12.
3SIGONIUS. Hist. Reg. It, Bononiae, 1580, lib. VIII, pag. 342, a. 1002.
.... ipsi nihilominus episcopi singuli in suo episcopio missatici nostri potestate
et auctoritate fungantur. » Kar. II, Const. Ticin, a. 876. Vedasi: SCHUPFER, La so
cietà milanese all'epoca del risorgimento del Comune, nell'Archivio giuridico, vol. III,
pag. 463.
5LANDULPH. sen, Med. hist, lib. II, c. 26.
• ARNULPH, lib. I, c. 10; LANDULPH. sen, lib. II, c. 17.
LA CREDENZA DI SANT' AMBROGIO.
585
e sicuro, pervenne ad istituire il consolato. Ma a questo ei non
giunse d'un sol tratto, nè d'un sol tratto l'arcivescovo perdette
tutto il suo dominio; ma egli stesso si rassegnò a menomarlo, e a
dividerlo coi cittadini. Ed è cosa notevolissima, e tale da recare
non poca meraviglia, il vedere come i rivolgimenti politici avve
nissero, nel medio evo, a grado a grado, e non repentinamente,
siccome sarebbesi potuto attendere da uomini di tempra ferrea,
travagliati da ferree lotte,dalle quali stava per uscire ordinamento
politico così diverso, che doveva abbassare i potenti ed innalzare
gli oppressi.
Ciò che accadde in Milano accadde altrove: in Brescia, ove il
vescovo e i consoli conchiusero uniti la pace con Bergamo; in
Modena, ove fu fatta una concessione agli abatidi S. Pietro, alla
presenza del vescovo e dei consoli stessi; in Piacenza ed in
7
altre città. E gradatamente ovunque si sollevarono poi gli operai,
e si resero a poco a poco padroni del Comune. Le corporazioni
d'arte, che li raccoglievano, non portarono subito nelle proprie
mani la somma del governo; ma accontentaronsi, in sulle prime,
di avere alcuno dei loro associati presenti agli atti pubblici, di
far quindi da testimonî, per arrivare più tardi agovernare in co
mune, e infine da soli. Ora, per tornare ai consoli di Milano, di
remo che, sebbene essi sieno nominati solamente nell'anno 1107,
pure, come giustamente hanno osservato il Giulini e l'Hegel, 10
la loro origine è forse più antica." Infatti, torna difficile il credere
che il castello di Biandrate, piccolo luogo soggetto a Milano, non
spinto da quella viva lotta di parti da cui questa era spinta, avesse
prima di lei i consoli, il che apparirebbe dal prezioso documento
pubblicato nei Monumenti di Storia Patria. "
In Milano, uniti al vescovo, con cui dividevano il potere, i con
7 GRADONICUS, Pontificum Brixianorum series, commentario historico illustrata,
pag. 212; LUPI, Cod. Dip, II, pag. 1139.
8 MURAT. Ant. it, IV, pag. 51.
• MURAT. Ant. it., IV, pag. 52.
10 Il Giulini, per un diploma dell'arcivescovo Anselmo IV, opind che iconsoli esi
stessero sette anni prima. Vedasi GIULINI, Memorie spettanti alla storia, al governo
ed alla descrizione della città e campagna di Milano. Milano, Lombardi, 1855, vol. II,
pag. 685.
HEGEL, Gesch. der Städteverfassung von Italien. Leipzig, 1847, II, S. 170.
12 Monumentahist. pat, Chartarum I, 708.
586
LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO.
soli comparvero per la prima volta in una solenne occasione, nel
l'anno 1117, e soltanto in appresso soli, e senza quello, come auto
rità municipale indipendente. Il vescovo, invece di signore quasi
assoluto, divenne allora soggetto ai consoli, ai quali appartenne
eziandio il decidere i più grandi affari ecclesiastici, quand'essi fos
sero legati ai politici. Così, correndo l'anno 1128, in mezzo al vivo
agitarsi degli animiper lascelta del re e imperatore,volendo alcuni
Corradodi Svevia, altri Lottario duca di Sassonia, i consoli or
dinarono all'arcivescovo, Anselmo da Pusterla , d'incoronare il
primo.¹ Non altrimenti avvenne nell'anno 1143, in cui, sorta
quistione tra i monaci e i canonici di S. Ambrogio, per materia
metà civile e metà ecclesiastica, andarono i consoli dall'arcive
14
scovo, e gli dettarono la sentenza. Avuto, in tal guisa, nelle loro
mani il potere, eglino lo conservarono; e, avvicendandovisi, e pre
valendovi le diverse classi, col prevalere delle loro forze, eglino,
uniti al Consiglio di Credenza e al ConsiglioGenerale, governarono
Milano fino a che, nell'anno 1186, fu creato il podestà. Frattanto
la classe più bassa del popolo si agitava incessantemente; già si
annunziava vicina la tempesta; giàle onde s'accavallavano, s'urta
vano, si frangevano: la nave della libertàpericolava. Ritornò final
mente la calma; si accomunarono gli ufficî fra le diverse associa
zioni , giacchè, come assai giustamente ha osservato il Cantù,
4
non cercavasi tanto la libertà quanto l'eguaglianza, e questa non
tanto delle persone quanto dei corpi.15 , Ma la calma ebbe breve
durata; chè il vero Comune,quello per cuigli onori e i pesi dove
vano essere a tutti egualmente distribuiti, non ebbe mailunga vita,
il che fu la principal causa della sua rovina. Si mirò sempre, nel
medio evo, al particolare, anzichè al generale, a creare uno Stato
entro un altro Stato; ma al concetto d'unità non si seppe salire
mai. Governava presso che sempre la parte più potente, la più
potente associazione, non mai l'intero popolo, eguagliato neidiritti
enei pubblici ufficî.
11 LANDULPH. Jun, Med. hist, cap. 39.
14 PURICELLI, Op. cit, pag. 667.
15 Omaggio della Società Storica Lombarda al VII centenario della battaglia di
Legnano. Milano, Bernardoni, 1876, pag. 8.
LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO.
CAPITOLO II.
IL POPOLO MINUTO IN MILANO FINO ALLA CREAZIONE
DELLA CREDENZA.
587
Le fazioni politiche e religiose di Milano giovarono grande
mente a ravvicinare fra loro le diverse classi sociali, e a farle fra
loro conosciute e rispettate. Nell'agitarsi dei cittadini più egregi,
i campi di battaglia, a cui questi lo chiamarono, furono per il
popolo minuto, cioè a dire per gli operai, il luogo della loro ri
surrezione. Ma, sebbene armati da Ariberto, ricercati e corteggiati
dai combattenti, pure, un secolo dopo la creazione del Comune,
essi non partecipavano ancora al Governo. Avevano tuttavia per
corso lungo e non facile cammino; e, a persuadersene, basterà
rivolgere il pensiero allo stato miserissimo in cui erano caduti per
l'impero romano e per ledominazioni barbariche. Erano stati legati
da quello in corporazioni chiamate scholae, che durarono ancora,
dopo la caduta dell'impero, nei paesi non conquistati dai Longo
bardi. E però in Napoli, in Roma, in Ravenna e in altre città le
corporazioni vissero, e conservarono l'antico nome,talchè troviamo
i pescatori, i beccai, i calzolai ed altri riuniti collegialmente, e
aventi a capo un patronus e un capitularius. Quegli tutelava
l'arte, e ne riceveva, in cambio, servizî, questi sopraintendeva ai
capitoli ed agli statuti.
Ma nelle provincie già soggette ai Longobardi la curtis publica,
regia o ducalis, raccolse forse tutti gli avanzi della pubblica
proprietà romana, laonde caddero in gran parte sotto la sua di
pendenza gli artigiani, col nome di aldiones, servi pubblici. E,
nel continuo mutarsi di Signori, passarono anch'essi, con tutte
le regalie, d'una in altra mano, o in chi ne spoglio i conti, o
in chi ne fu investito da altri. Tra questi ultimi è da rammen
tare il conte di S. Bonifacio da Verona, che, nel 1165, ottenne
da Federico I il comitato veronese con tutti i diritti che gli ap
16 S. GREGORII MAGNI, Epist, lib. X, epist. 26; MARINI, Рар, pag. 68; FANTUZZI,
Monum. Rav., I, pag. 133, 227, 385.
588
LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO.
partenevano, e perciò i mestieri e la sorveglianza degli ufficî,
tanto della Schola Major, quanto di quella dei macellai,dei for
nai, colla giurisdizione su di essi." Ma alcuna volta i mestieri
d'una città non furono sottomessi ad uno solo, sibbene a più
padroni; così avvenne in Milano, ove i Visconti, per citarne un
esempio, tennero, fino al XIII secolo, solamente la giurisdizione
sui fornai.
Abbiamo detto che i mestieri passarono alla curtis regia in gran
parte, perchè alcuni (e il come torna difficile scoprire) pervennero
direttamente a singoli Signori, i quali facevano lavorare gli artieri
sì nei proprî castelli che nelle proprie abitazioni di città.18 Fu
concesso a questi di prestar eziandio ad altri la loro opera, pur
chè ne dividessero il guadagno coi padroni; e i padroni, dal lato
loro, stavano mallevadori del danno che da ciò potesse toccare
agli altri operai.
Nel dodicesimo secolo esistevano presso i monasteri di Milano,
eforse altrove, case di lavoro. Ve n'aveva una a S. Simpliciano,
una presso la Metropolitana, un'altra presso la basilica di S. Am
brogio; ma se vi si raccogliessero solo i vecchi, o si offrisse a
ciascun operaio sicurezza dalle oppressioni e valido ricovero, non
è facile sapere. Questo bensì sappiamo che tali case potevano
possedere, onde Alberigo Ferrario, ponendosi in viaggioper Terra
Santa, nell'anno 1142, lasciava, nel suo testamento, alla casa di
lavoro di S. Simpliciano soldi cinque: et Labor sancti Simpli
ciani solidos quinque.19
Tutti questi operai, non legati alla curtis publica, poterono,
nello sviluppo industriale dei comuni , arricchire, ricomprare la
loro libertà, e diventare il nucleo di quelli che agitarono e scon
volsero il Governo Comunale. Incoraggiati dall'esempio dei vas
salli maggiori, che si resero ereditario il dominio, dei minori, che
rinunziarono al feudo per la indipendenza, scaldati da quel fuoco
stesso della libertà che distrusse allora tutti gli edifizî del pas
sato, essi, potenti per numero, fatti più potenti pel lavoro, anno
17 MURATORI, Antiq. it., I. pag. 273.
18 Fu l'operaio che lavorava pei signori, il servus ministerialis doctus aut proba
tus, che ebbe un guidrigildo maggiore. Leges Rotarii, 129-131.
19 FUMAGALLI, Vicende di Milano durante la guerra di Federigo I, pag. 241.
20 HEGEL, Gesch. der Städteverfassung von Ital, II, S. 259.
LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO.
589
veratisi , mirato il lungo e malagevole cammino percorso, si co
nobbero forti, pigliarono vie più animo, e chiesero la loro parte
nella cosa pubblica. Lottarono per ciò assai tempo, e costante
mente, e arditamente si spinsero innanzi; incontrati gravi ostacoli,
si raccolsero, prepararono un'arma più efficace, un nuovo governo
di classe, che si ordinò, fece parte da sè, poi si slancio baldan
zoso entro la fortezza, per occuparla prima col nemico, e quindi,
cacciato questo, da solo. Tale fu la via battuta dalle corporazioni
d'arte, e, s'io non erro, dalla stessa Credenza di S. Ambrogio.
CAPITOLO III.
ORIGINE DELLA CREDENZA DI S. AMBROGIO.
Del grande avvenimento dell'origine della Credenza di S. Am
brogio poco, e, secondo noi, poco esattamente scrissero gli storici,
sebbene in essa, per quasi unsecolo, siasi raccolta la vita pubblica
milanese ; per essa il governo sia diventato popolare, siasi affret
tata la caduta della repubbliça e la creazione del principato. Le
più antiche cronache, come quelle di Daniele e di Filippo da Ca
stel Seprio, l'annunziano, all'anno 1198, con queste sole parole:
" Facta fuit Credentia Sancti Ambrosii. „ Nella cronaca di Am
brogio Bosso, denominata Flos Florum, all'anno stesso, si leg
ge: " Isto anno, secundum Beroldum, facta fuit Credentia sancti
"
Ambrosii. E il Fiamma scrive: " Anno Domini MCLXXXX7111
facta fuit decima Consularia, quam elegit Vicecomes Communitatis.
Et ipso anno Credentia Sancti Ambrosii facta fuit., Continua egli
poscia così: " Isto tempore cum Civitas ab antiquo esset divisa
inter partem Nobilium ex una parte, et partem Populi ex alia,
iterum in duas partes dividitur, nam Artistae, ut Macellarii, Fur
narii et alii Mensurales, in unum congregati, fecerunt quamdam
Societatem, quam vocaverunt Credentiam Sancti Ambrosii ; et por
tabant in armis suis quamdam Balzanam rubeo et albo colore in
longum partitam, et fecerunt sibi domum Communitatis cum turri
quam emerunt ab illis de Botaziis, quae usque hodie dicitur Turris
Credentiae, faciebantque ibi quaedam judicia ; et dabatur eis certa
pars proventuum Communitatis. „ ¹
21
21 FLAMMA, Man. Flor, pag. 660.
590
LA CREDENZA DI SANT' AMBROGIO.
Dove fossero questa casa e questa torre già cercò, con buon
successo, il Giulini, il quale scoperse ch'esse trovavansi nella par
rocchia di S. Galdino, nell'angolo delle due vie che (per dirlo
con nomi ch'ancor si comprendano dai contemporanei, in questo
meraviglioso trasformarsi diMilano) furono in appresso del Rebec
chino e dei Mercanti d'oro. Circa poi alla torre ha fatto, colla
sua esemplare diligenza, nuove investigazioni il signor dottor Carlo
Casati, 2 ch' ebbe la buona ventura di trovare la descrizione di
quella rialzata da Azzone Visconti, nella quale torre, come appa
risce dal documento che pubblichiamo, fu conservato tutto ciò
che valeva a far conoscere lo scopo a cui era destinata l'antica.23
Continuando il suo racconto, narra il Fiamma che della so
cietà facevano parte: " Carnifices, Furnarii, Caligarii, Sutores,
Fabri, Lanistae, Spetiarii, Cæmentarii et similes „ .
24
La città dividevasi allora in quattro parti: quella dei nobili ,
composta dei Capitani e dei Valvassori; quella della Motta, sorta
dai vassalli minori che avevano abbandonato il feudo per diventare
liberi cittadini, ed eransi resi illustri per cariche e per dignità;
quella dei Mercanti, e per ultimo questa della Credenza. La ori
gine della quale non ci fu tramandata da alcuno storico antico
25
diversamente da ciò che fecero quelli nominati più sopra. E
non è meraviglia, perchè base al loro racconto furono le cro
nache, che sogliono narrare i fatti allorchè si presentano nel
dominio pubblico, senza investigarne la ragione ed il principio.
Scrutare l'origine di una istituzione nel suo lavoro preparatorio,
in quel lavorio segreto e tanto efficace, per cui essa acquista
quella vitalità che serve al suo svolgimento, dall'infanzia all'ado
lescenza, dall'adolescenza alla virilità, è tutta opera dello storico,
enon del cronista. La meraviglia deve sorgere, a quello che a
me ne sembra, nel vedere come pressochè tutti gli storici moderni,
nel riportarne la narrazione, non v'abbiano sollevato alcun dubbio.
22 Vedasi l'Appendice al giornale la Perseveranza del giorno 11 aprile dell'anno 1872.
"Documento N. 1.
24 Cioè : lanii, beccai.
25 Inun compendio cronologico storico della città di Milano, che arriva fino al
l'anno 1487 (Manoscritto ambrosiano; 0. 85 sup), all'anno 1198, leggesi: < L'anno
MCLXXXXVIII fu laX consolaria. In questo anno fu molta diferentia in Milano tra
li nobili con quei del popolo. E fu fatto l'offitio della torre de la credenza a Milano.
Et usque nunc questa torre a retenuto lo suo nome.>
LA CREDENZA DI SANT' AMBROGIO.
591
Tra questi va escluso il Leo, al quale pare che " tutto ciò che
Tristano Calco, Galvano Flamma, e, dietro ad essi, il Giulini rac
contano, in generale e in particolare, del sollevarsi del popolo
minuto in Milano, sotto il nome di Credenza di S. Ambrogio,
posi semplicemente sulla loro fantasia. , Egli crede che sia qui
esistita un'associazione di artefici, la quale voleva, per la sua
classe, una certa stima e una rappresentanza nel governo della
città; ma non crede all'ordinamento dell'associazione stessa, e
però dichiara che quanto ne fu scritto è manchevole di base.27
Se non che tutto lo svolgimento della Credenza di S. Ambrogio
sta, in quanto a questo, a prova della veridicità degli storici.
Ma così nè parmi, nè m'è parso maidella sua origine; poichè fin
da quando ho attinto,per la prima volta, dagli storici nostri, la
notizia di quest'associazione, io ho dubitato forte che ciò ch'essi
ne credettero il principio fosse, invece, il momento della sua ma
nifestazione, il cominciamento della sua potenza. M'era parso
sempre una nuova favola il racconto di questa novella Minerva,
ch'esce armata e pronta alla lotta; m'era parso fosse passato
inosservato il suo lungo ed immancabile lavoro di preparazione,
lavoro da cui, per legge di natura, non possono dipartirsi nè gli
uomini nè le istituzioni, prima di giungere alla maturità. E già hơ
accennato in altro luogo come i rivolgimenti del medio evo non
fossero repentini, sibbene opera di lungo tempo, di continuo pro
gresso, d'invasioni continue di chi, rimasto lontano dal potere, o
dai sommi gradi di esso, sforzavasi di pervenirvi. Così fecero gli
operai in Milano colla creazione della Credenza di S. Ambrogio;
così i popolani ovunque erano oppressi, quando vollero prima
liberarsi dagli oppressori, arrivare poi al Governo, per cacciar
infine di seggio i nobili. E per provare che le cose procedettero
in questa guisa altrove, ci tornerà utile l'esempio di due città,
nelle quali la vita comunale si sviluppo largamente, al pari che
26 Zwar beruht alles das, was Tristanus Calchus, Galvaneu Flammaund ihnennach
Giulini von dem Emporkommen des gemeinen Volkes in Mailand, unter dem Namen
der Credenza di S. Ambrogio, in dem Jahre 1198 in Einzelnen und umständlich er
zählen, bloss auf ihrer Phantasie. LEO, Geschichte der italienischen Staaten. Hamburg,
1829, II, S. 161-162.
27 Was, aber neuere Schriftsteller und auch Giulini über die Einrichtung und Be
stimmung dieser Eidgenossenschaft sagen schwebt alles in der Luft. LEO, Geschichte
der it. Staaten, II, S. 167.
592
LA CREDENZA DI SANT' AMBROGIO.
nella nostra, senza il freno dell' aristocrazia, come in Genova
e in Pisa, del principato ereditario, o a vita, come in Napoli,
in Sicilia e in Venezia. Queste due città furono Bologna e Fi
renze.
Nella prima il popolo insorse nell'anno 1228; e tale insurre
zione poteva anch'essere repentina, perchè ai Bolognesi era toc
cata quella sventura che più addolora, infiamma e rende ingiusti
i popoli: una sconfitta. Di questa essi accusavano inobili che, per
uso antico, e qui e altrove, avevano nelle mani l'autorità militare.
Eperò si sollevarono; si raccolsero a consiglio; vollero riformati
gli statuti e larga parte nel Governo.28 Ma a ciò essi erano pre
parati da gran pezzo, poichè fin dall'anno 1174 esistevano in
Bologna società o fratellanze, le quali, cresciute in potere, erano
già vent'anni dopo rappresentate da un capo che vegliava alle
pubbliche deliberazioni. E quando si ribellò il popolo, furono le
società stesse delle arti e delle armi che si raccolsero a Parla
mento, e recarono al Governo quelle mutazioni che tornavano
utili a loro ed a quello, da cui esse erano costituite.º
Nondiversamente dal bolognese si emancipò il popolo fiorentino.
Questo avvenne nell'anno 1250, allorchè, come dice il Capponi,
" i ghibellini colla forza delle straniere masnade imposero al po
polo intollerabili carichi e l'oppressero in mal punto, imperocchè
iguelfi avevano al di fuori ricominciato la guerra, e il re Enzo di
Sardegna, altro figlio naturale di Federigo II, dai Bolognesi vinto
in battaglia, era imprigionato: la parte guelfa e popolare alzava
il capo, talchè veggiamo in quegli anni altre città emancipate al
28 GHIRARDACCI, Storia di Bologna, parte I, lib. V, pag. 146; Muzzi, Annali della
città di Bologna, I, pag. 338 e seg.
29 Nell'anno 1193 era stata conchiusa la pace tra i Bolognesi e i Ferraresi; ma nel
1194, sorta qualche incertezza sulla interpretazione dei patti, fu affidato ad alcuni ar
bitri delle due cittàil deciderle. Fra' Savi che accompagnaronli dalle rispettive città,
noveraronsi per nome nostro (cioè dei Bolognesi) Guidotto di Gerardo degli Orsi, l'uno
de' Consoli, Calanchino Console de' Mercanti e Guido de' Terafogoli Rettore delle Società.
Quest'è la prima volta che si annunziano in Bologna le società già cresciute e rap
presentate da un capo eletto in concordia, sicchè vegliasse nelle pubbliche risoluzioni,
o le autorizzasse col suo consenso,quante volte fosse mestieri. Quelle delle Arti man
tenevano allora un' intelligenza reciproca, e convenivano in un rettore arappresentarle.
Le Società armigere e specialmantequelledei Toschi edei Lombardi, unironsi più tardi
aquelle dell'arti. Muzzi, Op. cit, I, pag. 202.
so MUZZI, Op. cit, I, pag. 341.
LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO.
81
593
modo stesso con le forme che inquesta sua liberazione pigliava il
popolo di Firenze. „ La oppressione che pati dai ghibellini , la
guerra mossa dai guelfi, e le sconfitte dei ghibellini stessi basta
vano a spingere a ribellione il popolo; ma anche qui sarebbe in
errore chi credesse ch'egli scattasse a guisa di una molla; che
raggiungesse lacima perimprovviso assalto,laddove erasi sollevato
lentamente, v'era lentamente salito con passo ordinario e tran
quillo. Infatti, nell'anno 1193, essendosi i conti Guido posti sotto
la protezione di Firenze, fu conchiuso un trattato, in nome del Co
mune, dal podestà, dal consiglio e dai sette rettori delle mae
stranze; nel 1226, questi intervennero pure al pubblico consiglio,
edeliberarono coi consoli, coi giudici e coi notai; 33 e, coi consoli
della città, dei mercanti edei banchieri, vi parteciparono eziandio
nell'anno 1240.34
Bologna e Firenze ebbero dunque cause impellenti, che fecero
insorgere il popolo, e lo resero quasi padrone assoluto della città;
ma tuttavia ciò accadde quando da molto tempo egli s'era asso
ciato ed armato, o quando precedentemente aveva avuto parte nel
Governodella cosa pubblica. Ora, credere che inMilano,contro il
processo storico di quella età, e perciò diversamente da quanto
avvenne in altri comuni, sorgesse, in un lampo, un governo entro
un governo, il quale inalberasse bandiera; acquistasse, sebbene
composto di operai,una casa con unatorre; tenesse alcuni giudizî;
riescisse, non sisa come,ad aver porzione delle pubbliche entrate, s
parmi cosa al tutto opposta ad una buona critica storica. —Come
nacque invece laCredenza di S. Ambrogio? Da ciò che ho detto, è
facile comprendere quello che io ne pensi. Ènoto a tutti comenel
medio evo fossero numerosissime le associazioni popolari, le quali,
fattesi potenti, arrivarono poi alla signoriadel Comune; ma niuna,
per quello ch'io ne sappia, vi pervennenel modo con cui, secondo
gli storici nostri, vi sarebbe pervenuta laCredenza di S.Ambrogio.
31 CAPPONI, Storia della Repubblica di Firenze, I, cap. IV, pag. 30.
32
già nel 1193 si trova un potestà Caponsacchi stipulare, in nome della città
insieme co'suoi consiglieri e sette rettori delle arti. CAPPONI, Op. cit, I, cap. III,
pag. 21.
33 LAMI, Lezioni di antichità, I, pag. CXXIII.
34 MURATORI, Ant, IV, pag. 454.
25 FLAMMA, Man. Flor, pag. 660.
594
LA CREDENZA DI SANT' AMBROGIO.
La storia che non è più avvolta nel mistero, deve rivelare l'altra
che si conserva tale; essa, se non maestra della vita, dev'essere
maestra a' suoi cultori. E però, nel percorrere quella del medio
evo, noi troviamo inBologna, nell'anno 1174, le società dei Lom
bardi e dei Toschi già da noi menzionate; ma solamente nel 1228
le vediamo arrivare al potere. Così troviamo in Brescia una so
cietà popolare che, prendendo nome, al pari della nostra, dal
santo patrono della città, si nominò da S. Faustino. Compare nella
storia nell'anno 1200; e pure in quel tempo doveva già contare
lunga vita, e aver raggiunta molta potenza, se il conte Narisio,
allora potentissimo, si fece forte di essa per opporsi ai nobili
fuorusciti.
Enuovo esempio ci offre Lucca, ove sorgevano, nel
l'anno 1197, pronte a lottare colle armi contro i nobili,le Società
di concordia dei pedoni della città, dette poi Società delle armi
del popolo. Esse accrebbero di giorno in giorno la loro impor
tanza, e, tuttavia, soltanto nell'anno 1203 si ribellarono ai nobili,
ne occuparono il posto e li cacciarono dalla città. "
Il dubbio che noi abbiamo sollevato per Milano altri sollevò per
Vercelli: colà furono due associazioni popolari: quella diS. Stefano
e quella di S. Eusebio. La prima partecipò al reggimento del Co
mune nell'anno 1169; ma il Mandelli, che in Italia e fuori fu me
ritamente stimato come uno dei più diligenti e acuti storici su
balpini, nel narrarci questo fatto, mostrò di credere ch'essa na
scesse prima di quell'anno, perchè gli parve impossibile che, contro
ogni legge di natura, la nascita e la virilità fossero una stessa
e contemporanea cosa.38
Finalmente, per citar ancora un esempio, rammenterò che Chieri
ebbe la potente associazione di S. Giorgio, e che, sebbene già ri
cordata nell'anno 1228,39 non prese parte nella signoria del Co
mune che trent'anni dopo.**
36 ODORICI, Storie Bresciane, V, pag. 244.
37 TOMMASI, Sommario della Storia di Lucca (nell'Archivio Storico Italiano, t. X),
pag. 61, 62.
Che l'origine diquella Società fosse nell'anno 1197, ci dicono gli Annali
di Tolomeo Fiadoni (MURATORI, Rer. It. Script , t. XI, p. 1277), ove leggesi: Eodem
anno, ut in Actibus Lucensibus scribitur, dicuntur primae factae Societates in Civitate
Lucensi, quarum auctores fuerunt Rodulfus Viviani, et Lotrus Chiatri.
38 MANDELLI, Il comune di Vercelli nel medio evo, I, pag. 5 e 15.
39 CIBRARIO, Storia di Chieri, I, pag. 149; II, pag. 87.
40 CIBRARIO, Op. cit , II, pag. 124.
LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO.
595
Ed ora, conchiudendo, dico che la Credenza di S. Ambrogio
fu, a parer mio, una società popolare segreta, come molte altre
di quei tempi; che percorse il cammino delle altre; che nacque
prima dell'anno 1198, ed allora solo spunto nell'orizzonte quando,
potente per numero e per ricchezza, brillò di quella viva luce, di
cui ci narrano il Fiamma e gli altri scrittori. Pensare altrimenti
sarebbe, s'io non m'inganno, sconvolgere tutto quel lento pro
cesso storico, che, se è degli altri tempi, non è meno perciò uno
dei caratteri del medio evo.
CAPITOLO IV.
LA CREDENZA FINO ALLA CREAZIONE DELL'ANZIANO.
(1198-1240)
Come acquistò tanta forza da ardire di rivelarsi, la Credenza
si creò un capo chiamato Drudo Marcellino. Tuttavia, se essa fu
riconosciuta dal Comune, e n'ebbe benefizî, non apportò, per
qualche anno, a questo alcun mutamento. Di ciò ci fornisce, in
prima, chiara prova la pace ratificata tra Milano e Como, in cui
Milano fu solo rappresentata dai Consoli della Repubblica e di
41
Giustizia. E un'altra ci offre quella conchiusasi dalla nostra città
con Lodi, il quarto giorno dell'anno seguente, cioè il ventotto di
dicembre (chè, secondo l'uso dei tempi, il nuovo anno cominciava
allora dal giorno del Natale), nel quale fu stabilito che la giu
rassero ogni anno i Consoli del Comune e della Giustizia, o il Po
destà. Pure, pochi giorni dopo, senza che sorgesse alcun nuovo
avvenimento che ne fosse causa, la Credenza di S. Ambrogio
avrebbe, secondo il Giulini, avuto parte nel Governo. Lo persua
dono di ciò le seguenti parole di Tristano Calco: Confecerunt
eam (PACEM) Joannes Rusca Comensis genere tum Mediolani Prae
tor, et Consules Justitiae, Credentiaeque, et Mercatorum.** Ma il
Giulini aveva giustamente osservato altrove, che il Calco confuse
questa Credenza con quella più antica, cioè col pubblico Consi
41
MURATORI, Ant. IV, pag 370.
42 TRIST. CALCO, lib. 13, pag. 291.
596
LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO.
43
glio della città.** Egli non crede che qui si tratti dei Consoli
della repubblica, perchènon trova in alcun luogo ch'essi fossero
nominati Consoli della Credenza; ma certo non avrà trovato
neppure che in questo tempo la Credenza di S. Ambrogio avesse
Consoli proprî; ed egli, infatti, non ne fece motto anteriormente.
Oltre che, come si può solamente supporre che la Società della
Motta, antica e da molto potente, fosse esclusa da un atto pub
blico, in cui veniva ammessa la nuova associazione? Me ne per
suaderei se questa avesse subito afferrato, da sola,ildominio, per
escluderne chi lo teneva prima; ma noi vedremo che il fatto
andò altrimenti. E che la Credenza di S. Ambrogio non fosse
giunta al governo della cosa pubblica, prova il Giulini stesso
nella pagina seguente della sua classica opera, ove narra d'una
lettera che, nell'anno 1199, il podestà Giovanni Rusca ed il Con
siglio indirizzarono a papa Innocenzo III in favore dell'impera
tore Ottone: anche qui la Credenza non è nominata.** E pure,
ognuno sa come il popolo sia maggiormente geloso della sua po
tenza nei primi momenti che l'acquista, quando, cioè, è recente
in lui il ricordo dei mali patiti e della lotta costatagli, e co
m'egli permetta allora assai difficilmente che altri non riconosca
i proprî diritti. Io credo che solamente nel 1201 il popolo mila
nese, essendosi posto quattr'anni prima apertamente di fronte
ai nobili, quasi a rivelazione della sua forza, cercò, non già di
usurpare tutta la somma della cosa pubblica, ma di avere in
questa chi lo rappresentasse. E furono creati perciò, invece dei
consoli, o d'un podestà forestiere, tre podestà cittadini, uno per
ciascuna delle parti politiche che esistevano; cioè Alberto da
Mandello pei nobili, Drudo Marcellino per la Credenza, e Rainerio
Cotta per la Motta. Ciascuno abitava in luogo diverso, e gover
nava separatamente. " Ci confermerebbe nel nostro avviso il
43 GIULINI, Op. cit, IV, pag. 102.
44
BALUTIUS, Epist. Innoc. III, I,
pag. 688.
45
<
FLAMMA, Chr. majus, editum ab Antonio Ceruti (Misc. di Storia Italiana. Torino,
1869, t. VII), pag. 748.
46 «Et facta fuit societas de Galiardis tempore Dominorum Alberti de Mandello,
Druvolonis Marcellini, et RayneriiCotte,Potestatum Mediolani. » Chronica Danielis ad
hunc annum. E in TRISTANO CALCO, lib. 13, pag. 292, si legge: < Anno sequenti Me
diolani tres Potestates juri dicundo praefuere, Albertus Mandellus, Rainerius Cotta,
et Drudus Marcellinus, et Societas validissimorum juvenum facta, qui a virium vi et
significatione Galiardi; nuncupabantur. >
47 ... ad arma clamitantes (illi de credentia) potestatem de civitate eiecerunt. >>
FLAMMA, Chr. majus, pag. 751.
48
FLAMMA, Chr. majus, pag. 752.
LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO.
55
599
tunque una legge ordinasse che ciò non fosse permesso prima che
il podestà ed i rettori delComune avessero riconosciuto la ragione
del creditore. Pertanto il Consiglio dei Centurioni volle ora ridar
forza a quella; e cosi, dalla pace, tocco ai nobili fuorusciti il
vantaggio del ritorno, ed al popolo della sicurezza della loro roba.
Sebbene gli storici non ci narrino di nuove discordie nate fra
la Credenza, i Capitani e i Valvassori, nondimeno gli è mestieri
supporre che la venuta dell'imperatore Ottone a Milano spirasse
maggior ardire nei nobili, e li conducesse di nuovo a spadroneg
giare, da che vediamo il popolo creare un'altra società, per opporsi
a quella dei Gagliardi. Sorse essa, in apparenza, per la difesa del
Carroccio; ma fu forse una di quelle società di militi, delle quali
abbiamo avuto occasione di parlare altrove: una società che, com
prendendo quanto grande potere avessero tuttavia i nobili, poichè
a loro specialmente era affidata la difesa del paese, vollero sce
marlo coll'afferrarne una parte. Ma, qualunque sia stata la causa
della sua origine, ciò è sicuro ch'essa si mostrò avversa a quella
dei Gagliardi.
La partenza di Ottone IV da Milano e la scomunica, onde lo
colpi il papa Innocenzo III, diminuirono l'orgoglio dei nobili; e
però, per quel continuo avvicendarsi in potenza delle fazioni po
litiche , s'accrebbe allora quello dei popolani. Laonde vediamo,
nell'anno 1211, riformate le leggi e riconosciute le società della
Credenza di S. Ambrogio e della Motta; cose avvenute già col
fatto, ma che ora il popolo volle forse ottenere con un atto pub
55 ... il Consiglio de' cento uomini statuì: che a nessuno fossero staggiti i beni
se non dietro regolare inquisizione riconosciuta dal podestà milanese, o dai rettori
del Comune ; così come appunto vogliono le leggi. CORIO, Storia di Milano, I, pag. 342.
56
<
Chronaca Philippi a. h. a.
602
LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO.
le diverse fazioni. Milano lo comprese; e nobili e popolo rimisero
in mano del podestà Aveno da Cisate, mantovano, la conclusione
di essa. A raggiungere questo fine ed a rappattumarli con Fe
derico II, il papa, chiamati a Roma l'arcivescovo Enrico, il vero
capo dei nobili, e Ardigotto Marcellino, il capo del popolo, ot
tenne di pacificarli coll' imperatore e tra loro stessi. E pertanto,
il giorno dieci di giugno dell'anno 1225,63 nella loggia del Bro
letto del Comune di Milano, il podestà Aveno da Cisate, essendo
stato raccolto il Parlamento secondo l'antico costume, al suono
delle trombe e delle campane, narrò quant'egli avesse operato a
conchiudere la pace; ma della parte avutavi dal papa non fece
motto. Nella sentenza, ch'ei pronunziò in quel giorno, è degno
particolarmente d'essere notato, che ai popolani furono concesse
le maggiori dignità della Chiesa, esclusane l'arcivescovile (che
prima appartenevano solo ai nobili), ed ai nobili i benefizî dei de
cumani (prima solo dei popolani); che, deposti tutti i capi delle
società, fu ordinato che queste non avessero più nè podestà, nè
rettori, nè capitani, nè gonfalonieri, ma solo i consoli, come in
passato; che vennero annullati gli editti fatti in un giorno di
martedi , nelle ferie dell'anno 1221, da Ardigotto Marcellino, e
ogni ordine emanato dalle parti, senza i loro rettori, special
mente nel 1218. Si proclamarono validi i capitoli di Uberto da
Via Alta, o da Vidalta; si ordinò la esazione dei fodri e delle ta
glie; s'impose ai Capitani, ai Valvassori, al podestà ed ai consoli
di giustizia di aiutare gli esattori, dichiarando esenti da tale ob
bligo i socî della Motta, della Credenza e i loro consoli. Si stabili,
infine, che le imposte non sarebbero state condonate a persona, se
non per giusta causa, approvata dal Consiglio della Credenza.**
Come ben si vede, qui non v'ha più eguaglianza tra le parti; co
"L'anno seguente, che fu il vigesimo quinto sopra mille e duecento, il pretore
dell'anno antecedente fu confermato dai Milanesi nel governo della loro città ; e il
pontefice Gregorio vi destind un legato, il quale dovesse, alla presenza del medesimo,
citare l'arcivescovo per la parte dei nobili fuorusciti e Ardighetto per quella del po
polo. Come costoro furono pervenuti a Roma, vi si trovò similmente Federico, e me
diante l'autorità papale, agli otto di giugno, fu conchiusa la pace tra l'Imperatore e
i Milanesi. CORIO, vol. I, pag. 367.
63 Il Corio erroneamente narra il fatto come avvenuto nell'anno 1225 il giorno 10 di
luglio; ma il Giulini, vol. IV, p. 286-287, ha giustamente corrette le due date.
64 Documento N. 3.
LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO.
603
mincia qui la prevalenza d'una di esse, cioè dellapopolana, la quale
dura finchè la vittoria dei Visconti non distrugge la Credenza.
Poco di notevole intorno a questa ci offre quindi la storia sino
all'anno 1240, avendo i Milanesi tutto l'animo rivolto alla grande
lotta che dovettero sostenere contro Federico II. Continuarono essi
a reggersi con un podestà o con due, e le società vissero tra
loro in buon accordo. Ciò apprendiamo dal Corio, il quale ci narra
come, nell'anno 1240, il podestà Corrado da Concesa, nel giorno
nove di dicembre, raccogliesse il Consiglio Generale per esporgli
che i consoli delle tre società gli avevano mandati alcuni statuti
intorno la carta-moneta. Questa, che il bisogno aveva fatto creare
in quell'anno, era già caduta in discredito. A ridarle valore, e ad
ottenere che i cittadini la ricevessero, i consoli proponevano, fra
l'altre cose, che chi patisse condanne pecuniarie dal Comune po
tesse soddisfarle con quella, e chi con quella volesse soddisfare un
debito (libero il creditore di accettarla, o no) nonpotesse essere
cacciato nè dalla propria casa, nè dalla propria possessione. Il
65 ... < есс, come
sopra.
68 Divi Adriani.
LUCA FANCELLI
SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV.
Luca Fancelli, scultore ed architetto del secolo XV, fu ricor
dato con lode tra gli artefici fiorentini; ma non fu sollevato a
quell'onore, che un lungo e intelligente esercizio dell'arte gli dava
diritto di conseguire.
Il Vasari, mentre accenna che questi esegui varie opere dise
gnate dal Brunelleschi e dall' Alberti, e diresse la fabbrica del
palazzo Pitti in Firenze, aggiunge che condottosi a Mantova vi
fece d'assai opere, e quivi tolse donna, vi visse e mori. Il qual
cenno, oltre essere molto indeterminato, contiene, lo diciamo fin
d'ora, alcune inesattezze, che col sussidio di documenti sincroni
1
si faranno manifeste.
Il conte d' Arco nella eruditissima opera: Delle Arti e degli
Artefici di Mantova, il Gaye nel Carteggio inedito di artisti,
ed il Ricci nella Storia dell'architettura in Italia, pubblicarono
alcune notizie, che valsero a metter in maggior luce il valore
del Fancelli; ma la vita e le opere di lui rimasero pur sempre
avvolte in molta oscurità.
L'archivio Gonzaga ci offerse abbondante materia per illu
strare la vita di questo artefice egregio, al quale Mantova va
1 VASARI, Vite. Firenze, Le Monnier, vol. III, 230; e IV, 60 e 61.
* D'ARCO, Arti ed Artefici di Mantova. Mantova, 1857.
GAYE, Carteggio d' Artisti, Firenze, 1839, vol. I.
▲RICCI, Storia dell' Architettura in Italia, Modena, 1860, vol. II.
LUCA FANCELLI, SCULTORE, ECC.
611
debitrice di molte e nobilissime opere, che gli storici ricordarono
senza indicarne l'autore.
Le indagini però furono lunghe e difficili, sì perchè la vita
artistica del Fancelli in questa città si estende ad un periodo
di oltre quarant'anni, durante il dominio dei marchesi Lodo
vico II, Federico III e in parte di Francesco IV Gonzaga, dal
1450 al 1494; e sì anche perchè non visse egli sempre in Man
tova, come afferma il Vasari, ma per incarichi dei principi e per
faccende sue proprie, ebbe d'uopo di recarsi in altre parti d' I
talia, e più specialmente in Toscana.
Laonde se ci fu mestieri consultare i numerosi registri delle
lettere dei Signori di Mantova e la corrispondenza di maestro
Luca, sparsa in molte cartelle e sotto rubriche diverse, dovemmo
anche chiedere notizie all' Archivio di Stato in Firenze. E qui
professiamo la nostra riconoscenza alla cortese premura del dotto
e gentile cavalier Gaetano Milanesi, che ci fornt le copie di al
cuni preziosi documenti, i quali aggiunti alle patrie notizie ci
porsero gli elementi a tessere la presente Memoria.
I.
I Fancelli furono da Settignano, nel contado di Firenze, ed
esercitarono l'arte dello scalpellino. L'artefice di cui prendiamo
a parlare, si firma il più di sovente Luca fiorentino, col titolo
ora di tagliapietra e di scultore, or d'architetto e d'ingegnere.
Nacque nel 14305 da Jacopo di Bartolomeo Fancelli, e dal nome
del padre fu soprannomato Paperi, che nell'uso volgare toscano
significa Jacoро.
Delle prime sue prove nell'arte non abbiamo notizia; ma che
egli sia stato allievo di qualche valente maestro, apparirà chia
ramente dalle opere egregie che compl.Pare che da giovane fosse
ai servigi di Cosimo il Vecchio de' Medici; imperocchè il marchese
Lodovico Gonzaga, scrivendo a Lorenzo il Magnifico,dichiara che
lotolse a stare con sè a contemplazione della bona memoria di
Cosimo (documento V), ed il Fancelli in una sua lettera allo
5 In una lettera del 10 novembre 1491 il Fancelli dice che aveva allora 61 anni,
che conferma l'anno di nascita per noi indicato (documento XVII).
612
LUCA FANCELLI
stesso Lorenzo (documento XII) dice di essere stato mandato dal
l'avolo di lui ai servigi dei marchesi di Mantova. Ciò dovette
accadere nel 1450 (documento VIII), quando aveva appena ven
t'anni; ma nelle lettere dei principi non trovammo menzionato il suo nome che al 1455, mentre egli era occupato co' suoi garzoni
inlavoridi marmo al palazzo marchionale di Revere.6
Tra i molti edificii, che i principi Gonzaga innalzarono fuori
di Mantova nell'antico loro Stato, questo palazzo è uno dei po
chi che abbia in granparte durato alle ingiurie del tempo. E in
vero, non ostante le gravi alterazioni che vi furono fatte, offre
ancora i caratteri dell'ottimo stile del quattrocento, e lascia im
maginare quale ne fosse l'antica magnificenza.
La porta d'ingresso in pietra ha le lesene scanalate con ca
pitelli di ordine composito, e gli stipiti fregiati delle imprese
gonzaghesche del Cane e del Castello col motto greco AMV
МОС, есс , е presenta un frontone veramente maestoso. Il ve
stibolo termina con una porta rettangolare in marmo rosso di
Verona, al sommo della quale sono le parole:
LUDOVICUS
MARCHIO MANTUE
che il marchese stesso prescrisse al Fancelli di incidere."
Una loggia grandiosa sta innanzi al cortile, ed è sostenuta da
dodici colonne binate di marmo rosso con bellissimi capitelli di
ordine composito, che nella varietà del disegno conservano uni
formità di concetto.Al lato destro e sinistro è un peristilio con
otto colonne semplici per ciascuna parte, il quale doveva ricor
rere anche dal quarto lato, che rimase incompiuto.
L'origine del palazzo si assegna dagli storici al 1449. Lo Schi
venoglia, cronista contemporaneo, ricorda che in quell'anno fu
principiato il muro dietro il Po al castello di Revere, il qual
1455, 26 luglio; Quistello. Lodovico Gonzaga al Vicario di Revere : « Perchè maestro Luca ceha dicto che il pane hanno havuto questi dì li suoi garzoni non è altro
che loio (loglio), adeo che non poteano stare in piedi, vogliamo provedi habiano bon
pane senza loio.>>>
71457, 11 dicembre; Mantova. Lodovico Gonzaga a Luca Fancelli in Revere: « In
quell'epitafio non far altri versi se non queste lettere : Ludovicus marchio Mantuae. »
SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV.
613
muro turrito cingeva una vasta area rettangolare, al cui angolo
sud-est era addossato il palazzo col giardino, e nel cui centro
sorgeva il torrione che tuttora sussiste.
Daicenni che raccogliemmo nelle letterediquel tempo,crediamo
che si debbano attribuire al Fancelli perfino i più minuti dettagli
di decorazioni esterne ed interne delle porte, finestre e colonne.
Undocumentodel 1457parla altresì di un suograndioso camino,
del quale abbiamo potuto, non è molto, discoprire alcuni avanzi,
che giacevano abbandonati nell'orto attiguo al palazzo di Revere,
e che dalla generosità dei proprietarii signori Rognoni furono
concessi in dono al Museo comunale di Mantova. Fra questi sono
due putti di vaghe forme, benchè non immuni da guasti; e ci
sembrano richiamare lo stile di quelli che si ammirano anche
ora nella facciata di san Sebastiano, e sopra un monumento dello
stesso Fancelli, che da tempo si conserva nel Museo comunale.
Questo artefice lavorò a più riprese nel palazzo di Revere; ma
più specialmente nel 1455 e nei due anni successivi, fatta eccezione
soltanto di alcuni mesi, dal maggio all'ottobre del 1456,10 che
egli passò a Firenze, forse per compiervi lavori già da lui in
trapresi, non avendo fino allora presso il marchese Lodovico uno
stabile ufficio a stipendio. Infatti nel gennajo del 1458, mentre
era in Mantova, nè vedeva ordine a procedere a nuove opere, fu
costretto a licenziare alcuni maestri, e scrisse al marchese che
volentieri avrebbe desiderato di essere licenziato con essi, giac
chè aveva pratiche per un avviamento a Venezia.¹¹
81457, 3 dicembre; Mantova. Lodovico Gonzaga al Vicario di Revere: «Ce piace
molto che quella porta se metta in opera cum li capitelli, e che l lavorero comenza
acomparire, et siamo contenti, parendo cussì a maestro Luca, che se perseveri et se
fornisca de metterla in opera. E nel giugno del 1458 un Lorenzo tagliapietra ac
cennò a Lodovico, che lavorava gagliardamente per mettere in opera alcune colonne
nel palazzo di Revere.
91457, 13 dicembre; Mantova. Lodovico Gonzaga a Luca Fancelli in Revere: <<
Zac
cariada Pisa ne dice che tu hai da fare uno camino de4braza inquelle prede te sono
avanzate; ne piace molto; manonge fare cosa alcuna finchenon te habiamo parlato.>>>
10 1456, 1. ottobre; Mantova. Lodovico Gonzaga a Luca Fancelli in Revere: «El
n'è stato de piacere intendere la ritornata tua: ne pare che resti lì peralcuni giorni,
epoterai attendere a quelli nostri lavoreri. » Avvertiamo che anche nel settembre
del 1858 il Fancelli fu a Firenze.
11 1458, 10 gennajo; Mantova. Luca Fancelli a Lodovico Gonzaga: Mi bisogna li
cenziare quattro maestri, e volontieri vorrei essere licenziato con loro, però ch'i ò al
guno inviamento a Venezia. >
614
LUCA FANCELLI
II.
In questo mezzo accaddero due fatti importantissimi per la
storia delle arti mantovane, e che si collegano strettamente
alla vita del Fancelli. Il primo fu la determinazione di Andrea
Mantegna di venire ai servigi del marchese Lodovico Gonzaga,
alla quale cooperò efficacemente il Fancelli, giacchè essendo stato
inviato sul principio dell'anno 1458 al pittore padovano, tanto
operò colle sue esortazioni, col suo esempio, co' suoi consigli, che
lo indusse adaccettare le condizioni proposte dal Gonzaga; onde
sul volgere dell'anno susseguente il Mantegna prese dimora in
Mantova.¹ª Il secondo fatto, che doveva aprire un largo campo
alla perizia ed operosità di maestro Luca, fu anche la venuta
nella nostra città di Leon Battista Alberti,¹ la quale precedette
di poco quella del Mantegna.
Allora fu che Lodovico, caldo fautore delle arti belle, col con
siglio e coll'opera di sì valenti maestri, intraprese quei grandi
lavori, che resero immortale il suo nome.
Il Fancelli ottenne la sopraintendenza degli edificii, che il prin
cipe faceva erigere nella città e nelle vicinanze di essa. La prima
grande opera a cui diede mano, fu la costruzione del tempio vo
tivo di san Sebastiano, disegnato dall'Alberti nel 1459 e comin
ciatosi a murare nel 1460.14
Nel giugno però di quest'anno maestro Luca si recò a Firenze,
e vi dimorò anche parte dell'anno 1461.15 A questo tempo repu
tiamo doversi assegnare il suo matrimonio con una toscana di
12 ARMAND BASCHET, nell' opuscolo da noi tradotto dal francese: Ricerche di docu
menti d'arte e di storia nell' archivio Gonzaga, Mantova, 1866, pubblicò una lunga
lettera di Lodovico Gonzaga, dalla quale apparisce l'azione esercitata dal Fancelli per
indurre il Mantegna a venire a Mantova.
13 Veggasi nell'Archivio Storico Italiano, tom. IX, parte I, 1869, la nostra Memoria
su L. B. Alberti.
14 Archivio Storico Italiano, loc. cit.
45 1460, 31 marzo; Mantova. Luca Fancelli a Lodovico Gonzaga: «Io è finito alqune
cose che mancavano alle colonne de Santa Paula (chiesa ora soppressa), e dobiando
io star due mesi a Firenze, che non posso far de manco,quanto più prolongo l'andar
fo pegio, però che qui è pure a murare queste colonne. Et anche per S. Bastiano se
ria bisogno ch'io tornassi presto. >
SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV.
615
nome Elena, come la ricorda egli stesso nelle sue lettere, e che
negli spogli del Migliore, citati dal Gaye, è detta Dianora16 di
Giovanni di Bartolomeo di Lorenzo Cresci. Il Fancelli, dimorando
in Mantova, ebbe da questo connubio un figlio di nome Antonio
e tre figliuole. Una di queste, di nome Lia, fu maritata in To
scana nel 1483 con ser Giovanni di ser Matteo da Falgano;
un'altra andò a marito nel 1488, non sappiamo con chi; e la
terza, detta Chiara, di celebrata bellezza, fu condotta in moglie,
nel 1494, dal pittore Pietro Vannucci, denominato ilPerugino.¹"
Quantunque il Fancelli prendesse stanza in Mantova colla sua
famiglia, ed avesse con sè due cognati scultori, Sandro di Bortolo
e Francesco Fiorentino,18 pure mantenne il suo legale domicilio
a Firenze, dove aveva altri parenti e qualche sostanza. Fu per
ciò notato nel catasto di quella città, e gli fu imposto il paga
mento di un tributo, che a lui parve grave, tanto che se ne
dolse più volte con Lodovico Gonzaga. Questi essendo a Firenze
nel 1469, parlò di tale bisogna all'amico suo Brunetto Aldobran
dini, animandolo a favorire il Fancelli; e l'anno appresso gliene
fece nuova raccomandazione per lettera. L' Aldobrandini rispose
che maestro Luca avrebbe voluto che la moglie e i figliuoli, che
egli aveva a Mantova, fossero scomputati dal catasto a ragione
dei Fancelli che abitavano in Firenze, ma che la cosa era del
tutto proibita dalla legge.
Il marchese Lodovico nel 1474 fu mosso a scriverne anche a
Lorenzo il Magnifico, nel tempo in cui furono creati nuovi uffi
ciali del catasto, e lo pregò a porgere al Fancelli il favor suo,
mediante il quale potesse conservare le poche facoltà che posse
deva a Firenze (documento V). Gli ufficii di Lorenzo de' Medici
riuscirono tanto efficaci, che fu acconciato il catasto a vantaggio
dell'artefice fiorentino (documento VI). Ma a lui restava un grosso
debito verso il Comune, per il grave carico che in passato eragli
stato imposto: di che nel 1473 il Gonzaga insistette nuovamente
presso il Medici, affinchè volesse concedere l'esonero di quel de
16 Il nome di Dianora corrisponde a quello di Elena.
47 Vedi Notizie di Pietro Vannucci, da noi pubblicate a Perugia l'anno 1874.
48 Sandro di Bortolo nel 1471 eraa Mantova e si trovava inpericolo divita. France
sco, che è detto Fiorentino, è ricordato due volte nei carteggi di Lodovico Gonzaga.
Nel 1475 lavorava come tagliapietra al palazzo di Saviola.
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
40
616
LUCA FANCELLI
bito (documento VI). Convien credere che l'esito delle istanze
non fosse favorevole, giacchè si fecero altre pratiche nel 1478.
Luca andò egli stesso a Firenze con una commendatiziadel mar
chese Federico Gonzaga (documento IX), e la cosa ebbe forse
buon fine, ma i documenti non ce nedanno alcun cenno. I fatti
che ora abbiamo esposti, risultano in gran parte da lettere del
l' Archivio mediceo, e valgono non solo a chiarire le condizioni
famigliari del Fancelli, ma a dimostrare altresì il favore del quale
godeva presso i Medici ed i Gonzaga.
III.
Poichè nel 1461 egli ebbe stabilmente fissata la sua sede in
Mantova, spiegò una mirabile attività, la quale, durante il lungo
governo del marchese Lodovico fu somma. Amato e favorito da
questo principe, il quale si compiaceva di averlo accolto da gio
vane e averlo veduto crescere valente e dabbene, il Fancelli non
cessò per sua parte di contribuire coll' ingegno e coll'opera al
l'onore del suo mecenate. E mentre lo scorgemmo tutto inteso
ai lavori di Revere come scultore, ora lo vedremo raddoppiare
gli sforzi con singolare perizia ed operosità siccome architetto.
Nel decennio dal 1460 al 1470 non solo diede compimento al
corpo principale della chiesa di S. Sebastiano, 19 ma trasformò
nello stile, detto del Rinascimento, parte dell'antico palazzo della
Ragione, denominato di Virgilio per unmonumento del poeta che
vi sta sopra, il qual palazzo nella prima metà del 1200 era stato
costruito in stile archiacuto ; costrusse la chiesa, già demolita,
del paesello di Soave, la cui soffitta dovette essere di mirabile
lavoro, poichè se ne gloriava egli stesso, dicendo: " Credo non
20
19 Crediamo utile di notare che maestro Luca, mentre nel gennajo del 1464 era a
Battifolle in Toscana a provvedere pietre per le porte di S. Sebastiano, scrisse al
marchese Lodovico di aver trovato uno, che aveva da vendere mille piante di gelsi in
Val di Nievole. Il principe gli commise di farne mercato di trecento e di spedirle a
Mantova, lequali riteniamo essere state le prime, che a meritodelFancelli furono in
trodotte nel Mantovano.
20 1462, 10 agosto; Mantova. Gio. Ant. d'Arezzo a Lodovico Gonzaga: « Avviso come
el zufo (ciuffo) del palazzo di Virgilio è fornito, e presto se comenzarano a dipinzere
li merli. La porta che è da fare dove è posto Virgilio, è tagliata. >
SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV.
22
617
abbia pari in Italia „; *¹ edificò la casa di Antonello Facipecora
di Napoli, camerlengo di Lodovico Gonzaga, e molto eziandio
operò nella suntuosa villeggiatura di Cavriana.3
25
Nel 1470 eresse per il marchese un palazzo presso Saviola 24
sulla riva destra del Po tra S. Benedetto di Polirone e Suzzara;
fece restauri al celebre Ponte dei Mulini, opera del grande Pi
tentino, e poco di poi prese aselciare unaparte dellavia di Man
tova, 2 lavoro che fu interrotto, e da lui più tardi ripreso, ma
che solo al tempo di Giulio Romano ebbe pieno compimento.
Il principe Lodovico nella grossa borgata di Gonzaga nell'Ol
trepò fece compiere eziandio al Fancelli nel 1471 un grandioso
palazzo,
dove accolse nell'agosto di quell'anno il duca di Mi
lano Galeazzo Maria Sforza e Bona di Savoja mogliedi lui. L'at
tività del Fancelli fu sorprendente (documento III), e mentre egli
conduceva a termine la fabbrica, il Mantegna e i suoi scolari
ornavano le stanze di mirabili dipinti. Di questo edifizio, che i
successori di Lodovico resero splendidissimo, non rimane, come
di tanti altri, più traccia.
Ma un'opera ancor più maestosa doveva attestare ai posteri
quanto fosse l'ingegno e la pratica dell'architetto fiorentino. Fino
21 1463, 27 agosto; Mantova. Luca Fancelli a Lodovico Gonzaga: Sono stato a
Soave per far compire la chiesa. La soffitta credo non abbia pari in Italia. >>
23 1464, 5 giugno; Mantova. Luca Fancelli a Lodovico Gonzaga: « Oggi sono arri
vate le prete (pietre) delle finestre della Cà d'Antonello: aspetto domani o l'altro giunga i mia (sic) garzoni da Firenze; come ci siano, li farò lavorare. »
23 1468, 7 agosto; Cavriana. Luca Fancelli a Lodovico Gonzaga: « Abbiamo fatto
bon lavorero, domani cerneremo le lozete; la scala e la camera sopra il molino è ti
rato ogni cosa a livel degli muri dinanzi; credo la scala piacerà molto a la S.V. >
24 Ne parla Lodovico in una lettera al Fancelli in data del 6 agosto 1470.
25 Ne troviamo un cenno nei Registri delle lettere di Lodovico al 9 agosto 1470.
26 1471, 1. gennajo; Mantova. Luca Fancelli a Lodovico Gonzaga: «Se pare a
V. E. che quelli ghiaroni per selegare la contrada de S. Gervasio se conducano ad
opera senza misurare, sarà risparmio della misuratione. > Troviamo che fino dal 1461
si provvedeva al selciato della città con ciottoli di Marmirolo e Goito.
27 Delle molte lettere del Fancelli intorno ai lavori del palazzo di Gonzaga citiamo
solo il seguente tratto del 28 giugno 1471 : « El muro è finito per fino al coredore;
el palazzo è adempito de fora per fino ala ultima puntata. >
28 Battista Visconti nel 1496 avendo visitato questo amenissimo luogo, scrisse a Fran
cesco Gonzaga: « Il qual loco ho trovato niente difforme da quello me prometteva
dovesse essere. Parendo a me el sia di tanta eccellenza quanto cosa abbia vista; nè
posso iudicar se li debba trovar paragone, essendo ultra la bellezza compito d' ogni
piacere. >
618
LUCA FANCELLI
dall'anno 1470 Leon Battista Alberti offerse aLodovico Gonzaga
il disegno dell'attuale basilica di S. Andrea, che fuor di dubbio
è uno dei più splendidi monumenti dell'arte italiana. Il Fancelli
che aveva l'impegno della chiesa di S. Sebastiano, ebbe l'inca
rico anche di questa difficile impresa. Negli antichi registri il suo
nome è ricordato come capomastro della fabbrica, e in molte
lettere rende conto egli stesso al marchese Lodovico del procedi
mento dei lavori.30
E come non fosse bastata alla sua operosità la costruzione di
un tempio di tanta mole, cominciato nel 1472, e da lui condotto
molto innanzi nel 1477, murò nel tempo stesso la Torre detta
dell' Orologio, dove Bartolomeo Manfredi collocò nel 1473 il fa
mosissimo suo orologio; fece lavori in legname inuna sala di Ja
copo da Crema (documento VIII), e cooperò alla fabbrica della
Casa del Mercato.81
Nè vogliamo tacere della molta sua perizia nelfare disegni to
pografici, per i quali egli sapeva far uso della bussola, come
strumento geodetico.** Altri disegni e modelli gli erano conti
nuamente richiesti ; e se dobbiamo tener conto di parecchi avanzi
di case murate in Mantova al secolo XV, dove sono stipiti, mo
danature e cornici fatte con buon gusto e correzione, possiamo
arguire l'opera o l'influenza esercitate da tanto artefice.
Il d'Arco opina che la cappella della Vergine Incoronata, presso
la cattedrale di Mantova, la quale fu murata nel 1477 con mo
dificazioni ad un preesistente disegno, debba attribuirsi all' Al
berti, ma a mio credere è opera del Fancelli.33 Questi infatti
era il solo architetto, che a quel tempo in Mantova avesse potuto
condurre somigliante lavoro.
Nel giugno dell'anno 1477 ebbe a perdere la moglie Elena
99 V. D'ARCO, Op. cit, vol. II.
30 Ci riportiamo ai documenti pubblicati nell'Archiv. Stor. it. nella citata Memoria
su L. B. Alberti.
31
1477, 20 settembre; dai Bagni, Lodovico Gonzaga a Luca Fancelli: Alla casa
del Mercato ne piace che se lavori gagliardamente. >>
32 Luca Fancelli il 19 agosto 1473 era a Sermide per levare il disegno diquel ter
ritorio, e gli occorse di dover scrivere al marchese : « Perchè la bussola dela mia ca
lamita è guasta, prego V. E. se degni mandarmi quella de Bartolomeo da l' Orololio
(Manfredi) per lo portatore presente, a ciò possa fare quanto mi è bisogno. >
33 D'ARCO, Op. cit, vol. II, pag. 14, n. 2.
SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV.
de' Cresci,
34
619
e trovossi in tali angustie famigliari, da essere co
stretto a chiedere un sussidio di 25 ducati.
Tre anni più tardi condusse in seconde nozze un'Anselmina de
Cunzi, che nel 1478 era rimasta vedova, con tre figli, di Dome
nico degli Annovazzi, figlio di Uberto mantovano. Non sappiamo
con precisione dire quanto tempo Anselmina convivesse col Fan
celli; possiamo tuttavia accertare che essa manco prima del 1490.
IV.
Frattanto al principe Lodovico Gonzaga, che per ventotto anni
lo aveva protetto, successe nel 1478 il marchese Federico III, il
quale ereditando col principato anche le virtù del padre, trattò
il Fancelli con pari benevolenza. Sotto di lui continuò ad essere
36
ingegnere di Corte. I documenti che a questo tempo abbiamo
scoperti, ci fanno conoscere che nel 1481 ebbe incarico da Fe
derico di recarsi a Luzzara per disegnare una casa aRodolfo Gon
zaga, e che nel 1482 muni il castello di Sermide, come nel
l'anno susseguente fortificò gli altri castelli di Castiglione Man
tovano, dei due Castelli (Castelbelforte), di Bigarello, di Villimpenta
e di Castellaro.38 L'anno stesso lavorò all'antico castello di Man
tova, ornò lo studio del marchese Federico, e compì il giardino
34 1477, 17 giugno; Mantova. LucaFancelli aLodovicoGonzaga: Perchè laElena,
mia consorte, è in extremis, mi trovo ingrando ruinaprego la E. V. almanco chemi
soccorra de ducati venticinque».
35 1479, 25 settembre; San Cassano. Federico Gonzaga a Margherita di Baviera
Gonzaga: Vorressimo vedesti far venire fin qua maestro Luca nostro inzegnero, per
chè vogliamo farli vedere uno modo de far volte de giarra (ghiaia) et de calcina
che adesso se usa a Firenze, ed è una bella cosa, nè è grande spesa. »
36 1481, 24 marzo; Goito. Federico Gonzaga a Luca Fancelli : Poichè lo illustris
simo S. Rodolfo nostro fratello ne ha pregato che restiamo contenti che tu vada fino
aLuzzara per farli certo disegno de una casa,vogliamo che ad ogni richiesta da S. S.
tugli vadi.>
37 1482, 1. settembro; Sermide. Luca Fancelli a Federico Gonzaga: « Ho bisogno
di legnami per fortificare il castello qui. >
38 Ciò appare da un ordine di Federico Gonzaga che sta nel libro dei Decreti
del 1483.
39 1483, 19 febbrajo; Viadana. Federico Gonzaga a Luca Fancelli: « Intenderessimo
voluntera a che termine se trova el nostro studio. Vogliamo come el sia finito, tu te
faci dar ad Alberto, nostro camerero, de quelli pezi de porfido et altre petre, et così
de le figure, come quella deBaco, et altre chesi trovano nel nostro studio vecchio, et
li disponi dove te parerà meglio. >>
620
LUCA FANCELLI
di Corte. E qui nondobbiamo tacere che il 4 gennajo del 1484,
dopo aver fatte le opportune livellazioni tra le acque del Fissero
e del Mincio, significò al marchese, che ove fosse bisognato per
iscopo strategico una subita inondazione intorno a Governolo, la
cosa sarebbe stata facilissima.40
Il principato di Federico fu di breve durata. Avvenuta la
morte di lui il 14 luglio del 1484, il marchese Francesco IV, che
gli successe, distratto dalle imprese militari, non pensò sul prin
cipio del suo governo ad opere d'arte, onde l'Archivio mantovano
non ci offerse per alcuni anni documenti riguardanti il Fancelli.
Ma questo silenzio ci fu compensato da alcune lettere del 1487,
le quali fanno prova della somma rinomanza di cui godeva allora
l'architetto fiorentino.
Aquel tempo la cupoladel Duomo di Milano era oggetto della
massima sollecitudine del duca Giovan Galeazzo Sforza per i
guasti che in essa eransi manifestati. Gli architetti lombardi Gio
vanni Antonio Omodei e Jacopo Dolcebono offersero i modelli
per la ricostruzione della nuova cupola, a giudicare dei quali
Giovanni Galeazzo invito Francesco di Giorgio, architetto senese,
ed il nostro Fancelli (documento XI). Questi, avuta licenza dal
marchese Gonzaga, si recò nel febbrajodel 1487 a Milano, d'onde
diresse a Lorenzo de' Medici, in data del 12 agosto, una lettera,
nella quale così si esprime: " Ritrovandomi io qui a Milano,
perchè questo illustrissimo signore scrisse al marchese di Mantova
mi mandasse qui, dove io sono già è sei mesi, la principal ragione
è che la cupola del Duomo qui par che ruinava, donde si è di
sfatta e vassi investigando di rifarla. E per essere questo edifi
cio senza ossa e senza misura, non senza difficultà vi si prove
derà. Dove io spero infra due mesi aver spedito qui per quanto
a me accade. , (Documento XII )
Su tale argomento il marchese Ricci nella Storia dell' Architet
tura in Italia,¹¹ col sussidio di documenti da lui esaminati, ci
fa conoscere che dopo essersi lungamente disputato se convenisse
accettare o no i progetti esposti dai due architetti lombardi, si
40 1484, 4 gennajo; Governolo. LucaFancelli a Federico Gonzaga: «Ho visto el livello
del Minzo cum el fondo del Fissero de fora, che quando bisognasse una subita inon
datione, saria lì molto facilissima. >>
A RICCI, Op. cit, vol. II, pag. 388.
SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV.
621
deliberarono per consiglio dei giudici eletti tali modificazioni, che
fu d'uopo ordinare un modello che tutti insieme li comprendesse ;
fu quindi all'Omodei ed a Jacopo Dolcebono commessa la costru
zione della cupola.
Il Fancelli ritornando da Milano ottenne dallo Sforza una let
tera per il Gonzaga, indatadel 14 dicembre 1487, la quale non
poteva essere più onorevole. Èdetto in essa a molta lode del mae
stro: " Cum de eo summa omnia in excogitanda constitutione
summae partis maximi templi Mediolani speraremus, ita expecta
tionem implevit, ut nihil ultra ab homine peritissimo desiderare
fas putaremus. „ (Documento XIII)
V.
L'architetto fiorentino desiderava a quel tempo di ristabilirsi
in patria, onde nel seguito dell' anzidetta lettera, inviata a Lo
renzo de' Medici, ricordando le profferte che questi gli avevafatte
altre volte, lo interessò a far opera di richiamarlo a Firenze; e
per impegnarlo in suo favore gli espose distesamente un suo dise
gno, già proposto a Pietro de' Medici, di scavare in Valdarno
un canale che avesse a bonificare un ampio tratto di paese.
Non ostante queste pratiche, egli continuò per alcun tempo
ancora a servire ilGonzaga. Sappiamo infatti che nel 1489, men
tre dimorava a Cavriana, ebbe ordine di venire aMantova, onde
finire la sepoltura della marchesa Barbara di Brandeburgo.**
Durante l'anno 1490 stette a Firenze; ma sul declinare del
dicembre venne di nuovo a Mantova, portatore di una lettera di
Lorenzo il Magnifico a Francesco Gonzaga, colla quale il Medici
richiedeva l'opera del Fancelli come architetto per il duca Al
fonso di Calabria, essendo morto in Napoli Giuliano da Majano,
che trovavasi ai servigi di quel principe. Il Gaye pubblicò que
sta lettera con un'altra ad Alfonso di Calabria, dalla quale si
argomenta quanta fosse la fama di cui godeva l'artefice fiorentino.
" Avendo esaminato, così il Medici, tutti li architettori, che sono
42 1489, 15 marzo; Marmirolo. Francesco Gonzaga al Vicario di Cavriana: « Vo
gliamo che tu faccia comandamento a maestro Luca tagliapietre debba andare subito
aMantova a fornire la sepultura de la illustrissima quondam Barbara nostra avola. >
622
LUCA FANCELLI
in questa città, e nontrovando, nè ci essendo alcuno che io giu
dichi della sufficienza di Giuliano, ho scritto a Mantova ad un
nostro fiorentino, che si trova fuori, il quale parendomi che per
la sufficienza e molta pratica che ha in simili cose, fosse il biso
gno, et apto per dare perfezione a quella di V. Ex." , ecc.
Opinò per altro lo stesso Gaye, e il conte d' Arco con lui, che
a Lorenzo il Magnifico non fosse riuscito di condurre l'architetto
fiorentino al servizio del duca di Calabria; ma una lettera del
Fancelli a Francesco Gonzaga da noi scoperta, indata di Napoli
13 maggio 1491, prova che l'artefice accettò l'incarico ed offerse i
disegni di Castel Capuano: " Ho differito lo scrivere, egli dice, ave
gnachè per Antonio da Trionfo a bocca io lo pregai notificare
a V. E., che io solleciterò afornire i disegni de Castel Capuano,
perchè finiti aspetterò licenza , (documento XVI). Non tardò in
fatti a partire, e ciò spiega come nell'anno successivo andasse a
Napoli Francesco di Giorgio architetto di Siena, richiestovi dal
duca Alfonso.
Nell'ottobre del 1491 il Fancelli venne a Mantova; ma non
avendovi trovato il marchese Gonzaga, riparti per Firenze, con
ducendo seco sua figlia Chiara. Di là notificò al marchese, con
lettera del 10 novembre (documento XVII), che a sessantun'anni
aveva tolto moglie, la quale sappiamo dal Gaye essere stata Co
stanza di Andrea de' Formiconi. Accennò pure che gli operai del
Duomo di Firenze e Lorenzo il Magnifico lo avevano eletto al
servizio della fabbrica di S. Maria del Fiore, notando che era
"
" il più stimato ufficio d' Italia per architettura. È poi impor
tantissimo ciò che nella medesima lettera egli dice, di attendere,
cioè, a fare un modello della facciata di quel celebre tempio.
L'anno appresso ritornò a Mantova, crediamo per l'ultima
volta, e vi dimorò fino all'aprile del 1493, nel qual tempo fece
selciare alcune vie della città.43 Quivi aveva venduta fino dal 1491,
consuo rammarico, la casa che possedeva nellacontradaPusterla,
e che egli stesso erasi fabbricata (documenti XV e XIX); ma vi fu
indotto dal bisogno di costituire la dote alle figlie Lia e Chiara.
43 1493, 7 marzo; Mantova. Luca Fancelli a Francesco Gonzaga : « Questa perchè
havendo io a principiare a selgare, è già seligato la strada del Salaro alla piazza de
S. Lorenzo; al presente seligo la via che è dreto a S. Tomaso. >
SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV.
623
Duole il pensare che un artefice tanto valente, operoso ed one
sto, negli ultimi anni della sua vita versasse in gravi strettezze
economiche, ed avesse bisogno di chiedere la consueta provvi
gione, che per soprassello gli era negata dai dipendenti del prin
cipe. Onde ricorrendo a lui il 23 novembre del 1492, ebbe a pro
rompere in questo lamento: " Avendo io servito quarant' anni
questa casa, e abbandonato molti onorevoli partiti per non ab
bandonare la casa da Gonzaga e massime V. S., ora ritrovan
domi qui e domandando la consueta spesa, m'è risposto non es
sere ordine nessuno per me! „
L'ultima lettera che abbiamo trovata di lui è del 18 aprile
1494 da Firenze (documento XX), la quale, benchè dettata con
animo rassegnato, non è inspirata da pensieri men tristi. Chiede
al principe alcune terre " per potere uscire d'usura e di noja, e
"
ricondursi sotto l'ombra di lui senza dover andar errando qua e
là.
Sembra che intendesse ricondursi a Mantova, ma i docu
menti non ci fanno sapere di più.
Ciò che possiamo accertare si è che Antonio Fancelli suo fi
glio rimase ad abitare a Mantova, dove, non sappiamo con qual
fondamento, il Vasari ed il d'Arco affermano che diede origine
alla famiglia de Luchi. Nel 1502 egli era a Cavriana, dove pós
sedeva alcune terre, che il padre aveva in parte avute in dono
dai Gonzaga ed in parte acquistate del proprio (documenti I,
II, VII, X, XIV).
Già prima di quell'anno maestro Luca era morto, poichè Lo
dovico, figlio di Andrea Mantegna, scrivendo da Cavriana a dì 16
gennajo 1502 almarchese Francesco, così fa menzione di Antonio
Fancelli: " Figliolo che fu de maestro Luca, ingegnere architetto
de la bona memoria de lo Ill. S. Patre. „**
"
Ora dalle cose narrate si fa chiaro che lo scultore ed archi
tetto Luca Fancelli e per la somma perizia nell'arte e per le
molte opere che condusse, debba essere annoverato tra gli arte
fici che meglio contribuirono ad illustrare l'epoca del risorgimento
delle arti in Italia. Il suo nome, rivendicato alla storia, non può
scompagnarsi per noi da quello dell' Alberti, del Mantegna e di
Lodovico Gonzaga. E Mantova, che gli fu quasi seconda patria
44 V. D'ARCO, Op. cit. Vol. II, pag. 28.
624
LUCA FANCELLI
ene ammira le opere, deve gloriarsi di lui non meno che la
stessa Firenze che gli diede i natali e lo educò a rappresentare
il bello sotto le forme più elette e grandiose dell'arte.
WILLELMO BRAGHIROLLI.
DOCUMENTI.45
I.
ANNO ANATIVITATE ETC. 1468, IND. I.a
DIE MERCURII 30 MARTIL. MANTUÆ ETC.
Investitura Magistri Lucæ de Florentia lapicidæ ab Illustri Domino
Nostro.
Ibi spectabilis Rolandinus etc. Factor etc. nomine Illustris Domini
auctoritate novæ concessionis et investituræ, et animo benefaciendi in
frascripto Magistro Lucæ, et pro aliquali remuneratione meritorum et
servitiorum ejusdem erga Illustrem Dominum prælibatum, cum carta
etc. in feudum censuale et perpetuum investivit
Magistrum Lucam lapicidam quondam Jacobi de Florentia habi
tantem Mantuæ in contrata Aquilæ etc.
Nominatim de infrascriptis petiis terrarum sibi jamdiu per Illustrem
Dominum prælibatum datis et concessis.
Et primo de una petia terræ arative, vineatæ, oppiatæ et prativæ
bubulcarum 32 et tabularum 15 et pedum sex, posita in territorio Ca
prianæ incontrata Bandi etc.
Item de una petia terræ arativæ et vignæ bubulcarum 22 et tabu
larum 38, posita in territorio Calsani.
Addandum et reddendum etc. anno quolibet in festo Nativitatis etc.
candelam unam ciræ de ontiis sex pro censu etc.
MATTEO DE TREZONA, Notajo.
45 Lecopie dei documenti, posti sotto i numeri I, II, VII, X, XIV, XV, ci furono
favorite dalla gentilezza del sig. dott. Giuseppe Menghi, direttore dell'Archivio nota
rile di Mantova. La lettera segnata col n. XVI fu trascritta nell'Archivio di Stato
diFirenze. Tutti gli altri documenti esistono originali nell'Archivio Gonzaga di Mantova.
SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV.
II.
ANNO DOMINI 1470. IND. 3.a
DIE LUNE QUARTO JUNII. MANTUE ETC.
625
Investitura ser Lucæ lapicidæ quondam Jacobi de Florentia ab Il
lustri Domino Nostro.
Ibi spectabilis Rolandinus etc. Factor etc. Illustris Principis Ludo
vici Marchionis Mantuæ ac ejusdem Procurator etc.
in feudum cen
suale et perpetuum de gratia speciali et in remunerationem meritorum
infrascripti Lucæ erga Illustrem Dominum prælibatum, investivit Magi
strum Lucam lapicidam filium quondam Jacobi de Florentia etc.
Nominatim de una petia terræ vignæ et boschivæ bubulcarum 7, ta
bularum 5, pedum 7 et onciarum sex, posita in territorio Caprianæ in
contrata Arichelii etc.
Et addandum et solvendum etc. anno quolibet in festoNativitatis etc.
candelam unam ciræ de ontia una pro censu etc.
MATTEO DE TERZONA, Notajo.
III.
Illustrissime Princeps et Excellentissime Domine mi singularis
sime. Egli è fornito el palazzo de seligare tutte le camere et sale, et
selega de asse la camera grande, aparecchia la fodra et la lettéra, fi
nita la guardacamera azura, lalettéradepinta e lemura facte bianche.
Vero è che le rose de la sofita non sono poste ad opera, la qual i' d
fate tacare de ligname,tute metansi d'oro brunito, et cussì finito de
lectére, ussi, fenestre,de le parzalie de zesso non è smaltata nessuna,
perchè ozi aspecto uno venerabile prete nostro amico cum tri maistri
ben esperti a quello mestero de lavorar de zesso. El solar de la ca
mera grande è in boni termini: heri de sera feci ponere ad opera una
parte de quelli ornamenti, è finiti li quadri, et domattina se andrà dreto
al resto. Et certo ad ogni homo pare bellissima cosa, et anco a mi,
avegna che l non stia beme a me alodarla. Ame pareria se cumcon
tento de quello possa fare de far inzessare tuti li parete de asse de la
camara, resulteràmolto ornamento, perchè avendo finito uno solaro de
marmoro etdigno de intaglio ornato de oro, et poi lepariete de asse,
sicchè mi pare una povera cosa: se quella se contenta ch'io faccia, io
lo farò inzessare, et farò parerano de marmore e porfidi et alabastro
626
LUCA FANCELLI
eserpentini, in modo representerà magna cosa. La Capella è in bon
termini et seguitase.
Gonzaga, VII julii 1471.
Servitor LUCHAS T.
Illustrissimo Principi et Excellentissimo Domino Domino Marchioni
Mantue ac ducali locumtenenti generali.
IV.
DE CONSENSU NOSTRO.
Ludovicus etc. Volentes magistrum Lucam lapicidam ingeniarium
nostrum munificentia non fore expertem, alias contenti fuimus quod
acquireret a Nicolao f. q. Manfredi del Pancera quandam petiam terre
guastive cum fundamentis circum circa altitudinis br. duorum circa,
positam incivitate Mantue in contrata Grifonis, penes vias Comunis a
tribus lateribus et... a quarto, pro cujus petie terre pretio solvendo
promisimus dicto Magistro Luce facere ut de promissionibus nostris
solveretur dicto Nicolao pretium dicte petie terre,quod fuit de ducat. 33,
que constituunt L. 153 et c. 9; et sic per Albertinum Pavesium the
saurarium nostrum numerare facimus dicto Nicolao et aliis pro eo,
prout ipse Nicolaus disposuit, dictas L. centum quinquaginta tres et
soldos novem, prout apparet in Libro Unicornii Camere in cart. 73.
Datum Mantue, die 16 martii 1473.
MARSILIUS ANDREASIUS, secretar.
V.
Magnifice tamquam frater noster carissime. Havendo in casa nostra
uno Lucade Jacobo fiorentino nostro inzegnero, il quale alias tolsemo
astar cum nui a contemplatione de la bona memoria de M. Cosimo,
et se può dire essere alevato qui; il ne dice che o per ignorantia de'
suoi parenti oper altra casone, nel mettere del catasto passato del 1469,
gli fu messo uno fiorino e soldo di catasto, che a lui pare una cosa
molte grave; de che essendose più volte dogliuto cum nui, ne ha
vemo facto parlare cum alcuni nostri amici fiorentini, li quali ne fe
cero intendere che l saria molto dificile a rimover questa cosa: et
perchè siamo informati che novamente sonno creati novi officiali, quali
hanno autorità de coregere simile cose, et che per una parola gli sia
dictaper la M.V., esso Luca conseguirà l'intento suo,n'è parso scriver
questa nostra ad essa V. M., pregandola che la voglia havere dicto
SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV.
627
Luca per ricomandato et porgerli in questa facenda il favor suo, me
diante il quale il possa conservare quelle poche facoltà che il se trova
havere lì a Fiorenza, perchè da ogni favore gli prestarà la V. M., l'ha
veremo molto caro et riceveremone piacere assai da quella, offeren
done a li suoi di continuo paratissimi.
Mantue, 17 decembris 1474.
LUDOVICUS MARCHIO Mantue,
ducalis locumtenens generalis.
Magnifico tamquam fratri nostro carissimo Laurentio de Medicis.
VI.
Magnifice tamquam frater noster carissime. Nui altra volta rico
mandassemo ala Vostra Magnificentia Luca de Jacopo da Fiorenza no
stro inzignero nel racunzare del cathasto diquella citade,parendoli che
invero el fosse pur stato molto gravato per lo passato, et quella per
amor nostro de la bona voglia ne prese carico et fece raconzare la
posta sua, dil che ne ricevessemo piacere assai, et ad essa Vostra Ma
gnificentia ne restiamo obligati, perchènui havemo allevato esso Luca
da picolo et havemolo caro per esser reussito virtuoso et da bene.
Hora pare che per il carico grande passato el se trovi un grosso de
bito che gli è corso, prima che il cathasto fosse racunzo. Intendendo
che a la prefata Vostra Magnificentia se aspecta farne gratia, siamo
mossi a scriverli de novo questa nostra, pregandola che per amor et
respecto nostro, cussì come già l'ha principiato ad aiutarlo, cussì vo
glia anche in quest'altra parte servirlo che l'obtenga questa gratia,
perchè nel vero la ce ne farà singular piacere et cosa gratissima, et
ogni bene et utile che 'l conseguirà per queste, lo haremo cussì ac
cepto et grato, come se tuto ritornasse ad utilitade nostra, offerendone
ad ogni piacere de la prefata Vostra Magnificentia di continuo apari
chiati.
Godii, XII julii 1475.
LUDOVICUS MARCHIO Mantue,
et ducalis locumtenens generalis.
Magnifico tamquam fratri nostro carissimo Laurentio de Medicis in
Florentia.
628
LUCA FANCELLI
VII.
ANNO DOMINI 1476. IND. 9.ª DIE MERCURII 24 MENSIS APRILIS.
IN CASTRO CAPRIANE MANTUE DIOCESIS ETC.
Aquisitio Magistri Lucæ Taiapreda ab Antonio de Rotiis de Ca
priana.
Ibique Antonius f. q. Girardi de Rotiis etc. per se etc. vendidit etc.
Antonio filio quondam Joannis de Zontis de Capriana ibi præsenti
nomine et vice Magistri Lucæ lapicidæ habitatoris Mantuæ Ingegnerii
Illustris Domini Nostri etc., et de suis propriis denariis etc.
Unam petiam terræ arativæ et vineate duarum bobulcarum etc. ja
centem in territorio Caprianæ in contrata de li Linaroli etc.
Pro pretio etc. ducatorum quatuordecim auri etc.
AZOLINO DE CAVATIIS, Notajo.
VIII.
Illustrissime Princeps et Excellentissime Domine Domine mi sing.
Dal 50 per fino al 66 è chiaro a V. S., che io non n'avii alcuna pro
vigione; niente di mancho io oltre allo esercitio delle priete vive
operai sempre quelle cose, che a quella piaceva in far murar a S. Ba
stiano, alla Torre de lo Arlojo e in opere di ligniame, chome la sala
di Iacomo da Crema e la chiesa da Suave e multe altre cose, disegni
emodegli, le quali non a speranza di sì minima cosa operai, e rincre
scimi haverhavuto cagione di far questo ricordo. Ma io sono sì strache
di questi conti, e quali non vedo via si saldino mai per altra via, e
per questo ricoro alla V. S., alla quale chontinuo mi rachomando.
Vester minimus servitor
LUCHA taja prieta
scripsit in Mantua adi 22 febb. (1477).
Illustrissimo Principi et Excellentissimo Domino meo sing. Domino
Marchioni Mantuae.
IX.
Magnifice tamquam frater noster carissime.
Luca da Fiorenza
nostro inzignero exhibitore presente ce ha pregati che lo vogliamo ri
comandare a la Vostra Magnificentia per certa sua causa, che dice
SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV.
629
havere ad expedire in quella cittade,come da esso la sarà a pieno in
formata. E benchè ne rendiamo certissimi senza altra nostra racomen
datione, essendo de li suoi, come l'è, essa Vostra Magnificentia lo
haveria sempre perricomandato,nondimanco a sua satisfactione siamo
mossi a scriverli questa nostra, et pregarla che in quello sia licito et
honesto la voglia etiam per amor nostro favorirlo et haverlo per rico
mandato, dil che lacenefarà piacer assai,offerendone a li suoi di con
tinuo aparichiati.
Mantue, XVII junii 1478.
FEDERICUS MARCHIO Mantue.
Magnifico tamquam fratri nostro carissimo Laurentio de Medicis
Florentiæ.
ANNO DOMINI 1486. IND. 4. DIE JOVIS 19 MENSIS OCTOBRIS ETC.
MANTUE ETC.
Investitura Magistri Lucæ de Florentia a Don Albertino Rectore
Ecclesiæ S. Martini de Mantua.
Ibique Venerabilis etc. Rector parochialis Ecclesiæ Sancti Martini
de Mantua etc.
Investivit egregium virumMagistrum Lucam filium quondam egregii
viri Magistri Jacobi Paperj de Florentia civem et habitatorem Mantuæ
in contrata Pusterle etc.
De una petia terræ arativæ et vineatæ bobulcarum quatuor vel circa,
posita in territorio Portj in contrata Isolettæ etc.
Et ad dandum etc. ogni anno etc. in festo Sancti Michaelis etc. li
bras septem etc.
Notajo FENINO DE COMITIBUS DE CAPRALBA.
ΧΙ.
Illustrissime et potens Domine tanquam frater noster charissime.
Putamus Dominationem vestram et saepe alias audivisse, et in adventu
suo vidisse magnificentissimum templum Mediolaninomine Divae Mariae
exhaedificari. Id autem sine optima architectura fieri nequaquam po
tuisse, rei magnitudo satis docet; itaque eam semper operam dedimus,
ut excellentiores quosque architectos undique ad id opus conquirere
mus; verum quamquam ii qui nunc ei aedificio praesunt, minime con
temnendi sunt, tamen quoniam in praesenti res quaepiam difficillima,
630
LUCA FANCELLI
et in qua definienda peritissimi quoque vehementer laborant, consilium
est experiri pluriumjudicia; et quia accepimus apud Dominationem ves
tram agere nobilem quendamineadisciplinamagistrum Lucam Floren
tinum, duximus eum omnino cognitioni hujus difficultatis adhibendum.
Atque ita Dominationem vestram hortamur et quatenus patitur roga
mus, ut eum ad paucos dies nobis accomodet, dum res nobilissimae
contemplationis disquiritur, in quo et rem nobis pergratam fecerit, et
architecto neque inutilem neque ingloriam.
Datum Viglevani, die IX febrarii 1487.
JOANNES GALEAZ MARIA SFORTIA VICECOMES
Dux Mediolani, etc.
B. CALCUS.
Illustrissimo et potenti Domino tamquam fratri nostro charissimo
Domino Francisco Marchioni Mantuae.
XII.
Magnifice Domine mei. Dapoi le debite rachomandatione etc.
Ritrovandomi io qui a Milano, perchè questo Illustrissimo Signore
scrise al Signor Marchexe di Mantova mi mandaze qui, dove io sono
già è 6 mexi. La principal chagione è che la gupola del duomo qui
par che ruinava, donde s'è disfata e vasi investigando di rifarla. E
peresserequesto edificio sanza osa (ossa) esanzamisura, non sanza di
ficultà ci si provederà. Dove io spero infra due mesi avere spedito qui
per quanto a me achade. E se bene si rachorda Vostra Magnificentia
aMantova mi diciesti, che quando mi bisogniase alquna chosa, ch'io
mi dovesi richorre (sic) da quella: ora vedo io el Signor Marchexe
essere entrato en grande spexe per aver maritato le sorelle ed altre
spexe; donde non bisognia sperare corra la provvigione. E avendo io
soportato, stimando si pigliasse forma, vego esservi pegio el modo che
mai. Sì ch'io vore' tornare : fa bisognio che chosì com'io fui mandato
dalla buona memoria di vostro avolo, Vostra Magnificentia voglia es
sermi favorevole a farmi tornare. Io stimo sarà facile: però ch'io stimo
che se quella scrive al Signor Marchexe, Sua Eccelentia, non havendo
più bisogno che s'abia de me, istimo serà contentissimo.
Ma magior chosa bisognia tornando: e questo è qualche inviamento
di guadagno. Io n'd ragionato molto qui colla magnificentia di Piero
Alamanni vostro oratore, al quale m'à bisogniato prometere che alla
tornata sua venir (sic) a Firenze, se non mi achade prima. Ed io li
ò ragionato la praticha ch'io avi cholla magnificentia di Piero vostro
SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV.
631
padre, di fare il chanale e di bonifichar molto paexe. Credo avere
anchora in nota tuti e provedimenti.
En suma si choncruxe (concluse) che el canale chominciase alle
Mulina d'Ogni Santi per fino a Signia di neciesità; però che per lo
leto d'Arno è due chontrarietà. La prima si è che derizando Arno in
chanale, egli è imposibile ch'egli vi stia sanza pescare che gli to
ghino el chorso; e se si fa le peschare, teranno in cholo (collo) al
tempo delle piene, e l fiume ucirà (uscirà) del chanale, se già non
avese tali argini che fusino bastanti a sostenerlo. En questo modo
serà fatibile e navichabile, però che le pescaie terebbono l'aqua chon
pocho chorso, e ale pescaie si fa le chale o sia chonche, dove le navi
d'ogni tempo vano facilisimamente dricto ne le piene teribili.
E l'altra chontrarietà si è, che se Arno si mette in chanale sanza
pescaia, si stima non vi si posa tenere, perchè arà tanto più chorente
che non v'à ora, e non chevi vada navi; ma si dubita che per lo ve
loce chorso ch'egli arà, esendo privato delle giravolte, che s'el truova
alchuno chambiamento o di tereno o di giaia, che el non chavi; e
chavando, fa ruvinar le prode e ritorna a' leti usati.
E per questa chagione fu terminato si faciexe un chanale dal Prato
a Signia, dove si meteva una cierta quantità d'aqua, la quale d'ogni
tempo entrava per una medexima mixura, e provvisto agli altri fiumi
che nonne intrasino in dito chanale.
Da Signia in giù tanto quanto e choli elle ripe sono profonde in
fino al piano, si bisognia andare per Arno, è provisto el modo facile,
sanza essere impedito da piena e da belleta, chomodamente navicha
bile, se non ne le furie delle piene, perchè sono dubiose per ciepie
(ceppe) e altre chose che mena la piena.
Nel piano di soto anche serà utilissimo fare un chanale, el quale
può essere più chopioso d'aqua, perchè Arno gli può porgier più per
i fiumi metono daFirenze in giù: e questo fa due efeti buoni: el primo
si è che bonificha un gran paesse, perchè chogli argini e per lo cha
vamento si difendono, e poi per lo anafiare, dove si farà praterie mi
rabili ne' luochi ati a ciò e lini e migli. L'altro è la facilità del navi
chare, mulini e difici ad ogni challa tuta l'aqua del chanale si dà a
li difici. Io desidererei che Vostra Magnificentia pigliase piacier di
questa facultà, perchè è degna di memoria: ed io l'ò atexa già è
molti anni: ma per gli acidenti achaduti no v'è stato tempo da seguir
simile imprexa. Forse che ora serà tempo. Sia chome si vole, io sono
sempre a piacer di Vostra Magnificentia, alla quale mi rachomando e
massime nella graveza, però che è molto schoncia, in modo che la pi
gione della chaxa e l'entrata del poderino non so' abastanza.
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
41
632
LUCA FANCELLI
Dove io non vedo modo apoter riparare, e masime esendo ciesato
el guadagnio di qua. Questa è una delle principali chose che mi bi
sognia a potere stare alla patria, alla quale Idio mi presti gratia ch'io
possa ritornare, e sodisfare in parte dei benefici ricevuti dalla vostra
gloriosa chasa e da Vostra Magnificentia, la quale Dio conservi lun
gamente con alegreza e felicità.
En Milano,12 agosto 1487.
Vostro LUCHA PAPERI da Setignano
ingieniere a Mantova.
XIII.
Illustris et potens Domine tamquam frater carissime. Fuit non mi
nus gratus quam optabilis ad nos adventus magistri LucaePaperii flo
rentini Dominationis vestrae architecti. Nam cum de eo summa omnia
in excogitanda constitutione supremae partis maximi Templi Medio
lani speraremus, ita expectationem implevit, ut nihil ultra ab homine
peritissimo desiderari fas putaremus. Abeunti igitur has litteras ad
Dominationem vestram dare voluimus, ut vel ipsarum testimonio intel
ligatur consecutos nos ab eo quicquid de absente promissum nobis
fuerat, simul Dominationi vestrae gratias agimus: quae talem his die
bus virum habuerit nobis accomodandum, cuius ingenium tam difficili in
negotio tantopere eniteret.
Datum Viglevani, die XVIIII decembris 1487.
Jo. GALEAZ MARIA SFORTIA VICECOMES Dux Mediolani etc.
B. CALCUS.
Illustri et Potenti Domino tanquam fratri nostro carissimo D. Fran
cisco Marchioni Mantuæ.
XIV.
ANNO ANATIVITATE ETC. 1488 INDICTIONE 6ª. DIE VENERIS 25 MENSIS
JANUARII IN CURATIVO CAPRIANAE, IN CONTRATABANDI.
Emptio Magistri Lucae Lapicidae florentini ab illis de Gibernatis.
1bi Joannes et Bartholameus fratres etc. de Gibernatis de Sulpha
rino etc. vendiderunt
Egregio viro Magistro Lucae filio quondam egregii viri Jacobi de
Sitignatis de Florentia civi Mantuae etc.
Unampetiam terrae prativae bobulcarum duarum, salvo etc., jacen
tem in territorio Caprianae, in contrata Rodomelli sive Bandi etc.
Pro pretio etc. ducatorumsex boni ponderis aurique etc.
Notajo BARTOLOMEO DE UNGARETTIS.
SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV.
XV.
633
(Registri dell'anno 1490- foglio 379 a tergo).
Emptio Ser Juliani Burgi a Magistro Luca lapicida.
Anno 1491. Indictione 9ª. Die mercurii nono mensis februarii, etc.
Ibique Commendabilis Vir Magister Lucas filius quondam ser Ja
cobi quondam Bartholomaei de Septignano de Florentia civis et ha
bitator Mantuae in contrata Pusterlae per se suosque haeredes etc.
Dedit vendidit et tradidit
Nobili viro ser Juliano filio quondam domini Antonii Burgi de Flo
rentia, civi et habitatori Mantuae in contrata Equi etc.
Unam partem ex septem partibus pro indiviso unius petiae terrae
casamentivae cum domo supra murata, cupata ct solerata, ac orto et
puteo et curte, sita in civitate Mantuae in contrata Equi penes viam
communis ab uno latere, Carolum et Alexandrum fratres de Avignis a
secundo, dictos fratres de Avignis in parte, Baptistam filium quondam
Magistri Thononi Varotarium in parte a tertio, nobilem virum Ale
xandrum de la Strata inparte et JoannemCarolum del Quaia in parte
aquarto, salvis etc.
De quibus quidem septem partibus ex decem partibus pro indiviso
dictae petiae terrae casamentivae praedictus ser Julianus Burgus em
ptor fuit et est investitus a praedicto magistro Luca adlivellum affran
candum, prout constat publico instrumento investiturae rogato per me
Notarium infrascriptum sub die sabati nona mensis augusti anni 1488,
indictione sexta.
Adhabendum etc.
Et hoc pro pretio et finito mercato intotum dictae partis pro indi
viso dictarum septempartium dictae petiae terrae casamentivae vendi
tae ut supra ducatorum centum auri ultra datium, quod dictus ser Ju
lianus emptor tenetur et obligatus est solvere. Ex quo pretio seu ex
quibus ducatis centum auri praedictus Magister Lucas venditor ibi ad
fnstantiam dicti ser Juliani emptoris præsentis et petentis dixit et con
jessus fuit habuisse et recepisse seu solutos fuisse de ejus Magistri
Lucae venditoris consensu et voluntate ser Joanni ser Matheide Fal
gano civi florentino ejus Magistri Lucae genero per magnificum Lau
rentium de Medicis et socios bancherios civitatis Florentiae ducatos
sexaginta auri pro resto dotium dominae Liae dicti Magistri Lucae
filiae legitimae et naturalis ac uxoris dicti ser Joannis de Falgano ante
stipulationem praesentis contractus. Et ducatos quadraginta, auro et
634
LUCA FANCELLI
monetis argenteis computatis, praedictus magister Lucas venditor in
praesentia testium praemissorum meique Notarii infrascripti manualiter
et cum effectu habuit et recepit a praedicto ser Juliano emptore etc.
Ego Sigismundus filius nobilis viri ser Marci de Pretis civis Man
tuae publicus imperiali auctoritate notarius etc. rogatus etc.
XVI.
Illustrissimo Signor mio: questa perchè perfino ad hora non è potuto
presumere lo spazamento mio di qua, e per tal chagione ho diferito
lo scrivere, avegnachè per Antonio di Trionfo a bocha io lo pregaino
tificare a Vostra Eccellentia, che io solicitarò al fornir i disegni de
chastel Chapuano, perchè finiti aspetarò licenzia, e chosì credo seguirà
ne la partita della Eccellentia del signore Duca de Chalabria per an
dar inAbruzo, qual serà a dì 18 de questo, e stimasi starà circa due
mesi a tornare; e se pur mi bisognaxe star anchora qualche giorno
drieto, darò avixo a Vostra Signoria, a la quale di continuo mi racho
mando, e somamente rachomando a quela mio figliolo Antonio.
Napoli, 13 maggio 1491.
Vostro Servidor LUCA
taglia prieta fiorentino.
Illustrissimo et Excellentissimo domino domino Marchioni Mantue
Domino meo singularissimo.
XVII.
Illustrissimo Signor mio. Questa Vostra Excellentia sapiala chagion
perchè i'd tardato la mia venuta, prima per aver io tolto moglie ed
è 61 anno, che se gli è molesto a' giovani, a me che dici essere? Io
venni a Mantova a 25 del passato et Vostra Excellentia era andata a
Santa Maria de Lorè (Loreto). Io avendo a menar mia figliola qua, mi
parxe de nonmetere intervalo, aciò non si guastassero le vie, et arivato
fui qui, atexi a spedir la mia facienda, et ora sono ogupato en fare un
modelo per la faciata di Santa Maria Liperata (Reparata), el quale
stimo spedire in termine d'un mese: et fornito serà, verò da Vostra
Excellentia, perchè questi Signori fiorentini, et maxime el magnifico
Lorenzo, m'anno electo sopra questa fabrica e senza mia domanda; dove
se pare a Vostra Signoria che deba rinunziare, egli è in vostro arbi
trio. Et io ò fatto loro intendere, che io non da far se non quanto pia
tierà a Vostra Signoria, e m'an risposto che fato questo modelo, io po
SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV.
635
trò andar dove a me pare,pur che due volte o tre l'annoio vedo quello
si fa, et che mi correrà la mia provigione. Nondimancho se bene io
sono bisognioso, io stimo anche più l'onore; però che questo è il più
stimato uficio d'Italia per architetura, et anche a Vostra Signoria è
onore che un vostro architeto sia eletto in questa città sopra questa
fabrica, che si tira dietro le altre, et qui dond'è tanti valenti homeni
in questa facultà.
Data in Firenze a l'opera di Santa Liperata, a li 10novembre 1491.
Vostro Servidore LUCHA
Tagliaprieta architeto.
Poscritta.
Io prego la Vostra Illustrissima Signoria, che voglia avere per ra
chomandato el vostro servidore Antonio mio figliuolo, et sovenirlo di
qualche choxa. Vostra Signoria n'arà buono servizio, però che gli
molto affezionato a quella, alla quale di continuo me raccomando.
Illustrissimo Domino Domino Francischo Marchioni Mantuae etc.
XVIII.
Illustrissimo signor mio: questo dì 20 giunto in Firenze et vigitato
el Magnifico piero e fato l'ambaciata, la quale gli è stata gratissima,
et oltre alla litera, quale dise volere scrivere a Vostra Signoria, me a
risposto avere grandissima chonfidenza nela Vostra Signoria, et acha
dendo alquno bisogno de quella, che chon gran chonfidenza e feduzia
la richiederebe. Ma che bene prega Vostra Eccellentia, che se per lui
si potexe fare alquna coxa, che quela lo provi, et ami mostrò avere
auto a charo le offerte dela Vostra Signoria, quali gli è notifichate; ed
ò gli fato intendere chome per essere io di chaxa di sua Magnificenza
et similmente di chaxa VostraSignoria, quelame àimposto questa amba
ciata chome a chomun servidore, donde n'è rimaxo tanto chontento
quanto sia possibile, et se gli è manchato la Magnificenza de Lorenzo,
che sono rimaxi due Vostri charissimi et minimi frategli Piero e Giu
liano. Giuliano era a Roma chon monsignor chardinale, e sentendo la
morte del padre, subito si trasferì qui.
Le choxe qui, per quelo ch'io' d potuto rachore in questo pocho de
spazo, sono quiete, et per fino qui, non ci è stato alcquna choxa.
El Magnifico Lorenzo morì a Charegi la domenicha a ore 3 de note,
et luni fu portato in una chassa, la quale era in su un chateleto, da
una compagnia de schovadori, quali si chiama la chompagnia del Zan
pilo, dela quale era anchor el Magnifico Lorenzo, e fu portato in la
segrestia de Santo Lorenzo, mexo in un undeposito; et solo e chalo
636
LUCA FANCELLI
nici et preti di Santo Lorenzo et frati de la Nunziata de' Servi, e tuto
o lamagior parte de questo popolo vi fu, e perchè era nela chaxa,
la plebe mormorò che era una finzione, opure veduto l'efecto de la ve
rità, grandissima quantità di citadini andorono a chondolerxi chol Ma
gnifico Piero. Et di poi. Piero andò in palagio ala Signoria, e fato la
debita riverenza et cierta rachomandazione, fu richolto dalla Signoria
e fato per partito, cioè balotato, che potexe avere tuti gli ufici et de
gnità ch' avea la Magnificenza di Lorenzo suo padre,se bene non altra,
sichondo richiede le legi et statuti. Et perfino qui le choxe paxono
molto quiete. Per questa prima nonè potuto rachor altro. Ma peraltra
mia Vostra Excellentia serà avixata de quanto ochorerà si poxa in
tendere perme. Zuanni di Lorenzino si rachomanda a Vostra Signoria.
ALorenzino non d anchora potuto parlare, perch'è in questi dì santi
in sua devozioni.
De Mastro Pier Lionj,medicho spuletino, ci è che, morto Lorenzo a
Charegi da ore 3 vel circha denote, andoxene chon Chosimo Martegli
a un palazo de' Martegli, distante da Charegi circha miglia due, dove
si chiama S. Cierbagio, e pasato el resto de la note in dito palazo, la
matina fu trovato nel pozzo anegato, sanza alqunaperchosa, et sua pa
renti sono venuti da Spuleti per lo chorpo, annoselo portato. El dito
Chosimo si rachomanda a Vostra Signoria. E messer piero Alamanni,
quale è degnissimo chavaliere, tornato da Roma che era imbaciadore
al papa, me à molto adimandato de Vostre Signoria e mostra essere
molto affezionato a quela, et àmi imposto multo ve lo rachomandi, et
perch'è stato anche ambaciadore a Milano, e qui è de' primi uomeni
de lo Stato, e questo Santo Giovanni passato fu gonfaloniere.
Emi parebe per intregar (forse integrar) questa benivolenza Vo
stra Signoria gli faciese far due verxi. De la Lanterna non scrivo nula
per questa, perchè non sono anchora salito a vederla; per altra mia Vo
stra Signoria intenderà: et questa mando per leposte per lavia deFe
rara, che mi pare la più presta via, et se altro m'achaderà, ne darò avixo
aVostra Signoria, allaquale di chontinuo me rachomando. Firenze, XX
aprile 1492.
Vostro in omnibus LUCHA
Fiorentino architeto a l'opera.
Illustrissimo Domino domino Francisco de GonzagaMarchioni Man
tuae Armor. Venet. Domino meo singularissimo .
SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV.
ΧΙΧ.
637
Illustrissimo Signor mio. Questa perchè avendo iointeso quanto èse
guito di Giuliano Borghi, al quale per dar la dote a due mie figliuole
li vendè la mia casa,la quale mi dolse assai per aver io fatala a mio
proposito, e non havendo dito Julian fattomi el compiuto pagamento, es
sendo io creditore de Vostra Signoria Illustrissima d' una summa di
L. 3714, cioè de contanti per lo mulino di fuora de Porto L. 524, 5, 9,
p. 6, e per un credito, come apare a libro, de L. 158, 5, 2, e per lo
tempo de Federigo Malatesta L. 1168, s. 8, p. 8, e per lo tempo de
Antonio Scanzano L. 706, e perlo tempo de Pier Filippo de Cortona
L. 1156, suma Lire tremilia settecento tredici et soldi: per tantoio prego
Vostra Signoria, che di grazia mi doni la mia casa perquella rata che
s'aspetta a Giuliano, e avendo io servito 42 anni, spero servir Vostra
Signoria el resto del tempo mi sarà conceduto; e sempre pregarò Dio
per quela, a la quale divotissimamente mi raccomando e sia cancellato
tuto e mia avanzi.
Mantue, 4 gennaro MCCCCLXXXXIII.
Vester minimus Servus
LUCHA fiorentino ingegnere.
Illustrissimo Domino Domino Francisco Marchioni Mantue Marmi
rolo.
xx.
Illustrissimo Signor mio. Questa perchè quando venni qua, non dixi
aVostra Signoria la chagione, e per le chose ochorse di poi mi par
di darne aviso in parte a Vostra Signoria, la quale si può aricordare
che a Gonzaga mi promixe dare ad Ognissanti pasato del1493 el resto
de lamia chaxa, el quale avevo deputato per maritare la Chiara mia
figliuola: essendo stato da mia amici stimulato, la maritai al Perugino
dipintore, e fummi prestato e danari della dota e veni a Mantua, sti
mando Vostra Signoria megli dexe, sichondo quello m'avè promesso.
Entexo non essere quella in atitudine de dinari, adimandai terreno e
ultimamente cierte terre a Gonzaga, le quali Vostra Signoriami parve
essere molto disposto; di che essendo io necessitato ritornar qui per ri
stituire, sichondo avevo promexo, e non avendo auto da Vostra Signo
ria nè danari, nè terreno, è bisogniato far con interesso grande per
mantener la fede, e se Vostra Signoria mi dexe le terre, stariano per
638
LUCA FANCELLI SCULTORE, ARCHITETTO, ECC.
sigurtà della mogliere d' Antonio mio figliuolo, e di quella dota è qui
in sul monte aria satisfatto a cui mi àprestato e danari; sì ch'io
priego Vostra Signoria che voglia essere contenta darci quele terre,
aciò ch'io escia d'uxure edi noia, e riduchami sotto l'ombra de Vostra
Signoria senza avere andar errando qua e là. E piùho intexo chenon
si segue le seligate della cità, chom'io avevo ordinato, perchè dicie che
Vostra Signorianon vole prestarpiù giaroni de que' della Torreta, non
gli volendo quela adoperare alpresente lì: mi parebe pur buona chosa gli
lasciase tore e tochar soldi 6 della misura, e soldi 6 della perticha, che
viene soldi 12, et chontinuare la seligata della cità. Non di mancho in
questo caxo piacie a mi quanto piace a Vostra Signoria. Ma la invidia
non lascia seguir questa seligata, nè delle altre buone choxe, chome
alla mia venuta a bocha farò intendere aVostraSignoria, alla quale di
continuo me rachomando. Qui non ci è de nuovo altro cheperme s'in
tende, se non che con gran guardia si sta, o per sospeto di morbo o
d'altro non ci entra tropiforestieri.
Data in Firenze, a dì 18 aprile 1494.
Vostro minimo Servitore LUCHA
Taglia priete.
Vostro Ingegnere.
Illustrissimo et Excellentissimo Domino Domino Francisco de Gon
zagaMarchioni Mantuae domino domino meo singularissimo.
LA PRETESA DONAZIONE
DI
FILIPPO MARIA VISCONTI A FRANCESCO SFORZA
*(Lettera al Professore Giuseppe De Biasiis).
Stimatissimo e carissimo Professore,
Pratico da qualche tempo delle ricerche negli Archivi di Stato
di questa illustre città, mi è avvenuto di vedervi un Registro
Membranaceo " Privilegii del Ducato di Milano
Matrimonii
e Legittimazioni 1183-1480 „ ; è bellissimo ed è molto ben con
servato. Il Governo Austriaco lo fe' già trasportare a Vienna,
e poscia lo restituì nel 1869. Da questo Codice il Du Mont tolse
un preteso atto di donazione, con cui il Duca Filippo Maria
Visconti, il 10 novembre 1446, istituiva suo erede e successore il
genero Francesco Sforza nominatim in tutte le città del Ducato,
elo pubblicò nel Corps Diplomatique, ma cadde in alcune ine
sattezze, tra le quali gravissima quella notata anche dal Giulini,
dell' aver omessa Milano, che nel testo figura per la prima tra le
"
città donate " Mediolani. „- L' Osio non l'inseri nella sua Rac
colta di Documenti Diplomatici, la cui ultima parte non tarderà
avederela luce, perchè non credette di dover riprodurre quelli già
dati fuori da altri; in tal modo quellaimportante pubblicazione
rimane mutilata; avviene talvolta di ricercarvi qualche documento
di valore, e non lo si trova, e si è rimandati a libri divenuti
rari e difficili a procurare, massime per chi non dimora in Mi
lano. Di questo Registro ho trovata una copia quasi perfetta
640
LA PRETESA DONAZIONE
mente identica, ma mutilata nella parte che dovea contenere
l'atto di donazione, del quale poi nel Carteggio Ducale 1446 ho
rinvenute due altre copie semplici con alcune varianti di pochis
simo rilievo; nella medesima Cartella poi si contengono le con
sultazioni di tre giuristi Rolando de Curte, Catone De Sacco ed
Agostino de Marzariis che sostengono la validità dell'atto; non
hanno la data, ma probabilmente appartengono al 1450, e vi
si vedono tuttavia le firme autografe, ed i sigilli benissimo con
servati.
Tutti sanno, che tra il finire dell'ottobre ed il principio del no
vembre 1446 Filippo Maria Visconti versava in condizioni ben
tristi ; i Veneziani, già padroni di quasi tutta la Lombardia, mi
nacciavano da ogni banda la capitale; egli cieco, invecchiato in
nanzi tempo, privo di armi e di denari, si rivolse per aiuto a
Francesco Sforza, ed allora l'avrebbe dichiarato suo successore,
con solenne donazione. Il 14 agosto 1447 morì Filippo Maria.
Pretesero al retaggio di lui Carlo duca d'Orléans, Ludovico di
Savoja, e Alfonso di Aragona re di Napoli. I Milanesi rifiutarono
ogni nuovo Signore, e si costituirono a repubblica detta Ambro
siana; assalitidai Veneziani, ricorsero anch'essi a Francesco Sforza,
e lo crearono Capitano Generale del loro esercito; questi conduce
felicemente la guerra, ed infine il 14 settembre 1448 sconfigge
totalmente i Veneziani presso Caravaggio, e il 14 ottobre ferma la
pace per proprio conto in Rivoltella, dichiara sè stesso signore di
Lombardia, e, con salutare tradimento, rivolge le armi contro la
Repubblica che l'aveva stipendiato, e cinge d'assedio Milano; quei
cittadini, dopo ostinata resistenza, si arresero e lo proclamarono
duca il 25 febbrajo 1450. Egli fino allora non aveva mai fatto
appello alla donazione, della quale però non esiste la pergamena
originale; il Registro è di molto posteriore; il Carteggio Ducale
non ne fa alcuna menzione; il Simonetta, il Corio, ilDecembrio
ne tacquero anch'essi nelle loro storie. Tutte queste cose unite
insieme mi fecero nascere dei sospetti sull'autenticità dell'atto;
ci ho pensato sopra, ed i sospetti si sono presso che elevati
al grado di certezza. Amia preghiera il signor Martinazzi mi ha
trascritto con somma diligenza il documento, che le pongo senza
più sott'occhio. Esporrò poi le mie osservazioni. Giudichi lei.
DI FILIPPO MARIA VISCONTI A FRANCESCO SFORZA.
641
PRIVILEGI DEL DUCATO DI MILANO.
MATRIMONJ E LEGITTIMAZIONI REG. A N. 1 ALIAS RR. 1183, 1480
afoglio 105.
Privilegiumdonationis facte per Illustrem quondam dominum Filippum
Mariam ducem Mediolani Illustri domino Francisco Sfortie nunc
duci de ducatu et statu Lombardie.
Filippus Maria Anglus Dux Mediolani etc., Papie Anglerieque co
mes ac Janue dominus etc. Nihil magis principem decet quam erga
viros dignos et benemeritos, omnique virtute pollentes esse faciles, be
nignos atque gratissimos. Nihiletiam amplius patrem decet quam filios
optimos obedientes summa prudentia dotatos, omnique bonitate, fide
ac pietate plenos extollere et sublimare; sibique nedum facultates et
bona sua elargiri atque relinquere. Verum etiam statum suum et omne
regimen, ac personamsuam(ipsam)¹ amplissime,liberalissimeque commit
tere. Ceterum, ad hec verbajuremerito toto spiritu, toto corde prorumpi
mus et inflammamur. Cum inmente nostra revolvimus quanta fides et
caritas, quanta devotio et bonitas, quanta denique animi maximi opti
ma demonstratio fuerit, erga nos Illustris et magnanimi filii no
stri precarissimi Comitis Francisci Sfortie Vicecomitis Cremone do
mini etc., qui licet paulo ante fuerit a nobis offensus et indigne, ac
male tractatus sentiens ipse maximum gentium armigerarum nostra
rum conflictum; et ex eo cognoscens extremum et irreparabile status et
personenostre periculum, ultimamque et ineffabilem (infallibilem) ruinam
nostram talis ac tante bonitatis, virtutis atque pietatis fuit, ut non expe
ctata ulla requisitione nostra, subito et sine mora sese nobis amplis
sime obtulerit cumpersona, cum gentibus et cum facultatibus suis om
nibus, cum tanto quidem animi fervore, promptitudine, ac liberalitate,
ut amplius nec dici nec et cogitari possit (excogitari posset). Erant
nobis hostes in foribus, erant quidem in ipsis visceribus constituti, et
subditos et cives nostros, tam Mediolanenses (Mediolani), quam alios
undique deprehendabantur. Ac universus denique status noster ferro,
igne, rapinis, predis affligebantur (confligebantur), Adeo ut gentes no
stre conflicte, atque animis ex toto perdite, nec in burgis Mediolani tute
Le parole in corsivo tra parentesi si trovano nelle copie semplici e non in quelle
del Registro.
Le parole in corsivo fuori parentesi si trovano segnate con puntini,
cioè annullate nel testo del Registro, e nonsi leggono nelle copie semplici.
642
LA PRETESA DONAZIONE
redderentur, nec etiam nos, et persona nostra in castrohoc nostro Me
diolani secure morabamur. Certos nos reddentes quodvel nostri proprj,
vel hostes ipsi, et statu et vita nos privassent, spe, consilio et auxilio
omni ex latere destitutos, nisi prestissime eiusdem filij nostri favor
advolasset, eiusque patrocinio, consilio (cum filiis) et advisamentis fuis
semus adiuti. Ipse enim multas proditiones et insidias statui et per
sone nostre factas, nobis subito propalavit, demumque taliter sese
habuit, ut verissime attestari possimus (possumus), nos cum persona
et statu in castro hoc post omnipotentis dei gratiam opera et causa
sua esse salvatos. Tantum igitur et tale beneficium omnino reco
gnoscere intendentes, et scientes ingratitudinis vicium ipsi deo et
toti mundo supra cetera vicia fore abominabile nimis et exosum; cum
que dignum sit ut idem illustris filius noster habeat et possideat et gu
bernet ipsa que ipse servavit, et quasi exfaucibus inimicorumtraxit; ju
stum preterea atque honestum videatur, quod postquam dispositione
superna filios masculos non habemus, status noster bonaquenostraper
veniant in ipsum comitem generum et filium nostrum optimum,et suc
cessive in filios masculos, quos procreavit et procreabit in posterum
ex dilectissima filia nostra Blanca Maria consorte sua; cognoscentes
denique ipsum illis virtutibus qualitatibusque dotatum, que in omni
bono et perfecto principe requiruntur, prudentia silicet, justitia, animi
magnitudine, clementia,modestia, summaque militaris discipline peritia,
adeo ut certi esse possint cives et subditi nostri ab eo prudentissime
regi et optime gubernari; que quidem rationes et cause nos olim in
duxerunt ad eandem filiam nostram sibi matrimonio copulandam,jure
merito dignissimeque movemur prefato Comiti (Francisco) genero et
filio nostro facere infrascriptam donationem cum deliberatione et vo
luntate firmissima, quam primum idem comes Franciscus ad presentiam
nostram accesserit, et in cospectu nostro fuerit, eum in adoptivum fi
lium nostrum suscipere et creare, atque universalemheredem quorum
cumquejurium et bonorum nostrorum mobilium et immobilium in am
plissima et solemnissima forma constituere; ita ut in omni dominio no
stro universo universisque bonis et juribus nostris plenarie succedat,
atque integre dominetur. Itaque in dei nomine et ex imperiali potestate
plenaria, quam habemus, omnique alio jure, via, causa, modo et forma,
quibus melius, efficatius et validius possumus, ex certa scientia et nullo
ducti errore juris vel facti, intervenientibus etiam auctoritate et decretis
nostris, transferendum, dandum et concedendum duximus ac transfe
rimus, damus et concedimus titulo pure, mere et irrevocabilis dona
tionis inter vivos prelibato Ill. filio nostro carissimo Comiti Francisco
Sfortie Vicecomiti, filiisque suis legitimis ex supra nominata Blanca
DI FILIPPO MARIA VISCONTI A FRANCESCO SFORZA
643
Maria filia nostra consorte sua natis et nascituris, civitates nostras
Mediolani, Papie, Cumarum, Novarie,Laude, Creme,Placentie, Parme,
Ast, Alexandrie ac Terdone, nec non terras Glare abdue et Pizleonem,
reliquasque terras diocesis Cremonensis cum universis et singulis ca
stris, rochis, montibus, vallibus et districtibus et diocesibus civitatum
et terrarum nostrarum predictarnm, et cum omnibus alijs juribus, ju
risdictionibus et pertinentijs, tam nobis quam eisdem civitatibus et terris
nostris intra ipsarum territoria et dioceses ac districtus quomodocumque
spectantibus et pertinentibus. Ita tamen et taliter quod nobis viventi
bus licitum sit eas ipsas civitates, terras, dioceses, territoria et bona
suprascripta pro nobis ipsis tenere et possidere, et eis continuo uti,
frui et gaudere, ac ipsorum proventuum redditus, intratas et emolu
menta integre percipere ethabere, atque in usum nostrum convertere,
et alia quecunque ut ipsorum bonorum verus dominns peragere; hoc
excepto quod non possimus quicquam contrahendo, vel aliter de ipsis
civitatibus, terris et bonis disponendo, ullo modo facere directe, vel in
directe, palam vel occulte, aut alio quovis quesito colore quominus ipsi
filio nostro Comiti Francisco, suisque filijs ut supra pertineant ac devol
vantur. Ipsaque omnia post obitum nostrum idem comes Franciscus,
suique filij ut supra, esse habeant, teneant et possideant, et habere,
tenere ac possidere possint idem (de eisque cum integritate disponere
ut de rebus et bonis suis propriis possitque) comes Franciscus gener
et filius nosterpost obitum nostrum ut supra dictas civitates et terras
cum earum districtibus, territorijs et diocesibus, locaque, bona et jura
de quibus supra, etiam propria auctoritate vendicare et ingredi, eorum
demque bonorum et jurium omnium possessionem apprehendere, ap
prehensaque retinere et tueri, illisque uti, frui et gaudere ac de ipsis
facere et disponere pro sue libito voluntatis ut supra, ita ut locum,
jus et statum nostrum omnino integreque succedat de et pro omnibus
predictis superius donatis et eorum occasione. Supplentes ex certa
scentia et de predicta potestate nostra plena et absoluta omnem so
lemnitatem, presertim insinuationis et juris, et facti defectum et sa
cramenta quelibet expedientia omniaque alia necessaria et opportuna,
nec non a jure, seu ex forma statutorum, seu decretorum et ordi
namentorum nostrorum requisita et expedientia ad confirmationem et
convalidationem omnium predictorum tam de jure quam de consue
tudine; ac decernentes et mandantes ex certa scentia, et de eadem
potestate nostra plena et absoluta presentem donationem et omnia
et singula in ea contenta valere, tenere ac servari inviolabiliter
debere per quencunque omni tempore, non obstante quod ipsa do
natio non sit insinuata, et non obstante quod non sint servate solemni
644
LA PRETESA DONAZIONE
tates et alia, si qua circa tales donationes fieri requirentur, tam ex
forma statutorum et ordinamentorum nostrorum, quam exformajuris;
etnonobstantibus aliquibus talibus qualibus dispositionibus, concessioni
bus, contractibus, mandatis, alienationibus,donationibus, translationibus
etin feudum concessionibus et contractibus quibuscumque de dictis ci
vitatibus per nos, seu progenitores aut precessores nostros hinc retro
taliter qualiter factis et concessis quibuscunque personis, quibus omni
bus et singulis excerta scentia,ex causa legitima,animo deliberato, et
de nostre potestatis plenitudine etiam absolute et ad cautelam presen
tium tenore quatenus expediat derogamus, easque in totum revocamus
et revocatas esse volumus et mandamus. Etadmajorem dicte donationis
facte ut supra et omnium et singulorum suprascriptorum roboris fir
mitatem, predicta omnia et singula laudantes, approbantes, confirman
tes ac in suprascriptis omnibus et singulis auctoritatem et decretum
nostrum et eius a quo potestatem habemus, causa per prius plenis
sime cognita, cognitisque plenissime omnibus et singulis in talibus co
gnoscendis, interponentes, dantes et prestantes ac decernentes ex certa
scientia et de plenitudine, potestatis etiam absolute, huiusmodi dona
tionem et omnia et singula suprascripta perpetuo rata, grata et firma
esse ac habere debere, et nullo tempore nulloque modo per aliquam
personam privatam, aut publicam, etiam in quacunque dignitate con
stitutam contrairi posse nec debere directe, nec per indirectum, nec
aliquo quesito colore, nec etiam ex beneficio aliquo speciali, ex certa
scientia etde nostre plenitudine potestatis etiam absolute ut supra sup
plere denuo (de novo) volumus etsuplemus omnes et singulos defectus tam
juris quamfacti,qui reperirentur, aut dici seu allegari possint intervenisse
quovismodo in actu presentis donationis etin infrascriptis omnibus et
singulis factis et gestis, et tam respectu cuiuslibet solemnitatis obmisse,
seu que obmissa reperirentur, aut dici vellet seu posset, quam aliter
quovismodo ut supra; et ita ac taliter quod predicta omnia et singula et
maxime donatio predicta facta modo et forma infra scriptis valeant ac
teneant, et roboris firmitatem obtineant, ac etiam sic plenum et vali
dum sortiantur effectum, ac si omnia et singula injure in talibus re
quisita, et omnes juris solemnitates inpresenti donatione et omnibus et
singulis suprascriptis adessent, atque intervenissent et observate fuis
sent. Et hec omnia non obstantibus aliquibus legibus nec consuetu
dinibus, decretis, ordinibus, statutis, privilegijs, juribus, nec aliquibus
aliis in contrarium editis vel edendis, aut aliter formam dantibus aut
disponentibus, nec provisionibus nostris nec Comunis nostri Mediolani
nec alterius Comunitatis in contrarium facientibus nec aliter formam dan
tibus, etiam si essent tales aut talia,que clausulas haberent derogato
DI FILIPPO MARIA VISCONTI A FRANCESCO SFORZA.
645
rias, et de quibus specialis et expressa mentio fieri deberet. Quibus
quidem omnibus et singulis, in quantum predictis obviarent, ex certa
scientia et de nostre plenitudine potestatis derogamus et deroga
tum esse volumus et jubemus et perinde haberi, ac si expresse etno
minatim eis pernos ex certascientia et ut supra derogatum fuisset, et
specialis seu nominata mentio facta esset, et quas et que habere vo
lumuspro specialiter expressis. Denique vero mandantes, commitentes
et jubentes expresse universis et singulis officialibus cuiuscumque gra
dus, Castellanis nostris qui per tempora supernominatis civitatibus, ter
ris, castris et locis nostris presidebunt; nec non adherentibus, recommen
datis, feudatarijs, comunitatibus, nobilibus, civibus, populis et subditis
nostris quibuscunque presentibus et futuris, cuiusvis status, gradus et
conditionis, preheminentie et dignitatis existant, nec minus conditionis
universis et singulis Capitaneis conductoribus gentium nostrarum ar
migerarum, tam equestrium, quam pedestrium, ac gentibus ipsis, qua
tenus prefatum Comitem Franciscum generum et filium nostrum uni
cum, de cuius bono ac probatissimo regimine optimoque dominio firmissi
mamspemet opinionem certamhabemus,prosuovero, unico et singulari
principe et domino ac indubitato successore nostro in predictis post
obitum nostrum suscipiant, acceptent, teneant, revereantur et honorent,
pro ut debitum etdignum extiterit, suprascriptasque civitates, terras, ca
stra et loca nostra cum rochis etfortelicijs nostris omnibus in potestate et
manibus suis libereponantetdimittant; sibique in omnibus et per omnia
obsequantur, pareant, fidelesque et obedientes sint, sine aliqua exce
ptione et omni contradictione cessante, quemadmodum in presentiarum
sunt nobis ipsis et persone nostre proprie. In quorum testimonium pre
sentes fieri et registrari jussimus, nostrique magni ducalis sigilli ro
bore et appensione, ac solite nostre corniole secrete imprensione (im
pressione) muniri. Datae Mediolani die decima mensis Novembris Mil
lesimo quatringentesimo quadragesimo sexto. (Decima) nona Inditione.
Signata Johannes Antonius.
La pergamena originale col sigillo appeso e la corniola se
greta del Duca non esiste, o almeno nessuno afferma di averla
veduta: essa sola potrebbe togliere ogni dubbio, ma le Carte di
Archivio non sono poi tutte giunte fino anoi. Lo stile mi sembra
frondoso, retorico, ad ogni piè sospinto un nuovo argomento per
respingere un nuovo attaccodi nullità; anzichè di un atto di do
nazione, mi ha piuttosto l'aria della consultazione di un avvoca
to; l'avessero foggiato quelli stessi giureconsulti che ne sostennero
la validità forse per ordine dello Sforza?
La preoccupazione
646
LA PRETESA DONAZIONE
forse mi mette le traveggole agli occhi; tuttavia mi propongo di
provare il mio giudizio sulla dubbia autenticità per mezzo di do
cumenti, in gran parte inediti, tratti dal Carteggio Ducale esplo
rato finora da pochi, e che forma una delle ricchezze degli Archivj
di Stato Milanesi.
Filippo Maria non si serbò che l'usufrutto delle città donate,
espressamente poi non si serbò il diritto di cedere alcuna terra
senza il consenso del donatario; or bene, dal dicembre 1446 in
poi si trovano trattative tra lui e il Re di Francia Carlo VII per
la cessione a quest'ultimo della città di Asti; le trattative dura
rono bastantemente a lungo, e non una sola volta in esse trovasi
"
la frase " concedente genere nostro o alcun che di simile. Nel
testamento 12 agosto 1447 poi, Filippo Maria non fe' parola della
donazione neppure per annullarla, e il medesimo silenzio da tutti
si mantenne anche dopo la morte di lui. Il primo ad avvisare
Francesco Sforza che il suocero era mancato ai vivi, non fu Lio
nello da Este, come finorahanno asserito tutti gli storici,ma An
tonio Guidoboni con una lettera in data 14 agosto 1447, giorno
che seguì immediatamente la morte del Duca; di essa il brano
più notevoie è il seguente:,, L'amicho e spazato cum alchuna or
이
dinatione facta in modo de codecillo
....
e fece Re d'Aragona
erede del tuto, non facta mentione veruna de M. B. (Madonna
Blancha) ne de la mogliere ne daltri ........ vegnati pur voi
via senza veruna dimora; zonto siate qua lo mezo del giocho e
vincto „. 3
Come si è visto, alla donazione non si allude menomamente,
ed era ben questo il luogo di ricordarla. Nicodemo de Pontre
moli gli scrive poi da Firenze quanto segue: " ... et de nouo
"
me disse (Cosimo dei Medici) auisa el Conte che uoglia uiuere
" ala Italiana et no havere più conscientia, che laltri pari soy,
"
" che altramente non ce ne se po uiuere. La lettera in mas
sima parte è in cifra, pure ne abbiamo abbastanza per con
getturare dove vada a finire. Antonio Guidobono e Cosimo dei
Medici eccitavano adunque il loro amico ad occupare il Ducato
con un giocho qualunque e senza tanti scrupoli ala Italiana; chè
•Documenti Diplomatici. Repubblica Ambrosiana. 1447, Agosto 14. DagliArchivi di
Stato in Milano.
DI FILIPPO MARIA VISCONTI A FRANCESCO SFORZA.
647
invece non l'esortavano a far valere il proprio diritto? special
mente Cosimo non avrebbe indicata la via torta, quando vi fosse
stata la retta.
Questa donazione adunque sarebbe rimasta
sconosciuta ai più intimi amici ed allo Sforza stesso, dacchè que
sti mai eppoi mai vi si richiamarono.
Filippo Maria adunque si trova ridotto agli estremi, non può
sperare aiuto da altri che dallo Sforza; per allettarlo ad accorrere
gli fa solenne donazione, e gliela tiene poi gelosamente celata?!!!
Risulta dalle lettere di Nicola Guarna e di altri, che Francesco
Sforza era fedelmente informato di ogni passo del suocero, a lui
ostile, e come mai si sarebbe potuto riuscire a tenergli celato ciò
che gli era favorevole, e di sì alto interesse? Concesso anche que
sto, che a mepare diuna stranezza enorme, assolutamente incon
cepibile mi sembra poi quanto segue: Il 25 febbraio 1450 in
fine i Milanesi deliberarono di aprire le porte della città allo
Sforza e proclamarlo Duca; e sì che allora tanto costui quanto
i Capitani e i Difensori della Libertà ebbero uguale interesse a
legittimare l'opera loro, e niente a ciò più acconcio della Carta
contenente la disposizione irrevocabile dell'ultimo dei Visconti,
la quale in niun modo ad essi potea più oltre rimanere celata; le
carte del morto Duca non erano che nelle loro mani; ebbene nei
Capitoli della dedizione di Milano di tutto trovasi fatto parola,
meno che di questadonazione. Il Ghinzoni e il Porro, che assai me
gliodi me hanno consomma diligenza esaminato il Carteggio Ducale,
assicurano di non ricordare aver mai visto nulla al riguardo.Al ta
cere dei documenti fapiena eco il tacere degli storici. Il Simonetta
e il Corio non ne parlano punto, quest'ultimo anzi rifiuta come ge
5
nuino anche il testamento infavore del Re di Aragona, maha torto.
3 Documenti citati, 1448, febbraio 18.
4Di questo documento pubblicato dal Sikel nell'Archiv für Kande österreichischer
Geschischts-quellen, settembre 1855, se ne serba nell'Archivio Civico di Milanounacopia,
trascritta il 12 agosto 1864, che ha per titolo: « Capitula inter CivitatemMediolani et
ducem Franciscum Sfortiam primum, 1450 die Jovis 26 mensis Februarii summo mane.
Di questo testamento il solo Argelati dà un sunto abbastanza compiuto. Biblio
theca scriptorum Mediolanensium, Tom. II, 1447. L'originale finora non mi è riu
scito trovarlo nè negli Archivii di Stato nè nell' Archivio notarile; scrissi a Napoli al
professore cui è diretta la presente, e mi rispose che per quante ricerche si fossero
fatte, neppure colà se ne trova alcuna copia, forse perchèin gran parte le Carte Ara
gonesi furono trasportate in Ispagna.
Arch. Stor. Lomb.
An. III.
42
648
LA PRETESA DONAZIONE
Il solo Decembrio vi allude forse colle parole che seguono : "Sunt
qui Blancham eius filiam ab eo legitime inscriptam et heredem in
stitutam referant;,„ ciò darebbe acongetturare che Francesco Sforza
fece foggiare questa donazione, e pensò bene poi non pubblicarla,
vedendo ch'era molto contestabile, e che si sarebbe destato con
tro il vespaio del partito degli Aragonesi, i quali sul terreno
della legalità avrebbero finito per aver ragione, e per questo
non se ne sparse che una sorda voce, e non ne rimase traccia nè
nelle carte nè negli storici. In caso contrario come si potrebbe
spiegare che il testamento in favore del Re di Aragona levò tanto
grido di sè, ed intorno a questo si fe' il silenzio della tomba? Solo
quando il Ducato di Milano era caduto da un pezzo, ed i secreti
della politica di quello furono abbandonati al pubblico, si potè
aver notizie di questo documento, e il primo a pubblicarlo fu il
Du Mont, il primo a servirsene per la storiafu il Giulini. Questi
afferma di aver veduto nell'Archivio del Castello la Carta della
“
donazione, che portava anche il consenso del Re dei Romani; la
parola Carta è troppo generica, e non si sa bene se alluda alla
copia o alla pergamena originale, come pure non poteasi affer
mare, che avesse il consenso dell' Imperatore dalla semplice frase
ex imperiali potestate: „ questa tal quale imprecisione di lin
guaggio inganna il Peluso, il quale in piena buona fede dice,
che il Giulini assicura " di aver veduto in originale l'atto che
portava anche la segnatura dell'Imperatore. Egli non vide in
originale l'atto, dachè non cita che il Codice osservato anche da
"
"
7
noi, e colla frase " consenso del Re dei Romani non si riferi
che all' " eximperiali potestate, non già alla segnatura, la quale
gl'Imperatori Germanici non costumarono mai di apporla sui di
plomi dei Duchi diMilano. Tanto ho avuto dal Porro, che ha bene
i suoi venti anni di pratica negli Archivi di qui. Afferma in se
guito il Giulini, che lo Sforza costrinse il vecchio Duca a
fargli questa donazione come patto dell'accorrere in soccorso di
lui, e che alla morte di quello il partito Braccesco sostenne il te
stamento, il partito Sforzesco la donazione; certamente quando
• PELUSO FRANCESCO, Repubblica Ambrosiana,pag. 44, un' operettada cui ho tratto
molto profitto.
7 GIORGIO GIULINI, Memorie spettanti alla Storia e Governo di Milano. Nuova edi
zione con note ed aggiunte, pag. 121.
DI FILIPPO MARIA VISCONTI A FRANCESCO SFORZA.
649
questa fosse esistita, Filippo Maria l'avrebbe fatta per compen
sare il genero, e gli Sforzeschi agitandosi, vi avrebbero fatto ap
pello; il Giulini non ha quindi la colpa di aver affermato cose,
che non hanno l'appoggio in nessun documento contemporaneo ,
egli almeno non ne cita, ma di non aver dubitato sull' autenti
cità di quell'atto, al quale ci rimane tuttavia da dare l' " ictus
gratiae,, esaminandolo in ciò che vi è di non esatto nel conte
nuto e nella forma.
“
Vi si legge ch'esso fu fatto ex imperiali potestate; or que
sto è assolutamente falso. Nel settembre 1447 i Pavesi ricusa
"
rono riconoscere la Repubblica Ambrosiana, si diedero allo Sforza
e lo elessero Conte; aveano il diritto di far ciò pei diplomi di
Federigo Barbarossa e Federigo II, fedelmente citati nell'atto di
dedizione, una delle belle pergamene inminiatura ch'io abbia os
servato ; e non vi è punto citato il diploma di Federigo III, per
cui lo Sforza sarebbe stato riconosciuto successore del Visconti
anche nel Contado di Pavia. Passi che i Pavesi e l'istesso
Francesco Sforza non ne avessero avuto notizia. Ma, caso sin
golare! l'istesso Federigo III mostrava di non ricordarsi nep
pure lui di questo suo diploma di conferma. Nell'ottobre 1447
dimoravano in Milano gli ambasciadori di questo Principe, e
dichiararono che
“
la Maestà soa e ben contenta che questa
citade viva in libertade honesta, ma che non dispone darla
più in ducato ,„ altri documentidital genere potrei qui esporre,
ma temo di riuscirlesoverchiamente noioso, tuttavia non mi sem
brano da omettere quelli che seguono. Nella categoria Feudi Im
periali, 13 marzo 1451, si legge uno strumento di procura fatto
dal Duca di Milano Francesco I Sforza al dottore Sceva da Corte,
per ottenere dall'Imperatore, a prezzo di qualunque somma di
denaro, la ratifica e conferma principalmente del Ducato di Mi
lano e Contado di Pavia. Il 19 febbraio 1455 manda al medesimo
all'istesso oggetto il vescovo di Pavia Giovanni da Castigliono ;
l'11 gennaio 1457 infine vi manda Giovanni de Ulexi. Ma se lo
Sforza fosse già stato riconosciuto come successore di Filippo
Maria, di qual altra conferma imperiale avrebbe egli mai avuto
8Documenti citati, 1447, ettembre 17.
• Documenti citati, 1447, ottobre 28.
Lettera di Nicola Guarna allo Sforza.
650
LA PRETESA DONAZIONE
"
bisogno? Quella frase adunque " ex imperiali potestate mi sem
bra averla sufficientemente dimostrata bugiarda. Quando poi gli
atti dei Duchi di Milano abbisognavano della ratifica imperiale,
in essi o era riportato per intero o compendiato o semplicemente
citato il diploma di conferma; quella semplice frase " ex imperiali
potestate , non avea quindi nessun valore, e l'atto potea benis
simo essere attaccato come nullo per irregolarità nelle forme, e il
testamento che istituiva erede Alfonso Re d'Aragona, l'annullava
di fatto, solo perchè giuridicamente regolarissimo ; questo avea
l'autentica notarile e tutto, mentre all'altro mancava presso che
tutto. Avanti, avanti i giuristi, che sostennero la validità della
donazione, che hanno da opporre a ciò? Nulla. Serbano il più
dignitoso silenzio, e fanno bene. Si diffusero invece in generalità
di nessuna importanza, per esempio, che Filippo Maria potea
disporre a piacimento dei suoi Stati senza o con la potestà impe
riale,
“
"
quamdixit se habere; e che ad ogni modo ai popoli si
spettava ubbidire, noncomandare; se nefussero adunque iLombardi
stati tranquilli sotto il dominio dello Sforza, in caso contrario questi
era tale da mantenerveli colle buone o colle triste. Un'unica volta
che non stettero sulle generalità, Rolando de Curte e Catone de
Sacco si smentirono a vicenda in un modo tutto singolare. Al
tempo della pretesa donazione, Francesco Sforza dimorava in Pe
saro, ed a luinon si potea donare, perchè assente. Ilgiurista Ro
lando de Curte oppone a ciò: " Tradita sunt instrumenta seu
" littere donatarum rerum Domino Comiti, quibus non contra
" dixit sed potius consensit, maxime cum sint littere favora
biles.
D'altra banda si opponeva ch'egli avea rinunziato di
fatto alla eredità del Visconti, quando riconobbe la Repubblica
Ambrosiana, fino al punto di diventarne Capitano Generale del
l'esercito , e l'altro giurista Catone de Sacco replica proprio
come segue: " Post convenciones illas repertum est huiuscemodi
ius donacionis et disposicionis ducalis, et propterea est a tran
sicione e tomni iuramento recedendum.
"
Spiritoso quel Fran
cesco Sforza! All'uno de' suoi campioni disse, che l'atto gli fu co
municato, e ch'egli l'accetto, e mostrogli pure le litteras favora
biles ; all'altro poi, che non ne seppe nulla, e che fu ritrovato
dopo. Ma se idue illustri giuristi fossero stati avversarii, dico io,
si sarebbero potuto meglio di così incontrare per le calcagna ?
DI FILIPPO MARIA VISCONTI A FRANCESCO SFORZA.
651
Ad ogni modo queste consultazioni sono gli unici documenti con
temporanei, ove trovasi fatta parola della donazione, e ch'io sap
pia; sono finora rimasti interamente sconosciuti, sarebbe quindi
desiderabile per la storia del diritto, che qualcuno le pubblicasse
ed illustrasse a dovere. Io ne ho toccato quel tanto che mi ri
guardava. Conchiudendo dirò, che l'atto di donazione riferita, a
me sembra non sia da ritenere per autentica: 1.º Perchè non fu
citata nei capitoli della dedizione di Milano allo Sforza, il quale
dal canto suo non mostrò mai averne notizia, e non vi fece mai
appello prima che fosse diventato Duca; 2.º Perchè il Carteggio
Ducale, come pure gli storici contemporanei tacciono di questo
atto, che avrebbe dovuto levare alto grido di sè; 3.º Perchè quella
"
frase " ex imperiali potestate contiene una falsità, più una ir
regolarità nelle forme; 4.° Infine perchè gli avvocati che ne so
stengono la validità, sono evidentemente in malafede, e si smen
tiscono a vicenda in circostanze di fatto.
Se questa donazione non fu opera di Filippo Maria, nonè dub
bio ch'essa fu foggiata il primo anno del ducato dello Sforza,
forse per ordine dello Sforza stesso. Di ciò sono prove bastanti
le consultazioni ove si vedono tuttavia i sigilli e le firme auto
grafe di giureconsulti, contemporanei. In tal modo questo docu
mento non essendo autentico, avrebbe importanza maggiore che
se fosse tale; esso ne rivelerebbe l'interesse che Francesco Sforza
mise a legalizzare il proprio dominio, e non apparire prepotente
usurpatore. Di fatti questo era il tempo, in cui ogni Principe ci
teneva ad aver la legalità dalla sua, e gli studii del diritto erano
tornati in onore dapertutto; ma non invadiamo il campo altrui
più del bisogno. Le chieggo intanto perdono della lungaggine
della presente; mi ricordi ai miei compagni ed al professore Ber
tolini, della cui patria gentile e colta non saprò mai lodarmi ab
bastanza.
Milano, nel dicembre 1876.
Di lei Devotissimo Discepolo
DANIELE GIAMPIETRO.
CRONACA SEMESTRALE
DELL'ARCHIVIO DI STATO DI MILANO.
1876, 2. semestre.
Non meno copiosi dei precedenti furono in questo semestre i
versamenti di atti di diversi uffizj.
La Pretura Urbanadiqui, inoccasione del suo trasloco in altro
locale, versò le 839 cartelle ei 15 registri o protocolli, dagli anni
1851 al 1865, che esistevano in quell' archivio, corredati da due
elenchi in doppio esemplare. Questo trasporto, a termine dei ve
glianti regolamenti, fu eseguito a cura e spesa del locale Muni
cipio.
Dalla Direzione provinciale delle Poste di Venezia pervennero
quattro casse contenenti 204 buste di atti postali della Lombar
dia dal 1849 al 1860, con elenco in duplo. La spesa relativa fu
a carico dell'ufficio depositante.
Dalla Direzione generale del Demanio e Tasse in Firenze, 15
fascicoli di atti risguardanti una vertenza del Demanio per com
partecipazione nel patrimonio del condominio Bentivoglio di Roma.
Dall'Intendenza provinciale delle Finanze in Milano, 194 car
telle con 53 registri di atti di diversi uffizj dipendenti da quella
magistratura, dell'anno 1866.
Gli atti del Monte Lombardo-Veneto mancando da tempo delle
necessarie rubriche per quelli dal 1824 al 1861, e questa man
canza rendendo assai difficili e talvolta impossibili le occorrenti
ricerche, se ne fece richiesta alla Direzione generale del Debito
Pubblico in Firenze, presso cui si trovano. Per ragioni di servizio
CRONACA SEMESTRALE DELL'ARCHIVIO DI STATO DI MILANO. 653
edi opportunità queste, come altri atti e registri del Debito Pub
blico, non possono tosto essere versati, ma lo saranno fra non
molto. Intanto quella Direzione generale mandò l'inventario della
parte di atti e registri del nostro Debito Pubblico colà esistenti,
e di rimpatto le fu spedito quello degli atti e registri consimili
per quell'epoca, qui lasciati.
Dall' archivio di Stato di Brescia si ebbe un voluminoso fasci
colo di atti relativi ai processi politici del 1821.
Dalla locale Prefettura si sollecitò la consegna delle rubriche
eprotocolli della già presidenza di Governo, che non furono tras
messi nel versamento di quegli atti effettuato nell'anno 1866.
Si propose al Ministero dell'Interno l'acquisto d'una ricca col
lezione di carte provenienti dal noto archivio Sitoni di Scozia, e
si acquistavano una preziosa pergamena del secoloX risguardante
la chiesa di Como, e 30 volumi di miscellanea lombarda, come
altre carte e pergamene e autografi, oltre quelli man mano do
nati dal Direttore e da altri.
Nell' archivio di Stato di Mantova, dipendente da questa So
vrintendenza, furono depositati tutti gli atti dell' archivio comu
nale di Redondesco e quelli del già Ufficio di commisurazione di
Mantova e Revere degli anni 1870-1871. Di rimpatto consegnò
all'archivio storico Gonzaga tre fasci di schede di antichi docu
menti, rinvenuti tra gli atti di quell' Intendenza di Finanza.
In quell'archivio si collocarono ordinariamente gli atti dello
Stato civile del regno Franco-Italico ivi spediti nel primo semestre.
Pel continuo versamento di carte in quell' archivio resesi ol
tremodo angusto lo spazio, sicchè rimanevano inceppate le ope
razioni di ordinamento e di collocamento. Perciò fu fatta richiesta
di nuovi locali, e la richiesta fu esaudita dal Ministero, avendo
questo determinato in massima che il locale occupato ora dal
l'archivio notarile nella parte della corte vecchia del palazzo ex
ducale, debba rimanere in servizio governativo, in aggiunta a
quello che occupa l'archivio di Stato.
Ai lavori inerenti al regolare collocamento di tuttele carte ver
sate nel semestre, seguirono in tutte le sezioni quelli di sistema
zione, di rintegrazione e di stralcio delle parti che più ne avevano
bisogno, in mododarendere possibilmente facili e sicure le ricerche.
Vanno specialmente menzionati:
654
CRONACA SEMESTRALE
Nella Sezione diplomatica la formazione di altre 800 schede
pel nuovo indice dei registri dell' archivio Panigarola e la collo
cazione nella corrispondenza diplomatica cogli Stati esteri di circa
4000 documenti dei secoli XV e XVI rinvenuti fra le miscellanee;
Nella Sezione amministrativa la sistemazione di circa 1800
mazzi o cartelle, principalmente nelle classi Acque, Ufficj regj,
Studj, e in quella della cessata Delegazione provinciale;
Nella Sezione finanziaria furono lavorate circa 1500 cartelle,
principalmentenelramo gabellario,negli atti della cessata Contabi
lità lombarda e in quelli del personale delle guardie di finanza;
ecompilato un elenco riassuntivo di tutti i giuramentidi servizio,
che si conservano, del personale camerale;
Nella Sezione giudiziaria si continuò a sistemare le parti anti
che di alcune categorie del Senato; i Testamenti e gli Atti pre
torii, del numero complessivo di cartelle o mazzi 220.
Nell'archivio del Fondo di Religione si sistemarono: il va
cante dei Serviti in S. Gotardo di Bergamo ed uniti; quello dei
Minori conventuali di S. Francesco in S. Pietro in ciel d'oro di
Pavia, e tutta la serie delle confraternite antiche di Milano, co
stituendo 436 cartelle o mazzi, oltre i registri, corredate da ap
posito elenco.
Questi lavori di ordinamento non ritardarono la pronta eva
sione delle ricerche amministrative, araldiche e storiche fatte dalle
pubbliche amministrazioni e dai privati; pei quali si dovettero
eseguire copie moltissime, circa 700 facciate, di documenti anti
chi e moderni a pagamento, senza tener calcolo delle altre infi
nite, eseguite per uso d'ufficio. Nel semestre si presentarono a pro
tocollo 965 esibiti, e se si adottasse la consuetudine, invalsa in
altri archivj, di far registrare in esso anche il giornaliero inter
vento degli studiosi e le loro specifiche richieste, quel numero an
drebbe aumentato di qualche migliajo.
Il Ministero della Guerra mandò a far ricerche per una Storia
delle armi italiane dal 1796 in poi.
Il Ministero di Agricoltura e Commercio cercò documenti so
pra il commercio e l'industria antica e principalmente sull'anno
na, e se ne valse per le sue pubblicazioni.
Il Ministero di Grazia e Giustizia domanda di raccogliere gli
atti che riguardano le attinenze fra la Chiesa e lo Stato.
DELL' ARCHIVIO DI STATO DI MILANO.
655
Il Sovrintendente invito vescovi, municipalità e corpi morali
della regione a dare notizie e informazioni di quanto possiedono
i loro archivi.
Il sotto-archivista Giuseppe Porro inaugurava, il 23 del pas
sato novembre, il corso di sue lezioni di Paleografia. Diventano
esse anche più opportune, dacchè quello studio è dichiarato ne
cessario per ottenere posti negli archivj anche di Comuni e di
pubblici istituti.
I signori Vietti e Pessina fecero omaggio, ad uso di essa scuola,
di molti fac-simili paleografici, opportunissimi ad agevolare l'inse
gnamento e a rendere più proficue e pratiche le lezioni.
Fra le opere donate alla biblioteca dell'archivio meritano cenno
speciale:
La descrizione delle opere per l'asciugamento del lago Fúci
no, donata dal principe Alessandro Torlonia a Cesare Cantù e da
questo ceduta alla biblioteca, unitamente a diversi altri libri.
Tunisi, spedizione di Carlo V imperatore, e famiglia degli Isei
ora Oldofredi, del cavalier Damiano Muoni; doni dell'autore.
Unacopia del libro del cosmografo Coronelli, intitolato: Armi,
Blasoni e Insegne gentilizie delle famigliepatrizie di Venezia; dono
dei signori Vietti e Pessina.
I tre primi volumidelgiornale araldico-genealogico-diplomatico,
compilato da una società diaraldisti e genealogisti, ecc., edito ne
gli anni 1873-1876. Fermo e Pisa; dono di Cesare Cantù.
Il volume VI dei documenti di Storia Patria; dono della Depu
tazione sopra gli studj di Storia patria delle provincie di Tosca
na, Umbria e Marche.
I fascicoli IX, X e XI dell' Archivio Storico Lombardo; dono
della Società.
Furono ammessi ad indagini storiche 55 studiosi, e, fra quelli
già nominati nelle cronache dei passati semestri, continuarono ad
estendere i loro studj i signori: Baruffaldi sac. Agostino. Belgio
joso conte Emilio. Bertolotti cav. Antonio. Bettoni conte France
sco. Bianchetti Enrico. Caffi cav. Michele. Calvi nobile Felice.
Ceruti sac. Antonio. Charavay Stefano. Corio prof. Lodovico.
D' Adda marchese Gerolamo. Ghiron cav. Isaia. Kind Paolo. Mon
geri cav. Giuseppe. Porro conte Giulio. Riva Finoli nobile Cesare.
Spinelli A.....
656 CRONACA SEMESTRALE DELL'ARCHIVIO DI STATO DI MILANO.
Fra i nuovi ammessi nel semestre vanno segnalati i signori:
Bayonne rev. Geslao, Notizie sul Savonarola e sul convento
di S. Maria delle Grazie di Milano.
Breslau prof. Harry, Esame dei Diplomi imperiali del se
colo XI.
Cardier Enrico, Relazioni diplomatiche tra gli Stati italiani
e la Francia dal 1790-1800.
D' Ancona prof. Alessandro, Notizie biografiche sui due per
sonaggi: Guido Metaluno o Metulano, e senatore Mariolo Viscardi.
De Sonnaz conte C. A., Relazionidiplomatiche dei secoli XIV
e XV fra la Savoja e Milano.
Giampietro Daniele, Documenti relativi a Francesco Sforza.
Paganelli don Atto, Notizie biografiche intorno a San Lan
franco di Pavia.
Parravicini Tito Vespasiano, Indagini sull'arte e sugli artisti.
Riccardi prof. Giuseppe, Studj su documenti Viscontei e Sfor
zeschi.
San Giorgio prof. Gaetano, Ricerche sulle leggi del governo
democratico di Venezia.
Visconti avv. Francesco, Notizie sull'abbazia di Campomorto.
Vollo prof. Giuseppe, Atti relativi all' annessione del Piemonte
alla repubblica Cisalpina.
Zuliani Giovanni, Usi nuziali dei secoli XIV e XV fra prin
cipi ancor bambini.
NOTIZIE.
Parlandodi Cristoforo Colombo abbiamo accennato al Colombo
pirata, che alcuni confusero con esso. Ai documenti che recammo,
relativi a quel famoso pirata, aggiungiamo quest'altro, estratto dal
Registro G. I. dell'Archivio Territoriale Bresciano, contenente
Ducali, Decreti, Lettere, Privilegi, Sentenze dal 1406 al 1521 ; al
foglio 110.
Litterae patentes commendatitiae pro Petro Antonio de putinis, e
manibus Pyratarum erepto.
Baldassar Trivisanus pro Serenissimo et Ex.mo D. V. D. etc., Capita
neus Brixiae et districtus. Commiserantes diram et acerbam sortem,
miserabilemque calamitatem Petri Antonij deputinis civis veneti harum
latoris, quam sicuti ex pijssimis commendaticijsque litteris praefati
Ill. mi Domini nostri passum fuisse accepimus: qui mercaturam gerens
dum in triremibus ad partes Flandrie per altum mare proficiscitur, in
pyraticam incidens classem ab saevissimis Pyratis Columbo Duci, multis
acceptis vulneribus dum strenue resistit, amissaque universa ejus sub
stantia, interceptus et captivus factus est: quam captivitatem non sine
magno ejus vitae discrimine multum diuque tulit. Tandem Optimo
Maximoque Deo favente, e manibus perfidissimorum Pyratarum ereptus
in dulcissimam patriam redijt adversa gravique valitudine correptus,
quam exnimia tum doloris acerbitate animo conceperat, cum ex diu
tinae captivitatis suae squalore. Ad cujus pristinam sanitatem instau
randam, cumnulla sibi profuerint medicorum remedia,consultus ut ali
quem sibi aerem eligeret, salubrem Tarvisiumprofectus nihil profecit:
658
NOTIZIE.
balnea inde adijt patavina, minime profuerunt. Demum ab hanc urbem
Brixiae perventus, tanquam ad aerem salubriorem: ubi ab hospita
libus Prefectis calamitatem viri commiserantibus et benigne et gratiose
exceptus, et locus pro assequenda ejus valitudine assignatus, ubi tam
diu stetit, quoad meliorem pristinae sanitatis conditionem pervenit. Sed
quia ad integram et perfectam valitudinem consequendam alialoca adeat
salubriora necesse est, sic consultantibus medicis, volentes ipsum aliquo
gratiose favore prosequi, sic divina humanaque suadente lege, sic etiam
ipsius Petri Antonij exigentibus optimis institutis, rogamus quoscumque
Ill.mos duces, principes, marchiones, comites, armorum ductores, civita
tumque et terrarum rectores, jusdicentes, amicos et benivolos, quibus
hae literae fuerint presentatae, ut eundem Petrum Antonium pro solita
eorum clementia et humanitate commendatum habeant, sibique pro
intuitu pietatis et misericordiae opitulentur: ut suis mediantibus tam
pijs, tam benignis, tam Deo O. Mq. gratis beneficijs perfectam valitu
dinem suam assequi valeat, sicuti pro eorum ingenita pietate et mise
ricordia facturos ample confidimus et speramus. Offerentes nos ad similia
et queque meliora paratos. In quorum fidem etc. Dat. Brixiae, die
XXIj maij 1487.
T. Co.
Ci pare unmodello dibuona critica l'articolodel signor C. De
simoni nel fascicolo settembre-ottobre del Giornale Ligustico,
intorno ad un manoscritto, supposto inedito, che il professore
Giuseppe Ferraro stampò aFerrara sulle scoperte del Colombo e
del Vespucci. Quelli che seguirono le notizie chenoi veniamo rac
cogliendo in questo giornale intorno al gran genovese, troveranno
nell'articolo del Desimoni una ricchezza di cognizioni bibliografi
che e di sapienti paragoni intorno a quei fatti.
Invece di Beno de' Gozzadini, com'è detto dal Giulini, dal
Verri, dal Rosmini, dal Savioli, il Corio e il Ghirardacci nominano
Beno da Gozzano. Dopo che in questo Archivio avevamo indi
cato i meriti del Beno de'Gozzadini, uscì, col titolo di Nuovi
giojelli di storia patria, uno scritto del signor Angelo Gualan
di, noto per lavori e per cognizioni storiche e artistiche, ove
acerbamente si sosteneva non trovarsi nella famiglia de' Gozza
dini di Bologna un tal nome, se non in tempi posteriori: e deri
dendo i Milanesi che vi avevano dedicato una via e una statua
nella Galleria. (Vedi in questo Archivio, anno III, pag. 127.)
NOTIZIE.
659
Il conte Gozzadini, che n'avea parlato nelle Torri gentilizie di
Bologna (di cui discorremmo nell'anno II, pag. 106), repulsò quel
l'attacco, mostrando come nell' Archivio notarile di colà si tro
vasse che, nel 1258, eransi commesse rappresaglie contro i Mila
nesi per L. 4000 imperiali, a richiesta di Castellano di Benno
de Gozzadini. E nel 1269 Castellano e Bigolo, filii quondam do
mini Benni de Gozadhinis, confessano aver ricevuto da Pagano
di Terzago milanese L. 500 di bolognini per riscatto di sè, di
Stefano Pozzobonelli, di Jacobo da Masate, e dei cavalli, armi,
robe loro, presi da essi fratelli in virtù delle rappresaglie. Pro
babilmente erano concesse per l'assassinio di Beno.
Potrebbe aggiungersi un istromento recato dal Savioli sotto il
1257, 27 luglio, actum in civitate Mediolani, in hospitio in quo
habitat potestas Mediolani. Interfuerunt testes dn. Bennus de Go
zadinis potestas Mediolani, ecc.
I dubbj che muove il signor Gualandi non sembrano dunque
attendibili. E l'atto che noi recammo nel quinto fascicolo di
questo Archivio Storico (anno II, pag. 108), toglie ogni esitanza
su tal personaggio, in quell'atto dicendosi: Dominus Bennus de
Gozzadinis potestas Mediolani super predictis consilium postulavit.
Così resta decisa la quistione meglio che colle villanie,da piaz
zajuoli anzichè da letterati.
Nell' Archivio Storico Italiano, quinta dispensa del 1876, riguar
dano la Lombardia le notizie intorno a Pompeo Neri e ai lavori
suoi sul censimento del Milanese; il seguito del commentario del
Cantù sul Conciliatore, ove parlasi di Giuseppe Pecchio, Sigi
smondo Trechi, Alessandro Manzoni, Pellegrino Rossi e Gino Cap
poni; inoltre una sapiente necrologia di Giuseppe Ferrari " indi
vidualità non ordinaria. „
A. Krüger stampò a Breslavia un programma ginnasiale sui
Patarini di Milano (Die Pataria in Mailand). Tocca al soggetto
stesso in più largo campo il saggio Zur Geschichte der Wal
desier in Mittelalter di Guglielmo Preger. Monaco, 1875.
Nell' Historisches Taschenbuch, vol. IV del 1874, è una memo
ria di Max Lassen sulla peste di San Carlo.
660
NOTIZIE.
Nei Monumenta Germaniae historica gli ultimi volumi conten
gono non pochi documenti riguardanti la Lombardia. Il vol. XVII
reca note di Musio da Monza (1290-1302) e degli arcivescovi di
Milano (1295-1317); il XVIII, gli annali lodigiani di Ottone e
Acerbo Morena; il XIX, annali di Mantova (1183-1299), la cro
naca diRolandino diPadova; il XXI, annali cremonesi (1096-1241);
il XXII annali bergamaschi; bresciani il XXIII.
Il giorno 2 del corrente dicembre la Società tenne Adunanza
generale, in cui, esaurite alcune interpellanze, che diedero luogo
a discussioni, riguardanti in ispecie le pubblicazioni sociali, e
fatte dalla Presidenza varie comunicazioni, si addivenne, giusta
l'ordine del giorno, alla nomina dei membri componenti la Pre
sidenza pel venturo triennio, scadendo gli attuali al 31 dicem
bre 1876. Venne eletto a presidente il conte Ercole Oldofredi
Tadini, senatore del Regno, in luogo del cessante commendatore
Cesare Cantù, e furono confermati nel loro ufficio gli attuali vice
presidenti marchese Gerolamo d'Adda, e conte Giulio Porro-Lam
bertenghi. Fu eziandio ammesso fra i socj il signor A. G. Spinelli.
DOMANDA.
Il cavalier Lorenzo Boturini Benadussi fu diligente raccoglitore
delle prime memorie dell'America meridionale e specialmente del
Messico; ma i preziosi documenti che avea raccolti, andarono di
spersi o furono appresi dai re di Spagna. Le biografie non parlano
di lui; poche notizie ne reca la Storia Universale del Cantù, il
quale accenno pure una pubblicazione che se ne faceva nel 1857.
Èpossibile saper qualcosa di più di lui e delle opere sue? Se n'ha
alcun ricordo in Valtellina, donde si crede ch'egli fosse?
BIBLIOGRAFIA.
BIBLIOGRAFIA STATUTARIA E STORICA ITALIANA.-Parte prima: Bi
bliografia degli Statuti, Ordini e Leggi dei Municipii italiani,
compilata da LUIGI MANZONI. Bologna, Romagnoli, 1876.
Siamo lieti di vedere per la prima volta in Italia una generale Bi
bliografia degli Statuti Italiani, che da molti anni si desiderava. I dotti
italiani fin dai primordj del nazionale risorgimento proposero nel Con
gresso di Venezia (1847) la raccolta generale degli statuti d' Italia, e
il Bonaini poscia dimostrava la necessità di una Bibliografia degli Sta
tuti e ne pubblicava Alcuni appunti, perocchè la vastità del lavoro
esigeva una preliminare notizia bibliografica. Sventuratamente non fu
mai eseguita nè la Bibliografia, nè la Raccolta.
Opportuno e desiderato è quindi il lavoro del Manzoni, che imprende
la pubblicazione di una vasta opera in quattro volumi: 1.° Statuti Mu
nicipali; 2.º Storie Municipali, Storia generale d'Italia; 3.° Genea
logia delle Famiglie italiane; 4.° Biografie italiane; ed ora ha dato in
luce la parte prima del primo volume Leggi Municipali. Premette
nella Prefazione (p. III a XVI) la Ragione dell' Opera e il metodo
tenuto nella compilazione della Bibliografia; poi (p. XVII a XXIV)
addita le Opere e Biblioteche che sono citate per abbreviature. Un bel
volume in-8° di pagine 570contiene per ordine alfabetico le indicazioni
degli statuti delle varie città e terre di tutta Italia, senza limitarsi
al Regno Italico, ma comprendendovi tutte le altre regioni italiche
eziandio soggette a dominazione straniera, come la Corsica, Malta,
Nizza, Trento, Trieste e la Dalmazia.
662
1
BIBLIOGRAFIA.
Oltre a duemila indicazioni di statuti formano questa grande Bi
bliografia. Per ogni città o piccolo Comune espone in ordine cronolo
gico le varie edizioni degli statuti, o accenna i manoscritti di cui ha
notizia, e pe' rari od inediti trascrive il titolo o frontispizio, indica il
numero dei fogli, e descrivendo i manoscritti, ne segna l'epoche e dà
le notizie principali, che ha potuto raccogliere o dai codici stessi, o
da altre opere, o dai bibliografi, o da storici o giureconsulti.
In queste indicazioni rivelasi grande esattezza e modestia, poichè
sempre manifestasi per ogni notizia chi per lettera o altrimenti ha
somministrato i lumi necessarj. Così il Manzoni con grande pazienza
e cortesia ha saputo nelle varie regioni d'Italia visitare archivj e bi
blioteche, descrivere codici, raccogliere notizie, interrogare personal
mente o per lettere i varj scrittori, o altri che poteano fornirgli le no
tizie occorrenti al compimento del vasto lavoro.
Questa bibliografia generale mancava del tutto in Italia, malgrado
i lavori iniziati, che però meritano sempre lode per l'utile disegno e
per l'incitamento offerto alla vasta fatica. L'egregio Bonaini, occu
pato in molte fatiche su gli statuti, interrotte per la immatura sua
morte, aveva aggiunto allo statuto di Val d'Ambra, da lui pubblicato,
Alcuni appunti per servire ad una Bibliografia degli statuti italiani
(Pisa, Nistri, 1851), e Cesare Guasti ne faceva una pregevole Rasse
gna bibliografica nell' Archivio Storico Italiano (Appendice, vol. IX,
pag. 189-217). Francesco Berlan, seguendo il nobile esempio, pubblicò
taluni lavori bibliografici su gli statuti, ed iniziò una bibliografia per
ordine alfabetico (Venezia, 1858). Antonio Valsecchi cominciava (Pa
dova, 1862) una elaborata Bibliografia analitica degli statuti italiani
esistenti nella sua privata biblioteca , ma appena due fascicoli venivano
in luce; e varie speciali opere bibliografiche si ricordano con lode su
gli statuti di alcune provincie, fra cui citiamo Rota e Sforza.
Così finora fra i desiderj dei dotti si annoverava la bibliografia che
alla solerte intelligenza del Manzoni era dato di offrire compiuta ege
nerale con un disegno modesto e semplice, ma bene adatto allo scopo
di raccogliere per tutti i Comuni italici le notizie degli statuti editi ed
inediti di ogni epoca.
Dando questa meritata lode all' egregio autore, non intendo io già
asserire che nulla sia stato ommesso, poichè niuno potrebbe mai pre
tendere che in un'opera di tal genere fossero tutte raccolte le notizie,
e nulla fosse obbliato. Di tali ommissioni e di qualche equivoco per av
ventura incorso, non gli daremo noi colpa; poichè il libro stesso ma
nifesta grande diligenza, e molti viaggi che erano indispensabili per
un lavoro simile; talchè senza tali fatiche e spese gli equivoci e le
4
BIBLIOGRAFIA.
663
ommissioni sarebbero state innumerevoli. L'autore promette di aggiu
gnere al lavoro un'Appendice, che noi vorremmo alquanto ritardata;
giacchè per l'immenso numero di città e terre, di cui si dee tener
ragione pei singoli statuti, avvi sempre a dubitare che nuove addi
zioni potranno occorrere, sempre importanti, per un lavoro generale e
completo.
Speriamo che questa pubblicazione serva d' incitamento ai dotti ita
liani per nuovi e severi studj su gli statuti comunali, sia per la storia
civile, sia pel diritto pubblico e privato. I nostri statuti rivelano le
tradizioni antiche, le idee e costumanze popolari, e le differenti ri
forme ispirate dall'amore di libertà e d'eguaglianza. Noi vediamo per
cid ai dì nostri una dispendiosa pubblicazione di statuti inediti di va
rie città italiane con accurate e splendide edizioni. Queste fatiche sono
degne di lode, ed offrono gli elementi per la grande e generale storia
della civiltà e legislazione italica del medioevo. Oltre tali accurate
edizioni sono necessarj i lavori speciali, storici o giuridici, che diffon
dano le notizie esatte su quegli statuti,ne spieghino le origini e l'in
dole speciale, e ne facciano le comparazioni coi diversi statuti italici
ed esteri. Solo per tali studj storici e legali riusciranno utili quelle
pubblicazioni di statuti, che vengono in luce per cura delle dotte Com
missioni, Società, o Deputazioni di storia patria delle varie provincie
italiane. La semplice pubblicazione dei testi, ove non sia accompa
gnata o seguitada quei lavori, serve in gran parte ad accrescere nelle
biblioteche la sventurata serie dei libri, lodati per le belle edizioni,
ma pur sempre conservati intatti ed intonsi.
Non è facile, invero, una generale fatica su tutti gli statuti italiani,
pei quali abbiamo alquanti brevi e sapienti lavori in varie opere di
genere differente. Così ricordiamo con lode le notizie che sugli sta
tuti italici ci offrono Muratori, Forti, Sismondi, Cantù, Sclopis e Giu
dici; ma questi lavori non offrono ancora la desiderata e completa
storia speciale degli statuti italici; e possono invece considerarsi come
un dotto ed utile prospetto generale delle origini e del carattere di
quegli statuti. Potranno però in breve tempo i dotti italiani con utili
monografie esporre l'origine, l'indole e la parte speciale di dritto
pubblico e privato dello statuto della propria provincia o della propria
città. Su tanti brevi lavori sarà poi agevole il formare una storia ge
nerale del dritto italico nel medio evo. Lavori di questo genere desi
deriamo in Italia, numerosi ed importanti,quantunque in varie città
ne esistano degni di lode.
Non occorre far menzione dei molti antichi commenti degli statuti
di varie città italiane, che sono opere di pratica giurisprudenza, in
Arch. Stor. Lomb. An.III.
43
664
BIBLIOGRAFIA.
tese a svolgere col metodo allora comune le questioni legali che po
teano sorgere nei tribunali. Tali opere erano estranee a studj storici
e critici, a considerazioni generali ed a legislazione comparata; talche
servivano solamente a giureconsulti, comegli altri commenti e trattatidi
diritto municipale. Varie opere utili si pubblicarono in Piemonte su gli
statuti. Il bel volume Leges Municipales della eccellente raccolta Mo
numenta Historiae Patriae di Torino offre uno splendido esempio per la
pubblicazione di statuti municipali; ma desideriamo ancora i lavori che
nepongano in chiara luce le origini e le vicende e le notizie dei sin
goli statuti. Oltre la vasta raccolta di Duboin, e il recente commento
degli statuti novaresi del Giovanetti, ricordiamo con lode la monogra
fia del conte Sclopis sull'Antica legislazione del Piemonte, che si limita
a tre secoli e dà molte notizie su quegli statuti.
Sono lodevoli fra le ultime pubblicazioni di statuti i lavori di intro
duzione storica del marchese Cesare Campori per Modena, e del conte
Camillo Laderchi per Ferrara.
Milano ebbe molti statuti generali ed anco speciali per le varie arti
o corporazioni. Se ne fecero nei tempi andati varie edizioni é i dotti
lombardi se ne occuparono in molte opere. Speciale oggetto di studj
furono le Consuetudini Milanesi del secolo XIII, per le quali si aveano
notizie nella dissertazione del conte Gabriele Verri De ortu et pro
gressu juris mediolanensis, premessa alla bella edizione delle Novae
Constitutiones fatta in Milano al 1747 dalla regia tipografia. Questa
edizione per concetto ed esecuzione è simile alla edizione dei Capi
tula Regni Siciliae fatta in Palermo al 1741 per cura del Testa, che
vi premise una dissertazione De ortu et progressu juris siculi. I
signori Porro-Lambertenghi e Berlan han pubblicato al 1866-1869
le Consuetudini Milanesi del secolo XIII, ma ne trattarono con di
versa opinione. Spiacemi che non siano state indicate dal Manzoni
tali pubblicazioni, quantunque per Milano siano ricordati gli statuti
e costituzioni di ogni epoca, e perfino le versioni e i commenti. Me
rita lode il Berlan per avere insieme aggiunto al testo delle Con
suetudini del 1216, i brani che riproduce sulle precedenti opere di
Sassi, Verri e Giulini, e le recenti ed erudite monografie di Rezzo
nico e Schupfer. Aggiugne il Berlan i suoi egregi lavori storici e
bibliografici, che espongono molte ed importanti notizie su gli sta
tuti di Milano. Dimenticò il Manzoni gli Statuti di Viterbo, pubblicati
ed illustrati da Ignazio Ciampi (Firenze 1872). Sono noti i grandi
volumi del Bonaini, che con tanta cura pubblicò (1854-1870) gli Sta
tuti inediti della città di Pisa dal XII al XIV secolo. Meritano lode
gli utili lavori dei napolitani Alianelli e Volpicella su le consuetudini
BIBLIOGRAFIA.
665
di Napoli, Amalfi, Trani, Bari ed altre città. Lodevole zelo per le me
morie patrie ispirava al Governo pontificio la raccolta, nell'Archivio di
Stato inRoma, dinumerosi statuti di città e terre,onde allora si com
poneva lo Stato romano. Questa grande raccolta viene ora accresciuta
per cura del Governo. Noi troviamo dal Manzoni annotati oltre cento
statuti di quei Comuni, anco dei meno importanti; ma non abbiamo no
tizia di lavori storici o legali su quegli statuti, che pur meritano gravi
studj.
Anche per la Sicilia,dopo le antiche opere di pratica giurispruden
za, che offrono vasti commenti delle consuetudini di Palermo, Messina
e Catania, mancano lavori moderni storici e legali su le varie consue
tudini sicule, e rimanevano perfino inediti ed ignoti i testi non pub
blicati nei secoli scorsi. Fu perciò necessaria la raccolta delle Con
suetudini delle città di Sicilia edite ed inedite, da me scelte e pub
blicate nel 1862. Nella mia Storia della Legislazione civile e crimi
nale di Sicilia ho dovuto esporre le origini e le principali notizie su
le Consuetudini (I, p. 78 a 86, 109, 117; II, 55), e tutte indicai le
norme speciali di ragion civile e criminale (nel c. II,p. 135 e segg ).
Il Gregorio, nel 1790,a spese del Governo procuravasi alquante copie
di consuetudini di nostre città, perchè intendeva pubblicarle dopo la
Biblioteca Storica, che preparava come continuazione a quella del Ca
ruso. Nel 1794 pubblicava la Introduzione allo studio del dritto pub
blico siciliano ed offriva alquante notizie su gli statuti siculi, notando
come gli argomenti dei capitoli fossero quasi del tutto estranei al
dritto pubblico. Non curò poscia nè farne studio, nè pubblicazione di
sorta, come si scorge dai suoi manoscritti e dalle opere pubblicate.
Ora, dopo la pubblicazione del Manzoni,vengono in luce nelleRicer
che storiche, ecc., sulla città di Castronovo di Tirrito, gli Statuta et
Capitula Terrae Castrinovi in 59 capitoli (da pag. 346 a 361), ap
provati dal re Martino a' 5 agosto 1401. Percura del professore Vin
cenzo Di Giovanni (fra i documenti pubblicati dalla Società siciliana
di Storia Patria) alle erudite Notizie storiche della città di Alcamo si
aggiungono Capitoli, Gabelle e Privilegi, inediti. Ma cotali pubblicazioni
offrono alquanti ordini e provvedimenti municipali alieni dal dritto civile,
cheforma il subbiettoprincipalee quasi unico delle consuetudini sicule.
✔Nonpoteva accennare alla dissertazione di Gabriele Rosa sugli Statuti del terri
torio bresciano nel medio evo, dove adduce principalmente quelli di Bovegno, di Orzi
novi, di Salò, di Bagolino e della Valcamonica.
Difettiva è pure questa bibliografia sugli statuti bergamaschi: e presto il signor A. Ti
raboschi ne stamperà altri nella nostra Bibliotheca Italica.
C. C.
666
BIBLIOGRAFIA.
Sappiamo che in Germania fu iniziato nel 1866 e non proseguito
un Codex Juris municipalis Siciliae, che ha riprodotto soltanto le
consuetudini di Messina, di cui tante edizioni esistevano, fra le quali
notiamo che la edizione palermitana del 1559 da Manzoni citata (a
pag. 265 n. VII), si trovapure in questa Biblioteca comunale (XXXIII,
C. 5). Della pubblicazione germanica iniziata non avvi oggi esemplare
nelle nostre Biblioteche. Sono accuratamente notati dal Manzoni, per
varie città di Sicilia, consuetudini, edizioni e manoscritti, e se in qual
che ommissione egli incorse,niuno potràmeravigliarsene in Sicilia, poi
chè qui molti han parlato di statuti, citando Gregorio, ma con frasi
generiche, le quali non additano cognizione vera, nè studi storici o giu
ridici su quegli statuti. Così il Manzoni non additò che una edizione
esisteva delle consuetudini di Caltagirone, e che da me se ne erano
stampati molti capitoli; ma in Palermo pure nel Circolo Giuridico
(anno 1874, vol. V, pag. 183 e 245) si era non solo ignorata, ma ne
gata stranamente la esistenza di quella edizione da me indicata nelle
Consuetudini (pag. 107) e nella Storia pag. 120). Di ciò non faremo
rimprovero, poichè sventuratamente è troppo frequente la separazione
degli studj storico-legali dalla praticagiurisprudenza. Siccome il Manzoni
parladelmanoscritto di Consuetudini sicule (Qp. F. 55), è giusto notare
che non è uncodice, nè unvolumedi copiecontemporanee, ma unariu
nione di quaderni di sesto,carta edepoca moltodiversa, che il Gregorio
potè ottenere dallevarie città e riunire in unvolume, chepoi cucito e nu
merato dai bibliotecarj, si conserva inquesta Biblioteca comunale. Al
cune copie sono autentiche con firme e collazioni di archivarj. Su gli
antichi manoscritti (di fol. 62 e seg. e 347 e seg.) delle Consuetudini
di Siracusa e Castiglione si cominciarono le copie in chiaro carattere
(nei f. 225 e seg. e 313 e seg ), forse per incarico del Gregorio, per
chè recenti e rimaste incomplete. Negli ultimi fogli (405 e 406) se
guono le copie di tre lettere dal Gregorio spedite a Landolina ed
Aroldo di Siracusa intorno alle copie richieste di consuetudini. Nella
Biblioteca nazionale si acquistò nel 1872 unmanoscritto del secolo XVI
col titolo Consuetudines diversarum civitatum Regni Siciliae cum glo
sis et consiliis super eis. Sono in rosso i titoli e le rubriche delle va
rie consuetudini, e in principio delle note sono pure in rosso le pa
role di cui si fa la chiosa. Il volume contiene: I f. 1 a 26, Consuetu
dini di Messina con glossedi diversi; II, f. 27 a 46, Consuetudini di
Catania con glosse; III, f. 49, Capitulum obtentum (in volgare) dalla
città di Catania a 16 gennajo 1460 dal re di Aragona per revocarsi
un capitolo del Regno sul nefando; IV, f. 50 a 67, Consuetudini di
Siracusa con glosse; V, f. 70 a 126, Consuetudini di Caltagirone con
BIBLIOGRAFIA.
667
glosse; VI. Af. 128 cominciano: Consilia super diversis consuetudini
bus civitatum et terrarum Regni, e seguono al fine del volume. In fine
d'ogni nota o consiglio avvi il nome del giureconsulto.
È superfluo additare alcuni manoscritti, di cui il Manzoni nonpoteva
avere notizia, come il Libro di privilegi e consuetudini che si conserva
nella Biblioteca Liciniana di Termini-Imerese, e concerne ordini muni
cipali, giurisdizioni privilegiate ed altro; il Libru di la segrezia di la
città di Augusta, in cui sono annotati i pesi e gabelle, fra cui la ga
bella super possessionibus di un tarì per onza, cioè, un trentesimo sul
prezzo di beni stabili alienati, con molte eccezioni escluse dalle leggi
moderne, che risuscitarono quei pesi dimenticati da secoli. La descri
zione degli usi di Mistretta, principalmente per la pastorizia, offre pure
provvedimenti locali. Di tal genere esistono in molte cittàraccolte di
ordini, usi e privilegi municipali, che in parte sono conformi alle leggi
sicule, in parte speciali, e rimarranno forse sempre inedite negli archivj
comunali.
Noi confidiamo che questa ampia Bibliografia generale del Manzoni
non servirà soltanto per mostrare la varietà e l'immensa serie degli
statuti italici, ma inoltre sarà utilissima a quanti vorranno adoperarsi
in gravi studj su la storia della civiltà e legislazione dei Comuni ita
liani.
VITO LA MAΝΤΙΑ.
BERTOCCI GIUSEPPE, Repertorio bibliografico delle opere stampate
in Italia nel secolo XIX. Vol. I (storie). Roma, 1876.
Collegasi all' opera annunciata testè questo primo volume, ch'è tutto
dedicato alla storia, e contiene 1120 libri, divisi in sette sezioni. Ipre
cedenti imperfettissimi cataloghi (come quello del Branca) faceano desi
derarne uno, che soddisfacesse a un vero bisogno degli studiosi.
STORIE MUNICIPALI.
Noi abbiamo più volte disapprovato quelli che, nelle storie munici
pali, non fanno che estrarre dalle storie generali ciò che concerne il
loro paese, dandoci così un racconto mutilato di fatti nazionali, invece
della vita propria del paese che illustrano, colle costumanze, le arti,
le industrie, gli statuti, i personaggi che v'appartengono. E dove
il Bernoni dice che fra il 1600 e il 1700 fu sonno perfetto, « degno
* BERNONI DOMENICO, Le vicende di Asola. Roma, 1876, in-16, di pagine 170.
668
BIBLIOGRAFIA.
di studio attento per chi volesse conoscere la vita intima del Comune
e il suo sviluppo economico, duole che a tale impresa egli rinunzii
di buon grado.
Il signor Bernoni ci dàle vicende d'una terra, che merita sto
ria, senza bisogno di ricorrere alle baje di Ludovico Mangini, che,
come solevasi al suo tempo, rimonta a Noè, a Phaleg e Adula, facendo
nascer Asola 75 anni dopo nato Abramo, 2023 dopo creato il mondo,
692 avanti Roma, 1747 avanti Mantova, 1904 avanti Cristo nato.
Chi comincia così, qual merita fede neppur quando racconta avveni
menti moderni? Che appoggio hanno quei duci longobardi? Neppur
poteva accettar ciecamente i documenti dell' Odorici e le asserzioni del
Rosa. Certamente egli aveva a mano molti scrittori municipali, su cui,
egli che n'è capace, dovea far prova di critica e di indagini.
Il signor Bernoni si duole che i Longobardi non abbiano potuto
« tenere nelle loromani l'intera penisola, il che sarebbe per il comun
meglio avvenuto, se i pontefici, fin d'allora ostili all'unità nazionale,
non avessero chiamato Carlo Magno. "
Se questa totale conquista dei Longobardi fosse avvenuta, periva
affatto la civiltà romana, che invece sopravisse per illuminar anche le
altre nazioni. Accetterebbe egli chi dicesse sarebbe pel comun meglio
avvenuto, che gli Austriaci occupassero tutta Italia,portandola ad unità,
qualora il Piemonte per osteggiarli non avesse chiamato Napoleone?3
Ben interessano le vicende dei Casaloldi, lo scomparir dei conti
rurali, il formarsi del Comune, l'introdursi dei signorotti, la suddi
tanza or a Venezia, or a Mantova, la memorabile Fossa Magna lunga
40 miglia, che (1358) serviva insieme a difesa e all' irrigazione dei
campi di Montechiaro, Carpenedolo, Acquafredda.
Parlando dei privilegi o buoni usi o consuetudini che la serenissima
conservava ai paesi deditizj, il Bernoni è lontano da quegli statolatri che
vorrebber sacrificato all'uniformità amministrativa : e mentre l'Odorici
tutto imputa la ruinadi Venezia aiprivilegi che essa conservava alle di
verse terre, il Cibrario ingloria i Greci e gli Italiani a di veder quasi
d'ogni città e d'ogni terraformata la capitale d'unindipendente governo,
sicchè, in piccol numero d'uomini, tanti ne creano di alti spiriti e di
magnanimo cuore, che a tutti sembri di avere quanto basti per gover
3
<< Nella lunga lotta tra i re longobardi ed i papi, ciò che è più colà osservato
sono le mire ambiziose di questi... Non si trattava soltanto di papi e di re... Nel
conflitto fra quelle due forze s'agitava il destino d' alcuni milioni d' uomini; quale di
queste due forze rappresentava più da vicino il voto, il diritto di quella moltitudine
di viventi: quale tendeva a diminuire i dolori, e mettere in questo mondo un po' più
di giustizia ? Ecco il punto vero della discussione ». MANZONI.
BIBLIOGRAFIA.
669
nare sè medesimi ed i vicini; e ai vicini paja esser da tanto da non
dover obbedir a nessuno ».
Il Bernoni accenna epoca per epoca gli uomini illustri, dei quali
ha già stampate notizie biografiche; vi trova scuole pubbliche fin dal
1400, d'onde valenti studiosi, fra cui i Torresani, fra i primi tipografi
di Venezia, e il Blado noto editore di scrittori greci.
È costume e spesso difetto delle storie il diffondersi più lunga
mente sui fatti contemporanei, dove l'autore diviene fonte: qui invece
due sole facciate bastano all' età ch'egli intitola Risveglio, e che oc
cupa gli 80 anni di questo secolo.
Moncalieri sorse sulle ruine di Testona, e come appendice piemon
tese della lega lombarda (CIBRARIO) fu il trattato di alleanza (1227)
fra il Comune di Torino, l'abate di Pinerolo, varj signori e il Comune
di Testona, per cui dovessero obbligare Genovesi, Astigiani, Chieresi,
a passar essi e le loro merci pel Delfinato o per la strada di Testo
na, Torino, Pinerolo, e ciò per dar importanza a Torino. Ma Chie
resi e Astigiani se ne riscossero, distrussero Testona, i cui abitanti,
col soccorso de' Milanesi che aveano domato il marchese di Monfer
rato, piantarono nuova patria sull'ameno colle intorno al convento dei
Francescani. L'11 novembre 1230 vi fu tenuta la prima assemblea
comunale .
Piacque poi quel castello ai duchi di Savoja, che spesso vi fecero
residenza; e il fatto loro colà più memorabile è per avventura quellodi
Vittorio Amedeo III, che abdicò alla corona per vivervi in pace con
Anna Canale di Cumiana marchesa di Spigno. Ma il suo figlio e suc
cessore Carlo Emanuele, supponendo tramasse di ricuperar il trono,
mandò ad arrestarlo il 29 settembre 1731 con grande apparato di for
ze, ma invece delle carte compromettenti, nelle sue casse trovaronsi
600 libbre di cioccolatte; onde fu ricondotto in quel castello ove
morì, mentre sua moglie era stata chiusa nel forte di Ceva, dove
l'on enferme les femmes de mauvaise vie.
AMoncalieri v'era uno studio, ove fu maestro il Tenivelli, autore
della Biografia Piemontese, mandato al supplizio da quel re nel 1797
come ribelle.
Da Moncalieri Napoleone nel 1807 promulgava il famoso decreto di
Milano pel blocco continentale, e decretava un ponte sul Po, uno sulla
COLOMBO GIUSEPPE, Notizie storiche della città di Moncalieri. Torino, 1876; in-8,
di pagine 100.
•Non a Rivoli, come dice il Botta.
670
BIBLIOGRAFIA.
Dora, un canale che da Savonavenisse a congiungersi collaBormida,
una strada pel Monginevra.
È conosciuto il collegio fondatovi da Carlalberto e affidato ai
Barnabiti, ai quali appartiene l'autore di questo libretto, che si legge
volentieri e con profitto.
Soggiungiamo Tre Cronache sopra Schio e territorio, pubblicate da
Giacomo Bologna e Francesco Rossi (Padova, 1876; in-16 di pagine
124), che danno notizie statistiche del paese e narrano la peste del
1630 in quella cittadina, che or tanta importanza acquistò per le indu
strie del senatore Rossi, il quale alle cure del guadagno accoppia emi
nentemente la benevola attenzione per gli operaj e per le loro famiglie.
Più erudite sono le Notizie storiche della città di Alcamo pel pro
fessore Vincenzo di Giovanni (Palermo, 1876, in-8, di pagine 105),
dove sapientemente si discorre della regione degli Elimi, dell'etimo
logia tanto disputata del nome di Alcamo, e se ne recano i privilegi
ele consuetudini.
Nelle storie municipali si suole cominciare dall'etimologia del nome,
enon v'è stravaganza che non siasi spacciata in proposito. Basti ac
cennare il nostro Milano e Como e la Valtellina. Di tali borie muni
cipali si ride il signor Giacomo Racioppi, e mostrato come si formino
i casali, le borgate, le città, ne studia i nomi, e tenta l'etimologia di
molti, persuaso che, nella ricerca delle variate nomenclature geo
grafiche, le singolarità diminuiscono e si riducono alla legge dei grup
pi. Si vale naturalmente del Max Müller,del Littrè, del Flecchia, del
Defenback.
Le sue ricerche vertono su nomi di paesi meridionali, ma alcuni
possono applicarsi anche ai nostri. Tralasciando i desinenti in ano che
significano possesso (praedium Gentianum, Marianum, ecc ), Baragiade
riverebbe da Barra e Barragium, indicante icancelli posti alle vie per
esigervi i dazj.
• Il prof. DI GIOVANNI sulla Rivista Universale pubblica una serie di lettere a
Cesare Cantù in confutazione del Laurent, del Buckle, dello Strauss, dell' Hartmann e
simili, che il granproblema delle origini e della finalità risolvono col positivismo nella
storia, riducendolo al dubbio scientifico, e la scienza esaltando non solo da sopra, ma
invece della morale; sicchè nelnaufragio totale della fede, l'arte siaconsolatrice delle
anime soffrenti e l'umanità sia esonerata dalla fatica del bene.
Origini storiche investigate nei nomi geografici. Saggio di GIACOMO RACIOPPI. Na
poli, 1876.
BIBLIOGRAFIA.
671
Brianza (come il napoletano Brienza) da Brie, terra ubi fiunt boni
casei, come lo svizzero Brienz e il francese La Brie;
Calcio, Caucium nel medioevo indicò una strada sollevata su ter
reno basso e paludoso;
Paderno dee derivarsi da patria, non da pater. Il suffisso erno
molte volte indica luogo di lavoro fabbrile, come Linterno ove si fab
bricavano lintei.
Rota (come Rotafuori) è terreno aperto dall'aratro.
La Motta è il castello o il principal luogo d'un feudo (Motta Vis
conti).
Egli sostiene che sette decimi dei nostri nomi geografici derivano
dal latino, il che significa che latina era la massima parte degli abi
tanti, pochissimi da gente anteriore, ben pochi dagli invasori setten
trionali. Con questa scorta si può indicare, almeno press' a poco, l'età
incui cominciarono idiversi paesi.
Atti della R. Accademia Lucchese di scienze, lettere ed arti (un
volume in-8 di pagine 462).
Questo XX volume contiene cennidella pubblica bibliotecadi Lucca,
dove si ragiona deibibliotecarj, e i fatti smentiscono la taccia quasi di
barbaro che si suol apporre a Carlo Borbone; un elogio di Tommaso
Stefani ; una curiosa dissertazione sui Luigini, monete d'argento che
in varie zecche si battevano pel commercio col Levante; una su Fede
rico IV di Danimarca e la visita da lui fatta a Lucca, e l'amicizia sua
romanzesca con Maddalena Trenta, che diede materia a varj scritti e
ad una elegiadelPindemonte. Succedono icenni della vita e degli scritti
del professore Niccola Barbantini, chirurgo.
Degna di particolar nota ci parve la Storia della famiglia Fioren
tini, lavoro di Giovanni Sforza. Egli la dedica a Cesare Cantù, come
8
aquello da cui, fin da giovanissimo, ebbe incoraggiamento agli studj
storici, e che « diede i primi e più osservabili esempj nelle monogra
fie,
genere che tanto bene fiorisce presso iFrancesi, mentre da noi
non trovi chi lo coltivi colla diligenza e colla sollecitudine che si me
rita.n
Francesco Maria Fiorentini (1603-1673) naturalista e medico, ebbe
troppo ad esercitarsi in Lucca nella peste del 1630, intorno alla quale
lo Sforza adducemolte particolarità, preziose anche dopo il molto che
•Sulla Zecca di Lucca è un buon ragguaglio al principio del II volume, or ora
pubblicato, dell' Inventario dell'Archivio di Stato di quella città.
672
BIBLIOGRAFIA.
se n'è scritto, massime pei provvedimenti dell'autorità e pei pareri
dei medici, dei quali erano tanto varj i rimedj suggeriti, che si deci
deva « il rimedio migliore essere quello di ricorrere a sua Divina
Maestà. "
Neppur colà mancò l'opinione degli untori, e n'erano imputati al
cuni frati, e principalmente uno che «dava a baciare un crocifisso,
qual essendo baciato da una donna, sareo subbito morta. "
Lo Sforza accompagna l'operosa vita di Francesco Maria colle te
stimonianze resegli dai molti contemporanei. Ma più allettante riesce
la narrazione del suo nipote omonimo,vissuto dal1703 al 1790, e che dei
lunghi suoi viaggi lasciò curiosi Anecdoti, scritti 50 anni dopo ritor
nato in Lucca. Vide le primarie città diEuropa, ed ebbe modo di pe
netrare nella più elevata società; e ce la descrive al vivo, coi duelli,
col cicisbeismo, col libertinaggio, con quella burlevole accidia che in
titolavasi pace, e che talvolta si invidia fra l'eclampsi odierna. A Ve
nezia frequentò i monasteri, " ove si andava a piacimento anche con
maschera, e vi si vegliava alcune ore della notte, e narra avventure
sue e altrui. A Vienna videdi Carlo VI i pranzi che faceva in pub
blico fra principi e ambasciatori che l'attorniavano in piedi, mentre
i ciamberlani in ginocchio gli porgevano le vivande e il vino, ed
egli ingordamente mangiava senza masticare, ridendo ai motti « im
pertinenti nè mai spiritosi d'un buffone », come farebbero odierni mi
nistri dei loro giullari.
Alla tavola del giovane duca di Richelieu stavano attorno alla
sala una fila d'aiduchi appoggiati al muro ; altre livree portavano i
piatti fino alla porta del salotto, di dove li recavano in tavola paggi
ecappe nere. I Viennesi trovava sospettosi e presuntuosi, perchè
ignoranti; e stanno sempre in guardia degli Italiani, massime se non
sappiano bevere e ubriacarsi come loro.
Giorgio I d' Inghilterra aveva a fianco tre favorite apiuttosto
brutte, e se le guardava come uno stolido.
Le famose cantanti Faustina e Cuzzoni rivaleggiavano nel non ce
dersi in nulla, e perchè una fu la sera servita con due torcie, l' altra
ne volle tre, onde quattro la rivale, e cosi fu uno spettacolo come
quando si porta il Venerabile. A Londra detesta le vie fangose, il
fumo e le prostitute, ma ammira l'illuminazione notturna, ignota in
Italia, e le ronde che gridavano badate al fuoco. Vi erano poco tolle
rati i forestieri e massime i cani francesi, e più le donne, perchè usa
vano il belletto.
Alle objezioni degli spiriti forti il Fiorentini s' ingegnava rispon
BIBLIOGRAFIA.
673
dere; non volle ascriversi ai Franchi-Muratori; pranzava dal Nunzio
per mangiardi magro, euna soladomenica perdette la messa.
Torino trovava bella per le vie dritte, e ammesso alla Corte, Vit
torio Amedeo lo affollò di domande senza aspettar la risposta. Intero
gato dal re ove andava, rispose: " in Italia, essendo stato avver
tito che guai se avesse detto esser venuto di Francia in Italia, poi
chè il re considerava questa come distinta dal Piemonte. Milano gli
parve la città» ove più si convive"; lodava la cordialità con cui vi
sono accolti i forestieri, e la libertà delle gentildonne di girar da
conversazione in conversazione, prendendo seco il cavaliere che più
voleano. A Genova, al rovescio di Milano, non si corre rischio di
disordinarsi alle altrui tavole. »
La biblioteca del Fiorentini fu comprata dalla repubblica lucchese
nel 1802 e unita alla pubblica, ma consumata dall'incendio del 1822.
Quanto alla Toscana sarebbero del genere stesso le lettere del ca
valier Orazio Mann al famoso Orazio Walpole, intorno alla Corte di
Francesco II e Leopoldo I di Lorena (1740-1780), su cui è formato
il libro del D. Doran, Mann and Manners at the Court of Florence.
D.
Nello scorso trimestre la nascente Biblioteca della Società Sto
rica Lombarda s'arricchi delle seguenti opere :
Archeografo Triestino, edito per cura della Società del Gabinetto
di Minerva. Nuova Serie, vol. IV, fasc. III, ottobre 1876.
Archivio Storico, Artistico, Archeologico e Letterario della Città e
Provincia di Roma, fondato e diretto da Fabio Gori. Anno I e II,
vol. I, fasc. 3.
Archivio Storico Italiano. Tomo XXIX, 4.ª dispensa del 1876.
Finazzi can. Gio. Le antiche lapidi di Bergamo descritte ed illu
strate. Bergamo, Pagnoncelli, 1876, vol. in-4.
Muoni Damiano. Tunisi, spedizione di Carlo V imperatore, 30 mag
gio- 17 agosto 1535. Cenni, documenti, regesti. Milano, Bernardoni,
1876, in-8.
Antichità Romane nel Basso Bergamasco, e Cenni sopra
Calcio ed Antignate. Milano, Bernardoni, 1876, in-8.
Archivj di Stato
in Milano, Prefetti o Direttori, 1468-1874, ecc. Milano, Molinari, 1874,
674
BIBLIOGRAFIA.
in-8.- L'antico Stato di Romano di Lombardia,cenni storici, documenti
e regesti. Milano, C. Brigola, 1871, in-8.
Pasolini Pietro Desiderio. Memorie storiche della famiglia Rasponi,
lettere alla sorella Angelica Pasolini Dalle Teste. Imola, Galeati,
1876, in-4.
Famiglie Notabili Milanesi, dispensa III e I puntata della IV; con
tiene le famiglie: D'Adda, di F. Calvi; Ponti, della Redazione; Oldo
fredi (Isei), di Damiano Muoni; Vitaliani Borromei (Parte I), di
L. Pullè.
De Medici Dilotti Spiridione, I Dialetti Greci ed il neo Ellenismo,
discorso letterario. Palermo, 1876.
Ode greca a Giuseppe Despu
che, colla parafrasi italiana di M. Cornelia Lapresti Dilotti.
BULLETTINO BIBLIOGRAFICO.
BIBLIOGRAFIA DEL VII CENTENARIO DELLA BATTAGLIA DI LEGNANO.
(Continuazione, vedi Fasc. II, pag. 348.)
ALESSI (Giuseppe). Pontida e Legnano, ricordanze italiane; polimetro;
in-8. Giarre, Castorina, 1876.
BONARDI (Donato). VII Centenario di Legnano; discorso letto nel ca
sino del Commercio di Alessandria; in-8. Alessandria, Tip. Jacque
mod, 1876.
CALLERI (Celestino) Legnano; poesia. Nella Rivista Subalpina di scien
ze, lettere, arti, industrie e commercio. Cuneo, novembre, 1876.
COLLEONI (Celestino). Storia del Monastero di Pontida ; con aggiunta
degli scrittori bergamaschi fioriti in quel convento, del P. Barnaba
Vaerini. Pubblicazione con appendice e note del prof. AntonioAles
sandri ; in-4. Bergamo, Tip. Gaffuri e Gatti, 1876.
Cremona e il VII Centenario della vittoria di Legnano (29 maggio
1876); in-16. Cremona, Tip. nell'istituto Manini, 1876.
DI GIOVINE (Francesco). La battaglia di Legnano, dramma storico in
cinque atti e prologo; in-8. Napoli, Tip. Nobile, 1848.
DOLCI (Francesco Maria). In occasione del Centenario di Legnano; ode
saffica latina; in-8. Bergamo, Tip. Gaffuri e Gatti, 1876.
DUPONT SAINT PIERRE (Pietro . Ida o un episodio della Lega Lombar
da, novella; in-16. Roma, Tip. della Pace, 1876.
BULLETTINO BIBLIOGRAFICO.
675
FALORSI (Guido). Glorie patrie; libro di lettura e di premio ; in-16.
Milano, G. Agnelli, 1874.
Parte III, Cap. II. La Lega Lombarda dal 1100 al 1135
Federico II
La nuova Lega Lombarda.
FERRI MANCINI (P.). Legnano; ode; in-4. Osimo. Tip. Quercetti, 1876.
Giornata (la) di Legnano. Discorso storico del M. R. parroco D. P. M.,
pubblicato per curadel Comitato cattolico per le feste di Legnano;
in-8. Reggio Emilia, Tip. Degani e Gasperini, 1876.
Giuramento dei consoli e rettori della Lega Lombarda 30 aprile 1183
in S. Antonio di Piacenza; originale dell'Archivio municipale, con
la traduzione; in-4. Piacenza, Tip. Del Majno, 1876.
GOVEAN (Felice). Il giuramento di Pontida, cenni storici; in-16. Tori
no, Tip. Baricco e Arnaldi, 1848.--
L'Assedio d'Alessandria, cenni storici; in-16. Torino, Tip. Baricco
e Arnaldi, 1848.
La battaglia di Legnano, cenni storici; in-16. Torino, Tip. Baricco
e Arnaldi, 1848.
MACFARLANE (C.). The romance ofhistory. Italy; in-8. London, Warne
and Co., 1876.
Pag. 207-258. The Carroccio : or, the battle of Legnano.
MANCINI (Luigi). La battaglia di Legnano; ode, seguita da due sonetti
del medesimo; in-8. Fano, Tip. Lana, 1876.
MASOTTI (Francesco). Nel Settimo Centenario della battaglia di Legnano;
canto; in-8. Bologna, Tip. Mareggiani, 1876.
PARMIGIANI (Stefano). La religione, le sue sofferenze, i suoi trionfi;
terzine pel VII Centenario della vittoria di Legnano; in-4. Piacen
za, Tip. Tedeschi, 1876.
PARTELLI (Francesco). Per il VII Centenario della battaglia di Legna
no; carme; in-8 Alessandria, Tip. Gazzotti, 1876.
SCARABELLI (Luciano). I Piacentini nella Lega Lombarda. Commemo
razione in S. Antonino di Piacenza; in-4. Piacenza, Tip. del Maj
no, 1876.
Settimo (pel) Centenario della battaglia di Legnano; ode dell'abate F.
S.; in-8. Padova. Tip. Penada, 1876.
SPINELLI (Tommaso). La battaglia di Legnano; canto; in8. Brescia,
Tip. La Provincia, 1876.
VALERIANI (Scipione). Pontida e Legnano. Discorso storico in occasione
del VII Centenario celebratosi in Milano nel 1876; in-16. Bologna,
Tip. Cenerelli, 1876.
VARISCO (Dino), La battaglia di Legnano; discorso letto in Como il
28 maggio 1876; in-8. Como, Tip. Giorgetti, 1876.
676
BULLETTINO BIBLIOGRAFICO.
Verona nel Settimo Centenario di Legnano, festeggiato il 29 maggio
1876; in-8. Verona, Tip. del Seminario, 1876.
Contiene:
DI CANOSSA L. Breve sermone tenuto nella santa Messa celebrata nella
cattedrale il 29 maggio 1876.
STEGAGNINI G. B. Prolusione all'Accademia poetica tenuta nell' Episcopio di
Verona.
CAPETTI V. I supplici di Milano; idilio.
PANIZZI D. Il giuramento di Pontida; decasillabo.
BIANCHI L. Prima di Legnano; ottave.
GIACOMELLI L. Prima della battaglia; coro.
RAMAZZINI V. Legnano; polimetro.
GIACOMELLI-L. Ai caduti di Legnano; inno.
BIANCHI A. Pro fide et patria interemptis; epitaphion.
GIACOMELLI L. Dopo la battaglia; coro.
BIANCHI L. Le lagrime di Beatrice; sonetto.
GIACOMELLI L. Amore di sposa e carità di patria; romanza.
ZANELLA G. Alessandro III e il Barbarossa a Venezia; sonetto.
BIANCHI L. Ad Alessandro III per la pace di Venezia; sonetto.
VILLANI (Filippo). Cecilia Rodena, episodio della battaglia di Legnano.
Ballata storica; in-8. Milano. Tip. Bernardoni, 1876.
1
INDICE.
A. D. C. Ragionamento sulle leggi che riguardano i falliti
A. D. C. Ariberto Vescovo di Como, sul finire del Secolo XI
A. D. C. La nunziatura Veneta diMonsignor Agostino Cusaninel
triennio 1704, 1705, 1706
pag.
5
19
•
29, 182, 377
CANTÙ C. Ugo Foscolo. Paralipomeni .
MONGERI G. Arte antica ed artisti. Postille
MONGERI G. Ancora della porta degli Stanga a Cremona
CANTÙ C. Ancora di Cesare Cesariano
DEL GIUDICE. La vendetta nel diritto longobardo .
F. G. La rocca di Soncino
BERTOLOTTI A. Tommaso della Porta
Ancora della famiglia Morone
CASANOVA E. Orazio Landi
72
•
101, 258
116
119
157
251
270
296
306
GHINZONI. Cronacasemestrale dell'Archivio di Stato di Milano 310, 652
PELUSO F. Fra Sabba da Castiglione, gentiluomo milanese
357
VISCONTI E. CARLO. Ordine dell'esercito ducale sforzesco 1472-1474 448
Descrizione del martirologio diAdone e del Necrologio Cremonese 514
TRIVULZIO G. G. Gioje di Lodovico il Moro duca di Milano,
messe a pegno .
530
CAFFI M. Creditori della Duchessa Bianca Maria Sforza
CAFFI M. II Castello di Pavia
GHIRON I. La credenza di Sant'Ambrogio
BRAGHIROLLI W. Luca Fancelli, scultore, architetto e idraulico
del secolo XV
GIAMPIETRO DANIELE. La pretesa donazione di Filippo Maria Vi
sconti a Francesco Sforza
Notizie d'Archivio
Curiosità d'Archivio
Notizie •
•
.
534
543
583
610
639
560
315, 568
121, 330, 570, 656
678
Bibliografia:
INDICE.
pag.
BIANCHI. Le materiepolitiche relative all'estero degli Archivi di Stato pie
montesi
Archivio Veneto
TORELLI. Ricordi intorno alle cinque giornate di Milano
L'Archeografo Triestino
DI CROLLALANZA. Memorie storico-genealogiche della stirpe Waldsee-Mels e
più particolarmente dei conti di Colloredo
.
FÈ. Il vescovo Domenico Bollani
130
132
133
134
ivi
135
CHIMINELLI. Recoaro e le sue fonti minerali,secondo la tradizione e la storia 136
RUSCONI. Lo origini novaresi
ivi
REUMONT. Geschichte Toscana's, seit denEndedes florentinischen Treistaates 137
Atti della Società Ligure di Storia Patria
138
MORSOLIN. Girolamo da Schio vescovo e diplomatico del secolo XVI
LOISELEUR. I. ET DE DUCHESSE G. RAGUENAULT. Lettres et instructions sur
la Cour de France; 1647-48 : documents inédits
.
Strenna piacentina pel 1876
CANDIDA GONZAGA. Memorie delle famiglie nobili delle provincie meridionali
d'Italia
Origine e vicende dello stemma sabaudo
BERTOLOTTI. Bartolomeo Baromino da Casalmonferrato
MAZZI. Perelassi
Le vie romane militari nel territorio di Bergamo
Ivini d'Italia giudicati da Papa Paolo III e dal suo bottigliere
MANCINELLI. Cento al tempo della guerra per la successione di Mantova
SPINELLI. Lettere di Andrea Buonaparte a Lod. Ant. Muratori
HORTIS. Alcune lettere inedite di Pietro Metastasio
Archivio di Statistica
.
.
.
•
Omaggio della Società Storica Lombarda al VII Centenariodellabattaglia di
Legnano
EROLI. Erasmo Gattamelata da Narni, suoi monumenti e sua famiglia
BELGRANO. La famigliade Ferrari di Genova
LEMIÉRE. Les Celtes et les Gaulois
DOZIO. Del contado della Martesana
.
PASOLINI. Memorie storiche della famiglia Ponti
Cronache dei Secoli XIII e XIV
Documenti della Storia di Sicilia
MANZONI. Bibliografia Statutaria e Storica Italiana
ivi
140
143
338
339
340
ivi
ivi
341
ivi
342
343
ivi
344
345
576
ivi
577
578
579
581
661
BERTOCCI. Repertorio bibliogr. delle opere stampate inItalia nel secolo XIX. 667
Atti della R. Accademia Lucchese di scienze, lettere ed arti
671
Bullettino bibliografico
152, 348, 674
BULLETΤΙΝΟ
DELLA CONSULTA ARCHEOLOGICA.
Bull. Cons. Arch.-An. III.
1
I RESTAURI
ALLA R. BASILICA DI S. MICHELE MAGGIORE
DI PAVIA.
La Consulta archeologica non saprebbe meglio inaugurare, que
sta volta, la sua pubblicazione che col ricordo della festività
compiutasi in Pavia ai 14 del corrente marzo. Ai restauri condotti
intorno a quell' insigne basilica di S. Michele non siaddiceva
manco delle onoranze onde venne circondata la loro consacra
zione. Il Re d' Italia, i Principi reali vi facevano atto di presenza
nelle persone dei loro rappresentanti militari; loro tenevano die
tro gli alti funzionari del Governo e del Comune aventi residenza
nella città: ma più che tutto ne veniva al solenne concorso l'im
pronta propria dall' intervento di quanti inquesta parte del paese
nostro tengono alta la bandiera delle arti del bello e delle scienze
archeologiche, i quali risposero numerosi al personale invito loro
fatto. Fra gli altri istituti, l'Accademia di belle arti di Milano e
questa istessa Consulta vi si trovavano rappresentate. Invitante
era il Comitato direttivo della festività per la riapertura dei re
stauri, presieduta dal commendatore Bernardo Arnaboldi-Caz
zaniga.
Davanti a quest'opera, un grande attestatodi benemerenza vuol
essere tributato a chi,in qualunque modo, promosse, favori e con
dusse quanto ha valso a richiamare questa stupenda creazione
architettonica dei nostri padri a quell'aspetto d'ordine, di vita,
di unità di cui oggi si riveste allo sguardo non meno del cittadino
che di quanti hanno a cuore i buoni studi.
Oggi, non possiamo pensare al S. Michele diPavia senza sentirci
1
4
I RESTAURI ALLA R. BASILICA
tratti ai giorni giovanili della generazione artistica ormai presso al
tramonto, quando guardavamo estatici a cotesto tempio tutto in
gombro di rovine, e pieno di ombre e di mistero, e ci sentivamo
assunti quasi ad un'armoniaalta e solenne d' idee artistiche, men
tre anche fra i dotti non era ancor pronunciata laparola d'archi
tetturalombarda, anzi s'aveva tuttavia per tuttiiltitolo di barbara.
Eraquello il momento che si profferivano appena inomi deiSacchi
e del Cordero, nè si poneva mente agli scritti loro intorno all'edi
ficio che come a divagazioni accademiche. D'allora inpoi sono corsi
quasi cinquant'anni: lementi si sono snebbiate; le idee sonovenute
consolidandosi intorno a cotest'arte spregiata; se ne ricercarono i
primi vagiti; se ne osservò il crescere e il diffondersi nel paese
nostro, e se ne scoprirono lenumerose parentele; poi, ne furono
riconosciuti le ragioni organiche, i criterî statici; ne parvero mani
festi i concetti simbolici, e l'estetica non si rifiuto di concederle il
merito di particolari attrattive, negate a più superbe costruzioni.
D'altro lato, intanto, la matita e la sesta davano modo di resti
tuire a corpo effettivo quelle forme antiquate, e parve quello che
doveva essere, cioè che opportunamente poste al cimento dell'uso,
ben meglio si acconciavano e si armonizzavano colle necessità
della vita moderna di quello che si potesse attendere dal dottri
nario retaggio della classica antichità. Così, quell'architettura
lombarda che sembrava una appellazione fantastica, incoerente,
dettata da predilezioni locali, in questo mezzo secolo, mercè il con
corso dei dotti e degli artisti, sali all'onore d'un principio, d'un
sistema; e se ne è atteso tuttavia uncodice,non per questo il suo
nome manca del significato d'uno stile, il quale è accolto non che
tra noi, all'estero, tanto che le scuole accademiche gli hanno or
mai dato diritto di cittadinanza.
Si pensi ora se i grandi esemplari di questa architettura, come
primo fra i primi ragion vuole si annoveri cotesto S. Michele, si
meritassero urgenti riparazioni e ristauri, e quindi,con qual animo
di compiacenza e di gratitudine oggi si riguardi l'opera compiuta:
l'arte e la scienza sentono del pari il bisogno di farvi omaggio.
L'estimazione dei lavori verrà certamente a coronare la serie
dei fatti compiuti: l'entusiasmo del primo momento deve ora ce
dere il posto all'osservazione tranquilla e spregiudicata; e non è a
dubitare che il consenso degl' intelligenti confermerà alle fatiche
DI S. MICHELE MAGGIORE DI PAVIA.
5
sostenute i giudizî benevoli conquistatisi già, di primo tratto,
presso la pubblica opinione.
Sarebbe presunzione alquanto fuor del comune quella di chi con
ciò avesse per chiusa ogni controversia sui quesiti non pochi che
si connettono all'edificio, e principalissima quella circa l'epoca
cui riferirne la condizione tipica: l'ultima parola certamente non
è ancor detta, nonostante il dottissimo e diligente volume del
dottor Carlo Dell' Acqua, onde fu accumulato tanto corredo di
dottrina e sgombro tanto terreno al procedere. È molto proba
bile, invece, che le osservazioni e gli studî si rinnovino, avidi di
più arguti giudizî. Ma, qui, non è tal cosa che importi; conside
riamo piuttosto l'importanza del lavoro; ammiriamo la costanza,
il coraggio, la fede di chi vi concorse. Quindici anni di lavoro
assiduo ; l'opera di due architetti di cui principale quella dell'in
gegnere Siro Dell'Acqua, successo al prof. Giovanni Battista Ver
gani, dopo i primi cinque anni, durante i quali prevalsero le
opere del riordinamento esteriore; ed in tutto questo lungo pe
riodo poi, scandagli, esami, indagini, consulti che il longanime e
scrupoloso travaglio del restauro esige; qua, rammende; là, ricu
peramento di parti sepolte o manomesse; altrove, rinnovazioni
integrali, o affatto nuove applicazioni; e infine, malgrado l'inten
sità e il cumulo delle operazioni, un limite di spesa poco credi
bile se il volontario e generoso concorso d'alcuni, quello appena
commisurato al giusto di altri non lo facesse parere possibile.
Agli onesti e forti volenti l'onore dei fatti, anzi dei fatti egregi,
non può mai venir meno. Tanto è accaduto a Pavia per l'opera
del restauro di cui abbiamo voluto non altro che registrare, qui,
la data; giusto tributo agli operosi, stimolo e guida agli animosi
che anelano a calcarne le orme, sveglia agli inerti, agli esitanti,
che, intorno a noi, dietro sè trascinano ancora un compito, come
questo, nel quale può stare la loro gloria, o la loro vergogna.
G. M.
L'INCORONATA DI LODI
E GLI ATTUALI SUOI RESTAURI.
Jeri era Pavia che chiudeva con un atto solenne la compita
restituzione architettonica della sua basilica di S. Michele; oggi è
Lodi che intende tutte le sue cure intorno aduna mole meno vetu
sta, meno celebre, meno altera, ma nonmeno cara e interessante
per l'artista e per l'archeologo. La distanza che separa il santuario
della nuova Lodi dal tempio dell'antica sede dei re Longobardi
non èmeno grande, così se ne vienecomputato il tempoche se neè
considerato lo stile: sono cinque o sei secoli d'intervallo; e da un
lato, l'arte lombarda altera, accigliata, misteriosa, fantastica; dal
l'altro, quest'arte ancora, ma ringiovanita dall'alito delle forme
pagane del XV secolo; gaja, sorridente, piena di vezzi e di amabili
capricci, pari a quelli di un bambino mal avvezzo, cui tutto si
concede.
Comunque ne siano gli atteggiamenti, è sempre, qui o là, la vita
che si manifesta; e lo studioso delle eredità del passato, pari al
fisiologo, guarda con pari amore la varietà delle forme, sia dove
lo scheletro mostri le nude forme del laterizio, sia dove si am
manti della veste nuziale degli intonachi variopinti di figure e
di ornamenti. Nè manco egli vede e nota, compiacendosi ancor
più, quel moto operoso che viene attuandosi d'ogni intorno nella
nostra regione, e che dal centro diffondesi mano mano alla peri
feria, onde vanno concordii dissidenti su d'altri campi nella nobile
gara di riconquistare al tempo i monumenti che c'insidia o che
ci potrebbero in breve esserci rapiti.
L'INCORONATA DI LODI E GLI ATTUALI SUOI RESTAURI.
7
La testimonianza che ci dà l'Incoronata di Lodi non è delle
ultime; e considerato il valore del monumento, può essere collo
cata fra le prime e le più interessanti.
Questo santuario godemeritamentedi tal rinomanza da rendere
superfluo ogni cenno intorno alla sua storia e alla sua consisten
za. Per apprezzarvi i nuovi lavori non occorre più che ricordare
appartenere desso allo scorcio del secolo XV, e spettare vera
mente alla sua architettura latanto abusata qualificazione dibra
mantesca. Fuvvi, anzi, un tempo incui venne proclamata invenzione
del maestro umbro: i documenti storici ne hanno dimostrato l'in
sussistenza; tuttavia,mettendovi dentro il passo, se ne sente l'affla
to; è che una certa qual aura di parentela,nell'aspetto, vi colpisce
con quella della sagrestia di S. Satiro in Milano, sull'autenticità
della quale, rispetto a Bramante, non è permesso dubbio alcuno.
Non occorrono molti raffronti per avvedersene. Aparte l'am
piezza maggiore nell'edificio di Lodi a riscontro di quello di Mila
no, sono del pari due icnografie ottagonate, che si elevano a due
piani terminati da volta a spicchi, e in entrambi dei due piani,
quello inferiore aperto, per ciascuna faccia, a modo di arcata
tonda che lascia luogo ad un non lieve affondamento; quello su
periore bipartito in due minori arcate, rispondenti ad una loggia
corrente intorno all'ottagono. Le particolarità, qui e là, sono
molte e non poco diverse; nondimanco, all'animo l'impressione è
tuttavia quella di una lontana armoniain cui domina il medesimo
ritmo.
Ciò stante, sarebbe fuor di ragione contestare che l'invenzione
prima del santuario è dovuta ad un lodigiano,Giangiacomo Bat
taggio. Lo vediamo,infatti, venire da Milano a recarvi il suo pro
getto: lo vediamo assistere alla solenne collocazione della prima
pietra; ma è, nel medesimo tempo, difficile capacitarsi come e
perchè lasciasse la costruzione appena al piano del suolo, di
ciasette mesi dopo, e qui, cedere il passoadun colleganonmeno,
se nonpiù celebrato di lui, Giangiacomo Dolcebuono, milanese, e
certo, al pari del Battaggio, scolaro di Donato Bramante. Quivi,
vediamo il nuovo entrato incominciare col riconoscere le fonda
menta del giàfatto; e non checontinuassenellavoro, non abbiamo
argomento credere che loabbandonasse più sino alla fine de' suoi
giorni (1505). Lungi danoi, con ciò, ilpensiero che il Dolcebuono
8
L' INCORONATA DI LODI
abbia osato di sostituirsi, oltre alla direzione, nella invenzione,
al primo autore; egli è, peraltro, impossibile non rilevare i molti
punti di somiglianza che intercedono tra il concetto architetto
nico del santuario lodigiano e la chiesa monacale di S. Maurizio
in Milano, esclusiva opera del Dolcebuono; e tra cotesti tratti
non sono ultimi e il doppio ordine costruttivo sorretto da pila
strate sopra e sotto, e la loggia superiore compartita ad arcature
diverse, e le pitture formanti il rivestimento e la decorazione ge
nerale, e il rivolgimento delle maggiori cure di venustà e di ric
chezza all'interno. S'immagini di ripiegare parte della nave unica
di Milano ad otto fronti, ovvero distendansi le otto di Lodi e si
moltiplichino, e la corrispondenza sarà delle più singolari ed
evidenti.
La differenza più spiccata consiste in ciò, che, nel corso del la
voro, la chiesa di S. Maurizio s'incontrò nel pennello del Luini, e
ne ebbe tale una veste di pitturepercui nulla può esserle messo a
raffronto. La ricchezza ornamentale e quella delle dorature stanno
invece dal lato dell'Incoronata. E forse cotesta doppia ricchezza
avrebbe fatto del Santuario una delle piùmirabili scene d'arte se,
come spesso accadeva a quei tempi, datamano alla edificazione e
compita quanto bastava all'uso, non vi si fosse lasciato troppo
all'avvenire, e quindi al caso, di compiere quello che avrebbe
voluto una mente istessa, assidua, un principio direttivo unico. Il
Santuario non perdette molto, come si potrebbe dubitare, ma per
dette la virginea purezza primitiva, quel fiore d'ordine e di con
cordia, in ogni punto, che ne fa il miracolo sovrano. Noi, oggi,
vi ammiriamo ancora la eleganza delle proporzioni, la perfezione
dei lineamenti, la squisitezza delle particolarità ornamentali, l'ar
monia dell'intonazione, ma l'estasi che vi prende non è intera. I
quattro secoli e mezzo che successero al primo quarto del secolo
XVI, hanno voluto, entrandovi, darsi la vanagloria di scavalcare
l'epoca che vi aveva messo la prima pietra.
Perdute le tradizioni bramantesche collo spegnersi della schiatta
Sforzesca, le deviazioni cominciarono ben presto. Il concetto fon
damentale della decorazione doveva essere lo sviluppo dell'orna
mentazione di basso rilievo, svolta sotto forma di lunghi steli a
modo di candelabro nel seno delle lesene, sia inferiori che supe
riori ; raggruppamenti analoghi dovevano portare le specchiature
E GLI ATTUALI SUOI RESTAURI.
9
dei loro piedestalli; i fregi delle trabeazioni sovrastanti ai due
ordini avevano a comporsi certamente di qualche testa di rilievo
in risalto dalla parete, come quelle incastonate ancora nei tim
pani laterali dei grandi archi. Solo gli spicchi della cupola erano
fatti, forse, per ricevervi il contingente della pittura. Che vediamo
invece? Meno l'eccezione di cui daremo conto, la pittura ha co
minciato fino dal secolo istesso, tra il 1530 e il 1540, ad invadere
gli sfondi dei pilastri, dei piedestalli, i timpani, i fregi delle tra
beazioni; al secolo XVI succede il XVII, cui sta a colpa la per
turbazione dello sfondo dell'arcata dicontro all' ingresso, il quale
da un semplice insenamento quandrangolare ha preso l'esten
sione e il giro esteriore di un abside appiccaticcia per accomo
darvi un macchinoso altare e girarvi un coro di legname, in en
trambi i quali, malgrado la bontà e la fantasia dell' intaglio, il
barocchismo più scapigliato si è dato piena orgia. Ma peggio, se
peggio può aversi, spettava al nostro secolo, la ridipintura della
parte superiore del santuario, dall' inferiore trabeazione in sù a
tutta la cupola, da cui forse erano sparite le traccie antiche tutte,
sia figurative che ornamentali, opere dei due Della Chiesa e del
Melegolo (1493 e 1494), per sostituirvi, abbasso intorno al log
giato, una pittura d'infelici ornati che avrebbero voluto simular
l'oro e danno invece l'aspetto di vile sostanza; e nell'alto, entro
gli spicchi della volta, una pittura di figura ad aperto cielo che
aspirava a dar l'aspetto d'uno spiraglio di paradiso,madove non si
giunse ad altro che all'effetto d'una cappa di piombo onde s'am
morta quel perpetuo raggio di sole di cui cotesto interno pare
innondato.
È dolorosa istoria questa che diciamo, ma è storia. Non va
però senza qualche conforto. Intanto, e prima di tutto, c'è l'ec
cezione avvertita; la fronte dell'ottagono, dicontro all'entrata, in
cui è racchiuso il maggior altare, è rimasta nello stato d'origine :
si crederebbe che l'architetto, e in questa parte del lavoro non
può essere stato altri che il Dolcebuono, abbia voluto deporre il
modello invariabile della decorazione di cui era lasciata al tempo
la continuazione, ma che il tempo doveva tradire, o per dir più
esatto, che l'arte dei Toccagni e principalmente quella veramente
mirabile di Calisto, ebbe forza di far deviare. Ci rimane, adunque,
questa parte preziosa ancor quasi integra, cogli stucchi orna
mentali a lievissimo rilievo coperti da dorature, come tutte le
10
L'INCORONATA DI LODI
abbondanti corniciature, e campeggianti sopra fondi di schietto
oltremare, sebbene oggi nereggiante pel tempo.
Nè questo è ancora l'elemento migliore per formarci il concetto
dell'originale decorazione del santuario. Nelle spallature della
capella a destra, sull'asse traversale dell'ottagono,vihanno quat
tro tavolette quadrate, operadell'Ambrogio Fossano, detto il Borgo
gnone, le quali devono aver formato compendio di qualche grande
polittico, forse rimasto incompleto o andato deserto, per l'altar
maggiore. Sarebbero quattro giojelli se il ristauro li avesse tutti
del pari rispettati. Ha rispettato però il più interessante pel caso
nostro, quello raffigurante laBeata Vergine, che reca il nuovo in
fante al tempio, e lo depone nelle bracia del vecchio Simeone. Le
piccole figure sono di un'espressione incantevole, e di un finito
perfettissimo; ma quello che ci interessa maggiormente è che
l'aspetto interno del tempio in cui la scena si compie, raffigura
quello istesso del Santuario. Più d'una cosa oggi a noi preziosa ci
rivela questo piccolo dipinto: e prima di tutto, che esso non potè
essere fatto per altri che per questo Santuario; che certamente,
come lavoro dell'età migliore del Borgognone, fu opera intorno al
finire del secolo XV, e quindi, nel primo decennio della costruzione,
onde conferma col suo riscontro la prisca originalità della fronte
dell'altar maggiore, quale è oggi ancora conservata; eche, infine, ci
porge la chiave per continuare l'opera della parte superiore entro
cui gira la loggia. Nulla è più facile di rilevare, del resto, me
diante questo mezzo di confronto quali siano le alterazioni in
trodottevi dai Toccagni: citiamo fra le altre due cose: che i fregi
della trabeazione inferiore erano coperti da iscrizioni, mentre oggi
vi hanno dei putti che si arrabattano in giuochi, dipintidi colori
su fondo d'oro, e chele colonne dell'arco biforo superiore, ora liscie,
andavano coperte da intrecci di rami rimessivi di stucco dorato.
Nonvogliano parere puerili tali indagini e tali note; è la storia
del pensiero artistico che sotto coteste larve si nasconde sempre.
Un'inchiesta cosiffatta è, d'altronde, di somma importanza quando
trattasi per necessità indeclinabile dei tempi, di porre mano in
modo qualsiasi a questi monumenti complessi, sopratutto poi se
vogliasi portarvi un generale restauro.
Equesto fu appunto il caso dell'Incoronata di Lodi, or saranno
un due anni.
Non faràmeraviglia ildire che, d'allorquando l'interna decora
E GLI ATTUALI SUOI RESTAURI.
11
zione del santuario si trova qual'è, fatta astrazione dalle parziali
intromissioni posteriori al secolo XVI di cui facemmo parola, il
fumo delle candele e degli incensi, l'umidità e la polvere, e quel
l'azione generale, continua della temperatura e degli elementi
atmosferici, siansi congiurati a danno delle parti più delicate e mi
gliori del monumento. Si può immaginare in quale condizione si
mostrassero le dorature, gli stucchi, i profili architettonici più fini
edelicati e le pitture istesse: quando non si notavano guasti e
lacune, le lordure e l'offuscamento vi accampavano. Per quanto
veneranda sia l'antichità, qui, al senso della venerazione sotten
trava quello del rammarico per tale stato, chè, abbandonato a sè,
avrebbe condotto a più miserande rovine.
Lode, pertanto, ne va data alla Commissione amministrativa
del santuario di essersene in buon tempo preoccupata, e d'aver
posto opera senza indugi ai provvedimenti di restauro.
Questi, a ragione delle condizioni diverse decorative, avrebbero
dovuto essere di due specie, e diremmo di tre, se il coraggio
dei restauratori potesse inchinarsi sempre alle severe ingiun
zioni del senso artistico. L'ordine e i limiti diversi erano chiara
mente tracciati dalle parti architettoniche dell' edificio; il piano
delle grandi arcate che si leva a livello del pavimento; quello su
periore del loggiato; ultimo, la cupola a volta. Confidando nei de
creti del tempo per un rimedio a questa che, oggi, sarebbe follia
sperare, rimaneva possibile l'occuparsi soltanto delle pareti verti
cali. Effettivamente, la Commissione dapprima non avrebbe voluto
arrestare il suo compito che alprimo ordine dei pilastri,enon fu
che nel corso del lavoro di esso, che la risoluzione, non abbastanza
commendevole e commendata, si estese al piano sovrastante.
Oggi il lavoro è alsuo mezzo; epoche parole,intorno alrestauro
compito e a quello che sta per essere intrapreso basteranno, spe
riamo, a tener ragguagliato il lettore degl' importanti lavori che
vi furono e saranno condotti.
Il restauro della parte inferiore, quella intorno agli altari, non
domandava d'uscire dai limiti di una pura restituzione delle cose
esistenti e consacrate dal tempo e dalla rinomanza, quali sono
le pitture di Calisto Piazza e della sua famiglia. Parlando solo
delle operazioni artistiche, di primissimo ordine si presentavano
quelle intorno alle pitture; in ordine inferiore veniva quanto tocca
gli stucchi; per la prima, l'artista aveva davanti un tipo cui uni
12
L' INCORONATA DI LODI
formarsi, e cui il riuscirvi voleva essere opera di mano esperta
non meno che di criterio accorto; per la seconda, richiedevasi
diligenza non comune e pratica distinta. Alla prima delle opere
fu chiamato il custode della Pinacoteca di Brera, pittore Giu
seppe Modorati; alla seconda, l'artista formatore Pietro Pierotti,
entrambi di Milano. Si l'uno che l'altro vi si misero intorno negli
ultimi mesi del 1874, e nei primi dell'anno che corre la parte loro
era terminata, e aggiungeremo, egregiamente terminata. Vi si è
con lodevole saviezza rispettato la decorazione originaria intorno
all'arco che abbraccia nel suo seno l'altar maggiore. Le pitture
degli altri sei pilastri angolari, delle loro basi, dei timpani e
delle fascie ricorrenti superiormente furono accuratamente pulite
e reintegrate dove le condizioni lo imponevano. Il Modorati ci ha
permesso in ciò di risalire non più col solo pensiero, ma di
riposare collo sguardo sull'opera integra del 1540, senza per questo
denudarla del carattere e, diremo più proprio, della epidermide
della vetusta. Tant'è che in Calisto, qui, vediamo più che mai
spiccare il connubio felice da lui conseguito della grandiosità tra
dizionale lombarda collo splendore del colorito veneto. L'opera
degli stucchi e quella degli intagli vennero pari, nel loro minor
campo. Devono riguardarsi sopratutto come perfettamente rior
dinati i parapetti delle due cantorie negli insenamenti delle arcate
laterali all' ingresso, e l'organo alla destra di questo. Vi ha una
ricchezza di lavori d'intaglio, che non guasta l'armonia generale
della decorazione, sebbene non appartenga più all'epoca prima
dell'edificio, ma al secondo periodo, quello delle pitture delle le
sene. Ciò che in questo momento offende più che altro la sensiti
vità dell'occhio artistico è la profusione e la freschezza delle do
rature. A queste ultime sarebbesi potuto recare un' attenuazione
maggiore di quanto si fece; l'armonia generale se ne sarebbe
avvantaggiata d'assai. Ma, confortiamoci, ella è codesta di quelle
mende cui il tempo si prende carico di riparare, come che sia di
cosa dove gli uomini hanno mancato non d'altro che d'animo per
anticipare l'opera degli anni.
Contuttociò, il restauro attende il suo seguito. Rimane ora la
parte superiore da affrontare, e crediamo che l'affrontarla esiga
altezzą, maggiore dimente e di cuore. Non si tratta più di pulire,
di rimettere, di appajare, sibbene di togliere, di aggiungere, di
E GLI ATTUALI SUOI RESTAURI.
13
creare; sono quelle pitture ornamentali che vorrebbero simulare
degli stucchi coperti di dorature onde sono sconciate le lesene su
periori, e le vôlte a crociera della loggietta, di cui si avrebbe a
dare lo sfratto per sostituirvi quello che l'ordine e la ragione con
sigliano a fine di raggiungere l'equilibrio artisticodi cui vi si prova
il bisogno. Ora, qui, il quesito non è tanto semplice quanto pare,
per cui si possa avviarsi di corsa e senza mature considerazioni.
Il lettore lo sa diggià; la sezione architettonica che comprende
gli altari non hapiù cheun solo binato di lesene, giusta il primitivo
concetto: gli altri hanno subito una deviazione, sebbene dir non
si possa una deplorabile deviazione. D'altra parte, il quadretto
del Borgognone ci apprende troppo chiaramente quello che doveva
essere la decorazione dell'interpiano della loggia. Quale il partito
da seguire? e nel caso d'una contemperanza dei diversi elementi,
posti di fronte, con qualmisura ed entro quali confini?Noisentiamo
abbastanza il rispetto della libertà del fare per non entrare nella
casuistica delle combinazioni possibili: la responsabilità, e amiamo
fin d'ora dire il merito della risoluzione vuol essere lasciato intero
alla Commissione amministrativa del monumento. Una norma, però,
fuori d'ogni discussione che può e dev'essere evocata in casi qual'è
questo, la è quella che devesi risalire al modello originale fin dove
è possibile di farlo senza violentare o sconciare le deviazioni av
venute. Se è vero che superiormente si voglia continuare l'opera
delle pitture, frescate nel 1540, e che a questo fine sia stato scelto
il pittore Angelo Pietrasanta di Milano, è sperabile che il suo di
stinto criterio artistico gl'imporrà di limitare l'opera del pennello
al lesenato corrispondente a quello inferiore, dove stannogli sfondi
di Calisto, e che poi, con quella singolare sua perizia saprà spo
sare le due pitture in guisa che l'aspetto loro si rannoda in un
tutto armonico per colore, per lineamenti e quasi per età. Al
resto, cioè per l'arcata sovrastante al maggior altare,lecolonne e
le vôlticelle della loggia, il Fossano sarà ancora la migliorguida e
il più securo maestro. E quanti amano la assennata ricostituzione
dei nostri monumenti artistici devono desiderare che così sia pel
compiacimento di poter aggiungere anche questa alle opere con
temporanee di restauro onde il paese si onora.
G. MONGERI.
CORRISPONDENZA.
Al nobile signor Giovanni Durazzo.
PADOVA.
Tengo sott'occhio la vostra del venti di questo mese in cuimi
accennate la vostra sorpresa di avere osservati nella raccolta la
pidaria dell'Università di Ferrara due antichi marmi letterati, cre
duti ferraresi, i quali dal Furlanetto vennero pubblicati come
patavini. La stessa difficoltà erami stata elevata parecchi anni
sono dall' illustre monsignor Cavedoni che fu, ed eccovi letteral
mente le inscrizioni che in Ferrara testè ho trascritte dagli ori
ginali.
AR DOMITIAE
ΟΜΙΤΙΟ.Τ.F.ROM
TI . AVONCLO
ON.ADL.DEC.FRATRI
ACIDIVS.T.F.ROM .
T. SVIS. TEST. FIERI . IVSSIT.
Pietra tufacea dura e compatta, alta centimetri 88, larga su
periormente metri 1. 05, inferiormente contimetri 89, spessore
CORRISPONDENZA.
15
centimetri 20, con bellissime lettere, corniciata all' intorno da
un tralcio di vite, ornato nell' unico angolo superstite del bac
chico cantaro adue anse.
Battista Panetti letterato, religioso carmelitano, e lo storico
Peregrino Prisciani, ambi viventi in Ferrara, loro patria, tra la
fine del secolo XV e il principio del seguente, scrivono che que
sto sasso stava ai loro tempi, frammentato come ora, infisso in
un muro della Cattedraledi Ferrara. Pirro Ligorio a pagina 20
del suo Fragmento (anonimo) delle antichità di Ferrara, che tra
dotto in latino comparve nel volume VII del Grevio, sotto il
pseudonimo Alfonso Cagnaccini, ne fece un fantastico raccozza
mento, intendendo di rendere la lezione completa, e già al tempo
suo lapietra era frammentata precisamente come ora e come era
stata veduta dai precedenti scrittori.
Asupplire la mutila inscrizione, scopo è seguire altro criterio
diverso da quello del Ligorio, il quale non si fe' carico nella prima
linea dell'asta obliqua dell'A che forma l'uscita inAR, nè dell'ACI
DIVS della linea quinta, che indica probabilmente un plaCIDIVS,
nome reggente del titolo funebre eretto per di lui testamento
a Domizia, allo zio materno Domizio figlio di Tito, della tribù
Romulia (la stessa tribù di Placido) e ad un innominato fratello,
il quale sembra fosse un aggregato ai decuriati.
La nostra lezione quindi sarebbe :
CAR DOMITIAE
dOMITIO T.FROM
TI AVONCLO
ONI ADL . DEC. FRATRI
plACIDIVST.FROM
ET SVISTEST FIERI . IVSSIT
cioè :
....
....
CARiae (?) DOMITIAE
dOMITIO Titi Filio ROMvlia
forTI (?) AVONCLO
capitONI (?) ADLecto DECurionali FRATRI
.... plaCIDIVS Titi Filius ROMvlia
sibi eT SVIS TESTamento FIERI IVSSIT
Il Furlanetto conosceva le differenti esposizioni che avevano
16
CORRISPONDENZA.
fatte di questa epigrafe il Grutero e il Muratori, e vedendo in
ciascuna di esse indicata la tribù Romulia a cui appartenne la
città di Este nel territorio padovano, inseri l'epigrafe nella rac
colta delle Lapidi Padovane, da lui pubblicata nel 1847. Egli sa
peva che i precedenti collettori la asserivano esistente in Fer
rara; egli pur conosceva la discordanza delle precedenti lezioni,
e confessando che senza consultare l'originale era impossibile de
cifrarla, non si curò di verificarne (e n'era ben facile per la vi
cinanza di Padova a Ferrara) l'esistenza, e si spicciò con un forse
ora è smarrita. Invece essa può ancora vedersi (bensì frammen
tata quale l'abbiamo riportata) nel lapidario di Ferrara.
La lezione più vicina alla nostra è quella data dall'Appiano
nell'opera: Inscriptiones sacrosantae vetustatis (Ingolstadii: 1534 :
ch. CLVII), opera di cui assai si è giovato il Furlanetto nella
pubblicazione delle sue lapidi padovane. Tale lezione per altro è
assai imperfetta, e cotanto ingiustificabile che disconviene a un
archeologo:
....
DOMITIAE
dOMITIano T.FROM
ti AVONCLO ....
L.PLACIDIO
DEC.FRATRIS
alvIDIVS T.FROM
sibi eT . SVIS . TEST
FIERI IVSSIT
Quale guazzabuglio! Se avessimo-la chiave dello Spiritismo
vorremmo invocare l' Appiano, il Grutero, il Furlanetto, che in
tale guisa riportarono questa inscrizione, a supplirla e darne la
ragione.
Tuttavolta senza contrastare ai Ferraresi il secolare conti
nuato possesso di essa, troviamo giusta la collocazione che ne
fece il Furlanetto fra le patavine, a ragione della tribù Romulia
cui appartengono le principali persone in essa nominate.
Noncosi pensiamo quanto all'altra inscrizione del Museo fer
rarese, che il Furlanetto credette padovana, perchè reca ripetuti
i nomi di ATESTIA, supponendo che la gente Atestia apparte
1
CORRISPONDENZA.
17
nesse alla terra di Este. È incisa sulla fronte di un cippo di
dura pietra alpigiana ben corniciata, alta metri 1.05, larga in
fronte metri 0.66 e così proporzionatamente nella cornice e
nella base.
ATESTIA . DE
ATESTIAE
TERTIAE . PATRON
ENEMERENTI . ET
CAPITONI.BINETAE
ET . MARTIAE.ET.PRIMVL
DELICATIS . ET
T. FLAVIO . CELERI
AMICO . CARISSIMO '
ET . ATESTIAE . EGNATIAE
È una schiava per nome Ide, che, fatta libera da un Atestio di
cui assunse per debito il nome, innalza monumento ad Atestia
Terzia benemeritissima sua patrona e a Capitone Binetta e a
Marzia e Primola giocondissime, e a Tito Flavio Celere amico
carissimo e ad Atestia Egnazia. Marzia e Primola, distinte con
un epiteto vezzeggiativo, probabilmente erano fanciulle e forse
anche figlie della benefattrice Atestia-Terzia.
Questo sasso era autenticamente a Bergamo in aede Alexandri
martiris non longe extra urbem, a detta dell'Appiano (Op. cit.,
p. 89), ch'è il primo a parlarne (1534). Come di là sia passato
a Ferrara ci è ignoto. Un volo pindarico del bergamasco ab
bate Serassi lo immagina donato al duca di Ferrara Alfonso II,
Bull. Cons. Arch.
An. III.
2
18
CORRISPONDENZA.
dal Comunedi Bergamo nel 1585, per ottenere la libertà del
Tasso rinchiuso in S. Anna; ma è indubitabile che per lo meno
fino da due anni prima del 1585 la lapide esisteva in Ferrara e
precisamente nel castello ove il Ligorio (in allora antiquario dello
stesso Duca e defunto nel 30 ottobre 1583) attesta di averla
veduta.
Dal castello passava quindi essa al palazzo estense,denominato
dei Diamanti, e poscia al Museo dell' Università, ove oggidi pure
conservasi. Finchè non ci si provi una procedenza anteriore al
1534 dobbiamo quindi ritenerla tra le ferraresi.
Non vi dico dell'epoca a cui possano appartenere queste due
ragguardevoli memorie. Voi già mi avvisaste tenere per fermo
che lo stile delle epigrafi, la bella forma dei caratteri, i bei fre
gi che adornano la prima e l'elegante incorniciatura della se
conda attestino chiaramente la miglior epoca della latinità, forse
l'età augustea, nè io saprei dipartirmi dalla vostra opinione.
Aggradite, ecc.
Milano, ai 23 febbrajo 1876.
10
Aff.
MICHELE CAFFI.
Il Latuada (Descrizione di Milano, t. V, p. 196) e dopo lui il
Giulini (Contin. P. I, p. 100) riportarono l'iscrizione che leggesi
inuna tavola di marmo posta a sinistra sulla fronte della Loggia
degli Osii in Milano, costrutta, secondo Galvano Fiamma, da Matteo
Visconti nel 1316 circostanza accennata anche dall'iscrizione ora
detta. Di questa però que' due scrittori non poterono riferire il
testo per intero, essendo essa annerita dal tempo, e di non fa
cile lettura per essere eziandio troppo alta dal suolo stradale e
pe' suoi caratteri gotici: oltrecciò il suo lato sinistro è incassato
in parte nel pilastro di una antica struttura, addossato per rin
forzo al contiguo palazzo delle scuole Palatine. Ora in un prezioso
codice miscellaneo Trivulziano del secolo XVI vi ha il testo cor
retto e completo di quell'iscrizione, ch'io qui trascrivo per gentile
CORRISPONDENZA.
annuenza dell'illustre marchese :
ANNO MILLENO TERCENTENOQUE PERACTO
DUM SEXTUS DECIMUS DOMINI JAM CURRERET ANNUS
ALTA VICECOMITUM PROLES DE STIRPE MATHEUS
CESAREI PATRIA DEFENSOR HONORIS IN ISTA
HOC SOLIUM VICO STATUIT SUPERESSE FORALI
FULTUM MARMOREIS VARIOQUE DECORE COLUMNIS
QUO MEDIOLANI SURGENS DE MORE POTESTAS
ALLOQUITUR POPULUM QUUM CONCIO CONVOCAT IPSUM
ET DOMINO SCOTO DE SANCTO GEMINIANO
LEGUM DOCTORI CUIUS PROBITATE REGUNTUR
JUSTITIE SOCII VALIDI COMITIVA VIGORIS
HOC COMMISIT OPUS, QUI REM PRODUXIT IN ACTUM.
19
Scotto da S. Geminiano qui ricordato, che veglio alla costru
zione della Loggia, era stato creato nel 1314 presidente della
Società di giustizia, podestà e vicario di Matteo.
Nel precedente Bollettino Archeologico trascorse qualche errore
nell'iscrizione rinvenuta nella campagna di S. Giuliano del Sannio,
e riportata a pag. 123; crediamo opportuno ripeterla qui corretta:
G. NERATIO FVPI
DIO PRISCO
PVFIDI ATTICI
CVQ DES FIL
NERATI PRISCI COS
NEPOTI ACCI IVLIA
NI COS PRONEPOTI
MVNICIPES SAEPI
NATES
A. D. C.
Della lapide, di cui lamentasi la dispersione a pag. 127 del Bol
lettino Archeologico 1875, ha trattato di proposito il commendatore
De-Rossi nel suo Bollettino del 1864 mese di aprile, e per incidenza
tornò sull'argomento nel fasc. III d'esso Bollettino del 1874.
È a dolere che questo giornale, così importante alla storia e
all'archeologia, sia poco diffuso, quasi non toccasse che gli eruditi.
Principalmente gli artisti avrebbero molto ad impararvi; e per
esempio nel fascicolo III dell'annata ora scorsa è un lungo discorso
sopra la scuola ornatistadei secoli XII, XIII, XIV, conmolte novità
intorno alle arti italiane nel medio-evo. Il nome delDe-Rossi basta
20
CORRISPONDENZA.
agarantire dell'esattezza dei fatti e della rettitudine de' giudizj.
Fra breve egli pubblicherà ilvol. III della Roma sotterranea, opera
che faepoca nella storia delle arti, non men che inquelladei riti.
La Rivista Archeologica di Como si occupa principalmente di
varj oggetti antichi, scoperti nel tagliare la strada ferrata sotto
al castello Baradello nei possessi del cavalier Castellini. E doveva
quella esser una parte importante della città, poichè, anche al
principio di questo secolo aprendovisi la Strada Napoleone, vi si
trovarono molti cimelj, e fra essi una grandiosa tavola di marmo,
con iscrizione che i Decurioni dedicarono ad un imperatore, il cui
nome fu poi abraso. Io ho le lettere con cui il famoso epigrafista
Morcelli la attribuiva a un imperatore, mentre il Labus,negando
ogni autorità antiquaria alMorcelli, la assicurava di Alessandro Se
vero, ottimo principe, il cui nome fu esecrato, mentre conservavasi
in onorequello di regnanti esecrabili; vicende consuete della fama!
Qui sono annoverate varie iscrizioni e altri oggetti trovati. Fra
questi è una moneta, di cui serbo un bell'esemplare, e che avevo
creduta di Federico I (Storia della città e diocesi di Como, libro V,
§ 2), mail conte Vimercate Sozzi me ne redargul, attribuendola
a Federico II, come si fa nella presente descrizione. Pure il signor
Camillo Brambilla di Pavia (Alcune annotazioni numismatiche,
Pavia, 1867), sostiene decisamente la mia supposizione.
C. C.
Demolizioni.
Unsecolo incalza l'altro; questo di troppo si affretta ad an
nientare le memorie di quello.
Enoi più che mai vediamo ciò verificarsi negli anni che cor
rono e precipuamente con danno dei monumenti storici e delle
meraviglie dell'arte. Ad ogni tratto una distruzione.
Veniamo abomba.
San Biagio di Cavagnero, nella parrocchia di Vidigulfo (diocesi
di Pavia), era un'antica chiesadi originaria costruzione longobarda,
avvegnacchè in gran parte rifatta fra il secolo XIII e il XIV.
Pochi la visitavano; pure il lasciarla in piedi costava nulla...
CORRISPONDENZA.
21
ma no: quei di Vidigulfo pensarono tutto ad un tratto distrug
gerla ; alcuni dicono perchè era una chiesa, altri perchè abbiso
gnava una scuola di abbici, che poteva pur farsi agevolmente
altrove.
Essa era decorata di antichi affreschi; si disse che valevano
nulla, che la costruzione medioevale del tempietto era una gof
fagginemeschina, e tutto doveva annientarsiper sostituirvi il bianco
e liscio moderno.
Ai due lati dell'altare aprivansi due nicchie semicircolari tutte
dipinte; rotte dal martello demolitore, apparvero dietro di esse
quattro altre pitture ben più antiche,rappresentanti: una la Ma
donna in orazione, altra la nascita di Gesù (entro cui era bellis
sima la testa di unvecchio pastore dormente); veniva dipoi la
Crocefissione al Calvario; della quarta storia, quasi affatto rovi
nata, non poteva comprendersi il soggetto. Si credette ravvisare
in quelle pitture lo stile dei quattrocentisti che dipinsero nella
vicina Certosa di Pavia, e si raccomandò che venissero conservate
e fatte esaminare da persone d'arte.
Non valse; due giorni appresso tutto era distrutto.
Solo il segretario della Comune, Carlo Pozzi, aveva già prima
fatti alcuni passi perchè fosse rispettato quell'antico edifizio, fos
sero conservati i dipinti che lo adornavano, ed il vescovodi Pavia
avevavi aggiunte le proprie raccomandazioni. Ma il non essersene
dato avviso alle autorità provinciali e specialmente alla Commis
sione dei monumenti,fu causa che larovinaprecipitasse e fosse ir
reparabilmente compiuta quando fu divulgata la cosa.
Che almeno le autorità e le Commissioni veglino affinchè questi
deplorabili arbitrii non si rinnovino !
M. CAFFI.
Gli scavi d'Olimpia.
L'eco delle escavazioni che si stanno conducendo nel seno del
l'Elide, intorno all'antica Olimpia, suona già di così alta impor
tanza, dai pochi mesi del loro incominciamento, che sentiamo il
dovere di raccoglierne qualche cenno.
Pausania, pel primo, ciha lasciato memorie sommamente interes
santi, circa i monumenti d'Olimpia, e quelle principalmente sul
Note
22
CORRISPONDENZA.
tempio di Giove Olimpico costrutto da Libone l'Elea,col bottino
di Pisa verso la 50ª Olimpiade (580 a. C.) Le conquiste romane
e lo sperpero del suo tesoro compiuto da Silla ne feceroun luogo
di abbandono e di rovine, cui il temposovrapposeilsuo lenzuolo
funerario, e di questa guisa, e non altrimenti, ne ragionano i ricer
catori delle antichità elleniche al principio del secolo, e la stessa
spedizione scientifica della Morea ordinata dal Governo francese
(1831-37).
Le speranze d'ogni esumazione archeologica importante dove
vano, da tempo, parere perdute, perchè solo lo scorso anno vi si
volse l'animo per impulso del Governo germanico. A tale effetto,
esso si rivolse al Governo Ellenico. Tuttisanno come lapopolazione
greca, vanagloriosa delle sue memorie e delle sue rovine, le guar
di ammirando, ma inerte e insieme gelosissima delle ricerche che
vorrebbero praticarvi gli stranieri. Cotesti scavi furono promossi
e sono per ciò laconseguenzadi una stipulazione internazionale tra
l'impero germanico e il regno greco, laquale non riportò il voto
della Camera se non nel passato giugno, dopo vivissimi contrasti,
e tanto vivi che se ne fece uno dei motivi per la caduta dell'ul
timo ministero.
Le operazioni, ora, sono condotte dai signori Hirschfeld e Bot
ticher, e più d'una relazione ne abbiamo dalle pubblicazioni dei
periodici scientifici e artistici della Germania e dell'Inghilterra:
noi, qui, non ne raccogliamo che alcuni appunti.
Nel decembre, le opere erano già innoltrate: centoventi uomini
vi lavoravano, e lo sterro era spinto fino alla profondità di do
dici piedi. Studiavasi sopratutto di fiancheggiare con canalidi scolo
le due teste del tempio di Giove orientato da est ad ovest. La
aspettazione era moltissima, e non senza ragione, benchè non fos
sero venuti in luce che una mutila iscrizionedella Lega achea, e
unamedaglia di Probo (280 a. C.).
Per valutare l'importanza delle scoperte che vi si promette
vano, giova ricordare che i due frontoni del tempio erano decan
tati da Pausania quale una delle opere più insigni della scultura
greca, non da menodi quelledel frontone del Panelleno d'Egina e
dell'altre del tempio di Minerva sull'Acropoli Ateniese. Le scul
ture d'Olimpia sono attribuite a Peonio di Mende, in Tracia, con
temporaneo di Fidia (430 a. C.), e ad Alcamene ateniese, di poco
posteriore di tempo.
CORRISPONDENZA.
23
La seconda metà del decembre fu segnalata per le prime sco
perte significanti. Vi si esumaronodiversitorsi d'uomo e di donna,
alcuni in atto di persone stanti, altri di figure coricate. Princi
pale in mezzo a tali resti mostravansi i frammentid'una statua di
Vittoria di marmo pentelico, la quale si suppone dovesse portare
una cintura di bronzo dorato, se si crede alle laminette curve di
metallo trovate nella sua vicinanza. Meno incerto egli è che si eri
gesse sopra un piedestallo triangolare e fosse dono dei cittadini
di Messene e di Naupcta, ed opera del nominato Peonio. Se ne è
scoperta l'iscrizione che lo dichiara.
Un'altra figura di donna fu escavata sotto quella della Vitto
ria, e parve opera di sommo pregio, piena di dignità, e di seve
rità arcaica: le dimensioni ne sono colossali: si trova rotta in due
pezzi; mancano la testa e le braccia; ilcorpo è di una grande per
fezione, avvolto inuna prolissa veste a strascico; è di forme antiche,
assai vicina, per stile, alla Vesta di Giustiniano, ma molto più piena
di vitaedi un elevato merito di lavoro: la si stima operadi unmo
numento indipendente, una statua votiva, appoggiata ad una parete;
è ciò che fa supporre ancheil piedestallo che le fu trovato racchiu
so d'accanto colla fronte curva e la parte posteriore riquadrata.
Altri frammenti distatue di figure erette o sdrajate furono ster
rate qua e là, in parte coperte da pallii: esse vengono conside
rate siccome formantiparti d'un gruppo collocato aduna certa al
tezza. Fra i diversi pezzi havvene uno di figura colossale che dal
mezzo della coscia all'anca misura cent. 62. Si incontro pure il
frammento d'una metopa descritta da Pausania, raffigurante Er
cole che solleva il cignale d' Ermanzia.
Tutti cotesti frammenti scultorii, più o meno incompleti, ven
gono riguardati siccome spettanti ai due frontoni, nei quali, all' est,
era sceneggiato Giove giudice in mezzo alla lotta tra Pelope ed
Enomeo, mentre, dall'opposto capo, stava il combattimento dei
Centauri contro i Lapiti. Finora iframmenti maggiori e migliori
sembrano riferirsi al frontone orientale. Si è creduto di ricono
scere una parte del torso dell'Olimpico; così, più estesi frammenti
dei due aurighi, l'uno dei quali, per Enomeo, era Mirtillo, alla
destra di Giove. A questo manca latesta; ma quanto ne avanza, di
misure maggiori del naturale, è di un'esecuzione squisita: la posa
mostrasi viva e pronta: è raffigurato come ravvolto nel suo man
24
CORRISPONDENZE.
tello che gli pende dalla spalla sinistra, col bracciodestro che fa
sostegno al corpo e il ginocchio sinistro ripiegato in alto. Nelle
figure frammentate distese a terra, si volle vedere parte dei corpi
dei fiumi Cladeo e Alfeo: si crede tenessero gli angoli estremi di
cotesto frontone, testimoni del combattimento, come che dessi
scorrono poco lungi, in vista di Olimpia.
Dal lato occidentale non fu scoperto che il frammento d'una
figura d'uomo in attodi combattimento, in parte coperto di una
clamide, lo che confermerebbe abbastanza la storia designata da
Pausania, cioè la battaglia tra Centauri e Lapiti. La superficie,
però, ne va assai scabra dall'azione inclemente dell'atmosfera,
forse perchè questa fronte era più esposta ai venti dell'ovest.
Dal medesimo lato si ebbero a iscavare delle teste di leone
ond'erano costituite le antefisse del tempio, e molti rimasugli di
particolarità architettoniche corrispondenti allo stile dorico del
l'edificio.
Fra le scoperte estranee a questo sono notevoli dei modelli di
pesi e unbuon numero di tombe, edentro di queste, delle armi,
degli utensili, delle campanelle di bronzo; poi, vasi fittili, fram
menti di stoviglie verniciate, monete greche e romane in grande
numero; e del pari assai quantità di patere di bronzo ed armi
del medesimo metallo, sulle quali sperasi di trovare iscrizioni,
guida a ben più significanti scoperte.
Nell'occasione degli scavi che si stanno conducendo in Egitto
per un canale navigabile d'acqua dolce tra il Cairo e Suez, nel
luogo istesso dov'era l'antica residenza dei Ramseti, furono testè
scoperte due magnifiche sfingi, tutte coperte d'iscrizioni: esse, con
altre due figure precedentemente esumate, sembrano formar parte
di un prodomo che, conduceva alla chiostra del tempio di cui
fanno cenno iscrizioni e papiri. Cotesti due colossi si mostrano
coperti di un leggiero strato terroso. Le escavazioni sul luogo
proseguono.
Correzione.
Nel Bollettino ultimo, fascicolo IV del 1875, alla pag. 119, lin, 7
ommettansi le parole: < senatore del regno. »
G. OTTINO, responsabile.
1
LE AQUILE ROMANE.'
L'anno 1820, un contadino della signoria d'Erbach, nel gran
ducato d'Assia Darmstadt, sommovendo uno strato di terra sul
suo podere, mise allo scoperto alcune pietre, colà indubbiamente
collocate dalla mano dell'uomo. Punto dalla curiosità, tolse ad
una ad unaquelle pietre, e frugando nello sterrato, trovò, a meno
che ottanta centimetri di profondità,un pezzo dimetallo, foggiato
ad aquila colle ali aperte.
Quest'oggetto fu offerto al conte di Erbach, il quale, riponen
dolo nella sua collezione archeologica, si affrettò a dargli un nome,
ad attribuirgli un valore scientifico, ad illustrarlo con qualche isto
rica congettura.
L'aquila è di bronzo dorato, alta diciotto centimetri, del peso
di grammi 2600 circa. Poggia sopra la base quadrata di una pi
ramide capovolta, il cui apice troncodovette servire d'appicco allo
stelo di un'asta. Niun dubbio, al dire del suo illustratore, che
quest' oggetto, pregevole pel suo ottimo stile, e ancor più perchè
tipo unico tra i cimelj della sua specie, fosse l'insegna di una le
gione romana. Nemmeno gli scavi di Pompei, di Stabia e di Er
colano, dice egli, avrebbero messo in luce un esemplare di eguale
o di simile foggia. Le poche insegne che si ammirano ne'musei,
1 Questa memoria è stata letta in un'adunanza del R. Istituto lombardo di scienze
elettere.
Bull. Cons. Arch.
An. III.
3
26
LE AQUILE ROMANE.
sono frammenti; le pochissime intatte hanno icaratteri chedistin
guono i vessilli meno importanti delle coorti.
Qui gli si affaccia una objezione. Plutarco, Appiano e Cicerone
affermano che le aquile legionarie erano d'oro o d'argento; ma
l'illustratore dell'aquila d'Erbach non crede che l'asserzione deva
pigliarsi a rigore di parola. — Perchè una insegna, prosegue egli,
sia veduta da un'intera legione, bisogna che abbia proporzioni non
minori diquelle che si riscontrano nell'esemplare in discorso. Tutta
d'oro, oltr' essere di maneggio difficile pel suo peso, correrebbe pel
suo valore, pericoli forse più gravi negli alloggiamenti della pace,
che sul campo e di fronte al nemico. È poi noto che, tra le indu
strie dei Romani, una delle meglio avviate fu quelladi mettere ad
oro e ad argento i metalli.
Facile, dopo ciò, gli riesce il designare la legioneche milito sotto
quella insegna. Essendo per molte prove dimostrato che la vente
simaseconda tenne presidio nellecontrade renane, e vi ebbeparecchi
incontri col nemico, egli crede fondata l'ipotesi che l'aquila appar
tenesse alla dettalegione. Ancora più ovvio ilsupporre che l'aqui
lifero, minacciato dal nemico, salvasse l'insegna, nascondendola
con tale arte, da assicurarne il ricupero al mutare delle sorti. Se
l'aquila non rivolò alCampidoglio, bisogna conchiudere che l'aqui
lifero, o morto o prigioniero, abbia mancato alla posta. Atti con
simili di gelosa tutela della insegna non sono nuovi nella storia
militare di Roma. A eguale partito, per testimonianza degli sto
rici, si appigliarono gli alfieri di Flaminio nella battaglia del Tra
simeno, appena videro intorbidarsi l'orizzonte della fortuna.
Esaminando ora il disegno di quell'aquila, pubblicato qualche
anno più tardi da un giornale artistico (Magasin pittoresque, vo
lume II, pagina 386), e confrontandolo con un modello testè tro
vato tra noi, corrono spontanee due osservazioni.
Non ci sembra, prima di tutto, che l'annunziata scoperta do
nasse alla scienza un tipo nuovo. Nel primo volume dell'opera del
Roccheggiani ci si presenta, per citare una sola delle insegne ro
mane ivi illustrate, quella veramente splendida eperfettamente in
tatta che si attribuisce a Pompeo, e che è uno dei più apprezzati
ornamenti del Museo Albani (tavola XLVI). Nè il dire che Erco
lano e Pompei ci negarono fin qui esemplari di tale natura, posto
che ciò non sia in oggi smentito da più fortunate scoperte, cresce
LE AQUILE ROMANE.
27
di molto l'importanza dell' aquila d'Erbach. Tutti sanno che quelle
duecittà, cui si volontieri accorrevano i dotti e i gaudenti di Roma,
non furono, agli ultimi tempi della repubblica, o ai primi dell'im
pero, il campo di segnalate imprese militari.
Ancor meno, sulla fede del disegno offertoci dal citato giornale,
ci sembra potersi chiamar ottimo lo stile di quella insegna. Che un
raccoglitore di cose antiche, il quale ha la rara fortuna di una
scoperta, ne sia così commosso da esagerarne i pregi, è ben natu
rale ; non crediamo esservi espressione più ingenua del suo amore
alla scienza. Ma la critica non indulge neppure a codesti legittimi
entusiasmi. Per essa il bronzo d'Erbach non potrà mai collocarsi
tra i migliori, nè tampoco tra i mediocri modelli del buono stile
romano. Il superbo animale, da cui l'arte del miglior secolo trasse
uno de' suoi più felici elementi decorativi, vi è raffigurato colla me
schina pretensione propria della più pronunziata decadenza. Una
fiacca modellatura potrebbe essere colpa dell'artefice; ma la posa
dura e stecchita e il fare di maniera, che sostituisce forme arbi
trarie a quelle consacrate da un'arte salita ad eminente grado di
perfezione sui migliori modelli, rivelano il proposito di ribellarsi
1
28
LE AQUILE ROMANE.
ai precetti del buono stile; il che è senza dubbio vizio del tempo.
Diremo di più. Quelle ali piccole, povere, rilevate quasi parallela
mente, come si vede nel disegno qui copiato dall'anzidetto gior
nale; le penne segnate ad una ad una,per iscrupolo di simmetria,
e senza efficacia di interpretazione; il rostro e gli artigli disegnati
con fermo contorno, e nondimeno inetti ad esprimere la ferocia
di cui sono ministri, ci fanno trovare in quest'opera un lontano
accenno alla scultura bisantina: fecondaed elegante allorchè serve
all'arte decorativa; e altrettanto meschina ed impacciata, quando
si prefigge di ritrarre dal naturale un'immagine distinta.
Ma il merito di un monumento non simisurasoltanto da quello
che esso appare a chi lo guarda con occhio d'artista, sibbene, ed
assai più, da quello che esso dice o promette di dire a chi lo
interroga coi criterj della storia. Egli è per questo che l'aquila
d'Erbach, comunque barbara, deve annoverarsi tra le preziose
conquiste della moderna archeologia. I nostri appunti non inten
donodi scemare importanza alla scoperta straniera, ma di porre
in sodo alcuni termini di confronto, onde conoscere meglio il va
lore di un oggetto di eguale natura recentemente scoperto tra
noi, e metterci inguardia contro i giudizj arrischiati.
Mi dispenserò dal descriverlo, potendo presentarne un disegno
che ne darà un'idea abbastanza precisa.
Noterò solo che il suo peso (grammi 980) superadi poco la
terza parte di quello del precedente; che la sua altezza (115 mil
LE AQUILE ROMANE.
29
limetri) tocca appena i tre quinti della misura dianzi citata, che
infine non vi si scorge la più piccola traccia di doratura. Tutto
ciò, invero, lo porrebbe molto aldi sotto del suo emulo,sequanto
esso perde nel raffronto dei pregi materiali, nonlo riguadagnasse,
e pel merito della forma, che lo qualifica opera di un tempo an
cora memoredelle buone tradizioni dell'arte, e per le circostanze
dacuifu accompagnata la sua scoperta, che potrebbero essere i
termini noti di un problema istorico di alta importanza.
Speciale a questa insegna, e particolarmente degno di conside
razione, è un accessorio. L'aquila serra tra le branche un globo,
come si vede in qualche moneta d'Augusto. Questa stretta di ar
tigli è una felicissima versione della superba Roma di Properzio
e della Roma potens di Orazio. Ora il vedere che la sottile alle
goria era discesa tra le minute moltitudini, ci autorizza a credere
che le nozioni dei corpi celesti, globosi et rotundi, e di un emi
sfero, in quo qui insistunt adversa nobis urgent vestigia, timida
mente annunziate da Cicerone nel sogno di Scipione, fossero di
venute popolari; senza di che quel globo sarebbe stato pei legio
narj una sigla priva di senso.
Che quest'aquila fosse un'insegna, o il frammento di un'inse
gna militare, non può mettersi in dubbio. La sua base, opportu
namente forata, lascia scorgere il più semplice modo d'innesto al
tronco su cuidovevareggersi. Meno facile è il definire, se fosse in
segna di una legione o di una coorte, o se fregiasse uno di quei
vessilli a lanterna, destinati a rischiarare le marcie notturne, de'
quali esiste un modello nel Museo Vaticano.
Comunque si dica, l'aquila era un'insegna e un simbolo; e a
giudicare del suo valore come monumento, è necessario anzitutto
conoscere il grado d'importanza attribuitogli da coloro che ce lo
hanno tramandato.
Pochi uomini raccolti a difesa si eleggono un capo: e poichè
la voce del capo non giunge dappertutto, o può essere sfruttata
dal nemico, egli soccorre la parola del comando coi segni. La
prima volta che Romolo volle raccogliere intorno a sè i com
pagni del suo illustre brigantaggio, strappò dal suolo un pugno
d'erba, e lo levo sopra un palo, affinchè gli sbandati vedessero
dove era il loro duce, e accorressero a lui. Di quest'uso è ancor
viva la memoria nella parola manipolo, che, per un'ardita meto
30
LE AQUILE ROMANE.
nimia, vale ad esprimere ogni accolta di combattenti. Ma in
Romae fuori, codestisegnali divennero tosto qualcosa più che gli
equivalenti della parola. Alle fronde di alberi, alle pelli di ani
mali, alle fascie di stoffa colorata,meri segni d'intelligenza, si so
stituirono scudi, elmi e loriche, che ricordavano altre vittorie;
oppure immagini di numi o di eroi, che promettevano l'ajuto del
cielo. Allora i vessilli furono riguardati come pegno di un'alleanza
sovrumana, e la loro presenza bastò a suscitare quegli atti di au
dacia, ai quali non di rado obbedisce la cieca fortuna.
Per queste ragioni Atene inastò la civetta, Corinto il cavallo
alato, l'Egitto il coccodrillo o il toro, la Persia l'aquila o la co
lomba, la gente celta il lupo, l'orso od il gallo. Ogni esercito leg
geva sul proprio vessillo quella incoraggiante promessa che più
tardi Costantino scrisse sul labaro.
Roma, nella scelta della insegna, fu inspirata dalla coscienza
de' suoi alti destini. L'aquila, chiamata da Virgilio l'altivolante
(volans alte, Æneid. II, 751) e da Orazio la ministra del fulmine
(ministrum fulminis alitem ..., Carm. IV, 4), fu per le moltitudini
armate un segno di protezione del nume, cuncta supercilio mo
ventis. L'aquila ricordava ai condottieri le due supreme virtù di
un soldato, la vigilanza e la fortezza, e con una immagine com
presa da tutti, esprimeva la indubbia superiorità delle forze. Ma
l'uso di questo segno non nacque sulle rive del Tevere; vi si tra
piantò per uno di quei plagi di cui Roma fu sapientissima mae
stra. Vincitrice, ella seppe rendere più proficue le sue vittorie,
contando spesso tra le prede di guerra gli usi, i riti, e perfino gli
dêi del vinto. L'insegna delle legioni repubblicane era stata il
trofeo di re stranieri; e il popolo romano facendolo suo, dovette
scordare che l'aquila aveva posto il nido nella reggia dei Tar
quinj.
Gli Etruschi infatti, secondo Dionigi d' Alicarnasso, offrirono a
Tarquinio Prisco, loro concittadino, uno scettro, in cima al quale
posava un'aquila. Aristofane narra che un'aquila ornò lo scettro
di Agamennone. In alcuni vasi figurati della Magna Grecia, sui
quali vedonsi riprodotte le scene dell'antica tragedia, la maestà
del re è rappresentata dall'aquila sovrapposta alla verga regale.
ESenofonte più particolarmente osserva che l'asta portante un'a
quila, insegna dei monarchi d' Oriente, suggerì ai Romani il te
LE AQUILE ROMANE.
31
muto emblema della loro potenza. L'aquila era un simbolo ormai
vieto, quando Mario lo ringiovani, levandolo sullo stendardo delle
sue legioni. Giugurta fu il primo a provare l'inclemenza del suo
rostro e de' suoi artigli.
Caduta la repubblica, i Cesari non ripudiarono l'insegna repub
blicana. Ma, come avviene dei deboli, quanto più si faceva lan
guida la fede nei principj, altrettanto s'infervorava il culto delle
apparenze. L'aquila posò sui fulmini, strinse tra gli artigli il
globo, fu cinta di un nimbo d'alloro, appunto quando l'infermo
suo volo non era più in grado di trarla invulnerata dalle strette
del nordico dragone.
Trajano, sotto il cui impero furono domati i Parti, adottò l'ab
borrita loro insegna: un mostro dalla grossa testa d'argento, col
corpo lungo e serpentino, a strisce di tela variamente ritinte, che
guizzava scosso dall'aria entrata per le fauci aperte. Roma non
isdegnò di adottare questo rozzo spauracchio, poichè ne riconobbe
gli effetti dallo scompiglio recato tra le file de' suoi cavalieri. Più
tardi, quando la gara tra i capi dell'esercito rompeva in dissidj e
minacciava la guerra civile, l'insegna tento smentire la suprema
delle sciagure, inalberando sul suo vertice una mano, simbolo della
concordia; si ornò infine la bandiera coll'effigie dei Cesari, quando
la loro consacrazione era la festa di un giorno e la vittoria di un
partito. Ma l'aquila sopravvisse ad ogni altro simbolo; anco alla
croce di Costantino. E quando cessò d'essere la messaggiera di
Giove e l'immagine della forza invincibile, continuò ad esprimere
gli orgogli ed i conati della prepotenza. Oggi ancora, essa è l'im
presa taciturna di molte bandiere, e, imbalsamata di storiche re
miniscenze, riposa sui blasoni feudali. Un ultimo rito si celebrò in
suo onore a Parigi il 31 dicembre 1851, allorchè l'Assemblea fran
cese decreto che l'aquila posasse sulla bandiera della morente re
pubblica.
Che l'aquila fosse l'insegna speciale delle legioni romane, le
dice Tacito (Ann. I, 39, 61), lo conferma Vegezio (Mil. n. 13).
Ogni legione aveva un solo alfiere (alitem ferens). Alle coorti spet
tava un vessillo più modesto; e come le coorti componenti una le
gione d'ordinario erano dieci, altrettanti dovevano essere i signi
feri, i quali dal portare simboli iconici, o draghi, od altro, erano
chiamati imaginiferi, draconarii, ecc.
32
LE AQUILE ROMANE.
La legione, composta di dieci coorti nelle provincie, di sei in
Roma, haper riscontro nella strategia moderna quelcorpo di mi
lizie che chiamasi divisione. Due legioni costituivano un esercito
consolare; come tra noi duedivisioni compongono un corpo d'ar
mata. Ma il numero dei legionarj vario di molto, secondo i tempi.
Durante l'impero di Marco Aurelio, la legione numerò più di
6500 gregarj, e, compresovi ilcorpo dei cavalieri, tocco, al dir di
Varrone, i diecimila; ma nella seconda metà del quarto secolo,
imperando Valentiniano II e Teodosio, appena contò 1500 uomini;
onde il citato Vegezio ebbe a dire, che della legione più non esi
steva che il nome.
Davanti al nostro piccolo e modesto gitto di bronzo,ci corre spon
taneo e vivissimo nell'animo il desiderio di conoscere alcuno degli
avvenimenti di cui sarà stato testimonio: esso ci è ancor più pre
zioso pel problema de' suoi segreti. Ma invano tentiamo di cono
scerli; non un nome, non una data che svolga il più debole filo
della sua storia. I caratteri delle sue forme oscillano tra i limiti
estremi di due secoli, e spettano ad un'arte che nonha dimenti
cato interamente Augusto, ma che da lontano annunzia Odoacre.
L'unicocommento checi sia lecito, è l'affermare che codesti segni,
sui quali si fissarono gli sguardi dei primi guerrieri del mondo,
non furono estranei ai loro atti di valore, ed ebbero una parte
cospicua nella fortuna delle loro armi. La partita non era maidi
sperata, finchè l'ultima delle insegne sorgeva in mezzo al drap
pello de' suoi difensori. Noi non negheremo fede ai miracoli ope
rati dalle aquile romane nelle battaglie contro i Cimbri, poichè
sappiamo che eguali portenti si rinnovarono nel medio evo intorno
al carroccio e all'orifiamma, e si ripetono oggidì in ogni quadrato
nel cui mezzo sventoli la bandiera tricolore.
Amostrare in quale contofossetenuta l'aquila presso iRomani,
non è inutile il ricordare che essa valeva ad esprimere l'intero
esercito; onde figere, evellere, efferre aquilas, voleva dire fissare,
movere, sollevare le legioni. L'aquila era inalberata in mezzo al
campo, nel luogo meglio difeso vicino alla tenda del capitano.
Ornarla di fiori era il primo annunzio ufficiale di una vittoria; e
il più solenne rito del campo era il giuramento prestato dinanzi
alla venerata insegna.
Quale onta il perderla, quanta gloria il ricuperarla, lo appren
LE AQUILE ROMANE.
33
diamo dal più popolare dei poeti latini, allorchè fa prorompere
Regolo in quella famosa invettiva: vidi io le nostre insegne affisse
ai punici templi (Carm. III, 5), e dove chiama turpe cosa il tol
lerare che il sole veda ergersi tra le insegne romane il conopeo di
Cleopatra (Epod. 9), e quando si rallegra con Crasso, qui templis
Parthorum signa refixit (Epist. I. 18), e quando saluta Augusto,
qui signa nostra restituit Jovi (Carm. VI, 15).
Aqueste poetiche declamazioni aggiunge non piccola autorità
un bassorilievo della colonna Trajana, che rappresenta un signi
fero nell'atto di guadare un fiume. Lafermezzacon cui egli stringe
il sacro vessillo, il suo sguardo fieramente rivolto alla riva dalla
quale si allontana, il concitato suo passo verso la sponda a cui
anela, traducono meravigliosamente la fretta, l'ansietà, la risolu
tezza di chi ha un tesoro da porre in salvo (tavola LXXIV, vo
ume II, della citata opera del Roccheggiani).
Acompiere questa Nota, devo aggiungere una parola sulle cir
costanze che accompagnarono la recente scoperta.
Quando la
storia inizia un processo e i testimonj sono morti, essa interroga,
non sempre inutilmente, la terra in cui li trova sepolti.
Sorgeva, un anno fa, nel quartiere alto della cittàdi Bergamo,
una vecchia casipola, un di posseduta da Bartolomeo Colleone,
che vi teneva una scorta de' suoi venturieri. Nel 1468 quella casa
fu dall'illustre capitano donata al luogopio della Pietà, il quale,
fino ai primi anni del corrente secolo, la fece sede de' propri of
fici. Venduta da poi, e recentemente ricomprata dal conte Ales
sandro Secco-Suardo, venne nello scorso anno demolita, per dar
aria e luce all'attigua abitazione.
Nel rimovere le macerie e predisporre il terreno a giardino,
un metro sotto il livello della porta si scopersero gli avanzi di un
casamento romano. L'indole della costruzione e la sua pianta fa
rebbero credere che ivi esistesse un fondaco; anzi, chi confronto
quell'edificio con certe botteghe di Pompei, fu tentato di affer
mare che qui esistesse uno spaccio minuto di commestibili.
Ma questi ruderi e le monete imperiali ivi dissepolte, più che
una scoperta, furono un'indizio. Scendendo più in giù, e scalzando
le fondamenta di quell'umile edificio, si misero a nudo i fram
menti di un arco di marmo ed un frontone; elementi non dubbj
di un edificio importante. Fu appunto nell'operare questo scavo,
34
LE AQUILE ROMANE.
che, alla profondità di metri 2,50, si trovò l'aquila di cui ab
biamo parlato. Se non che, scopertasi a mezzo metro di distanza
la gola di unpozzo, il sollecito proprietario s'invoglio di estrarre
le macerie, di cui era colmo, e di esplorarne il fondo. L'opera
non gli fu infruttuosa. Scendendo per sei metri, attraverso parec
chi strati di detrito, egli potè fare una buona messe di cose an
tiche. Raccolse moltiframmenti di una tavola letterata di bronzo;
parecchie monete, una delle quali portante l'effigie di Trajano;
i cocci di un'anfora di grande misura; alcuni tratti di un pavi
mento a mosaico, e qualche grossa scaglia di marmo ornato di
fregi.
Se l'aquila e la tavola di bronzo, osserva l'egregio scopritore,
appartengono alla istessa epoca (come l'arte della primae laforma
dei caratteri nella seconda permettono di credere), e se la ruina
dell'arco, sotto il quale si trovò l'aquila, fu conseguenza dello
stesso disastro che riempi di macerie il vicino pozzo, da cui si
trasse la tavola di bronzo (altra ipotesi molto ovvia), dovrebbe
essere lecito conchiudere che qui sorgeva il palazzo di Marco Sem
pronio Fusco, il cui nome sta scritto sulla leggenda enea a lui
dedicata in segno di benemerenza. E siccome l'epigrafe onoraria,
malgrado le sue lacune, attesta che egli era prefetto della coorte
Betica, non sarà temerario il fare un passo innanzi nelle conget
ture, fino a credere probabile che l'aquila scoperta nella sua casa
appartenesse alla coorte da lui comandata.
Non abbiamo dimenticato che l'aquila era l'insegna delle le
gioni e non delle coorti; ma non crediamo che sia, in ogni caso,
saggezza d'interprete il chiudere la regola entro confini così ri
gidi, da ritenere sempre ed assolutamente inammissibile ogni ec
cezione.
Trattandosi qui di un fatto che riguarda una consuetudine di
mera disciplina, e riferendoci ad un'epoca dell'impero, in cui non
le consuetudini soltanto, ma le leggi erano nelle lontane provincie
sì spesso vulnerate dall'arbitrio de' governanti, il dubbio ci pare
legittimo. Noi non affermiamo quindi in modo assoluto che la
coorte Betica avesse un'insegna privilegiata, perchè fosse la prima
o la più benemerita della legione, ciò che la storia non dice, e
non ci crediamo in diritto d'interpretare; ma per lostesso riserbo
ci asterremo dall'asserire, che dal principio del secondo secolo alla
LE AQUILE ROMANE.
35
fine del quarto i proconsoli e i prefetti della Gallia Cisalpina non
abbiano mai vedute od operate infrazioni alle discipline militari
ben più gravi di questa. Accettiamo pertanto, in attesa di altre
scoperte e di commenti più autorevoli, un'ipotesi che fa rivivere
la questione sotto altri termini; parendoci partito più prudente il
tenerla desta con una formola dubitativa, che lo scioglierla pre
maturamente, e solo per mancanza di prove, con un diniego as
soluto.
Ad ogni modo, e qualunque sia per essere il giudizio intorno a
questo cimelio, noi ci dobbiamo rallegrare di vederlo raccolto nel
patrio museo. Trattandosi di cosa scoperta in terra lombarda, il
suo ricupero risponde nel miglior modo al modesto programma
della nostra istituzione; laquale non aspira a diventare, in un pe
riodo lungo ed incerto, ungrosso e ricco volume della storia d' Italia,
ma si appaga diriuscire tra poco, mercè la generosità di chi dona
e il buonvolere di chi cede, un capitolo abbastanza completo della
storia di questa regione.
CARLO BELGIOJOSO.
GIOVANNI BROCCA
ARCHITETTO E CONSULTORE DEL MUSEO ARCHEOLOGICO.
Il Bollettino non può uscire in luce,questavolta, senza una pa
rola di rammarico e di compianto per la perdita fattadopo l'ul
tima sua pubblicazione.
Agli 8 del passato maggio, si spegneva in Magentaunodei con
sultori del Museo e collega nell'opera del periodico, l'architetto
cav. Giovanni Brocca. Non è tanto colla penna quanto col con
siglio che ajutò l'impresa nostra, e l'ajutava datredici anni, che è
come dire dalla fondazione del Museo istesso, conquell'amore del
l'arte e della scienza, con quella solerzia schietta e cortese, con
quei modi miti che sono propri dell'uomo onesto ed educato a no
bili pensieri.
Non è qui il luogo di parlare del collega e dell'amico, come ar
chitetto e come pittore: gli spetta una sede presso la R. Accade
mia di belle arti, di cui era Consigliere. In queste pagine non ci
è permesso di registrare il suo nome, che come studioso il quale
collocò il meglio delle sue facoltà allo studio dell'architettura
medio-evale e in particolar modo a quello della lombarda.
Aquesta, cui inconscio l'animo suo era tratto più per intimo
senso che per proposito di studi, egli giunse gradualmente, stando
intorno dapprima, durante la sua non breve permanenza a Roma
(1839-1844), ai monumenti di Toscanella e delle sue vicinanze. Il
richiamo dei monumenti analoghi tante volte veduti nella terra
natale; i confronti necessari, nel prenderne copia, per rilevarne
GIOVANNI BROCCA.
37
le sembianze e i caratteri; il criterio statico onde s'informano; il
concetto artistico che li determina e li colora; tutte queste im.
pressioni della mente dovevano portarlo ad addentrarsi in una
forma dell'arte fin allora spregiata, o almeno riguardata siccome
irremissibilmente fatta cadavere. Ma il Brocca aveva ricevuto un'e
ducazione artistica, per cui l'esclusivismo architettonico, allora
dominante nelle scuole, non poteva in lui attecchire. Lo stile lom
bardo non ne era per lui che qual unodei tant' altri. D'altronde,
in Italia, dal Cordero di S. Quintino preludevasi già, non diremo
al suo risorgimento tecnico,ma al suo valore archeologico; e que
sto era già molto poichè l'arte viva, volere o non volere, subisse
l'influenza di quanto accade nei vicini campi, come sono quelli
delle scienze e delle lettere.
Al Brocca, oltrecció, era parso degno di nota cotesto incontro in
un'arte architettonica, la quale pareva confinata al suo paese di
origine, o almeno alla valle del Po, sul terreno classico della pre
valenza architettonica di Roma cesarea. Alloragli parve quello che
è il vero; cotesta architettura, sorta tre secoli, circa, prima del
mille, non essere uscita che da un compromesso di maestri costrut
tori del tempo; erano, infatti, imaestri comacini, lacui zona di pro
venienza vuol essere estesa ai tre laghi lombardi; sono essi che, dif
fusi su tutta l'Europa meridionale e occidentale, portando seco
uno schema costruttivo proprio, ma pieghevole alle diverse condi
zioni dei luoghi, suscitarono un'arte che sapeva alleare con libero
e pittorico connubio i superbi ruderi frammentari della vetusta
magnificenza romana col semplice e modesto laterizio, che è quanto
hanno di più comune tutti i paesi.
Con questa idea che poteva balenare achicchessia come un'ipo
tesi spontanea, egli prese a percorrere, dappoi,granparte dell'Eu
ropanon che l'Italia, e sentiva la meraviglia crescergli, mirando la
Spagna non menodella Francia, lesponde del Reno e le cittàdel
l'Austrasia e delle Fiandre non meno dell'Inghilterra, venirgli in
nanzi a confermare questo suo concetto, e cosi raffermare in lui
quell'amore, cui erasi votato e che nell'artista suole tradursi nel
rispetto dei monumenti congeneri e nello studio del loro restauro,
secondo lo spirito della loro creazione originale.
Era una predilezione che, bennota ai suoi amici e colleghi, non
poteva mancare di trovare più d'un argomento di applicazione.
38
GIOVANNI BROCCA.
Allorchè, nel 1858, ebbesi a chiamare unComitato che sovrastasse
al generale ristauro della basilica di S. Ambrogio, impreso a di
spendio dello Stato, e quando, più tardi, nel 1863, l'eguale propo
sito ad impulso privato, si volse in animo per quella diS.Eustorgio
nella nostra città,il nome delBrocca, in entrambe le congiunture,
venne spontanco a formare parte di un limitato numero di ar
tisti cui fosse affidato così eletto incarico. Come e quanto se ne
sia sdebitato, lo dimostrarono le onoranze funebri onde fu confor
tata la memoria di lui trapassato, chè, certo, se l'ingegno e l'ab
negazione di sè nelle prestazioni personali possono congiunti va
lere alcun che, non gli può essere negato il merito d'avervi pro
fuso interi l'uno e l'altro.
E fu quello istesso spirito di solerzia e d'affetto, quell'impe
gno per l'arte e pel pubblico decoro che lo guidò incessantemente
nella cooperazione ai lavori della Consulta Archeologica, percioc
chè alui, come a rappresentante della cosa edilizia, erano spesso
demandate le visite sul luogo,da cui si ritraeva giammai, fossero o
entro la città o nel territorio di giurisdizione della Consulta.
È facile credere che a tante doti di sapere sempre modesta
mente largito, di operosità sempre portata senza ombra di osten
tazione, l'autorità del voto suo crescesse, com'è ragione,dove nul
l'altro e sempre si rivela se non il culto del vero, del bello e
del bene.
I suoi colleghi della Consulta, nel lamentarne la perdita, non
sanno fare migliore augurio all'istituzione cui appartengono, che
essa possa contare a lungo nel suo seno uominidi cotale tempra di
mente e d'animo.
G. M.
TOMBA DELL'ETÀ ROMANA
DISCOPERTA A LISSONE PRESSO MONZA.
Nel giorno 11 dello scorso maggio si rinvenne nel territorio di
Lissone, Comune del Circondario di Monza, e precisamente nella
località denominata Carotta, un'antica tomba a circa un metro
di profondità dal suolo. Quella tomba fu scoperta nel fare delle
escavazioni per abbassare e ridurre a giusto livello il piano del
cortile attiguo ad un edifizio industriale recentemente costrutto
dal signor Felice Fossati di Monza. Reso di ciò immediatamente
edotto il Sotto Prefettodi Monza, signorcav.GiuseppeGuaita, que
sti fu sollecito di invitare a recarsi sul luogo il segretario si
gnor dott. Luigi Zerbi per le opportune ispezioni, incaricandolo
insieme di redigere un rapporto intorno a tale discoperta. Il si
gnor Zerbi adempi prontamente al suo mandato; e la sua rela
zione, stesa con intelligenza ed accuratezza, venne dal menzionato
signor Sotto Prefetto accompagnata col mezzo della R. Prefettura
di Milano alla Consulta archeologica per le pratiche che fossero
del caso in ordine alle sue attribuzioni. La Consulta invio tosta
mente a Lissoneduede' suoi Membri, i quali associatosi il predetto
signor dottor Zerbi, si condussero nella località in cuila scoperta
ebbe a verificarsi. Nel sito ove giaceva la tomba il terreno era
già stato sconvolto per le necessità dei lavori in corso, e non vi
rimanevano che i frammenti di tre larghi embrici con orli rial
zati lungo due dei lati paralleli, formanti parte del fondo della
tomba, e diversi grossi mattoni che ne costituivano le pareti.
Bull. Cons. Arch.- An. III.
4
40
TOMBA DELL'ETÀ ROMANA
Dal rapporto del signor Zerbi,il qualepotè esaminare la tomba
prima che venisse disfatta, si hanno intorno alla medesima i se
guenti particolari. Quando il signor Zerbi giunse sul luogo, notò
che intorno alla tomba erano sparsi diversi frammenti di embrici, i
quali secondo ogni probabilità risalivano all'epoca romana. Inter
pellati il Sindaco di Lissone e il proprietario del fondo intorno a
quei materiali, gli venne risposto che essi erano stati li presso
trovati e frantumati in occasione di altre escavazioni praticate
nello scorso anno. Pur troppo non si pose allora mente alla
qualità delle costruzioni che andarono di tal modo distrutte; e i
lavoranti interrogati in proposito, dissero che quel materiale fu
da essi creduto avanzo di fondamenta di vecchi edificii demoliti,
e che fra il detrito non occorse loro di vedere nè ossa umane, nè
altri oggetti che potessero fermare la loro attenzione. Solo più
tardi si seppe che fra quei rottami si era rinvenuto un cerchiello
in bronzo, che mostrato poi ai predetti Consultori, fu giudicato
lavoro dei tempi romani. Quel cerchiello era rivestito di bellissima
patina. Raffrontati quegli avanzi con quelli della tomba testè ve
nuta in luce, il signor Zerbi riconobbe negli uni e negli altri l'i
dentico carattere, e ne trasse perciò l'induzione che ivi esistesseun
sepolcreto, già in parte manomesso in altri tempi, senza che si
serbasse memoria del rinvenimento.
Il fatto parveperciò dinon lieve importanzaagli incaricati della
Consulta, i quali fecero perciò le più vive raccomandazioni al pro
prietario di quel terreno e al Sindaco diLissone, affinchè al veri
ficarsi di qualche nuova scoperta ne rendessero tosto avvertita la
Consulta archeologica, col mezzo della R. Sotto Prefettura di
Monza.
Nella sua relazione il signor Zerbi fece conoscere che fino dal
mattino del giorno in cui egli si recò in luogo, i lavoranti ave
vano aperto la tomba, levando due rozze lastre di pietra detta
migliarolo che la coprivano, e avevano in essa trovato due scheletri
abbastanza bene conservati,dicuiuno era d'uomo robusto e di non
comune statura, l'altro, di forme più esilie di minori dimensioni,
poteva credersi quello di una donna o di ungiovinetto. I due sche
letri giacevano in senso inverso, l'uno all'altro sovrapposto. Un
medico, il quale ispezionò il cranio del più robusto, ritenne che po
tesse appartenere ad un uomo di età non superiore ai trent'anni.
DISCOPERTA A LISSONE PRESSO MONZA.
41
Nulladi singolare presentava la forma della tomba. Si constato
solo che era costrutta con mattoni di non comunidimensioni, mi
surando essi in lunghezza cent. 43 sopra 16 di larghezza e 6 di
altezza. Quei laterizi apparivano di ottima qualità, così per la na
tura della creta che per la cottura, e fortissimo ne era l'inter
posto cemento. La tomba giaceva in direzione da Sud-Ovest a
Nord-Est, e misurava nell'interno metri 1,73 in lunghezza, con
metri 0,47 di profondità. La larghezza che da un lato era di me
tri 0,53 andava restringendosi gradatamente, in guisa che il lato
opposto era lungo solo metri 0,47.
Nell'interno della tomba si rinvennero un vaso di vetro per
fettamente conservato, un vasetto in terra cotta a forma di ur
ceolo di comune fattura, e una sottile armilla di bronzo avente
a ciascuno dei capi una testa di serpente. Il primo era stato de
posto in apposito vano accuratamente praticato nel fondo della
tomba in corrispondenza al lato destro dello scheletropiù grande.
Il corpo di quel vaso potrebbe dirsi sferico se al basso non pre
sentasse una piccola sezione piana; il collo si erge a forma di un
cono tronco rovescio. L'apertura era munita di piccolo coperchio,
pure di vetro, che andò frantumato in minutissimi pezzi. La ca
pacità del vaso è di circa un litro. Il vetro è sottilissimo, di tinta
bianchiccia con pochi segni di ossidazione ; è un bel prodotto della
raffinata industria vetraria romana. Il vasetto fittile è lavoro di
rustica officina. I due vasi e l'armilla si trovano ora presso il
signor Zerbi. Niun dubbio che quella tomba risalga ai tempi
romani.
I due predetti Consultori ebbero in seguito occasione di osser
vare presso un privato una iscrizione incisa a caratteri goticola
tini su ceppo gentile. Essa fu rinvenuta nel 1838 in Lissone, nel
praticare alcuni lavori pel riordinamento di una casa delsignor Gio
vanni Stefano Orelli, posta alla estremità del borgo lungo la via
che conduce a Seregno. Niuno ancora, per quanto venne allora as
serito, ha potuto rilevare il senso di quella epigrafe,perchè i pochi
che vi si accinsero avevano dovuto desistere dalla prova, scorag
giati dalla rozzezza e ineguaglianza dei caratteri e dai frequenti
nessi, la cui interpretazione era resa anche più disagevole dalla
scabra superficie della pietra che in varie parti è pure corrosa, in
modo che alcune lettere sono totalmente abrase.
42 TOMBA DELL'ETÀ ROMANA DISCOPERTA A LISSONE PRESSO MONZA.
Dopounpaziente studio, sigiunseadecifrare il tenore diquella
iscrizione nel modo che segue:
In nomine domini domin.
angibert. cagapistus fecit fie
ri hanc portam eo anno quo
erat potestas huius
burgi. id fuit in m. cc.
XXV11. indictione x
.
et supstantes h. opris fue
runt mart. de aicardis et an
broxius albend. et
landulfus de subte
cto.
Questa iscrizione, interessante per la sua data, è un importante
documento per il borgo di Lissone.
ANTONIO CAIMI.
EPIGRAFI
RECENTEMENTE RINVENUTE
Nel corso della demolizione dell'isolato detto del Rebecchino,
compiutasi in questa città nell'ottobre dello scorso anno, onde la
sciarne libera l'area per la nuova piazza del Duomo, si rinvenne
metà di un cippo sepolcrale in marmo dell'età romana, il quale
era stato segato in senso perpendicolare, probabilmente per far
servire i due pezzi staccati ad usodi soglia o per gradini. La parte
dell'iscrizione che vi si vede è tracciata come segue:
QVA
TO
SAC
L-SI
..
•
•
..
•
• ..
SA •
SOCI
T- SI
AN
I caratteri sono di correttissima forma, nettamente incisi e di
grandi dimensioni, e richiamano quelli de'primi tempi dell'epоса
imperiale.
È alamentarsi che, malgrado le più diligenti indagini fatte fra
44
EPIGRAFI RECENTEMENTE RINVENUTE.
l'ingente materiale provenuto dall'atterramento di quel corpo di
fabbricati, non abbiasi potuto rinvenire l'altra parte del cippo.
A Quarto Cagnino, villaggio situato a circa quattro miglia di
distanza a occidente da Milano, trovasi nel giardinodella casa dei
signori Cotta un cippo inmarmo colla seguente iscrizionemutilata
nelle due parti laterali, che credo inedita, come la precedente.
.
LICINIO
· F· PAL
..
CIANO
QR EQP
..
..
LARGIT EST
..VGC DD IIS C
..I POS ITEM
VEORVM IIS..
AVGC D...
ENTINIEN DREN.
Quel marmo fuimpiegato ad altro uso, (che spiegala mutilazione
della epigrafe), perchè nella parte posteriore è scolpita in senso
inverso una figura ritta a bassorilievo in costume ecclesiastico, che
tiene colla destra una croce sul petto. Dalbarbaro stile della scul
tura può agevolmente arguirsi ch'essa è anteriore al quattordice
simo secolo. Nello stesso giardino si conservano tre altri marmi
con figure scolpite colla identica rozza maniera, delle quali una
rappresenta un personaggio somigliante al precedente, l'altra un
vescovo o un abate mitrato seduto sul faldisterio, la terza è l'effigie
di un estinto con indumenti monacali, forse un abate, giacente su
unapietra tombale. È ignota la provenienza di codestimarmi. Alcuni
hannopensato che potessero derivare dal monastero degli Olivetani
che trovavasi nel vicino borgo di Baggio, e che fucompreso nella
generale soppressione dei corpi religiosidecretata nel 1810. Se non
che risulta dalle memorie del Bombognini e dadiversi documenti
citati dalGiulini che ilmonastero diBaggio vennefondato nel 1399,
EPIGRAFI RECENTEMENTE RINVENUTE.
45
echefuquella la prima volta che imonaci di Monte Oliveto fu
rono introdotti nel territorio di Milano. E pertanto le citate scul
turenonpossono aver appartenuto a quel monastero, perchè an
teriori almeno di un secolo alla sua fondazione. Non si conosce se
altro più antico monastero esistesse in Baggio o in quelle vici
nanze, a cui spettassero ipredetti marmi. Quei pezzi, sino a non
molti anni fa, si trovavano sparsi nei tenimenti ora di proprietà
della famiglia Cotta, la quale togliendoli ai bassi usicui servivano,
pensò saviamente a riunirli nel proprio giardino e a curarne la
conservazione.
Nel settembre del 1875, in occasione di lavori per la ricostruzione
di una fabbrica adiacenteal lato di levante della chiesa di S. Ca
limero di questa città, si rinvenne fra il materiale di un pilastro
demolito un frammento di lapide sepolcrale cristiana, con parte
dell'iscrizione, come segue :
1
...
..
M 2
EQVISCET IN
LIA QUI VI
•
3
VIII ET CALENDIO
La inesatta ortografia di questa epigrafe, e la forma dei carat
teri inducono a credere che essa non risalga oltre il quinto secolo ;
e tale supposizione sembra confermata dal disegno informe con cui
sono graffite nella superficie della lapide alcune figure nei punti
indicati dai numeri 1, 2 e 3. Nel sito del primo numero vedesi un
vaso, a' cui lati stanno due colombe, simbolo assai frequente nelle
lapidi cristiane. Una di esse piega il capo verso il fondo del vaso,
l'altra lo volge all'insù. Le figure il cui posto è segnato dai nu
meri 2 e 3 rappresentano, da quanto può giudicarsi dal loro atto
rozzamente delineato, due donne oranti.
Lalapide si conserva nella casa parrocchiale.
ANTONIO CAIMI.
4
LA CAPPELLA DI SAN GIUSEPPE ALLA PACE
E GLI ULTIMI SUOI AVANZI.
Il patrio Museo d'Archeologia nei primi giorni dell' anno cor
rente aggiunse alla preziosasua collezione trenta frammenti di pit
ture a fresco diligentemente staccate dall' intonaco per opera del
l'abile operatore Antonio Zanchi, di Bergamo, sotto l'ispezione
del professor Bertini.
Idipinti sono di quelBernardino Luini, il cui nome suona tale
da dispensarci da ogni commento. Invece stimiamo adempiere ad
un debito nostro, notando, qui, quanto è lecito sapere circa la
loro origine e le loro vicende, e quali ragioni le abbiano ridotte a
rifugiarsi nel patrio Museo.
Oggi, chi dal pontedel Maggiore Spedale si dirige, per la via
di San Barnaba, all' estremo circuito della città, prima di giun
gervi, trova alla sua destra una chiesa soppressa assai malconcia,
macollaimpronta caratteristica dell' architettura acuta lombarda
alla seconda metà del secolo XV. Infatti, essa sorse nel 1466 per
opera di un romito portoghese, un frate Amedeo, che prese poi
l'abito francescano, e diede alla nuova erezione il titolo di Santa
Maria della Pace, perchè si era dato per impresa di metter pace
tra i cittadini, apostolato a cui allora si avevano troppo frequenti
titoli per non averlo ad esercitare con stento e con ammirazione.
In onta ad un assunto così umanitario, la fabbrica ebbe a sof
frire non brevi ritardi, tanto che venne consacrata trent'anni dopo
esservene stata posta la prima pietra. In compenso, nella prima
LA CAPPELLA DI SAN GIUSEPPE ALLA PACE ECC.
47
metà del secolo XVI, ebbe un prezioso decoro di pitture in fresco
e in tavola, e quello egregio d'ungrande deposito scultorio; ond'è
che la chiesa e il chiostro istesso andavano rinomate per le opere
d'arte di cui erano ricchi. Luini, Marco d'Oggiono, Gaudenzio Fer
rari, fors'anche il Boltraffio, certo il Lomazzo, tutti del secolo
d'oro, e poi, del seicento, il Cerano e la minor coorte della de
cadenza vi avevano dato splendore col loro contributo artistico.
Posto, per altro, tutto ciò in una plaga della città lontana dal
l'abitato, tanto che, durante la dominazione spagnuola, le vici
nanze della Pace erano,ad ironiadel titolo, il luogo preferito pei
duelli tra cavalieri italiani e spagnuoli; costruzione, poi, per intero
di mattoni, col fianco della chiesa, dove erano le maggiori cap
pelle, indifeso ai venti di settentrione, era lasciata facile occasione
a guasti che, pur troppo, non mancarono,e che l'incuria dei pos
sessori permise di divenir letali; al che s'aggiunse l'ingiuria di
parziali restauri, verso il mezzo del XVII secolo, che deturparono
dentro e fuori i primitivi lineamenti della chiesa.
Fra le parti edilizie, su cui l'opera deleteria della esposizione
ebbe vieppiù ad aggravarsi, fu la edicoletta di San Giuseppe.
Quando e da chifosse fondata ignoriamo affatto. La sua forma co
struttiva era quella che si vede meglio accettata nelle edificazioni
analoghe durante il trentennio che corre dal 1490 al 1520: è la
forma dell'edicola bramantesca, un corpoquasi cubico che termina
esteriormente in alto amodo di tamburo ottagonato. La cappella
dei Brivii a Sant'Eustorgio e quella dei Foppa a San Marco ne
sono un esempio: e codesta di San Giuseppe, in guisa ancor più
distinta, al pari di quelle, era appiccicata alla chiesa, fors'anche
qual luogo riservato ad un deposito mortuario di famiglia.¹ Qua
lunque fossero le ragioni della costruzione, la famiglia dovette es
sere tra le ricche e di alte aspirazioni, perchè la fece per intero
dipingere da Bernardino Luini.
All'organismo esterno, che abbiamo detto, corrispondeva nell'in
1Se non fosse osar troppo, noi stimeremmo cotesta edicola costrutta per testamento
del Branda di Castiglione, senatore, avvocato fiscale e consiglieredi Lodovico il Moro,
cantato da Lancino Curzio, morto nel 1499, il quale, coi figli Gerolamo e Filippo aveva
in questa chiesa il deposito di famiglia,perlochè al Convento lasciò vistosi legati d'uf
fici funebri e di messe. Sono notizie che desumiamo in parte dalla Cronaca del Sitoni
(pag. 51), e in parte dalle carte del Fondo di religione nell'Archivio di Stato.
48
LA CAPPELLA DI SAN GIUSEPPE ALLA PACE
terno, dove si ergeva il tamburo coperto a tetto, una cupola ad
otto spicchi, la quale chiudevasi a pieno centro raggiante. Il pas
saggio, poi, dal piantatorettangolare dellabase all'ottagonale della
cupoletta mentre esteriormente si compiva colla inclinazione del
primo tetto, nell'interno rinterzavasi coll'intermezzo di semi-lunette,
tre per faccia, e di piccole vele triangolari, geminate agli angoli,
su cui cadevano gli spicchi fuor d'asse; talchè ne veniva, e ben
possiam dire ne venne quell'elegante e semplicissima combinazione
statica, di cui compiacevansi gli architetti del neopaganesimo ita
liano.
Nè soltanto se ne compiacevano gli architetti, ma se ne ralle
gravano seco loro i pittori, i quali trovavano in cosiffatto aggrup
parsi di piani e di curve, di forme archeggiate e disemi-tonde, di
triangoli e di trapezi diversi di che dar ampia carriera alla loro
fantasia e allo scapricciarsi decorativo delpennello.
Certamente, così avvenne al Luini: egli dovette entrare in questo
piccolo spazio col sorriso sulle labbra, e nelle sue esigue dimen
sioni gli balenò in vista un vago giojello. Celebrare i fasti, d' al
tronde modestissimi, dello sposo nominale della Vergine, era al
lora uno dei temi più triti e dozzinali; ma vi hanno cose sempre
nuove quando ilgenio vi si interpone colla sua magica verga. E qui
così, e spicchi e vele e semi-lunette e le pareti istesse si aprirono
liete per ricevere le impronte della sua mano. Il concetto dell'ar
tista fu tanto più efficace quanto più semplice e senzapresunzioni
fu il cómpito assegnatosi. Si può riassumerlo in poche linee: il
cielo aperto negli spicchi della volta a mostrare cantate le laudi e
le glorie del Santo; nelle mezzelune, quasi trail cielo e la terra an
geli fanciulli che fanno eco ai soprastanti con istromenti musicali;
gli spazj interposti, ad intreccimodanati cosparsidi cherubini esat
teri (da sei ale); inferiormente, sulla faccia delle pareti verticali,
fin quasi all'appoggio della persona, larghe pagine in cui s'istoria
2 L'allievo dell' Accademia, Lodovico Pogliaghi, ad istanza del professore Bertini,
ci haconservati i lineamenti principali di questa costruzione, la quale, negli ultimi
mesi, subì una totale deformazione, tanto da non essere più riconoscibile. Volendo ora
averne idea delle sue dimensioni interne, aggiungeremo poche cifre numeriche: pianta,
da parete a parete interna, metri 4. 90 di profondità, per metri 4. 60 di traverso dalla
porta della chiesa: l'entrata larga metri 2.90 : le elevazioni erano, dal pavimento
all' impostatura degli archetti semi-lunari, metri 4.80; da cotesta importatura alla
sommitàdella cupoletta, metri 2. 10 circa, presa per misura la verticale al centro.
E GLI ULTIMI SUOI AVANZI.
49
la vita del patriarca, le quali dobbiamo credere non fossero manco
di dieci, benchè di varie dimensioni.
Fu sututto cotesto leggiadro congiungimento di cielo e di terra
che piombò l'inclemenza degli elementi atmosferici. Sino dal ca
dere dello scorso secolo, la nuova guida di Milano del Bianconi
le riconosce assai maltrattate dal tempo. Non scorsero che po
chi anni, e venne la volta delle soppressioni degli ordini religiosi,
poi quella delle chiese: questa della Pace non poteva uscirne in
colume: occorreva al militare un luogo vicino a deposito dei suoi
foraggi: incoraggiavano le condizioni infelici della costruzione; la
sciavano titubanti i molti capolavori d'arte che accoglieva. La
causa della soppressione fu vinta nel 1805, mediante il compro
messo obbligatorio dell' esportazione nel palazzo delle Belle Arti
di quanto aveva relazione con esse. Ne fu lasciato intero caricoal
commissario per lebelle arti, al celebre AndreaAppiani. Così, Brera
ebbe il magnifico deposito funerario del vescovo Bagaroto, opera
delFusina che vedesi ancora nel Museo Archeologico; così, ventisette
o vent'otto affreschi di varie dimensioni e di mani diverse, diBer
nardino Luini, di Marco d'Oggiono e di Gaudenzio Ferrari che
vennero ad aggiungersi al poco allora posseduto, e oggi si mostra
no nel primo corridoio della Pinacoteca; e per stringersi alle sole
opere del primo, aqueste si riferivano tredici pezzi, di cui dodici
almeno tolti dalle pareti della cappella di cui ci occupiamo.
Cui prendesse vaghezza di conoscere cotesti pezzi, le loro raffigu
razioni e la disposizione loro nella edicola,dobbiamo più d'un'av
vertenza : primieramente, che le storie dovevano essere nel numero
di dieci; che si seguivano lungo laparete di fondo, dal lato del
l'Evangelio dell'altare, girando a destra, per finire a quello del
l' Epistola; che se ne avevano a trovare tre per ciascuna faccia
laterale, due ai lati dell' altare e due ai lati dell' ingresso ; che
queste storie avevano, al certo, dimensioni diverse. Ora, i pezzi
accennati sono dodici: uno evidentemente non appartiene alle storie
delle pareti, ma agli archetti delle semi-lunette, e mostra due an
geli musicanti; oltrecció, due degli undici formano molto proba
bilmente una sola storia, ed uno non è un frammento che igno
rasi a quale storia abbia appartenuto. Dopo di ciò deve concludersi
2 Nuova Guida di Milano. Edizione seconda, Milano, 1796, p. 125.
50
LA CAPPELLA DI SAN GIUSEPPE ALLA PACE
chemancaper intero una storia: osservando, poi, per bene anche
quelle possedute, devesi conchiudere che non poche sono molto ri
dotte di misuradalla loro dimensione originale.
Ciò chiarito, l'ordine secondo il quale ci pare avessero a succe
dersi era il seguente:
1.º Incontro di Sant'Anna e SanGioachimo-storia intera
(nel Catalogo della Pinacoteca al N. 51).
2.º Angelo che annuncia a Sant'Anna la sua fecondità
tera-(come sopra, al N. 40).
in
3.° Natività di Maria Vergine-frammento-(come sopra,
al N. 49).
4.° Presentazione di Maria Vergine al gran sacerdote da' suoi
genitori- intera
(come sopra, al N. 41).
5.° Educazione di Maria Vergine- frammento
pra, al N. 62).
come so
6.° Dedicazione volontaria di Maria Vergine al tempio
intera, ma molto ritoccata-(come sopra, al N. 67).
7.° L'andata di Maria e di Giuseppe al tempio- due fram
menti-(come sopra, ai NN. 3 e 4).
8.º Riconoscimento di San Giuseppe a sposo di Maria Ver
gine-intera e la più completa- (come sopra, al N. 18).
9.° (Manca il soggetto, probabilmente quello dell'incontro
della Vergine con Sant'Anna, cui forse spetta un frammento d'an
gelo (come sopra, al N. 13).
10.° Sogno di San Giuseppe
completa
(come sopra,
al N. 71).
Questa specificazione non può non chiamar tosto sulle labbra
del lettore una domanda: e del resto delle pitture, quelle degli
spicchi, delle vele,degli archetti e dell'arco d'entrata che avvenne?
Nonsi puònegarlo; il commissario d'allora nonstimò dicurarsene.
Non deve, però, dubitarsi che due criteri lo trattenessero, vale a
dire, prima, la condizione rovinosa in cui erano: poi,la loro confor
mazione sopra delle superficie curve, davanti alle quali gli opera
tori di quel tempo confessavano la loro incapacità. E così colà
▲Crediamo l'incaricodella loro esportazione, nel 1805, siastato dato al Barezzi, il quale
vi si permise pure qualche restauro di pennello. Il fatto suo ha consistito nel trasporto
di frazioni più o meno ampie dalla stessa parete, operazione lunga, faticosa c facil
mente compromettente la integra conservazione delle opere, come può convincersi col
E GLI ULTIMI SUOI AVANZI.
51
rimasero. Non furono però dimenticate: anche ventun'anni fa (13
agosto 1855), in occasione di una visita di parecchi accademici sul
luogo, nel momento in cui esso stava per essere concesso all'Isti
tuto per la riabilitazione dei giovani discoli, si rilevò l'esistenza
di quegli avanzi e si avverti l'opportunità di esportarneli, almeno
quelli dell'arco, avvegnachè, fin d'allora, le antiche difficoltà erano
in parte vinte. Ma, invece si lasciò passare inavvertita la pro
posta, e nulla ne avvenne.
Spettava al tempo nostro il provvedervi definitivamente. L'oc
casione si affacciò da sè nello scorso anno. L'edificio, rimasto de
maniale fino dal 1805, ora posto in vendita, stava per essere ce
duto all' anzidetto Istituto che ne aveva fatto l'acquisto. La Con
sulta Archeologica, cui non eranoperduti di vistacotestipregievoli
avanzi, a proposta del consultore Bertini,promosse ed ottenne dal
Ministero delle Finanze la facoltà di esportarli dalle pareti: e fu
quanto si effettuò nello scorso anno,mercè la perizia dello Zanchi;
come mercè le premure della Consulta medesima, ora sono allo
gati nel Museo.
Prima di gettare uno sguardo su cotesti ultimi avanzi del nau
fragio, vuol notarsi qualche cosa dippiù di quello che fu avvertito
circa il posto che tenevano nella cappella.
Si può dirlo in una parola: gli affreschi tolti nel 1805 non ne
rappresentavano che le pareti; quelli tolti nel 1875 rappresentano
la vôltanel completo suo organismo : là, non avevamo che la parte
storica terrestre; qui, abbiamo la parte decorativa e celestiale.
È vero che la prima è collocata nella Pinacoteca e la seconda
nel Museo d'Archeologia, ma nel caso nostro le distanze spariscono,
tanto è lieve lo spazio che le divide, come non li divide lo spirito
che li informa e il carattere delle persone che li reggono.Ad ogni
l'osservazione dei pezzi della Pinacoteca, mentre in quello che si fece recentemente
dallo Zanchi venne seguito il sistema dello stacco del semplice intonaco,mediante op
portune assicurazioni anteriori; locchè dà modo di trasportare anche gli affreschidalle
superficie curve, e limitando, poscia, con molta avvedutezza, la crosta calcare a pochi
millimetri, riesce facile di ridurre piana la superficie curva. Così si applicano poi le pit
ture a fresco, comunque siano, sopra tela, e si rendono facilmente proprie ad ogni ma
neggio e collocazione. È questo l'ultimo, e certo più raccomandabile dei mezzi per le
vare gli affreschi, non solo a preferenza del segamento della parete, come avvenne nel
1805, ma anche a quello forse meno infelice,quando ben adoperato, dello strappo, col
quale si operò dallo stesso Barezzi (1818-1821) pei numerosi affreschi della Pelucca.
52
LA CAPPELLA DI SAN GIUSEPPE ALLA PACE
modo, certo è che noi oggipossediamo l'intieracappella. Comunque,
poi, la seconda parte si riguardi, non è meno degna d'attenzione
dell' antecedente. Se la porzione figurata non ce ne avesse fatti ac
corti, come sono gli angeli dalle età diverse ond'è cosparso, baste
rebbero la contegnosa eleganza e la delicata sobrietà ond'è imma
ginata per doverla attribuire all' artista medesimo. Essa consiste,
nelle parti inferiori, di un contesto di modanature e di fascie, tra
punte o a rose o a trecciedi cordicella,tema favorito nei ghiribizzi
del Vinci, il quale contesto si disperde per terminare in lunghi
calici dai gracili fiori e dalle foglie slanciate e leggieri, e, seguendo
la ripartizione degli spicchi, per finire presso il centro della volta.
Le vicende di questa cappella hanno già avvertito che se i pezzi
esportati nel 1805 portavano più di un'offesa, gli ultimi è ragione
che siano in una più deplorabile condizione. Ma appunto è que
sta la pietosa opera prima dell' archeologia, quella di contendere
al tempo anche le rovine. Quì, le rovine, lo si crederà facilmente,
hanno confini; una gradazione vi esiste di più o di meno. Quello
che possiamo assicurare, egli è che, grazia la perizia dello Zanchi,
in un'operazione così ardua, nulla si è perduto di quanto esisteva,
anzi dovremmo dire éssersi fatto il guadagno di quanto non si ve
deva dapprima, spogli come ora sono ipezzi dal sucidume e dalla
polvere ond'erano ottenebrati.
Ora, ecco il numero e l'aspetto loro:
1.º I quattro profeti alla volta dell'arco d'ingresso:
altrettanti busti di figure, due delle quali, coronate, rappresentano
evidentemente David e Salomone; gli altri due probabilmente Isaia
e San Luca, che col vaticinio e colla storia celebrarono la Vergine
Madre: i meglio conservati sono il Salomone e l' Isaia.
sono
2.º Sette degli otto spicchi in cui compartivasi la vôlta:
frettiamoci di avvertire che uno degli spicchi manca; eraquello che
rispondeva alla parte superiore dell'altare di contro all'ingresso,
ese ne comprende lacagione,come che si trovasse nella parte più
esposta all'influenza dei venti aquilonari. Siffatti spicchi hanno
forma di pera, amotivo dell'intreccio ornamentale ond'erano col
legati alle vele; e queste, e nel loro centro, lasciavano luogo a teste
di cherubini esatteri. Entro ogni spicchio sinotano tre angeli; due
di questi, quelli laterali, stanno sempre in ginocchio suonando istru
menti diversi da corda o da fiato, o recandosi tra mani cose di
af
E GLI ULTIMI SUOI AVANZI.
53
verse; l'angelo di mezzo, sebbene in atto di preghiera o di canto,
si mostra invece alternativamente in piedi e inginocchiato; i primi
in rispondenza agli assi della cappella: questi alle diagonali. Del
pari, i primi sono angeli guerrieri, vestiti di più o meno ampia
corazza, sino a comprendere l'intera persona; i secondi, angeli
di pace, e indossano ampie clamidi e manti di vario colore; l'an
gelo mancante appartiene ai primi: tutte queste figure campeg
giano sopra un fondo di cielo luminoso dorato di sole, entro cui
nuotano cherubini pari a quelli veduti. I pezzi in ogni punto con
servati si limitano a due o tre: gli altri sono non senza sensibili
lacune; bastanoperò perdarci un'idea abbastanza piena dello stile
dell'artista: fra i pezzi conservati trovasi uno degli angeli migliori.
3.° Cinque semilunette, due delle quali di qualche maggior
raggio:- tutte contengono angeli musicanti; quellemaggiori con
tengono per ciascuna tre angeli in ginocchio intenti al canto o so
pra un volume o davanti ad una pergamena; nelle tre minori
stanno per ciascuna due angeli infanti, accosciati, che soffiano
entro strumenti da fiato. Considerando la varietàdei soggetti e
delle dimensioni, e riflettendo all'organismo della cappella, si com
prende che dodici erano coteste semilunette su cui cadeva la vôlta;
che le maggiori si vedevano al mezzo di ciascuna faccia; le mi
nori, le si tenevano di fianco, ond'è che mancano,siccome perdute.
duedelle prime e cinquedelle seconde: la noncurata conservazione
e forse la mala costruzione del tetto dovevano necessariamente
ridondare a loro danno, tanto che anche le poche giunte in porto
mostrano lesioni gravi, perdita di teste o d' intere figure; pure ri
mangono parti di carni e di panni di tanta bellezza, che bastano
a farle degne delle cure cui furono scopo.
4.° Otto cherubini esatteri entro forme incerte, ma che erano
di trapezio: si mostrano sotto diversi aspetti, egualmente però
monocromi; quattro tinteggiati di quel rosso-bruno che i quat
trocentisti dicevano sinopia, oggi brunino; gli altri di semplice
terra d'ombra: i primi si trovavano nell' intreccio a riquadri di
nervature modinate che univan gli spicchi alle vele; i secondi nel
seno triangolare delle stesse vele; otto erano pertanto iprimi, al
trettanti i secondi, onde ben si avvede come il numero siasiscemato
della metà. Nonsono lavoridi grande importanza artistica,ma due
cose accusano abbastanza distintamente il principio sempre omo
54
LA CAPPELLA DI SAN GIUSEPPE ALLA PACE
geneo in ogni punto della composizione figurativa e decorativa e
la direzione mancata giammai dell'artista anche nelle cose secon
darie.
5.° Due frammenti d'una composizione istoriata;-nelfram
mento maggiore vi si travede la raffigurazione della Vergine pre
sentata al tempio; nel minore,e assai limitato, un angelo volante,
probabilmente parte del sogno di Giuseppe, contrassegnato nei
temi d'arte col motto : noli timere. Cotesti frammenti appartengono
alle pitture delle pareti, ed erano quelle situate ai lati interni del
l'arco d' ingresso: lo stato loro è molto sparuto; non lascia peral
tro d' attestare la eletta mano del Luini.
6.° Tre frammentid'angeli musicanti: non offrono forme pre
cise d'insenatura, onde si possa dedurre la loro collocazione; solo
può arguirsi che di certo appartenevano alle pareti: uno di questi
frammenti raffiguranti l'intera figura d'un angioletto che suona
un violoncello è fra quelli meglio conservati e che rivela la ma
niera elegantemente ingenua dell'autore.
7.° Un frammento di paesaggio con aspetto di edifici di città
nel lontano; lo citiamo, non che pel complemento del numero dei
pezzi, ma perchè dal luogo ove fu tolto e dal carattere del dipinto
è lecito dedurre che le intere pareti della cappella dovevano es
sere largamente istoriate e coperte di pitture finamente condotte,
tanto accurata ci si presenta siffatta pezzuola di pittura per sè
stessa di lievissima importanza.
Dopo le osservazioni che siamo venuti raccogliendo intorno ai
singoli frammenti, ci pare superflua ogni considerazione sul me
rito dell'opera. Questo solo ci conviene soggiungere sul lavoro, ed
è che, offuscato come pur tanto si ravvisa, lascia lapersuasione di
essere stato uno dei più spontanei e più cari dell'artista, tanto
evidente è l'ordine delle parti col tutto, tanto è il nesso omogeneo
che vi collega ogni idea e ogni cosa.
Vorremmo pur farci una domanda, ed è a qual' epoca appar
tengano cotesti frammenti. L'elemento diretto, l'abbiamo detto, ci
manca: alla fine dello scorso secolo, prima della soppressione
della chiesa, il Bianconi, che ne rappresenta le opinioni, assegna
loro l'anno 1520, senza esprimere su qual argomento s' appoggi.
Noi non sappiamo seguirlo sopra questo sentiero. Non è però dif
ficile avvicinarsegli per altra via. Su queste pitture si hanno im
E GLI ULTIMI SUOI AVANZI.
55
pronte così speciali che ci sembrano tali da bastare acollocarle,
se non altro, nell'ordine cronologico dei lavori dell'artista.Pernon
essere dogmatici, diremo ciò che cidetermina.Noivediamo in tutti
questi pezzi, così della primacome della seconda serie,un alternarsi
di tendenze diverse; talora è il far chiaro, lucido, trasparente,
senza ombre vive, nè colori petulanti,onde quell'aspetto che tiene
della madreperla; tal' altra, invece, intervengono le forme solide,
dense, consistenti, i toni robusti, i colori schietti, sfavillanti, in
fuocati. Questo si riscontra tanto nelle storie, come nella deco
razione figurata della volta, facendo pur la parte dei danni pa
titi e dei restauri sofferti. Ora, guardandoci attorno, ci pare di
dover mettere cotesta pittura, in ordine di tempo, tra quelle del
monastero delle Vetteri, ovvero tra quelle tolte dalla chiesa degli
Umiliati di Brera, queste segnate 1521, e le altre della villa della
Pellucca, di cui esistono per tutte esempi nella Pinacoteca di Brera.
Ad ogni modo, le reputiamo anteriori a quelle del monasteroMag
giore, che altrove , le conghietture ci condussero a credere dipinte
tra il 1525 e il 1530, dove l'artista ci sembra aver toccato l'apogeo
della sua perizianella maniera forte. Noi mettiamo, adunque, que
ste della cappella di San Giuseppe circa intorno al 1524, epoca
assai vicina alle storie dipinte nel santuariodi Saronno, che vanno
appunto segnate dell'anno istesso.6
Agli studiosi, crediamo, non vorrà parere senza interesse, in
mancanza d'una biografia del Luini, di leggerla, di ricercarla al
meno, nel concatenamento delle sue opere. Se ciò avesse ad avve
nire, ci compiaceremmo d'avervi gittato il seme con queste pa
role sulla cappella di San Giuseppe e sugli avanzi di essa.
G. MONGERI.
* L'Arte in Milano. Milano, 1872, pag. 244.
•Veggasi quanto, sul proposito delle maniere speciali delLuini edella sua esistenza
in generale, noi scriviamo a pag. 267, del fascicolo dell'Archivio Storico cui il Bollet.
tino presente viene annesso.
Bull. Cons. Arch.
An. III.
5
NOTIZIE.
La R. Accademia de' Lincei, che non aspira a surrogarsi alle
altre d'Italia, ma a superarlein attività e importanza,riceve men
silmente notizie degli scavi d'antichità, che sono poi pubblicati
per ordine del ministero dell'Istruzione. È un repertorio tanto
utile per chiunque attende a studj siffatti, quanto curioso per chi
soltanto se ne diletta. Negli ultimi due fascicoli sono annunziati
i continui ritrovamenti etruschi a Tarquinia, a Orvieto, a Chiusi;
gl'innumerevoli sepolcreti di Bologna con vasi e ornamenti. Pa
lestrina principalmente diede veri tesori, non inferiori a quelli
che si ammirano nella biblioteca Barberini; anzi degli ori meglio
conservati, tavole, tubi, uncinetti, fibule, due tazze del diametro
di 18 centimetri, lavorate a rilievo, tutto in oro; oltre oggetti di
argento, di bronzo.
Roma che si riedifica, rivela ogni giorno nuove rarità, e s'è po
tuto in Campidoglio formarne un museo nuovo.
Atacere il Palatino e il Coliseo, nello spazio del Foro Romano
fra il tempio di G. Cesare e quello d'Antonino e Faustina sco
pronsi le basi dell'edifizio ed iscrizioni, fra cui inestimabili fram
menti dei fasti consolari. Altri monumenti apparvero nella siste
mazione della via Nazionale, al Campo Varano, alla stazione della
ferrovia, sulla via Latina.
Antichità si sterrarono pure a Capua, a Pompei, a Ercolano, a
Pesto, a Ruvo, a Brindisi, a Selinunte.
NOTIZIE.
57
Nell' isola di Cipro, tanto interessante pei molti popoli che la
abitarono, e pel lungo dominio che v'ebbero i Lusignani e i loro
dritti od obliqui discendenti, è ora esplorata con paziente intelli
genza dal conte Luigi Palma di Cesnola, che vi scoperse e rovine
d'edifizi, e monumenti, e statue, e ornamenti d'oro ed iscrizioni.
Ne dà ragguaglio allaR. Accademia delle scienze di Torino.
Dei conti Palma di Cesnola e di Borgofranco diede i cenni ge
nealogici il sig. A. Bertolotti (Pisa 1876) che li deriva da Spagna,
dondevennero nel Canavese forse come capitani di ventura, e pre
cisamente a Salassa e Rivarossa, e si segnalarono nell'armi e nella
toga.
C. C.
GLI SCAVI D'OLIMPIA.
Proseguiamo a riassumere dalle note che ci cadono sottomano
quanto riguarda un'opera di esumazione che staper gittarenuova
luce sulla storia dell' arte ellenica. In quest'occasione possiamo
compierequanto riguarda laprima partedelle operazioni dell'anno
corrente, essendo stata chiusa la campagna archeologica colla fine
dell'aprile, al sopraggiungere del periodo delle pioggie.
I risultamenti più importantidi cotesto primo periodo, furono
quelli di mettere in luce quanto riguardal'iconografiadel tempio e
di ciò che gli stava d'intorno. Ora riesce evidente che pertre lati
era recinto d'un vallo di recente data e di costruzione informe:
nella composizione di questo si riconobbero messi spietatamente
a partito avanzi di statue, di piedestalli, d'iscrizioni: così, sepolti
in un crepaccio di esso, furono incontrate 800 monete bisantine
di rame, porzione delle quali in masse compatte, effetto indubbio
d'una grande conflagrazione ivi avvenuta. Per tal mezzo si è riu
scito a stabilire la storia delle alterazioni e delle catastrofi a tra
verso delle quali le rovine si sono accumulate nel giungere a noi.
Altra particolarità importante,concernente le fondamenta, è che
il pavimento originale del tempio consisteva di lastre di marmo
della grossezza di cent. 23 e che erano appoggiate ad un solido
letto di mattoni. Difronte al secondo limitare agrado, si estendeva
una specie di terrazzo e all'infuori di esso, dei piccoli e indipen
denti giri di gradini,per cuipoterpassare nell'interno dell'edificio.
58
NOTIZIE.
Col rimuovere la terra accumulata dalle alluvioni, si trovarono
altri avanzi di muraglie conglomerate con ogni specie di materiali,
fra cui un acervo significante di frammenti d'ogni specie, pesti e
confusi, di marmi figurati o coloriti, di embricimarmorei con iscri
zioni nel dialetto di Eli. Visi è pur trovato traccia, nellevicinanze,
di una fabbrica circolare e dell'antico ordine dei sentieri giranti
nel bosco sacro colle situazioni precise dei monumenti votivi che
vi si erano collocati.
Circa le scoperte riguardanti l'arte scultoria, il frutto non fu
grande. Si è però giunti all'intero recuperamento del gruppo figu
rato onde si ornava il frontone orientale del tempio del resto,
frammenti abbastanza numerosi di torsi, di gambe, di estremità,
e poi, di piedestalli portanti impronte diverse d'opere di statua
ria. Devesi pur registrare la esumazione d'un considerevole fram
mento d'una statua in bronzo: è il primo che di questa materia
siasi incontrato. Fra i marmi sonvi delle teste di leone cuiera de
stinato l'officio di doccioni, ed in esse si mostra chiaro l'inter
vento di diversi periodi d'arte, chè da esemplari di forme arcaiche
si va fino ad altri in cui mostrasi il più crudo realismo. Dal che
s'induce la costruzione essere il portato d'una lunga serie di anni,
interrotta da lunghi tratti di sospensione.
Meglio dell'arte, la storia ha trovato di che avvantaggiarsi in
questo periodo di lavoro. Fra i piedestalli scoverti havvene uno
dimarmobianco conuna iscrizione votiva sudue linee riguardante
la scultura cui era sostegno; da esso apprendesiessere quest' opera
di unPrassitele di Camerina, colonia di Siracusa; sopra un altro
piedestallo vi era la statuafigurante TelemacoEleo, figlio di Leone,
onorato cosi dal Consiglio Olimpico, come dall' Ellenodiceo, presie
duto da Antifane.
Altre iscrizioni sono venute a compiere le frammentate giàsco
perte, fra cuiuna che porge ampie notizie del Prassitele siracusano,
onde appare avereegli dapprima vissuto a Mantinea nell'Arcadia,
edi là, essersi trasferito ad Olimpia in avanzata età e dopo una
fortunosa carriera.Alla speciemedesima appartiene un frammento
dell'iscrizione di Ageladas, che si attacca dal lato sinistro a quello
già posseduto, ma con ciò non siha ancor compita,quantunque già
larga M. 1.30, sicchè deve attendersi unterzo frammento, e con que
sto laparte iniziale. Intanto, dal testo accoppiato si deduce cheAge
NOTIZIE.
59
ladas è il nome del padrediArgeiade, che si suppone lo scultore
della statua ricordata, in piedi sul piedestallo. Una terza iscrizione
si è pur resacompletacoinuovi pezzi costituentiil piedestallo della
statua della Vittoria. Per essa vengono in luce alcuni pubblici do
cumenti circa le trattazioni dei Messenii e la sentenza intorno al
disputato territorio fra essi e i Lacedemoni, pronunziata dai Milesii.
Vi ha la letteradegli arbitri diretta all'Arconte di Eli; la sen
tenza dei Milesii a favore dei Messenii; finalmente, l' ordinazione
che questa venga iscritta nel tempio d'Olimpia.
Altre iscrizioni importanti, tra le nuove, se ne contano parec
chie: una del III o IV secolo, a. C., che ricorda un Sofocle; un' al
tra, un Licomede vincitore ai ginochi Olimpici; un altra, più re
cente, con lodi all'imperatrice Faustina. La più singolare è però
ancor quella letta sopra una base cilindrica di marmo, trovata al
l'angolo sud-est del tempio della quale soltanto una stretta stri
scia mostrasi condotta a perfetta pulitura alla sua estremità su
periore. Su questa lista è scritto,sopra una sola linea e incarattere
arcaico l' elegante distico citato da Pausania (V. 24.3) siccome ap
posto ad una statua di Giove, alta dodici piedi, posta alla destra
del gran tempio, e chesidiceva dedicata dai Lacedemoni all'atto
di intraprendere la loro seconda guerra coi Messeni. L'iscrizione
non è completa per qualche sfaldatura del marmo: nessuna trac
cia, poi, della statua che il tronco cilindrico doveva sorreggere.
G. M.
BIBLIOGRAFIA.
Sur la nécropole de Golasecca.
Due Periodi dellaprima etàdel ferro nella necropoli di Golasecca.
Ricerche e studidel prof. POMPEO CASTELFRANCO.- Estratto dal
Bullettino di Paleontologia Italiana.
La prima è una memoria che fu presentata ma non letta al con
gresso internazionale d'antropologia e archeologia preistoricain Isvezia,
e l'autore vi prometteva pubblicare nel 1875 un volume intorno ad
una necropolidi Golasecca. Gli studj preistorici, come avviene delle
cose nuove, sono pieni di ipotesi rischiose, che poi l'osservazione eli
mina o riduce. Ormai lo stesso nome di preistorico si rifiuta, sostituen
dovi quelle di esostorico, dovendosi quelle anticaglie supporre, non già
anteriori ai tempi storici, ma ai tempi, anche comparativamente recenti,
di cui la storia non ci conservò ricordi. Non si sono trovate lancie
di selce, fusarole, vasi fatti a mano e grossolanissimi, insieme ad armi
e utensili di ferro, e sino amonete romane? Oggi stesso non v'è popoli
che mettono alle lancie o ai dardi lapuntadi selce, e nonconoscono l'uso
del ferro? A coloro che s'imbarcano su questo pelago senza abbastanza
biscotto, noi suggeriamo di leggere una importante memoria chePaolo
Lioy ha pubblicato or ora negli Atti dell'Istituto Veneto. Essa torrà
anche le paure da cui si lasciano dominare alcuni nel veder minac
ciate le tradizioni, sulle quali si appoggia la odierna civiltà.
Il signor Castelfranco, tanto benemerito per le cure adoprate at
torno alla così detta Necropoli di Golasecca, dovette alla sua Memoria
soggiunger una nota, ove disdice efatti e congetture che aveva espo
BIBLIOGRAFIA.
61
ste in quella: lodevole atto di lealtà, e prova insieme del quanto sia
facile lanciar alla ventura i nomi di Etruschi, di Celti, di cromlek,
di necropoli, di tipi dell'età della pietra, del bronzo,del ferro, di abi
tazioni lacustri .... Non si saprebbe invece lodar abbastanza la cura
di raccoglier monumenti e cimelj, e di questi pare che abbia invi
diabile ricchezza il sig. prof. Castelfranco, che così potrà correggere
i predecessori e sè stesso, e portarsi avanti in una scienza, che fi
nora non è che congetturale.
C. C.
G. OTTINO, responsabile,
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO
IN MILANO.
Nel fascicolo 3º, anno II, del Bollettino della Consulta archeo
logica si è già fatto cenno di questo avanzo, sotto il titolo: Ve
stigia di una vetusta costruzione presso il Carrobio in Milano.
Quel cenno riferivasi ad una ispezione di quel rudero di antica
torre, operata dalla Consulta nel giorno 5 settembre dello scorso
anno per invito della Giunta Municipale, in seguito all'annuncio
dato da qualche giornale cittadino, che in quell'avanzo si fossero
riscontrati tali indizii da poterlo ritenere parte di una delle torri
di cui era munita la cerchia delle mura erette da MassimianoEr
culeo. L'incarico della Consulta era di esprimere il suo parere sul
valore artistico e storico di quella costruzione. Il rudero da esa
minarsi trovavasi allora rinserrato fra le pareti di una casa di
proprietà municipale; tuttavia la Consulta potè osservarlo par
titamente lungo tutti i piani della casa fra i quali sorgeva, dal
sotterraneo, cioè, al solajo, e potè indurne la convinzione che esso
non presentava alcun interesse sotto l'aspetto artistico. La Con
sulta notò il corso dei macigni di cui è costituita la parte infe
riore, tagliati e disposti in modo informe ed irregolare, non che
la costruzione piuttosto rozza della muratura superiore in lateri
zio. Avverti nella estrema parte compresa nel piano del solajo un
andamento poligonale nella curva del muro, che non apparve al
lora molto evidente, nè ordinato a cagione degli squarci da cui
il muro era deteriorato,e degli impedimentiprodotti dall' angustia
Bull. Cons. Arch.
An. III.
6
64
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
del sito. Dai detti squarci si potè però riconoscere che dietro il
primo corso dei mattoni la costruzione presentava un materiale
confuso e grossolano. La parte del muro rinserrata nel piano sot
tostante era rivestita di intonaco; quella del primo piano non of
friva alcuna particolarità, per cui non si potè arguire dalla loro
superficie, se ivi continuasse la forma a poligono. La Consulta non
potè, dalle esplorazioni fatte in quel giorno, trarre argomento per
determinare l'età e la destinazione dell'edificio, e dedurne il va
lore storico ; riservossi quindi di manifestare sul proposito il pro
prio giudizio, quando dopo la demolizione già decretata della casa
in cui trovavasi quell'avanzo, venissero in luce nuovi indizii a
sussidio de' suoi criterii.
Compiutosi di presente l'atterramento della suindicata casa, la
Consulta, nuovamente chiamata dalla Giunta Municipale, recossi
in luogo per le ulteriori sue indagini, in conformità anche ai
doveri inerenti alla propria istituzione.
La vista complessiva di quella vetusta costruzione, resa ora li
bera da ogni ingombro, confermò il precedente giudizio circa la
sua insignificanza sotto l'aspetto architettonico.
L'attenzione della Consulta dovea quindi essere volta a consi
derarne l'importanza storica; e la necessità di questo accurato
studio rendeasi anzitutto manifesta per le interessanti memorie
che si collegano a quella località, presso la quale, come è noto,
aprivasi la porta Ticinese all'epoca di Massimiano. La Consulta
ebbe primieramente aconstatare che la superficie di quel segmento
di torre presenta in tutta la sua lunghezza e sino nelle fonda
zioni la forma poligonale, salvo che in queste l'andamento dei
lati non corrisponde a quello dei lati superiori.
Operato uno scandaglio lungo laperimetria del basamento verso
occidente, se ne trovò la continuazione sino ad un certo punto,
oltre il quale era impedito da ostacoli locali di estendere le ri
cerche. La parte scoperta ha pertanto permesso di stabilire che
dodici erano le faccie di quell'edificio, con apparenza però di
poca esattezza nella corrispondenza delle rispettive misure. La
nuova porzione del basamento che si rintracciò è pure composta
di grossi macigni a corsi di disuguale altezza e rozzamente ta
gliati, e con informi protuberanze. Sotto l'ultimo giro di quei massi
si è trovato un muro a guisa di sperone, formato di grossi em
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
65
brici disposti a scaglione. La sua larghezza non potè essere misu
rata, perchè il muro internavasi da un lato verso il terreno, in
cui per la ragione suaccennata non era consentito di spingere
l'esplorazione. La sua apparenza era di una sottomuratura di
rinforzo. Altro affatto somigliante si rinvenne in un successivo
scandaglio a poca distanza dal primo, e questo misurava circa 90
centimetri in larghezza. Col mezzo di questo scavo e di altre in
dagini praticate nella parte superiore del rudero in senso quasi
opposto, e in sito in cui cessa il suo attacco col muro di altra
fabbrica adjacente, si potè determinare il diametro esterno della
torre, il quale non supera i 6 metri misurato dagli spigoli. Del
diametro interno non fu possibile accertare la lunghezza,stantechè
la curva del muro venne manomessa e riattata per praticarvi una
scaletta a chiocciuola della casa privata che s'addossa al muro
stesso, il quale serve di muro divisorio. La lunghezza del diametro
esterno risultò puredal calcolo basato sullamisura di uno dei lati
il meglio conservato, la quale è di m. 1.28; tenuto conto anche
del fatto che i lati non appariscono tra di loro in larghezza esat
tamente eguale. Nella superficie esterna si apre una piccola fine
stra a foggia di feritoja, della quale sussiste l'apertura ad imbuto
verso l'interno, ricoperta per intiero ne' suoi lati da recenti into
nachi.
Sotto la parte di basamento che già si è osservata verso nord,
sino dal passato anno, corre il muro di fondazione in laterizio su
cui posa il basamento,costituito nellaparte più bassa di uncorso
di pezzi di sarizzo alti centimetri 20, che ne sostengono un al
tro di massi di ceppo di doppia altezza dei primi; si eleva in se
guito un altro ordine di pietre conparte di muratura in mattoni,
e su questo posano quattro corsi di disuguale spessore, formati
di pezzi di sarizzo. La complessiva altezza del basamento è di
m. 3.14. Rimarrebbe però sempre a determinarsi quanta parte
del basamento stesso alzavasi libera dal suolo al tempo nelquale
l'edificio fu costrutto. Tentatosi uno scavo sotto il muro di fon
dazione, si rinvenne per un tratto di circa due metri e mezzo la
platea, costrutta in mattoni posti in piano. La sua disposizione
fa ragionevolmente supporre che essa secondi l'andamento del
giro della torre, descrivendo un esagono, ogni lato del quale cor
risponderebbe presso a poco a due dei dodici in cui la torre
66
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
stessa è foggiata. Poco sotto la platea si incontrarono le acque
sorgive.
Si fece eziandio una esplorazione entro un canale di fognatura
che s'apre vicino alla torre dalla parte rivolta verso il Carrobio,
ma nonvi si rilevò indizio disorta che potesse interessare le ri
cerche della Consulta. Solo si sono trovate alla distanza di circa
metri 10, in direzione alla via de' Medici, tre colonne di granito
bianco erratico, collocate in senso longitudinale, e interrate per
circa due terzi della loro altezza; esse reggono informi pietre a
guisa di capitello, sulle quali girano due archi.¹
Il diligente esame che si fece di quella costruzione, e i dati ri
sultanti dagli eseguiti scandagli potrebbero per sè soli offrire suf
ficienti criterii per esprimere un giudizio circa l'età approssima
tiva in cui fu eretto quell'edificio. Ma prima di esporre partita
mente le ragioni che concorrono ad avvalorare il giudizio stesso,
credesi opportuno di far precedere alcuni cenni relativi ad ap
prezzamenti e a fatti di cui è menzione nelle opere di varii nostri
scrittori di cose patrie, e che hanno diretto rapporto coll'argo
mento in discorso.
E anzitutto, poichè nei citati giornali cittadini si è ripetuta
mente fatto cenno di quella torre come di una recente scoperta,
giova osservare che l'avanzo della torre medesima, trovandosi
entro un'osteria di antichissima data, quella detta dei Tre Scanni
(emblema del quartiere diPorta Ticinese), in cui era visibile fra
i diversi piani della casa, era ed è assai noto. Esso è ricordatodal
Lattuada nella sua Descrizione di Milano, stampata nel 1737.
Ecco le sue parole a pag. 3 del Tomo IV: Sopravvanzò alla co
mune demolizione (quella, cioè, ordinata dal Barbarossa) dellefor
tificazioni di questa città una Torre contigua alla mentovata Porta
(la Ticinese), che sino a' nostri tempi vien chiamata la Torraccia,
o sia la Torre de' Malsani, forse lasciata in piedi, come crediamo,
perchè vicina ad uno spedale, in cui si curavano molti infermi;
di questa ancora a' nostri tempi se ne vedono alcuni indizj, benchè
ridotta ella sia in figura di casa, nel luogo ove si vedeva dipinta
In queste indagini la Consulta è stata assecondata colla piùlodevolesollecitudine
dall'Assessore Municipale signor ingegnere cav. Gioachino Tagliasacchi, dal sig. Eu
genio Saldarini, ingegnere addetto all'Ufficio Tecnico, edal sig. Carlo Neymiller, primo
disegnatore dell' Ufficio stesso.
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
67
sopra il muro una divota Immagine di Maria Vergine de' SetteDo
lori. "
Annessa all'Ospedale dei Malsani era la chiesa di S. Materno,
come afferma Gio. Battista Carisio, nel Catalogo delle chiese di
strutte, con queste parole: La Chiesa e Spedale di S. Materno si
trovavano in Carrobbio di Porta Ticinese per andare a S. Ambro
gio, vicino ad una Immagine della Beata Vergine de' Sette Dolori;
ed ancora si chiama la Casa di S. Materno, o sia de' Malsani.
Della Torre dei Malsani fa ricordo il Torre nel suo libro: Ri
tratto di Milano, edito nel 1674. Egli così si esprime apag. 129:
Dianzi della ruina, che diede il Barbarossa a Milano, in questo
sito (il Carrobio) veggevansi le mure vecchie e primiere della Città
con Porta e Torri ne' suoi lati, chiamandosi Porta Ticinese : e giac
chè si troviamo qui fermi, date cortesi occhiate alla vicina dipinta
casa, che tiene al lato sinistro l'Osteria dei Tre Scanni, insegna
appunto rimodernata alla stessa Ticinese Porta ...... Antica
mente qui vicino ergevasi una Torre chiamata de' Malsani, che ser
viva di Spedale a chi sottoposto viveva al male di lebbra, e con
tigua si teneva una Chiesa chiamata S. Materno ; di questa Torre,
anche ne' nostri tempi scorgonsi alcuni avanzi, non sotto sembiante
di torre, ma di semplice abitazione, benchè dicasi la Torrazza: colà
poi dove stassi sotto vetri quella effigie d' una addolorata Vergine,
pittura antica a fresco, innalzavasi ne' tempi, un pezzo fa scorsi,
della Lebbrosia lo Spedale."
Nonpotevasi in modo più preciso indicare il sito ove si in
nalza il rudero che è l'oggetto di queste investigazioni, non
meno che lo spazio occupato dall'Ospedale dei Malsani e dalla
chiesa di S. Materno, conterminato verso occidente e mezzo
giorno dall'incontro della via del Torchio col Carrobio.
Eciò basti circa il fatto della scoperta. Di maggiore interesse
2Quell'affresco fu staccato e trasportato su tela circa due mesi fa, quando era im
minente la demolizione della casa, entro la quale era racchiuso l'accennato rudero. Il
detto dipinto trovavasi sul lato della casa stessa che fronteggiava la via del Torchio.
Ai piedi della Vergine Addolorata stanno S. Giovanni Battista e S. Materno vescovo. In
giro sono rappresentati entro piccoli tondi i fatti della Passione. Sotto v'è la leggenda:
Anno tribulationis peste grassante 1576. Più basso si vede uno stemma nel cui campo
si erge un'alabarda sormontata da un'aquila a una sola testa colle ali spiegate. Lo
stato di deperimento della parte inferiore di quello stemma non ha permesso di rilevare
se vi fossero altre insegne. Il dipinto verrà depositato nella Basilica di S. Lorenzo.
68
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
sarà il ricercare se sia attendibile l'origine attribuita a quell'a
vanzo dai giornali che ne segnalarono la scoperta.
Il Giulini nelle sue Memorie della città e campagna di Milano
nei secoli bassi, parlando nel vol. III a pag. 113 e seg. (Ediz.
del 1853) della cerimonia del lavacro di un lebbroso che faceasi
dall'Arcivescovo nel lunedi che seguiva la domenica delle Palme,
soggiunge, all'appoggio dell'autorità del Beroldo e di un docu
mento citato dal Puricelli, che tale lavanda eseguivasi presso alla
Porta Ticinese e al Carrobio di essa. Uno dei testimonii fir
mati sotto il detto documento, nota più esplicitamente che la
cerimonia facevasi ad Portam Isnensem (corruzione di Ticinensem)
ibi ubi dicitur ad Turricellam Malsanorum. Beroldo descrivendo
la solenne processione che solea farsi il di precedente coll' inter
vento pure dell' Arcivescovo, dice che essa passava dalla basilica
di S. Lorenzo a quella diS.Ambrogio, entrambefuori della città,
e che giunta presso la porta Ticinese, al sito dove il prelato so
leva lavare il lebbroso, si divideva: gli ordinarii entravano in
città per recarsi alla chiesa maggiore, e l'arcivescovo seguiva il
suo cammino al di fuori per andare a S. Ambrogio. Risulta per
tanto da questo cenno chiaramente indicato che l'Ospedale dei
Malsani colla torre e la chiesa di S. Materno trovavasi fuori della
città nell'area compresa tra le mura e la via che ora è detta
del Torchio.
In base alle predette citazioni puossi assai ragionevolmente ri
tenere che la torre, di cui rimane il notato avanzo al Carrobio,
sia veramente la Torraccia dei Malsani. Questo giudizio non po
trebbe certamente essere tacciato di temerità nemmeno da co
loro che con diverso avviso vedono in quel rudero il restodi una
delle torri delle fortificazioni della città costrutte da Massimiano.
Il Giulini, parlando della distruzione operata dal Barbarossa delle
mura, delle torri e delle porte diMilano, nota che quell' Impera
tore risparmio, meno qualche eccezione, i campanili e le torri
delle chiese, non così le torri spettanti ad edificii privati, e ri
corda fra queste la torre de' Morigi, una presso il verziere, un'al
tra presso il Carrobio di Porta Ticinese, una o due nel luogo
detto la Balla, ed altre in diversi siti (vedi vol. III, pag. 604 e
seg. della citata edizione).
Ma qui sorge spontaneo un riflesso. Al Giulini era nota l'esi
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
69
stenza del rudero della torre al Carrobio, come non può dubitarsi
per le ripetute citazioni che ne fa. Se nella sua mente fosse nato
anche solo un semplice dubbio che la torre medesima avesse fatto
parte delle fortificazioni della città costrutte da Massimiano, non
avrebbe mancato di parlarne nella sua opera a proposito della
Porta Ticinese e del corso delle mura in quella località, men
tre, trattando del giro di esse e delle loro torri, nonchè del sito
ove aprivansi questa ed altre porte, si diffonde in particolareg
giati ragguagli per convalidare le sue argomentazioni e i suoi as
serti; e il mentovato rudero sarebbe in tal caso stato per lui un
prezioso indizio per determinare la precisa ubicazione della porta
Ticinese.
La stessa considerazione si presenta a riguardo del Fumagalli,
il dotto autore delle Vicende di Milano durante le guerre con
Federico I Imperatore, e delle Antichità longobardiche milanesi,
il quale consacra in que' suoi lavori molte pagine, e vi cita l'au
torità di altri scrittori per diradare le incertezze riferibili al me
desimo argomento. Ma il silenzio di quegli eruditi quanto dili
genti raccoglitori delle memorie patrie intorno all'avanzo di torre,
di cui è discorso, ci è spiegato da un passo del Chronicon Majus
di Galvagno Fiamma. Questo scrittore dettò le sue Cronache nella
prima metà del XIV secolo, e al suo tempo rimanevano in piedi
parecchi avanzi delle vecchie mura, e la memoria di esse era an
cora assai viva. Di queste egli traccia la cerchia con particola
reggiate indicazioni. Dopo aver condotto il muro, partendo dalla
porta Romana per le porte Tosa, Orientale, Nuova, Comacina e
Vercellina sino alla chiesa di Santa Maria al Circolo, soggiunge:
Dein vergebat usque ad Cloacam ubi dicitur ad Carrubium Portae
Ticinensis, et ibi erat Porta Ticinensis. Inde reflectebatur per
viam levatam, usque ad Domum Fratrum De Gallarate. Da questo
cenno dovrebbesi pertanto arguire che il tratto di muro che par
tiva da Santa Maria al Circolo toccasse il Carrobio poco al di
sotto dello sbocco dell'attuale via de' Medici, e quindi in un
punto interno più addietro di quello ove trovasi il resto della
torre di cui si tratta.
Qual fosse poi la Via levata, di cui fa cenno il Fiamma, lo ad
dita il Giulini a pag. 623 del Vol. III, in cui ricorda l'esistenza
in quella via di un monistero di religiose che chiamavasi di San
70
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
“
Domenico de Via levata. Questo monistero, egli dice, fu unito
con quello delle monache di Santa Maria in Valle, e se ne ve
dono ancora alcuni notabili avanzi inquella strada che chiamasi
contrada degli Stampi. Ella è adunque cosa sicurissima che la
contrada, la quale dal Fiamma si addomanda Via levata, è quella
che ora chiamasi degli Stampi, perchè ivi ha già da molti secoli
la sua abitazione l'illustre famiglia Stampa. Nella raccolta diplo
matica del signor dottore Sormani,io ho trovato una carta scritta
ai 17 d'ottobre del 1219, che termina colle seguenti parole: Ja
cobus Stampa Filius qd. Ser. Condapili Stampe de Via levada
Notarius, et Imperialis Missus interfuit, et hanc cartam scripsit.
Il nome di Via levata, o elevata, c'insegna subito la ragione per
cui il vicino monistero e chiesa di Santa Maria, che resta più
bassa, si addomandi in Valle. "
La testimonianza del Fiamma è per questo argomento di gran
dissimo valore, e come tale venne debitamente apprezzata dal
Giulini e dal Fumagalli. L'affermazione del Fiamma non po
trebbe dunque essere contradetta se non da altre più attendibili
ed autorevoli argomentazioni, o da indiscutibili prove materiali.
Giova intanto notare che lo sbocco della via degli Stampi nel
Carrobio corrisponde precisamente a quello della opposta via dei
Medici. Da questa via sino all'incontro del basamento della torre
diroccata, di cui è questione, la distanza è di 18 metri, spazio
più che sufficiente per contenervi la larghezza complessiva delle
mura, delle torri sporgenti e della fossa. Puossi perciò relegare
senza difficoltà la mentovata torre all'esterno della città in vici
nanza alla porta, e ritenere che essa altro non fosse che la Tur
ricella Malsanorum, ossia la Torraccia,della quale non è peranco
in quel quartiere spenta del tutto la memoria.
Ora facciamoci a considerare attentamente la diruta torre per
giudicare dalla sua struttura e dagli altri suoi caratteri, se essa
possa considerarsi come costruzione dei tempi di Massimiano, e
come un avanzo delle opere fortilizie della città.
Già si è notato, sulle traccie evidenti che offre il resto di quel
l'edificio, che esso si ergeva in forma poligonale a dodici lati. E
qui si affaccia tosto l'opportunità di indagare quale fosse la forma
delle torri, di cui erano munite le mura e le porte della città.
Scarsissime però sono le nozioni intorno ad esse, siaper il silenzio
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
71
o l'incertezza degli scrittori che si occuparono di questo argo
mento, sia per la mancanzadi prove materiali. Tuttavia una sco
perta di pochi anni fa porgerebbe qualche indizio per ritenere
che le torri delle mura fossero costrutte in forma quadrata. Al
lorquando nel principio del 1869 si procedeva nella via del Monte
di Pietà agli scavi per le fondazioni del palazzo della Cassa di
Risparmio, si rintracciò una porzione del muro di Massimiano
per un tratto di 30 metri, la quale presentava una sporgenza ad
angolo retto verso l'interno, che formava un quadrato di m. 3,30
per 5,50 solidamente collegato al muro stesso. Veggasi intorno a
questa interessante scoperta la Notizia sulle antiche mura di
Massimiano, pubblicata nel 1869 dal chiarissimo dottore dell'Am
brosiana, sac. Antonio Ceruti, il quale crede a giusta ragione che
in quel quadrato debbansi ravvisare le fondamenta di una delle
molte torri, che intersecavano ad intervalli le mura. Il muro ivi
rinvenuto era al livello dell'attigua via. La torre, della quale
apparve la traccia, è presumibilmente quella che ha servito di
campanile alla chiesa del monastero di S. Barbara, detto già di
Aurona, che alzavasi sull'area ora occupata dal mentovato pa
lazzo della Cassa di Risparmio. Il Besta, che viveva ai tempi
di S. Carlo Borromeo, ricorda che quel campanile fu demolito
nel 1583.
Una seconda traccia di torre di difesa delle mura si è scoperta
nel 1870 presso lo sbocco della via dei Rastrelli nella via Larga,
poco lungi dal corso del canale Seveso, nell'occasione in cui si
costrusse un nuovo canale di fognatura, il quale dalla suddetta
via va a immettersi nel Seveso. Di quella torre, la quale è di
forma circolare, e constadi solo laterizio, non si potè mettere allo
scoperto se non un quarto circa del suo perimetro, perchè la re
stante parte si protende sotto le fondamenta del vicino Palazzo
Reale. Dalla curva descritta da quel segmento si potè calcolare
il diametro della esterna circonferenza, il quale è di metri 14.60.
Codesta scoperta è ricordata nella diligente Memoria che l'egregio
cav. Emilio Bignami,ingegnere di Riparto presso l'Ufficio Tecnico
municipale, comunicò al Collegio degli Ingegneri ed Architetti, e
pubblicò nello stesso anno col titolo: Ruine dell'antica Milano,
corredandola di un esatto tipo. La forma circolare di questa torre
e l'assenza nel suo muro di ogni materiale in pietra, richiamano
72
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
quella di somigliante struttura eretta da Ansperto nel IX secolo
presso il Monastero Maggiore, sicchè anch'essa può ragionevol
mente attribuirsi a quell'arcivescovo, il quale, come è noto, prov
vide a ristaurare le fortificazioni della città, e come lo attesta
la di lui iscrizione sepolcrale che si conserva nella Biblioteca Am
brosiana:
MOENIA SOLLICITUS COMMISSAE REDDIDIT URBI
DIRUTA;
alludendosi ai guastiarrecativi dai Goti, quando condotti daUraja
devastarono la città, e che non vennero se non inparte riparati
da Narsete.
La struttura delle porte ci è indicata nei bassorilievidell'al
tare della basilica di S. Ambrogio operati da Volvinio sul princi
pio del IX secolo per ordinazione dell'arcivescovo Angilberto II.
Nella parte posteriore dell'altare, nella quale sono raffigurati va
rii fatti della vita di S. Ambrogio, trovansi due riparti, in uno dei
quali si vede il Santo che montato su un destriero abbandona la
città per recarsi nell'Emilia e nella Liguria (ubi Ambrosius Emi
liam petit, ac Liguriam, come esprime la leggenda), nell'altro è
rappresentato nel momento in cui per divina ispirazione vi fari
torno (ubi fugiens Spiritu Sancto flante revertitur). In uno di quei
riparti vedonsi le mura di Milano colle torri a forma quadrata;
nell'altro è figurata una porta con due torri pure quadrate a
fianco. Ora non è a presumere che l'artefice volesse di suo capric
cio foggiare le torri quadrate, se esse avessero avuto una diversa
forma. Ma v'è di più. Contro la porta figurata da Volvinio tro
vasi all'esterno una speciale costruzione, la quale serve a carat
terizzare viemmeglio leporte della nostra città; è questa una torre
posta dirimpetto all'ingresso che chiamavasi antiporta, della quale
gli antichi cronisti e gli storici milanesi concordemente asseriscono
che fossero per maggior difesa provvedute le porte.
Aproposito dei citati bassorilievi, il dott. Giulio Ferrari, l' eru
dito autore della Illustrazione dei monumenti sacri e profani della
Basilica di S. Ambrogio in Milano, così si esprime: " In questa
parte posteriore dell'altare meritano d'essere osservati gli anti
chi abiti degli ecclesiastici, non meno che dei secolari, la struttura
delle mura antiche di Milano, e le torri quadrangolari poste di
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
"
73
rimpetto alle porte della città. Il Giulini, citando questa speciale
torre che il Volvinio ebbe cura di rappresentare avanti alla porta,
nota, a pag. 225 del vol. II, che essa è più bassa delle due di
fianco, e che è triangolare,conformemente al ricordo che ne fanno
i detti cronisti.
Vitruvio nel suo trattato dell'architettura, ragionando della
forma più conveniente per le torri di difesa delle mura e delle
porte delle città, dà la preferenza a quelle di figura rotonda
sulle torri quadrangolari; ma nonostante il suo avviso e le ra
gioni che ne adduce, sta il fatto, che la massima parte delle torri
di fortificazione de' tempi romani che tuttora si conservano, sono
quadrangolari, poche le rotonde. Niun cenno è fatto nellibro del
ricordato architetto di torri a poligono; tuttavia ne esistono alcune
a forma ottagonale. Ma per trovare esempi di torri poligonali a
maggior numero di lati, bisogna scendere a tempi più bassi. Tali
sono per citarne un caso, quelle a sedici lati che fiancheggiano
la porta Palatina di Torino, la quale non è anteriore all'ottavo
secolo. Lasciando pure insoluta la questione se le torri di Mas
simiano fossero rotonde o quadrate, sembra, da quanto si è detto,
potersi escludere che esse venissero costrutte con una forma di
versa dalle indicate.
Ma è tempo oramai di considerare con attento e particolareg
glato esame la parte superstite della torre al Carrobio, per giu
dicare se a quell'edificio si possa attribuire l'importanza e il ca
rattere di un'opera fortilizia dei tempi romani.
L'impressione prodotta dal meschino suo aspetto, fatta astra
zione del suo stato di degradazione, è ben dissimile da quella di
cui è penetrata la mente, leggendo i cenni che intorno alle for
tificazioni di Milano di quei tempi ci hanno lasciato tantiscrittori
concordi nell'attestarne la struttura robustissima e splendida.
L'anonimo autore del ritmo in lode di Milano, il quale, se
condo il giudizio del Fumagalli, del Giulini e d'altri eruditi au
tori, visse nel secolo VIII, così le descrive :
Celsas habet opertasque turres in circuitu,
Duodecim enim latitudo moenium est pedibus,
Immensumque deorsum est quadrata rupibus,
Perfectaque eriguntur sursum et fictilibus ;
Erga murum pretiosas novem habet januas, etc.
74
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
In tale stato doveano trovarsi quelle fortificazioni anche nel
XII secolo, quando vennero guaste dal Barbarossa. Il Morena, che
scrisse poco dopo la distruzionedella città, ordinata da quell' Im
peratore, nota che malgrado la lunga, accanita e laboriosa opera
di demolizione, " remansit tamen fere totus murus civitatem cir
cumdans, qui adeo bonus et de tam magnis lapidibus confectus
fuerat, et quasi centum turribus decoratus, quod, ut extimo, num
quam tam bonus fuit vigens in Italia praeter forte romanum, ne
que deinceps videbitur. „ (Rerum Ital. Script , tom. VI, col. 1105).
Tristano Calco fa egualmente fede della solidità e floridezza
delle muradi Milano, laddove dice: ex moenibus autem turribu
sque centum ob materiae duritiem et caementi soliditatem non mul
tum disiici potuisse et Morena affirmat et reliquiae diu declara
runt. (Histor Patr., liber X, pag. 212).
E il Guntero (Ligurin, lib. VII)porge pure testimonianza che:
Extructus quadris vallabat moenia saxis
Murus;
Anche il Fiamma, descrivendo la rovina della nostra città, at
testa che il muro non si potè allora per la sua forte soliditàat
terrare : Murus tamen Civitatis infra erat grossus ; plusquam cen
tum Turribus redimitus ; quo in Italia nullus quasi pulchrior visus
fuit ; ex quo tunc destrui non potuit (Manipul. Flor. Cap. 195).
Le affermazioni dei citati scrittori ebbero una conferma nella
porzione delle mura di Massimiano che, come giàsi disse, venne
allo scoperto quando si praticarono gli scavi per le fondamenta
del palazzo della Cassa di Risparmio nella via del Monte diPietà.
Quel muro componevasi,come accenna nella sua Notizia sulle an
tiche mura milanesi di Massimiano il già ricordato dottore An
tonio Ceruti, e come possono attestare quanti lo videro, " digrosse
pietre quadrate e di durissimi mattoni legati da fortissima calce,
sì che la sua compagine avrebbe sfidato altri secoli senza punto
risentirne danno, e l'azione dissolvente del tempo non potè im
primervi l'inevitabile suo marchio che debolmente. „ La sua di
struzione ha richiesto un lavoro lungo, assiduo, e l'ajuto delle
mine, tanto ne era tenace e compatta la struttura. I poderosi
massi che lo rivestivano erano accuratamente squadrati e bene
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
75
spianati nella superficie esterna, disposti e accostati con regolaris
simo ordine. Ebbesi pure allora a constatare che il suo fondo
posava su due strati di ciottolini e di puddinga.
Di tal modo di costruire, robusto insieme e di decoroso aspetto,
invano si cercherebbe il riscontro nella torre al Carrobio. Questo
edificio presenta nel complesso delle sue parti gli indizi di una
costruzione affrettata e quasi informe. Il basamento in pietra, a
diversi corsi di ineguale altezza, consta di massi rozzamente ta
gliati, con protuberanze nella superficie esterna, e grossolana
mente assestati nel loro incontro agli spigoli determinati dalla
sua forma poligonale. I lati della parte inferiore dello stesso ba
samento non sono in corrispendenza con quelli dellasua parte su
periore, e la soprastante costruzione in laterizio è formata da un
accozzamento di mattoni di diverse qualità, di disuguale altezza e
larghezza, collocati con disordinata disposizione, e per conseguenza
a corsi tutt'altro che regolari. Il cemento da cui sono allacciati
non ha la forza, nè il carattere di quello di cui porgono esempio
le murature dell'età romana; il riempimento manca di salda te
nacità. La prova ne è evidente, considerando la facilità con cui
fu tagliata e sfondata per lungo tratto la superficie del superstite
avanzo di quella torre,onde praticarvi una canna da camino in
servigio della casa che tutto lo racchiudeva fra i suoi piani. Non
mancano di certo in quel rudero embricidi buonissima qualità,
forse anche romani, ma la loro mescolanza conaltri diben diversa
qualità, fa a ragione supporre ch'essi siano mattoni di spoglio. Nè
potrebbesi credere che la mancanza di omogeneità nel materiale
di quella costruzione debba attribuirsi a parziali riparazioni ope
rativi, perchè il disordine notato vi è generale.
Dagli scandagli fatti nelle fondazioni e dalle indagini attivate
nella casa che posteriormente si addossa a quel rudero, si è po
tuto constatare che il diametro esterno della torre non oltre
passa, come si è detto, sei metri. Se veramente quell' edificio
fosse stato un'opera di difesa, non si saprebbe conciliare la ri
strettezza del suo spazio interno, facilmente calcolabile, collo
scopo per cui sarebbe stato eretto. Quale differenza fra il dia
metro esteriore di questa torre e quello della torre rotonda di
Ansperto, tuttora esistente al Monastero Maggiore, che giunge
a 11 metri, con 2 metri di spessore nel muro! E la differenza
76
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
è maggiore ancora in confronto dell'altra torre, del cui muro
di perimetro si rinvenne una notevole porzione nella via deiRa
strelli presso il teatro della Canobbiana, da cui si potè dedurre
il diametro esterno della torre medesima, che misurava metri
14. 60, come rilevasi dalla Memoria sulle Ruine dell'antica Mi
lano del già ricordato ingegnere cav. Emilio Bignami.
Ora devesi eziandio notare che le torri poligonali, che sorgono
afianco delle porte delle città romane, sono ottagone e di un
diametro assai più largo di quello della torre presso il Carro
bio, e sporgono costantemente per metà solo della circonferenza
dal muro, al quale sono collegate con solido concatenamento. Si
mile sporgenza hanno pur quelle della porta Palatina di Torino,
eretta nell'ottavo secolo, col sistema delle fabbriche fortilizie ro
mane, il quale si mantenne anche più tardi. Nella descrizione
che ne dà il cav. Cordero di S. Quintino nel surriferito suo scritto,
egli osserva che " nel periodo longobardo la sola maniera domi
"
nante era la romana, non solamente nelle edificazioni sacre, ma
nelle profane, e soggiunge che " se egli è verissimo che in que'
giorni di ignoranza la teorica dell'arte fu trasandata e corrotta
non poco, la praticaperò ed il magistero del costruire imuri con
solidità, di commettere insieme esattamente i diversi materiali, e
quello di prepararli, siconservarono tuttavia in tanta eccellenza
che invano forse si tenterebbe di far meglio anche ai di nostri.
7
La torre al Carrobio non offre di certo nella sua struttura un
esempio dell'eccellenza di quella pratica.
Nelle torri delle mura e delle porte di città dell'epoca ro
mana si aprono delle finestre di non grande ampiezza, non però
strette a guisa di feritoje, e sono sempre terminate ad arco
semicircolare ; la qual forma si riscontra anche nelle finestre delle
torri della mentovata porta di Torino, e in quelle eziandio della
torre del Monastero Maggiore, che fu alzata un secolo dopo della
precedente. Nell'avanzo della torre al Carrobio non havvi traccia
di somiglianti finestre, ma vi si vede solo una angusta apertura
di forma quadrilunga, di non più di 15 centimetri di larghezza
per 80 circa di altezza, senza indizio di simmetrico riscontro con
altre.
Negli scavi fatti per rintracciare il livello delle fondazioni, si
trovò la platea su cui esse sono basate, la quale è formata da
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
77
varii corsi di mattoni in piano, che confinano coll'acquitrinio. Il
modo di costruzione di questa platea non sarebbe conforme a
quello usato nei tempi romani (quale ce lo addita il Vitruvio, e
lo provano tante costruzioni di quella età), e non presenta al
cuna analogia col sistema seguito nelle costruzioni delle mura di
Massimiano, del quale si tenne parola a proposito della distru
zione del tratto di muro scoperto nella via del Monte di Pietà.
Lo stesso dicasi a riguardo delle fondamenta delle colonne presso
S. Lorenzo, avanzi di un edificio della medesima epoca, esplorate
dall'architetto professore Carlo Amati (vedi le Memorie da lui
pubblicate nel 1831 intorno alle suddette colonne). Si sa bensì
che il sistema col quale è costrutta la suindicata platea si comin
ciò ad adottare solo nei tempi medioevali.
Un' ultima considerazione concorre a persuadere che la torre
in discussione non avesse fatto parte delle opere di difesa erette
in Milano dal menzionato Augusto. Gli scavi e le altre indagini
cho si fecero intorno all'avanzo di quella torre hanno condotto
non solo a stabilire il diametro di essa, come si è già avvertito,
ma eziandio ad accertare il fatto che essa sorgeva libera da ogni
concatenamento col muro della città. La porzione del basamento
che ancora rimane, e che è circa la metà della sua circonferenza,
determina il suo giro in guisa da non permettere su ciò alcun
dubbio. Ciò posto, resterebbe pure esclusa la possibilità della sua
connessione colla porta che si apriva in quella località. Ogni in
gegnosa ipotesi per provare il contrario non potrebbe avere al
tro risultamento, che di presentare una disposizione, la quale
non troverebbe esempio nelle porte fortificate tuttora esistenti
di molte città romane.
Occorre qui di dedicare qualche parola ad un antico ponte a
doppio arco che ebbesi a rintracciare apoca distanza dal suac
cennato rudero nel procedere ai lavori di scavo per la sistema
zione del canale Seveso, che scorre sotto uno dei detti archi. Non
è qui il luogo di ricordare quando e per quali ragioni si sia so
stituito il nome di Seveso a quello primitivo di Nirone, col quale
designavasi il canale stesso, entro cuidefluiva un corpo d'acqua
molto maggiore, che rendeva necessarioper il suo passaggio sotto
il ponte l'uso di entrambi gli archi. Questo canale, che correva
4
78
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
all'esterno delle mura e poco lungi da esse, attraversa il corso
di Porta Ticinese; e il ponte lo copre per la lunghezza di circa
e
8metri.
Quando venne messo allo scoperto un lato di quel ponte, e
se ne vide la struttura degli archi, costituiti da grossi cunei in
pietra, sorse tosto in molti il pensiero che quell'opera fosse del
l'epoca romana, senz' altra considerazione fuorchè quella dei ro
busti massi di cui era formata. Quell'attribuzione non potreb
besi però accettare senza qualche rimarco.
Lascio ad altri la cura di discutere se i Milanesi, posti dal
Barbarossa al bando dell'impero, e che, nella previsione di un
prossimo assedio, si erano premuniti alzando al di là della cer
chia della mura un terrapieno o bastione con largo fossato, aves
sero o no pensato a distruggere i ponti che davano immediato
accesso alle porte della città. Limitandomi al solo esame del
ponte cui si accenna, dirò che l'impiego di grossi massi in una
vetusta costruzione non è indizio esclusivo per ritenerla opera
romana; altri elementi devono concorrervi, dei quali non pare
che abbiano tenuto conto quelli che credettero ravvisare nelle
arcate del ponte un lavoro contemporaneo alle mura di Massi
miano. Nelle opere romane la solidità non è mai scompagnata
da una bene ordinata ed esatta costruzione; ed è ciò appunto
che manifestamente manca nella struttura di quel ponte. Impe
rocchè fatta anche astrazione della diversità di altezza e di lar
ghezza che presentano fra loro le due arcate, troppo evidente
vi è la informe esecuzione nella disuguaglianza della misura e
della sporgenza dei cunei posti nelle testate,non meno che nel
l'irregolare svolgimento della curva degli archi, che in uno spe
cialmente è assai sensibile. Si trovò pure il selciato del ponte,
il quale era composto di grossi ciottoloni non ispianati alla su
perficie, e disposti in tutt'altra guisa di quella che usavasi per
le vie romane, e di cui si rinvenne nello scorso anno un esem
pio anche in questa città, nell'occasione degli scavi operati nella
via di S. Maria Fulcorina. Il selciato del ponte al Carrobio era
più basso dell'attuale piano stradale di soli centimetri 70. Il li
vello di quel selciato che s'appoggiava immediatamente sopra
l' estradosso delle volte del ponte, offre argomento di non lieve
considerazione, se lo si raffronta con quello del suolo di Milano
LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO.
79
nei tempi romani, che riscontrossi al disotto dell'attuale metri
2. 50, non solo in varî punti del centro della città, ma anche
presso S. Giorgio in Palazzo, e nelle adjacenze della via degli
Stampi, che distano di pochi passi da quel ponte.
Colle esposte osservazioni si ebbe di mira di presentare sotto
i diversi suoi aspetti una questione, la quale non è priva di in
teresse per la città nostra, e che meritava perciò di essere di
scussa con attento esame e con maturitàdi criterî. E però, men
tre non si ha la pretensione di averla bastantemente svolta per
ritenere raggiunta una decisiva soluzione, si confida che le persone
meglio competenti vogliano concorrere coi loro lumi.e colle loro
indagini a conseguire questo intento. Se poi quanto si disse in
torno agli accennati ruderi, e circa l'importanza storica loro at
tribuita non reggesse alla prova di ulteriori studi o di indubbie
testimonianze di fatto, che confermassero l'origine romana dei
detti avanzi, la Consulta archeologica sarà assai lieta di potere
annoverare due monumenti di più fra i pochi spettanti all'età
di Roma, di cui tuttora rimangono in Milano le vestigia.
ANTONIO CAIMI, Segretario
della Consulta Archeologica.
Bull. Cons. Arch.
An. III.
7
SANTA MARIA DI PIAZZA
A BUSTO ARSIZIO
E IL SUO RECENTE RISTAURO.
La campagna lombarda offre ancora agli studi degli artisti e
degli archeologi una largamesse di fatti circa le vicende della no
stra architettura, nonostante quanto già vi fu raccolto. Noi, che,
in queste pagine, siamo venuti spiccando, qua e là, qualche fiore,
secondo che le circostanze ce lo ponevano alla mano, per effetto
della missione di cui lanostra Consulta è depositaria, noi non vor
remmo oramancarvi, chè unodeipiùsingolari monumenti architet
tonici ci chiama a considerarlo in sè stesso e in relazione al ristauro
di cui fu oggetto; talchè, sebbene abbia gia sollecitato l'attenzione
altrui, non temiamo di tornarci sopra con più accertati documenti
o, almeno, con più ampie e complete osservazioni.
Con quella maggior brevità che queste Memorie permettono,
noi faremo, pertanto, di vederne l'origine e la storia, la strut
tura architettonica e l'ordine decorativo; infine, l'opera del
tempo nostro, con che si ebbe a ricomporne l'antico e intero
aspetto.
Non occorre molta penetrazione per avvedersi di primo tratto,
appena occorra di trovarsi davanti all' edificio, che esso appartiene
a quell'epoca fortunata dell'architettura lombarda, in cui, ritem
prandosi agli insegnamenti classici del rinascimento,venutici ripe
tutamente dalla Toscana, essa vesti, o a meglio dire, trasfigurò la
vetusta serietà de' suoi monumenti religiosi sotto le nuove e gra
ziose forme di un'antichità, la quale aveva preso, piuttosto a mo
SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO, ECC.
81
tivo che a modello, gli avanzi della magnificenza architettonica
di Roma imperiale.
Ma, quando importa farsi addentro nell'ordine dei fatti mate
riali onde queste costruzioni sono sôrte, le difficoltà intervengono
a dismisura. Commettenti e artefici, allora, trattavano le cose al
l'amichevole troppo per cogliervi quelle traccie formali che il ri
gore delle moderne amministrazioni esigono; e quando se ne trova
alcunchè, sono note incomplete, disperse, con troppe lacune per
non aver lasciato agio ai posteri di riempirle spesso dei loro vanilo
qui, o delle loro ipotesi. Per S. Maria di Busto, rispetto ai documenti
diretti, non siamo più fortunati di siffatte condizioni; ci è sopra
vissuto, peraltro, oltre qualche minor documento, il manoscritto
d'un sacerdote bustense, un Pietro Antonio Crespi,¹ scritto poco
meno d'un secolo dopo la erezione del nostro monumento, e di
esso tratta, come di molte altre cose del Borgo, con precisione,
misura e schiettezza atti ad escludere qualunque sospetto di men
dacità e di esagerazione; certo, che se il Crispi non ebbe ad essere
testimonio dei fatti narrati, dovette almeno averne ricevuto il de
posito diretto da chi poteva vantare cotesto privilegio.
Quell'industre borgata, che il nostro popolo ora riconosce sotto
il titolo di Busto grande, e che riguarda centro di un' operosità
nell'arte del cotone dapareggiarele vantate città britanniche, era,
ancora, uno o due secoli dopo la Lega lombarda, un terreno in
colto, abbandonato alla vegetazione boschereccia, ricetto di bande
in armi che vivevano di ladroneggie di ricatti. Era anzi voce che
avevano il loro centro d'azione nel mezzo di coteste foreste, in un
luogo dove sorgevano sette torri. Per isnidarli fu forza ricorrere al
fuoco; e a questo rimedio eroico pare ne sia restato il merito del
l'effetto, se già, verso il mezzo del secolo XIV, un Comune vi si era
costituito, e se, a spese dei comunisti, vi si trovava un oratorio, del
quale resta memoriaper due cappelle fondatevi; l'una, consacrata
1 Petri Antonii Crispi, Sacerd. Bustiensis.
De Oppido Busti Arsitii relationes
ad Aloysium Marlianum Busti Comitem illustriss. MDCXIV.
Di questo manoscritto
noi abbiamo conoscenza, per averle vedute e per cenni altrui, dell'esistenza almeno di
tre copie. Quella che ci soccorre è la posseduta dall' archivio della Parrocchiale, che
crediamo l'originale e l'autentica, e quindi, anche la più sicura e completa. Gli estratti
che verremo citando ci furono gentilmente trascritti a cura di quel M. R. Proposto
P. Giuseppe Tettamanti.
Dalla medesima fonte abbiamo pure qualche altro cenno
tolto da antichi documenti che confermano il manoscritto Crispiano.
82
SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO
il 30 gennaio 1346, con licenza dell'arcivescovo Giovanni Visconti,
da unvescovo Francesco che lo visitava; l'altra, ai 17 gennaio
1358, da un Antonio Crespi.*
È sulle rovine di cotesta chiesuola, che la nuova S. Maria sarebbe
sôrta, mentre ancora le sette torri esistevano, di modo che il San
tuario dapprima da esse prese il nome, mentre lo dava alla pros
sima via, la quale istessa via, poi, dopo il 1524, prese il titolo
di Vico Sano, per essere andata immune dalla terribile peste di
quell'anno, e così, in seguito, l'edificio religioso ebbe quello di
S. Maria di piazza, perchè accanto al foro o piazza grande della
borgata, dove, affluivano le pluviali, e vi avevano formata una ci
sterna o piscina.
In qual modo, e mediante quali forze l'edificio si elevasse, dal
manoscritto è taciuto. Invece, per esso ce ne è rivelato l'anno,
confermato pure da unaltro documento; dal qual secondo, poi, ce
ne è pur detto l'autore. L'uno, l'anno, è il 1517, quello proprio
del suo inizio; l'altro, il nome dell'architetto, un della famiglia
dei Lonati, il quale sarebbesi diligentemente attenuto ad un dise
2Priscis temporibus parvulam fuisse (aedem) et ruinas superfluisse docent scripta
monumenta; et illud in primis scriptum testimonium, quod in haec carmina retulitAl
bertus Bossius, cum de oppihi Bustiensis ruinis ageret:
Extat adhuc turris, sine vertice trunca vetusta
Parvula cui tantum, non eminens adjacet aedes
Aucta Sacrae Matri, validae monumenta ruinae.
Manose, sudd.
•Eam, vero, antiquissimam fuisse, duo praecipue demostrant: nomen a quo Sancta
Maria a septem turribus vocabatur, et via cui nomen dedisse videtur
...
Manosc. sudd.
4Sed vero,anno 1517, Templum illud novum, quemadmodum inscripta monumenta
docent, omni structurae splendore construi coeptum, quod in ipsius oppidi fere medio,
ad majus forum, prope pluvialem piscinam, ubi olim antiquissimum illud sacellum
erat, visitur.
Manosc. sudd.
... Non tamen valuit summa rerum perturbatio Busti Arsitii incolas a solita pie
tate avertere; honorificum siquidem templum Deiparae Virgini dicatum, cujus fonda
menta de anno 1517 jecerant, quinque annorum curricolo duxerant ad perfectionem,
prout incisa monumenta demonstrant.
Altro documento
nell' Archivio parrocchiale.
Queste parole appunto indurrebbero a credere che la spesa dell'erezione non trovasse
ajuto in qualche patrono, come potevano essere i Marliani, Conti di Busto, ma fosse
sostenuta dal Comune concorde, e mediante volontari contributi degli abitanti della
borgata.
E IL SUO RECENTE RISTAURO.
5
83
gno di Bramante. L'opera, poi, sarebbe stata compita nel corso
di cinque anni.
Vedremo in seguito, esaminando la costruzione, fino a qual
punto sipossa accettare questa affermazione; intanto, quanto v'ha
di certo è che essa ci giunse con più d'una modificazione. La cro
naca Crispiana ce ne avvisa. E una prima fu quella della sua co
pertura, che era a semplice tetto inclinato e rettilineo, costituito
da tegole, quale vedesi ancora quello di molte altre chiese ed
edicole bramantesche. La sua alterazione non fu, per altro, deli
berata spontaneamente; l'edificio aveva ricevuto più d'un'offesa
dal fulmine: una prima volta ai 18 di maggio del 1568; poi, una
seconda ai 18 di marzo del 1599; e nell'intervallo, cioè nel 1584,
fu bersagliata da una grandine ripetutasi a cinque riprese e dal
fulmine ancora, che lievemente sfregio il secondo lanternino."
Le opere che necangiarono,sebbene in parte, le forme, succes
sero, come doveva essere, a cosiffatti disastri atmosferici. Quelle
che tengono dietro al primo e all'ultimo caso, sono le più gravi, e
quelle di cui i segni sono più che mai evidenti allo sguardo del
l'artista. Noi dobbiamo designarle.
La prima di queste alterazioni ebbe effetto nell'anno successivo
al caso del 18 maggio 1568. La massa elettrica aveva forato per
ogni dove la vôlta, e con essa guasto quello che il nostro cronista
•Hoc templum, quidam ex Lonatorum familia, diligenti opera extruxisse refertur,
Bramanti secutus exemplar.
Documento sudd.
La famiglia dei Lonati o Lunati non è milanese. Costoro vengono da Pavia. Ora
quando si considera che Bramante vi ebbe dimora, e che, ivi, secondo un suodisegno si
prese a riformare quell'antica chiesa cattedrale, non è a meravigliare che nel Lonati
avesse colà un suo ajuto e scolare, come a Milano stettero nell' eguale quali presso di
lui il Suardi, il Dolcebuono, il de Palazzi, il Battaggi da Lodi, ecc.
6
...
nam anno 1568 a XV cal. Juni, Deo quidem permittente, ad fidemoppidano
rum probandam,sic templumhoc fuit fulminepercussum ut,eo undique terebrato,tholus
perinsignis summo ejus fastigio impositus penitus conciderit: tum, anno 1584, in summa
grandine que quino descensu; ... in summa ecclesiae perturbatione tholus minor ali
quanto seriori fulminis ictu tactus, maximum passus est detrimentum, quem simul cum
tholo majori, aliquot annis ante, oppidani, prout alibi dictum est, summa cum impensa,
festinenter et felicissime refecerant. Postremo,post aliquot annos,anno silicet 1599,XV
cal. aprilis iterum templum hoc fulmine percussum est; nullam tamen ruina facta est,
praeterquam quod sacræ Crucis vexillum tholo impositum, aliquantulum crematum et
nigrifactum est.
Manose, sudd.
84
SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO
chiama summo ejus fastigio ; il quale non dovev'esser altro che il
lanternino, che, come vediamo nelle costruzioni di quel tempo, a
cominciare dalla cappella di S. Pietro Martire presso S. Eustor
gio, fino alla cupola di S. Maria presso S. Celso, faceva l'ufficio di
serraglia ad equilibrare l'anello supremo della volta. Qui, secondo
la nostra cronaca, aveva, ed è ben credibile, una destinazione an
cor più degna, quella di servir di faro ai viandanti, mediante una
lampada accesa nella parte superiore. Comunque sia, non è dif
ficile che il fastigio di S. Maria tenesse alquanto di quello delle
Grazie in Milano, di un tempo medesimo o ben di poco anteriore.
L'organismo di esso doveva esserne assai più semplice: quello di
Milano è un ottagono le cui faccie d'incontro sono a nudo spigolo
verticale, con una finestra rettangolare entro ciascuna faccia, così
al piano inferiore come a quello superiore ma con questa sola av
vertenza, che le finestre di questo non sono circondateda un'incor
niciamento prominente, laddove quelle del piano superiore si mo
strano, invece, bipartite da una colonnetta a foggia di balaustro.
ABusto, come la forma ottagonata, così i due piani sono mante
nuti e tali pur le finestre rettangolari, peraltro senza divisione nel
piano superiore; nell'inferiore, oggi, la compagine è interamente
mutata: le finestre prendono la forma tondeggiante ad arco, e gli
spigoli tengono impostata una colonna tonda, che, insieme, nel lor
giro sostengono una trabeazione completa, che viene risaltando
sulla colonna medesima, come vi risalta la base, giusta l'eguale
concetto. Dippiù, come si vede, il passaggio tra i due piani del
lanternino non è a forma di tetto inclinato, caratteristica delle
costruzioni dell'epoca, ma a quello di cupola emisferica. In una
parola, non occorrono maggiori osservazioni, sebbene altre se ne
potrebbero aggiungere, per riconoscere che il primitivo lanter
nino sta ancora nell'originale sua altezza, ma che ha mutato veste,
avvolto come fu, nella sua parte inferiore, da murature e colon
nine in guisa da prendere l'aspetto d'un tempietto ottagonato,
secondo quello stile già farraginoso del Tibaldi, che cominciava
allora a prevalere, e che segnava il decadere dall'architettura
fiorita del risorgimento lombardo.
Ferunt majores nostros in priore illo tholo immensam lampadam fovisse ut ob
scura nocte viatoribus viam premonstraret ...
Manosc. sudd.
E IL SUO RECENTE RISTAURO.
85
A questa prima alterazione se ne complicò una che doveva
trarne dietro una seconda. Nel 1569,il cupolino della parte infe
riore del lanternino ebbe ad andar rivestito di piombo : lo che
doveva formare un contrasto alquanto risentito col tetto sottopo
sto sulla grande vôlta, coperta di semplici tegole. Aciò fu provve
duto nel 1611. Se non che l'inosservanza delle linee nella prima
di queste riparazioni ebbe il suo riscontro e il suo seguito nella
seconda. La copertura della cupola subi la forma ondulata d'un
ombrello chinese, e la conserva ancora in onta alla serietà della
costruzione. Ma noi eravamo allora ad un momento in cui cotesti
scrupoli dovevano parer strani, poichè già pochi anni prima, nel
1605, in occasione d'una visita diocesana, erasi fatto chiudere
una delle due porte,quella verso il lato meridionale, per aprirne
due minori ai lati di quella occidentale, in contraddizione collo
stile quanto al tipo loro,e in onta al concetto e alla maestà della
massa grave e severa dell' edificio.
L'edificio si mostra invero semplice e poderoso nella sua elegan
za. Noi non lo crediamo una creazione direttamente proveniente
da Bramante, come vuole il documento citato; egli era già morto ;
e poi, da diciott'anni aveva lasciato la Lombardia non era ritor
nato più. Non contrasteremmo, però, circa l'attribuirlo a qualche
suo scolaro, ad un Lonato, come si è detto, il quale potrà essersi
ispirato anche a qualche schizzo di lui, sebbene, per altro verso,
fosse questo lo schema dei santuarii del tempo per gli architetti
della Lombardia, qual era una base icnografica quadrata che si
eleva quasi d'altrettanto, in guisa da offrire un vaso cubiforme,
che si tramuta poi in ottagono, per terminare all' apice in un
tronco di fusto di simile sezione poligonale, sebbene, talvolta, an
che circolare. Quivi, è appunto il primo di questi casi.
Il lato esterno del quadrato icnograficodi S. Maria misura,dai
punti estremi del sodo della precinzione, metri 16,80: esso si
8Plumbo quoque major illa rotunda templi testudo, anno salutis 1611, tecta fuit,
cum antea testaceo tecto tegeretur pluraque ornamenta adjuncta ...
Manosc. sudd.
•Sedjam, pro majori populi commodoetecclesiae decentia,Alexander Mazenta Me
tropolitani templi Mediolanensis archidiaconus et Federici Borromei Archiepiscopi visi
tator, meridionalem (portam) obstrui et in occiduo latereduas alias, paullo angustiores
et aliquanto humiliori forma ac structura, jussit aperiri, anno salutis 1605.
Manosc. sudd.
86
SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO
eleva, dal piano del suolo al labbro del tetto, metri 12,80. Due
lati soltanto dell'edificio sono manifesti e sgombri, quello di sud
verso la piazza, di ovest verso la vicina via. Gli altri, in parte,
se non interamente, appoggiansi alle vicine case. Le due fronti
libere sono in tutto eguali e costituite di un solo ordine; due ro
busti contrafforti angolari a modo di pilastri o parastate ne ten
gono gli angoli, e si elevano fino al tetto: lo spazio intermedio
è tripartito da due altre parastate eguali in altezza alle angolari,
minori alquanto dilarghezza: il profilo della testadei pilastri, fog
giato a capitello, rigira sul sodo della costruzione, al modo che
la base dei pilastri ricorre a zoccolo alla linea terrena. Coteste
due faccie piane, così tripartite, non sono interrotte che dalle
due porte nel centro dei pilastri intermedi e da tre finestre cir
colari, di cui una maggiore sulla porta, e due minori, ad un li
vello alquanto inferiore, negl'intervalli laterali. Dopo quello che
dicemmo delle alterazioni sofferte, non teniamo conto delle mi
nori porte del 1605, sul fianco occidentale.
Queste finestre circolari non possono vantare un ricco incorni
ciamento; quella centrale, però, va ricca d'una doppia fascia, di
cui una fortemente contornata da una dentellatura. La ricchezza,
una ricchezza che tocca quasi all'esuberanza, e che è un altro in
dizio dell'assenza del Bramante nei particolari di questa costru
zione, è riservata tutta al dintorno alle porte. Queste sono in tutto
eguali. L'apertura ne è rettangolare (metri 3 per 1,90); l'aspetto,
però è quello d'una porta ad arco, attraversata dalla trabeazione,
avente due pilastri per lato, cui corrisponde, superiormente alla
trabeazione, un doppio archivolto a fasci e listelli concentrici. Lo
spazio intermedio tra i due archivolti si compone dipaterine e di
sfondati alterni, che hanno il loro riscontro nel pieritto, e legano
così in un tutto organico ipilastrelli e gli archivolti. Le porte non
finiscono coll'archivolto maggiore : terminano, invece, a linea oriz
zontale, giusta uno dei caratteri proprii di esse nel periodo bra
mantesco, coll'elevarsi verticale dei lati esterni della compagine,
e col chiudersi in alto mercè una seconda trabeazione, lasciando
cosi luogo, sul dorso dell'arcatura maggiore, a due triangoli mi
stilinei ornati di paterine e di specchietti. I timpani semicircolari
di entrambe le porte sono pieni; quello della porticina meridio
nale reca un dipinto del tempo ma di basso autore; quello del
E IL SUO RECENTE RISTAURO.
87
l'occidentale è invece dipinto di mano d'un allievo de' Procaccini,
e dippiù, questa medesima porta regge, in piedi sulla linea del
maggior architrave, due statue: un Gabriele annunciatore ed una
Vergine annunciata, aggiunte sopravvenute in contraddizione col
concetto architettonico.
Dalla struttura fondamentale, la costruzione, elevandosi, sem
brachemuti carattere: la constante forma quadrata cede il luogo
ad una ottagonale; così, ad una semplicità e a un rigore di linee
che possono fin accusarsi di grettezza, susseguono il movimento e
una ardita complicazione di forme. Nessun corpo che interceda
sugli angoli a transizione tra il quadrato e l'ottagono; quanto
ai lati suoi ortogonali, nascono su quelli del quadrato istesso.
Questo all'esterno, riserbandoci di vedere come cotesto trapasso
accada all'interno. Neppure la cupola ci appare, di fuori, nella
sua propria struttura; essa è ravvolta da un tamburro foggiato a
loggia, onde ci viene l'aspetto di un ottagono avente quattro ar
chetti tondi per faccia, rinserrati in mezzo di robusti pilastri sulle
angolature dell'ottagono, che si elevano e risaltano fino alla cor
nice del tetto, dove si conterminano in capricciosi acroteri a modo
di guglia. Gli archetti della loggia sono sorretti da esili colon
nine, che posano sopra un parapetto a balaustri, che la difende
tutt'all'ingiro, interponendosi tra i pilastri angolari. Una leggera
ornamentazione geometrica riveste i fianchi dei pilastri d'angolo,
gli archivolti e i pennacchiettidellaloggia; la quale, per essere pra
ticabile, ben si comprende come la sua corona a vôlticelle ton
deggianti s'impianti nell'estradosso della cupola,e intorno intorno
la contrafforzi, equilibrandola.
Collo sguardo non ascenderemo piùin su; poichè la linea gene
rale dell'edificio ci è conservata, e abbiamo riconosciuto già quali
modificazioni siano toccate alle parti che la compongono , non
occorre di dovercene occupare più che tanto. Piuttosto vuol essere
ammirata l'eleganza viva e sorridente che tuttavia l'edificio con
serva. Abbiamo nominata la S. Maria delle Grazie a proposito del
lanternino; questa loggia all'ingiro ci richiama ancora a quella,
qui diversamente foggiatama purdettata da un istesso concetto, e
per dir tutto e più propriamente, ultima reminiscenza delle cu
pole lombarde, quali si veggono a partire dall'ottavo secolo, e più
manifestamente dopo il mille, ed ora, all'età in cui ci troviamo,
88
SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO
travestite dalle fioriture classiche del risorgimento, nobile meta
morfosi che doveva ben presto cedere il campo agli enormi e
goffi cocuzzoli delle cupole michelangiolesche.
Togliendoci ora dall'aspetto esterno, per metterci dentro del
l'edificio, due cose colpiscono di primo tratto: la forma ottagona
pronunciatissima nella parte inferiore, dove esternamente appare
la massa cubiforme, e lo sviluppo d'una vasta cupola,al di fuori
quasi innavvertita. Il tramutamento del quadrato nell'ottagono è,
quì, il risultamento d'un artificio ingegnosissimo. L'ottagono è deter
minato da otto pilastri ripiegati ad angolo rientrante, iquali rin
serrano altrettanti archi quant'è la loro altezza. Gli sfondi delle
quattro arcature ortogonali al quadrato, fatta eccezione di quello
che s'apre intero, e dà luogo alla cappella quadrilatera, sono
chiusi, o solo attraversati dalle porte; gli altri quattro sfondi, sulle
diagonali del quadrato, s'insenano a modo di nicchia angolare,
chiuse ai fianchi da due arcature minori, non che nello stile, so
miglianti in tutto a quelle dell'ottagono centrale.
La cupola a volta è scompartita in otto spicchi, onde si eleva
naturalmente dall'ottagono, immediatamente sulla cornice archi
travata che riposa sui pilastri ad angolo. Essa è preceduta da un
tamburro verticale accomodato a nicchie: ve ne hanno quattro
per faccia, intramezzate dalla continuazione dei pilastri, i quali
proseguono in alto e si continuano coi costoloni della cupola. In
questo tamburro, così foggiato, si sarebbe disposti a ravvisare la
contropagina della loggietta esterna intorno alla cupola, se non
che il piano di questa si trova ad un livello assai più alto (me
tri 3,50) di quello della corona interna delle nicchie. La cupola,
poi, si spicca dalla cornice del detto tamburro, e prende slancio
acutangolo, pari a quello della nominata chiesa delle Grazie. Egli
èda questo erto ripiegarsi che trae ragione la statica del ristretto
e robusto lanternino.
In questa costruzione c'è di ben singolare il passaggio dall'e
sterno all'interno. Qui, l'ambito capace appare molto più agile ed
eretto di quanto promettono le linee esteriori,mentre pur ne sono
minori le misure; le quali, infatti, dal pianodel suolo viabile alla
sommità del fastigio solido, ascendono a metri 30, laddove, dal
piano interno della chiesa alla bocca del lanternino, si hanno me
tri 21. Tutto si spiega da sè ben agevolmente,quando si consi
E IL SUO RECENTE RISTAURO.
89
deri che l'ottagono, costituente il primo ordine dell'edicola, ben
chè tenga undiametro (metri 14,20) di poco minore del lato del
quadrato icnografico, si trova mozzo degli angoli di questo, nel
l'ingegnoso modo che vedemmo. Oltre di che, la cupola che, al
l'esterno, si allarga,fasciata dalla loggia, e non par sorgere che
dal tetto del tamburro esteriore, all'interno si muove e s'involta
da unpiano più basso,e corrispondente all'altezza della cornice
della fronte (metri 10),con che, anche, si trae dietro, come parte
propria, l'altezza della corona o tamburro interno (metri 2,90),
che le fa, quasi, sgabello. In prova di ciò valga l'avvertire che
i fori circolari della cupola, i quali si aprono nel centro dei suoi
spicchi, a metri 1,20 dalla cornice d'appoggio, all'inverso, l'estra
dosso di essa, non trovano la loro corrispondenza che presso il
piede della loggia.
Nell'esame che, fin qui, siamo venuti esercitando intorno all'e
dificio di S. Maria, non ne abbiamo ricercato che l'organismo e
le appendici in cui si dismembra. Il tempo cui si riferisce non
era così arrogante, come lo cominciò ad essere mezzo secolo dopo,
daconfidare le sue attrattive solo al prestigio delle forme e dei
rilievi ornamentali; la pittura veniva ancora indispensabilmente
legata coll'architettura. Quivi, all'esterno, non pare aver tentato
alcuno di quei suoi modi così comuni nei secoli XIII e XIV, e che
si spegnono quasi del tutto al cadere del XV. Invece, la pittura,
e specialmente la pittura ornamentale domina ancor regina nel
l'interno delle chiese e degli edifici ecclesiastici e monastici della
prima metà del secolo XVI. E, quivi, infatti, riversò i tesori della
sua fantasia. Dalla bocca dellanternino, anzi, dallavôlticella di esso
fino al pavimento,non havvi angolo che il pennellonon abbia ri
cercato per farlo segno delle sue carezze. L'ornamentazione si è
accampata specialmente nell'ordine inferiore nei pilastri ripiegati
in angolo; in quelli di rifianco agli archi e ancora in quelli mi
nori a sostegno degli archi gemelli degl'insenamenti angolari; do
ve, poi, l'ampiezza della parete, com'era appunto in cotesti inse
namenti, non prestava modo a quelle grottesche arrampicanti che
erano una delle prelibate fantasie artistiche dell'epoca e prende
vano nome dallo stesso Raffaello, e cui ipilastri, e, in generale, i
sostegni verticali erano quasi un invito, si tenne contentadiriqua
drature simulanti marmi diversi. Nè, quivi, il pennello si arresto.
90
SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO
Esso ascese alla corona delle nicchie e agli spicchi della võlta.
Nella corona, dove i trentadue semicicli sono occupati da altret
tanto numero di statue, di cui parleremo in seguito,non si permise
quella ricchezza d'ornamentazione che vedemmo nel primo ordine
della cella, ma ha rabescato gli sfondi delle nicchie,ne ha distinti
i piani e gli archivolti, ne ha macchiati di marmi gl'interstizi
e gettato qualche lieve ornamento ne' pennacchi.
Il pennello del quadratore si è dato, invece, piena festa nella
vôlta; nessuna combinazione più bizzarra di quella che vi ha
creata. L'artista ha immaginato una volta a lacunari, ma non è
l'ordinario e stereotipo lacunare romano, compito dal solito ro
sone, ma è un intreccio statico di pietre sagomate e dorate, che,
quasi larghe maglie di una rete, simuli dei veri lacunari, aperti
a cielo, che volle poi di color cupo, quasi notturno, onde aver ra
gione, nel centro di questi occhi di cielo,di trovar posto a un'am
pia stella dorata di rilievo. Ciò malgrado, la tema di certa qual
monotonia ha preoccupato l'artista; sicchè, fermo nel concetto,
ideò una doppia e diversa combinazione, e la alternò per ciascuno
spicchio, laonde, qui, l'intreccio si eleva, lentamente stringendosi,
a modo di riquadri, nel cui seno l'aperto lacunare prende forma
di ottagono; mentre a lui d'accanto l'intreccio, avendo pur per
base il quadrato, lascia, al modo istesso, nel degradante e vicen
devole suo contessersi, il lacunare prendere la forma di croce
greca, adorna, del resto, come quella dell'ottagono di una bril
lante stella dorata.
L'inventore di cotesto ardito telajo non stimò ancora di aver
fatto tutto per la ricchezza e nobiltà del luogo. Egli vi ha fatto
intervenire la rappresentazione della figura umana. Già il pen
nello del figurista, sebbene tenuto da più e diverse mani, si sarebbe
potuto scorgere in mezzo agli ornamenti dell'ordine inferiore della
cella. I quarti di volta degl'insenamenti angolari, lasciano vedere
degli angeli musicanti: altri angeli tengono in mezzo le finestre
circolari entro i timpani degli archi principali: infine, teste di
apostoli e di santi riempiono le piccole patere innestate nei pen
nacchi degli archi medesimi. Doveva però esserne riservato alla
cupola l'onore principale.
Quivi, si schierano sedici grandi figure, maggiori alquanto, per
dimensioni, del naturale (metri 2,40 circa): esse sono tutte ritte e
E IL SUO RECENTE RISTAURO.
91
si tengono presso agli occhi tondi, che stanno ad un terzo circa del
l'altezza di ciascuno spicchiodal piano della cornice,da cui le fi
gure mostrano di sorgere. La venuta del Salvatore vaticinata nei
fasti della Vergine, uscente dalla radice di Jesse, cui era riservata
la sorte di recarlo in seno, ispirò la fantasia dell'artista, che volle
adombrarla in quella corona di profeti e sibille, che, geminati, si
alternano per ciascuno spicchio; di guisa che, partendo da quello
di essi, che pende sull'insenamento dell'altare, veggonsi succe
dere Davide e Mosè;- la Sabea e l'Eritrea;- Giona ed Isaia;
la Persica e la Delfica;
Aronne eMalachia;- la Chimia,
o Cumia, e la Samia;
Salomone e Daniele;-ultimo, l'Erofila
e la Cumana. Non vogliasi credere che questi nomi siano loro im
posti per induzione dei loro caratteri o dei loro attributi. Essi
si leggono sopra tavole, papiri, o filatteri che essi reggono o loro
svolazzano intorno.
Queste grandi figure, ben considerandole, hanno un tipo d'arte
proprio; nè sono l'opera d'artista comune. Vi si ravvisa tosto che
noi abbiamo abbandonato il XV secolo, ma non siamo ancor tanto
innoltrati nel successivo d'averne perduto le buone tradizioni. Le
forme sono ampie, le teste torose e largamente improntate, le
membra finamente delineate; le pieghe ricorrenti intorno alla per
sona, ferme, poche, spiccate; il tipo e gli artifizii degli acconcia
menti nelle vesti sono quelli di fantasia, comuni all'epoca, e tali
nel Luini, come nelGaudenzio Ferrari, anzi, sono uncontempera
mento dei due modi, con una tendenza più pronunciata verso il
primo che il secondo. Di essi si vede qualche cosa dippiù nel co
lorito: sono loro propri quei toni robusti senz'essere fiammeg
gianti, quei colori severi e pieni, così nei panni come nelle carni,
e in cui sono rifiutate quelle sfioriture delicate, quelle minuzie di
tinte cui il tempo s'avviava.
E in tutta questa varietà di forme e di colori, c'è, o almeno
convien oggi dire c'era, l'oro largamente bensì,ma con giusto
equilibrio seminato, come solevano i quattrocentisti. In queste
grandi figure gli scolli delle vesti, i lembi dei manti, e dei berretti
le bende dei capi ne vanno orlati, o ritocchi, o infiorati; e non
ne vanno privi gli oggetti che loro appartengono, o gli strumenti
diversi che si recano fra le mani. È debito il dire che cotesto
lusso di dorature non è un'applicazione unica e isolata. L'intera
92
SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO
cupola ne è smagliante; le modanature e le cornici dei lacunari
ne sono tutt' un' armonia colle stelle che scintillano nei loro va
ni; e come nella cupola, l'oro è siffattamente una parte inte
grante della decorazione, l'accento della sua intonazione e della
sua vitalità, così lo vediamo profuso a sprazzi, a goccie, a guizzi,
nonmeno nelle figure inferiori dell'edicola, che in tutta l'archi
tettura; esso corre, si arresta dove v'ha un punto saliente, o un
angolo muto e monotono, nei capitelli, nelle serraglie, negli ar
chivolti, nelle cuspidi dei pennacchi della corona; infine, nelle
modanature e nei listelli che s'incontrano e s'intrecciano innume
revoli nel telajo architettonico, e scintilla quasi l'ambiente fosse
invaso da un nembo di faville.
Ora, ritornando alle figure della cupola,se,davanti alle pitture
inferiori della cella di varie mani, si potrebbe anche trapassare
senza curiosità, non è così di quelle. Anzitutto, vi leggiamo la
data, 1531, e questa accompagnata dalle sigle 10.FA, o altrove,
IO.PI.
Chi è cotesto Giovanni che faceva o pingeva questa cupola?
Rivolgiamoci al nostro manoscritto Crispiano, e ne avremo tosto
la risposta in termini non equivoci.¹º Egli è un Giovanni Pietro
Crespi, dei Castoldi, avo di quell'altro più celebre pittore che fu
il Giovanni Battista Crespi, detto il Cerano. Ecco un nuovo arti
sta, e un artista egregio che si svela nella corona dei pittori
lombardi, che ha modi e impronte propri tanto, che, ben affer
rati, non è più possibile obbliare, e siffattida poterlo ravvisare in
mezzo alla coorte dei luineschi; anzi, crediamo che cotesta nuova
conoscenza ci permetta fin d'ora di meglio definire l'autore di
più d'un dipinto, finora attribuito, non senza qualche esitanza,
al maestro, e che, invece, s'accorda perfettamente coi caratteri
del suo aiuto, od imitatore.
Ma dal medesimo manoscritto apprendiamo pur anche i nomi
dei pittori che operarono intorno alle pareti della cella, e non ne
defrauderemo il lettore. Essi furono Benedetto Tatti di Varese,
10 Jucundissima est testudinis fornicisque pictura quae Joannes Petrus Crispus de Ca
stoldis, alterius Joannis Baptistae Crispi avus, qui, nostra tempestate, cognominatur
Ceranus, et pingendi arte eximius, primum interpictores locum facile obtinet,anno 1531,
eam elegantissime distinxit ...
Manosc. sudd.
E IL SUO RECENTE RISTAURO.
93
Raffaele Crespi di Ceredano (Cerano), e Giovanni Battista Cerva,
o della Cerva, di Milano, scolaro di Gaudenzio." Anche qui, due
nuovi nomi di pittori lombardi, questo Tatti di Varese¹ª ed un
Crespi che, se fosseda Cerano, lo si potrebbe credereun congiunto
del Giovan Pietro, onde prese nome il celebre Giovanni Battista.
Ad ogni modo noi crediamo gli ultimi due essere gli autori della
parte ornamentale, la quale vedesi segnata in uno dei grandi pi
lastri coll'anno 1525, e questo perchè, se non tutti gli avanzi
delle pitture figurate nei quarti di volta delle nicchie angolari, al
meno quelli nei tondi dei pennacchi, hanno il carattere del terzo,
il Della Cerva, che noi ben conosciamo pel ricordo del Lomazzo¹¹
eper qualche opera indicata, qua e là, nelle nostre chiese sotto
il suo appellativo, ma sopratutto per quelle lasciate da lui in
cotesto santuario, come se ne ha fama, anche indipendentemente
di quanto assevera il nostro cronista,15 e dimostrano i fatti.
Prima di consacrare una parola a questi lavori del Della Cer
va, non vogliamo lasciar il lettore davanti ad altre opere quali
11
nec injucundus est inferioris ordinis ornatus, et a peritissimis pictoribus effi
giatae immagines, et in primis a Benedicto Tatti Varisiensi, Raphaele Crispo Cereda
nensi, Joanne Baptistae Cerva ...
Manose. sudd.
12 Una famiglia artistica dei Tatti, da Varese, è sufficientemente nota agli studiosi
delle nostre cose d'arte. Quello che qui troviamo ricordato, e che crediamo l'autore
della parte figurativa degli ornati, come sono i putti che si intrecciano nelle grotte
sche dei pilastri, è probabilmente figlio di quel Francesco che segnava una tavola, da
noi veduta, un quindici o sedici anni sono, presso Varese, e che era prima in S. Mi
chele di Bosto, castellanza di Varese, così:
1517
Franciscus Pictor Tattor. e semine natus
Depixit cz suo hoc opus ingenio.
Latavola è divisa insei scompartimenti con una predella, contenente tre storie e quat
tro figurine di santi staccate. Nell'intonazione teneva delBorgognone,ed in alcune teste
del Marco d'Oggionno. Tutto considerato, si riconosceva un artista che viveva fuori del
centro del moto delle idee.- Di questo Tatti, come del Raffaele Crespi havvi ricordo
nell'archivio Melzi, con riferimento alla cronaca indiscorso.
13 I biografi d'arte tacciono dell'età e del luogo di nascita del Della Cerva : pare
natonel secondo decennio del secolo, e che, scolaro del Ferrari, aBusto dipingesse una
delle prime sue opere a fresco, com'era nel 1542. Che poi fosse milanese, od almeno
avesse domicilio in Milano, lo raccogliamo dal fatto che, nel 1567, gli moriva, qui, la
moglie nella sua dimora, sotto la parrocchia di S. Calimero, in Porta Romana.
14 Lomazzo Gio. Paolo. Trattato dell'arte della pittura, scultura ed architettura. Mi
lano. Paolo Gottardo Ponzio. 1585, pag. 372.
45.. qui (JoannesBaptista Cerva) anno 1542sacram trium Magorum historiam in
capellae majoris pariete elegantissime pinxit.
Manose, sudd.
94
SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO
sono le trentadue statue che riempiono le nicchie dell'interno
tamburro della cupola, senza almanco ripetergli quello che la
cronaca ce ne dice. Passandole in rassegna, non è difficile ac
corgersi che, nonostante le affermazioni ch'essa ci porge,16 sono
dimanidiverse, e se alcuna di queste fu abbastanza abile per averci
dato qualche figura ragionevole, la maggior parte di esse è al di
sotto della mediocrità: ad ogni modo non sono fra le peggiori
che l'epoca permetteva, giacchè dobbiamo pensare di trovarci già
oltre il mezzo del secolo XVI. Queste statue sono di legno; però,
secondo il manoscritto, sarebbero tutte opera d'intaglio di un Fa
brizio de' Maestri, di Milano, dipinte nel 1602 di biacca e ritocche
d'oro così da parere dimarmo. Il manoscritto parla pure di altre
quattro statue, dapprima esistenti, e di una quinta, raffigurante
la Vergine Assunta, questa pure del De Maestri, le quali tutte si
trovavano sulla cornice del tamburro interno e quella della Ver
gine al lato d'oriente. Di esse, presentemente non si ha segno.
Probabilmente furono tratte da quel posto poco proprio per al
logarle nelle nicchie,in sostituzione di alcune troppo infelicemente
condotte, o rese cadenti dall'età.
L'abbandonare queste statue, per ritornare al Della Cerva non
è senza conforto per gli occhi, sebbene pittore di terz'ordine. Se
non altro l'opera sua si collega all'altare maggiore, e per dir
propriamente, all'intera cappella principale del santuario. Pre
messo che, nel primo tempo, erano sei gli altari e che già al prin
cipio del secolo XVII erano limitati a tre, come lo sono tuttodi,
cotesto della cappella principale rappresenta quello d'origine, con
servato fino dal 1346, e probabilmente il rettangolo in cui si
racchiude, così orientato verso il tramonto, non è che l'antico
oratorio sul quale sorse il sautuario."
16 Supra fornicem octo illarum capellarum, nijciae XXXII in pariete sub coronice su
prema huius ordinis excavatae sunt, in quibus totidem lignace statuae repositae sunt...
opera et arte Fabriciis de Magistris mediolanensis incisae, et ab Antonio Bongianino
candida perlucidiaque cerusa, anno 1602, sic acuratae delibutae ut marmoreas refe
rant: quo anno, ibidem Beatissimae Mariae Virginis assumptae imago statuaque, ab
eodem Fabricio coelata, auro micanti, tum cerusa obducta, stiloque scalpta, radianti
tabula, sopra templi coronicem, adforientem affixa est: cui coronici, aliquod annis ante,
quatuor aliae statuae, impensa Christofori Ferrari Plantoni, superpositae fuerunt.
Manosc. sudd.
4" Erant hac in ecclesiaaltaria sex; verum tribus demolitis ... tria tantum reliqua
E IL SUO RECENTE RISTAURO.
95
Ora, l'arte del Della Cerva è preconizzata sin dal primo in
gresso nella cappella. Nei pilastri di fianco incontriamo a sini
stra la Vergine annunciata, edicontro l'Angelo annunciatore; più
avanti, a destra, in fianco alla finestra unica onde piovela luce nella
cappella, vediamo, dall'un lato, un Cristo nel presepio adorato da
angeli; dall'altro, altri angeli in adorazione. Non sono coteste le
maggiori pitture del Della Cerva; quella cuisiconviene il credito, e
che è una delle migliori del suo pennello,sta sulla parete dicon
tro alla finestra, e raffigura Cristo fanciullo sulle ginocchia della
madre, visitato dai Magi; soggetto oltre ogni dire popolare nella
nostra regione, per lamemoria dei loro corpi, secondo l'antica
credenza, deposti nella basilica Eustorgiana. Ma l'attrattiva prin
cipale della cappella è la tavola dell'altare del maestro stesso
del Della Cerva, Gaudenzio Ferrari, opera al certo contempo
ranea a quelladel suo scolaro, vale adire intorno all'anno 1342.18
La tavola del Ferrari sarebbe, quindi,una della sua etàmatura,
sebbene non delle ultime. Se la data anzidetta non le può essere
contrastata, egli la dipingeva a 58 anni d'età ed otto prima della
sua fine. La suadisposizione è ancor quella delle ancone del se
colo precedente; ungrande e ricco telajo architettonico dello stile
classico fiorito, per intero vestito di dorature e compartito in sei
campi, cui fa dapiedestallo la consueta predella. Nel compartimento
maggiore, che è quello centrale, e in cui risiede il concetto della
composizione, vedesi la VergineAssunta portata agli astri da nove
angeli infanti, mentre altri sul capo le reggono una corona, e ai
piedi, sul terreno, parte in ginocchio, altri eretti, si tengono ado
ranti e ammiranti lo spettacolo i dodici apostoli. Negli altri com
partimenti minori che fanno corona, sopra e di fianco, alla tavola
principale, incontriamo, in alto, la persona, a mezza figura, del
sunt : majus, quod, stante adhuc priore illo sacello a Francisco, Episcopo visitanti, de
Joannis Vicecomitis archiepiscopi licentia, anno 1346 die 30 Januarii, in honorem Dei
parae Virginis, consacratum fuisse docent ejusdem episcopi testimoniales litterae.
Manosc. sudd.
18
Qui (Joannes Baptista Cerva), anno 1542, sacram trium Magorum historia in
capellae majoris pariete elegantissime pinxit. Fuit hic Cerva discipulus Gaudentii no
variensis, qui et ipse in eadem eeclesia Assumptionem Deiparae Virginis, aliasque
sacras imagines et historias, omni arte omnique studio, eodem tempore, in ligneis ta
bulis accuratissime ac felicissime effigiavit.
Bull. Cons. Arch.
An. III.
Manosc. sudd.
8
96
SANTA MARJA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO
l'Eterno Padre; al basso dei due lati, entro due forme a pala, le
figure intere di S. Giovanni Battista, a sinistra, e di S. Michele,
dal lato opposto. Rispettivamente sopra di questi, entro simili
forme archeggiate madi minor piede in altezza, le figure, del pari
intere, ma col ginocchio piegato al suolo, dei santi Gerolamo e
Francesco. La misuradellefiguredella tavola centrale, come quella
delle tavole minori circostanti, sono quelle pocomeno del natura
le. Alcune storie minori per importanza e perdimensione delle fi
gure occupano lapredella, tripartita in una storia maggiore e due
più piccole, in perfetta rispondenza colle divisioni verticali dell'an
cona. Quivi, sono alcune storie della vita della Vergine.
Apiù d'una osservazione, e a più di una notadarebbero luo
go tutti codesti dipinti, dove piacesse considerare il loro di
verso carattere e la loro attuale condizione di conservazione.
Non vi ci estenderemo sebbene l'argomento ci si offra largo e
importante.
Per quanto siasi presti a riconoscere che il Ferrari, negli ultimi
anni della sua carriera artistica, cadesse nel contorto e nell' affet
tato, qui si mostra all'incontro ben composto e contegnoso; le
forme dei corpi sono ferme, semplici, accuratamente delineate; i
toni vigorosi, benchè volgenti al bruno, non tanto forse per ef
fetto del tempo, quanto per agguagliare i pittori veneti, il Bar
barelli, il Montagna, allora tipi; il fare però mantiensi accurato,
liscio, senza tocchi, con quel tanto di sostenuto che si avverte
nelle tavole raffaellesche; le impronte lombarde che gli sono pro
prie e lo distinguono, sono evidenti specialmente nelle teste; le
migliori figure fanno pensare al Luini, di cui fu ajuto se non di
scepolo. Per contro, questo complesso di tavole soffri d'un infesto
restauro, cui andò soggetto un cinquant'anni sono o poco meno;
fra gli altri segni malaugurati, la tavola centrale fu scemata, al
l'alto, d'un quindici centimetri con danno del suo naturale fini
mento, onde va tronco alla cornice, mentre al piede di essa uno
sconcio pezzo di tavola, malamente tinteggiato amodo di terreno,
fu sopraggiunto a riempirne il vuoto.
Dove il guardo si estenda a considerare anche lo stato di con
servazione delle altre pitture in codesta edicola, i lavori murali
del Della Cerva, nonper lamedesima cagione,ma o per manco di
sicurezza nell'operare, o per sfioriture nitrose della parete, o per
E IL SUO RECENTE RISTAURO.
97
manomissioni posteriori di verniciature inconsulte, non lasciano
dall'essere oggetto di eccezioni.
Maquando si toccaargomento siffatto, quello delle lacune e dei
danni recati sia dal tempo, sia dagli uomini, ci troviamo tratti a
far parola delle infelicissime condizioni in cui, ancor tre anni sono,
si trovava tutto il monumento e, conseguentemente, delle ripa
razioni recatevi, occasione del presente scritto.
Tre secoli e mezzo significano già abbastanza in quale stato possa
trovarsi un edificio così decorato, come vedemmo questo, di pit
ture, di rilievi, di dorature, anche quando gli fosse toccata la buona
ventura
e la reputiamo grandissima e rara
d'essere stato
rispettato dai pretesi ristauratori o ricostruttori ai monumenti
d'arte: e S. Maria di piazza non lo fudel tutto. Ma, nel caso no
stro, bastavano il fumo, la polvere, il grassume dei luoghi d'ap
poggio, le naturali lordure, senza esprimere il sospetto che al
cune parti della decorazione furono terminate più tardi, e altre
lasciate imperfette. Or bene, con tutto questo si era congiurata l'u
midità, nel paese nostro così facile e così infesta ai monumenti.
Essa aveva trovato, per mezzo della loggia esteriore, una via per
penetrare fino all'imposta della cupola, ed è all'interno che ne
erano più manifesti i segni e i danni, particolarmente nelle parti
inferiori dei profeti e delle sibille.
Tuttavia, ciò non sarebbe ancor bastato a commovere l'atten
zione dei vigilatori dell'edificio, se uno sventurato caso di un
soppalco caduto,nel 1873, in una casa della borgata, con grave
danno di persone, non ne avesse dato l'allarme al cospetto di
una lunga, sebbene non recente fenditura, apertasi nella cupola, la
quale da un lato ne teneva tutto un versante, eprolungavasi al
quanto, nella direzione medesima, sull'opposto fianco. La Fabbri
ceria della chiesa parrocchiale, guidata da quel molto reverendo
Parroco, cui compete la custodia del Santuario, non indugiò.
Trattandosi d'insigne monumento d'arte, sebbene le riparazioni
non dovessero toccare che la statica dell'edificio, si volle un ar
chitetto artista, e la scelta cadde facilmente sull'architetto Ma
ciacchini.
Le riparazioni edilizie furono le prime ad avere effetto: alle
esterne successero le interne, ma queste ebbero a metter mag
98
SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO
giormente in evidenza la necessità d'un generale restauro pit
torico.
La scelta dell'artista fu lasciata a questa Consulta archeologica,
comecchè si venisse a toccare l'essenza del monumento in cui era
impegnata la responsabilità della sua suprema vigilanza: la scelta
cadde sul pittore e ristauratore Luigi Cavenaghi, di Milano. L'im
presa cominciò tantosto nella primavera del 1874, e dopo un
esperimento riconosciuto commendevole, l'opera fu continuata via
via di seguito, e compita nel passato settembre, in cui la stessa
Consulta intervenne per l'esame finale, nel quale, per corona
mento, non esitò a concedere un pieno lodo al lavoro del Ca
venaghi.
Non occorrerebbe dippiù per affermarne l'esito; onde non en
treremo in particolari, tanto più che ebbimo già a farne soggetto
di note, altrove espresse.¹º Parci però non estraneo all'argomento
l'accennare all'ordine del restauro e ai suoi confini.
Come accade non di rado insimili opere di vaste dimensioni,
i danni cui provvedere erano d'indole complessa: qui, non altro
che superficiali alterazioni, onde l'opera non aveva perduto che le
proprie apparenze; altrove, ancor più, il guasto aveva tocco il
sottostrato delle pitture sicchè ne era cancellata e distrutta l'o
pera; v'era poi dove questa non era stata nemmeno condotta a
termine. Tutti cotesti incidenti che si affacciavano all'impresa del
restauratore rendevano l'operare difficile e vario com'essi: richie
devasi quasi diridarel 'alito di vita ad un morente, per unlato, di
ricomporre, per l'altro, un antico corpo organico con pochi avanzi
frammentati, quali si ammira nelle ricostituzioni della paleonto
logia. E nessuno vorrà negare cotesta facoltà al restauratore, la
quale, dove non fosse consigliata, in certi casi,dal decoro, sarebbe
comandata dal senso popolare siccome una necessità al disopra
d'ogni discussione; basta, occorrendo, che il lavoro sia condotto
con giusta misura e ossequio dell'originale, ne si pretenda farne
titolo di inganno o di sorpresa
Qui, ebbe luogo l'uno e l'altro lavoro. Il vero e proprio ristauro
ha preso l'intera cupola, il tamburro di essa colle nicchie e le
statue che gli fanno corona, ma solo inparte le grandi lesene egli
19 Vedi La Perseveranza del 28 settembre andante anno.
E IL SUO RECENTE RISTAURO.
99
archi interposti che davano segno più e men largo della loro de
corazione, ed erano quelli specialmente che stanno di fianco al
l'edicola del maggior altare e dicontro alla soppressa porta me
ridionale. Nel resto, che tutto però, si trova disotto della prima
cornice retta dai maggiori pilastri, l'opera del pittore ebbe a so
verchiare quella del restauratore. Le parti dove al pennello toccò
quasi un pieno e intero lavoro, sono quelle costituenti i seni
angolari e le loro volte a quarto di sfera coperte da scene figu
rative di angeli musicanti: solo vuolsi di ricordare che entro uno
di questi si conserva ancora un antico affresco, il quale appar
tiene, per stile, al tardo cinquecento, ma se conformata agli altri
quanto al genere della composizione figurata. L'opera del mo
derno ristauratore e pittore fu condotta per intero a buon fresco,
attenendosi così a quanto era stato seguito dagli originali suoi
predecessori.
Nell'occasione medesima il ristauratore si addentro anche nel
edicola della cappella, e sgombrò il dipinto frescato dal Della
Cerva dalla vernice che lo deturpava, e provvide a qualche lieve
guasto, lasciandolo, del resto, nella sua vetusta interezza.
Non vogliamo portare critiche sul fatto, chè nonpotremmo tri
butar encomi maggiori di quelli che già si guadagnarono e giusta
mente, sì l'artista che i promotori del lavoro, nelle visite e nel
l'esame dei risultamenti conseguiti, anche per parte degl' inten
denti più autorevoli. Dal canto nostro non esprimeremo che un
sol pensiero, ed è che, nel complesso, si ha forse il senso di qual
che cosa di nitido e di lindo più che sia possibile attendere da
un'opera su cui tanta onda di tempo sia corso. Ma questo è un
fatto inevitabile negli odierni ristauri, dove il finimento di esso
non sia un fatto privato e in assoluta baliadell'artista. Qui, poi,
dobbiamo cotesto senso alle molte dorature che gli antichi segni
imponevano, e la cui attenuazione si volle piuttosto che alla cura
dell'uomo, lasciata frutto del tempo; e il tempo, come di solito,
sarà galantuomo anche in questo, concedendo ai nostriposteri quel
fascino di luci temperate che al guardo nostro, per ora, non sor
ride intero.
Noi non sapremmo, nè vogliamo indagare quale giudizio sarà
per esprimere la posterità sull'arte del tempo nostro; non cre
diamo però che quest'uno ci verrà conteso, quello, per lo meno,
100
SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO, ECC.
cioè, che non avendo saputo suscitare quelle grandi e numerose
creazioni del genio onde risplende il risorgimento italiano, ha
voluto e potuto almanco di quelle ricomporre la esistenza a nuova
vita con tale perfetto ossequio dell'opera e del pensiero antico,
che, come esso è uno dei caratteri della presente generazione nelle
lettere così gli rimarrà acquisito anche nell'arte. Dove altro non
fosse, e in noi ne è vivo il convincimento, cotesta S. Maria di
piazza di Busto ne starà, indubbiamente, testimonianza egregia.
G. MONGERI.
BIBLIOGRAFIA.
D'ADDA march.GIROLAMO, Le lit de Castellazzo.
Gaston de Foix.
Le tombeau de
Èdei più belli ornamenti del nostro Museo Archeologico la statua
giacente di Gastone de Foix. Qui Agostino Busti detto il Bambaja
operò veramente secondo i grandi principj dell'arte, delineando e rile
vando quella stupenda figura nel solenne abbandono della morte senza
torcimenti di pose, nè aggiunte di simboli, nè lezj di ornamento. Al
trettanto non può dirsi dei moltissimi pezzi che doveano ornare la
tomba diquel giovane eroe,esaltato forse allora non tanto per imprese
che avesse compite, quanto per compassione della giovane età, o per
uno dei tanti capricci della moda, così strana nel distribuir la gloria
e l'infamia. Sparsi qua e là, que' frammenti sono l'ammirazione degli
osservatori, ma chi disse che pajono di cera ne pronunziò forse la cen
sura, poichè in fatti sono lavorati anche a sottosquadra e al trapano
con una tal finitezza e minuzia di verità, che non può lusingarsi di
raggiungerla il verismo che oggi si affetta.
Nehanparlato moltissimi, e ultimamente Mongeri; poi furono fatti
conoscere fuori nella riproduzione che ne eseguì il Pierotti pel Museo
di Kensington; dove con nuove notizie li illustrò M. Robinson. Ora
Girolamo D'Adda, uno de' nostri patrizj che più onora la famiglia e
la patria col culto delle lettere e delle arti, ne ragionò di nuovo nella
Gazette des Beaux Arts (novembre-dicembre 1876), la quale, come si
può aspettarsi, è per la maggior parte occupata dell'arte italiana.
Com'è suo costume nelle varie pubblicazioni, questo sagacebiblio
102
BIBLIOGRAFIA.
grafo amplia per via e corregge chi lo precedette, diverge su temi af
fini, e mentre ci conduce a vedere,nella superba villadi Castellazzo, i
magnifici letti regje i preziosi frammenti del sepolcro di Gastone, ci
trasporta in mezzo a quella splendida efflorescenza di arti, di cui ha
goduto la nostra città ai primordi del 1500, quando vi lavoravano il
Fusina, il Gattoni, il Borgognone, il Tamagnini, il Brioschi, l'Arluno, il
Del Pozzo, il Dolcebono ....; e rivedendo i giudizi del Bossi, del Ca
nova, dello Stendhal, del Viardot, del Valery, di Emeric David, ci fa
incontrare il Gobbo Solaro, il Cesariano, Marco d'Agrate, il Lomazzo,
Bramante Sacchi, il gran Leonardo.
Quando cita il Dragoni bien connu pour ses nonbreuses bevues en fait
d'histoire la parola è troppo benigna, essendo quegli un vero impo
store, come noi lo sospettammo da vivo, acosto di spiacere agli odia
tori della verità, e come apparve indubbiamente dopo morto.
Ci accordiamo affatto col D'Adda ove rimprovera la negligenza no
stra e de' nostri Municipj, che spendono milioni inerigere edifizj gro
teschi, e stiticano i denari per impedire che gli stranieri ci portino via
quadri, statue, porte, arricchendo i loro musei probrosis Italiae ruinis.
Che diremo quando lasciamo guastare i più vistosi monumenti e le
parti più storiche delle nostre città per allineare vie ed allargare, se non
anche deformare, piazze ?
C. C.
CORRISPONDENZA.
L'egregio avvocato signor Emilio Seletti, dalla cui gentilezza
la Consulta archeologica, ebbe già diversi documenti interessanti
la storia di Milano, ha in questi giorni diretto alla medesima la
seguente lettera per informarla di una sua scoperta.
Onorevole Consulta.
Nel pensiero che anche i fatti di non grande importanza, come
il caso non raro di rinvenimento nelle nostre campagne di sepol
creti dei tempi romani, possano giovare alla scienza archeologica,
mi sono indotto a dare ad Essa notizia di una recente scoperta.
Nel comune di Terrazzano, il cui paesello dista da Milano 13
chilometri, e due dal borgo di Rhò, in un campo denominato
Oriolo, di circa tre ettari, costeggiato dalla strada comunale, che
mette al paese di Valera, edi ragione della casa Stampa Soncino,
alcuni anni ora sono, facendosi un orizzontamento del terreno, i
contadini trovarono moltissimi vasi, cocci, oggetti di ferro e di
bronzo, che, non sapendo apprezzare, rovinarono e dispersero.
Recatomi in quella località per il bisogno di alcune piantagio
ni, e venuto in cognizione delle passate scoperte, feci intrapren
dere diversi scandagli, e tosto mi apparvero alcune tombe, co
strutte alla foggia romana con embrici aventi un risalto o labro
dalla parte più lunga; e continuando a varie riprese le ricerche,
ebbi a rilevare, che a soli 38 centimetri dal piano attuale della
*
104
CORRISPONDENZA.
campagna si presenta una terra nera e lucente, molto compatta,
mista acarboni di legna e scheggie di ossa umane; questa terra
veramente non forma uno strato continuato, ma delle zolle di
stanti l'una dall'altra circa un metro e mezzo; in quelle zolle os
servai moltissimi avanzi di vasi già rovinatidal ferro dei lavora
tori del campo, e pochi furono i vasi che raccolsi abbastanza
conservati, di terra cotta greggia, rossa e di forme comuni; rin
venni unatrentina di chiodi in ferro, e raccolsi pure qualche fram
mento di bronzo e vetro, di una lucernetta in terra, tre fusaiuole
fittili, tre cerchietti in ferro di diversa grandezza e sette lamine di
forbici. La rozzezza di questi oggetti fa presumere che il cimitero
servisse a una popolazione agricola. Trovai sparse alcune monete
di bronzo molto corrose e inintelligibili, eda una tomba già ro
vinata presi due grani in pastiglia per collana femminile, un ago
crinale in bronzo, ed i frammenti di uno specchio metallico di
forma abbastanza elegante.
Poco frutto certamente diedero i miei tentativi di sterro ; ma
i loro risultamenti, ed i racconti dei contadini, i quali mi atte
starono di aver scoperti vasi ed oggetti di ferro in tale quantità
dacolmaredelle fosse,valgono a stabilire, cheinquelcampo, detto
Oriolo, stava un cimitero dell'epoca romana; e se proseguendo le
ricerche appariranno cose nuove, mi sarà caro di tenere tosto in
formata codesta Consulta.
EMILIO SELETTI.
NOTE.
I BOLLI DELLE TERRE COTTE.
Il dottissimo Fabretti fu il primo checon scientifica attenzione
parlasse sui bolli delle antiche terre cotte, molte ne pubblicò,
vi dedicò un intero capitolo delle sue Inscriptiones domesticae,
mostrando il modo di leggerle e l'utilità che si può ritrarne. Mag
giori studj vi applicòmonsignore Gaetano Marini, e ne formò la
prima collezione, che giace inedita nella Biblioteca Vaticana.
Li distingue in tre classi: 1.ª tegole imperiali; 2. tegole conso
lari; 3. tutte le altre, ordinandole alfabeticamente secondo il
primo nome che vi s'incontra, sia del vasajo, sia del padrone
dell'officina, sia del padronedel fondo da cui fu cavata la creta.
Questa classificazione già indica la moltiplicità e varietà dei
bolli; e molto se ne giovò Bartolomeo Borghesi pei suoi Fasti Con
solari.
Ora il signor Carlo Descemet potè quasi raddoppiare la rac
colta del Marini, aggiungendovi i sigilli di bronzo e le iscrizioni
sui condotti d'acqua.
Il nostro Museo Archeologico possiede molte di tali iscrizioni,
e ogni giorno di nuove ne offrono gli scavi e le demolizioni.
C. C.
106
NOTE.
ESCAVAZIONI E SCOPERTE.
Die Ausgrabungen zu Olimpia- Uebersich der Arbeiten und
Funde von Winter und Frühjahr 1875-76 (Gli scavi d'Olimpia-Prospetto dei lavori e degli oggetti trovati durante l'inverno
e laprimavera 1875-76) von E. Curtius, F. Adler, und G. Hirch
feld, 33 tafeln.- Berlin, Ernst Wasmuth.
Il bollettino ha già avvertito l'importanza di cotesti scavi così
interessanti per la scienza, che si vennero facendo nella scorsa
invernata, e ne recava notizia al lettore, di volta in volta, che ce
ne giungevano le relazioni; laonde riesce superfluo di entrare nelle
cose contenute dal nuovo volume, dove sono esposti i frutti tratti
finora da quell'impresa, coordinandoli e illustrandoli con disegni
fotografici. Godiamo poi di vedere associato all'Adler e all' Hirsh
feld, che abbiamo citati, come quelli che attendevano sul luogo,
anche il Curtius pel quale coteste escavazioni furono il sogno di
vent'anni, e devono a lui principalmente se sono stati intrapresi,
costituita che fu l'unità germanica, per aver indotto il principe
imperiale a mettersi a capo dell'assunto, col quale si andava,
nientemeno, che a gettare uno scandaglio sopra uno dei mag
giori centri della vita greca.
Se non che la continuazione degli scavi non permette di ri
guardare cotesta pubblicazione altrimenti che come un' introdu
zione, o meglio lo stadio in cui sitrovavano i lavori al terminare
della prima campagna scientifica; la quale vorrà essere conside
rata nel suo complesso prima di portare sentenza della impor
tanza de' suoi effetti.
*
**
Anche a Roma si sonocominciati, ai 17 del passato settembre,
degli scavi per conto del Governo germanico. Essi furono intra
presi sull'area del tempio di Giove federale, alla sommità del
monte Cavo. Le rovinedi questo tempio sono una colpa del cardi
nale York d'Inghilterra. Ora gli scavi sono diretti a rintracciare
ciò che manca dei Fasti imperiali. Sarà, naturalmente, occasione
anche di ricerche topografiche, come sono quelle dell'orientazione
NOTE.
107
del tempio, dell'estensione delle parti annesse, e della direzione
della via antica trionfale chedalla viaAppia saliva al vertice del
colle.
**
*
La penisola ellenica nonè men fortunata peraltri valenti esplo
ratori. Micene è un punto a cui l'archeologia artistica ha più
d'una obbligazione, e che tuttavia si viene vivamente interro
gando. Anche costi è un alemanno che ha impreso questa fatica,
il dottor Schliemann, celebre per altre scoperte, il quale fa dono,
di tratto in tratto, delle sue notizie al Times, onde facilmente sono
diffuse nella repubblica della scienza.
Lo Schliemann vi fa camminare di fronte parecchie esplora
zioni : al basso della città intorno al cosidetto Tesoro d' Atreo;
sull' Acropoli, presso la porta dei Leoni, entrambi già celebri mo
numenti; e poi, sopra diversi edificii ciclopici sotterranei e tombe
appartenenti a cotest'ordine di costruzioni.
Fra le ultime escavazioni, egli mise all' aperto una vasta casa
ciclopica, appunto sulla vetta dell' Acropoli, composta di cinque
camere divise da quattro androni. La più grande di queste ca
mere ha per dimensioni metri 5. 62, per metri 4. 10, e questa,
come le altre, va priva di finestre; l'interno non era illuminato
che dalla luce proveniente dalle porte; essa possedeva per altro,
dentro e sotto la camera istessa, una cisterna alimentata da un
condotto che discendeva dal colle. Comunque sia, a giudizio del
l'esploratore era questa la casa del re. Un'altra delle più recenti
scoperte fu un doppio ordine di lastre di pietra, deposte sul suolo
a forma di cerchia completa, di metri 16. 87 di corso. Gli og
getti esumati nell' uno e nell' altro luogo non sono meno inte
ressanti. Sonosi trovate delle scuri di giada o pietra verde, molte
bellissime terre cotte, fra cui degli ampi vasi a due o tre anse
modellate con forme di cocodrillo. I vasi sono rivestiti di immagini
di combattenti, di color rosso scuro sopra un fondo giallo; i guer
rieri vestono cotte di maglia al torace, cnemidi alle gambe, e
sandali ai piedi; hanno sul capo degli elmi cornuti eirtidi punte;
intorno alla persona delle cinture, e brandiscono,per armi, lancie
egrandi scudi tondi, ma scemi alla parte inferiore. Nelle camere
s'incontrano pure delle forme ad incavo per gittarvi ornamenti
108
NOTE.
metallici o materie vetrose; sopratutto, parve mirabile un anello
tratto da una splendida onice bianca con suggello figurato. Di
versi oggetti, del pari figurati con forme umane, furono estratti
dalle tombe che rimontano ad una grande antichità e sono di
grandissimo interesse,come quanto esce da luogo da lunghi secoli,
rispettato della mano dell'uomo.
*
**
Le scoperte fatte dal generale di Cesnola nell' isola di Cipro,
hanno fatto parlare di sè negli ultimi due mesi, prima dai gior-.
nali inglesi, e a capo di tutti dal Times, e poi dai giornali del
continente, che, più o meno, ne hanno ripetute le medesime pa
role. Bene si meritano, anche qui, un cenno.
Le scoperte dell' italiano Cesnola, console per l'America nel
l'isola, non datano da oggi; furono desse condotte e compite tra
il 1866 e il 1871. Consistevano di un vistoso numero di statue e
di bassorilievi di marmo, di lavori di bronzo, d'argento e d'oro.
Ma tuttociò, oggi, non può essere considerato se non come la pri
maparte dei suoi ritrovamenti. Nonl'aveva terminata, infatti, che
gliene veniva sottomano una seconda, presso il promontorio di
Kurio. È questo un intiero tesoro di oggetti incontrati inuna ca
tacomba da lui esplorata, e che riuniti presero nome appunto di
Tesoro di Kurio.
La storia dell'una e dell'altra di coteste scoperte è tutt'altro
che breve per essere, qui, ripetuta, benchè sommamente impor
tante e istruttiva per l'archeologia; ma per ispiegarsi il recente
parlarne giova sapere che il Cesnola aveva offerto i frutti della
sua prima impresa al Governo britannico, e più propriamente
al British Museum; cosicchè essi giacquero per parecchi mesi
picchiandone alla porta, in attesa di una risposta; se non che
mentre si discuteva dagli uomini della scienza sull' accettazione
omeno alle condizioni imposte dallo scopritore, quei cimeli eb-
bero nel Museo metropolitano di Nuova Yorck un abile ghermi
tore che li fece suoi per servirvi a nucleodella nuova istituzione,
e rimasero così perduti per la scienza del vecchio continente.
Ora, si trattava per l'Inghilterra di assicurarsi almeno il cosi
detto Tesoro diKurio; le trattative col Museo erano calorosamente
condotte; gl'intendenti del Museo, al pari delgenerale de Cesnola,
NOTE.
109
erano d'accordo, e desiderosi che il Tesoro rimanesse colà; per
altro, pendeva tuttavia la controversia col Museo americano circa
i diritti preliminari per l'acquisto. Le parole del Times e de' suoi
confratelli nella stampa britannica erano diretti ad esercitare
una certa pressione morale sul Ministero del Tesoro per l'effet
tuazione del desiderio inglese, chiedendo al Parlamento la somma
di L. 10,000 sterline (250,000 franchi), chè tanto era domandato
per l'acquisto. In oggi, esso pure è svanito: fu deciso che il Tesoro
di Kurio seguirà la via delle altre cose scopertevi, e loro rimarrà
compagno indiviso, dove recherà il titolo di Collezione di Cesnola,
secondo quanto era stato dallo scopritore premesso a condizione
fino dalla prima cessione. Al Ministro inglese la responsabilità
del rifiuto, benchè posto sotto l'egida d'una ragione politica, cioè
dell' impossibilità finanziaria, finchè durava la cura dell' uomo
malato.
Il Tesoro di Kurio era forse ben più importante della prima
collezione di marmi e di bronzi, e sarebbe stato per l'Europa un
possesso unico. Fra gli oggetti vi avevano, a giudizio dei dotti
che li viddero, esempi preziosissimi d'antichità, di gemme e di
pietre d'alto valore artistico e d'inestimabile pregio archeologico:
e poi opere d'orificeria di bellezza e merito indescrivibili, numero
sissimi lavori d'argento che non sono meno importanti così per la
rarità grande della materia che per l'artificio del suo impiego;
lo stesso dicasi dei bronzi e di altri antichi oggetti. Il solo intrin
seco valore di metalli preziosi fu stimato a presso 5000 sterline
(franchi 125,000).
Di tutte queste cose ci sarebbe da scrivere un libro, curioso
non meno dal punto di considerazione dell'archeologia, che da
quello della storia dell'arte. Per andarne persuasi basta la rifles
sione che, fin dai tempi di Strabone, Kurio era riguardata come
una delle tappe del passaggio dall'Oriente all'Occidente e che per
conseguenza, tutti i touristes del mondo antico vi si incrociavano.
La perdita di tanto cumulo di presiosità per la civiltà studiosa
ègrave. Ci giova credere che vi si vorrà supplire almeno dagli
uomini della scienza mediante opere letterarie che ne rendano
conto, accompagnate da fotografie o da disegni, e che i musei
d' Europa vorranno almeno procacciarsi il possesso di calchi o
d'imitazioni artificiali con che diffonderne la notizia. Intanto vuol
110
NOTE.
essere avvertito che le prime antichità cipriote ebbero già nei si
gnori Mansell e Comp. di Londra i riproduttori delle loro imma
gini fotografiche.
**
Discoveries at Ephesus, including the site and remains of the
Greet Temple of Diana. By J. T. Wood, J. S. A.
Longmans and C.
London,
Dall'antico Cipro alle spiagge della vetusta Ionia non è lungo
il passo. I giudizii che abbiamo sott'occhio ce lo fanno credere un
libro interessante e curioso, ma nonancora un libro compiuto sulla
materia, benchè sia ammirabile vedere un uomo che gode di una
posizione sociale, fornito di mezzi finanziari, faresagrificio dell'una
edegli altri, non che degli agi della vita e della stessa salute per
un'impresa del suo cuore e tenervisi costante per undici anni.
Le rovine della città d' Efeso sono imponenti e di tale una
estensione da giustificare le relazioni della sua numerosa popola
zione e della sua prosperità. Le gesta dell' apostolo Paolo sono
legate col teatro della città, il quale si mostra capace di venti
quattro mila persone assise: del resto,parlava abbastanza di sè il
grande Ginnasio, lo Stadio, l'Odeo, il Serapeo. Ma quando si
prende a ricercare le traccie del grande e magnifico suo monu
mento, il tempio dell'Artemis Efesia, della dea sovrana della Jo
nia, la cui immagine non cedeva che a quella dell'Egioco, non
un avanzo di esso, quasi si fosse dileguato nell'aria, compiendo
così il vaticinio della Sibilla.
E i fatti lo spiegarono: si sapeva il tempio essere fuori della
città; sapevasi essere in luogo paludoso; dalle parole di Plinio si
apprendevano le sue misure; nientemeno che l'area delle fonda
mentamisuravaunrettangolo di m. 140 per m. 76, e contava 127
colonne, alte m. 20. Da ciò si può immaginare il resto dei mate
riali destinati a trabeazioni, e le difficoltà della loro appostazione.
Contuttociò, nessun segno di vestigia dove si andavano frugando,
efurono tali non pochi gli esploratori, fra cui l'Edoardo Falko
ner, l'autore del magnifico volume: Efeso e il tempio di Diana,
in cui riassume i pregevoli suoi studi. Egli era che, come da al
tri, da lui non facevasi retto conto degli antichi testi; anzi se ne
interpretava uno di Strabone, il quale colla semplice variante
NOTE.
111
d'una proposizione e con altri incidenti minori portava a cercarlo
al porto di Panormo, invece di rintracciarlo presso Efeso stessa,
sulla via di Magnesia.
Ripreso lo studio delle antiche testimonianze tutte, e fattosi li
bero delle preoccupazioni predecessori , e non dando un peso
esclusivo alle parole dello storico d'Alicarnasso, non era molto
arduo al Wood di venire aduna conclusione più soddisfacente: e
diffatti, egli ne venne a capo collo stabilire propriamente la si
tuazione topografica del tempio sopra un terrenobasso e paludoso,
tra il fiume Caister e un suo affluente, ai quali devesi l'alto in
terramento onde fu invaso, e presso cui oggi sorge il villaggio di
Ayasaluk.
L'impresa del Wood non è recente, benchè sia recente la sua
pubblicazione. Egli mise mano ai lavori fino dal 1863 e li con
dusse in mezzo a difficoltà grandissime, in cui corse fin anche
pericolo di vita. Questi e altri incidenti non sono la parte meno
importante del libro.
Il Wood non è soltanto un archeologo, ma un architetto arti
sta, e l'opera va corredata di 27 disegni fotografici e da 42 inci
sioni nel legno, tolte da disegni presi sul vero.
**
La Bibbia per l' ortodossía protestante inglese non è soltanto
il libro religioso per eccellenza e il movente di sodalizi potenti
per diffonderla, ma è anche un continuo argomento di studi e di
associazioni per mandarli in effetto sotto diversi aspetti. Una di
queste istituzioni è quella per l'esplorazione della Palestina. Essa
è sovvenuta da ricchi nazionali, tanto da bastare ad ogni bisogno.
Come il suo titolo esprime, l'impresa sua è del tutto scientifica;
l'archeologia della Palestina le è unico scopo, e vi mira con tutti
imodi di cui dispone.
Nonostante le molte indagini fatte in quella storica regione, e
di cui vanno pieni dei volumi, l'Istituto volle, tre anni or sono,
affidare ad un francese studiosissimo della materia, il signor Cler
montGanneaux l'incarico di far nuove indagini intorno alle anti
chità edilizie di Gerusalemme e del paese circostante.
Il Ganneaux si pose tosto all'opera; ma affinchè questa non
parlasse soltanto alla mente, ma trovasse la sua riprova e, di
112
NOTE.
ciamo pure, il suo complemento nelle forme visibili delle cose
gli venne associato un giovane architetto francese, il signor Le
comte, disegnatore peritissimo, affinchè quello che l'uno vedeva
e giudicava l'altro vedesse pure e rappresentasse dal punto di vi
sta della scienza. Il lavoro del Lecomte s'è fatto completo, e co
stituisce una piena illustrazione delle note del suo compagno e
maestro in archeologia.Esso comprende planimetrie, elevazioni, se
zioni di monumentidi epoche diverse e con intenti diversi, icno
grafie di ipogei e di tombe, ecc. La messe è ricca e svariatissima,
perocchè su quel suolo ladominazione romana, il passaggio delle
Crociate, il regno dei Califfi, e infine la supremazia mussulmana
hanno lasciato ripetute testimonianze del loro influsso. Ora, per
colmo di deferenza verso gli studiosi, l'Istituzione volle che di co
testo materiale deposto nei propri archivi di Londra si lasciasse
libera l'esposizione a quanti fossero per desiderarne l'ispezione.
*
Le escavazioni consigliate da un alto scopo scientifico non si
arrestano al sacro suolo di Grecia e alle terre dell' Asia minore;
la marra dell' archeologo va ora a cercare le più lontane regioni
dell'Oriente. Il reverendo D. Caldewell l'ha piantata nelle pia
nure meridionali delle provincie indiane di Madras, sulla costa
del Coromandel, presso la città di Kayal, designata nelle Memorie
di Marco Polo. Egli fece, ivi, aprire parecchi tumuli, e recente
mente ne trasse dei ruderi della più grande antichità e di sommo
interesse per la scienza. Vi hanno dei grandi vasi di terra nera
lucente, delle stoviglie di fattura squisita, e di larghezza in alcuni
pezzi, secondo quanto si dice, maggiore di quattro piedi. Egli è
da più mesi che coteste escavazioni sono incominciate; d'allora in
poi, oltre di ciò, sono stati trovati dei curiosi utensili di pietra,
degli ornamenti, delle monete molto rare, e alcune, anzi, uniche, e
altri ruderi minori. Il luogo del loro ricupero trovasi nelle vici
nanze del grande fiume dell'India meridionale, il Tamraporni.
G. M.
G. OTTINO, responsabile.
1
INDICE.
G. M. I restauri alla R. Basilica di S. Michele Maggiore di Pavia
MONGERI. L'Incoronata di Lodi e gli attuali suoi restauri
BELGIOJOSO. Le Aquile romane
G. M. Giovanni Brocca architetto e consultore del Museo Ar
cheologico
•
CAIMI. Tombadell'età romanadiscoperta a Lissone presso Monza-Epigrafi recentemente rinvenute
MONGERI. La Cappella di San Giuseppe alla Pace e gli ultimi
suoi avanzi
•
CAIMI. La Torre presso il Carrobio in Milano
MONGERI. Santa Maria di piazza aBustoArsizio, e il suo recente
ristauro
Notizie
Bibliografia .
pag.
4
6
25
36
39
43
46
63
80
56
60,,101
Corrispondenza
Note
14, 103
105
1
60141 .
PRINCETON UNIV
Princeton University Library
32101 077272563
DATE ISSUED
DATE DUE
JUN 16JUN 1571
RAMAY2281
RETURNE. JUL9 '81
記載日
2025年10月19日