Archivio Storico Lombardo, Anno III

初版
1876年
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Archivio storicolombardo R. deputazione di storia patria per la Lombardia, Società storica lombarda 1544 130 Libraryof Dei Viget SubNumine PrincetonUniversity. ARCHIVIO STORICO LOMBARDO. ۶ SURIY ARCHIVIO STORICO LOMBARDO GIORNALE DELLA SOCIETÀ STORICA LOMBARDA. ΑΝΝΟ ΙΙΙ. LIBRARY MILANO, LIBRERIA EDITRICE G. BRIGOLA. 1876. 1544 13) (1870) ADVEN?? La proprietà letteraria è riservata agli autori dei singoli scritti. ПИЛЕВЕЦА Milano, 1876. Tipografia BERNARDONI. RAGIONAMENTO SULLE LEGGI CHE RIGUARDANO I FALLITI. Tra gli studii inediti lasciati dal conte Giorgio Giulini, il di ligente istoriografo milanese, evvi il presente Ragionamento, ch'ei leggeva un di all'antica Accademia de' Trasformati, da lui assai diletta. Di esso ci fu gentilmente concessa dagli egregii di lui nipoti la pubblicazione nell'Archivio Storico, e noi gli facciamo qui onorato luogo, nella viva lusinga che sarà aggradito da' nostri let tori, come lo merita l'argomento, pur troppo non vecchio mai, e che altri scritti ancora riposti di quell'erudito patrizio possano accrescere la messe delle cognizioni storiche. DELLE LEGGI CHE RIGUARDANO I FALLITI. Nulla è più frequente ne' nostri cotidiani ragionamenti, che il trattare di fallimenti e di falliti. L' Inghilterra, la Francia, l'O landa, la Germania ci somministrano di tanto in tanto luttuose notizie di enormi bancherotte, e il nostro paese pur troppo spesso ci fa vedere persone, che hanno lasciati in asso i loro creditori ; quindi la fede pubblica, base del commercio e della felicità dei popoli, si vede, se non del tutto spenta, almeno affatto debole e languente; quindi lunghe e dispendiose liti, che consumano an che quel poco avanzo di sostanza, che dovrebbe convertirsi adi minuzione de' debiti; quindi la rovina di tanti onesti cittadini, ri dotti apiangere perpetuamente la lor buona fede.Orribili oggetti son questi a chi li rimira con occhio non d'orso o di tigre, ma MAY 171916 366886 6 RAGIONAMENTO SULLE LEGGI d'uomo e di cittadino, e importantissimi per chi li riguarda come principe o come ministro, zelante del bene de' popoli. Egli è ben vero che le seconde riflessioni nulla a noi appartengono, ma le prime sono tali, che non possono non essere e per me e per voi tutti, accademici ornatissimi, assai gravi ed interessanti; per lo che io ho reputato di far cosa utile ed a voi gratissima, metten dovi sott'occhio questa sera le diverse leggi, che in varii tempi furono pubblicate circa i falliti. M'imagino che voi rimirando l'e stremo rigore delle più antiche, l'estrema rilassatezza delle se guenti e la giusta moderazione delle ultime, che da' nostri citta dini furono stabilite, avrete per una parte non leggiera occasione di compiacervi de' saggi e commendevoli editti della nostra Re pubblica, e dall'altra non lieve motivo di consolarvi, sperando che rimesse quando che sia nellaloro primiera osservanza le no stre municipali leggi, si verrà a frenare la scelleratezza di colo ro, che prendendo in prestito ciò che sanno di non poter ren dere, rubano intal guisa fin che possono a man salva, e senza ti more che alcunmaggior male loro ne possa avvenire. Quando gli uomini cominciarono ad unirsi in società, ritenendo eglino ancora gran parte della primiera barbarie, da altri chia mata diritto di natura, che faceva a ciascuno di loro parer lecita ogni cosa che all'utile proprio od al proprio piacere servisse, fu d'uopo che i primi legislatori gli obbligassero ad osservare la buona fede colla minaccia di gravissimi castighi a chi la violasse. Così Mosè fra gli Ebrei, Dragone presso gliAteniesi, e più i fa mosi Decemviri nelle leggidelle dodici Tavole presso i Romani, fu rono assai rigorosi generalmente in tutti i loro decreti, ed an che particolarmente in quelli che riguardano i debitori, che non avevano con che pagare iproprj creditori. Quanto agli Ebrei, seb bene Mosè ordinasse che fra loro dopo ogni settennio venisse un anno di remissione, in cui nessuno potesse più ripetere i suoi crediti dall'amico, dal congiunto e dal concittadino,volle ciò non pertanto che dai forestieri e dai pellegrini i crediti si esigessero.¹ Nè ciò senza rigore, poichè il Vangelo ci addita, che coloro i quali erano inabili al pagamento,venivan posti nelle carceri fin Deuteron., cap. XV. CHE RIGUARDANO I FALLITI. 7 chè non avessero appieno soddisfatto. I creditori ateniesi, prima che Solone ponesse freno alle sanguinose leggi di Dragone, di venivano padroni di tutti i beni dei debitori, ed anche se questi non bastavano, de' loro figliuoli e delle stesse loro persone, quali poi o vendevano o ritenevano in dolorosa servitù, come Plutarco 3 c'insegna. Ma il rigore di queste leggi ebraiche e greche, che pur era grave, non era punto considerabile, ove si paragoni a quello delle romane. Ancora ci son rimasti gli editti delle dodici Tavole su questopunto,che fanno raccapriccio nelleggerli. Quando il giudice avea dichiarato uno vero debitore, questi avea lo spa zio di trenta giorni per adempiere ai suoi doveri; se ciò non seguiva, il creditore gli ponea le mani addosso e lo conduceva dal pretore, affine che quel magistrato con solenne decreto lo sottoponesse a lui come servo. Dopo il decreto era lecito al nuovo padrone di tenere quel suo schiavo fra ceppi e fra catene, che non doveano essere men pesanti di quindici libbre e più, a suo arbitrio; nè intanto era tenuto a prestargli pel di lui vitto più che una libbra di farro per ciascun giorno. In sì misero stato rimanevano ancora sessanta giorni al debitore per soddisfare in qualche modo, se pur poteva, allo sdegnato creditore; ma se que sti non arrendevasi, esponeva il suo prigioniero per tre volte nel pubblico mercato, che tenevasi nel comizio ogni nove giorni, e qui facea pubblicare il valore di quell'uomo per vedere se al cuno voleva comprarlo. Miserabil cosa era poi, se intanto com parivano altri legittimi creditori di quell'infelice; allora passati i sessanta giorni e i tre mercati, era in loro facoltà il condurlo di làdal Tevere e venderlo ai forastieri, o pure se ciò più loro piaceva, il tagliare il corpo di quel misero in tanti pezzi, e pren derne ciascuno la sua porzione: " Tertiis nundinis partes secan to, si plusminusve secuerit, sine fraude esto. „ Quale funesto spettacolo a vedersi, dovea essere quel corpo sbranato, e quegli usurai accaniti, che invece di denaro riporta vano acasa chi un braccio, chi una coscia, e chi il teschio gron dantedi sanguedi unuomo trucidato! Ben con ragione trattando della descritta legge il filosofo Favorino presso Aulo Gellio, la 3 * MATTHAEI cap. XVIII. PLUTARCH, In Solone, ed il lib. De vit. usurar. 4AUL. GELL, lib. XX, cap. I. 8 RAGIONAMENTO SULLE LEGGI detesta e l'abbomina: " Nam de immanitate illa secandi partien dique humani corporis, si unus ob pecuniam debitam adjudicatur addictusque sit pluribus, non libet meminisse, sed piget dicere. Quid enim videri potest efferatius et ab hominis ingenio diver sius, quam quod membra et artus inopis debitoris brevissimo la niatu distrahantur, sicut nunc bona venum distrahuntur?, Due scuse, presso il citato scrittore, adduce Sesto Cecilio giureconsulto per difesa degli antichi Decemviri che stabilirono quel decreto, da lui pure chiamato inumano e spietato: la prima per l'arden tissimo zelo di conservare la fede, come negli affari pubblici, così anche ne' privati, e massimamente nel commercio del mutuo, conciossiachè riputassero tolto ad una accidentale necessità quel l'aiuto, di cui pure abbisogna la vita umana, se la perfidia dei debitori, senza grave pena, potesse prendersi giuoco di chi som ministra danaro: " Hanc autem fidem majores nostri non modo in officiorum vicibus, sed in negotiorum quoque contractibus sanxe runt, maximeque in pecuniae mutuaticae usu atque commercio. Adimi enim putaverunt subsidium hoc inopiae temporariae, quo communis hominum vita indiget, si perfidia debitorum sine gravi poena eluderet. , Per iscusare poi anche in altra guisa quei le gislatori, dice Sesto Cecilio che appunto eglino intimarono una pena così barbara, così crudele, affinchè nessuno si ponesse a ri schio d'incorrerla. Vediamo oggi parecchi, egli aggiunge, che ven gono assegnati altrui per servi e posti fra le catene, perchè gli uomini scellerati poco temono siffatti castighi; ma io non ho letto nè udito giammai, che alcuno anticamente sia stato nel descritto modo sbranato, perchè una pena così grave non potea disprez zarsi: " Nihil profecto immitius, nihil immanius, nisi (ut re ipsa apparet) eo consilio tanta immanitas poenae denuntiata est, ne ad eam unquam perveniretur. Addici namque nunc et vinciri mul tos videmus, quia vinculorum poenam deterrimi homines contem nunt. Dissectum esse antiquitus neminem equidem neque legi ne que audivi; quoniam saevitia ista poenaecontemni non quita est. Non ho ora tempo bastante, accademici, per esaminare il va lore di queste scuse. I.Romani convien dire che non ne fossero bastevolmente paghi, mercecchè non tollerarono per troppo lungo tempo una legge così severa; e come già Solone aveva ordinato agli Ateniesi, che più in avvenire nessun uomo obbligasse per de " CHE RIGUARDANO I FALLITI. 9 biti la propria persona, ma solamente i proprii beni, cosi pur vollero che anche nella loro patria i soli beni e non le persone soggiacessero in avvenire al rigore dei creditori. In quale occa sione ciò seguisse, lo racconta distintamente Tito Livio. Già da centoventicinque anni erano state pubblicate dai Decemviri le leggi delle dodici Tavole, quando nell'anno di Roma quattro centoventisette, essendo consoli Cajo Petilio e Lucio Papirio Mu gillano, fu per ordine del Senato consegnato nelle mani di un usuraio, a cagione di debito non suo, ma del padre, un gentile giovinetto. Le graziose maniere e la bellezza del nuovo servo ac cesero d'indegno fuoco lo scellerato padrone a tal segno, che ardi di tentare con temerarie domande la di lui onestà. Per le co 6 stanti ripulse del giovine, alfine colui cangiando l'amore in odio, ordinò che si spogliasse e si recassero i flagelli, nè fu contento finchè non vide lacerate crudelmente le spalle di quell'innocente; quand'egli isfuggito all'improvviso dalle mani degli sgherri corse, com'era mezzo nudo e tutto insanguinato, per la città raccontando ad ognuno, che a si compassionevol vista il richiedeva, la cagione della sua sventura. Così a poco a poco adunatasi una gran quan tità di persone, mosse e dall'avvenenza del giovane e dall'indegna sua sorte, si portò impetuosamente al Foro e poi alla Curia, dove iconsoli atterriti dallo straordinario tumulto avevano chiamato il Senato. Allora i cittadini gettandosiai piedi dei Padri, che di mano in mano arrivavano, mostravano le spalle insanguinate e lacere di quel misero, per muovere ognuno a compassione contro la crudeltà degli usurai. In quel giorno, conchiude Tito Livio, per la soperchievole ingiuria recata ad uno, fu superato un gran vincolo della fede. Venne dunque ordinato ai consoli di riferirne al popolo, che quindi in poi, se non chi avesse delitto, finchè ne pagasse la pena, nessun altro si tenesse fra le catene o nei ceppi, e che pei denari prestati restassero obbligati i beni e non già il corpo di chi gli aveva ricevuti : " Victum eo die ob impotentem injuriam unius ingens vinculum fidei, jussique consules ferre ad populum nequis nisi qui noxam meruisset, donec poenam lueret, in compedibus aut in nervo teneretur. Pecuniae creditae bona de bitoris, non corpus obnoxium esset. " * PLUTARCH. supracit. • TIT. LIV, Dec., I, lib. 8. 10 RAGIONAMENTO SULLE LEGGI Sembra che nelle citate parole lo storico si dolga, come se pel nuovo decreto la pubblica fede avesse sofferto non piccolo danno. Infatti sarebbe forse stato bastante il togliere ai creditori l'ar bitrio di sbranare e di maltrattare soverchiamente i debitori resi loro schiavi, senza liberarli anche da ogni timore della servitù e della prigionia. Allora si cominciò il tagliamento e la divisione de' suoi membri, e restò nel primiero uso il vocabolo di sezione trasportato dal corpo ai fondi, come nota il dottissimo Gravina, per venerazione dell'anticalegge, affinchè si conservasse quel de creto almeno nel nome : " Remansitque sectionis nomen a corpore translatum ad bona propter venerationem vetustae legis, ut sen tentia illius in vocabulo conservari videretur. , Egli segue a dire che pel debitore, se non avea sufficienti beni, fu poi introdotto il beneficio della cessione: " At si debitor careret sufficientibus bo nis, invaluit beneficium cessionis. , Questo miserabile e lagrime vole aiuto, come vien chiamato nel Codice, fu stabilito colla legge Giulia de cessione bonorum, perchè ifalliti ischivassero la carcere, e fu poi cogli editti degli imperatori conceduto a tutte le pro vincie soggette all'imperio romano, e perciò anche alla nostra: * ajuto invero lagrimevole e miserabile, ove riguardisi un ingan natore, che non avendo più de' proprii, abbia frodolentemente arrappati e goduti gli altrui denari. Io non so abbastanza ma ravigliarmi che i legislatori non abbiano mai badato alla gran distinzione che passa fra un debitore sventurato, fallito senza sua colpa, e un iniquo barattiere fallito con frode, e dall'altra parte fra un creditore usuraio che abbia rovinato un bisognoso con patti iniqui, e un onesto cittadino che abbia prestato denaro o roba per fare altrui piacere, o con moderato o con nessuno inte resse; ma abbiano indistintamente sempre posto e gli uni e gli altri in un fascio. Sebbene ciò a che serve? Sarei stato ben pazzo se avessi pre teso di esaminare questa sera le antiche leggi circa i falliti per correggerle, e non per privato nostro trattenimento, o se possi bil fosse, anche per altrui vantaggio e per pubblico giovamento. Posto in tal guisa in salvo il corpo e in gran parte anche il ' GRAVINA, De origine juris, tom. I, pag. 345. * Cod. Qui bonis cedere possint, leg. I, IV, VII, VIII. CHE RIGUARDANO I FALLITI. 11 nome del fallito, erano almeno rimaste congiunte alla cessione de' beni alcune solennità, le quali essendo pubbliche, non pote vano non essere ignominiose per chi voleva godere di quel bene ficio, e però potevano servire di qualche freno per non giungere sì agevolmente ad averne bisogno; ma anche questo piccolo freno fu tolto dall' imperator Teodosio, il quale con troppo clemente editto, abolendo ogni formalità prescritta dalle leggi, ordinò che una sola protesta bastasse per qualunque cessione di beni: " In omni cessione bonorum ex qualibet causa facienda, scrupulosi tate priorum legum explosa, professio sola quaerenda est. , Ri dotto così a somma dolcezza il beneficio di cui trattiamo, conti nuò in tale stato anche fra noi, finchè continuò anche fra noi l'autorità dell'imperio romano. I Longobardi fatti padroni del nostro paese v'introdussero le loro leggi, e queste io non so dire precisamente cosa disponessero circa i falliti. Trovo per altro un decreto del re Liutprando,¹º da cui mi sembra di poter ricavare con fondamento che l'ajuto della cessione de' beni aveva anche fra i Longobardi il suo luogo. Se alcuno, dice il re, avrà fatto qualche debito ed avrà vendute le cose sue, e quel debito sarà tale ch'egli nol possa pagare, ma un suo figliuolo avrà o dalla moglie o per altro mezzo colle sue fati che fatto alcun acquisto, poichè il di lui padre avrà vendute le cose sue o le avrà date pel suo debito ai creditori, i quali ne avranno ottenuto il possesso giudizialmente, questi non avranno facoltà di chiedere o di distrarre ciò che il figlio ha avuto dalla sua moglie o per le sue fatiche, ma egli se lo godrà tranquilla mente: " Si quis debitum fecerit et res suas vendiderit, et tale fuerit ipsum debitum, quod solvere non possit, et filius eius per uxorem suam aliquid conquisierit,vel postea sibi per quodcumque ingenium laboraverit, postquam genitor eius omnes res suas ve nundaverit, vel pro debito suo creditoribus suis dederit, aut a publico intermissi fuerint (ecco, s'io non erro, una manifesta ces sione di beni), non habeant facundiam (vuol dire facultatem) cre ditores res ejus, quas filius de conjuge sua habere videtur aut laboravit, repetendi aut distrahendi, sed habeat sibi filius ejus Cod. eod. leg. VI. Leg. Liutpr, Leg. II, cap. IV. 1 12 RAGIONAMENTO SULLE LEGGI jure quieto. , Terminato poi il regno d'Italia, allorchè il governo della nostra città si ridusse a perfetta repubblica, quegli antichi padri della patria, considerando che la semplice cessione de' beni, senza alcun danno del corpo e senza alcun pregiudizio della ri putazione, apriva troppo ampio campo alle frodi, onde la pub blica fede e singolarmente nel commercio, ch'eglino procuravano con ogni studio di far rifiorire, ne sofferiva gravissimo pregiudizio, giudicarono di non concedere quel legalebeneficio ai mercanti in modo alcuno, e di accordarlo agli altri con una ignominiosa for malità, la quale venendo a ferire, se non le membra, almeno l'o nore del fallito, potesse nei seguenti tempi atterrire chi osava di prender denari o roba in prestito, senza grande probabilità di poterli a suo tempo restituire. Questo saggio e lodevolissimo costume introdotto in Milano, comincia a comparire nella raccolta delle nostre Consuetudini fatte per ordine della Repubblica nell'anno 1216. Ivi si legge che l'ajuto della cessione dei beni si otteneva dal fallito posto nella pubblica adunanza della Comunità sopra di un'alta pie tra: " Nisi condemnetur secundum nostrae civitatis consuetudi 11 nem in Commune super lapidemerectum ad auxiliumcessionis bo norum.¹¹ „ Più chiaramente poi negli Statuti formati nel decimo quarto secolo fu ordinato, che se alcuno in avvenire vorrà cedere i suoi beni, dovrà cederli nel pubblico parlamento adunato per altri affari di giorno, col suono delle campane, avanti il podestà di Milano o il suo vicario. Colui che cede sarà nudo e scalzo, nè avrà alcun vestimento o copertojo, toltone i calzoni, che allora chiamavansi sarabula. Così egli ascenderà sopra la pietra, prima che il podestà o il suo vicario partasi dal parlamento, e vi starà dal principio dell' adunanza sino al fine, senza alcun velame nè in capo nè altrove,in pubblico come sopra e alla presenza dei due consoli di giustizia della sua faggia, cioè del suo territorio o della sua porta; la cessione fatta altrimenti sarà di nessun valore : " Si quis voluerit de cetero cedere bonis suis, cedat in publica conctione, quae fiat coram potestate Communis Mediolani vel ejus vicario de die, pro aliis negotiis, campanis pulsatis: ita quod qui 11 Consuetud. Mediol. ms , tit. Si quis in blasmo praeterierit. CHE RIGUARDANO I FALLITI. 13 cedit nudus sit et discalzatus, non habens aliquod vestimentum vel velamen, excepta sarabula; et sic ascendat super lapidem, antequam potestas vel eius vicarius recedat a conctione; et in dicta conctione debeat stare a principio usque ad finem sine ali quo velamine in capite vel alibi, in publico, ut supra, praesenti bus duobus consulibus justitiae fagie suae. Et aliter cessio facta non valeat.¹ „ Lo stesso decreto è stato confermato e replicato negli Statuti nuovi di Milano,13 e si trova anche negli Statuti di altre città d'Italia. Non mancano alcuni antichi dottoracci,¹¹ che troppo affezionati alle romane leggi eccessivamente languide nel punire i fallimenti, hanno biasimato questo nostro decreto, come troppo rigoroso, e sono fin giunti adichiararlo nullo. Con pace di que' venerandi barbassori, perchè una legge debba dirsi nulla bisogna che manchi o l'autorità nel legislatore o la giustizia nella legge medesima, o il consenso e l'accettazione dei popoli, pei quali è fatta. Nulla di ciò manca nel caso nostro: non manca l'auto rità nei legislatori, perchè la repubblica avea ricevuta dall'impe rio nella pace di Costanza ogni più ampia giurisdizione; e se ciò non fosse, bisognerebbe dire che tutti i nostri Statuti per tal ca gione fossero nulli. Non manca la giustizia nella legge, impercioc chè qual cosa più giusta di questa, che i frodolenti debitori deb bano avere un giusto castigo per distogliere gli altri col loro esempio dal mancar di fede? Non manca finalmente il consenso e l'accettazione dei sudditi, perchè questa legge fra noi è sempre stata, ed è ancora, come suol dirsi, in verde e vegliante osser vanza. Proverbialmente in Milano, quando alcuno ha ceduti i beni, dicesi anche oggidi che egli ha culattata la pietra, nè la descritta formalità si ommette giammai nelle cessioni dei beni senza particolare decreto del Senato, che talora, e veramente molto spesso, concede la facoltàdi cedere i beni, secondo la frase S'atuta antiqua, Rubr. gen. De extraord. civil , n. 1. Statuta nova, tom. I, cap. 408. 14 Apud Carcan. ad dictum cap.408. 15 Gioverà qui ripetere i savii sentimenti di Aulo Gellio già riferiti di sopra, che sembran detti al nostro proposito : Hanc autem fidem majores nostri non modo in officiorum vicibus, sed in negotiorum quoque contractibus sanxerunt, maximeque in . pecuniae mutuaticae usu atque commercio. Adimi enim putaverunt subsidium hoc ino piae temporariae, quo communis hominum vita indiget, si perfidia debitorum sine gravi poena eluderet.>>> 14 RAGIONAMENTO SULLE LEGGI del foro, citra formam pudendam. Anche qui non istà ame l'esa minare per qual ragione il nostro Senato ormai ogni volta dero ghi ad una legge si salutare. I motivi fuor di dubbio saranno giu sti e degni di quell'eccelso tribunale; a me basta l'aver mostrato che anche questo, come gli altri Statuti, mantiene ancora tutta intera la sua forza. Passerò ora ad osservare che quelli, contro dei quali avea luogo l'azione personale, non potevano godere del beneficio della ces sione. Fra questi singolarmente, come giàdissi, annoveravansi i mercanti, che obbligati essendo più strettamente all'osservanza della buona fede, giustamente erano privi di quell'ajuto, che po teva ad altri accordarsi. Ciò non pertanto avveniva anche anti camente bene spesso, che qualche sciagurato negoziante, cari candosi a più non posso di roba altrui, e formando frodolenti ipoteche sopra i pochi suoi beni, alfine se ne fuggiva: " Cum saepe accidat (così leggesi nei nostri Statuti, dove tratta dei mercanti ¹¹) quod aliqui malo spiritu moti negociationibus et rebus ad cre denciam acceptis in magnis quantitatibus, prout plus invenire et accipere possunt, fraudolose se absentant et fugam faciunt, et res suas immobiles, si quas habent, dimittunt impeditas per aliquos falsos seu nefarios contractus factos in fraudem creditorum. Perciò i nostri legislatori contro di costoro sfoderarono tutto il " rigore, e in primo luogo ordinarono che ogni negoziante, il quale desse ragionevole sospetto di fuga, potesse pur catturarsi; e al lorauno dovesse dirsi ragionevolmente sospetto di fuga, quando ri chiesto a dare idonea cauzione de'suoi debiti, ricusasse di farlo; 18 se poi la fuga eragià seguita, vollero che sommariamente si desse il possesso ai creditori dei beni del fuggitivo,¹º e che per lui fossero obbligati il padre, i figliuoli e tutti gli ascendenti e discendenti, i fratelli, i figli dei fratelli, gli agenti, i compagni, e tutti quelli che seco dianzi vivevano in comunione; che tutti questi, non che il fuggitivo medesimo, s'intendessero banditi in guisa, che ogni offesa ad essi fatta e nella persona e nella roba,eccetto l'o 20 16 Stat. nova, tom. I, cap. 408. Stat. antig , ubi de mercantoribus, n. 37. 17 Stat. antiq. supracit, n. 44. 48 Ib., n. 40 et 48. 19 Ib,n. 45. 20 lb., n. 51. CHE RIGUARDANO I FALLITI. 15 micidio, restasse perpetuamente impunita; ¹ che nessuno potesse dar loro ricovero o albergo sotto grave pena; anzi a ciascun 22 creditore fosse lecito anche colla sola propria autorità l'arrestarli ovunque gli ritrovasse.** Oltre ciò imposero al Comune di Milano, che dovesse procurare lo stabilimento di una convenzione con tutti gli Stati vicini e lontani, affinchè i fuggitivi non fossero si curi in alcun luogo, ma s'imprigionassero alla minima istanza dei loro creditori, e ordinarono che il Podestà nei processi contro di coloro potesse prescindere anche dalle consuete solennità dei giudizii e adoperare ogni qualità di tormenti.** Non fu permesso ad alcun procuratore il difendere la loro causa senza idonea si curtà di pagare il debito interamente ed anche la condanna; e finalmente fu stabilito che tali rei più non si avessero per citta dini nè per contadini milanesi. " Galeazzo Maria Sforza duca di Milano di più con suo decreto dato alli 12 di febbraio del 1473 li dichiarò ribelli del suo Stato, e ordinò che dovessero catturarsi in ogni tempo ed in ogni luogo, in piazza, in chiesa, in casa e fino nella camera del principe e nel luogo della sua propria re sidenza: " Quam quidem captionemtam per creditoresipsos, quam per officiales in omnibus dominii nostri locis quibuscumque diebus feriatis vel non feriatis, ubicumque fuerint, vel in foro, vel in ec clesiaet in loco propriae habitationis, nullo locorum habito re spectu, etiam in propria camera nostra et residentia nostra fieri posse decernimus. 28, Tutto ciò poi fu confermato dalle nuove Co stituzioni, le quali danno anche al Senato l'autorità di condan nare que' fuggitivi o alla galera o alla forca, come più giudicherà espediente. Se queste nostre savie leggi intorno ai falliti fossero più note al pubblico di quel che non sono; se chiunque prende danaro o roba a credenza, e massimamente se ha parte nel commercio, 21 Stat. antiq. supracit, n. 52. 53. 22 Ib., n. 54. 23 Ib., n. 55 et 56. 24 Ib , n. 28 et 63. 25 Ib , n. 50 et 64. 26 Ib., n. 59. 27 Ib., n. 60. 28 Edictum additum Statutis Mercat. in fine. 29 Nor. Constit, lib. V, tit. De abbat.et Consul. Mercatorum. 16 RAGIONAMENTO SULLE LEGGI non ignorasse a quali rischi si espone non potendo restituire; se inegozianti che dolosamente fuggono, sapessero quali castigi stan preparati contro di loro e contro tutta la loro famiglia, egli è ben credibile che un giusto timore gli tratterrebbe, e noi non saremmo costretti a compiangere si frequentemente quegli infelici, che perdono le loro sostanze a cagione de'fallimenti. Volesse il cielo, che se noncolle mie, che a tanto non vagliono, almeno colle vostre parole, accademici, si destasse nel pubblico un si salutevol timore: allora io chiamerei me beato, che avessi, qualunque io mi sia, potuto in alcun modo recare alla mia patria un sì gran beneficio. Altrimenti verrà, e forse fra poco verrà un tempo, in cui mossodallagravità del male ilnostro eccelso Senato, obbliando la consueta clemenza, con cui mitiga saggiamente il rigore delle leggi, darà libero il corso alla più severa giustizia; e guai a chi affidato all'altrui esempio avrà creduto di poter saldare con poco balsamo molte e grandiose ferite, fatte nelle sostanze de'suoi miseri concittadini! Chi sa che non abbia allora a vedersi qual che nobile, immeritevole di così illustre carattere, nel pubblico palazzo, dove rendesi altrui ragione, sedersi ignudo sopra la pie tra, che sta colà a tal fine preparata; e qualche negoziante, in degno di così onorata professione, andarsene col remo in ispalla alla galera, o col laccio al collo alle forche! Sin qui ilGiulini; a proposito poi della pratica forense, che ac compagnava con forma pubblica e ignominiosa la cessione dei be ni, non sarà inopportuno aggiungere, che il cap. CCVII degli Sta tuti dei Consoli di Como dell'anno 1281,dice che nel 1219 fu stabi lito che " si quis aliquis fuerit condempnatus de aliquo debito, et pro ipsa condempnatione datumfueritbannum,vel in aliquo banno sit poxitus, non possit exire de ipso banno, nixi prius solverit creditori prædictum totum debitum, vel consignaverit suabona vel tantas res liquidas, de quibus possit satisfacere creditori de ipso toto debito, vel nixi se concusserit seu crolaverit super lapidem broleti Cuma rum, super quo concionatur, in camixia tantum et non cum sa rabula, et ter vel quater dederit de cullo super lapidem publice in concione Cumarum, et steterit et crolaverit secundum formam proximi statuti inferioris facti MCCIX; et si solverit, vel tantas res liquidas consignaverit, unde possit satisfacere creditori,vel se con 1 CHE RIGUARDANO I FALLITI. 17 cusserit, ut supra legitur, possit exire de ipso banno.Additum est MCCLXXVIIImense novembris,quod sicondempnatus renonciave rit cessionibonorum, quod tallem concussionemfacere nonpossit. „ Anche a Pavia, Casale,Pisa ed altre città nel mezzodell'arengo eravi la pietra, ove eleggevansi i pubblici ufficiali, raccoglievansi i voti dei cittadini, emanavansi gli statuti e trattavansi gli affari della maggiore importanza, e negli atti pubblici che colà si redi gevano inproposito, non ommettevasi talvolta d'indicare: " Actum in broleto Communis ad lapidem., Nell'istessa Como il podestà nel l'entrare in carica emetteva il suogiuramento, stando sulla pietra: "Antequam descendat de equo,veniet ad lapidem arengere Cuma rum, et ibi superipso lapide sine aliquo intervallojuret., Quindi per daremaggior solennità aquell'atto del debitore, che dichiaravasi im potente a saldare isuoi debiti, e per infamarlo pubblicamente, lo si facea ovunque spogliare colà e sedere più volte sulla pietra. APavia pubblicavansi sulla pietra gli atti piùimportanti dei magistrati ; in una carta del 18 gennaio 1348 conservata nell'Ambrosiana, è in timato il bando ad un debitore dall'assessore del podestà: " Quod quidem bannum lectumet publicatum fuit die sabbati decimonono hora vesperarum per me notarium infrascriptum in curia Commu nis Papiæ super lapidem altiorem ipsius civitatis inmagna hominum quantitate, ibidem voce servitoris Communis Papiæ more solito convocata et congregata de præcepto dicti domini judicis etc. Gli statuti del comune di Casale S. Evasio così disponevano ri guardo ai falliti : " “ Quicumque captus et detentus volens cedere bonis suis, admittatur ad bonorum cessionem..... probet coram judiceCasalis se stetisse in carcere Communis dies sexaginta die no ctuque, et ista probacione facta, voce preconis premissa, per ser vitores Communis in publica concione publice et alta voce super lapidem Communis cridet et protestetur, quod ipse talis captus ce dit bonis, et omnia bona sua et singula presentia et futura, exce ptis vestibus de dosso ipsius cedentis, libere dimittit et relaxat creditoribus suis liberam licentiam accipiendi et auferendi eius bona, quicumque et ubicumque ea invenerint, eorum propria au ctoritate, usque ad solutionemintegram ejus quod habere debent.... Et ille qui amodo cedit bonis, non possithabere aliquem honorem vel aliquod officium, qui vel quod descendat a Commune Casalis. 30 Monum. Hist. Patr. Leg. municip , col. 987. Arch. Stor. Lomb. An. III. 2 17 18 RAGIONAMENTO SULLE LEGGI CHE RIGUARDANO I FALLITI. Di quella pietra, che pare fosse destinata all' istesso uso, è fatta menzione negli Statuti di Lesa, ove si prescrive cheimalfattori siano citati al loro domicilio o al luogo ove era stato commesso il delitto : " adlocummaleficii vel delicti, et ubi delictum commissum fuit, e la citazione fosse fatta pubblicamente " et alta voce per servitorem Vergantis ad lapidem, qui est in burgoLesiae prope berlinam. " " AFirenze sottoponevasi all'istessa pena infamante chi fallisse al debito, ed anche nella sala della Ragione a Padova stava la pietra del vitupero. AMonzachi rassegnava i proprii averi dovea ascendere sulla pietrain mezzo alla pubblica assemblea, e starsene colà scalzo equasi nudo sino alfine dell'adunanza. ALucca, comenell'antica Roma, il fallito portava un berretto giallo; il creditore che ne lo trovasse mancante, potea farlo arrestare, ed a Firenze chi non lo portava, poteva esser costretto a far l'ufficio di carnefice. Meglio che oggidi, allora la slealtà e il ladroneggio dei fallimenti dolosi dovevano aver, nell'infamia pubblica un sensibile freno e castigo. Anche nella sua Storia di Milano il Giulini lamenta che le sa vie misure statutarie da lui riportate in questo Ragionamento fos sero cadute in oblivione, quantunque confermate dalle leggi allora vigenti. Secondo l'abate Fumagalli³¹ su quella pietra furono so vente giustiziati i rei di Stato. Negli statuti comaschi del 1458, a proposito della pietra super quo concionatur, si legge: " Affingatur lapis aptus ad haec inpal latio et broleto Communis Cumarum, et fiat cessio tempore quo po testas et consules sunt in banco pro jure reddendo; et contrahoc nullus audiatur, nisi solvat aut deponat debitum.... Quod statu tum nonhabeat locumin massariisvel inquilinis vel partiariis, nec colonis nec emphiteotis nec aliis fictabilibus, quibus non prosit cessio bonorum, " ed essi dovevano perciò subire la prigionia. Questa eccezione fu, a quanto pare, introdotta pelprimo dal conte di Virtù, signore di Milano, negli statuti milanesi con decreto 4 luglio 1393, ed adottata anche per quelli di Como, perchè già era divenuta una misura delusoria per reprimere i fallimenti la contu melia patita in pubblico consiglio, specialmente pei fittabili " nul lum stuporem neque vituperium verentes, tamquamhomines rudes et villanos, omni bono zelo et conscientia carentes. „ A. D. C. " Antich. Longob. II, p. 160. ARIBERTO VESCOVO DI COMO SUL FINIRE DEL SECOLO XI. Moriva nell'anno 1061 il sassone Bennone vescovo di Como, dopo dodici anni di governo di quella diocesi, arricchito di laute dona zioni e d'ampii privilegi dall'imperatore Enrico III, e del titolo, se condo alcuni, di vicario imperiale, che aggiungeva la podestà po litica alla di lui giurisdizione episcopale. A lui gli storici fanno succedere nell'anno stesso il comasco Rainaldo,¹ arcidiacono della cattedrale, per elezione fattane dal clero e dagli abati di s. Ab bondio e di s. Carpoforo, in forza di privilegio imperiale allora appunto elargito, ed approvato poi da Nicolao II. Assaibeneviso a Gregorio VII, che gli diresse alcune lettere, a s. Pier Damiani ed all'imperatrice Agnese, si spense a Nesso nel 1084, come lo atte sta anche la Cronaca del contemporaneo Arnoldo di Costanza.* SecondoBenedettoGiovio salidopo luilacattedra comense un'Ar tuico, che, secondo documenti da lui veduti, avrebbe nel 1092 " in animae suae et successoris sui remedium, fatte alcune donazioni " all'altare della chiesa di s. Martino di Bormio, quantunque no minato dall' imperatore in onta ai privilegi del clero, e quindi non 1 Ital. Sacra, tom. V, col. 288; TATTI, Ann. Sacri di Como, tom. II, p. 202; BAL LARINI, Cron. di Como, p. 118. 2 •Histor. Patr, lib. II, p. 170. Per altro egli solo lo afferma, e la sua autoritànon pare si salda, da doversene accettare confidentemente tutte le sentenze. 20 ARIBERTO VESCOVO DI COMO. accetto al popolo, mentre poco prima (pag. 169), contraddicendo a sè stesso, quel cronista aRainaldo avea dato successore Landolfo daCarcano, il quale veramente assai posteriore di tempo,contrasto il vescovado a Guidone di Cavallasca, arciprete della cattedrale, e perciò nonpotè essere insignito di quella dignità prima diArtuico. Su questa, successione evvi tra gli storici non poca incertezza, er rando nella persona che sedette su quella cattedra per undici anni circa. L' Ughelli stesso, ingannato dalla falsa data di un diploma attribuito al nominato Enrico, quando veramente esso appartiene ad Arduino e quindi ad epoca diversa, fa seguire a Rainaldo un Pietro IV (che non esistette mai, al pari di Artuico), e a lui il mentovato Guidone; ma quest'ultimo sembra da autentiche prove, che non abbia occupato quella sede avanti il 1095 e quasi contem poraneamente o poco dopo la deposizione di Landolfo, eletto contro l'antica disciplina e consacrato da Ulrico patriarca d'Aquileja, eperciò scomunicato da Urbano II come crudele e presuntuoso invasore della chiesa comense ad onta dell' apostolica ordinazione, sebbene non abbia mai in effetto risieduto canonicamente nella sua chiesa, ma sia andato di continuo qua e là errando per la diocesi. Il Ballarini e il Tatti ripetono l'equivoco, ed anche altri dopo di loro, e gli stessi scrittori più recenti, volendo mante nere Artuico e Pietro IV, non seppero stenebrare affatto questo punto di storia comense. È ora accertato che a Rainaldo tenne dietro immediatamente Ariberto, di cui tuttavia s'ignora il casato e l'origine, non che l'anno in cui ebbe principio il suo governo episcopale, essendoci rimasti pochi documenti che lo riguardino. È tuttavia fuor di dub bio che nel 1085 era già in possesso della sua dignità, e ne avea già compiti alcuni atti importanti, come rilevasi da un suo di ploma originale, di cui dirò fra poco, esistente nell'archivio di plomatico in Milano. Se prestassimo fede al Giovio, Ariberto, a lui ignoto, non sarebbe vissuto al di là del 1092, epoca in cui, secondo quello scrittore, il suo Artuico sedeva già su quella cat tedra; ma quando sarebbe quegli mai stato eletto ? Eliminato Artuico dalla successione, rimase forse vacante la sede di Como dalla morte di Rainaldo sino a quell'anno? Il Rovelli, che pel primo fa qualche cenno dubbioso di Ariberto, rammenta l'esi stenza d'una carta del marzo 1092, conservata allora nell'archi ARIBERTO VESCOVO DI COMO. 21 vio di s. Eufemia d'Isola, ove è nominato quel prelato quale im mediato successore di Rainaldo, senza però che vi si dica (scrive egli) o si possa dedurne ch'ei fosse ancor vivente; ma non cre dette bene di tenerne gran conto, ravvisandovi alcune espressioni che gliela rendevano sospetta. Sembra che in ciò errasse, come dirò a suo luogo. Ad ogni modo Aribertodovette aver cessato di vivere al più tardi nei primi mesi dell'anno 1095 (soggiunge an cora il Rovelli), in cui già vedesi succeduto il nominato Landolfo. AncheMaurizioMonti,che scrisse la suastoria comasca in questo secolo, a Rainaldo pone successore immediato lo scismatico Lan dolfo, chierico ordinario e diacono della chiesa milanese (tacendo affatto di Ariberto), dicendolo eletto nel 1095, quindi undici anni dopo la morte di Rainaldo e dopo egual tempo di sede vacante, ciò ch'è assai inverisimile; e pare a quello storico che l'elezione legittima di Guido fosse posteriore a quella del Carcano, e alla scomunica lanciata contro di lui daUrbano papa, e alla condanna fattane nel concilio di Milano. Il Cappelletti appena fa un cenno fugace di Ariberto, e sulla fede degli scrittori comaschi,parla an cora di Artuico, del quale non fa cenno nessundocumento auten tico, e dice ch'egli occupò la sede di Comopel decennio dal 1084 al 1094 (che fu invece il tempo di Ariberto), e per soprappiù lo afferma scismatico, come aderente all'antipapa Bordino e da lui confermato, mentre d'altra parte scrive che dopo la morte di Rainaldo il clero cattolico erasi eletto Ariberto. Èsingolare il silenzioche fa di questo vescovouna carta, di cui havvi una copia autentica del secolo XII nell' Ambrosiana, scritta durante l'episcopato d'Ardizzone (1125-1154), sul tempo del cui episcopato è eziandio inesatto l'Ughelli. Quella carta è l'atto di fondazione dell'abbazia di s. Carpoforo di Como, instituita dal l'alemanno vescovo Litigerio o Leuticherio, che occupò quella sede dal 1028 al 1049, ed eresse eziandio nel 1031 a collegiata la chiesa di s.Eufemia nell'Isola Comacina, dotandola di molti beni; ristaurò quindi nel 1040 la cadente basilica di s. Carpoforo già col legiata, e riconsacratala, l'arricchi di molte altre possessioni oltre •Storia di Como, vol. 1, p. II, pag. 378. * Chiese d' Italia, tom. XI, p. 341. Questa può dirsi inedita, non avendone il Tatti riportato che poche linee. 22 ARIBERTO VESCOVO DI COMO. quelle donate da Liutprando, appartenenti alla sua mensa vesco vile, e l'affidò ai Benedettini, creandone abbate Dodone. In quel diploma appare sottoscritto pelprimo il vescovo fondatore, e sem bra che i suoi successori, quasi a ratifica e conferma della fon dazione, vi apponessero di mano inmano la loro firma in seguito alla loro elezione, poichè dopo Litigerio siveggono inomi diBen none, Rainaldo, Guidone, che tutti vi si qualificano vescovi dị Como; dopo questo seguono molte segnature di ecclesiastici, che premettono la croce, e pel primo: " † Heribertus vice dominus " consensi et laudavi, et me subscribere feci, et facta subscriptione firmavi; „ dopo lui segue Ermenaldo abbate di s. Abbondio, e molti altri ecclesiastici dell'ordine superiore e secondario della chiesa di Como, e dopo l'autenticazione di due notai apposta alla copia, leggesi: " †Ego Ardicio cumanus episcopus subscri psi ,, segnatura che sembra autografa. Veggiamo qui tra i so scrittori un Eriberto vicedomino, che firmò pure nell'aprile 1087 come vicedomino e stimatore un'atto di permuta di beni, conve nuta fra Arioaldo d'Isola ed il vescovo Ariberto, ma non vi si legge punto la sottoscrizione di quest'ultimo, interrompendo così la serie dei prelati che ratificarono quella fondazione, il che ver rebbe quasi a gettare dei dubbi sulla legittimità della sua elezione, se altre prove più evidenti non li escludessero affatto. Il Giulini adduce un decreto di Corrado, figlio dell'imperatore Enrico e consecrato re di Germania nel 1087, conservato nell'ar chivio della cattedrale di Bergamo, col quale nell'otto gennaio 7 < † Litigerus Dei gratia cumanus episcopus hoc opus in primis incipiens et Deo volente, in quantum ipse concesserat, perficiens, subscripsi et confirmavi. † Benno episcopus cumanus confirmavi et laudavi. + Rainaldus episcopus laudavi et subscripsi. † Guido Dei gratia cumanus episcopus laudavi et subscripsi. >> 8 Vicedomino appellavasi in origine il vicario del vescovo che dicevasi domnus, uf ficio conferito sempre ad un ecclesiastico dell'ordine maggiore, e quindi ad un cano nico della cattedrale; ma in seguito a poco a poco usurparonsi quell'appellativo an che gli abbati, poi i monaci tutti; indi divenne ereditario e secolare, e ne ebbero il titolo alcune famiglie, senza però che vi fosse annesso alcun diritto od esercizio di giu risdizione civile nè ecclesiastica. Infatti vediamo nella carta dell'aprile 1087 firmarsi Vicedomino anche « Albizo diaconus vicedominus aestimator, ed Eriberto eipurVicedo mino, senz'essere, forse, chierico, e in quella del marzo 1085 Alkerius, filius Vicedo mini Beltrami de Cumis. >> 1 Mem. di Milano, p. IV, p. 281. ARIBERTO VESCOVO DI COMO. 23 dell'anno seguente quel monarca, risiedendo nel palazzo vescovile di quella chiesa, in presenza di insigni personaggi, di giudici del sacro palazzo e di non pochi vescovi, bandi solennemente una multa di mille mancusi d'oro a chiunque ardisse molestare di nuovo i canonici di s. Vincenzo di Bergamo, cui accoglieva sotto la sua protezione, ed invaderne i beni. Traivescovi che assisteano Corrado inquelplacito,eravi anche Ariberto di Como, cui ilLupi,10 che riferisce per intero il documento, sospetta intruso da' scisma tici in luogo di Rainaldo da loro espulso; e anche il Giulini, che purnoncrede all'esistenza del già nominatoArtuico, ammesso anche dal Tatti senza addurne alcuna prova valevole, sentenzia ch'esso Ariberto fosse macchiato di scisma ed illegittimo, che quei due nomi, confusi dagli scrittori si riferiscano ad una sola persona, che il pastore ecclesiastico di que' giorni non si chiamasse vera mente Artuico ma Eriberto, e che questi ripetesse il suo ufficio dall'imperatore nel 1084, a scapito dell'autorità del legittimo Guidone, non sembrandogli verisimile trattarsi qui di due perso naggi diversi, de' quali l'uno morto in sì breve tempo, e sì tosto surrogato dall'altro. Ma il Giulini non avvertiva che Guidone non fu eletto che tra il 1094 e il 95, e che secondo i documenti più certi rimastici, non sedeva a Como che il solo Ariberto, il cui episcopato non appare contrastato da alcun competitore; oltrec ciò que' sospetti svaniscono innanzi il fatto della sua visita pasto rale della diocesi, che suppone e richiede di necessità la residenza e l'esercizio tranquillo del suo ministero; e la fiducia stessa in lui collocata dai canonici di s. Eufemia (come si vedrà qui in nanzi), che lo supplicano di riparare alle ingiustizie commesse a loro danno dagli antecessori, prova l'adesione a lui prestata dai diocesani e la regolarità della sua elezione. D'altra parte la con fusione e lo scompiglio gettato a que' tempiinfelici inogni ordine 10 Cod. Diplom. Bergom, tom. II, p. 759: « Dum inDei nomine in civitate Per gamo in episcopali domo infra camera ipsius episcopii residebat domnus Conradus Dei gratia rex, adstantibus cum eo Ottone Calvo, Wilielmo de Portiano, Sciro de Cenate, Arnaldo et Arderico pergamensibus sacri palatii judicibus; et cum eo Ogerio episcopo et canzellario Ivoriensi, nec non Ariberto cumano episcopo et Anselmo novariensi epi scopo etc. Su questa questione l'Ughelli scrive Aribertum successisse videtur Rai naldo in supra relata Gregorii VII epistola memorato, hoc aut vita functo aut schisma ticis sede pulso, in cujus loco hunc Aribertum intruserint, sed de his videant Novo comenses. > 24 ARIBERTO VESCOVO DI COMO. di governo sì civile che ecclesiastico per l'instabilità d'ogni re gime, la tenacità dei partiti politici e lo scisma che avea invaso tanta parte d' Italia, rendono quasi ragionevoli que' sospetti. Rai naldo in condizioni avverse ad ogni bene seppe separare Como dalle altre città lombarde involte nello scisma,mantenendonela co stantemente illesa, ed insegnandole a reggersi da sè al di fuori d'ogni influenza imperiale, quantunque esposto a gravissimi peri coli, perseguitato dagli avversarii e insidiato in città, sicchè fu co stretto ricoverarsi a Nesso, com'è fama, ove morì; " e nulla prova che Ariberto non abbia seguito il nobile esempio del suo ante cessore e continuatone il modo digoverno, che avea procurato al paese una relativa tranquillità; lui stesso lo vediamo inuna carta del marzo 1085 risiedere in quel medesimo villaggio lacuale. L'atto di permuta di beni fra Arialdo d'Isola ed Ariberto ve scovo esiste in originale nell'Ambrosiana : quest'ultimo cede ad Arialdo alcune proprietà in Lenno e i relativi diritti, e in cambio Arialdo cede alla mensa vescovile altri beni di maggior valore, 12 come prescriveano le leggi e come riconobbero gli stimatori dele gati dal vescovo, il diacono Albizo di Nesso, anch'egli vicedomi no, Todilo di Como ed Albizo di Corniola, che eziandio firmavano l'atto; e per soprappiù diede ad Ariberto venti denari d'argento, come beneficio e aumento di valore dei beni caduti nelle per mute convenute cogli ecclesiastici o colle chiese,voluto dal diritto. Come già accennavo, Ariberto percorreva nel 1085 la diocesi nella visita stabilita dai canoni, correggendo qua gli erranti, là 11 Che Rainaldo vivesse tuttavia nel1083 lo conferma un attodi transazione del 30 aprile di quell'anno fra la communitàdi Lenno e quella d' Isola, che pon fine ad una controversia insorta intorno alla dipendenza della chiesa di s. Benedetto in monte Al tirone, e sopita d'ambe le parti con una donazione di beni alla chiesa stessa de tota illa terra quae est ab una valle ad aliam, et de ascolo et pascolo inmonte deUgucio et inmonte de Leno ubique sine omni contradictione. In fine dell'atto i contraenti, sanzionando il loro operato,protestano che «si contrahanc cartamdonacionisper quod vis ingenium agere aut causari praesumpserint, a parte Domini nostri Jesu Christi atque Raynaldi cumani episcopi et omnium suorum successorum sub vinculo anathe matis, nisi resipuerint, in perpetuum sint damnati. Così i delegati dichiarano che di quella contesa finem et refutacionem fecerunt et parabolam aliorum omnium vicino rum inmanibus domini Raynaldi cumani episcopi, etc., che sembra fosse presente a tale transazione. 19 Interfuerunt Azo et Amizo de Mediolano, Alkerius filius Vicedomini Beltrami de Cumis. > 26 ARIBERTO VESCOVO DI COMO. Nonpuossi dire che questa sentenza siastata posta in esecuzione, e che abbia posto fine alla lite fra i canonici di Lenno e quei di Isola; essa si protrasse per alcuni anni sino al marzo 1093 ad onta delle severe comminatorie del decreto; e fu sopita amiche volmente per un atto di transazione, nel quale rendesi altresì evi dente l'immediata successione di Ariberto a Rainaldo, sebbene non vi appaja se quegli fosse ancora in vita o no. Vollero allora i ca nonici di s. Stefano cedere ai loro avversarii i beni che avevano " fornito materia alla controversia, ricevendo in ricambiouna crosna o veste per launechild, o testimonianza e pegno della cessione, e dodici lire di denari buoni d'argento, e riservandosi una decima, quae erat de frugibus terrae et de nutrimine animalium secun dummoremregionis,quamusque modo sine illorumcontradictione " habuimus. „ E qui mi piace riferire la dispositiva di quell'atto per le considerazioni che laprecedono, e come saggio dello stile e delle frasi usate sovente nelle contrattazioni fra ecclesiastici e talvolta anche fra civili, specialmente ne' testamenti: " Cum ex voto Dei et ut nostram proximi dillectionem habere evangelica veritate do ceamur, necesse est evitare quod prohibet diligere, ut venite be nedicti audire mereamur, et ut accensis lucernis clamore mediae noctis obviam sponso audire venite possimus, illam amurcam dis cordiae, quae oleum clare ardere prohibet, extrahere propere mus; et sicuti potens ratio obiecto clipeo cuspidi avariciae reddit nos tutos, ita moderatajusticia a fomite impatientis discordiae red dat securos, ne tam diffamati vicii nostris inhaerens cordibus tur pis macula a coelesti, ubi nihil dissonum sonat, nos expellat aula. Ideoque nos beati Stephani martiris de Laenno canonici notifica mus, quodcanonici sanctae Euphemiae virginis de Insula nobiscum facti sunt pacifici, et terram de Flona atque de Pola sic illorum esse dicimus, ut Rainaldus illis dedit cumanus episcopus, et Æri bertus investivit post ipsum datus episcopus, et nos legali convicti sinodo ante Rainaldum sumus refutati, et ipsi quia de ecclesia de Insula quondam fuit, sunt investiti, et postea coram Æribertum investituram discordare volentes esse de illorum ecclesiam sunt jurati; et si quod jus ex aliqua parte unquam nos habuimus, ad illorum partem indubitanter transferentes exhinde auctores esse, in quantum possumus, promittimus, redditis cartulis quas habe mus, jurare promissi, quod alias nonhabemus, etc. Questa antica ARIBERTO VESCOVO DI COMO. 27 carta sta nell' archivio diplomatico in Milano, e sembra per ana logiadi alcuni dati, quella a cui allude il Rovelli (di cui deve aver mal letta la data, credendola anteriore d'un anno), laddove scrive d'avervi ravvisato alcune espressioni che gli facevano du bitaré dell' autenticità. Per questo riguardo tali sospetti mi sem brano affatto infondati, essendo lo stile, l'ordine delle idee e il modo di esprimersiproprio di queitempi,nè parendo credibile che que' di Isola abbiano foggiato, a legittimare un possesso contro verso, un documento giustificativo che non avrebbe potuto corri spondere alle loro mire in presenza degli avversarj, tanto più che vi sono espressi i nomi di que' che concorrevano alla transazione, edeitestimonii, fracui un giurisperito: * circostanze tanto intrin seche che estrinseche, le quali inducono a ritenere autentica la carta. Quantunque ignoto sia sinora quando morisse Ariberto, è indu bitato che gli succedette nel 1095 Guido, arciprete della catte " drale di Como.Il Corio lo encomia dicendolo “ uomo cattolico, di grande prudenza e bontate, „ e lo rammentano alcune lettere di Urbano II del 1096 ediPasquale IIdel 1103 pubblicate dal Tatti, quantunque contemporaneamente si mantenesse ancora l'emulo Landolfo, finchè nel 1118 i Comaschi procacciarono di espellerlo, e infatti lo presero nel castello di Majaso presso Agno, e condottolo aComo fuconsegnato a Guido, a cui poscia il tolsero i Milanesi, cominciando così la guerra decennale tra le due città. Il Corio ag giunge che Guido nel 1125 si infermò, " e in processo di pochi giorni dopo molte ammonizioni esposte ai cittadini.... passò a più felice vita, e fu tumulato con immenso dolore di tutti i Comaschi, più nonsperando saluteper la morte disì degno presule., Il poeta cumano suo contemporaneo ne fa a lungo menzione, riferendo le sue ammonizioni pastorali al clero adunato intorno a lui morente, e ricorda pure i di lui ultimi momenti nel suo poema de Bello et 14 28 ARIBERTO VESCOVO DI COMO. Excidio urbis comensis; alla di lui morte Heu! excidit cumana salus, quoque gloria lausque ; Pro meritis ejus fuerat victoria Cumis. Nell'assoluta mancanza di notizie più estese intorno adAriberto, èd'uopo, almenper ora, appagarsi dei pochi cenni sin quidelineati, desunti dagli scarsi documenti che ci rimangono, ed attendere che altri più fortunati con nuovi e più ampii sussidii possa darcene una biografia meno incompleta. A. D. C. LA NUNZIATURA VENETA DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI NEL TRIENNIO 1704-1705-1706. Vicino a spegnersi di vita, senza speranzadi successione, Carlo II diSpagna, deludendo trattati ed accordi segreti, stretti dai preten denti di Francia, Austria, Baviera e Savoia al di lui trono, e nella mira altresì di conservare l'indipendenza del suo reame, avea chia matoerede dellacorona Filippo di Francia, e, incaso di suo rifiuto, Leopoldo imperatore.Allamorte di lui (1 novembre 1700), Filippo s'affretta a farsi riconoscere da' nuovi sudditi, precorrendo i suoi emuli e forte del suo diritto ereditario, e dà a luogo quella guerra di successione, che troppo a lungo mise lo scompiglio negli Stati di nuovo acquisto del finitimo Piemonte, disputati fra non pochi pretendenti, che vantavano eguali diritti di successione per ragioni di sangue, a' quali s'aggiugnevano Inghilterra, Olanda e Germania, allarmate dall'unione delle due monarchie in una sola famiglia, sebbene non sotto un'unica corona. Favorivano il nuovo sovrano il duca di Savoja, la Baviera e l'imbelle marchese di Mantova; tenevano la neutralità o tentennavano incerti Venezia, i Farnesi, gli Estensi, Roma. Con rapide e avvedute mosse Eugenio di Savoia acapo degl'Imperiali sorprende ed occupa molte terre di Lom bardiaal di qua dell'Adige e del Mincio, eludendo Catinat che guardava il valico tirolese di Germania, supera in fortunate fa zioni l'avversario condotto pur esso da abili capitani, intento più a schermirsi dai colpi di lui con destreggiamenti diplomatici, cui la fortuna di Marte rendeva inefficaci, che a scendere vigorosa mente incampo. VittorioAmedeo, irritato dall'insultante jattanza 30 LA NUNZIATURA VENΕΤΑ e disprezzo de' generali e ministri francesi contro lui e gl'interessi suoi, mentre assicuravasi perconvenzioni coll'Austria, Alessandria, Valenza, Lomellina e Valsesia, colla possibilità di nuovi acquisti nella Francia orientale, nel 1704 vedeva rapirsi dagli antecedenti suoi alleati la Savoia, Susa, Vercelli ed Ivrea, Nizza, Verrua, Aosta col forte di Bard, e minacciata la stessa Torino, a vendetta delle sue intelligenze coll' Austria; questa, succeduto Giuseppe I al de funto imperatore, temendo il troppo preponderare di Francia, ri prende l'offensiva, e l'armi ancora prospere e la celerità di Euge nio, sceso di nuovo con opportuni rinforzi, acquistano Reggio, e non curando il nerbo delle forze nemiche accampate nel Manto vano ed esitanti pel mutamento de'duci, congiungonsi cogli avanzi dell'oste piemontese, e rompono in completa sconfitta iGallo-Ispani che assediavano Torino, e li fugano oltre l'Alpi, col guadagno d'un ingente bottino di guerra; indi Eugenio, governatore dello Stato di Milano, vinta ogni resistenza, proclama duca Carlo III nell'au tunno 1707. Degli avvenimenti di quella guerra, che durò tutta via infesta dapprima a Francia, e interrotta da falliti tentativi di pace e di accordi, poi propizia, finchè col trattato d'Utrecht lo Stato di Milano conaltre provincie passarono all'Austria, si hanno importanti relazioni nel carteggiodiplomatico delpatrizio milanese monsignor Agostino Cusani, arcivescovo di Amasia e prelato do mestico di S. S., inviato Nunzio Apostolico ordinario alla Repub blica di Venezia sin dall' aprile 1696, ove rimase in tale qualità sino al giugno 1706, per passare alla Nunziatura di Parigi. Ebbe quel prelato i natali in Milano nel 1655. Dodicenne era avviato al Collegio romano, onde progredire nelle scienze lette rarie. A Milano apprese l'avvocatura; poi Innocenzo XI lo crea prelato della sua corte e commissario di sanità, onde porre in opera gli avvedimenti atti ad allontanar la peste, che avendo già infetto il regno di Napoli, minacciava gli Stati della Chiesa. Ales sandro VIII gli affida altri ufficii di corte, indi nel 1796 lo fa arcivescovo d'Amasia e gli conferisce la Nunziatura veneta, ove in que' tempi burrascosi seppe rendersibenemerito del suo sovrano col savio disimpegno dell'alto suo ufficio, pel che Clemente XI lo ricompensa col conferirgli la Chiesa di Pavia, la porpora e la Legazione di Bologna. Abbandonata questa, si restituisce alla sua residenza episcopale; ma le fatiche sostenute nella carriera diplo DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 31 matica, nel collegio cardinalizio, nel vescovado, la grave età ed il desiderio di pace e tranquillità gli fanno rinunziare alpastorale e ridursi in patria, ove muore d'apoplessia il 27 dicembre 1730 a 75 anni. Fu sepolto nella chiesa di s. Prassede, e sulla sua tomba pronunziava l'orazione funebre il P.Giovanni Bernardino Capriata gesuita. L'Argelati che gli dedicava il tomo XIII dei Rer. Ital. Script. del Muratori, ricorda i molti scritti da lui lasciati, concer nenti gli affari politici ed ecclesiastici da lui maneggiati a Roma, Venezia e Parigi, ed il voluminoso suo carteggio con alti ed emi nenti personaggi. Di questo però non è ora a mia cognizione che la parte riguardante gli anni 1704-6, ne' suoi avvisi e dispacci di governo diretti al cardinale Paolucci, segretario di Stato per gli affari esteri, ed alcuni frammenti della sua corrispondenza coi cardinali Spada e Astalli, che fu poi alla Legazione di Ferrara dal 1700 al 1704. Innanzi il suo arrivo a Venezia, vi era internunzio Giuseppe Antonio Venturini, già auditore, e sembra che vi rimanesse in tale qualità sin verso l'11 luglio del 1696, a giudicarne dal se guente importante dispaccio di quel giorno dal cardinale mini nistro Spada a lui diretto : " Illustre Signore. Nel foglio che qui congiunto trasmetto a V. S., vedrà Ella l'esibizione fatta dal signor maresciallo di Ca tinat al signor duca di Savoja e l'oblazione della neutralità per l'Italia. Il signor duca le partecipò jeri con spedizione straor dinaria a Nostro Signore, significandole ancora le parti che era per fare appresso l'imperatore e il re cattolico per rendergli persuasi della sua necessità e convenienza di non perder l'occa zione di sì rilevanti vantaggi e dell'utile ben chiaro, che pur era per risultare agli interessi delle MM. loro dal ristabilirsi la pace in Italia coll' accettazione dell'offerta neutralità; e ne' medesimi sensi ha pregato S. B. a voler incaricare i suoiNunzii in Vienna e Madrid a passare in nome della S. Sua efficacissimi ufficii, per i quali già si sono spediti ad ambidue gli ordini necessarii, e se ne mandano questa sera i dispacci a Torino col corriere, che si rispedisce in diligenza dal signor presidente conte Guber natis, perchè siano loro rimessi con quei che da S. A. si spedi ranno espressamente alle due corti predette. Ora, desiderando sommamente la S. S., che questo gran bene preparato all' I 32 LA NUNZIATURA VEΝΕΤΑ talia abbia il suo effetto, e non se ne trascuri la felicità cotanto sospirata da questa travagliata provincia, vuole che V. S. pro curi con ogni studio di rappresentare a cotesti signori il vivo desiderio della S. S., che pur da cotesta Repubblica s'impon gano gli adempimenti d'ufficii consimili ai loro ambasciatori nelle corti medesime; e perchè ciò si faccia colla dovuta premura, converrà ch' Ella ponderi loro l'importanza di quest' affare per i gravi danni e deplorabili calamità ulteriori che si eviteranno, per gli utili oltre misura considerabili che se ne raccoglieranno, sebbene tutto ciò con cotesti signori sia per riuscir soprabbon dante e non necessario, mentre dalla gran prudenza e compren sione de' medesimi sarà già stato con provvida anticipazione pie namente considerato e riconosciuto. Nondimeno s'incarica a Lei questa parte, perchè costi maggiormente apparisca l'ansia di S. B. per l'assicurazione d'una pace, che include disposizioni così pro babili della conclusione della generale, e la stima che fa della Repubblica nell'eccitamento che le somministra col suo zelo apo stolico, d'impiegare la sua interposizione per l'esito felice di tal negozio. L'istessa commissione che si manda perciò a V. S., si è data da S. B. al signor segretario della Repubblica, avendolo fatto espressamente chiamare a tal fine. Di quello ch'ella ripor terà da cotesti medesimi signori, si dovrà non solamente dar una distinta contezza, ma renderne ancora individualmente informato monsignor Nunzio in Torino. E le prego da Dio veri contenti. Roma, 11 luglio 1696. L'esibizioni fatte dal signor Marescial di Catinat al signor Duca di Savoja, consistono: Nella restituzione di tutto l'occupato a S. A. nella presente guerra; Nella remissione di Pinarolo, benchè demolito nelle fortifica zioni; Nel matrimonio della signora principessa figlia di S. A. col signor duca di Borgogna, da celebrarsi subitochè perciò siano giunti all'età sufficiente, e che intanto sia stipulato il contratto, ed essa ricevuta in Francia sin da ora, e che il re gli farà la DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 33 dote¹ ed il doario, senza che sia d'alcun aggravio all' Altezza sua. Eciò colla condizione che S. A. accetti la neutralità per l'Ita lia e procuri vi concorra la casa d' Austria, almeno con una di chiarazione da farsi alla Santità di N. S. ed alla Repubblica di Venezia; ed in caso che l'imperatore ed il re cattolico ricusino di consentirvi, sia l'A. S. obbligata di unir le sue armi a quelle del re cristianissimo per ottenere simil consenso. „ Èsuperfluo ricordare qui che i torbidi temuti provenivano dal l'alleanza contratta da Vittorio Amedeo, dapprima coll'imperatore, che l'avea innalzato al rango di re, poi con improvvisa muta zione colla Francia, avanzandosi minaccioso alla testa di un forte esercito francese alle frontiere lombarde, e avendo posto l'assedio aValenza, la quale ne fu poi libera per la neutralità stipulata nel trattato di Vigevano del 7 ottobre di quell'anno, mediante il pagamento di trecento mila doppie, ripartite a carico de'prin cipi italiani, di Genova e Lucca, e altri minori vassalli del ' impero. Intorno agli ufficii demandati da'sovrani ai loro ambasciatori elegati, nonsarà affatto inopportuno il riferire qui il " Somma rio di alcuni ricordi generali che si possono dare a' Nuntii et Ministri publici che negoziano per Signori, „ scritto da penna del secolo XVI, quantunque vi si contengano solo istruzioni ge nerali: "Mostrarsi verso i principi et populi universalmente cattolico et devoto cristiano, et amatore della giustizia et del ben publico, et usar sempre modestia in ogni attion sua et gravità con vul gari, et nondimeno farsi domestico et famigliare, quando con di gnità si può, nonsolo con i principi, ma con mediocri, emassi mamente conquelli che hanno auttorita et famigliarità con prin cipi, et accommodarsi in parte ai costumi del paese secondo che hanno fatto gli altri. „Appresso magnificare et laudarle persone,lapotenza, il paese, La sposa Adelaide, assai avvenente, pegno diquellapace, fucondotta in Franeia di undici anni. In una corte corrottissima serbossi illibata, e morì improvvisamente a Marly di soli 27 anni, non senza sospetto di avvelenamento; pochi giorni dopo toccò lastessa sorte al consorte, nipote di Luigi XIV, e uomo di grandi virtù. Arch. Stor. Lomb. An. III. 3 34 " LA NUNZIATURA VENETA i costumi et tutte le cose loro, et con tal modestiaperò che non paia adulatione, et essaltare i fatti et gesti loro, et massimamente i moderni et recenti, et magnificar la virtù et la fortuna de'prin cipali. Studiarsi per ogni modo et via di levare ogni sospetto che si possa havere di sè stesso, et fare intendere l'ottima dispositione sua verso di loro, escusando le cose passate con honesti modi senza dar carico al padrone. „ Quando veggaqualche indispositione et contraddittione aquel che ricercherà, non contrastar troppo gagliardamente, ancora che vi fosse ragione evidente, ma più presto condestrezza far buone le ragioni loro in qualche parte, et cercar di venir all' intento, ma per altri mezzi, se possibil sarà. „ Quando pur bisogni dire o fare cosa alcuna contra l'opinione loro, scusarla di sorte che si comprenda non venir da sè ma dai superiori, et mal volontieri farla, vedendo che non piace, giustifi cando però la cosa al meglio si può et dando speranza d'altre cose, che siano a loro grate, in modo chenonrestimai in sospetto nè inmala opinione loro. „ Quando pur vegga non poter ottener quello che desidera per una via, lasciarlo così per qualche occasione che essi habiano bisogno o desiderio di alcun'altra cosa, et allora porger quella con destrezza et in quel mezzo persuaderla gentilmente et con bel modo a chi può ajutare. Quando occurra di dover ottener qualche cosa importante da " " loro, non metter tempo in mezzo a farla spedire, ma sollecitar con gratia et con modestia l'espeditione; et se consista in sola promessa per le cose future, far che si metta in scritto, et per contrario haver mente di obligar il padrone et sè stesso ilmanco sia possibile et massimamente Studiarsi per ogni via d'havere avvisi spesso da ogni banda, et communicar quel che siagrato d'intendere ai maggiori, con dar sempre qualche ricordo amorevole et utile per loro in tutte l'oc currenze, acciò che si comprenda la bona mente con la prudenza et con l'industria insieme; et per simili mezzi haver sempre modo et occasione di venir in parlamento con principi et con grandi delle cose a loro grate et che s'odono volontieri, se sono buone et favorevoli, per rallegrarsi, se contrarie, per provedersi; et per DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. " 35 poter far questo bisogna scrivere et rispondere spesso ad ogni banda, et nonguardare a spesa. Con gli agenti o ambasciatori sia chi si voglia non si scuoprir mai del tutto, ma cercar più tosto di cavarda loro che lasciarsi tôrre del suo, affine che egli sia sempre il primo a dar le nove delle cose grate; et quando le cose non andassero a modo suo, mostrar sempre agli altri buon volto et non si diffidar di cosa alcuna, nè haver mala opinion de'principi et governatori. Quando sarà ricercato di far loro qualche piacer, cercar di " " farlo stimar più che si può, et nondimeno farlo con quella mag gior prontezza et liberalità che sia possibile, tanto che si com prenda ch'ei desidera sopra ogni cosa di sodisfare et piacer loro. Intendere gli andamenti della Corte et chi ha l'auttorità gran de, chi mediocre et chi minore, et in che consiste in riputatione et honore, o vero in effetto, et sodisfare a ciascuno secondo il grado suo, et guadagnarsi per amici i domestici et favoriti di quelli che hanno auttorita. Essaltar sempre le cose del padron suo cosi temporali come spirituali in ogni luogo, però con modestia et destrezza, acciò che nonentri in sospetto con esso per via d'altri. Et a questo bi sogna haver grande avertenza d'andar con quelli che si trovano là in qualche grado, auttorita o maneggio, di modo che non si venga indivisione, discordia o sospetto, massimamente con quelli che potrebbero nuocere al padrone. „ Sopra ogni cosa guardarsi di esser côlto in bugia, massima mente in cosa d'importanza, perciò che a questo modo presto si perderebbe il credito; laonde bisogna haver avvertenza di non esponere le cose dubie per certe, nè sopra il parlar d'altri fidarsi del tutto, ma allegare testimonio, overo dire di haverlo in buon luogo, quando non si può nominar la persona, et anco delle cose che s'haveranno a dire per parte del padrone, quando siano di sorte che si dubiti non siano sicure, o pur che s' habbiano a va riare, parlarne con tanta circonspettione, che mai non possan dire di esser stati ingannati per opera sua; et quando pur per disgratia accadesse di non potere in qualche cosa scusar la va riatione, scusarla quanto al padrone per tutte le vie et mezzi possibili, et nondimeno justificarsi nel particolar suo di non haver fatto continuo officio, nè esser stato ministro di alcuno inganno. 36 " LA NUNZIATURA VENETA Per una conclusione generale non sperar mai troppo di quelli con chi s'ha da negociare, anche disperarsi mai del tutto di loro per cosa veruna, perciocchè facilmente si mutano le cose et gli animi secondo le occorrenze, e spesse volte quel che pa reva impossibile ad un tempo, doppo divien molto facile ad un altro, et così al contrario. Tutti questi ricordi son generali ad ogni occorrenza circa le cose che s'hanno a trattar nei paesi dove si negocierà; ma dei modi che s' hanno a tenere col padrone, nonse ne parla, perciò che chi è sul far de le facende, meglio le può conoscere per sè stesso. Deve però sempre haver riguardo a quello di non scri verli cosa alcuna per certa di quelli con chi si negotia, che non si habbia testimonio di lettere o di uomini, ai quali il padrone presti fede ; perciò che molte volte la variatione loro potrebbe causar sdegno et mala opinione al padrone, et quando mai non si havesse sospetto di fedeltà, si haverebbe sinistra opinione di leggierezza o di poca providenza : però sempre sarà laudato di far più che non scrive, e dar buona speranza dov'è espediente prima che dar la cosa per ferma. È ancora molto necessario di haver persone fidate non solo appresso il padrone, ma etiandio appresso gli altri, che possono ajutare et nuocere, per mezzo delli quali s' intenda spesso ogni cosa, anchora che paia volgare; et inoltre che magnifichino l'attioni di chi negotii non meno verso i grandi et cortigiani del padrone proprio che verso di lui, et anco si studii di far scrivere per diverse vie et da huomini che non paiano pratticati al padrone et ad altri che gli sono intorno a questa sostanza, laudando l'industria, la destrezza et la fatica, et sopra tutto faccia che il padrone intenda che il Ministro è grato alla Corte, et all'incontro che la Corte conosca ch'egli è grato al padrone, et a questo giova molto l'haver spesse lettere et nuove da esso, a che bisogna haver huomini solleciti et amo revoli appresso di lui. „ Queste erano le industrie diplomatiche usate e suggerite comu nemente nel secolo XVI agli agenti esteri delle corti d'Europa; la progredita civiltà e l'uso continuo delle relazioni vicendevoli, le nuove istituzioni politiche avranno senza dubbio reso assai più raffinata, scaltra ed efficace questa scuola di armeggio e d'osser vazione, più sagaci ed industri gli avvedimenti dell'arte di gover DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 37 nare, più severa ed inesorabile la ragione di Stato, e tre secoli non saranno trascorsi pegli usi diplomatici senza un progresso. Il carteggio di monsignor Cusani andò in gran parte disperso ; e degli anni dal 1701 al 1704 vi sono appena pochissimi fogli di epoche lontane, che non possono mettere alcuna luce sulle cose d'allora; poco v'ha dell'anno IV di quel secolo, ma completa sembra la corrispondenza degli ultimi diciotto mesi della Nun ziatura. Lasciai quindi in disparte quanto è anteriore al 1704 ed estraneo ai fatti politici, come cose di assai poco interesse al let tore ed alla storia di quel periodo agitato; e quantunque i primi dispacci siano alquanto sconnessi ed interrotti, col 1705 ha prin cipiouna relazione fedele e continua degli avvenimenti sinoa tutto il giugno 1706, allorchè il Nunzio si licenzio dal Senato Veneto per lasciar luogo al piacentino Anguissola. E poichè la perfetta cognizion del passato riesce a migliore insegnamento dell'avvenire, perciò confido che questa corrispondenza ufficiale, come docu menti autentici di storia moderna delle fazioni guerresche di Lom bardia in quell'epoca, avrà ad occupare nel lettore quel grado d' importanza che ad essa si conviene. 16 FEBBRAIO 1704. A. D. C. Il signor Duca di Mantova va unendo tutte le scritture spettanti al principato di Bozolo, et essendogli stato supposto che nella cancel leria di questa nunziatura vi possa essere qualche instromento con cernente alcuni effetti feudali del medesimo Principato, nelle scritture che qui furono trasportateper la soppressione dei PP. delle Gratie di Brescia, mi ha fatto ricercare dal suo ministro perchè voglia farlo ri cercare e concederglielo. Io veramente quantunque ne habbia ordinato le diligenze, intanto che si ritrovi, io non stimo rilasciarglielo senza gli ordini precisi di V. E.; gliene prevengo il raguaglio con supplicarla accennarmi come debba contenermi, non sapendo a qual mottivo detto signor Duca possa valersene, onde mi è necessario il sentimento del l'E. V., alla quale fo profondissimo inchino. STATO ADÌ DETTо. Per la facilità che presentemente incontrano questi signori in ogni loro interesse con la corte di Vienna, hanno di nuovo ravvivato l'af STATO 38 LA NUNZIATURA VENETA. fare dell'imposta del soldo sopra ogni lettera, come pezzo fa accennai a V. E. rispetto a quelle riguardanti per ora le poste imperiali. A questo effetto hanno commesso al signor loro ambasciatore a quella corte di procurarne colà la permissione, e sperano per l'intiero di conseguire aloro favore l'intento et ordini a questo signor ambascia tore cesareo di lasciarlo esigere a tenore di quelle di questo Stato; e se ciò seguisse, subito si riprenderà la medesima pretensione sopra le lettere delli corrieri dello Stato ecclesiastico, e quantunque debba cre dere che in tal caso prima se ne farà qualche passo con nostro Si gnore, e tenendo già li ordini per regolarmi, niente di meno stimo di renderla avertita di quanto occorre. Per essere sempre meglio munito degli ordinidi V. E., supplico compartirmi l'onore de' suoi stimatissi mi comandi e sentimenti, all'evvento che si pretendesse l'essazione di tale imposta, e le fo profondissimo inchino. STATO 16 FEBBRARO. Signor card. Paolucci. Attese le notitie e relationi di Ulma e Ratisbona delli mali che cor revano, la città di Spruch ha dato ordinazioni di mettere a' confini dello stato di Bolzano et altri li restellicon proibitione di admettere viandanti di quel paese, così di fermare le mercantie et impedito il comercio. Questo tribunale della Sanità per tale notitia sta con della gelosia; at teso però la guerra in quelle parti, credendo che non venghino per sone, non ha fatto alcuna risolutione stimandosi anche coperti e difesi dalle diligenze et attentione che praticano ora in Ispruch, bensì per le mercantie che vengono di là, saranno con diligenza fermate sino a che habbino nuove notitie; frattanto è stato scritto in stati vicini per pren der norma di quello farano. Di ciò che seguirà, ne porterò all'E. V. il dovuto rincontro, e con quell'attentione che richiede la materia. STATO- 1 MARZO. In ubbidienza a' stimatissimi comandi di V. E., prontamente jeri mat tina diedi premuroso impulso a questi signori per gli ordini da darsi tanto al vecchio che alnuovo signor ambasciatore loro in Londra, per chè con tutta l'efficacia maggiore prenda l'assistenza degli interessi de' Cattolici d'Irlanda presso la regenzad'Inghilterra, e favorisca di più tutte le convenienze della religione. Con tale incontro ho pure repli cate le istanze per li Cristiani d'Albania,perchè anch'essi siano assistiti con validi ufficij del signor bailopresso la Porta, e da qualche rincontro ho loco di credere che ne si inogiàstati dati ieri sera gli ordini da In DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 39 ghilterra, come altresì saranno comessi a' loro ministri alla Porta per li Albanesi. Si attrovano qui molti sacerdoti irlandesi che cercano d'im barcarsi per quella parte, e di già ne sono partiti alcuni, mancando ancora l'imbarco per gli altri. Sin ora non mi sono state rese le rispo ste, che subito umiglierò a V. E., alla quale fo profondissimo inchino. STATO 1 MARZO. Dapiùparti, cioè da Ratisbona, Lindo, Augusta, Svizzeri e daUlma stessa, ove era qualche dubbio di male, come accennai con altre mie a V. E., si ha la certa notizia che sia totalmente cessato, non da altro provenuto, che da gravi patimenti sofferti da quelle truppe, che si erano rese quasi tutte inferme, e il timore concepitosi da ciò che era stato praticato nel Tirolo per il male di Ulma et altri loghi di quelle parti è svanito, colle lettere di questa settimana sentendosi per più parti essere cessato in Ulma come in Ratisbona, e ciò viene confer mato da più parti. Il Magistrato della Sanità di Milano ha di già revocati tutti gli ordini dati a' confini per ogni buona precauzione, et anche questo per mette ora che siano introdotte et aperte le mercanzie tenute sin ora in sospeso stante il dubbio sudetto, benchè ancora non si sia dato principio, stante labrevitàdel tempo. Con tale raguaglio che umiglio aV. E., adempisco a' miei doveri in tale proposito, e con la rasse gnazione del costantemio ossequio fo all'E. V. profondissimo inchino. STATO ADÌ DETTо. Per le diligenze sin ora fatte in questa cancelleria della Nunziatnra nonsi è ritrovata scrittura alcuna spettante al principato di Bozolo, se condo la ricerca che mi fece il signor residente del signor duca di Mantova. Non si sono però ancora riconosciute interamente le me deme, incui forsi sipotrebbe dare vi fusse qualche cosa. Nelle terre godute dal fu signor principe di Bozolo vi sono alcuni beni feudali che si riconoscono con investitura della badia di s. Benedetto di Leno, che era dei PP. delle Gratie diBrescia sopressi da Clemente nono, le di cui scritture furono trasportate secondo il solito in questa cancelleria della Nunziatura; et il desiderio di S. A. è di ritrovare un instrumento di investitura conceduta al duca Ludovico di Mantova nel 1465 di questi beni, rogato dal notaro di Brescia Stefano Loreno. In questo solo consiste la ricerca del signor duca stesso, e se si ritroverà, ne sarà con le prime avisata V. E. per rivevere i di lei ordini. Intanto confermandole il mio sommo rispetto le fo profondissimo inchino. 40 LA NUNZIATURA VENETA STATO 8MARZO. Sono state staccate dal signor duca di Vandomo da diverse parti 24 compagnie di granatieri con ordine di avanzarsi verso il campo di s. Benedetto, al quale quest'ora in parte saranno giunte, et il rimanente puoco tarderà a pervenirvi. Anche tutti quelli che erano nella città di Cremona, hanno avuto il medesimo comando, e questo numero di truppe unite alle altre, come anche le disposizioni del signor Gran Priore, che aveva già fatti imbarcare li attrezzi militari levati da Mantova, che si accennorono con le decorse, e che aveva in pronto anche un gran nu mero di guastadori, fa concepire qualche intrapresa non pensata, che ora pare quella di Revere, mentre tutti i movimenti sono diretti a quella parte. I molti posti che hanno gli Alemani da guardare, sono il mottivo della loro debolezza in ogni uno di essi, e si crede che le mire de'medesimi siano che venendo attaccati a Revere stesso, e non poten dolo sostenere, di ritirarsi intieramente ad Ostiglia, quando non pensas sero di avvanzarsi nel Piemonte per unirsi agl'altri, il che sarà per ora dificile. Vengono sempre accresciuti da qualche puoca gente, calando ora quella che s'era radunata a Trieste verso la Mesola. Si discorreva che il signor Conte di Starembergh potesse fare ri torno a questo campo, ad effetto di riconoscere tutto il bisogno e dare gli ordini maggiori. Adesso quelli di Revere et Ostiglia impediscono il trasporto del sale nello stato di Milano, quantunque vi sia il concer tato tra li generali di ambe le armate, e trattengono tutte le barche passano sul Po, tanto con passaporti, quanto senza. Gli altri del Pie monte continuano le scorrerie nelNovarese e nella Lomellina congravi danni, e per impedirle aveva il signor duca di Vandomo fatti passare 3 mila uomini la Sesia per essigere nello stesso modo le contribuzioni dai luoghi del Vercellese, con trasportare anche gli ostaggi, secondo pratticano gli Alemani stessi in caso di renitenza. Erano questi marchiati versoMontechiaro per scacciarne li Francesi, e con tale acquisto interrompere la communicazione tra Casale et Asti. Non gli è però riescito il tentativo per essere stati prevenuti dal signor duca di Vandomo, quale doppo avere riconosciute le restanti piazze, si era restituito a Casale stesso, da dovenon era ancora partito il signorduca di Mantova perMilano, come fu esposto. Sono stati licen ziati dal lavoro del cordone li guastadori che vi travagliavano intorno, essendo sino al presente arrivato alla vista di Vespolato, e si crede che la sospensione sia provenuta dai cattivi tempi, checolà corrono. In Alba si continuava a far nuovi magazini e riempirli per servizio dell'armata imperiale, e da Milano si sente che per ordine di quel governo siano DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 41 stati sequestrati tutti i fieni di Ghiara d'Adda pure per servizio della cavalleria francese. È seguito anche il cambio de'Spagnuoli fatti pri gionieri alla Stradella con il signor conte Sartirana con altrettanti Ale mani. Con qualche lettera di Inghilterra si è inteso, che alli 14 del decorso fusse novamente seguita l'imbarcazione dell'arciduca verso Portogallo, ma se ne attende maggior conferma. STATO 21 GIUGNO.2 Per straordinario ebbe ieri sera questo signor segretario dell' am basciata di Spagna la nuova dal signor principe governatore di Mi lano della resa alle armi di Francia anche del castello di Susa, seguita li 12 corrente al far del giorno, conordinedi parteciparla al publico, comeha esseguito questa mattina, essendosi presentato al collegio con la notizia di tal successo, che viene considerato di gran conseguenza alle armi delle due Corone. Humilierò il seguito a V. E. di quanto oc corre per debito chemi si deve, e le fo profondissimo inchino. STATO 28 GIUGNO. Accennai a V. S. in mia lettera di notizie delli 21 maggio decorso la rappresaglia fatta da galere napolitane in questo golfo d'un basti mento proveniente da Durazzo con aver trattenuti due Turchi che v'e rano sopra, a causa di che s'erano quitenute consulte per dare rimedio all' inconveniente. Ora avendo il signor vicerè di Napoli all' istanze del publico ordinato che siano rilasciati li Turchi, e restituite tutte le robbe che sono di ragione de'mercanti di quella piazza, ha questo signor segretario dell'Ambasciata di Spagna con formalità partecipata la no titia di tali ordini al Collegio, con rimostrarli i sentimenti di stima del si gnor vicerè, e gl'ordini dati acciò nell'avvenire non seguano simili at tentati. Dal publico è stato molto gradita l'opera del signor vicerè, e con termini cortesi è stato risposto al signor segretario suddetto. Tal notizia, come creduta dame degna della cognizione di V. E., ho vo luto umigliargliela, e le fo profondissimo inchino. STATO 28 GIUGNO. Li corrieri di Bologna e Ferrara che vengono a Venetia, vengono con unabarca, colla quale oltre alla valigia delle lettere trasportano passaggieri e mercanti, e di queste portano le loro bolette levate da dove partono, e al giungere dentro le lagune vengono riconosciute da chi ne ha l'incombenza; quasi sempre sono anche ricercate da sbirri *Manca tutta la corrispondenza dal marzo al giugno. 42 LA NUNZIATURA VENETA per riconoscere se vi sono contrabbandi, et arrivati alla posta, vanno con li ricapiti a farli riconoscere per quello riguardano le mercantie e la valigia delle lettere; però hanno il libero accesso senza essere toccate, mentre le medesime non contengono altro che le lettere, et io vi ho insistito anche particolarmente per togliere ogni disordine; delle volte bensì usano alcorriere strapazzi fori d'ogni dovere, tanto nell'an dare che nel venire, con il motivo di riconoscerle, trattenendole, rove sciandoli sottosopra le robbe et altri modi improprii, per il che li mi nistri delle poste sudette se ne querelano, e si va rimediando secondo il bisogno. Questo è ciò che succede intorno a quanto V. E. mi ri chiede, con che mi persuado di havere adempito a' suoi riveriti co mandi etc. 26 LUGLIO. Per compimento delle dimostrazioni di gioia fatte da questo signor ambasciatore di Francia per la nascita del duca di Bertagna, fece lu nedì scorso cantare una solenne messa col Tedeum, alla quale invitò tutti i ministri e diversa altra nobiltà, essendovi anch'io intervenuto privatamente e in luogo aparte; diede nella stessa mattina da pranzo, al quale parimenti volle la mia persona. Terminò alla sera il festeg giamento conuna serenata fatta dinanzi il di lui palazzo, dove fu pre sente particolarmente invitatovi il ministro dellaPorta,che complimentd li altri ministri e le signore ambasciatrici, e fu da me sempre sfugito osservandolo solo in disparte, che traveduto dal medemo e richiesto chi ero, m'inchinò con grande rispetto. L'essersi veduto più volte detto Mi nistro della Porta con il sopradetto signor ambasciatore di Francia ha datomottivo di particolare osservazione a questi signori,che se ne sono pure formalizzati; per il che dal non essersi visto col signor amba sciatore dell' Imperatore e per iscoprire qualche cosa è stato visitato dal signor cavaliere Erizo, che lo richiese se averia fatto tal compli mento, anzi gli andò insinuando che gli conveniva di farlo, trattandosi d'un ministro di principe amico della Porta, e di un signore di tutte le parti, ma conpuoco frutto, mentre le insinuazioni sinora non sonovalse amoverlo, e per quello sento, persiste di non volerlo vedere. Dalle apparenze, e da quanto si dice bisogna sia un sogetto molto accorto. Ha mostrato ancor esso ammirazione dell'improvvisa partenza del si gnor ambasciatore di Francia, et ha voluto essere dal medesimo in formato del mottivo. Di tutto ne fo il ragguaglio a V. E., alla quale mi umiglio in profondissimo inchino. STATO DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. ...... 43 Martedì mattina questo signor ambasciatore di Francia fu a con gedarsi dal pubblico per essere terminata la sua ambasciata, e per ve nire particolarmente chiamato dal re suo signore. Il giovedì poi fu richiamato in Collegio a ricevere le risposte alla lettera reale, che gli presentò, e questa mattina gli è stato mandato il solito regalo. Ha già compito quasi con tutti li ministri, mostrando molta premura di sollecitamente mettersi in viaggio. Dimani io corrisponderò con il medemo con gli atti soliti di civiltà e complimento, rendendoli la visita, e non lascierò di adempire a tutto ciò che è di convenienza. Intanto le sottopongo la mia venerazione, e le fo profondissimo in chino. 23 AGOSTO. Sono di molto puoco riglievo in questo ordinario le nuove del Pie monte, mentre doppo essere decampati li Francesi da Vercelli, e por tatisi a s. Germano, ivi fecero alto, senza aver intrapresa altra mossa, onde non si sa penetrare il mottivo. Ancora è incerto, benchè però universalmente si creda che la prima operazione sarà sopra di Ver rua, tuttochè quella fortezza abbia la communicazione col campo savo iardo di Crescentino, dal quale il signor duca di Savoia aveva stac cata buona parte di cavalleria con averla postata di là dalla Dora Baltea, per contrastare al possibile ai Francesi il passaggio di quel fiume, quando avessero la mira di avvanzarsi verso Torino; ben è vero che se meditasse il signor duca di Vandomo di far marchiare le sue truppe a quella parte, si suppone che S. A. Reale non abbia forze di poterglielo contrastare. Il signor duca della Fogliada è stato rin forzato di 1500 fanti et altritanti cavalli, et ora sta col suo campo a Raconigi. Anche il signor Albergati ha avuto del rinforzo, et ora solo si attende a quale impresa saranno per accingersi. Al possibile si va sollecitando lademolizionedelle fortificazioni di Vercelli, e vi saranno impiegati altri guastadori per farla con più premura. Gran quan tità di carri sono stati ancora ordinati nel Milanese per trasportare li canoni, monizioni et altro da Vercelli in varii altri luoghi, e sono stati pure comandati dal signor duca di Vandomo tutti li bombardieri di Casale, perchè si portino al campo. Sono usciti anche da Vercelli stesso 400 prigionieri piemontesi tra convalescenti e risanati, che sono stati incamminati alla volta di Milano, sentendosi che li primi usciti siano già stati imbarcati a Genova alla volta della Provenza. Il generale Leininghen ha avuto replicati ordini di rientrare nel 44 LA NUNZIATURA VENETA Veronese, ma egli non l'ha mai voluto eseguire, se prima non aveva tutte le assistenze di gente e denaro. Lo stesso signor generale ha dimandato licenza per lasciar il co mando. Una partita de' medesimi va scorrendo verso il Mantovano, e di là dall'Adice. Li Francesi hanno riunito tutte le truppe all'Isola della Scala, che avevano diramate in varii luoghi della campagna veronese, e si crede che poi tutto il grosso possa attirarsi di qua dal Mincio verso Goito. Il regimento di Monferrato che si trovava in Mantova, l'hanno fatto uscire, e postare ai due castelli senza sapersene per qual effetto. Il signor Gran Priore stava alquanto incomodato da febre. STATO 30 AGOSTO. Domenica al tardi fu trattenuto a s. Martino di Verona da una partita di Alemani il corriere ordinario, che partito di qui andava a Milano con le lettere e dispacci secondo il solito. Gli fu levato quanto aveva, doppo di che fu messo in libertà, non avendogli restituito che il solo dispaccio di questo pubblico per il loro Ressidente colà, però aperto e riconosciuto, rimasti gli altri con tutte le lettere presso i Tedeschi sudetti. Fra essi vi era il solito piego di monsignor Nunzio in Lucerna, che si manda per detto corriere sino a Bergamo, e di là si trasmette poi a Lucerna, e se bene era con la direzione publica, quello tuttavia non è stato restituito. Avvertito che sono stato, ne ho fatte le doglianze con questo signor ambasciatore, rimostrandoli l'im proprietà e l'aperta violenza che si usava contro della fede pubblica et interessi della Sede Apostolica; ha promesso di scriverne, che credo però saria senza profitto, non solo perchè non sarà più in essere il piego, come perchè egli deve partire, per quanto sento, nell'entrante settimana. L'arresto del sudetto corriere si crede sii procurato dal essersi inge losito per l'improviso agiustamento seguito con la Corte di Francia, ricercando qualche scusa sopra di esso. Questa sera ne do l'avviso a monsignore sudetto, acciò sia inteso della mancanza del detto piego, e nello stesso tempo ne umiglio il raguaglio anche a V. E., perchè mi persuado, vorrà fargliene tenere un dupplicato; non si sa che ne siano state fatte doglianze dal publico,quando ciò non sii seguito con li ge nerali. Quando occorra qualche cosadi più, ne terrò raguagliata V. E , alla quale fo profondissimo inchino. DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. STATO 13 SETTEMBRE. 45 Oltre l'acquisto del ponte, che fecero le truppe francesi, come si accennd, per rendersi più facile l'impresa d' Invrea, si sono anche resi padroni dell' importante posto dei Cappuccini, benchè con non puoco contrasto e con molto spargimento di sangue, mentre li difensori, riso lutidi conservarlo a tutto loro potere, fecero una difesa non ordinaria. Continua intanto l'assedio, che si prevede non terminarà così presto, perchè superate anche le palizzate, alle quali sono in puoca distanza, vi restano tuttavia altri fortini con il castello, godendo del vantaggio di avere ancora la strada aperta della valle d'Avosta, per la quale può venire rinforzato il presidio, e può anche senza difficoltà ritirarsi, quandoveda impossibile il resistere a lungo. Giocano però contro della piazza cinque batterie di canone che tirano in breccia, e due altre da bombe. Le malatie del campo francese sono tuttavia in gran numero; ma sentendosi che nell'accampamento di Crescentino non siano infe riori, con morte di molti, non si crede che possa fare il signor duca di Savoia verun attentato. Ha però detto signor duca comandato ai po poli del Biellese di prendere le armi per infestare le truppe francesi, onde il signor duca di Vandomo è stato obligato far avvanzare a quella volta lamaggior parte dellasua cavalleria per tenerli in freno; le truppe del signorduca della Fogliada, avvanzate a Racconigi e Cavallermag giore, hanno battuto 800 uomini del marchese di Parella verso Cavor conlamorte di circa 400. Il signor duca di Savoia aveva destinato a morte il governatore che fu di Susa, per la resa di quel castello, ma all' istanze del signor generale Starembergh gli hamutato la sentenza in prigionia perpetua. Si sente che resti sospesala demolizione del re cinto interiore della piazza di Vercelli, bensì fatti li fornelli a' baloardi per dar fine all'opera. In Milano si va preparando quel palazzo ducale per ricevere il signor duca di Mantova con la sposa, che vien detto partiranno da Parigi dentro di questo mese,tenendo il signor duca la strada di terra, e la Principessa con la madre e sorella quella di mare sino a Genova. Essendo stata datalamarchia ad alcune truppe daVerona a Brescia, questo ben dimostra che gl'Alemani possono calare per quella parte, sentendosi che possano essere in moto, et avvanzandosi verso Ala di Trento, si crede possano tenere aponto la strada del Bresciano, tutto chè non avendo ancora il rinforzo, pare di puoca sussistenza la voce checorre.3 *Dopo questo non v'hanno altri dispacci del 1704. 46 LA NUNZIATURA VENETA 3 GENNARO 1705. Staccatisi da Soncino 2500 cavalli e 500 granatieri francesi co mandati dal signor generale conte Medani, si presentarono sabbato della decorsa a Palazzolo, luogo di questo dominio, ove fecero istanza d'essere ricevuti. Fu loro denegato l'ingresso, ma risoluti d'impadro nirsene principiarono con le granate a far fuoco, e sebbene dal pre sidio numeroso di 400 uomini fu corrisposto con pari ardore, final mente con la morte di diversi d' ambe le parti convenne cedere il luogo ai Francesi, l'occupazione del quale farà provare maggiore pe nuria agli Alemani de' foraggi; e questi avutone l'avviso tennero un consiglio di guerra, e dopo diedero principio ad estendersi sopra la dritta, avanzandosi verso Sale et Ospedaletto. Il picciol corpo di Te deschi che andava girando, ultimamente n'è veduto in vicinanza di Vicenza. Altro tentativo hanno fatto i Francesi suddetti per impadro nirsi parimenti di Lonate e Roato, che non gli riuscì, ma però non li perdono di mira, quantunque vi sia un numeroso presidio; ma non avendo i luoghi fortificazioni sufficienti a difendersi, si considera an che non troppo difficile qualche intrusione. Al suddetto luogo di Roato chiesero 150 carra di fieno, doppo di che ritornarono a' loro quartieri. Bensì sono entrati nella rocca di Sarmione sul lago, e tutte queste loro operazioni non tendono ad al tro, che a restringere la sussistenza a' nemici et occupare i siti più vantaggiosi per coprire lo stato di Milano, prevedendo anche questi signori, che insensibilmente verranno occupati tutti i luoghi migliori. Imedesimi signori hanno spedito il governatore di Verona Aisler ne' Svizzeri con disposizione di levare qualche numero di quelle truppe. Non so però se troveranno facilità di effettuarla per il grosso sborso che richiedono, o per altri motivi; continuano gli Alemani ne'soliti loro foraggi, avendone ultimamente fatto uno verso Travagliato e nella stessa terra, con asporto di 300 carra di fieno,che furono scortati da 3 mila cavalli e 500 fanti. Ne' quartieri di Gavardo e Salò provano pure simile penuriaper essere quelli frontegiati da' Francesi, che sono in Desenzano e luoghi vicini, non essendo inferiore quella che risen tono dalla parte de' monti. I Francesi fortificano Sarmione con dise gno anche di occupare Lazise, e fanno grandi ammassi di treni a Ca stiglione, Soncino e Calzo sopra dell'Oglio, senza riguardo a spesa, sentendosi che nel Cremasco facciano il simile, benchè non si traspiri a quale oggetto, e che un corpo delle truppe della Fogliada si avan zasse ad unirsi al corpo del duca di Vandomo, il che se seguisse ve rebbe di molto a rinforzarsi. Però per ogni buona precauzione conti DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 47 nua il signor generale Molino a far fortificare Chiari, sopra del quale avevano parimenti i Francesi delle mire con farvi costruire un gran parapetto sopra li terrapieni di quel luogo, ad effetto che possa resi stere al canone, et al presente v'è un presidio numeroso di 400 fanti veterani e di 600 cernide, non mancando esso signor generale di tutte le necessarie provisioni, quantunque convenga poi cedere alla forza. Il Consiglio che si trovava qui ha poi accettata anche una picciola somma di 50 mille ducati con dare in pegno 200 barili di argento vivo, e ne è stata spedita staffetta a Vienna per l'approvazione. Vi sono 3 reggimenti di cavalleria in Mantova e furono levate l'infan terie. In proposito di sanità non ho di aggiungere a V. E.di più del l'accennatogli con le decorse,se non che questo magistrato aveva inteso che il male s'andava estendendo anche nella Boemia, ma poi la noti zia non s'è verificata, anzi si è saputo che in quelle parti et in altre dell'imperio si usano delle diligenze e precauzioni per preservarsi e tenerlo lontano, che è quanto m'accade accennare a V. E., alla quale fo profondissimo inchino. Il rigore maggiore si usa per le mercantie della Slesia e Moravia, per le quali sono escluse irremisibilmente. 9 GENNARO. Leopoldus Quandoquidem certa ad Nos pervenerit notitia, non solum in Po lonia Lembergi pestilentialem luem, per quam violenter grassari, ve rum etiam eamdem per Moscos in Saxoniam per Judaeum Polonum autem ulterius fuisse translatam,itaut obmetuendum sit ne hocce ma lum, si proficiscentes et illic venientes extranei non accuratissime ob serventur, ac omnes in similibus occasionibus necessariae dispositiones adhibeantur, in provinciis nostris haereditariis invalescat ; ea propter vobis omnibus clementissime et perquam serio demandamus, quatenus hoc inpassu omni aquisita praecautione uti, et ubi apud vos vel in aliis vicinis locis aliquis periculosus ac inficiens morbus proserperet, illud statim nostro regimini inferioris Austriae notum facere; praeterea omnes ac principaliter apud vos advenientes, atque ulterius proficisci cupientes Polonos, Moscos et Saxones, tam Christianos quam Judaeos retinendo examinare, et casu quo e vicinitate locorum contagiosorum sine commeatu et sufficientibus salvi passus literis advenirent, eosdem ulterius transire nullatenus permittere, ac verum statum praefato no stro regimini Inferioris Austriae confestim significare debeatis. 48 LA NUNZIATURA VENETA STATO 10 GENNARO. Questo signor conte Cremona residente del signor duca di Mantova fu mercoledì mattina nell'eccellentissimo Collegio a dargli parte, che il signor duca suo signore era pure stato graziato dalla maestà del re cattolico dell'onore di generalissimo delle sue armi in Italia, come consimilmente fu pezzo fa dichiarato dalla maestà del re di Francia. Detta notizia esso signor residente ha parimenti partecipato a me con il di più, che l'essersi più volte Sua Altezza portata al campo del signor duca di Vandomo, non era stato ad altro effetto, se non per concertare unitamente il modo di poterne egli fare la figura con dare questa distintione, ma però il comando restarà interamente al suddetto signor di Vandomo. Tutto partecipo a V. E. in continuazione del mio debito, e lo fo profondissimo inchino. STATO A DÌ DETTо. Subito giunto qui il cavalier Sassone signor di..., et avvertito da altro cavalier suo amico, ch'io avevo lettere per lui, egli prontamente è stato a favorirmi e doppo resagli la lettera da V. E. trasmessami, da sè mi partecipò le clementissime grazie riportate costi dalla Santità di Nostro Signore, in ordine alle quali gli toccai io il dipiù che V. E. si era degnata soggerirmi, con aver usato verso del cavaliere tutte le possibili finezze e connivenze. In discorso ebbe a dirmi che pensava nella prossima quadragesima fare ritorno costi, sopra di che non mi estesi per attendere i sentimenti di V. E. in tal proposito, come con le decorse ne la supplicai. Si è espresso di voler essere altre volte a favorirmi, et io sempre più lo animerò con quella distinzione e riguardo che si doverà, per maggiormente disponerlo e confermarlo della sua intenzione di abracciare la nostra santa fede. Partecipo a V. E. il se guito e le fo profondissimo inchino. STATO 10 GENNARO. Neanche in questa settimana il Magistrato della sanità ha avuto particolari riscontri del male già più volte accennato, benchè per al tro si dica che si vadadiminuendo,ma si suppone che per effetto della stagione resti da questa mortificato, ma non da fidarsene. Si continua però con rigore nelle avvisate precauzioni. Rispetto poi alle malattie che regnavano in Sald, sentesi essere quelle quasi intieramente cessa te, onde parimenti è cessata l'aprensione che si era in parte conce pita. Continuarò a tenere ragguagliata V. E.di tutto quello occorrerà in tal proposito, ed intanto le fo profondissimo inchino. DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 49 10 GENNARO. Non ostante il seguito successo che accennai con le decorse, nelle trincere sotto Verrua si sono riprese le operazioni contro d'essa piazza con ogni maggior fervore,sentendosi che il signor duca di Vandomo ne voglia fare ad ogni costo l'acquisto. Sono state rimesse prontamente le batterie per essere state malamente inchiodate dagl' Alemani e con puoco profitto nel fatto suddetto, e tormentano incessantemente la fortezza, che ha già più breccie e molto larghe; anzi detto signor duca di Vandomo fa trasportare all'assedio altri 15 pezzi d'artiglieria, per fare tutto il possibile sforzo e terminare quell'impresa. L'armata è stata rinforzata da quantità d'infanteria che si trovava di guarnigio ne nelle piazze, ed in sua vece sono state comandate le milizie; così pure tutti li granatieri che servono all'armata del signor Gran Priore, sono stati spediti a quella volta, e già buona parte de'medesimi erano passati da Vercelli, parendo che le disposizioni siano di formare un'ar mata, e tentare l'assalto del campo di Crescentino nell'atto stesso, che si pensa anche darlo alla fortezza. Si sente anche che il duca della Fogliada sia stato rinforzato di 10 mila uomini, e che siasi già incam minato verso il Piemonte per calare dall'altra parte, e prendere in mezzo il campo del signor duca di Savoia, ma tale notizia non viene intieramente creduta. Il tentativo fatto dal signor duca di Savoia, ben chè non habbia potuto conseguire interamente quello che s'era pre fisso, tuttavia pretende d'avere acquistato un po'più di tempo, che do vevanspendere gli difensori nei lavori; l'opinione però è che la piazza si possa diffendere per tutto questo mese, durante il quale se averà socorso potrà stare. Era già stato concertato il cambio del generale Vaubanconmonsignor Schartagne, direttore della infanteria francese, stato fatto prigioniere nel detto fatto delle trinciere; ma perchè aveva rilevate molte ferite, dalle quali poi è morto, resta ancora detto ge nerale Vauban prigioniere in Casale sin ad altra congiuntura. Una partita de' Tedeschi di quelli che vagavano per questo Stato, s'è avanzata sino a Treviso ad effetto di scortare diversi capi d'ani mali, che venivano dalla Carintia sino al loro campo. Il marchese Maffei veronese loro suddito che semina barriere fan le pratiche per averlo. Tutta la cavalleria gallispana va unendosi verso la città di Trino, e si sta in attenzione di quello sia per operare. Da quest'altra parte sussistono li Francesi in Palazolo, con aver fatta istanza di volere an che la rocca presidiata damilizie venete, dalle quali gli è stata data la negativa; così si mantengono nelli altri luoghi, essendosi estesi lungo Arch. Stor. Lomb. An. III. 4 50 LA NUNZIATURA VENETA l'Oglio alla destra di detto fiume sino al lago d'Iseo, tenendo pure occupato Caleppio e Sarnico, essendo questo ultimo luogo alla sbocca tura dell'Oglio. Non si sono scordati dei soliti loro foraggi, avendone fatto due, l'uno a Cucai e l'altro a Castagnedolo, con avere condotti seco 200 carri per non defatigare li loro cavalli. Hanno sorpreso alla Mirandoletta,5 miglia distante da Palazzolo, un ammasso di farine per conto delli Alemani, e quelle asportate in si curezza a Soncino; così pure s'erano portati a Liattico per fare altra rapresaglia di pani e farine pure de' Tedeschi, ma non si sa il seguito; delli Alemani puoco se ne discorre come se non vi fussero, e se non venissero astretti dalla penuria de' foraggi, che gli obbliga procurarse gli ove ne trovano,non si sentirebbe verun loro movimento, standosene nei quartieri senza agire. Publicano però, che rinforzati si moveranno, ma il rinforzo non si sente vicino, ne vi è veruna presentanea dispo sizione di tappe per lo stesso. Che è quanto etc. 13 GENNARO. Le notizie che si hanno dal campo sotto Verrua, confermano la di sposizione del signor duca di Vandomo di fare in uno stesso tempo attaccare il campo savoiardo e tedesco di Crescentino da due parti, e dar l'assalto alla fortezza, nel qual caso quando il tentativo gli riesca favorevole, può sperare l'acquisto della piazza. Intanto continua ad unire tutto il bisognevole a tale effetto, essendosi molto bene rin forzata di gente l'armata di 18 compagnie, e facendo trasportare al campo molti canoni,che erano pezzo fa stati sbarcati a san Pier d'A rena, e se si verifica, come molti vogliono e da altri vien scritto, che il duca della Fogliada con 8 in 10 mila uomini per la valle d'Aosta sia calati, et ora si trovi in puoca distanza, potrebbe facilitarne la resa. Si sente che sia stato fatto un tentativo per rompere il ponte di communicazione, e che parimente sia stato investito il forte posto alla testa del medesimo ponte, ma con puocoprofitto, per essere stati obbligati gli agressori a ritirarsi con qualche perdita, stando il signor duca di Savoia fisso nella risoluzione di volere ad ogni costo mante nere la piazza, sotto la quale ha fatto caricare delle gran mine, e pre sentemente si è rinforzato anch'esso d'alcune genti levate da' suoi presidj, ed in parte levate di nuovo, che serviranno anche di gran contrasto, quando venga investito detto campo di Crescentino. Le notizie poi dell'altre armate esistenti sul Bressiano consistono in che gli Francesi siano anche entrati nella rocca di Palazzolo per es sersi il presidio ritirato dalle medesime, e che con un grosso stacca DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 51 mento siano anche entrati nella terra di s. Eufemia, da dove hanno asportati molti grani e farine creduti de' loro nemici, essendosi poi pre sentito che erano de' PP. Cassinensi et altri particolari. Il generale conte Medani si era staccato da Soncino con mille cavalli, e si era portato alla volta di Cogorate, doppo di che aveva fatt'entrare in Travagliato 200 granatieri e 400 cavalli, e non si sa per anco se per dimorarvi o pure per restringere gli Alemanni,quali sempre più penu riano di foraggi, in forma tale che in breve saranno astretti decam pare da' loro quartieri, non sapendo ora più dove ritraere la loro sus sistenza, per avere foraggiati tutti i luoghi circonvicini et anche più remoti. Hanno estesi molti corpi di guardia avvanzati da' loro quartieri di circa 60 cavalli l'uno in diversi luoghi alla portata del canone di Brescia, non scoprendosi per anco il loro disegno. Sentesi pure da Verona in data de'13, che quella sera si dubbitava che potessero far alto sopra di quel territorio 700 cavalli alemanni, precorrendo anche voce che vi doveva capitare ilrimanente dell'armata, laonde quel paese era in apprensione, che non era minore nel Vicentino e nel Polesene. Tutti i posti avvanzati sono stati destrutti e ritirata tutta la gente nella fortezza. Meditavano i Francesi di levare dalla Pulesella tutti imolini e bar che, perchè i Tedeschi non potessero transitare ilPo, et avutone quelli del luogo sentore, si sono armati per impedire. Cercano da vendere le dogane della Pontebba, che sono in questi confini del Veneto. 24 GENNARO. Ancora spera la generalità delle due corone di obbligare quanto prima alla resa la fortezza di Verrua. Sempre più si va augumen tando l'esercito delle stesse con li presidj di Casale e dello Stato di Milano, attendendosi il signor duca della Fogliada, come altre volte si è detto, per attaccare le trinciere di Crescentino, e far ritirare da quel posto il signor duca di Savoia. Pare irretratabile tale risoluzione, e già si sono fatti diversi stac camenti, parte dirizzati a Chieri e parte a Civasco per principiare a togliere la sussistenza al campo nemico,quale anch'esso rinforzato di gente levata da presidj, e poco avante delle mosse de' detti Fran cesi sta fermo nella sua residenza di Crescentino, nulla badando al devastamento, a cui resta soggetto tutto il paese sino a Torino. Con tinua poi anche l'assedio sotto della piazza con il rigore di prima, e se bene le gran mine che fa volare il presidio sconcertano di tempo in tempo i lavori, nulla di meno non si manca senza risparmio di gente 52 LA NUNZIATURA VENETA a sempre più stringerla. Seguono le condotte da Genova delle moni zioni, bombe et artigliaria, passando il tutto al campo sotto di Verrua, e si principia a sentire colà l'arrivo delle rimonte della cavalleria e dell'altra gente destinata per Italia, correndo voce che si intraprenderà la nuova campagna contro il Piemonte con ogni anticipazione. Rispetto all'armate esistenti sul Bressiano si può dire che si siano fatti giornalieri li foragi delli Alemani, e benchè non ritrovino più fieno, nulladimeno ritornano carichi a' loro quartieri, facendo per loro ogni cosa che trovano. Dicesi che una partita di 200 cavalli sia andata verso Valezzo nel confine del Veronese e Mantovano, ma la voce merita conferma. È però vero che nonponno più sussistere, e che sono innecessità di si tuarsi altrove, al che fare averanno delli incontri, mentre li Francesi vanno fortificandosi nei luoghi ove gli ponno far fronte. Queglidi quando in quando fanno anche loro i suoi foraggi, e delle istanze al Cremasco per contribuzione de' fieni anche con minaccie, in modo che pure da quella parte si comincia a vivere in qualche apprensione dei sacheggi. Hanno fatto un staccamento da Palazzolo verso Bagnolo, non si sa per foraggi o per rendersi padroni di quel posto. Hanno pure diviso il corso ad alcune acque di quel territorio senza comprendere il loro disegno. Hanno la mira novamente i Francesi sopra la grossa terra di La zise sul lago di Garda; tuttavia pare che quegli abitanti siano riso luti di difendersi, come così hanno fatto queli di Rezato contro delli Alemanni, che volevano introdurvisi, stati obbligati a retrocedere, come infatti è seguito nella villa di s. Bernardino, in cui entrarono a viva forza, e dalla quale asportarono quanto poterono a mottivo di non avere contribuito il fieno richiesto, e con nuove cominatorie che se non si eseguirà, saranno consimilmente considerate altre terre. Si mantiene ancora sul Veronese verso il Polengo quel corpo de' Tedeschi che si avvisò, avendo rapresagliato molti del paese in con cambio d'alcuni ferabuti stati presi da' Veneziani. Vanno per particolare editto per ovviare alle rappresaglie che ven gono fatte nelli territorj di Bressia, Crema e Verona d'asportare en tro le città le robbe per sicurezza; sulla continuazione poidel dubbio che possano ancora i Francesi sorprendere Lonato, gl'hanno fatto en trare nuove truppe, et incaricato al Proveditore di assolutamente di fendersi. Continua il sentimento di far la leva dei Svizzeri. DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.-STATO 31 GENNARO. 53 Si sentono ralentate le operazioni contro della piazza di Verrua, attendendosi ora dall'esercito delle due Corone a risarcire le trincie re e le batterie molto pregiudicate dal mal tempo e dalle gran nevi cadute in quelle parti. Per tal motivo viene anche detto che non sarà così sollecito l'arrivo del signor duca della Fogliada col soccorso delle truppe che conduce, giunte le quali si riprenderà novamente il bersa glio contro della piazza per ridurla una volta alla resa. Pare anche sospesa la risoluzione di attaccare le trinciere di Crescentino, essendosi conosciuto essere quelle troppo fortificate, oltre i due ridotti, con for tini fatti sì alla testa del ponte di communicazione, come del campo enelli rami del Po, che assicurano un' operazione sopra l'altra, attesa massime la situazione; ciò non ostante non si lascia intentata strada per obbligare il signor duca di Savoia ad abandonare quel accampa mento, al di cui fine il signor duca di Vandomo spedì un grosso di staccamento verso Chieri, e ne risentirono quegli abitanti non puoco danno, perchè fu saccheggiato il luogo, non però fecero alcun movi mento gli Tedeschi e Savoiardi a quella parte, mantenendosi nelle loro trinciere. Al campo delle due Corone era giunta da Genova la nuova artiglieria con munizioni e provisioni, essendovi qualche avviso che sia stata eretta una batteria di 3 pezzi, che si fa giocare contro il ponte di communicazione, che pareva facesse buon effetto, e speran dosi col favore della medesima, se nondi togliere totalmente la sud detta communicazione, almeno di farsi adito a formare una linea, che coprendo le truppe e travagliatori possa facilitare il prosseguimento dell'assedio. Viene anche detto essere postato un corpo di 5 mila uomini in circa fra Torino e Crescentino, ad effetto d'impedire il trasporto dei viveri al stesso campo. Rispetto poi alle armate della Lombardia, continuano iFrancesi a tener rinserrate le bocche delle acque che escono dal fiume Oglio, al solo mottivo di tenerle gonfie nel fiume suddetto, e con ciò rendere più difficile il passaggio agli Alemani, caso volessero tentarlo. Tale reten zione è però molto perniciosa a quegl' abitanti, poichè restano inutili tutti li molini et oziosi molti altri edifizij situati sopra l'aque sudette. AChiari fanno incessantemente lavorare con alzar terreno e piantar palizate all' intorno del luogo con altri lavori per una buona difesa in caso di bisogno, essendovi anche stati spediti alcuni carri conmoni zioni e granate, et altri attrezzi militari. E stato richiamato dal gran Priore di Vandomo il comandante delle barche armate sopra del lago 54 LA NUNZIATURA VENETA a scolparsi, perchè non abbia impedito il trasporto di provisioni e di gente seguito al campo Alemano, et il passaggio delle medesime per la via del lago nel Veronese, dove si sono questi avvanzati in qual che numero senza assicurarsi del vero motivo, volendo alcuni che possa essere questa penuria che sofrivano della sussistenza dalla parte di Salò, et altri che possa essere per trovarsi pronti a coprire la ca lata delle truppe, che si dicono destinate in rinforzo del loro corpo. Le diserzioni però erano continue,di modo che parevache non più le cu rassero a causa dei patimenti che sofrivano. Pare che le di lui scuse non siano state approvate. Gl' Alemani continuano nella loro penuria de' foraggi e d'altre cose necessarie, sentendosi che a tal mottivo molti ne disertano. Sono sfilate molte compagnie di essi verso Gavardo e Salò, da dove vien scritto esserne passati in molto numero il lago, et acquartierati nella valle di Camino sul Veronese, ove dicono che abbiano erretti dei forni, e che era su le mosse aquella parte il com missario generale Martini; anzi sentesi che il signor generale conte di Starembergh era partito dal campo di Piemonte per la viadi Genova segretamente per passare egli al comando di questo corpo, di che av vertiti i Francesi andavano in traccia d'impedirgli il portarvisi, es sendovi qualche opinione che ora si trovi in questa città. Il corpo de' Brandeburghesi destinato per l'Italia ha spedito un commissario, per assicurarsi che possano essere pronte le tappe per le marchie prima di moversi, essendo questo stato nel Tirolo per questo effetto. Era anche corsa voce che altro staccamento di 1400 cavalli era pas sato il Mincio senza sapersi a quale oggetto, ma sin ora non si con ferma. Odesi bene che una grossa partita di Tedeschi del presidio della Mirandola uscita per provedersi di molte cose necessarie, sia stata fortemente battuta dalle truppe delle due Corone, con averne fatta la maggior parte prigione et il rimanente disperso, dal che si sup pone che tale successo possa facilitare la resa anche di quella for tezza. Il signor gran Priore di Vandomo si era portato aMantova, suppo nendosi vi si possa trattenere qualche puoco, e dove erano anche per venuti dal blocco della Mirandoladue reggimenti di cavalleria, non sa pendosi a quale effetto fossero stati chiamati, e per dove potessero avere la marchia; e dalla Mirandola avendo fatto quel presidio una sortita per qualche proprio provedimento, ebbe incontro con li Fran cesi, che asseriscono essere stati superiori con la presa di molti, e della piazza stessa dicono che puoco più possa mantenersi. DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. STATO 31 GENNARO. 55 Questo Magistrato della sanità ha ridotta la contumacia ai legni provenienti dall'isole del Zante, Cefalonia e Corfù dalli 40 giorni alli 28, attesi i migliori rincontri che hanno da quelle parti della minora zione del male che era in .... et altri luoghi contigui, avendone fatta la riduzione per publico proclama, non però ancora dato alle stampe. Ne è però uscito altro in questi giorni, con cui resta bandito il capitano inglese, che pezzo fa parti di qui senza aver fatto la do vuta quarantena, e che cercò d'insinuarsi in altri porti per essere am messo senza i dovuti ricapiti, come dalle notizie recate sin d'allora all' E. V., alla quale unendo il bando stesso per maggior distinzione fo profondissimo inchino. 7 FEBBRARO. Si è di nuovo dato principio dalle truppe delle due Corone a ber sagliare la piazza di Verrua col canone e con le bombe, non man candosi nel medesimo tempodi incessantemente battere conuna bat teria di 15 pezzi il fortino et il ponte di communicazione per rovi narlo se sarà possibile, consistendo in quella operazione il buon esito dell' impresa. Però per ogni buona precauzione si fortifica ora il forte di Garbignano inbuon modo e forma per ridurlo in validadifesa, caso che lastravaganza de'tempi, che sempre più si fanno cattivi, potesse obligare a sospendere l'assedio, e ridurlo in un blocco per conservare l'acquistato e non retrocedere. Fu equivoco l'avviso del generale Starembergh; fu undi lui nipote che passò in Germania; furono detenuti da' Francesi i corrieri di Ber gamo e Bressia. Vanno facendo qualche numero di gente; è prigione il colonnello Barone di Weltz. Vengono ora regolate le disposizioni dell'assedio da monsignore di Laparà, ingegnere ultimamente spedito dalla Corte di Francia, che pare siadi sentimento di far erigere 9 batteriecontro del ponte di co municazione, giàche non viene stimato così facile il fare breccia nel 3.º recinto della piazza, e non si vuole azzardare gente con evidenza diperderla inun assalto; e dall'avere ancora il signor duca di Vandomo chiamati al campo tutti gli officiali, e quello rinforzato d'altra gente, si suppone che possa averenuovi disegni sin ora non penetrati. Del duca della Fogliada non si sente cosa alcuna in questo spazio, nè se si avvanzi, nè se lacopia delle nevi gli abbia fatto sospendere lamar chia, solo viene avvisato che il staccamento verso di Chieri s'era av STATO 56 LA NUNZIATURA VEΝΕΤΑ vanzato conuna scorreria sino la somità delle montagne che dominano Torino, e che in quelle parti v'era non puoca apprensione. Il signor duca di Savoia non si diparte dal suo campo di Crescentino, ove univa tutte le truppe possibili per mantenervisi, continuandovi ancora la sua permanenza il signor generale Starembergh, quale altrimenti non era partito, e ne nacque equivoco perchè fu un suo nipote, che di là passò aquesta città per rendersi a Vienna. Di puochi giorni fu la permanenza del sig. gran Priore di Vandomo nella città di Mantova, mentre avuto avviso che li Tedeschi erano in moto tra il lago e l' Adice per avvanzarsi, prevenne egli le di loro misure, e con un grosso distaccamento di cavalleria e granatieri si portò verso Lacise, et avute le notizie che erano ancora discosti i ne mici, fece prestamente occupare detto luogo; d'indi divise le sue truppe in più colonne, le fece marchiare contro delli Alemani comandati dal signor di S. Amour e colonnello Patè, che incontrati si principiò a com battere, sendo riescito a' Francesi di romperli con morte di 300, pri gioni di altritanti, fra i quali il signor colonnello Baron di Wiltz, oltre molti feriti et il rimanente disperso. Altro fatto seguì a Torbole, poi chè spediti dal generale Medani 800 francesi in rinforzo di Monte chiari e Calcinato, dai quali luoghi il signor gran Priore haveva levate truppe per comporre il staccamento sopra accennato, furono detti Fran cesi attaccati nel luogo stesso di Torbole da 1800 cavalli alemani e 300 granatieri, e doppo un lungo combattimento si ritirarono nella miglior forma possibile i primi, lasciati da 50 morti con prigionia di diversi, ne' quali vi rimase monsignore di Lubrech mortalmente ferito. 14 FEBBRARO. Progredisce l'assedio di Verrua, e doppo l'arrivo al campo dell'inge gnere monsignore di Laparà, si è fatto un nuovo attacco al forte del ponte di communicazione situato in un'isola del Po, che cuopre detto ponte, con disegno, fatta che vi sarà una competente breccia, di darvi l'assalto. Al favore di folte nebbie si sono molto avvanzati i lavori di detto nuovo attacco senza essersene avveduti li difensori, tutta via come che da questa operazione dipenda l'acquisto della piazza, non lascia il signor duca di Savoia intentata cosa verúna per renderla vana et conservare detto forte. Era anche riescito a' medesimi di eri gere unabatteria contro del ponte, il quale era stato levato da' Savo iardi per timore che l'escrescenza del Po non glielo rompesse, e che rimesso temevano che fra l'uno e l'altro di non poterlo lungamente sostenere. Sempre più si va augumentando il campo dei Francesi, es sendovi ultimamente giunte 13 altrecompagniede granatieri, e condotta DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 57 buona parte dell'artiglieria nuova,dicendosi anche,quantunque non con tutta sicurezza, che nonostante lacontraria staggione per la valle d'Ao sta vi siano passati 12 squadroni e 5 compagnie di dragoni, che il duca della Fogliada ha spiccati dal suo campo in soccorso dell'assedio. Con tutta fretta si prevengono anche nella città di Casale una gran quan tità di scale da mano, similmente nuovi altri attrezzi militari e mo nizioni, tutti da trasportarsi alla volta del campo, che fa credere che altrimenti non si vuole ralentare l'assedio, benchè le povere soldate sche siano di molto incomodate e dalla stagione e dalla gran copia delle nevi cadute. Delle armate poi della Lombardia doppo li accen nati incontri non si è inteso altro movimento, solo che in questi ul timi giorni uscirono gli Alemanni a foraggio verso Roncadello con 4mila cavalli, da dove asportarono 250 carra di fieno. Hanno condotto alcuni pezzi di cannone a Gargnano sopra la riviera di Sald, dubbi tando che li Francesi per la viadel lago non occupassero quel posto. Sono stati accresciuti di 600 cavalli di reclute, che si suppone passa ranno a s. Martino di Verona come parte meno dannificata. Hanno ten tato gli Alemanni stessi d'introdursi nella Croaca, ma le truppe venete si sono opposte et impedito il disegno, sentendosi che si farà lo stesso, caso volessero entrare nella Chiusa, come hanno il disegno. Fecero molte riscosse in somma di 100 mila fiorini, colle quali vanno facendo nello stato varie provisioni per trasportarle nel Tirolo, procurando all'incontro li Francesi d'impedirglielo; ed il trattato che tenevano con li Genovesi per l'imprestanza d'un milione con l'assignamento certo, resta intieramente sciolto per mancanza di sicurezza. Il signor Gran Priore di Vandomo si è novamente restituito in Castiglione, fatti prima occupare varj luoghi per sempre più far contrasto a' Te deschi, et ha protestato a' generali veneti di voler far esso custodire il porto, che è sul Mincio a Peschiera e l'altro a Pescantina, quando non venga guardato dalle truppe venete, e denegato il passo all' una e l'altra nazione, edisegnava di far avvanzare monsignor di Bisù con un corpo ad Ussolengo per occupare quel posto. Pare che questi se ne vogliano servire per fortificarsi in Palazzolo, risoluti di voler fare la campagna nelBresciano, anzi si andavano ingrossando a Calcinate, Montechiaro e Carpanedolo. A Palazzolo giungono molti guastatori dal Cremonese, attendendosene sino al numero di 3 mila, non sapen dosi ancora a qual fine debbano essere diretti i loro lavori, solo pre suponendosi che vogliano dirizzare una linea al fiume Oglio con altre opere per farargine agl'Alemani,quando volessero avvanzarsi a quella parte. Altri guastatori si sono portati alla Ghiara d'Adda per alzarvi terreno e farvi delle fortificazioni, presentendosi che siasi per fare il simile anco a Lodi per renderlo maggiormente in stato di valida difesa. 58 LA NUNZIATURA VENETA STATO 21 FEBBRARO. Si va accrescendo il numero delli Imperiali sul Veronese, mentre vi sono calati da 900 altri cavalli, sentendosi che di breve ve se ne potessero unire da 2mila in circa. Gli equipaggi de' generali tedeschi ed altri uffi ciali essistenti sul Bressiano sono stati mandati alla volta di Roveredo e Trento, così tutte le donne e amalati, come anche molti soldati che hanno icavalli meno atti ad intraprendere una marchia, in forma che il rimanente delle truppe resta senza bagaglio, et è una scielta della miglior gente, alla quale è stata data polvere e palle a sufficienza per ogni incontro. Sentesi che questa disposizione sia a mottivo di tentare ad ogni costo il passaggio in due colonne, l'una per la parte del Vero nese, e l'altra per il Bressiano, sulla credenza che o dall'una o dal l'altra sortiranno i loro dissegni per essere li Francesi in puoco numero edivisi in più luoghi. Il signor Gran Priore di Vandomo continua a tenere il suo quartiere generale in Castiglione a portata di poter esplorare ogni movimento de' Tedeschi, li quali dubbitando di poter es sere attaccati, a Salò s'imbarcarono anch'essi con alcuni pezzi di ca none da campagna che trasportarono a Torbole, sendo stati per più giorni in movimenti, mentre le barche armate de' Francesi si sono fatte vedere più volte invicinanza d'essi. In Lacise li Francesi stessi alzano un nuovo rivelino avanti la porta di detto luogo con disegno di ben for tificarvisi, sul dubbio che gliAlemani non pensino di scacciarneli, con servando tutta via Bardolino e Garda, e vengono proveduti di ogni sorta di provisioni. A Fucine hanno formato magazzeni di provisioni daguerra e da bocca. Si sente anche che gli Alemani tentarebbero volontieri l'espulsione de' Francesi da Desenzano, luogo per loro di tanta importanza, ma la prevenzione di questi si è assicurata con li modi più validi di resistenza. Continuano li foraggi sì de' Francesi che de' Tedeschi in forma che oramai resta distrutta quella parte del Bres siano che è esposta. Dalli quartieri di Calcinate, Montechiari e Carpa nedolo si fanno de' continui movimenti senza penetrarsi a qual fine, così gli Alemani permancanza de'foraggi, maper oranulla più si crede, epare che non vi sia apparenza che di breve si portino altrove. Circa dell'assedio di Verrua pare che con tanto calore non si tormenti più il corpo principale della piazza nè col canone nè con le bombe, ma le mire tutte sono presentemente dirette contro lo scritto fortino che cuo pre il ponte, sentendosi che venga continuamente fulminato per aprirvi la breccia e portarsi all'assalto, al qual fine era stata distribuita quan tità di scale alla soldatesca, e si facevano anche costruere barche con fuochi artificiali per vedere d'incendiarlo; però dall'altro canto il si DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI.. 59 gnor duca di Savoia non lascia mezzo intentato per sostenerlo, facen dovi stare di custodia 400 fanti, e venendo guardato dalle batterie di sposte alle ripe del Po. Il sentimento universale è che di breve sarà espugnato, perchè ad ogni costo si vuole, onde puoco dopo doverà rendersi anche la fortezza. Il signor duca di Vandomo è alquanto incomodato di flussione nella faccia, ed il di lui campo è poi stato rinforzato da 17 compagnie de' granatieri, di quelli del signor della Fogliada. Tutti li canoni rimasti inabili in detto assedio sono stati trasportati a Pavia per rifonderli. La leva di truppe svizzere stabilita da questi signori pare che in contri tutta la facilità nell' accordo di conseguirla, ed effettuandosi si crede che la disposizione siadi valersidi queste perpresidiare le piazze, edelle proprie formare un corpo per coprire la campagna, che ormai resta interamente distrutta. STATO A DÌ DETTо. Dopo una malattia di due settimane passò all'altra vita in Corfù monsignor Giorgio, eminentissimo arcivescovo di quella città, prelato di tutta attenzione et amore verso della sua Chiesa e del suo gregge. Benchè la di lui morte sia seguita sin sotto li 16 del decorso, tutta via qui non è giunta la notizia se non ne' primi giorni della spirante. Sinora non so, se tolta la Chiesa, avesse altri beneffizj semplici, però ne ho commesse le diligenze. La provista deve cadere in un nobile, come V. E. saprà, nè sino adesso pare vi siano molti concorrenti. Ne passo questo succinto raguaglio a V. E., e con le prime vederò di ac cennarle le cognizioni maggiori e possibili, nel mentre mi umiglio a V. E. in profondissimo inchino. 28 FEBBRARO. Rasserenatosi il tempo sono state terminate, per quanto si sente, tutte le batterie contro di Verrua, che portano 40 pezzi di canone, quali unitamente devono tormentare la piazza; si continua anche a bersa gliare l'accennato forte per vedere di farvi la breccia e venire ad un assalto, ad effetto di levare alla piazza la totale comunicazione, per il quale assalto si sente abbiano fatte tutte le disposizioni. Si fabricano barche con fuochi d'artifizio per incendiare il ponte, e si crede che in un tempo istesso si voglia fare tutte queste operazioni per conseguire il loro intento contro la piazza, il forte et il ponte per terminare l'im presa. La batteria eretta contro del detto ponte aveva rovinate alcune barche, quali però sono state rimesse subito da' Savoiardi, e per ripa rare al maggior danno che potesse seguire, aveva il signor duca di 60 LA NUNZIATURA VENETA Savoia ordinati molti gabbioni da riempirsi di terra, per postarli avanti dette barche in forma di trinciera e così per deludere ogni disegno de' nemici, come anche avanti il ponte erano state fatte varie palizate. Di cesi abbia anco fatto attraversare con catene il Po, e che abbia dise gno di far piantare in esso quantità de travi per tenere maggiormente assicurate le barche lontane dal ponte e dalle sopradette bocche da fuoco. Il signor duca di Vandomo indefesso per tale acquisto provvede a quanto può occorrere, et ha richiamati tutti li ufficiali francesi che era no in Casale, perchè si portino al campo, e con la nuova gente perve nuta da Francia aveva rinforzati li posti di modo che non temeva più alcun tentativo ; dicesi anche che con l'arrivo del Marchese della Fo gliada abbiano qualche disposizione di attaccare Nizza ancora, ma non si sa se possa avere gente a sufficienza per effettuarlo. Un staccamento francese di cavalleria e fanteria portatosi alla costa d'Alba sprovve duta di presidio, si è resa a quello, onde con tale acquisto resta il si gnor ducadi Mantova possessore di tutto l'Albesano e Canevesato, oс cupatigli altre volte da quelle di Savoia. Rispetto all'armate di questa parte del Bressiano sentesi che li Fran cesi si facciano di sovente vedere congrossi distaccamenti in vicinanza della terra di Chiari, forsi per cogliere qualche opportunità di intro durvisi senza impegno, il simile avendo fatto alla Mandolazza con 1500 cavalli e 600 granatieri, diedero mottivo agli Alemani di mettersi in armi nei loro quartieri di Boezzo, Cortine e Nave, essendovi stato per qualche tempo senza intraprendersi cosa alcuna nè dall' una parte nè dall' altra. Il signor Gran Priore di Vandomo si è portato novamente a Man tova, forse per fare delle disposizioni a' loro movimenti, e si suppone per qualche dissegno, benchè non si traspiri. Fa sussistere le sue truppe nelli posti di Lacise e Bardolino all'opposto delli Alemanni, che di quando in quando si lasciano vedere, ma senza alcun tentativo az zardoso ; hanno bensì 3 mila di questi tra cavalleria e fanteria passato l'Adige a Ponton, e si sono acquartierati nelle ville della valle Pole sella, con prendere et essigere a forza contribuzioni e sussistenze de viveri. Altra partita passò a s. Michele di campagna, essendo in moto anche il generale Leininghen con tutto il corpo, et occupato il porto di s. Pancrazio, si è situata in puoca distanza da Zevio, ove tutta via si trattiene con apparenza di guardia avvanzata in attenzione degl' an damenti de' Francesi come a Valezzo per coprire il Mincio, facendo nello stesso tempo altre fortificazioni all'Oglio per più facilmente guardarlo. Hanno abbandonato Calcinate e rimesse le acque nel territorio bres DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 61 siano, per essere più pronti a secondare i movimenti che vanno fa cendo gli Alemani stessi, mostrando li medesimi di volere intieramente passare nel Veronese per prendere posto sopra l'Adice, essendo in moto anche il generale Leininghen con tutto il corpo, con che veranno a scorrere et avvanzarsi con lo stesso metodo degli anni passati. Il corpo di cavalleria che s'era avvanzato nel Vicentino, aveva retroceduto a s. Martino, dove pareva che disegnasse di far dei ponti sopra dell'Adice stesso, avendo occupato il porto di s. Pancrazio. Con questo mottivo le truppe della Repubblica che sono in Bressia, passaranno ancor esse in questi giorni a Verona per secondare i mo vimenti suddetti, come anche travagliavano ad operazioni per mag giormente coprire e assicurare Lignago. Il commissario alemano Salvai è passato questa mattina al campo con denaro per l'armata. Si sente che habbiano dato qualche soccorso alla Mirandola con picciole barche per via del Po, e li Francesi per quella parte si siano avvanzati alle rive del medesimo per opporsi ad ogni tentativo di passaggio, che potessero fare detti Alemani. Sorpre sero detti Alemani a forza d'armi la Croaca, avendovi lasciati estinti da 3 officiali e qualche soldato, e li Francesi nello stesso tempo occupa rono Ponti e Monzambano, onde sinora la guerra e l'occupazione de' luoghi si fa sopra di questo Stato; il commissariogenerale barone Mar tini è partito alla volta di Vienna, et ha lasciato inBressia un debito di circa 20,000 mila fiorini con diversi particolari per grani avuti su la parola per sostentamento dell'armata. 3 MARZO. Continuatosi dal signor duca di Vandomo tutte le disposizioni per dare l'assalto a l'avvisato forte, che copriva il ponte di communica zione tra il campo di Crescentino e la fortezza di Verrua, e tutte quelle stabilite secondo i di lui disegni, il primo del corrente fece avvanzare all'attacco del medesimo il signor generale Las Torres con 24 compagnie di granatieri spaleggiati da altritanti, e da 8 batta glioni e 200dragoni. Si credeva sentire una rigorosa difesa e resistenza da quei difensori, ma non fu in effetto, perchè dopo breve contrasto riesci a' primi d'impossessarsene pigliandovi posto, e fortificandosi nel medesimo, onde con tale acquisto resta levata la sudetta communica zione e in conseguenza non potrà la piazza gran fatto sostenersi, tanto più che il pressidio si dice non essere che di 1000 uomini, e non è in quel numero che si poteva credere. Oltre le breccie che già v'erano state fatte capaci per un assalto, sentesi che una bomba impensata mente abbia dato fuoco a due mine che hanno rovesciato buona parte 62 LA NUNZIATURA VENETA della muraglia del fosso, dal che viene a rendersi meno difficile il suddetto assalto, quando quel pressidio sia per attenderlo. In detto fatto dicesi essere rimasti prigionieri de' Francesi due battaglioni e diversi ufficiali, e che il signor duca di Savoia continua bensì nel suo accam pamento di Crescentino, ma solo per acquistar tempo, ad effetto di ritirare da quello quanto avesse potuto, e situarsi poi a Civasco per coprire al possibile Torino. Nello stesso tempo sentesi che le truppe francesi comandate dal signor duca della Fogliada siano in marchia per l'assedio chi dice di Villa Franca, e chi di Nizza, ambedue le quali piazze restano sprovedute di guarnigione, levata per accrescere il campo di Crescentino. Fu poi falsa la notizia che le altre truppe francesi, che scorrevano verso di Torino, si fussero impadronite di Alba, che è presidiata da 400 Alemani. Non fu nemeno per quello ora sen tesi tentato l'acquisto, e da una scorreria che fecero a quella parte con il fuoco che misero ad alcune terre circonvicine per negate con tribuzioni ne invalse la voce dell'acquisto di detto forte; ne fu spedito espresso al signor Gran Priore di Vandomo, che ancora si trattiene in Mantova, senza penetrarsi a quale oggetto,siccome ne' decorsi giorni non si sono intese verune disposizioni. Seguitano le sue truppe a sus sistere ne' luoghi loro soliti, sentendosi che quelle di Palazolo conti nuino a fare dei lavori intorno quel luogo, divisando di occupare il castello di Caleppio, posto importante che guarda il passo della mon tagna del bergamasco sopra la destra sponda dell'Oglio, vicino alla imboccatura del suddetto fiume. Il commissario barone Martini non parti poi aVienna, come fu su posto, ma per inoltrarsi solamente nel Tirolo per fare le disposizioni a qualche puoco di truppe, che ha dato principio ad entrarvi, dicendosi che da questa parte poi calaranno per la Borcola nel Vicentino, ove fecero il primo ingresso e parte per Roveredo verso il loro campo. Il restante degl' Alemani dall'altro canto non danno ancora veruna ap parenza di moversi che per i soliti foraggi, sentendosi questi frequenti, e sempre in grave pregiudizio di quegli habitanti. È poi morto nella città di Brescia il signor Conte di Lebrech per gagliardissima febbre sopragiuntagli, assistito negl'ultimi momenti dal fratello minore, che vi s'era portato dal campo del Piemonte. STATO 3 MARZO. Jeri verso il mezzo giorno del tutto inaspettata giunse inquesta città la signora Elettrice di Baviera col solo seguito di quattordici persone in circa e totalmente incognita, sotto nome di Contessa di Liectenbergh. Arrivata da Monaco passò a Salisburgo con quell' accompagnamento, DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 63 che era sempre suo solito in ogni evvento di tal viaggio, da dove in traprese poi quello e risolse portarsi in traccia della regina suama dre, e sollecitamente con la puoca scorta accennata si è avvanzata verso di queste parti, fatta la strada della Carintia per maggior sua sicurezza. Ella attende le notizie della regina sua madre per portarsi a ritrovarla. Madama madre ha scritto qui per ritrovare un' abbita tione, che denota voglia qua fermare il suo soggiorno, e può giungere questa sera o in Padova o qui in Venetia. Intanto la signora Elettrice sudetta, senza perdita di tempo, va vedendo le cose più riguardevoli della città, il che fa credere che molto breve sia per essere qui il suo soggiorno. Ne do il raguaglio a V. E., alla quale fo etc. STATO 14 MARZO. Conle prime notizie, che mi rese il segretario di monsignor Nun zio in Polonia, D. Francesco Merenda mi significò che per il trasporto di monsignor Vescovo di Posnania a cotesta volta era per tenere la strada della Stiria e Carinthia. Con altre posteriori mi suppone poi che per varj rispetti possa darsi il caso di sciegliere quella del Tiro lo, equasi me l'assicura. E per l'una e per l'altra sono corsi gl'ordini necessarj rilasciati da questo pubblico all'istanze da me portategli. Riflettendo però che la strada del Tirolo, a riguardo delle truppe che sono in marchia alla volta d'Italia, possa incontrarla non tanto sicu ra, sollecitamente col decorso ordinario ne prevenni imiei sentimenti amonsignor Nunzio di Vienna, perchè servendo il tempo, potesse met tere in considerazione al detto segretario Merenda i miei riflessi, e quelli di più che gli avesse potuto suggerire detto monsignor Nunzio per le più opportune deliberazioni. Nel punto poi delle difficoltà che in materia di sanità si potevano incontrare, quando credevo d'averle quasi superate, mi fa portare il magistrato nuovi mottivi che lo dis suadono lasciarlo liberamente entrare in questo Stato senza la previa contumacia, avendo mostrato una lettera di Sassonia, colla quale viene avvisato essere stata portata la peste in quelle parti da un ebreo pro cedente dalla Polonia, e che stante ora la fiera di Lipsia, che ha nonpuoco concorso di gente da tutte le parti, si poteva maggior mente dubbitare. Io vedrò di alcanzare tutto quello mi saràmai pos sibile, ma in caso che assolutamente il magistrato insistesse, che se gua la contumacia di monsignore suddetto e di tutto il suo seguito, mi procurerò che ciò segua in luogo che sia più comodo e sicuro con la brevità maggiore, a riserva sempre di regolarmi a tenore de' comandi che V. E. sarà per darmi. Anzi considerando il magistrato che ne' lidi austriaci potrebbe imbarcarsi senza saputa per farsene il 64 LA NUNZIATURA VENETA trasporto con più comodo e senza toccare questi Stati ne'porti pon tificj, presento che questa sera ne scriva costi, ad effetto pure che siano da cotesto magistrato dati gl'ordini a' respettivi governatori dei porti, perchè non sia ricevuto senza le debite cautele e quarantena, per ovviare ad ogni sconcerto che potrebbe insorgere di comercio, mediante la facilità che si potesse usare. Umiglio a V. E. tutte que ste cose, alle quali io andard riparando, secondo mi sarà permesso, et a V. M. fo profondissimo inchino. STATO 14MARZO. Fu ieri l'altro il cavaliere Luterano di Sassonia a favorirmi di sua visita, e quando credevo che fusse per intraprendere il suo viaggio verso cotesta Corte, mi rimostrò che per urgentissimi suoi affari era obbligato partire sollecitamente, come ha fatto verso quella di Vienna, ove mi suppose si fermarà da sei in otto sole settimane, dopo di che sarà novamente qui di ritorno per poscia passare costi. La lontananza in cui ora si mette può interompere questo suo disegno, e veramente io dubbito che non sia per effettuarlo. Se sono poi vere le di lui pre mure, voglio sperare che continui ne' sentimenti sempre rimostratimi, e che io ho sempre coltivato con le finezze maggiori che mi sono state possibili. Ne umiglio la notizia a V. E. e le fo profondissimo inchino. STATO 14 MARZO. Doppo essersi dalle truppe delle due Corone fatto l'acquisto dello scritto forte, che guardava il ponte di communicazione tra Crescentino e Verrua, si supponeva che quella piazza dovesse subito capitolare, massime che il signor duca di Vandomo fece far subito la chiamata aquel comandante, con protesta che quando non accettasse pronta mente le capitolazioni, che gli fece proponere assai onorevoli, non averebbe avuto veruna benchè minima convenienza. Rispose il co mandante non avere dal signor duca di Savoia suo signore altra in cumbenza per allora che di difendere la piazza sino all'ultimo, onde il prefato signor duca di Vandomo fece continuare a bersagliare la piazza col cannone e con le bombe, con ordini di approntare le provisioni necessarie per un assalto generale, che forsi a quest'ora può essere seguito. Però il signor duca di Savoia non lascia intentata strada per sostenere quella piazza, facendo fare continuo fuoco dalla medesima edalle batterie di Crescentino sopra il mentovato forte per obligare i Francesi a lasciarlo; ciò non ostante si suppone, che non potràman tenersi, e che fra puochi giorni se nepossa sentire l'acquisto. Sentesi DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 65 che il signor duca di Mantova da Casale fusse passato al campo di Verrua, invitatovi dal signor duca di Vandomo per sottoscrivere le capitolazioni, e per ricevere la consegna di quella piazza quando si prenda per assalto, come generalissimo delle due Corone.Visitò tutte le trinciere a piedi, entrò nel sopradetto forte dicendosi anche che doppo riconosciuto il tutto si restituisse in Casale stesso. Si pensa dal detto signor duca di Vandomo di far erigere un altro ponte a Moncestino luogo lontano due miglia da Verrua, e ciò con animo di far passare di ladal Po un distaccamento che possa incomodare il campo di Cre scentino e ritirarlo a Civasco, ove si crede che sarà la ritirata del si gnor duca di Savoia. Non varia la voce che si farà l'assedio di Villa franca, benchè si sia da altra parte inteso chele truppe delsignor duca della Fogliada potessero attaccare o Nizza o Villafranca, dicendosi ora che quel corpo d'armata s'avvicina alla parte delle Finestrelle per var care li monti, e passare a primo tempo nel Piemonte. Le notizie di Brescia portano che il signor generale cesareo Leininghen faceva stare il restante delle sue truppe esistenti su quel territorio pronto ad intra prendere unamarchia, che si dice però non seguirà senon al ritorno d'un officiale, che egli ultimamente spedi alla Corte di Vienna per le ulteriori risoluzioni, senza penetrarsi a qual parte siano per sfilare. Fra tanto si sono estese su la riviera del lago, avendo occupati altri vilaggi che sin ad ora erano stati preservati. Vanno giungendo nel Tirolo truppe destinate per accrescere questa armata, e corre la voce, che per la fine del corrente sarà al comando della medesima il signor principe Eugenio con grosse rimesse di denaro. I Francesi continuano le loro fortificazioni invarie parti del fiume Oglio, sul Mincio et allaGagliarda sopra le costiere del Lago. Hanno ripreso novamente Calcinate con disegno di parimente forti ficarlo, essendo la situazione di detto luogo molto opportuna per liloro disegni et anco di buona difesa. STATO 21 MARZO. Avendo il signor Duca di Vandomo fatto perfezionare il ponte, che si avvisò tra Gabiano e Moncestino per farvi passare la cavalleria, giuntone l'avviso al signor duca di Savoia che dubbitava d'essere at taccato a Crescentino, fece con la maggiordiligenza e sollecitudine eva cuare il campo; e susseguentemente si ritirò, con tutta la sua armata, oltre la Dora; detti trincieramenti di Crescentino furono subito presidiati dasette compagnie de' granatieri francesi e da 500 cavalli, essendo visi anche portati in persona il signor duca di Vandomo per visitare quei posti, doppo di che si restitul al suo campo, stando ora in osserva Arch. Stor. Lomb. An. III. 5 66 LA NUNZIATURA VENETA zione delle risoluzioni maggiori che sarà per prendere detto signor ducadi Savoia o di fermarsi a Civasco,o distendere su alla ripa stessa della Dora il suo esercito, overo se le ripartirà a Chieri e sopra le colline della sua metropoli. Con l'occupazione de' suddetti trincieramenti rimane al presente la piazza di Verrua del tutto tagliata fuori, e senza speranza di poter essere soccorsa nonpotrà più lungamente resistere, tanto più che non è gran fatto provista di munizioni, scarseggiando il presidio di molte cose. Non si tentarà più contro della medesima piazza verun assalto, risoluto il signor duca di Vandomo di non azar dare maggiormente le sue truppe, dicendosi anche che si sia lasciato di più tormentarli col cannone e con le bombe,venendo solo ristretta inmodo, che resta diviso ogni adito anche a piccolo soccorso per an gustiarla et obligare il presidio a rendersi, che dicono non voler rice vere che prigioniere di guerra per non esservi più luogo a capitola zioni. Continuamente giungono al campo francese reclute di gente ben all'ordine e ben montata, e per la valle d'Aosta si sentono in mar chia alla volta del suddetto campo 10,000 (dieci mille) uomini di rin forzo. Sono entrati 4 mille Francesi in Villa Franca,il di cui castello, per quello vien scritto, ancora si difende; così all'intorno delle vici nanze di Nizza v'è un corpo di circa 16 mille Francesi comandati dal signor duca della Fogliada, che ora fa preparare il bisognevole per farvi il formale assedio. In tali ristrettezze che sempre più prova detto signor duca di Savoia, ha fatto varie spedizioni sì alla Corte Cesarea, come aquella di Francia; ma circa di questa non si penetra a quale ogetto. Il soccorso che sperava da quest' armata non pare ancora vi possa essere portato, tutto che si sența in disposizione di qualche mo vimento, che si crede maturato in un consiglio di guerra tenutosi in Gavardo da tutta la generalità cesarea doppo l'arrivo da Vienna del l'ufficiale, che vi fu spedito dal signor generale Leininghen. Quelli esistenti sul Veronese sono stati accresciuti da della caval leria, e non fanno altre mosse che quelle d'andar riconoscendo, sì in detto territorio, come nel Vicentino, la quantità de'fieni che vi sono, facendone un'esatta descrizione senza sapersi a qual fine. Li Francesi seguitano a fortificarsi alli fiumi Oglio et Adda, e si sono in grosso numero avvanzati sotto di Lonate,non si sa se per foraggi o per occu pare quel luogo, che è molto ben presidiato da truppe venete sì a piedi come a cavallo; ma sarà incerto l'esito per il numeroso presidio di gente di questa medesima Repubblica. Anche da Palazzolo s'era staccato il signor generale conte Me dani con 800 cavalli, nè per anco si è penetrato ove siasi avvanzato, nè aqual parte,nè per quale mottivo. Il signor G. Priore di Vandomo DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 67 continuava tuttavia la sua dimora in Mantova, facendo varj prepara menti per uscire. Due regimenti di cavalleria et uno de dragoni sono alla Miran dola per rinforzo di quel blocco, et hanno fatto un ponte sopra il Po a san Benedetto per essere a portata di ogni tentativo che facessero gli Alemani. Si sente possano essere arrivati 1500 nomini a Rove redo, e si sente che il signor principe Eugenio intende quanto pri mamettersi in viaggio a questa volta. Trovansi 1500 Francesi a Va lezzo. STATO A DÌ DETTо. Con la sollecitudine dovuta ho fatto avere alla Maestà della Regina di Polonia li due pieghi da V. E. trasmessimi in questo ordinario, et averei anche adempito consimilmente per la lettera di V. E. da ren dersi al signor principe Vaini, se già egli prima di giungermi non si fusse messo in viaggio a cotesta volta. La ritorno adunque nel piego all' E. V., che supplico gradire la mia umilissima rassegnazione a' sti matissimi suoi comandi, e le fo profondissimo inchino. STATO ADI DETTо. Dell'occorso costi nell'esimizione di un carcerato per opera di un domestico e di due lacchè di cotesto signor ambasciator di Venezia, che V. E. contanta benignità si è compiaciuta parteciparmi con il di più delle espressioni fatte fare all' E. V. dal medesimo signor amba sciatore, ne farò quell'uso che potranno portare le occorrenze. Di tal successo sento se ne debba discorrere questa sera in Senato in confor mità delle rimostranze fattene qui dal signor ambasciator stesso, ma non sarà facile che così di subito ne traspiri il risultato, che procurerò però saperecon la sollecitudine maggiore, ad effetto di umigliarne con leventure la notizia aV. E., alla quale etc. Intanto rendendo a V. E. umilissime grazie del favore impartitomi, le fo profondissimo inchino. STATO A DÌ DETTо. Pare che la Maestà della Regina di Polonia non sia per prosseguire più avanti il di lei viaggio, anzi che voglia retrocedere nello Stato ec clesiastico. Cid seguendo non potrò adempire a quelle parti di riverenza e rispetto, che V. E. m'incarica anche a nome di Nostro Signore, alle quali non avreimancato enonmancarei se qui si avvanzasse. Può ben essere che la signora Elettrice faccia qui ritorno,doppo che la Maestà della regina sua madre si sarà partita,onde io non tralascerò 68 LA NUNZIATURA VENETA verun atto presso della medesima, quando me lo permetti e vogliasi da Lei ammettere. Supplico V. E. restar persuasa di questi miei sentimenti, e le fo profondissimo inchino. STATO A DI DETTо. Va avvicinandosi alla volta di questo Stato monsignor vescovo di Posnania, secondo gli avvisi ultimamente ricevuti dal signor D. Fran cesco Merenda, che l'accompagna. Con tutti i passi da me pratticati sì presso il publico come il magistrato della sanità, non mi è stato possi bile d'assicurarmi che li venga permesso il transito senza quarantena, non essendosi voluto dar orecchio alle rimostranze da me fattegli fare tanto prima comedoppo, di non venire egli da paesi sospetti, ma con siderati in salute da ogni vicino, come anche qui si fa, non espurgan dosi nè lettere, nè merci, che da colà provengono oltre al longo viag gio che egli tiene, tuttavolta il tempo che ritarderà ad arrivare può facilitarne l'esito, sentendo più moderate le risposte datemi questa mat tina dal magistrato in tal proposito; quando poi non sipotesse sfugire, spero che la quarantena sarà moderata. Mi resta però a sperare una sola cosa, che è di far comprendere nella sua quarantena le giornate spese e che va spendendo nel viaggio, forsi con qualche altra minorazione, di cui non posso parlarne con as severanza, convenendo attendere il suo arrivo. Ne umiglio il raguaglio a V. E., alla quale fo profondissimo inchino. 28 MARZO. Doppo l'abbandono del campo di Crescentino che fece il signor duca di Savoia, non si è intesa cosa alcuna di rimarco circa dell'assediodi Verrua. All'intorno d'essa piazza vi sussistono ancora le truppe fran cesi senza tentare alcuna operazione, applicando solo in procurare che non v'entri alcun soccorso, sul supposto che ilpresidio penurj di molte cose, con la speranza che inbreve si renda; hanno non ostante con tre batterie ripreso a canonare il maschio della piazza con grande effetto. Intanto il sig. duca di Vandomo ha acquartierata la sua cavalle ria nell' Astigiano, Vercellese, Novarese e qualche parte del Monfer rato per rimettersi alquanto delle sostenute fatiche, potendosi dire che anche la sua fanteria sotto di Verrua prenda del riposo, benchè vi sia qualche avviso, che si siano riprese le ostilità contro detta piazza per obbligarla ancora più presto a rendersi. Hanno però nel campo molte malattie a motivo de'patimenti sofferti, sperando ora non puochi buoni effetti nelle truppe la quantità dell'acquevita e vini potenti usati DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 69 per difendersi dal rigore della stagione; vedendosi anche scritto che lo stesso sig. duca di Vandomo con altri ufficiali maggiori sia alquanto risentito, benchè altri avvisano che si fusse portato a Genova per ren dersi a Parigi, pare nulla dimeno che non possa essere, sentendosi per altra parte che si fusse avvanzato a Palazolo per riconoscere questo porto. Scortato da molta cavalleria era giunto in Casale un grosso convoglio di denaro per soccorso dell'armata. Il sig. duca di Savoia ha anch'esso postata la sua fanteria a Ci vasco, e la cavalleria distribuita in varie parti alle ripe della Dora per assicurarsi d'ogni sorpresa, e dicesi che egli sia passato a To rino per darvi gli ordini necessarj, e per provedere anche alla for tezza di Cuneo. Si continua a battere il castello di Villa Franca dalle truppe del sig. duca della Fogliada, quali già corre anche la voce habbiano anco investita Nizza, e che venga battuta da una quantità grande de canoni eda molti mortari a bombe. Per rinforzo dell'esercito del Piemonte diconsigiunti a Pinarolo cin que regimenti, oltre quelli che vanno arrivando per la valle d'Aosta, facendosi da' Francesi travagliare ad una nuova linea da Invrea aCre scentino, al quale effetto sono stati mandati aquellaparte molti gua statori. Simili e maggiori lavori si fanno pure da' Francesi all'intorno di Palazzolo nel Bresciano con doppio ordine di trinciera, palizate e bonetti con escavazioni di fosse per riempirle d'acqua, e pare che queste disposizioni siano dirette a conservarlo durante la guerra, e corre voce che quel luogo non sarà abandonato dalle dette truppe francesi, sin tanto che non si veda qualche aggiustamento perl'Italia. Il distaccamento che si accennò che s'era avvanzato sotto di Lo nate, retrocesse qualche puoco ma sempre in vicinanza del medesimo luogo senza commettere sin oraveruna ostilità in alcungenere.Hanno bensì occupato un picciolo castello sopra d'un colle ed un palazzo a Arzago sopra altra eminenza, luoghi posti fra Desenzano, Lonate e Gavardo, avendovi posti 100 granatieri per cadaun luogo, e ciò sopra la voce delle vicine mosse de' Tedeschi, e anche per maggiormente angustiarli ne' loro quartieri. In osservazione parimenti di dette loro mosse è stato fatto altro distaccamento di 800 cavalli e 200 grana tieri, che hapreso la marchia verso Desenzano. Monsignor di S. Zemon è ritornato da Parigi et ha ripresoil comando dalla parte della Mirandola. Per altro il sig. generale Leininghen si stacco da Gavardo con 300 cavalli, passò a vista della città di Bre scia, e marchiando per la parte di Pusterla si condusse al quartiere di Boezzo dal sig. generale Sereni, doppo di che l'uno e l'altro fatti abbandonare li quartieri di Boezzo stesso, Cortine e Nave, se ne ri 70 LA NUNZIATURA VEΝΕΤΑ tornarono con le truppe ne' primi posti fra Gavardo e Villa nova, ne' quali luoghi per quello si può credere, non faranno troppo lunga di mora per essere ivi stato consumato ogni foraggio, supponendosi che per la strada di Riva possano gettarsi nel Veronese; anzi vi è qual che voce che abbiano già spedito il di loro bagaglio per la valle di Sabbia a Riva stessa. Avvanzatosi una partita de Tedeschi a Lunigo, asportò la maggior parte de' cavalli di quella fiera con diverse per sone, avendo usato anche delle ostilità, il che causò unapiù che grande confusione in quel luogo. Parimenti a Montebello, ambidue luoghi del territorio di Vicenza, caricavano a loro piacere quanti fieni trovavano, con asportare anche il bisognevole per sostentamento degl' animali di detti luoghi, e non contenti di questi ne vanno levando in ogni luogo, che trasportano nel Tirolo a comodo delle truppe che devono calare. STATO 28 MARZO. Mostrava la Maestà della regina di Polonia di voler retrocedere da Padova nello Stato ecclesiastico, e con le decorse avvanzai a V. E. simile notizia. Mutatasi doppo di sentimento pareva bensì che volesse dipartirsi da Padova, ma che fosse per sciegliere qualche luogo di campagna contiguo e vicino a quella. Cambiate poi tutte le risoluzioni, pensa portarsi qui in Venetia, et senza altre ricerche di abitazione de' particolari, spedi martedì sera un corriere al sig. duca di Man tova in Casale Monferrato per ottenere graziosamente il comodo del di lui palazzo, e questa sera se n'è inteso la pronta concessione, avendo l'A. S. spedito qui un corriere a questo suo sig. residente, perchè lo faccia subito allestire, onde si vede che fra due o tre giorni al più sarà qui la Maestà Sua insieme con la signora Elettrice figlia; ed essendo oggi ritornato Monsignore da Casale, sento che il sig. duca abbia accondisceso alle ricerche di S. M., et ordinato a questo suo re sidente di farlo riccamente mobigliare a comodo della medesima e della signora Elettrice, onde la sua venuta credo non sarà ritardata che a giorni dell'entrante settimana; quale ne'giorni scorsi fu anche complimentata a nome del gran Duca dal sig. barone del Nero spe ditovi a posta. Quanto andarà succedendo in simile proposito, ne farò ossequiosa parte a V. E., alla quale fo profondissimo inchino. STATO A DÌ DETTO. Benchè ancora non abbia potuto disponere il sentimento di questi signori sopra la sanità a permettere il libero transito perquesti Stati amonsignor vescovo di Posnania con tutto il suo seguito, senza ob DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 71 bligarlo a contumacia, vado però trovando più facilità della di prima, che mi fa sperare di più sino all'arrivo di monsignor sudetto. Parte del loro fondamento sta in un foglio, che da altro magi strato corrispondente fu trasmesso, e dicui ne umiglio copia aV.E., ecome che quei mottivi per il lasso del tempo paiono ora cessati, così doverebbe pure minorarsi il rigore. Ho posto in consideratione al Magistrato, che entrando tante truppe liberamente, procedenti da parti e paesi confinanti colla Sassonia, e continuando il comercio con tutta la Germania, con cui si mantiene ancor qui, parea un sommo rigore per questo solo, onde spero con la continovatione delle pre mure che ne farò,di conseguire qualche cosa di più sicuro per il suo libero passaggio. Di detto monsignor vescovo di Posnania in questa settimana non ho avuto rincontro veruno, trovandomi senza lettere del segretario D. Francesco Merenda; che è il di più che posso umigliare aV. E., alla quale ecc. (Continua) UGO FOSCOLO. PARALIPOΜΕΝΙ.¹ È generalmente riconosciuto il diritto di dire la verità, e tutta la verità, intorno ai morti, senza legarsi a que' riguardi che la creanza e l'onestà impongono verso i vivi. Sono dunque nel torto coloro che, se proferiamo sopra i defunti un giudizio diverso del loro, invece di confutarci e di convincerci, ci sbraveggiano con ripicchi ribaldi. L'onest'uomo lascia dire questi Sansoni, che della mascella dell'asino morto si fanno arma contro iviventi, e cerca e dice la verità. Principalmente in questi ultimi tempi fu molto discussa la re putazione di Ugo Foscolo, di Vincenzo Monti, di Carlo Botta. Su quest'ultimo lo scrivente ha già discorso altrove. Sul Monti di remo un'altra volta. Sul Foscolo, tanto ingrandito da passioni 9 vive, sentimenti elevati, e desiderio di opporlo alla scuola man zoniana, e ch'egli stesso dicevasi " di vizj ricco e di virtù ", pos siamo addurre a difesamorale igiudizj che suoi nemici ne porta vano, al tempo che taluno vorrebbe mostrarlo condiscendente ai vincitori del 1814. La commissione speciale di prima istanza, istituita a Milano nel 1823 contro i Carbonari, domandava notizie alla Polizia Generale 1 Con questo titolo noi pubblicheremo notizie, in gran parte nuove, a schiarimento della vita del Botta, del Monti, del Verri, del Parini, di altri. • Archivio Storico Italiano del 1873, T. XVIII, p. 155-173. UGO FOSCOLO. PARALIPOMENI. 73 sopra diversi soggetti, e fra altri su Ugo Foscolo. La Polizia rispondeva: " Foscolo, ex capo squadrone, poco dopo il reingresso degli Austriaci in Lombardia, emigrò; fu nella Svizzera, nella Francia, e poscia si è stabilito a Londra. Qui non è più ricomparso „. Non bastando quelle indicazioni, altre se ne domandarono e se n'ebbero. Al Direttore degli Archivj governativi in S. Fedele. Mi occorre di sapere se, negli atti del Ministero dell'Interno, o dellaDirezione Generale di Pubblica Istruzione del cessatoRegno, tro visi qualche traccia della cessazione, seguita, approssimativamente negli anni 1808 e 1809, del signor UgoFoscolo dalla Cattedra di Eloquenza nell'Imperiale Regia Università di Pavia. Io la incarico, signor Direttore, di far le opportune ricerche in co desti archivj, e di spedirmi tutte le carte a ciò relative, che le fosse dato di rinvenire. 15 marzo 1823. Ecco la risposta del 20 marzo : D'ADDA. Imperiale Regia Presidenza di Governo. Dagli atti, che, in esecuzione di venerato dispaccio riservato 15 cor rente N. 469, vengono qui rassegnati in quattro fascetti, si raccoglie che il signor Ugo Foscolo, nominato con decreto 18 marzo 1808 alla Cattedra di Eloquenza nell' Universitàdi Pavia, sia poi in detto anno, per decreto 15 novembre, pubblicato colle stampe, cessato dall'impiego, sic come altro dei professori compresi nelle abolite cattedre, fra le quali quella di eloquenza faceva parte. Nonostante però tale cessazione, si trova che egli continuasse i suoi servigi a tutto ottobre 1809, come lo annuncia la lettera di riscontro al Ministro della Guerra, 2 febbrajo 1811, N. 789. PERONI, direttore degli Archivj. Riscontro: Al Direttore dell'Imperiale Regio Archivio di S. Fedele. Dopo averne fatto l'uso opportuno, rimando a codesto Archivio i quattro fascicoli d'atti riguardanti la persona di Ugo Foscolo, ch' ella . 74 UGO FOSCOLO. mi ha trasmessi per mio ordine col suo rapporto del 20 marzo p. p , Ν. 161. Milano, 7 aprile 1823. Già nel 5 marzo 1823 erasi scritto D'ADDA. Al Rettor Magnifico dell'Imperiale Regia Università di Pavia. Mi vien supposto che Ugo Foscolo non abbia cessato dalla cattedra che copriva in codesta Regia Università per effetto del decreto 15 novembre 1808, ma piuttosto sia stato rimosso dalla Cattedra mede sima per ragioni particolari e personali. Io la incarico quindi di fare accurate indagini negli atti di codesta Università, e trasmettermi quel decreto o dispaccio o quella notizia qualunque, che in essi si ritrovasse relativamente alla cessazione o rimozione del Foscolo. Milano, 5 marzo 1823. D'ADDA. Rispondeva il Rettore dell'Università, l'11 marzo : Eccellenza, Afronte delle più scrupolose indagini ripetute negli Atti della can celleria ed annesso Archivio di questa Imperiale Regia Università, non si è potuto rinvenire altro documento relativo alla cessazione del si gnor Ugo Foscolo dalla cattedra di Eloquenza italiana e latina, fuorchè il decreto 15 novembre 1808, portante l'abolizione delle cattedre ele mentari nelle Università, e quindi anche di quella di eloquenza sopraci tata. Niuna notizia conseguentemente si è potuta raccogliere rispetto alla persona del signor Foscolo, se sia cioè stato rimosso dalla cattedra anzidetta per ragioni particolari e personali; e quando ciò fosse, potreb besi rilevare dagli atti del ex Ministero dell' Interno, oppure da quelli della cessata Direzione Generale di Pubblica Istruzione. Tanto mi è duopo partecipare all'Eccellenza Vostra in evasione del venerato dispaccio 5 corrente, N. 293. CAIROLI. N. 524, g. h. Al Rettor Magnifico dell' Imperiale Regia Università di Pavia. Io la incarico, signor Rettore Magnifico, di disporre in modo che, nel prospetto degli studj di codesta Università, che si stampa annualmente, venga pel tratto successivo omesso il nome di Ugo Foscolo nel cata logo de' professori emeriti. PARALIPOΜΕΝΙ. 75 (In margine) Videat il signor Pancaldi relativamente all' almanacco. Veduto Pancaldi, e cancellato nell'almanacco il nome di Ugo Fo scolo. Più estesa è la relazione del Direttore generale della Polizia: N. 387, p. s. Eccellenza, Ugo Foscolo appartiene a civile famiglia dell'isola di Zante. Esso nacque nell'anno 1772. La natura fu a lui prodiga di talenti, e lo studio lo arricchi di molte letterarie cognizioni. La prima produzione del Foscolo fu il romanzetto sotto il titolo di Jacopo Ortis; successi vamente diede alla luce un opuscoletto critico sul poema intitolato la Chioma di Berenice. Si produsse in seguito coll'operetta sotto il titolo ISepolcri. Illustrò successivamente le opere di Raimondo Montecuc coli, e finalmente si fececonoscere colla tragedia l'Ajace, componimento che gli attirò l'animadversione del principe Beauharnais per la circo stanza che in esso vedevasi adombrata sotto critico velo la politica di Buonaparte. Ugo Foscolo giunse in queste contrade nell'anno 1797. Altri due di lui fratelli lo raggiunsero. Militava il primo di essi nelle truppe italiane, e fu dappoi aggregato a quelle di S. M., e nell'anno 1817 faceva questi parte del reggimento Reali Dragoni N. 6. Il secondo si rese suicida per sottrarsi all'infamia, della quale erasi coperto de rubando in Bologna un commissario di guerra. I principj del Foscolo erano assolutamente democratici, e di essi faceva ostentazione senza riserva. Abbraccid, appena entrato in queste provincie, la carriera militare,ecol favore de' talenti suoi, e con quello che specialmente gli era accordato dal tenente maresciallo Pino, giun se ad ottenere il grado di Capitano, senz'avere però mai militato in guerra. Fu ben anche destinato a professore di eloquenza nella Università di Pavia. I di lui principj però, e la caparbietà sua nei medesimi, fe cero sì, che, nella sua prolusione, desse argomento di gravi osserva zioni contro di lui ; motivo per cui fu immediatamente rimosso dalla cattedra, sulla quale deve avere seduto soltanto una volta. Le politiche vicende dell'anno 1814 rianimarono lo spirito del Fo scolo, compresso soltanto dalla forza morale, che in lui doveano inspi rare li non meritati beneficj del passato Governo. Licenzioso ed ar dito perciò, si agitò nell'epoca dell'aprile di detto anno, e percorrendo quindi i quartieri dell'in allora guardia nazionale, infiammava i cuori 76 UGO FOSCOLO. dei componenti la stessa all'indipendenza italiana, e li invitava alle corrispondenti sottoscrizioni. Dell'opera di questo energumeno se ne valse ben anche la Reg genza di quel tempo, inviandolo a Genova presso Lord Bentinch, onde sollecitare gli uffici di quel politico militare a favore dell'immaginata indipendenza italiana. Tale missione e l'apostolato del Foscolo furono premiati coll'elevazione del medesimo al grado di Capo Squadrone. Diminuita la speranza degli Indipendentisti Lombardi per l'arrivo delle Truppe Austriache, e per l'inutilità della missione a Parigi presso le Potenze coalizzate, il Foscolo si slancio nel partito dei Wilson e dei Machferlan, i quali nell'anno 1814, tenendosi in Milano, soffiavano nel cuore, diggià acceso, dei fautori e promotori della libertà. Fatto però esso segno dell'attenzione delle superiori autorità, e conoscendo che le cose d'Italia camminar doveano in un senso diametralmente opposto ai di lui desiderj, prese Foscolo il partito di recarsi nella Svizzera, e di là poi portossi a Londra, ove deve trovarsi tutt'ora. Anche in quella capitale il Foscolo si mantenne somministrando ma teriale ai Giornalisti, e come meglio l'Eccellenza Vostra scorgerà da copia di rapporto, che giunse un tempo a questa Direzione Generale sul contegno ed opinione dello stesso in quella città. Tali sono le notizie ch'io sono in grado di sottoporre alla cognizione dell' Eccellenza Vostra a riscontro dell'ossequiato dispaccio 20 gennajo scorso, N. 527. Milano, 17 febbraio 1823. TORESANI. (In calce) A Sua Eccellenza il signor Conte di Strassoldo Presi dente dell' Imperiale Regio Governo della Lombardia. Ecco la memoria annessa : Ugo Foscolo trovasi da tre anni in Inghilterra. Egli dimora abi tualmente in Londra, alternando ora una vita splendida ed in evidenza, ora una vita meschina ed oscura. Al primo suo sbarco nell'isola egli fece professione di principj eminentemente liberali. La sua reputazione letteraria e politica, e l'entusiasmo del suo carattere lo introdussero nelle più distinte società del paese, ed in quelle segnatamente che ap partengono al partito dell'opposizione. Ebbe quindi lusinghiera acco glienza presso lord Holland, presso il conte Grey, ed altri ragguar devoli personaggi di simile colore, e si legò con Wood, con Wilson, da lui conosciuto in Italia, e con tuttiquelli che sono più pronunciati contro il Ministero. Ma appena si era egli introdotto nei circoli più brillanti di Londra, PARALIPOΜΕΝΙ. 77 che, accortosi della preponderanza del Ministero, e persuaso di poter trarre miglior suffragio da quel partito, affettò abborrimento al sistema democratico, e tenne un linguaggio ed una condotta tutta diversa da quella che prima aveva seguito. Agognava egli ad un posto impor tante, che la Corte d'Inghilterra aveva stabilito di conferire ad un Greco nel governo delle Isole Jonie, e fu questoilprincipale motivo del suo cambiamento. Avvenne però che Foscolo non fu preferito, ed allora si gettò di nuovo nella contraria opinione; ma non vi trovò gli stessi sentimenti di stima e di confidenza. Per riparare a questo danno della sua fama ricorse alla letteratura, e propose al librajo Muray una nuova edizione dei classici italiani, offrendosi afarne la scelta e l'illustrazione, ed a cu rarne la stampa. Il contratto fu presto conchiuso, e Foscolo fu assicu rato di trecento lire sterline per ciascun volume che si sarebbe pubbli cato. Ma la naturale inquietudine ed incostanza di lui fece rompere ogni intelligenza, e Foscolo fu costretto a vivere a spese dei suoi amici, procurandosi denaro a prestito da ognuno che conosceva, e ri tirandosi dalla società alla scadenza delle sue obbligazioni, per ricom parirvi poi quando trovava un nuovo sovventore. Egli non è più famigliare nè di lord Holland, nè del conte Grey, nella casa dei quali frequenta ancora, egli è vero, ma a spese del suo amor proprio. Vive di più con Wood e Wilson, e scrive articoli per tutti i giornali. Più d'ogn' altro ne contiene la Revista d'Edimburgo, e ne somministra anche nei giornali politici di qualunque partito. La cosa è nota in Londra, e finisce di rovinarlo nel concettodelle classi elevate della società. Ultimamente scrisse una Memoria sopra Parga che fu assai gustata: e generalmente nelle sue scritture tratta o del l'Italia o della Grecia. Tutti gli Italiani di riguardo che passano in Inghilterra cercano di Foscolo, ma ben presto se ne disgustano. Trecchi, Confalonieri, Ci cogna furono i più costanti nella convivenza con lui. Egli ha estese corrispondenze in Italia, e segnatamente con Firenze e con Venezia. AMilano si crede che corrispondenti altri non abbia tranne il Con falonieri, col quale sempre si mantiene vivo nella memoria di codesti suoi amici, e somministra loro notizie e lumi. Così ne parlavano i nemici. Volgiamoci apiù serenacompagnia, discorrendo dei primi tempi del nostro Autore. Nell'anno IX fu istituito un ufficio di compilazione del Codice Militare, di cui facevano parte Vincenzo Lancetti, il bresciano generale Teullié e Ugo Foscolo; ma non ebbe esito,perchè il ge 78 UGO FOSCOLO. nerale in capo Murat lo soppresse, ad istigazione di alcuni invi diosi colleghi italiani. Principale operatore era il Lancetti, ma sotto le singole parti da lui compilate si trova scritto : " Lette da me queste basi generali, vi assento per quanto io so. Ugo Foscolo. „ " Queste basi generali mi sembrano acconcie al progetto, ed io per quanto so, ne convengo. Ugo Foscolo. " Avvi pure unalettera di lui al ministro della guerra, mandan dogli la " nota de' libri necessarj al mio istituto, senza dei quali non posso dar opera al lavoro commessomi: 12 termidoro, anno X. „ Un'altra del 19 al segretario centrale Lancetti da ragione degli indugi posti a quel lavoro. Poi al 22, oltre i molti libri già divisati, chiede il codice militare francese. " Questo ne sarà di sommo ajuto, tanto più che labase dellavoro dovrà fondarsi su le istituzioni repubblicane. „ Eil 26 domanda altri documenti. Vincenzo Lancetti, noto poligrafo cremonese, aveva composto un poema, Haiti o l'isola di San Domingo, elo sottopose all'esame del suo commilitone Ugo Foscolo, che pazientemente lo corresse e postillò. Avendovi posto ad epigrafe tre versi di Delille, Foscolo notava: " Per me ci porrei due versi nostri o latini d'epigrafe, per evitare d'inframezzare il poema con queste sguajataggini di due colori Il poema cominciava: Rapida valicar di nube in nube Per lo insubrico ciel Donna vid' io Assisa in carro, che di Febo i rai Lunge ripercotea, di ulivi e spiche Coronata il bel crine, e cinta il fianco Di spada mezzo ascosa e mezzo nuda. Era la Pace: e Foscolo corregge : Cinta il bel crine e con l'acciaro al fianco 1Tutto in lode di Napoleone: come nel 1840 chiedeva di dedicare un suo lavoro militare all'imperatore d'Austria: e nel 1846 al vicerè Raineri. PARALIPOΜΕΝΙ. e postilla: " " La spada mezzo ascosa e mezzo nuda 79 è unadipintura grottesca: non è bello inpoesia, a mio parere, che ciò che dipinto resta egualmente proporzionato e bello Hagran ragione. Seguitando trova: del Dio Di cui sei figlia i prediletti sono ecorregge " il caro alito spira „, notando che " prediletti non è voce poetica: chè veramente la parola diletti vuol dire predi letti „. (?) Discordia cova e cauto soffia il rio Alito attossicato, e forse affretta Co' suoi voti inumani il tuo partire. Annota: " Questi due versi li vorrei più poetici, massime nella costruzione ", e sostituisce : Vapor de la sua face, e tolta forse Ti brama a lei per te beata terra. Ove il Lancetti fa Ma collocato al di lei fianco vide, Ugo indica che " nonsi può se non lombardamente dire al di lei franco, e corregge: Al bel fianco di lei locato vide. Ove Lancetti pone i primi Incensi suoi so che a me sacri, Ugo corregge porgi perchè " sacrare a me è troppo generico: vor rei ardi o fumano o quid simile che sia in azione „. Il poeta cantava che Carlo Magno venne a cacciar dall'Italia afflitta la gente aquilonare; Foscolo nota: " Bada che Carlo Ma gno fu forse la ruina prima d'Italia, ch'ei con l'ajuto del papa la smembrò " Aquelle terre onde i tesor traeva Il Gindeo sapïente. " Mi suonerebbe piùpoetico e piùscritturale di Giuda il sapiente, seppure il dittongo di questa voce si può produrre. „ 80 corregge: Il verso trova volgare e surroga: Dove il poeta pose fa: UGO FOSCOLO. Colmo Di confidenza e di stupor seguii, Di fidanza e stupor seguii bramoso. Morte pria che viltà, disser, c'è cara, Pria che l'armi lasciar, morte, si disse Amatissima sposa, in le cui vene Del mio Napoleon circola il sangue, a cui la culla Occupò, quando nacque, il mio campione. Trova spesso " volgare, basso, prosastico, sa della prosa „ : tal volta " bello: bel pensiero e ben contornato, bellissimi due versi. Imassacrati araldi, non è italiano " Incontrando più volte bravi, corregge sempre prodi: alfine gli monta la bizza e prorompe: " Maledetti bravi e bravo e tutta la generazione „. Il Lancetti aveva italianizzati i nomi: Leclerc in Chierco, e Bo jero, Borio, Boscuso, Bruniero, Closello, Caje, Edovilla, Fondisacco, lo Svegliato, Roccambello, per Boyer, Baury, Boscus, Brunier, Les Cayes, Clausel, Hedouville, Cul de sac, Léveillée, Rochembeau. Pare ciò arridesse poco al Foscolo: e dove Lancetti canta Assai Io conoscea l'illustre Ilchercho, allora Che dal lungo vegliar vinto e dal clima Evicino a spirar l'ultimo fiato, Foscolo nota " Sa della prosa , e corregge: Io conoscea Leclerco allor che vinto Dal vegliar lungo e dall'infausto clima. Talora aggiunge pezzi di suo, come questi: Araldo intanto ARoccambello i destrier pronti disse Pel cammin meditato, e con lui volle PARALIPOΜΕΝΙ. Ladiva accompagnarsi, ed ei con lieto Volto ne udi il desio, sì che nel carro Seco ascesi di nuovo, e quando, accolto Trionfalmente, Roccambello in Porto Il piè posava, su la soglia noi Di sua magion l'accoglievamo, e assisi Con lui, cinto di duci, ai detti suoi Tutti porgeano orecchio. Umani sensi (Alla mia diva il capitan rivolto) Or son poch'ore palesar ti piacque. 81 Dar come sua la chiusa del poemetto non osiamo, perchè è di pugno del Lancetti; pure possiam credere che, sopra suggeri menti di Foscolo, egli la emendasse così : Ma poi dall'alto delle nubi, mille Su l'immenso nettuno abeti, in parti Varie diretti, e minacciosi tutti Scorgea volar, e d'improvviso affanno Senti gelarsi il cor. Ahi, disse, Marte Ancor sazio non è? Misera Haiti! Ed or qual diverrai? forse il comune Periglio ai tuoi combattitori il ferro Per volgerlo in altrui torrà di mano? Sperisi almen: ma pria che il ciel rivegga, Questa mia spada al mio campion si rechi. Risoluta così: me al patrio rese Desiderato suol, poi come lampo Volger la vidi verso Francia il volo. Quel campione della pace era Napoleone! Il lavoro porta la data del 26 maggio 1803 e noi auguriamo alle centinaja di poeti, che rampollano oggi, un amico tale, che sappia non solo lodarli, ma ammonirli e migliorarli.* LuigiBossi polistore stava allora commissario straordinariodella Repubblica Italiana a Torino, dove vide impiantarsi il dominio francese, invocato dal suffragio popolare, e di là mandava al Mi nistero notizie quasi giornaliere, che sarebbe di comune interesse il pubblicare. A lui scriveva Foscolo : " Mi stanno a cuore sempre tutti gli amici nostri di Torino; io mi conservo come tesoro la memoria delle loro accoglienze ospi *Sta nella preziosa raccolta del cav. Muoni. Arch. Stor. Lomb. An. III. 6 82 UGO FOSCOLO. tali. Tra le lusinghe che mi abbellano tutti i giorni la vita, io ac carezzo sempre la speranza di venire in mezzo avoi ed ai nostri, e dimenticarmi, fra le gentilezze de' Torinesi e l'amore degli uo mini letterati, questi tempi dubbj e tempestosi. Intanto, perchè io non posso provvedere a me, provvederò a voi ed all'amicomio Franceschini, inviandolo a voi, che già lo dovete da gran tempo " apprezzare, e raccomandandovi di farlo conoscere ai nostri. Addio intanto, addio. L'amico vostro Ugo FoSCOLO. " Son troppo note le ire sue con Vincenzo Monti, alternate con paci, forse sincere, non mai durevoli, come gli amori di donne troppo sensibili. Avendo questi pubblicato le Vergini Gamelie pel parto della viceregina, Ugo non potè trattenersi dallo scrivere so pra uno sfogliaccio: " Strambotto scritto quando nacque la primogenita del vicerè in Italia, nel 1807, e poeti e giornalisti e pittori cicalarono tanto su le Gamelie Dee. Te Deum, Gamelie Dee: rechiamo serti; La nipotina al terren Giove è nata; L'Istituto alla culla ha i voti offerti; Nel Senato un' arringa è recitata; Fa Monti un ode, e un sonettin Lamberti; Dai soldati una messa oggi è cantata; Per voi fa Bossi un quadro, e Rossi un dramma, Eil pover Ugo, o Dee, quest'epigramma. „ Erano quelli i tempi de' suoi più romanzeschi amori, dei quali un piccolo saggio si volle darci testè in occasione di nozze (Pisa 1875), e lascerò dire ad altri che sia opportuno il trarre alla luce queste intimità. Del tempo che fu professore a Pavia discorre 4Forse i peggiori sfoghi sono nell'Hypercalipsis ove dice : «Goes filius Hore, intuitu tristi, manducans limaces et expuans salivam, clamat : Colligite argentummeum.Et com mixta salivæ exibant cornua limacis. >Et posuit super aggerem vasum plenum papyris carminum; et cum spiritus venti rapuisset carmina et obtulisset illa omnia aute pedes meos, >Ego legens vidi: Pro lege inlegem, pro rege in regem, pro grege in gregem, etc.>> PARALIPOΜΕΝΙ. 83 questa lettera che il noto Giovita Scalvini dirigeva al più noto Camillo Ugoni aBrescia nel 1810: Non isgomentirti se non ti ho ancor detto nulla di Foscolo. Volto carta e sono con te. Picchiai ad un antiporto, eda un altro uscì il signor Foscolo. Non ti ripeterò le mie prime parole, ma esse furono semplici e modeste. M'accolse con una vivacità e con una gioja, ch'io m'avvidi essere propria a lui solo, e che mi diede molto coraggio. Disse che avrei avuto freddo e che voleva condurmi al foco, ma che però egli ci an dava di rado avendo alquanto gli occhi infiammati, e appressandomisi ficcò que' suoi occhi ne' miei, sì ch'io vi potei scorger entro del sangue. Avendogli io detto con molta ingenuità come aveva avuto un po' di ribrezzo prima d'entrare a lui, sorrise guardandomi fissamente e disse: « Io non sono niente di più di tutti gli altri miserabili... ma, mio caro, sono stanco, vedete! sono assai stanco ... Ho detto al mio curato che mi dia una piccola cucina, perchè non voglio più sortire a pranzo... Voglio pranzare li su quel mio tavolino rotondo » . Ma, mio Camillo, sai che in un'ora e mezza si dicono molte cose, evolendo ioprogredire a narrarti tutto, mi ci vorrebbe il tempo ch'io non ho; perciò ti farò di tutto un compendio, riserbandomi a fartene unminuto racconto quando, in una bella sera della state ventura noi, anderemo a fare una passeggiata fuor di città. Gli portai co' tuoi i saluti di Herber; si parlò molto dell'Ortis, molto del carme dei Sepolcri, molto della sua Orazione inaugurale per gli studj di Pavia; moltissimo della sua traduzione d' Omero. Egli m'a vrà recitati cento versi del primo canto, perchè egli ha rifatta tutta quella sua prima traduzione. Guai a quella di Monti se Foscolo fini sce la sua! Mi ha mostrato la traduzione di Sterne; mi ha parlato di sette o otto carmi da lui scritti; mi ha letto un articolo del Gior nale di scienze e lettere, risguardante la traduzione dei dialoghi delle cortigiane: ma io esitava a parlarglidi Lechi, temendo di richiamarlo aqualche antica rimembranza, che lo avesse atornar tristo. Parlando di te, avendogli io detto (con bella grazia, vedi!) che tu eri innamo rato: " S'innamori, diss'egli, s'innamori; che viva nel mondo ". « Ah sì, diss'io, bisogna studiare la pagina del gran libro. Ogni gior no v'è una nuova pagina" ; e mostrava io di parlare colle proprie sue parole. Allora egli mi domandò molte cose intorno a quel suo li bretto, e molte me ne disse egli stesso. Gli palesai il mio desiderio di possederlo, e mi promise di farmelo 84 UGO FOSCOLO. avere sicurissimamente a Pavia. Quando fui per partire, non potei far ameno di abbracciarlo, e baciarlo, ed egli? ... egli stampò un bel suo bacio su questa mia guancia sinistra. Ridi pure; ma io mi sentiva imbaldanzito, e avendo dovuto visitare il consigliere di Stato Nani, mi ci portai con una disinvolta indifferenza, e con una trascuratezza, che ben egli si dovette accorgere ch'io non mi lasciava abbagliare dal fulgore di una crocetta e dal pomposo nome di Consiglieredi Stato. Addio. Giovita Scalvini fu sempre parziale di Foscolo, e gli si serbò amicissimo fino alla morte: pure di lui scriveva: " Vanta spesso il cuore, ma senza avvedersi scambia spesso il caldo della sua testa con quello del suo cuore. Avidissimo di fama, egli non è nè adu latore nè servo, perchè si è accorto che il mondo onora chi tale non è. Si adira spesso e grida, perchè ha veduto che gli uomini si contengono col timore. Tutti i suoi gravi movimenti, il suo sogguardare, il suo silenzio vengono dalla sua testa, calcolatrice degli effetti di tutte queste ciarlatanerie. La spontaneità non la trovi in nessuno de' suoi scritti... L'ingegno suo si può parago nare ai raspi, che danno ancora del sugo violentemente pigiati, mentre il vero ingegno è come i grappoli, che, punti appena, gemono il liquore soavissimo... Foscolo è per me un mistero. " Èconosciuto fra i più benevoli e fidi a Foscolo il lodigiano Ugo Brunetti. Nel Baretti, giornale torinese che s'abbellisce di cose inedite, e massime del Foscolo, procacciategli dal Bianchini, si pubblicarono lettere che danno luce agli atti del Foscolo. Eccone alcuni punti: Milano,li 10 gennajo 1809. Ho ricevuto, Ugo mio, la tua gentilissima del 7 corrente con altra per tuo fratello, che subito gli ho rimesso. Il Migliavacca (vetturino) 5Aveva fatto le campagne napoleoniche come capo squadrone dei cacciatori a ca vallo; nel 1806 fu sottispettore, poi ispettore alle rassegne della guardia reale: nel 1814 era commissario straordinario a Mantova. Foscolo lo chiamò « il più fidato, il più generoso, il più affettuoso amico ch'io abbia avuto in miavita »; e mentre quegli stava in carcere per la cospirazione del 1815, ne riceveva notizie dalla contessa Lucilla Pezzoli bergamasca, maritata Macazzoli. Fu con dannato a due anni di carcere, ridotti a sei mesi, e toltagli la pensione. Viveva dun que poveramente a Lodi, e in trista salute, finchè venuto nel 1825 Francesco in Lom bardia, esso gli presentò una petizione, e n'ebbe la pensione di 500 fiorini. PARALIPOΜΕΝΙ. 85 ti porterà un ballotto contenente i Sepolcri, e tu gli pagherai soldi venti; avrei pagato io stesso, se non avessi temuto di togliergli con ciò lo stimolo della diligenza. Il tuo sartore non ha, per anco, finito il vestito dottorale; io l'ho sollecitato, e spero che posdomani l'avrò presso di me; quindi, se troverd occasione, tu Pavrai subito, se no, te lo porterò io stesso. Tutti i tuoi amici, ed io più d'ogni altro, aspet tiamo il giorno della prolusione; sarà bene dunque che tu moltipli chi li avvisi, onde appagare la curiosità dei molti, e il desiderio di chi ti ama. Una numerosa carovana è diggià preparata alla partenza; i tuoi talenti promettono a tutti qualche cosa di sublime, e sublime, invero, è il tuo lavoro. Io, che teco divido i piaceri, che pure mi com piaccio di questo entusiasmo e ne godo, vorrei che tutta Milano po tesse ascoltarti, perchè son certo che tutta Milano farebbe plauso al tuo genio. Milano,li 17 gennajo 1809. Mio Ugo: il felicitati è ordinato, e tu l'avrai alla mia venuta; ma come ricordarmi la dimensione de' tuoi bicchieri? Ho procurato d'indo vinare, e per certo non avrò sbagliato d'un metro. Non so s'io verrò sabato sera o domenica mattina, ma in ogni modo io sarò costi per tempo, ed a tempo di vestirti il manto oratorio.Méjeans è arrivato jer notte, onde sarà bene che tu lo inviti ad ascoltarti. Eccoti lenovitàdella nostra Butirropoli: un ritratto di Rasori vedesi esposto in vendita con questo goffo e pomposo elogio : Oparli, o scriva, o medichi, Rasori ugual non ha. Mesta lo guarda Invidia, Lo aspetta Eternità. Che ne dici? Quello del mio Foscolo è più umile.9 La toga che dovea vestire per recitare l'orazione inaugurale. 'Trattasi d'un bicchiere con questa iscrizione, intorno al quale può vedersi la let tera del Foscolo al Brunetti de' 13 gennajo 1809 e la nota appostavi nell'edizione Le Monnier. •Secretario particolare del vicerè. Buttiropoli, è Milano; Rasori, il famoso medico e scrittore. Allude al disticogreco posto sotto ad un ritratto del Foscolo inciso in quel tempo eche suona così: Mi fero e buoni e rei onta scurrile, Ma imitarmi non puote anima vile. 86 UGO FOSCOLO. Padova,li 22 dicembre 1810. Ugo carissimo, Son poco men che tre mesi ch'io manco per la seconda volta da Milano, e che non ho ricevuto tue lettere; che diamine fai? So che mi risponderai. Nemmeno io ho ricevuto delle tue. Ma ciò non vale a giustificarti, poichè sai ch'io sono occupatissimo in viaggi ed in af fari, mentre tu te ne stai la più parte del giorno collemani in cintola. Il torto è dunque tuo, e sarebbe imperdonabile se non mi fosse nota quella tua poltronaggine che t'invade da' capelli fino alle unghie dei piedi. Difatti scommetto che questa mia ti troveràal caminetto, sdra jato su d'una scranna col muso da bertuccia e cogli occhi fisi nel fuoco come chi vi cerca le salamandre: questa è latua posizione favorita dell'inverno : d'estate poi, oh d'estate è ancor peggio! Ma io non ti fo grazia e se dovessi anche accattarmi del seccaco......, voglio che tu sorga dal tuo accidioso letargo per soddisfare la mia curiosità. Dimmi dunque come vanno le tue faccende? Hai ottenuto qualche cosa? I ministri hanno pensato a te? Ne dubito molto, e, malgrado la buona opinione che ho diVaccari,10 temo che dovrai mangiare lungo tempo ancora la sua minestra prima che si ricordi di te. Persuaditi, amico, che la tua faccia non è niente ministeriale, e molto meno la tua spina dorsale, che vuolsi molto flessibile per far fortuna in luoghi simili. Hai terminato l'Ajace? Dico di no, ed ho ragione di crederlo. Per dio, caro Ugo, qui meriti cento colpi di knut; è più d'un anno che ne hai assunto l'impegno conFabbrichesi, ed unannobastaper par torire una tragedia, quando se ne ha pregna la testa. Pensa, amico, che il tempo passa, e tu non fai niente; pensa che, se hai un nome nelle lettere, questo non è tale da condurti all'immortalità; pensa che hai molti nemici, che han bisogno di essere umiliati. Oh sì, ne hai molti. Qui in Padova, per esempio, si parla assai male di te; ognuno di questi professoroni ti è nemico, e più d'ogn'altro un certo petto ruto che stassi col collo storto e le mani incrocicchiate cappuccinesca mente sul petto. Oh che s'io avessi il tuo ingegno vorrei vestirli dalle feste! Caro Foscolo, io ti scongiuro in nome dell'amicizia, fa qualche cosa. Tu dirai: faccio. Ma cosa hai fatto in tutto l'anno 1810? Niente. * Ministro dell'interno. Foscolo lo definisce uomo d'animo nobile, fermo e retto, ma che, per sua sventura, fatto ministro, non potè ameno d'avere alla sua tavola let terati cortigiani, ai quali fece molti benefizj, e li trovò immemori ed ingrati.>>> Capocomico. PARALIPΟΜΕΝΙ. 87 M'accorgo che ormai ti fo unpo troppo il pedagogo, e che ti divento nojoso, onde lascio di sermoneggiare e passo ad altro. Lamia salute è sempre la stessa, un po bene, un po male, e tiro avanti. Domenica partirò per Treviso, ed alla fine di gennajo sarò a Venezia. Se vorrai qualcosa, scrivimi; se posso essere utile a tuama dre, dimmelo. La Lucilla ti saluta e si duole come me del tuo silen zio, ma entrambi ti conosciamo e ti perdoniamo. Addio. Il tuo sincero amico UGO B. Un altro amicissimo di Ugo fu Sigismondo Trechi cremonese, figlio dell'intendente generale delle finanze, giovane galante, spi ritoso, di leggera ma estesa cultura, amico di tutti, visitatore di tutte le case. Nel 1821 fu implicato nei processi politici per es sersi dato qual compratore dei beni del profugo Giuseppe Рес chio, e il 10 ottobre 1823 fu dimesso per mancanza di prove, ma col precetto di rimanere in Milano sotto rigorosa sorveglianza. Il signor Domenico Bianchini, accurato raccoglitore e generoso pubblicatore di quanto si riferisce al Foscolo, fece stampare a Parigi in 250 esemplari eleganti, Lettere di Ugo Foscolo a Sigi smondo Trechi (La Croix et C. 1875) che sono 15, con note e con una lettera del Manzoni allo stesso Trechi. Come tutte le in time di Foscolo, divagano troppo in galanterie e amoretti, confes sando di " aver sempre qualche Dulcinea per la testa LaDul cinea, o piuttosto una delle sue Dulcinee d'allora era la contessa Fulvia Nava, sorella del Trechi, nella cui casa, sull'angolo dei Bigli, conveniva una spiritosa conversazione: la chiama donna " “ gentile, come poi qualificava la Magiotti, e protesta che non v'è stato nè vi sarà mai nulla di terreno fra lei e lui. „ Eppure egli è tutta passione, almeno nelle parole. Certo quelle lettere sono delle piùcare e che più rivelano l'intimo di quell'uomo, il cuor suo attraverso allo spirito.Forse qualcuno rifletterà come,a forza di rappresentare la commedia davanti ad altri, si finisca per rap presentarla asè stessi. Egli siannunzia già vecchio,e parla spesso del suo "corpiccciuolo di carta pesta „ e dei malanni da vecchi, tosse, affanno di respiro, palpitazione, catarri di vescica; e di ba gni, anodini, candelette. Aveva allora 60 zecchini il mese, ma non gli bastavano, epia gnucolava. Lettere brevi dicea non saperne scrivere, se non per 88 UGO FOSCOLO. affari o per diplomazia. Molto discorre della contessa d'Albany, viva vecchietta, attorno alla quale s'accoglievano molte belle fio rentine; e certo nè Fiorentini,nè Fiorentine possono chiamarsi con tenti de' suoi giudizj. " Quando cominciano a dar nel maligno, ri spondo sacerdotalmente, Bisogna vedere s'egli è vero; e mi sento subito dire, Nè anche io lo credeva, e Forse avran detto anche a me la bugia; e siffatti zuccheri sopra il sale, cheper lo più finiscono con un ma.n Dichiara che gli è " caro persino il dolore, purchè liberi dalla noja e dalla malignità,, ed esclama: " La malinconia,dopo la noja, è la più vile infermità de'mortali, perchè è infermità inoperosa, ingrata alla natura, freddissima ne' desiderj,fantastica in tutto fuorchè ad illudersi delle promesse della speranza „ . Strana confessione in lui, capofila della moderna melancono grafia! Cola andava in estasi davanti alla Musa, fatta dal Canova per commissione della Albany, ed ora nel museo Fabre a Montpellier, e davanti alla Venere, da esso Canova scolpita per supplire alla Medicea, portata in Francia. 12 12 Queste lettere mancano nell'epistolario edito dal Le Monnier. Firenze, 31 agosto 1812. La nuova Venere è pur la bellissima cosa! non spira deità come l'altra, nè quella celeste armonia: ma pare che Canova temesse il terribile paragone dell'arte colgreco scultore; onde abbelli invece la sua Venere di tutte quelle grazie, che spirano unnon so che di terreno, ma chemovonopiù facilmente ilmio cuore fatto anch'esso d'argilla: e mi ricordo ch'io negli anni scorsi adorai per più settimane quell'altra Venere : ma la seconda volta ch'io vidi questa, me le sono seduto vicino tutto soletto sospirando, con mille desiderj e con mille rimembranze nell'anima. Firenze, 2 settembre. La Venere de' Medici era bellissima Dea; e questa, ch'io guardo e riguardo, è vo luttuosissima donna. L'una mi faceva sperare il paradiso fuori di questo mondo : e questa mi lusinga di poter trovare il paradiso anche in questa valle di lagrime. Ca nova parmi ha superato sè stesso nell'atteggiamento voluttuoso del collo; nell'amo rosa verecondia del volto e principalmente degli occhi , e nella mossa amabile della testa. Oh che! son io pure diventato ciarliere d'arte ? 1settembre. Ed io m'era appunto jer sera tristissimamenfe nauseato di certa conversazione tutta. magnifica di cavalieri e di dame, nessuna delle quali era bella, e le più erano vecchie, e i cavalieri si davano vicendevolmente ragione; e le donne chiacchierando a voce PARALIPOΜΕΝΙ. 89 Il 10 giugno 1813 scrive al Trechi : " Ho terminatada più tempo la miapoveraRicciarda. Non vi è parola ch'essa pronunzii fra que' cavalieri ferrei e crociati, che, tanto nello scriverla quanto nel leggerla, non m'abbia fatto lagrimare e spesso dirottamente. Nel carattere di Ricciarda ho dipinto la fisonomia dell'anima di due persone, e ne ho fatto una sola. L'u more di Guido è tal quale io l'aveva osservato nell'anima gene rosamente sdegnosa e quasi feroce, ma nobilissima e altera d'un mio povero amico che non è più sulla terra " Aquesta tragedia fu,più che non solesse coi fuorusciti, cortese la Biblioteca Italiana, che nel 1820 la analizzava con giusto ri spetto, lodando l'ingegno di Foscolo, che " ha saputo nella patria di Shakespeare persistere sulle vestigie di Sofocle tarlo dell' " essersi conservato italiano " ", e vuol rimeri col parlargli schietta mente la verità. Noi, venerando l'ingegno dell'autore,non crediamo che in lui la fierezza dell'argomento venisse da impotenza: chègli altri suoi scritti ne scoprono l'indole, inclinata ad ornare colle più splen dide vesti della fantasia gli oggetti più spaventosi. Le Lettere di Jacopo Ortis e i Sepolcri, lontano dall'invitare ad una dolce me lanconia, consigliano la disperazione e la morte. " Èforza confessare che Foscolo condusse l'azione in modo da meritarne ogni lode. Lo stile... Se questo non è il vero stile tragico, noi c'ingan meno sommessa, compativano malignamente molte donne ch'io non conosceva, e che nonm'importa di conoscere come degne di compassione e di satire. sti! Giusto Iddio! s'io per alcuna opera buona o per lapenitenza, che ora fo volontario, d'aver amato troppo le tue creature, iq merito una sola grazia da te, concedimi, giusto Iddio, ch'io non sia avvicinato da seccatori, a patto anche d'essere da lontano malignato dai tri V'era bensì in un canto appartato di quella sala il volto piùmolle e più can dido dell' universo, e la chioma la piùgraziosamente intrecciata,e una fronte che avea del celeste, e un pajo d'occhi arditi ad un tempo e verecondi,e una bocca vergine, su la quale avrei sospirato appena, ma non avrei osato baciare, e tutte sì belle cose in una sola testa. Ma non diceva parola; e appena si lasciò dire da me alcune paroline sommessamente, e mi rispose con cenni del volto sì che nessuno c'intese. Vieni, don naiuolo, vieni; e la si lascierà forse baciare da te: ma ti si raffredderanno le labbra, perchè la è una musa scolpita dal Canova, e comperata da la regina della conversa zione, e posta credo a tener compagnia agli uomini immobili e muti, come talvolta in certi luoghi sono io. 90 " " UGO FOSCOLO. niamo a partito; schietto, robusto, intero, e lontano egualmente dalla nudità della prosa e dagli ornamenti dei lirici. In una parola, la tragedia è tale, da far onore all'Italia. Che se ne fosse permesso di parlargli dall' Italia, noi chiude remmo volentieri colle seguenti parole: Uomo singolare, abbiamo letta la tua Ricciarda; essa è degna di te; ma perchè t'ostini a rinserrare il tuo ingegno in un cerchio di afflizioni e di miserie? Le Lettere di Jacopo Ortis, i Sepolcri, la nuova tragedia presen teranno il tuo nome alla posterità entro una luce funerea. Ricor dati che i tuoi lettori son uomini, e che il cuore umano si con forta di migliori affezioni. Cessa una volta di dipingere il delitto con troppo seducenticolori: la gioventù italiana legge avidamente i tuoi scritti, e le tue lettere le hanno fatto un danno gravissimo. Anche la Ricciarda non è affatto innocente: ammirando il tuo ingegno, noi sentiamo il dovere di far accorti i meno prudenti, che non è sempre cauto abbandonarsi aquegli impeti che tu sai ispi rare. Pensa anche alla tua felicità, che oramai fosti travagliato abbastanza: gl'invidiosi ed i malignanti sono un popolo infinito: lasciali garrire a lor senno: non possono arrivare fino a te quelle voci: vieni a cantare fra noi le lodi della virtù e le bellezze della natura: se tu non sai essere felice in Italia, è necessario che la tua anima voli in traccia d'un mondo migliore „. Delle lettere al Trechi pubblicate dal Bianchini l'ultima è del 1816, e noi siamo lieti di poterne aggiungere altre, scrittegli in Londra, e che riteniamo affatto ignote sin qua. 1821, Londra, 2 maggio. Stagione carnevalesca per gli altri, per me di lutto, e di vergogna, e tu sai, e voi tutti sapete il perchè. Mio caro Sigismondo, La mia lettera ti sarà data dal signor Yeates Brown, amico mio carissimo, e degno d'essere amico di tutti gli amici miei. A lui ho dato alcuni, anzi quasi tutti i fogli stampati fino ad ora della Storia di Parga, ecc. ecc, ecc. Ma il librajo teme ora di pubblicarla, e gli amici miei me ne sconfortano perchè ora più che mai temono l'Alien Bill, ed ora dove andarei? Brown ti dirà il resto. Addio. L'amico tuo UGO FOSCOLO. (A tergo) A Monsieur le Baron Trechi à Milan. PARALIPOΜΕΝΙ. Londra, 30 giugno 1821. 91 Sigismondo mio, Tu hai lasciato qui molte donne, alle quali tu bramavi che le nostre potessero somigliare; e se alcune le sono tali da farne vergognare d'es sere italiani, non è colpa loro, ed è merito della natura se non le sono peggiori, ma pur troppo Natura non può star contro al costume. Eil cielo perdoni ai loro sciaguratissimi padri, che non hanno vo luto nè potuto forse educarle un po meglio; e solo quando il cielo avrà, se avrà mai, pietà dell' Italia, allora le donne nostre saranno le migliori e le più utili educatrici della mente e dell'anima de' loro con cittadini. Or tu, Sigismondo mio,perchè se' partito innanzi ch' Ella tornasse dal continente, tu nonhai conosciuto Lady Compter, alla quale assai rare donne somigliano, e a quanto io mi sappia, nessuna: e perchè il di vino spettacolo della grazia, della virtù, dell'altezza d'animo e del l'ingegno riunite all'avvenenza femminile, ti rende beato, ed e spet tacolo di cui tu se' degno ammiratore, io voglio che tu vegga in Ita lia la donna che non hai potuto vedere in Inghilterra, ed ella si de gnerà di farti arrivar la mia lettera, e di parlarti dell'amico tuo, che per molte ragioni pubbliche, che tu sai, e per altre che stanno nelle mie viscere, vive tristissima vita, e non ha altro conforto se non se la certezza ch'ei può essere mortalmente piagato, ma non mai pie gato. Addio con tutta l'anima. L'amico tuo Ugo. Sigismondo mio, Ti raccomando dalle viscere dell'anima il più caro amico ch'io ab bia in Inghilterra, e la certezza ch'ei sarà ben accolto dagli amici miei, mi consola tanto quanto della sua lontananza; tanto quanto, per chè perdo inlui quasi tutto: quand'oggimai da un anno egli ajuta vami a tollerare questa faticosa mia vita, ed il suo ingegno animava e abbelliva i miei scritti, e ov'ei non li avesse tradotti, forse, Sigi smondo mio, e senza forse, non avrebbero trovato molti lettori. Vor rei ch'ei potesse portarti le cose stampate; ma viaggia in guisa, che a stento potràriporre nella sua valigia un opuscoletto su la storia di Napoli del 1799; e te lo presterà da leggere, e dal frammento vedrai s'io abbia o no ragione di struggermi di desiderio fino a tanto ch'io abbia una volta scritto la storia italiana, miserabile ma utilissima, de' 92 UGO FOSCOLO. miei tempi, dall'anno 1796 al 1816. All'amico mio Collyer, ed ei ti darà questa lettera, ho dato alcuni indizj perch'ei possa raccogliere per me, non foss'altro, la serie de' giornali politici stampati in Milano, e il Bollettino delle leggi, tanto ch'io abbia date certe, da che le date son nella storia come le battute son nella musica. Da Collyer sapraidi me e del mio spinoso lavorare, che se giova per l'oggi non frutta mai tanto da sanare i guai deljeri, nè acquetare le sollecitudini pel domani. Ma sia così! Del resto il signor Collyer, oltre all'essere dot tissimo, è bello e compitamente gentiluomo; però le signore alle quali lo farai conoscere, ti saranno gratissime. Or addio dalle viscere del l'anima. Addio. Londra, sabbato 3 novembre 1821. (A tergo ut s.ª et s'il est absent) Tutto tuo U. F. Amadame La Comtesse Nava, contrada de' Bigli a Milano. Fece senso principalmente, frale lettere al Trechi, quella ove parla di Alessandro Manzoni. " Io amo Pecchio, e tanto e con tanta fiducia, che mi sarà caro qualunque sentimento egli avrà nel cuore perme; e quand' anche mi condannasse, nonl'accuserò di cattiveria, ma d'ignoranza.¹ª Da Manzoni desidero d'essere stimato,non al tro; e il perchè di questo non altro mi sta scritto incuore da più e più anni, e fino dacchè ci siamo veduti in Parigi: tuttavia m'è bastato lasciargli il rimorso della sua poca costanza in amare gli amici; ho perdonato alla gioventù dell'età, alla debolezza del ca rattere, e alle pazzie di sua madre, la freddezza con che accolse 13 Gli amici di Foscolo dovettero esser ben poco contenti della vita che il Pecchio ne scrisse. 14 Eraappuntoiltempoquando Manzoni al Paganidi Brescia scriveva: Non so astenermi dal qui pubblicare la lettera ultima del Manzoni al Trechi: Lesa, 29 luglio 1850. <> 15 E neppure Nicolini, per tutt' altri moventi. 94 UGO FOSCOLO. tezza di andarli raccattando e di unirli con siscarso sentimento, che diedero come lavoro di lui un pezzo ch'egli avea trascritto di Alessandro Manzoni. E certo non farà onore alFoscolo l'articolo sulla Nuova scuola drammatica, ove nonmostraaltro concetto fuor chè il disgusto delle lodi date da Göthe al Carmagnola. Nè combatte le costui dottrine, nè rassoda quelle de' classici: direbbesi distrugga ogni regola, asserendo che ciascuna produzionegrande è un oggetto individuale, con meriti diversi, e caratteri distinti dalle altre. " L'affaccendarsi a notomizzare i grandi lavori, a fondarvi teorie, o soggettarli a sistemi è studio vanissimo e nojosissimo „. Asser zione stranissima in chi tanto analizzò Dante, il Petrarca, il Boc caccio ed altri minori. In opposizione a quanto sostenne il Manzoni, asserisce che " il secreto, in qualunque lavoro d'immaginazione,sta tutto nell' incor porare e identificare la realtà e la finzione, in guisa che l'una non predomini sull'altra, e che non possano mai dividersi nè ana lizzarsi, nè facilmente distinguersi l'una dall'altra " In Manzoni deride il voler essere poeta, storico, antiquario, cri tico, qualità inconciliabili ; e viepiù il voler farsi critico delle opere proprie, mentre " i tregrandi tragici greci, assaliti, stettero a parte in dignità silenziosa; bensuperiori ai moderni, senza giustificarsi, nè analizzare, nè teorizzare, fidando nell'immortalità che è ricom pensa immancabile alle fatiche del genio „. “ Il Carmagnola gli pare una meschinissima produzione „, lo censura di aver falsato la storia, qual era data dal Daru, e tac cialo di aver calunniato Venezia e la costei “ giustizia imparziale, che sagrifica tutto alle sue leggi fatali ", siccome avrebbe potuto dire un cortigiano di Napoleone a proposito dell'assassinio del duca d'Enghien. Ci rifugge l'animo dal ripetere il marchio ch'egli vuol impri mere sulle generose parole del Carmagnola nello sciogliere i prigio nieri di guerra, e nel respingere la taccia di traditore; fin a dire che il Carmagnola è “ un individuo maniaco, furbo e fatuo a un tempo „. E nell'ultima affettuosissima scena non sa vedere se non " l'uomo preparato alla morte da cristiano, come era addatto a' suoi tempi, e ad ogniuomo guerriero o ladrone che fa gli ultimi passi verso il patibolo „. Sono sfoghi momentanei di quella stizza, per cui anche i grandi talvolta s'eguagliano ai bassi follicolari. In PARALIPOΜΕΝΙ. 95 lui poi il giudizio fu sempre soverchiato dalla passione, la quale non sempre era generosa. Chiudiamo con quello che chiude ogni vita. Giulio Bossi, pro fugo milanese, al profugo bresciano Camillo Ugoni, scriveva: Londra, 11 settembre 1826. Parto lunedì pel Messico. La mia partenza è segnata da un avve nimento funestissimo al mio cuore, a tutti i buoni Italiani, e alla gloria letteraria del nostro paese. Ugo Foscolo non è più: spirò jeri sera alle ore 8 e mezzo,dopo tre giorni di penosissima agonia : nes suna debolezza cambiò negli ultimi suoi momenti il suo forte sentire e i suoi decisi principj. Gli prodigai tutte le cure dell'amicizia, do lente che le mie circostanze incatenassero la mia volontà. Vi do que sta nuova nella lusinga che preverrete ogni altra penna ne' cenni biografici di questo nostro grand'uomo in fatto di lettere, affinchè il pubblico non cominci dall'averne un' inesatta relazione. Mori a Turnham Green, Bohemia House, villaggio a cinque mi glia da Londra sulla strada di Windsor, dove vivea da cinque mesi. Hudson Hurney, coltissimo banchiere, gli fece porre una lapide con questa iscrizione : UGO FOSCOLO OBIIT. XIV. DIE. SEPTEMBRIS A. D. 1827. ÆTATIS 52. Vi è errore nel giorno della morte, e anche nell'età, essendo nato il 26 gennajo 1777. Qui non è superfluo riprodurre alcunipassid' una lunga lettera che Foscolo da Londra scriveva, tutta miseria, a Gino Capponi il 26 settembre 1826: avendo perduta ogni cosa, fin la mobiglia di casa, restavagli l'amore delle lettere e il desiderio di trarne vantaggio. L'edizione di Dante io non poteva continuarla se non ricorrendo ad associati (e sarebbe stato accattare elemosina, nè più nè meno), o addossandomi il debito delle spese della stampa gravissime; e dove i tempi del pagamento fossero scaduti innanzi lo smercio dell'opera, io mi sarei trovato di nuovo ingolfato fra debiti, quando invece per uscirne mi sono contentato di approdare nudo alla riva. Però mi ras 96 UGO FOSCOLO. segnai ai patti esibitimi da un librajo, d'illustrare per conto suo la Divina Commedia e quattro altri poemi maggiori italiani, che intutti farebbero ventun tometti; e fu stipulato che io gli darei il testo e le note di tutti nel corso di due anni, e ch'ei mi pagherebbe mille du gento lire sterline. Sì fatto lavoro per me (dalla noja in fuori di rivedere il testo, e di tradurre e accorciare quanto ho inserito intorno a' nostri poeti nell' Edinburgh e nel Quarterly Review e in altre opere periodiche) era lavoro da nulla. Pur non mi pativa il cuore di per dere tanti miei studj intorno a Dante; e benchè, ne' tometti, adottati per economia dal librajo, io dovessi strozzare il mio primo disegno, pur miprovai di serbarlo alla meglio,e questa fu la sudata delle mie fatiche. Ma verso la fine dell'anno scorso fallirono alcuni libraj, i quali erano interessati col mio in questa impresa dell'edizione dei poeti italiani. Adunqueio mi sonodeliberato di tornarmi e starmi d'ora innanziper sempre al primoproposito, eillustrare il Poema apostamia, e pubblicare l'edizione in cinque volumi in-4. Ma di libri forestieriqui non si fa mai vendita tanto che basti a rifare le spese; dacchè settecento copie, a dir poco, sono necessarie innanzi tratto a pagare lo stampatore, e gli sconti richiesti da libraj, e la gravissima fra le altre spese, d'inserire nelle gazzette moltissimi avvisi, senza dei quali libro veruno in questo paese non può mai pubblicarsi, nè trovare chi lo comperi. Aggiungi la miseria, se passeggiera o perpetua non so, ma fiera di certo ed universale in questo paese, e la letteratura, oggimai, come cosa di lusso, e più quand' è forestiera, tralasciata da chiunque la coltivava, talchè oggi a stento può provvedere alle più forti necessità della vita. Senza che, a dirne il vero, benchè molti invaniscano a chiacchierar ne, pochi intendono Dante, ed è libro da Italiani,ed io m'intesi sem pre a illustrarlo per l'Italia presente e futura. E però, se avessi alcuna certezza di smerciare inItalia da dugento cinquanta copie della mia edizione, non avrei da gittare danaro in nanzi tratto per avvisi di gazzette, nè soggiacere alle regole degli sconti richiesti da' libraj in Inghilterra. Le copie 250 farebbero per l'appunto la metà dell' edizione, e ad una ghinea per volumedarebbero a un dipresso le lire mille cinquecento richieste a stamparli. A me quindi resterebbe quasi netta l'altra metà dell'edizione, che farei di smerciare, in parte qui per via di baratto di libri che mi sono ne cessarj (e dopo che m'è toccato di venderne parecchi per vivere, sento assai più che mi mancano), e in parte nel continente per le pubbliche librerie. Ame, Gino mio, importa più ch'altro il non perdere tanti anni PARALIPOΜΕΝΙ. 97 di studj intorno a Dante, ed al medioevo, e all'Italia. Cominciai a fare le parti di critico e d'antiquario e pedante per l'Edinburgh Review, perch'ei cominciassero a conoscere una volta davvero docuit quæ maximus Atlas, in tempi che la razza umana europea non era atta ad intenderlo. Poscia andai avanti con articoli e libricciuoli so vra i nostri poeti,bisognandomi,pur troppo! di fare arnese e ferruzzo dabottega della mia penna, finchè, essendone divenuto stucco, fracido enauseato, e pur nondimeno continuando per provvedermi miseris viatica canis, tutti i miei provvedimenti ed avanzi tornarono in nulla, esolo mi rimase il vantaggio d'avere ben imparato il modo d'illu strare il poema di Dante. E vi ho tanto studiato sopra, e con tanta insistenza, che oggimai non mi bisognerebbe se non tempo e oppor tunità di stampare, e me ne struggo tanto più, quanto nel diradare il poema e il secolo oscurissimo di Dante, parmi d'avere spiato bar lume àesplorare ilsecolo ignotissimo d' Omero, e lo stato della civiltà dei Greci a que' tempi. La traduzione mia della Iliade intendo di stamparla poscia, e illustrarla nella guisa medesima per l'appunto adottata da me per la Divina Commedia; e perultimo volume vorrei aggiungerci un testo greco, dove mi proverei di giovarmi delle no vità proposte dal Wolf, dall' Heyne e da Payne Knight; e il mio testo sarebbe fatto per uso dei Greci d'oggi, in guisada persuaderli una volta a leggere in Omero, non già spiriti e accenti, bensì piedi musicali ed esametri. Per altro, a finir la traduzione tutta intera dell'Iliade, e illustrarla come vorrei e potrei, mi bisognerebbe quattr'anni di lavoro e di quiete, e certezza che smercerei l'edizione mai fuor d'Inghilterra ; perchè qui altri libri che inglesi possono avere lode, ma non mai fare fortuna (e John Bull ha ragione); e gl' Inglesi forestierati chiacchie rano di letteratura epoesia forestiera, ma non l'intendono: non però sono oche, perch' io pure non giurerei d'intendere addentro e a modo i loro poeti; e nondimeno tra bene e male scrivo spesso, e mi lascio stampare alle volte, in inglese. Frattanto, se hai piacere e opportunità di far pubblicare nell'Antologia alcuni altri libri della mia traduzione, io ti manderò il quarto, e poscia il quinto; e l'un dopo l'altro sino a tutto il nono. Il secondo mi pare finito anch'esso, e non domanda più d'essere ritoccato: ma il primo mi darà tuttavia da pensare; nè per ora potrei affaccendarmi sovra l'Iliade. E però bisognandomi both on 17 account of my public and private character, per dirla all'inglese, di lasciar leggere al mondo le mie opinioni e passioni intorno alla Gre 17 Per la mia fama pubblica e privata. Arch. Stor. Lomb.- An. III. 7 98 UGO FOSCOLO. cia, il discorso politico, che doveva precedere la versione e le illu strazioni ad Omero uscirà presto da sè in lingua inglese; e se la vendita risponderà all'aspettativa, forse che potrò allora stamparlo in italiano co' primi nove libri dell'Iliade, e dire, non foss'altro, non omnis moriar. Per uscirne conPickering (e con certi giornalisti che avevano stame pato avvisi delle mie illustrazioni), io gli regalai certo mio Discorso storico, incominciato da più tempo, ma non mai finito, intorno alla Lingua italiana; e riempiendovi qua e là alcune lacune, e accrescen dole d'alcune giunte che riguardano segnatamente il Decamerone e i decameronisti e compagni, gli lasciai stampare quella scrittura. E se mai il Boccaccio del Pickering, edizione elegante davvero, fosse ca pitato sino a Firenze, vedi di leggere quel centinajo di pagine che stanno innanzi al primo volume, e fa ch'io possa intendere quando che sia ciò che ne pensi, e ciò che ne dicono non tutti i dottissimi, ma i pochissimi dotti fra' Fiorentini, e il reverendo mio Niccolini fra gli altri. So che non cruscanti e cruscantimi si faranno nemici: pur credo che i fatti osservati da me su questa faccenda delle quistioni grammaticali, e il modo di raccontarli, e i teoremi che ne ho desunti gioveranno un dì o l'altro, non a rimediare a' guai della lingua, e non a racquetarne le liti, bensì a indicare a ogni modo la radice delle questioni e de' guai. E la radice è quest'unica; che la lingua italiana non è stata mai parlata: che è lingua scritta e non altro; e perciò letteraria, e non popolare; e che, se mai verrà giorno che le condi zioni d'Italia la facciano lingua scritta insieme e parlata, letteraria epopolare ad un tempo, allora le liti e i pedanti andranno al dia volo e dentro ai vortici del fiume Lete in anima e in corpo, e i let terati non somiglieranno più a mandarini, e i dialetti non predomi neranno nelle città capitali d'ogni provincia: la Nazione non sarà moltitudine di Chinesi, ma Popolo atto ad intender ciò che si scrive, e giudice di lingua e di stile: Ma allora, non ora, e non mai prima d'allora. Gli amatori e i detrattori di Foscolo hanno già imparato il come leggere e intendere le espansioni di lui, lirico sempre e scrivendo e parlando e operando. Il fatto sta ch'egli aveva consegnato al Pickering un grosso fascio di carte, che doveansi supporre il se guito del commento di Dante, di cui già stampava l' Inferno e il discorso sul testo; ma colla sua morte si trovò ch'erano nulla me glio che cartaccie disordinate. Giuseppe Mazzini, che ce le mostrò PARALIPOΜΕΝΙ. 99 aLondra, per amore dell'amico, assunse, dopo 15 anni, di conti nuarequel commento,che non avea finito " per mancanzadimezzi, di tempo, di pane „, e vi antepose una prefazione (Londra, Ro landi, 1842), innanzi alla quale sta il disegno del cimitero di Chiswick coll'iscrizione che riferimmo. Il discorso è caldo,come tutte le pagine del tribuno, edice che " la grand'anima di Dante ha presentito, più di cinque secoli ad dietro, e tra le zuffe impotenti di Guelfi e di Ghibellini, l'Italia; l'Italia iniziatrice perenne d'unità religiosa e sociale all' Europa; l'Italia, angiolo di civiltà alle nazioni; l'Italia come un giorno l'a vremo „. Confessa che Foscolo nonintese interamente " ilDio nello splen dore del primitivo concetto. Venuto a tempi, ne' quali l'intelletto italiano si agitava più per impulso straniero che non per propria virtù, non ebbe fede,quanto voleasi, in una poesia nazionale, e, pur faticando sull'orme delpensiero moderno, s'ostino nelle forme greche. Irritato dalla serva plebe di letterati che gli stavan at torno, e dalle delusioni che amareggiarono gli ultimi anni del suo soggiorno in Italia, imparo daDante l'energia delle passioni, l'in dipendenza negli studj, la santità delle lettere, gli sdegni santi contro chi le contamina; non la credenza che calpesta uomini e cose esperanze contemporanee, e si leva a quell'ideale che i più tra noi chiamano immaginazione, e non è che presagio„. Anche a Byron il Foscolo parve un greco antico, anzichè un italiano moderno. Diviso tra slanci generosi e bassi istinti, ele vatezza di concetti e depressione di fatti, nel divulgato scetticismo volle avere principj, e non seppe andar a prenderli che nello stoi cismo; stette pagano nei sentimenti come nelle immagini; ripudio fin la speranza d'oltre la tomba. Gino Capponi, poco prima della sua morte, rinfacciava aFoscolo la leggerezza de' suoi amori: esser egli stato declamatore, commediante, di molto valore, ma non si saprebbe dire che cosa volesse. Questo severo giudizio può compa tirsi se si ricordi la non celata disapprovazione di Ugo pei tenta tivi del 1821 e pei profughi d'Italia. Eppure egli concorreva nel " sentimento dei più, i quali consi derano l'indipendenza dei rispettivi Stati d'Italia come la sola necessaria causa, che può esser produttrice della intera sua rige 100 UGO FOSCOLO. nerazione : ma vedeva contrariarla questo mutuo invidiarci e ca lunniarci, e intimava che " l'Italia non può aver libertà perchè non v'è legge; nè v'è legge senza costumi, nè costumi senza reli gione, nè religione senza sacerdoti, nè patria insomma senza cit tadini " La lezione non è ancor tarda, e consuona a quella d'un nostro che diceva: " L'Italia è fatta, or bisogna fare gl'Italiani . " C. CANTÙ. Poscritto. Quelle prime indagini della Polizia sopra Foscolo pa jono venute dall'essersi denunziato che a Londra stampavasi un giornale La Bella Italiana (L'abeille italienne) alla cui testa era Foscolo. Contemporaneamente ilGoverno del Veneto domandava al Lombardo come mai qui corresse liberamente la Ricciarda, mentre colà era severamente proibita. Fu risposto che essa erasi stampata durante il regnod' Italia, nè quindi era stata soggettata alla censura presente: bensì n'era proibita la recita. Il censore Nardini, interrogato in proposito rispondeva: " Spettacolo atro cissimo. Non potrebbe ora esporsi sulle nostre sceneper molti ri guardi, e specialmente per la scena 3ª dell'atto II. Ma la perdita è lieve. „ ARTE ANTICA ED ARTISTI. POSTILLE DI UN ANONIMO SEICENTISTA ALLA PRIMA EDIZIONE DELLE VITE DEI PIÙ ECCELLENTI ARTEFICI ITALIANI SCRITTE DA GIORGIO VASARI PUBBLICATA IN FIRENZE PER LORENZO TORRENTΙΝΟ NEL M. D. L. (Continuazione, vedi fasc. IV del 1875, p. 407.) PARTE TERZA. (In principio di volume) Questo tomo porta il secolo nel quale l'arte mutò di maniera, dall'antica alla moderna. Ilsecolo precedente prepard i cementi, e questo crebbe la fabbrica. In quello si faticò nelle disposizioni; in questo si introdusse la forma della totale perfezione. Il fanale più chiaro e il motore più immediato a tal passaggio di stile a stile fu Leonardo da Vinci. Il Mantegna, per la Lombardia;Pietro Perugino,perRoma; il Ghirlandajo e il Verocchio, per Firenze, dopo Masaccio, Dona tello ... ; i Bellini, per Venezia, sono le pietre di fianco aquesta fab brica, ... epiù di tutti ilBramantino di Milano che anche al tempo di Piero della Francesca rischiarò il futuro secolo. Michelangiolo, Ra faello, Correggio, Tiziano sono le pietre totalmente della facciata mo derna. Ma la pietra angolare che ... da una parte e dall'altra, sor reggendo tutto l'ordine e mostrando in sètutto il bello e il buono del moderno, fu Leonardo, acui guardaronoe dacui si regolarono le scuole dell' Italia, ora maestre del mondo. In Leonardo restò corretto l'antico e siformò il punto per direzione e perfezione del modo moderno. Questo durò per cinquant' anni invoga; cessò negli Zuccari; si riebbe nei Caracci, e ora si diffonde e si confonde. (Post) Lafabbrica del postillatore,sebbene di gusto barbaro, invoga al suo 102 ARTE ANTICA ED ARTISTI. tempo, non è irragionevole nella distribuzione de' materiali. L'ultima nota è ancor più savia, se non che invece di dire corretto l'antico, amerei avesse detto perfezionato, e lasciasse la perfezione che viene dopo. (B.) L'osservazione del Bossi è assennata, non completa: essa, per dip più dànelle minuzie, desiderando null' altro che una correzione alla meno inesatta espressione del postillatore circa l'influenza del Vinci, non quale però un alto senso del soggetto poteva e doveva consi gliargli. Egli è che, infatti, cotal modo di manifestarsi del seicentista riguarda la sintesi dell' arte nel suo moto progressivo,e non che essere giusto, è una testificazione che, anche nel periodo della maggiore- decadenza, vi erano delle menti comprensive del vero e spregiudicate; doveva essere il nostro postillatore una di quelle. Perchè e come questo accadesse sarebbe lungo esplicare in unanota; si può peraltro accagio narne, con una parola, il divorzio, che fino da quel tempo erasi con sumato tra le arti e le lettere. Il postillatore, nonostante il tributo d'encomio di cui è degno, non è perciò meno vittima dell'ambiente in cui visse. Nella prima parte di questo scritto (pag. 417) noi abbiamo fatto giustizia dell' erronea diceria circa il Bramantino da Milano, il Bartolomeo Suardi, quale contemporaneo e collega di Pietro della Francesca : ora, il postillatore , vi ritorna sopra , attribuendogli una parte importante nel rinnovamento dell' arte, dopo averla concessa, con più giusta ragione, per la Lombardia, al Mantegna. È un equivoco cotesto, di cui colpevole primo fu il Vasari e che ebbe uno strascico fatale di più secoli, onde non ne è ancor sgombro il terreno. Quanto all' apprezzamento del Vinci , gli è indotto da un senso vago della sua potenza; laonde se è, in massima, incontrovertibile, è falso nella sua definizione. Dire che Leonardo corresse l'antico, o lo perfeziond, come vorrebbe il Bossi, vale quanto rimpicciolire l'ideale della mente di Leonardo in una questione di forma; laddove, a creder nostro, il posto che gli compete nell'apogeo dell'arte è d'averla messa nelle braccia della scienza; e non di una scienza particolare, come quella della prospettiva o dell' anatomia, delle proporzioni o delle ragioni naturali e visuali, ma, come per lui altro non era l'arte diamo dir cosa nuova nè cre se non uno dei modi di manifestazione este riore del concetto intellettuale, così egli voleva farla tale da abbrac ciare quanto cade nel sensibile delle cose, movendo dalle loro cause. Per lui l'arte, adunque, non mirava a correggere alcun che, tanto meno l'antico che visse e vive al cospetto degl'intelligenti d'una vita propria: nemmeno a perfezionarlo, dove la perfezione, relativa bensì, era già stata raggiunta. Leonardo a ben altra aureola aspirava che POSTILLE. 103 aquella di cui lo circondò il tempo suo, e a quella ancor più luminosa che i tre secoli e mezzo successivi gli vennero crescendo intorno. Solo il tempo nostro potrebbe vantarsi di sapergli erigere un altare degno del suo genio unificatore, poichèdell' arte egli non fece una forza che fi nisce in sè, ma una delle potenze propulsive e concordi di cui lo spi rito umano si circonda per correre vittorioso il cammino dai suoi de stini assegnatogli. (M.) LEONARDO DA VINCI PITTORE E SCULTORE FIORENTINO. pag. 562, lin. 1. Leonardo da Vinci pittore e scultore. (V.) Earchitetto della cupola della MadonnadelleGrazie di Milano. (Post ) Nontrovo altra autorità che questa per attribuire la cupola delle Grazie a Leonardo : è però evidente che l'interno specialmente non può essere di Bramante, almeno dell' Urbinate. D'altronde dopo che-ho visto e copiato ipiccoli disegni architettonici del Codice Trivulziano di mano di Leonardo, sono d'opinione che il palazzo Sanseverino, di cui rimangono le reliquie a Porta Vercellina, possa benissimo essere di sua architettura; e allora i pratici delle materie architettoniche tro veranno moltissima analogia tra gli ornamenti del detto palazzo e quelli della cupola. Aggiungasi che Leonardo dalla massima parte dei contemporanei è più sovente chiamato architetto che pittore. È dunque certo ch' egli ha fabbricato, perchè ai soli teorici non si dava tal nome. Quali sonolesue fabbriche? Bisognacercarle fraquelle attribuite agli altri, e che non hanno lo stile degli architetti cui sono attribuite. In questo caso è la cupola delle Grazie, del cui autore nulla si sa di certo: quindi la postilla nonmanca di probabilità. (B.) Che ilVinci unisse alle molte sue capacità artistiche e meccaniche anche quella dell'architettura, non sarebbe cosa cheben naturale. Basta ricordare quanto afferma nella celebre lettera diretta a Lodovico : « In « tempo dipace credo satisfarebenissimo aparagoni de omni altro in «architettura, in composizione di edifici et publici et privati, ecc. » Dippiù non mancano scrittori nostri dell'epoca dell' anonimo che de signano Leonardo coi titoli di pittore e architetto. Quanto alla cupola delle Grazie, o per meglio dire al suo nodo centrale, di cui la cupola faparte, non vuolsi molto acume per rifiutarsi ad accoglierne la tradi zione che la fa opera di Bramante. Anche prima che ci venisse a notizia l'attribuzione diversa del nostro seicentista, nel volume¹ per 1 L'arte in Milano. Milano 1872, Tipografia Cooperativa, pag. 206. 104 ARTE ANTICA ED ARTISTI. noi stampato in Milano nel 1872, pronunciandoci su questa parte del tempio, mentre per noiriconoscevasi la presenza d'alcuni elementi ap partenenti alla maniera del maestro umbro, non credevamo potergli sene attribuire l'invenzione. Nè oggi, davanti alla dichiarazione del ' anonimo, raccolta probabilmente da una tradizione che correva in bocca agli studiosi d' arte del suo tempo, saremmo per convenir secolui accogliendovi ad autore il Vinci, piuttosto che il Bramante. Forse come questi fu consultato, è facile credere che lo sia stato anche il grande suo collega; come l'abbiamo detto altrove, lo ripetiamo qui; noi persi stiamo ariscontrarvi l'opera di più menti e di più mani, e, posti alle strette, diremmo vedervi l'opera di uno scultore ornamentale, fors'anche di un intagliatore inlegno.Ce ne dà diritto l'incertezza che accenna il Bossi stesso circa il suo architetto. Del palazzo Sanseverino, citato dal Bossi, come che esistente sul principio del secolo, in Porta Ver cellina, nulla sappiamo. Ci pare d'intravvedere un equivoco di nome; eche si voglia alludere al palazzo Scaramuccia Aicardi, ricordato dal Giulini e di cui dà anche il disegno, celebre pei minuti ornamenti di terre cotte, che esisteva entro la via del Terraggio alato del corso di Porta Magenta, poco prima di toccarne il ponte. (M.) pag. sudd. lin. 14. .... chè dovunque l'animo volse nelle cose difficili, con faci lità le rendeva assolute. (V.) Altrove e qui abbasso dice che Leonardo lasciava le opere imper fette. (Post) L'osservazione del postillatore proviene da unameno esatta inter pretazione del senso delle parole usate dal Vasari. (M.) pag. 565, lin. 9. ... il quale (Verrochio) facendo una tavola dove san Gio vanni battezzava Christo, Leonardo lavorò un angelo ... (V.) Il disegno di questa tavola, senza l'angelo, l' ho io. E l'angelovi sta dietro d'altro stile. A dì 21 gennaio 1689,hebbi il disegno di Leonardo del battistero suddetto, donatomi dalla illustrissima duchessa di Pe leucre (?). (Post ) Unasimile nota del postillatore, aproposito della vita del Verroc chio, fu già oggetto di osservazione daparte del Bossi; ad esso, come • GIULINI. Memorie spettanti alla storia ecc. della città e campagna di Milano. Milano 1856. Vol. VI, pag. 363. POSTILLE. 105 aquello che noi gli facemmo tener dietro, rimandiamo il lettore (Vedi fasc. precedente, pag. 426). (Μ.) pag. sudd. lin. 34. .... Ser Piero da Vinci zio di Leonardo Non può dir zio. (Post) ... (V.) Il Vasari non che dirlo una volta lo ripete più volte.Ora, a tutti è noto inveceche Lionardo gli era figlio, figlioperò illegittimo. Conviene quindi accagionare,di ciò,più che altro, l'ignoranza del Vasari, prima del 1550 ; chè nella seconda edizione (1566) lo dice senza reticenze, figlio di Ser Piero. Ciò il Bossi non ha rilevato, come pur sarebbe stato tanto facile. (M.) pag. 568, lin. 5. Fu condotto a Milano con gran riputazione Leonardo al duca Francesco ... (V.) Al duca Lodovico il Moro. Avverti che questo Francesco non può essere, perchè quando mori Francesco I, duca IV di Milano, Leo nardo aveva solo cinque annid' età. Nemmenopuò dire Galeazzo Maria, fratellomaggiore di Lodovico il Moro, perchè pure Leonardonon avrebbe avuto senon 14 anni, quando Galeazzo fu ammazzato, e non è credi bile che, restato dopo la morte di lui, si fermasse al servizio di Lodo vico. (Post) Ladata della nascita di Lionardo, ora verificata, è di molto retro cessa, e distrugge in granparte il raziocinio di questa nota. Vedi l'Amoretti. (B.) Secondo l'Amoretti, l'anno della nascita di Leonardo fu il 1452 : il duca Francesco morì nel 1466, e dieci anni dopo, cadde trafitto il figlio Galeazzo Maria. La migliore osservazione che si possa fare all'a nonimo la è di contrapporre ancora una volta alla prima edizione la se conda. Inquesta, nonchelabiografia andarne grandemente ampliata e anche emendata in molti punti, fra cui in quello che riguarda la sua venutaaMilano: questavi è designatain modo non dubbio, e in prova valga lanotiziadatanei seguenti termini : « Avvenne che morto Gio «vanGaleazzo duca diMilano, e creato Lodovico Sforza nel grado me « desimo l'anno 1494, fucondotto aMilano con gran riputazione ... " Aparte l'errato nome del duca morto, errore ripetuto anche nell'e dizione Le Monnier,da leggersi in Galeazzo Maria, e la data della ve nuta in 1484, ecco il Vasari rimesso nella verità storica. (М.) 106 .... ARTE ANTICA ED ARTISTI. pag. 569, lin. 22. Venne al suo tempo in Milano ... (V.) Leonardo, fuggito il Moro, stette col Melzo suo scolaro gentiluomo a Vavero per alcun tempo- dissemi il S. David. È credibile, invece, che nella fugadi Lodovico il Moro, avvenuta nel 1499, Leonardo se ne partisse da Milano. In Firenze ebbe scolaro Jacopo del Pontormo. Lo dovico, di cui io ho ilritratto, effettivamente fuggì da Milano e mandò via i figli in Germania nel 1499: fatto poi prigione del 1500 mori in Francia. Allora Leonardo era tornato a Firenze. (Post ) Si cerchi chi può essere il sig. David, che aveva nome Lodovico, come appare in seguito. (B.) La postilla dell'Anonimo non può essere più confusa: per lo meno pare scritta a spizzici e in tempi diversi. Ifattistanno che il 2 settem bre 1499,il Moro partissi da Milano coi figli. Quanto a Lionardo, secondo l'Amoretti, sarebbesi rimasoqui ancora, benchè perpochi mesi, presso i Melzi a Vaprio, come accennal'anonimo ; e ad ogni modo,nonpare che si trovasse a Firenze prima del 1500. (M.) pag. 570, lin. 5. una santa Anna con un christo In questo mezzo, fece un cartone dentrovi una nostra Donna e (V.) ... Io ho questa testa di ... ? (Post) pag. 573, lin. 24. Andò a Roma col duca Giuliano de Medici nella creazione di papa Leone. (V.) Vedi la vita di Pietro Perugino, dove è detto che Leonardo era andato in Francia vivente Filippino, e Filippino morì del 1505. Qui, invece, entra a Roma sotto Leone X e dipinge a San Onofrio e poi .va in Francia dopo. (Qui il postillatore schizza in margine il prospetto del doppio portico, inferiore e superiore, del convento di S. Onofrio, per dimostrare il punto in cui la pittura si trova, e con un richiamo di lettera vi aggiunge da lato:) A S. Onofrio, in capo del portico su periore, una Madonna col bambino e il ritratto del benefattore di Leo nardo. (Post ) A Roma la pittura di S. Onofrio si dice della scuola di Leo nardo. (B.) L'annotatore ritorna anche qui sulla data in cui Leonardo andò in Francia, di cui fece già argomento di postilla alla vita del Perugino. Quello che vi fu da noi soggiunto, a pag. 431 delprecedente fascicolo, POSTILLE. 107 ci dispensa d'ogni maggiore parola.- Quanto alla pittura di S. Ono frio e alla opinione che correva in Roma al tempo delBossi, quella del nostro non permette dubbiosulla spettanza di essa algrande artista, ma conviene, all'atto istesso, nel riputarla operagiovanile di lui, ancora nel modo di Lorenzo di Credi. Ora, si giunse fino ad assegnargli una data, quella del 1482,prima del suo accorrere a Milano agli stipendj del Moro, e quindi, se ne dedusse unaprima sua andata aRoma, di cui nè il biografo aretino, nè l'Amoretti, nè i recenti commentatori del Vasari toccanomotto,ma chemessa innanzi da alcuni intendenti d'arte, venne poi, al tempo nostro, accolta da non pochi di essi, fra cui dal Mündler, di cui parleremo in seguito. Veduta nelle condizioni attuali cotesta pittura, può, peraltro, lasciar incerti i più sottili intelligenti pei guasti deltempo epei ritocchi dei ristauratori ond'è obliterata. Fra i primi bisogna metter quello della fascia amodo di cintura onde il divino in fante è tenuto dalla Vergine Madre, la quale andò interamente per duta; testimonianza questa, fra le altre,non essere opera dipinta a buon fresco, come non la è neppure ad olio, sembrando piuttosto condotta atempra forte. Ciò per le figure: quanto al fondo esso simula un mosaico messo ad oro. (M.) ag. 574, lin. 15. Dicesi che gli fu allogato un'opera dal papa (Leone X). (V.) Se Leonardo era in Roma nel 1513, in Franciaandò dopo il 1515, e sarà andato sotto Francesco I. Il Vasari non dice cosa alcuna di Leonardo, cioè delle opere di lui in Francia, e par che supponga che poco tempo vi vivesse ; e pure, se è vero ch' egli, come scolaro del Verrocchio e per altro confronto, nascesse al 1460 0 1461 ; fosse aMilano da giovane; da Milano partisse per Firenze nel 1499; da Firenze per Roma nel 1513, e poco si fermasse a Roma, e passasse in Francia, bisogna che ivi stesse lungamente, fino al 1536. (Post) Questa nota è ora annullata dalla verificazione delle date della vita. edella morte di Leonardo. (B.) Nonriportiamo la diceria del postillatore pel valor suo, bensì per mostrare in quali condizioni d'incertezze versassero gli studiosi d'arte del suotempo. Del resto, l'avvertenza del Bossi dice tutto. (M.) pag. 576, lin. 1. Da Leonardo abbiamo la notomia dei cavalli . (V.) Nella libreria Ambrosiana,veggasi il libro del Conte Arconati. (Post ) Noncredo che fra i disegni dell' Ambrosiana vi fossero studj ana tomici di cavalli, eccetto quelli pubblicati dal Gerli. (B.) 108 ARTE ANTICA ED ARTISTI. Non si riconosce tuttora altro libro sull' anatomia del cavallo che quello ripetutamente citato dal Lomazzo, e che tutto induce a credere perduto irremissibilmente fino dai tempi dello stesso Vinci, giacchè il Lomazzo non ne parla come di cosa veduta. Del Gerli (Disegni di Leonardo da Vinci, per Giuseppe Galeazzi. Milano 1784) si hanno cinque tavole, quelle XXXV, XXXVI, XXXVII e XIII-XIV bis, in *cui sicontengono di tali disegni; se non chedei disegni originali non vi si fa speciale parola, cioè dove si trovino: pajono tolti qua e là, ad eccezione dei due bis esistenti nella raccolta De Pagave. (M.) pag. sudd. lin. 4. ... ancora che molto più operasse con le parole che coi fatti ... (V.) (Dal postillatore queste parole sono cancellate; poi soggiunge) Si vede a S. Onofrio in Roma nel claustro dei Padri unabella Madonna sua emolte cose trascurate da questo Vasari. (Post) Di questaMadonna si èdetto abbastanza più sopra: del restante, l'a nonimo ragiona tuttavia fra sè colla prima edizione, trale mani, senza prendersi briga della seconda, davanti alla quale le suemanifestazioni si sarebbero, al certo, non poco modificate. (M.) pag. sudd. in fine. Aggiunge il Lomazzo che alle Grazie, nel refettorio, vi è il ri tratto di Lodovico Sforza. Ma bisogna che questi ritratti lifacesse dopo d'un pezzo, perchè i figlidi Lodovico appena erano nati al tempo del Cenacolo. (Post ) Questi ritratti sono dipinti ad olio sulla crocifissione a fresco del Montorfano: sono ora (1808) molto rovinati e in qualche luogo il co lore è caduto del tutto; ma ciò che rimane non è tale da far credere che siano opera di Leonardo, ad onta di molte autorità e della gra vissima in ispecie del Lomazzo. Io li credo dello stesso Montorfano. (B.) La tradizione che cotaliritratti siano di Leonardo dura tuttavia, nè trovasi intendente d'arte che s'arrischi a smentirla, probabilmente perchè mancano elementi sicuri per farlo, essendo in realtà, come al tempo del Bossi, una completa rovina. Ma, da qui all'attribuirli al Montorfano, il passo ci sembra molto audace. Ildipinto di Giovan Do nato da Montorfano reca la data del 1495 : è vero che i figli dei conjugi Lodovico Maria e Beatrice avevano allora il maggiore, Mas similiano, tre anni; edueil minore, Francesco.Ma,ancor oggi recan doci davanti a questi avanzi non è possibile confonderci circa la loro origine. Prima d'ogni altra cosa,lequattro figure non sonodipinte al POSTILLE. 109 modo medesimo del rimanente: il dipinto del Montorfano è a perfetto buon fresco e nella sua interezza originaria: le figure aggiunte sono evidentemente dipinte con altro sistema; e lo si chiami all'olio, a ver nice, a cera o con mestiche diverse, è certo che lo fucon unmodo im proprio alla pittura murale, perchè guaste e sparute a tal punto da esserne riconoscibile appena la macchia; anzi del maggiore dei figli, Massimiliano, che si trova col padre al lato sinistro dell' osservatore, neppur tanto. Come l'autore del dipinto si sarebbe lasciato andare a mutar maniera, in un punto del suo grande lavoro e in un soggetto così importante, per addottarne poiuna che nonpoteva dargli alcuna guarentigia di durata ? E chi avrebbe potuto osar ciò se non il Vinci stesso, di cui si sa,per fama e per prova, che non soleva affrontare la pittura sopra calce fresca, e si teneva a certi suoiparticolari solventi ? Che più i lineamenti di coteste figure, i loro toni, per quanto rotti e denudati, e perfino lo stesso loro degradamento a scaglie somigliano comenna sol cosa aquelli della pittura del Cenacolo che,quasiamag gior raffronto, loro stadi contro. V'ha forse una differenza, quella di parere ai non accorti lagrande pagina del Vinci meno degradata delle quattro figure; la ragione sta in ciò,che la Cena fu ridipinta, almeno una volta, e più voltepoi ritoccatadi paste di colori. Di ritocchi cre diamo nonimmuni anchequeste figure, ma in grado al certo minore. Ci sembradunquedifficile, come ilBossi ne vorrebbe indurre il sospetto, che nonsianodi Leonardo, e invece dello stesso Donato da Montor fano. Quanto all'epoca in cui furono condotte, ci paiono indubitabili due fatti : il primo che l'affresco era già terminato, perchè la pittura sopraggiuntavi copre non solo la parete lasciatavi, come pare, affatto nuda, ma si estende anche sullo stesso colore frescatovi; ' altro, che il secondogenito di Lodovicoinginocchio presso Beatrice d'Este, è ancora in fascie: ond'è che i ritratti vi furono condotti poco dopo o quasi su bito al terminare della Crocifissione ; quindi o negli ultimi mesi del 1495 o nei primi dell' anno successivo, quando il figliuoletto Francesco toccava i tre anni, all' incirca. (M.) GIORGIONE DA CASTELFRANCO, PITTORE VENEZIANO. pag. 578, lin. 12. .... epiacquegli il suono del liuto mirabilmente ... (V.) Anche Leonardo suono di liuto; Leonardo diede luce a Giorgione. (Post) Lasecondaparte di questa affermazione è troppo discosta dal vero, per riguardarla altrimenti che come unapoco meditata esclamazione. (M.) 110 .... Donna . ARTE ANTICA ED ARTISTI. pag. sudd. lin. 32. lavorò in Venezianel suoprincipio molti quadri di Nostra (V.) Un disegnino di Madonna l'ho, nel libro donato dal N. Vicerè 1684. (Post) Intendi Vicerè di Napoli. (Μ) pag. 581, lin. 3. .... pure (i veneziani) tollerarono il danno e la perdita con lo essere restati loro due eccellenti suoi creati, Sebastiano Vini ziano che fu poifratedel piombo aRoma, e Tiziano da Cador... (V.) Argomentando dal primo al secondo, non può Tiziano essere stato scolaro di Giorgione, perchè Giorgione nacque nel 1477. Solo sette anni dopo di lui, nel 1484, nacque Pordenone; fu concorrente di Ti ziano manonlo arrivò, e Tiziano presto attese alla pittura, e si trova piuttosto che Tiziano dipinse prima le opere alle quali il Pordenone concorreva. Se dunque Pordenone non era posteriore di Giorgione, se nondi anni sette, dunque nè anche Tiziano probabilmente fu più gio vane di Pordenone: dunque nè l' uno nè l'altro potè essere veramente scolaro di Giorgione, bensì uno illustratore dell'altro e tutti e due sco lari dei Bellini. (Post ) Anzitutto, avvertiamo che a questa postilla nulla trova il Bossi a ridire, dove pure gliene veniva il destro,vale a dire, circa la strana con fusione che l'anonimo commette tra SebastianoViniziano, o a dir meglio Sebastiano Luciani, frate del piombo, e Gio-Antonio Licinio, detto il Pordenone. Le date vi sono, sebbene di poco,erronee : il Barbarelli nacque nel 1478, e il Pordenone nel 1483, quindi colla differenza di cinque anni, non di sette come è detto. Il Vecellio, poi, anzichè essere coetaneo del Pordenone, come lo pensa il postillatore, era nato, prima d'entrambi, nel 1477. Si noti pur l'anno di nascita di Sebastiano del Piombo, che fu il 1485, e si vedrà subito che anche il Vasari non è stato più felice nel dar per creato o allievo del Giorgione il Tiziano. I benemeriti commentatori dell'edizione Vasariana del Le Monnier rilevano l'anomalia riguardo a Tiziano; la tacciono quanto a Sebastiano ; il quale di sette anni minore del Giorgione, può e pare essergli stato scolaro; ma, come giusta pel Vecellio, a noi pare più giusta per intero la conclusione: essere stati scolari, non diremo dei Bellini in generale, sebbene di Giovanni Bellini in particolare,morto cinque anni dopo di Giorgione. (M.) POSTILLE. ANTONIO DA CORREGGIO, PITTORE. pag. 582, lin. 27. .... 111 Perchè si giudica che se l'ingegno diAntonio fosse uscito di Lombardia, e venuto a Roma avrebbe fatto miracoli, e dato delle fatiche a molti . . (V.) Il divino Correggio ha fatto miracoli senza venir a Roma, e ha dato fastidio senza riceverne. (Post.) Si vegga Mengs, Ratti e Tiraboschi. (B.) Cheintendadirepropriamente l'annotatore col fastidio dato e non ri cevuto, nonriesce abbastanza chiaro, se nonfosse che fece degl' invidi enon provò i morsi dell'invidia. Un'andata furtiva a Roma del Cor reggio si volle pur affermare e comprovare dauno de' suoi ammiratori: se il documento fu dimostrato falso dal Tiraboschi, non così la cosa. Le parole delBossi, a creder nostronon altro significano che lefonti cui si possono attingere notizie circa il Correggio. Ai nominati egli avrebbe potuto aggiungere il P. Affò e sopratutti il P. Pungileone (Memorie storiche di Antonio Allegri. Parma 1801), ora riassunti nelle recenti pubblicazioni del Martini (Il Correggio : studio. Parma 1871) e del Bigi (Notizie di Antonio Allegri. Modena 1873). (Μ.) pag. 583, lin. 30. .... capegli si leggiadri di colore e con finita pulitezza sfi lati ... (V.) Non è vero che il Correggio sfili i capegli: li fa bensì a filze, come di bambace delicato; il Parmigiano sì li fa sfilati più minuta mente come a fili ricci. (Post) Qui, il postillatore nonsembra avere inteso ilvocabolo sfilati, usato dal Vasari per dinotare la perfezione dell' imitazione. (B.) pag. sudd, in fine. Ecertamente il Correggio ha visto pitture o disegni di Michelangelo, come ildisegno dell'Annunziata che Michelangelo fece al Venusto pei signori Cesi d'Acquasparta, perchè io ho l'Annunziata, quasi mede sima, con altro gusto operata e variato l'Angelo per non esserequello del genio suo grazioso,ecc. Ora, il quadro l'ha il bali Rizzo di Ve nezia. (Post ) Che il Correggio, nato all'incirca vent'anni dopo del Buonarroti, abbia veduto dipinti o disegni di costui, nulla di più probabile; ma che si facesse a studiarne le opere è quello che nulla viene a farcredere.Non èancor provato, del resto, che il Correggio non sia stato a Roma, 112 ARTE ANTICA ED ARTISTI. come si disse, modesto e inavvertito tanto da non esserne rimasta traccia storica. Gli studiosi dell'arte che leggono le opere, se così è permesso d'esprimerci, a preferenza dei libri, non sanno persuadersi del contrario. Citiamo in prima linea quel sommo intendente d'arte che fu il ricordato Mündler, il quale vede nel Correggio troppo stretti vincoli di dipendenza con Melozzo da Forll, un altro artista sovrano, per ribellarsi a cotesto convincimento, convincimento che era pure quello del Mariette nello scorso secolo. Ad ogni modo, del Correggio, intorno al cui maestro si è contestato a lungo senza conclusione, solo si potrebbe dire che, libero da ogni preoccupazione di scuola si lasciò ispirare unicamente dall'aura del tempo suo. (М.) pag. 584, lin. 18. .... finì la vita nell'età sua d'anni XL, o circa. (V.) Il Correggio non morì nel 1532, comedice il Salmi, nè, come dice il sig. Lodovico David, nel 1540, ma bensì nel 1534, come dalla cro naca scoverta nel gennaio 1688, o per dir meglio in novembre o di cembre 1687, in Correggio, daD.Flaminio d'Austriadi Correggio in età d'anni 40 o 42. (Post) Oggi non sono piùpossibili esitanze: la data della sua fine è com provata ai 5 marzo 1534. (M.) pag. 585, lin. 14. Fu in questo tempo medesimo Andrea delGobbo milanese, pit tore e coloritore molto vago ... (V.) Andrea del Gobbo fu prima del Correggio. (Post ) Qui, il Vasari intende parlare di Andrea Solari, fratello di Cristoforo, scultore, detto il Gobbo,al quale ultimo solo il soprannome appartiene. Sarebbe stato desiderabile che il Bossi avesse qui preso laparola su co testo Andrea, tanto più che cominciava al suo tempo ad essere cono sciuto d'alto valorepel dono che allora il Vicerè Beauharnais faceva alla Pinacoteca di Brera d'una tavola di lui, firmata Andreas Mediola nensis 1495, già nella chiesadi San PietroMartire, a Murano. Ma non èquasi dafar le meraviglie delBossi, quandonè il Ticozzi,ventiquattro anni dopo, nel suo dizionario (1832), nè il Siret più tardi ancora (1866) nonhanno saputo trovarvi un posto. Un primo cenno di lui si trova nel l'Enciclopedia dello Zani (1821; vol. 17, parte I, pag. 320), ma non è, quale corre lo stile del libro, che un'arida linea. Ben altro valgono le poche ma giudiziose pagine pubblicate dall'Otto Mündler(1850) in quel l'aureo libretto: Essai d'une analyse critique sur la notice des tableaux italiens au Musée National du Louvre ecc. I dotti commentatori del POSTILLE. 113 l'edizione del Vasari, edita dal Le Monnier (Tomo VII pag. 104. 1851), ne approfittarono per una lunga nota, apiedi di pagina, alla vita del Correggio. Ma il Villot, conservatore del Museo del Louvre ne ap profitto ancor meglio, riformando in molte parti la Guida di quella pinacoteca sulle norme del Mündler, e fra le altre la nota toccante il Solari, riassumendo il detto dal Mündler e da altri, e aggiungendo quanto concerne la presenza d'Andrea in Francia, dal 1507 al 1509, al castello di Gaillon, in servizio del cardinale d'Amboise, per dipin gervi la cappella annessa,gettata poi a terra nel 1793. Ammesso collo Zani, cui nessuno sa contraddire, che Andrea sia nato nel 1458, non fa bisogno di avvertire quanto inesatta sia l'esposizione del Vasari che il Solari fiorisse al tempo del Correggio, poichè questi era ap pena giovinetto quando quello avevavarcato l'epoca migliore de' suoi giorni, o ne toccava fors'anche la fine, sebbene pare vissuto oltre il tempo concessogli dai comuni suoi biografi. Per altro verso, il Solari poteva essere menzionato dal Vasari in nessun luogo meno a spropo sito che nella vita del Correggio, di cui nell'arte sua sembra l'anti tesi. Dove lo avesse voluto, era da aggiungersi agli scolari diLeo nardo insieme al Solari, al Boltraffio e ad altri del medesimo conio, come che ne ritrae i modi ampi, severi,solenni, edàun'idea vera della fi nezza della scuola Leonardesca. Almanco,la ricordanza di lui voleva una linea in appendice alle vite dei Bellini, dovendo egli essere vissuto più anni a Venezia col fratello Cristoforo, e aver frequentato quella scuola portandone la purezza, la compostezza e lo splendido smalto del colorire, fino aparere talvolta nei ritratti un Antonello daMessina. Tutto ciò considerato, Andrea Solari appartiene al XV secolo. (M.) BRAMANTE DA URBINO, ARCHITETTORE. pag. 594, in principio. Leonardo era nato inFirenze nel 1461: in Milano fu circa dal 1475 o 76, sino al 99. In queltempo,Andrea Scoto, maestro di Gaudenzio Ferrari era vivo e contemporaneo di Pietro Perugino,nato nel 1446 e morto nel 1524; perlo che Gaudenzio fuscolaro di tutti e due. (Post) Adontache il postillatore creda Leonardo nato più tardi, lo mette in Milano del 1475, ciò che tanto premeva all'Oltrocchi. Vedi Amo retti. (B.) Non si ravvisa ben chiaro il motivo di questa postilla a proposito della vita di Bramante, se non sia stato per fermarvi a suo confronto, alcuno de' punti allora più controversi della storia dell'arte in Lombar dia, cioè, l'epoca della venuta di Leonardo, e i maestri di Gaudenzio. Quanto sopra si notò riguardo al Vinci dispensa dal dire che le date Arch. Stor. Lomb. An. III. 8 114 ARTE ANTICA ED ARTISTI. addotte sono errate, e vogliono essere supplite da quelle del 1452 per la nascita, e del 1484, o in quel torno, per la venuta in Milano, come ci facemmo a dimostrare in altro scritto. 3 Dal canto suo ilBossi allude agli studi di Baldassare Oltrocchi, antecessore all'Ambrosiana del l'Amoretti, che a suo dire, 4 « cercava argomento per anticipare quanto poteva la venuta del Vinci a Milano. » (M.) pag. 595, lin. 12. Costui nacque in castello Durante, nello stato di Urbino... (V.) Non in castel Durante, ma in Ca' Bramante, villa fuori d'Urbino. (Post). Si potrebbe dare che questo nome di Ca' Bramante fosse posteriore di tempo, e ne fosse cagione d'essere stata la casa dell'architetto. (B.) Ecco una nuova versione dell'origine di questo appellativo di Bra mante datogli, volta a volta, a prenome, a cognome, e a soprannome, confusione non meno inestricabile di quella in cui s'impiglia il suo luogo di nascimento. Crediamo però questa versione dell'anonimo non meno destituita di fondamento d'altre parecchie. Coll'appellazione del Vasari che lo chiama Bramante da Urbino el'altra del suo scolaro, il Cesariano, che lo dice Donato da Urbino, ci pare si trovi quella com binazione che arriva al vero suo nome di Donato Bramante da Urbino, che è la denominazione cui giunse il Pungileoni, e che ci sembra inal terabile anche senza l'interposizione di solidi e precisi documenti. (M.) pag. 595, lin. 28. ... si trasferì a Milano per vedere il Duomo. (V.). Dove dipinsedi granmaniera bensì, ma tagliente suicontorni (Post). Ignoriamo dove il postillatore abbia potuto raccogliere cosiffatta notizia, per nulla giusticabile nemmeno con ragioni induttive, qualunque sia la data della venuta del Bramante a Milano. Pare ormai certo che si occupasse intorno alla fabbrica del Duomo, ma nessuna testimo nianza officiale si ha del quando e del come. (M.) pag. 596, lin. 12. .. laonde partitosi da Milano ... (V.) Dopo avere operate molte cose in Milano, a S. Ambrogio, a S. Sa tiro, ecc. (Post ) •Idisegni della Cena di Leonardo da Vinci, a Weimar. l'Arte in Italia gennaio; e febbraio 1871. Torino ; nel periodico 4AMORETTI. Memorie storiche sulla vita, gli studi e le opere di Leonardo da Vinci. Milano, 1804. Edizione dei Classici italiani, pag.29. POSTILLE. 115 Il Vasari, qui, tace la vita di Bramante in Milano, come va detta, perchè non vi stette di passaggio, ma fu architetto del cardinale Asca nio Sforza che fondò S.Ambrogio grande nel 1495, eparti per la ca duta de' suoi padroni, come fece Leonardo. (Post ) Certo, il Vasari è in grave colpa di negligenza per avere taciuto quanto operò il Bramante in Milano e nella Lombardia, durante i vent'anni, secondo alcuni, i ventiquattro, secondo altri, fra cui il De Pagave, durante i quali qui si rimase. Anche il Bossi non è esente da nota, avendo lasciato trascorrere queste postille senza aggiungere verbo, mentr' egli poteva almanco segnare le opinioni che correvano al principio del secolo, a meno che egli non accettasse senza riserva quelle che lo stesso De Pagave aggiungeva ad appendice delle Vite del Vasari, pubblicate colla edizione dei Classici Italiani (Tomo VII, pag. 231, Milano, 1809), cui il Bossi istesso aveva mano e nella quale inchiuse in gran parte le note del postillatore, e queste sue osserva zioni. Più esplicitamente,ma non per questo conmaggior fondamento di ragione, vi si accostarono i nuovi commentatori dell' edizione Vasariana del LeMonnier (Tomo VII, pag. 124-149. Firenze, 1857), imperocchè quelle notizie meritavano un' attenta revisione, essendo non poche e non piccole le incertezze che vi hanno e che sussistono tuttora circa le opere autentiche di lui, o almeno credibili per tali. Tanto qui basti, chè il trattarne uscirebbe troppo dai confini dei presenti ap punti. (M.) pag. sudd. lin. 15. .... porta Santa; ... gli fu dato di dipingere a s. Giovanni Laterano, sulla (V.) Questa pittura nel fare il portico nuovo fu buttata a terra; me lo disse il Borromino che, al suo tempo, vi era restata una sola testa e trasportata in capo del portico. Anche nel portico di S. Paolo vi è una Madonna col putto fra S. Pietro e S. Paolo di esso Bra mante. (Post.) Di talipitture non si hapiù memoria a Roma : almeno i libri e le guide d'arte della città non ne fanno motto. È probabile però che la seconda citata, quella nel portico di S. Paolo, sia perita nell'incendio del 1823. (M.) •Gli studi del De Pagave vennero recentemente pubblicati e commentati dal dot tore C. C. (Carlo Casati) sotto il titolo : I capi d'arte di Bramante da Urbino nel Mi lanese. Memorie storiche-artistiche. Milano, Società Cooperativa, 1870. 116 ARTE ANTICA ED ARTISTI. pag. 598, lin. 15. Fece fare in Borgo il palazzo che fu di Raffaello da Urbino, lavorato di mattoni e digetto con casse le colonne. Il palazzetto di Raffaello fu demolito. (Post ) Di qui scorgesi quanto siano in errore coloro che ancora credono che esista e lo mostrano in Roma. (B.) Lamedesima cosa dell'annotatore riferisce Monsignor Bottari. (M.) pag.600, in fine della vita. Fu pittore (Bramante) e in Milano dipinse molto. Non sidice qui essere stato maestro di Michelangelo, sicchè la fama nè sarà falsa. Ecosì credo, perchè non era Bramante di gran che più vecchio di Mi chelangelo, nè a lui affezionato. (Post.) Al silenzio del Bossi vorremmo poter noi supplire, ma, invero, non sapremmo arrivare che a conclusioni negative. Che Donato abbia co minciata la sua carriera artistica colla pittura nulla di più probabile e plausibile della versione Vasariana; ma che a Milano abbia egli lasciate molte delle sue opere di pittura, è quanto manca d'ogni fonda mento. Nei decorsi anni si disputo non poco per arrivare alla cono scenza di alcune di esse. Quella unica che, per un momento, parve tale da potersi concedere all'Urbinate fu la tavola in S. Sebastiano, rappresentante il suo martirio; ma più attente osservazioni condussero a riconoscerla per opera della vecchia scuola milanese,e molto proba bilmente del Bramantino, il Suardi, nel periodo della prima sua ma niera. Del resto,non è il caso di meravigliare di queste incertezze, attesa la confusione prodotta, e non da oggi soltanto , dall' erronea credenza di due Bramanti e di più Bramantini. (M.) (Continua) ANCORA DELLA PORTA DEGLI STANGA A CREMONA. Il Bollettino della Consulta'Archeologica, in appendice all'ul timo fascicolo dell' Archivio, dava a cotesto insigne monumento d'arte, che aveva varcato imonti, un addio che ai nostri lettori sarà certamente sembrato doloroso; e lo era infatti. I giornali di Francia vi rispondevano, quasi contemporaneamente, intonandogli LA PORTA DEGLI STANGA A CREMONA. 117 il benvenuto; e con tanta maggiore contentezza d'animo che, ap punto in quei momenti, il possesso ne era assicurato alla Fran cia. Cotesta porta stava, infatti, per essere collocata nelle sale del Louvre, dove sono raccolti i cimeli migliori del rinascimento italiano, e dove, fra gli altri, giganteggiano gli schiavi di Mi chelangelo. Ma, per quanto le parole del Bollettino siansi date a studio di conservare la memoria, non solo del carattere e del significato di quella complicata opera scultoria, ma pur anche del suo aspetto lineare e plastico, mediante un'accurata descrizione delle parti che la compongono, l'editore pel primo ha sentito che nessuna espressione verbale poteva riescire a tanto quanto,per simili casi, basta invece il più semplice accoppiamentodi segni grafici. Ond'è ch'egli, a ciò riflettendo, non volle che sotto cotesto riguardo ri manesse nei lettori dell'Archivio desiderio alcuno. E qui ne dà prova, aggiungendo alvolume una fotografiadel monumento, come quella, che fra i modi di manifestazione grafica degli oggetti, non soffre eccezioni sull'entità e sul valore dell'oggetto riprodotto ; al che questa immagine aggiunge il merito d'essere stata tolta dal vero, quando la porta era ancora inposto,prima forse che si du bitasse della sorte cui era destinata. Del resto, a chi scrive nulla occorre di aggiungere sulla con sistenza sua dopo quanto espose nel Bollettino; anzi gli è grato di riguardare la presente testimonianza quale una riprova offerta per confermare la verità delle cose dette. Non fa, poi, bisogno di dire che sul valore artistico della porta l'accordo è assoluto di qui e di là dell'Alpi: è un capolavoro del l'arte lombarda nella scultura decorativa che noi abbiamo per duto, come lo è per coloro che lo hanno acquistato. Ma il dissenso, o meglio, le dubbiezze nascono laddove si co mincia a trattare del nome dell'autore. Chi si è fatto campione di cotesti dubbi in Francia è il sig. Barbetde Jouy, nella Ga zette des beaux-arts, del 1° febbrajo. Tutti lo sanno anche franoi, enon abbiamo ommessodal canto nostro di farcene l'eco fedele: il nome di Bramante Sacca, cui si attribuisce il lavoro della porta, non ha in suo favore che la te stimonianza sola della tradizione, e questa tradizione non prende origine che da affermazioni o da memorie non documentate del se 118 ARTE ANTICA ED ARTISTI. colo XVII, oltre un secolo dopo dell'opera. Dippiù, se non sa pevasi con certezza, come oggi si può asserirlo, si dubitava già for temente che l'arca dei martiri Marcellino e Pietro, da più d'un secolo trasportata nella cripta della chiesa cattedrale, non era un lavoro di sua mano,come si proclamavageneralmente, ma discal pellononmeno abile ma diverso. Noi comprendiamo, d'altra parte, gli scrupoli e le titubanze che debbono assalire il Conservatore d'un Museo, come lo è il Barbet di quello del Louvre, davanti a cosiffatta condizione di cose, le quali sono tali da non permet tergli di accettare, e tanto meno di affermare officialmente un nome senza testimonianza di un'assoluta irrefragabilità. Ora, se questo è il caso per cui non si possa apporre allaporta ricisamente il nome del Sacca, non è neppur quello per cui lo si possa escludere senza remissione. Devesi credere che in questo con venga anche il Conservatore del Louvre, perchè mentre si studia, molto ingegnosamente, di detronizzare il Sacca, ne lascia poi vuoto il posto, e libero quindi il campo ai pretendenti. Speriamo di non essere tacciati di temerità se non giungiamo fino ailimiti, cui è corso quell' egregio uomo. Noi portiamo opinione, per quella poca pratica che ci è toccato di fare nelle cose d'arte italiana, che non si vuol essere troppo corrivi alla demolizione dei nomi d'artisti, in qualsiasi modo venutici dalla tradizione, quando non si hanno elementi ben accertati per operarvi una sostituzione che sia luceinmezzo alle tenebre, eper cui ildubbio cedail passo alla certezza. I nomi tradizionali in Italia, come questo, giova ri guardarli non come un fatto irrecusabile, ma come una nebulosa verso cui dirigere le ricerche, la quale solo il tempo riesce a risol vere, avvegnachè troppo spesso si è finito ad averli confermati, quandomeno si attendeva, per nonfarsi un obbligo, anche qui, del procedere a rilento. Lasciamo, adunque, l' incognita al Louvre: dal canto nostro, ammettiamo ben volentieri che il Benedetto Briosco, artista a noi ben noto, sia l'operatore dell'arca soprannominata,data finora al Sacca: è una conferma questa dei dubbi già esistenti in virtù di documenti recentemente venuti in luce: ma non possiamo am mettere del pari contro il Sacca l'affermazione del Grasselli circa le statue della facciata della Cattedrale, non di lui, soltanto per chè pagate ad un Giovanni Pietro Raude, perciocchè, infine poi, LA PORTA DEGLI STANGA A CREMONA. 119 se vale la testimonianza contraria del Grasselli per le statue, ne deve pur valere la favorevole per la porta, alla quale egli, senza esitanza, attribuisce il nome dello Sacca. Non si dimentichi, per ultimo, che una famigliadei Sacca, anzi diverse famiglie artistiche, vivevano a Cremona, al principio del secolo XVI, per testimonianza d'uno scrittore quasi contempo raneo, qual'è il Campi, cosa che il Barbet riconosce ed ammette; esi comprenderà facilmente che il titolo decisivo per scalzare la tradizione non sussiste: vi sussistono, invece, meglio indizj e av vertenze tali da farci pensare allo Sacca,se non come ad un corpo, ma all'ombra d'un corpo di cui la storia, ingiusta come spesso ne' suoi procedimenti, ha cancellato il nome dalle pagine de' suoi manoscritti, reputandolo, forse, più del bisogno improntato a per petuità inquella di cotesto insigne monumento. G. M. ANCORA DI CESARE CESARIANO. Dall'opera del Cesariano sopra Vitruvio, di cui parlammo a pag. 435 della seconda annata, raccogliamo che venne agli archi tettonici servizi del duca Massimiliano, fu dimesso dal popolo, poi ritornò alla obsidione dell'arce di Giove per la novariense vittoria. Ciò fu nel 1512, e stette là rinchiuso fin all'8 ottobre 1515, in cui il castello fu reso. Il Cesariano aveva acquistato rinomanza come ingegnere mili tare, onde Carlo V gli commise di fortificare il castello verso il borgo degli Ortolani, ove costrusse un'opera a tenaglia, che fu delle prime di tal genere, cioè di due lati ad angolo rientrante, opera che lasciò il suo nome a una delle porte di Milano, dalla quale si cominciò la mura nuova attorno alla città; onde nella lapide postavi, oltre il nome di Lodovico Barbiano di Belgiojosa governatore e castellano, vi è detto che CAESAR CAESARIANVS ARCHITETVS MEDIOLANENSIS FECIT. Il dottore Casati che, nelle Vicende edilizie del Castello di Milano, ci dàquestanotizia, soggiunge che morì il 1546 di 60 anni nell'ospe dale del Broglio. Abbiamo fiducia di produrre intorno a lui una compiuta notizia: intanto crediamo bene riferire la patente del 1528 di Antonio De Leyva, con cui fu fatto architetto di S. M. 120 ARTE ANTICA ED ARTISTI- CESARE CESARIANO. Officium architecturae Caesaris Caesariani. Antonius etc. Cum mature consyderaverimus fidem maximam, ingentiaque benemerita nobilis viri Caesaris Caesariani erga ma jestatem Caesaream, dumque conspexerimus eius mores optimos, scientiam, experientiam et rerum usum in architectura, literarum que facundia, quorummulta in serviciis maiestatis Caesareae, eius que subditorum, tam tempore belli et in exercitubus Caesareis et civitatibus, terris et locis Maiestati Suae subiectis, quam tem pore pacis documenta memoratu digna efudit, dignum censuimus suffragio nostro benigne amplecti, ut is ceterique boni viri ad servitia Caesareae Maiestatis promptiores reddantur ac publicae et privatae utilitati consulatur. Nec nos latet quae in architectura opera insignia ediderit ad omnes instruendos nedum in concer nentibus publicum et privatum comodum, sed etiam quae conve niant in propugnaculis Status et conservatione exercituum ac mi litum instructione ad bellum. Quare, tenore praesentium, eundem Caesarem Caesarianum ab hodierna die in antea usque ad Maje statis Caesareae nostrumque beneplacitum, Architectum prefatae Majestatis Caesareae exercitus cameraeque facimus, creamus et constituimus et deputamus cum auctoritate et potestate in con cernentibus ipsum offitium et interesse Majestatis Caesareae, eius que Camerae ordinariae et extraordinariae, exercitusque interes sendi, et cum salario, honoribus, oneribus, gratiis, privilegiis, praeheminentiis, praerogativis, commoditatibus, emolumentis et utilitatibus quibuscunque huiusmodi officio legiptime pertinentibus et spectantibus, et per alios hactenus licite haberi et percipi soli tis. Mandantes Reverendis et Magnificis Dominis Magnifico Cancel lario, Presidi Senatus, Senatoribus, Magistratibus utriusque Came rae, Collaterali Generali, Thexaurario Generali, et quibuscunque aliis quibus spectaverit, quatenus eundem Caesarem Architectum ad possessionem dicti officii ponant et inducant et manuteneant, ac de salariis et emolumentis congruis debitis temporibus respon deant et responderi faciant; ac in cunctis eius officium concer nentibus eidem omni favore opportuno assistant. In quorum fi dem, etc. Datum Mediolani 23 ianuarii 1528. Subscriptum. etc. Signatum Gub " C. C. NOTIZIE. IDEE E PARLATE POPOLARI. Ripetutamente discorremmo delle raccolte di fiabe popolari, e di quella amplissima fatta dal Pitrè. In Inghilterra principalmente è coltivato questo genere di letteratura, ed oltre lepubblicazioni della signora R. H. Busk, di cui più volte abbiamo parlato, altri coltivarono quella che colà si chiama Comparative Mythology. Cercaessa come mai si somiglino iraccontidi diversissimi paesi, enesegna le trasformazioni e le evoluzioni che ebbero passando dall'Occidente all'Oriente, dal Settentrione al Mezzodi, dalla reggia alla capanna, dal convento al mercato, dal teatro alla caserma, vestendosi secondo itempi e i paesi, annestando una storiella entro un'altra, attaccando uno ad un altro frammento, sulla mandòla del Trovatore o nella cantilena del ciocciaro di Piazza Montanara. Gastone Paris, francese, spiega un mar d'erudizione sulle ori gini del Petit Poucet, detto dagli Inglesi Tom Thumb o Stop o' my Thumb. Si sa quante ne mise fuori il De Gubernatis nella Zoological Mythology. Il signor Loys Brueyére, in un volume di racconti della Gran Bretagna, sostiene come la più parte delle fiabe correnti in In ghilterra, in Iscozia, in Irlanda si trovino fra i volghi d'Italia, di Spagna, di Grecia, di Germania, di Russia: popolazioni tutte de rivate da quella che antichissimamente accampava nelle alture dellaBatriana, donde portarono seco le tradizioni popolari. Quelli però non erano racconti fanciulleschi, ma miti simbolici, sicchè, 122 NOTIZIE. p. e., nella Cenerentola sia rappresentato il riposo della natura all'inverno e il suo svegliarsi in primavera. L'insigne orientalista Teodoro Benfey di Gottinga ha dimostrato che tutte provengono dall' India, e di là si propagarono pei Per siani, poi pei Maomettani e pei Buddisti, trasformandosi così le primitive tradizioni e scomponendosi i miti, che ora la fantasia, sprovvista di scienza e di buon senso, pretende ritrovare. Èperò a notarsi che tali favole sono comuni anche a popoli di razza diversa dall'Ariana, come gli Ungaresi, i Finlandesi, e in Asia gli Arabi e i Mongoli, anzi fino i Cinesi e Giapponesi. Passarono esse dunque senza la migrazione delle persone, il che avviene anche al presente. Il compianto Bleet, infaticabile linguista, aveva raccolto in 7000 pagine le tradizioni dei Bushman dell'Africa più meridio nale; e le stampò al Capo di Buona Speranza, mentre altri pub blicava quelle degli Eschimesi dell'estremo Settentrione. Appartiene al genere stesso, e va segnalato fra i lavori pare miografici lo Sprichwörter der germanischen und romanischen Sprachen, fatto dai signori Ida di Düringsfeld e Ottone barone di Reinsberg Düringsfeld (due grossi volumi, Lipsia, 1872 e 1875). Sotto denominazioni alfabetiche (non sempre esatte, come av viene nei vocabolarj) collocano un proverbio, cominciando dal vecchio tedesco, poi ne' varj dialetti germanici, e nelle lingue af fini, inglese, danese, irlandese, norvegiana; passando poi al latino ealle lingue neolatine fin al limosino, al valacco e al romancio. Si sa che Erasmo nel 1515 stampava a Parigi Adagiorum Col lectanea, cui seguirono G. Meurier, l'abate D'Humière, il Delanoue, i nostri Varrini (Venezia 1688) e Morosini (Venezia 1608), e dietro aloro una quantità fino ai viventi. Di tutti vollero profittare i signori Düringsfeld, e fa spavento il pensare alla fatica che do vette costare il raccogliere, foss'anche dai soli dizionarj, tanta mole di voci e di maniere. Che dir poi del classificarle? E tanto più se si ricordi che non danno solo proverbj della lingua madre, ma di ciascun dialetto. Per esempio dell'italiano, oltre il toscano, si avrà il veneziano, il bergamasco, il romagnuolo, il milanese, ecc., e qui pure l'antico e il moderno. Sarebbe desiderabile che fossero disposti con qualche criterio NOTIZIE. 123 filologico, per esempio, secondo lo sviluppo de' varj dialetti, o il loró scostarsi più o meno della forma primitiva. Ma era ciò con ciliabile colla distribuzione alfabetica? Piuttosto diremmo superfluo l'infilare, secondo i varj dialetti, proverbj che sono identici,salvo le varietà di pronunzia. Per esem pio: zrés scires Le disgrazie soncome le ciliege- I desgrazi j'en emé il El disgrazi hin comm el zres-- I desgrazis somejen ai Le desgrassie a son com le cerese come le sariese. Le disgrazie xe Altre volte invece sono le diverse espressioni delmedesimo con cetto. Per esempio: " Le disgrazie le xe infilà come le avemarie Le disgrazie le se corre drio La crose no la xe una se no le xe tre- Spesso in un fodero rotto si ripone un coltello di fino acciajo Spesso sott'abito vile s'asconde un cor gentile--Spesso, sotto rozze fronde dolce frutto si asconde piombo si trovano vene d'oro-- Sotto La virtù non sta in tel sajo-Spesso in un panno vile è chiuso un cor gentile ; che tutti ripetono il tedesco: Es ward wohl schon eher eine üble Scheide gefunden, darin ein guter Degen steckte, e in latino: Sæpe sub sordido pallio sapientia latet. " Così l'altro: Salb' den Schelm, so stricht er dich. Stich den Schelm, so salbt er dich; che il francese dice: Oignez vilain il vous poindre, poignez vilain il vous oindras, fa in italiano: " Il villan punge chi l'unge, e unge chi lo punge eti vuol male, fagli male e ti vuol bene-- Faben al villan Chi fa servizio al villan si sputa in man- Punge il villan chi l'unge, unge chi l punge Fate del bene al villano dirà che gli fate del male Batti il villano e saratti amico onz, e l'onz se i le sponz El vilan el sponz se i le El vilan onze chi lo ponze e ponze chi lo onze- Deghe de magnar a on vilan e po l ve magnerà idei" Vero è che questa, che a noi pare sovrabbondanza, sarà forse utilissima agli indagatori della moderna filologia. Sono 765 i proverbj, poi vi segue un'ampia aggiunta, ma certo ogni lettore attento potrà farvene nella propria lingna. Se poi toccasse al libro la fortuna di un'altra edizione, consiglieremmo ai nobili autori di far un diligente spoglio del Dizionario della Crusca, che ne somministrerebbe loro ampia messe, oltre i voca bolarj di dialetti, moltiplicatisi in questi anni. 1 124 NOTIZIE. Iconjugi autori son notiinGermania anche perlavoridi imma ginazione, nè gli Italiani devono dimenticare le simpatie da essi mostrate al paese nostro e specialmente a Venezia. Ma nel punto che qui principalmente ci trattiene, vanno ricordati di essi, Il Proverbio come cosmopolitico; La donna nel proverbio; Il tempo, il fanciullo nel proverbio. Son tutti studj importanti alla lingua, considerata come un fatto in diretta relazione col pensiero e coll'anima dei popoli. Collochiamo sottola stessa classe Iparlari italiani in Certaldo, magnifica edizione procurata dal cav. Giovanni Papanti, in oc casione del V centenario di G. Boccaccio. Altre volte il Salviati, per mostrare la superiorità della lingua fiorentina su tutte l'altre ( d'Italia, tradusse una novella del Boccaccio in varj dialetti. Ma è troppo dubbio che tali versioni non fossero abbastanza accu rate, nè siansi riprodotte con diligenza: certo sono lontane dagli idiomi moderni. Oltre riprodurne que' testi, il Papanti curò che la novella stessa fosse voltata in ciascun volgareda persone com petenti; e non solo ne' dialetti principali, ma ne' subalterni, e tutto accompagnato di schiarimenti, di paragoni,di commenti, se condo il genio de' traduttori. In ciò v'è certamente sovrabbon danza: e, per esempio, del milanese si dà il testo del Salviati, vi segue un lungo commento, poi la versione nell'idioma moderno fatta dal Fornari; ciò nella prima parte: nella seconda viene una versione del Cantù, un'altra del Picozzi, e a fianco altre ne' par lari di Busto, Codogno, Gallarate, Lodi, Monza. Son niente meno di 700 queste versioni, nei dialetti del regno d'Italia, poi in quelli delle popolazioni non ancora unite, infine ne' linguaggi stranieri parlati in Italia, come il tedesco, lo slavo, l'albanese, l'arabo, il grecanico; oltre alcune di Savoja, proven zale, rumena, ecc. È benda aspettarsi che in questi saggi abbia avuto granparte l'indole degli autori stessi, e il differente modo con cui intesero l'uffizio ad essi affidato; alcuno cercando la massima fedeltà al testo, altri librandosi francamente alla equivalenza, come, per esempio, in quel di Monza. Ma il raccoglitore benmeritò nell'of frire questo specchio dei tanti idiomi italiani, e preparar così un bel campo agli odierni filologi. NOTIZIE. 125 All'occasione stessa il signor Attilio Hortis, bibliotecario di Trieste, pubblicò un'ambasciata di Giovanni Boccaccio ad Avi gnone nel 1365, per ottenere che Pileo da Prata fosse eletto pa triarca di Aquileja. In tale occasione l'Hortis offre molte notizie e documenti, principalmente riguardanti l'Istria e il Friuli; questo singolare paese, che alcuni separano dalla etnografia italiana, e dove, sotto l'alto dominio dei patriarchi d'Aquileja (esteso sul l'Istria, la Carintia, la Carniola, la Stiria e fin ad avere la rendita di200,000 zecchini) fiori una feudalità singolare, alla quale erano legati anche gli arciduchi d'Austria, e si ebbero i primi esempj di rappresentanza parlamentare e di giurati (astanti), persone po polari al cuigiudizio doveano conformarsi i giudici del patriarca. In quell'occasione al papa, se ritornasse da Avignone in Italia, si offrivano " cinquecento barbute con la bandiera del Comune di Firenze a fedelissima scorta, e cinque galee ben munite Stu " penda offerta d'un solo Comune! Waitz, il migliore fra i tedeschi che si occupano del medioevo germanico, aGottinga presiede al seminario storico, ove spinge i giovani astudiare le fonti,e ne derivarono eccellenti monografie. Si favorisce così sempre meglio il movimento eccitato dai Monu menta Germanica del Pertz, e viepiù sarebbe dallaAccademia per la storia di Germania, che Ranke avea proposta. Può dirsi che colà ogni paese abbia la sua rivista storica o storia particolare, e pubblicazioni di carte. Giesebrecht si pose a capo della Geschichte der Europäischen Staaten, cominciata dall'editore Francesco Antonio Perthes sotto ladirezione di Heeren e Uckert. J. R. Green diede A Short History of Englisch People, che è un grazioso compendio delle vicende inglesi non solo, ma della letteratura, delle arti, dei costumi, delle istituzioni; senza di cui noi non crediamo possa più farsi la storia. Malgrado molte ine sattezze, che in edizione successiva potranno essere eliminate, il libro fu graditissimo. Un'altra buona storia dell'Inghilterra è pubblicata dalla si gnora Thomson, eforma parte d'una collezione di storie de' varj 126 NOTIZIE. paesi, di cui ciascuno in un volume e costa uno scellino. Ecco un lavoro che andrebbe così bene al nostro paese, e di cui un saggio può considerarsi la Storia d'Italia narrata al popolo dal Romussi nella Biblioteca del popolo del Sonzogno, di cui ogni vo lumetto costa 15 centesimi. Perchè non si farebbe a quel modo la storia di tutte le città italiane? Si sa che il Governo francese istitui una società a Roma, dove siano inviati giovani studiosi delle belle arti e dell'alta filologia, oltrechè vi passeranno un anno quelli destinati alla scuola d'Ate ne. Fra i lavori che quegli alunni mandarono al loro Governo notammo una notizia sul manoscritto del Salimbene, per Clédat; i mosaici italiani anteriori al IX secolo; documenti inediti o rari sugli artisti francesi che lavorarono in Italia, per Müntz. È una delle più preziose pubblicazioni la Revue des questions historiques, che fin dal 1866 si pubblica aParigi. Ma poichè quella " fu fondata non per le ricerche scientifiche e disinteressate, ma per difesa di certe idee politiche e religiose, accettate da tutti i collaboratori " , si stimò opportuno istituire la Revue histori que, diretta dai signori G. Monod e G. Faguiez, che pretende restar indipendente da qualunque opinione politica e religiosa pensando che " la storia possa essere studiata in sè stessa e senza preoccuparsi delle conclusioni che si possono trarre pro o contro di questa o quella credenza " " ", Nel primo fascicolo, dopo un'introduzione sui progressi delle scienze storiche in Francia, viene una dissertazione del Duruy Sul regime municipale dell'impero romano; seguonostudj critici di Thu rot Sugli storici della prima crociata; Granvelle a Besanzone di Castan; Relazioni di Saint-Simon coll'abate Dubois, di Chéruel; La missione di Custine a Brunswick nel 1792, di Alberto Sorel; Le undici regioni d'Augusto, per Ernesto Desjardins; La distru zione di Magdebourg, per Rod. Reuss; Una Memoria inedita di Richelieu; Una conversazione di Napoleone I con Sismondi, che il Villari desunse dai manoscritti di questo, esistenti a Pescia; infine un bollettino storico. Quest'indice basta a mostrare di che natura sia il giornale e quali i collaboratori. NOTIZIE. 127 ANapoli si è costituita una società storica, e noi salutiamo questa sorella, a favor della quale, oltre un sussidio della città e della provincia, il ministero assicurò lire 2000 l'anno. Anche gli atti della Società ligure di storia patria si stampano, ora tutti, ora in parte, a spese della provincia, e perciò ne por tano in fronte lo stemma. Beno de' Gozzadini è nome celebre nelle storie nostre per be nefizj e per ingratitudine seguitagliene quand'era podestà di Mi lano: anche il nostro giornale ne parlò, e gli fu dedicata una delle vie di Milano, e una statua nella Galleria. Ora a Bologna, da un illustre rampollo di quella famiglia, fu pubblicato l'albero ge nealogico dei Gozzadini, e non vi appare questo Beno o Benno: e credono s'abbia a dire Benno o Beno da Gozzano, che è nella montagna bolognese. Ecco una celebrità scomparsa. Ed. Heis, professore d'astronomia a Münster tolse a dimostrare che il ricantato motto di Galileo all' Inquisizione: Eppur si muove, non fu mai conosciuto da nessuno storico, prima che venisse pro dotto in un dizionario storico pubblicato a Caen nel 1789 (Das Unhistorische des dem Galilei in dem Mund gelegten E PUR SI MUOVE, Münster 1868). Altrettanto sostenne Ph. Gilbert in ar ticoli sul processo di Galileo, nella Revue Catholique 1869, II se mestre. Il gran pregio in cui sono tenute in Germania e in Inghil terra le opere araldiche e genealogiche prova che non c'è sol tanto l'applicazione di quello spiritoso apoftegma, Chez nous tout le monde est démocrate, personne ne veut être du peuple. E di fatto la storia de' popoli si compone in gran parte della storia delle famiglie. Il conte Berardo Candido Gonzaga pubblica a Napoli Memorie delle famiglie nobili delle provincie meridionali d'Italia, ove si lagna che i genealogisti toscani, lombardi, piemontesi non tengano ba stante conto di quelle: ne vede alcuna derivata fin dai Romani, altre dai Greci o dai Goti, ma le storiche cominciano dai Longo bardi e daiNormanni, e tanta importanza ebbe quella nobiltà, 128 NOTIZIE. che i re s'imparentavano con essa, e l'avevano compagna nel fare le leggi. Egli ne dà il catalogo alfabetico, di ciascuna riferendo l'origine, gli uomini illustri, la condizione presente. Volle poi premettervi nozioni importanti dei feudi, dei cognomi, dei titoli, delle insegne ed armi e un copioso dizionario araldico per l'intelligenza dei co lori, degli smalti e degli altri elementi degli stemmi. Ciò vera mente apparterrebbe piuttosto a un'opera elementare, che non ad una storia di famiglie. Questoprimo volume arriva aiFilangeri, e fadesiderareil seguito. Della stessa natura con più vaste proporzioni sono Le famiglie notabili milanesi, delle quali, per potere più completamente par lare, attenderemo una più avanzata pubblicazione. Intanto an nunziamo che il primo fascicolo comprende le famiglie Manzoni, Giulini, Clerici, Bertini, Taverna. Seguono nel secondo lafamiglia Labus, elaborata dal cav. Muoni, notissimo per simili lavori; e le famiglie Visconti-Venosta e Barbiano-Belgiojoso. C. C. Il marchese Alberto Rusconi di Bologna, autore di una re cente illustrazione genealogica della propria antica e storica prosapia, invia ad un nostro socio un ricordo sull'Accademia araldica-genealogica italiana, residente in Pisa, la quale ha per organo de' suoi lavori e delle sue deliberazioni il Giornale aral dico-genealogico-diplomatico che si pubblica in quella città. Que sta Accademia che ora entra nel suo quarto anno di vita, conta già più di quattrocento socj, scelti fra i più ragguardevoli scien ziati, letterati, militari e rappresentanti delle principali famiglie italiane. Ci si dice come essa nonsi proponga di resuscitare l'ari stocrazia nè di rimettere in uso ciò che i mutati tempi relega rono nei musei e negli archivj, bensì di dare un maggiore im pulso alle ricerche storiche, estendendo le sue indagini minute e circostanziate a quelle fonti ausiliarie della storia, che sono l'a raldica, la genealogia, la diplomatica, la sfragistica, lanumisma tica. Parrebbe a prima giunta, osserva lo scrivente Rusconi, che i tempi volgessero avversi a tale instituzione, pure il fatto prova il contrario. Mentre in Sicilia i baroni Palizzolo e Galuppi pren devano ad illustrare quelle nobili famiglie, e aNapoli un Candido NOTIZIE. 129 Gonzaga pubblicava un'opera intorno alla nobiltà di quell'antico regno, a Milano sicostituiva la Società per l'edizione della storia delle famiglie nobili, a Torino veniva in luce l'Armista di quegli antichi Stati, e si continua tuttora la pubblicazione dell' opera monumentale dell'esimio Pompeo Litta. La nuova Società Aral dica di Pisa trovasi in relazione con altre analoghe d'Austria, di Prussia e di Francia: essa si prefigge di mettere quasi a contatto fra loro i coltivatori di tali studj (i quali, sebbene qua e là di spersi, pure sono molti) e giovarli con mutue relazioni, e susci tare nobili gare, tenendoli periodicamente edotti di quanto in tale argomento si fa in Italia e fuori. Il giornale poi da essa promosso e sorretto, apre largo campo alle elucubrazioni dei socj. Della Società fanno parte, a quanto ci si annuncia, egregi eru diti, come il Passerini addetto alla Consulta Araldica dello Stato, il Pallastrelli, presidente della deputazione parmense agli studj di storia patria, i rappresentanti di molte delle più insigni fa miglie italiane, Mocenigo, Pisani, Contarini, Douglas-Scotti, Ca raccioli, Caraffa, Ruffo, Corsini, Chigi, Cavriani, Pio, Lancia, nonchè magistrati, dignitarj, principi, e inoltre dotti ed eruditi in buon numero, giacchè l'Accademia ha una sezione apposita per l'archeologia artistica e monumentale. М. С. La Società Storica Lombarda nell'ultima sua Adunanza del 19 febbraio ha ammesso fra i suoi membri il cav. signor architetto Angelo Colla; deliberò poi che la sua partecipazione alla ricor danza della battaglia di Legnano sarà rappresentata da alcuni studj storici su quel fausto avvenimento, che verranno in quel l'occasione pubblicati in un volume distribuito gratuitamente ai Socj per cura della Società stessa. Il Segretario vi presentava ilbilancio consuntivo 1875 e il pre ventivo 1876, che vennero deferiti all'esame deiRevisori, a norma dello Statuto. Arch. Stor. Lomb.-An. III. 9 BIBLIOGRAFIA. Le materie politiche relative all'estero degli Archivj di Stato Pie montesi, indicate da NICOMEDE BIANCHI. Modena, 1876; in-8, di pag. 750. Se c'è uffizio nel quale sentesi l'influenza dei gerenti, è certamente la custodia degli Archivj, neppure forse eccettuando quel dell' inse gnamento. Un cattivo archivista può scomporre, disordinare le carte affidategli ; può distrarle con classificazioni arbitrarie; impacciare le ricerche. Un attivo, coscienzioso, rassegnato, cioè amante del proprio dovere, può darvi vita, dirigere opportunamente i collaboratori, com prendere ove dirizzar le ricerche; saper rispettare il preesistente, pure coordinando il nuovo; ajutare gli studiosi non solo di compiacenza ma di consigli. Èdunque aconsolarsi nel vedere che gliArchivj si vanno affidando apersone, che si danno premura di mostrarsi e competenti e zelanti, non solo cogli ordinamenti interni, ma anche con pubblicazioni. Quel che dovrebbe desiderarsi da ciascun Archivio, è fatto dal so prantendente a quelli del Piemonte, col volume che annunziamo. Gli Archivj di Corte furono tenuti con diligenza non solo, ma con lusso, principalmente dacchè Vittorio Amedeo II vi diede regola e statuti, compiti da Carlo Emanuele III, che li colloco in un edifizio apposito. Narratene le vicende, il commendatore Bianchi porge il catalogo delle negoziazioni e dei trattati, distribuiti cronologicamente, cioè secondo i regni, cominciando dal 1149 e venendo sin a 50 annifa, credendo che le cose posteriori sieno troppo recenti per offrirle al pubblico. I trattati sono l'epilogo, la conclusione delle negoziazioni, e forse ai cercatori sarebbe riuscito più comodo quando fossero stati disposti tutti BIBLIOGRAFIA. 131 di seguito, anzichè dividerli secondo i regni, e intercalandovi le ne goziazioni. Èsuperfluo avvertire come daquei carteggi si raccolga largamesse di notizie intorno a paesi e a Corti estere, principalmente Francia, colla quale è la maggior parte delle negozioni savojarde. Fra i trattati è notevole la capitolazione conchiusa tra il duca di Sa voja e il Comune diMilano, resosi libero per la morte delduca Filippo Maria Visconti, per la quale, dietro al concordato di Bassignana, il duca si obbliga di soccorrere esso Comune nella guerra contro Francesco Sforza, ricevendone in corrispettivo la città di Novara, il Novarese, e tuttociò che di là dal Ticino era dipendente dal ducato di Mi lano; e il Comune di Milano s'impegna a pagare al duca per anni 50 l'annualità di 25 mila ducatoni, e un'altra annualità a titolo di censo perpetuo, di 25 mila ducati d'oro, ed eziandio di non eleggersi alcun Sovrano senza il consenso di esso duca; e venendo il caso, di preferir lui, dandogli frattanto la facoltà di conchiudere la pace coi Veneziani, e di cedere loro tutto o parte dello Stato al di là del l'Adda (1450). Avvertiremo che l'anno è il 1449; e il trattato era iniziato dalla vedova di Filippo Maria. Numerosi sono i carteggi collo Stato di Milano, eviepiù importanti quelli, sì controversi, colla Corte romana. Il primo esempio di lega zioni stabili fu dato dal nostro Francesco Sforza, quando nel 1455 mandò un oratore residente presso laRepubblica di Genova. È antica l'ammirazione peidiplomatici sardi, dei quali lo stillato, la quintessenza radunossi nel conte di Cavour, verso del quale l'autore professa una devozione, quasi come quella verso dei duchi di Savoja. Di un libro composto di indici non si potrebbe dare un sunto. Per noi avrebbero importanza i carteggi colla Repubblica Cisalpina e Ita liana. L' Archivio nostro di Stato possiede le relazioni, quasi quoti diane, che Luigi Bossi, Leopoldo Cicognara, il Borsieri ed altri inca ricati d'affari, mandavano al Governo di qui, intorno agli avvenimenti e all'opinione di quel paese,che allora perdeva l'indipendenza. Unendo queste ai carteggi indicati dal Bianchi, potrebbe farsi una cronistoria, certamente di vivo interesse, e dove figurerebbero Carlo Botta, il Serra, il Priocca, il Birago, il Colla, il Pétiet, il Bertier, il Jourdan, il Ro bert, e quanti altri ebbero manonegli affari di quel tempo. Forse di alcuni noi ci varremo per questo giornale; intanto facciamo congratulazioni non senza invidia, al signor Bianchi. 132 BIBLIOGRAFIA. Anche ia Direzione dell'Archivio Veneto pubblicò gli Atti dell'Ar chivio di Stato in Venezia nel decennio 1866-75 (Venezia, Naratovich, 1876; in-8, di pag. 211), non compiacendosi, come vuol la moda, di denigrare il passato, e dirne ogni male per adulazione al presente; confessando anzi i molti lavori già da tempo cominciati per l'ordina mento, le agevolezze prestate agli studiosi, i cataloghi cominciati. Questo libro, oltre informare delle ricchezze possedute da quell'im portantissimo Archivio, detto dei Frari dal convento in cui è rac colto, dà buone norme per gli archivisti, oltre presentare una bi bliografia delle opere concernenti gli archivj in generale e i parti colari. Se volessimo far qualche paragone, noteremmo che nell'Archivio Veneto le carte coprono la superficie prospettica di metri quadrati 13,348.56; e il milanese metri quadrati 16,105; che quegli Archivj antichi constano di filze 91,623, e i moderni di 99,488; i milanesidi 300,000. Archivio Veneto. Tom. I-X. C'è veramente da congratularsi coll' abate Fulin che, avendo fon data questa pubblicazione periodica, ritrova tanti che lo coadjuvano di lavori e di materiali. Così può porgere una raccolta di documenti, anche illustrati, la storia di diversi paesi, la vita di illustri personaggi, come Lazzaro Moro, Giulio da Milano; un catalogo di tutte le pubbli cazioni che riguardano il Veneto. Descrivendosi l'Archivio capitolare di Verona, è raccontato il cu rioso modo con cui, verso il 1735, si vennero a scoprire carte e libri che vi giaceano fin dai tempi di Pacifico, e che tanto giovarono alle edizioni di Classici e di Padri. La scoperta fu principalmente dovuta a Scipione Maffei, ed è curioso, nonstrano, il vedere come segliene vo lesse male. Lo scoprir quei tesori non era una taccia a tutti i prede cessori d'averli ignorati? Questo, in linguaggio d'allora e d'adesso, chia masi superbia, atto antipatriotico ; oggi dicono antinazionale. Eccellente idea è il pubblicar le carte dal 1000 al 1100 che restano nell'Archivio notarile, del quale forse noi fummo i primi a mostrare l'importanza nella Scorsa di un Lombardo negli Archivj Veneti. È un bell'uso nella Venezia, in occasione di nozze, pubblicare, non più sonetti, ma qualche documento ignoto o raro. Ma ciò si fa in pochi esemplari, distribuiti agli amici, e perciò sottratti agli eruditi. L'Archivio ne dà notizia, e così il mezzo di procurarseli, o almeno di saperli. BIBLIOGRAFIA. 133 I giudizj bibliografici non sono sempre acqua di rose, e talvolta pro cedono congiustificata severità. Fra gli articoli ci parvero notevoli un esame della poco esatta Storia della Laguna Veneta del Vacani, la dissertazione di R. H. Major sui viaggi dei fratelli Zeno, che,con ben altra critica e dottrina che non facesse lo Zurla, sono difesi e sincerati, ed indicatine gli errori e le cause; talchè quello ch'era giudicato a uno dei più intricati argomenti in letteratura ", cessò di esser tale. Questa dissertazione forma parte delle preziose pubblicazioni della Società Gcografica Hakluyt, di cui il Major è operosissimo segretario, e dove sono le relazionidi molti viag giatori italiani, con lettere del Colombo, i viaggi di Girolamo Benzoni inAmerica nel 1542-56; quelli di Giosafat Barbaro e Ambrogio Con tarini alla Tana e in Persia; quelli di Caterino Zeno pure in Persia; il viaggio di Magellano descritto dal Pigafetta, quello di Giovanni daVe razzano, quello del Cadamosto, quelli di Giovanni e Sebastiano Cabotti. Il dottor Ceruti vi pose una prima parte d'un registro ragionato di tutte le scritture relative al Veneto, che si trovan fra i tesori della Biblioteca Ambrosiana: faticosissimo lavoro, del quale speriamo voglia egli fare un riscontro pel nostro Archivio, informando delle scritture che si riferiscono al Milanese. In quello del Fulin non mancano cose concernenti la storia milanese. Il signor Antonio Bertoldi vi pubblicò ben 16 documenti, da noi co municatigli, intorno al famoso Michele San Micheli, quando Francesco Sforza lo invitò a visitare le fortezze del Milanese. Esopra esso Sforza il Toderini, la cui immatura perdita è univer salmente compianta, pubblicò altre carte che, conosciute prima, avreb bero potuto completare la serie, che speriamo fra poco pubblicare, di quelle concernenti l'ultimo duca Visconti. Allorchè lo Sforza si impadroni del ducato, pose in Archivio la sua anteriore corrisponden za, che noi abbiamo sino al febbrajo 1450, e alcuni importantissimi registri. Ma vi mancano questi, forse rimasti a Pavia, e quindi portati in Francia nell'invasione del 1500, o esposti alle vicende che nocquero all'Archivio ducale. Oveè nominato Angelo Simonetta qual principale cancelliere dello Sforza, correggasi Francesco o Cicco, nipote dell'Angelo, decapitato a Pavia il 1480. Ricordi intorno alle cinque giornate di Milano, di LUIGI TORELLI. Milano, Hoepli, 1876. E unlibro affatto subjettivo,non avendo l'autore voluto esporre che quello di cui fu parte o testimonio. Alcuno lo dirà uno spegnitojo; ma 134 BIBLIOGRAFIA. di fatto egli vuol richiamare al vero, scartando le esagerazioni sia di eroismo, sia di ferocia che vennero spampanate dagli eroi della sesta giornata. Anzi che i pericoli, le stragi, la fame, lo sgomento, piace am mirare il coraggio di gente inesperta, laconcordia, l'abnegazione, che formeranno di quelle giornate del nostro riscatto uno de' più memora bili episodj della storia italiana. Unlavoro della stessa natura fu pubblicato testè a Parigi da Ma xime Du Camp, Souvenir de l'année 1848, raccontando i fatti di cui fu spettatore e parte, massime il 24 febbrajo. Anch'egli è costretto, come il Torelli, a dare ogni tratto spiegazioni topografiche, in grazia dei tanti cambiamenti avvenuti nelle vie di Parigi. L'Archeografo Triestino. Trieste, 1876. Trieste non volle restar indietro dell'altre città italiane nel curare la propria storia. Fra coloro che più vi attesero è a nominare Domenico De Rossetti, che vi fondò il Gabinetto scientifico letterario della Mi nerva, applicato specialmente alle cose patrie, e che continua a pub blicare l'Archeografo Triestino, di cui è ora compito il volume III. Pietro Kandler promosse questi studj e tutte le opere artistiche e civili della sua patria, fondò il Museo d'antichità, studio e pubblicò le noti zie e le antichità dell'Istria, la storia civile e amministrativa del Comu ne, al quale servì con amore quanto visse. Sull'orme di lui, questo III volume continua ad illustrare i paesi di quell'estremo confine d'Italia, con notizie, iscrizioni, documenti, bio grafie. È fra questi il lavoro del signor Hortis sul Boccaccio, di cui abbiam fatto cenno (pag. 125); un bel frammento di storia dei Caro lingi in Italia, e la vita di Fortunato patriarca d'Aquileja, pel professore Simone Dellagiacoma. Memorie storico-genealogiche della stirpe Waldsee-Mels e più par ticolarmente dei conti di Colloredo, per G. B. DI CROLLALANZA. Pisa, 1875; in-8 di pag. 365 e VIII tavole. Quella parte orientale d' Italia ove le Alpi più s'abbassano verso la Germania, e che perciò fu spesso la prima invasa ed occupata dagli stranieri, conta nei suoi fasti una serie di famiglie illustri, quali i Col lalto, i Cuccagna, i Maniago, gli Strasoldo, i Savorgnan, i Porcia, i Canino, i Manzano, i Di Toppo, gli Spilinbergo, i Prampero, la cui sto ria si innesta a quella così speciale della feudalità patriarcale del Friuli. Tra quelle è la casa Mels Colloredo, di cui abbiamo sottocchio le BIBLIOGRAFIA. 135 voluminose Memorie, in elegante stampa con figure; uno dei molti lavori genealogici, che pajono sì poco addatti alle idee democratiche correnti, eppure son lodevoli se ci avezzano a non vilipendere il pas sato, e dagli avi imparare a rispettarci e voler essere rispettati. Lasciando da banda le favole anteriori al mille, pare che il famoso patriarca Popone (quello di cui stette prigioniero il nostro arcivescovo Eriberto), fra gli altri tedeschi che favori, investisse Liabordo di Waldsee del viscontado di Mels. I suoi discendenti estesero molto i possessi, si suddivisero in molti rami,fra cui primeggia quello di Mels Colloredo. È noto che in quel patriarcato figurarono i Torriani nostri, mescolati alle lunghe e sanguinose lotte dei Colloredo coi Savorgnan, agitate anche al tempo dell'infausta lega di Cambrai. Fra i membri di quella famiglia restò famoso Girolamo Giuseppe arcivescovo di Salisburgo, smaniato dietro alle novità di Giuseppe II, e come questo, lodato o rimbrottato secondo i partiti che amano la li bertà ecclesiastica, o che la vogliono sottoposta ai decreti reali. Seppe arricchir sè stesso e il principato in modo, da bastare e ai disastri delle inondazioni e alla invasione napoleonica, dopo la quale il princi pato di Salisburgo fu secolarizzato come gli altri, e dato al granduca Ferdinando in cambio della Toscana. Morì il 1812, lasciando due mi lioni di fiorini. Altri si segnalarono in uffizi di pace e servigi di guerra fin a que st'ultimi anni. È alle cure e all'assistenza del conte Pietro di Colloredo che il si gnor Crollalanza dàil merito d'aver potuto compilare questa così com pleta genealogia. Il vescovo Domenico Bollani. Memorie storiche della diocesi di Brescia, raccolte da L. F. FÈ. Brescia, 1875; in-8 di pag. 296. Èuna buona proposta quella di monsignor Fè, che tra molti, per esempio, in una diocesi si togliesse a scrivere ciascuno la vita di unve scovo, e così dar compiuta la storia di quella Chiesa. Altrettanto noi avevamo proposto pei letterati, scienziati e artisti milanesi, affine di supplire al troppo manchevole Argelati. Intanto monsignor Fè ci racconta Domenico Bollani,da pretore di Brescia fattone vescovo, al tempo che il Concilio di Trento adopravasi alla riforma cattolica. A questa congransanti e grandi uomini cooperò il Bollani, sull'esempio del Borromeo e del Ghiberti revocando la sua diocesi dall'ignoranza, dalla scostumatezza, dall' indisciplina, per cui quel secolo, più che d'oro come fu detto, meriterebbe il titolo di ferreo. 136 BIBLIOGRAFIA. È spaventosa la descrizione della peste del 1577, quando non re stavano più fornaj, talchè il pane dovea farsi venire da Castenedolo e da Sant'Eufemia; quindici carrette non bastavano a condur fuori i morti, sicchè si posero in cataste come si fa colla legna a et quasi tutti nudi, e di più nelle case se ne trovarono quasi putrefatti». Speravamo raccogliervi qualche notizia di eretici, che certo non man cavano in quelle parti,come sappiamo da carte di quel tempo (Vedi Gli eretici d' Italia, discorso XLV), e dalla bolla di Clemente VII al vescovo Paolo Zema e dalle avventure di Celso Martinengo, dive nuto pastore d'una chiesa riformata in Valtellina. Recoaro e le sue fonti minerali, secondo la tradizione e la storia, del cavalier dottor LUIGI CHIMINELLI. Opuscolo. Bassano, 1875. Le origini novaresi, studj dell'avvocato ANTONIO RUSCONI. Parte I. Novara, in-8. Uniamo questi due lavori, perchè trattano delle origine italiche, sempre incerte come tutte le origini. Il Chiminelli va ai Cimbri, che battuti da Mario il 101 avanti Cri sto, si collocarono in quelli che poi furono detti i Tredici Comuni nel Veronese e i Sette Comuni nel Vicentino, ma conosce le opposizioni a questa opinione, fin a quelle del De Vit, che fa i Cimbri scendere, non dall' Alpi tridentine, ma dalle attreziane del Sempione lungo la Toce, andando a farsi sconfiggere presso Vercelli. E quirampollano molte qui stioni, sui Tigurini, sui Reti, se fossero celti o etruschi; ma il linguag gio di quei Comuni e l'etimologia dei nomi di paesi intorno a Recoaro (Prach, Restel, Vicilocher, Conot, Stivel, Xunter, Rinfrat, Spitz, Pran del, Sleghe, Knott, ecc ), accusano l'origine tedesca; del che ampia mente trattarono il dottor Bologna e il prof. Modesto Bonato nella Sto ria dei Sette Comuni (Padova, 1859). Le etimologie del nome Recoaro sono trastulli da scolari, benchè abbian dato luogo a una dissertazione del dottor Nardo davanti all' Istituto Veneto. Il dottore Rusconi, appassionato cercatore di Memorie della sua No vara, rimonta fin alle stirpi ariane, e scorsi i tempi su cui la storia tace, viene alle opinioni di Micali, Mommsen, Durandi, Balbo ed altri sopra i Sicani. Stabilisce l'identità dei Libui, Libici, Ligui, Liguri con Ly-Iberi e gli Osci che riscontra nel Novarese; mostra estesissima co 1 Sui Campi Raudj ove la battaglia accadde, ha una dissertazione il Rusconi (No vara 1875), e li pone fra la Rovasenda e la Sesia. BIBLIOGRAFIA. 137 gnizione degli scritti e delle quistioni anche più recenti: e sarebbe dif ficile accumulare tante somiglianze o relazioni di onomatopee come in questo lavoro, deducendole dalle più diverse fonti di filologia e di sto ria naturale. La conclusione sua è che i primi abitatori del Novarese furon gli Iberi-Liguri; e Novara dapprima fu detta Aria, che signi fica altura nel linguaggio degli antichissimi Arj, e dopo la distruzione di Belloveso ebbe il nome di Nov-aria, sotto il quale trovasi inalte rabilmente indicata, cominciando da Plinio. Nega la abitassero razze preistoriche. Geschichte Toscana's, seit den Ende des florentinischen Freistaates von A. v. REUMONT. È il XXXVIII volumedalla Storia degli Stati Europei che sipubblica aGotha dal Perthes, e che noi avevamo cercato emulare colla Collana di storie moderne, che si stampò in Milano dal 1863 al 1867 in 40 vol. Il Reumont è già noto per molti lavori riguardanti l'Italia, e per le sue Tavole Cronologiche della storia toscana. Non entra nelle tante difficili questioni de' tempi medievali e delle origini della libertà to scana; comincia di colpo colla dominazione dei Medici, e la conduce fino alla perdita dell'indipendenza. Questo primo volume finisce con Cosimo III. L'autore, privatamente, si dolse che in Italia, come nessuno si è oc cupato del suo Lorenzo il Magnifico, forse nessuno prenderà ad esame questo suo lavoro; mentre invece in Germania già forse sette critici apprezzarono la Storia di Firenze del Capponi. Il lamento sonerebbe più giusto se non si potesse facilmente citare una dozzina di opere importantissime di Italiani, delle quali la critica nostrale non mostrò di accorgersi; al più i giornali ne diedero pelle pelle un annunzio bibliografico, senza averli letti. E ciò nel mentre volgarità senza vita sono accompagnate al sepolcro da strepitosi enco mj; si analizzano romanzi, destinati solo a ingannar gli ozj o solleticare la voluttà dei gaudenti; e si decorano, se non altro, di sonori epiteti alcuni lavori stranieri, che stanno ben al disotto dei nostrali, ignorati, o voluti seppellir col silenzio. A quanti libri vediamo, dopo 30 o 40 anni dalla loro pubblicazione, resa la giustizia chenon ebbero al na scere! È un'altra delle miserie della vita intellettuale nostra, un effetto •Nat. Hist, III, 17. Avvertiamo che, nella nota di pag. 32, si attribuisce al Barbarossa undiploma del 1209: alla 42 manca la nota2. 138 BIBLIOGRAFIA, di quelle meschine passioncelle, per le quali restiam sempre indietro da gente che è così pronta a divulgare ed anche esagerare i meriti di ogni suo letterato. Atti della Società Ligure di Storia Patria, vol. X. Il I fascicolo continua la raccolta delle lapidi del Genovesato, co minciando dalle antiche, e venendo alle cristiane fino al mille, accu ratamente ordinate ed illustrate dal signor Sanguineti. È lavoro che desideriamo alla nostra regione. Apresi il II con un discorsodel presidente Crocco, inaugurando il XV anno di quella Società. Ringrazia il Municipio genovese, che nel suo palazzo le diede ricovero, considerando le fatiche di essa a special mente rivolte al decoro e allustro di quella Patria, della quale esso ha la tutela, e ha carico di rivendicare i più preziosi interessi e la glo ria ; e trova doverosa questa protezione, se è vero che i naturali e i più prossimi eredi de'valorosi avi debbono proseguire con ardore di affetto fraterno chi si adopera a ridestare e a tramandare ai posteri lamemoria dei fatti egregi, onde quei sommi antichi illustrarono questa nostra madre ». Il resto va in commemorazione di illustri personaggi morti, e di edifizj distrutti dalla odierna smania di far bello. Girolamo da Schio vescovo e diplomatico del secolo XVI, per BER NARDO MORSOLIN. Vicenza, 1875. Girolamo da Schio vicentino fu vescovo di Vaison e diplomatico illu stre del Cinquecento, nel narrar del quale il signor Morsolin dà notizie sulle costumanze di Vicenza in quei tempi per essa infelicissimi, e su varj personaggi adoprati nelle negoziazioni d'allora, principalmente sul Trissino. Salito alle piu ambite cariche presso il pontefice Clemente VII, Girolamo s'adoperò nelle trattative coll' imperatore e cogli altri prin cipi. A Milano nel 1529 faticò per indurre il duca a ceder a Carlo V le piazze di Pavia e Alessandria, e a gran fatica riuscì a comporre 3 «Questa matina per tempo è gionto quì Mons. de Vasona, Maestro di Casa de N. S ...... et è stato serato in camera con la Exc.a del sig.Ducha fino adhore 18; poi uscirno et tutti insieme disnorno, et disnato il prefato Monsignore si è partito alle venti hore. Per quanto ho inteso, si è partito disperato che qua non ha possuto fare, nè operare alcuna cosa, ch'era, chel volea per ogni modo el Ducha lassasse Alessan dria et Pavia in mano dell' Imperatore con promissione, che l'Imperatore gliele resti tuiva... Il Ducha non ne ha voluto far niente ... Gli ha mostrato lettere chel Papa gli scriveva, et dittogli chel volesse ben considerare, che N. S. accarezzava ' Impera BIBLIOGRAFIA. 139 quelle nimistànella pace del 1529, dove lo Sforza, purgatosi dalle ac cuse e dai sospetti, ricuperò il ducato. Al famoso congresso di Bologna era convenuto quanto avea di me glio l'Italia, tra le feste e le arti dimenticando l'imminente perdita dell' indipendenza. Colà Veronica Gambara, vedova del signor di Cor reggio, deposte le gramaglie, fu centro degli artisti, dei poeti, dei cor tigiani. Uno de'fenomeni di quel tempo è la codarda condiscendenza di re e signori non solo, ma fino di prelati all'infame Pietro Aretino. Tanto incuteva paura allora uno che faceva quel che ora fanno tuttodi abjetti scribacchianti, di lodare e vituperare a misura del pagamento. A que sto turpe il vescovo Girolamo scriveva : « Signor Pietro Magnifico. Voi potete dire, che mi fossi dimenticato di rispondere alla vostra lettera; ma non vi venisse voglia già di dire che me ne sdegnassi, e che per alcun rispetto di altri fossi restato ora, massime che avete promessa la pace a ciascuno, e chiamatovi in colpa col Santissimo Pastore. Però per non tenervi in tempo vi certifico, che non vi ho risposto, chè aspettava una minuta, o informazione da far fare al vostro Breve, la quale mi era stata promessa dal Magnifico Am basciatore dell'Eccellentissimo signor Marchese nostro; ed anco da uno che vi avea damia parte adomandare, come intitolerete l'opera, e ve derne alcuna parte; e poichè fin'oggi nulla comparve,avendo ordinato amio fratello che vi visitasse, gli ho anco voluto dare in testimonio questa mia, nella quale certamente vi dico che avete consolati li vo stri amici con questa vostra risoluzione di essere buon servitore di N. S. e spero, avuto il di sopra, servirvi del Breve; e son tutto vostro. Io vado con la Maestà Cesarea fino a Trento e me ne ritor nerò per la via di Vicenza, e poi vi vedrò a Venezia, piacendo a Dio. Interim mi vi raccomando. Sebastiano sta bene e fa miracoli, secondo mi scrive. " Poi per mezzo del non meno celebre Pietro Paolo Vergerio: « Mi raccomandi al signor Pietro Aretino, dicendogli, che attendi pure a ultimar l'opera, che il Breve sarà in ordine etiam più presto tore, et che non gli discompiaceria di cosa alcuna, et che sua Santità ... saria stato necessitato abbandonarlo. Furono queste parole ditte ad un mato. Gli disse poi che l'Imperatore era giovane, principe potente, ostinato, et chel non volesse esser quello dove sehavessero a romper le prime lanze... che non bastava il mondo a levarlo et accomodarlo; poi in effetto gli ha risciolto il Duca, ch'era contento darle in mano al Papa... Gli rispose il Nunzio, che quando di presente gli legati le havessero tolte ne lemani anome del Papa, che sarieno stati costretti a darle all' Imperatore. Non fuit dare remedium. Placentiae XX sept. 1529. SANUTO, Diarii, tom. LI, pag. 427 nella Marciana. Ms. M. : 140 BIBLIOGRAFIA. del bisogno: imo quando vorrà lui forzatamente di venir informato de l'opera per poterne fare relatione a N. S. Et state sano, che delle cose di cuinon scrivo, mi rimetto a M. Aurelio. " Si sa che quell'infame sperò perfino esser ornato cardinale: poi al ternava oscenissime composizioni con vite di santi e poesie devote. A siffatte alludeva lo Schio, che poi gli scriveva di nuovo: « Mi vendicherei in non scrivervi, quando non fosse cancellato in tutto l'errore, che feste voi in tanto tardare amandarci le Stanze, con farci fare così longa penitenza di aspettarle; e vi castigherei almeno in dirvi, che il Signor Duca vi avesse scritto una lettera degna di Sua Eccellenza e di voi; e poi non ve lamanderia. Ma ci avete tanto satisfatto con la bravura del vostro Rodomonte e con quella Errante Signora, che ci fate andare pazzi noi e tutto il mondo: chè quì li can cellieri e copisti non fanno altro, che copie, e si attende il resto di mano inmano con estremo desiderio. Le vostre lettere vanno in pro cessione, e passeranno il mare da più bande, e penso che le tornerete a rivedere a Venezia, come cose di quà. Basta che vi doverieno tin tinnare le orecchie, che siete ricordato, in casa del Signore e dove si trova, del continuo e per eccellente e favorito. Il resto dirà la sua lettera. Li ragguagli di quel che mangid la cordae fuggitte e cantando va, e della vostra lettera a quel che fugge la codazza, è stato buono, e seguitate pur di avvisarci. E non fu fuori di occasione la relazione, che faceste di quei giovani,pei quali la intercessione vostra valerà as sai con la buona condizione di questo Signore, che vi satisferàmira bilmente a praticarlo, e si farà adorare dagli uomini da bene. Tanto ogni di si vede che guadagna di sua virtù e prudenza. Quanto al re sto sapete, che son tutto vostro.n Enon sono questi i soli documenti della loro corrispondenza. Impor tantissima alla storia italiana è la lettera che a quel vescovo scriveva il celebre segretario Sanga l'agosto 1529, e che trovasi nella preziosa raccolta di Lettere di Principi a Principi del Ruscelli. Lettres et instructions sur la Cour de France ; 1647-48: documents inédits, publiés par M. M. I. LOISELEUR et G. RAGUENAULT DE DUCHESSE. Paris, 1875. Nessun fatto, nella storia patria, è più divulgato che la sollevazione di Napoli intitolata da Masaniello: si sa come costui valesse qual espres sione dei bisogni e dei lamenti del popolo; come si inebriasse della sua 4È troppochiaro aqualoscenissimacomposizione allude il vescovo,che se ne dichiara soddisfatto. BIBLIOGRAFIA. 141 esaltazione; come presto fosse abbandonato dal favore popolare, sicchè il governatore Arcos potè farlo ammazzare. Ma quell'assassinio non chetò la rivolta. Arcos tentò eludere ipri vilegi, che avea consentiti per la paura; il popolo pretese che le con cessioni non fossero chiare abbastanza; chiarite, ne domanda altre; esige che la plebe abbia eguali voti della nobiltà; torna a declamare contro gli Spagnuoli, e ammazzare quanti ne incontra; assedia il vi cerè in Castelnuovo, ed obbliga Francesco Toratto principe di Massa, che era in broncio cogli Spagnuoli, a farsi capitano del popolo; egli impetra più larghe condizioni, e allora le provincie domandano quel che ottenne la capitale. Fra questi subugli presentasi innanzi a Napoli don Giovanni d'Au stria, figlio naturale di re Filippo IV; si capitola, il popolo depone le armi, e fa gran festa a don Giovanni suo liberatore. Ingannato! disarmati appena, ecco le truppe scendono in ordine dai castelli, da cui la città è fulminata; il furore spinge alla difesa i Napoletani tra diti; sicchè, non potendo i soldati prenderla tutta, Arcos ha il corag gio di chiedere l'interposizione del cardinale Filomarino; e questi si ricusa, indignato d' essersi veduto stromento dell'iniquo sterminio del suo gregge. Il popolo si raduna; chi propone d'invocar Francia è considerato sleale ed ucciso : il principe di Massa perde la confidenza, perchè cerca riconciliare o trar in lungo; onde l'uccidono, l'appiccano, e il cuor suo offrono alla moglie, e gridano capitano Gennaro Anese, archibugiere coraggioso e, per odio ai nobili più che al re, republi cante. La nobiltà era uscita alla campagna, raccogliendo armi e intercet tando i viveri alla città: questa, ridotta all'estremo, pensò ricorrere a quella Francia che poc'anzi aveva esecrata, e i cui ambasciatori a Na poli aveano soffiato in quel fuoco per dar noja alla Spagna. Enrico ducadi Guisa, condannato in Francia di maestà, poi assolto; rinomato per galanterie, era allora venuto a Roma per far cassare il suo matrimonio,onde sposare una civettuola. Quivi lo imbatterono alcuni pescivendoli napoletani, che v'erano andati con titolo d'ambasciatori; e parve loro il messo di Dio. Come discendente per donne dai principi d'Anjou, il duca accetta, e fa vanti e promesse a monti; promesse e vanti fanno i deputati della reale repubblica di Napoli, dove egli arriva con non più che ventidue persone, compresi i deputati napoletani e la servitù, pochissimi denari tolti a usura, e qualche barile di polvere. La gioja va al colmo; si ripigliano gli attacchi contro gli Spagnuoli, si respinge la nobiltà; il coraggio arriva all' entusiasmo al comparire della flotta francese, persuasi che la Francia venga a stabilire una 142 BIBLIOGRAFIA. repubblica in Ifalia. Eran ventinove vascellidi guerra, comandati dal duca di Richelieu, pronipote del cardinale, con molte munizioni; e se avessero assalito la sguarnita flotta spagnuola, certo la sconfiggevano. Mailduca non fece che deporre qualche munizione, e voltò le prove, non essendo intenzione della Francia impegnarsi in una guerra a fa vore d'uno di sangue reale sì, ma poco accetto. Intanto il Guisa erasi fatto gridare duca di Napoli, e con fortunate avvisaglie rallegrò la città; Arcos, odiato da amici e nemici come causa di questi mali, abdicò, restando don Giovanni padrone di alcuni quartieri, finchè arrivò il vicerè Inigo Velez conte d'Ognate. Questi, tratto per astuzia il Guisa fuor della città, la occupò; Gennaro Anese , che mal soffriva per superiore il Guisa, il quale a vicenda non voleva lui per eguale, consegnò la chiave del Torrione, e tutto sonò di ap plausi, come dianzi di bestemmie. La quiete ritornd : il Guisa fug gendo fu arrestato e tradotto in Ispagna. Poco di poi arrivarono i soccorsi che il Guisa aveva impetrati di Francia, ma l'ardore era sbollito. Il duca Tommaso di Savoja, che v'era accorso per tentar sua fortuna, dovette ritirarsi, e gli Spagnuoli ne presero pretesto di sevire ; decollarono Anese,che pure s'era fatto traditore per essi; appiccarono i migliori de' suoi compagni. Il conte d' Ognate esercito feroci vendette; morte, prigionie, confische; alfine il boja stesso fu appiccato, convinto d'aver ricevuto denaro per far penare di più gli sciagurati. Giovanni d'Austria nella capitolazione aveva abolito le gabelle: stolta esagerazione, la quale riduceva miserabili migliaja di famiglie che ne viveano. Furono dunque ristabilite e ordinate meglio, e sopito il fuo co. Ma anche molti nobili erano fuggiaschi o in bando, altri stavano di pessima voglia; onde Enrico di Guisa, che avea recuperata la li bertà (1652), era da ogni parte sollecitato a ritentar la ventura. Il car dinal Mazzarino lasciò che allestisse una spedizione a proprio conto, promettendo assistenza nel caso che riuscisse (1654). Egli, fatto da naro in ogni modo,veleggia di Provenza con sette vascelli grossi, quin dici mercantili, sei galee, sei tartane; ma molte ne perdè nel tragitto. Sebbene il nuovo vicerè Garzia de Haro conte di Castrillo si fosse messo in difesa (26 novembre), e avesse promesso perdono a chi ben si com porterebbe, il Guisa sbarca a Castellamare, e accelerandosi poteva oc cupare Napoli; ma sprovvisto di viveri, non secondato come credeva, abborrito dai contadini a cui spalle dovea vivere, fu costretto rientrar in Francia con quelli che gli rimanevano. E la Spagna getto di nuovo su questo scompiglio il suo manto ricamato a stemmi e foderato di spine. Quest'episodio, uno dei più bizzarri della storia d' Italia, ebbe molti BIBLIOGRAFIA. 143 narratori, fra cui lo stesso duca di Guisa, a tacere le storie e le tante memorie del tempo del Mazzarino. Ora la Società Storica e Archeolo gica del Loiret pubblicò questo nuovo volume coi dispacci e le rela zioni che il segretario di Stato Loménie de Brienne dirigeva a Fonte nay-Mareuil ambasciatore a Roma durante quella spedizione. È colpa. del Mazzarino non aver profittato di quell'occasione per togliere alla Spagna il regno di Napoli? Egli in fatti, sin dal principio del suo mini stero, cercò metter d'accordo iprincipi e le repubbliche d'Italia e il papa, sotto al patronato della Francia per umiliare la Spagna, e per togliere Orbetello e i presidj di Toscana, mediante i quali essa congiungeva i suoi possessi dell' Alta Italia col regno meridionale. Poco dopo av venne la rivoluzione di Masaniello, poi questa dell'Anese. Mazzarino avrebbe desiderato che i Napoletani scegliessero un principe italiano, ma non trovandolo, suggerì il prode principe di Condè. Se non che com parve l'avventuriero di Guisa, e Mazzarino cercò impedirlo e distoglierlo dal credere agli entusiasmi napoletani; ma dopo i lieti principj, lo so stenne, cercò almeno dargli buoni suggerimenti, malgrado i quali, esso ad un'attività portentosa univa una severità draconiana: onde l'entu siasmo popolare sbolli prontamente, come Mazzarino avea previsto; il quale, sebbene, per riguardo alle parantele e alle amicizie del Guisa, avesse dovuto mandare la flotta per sostenerlo,conosceva la leggerezza di quel volgo e l'incapacità dell'efimero eroe. Strenna Piacentina pel 1876. Ricordiamo questo libro come uno di quelli che,nelle famiglie, porta non frivolezze e corruzione, ma una raccolta di scritti utili, e princi palmente di notizie patrie. Fra queste, vorremmo non isfuggisse ai no stri corrispondenti la questione del che cosa significhino quelle specie di conchiglie o scodelle semicircolari, che vedonsi affisse a molte chie se, anche a Milano, e che a Sant'Eustorgio, a San Sempliciano, a San Marco furono conservate nei recenti restauri ; quistione a cui non ben risponde l'inglese Marryat nella Storia delle majoliche e porcellane. Quando la Lombardia, dall'odio antico. Edal nuovo pericolo commossa, Sorgea contro il secondo Federico Nipote dell'estinto Barbarossa (GROSSI ) inostri furono vinti dall'imperatore alla battaglia di Cortenova (27 no vembre 1237), della quale Federico menò sì gran vanto, sebbene fosse di ben lieve conseguenza. Pur troppo egli vi fece buon numero di pri gionieri, e li mandò nel regno di Napoli, affidandoli a varj baroni. 144 BIBLIOGRAFIA. L'arciprete Tononi esibi, in questa strenna, il nome degli 88 prigionieri piacentini, il che invoglio noi pure di dar quello dei milanesi, deducen doli dal tom. Vdella magnifica Historia diplomatica Friderici secundi ... per J. L. A. HUILLARD-BRÉHOLLES (a spese delmarchese di Luines, Pa rigi, 1857.)5 REGEST. IMPER. FREDERICI II. FOL. 42 RECTE IN EDIT. CARCAN, PAG. 302-306. Barones justitiaratus Aprutii, quorum custodie singillatim commissi sunt prisones Lombardi. Roggerius de Malerba custodiat Thomasium Cacatosicum . .. Gentilisde Gradinato Bernardus de Amiterno • Rao de Aversa .. • Leonardumde Casali Leonem Maynerium .. • Med. " ท .. " • • ... Petrus de Aversa Vinciguerra de Bollante Mattheus de Bollante Berardus de Aversa • Vinciguerrade Aversa • • • • Tholomeus de Castellione Raynaldus de Sangro • • • ..... Domini Malatini • Domini de Ofen ..... .... Thomasius de Manerio Domini Tallacotto Dominide Civitate Anten • ... • • • Domini de valle Sorana Domini de Morreo Filii Bartholomei de Pontibus ... ... Taddeusde Fractura . Domini de Collepetro ..... • . • Jacobum Maynerium Albertum Scaccabarozum. Philippum Burrum Albertum de Busto Jacobum Valvum • Taddeum Bellabucca • Joannem Bellum filium Astro logi . ... Guillelmumde Marola Jacobum filium Obizonisde Mi lignano . Aldricum de Palatio Guidonemde Melignano Albertinum Coyonem • • Paganum et MerulumdeBusi nato Conradumde Lampugnano Jordanum de Bezano Jacobum de Suren Albertum Panicatum Bovem de Cureno. " ท " " " • • .. .... " " • • • • " " " n ท 5 Aproposito di questo imperatore, indicheremo il libro La Legislazione di Fede rico II imperatore, illustrata daAlberto del Vecchio, 1874, pag. 254. Il signor Vito La Mantiaasserisce sia interamente compilato di seconda mano sui tanti lavori precedenti, especialmente sulla sua Storia della Legislazione civile e criminale di Sicilia, com parata con le leggi italiane e straniere dai tempi antichi fino ai presenti. Palermo, 1866-68. BIBLIOGRAFIA. Berardusde Stiffo ... Domini de Soncio .... Domini de Paganica • • Domini Rocce Spin. Albiti Domini de Caruncio • • • Domini de Altin Domini Prate vallis Aventin . Comes Symon . .... Comes Gualterius Berardus Palumb • Domini de Ursonna Thomasius de Turre Raynaldus de Aquaviva Gualterius de Monte Symon de Petra Nigra. Olprandum de Cureno Guillelmumde Cassin Joannem de Surexina. • Lantelmum de Bubulgo Guidonem de Cruce. Girardumde Cureno Perronem de Ayminolfo Manuelem de Petra Santa et Bonifaciumde Mandello Jacobum Cripellum Albernatium Villanum Lantelmum Boccacium Ferrum Cripellum Inblavatum Crivellum Goffridum de Brognano . Petrum de Curte Bartholomeus de Sancto Johanne Obertum Cripellum Franciscus Gualteriusde Turre • • Presbyterum de Cureno Judex Gualterius de Bucclanigo . Obertum de Marillano Domini de Brittulo Manfridum de Businado Domini de Planella Guillelmus de Landulfo Manerius de Castenga • . • Domini de Podio Ymbrecele. . Domini de La Troia Berardus Beffi . Philippus de Turre . Boamundus de Senelle Berardus de Comestabulo . Goffridum de Albagno • Goffridumde Ayrone Lantelmumde Conte . Englitum de Cruce Musinum de Settar 145 ... • • . .. . .. • .. • • . Med. " " " " 29 " " " ແ " " " " " מ . " ท . . • מ " " " Obertum Bossum • " Tassum de Settar . . . . Conradumde Radoldo Conradum Cuminum ת " Barones in justitiariatu terre Laboris, quorum custodie singillatim commissi sunt prisones Lombardi. Comes Thomasius custodiat Comes Caserte Landulfus de Aquino Roggeriusde Calvellis Henricusde Ebulo Arch. Stor. Lomb.- An. III. Bonifacium de Posterula, Ol dracum Scaccabarocium, Comitem Goffridum de Cur tenova . Com.ManfridumdeCurtenova, Gabrielem de Petrasanta. • Jacobum Guidonemde Manga Oddonem Burrum Durandum • 10 Med. " " แ " 146 Adenulfus de Aquino Oddo de Avenabulo Robertus de Molisio Thomasius de Molisio Domini de Montemilulo Thomasius de Rivo Nigro Petrus de Ebulo BIBLIOGRAFIA. • • ... Mattheum Gambarum . Conradum Scaccabarrocium • • Med. Bonifacium de Lampugnano Manuelém de Sungino. .. Mattheum de Posterula • . 6 • . • . " Guillelmum de Benadiculo .. " Sadonem de Hayato . • • Thomasius de Ebulo Domini de Monte Azulo • • Hector de Conca Raynaldus de Avella . Pandulfus de Aquino . • Domini de Insula • Stephanus deAnglone Guillelmus de Pescolanzano .. .. • • . . . Jacobum Scaccabarocium • • Aldericum de Osa . • Ubertum Amiconem . • • Henricum de Landriano . Comitem Goffridum de Cami sano Mediolanum de Cusano Medium Crevellum Giliolum Maynerum . • " " " " " 19 Barones in justitiariatu Principatus, quorum custodie singillatim commissi, etc. Magister justitiarius custodiet . Jacobus de Morra Goffridusde Morra • . .. Rado de Acchia Riccardus de Montenigro Jordanus Filangerius. Robbertus de Caiano Johannes de Monteforti Mattheus Franciscus Riccardus de Senerela • • Gradaronus de la Valva. Oddo de Laviano • Philippus de Acerno Johannes Fasanella • Riccardus de Bisaccia Philippus de Zunculo Riccardus de Flumari Johannes de Renello Landulfus de Cripta Guerrerius de Cripta • . . • .. . . . Guiscardum et Guidonem de Petrasancta .... Landulfum Cripellum et Me diolanum de Hayato Mattheum de Prialone Lanfrancum de Cusano Albertum de Businado • • . • Ottacium de Businado Franciscum de Settano Petrum Burrum Raynerium Scagnum. Monachinum Gambarum Lantelmum Mammarellum Guidonem Mammarellum • • . • • • . Med. " " " " מ " " " " " " Antelmum de Trivulcio • • " " • . • Henricumde Puzubunello Obizum Mantecazum . Andream Gambarum Mediolanum de Prialone Roggerium de Orenzano . " " • " " .... . " Guillelmum Mora Gerardum Pelluco 17 BIBLIOGRAFIA. Guillelmus de Montemarano Henricus de Torasio Troysius de Montemilecto Dominus Serre. • Dominusde Tufo Jordanus de Clusano Dominus de Prata Robbertus Malaerba Guillelmus Franciscus Philippus de Bussone. Malgerius de Marza • Jacobusde Castello Veteri Dominus Casalis Albuli Robbertus de Sancto Georgio Guillelmus Paganus Nucerinus Dominus Torrace Rao deBussone • • Robbertus de Fontanarosa Robbertus Burrellus • .. • . • Philippus de Sancto Magno Robbertus de Salvia Dominus Quallecte Ugo Capasinus Johannes Paganus . • Guillelmus Bodecti . Bartholomeus Bonomo . . • Bovem Buscum .... • . • • . • Jacobum de Seregno Guillelmum Saporitum Obbertum Mentucolum Gerardum de Aquanno Obizum Valvum Jacobum Scanzum Obertinumde Mandello Egidium Marcellinum et Mo rum spetialem . Guidonem Pectoranum . Gandulfum Martignonem Roggerium deDognano. Obizonem Guilinguellum Danisium Butraffa Obertum Villanum . Conradum Cayn Albertum de Melignano Obertinum Amicone Danesium de Marinata Ughettum Carbonem Paganum Sartum Falavellum de Mocza • • Aliprandum de Casali Locterium Gruta . Landonem de Rosa 147 Med. • ... " " • • . ... • • . • . • • • " ท " " " ท " " ท ท " " " " Guillelmectumde Lampugnano " Riccardus filius Henrici • . Hector de Montefusculo Bartholomeus de Alduyno Thomasinus Burracius • . Sergius de Castro Mari Surrenti . Johannem de Merate Barones in justitiariatu Basilicate, quorum custodie, etc. Roggierius Tortamanus custodiat . Egidium de Posterola et Ber Roggeriusde Castelmezano Robbertus Petrapertusus . . .. . . Goffridus de Craco • Raynaldus de Garrisio Gilibertus de Salandra . . " • • Finacium Bossum Danisium Crivellum Albertinum Crivellum Albertinum de Posterula • • riolum de Pizubunello Jammardum de Terzago Durantum de Melignano Henricum de Mariano Arnaldum de Cantono. Albertum de Hayata " • ... " Med. ... " 7 ... .... .... • " 4 148 Robbertus de Ripa Candida Comestabulus Venusii Robbertus Gentilis .. Andrea de Aquaviva Berardus de Castenga • . Gualteriusde Rajano • Guillelmus de Montefalzone Guillelmus de Rotis . Riccardus de Lacupesel Uguitio Saxofortis Riccardus de Tito Domini de Pincerno Dominus Gloriose Thomasius de Saponaria Nicolausde Moliterno Berengerius de Bizano Riccardus de Loria Gualteriusde Rayano Guido de Lacunigro Guillelmus de Sangineto . • Conradusde Sancto Mauro BIBLIOGRAFIA. • ......... Spinalbeum. Jacobum Albeum .. • Ruffinumde Mandello et Scri . • • magiam de Scrimagiis Berteraymum de Casanova. Ambrosium de Zibil. . Roggeriumde Hanricis. Med. ท • • " Octatiumde Hanricis . Lampunninum Spata in jocta " Jacobumde Turre Lanfrancum de Curte Jacobum de Buginado Obbertumde Summa • • Flamingum de Legnano Percivallum de Summa Nicolectum de Cusano Pisani de Lugnano Sixtumde Pizubunello . " ก • • . . . แ " Castellinum de la Cruce Guidonem de Bosenado Antelmum de Pizubunello et Morandum Marignon ... " " . . In justitiariatu Capitanate. Ricardus de Montefusculo justicia rius custodiat : Guido de Guasto ..... Gualterius de Biccaro . Grassumde Casale • .... Obbertinum de Ozul Guillelmum de Galerato ... Judeum de Hayto . .... Med. " " In justitiariatu terre Bari, barones et cives quorum custodie com missi, etc. Dominus Turi custodiat Goffridusde Montefuscolo .. . ... .. • .... Med. .... " Henricum Manerium Lanzinum de Curte Barones et cives in justitiariatu terre Idronti, custodes captivorum et obsidum: Thomasiusde Brittavilla. Berardus de Ozano . Johannes Cacapice . .... Girardum de Sutero Castelectum Confalonerium ..... Med. .. " Henrigettum de Caral " ... . BIBLIOGRAFIA. Nicolaus Marescalcus Guillelmusde Carovigna Johannes filius Riccardi Amo donne Calye Guidode S. Blasio . Guerrerius de Montefuscolo Frater Giffredi de Castello Gentilisde Castringa Vinciguerra Butella Thomasius filius Marimontis Goffridus Brisardus Guillelmus Pisanellus F Jacobinum Bossum Benkettumde Caymo Philippumde Torano Meolanum Malcarzatum Marcumde Sala Gualdricum Ferr Obertinum Salvaticum Aldricum Long. Martinum Cacapistum 149 ... .... Med. " " " " " " . " Vassallum de Sesto Martinum de Rubeato • . " n Philippus de Persona Guillelmum de Sisto Acerbium de Ponterol " In justitiariatu Vallis Gratis et terre Jordane custodes captivorum. Comitissa de Coriliano custodiat .Abbatem de Melignano, qui datus est ad custodiam An selmi subscripti, quia suus quem custodiebat obiit, et scripsit Laurentius ad eum sicut infra XXVII aprilis, Paulinusde Tarsia Roggeriusde Matera Roggeriusde Guardia . Francus de Mediolano Domini de Ursomarzo Robbertus de Berbecario Henricus Pappasider ... • XIII indictionis . Oddolinode Mandello Andream Manerium Henricum Valvum Antolinum de Porta . Aldricum Sellar Rubamde Balsamo JacobumdeAvignone,quiXII aprilis commissus est Ric cardo Valentono. Mandatum est (enim) justitiario Vallis Gratis et terre Jordane ut, quia Henricus de Pappasi dere insufficiens est ad duo rum captivorum custodiam, cum perjustitiarium Basili cate datus fuerit eidem Hen rico unus ex captivis custo diendus, idem auferat ei Med. " " ท " " 150 BIBLIOGRAFIA. demJacobumdeMediolano, quem ipse dederat sibi cu stodiendum, et assignet il lum custodiendum Riccardo Valentono ....... Roggerius de Amicis justitiarius . Petrum de Gerezano Fratres Raynaldi de Guasto. ... Andream de Conte Med. " • ..... " In justitiariatu Calabrie custodes captivorum. Carnelevarius de Papia custodiat .Goffridum Pizubonellum Guillelmus de Altavilla Petrusde Calabria Guillelmus de Sellia Jordanus Gualdricus • • Artusium de Cusano Jacobum Balbum Thomasium Mantichazum. Lantelmum de Marinata In justitiariatu Sicilie citra flumen Salsum. Domina Paternionis custodiat Med. " " " .. " Rufinum Medicum et Passa guadam Pilicen . ...... Med. Asentire il Giulini, tutti (ed erano da 400) furono in diverse ma niere mandati a morte, ma il fatto sarebbe sì atroce che esitiamo a crederlo, per onore dell' umanità, supponendolo uno dei tanti eccessi che sogliono rinfacciarsi i partiti. Forse stettero colà relegati fin alla morte di Federico, o fin quando iRegnicoli si sottrassero affatto dal dominio degli Svevi, i quali ora vediamo accarezzati da storici alla moda. C. C. Nello scorso trimestre furono presentate alla Società da' rispet tivi autori le opere seguenti: Atti della Società Ligure di Storia Patria. Vol. X, fasc. 2 e 3; vol. XI, fasc. 1. Genova, 1875. Bianchi Nicomede, Le Materie Politiche relative all'Estero degli Ar chivj di Stato piemontesi. Bologna, 1876. Borghese Gaetano, Novara di Sicilia. Notizie storiche.Milano,1875. Della ferma graduale nell'Esercito. Opuscolo. Bergamo, 1875. La Lega Lombarda e la battaglia di Legnano. Appunti storici. Ber gamo, 1867. BIBLIOGRAFIA. 151 Giornale Ligustico di Archeologia, Storia e Belle Arti. Anno III, fasc. 1, 2 e 3. Genova, 1876. Mariani e Romussi, La Giornata di Legnano. Milano, 1876. Nuove Effemeridi Siciliane. Novembre-Dicembre 1875. Palermo, 1875. Reumont Alf., Geschichte Toscana's seit dem Ende der Florentini scher Freistaats. Erster Theil. Die Medici (1530-1737). Gotha, 1876. Rivista Archeologica della Provincia di Como. Dicembre 1875. Torelli Luigi, Ricordo intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848). Milano, 1876. Toderini Teodoro e Cecchetti Bart , L'Archivio di Stato in Vene zia nel decennio 1866-75. BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. a) OPERE STORICHE PUBBLICATE IN ITALIA. Gennaio-Marzo 1876. ANGELETTI (Antonio). Memorie storiche di Montajone in Valdelsa, se guite dagli statuti di detto Comune; in-16. Firenze. BALAN (Pietro). Gli assedii della Mirandola di papa Giulio II nel 1511, e di papa Giulio III nel 1551 e 1552, narrati secondo i più recenti documenti. Seconda edizione in-8. Mirandola. BEMBO (Ser Zuan). Relatione ritornato di Proveditor dell'armata, pre sentata all' illustrissima signoria in vacanza di Ducado sotto il 25 di april 1595; pubblicato da F. Mariutto, in-4. Venezia. BERTOLINI (Francesco). La Battaglia di Legnano, studio storico-critico, in-16. Napoli. BIANCHI (Nicomede). Le materie politiche relative all'estero degli ar chivi di Stato piemontesi indicate; in-8. Bologna. BULLO (Carlo). Gli ultimi podestà della Repubblica Veneta in Chiog gia; continuazione della serie di mons. Giannagostino Gradenigo, in-8. Venezia. BURKHARDT (Jacopo). La civiltà del secolo del rinascimento in Italia; saggio tradotto sulla seconda edizione tedesca dal prof. D. Valbusa, 2 vol. in-16. Firenze. CANTU (Cesare). Storia degli italiani. Edizione popolare, Tomo VII, in-16. Torino. CAPPELLETTI (Giuseppe). Storia di Padova dalla sua origine sino al presente; vol. II, in-8. Padova. CAPPONI (Gino). Storia della Repubblica di Firenze. Seconda edizione rivista dall'autore; 3 vol. in-16. Firenze. CIMINO FOLLIERO DE LUNA (Aurelia). Massimiliano d'Austria e il ca stello di Miramare; ricordi di Trieste, in-16. Firenze. BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 153 COMBA (Eugenio). Nuovo compendio di storia d'Italia, corredato di eser cizi. Parte I e II, in-16. Torino. COMINO (A.). La città e la provincia di Torino descritte; libro di testo adottato per le scuole elementari di Torino; in-16,con carta epiante. Torino. CONTARINI (Marin). Relazione dopo ritornato di luogotenente della pa tria del Friuli, li 7 giugno 1679; in-8. Venezia. CONTI (Prof. Dott. A.). Cronologia degli imperatori Romani; vol. II, in-16. Torino. CURTIUS (Ernesto). Storia greca. Prima traduzione italiana fatta sulla quarta edizione originale tedesca da G. Müller e G. Oliva, corre data di nuove aggiunte dall'autore. Fasc. I, in-8. Torino. L'opera si comporrà di circa 15 fascicoli. CUSANI (Francesco). Storia di Milano dall'origine ai nostri giorni; vol. VII, in-16. Milano. Col volume VIII, in corso di stampa,sarà completa l'opera. DABORMIDA (V. E.). Vincenzo Gioberti e il generale Dabormida; docu menti, in-16. Torino. DE AMBROSIO (Francesco). La città di San Severo in Capitanata; Me morie storiche, in 8. Napoli. DESIMONI (C.). Di un recente giudizio sulla importanza storica della Battaglia di Legnano; in-8. Genova. DE VIT (Vincenzo). Il lago maggiore, Stresa e le Isole Borromee. No tizie storiche compilate collevite degli uomini illustri dello stesso lago. Fasc. VI, in-8. Prato. Diarii della città di Palermo dal secolo XVI al XIX, pubblicati sui manoscritti della Biblioteca Comunale, preceduti da prefazioni e cor redati di note per cura di Gioacchino di Marzo. Vol. XXI, in-8. Palermo. Biblioteca storica e letteraria di Sicilia. DI GIOVANNI (Gaetano). Notizie storiche su Casteltermini e suo terri torio; fasc. VIII e IX, in-8. Girgenti. FONTANA (Gianjacopo). Storia popolare di Venezia dalle origini sino ai tempi nostri; vol. II, fasc. 33, in-8. Venezia. Fossombrone; Memoria storica, in-8. Fossombrone. GALLI (Carlo Ormondo). Storia moderna dal 1492 al 1870, ad uso dei licei ed istituti superiori militari e tecnici. Terza edizione, in-16. Torino. : 154 BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. GIUSTINIAN (Antonio) ambasciatore veneto inRoma dal 1502 al 1505. Dispacci per la prima volta pubblicati da Pasquale Villari, 3 vol. in-16. Firenze. GRIMANI (Gio. Pietro). Sull'elezione del cardinale Carlo Rezzonico, ve scovo di Padova e sommo pontefice col nome di Clemente XIII (1758); brevi cenni con documenti ed annotazioni, in-8. Padova. GROTANELLI (Lorenzo). La maremma toscana; studi storici ed econo mici. Vol. II, (Montepescoli, Sticciano, Torniella Sassoforte, e Sas sofortino, Roccatederighi, Montemessi); in-8. Siena. GUADAGNINI (Angelo). Della vita di Lorenzo Radi muranese e delle sue riproduzioni vetrarie; cenni biografici storici, in-8. Venezia. Italia (L') pittoresca nel suo territorio, città, borghi, castelli, uomini e donne celebri, costumi e storia; ossia, descrizione illustrata con disegni delle persone e dei luoghi italiani. Opera del tutto nuova, compilata sulle migliori italiane e straniere, ecc , fasc. 52, (fine) in-8. Venezia. LACROIX (M. F.) Historiens et écrivains militaires français du XIX siécle. Aperçus biographiques et critiques, in-16. Modena. LIPPARINI (Innocenzo). Degli uomini illustri cui sono intitolate lepiazze e le vie della città di Bologna; in-4. Bologna. MALFATTI (Bartolomeo). Imperatori e Papi ai tempi della signoria dei Franchi in Italia; tomo I, in-8. Milano. MICHELI (Everardo). Storia della pedagogia italiana dal tempo deiRo mani a tutto il secolo XVIII; in-16. Torino. OSCAR (Pio). Storia segreta dei Conclavi, sulle traccie di Petruccelli della Gattina. Parte I, in-16. Milano. PALLASTRELLI (Bernardo). Di alcuni nuovi giudizii intorno a Cristoforo Colombo; in-16. Piacenza. PIACENZA (Pietro). Compendio della storia del beato Gregorio X pара piacentino (Tebaldo Visconti); in-16. Piacenza. Raccolta di medaglie relative alla storia d'Italia dal 1815 al 1875; in-16. Bergamo. ROMUSSI (Carlo). La giornata di Legnano, difesa dalla critica del prof. Bertolini, preceduta dalla narrazione storica di Carlo Mariani, in-32. Milano. ROSELLY DE LORGUES. Della vita di Cristoforo Colombo e delle ragioni di chiederne la beatificazione. Traduzione dal francese accresciuta di nuovi documenti dal P. Marcellino da Civezza; in-16. Prato. BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 155 RUSCONI. Le origini novaresi; studio, parte I, in-8. Novara. Saggio storico-civile-religioso del Comune di Portofino nella Riviera Ligure Orientale; in-8. Genova. SERVANZI COLLIO (Severino). Marino Samminucci di Sanseverino Mar che, pittore dal secolo XV al XVI; in-8. Camerino. Storia di Arezzo, di scrittore anonimo, fasc. III, in-8. Arezzo. TABARRINI (Marco). Studi di critica storica; in-16. Firenze. TONETTI (Federico). Storia della Vallesesia e dell'alto Novarese, con note edocumenti; fasc. III, in-8. Varallo. TONONI (Gaetano). Il beato Gregorio X nelle sue attinenze coll'insigne basilica di S. Antonino in Piacenza; memoria documentata, in-8. Piacenza. TORELLI (Luigi). Ricordi intorno alle cinque giornate di Milano (18 22 marzo 1848); in-16. Milano. VALENTINI (Domenico). Saggio di bibliografia storica della città di San Severino nelle Marche; in-8. Sanseverino. Zacco (Teodoro). Sulla toilette delle dame gallo-romane; in-8. Padova, LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO. PARTE SECONDA. LEGISLAZIONE FRANCO-LONGOBARDICA. (Continuazione: vedi vol. II, pag. 217 e 365.) III. Una conferma solenne del sentimento di giustizia, superiore ai conflitti delle parti, che scaturisce dalla stessa fonte del potere politico, che comprime e disperde ogni esercizio indomito della forza privata, si ha segnatamente nel processo esecutivo del di ritto salico. Dove, mentre la condotta di esso è pur lasciata principalmente alla parte attrice, assai più che nelle procedure moderne, si osserva tuttavia come non v'è passo decisivo, non un punto che raffermi o annulli le pretese dei contendenti, il quale nonporti l'impronta dell'autorità giudicatrice,da cui emana in fin dei conti ogni potere d'esecuzione. Di più, la libertà e i diritti del reo convenuto son protetti da efficaci e non interrotte garanzie le quali, poco manca, se non degenerano in privilegio a danno del creditore. In tutto lo svolgimento processuale il diritto salico presenta non pochi tratti originali e notevoli, la cui no tizia è indispensabile alla perfetta cognizione dell'antico diritto tedesco. Ma, pernon uscire dal nostro tema,ci limiteremo a quelle sole parti che hanno attinenza colla vendetta e con le altre ma nifestazioni della forza privata. Indue casi l'antico diritto franco concede ai privati il potere supremo di toglier la vita al reo, cioè: 1.º nella sorpresa in fla grante; 2.º nell'impossibilità di ricevere la composizione per in solvenza del reo e dei parenti. Èunamassimadegli antichi dirittigermanici che il delinquente Arch. Stor. Lomb. An. III. 11 158 LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO. côlto in flagranti, o sorpreso nell'atto che fuggiva, poteva essere ghermito dall'offeso e legato e condotto immediatamente in giu dizio; e resistendo, correva pericolo di cadere impunemente per mano dell'offeso medesimo. Così chiaramente si esprime la legge ripuaria LXXVII: de homine forbattuto. Si quis hominem super re bus suis comprehenderit et eum ligare voluerit, aut super uxorem, seu super filiam vel his similibus, et non praevaluerit ligare, sed colpus ei excesserit, et eum interfecerit. Anche la salica, tit. XXXII, accenna al diritto di arrestare e legare il malfattore, preso sul fatto, in quella disposizione, nella quale condanna alla multa colui che abbia legato un uomo libero ingiustamente (sine causa). Ma 38 più esplicito è il Pactus pro tenore pacis Child. et Chlot. cap. 2 : Si quis ingenuam personam pro furto ligaverit et negator extiterit, 12 iuratores medios electos dare debet, quod furtum quod obicit, ve rum sit. Il flagrante reato e l'opposizione del reo ad esser legato sono condizioni così essenziali a giustificare lo smisurato potere im partito all'offeso, che questi deve affermarle con giuramento in giudizio se vuol andare immune dal pagamento del guidrigildo. E trattandosi d'uccisione legittima, il cadavere non dev'essere oc cultato, ma tenuto esposto per un certo tempo, acciò il fatto sia eum a tutti manifesto: coram testibus in quadruvio in clida40 levare debet, et sic 40 seu 14 noctes eum custodire. Rib., LXXVII. Il Wilda (Strafr., pag. 159) seguito dal Sohm (pag. 139), vede in questa esecuzione immediata convalidata la vendetta. Ma, per ve rità, son due cose nettamente distinte. Imperocchè la legge non intende, nel caso nostro, di abbandonare il delinquente che non 38 PERTZ, I, p. 7. 39 Prescrizioni simiglianti in altri diritti: Leggi anglo-sassoni del re Ine, § 35 (Schmid, 37): « Chi ammazza un ladro deve confermare con giuramento d'averlo uc ciso come ladro in fuga; ma se l'abbia occultate e poi venga a notizia, deve com porlo L. Angl.et Werin , VII, 4 (Gaupp): Homo in furto occisus, non solvatur; sed si proximus eius dixerit innocentem occisum, campo eum comprobet innocentem, vel 12 hominum sacramento, furem credi iuste occisum. Lo stesso diritto nell' Editto di Rotari per il ladro notturno, cap. 32: De homine libero, si nocte in curte alterius inuentum fuerit et non dans manus ad legandum occidatur, a parentibus non requi ratur... Cap. 33 : Si seruus in curte aliena noctis tempore inuentus fuerit, et non dans manus occidatur, non requiratur a domino, etc. Cfr. cap. 264. Vedi GAUPP, Das alte Gesetz der Thüringer, pag. 366-369. 40 Clida o bargus (Sal. 73), vuol dire forca o palo, sucui si appendeva il cadavere per esporlo alla vista di tutti. Cf. GRIMM, Vorrede, in Merkel L. Sal, pag. LI. LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO. 159 vuol lasciarsi legare, al rancore dell'offeso ; ma impartisce a que sto soltanto una potestà penale che non potrebb'essere esercitata dall'autorità pubblica per la minacciata fuga del reo. Il malfat tore, preso sul fatto cogli strumenti del delitto, non ha bisogno d'altro per essere immediatamente convinto e giudicato, e l'offeso, nell'assicurare la sua persona, diventa come ministro di giustizia; onde la riluttanza del reo non pure riesce a scapito della ripa razione cui ha diritto l'accusatore, quanto anche è rivolta con tro il procedimento giudiziario. Così, tra la possibilità della fuga e l'inflizione della pena per mano dello stesso offeso, la legge permette quest'ultima, perchè non può non lasciar vittorioso in ogni caso il diritto. E il Siegel (pag. 81, n. 8) ha ragione di dire, ch'ei non intende come il Wilda, riferendosi ai luoghi citati della legge ripuaria e di quella anglo-sassone, possa parlare d'un diritto di vendicarsi. L'insolvenza del reo e de' suoi parenti nelle cause d' omicidio autorizzava il creditore a farsi ragione da sè. Il procedimento re lativo è descritto nel titolo LVIII de chrene cruda. Il delinquente, data che avesse tutta la sua fortuna all'accusatore, se questa non bastava al pagamento del guidrigildo, doveva in prima con dodici congiuratori giurare di non avere più altro, nè sopra nè sotto terra; indi entrare nella sua casa, raccogliere nella mano della terra dai quattro canti, e ponendosi sul limitare dell'uscio colla faccia rivolta all'interno, gettare colla sinistra all'indietro, di so pra alla spalla, il pugno di terra sul suo più prossimo parente; poi in camicia e scalzo, con un bastone in mano, dovea saltare la siepe della casa. Da questo momento egli cessava di apparte nere alla famiglia; il legame di parentela era per lui spezzato, e i diritti e doveri di questa non lo toccavano punto. Si quis ho minem occiderit et totam facultatem datam non habuerit unde tota lege impleat, duodecim iuratores donare debet (quod) nec super terra nec subtus terra plus de facultate non habeat quam donavit, et po stea debet in casa sua intrare et de quatuor angulos terra in pugno collegere, et sic postea in duropalo hoc est limitare stare debet et intus in casa respiciens et sic de sinistra manu de illa terra trans scapulas suas iactare super illum quem proximiorem parentem ha bet.... et sic postea in camisia discinctus discalcius palo in manu sua sepe sallire debet. 160 LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO. L'obbligo del guidrigildo passava quindi ai parenti, chiamati successivamente secondo la prossimità della parentela. Ma, se nemmeno dai beni di questi poteva l'accusatore ottenere il sod disfacimento del credito, allora egli prendeva in custodia il reo e lo presentava in quattro malli consecutivi, offrendolo pubblica mente a chiunque dei presenti volesse assumersi l'obbligo di pa gare per lui il guidrigildo. Quod si vero nec ipse (chiunque dei parenti) habuerit unde totam legem persolvat, tunc illum qui homi cidium fecit qui eum sub fide habuit in mallo praesentare debet, et sic postea eum per quatuor mallos ad suam fidem tollat. Ma, se alcuno non rispondeva nè si presentava a redimerlo, l'accusatore era investito del sommo diritto di uccidere il suo debitore. Et si eum in conposicionem nullus ad fidem tullerit, hoc est eum redimat de quod non persolvit, de sua vita conponat. Che questa esecuzione spettasse all'accusatore medesimo a compenso del suo diritto in sodisfatto, era detto espressamente nel cap. 7° dell' Editto di Chil perico (Merkel, pag. 39). Et si homo malus fuerat qui male fecit, et si res non habet unde sua mala facta conponat, legibus conse cutus super illum nihilominus graphio ad legem que antea auditus est invita elegitur, et auferat per tres mallus ante rachymburgiis, ut ea nisi voluerint parentes aut de suis rebus redimant, aut se sciant si noluerint in quarto mallo nobis praesentibus veniant: nos ordinamus, cui malum fecit tradatur in manu, et faciant exinde quod voluerint.41 L'effetto legale adunque dell'insolvenza è per il diritto franco a un di presso identico a quello del diritto longobardo. Senonchè, dove questo attribuisce spesso all'offeso solamente un potere limi tato sul reo indigente, ed anche, nel caso di omicidio con aggres sione, non afferma esplicitamente il diritto di morte nei parenti dell'ucciso, ma si contenta di consegnar loro nelle mani il delin 41 Così il SOHM, Procesz der L. Sal, pag. 177 seg , e il SIEGEL, p. 243. Anche il WAITZ, Das alte Recht, p. 178ne conviene, soggiungendo che il creditore aveva forse il diritto di risparmiare al reo la vita e trattarlo come schiavo. Per contro il BETHMANN HOLLWEG, IV, p. 467,pensa ch'era il caso dimorte inflitta giudiziariamente, non di ven detta privata. Il senso letterale della frase : de sua vita componat, darebbe ragione al Bethmann; ma, oltre al passo riferito dell' editto di Chilperico, sta a conferma della prima interpretazione la concordanza delle altre leggi barbariche, la quale dimostra come questo supremo diritto dell'accusatore insodisfatto avesse radice nelle prische tradizioni germaniche. Vedi SoHm, p. 178, nota 28. LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO. 161 quente (il che non escludeva che nella praticalo si tenesse ridotto aschiavo secondo l'interpretazione della scuola pavese) (vedi Pr. Parte, p. 27); quello, invece, dichiara espressamente il diritto che ha l'accusatore di privar di vita il debitore insolvente. Ma, in contraccambio, determina con molta particolarità e precisione la serie delle formalità e degli atti occorrenti pria di venire a tale estrema conseguenza. La solenne dichiarazione giurata d'insolvenza per parte dell'accusato, l'abbandono della sua casa, l'insolvenza dei parenti, e da ultimo la presentazione senza effetto del con dannato in quattro giudizi, mostrano apertamente che non s'è voluto rimettere il debitore in piena balia del creditore, nè ar mare il braccio di questo del tremendo diritto di sangue, se non dopo divenuto impossibile l'ottenere lo sborso del guidrigildo. Ora tutte queste formalità e condizioni, che sono altrettante gua rentigie del reo, mancano affatto nel diritto longobardo. Oltre a ciò, a cotesto procedimento era sottoposto soltanto l'omicida che incorreva nell'obbligo di pagare il guidrigildo: chè quanto alle composizioni minori non pare che l'insolvenza importasse esecu zione alcuna sulla persona; almeno nella legge salica non è pre veduto il caso.42 Rimane ora a dire di due altre forme di difesa privata che hanno relazione con la vendetta di sangue, cioè la pugnagiudizia ria e il pegno privato. Del duello non è parola nel primo testo della legge salica, il quale, all'infuori della prova della caldaia, o dell'acqua bol lente (aeneus, ineus), non riconosce altro giudizio di Dio. Essa però era di larga applicazione, e serviva qual mezzo ordinario onde l'accusato poteva purgarsi dell'accusa; talchè la sentenza dei rachimburgi, ne' casi dubbi, suonava come una condanna even tuale da valere se l'accusato non riusciva a discolparsi per mezzo del giudizio di Dio.** Era bensì lecito al reo di sostituire alla prova incerta dell'ordalia quella dei congiuratori, ma col consenso del l'avversario, al quale quegli dovea pagare a titolo di riscattouna somma chevariava,a seconda dell'ammontare della composizione, 43 Ѕонм, р. 175. * Sal. LVI ... rachineburgii iudicaverunt ut aut ad ineo ambularet aut fidem de conposicione faceret. 162 LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO. dai tre ai trenta soldi (Sal. LIII. De manum ad ineo redemen dam). Ma, in seguito alle riforme merovingiche, ildiritto probato rio, non meno che gli altr'istituti processuali, venne alterato da radicali innovazioni. Ed in vero, il giuramento con i sacramen tali che aveva un posto affatto secondario nell'antica procedura, diventò principale nelle leggi regie, invadendo il campo delle al tre pruove. L'ordalia della caldaia, purmantenendo un carattere cristiano, fu ristretta a pochissimi casi, e la legge ripuaria, ti tolo XXX, 5, la permetteva solo quando il reo non potesse tro vare congiuratori: Quod si in provincia Ripuaria iuratores inve nire non potuerit, ad ignem seu ad sortem se excusare studcat. Una disposizione identica nella Lex sal. emendata, nov. 2, 5.44 In mezzo a queste riforme appare il duello. Già Gregorio di Tours VII, 14 ne fa menzione. Gundobaldo al re Gunthram che l'aveva accusato di perfidia e mancata fede, risponde: Tu do minus et rex in regali solio resides, et nullus tibi ad ea quae lo queris, ausus est respondere. Insontem enim me de hac causa profiteor. At si aliquis est similis mihi, qui hoc crimen impingat occulté, veniat nunc palam et loquatur. Tu, o rexpiissime, ponens hoc in Dei iudicio, ut ille discernat cum nos in unius campi pla nitie viderit dimicare. La Legge salica nelle sue aggiunte l'am mette in una causa di spergiuro. Titolo XCII: Si quis alterum inculpaverit periurasse et ei potuerit adprobare, 15 solidos conpo nat qui periurat, si tamen non potuerit adprobare, cui crimen dixe rit solidos 15 solvat, et postea si ausus fuerit pugnet. Più largo era l'uso della pugna giudiziaria presso i Ripuari, dai quali probabilmente passò ai Salii. La troviamo infatti comepruova diretta a sostenere lo stato di libertà a pro del manomesso dena riale (L. Rib. LVII, 2), ad infirmare un documento (LIX, 4), ad im ratori. pedire un pegnoramento ingiusto (XXXII, 4). In generalepoi, come per gli altri diritti popolari, così pel ripuario è ammesso il prin cipio della concorrenza elettiva della pugna col giuramento dei congiuratori, cioè dire, che vien lasciata all'avversario la scelta del duello in quelle cause dove era richiesta la prova dei congiu Rib. LXVII, 5 : Si quis pro hereditate vel pro ingenuitate 44 MERKEL, pag. 53. 45 SIEGEL, pag. 207. LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO. 163 certare coeperit post malo ordine, cum sex in Ecclesia coniuret et cum duodecim ad stappulum Regis in circulo et in hasta, hoc est in ramo, cum verborum contemplatione coniurare studeat. Si non adimpleverit cum legis beneficio restituat. Aut si quis eum contra prendere voluerit, aut cum armis suis se defensare studeat ante Regem, aut omnem repetitionem cum legis beneficio restituat. Delrimanente, neldiritto franco non si vede alcun segno di quella diffidenza così caratteristica dell'editto longobardo contro il duello, eche valse tanto a limitarlo nel nostro paese.Al contrario, presso i Franchi il duello,daignoto qual era nella legge salica, si venne estendendo mano mano, e pose si salde radici che, come vedremo più avanti, i capitolari si studiarono persino d'inculcare la cre denza e il rispetto generale verso questo giudizio di Dio. Nell'istituto del pegno il Patto salico contiene la conferma di quel principio che ha radice nell' antichissimo diritto tedesco; ed è che nelle obbligazioni certe ed innegabili il creditore possa da sè metter mano sulle cose del debitore a soddisfazione del cre dito. Non però esso si riflette così schiettamente in tutti le leggi popolari. Fra la longobarda che l'accoglie, si può dire, integral mente, permettendo al creditore di pegnorare senza licenza del giudice, e la visigotica che vieta addirittura il pegno stragiudi ziale , la legge salica, come la più parte delle altre, tiene un posto medio. Essa ammette bensì il pegno privato, ma con auto rizzazione giudiziale, e subordinandolo alle forme rigorose del di ritto. Da due speciedicontrattidiscende il processo esecutivo privato, che si chiude col pegnoramento delle cose mobili del debitore: dalla fides facta e dalla res prestita. Consiste la prima in una formale promessa unilaterale, fatta mediante il porgimento della festuca, d'adempiere l'obbligazione in un dato termine. Essa serve cosi asurrogare, rafforzandolo, un debito antico (novazione), come ad assumere undebito di un terzo (fidejussione). Nel diritto an tico germanico la fides facta è l'equivalente della stipulatio ro 47 mana. La res prestita comprende qualunque contratto di pre stito, sia di consumo sia d'uso; il mutuo e il comodato. Mette 46 L. WISIG, V, 6, 1. Pignorandi licentiam in omnibus submovemus. 47 Ѕоим, р. 19 e seg. 164 LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO. conto d'entrare in qualche particolare su questa esecuzione stra giudiziale, per vedere con quali mezzi e in che breve spazio il di ritto salico contiene l'azione individuale. Il processo per la fides facta è descritto nel titolo L, 1. Spirato il termine del pagamento, il creditore si presentava in casa del debitore accompagnato da tre testimoni o periti, cum testibus vel cum iis qui precium adpreciare debent, e lo invitava a pagare. In caso di rifiuto lo citava (mannire) avanti al tribunale della cen tena, dove chiedeva al tungino il permesso di pegnorare, con la seguente formula: " Rogo te thungine ut nexti cantichius gasacio meo illo qui mihi fidem fecit et debitum debet , et nominare debet quale debitum debeat unde ei fidem fecerat. A che il tungino rispon deva: " Nexti cantichio 48 ego illum in hoc quod lex salica habet. „ Ottenuta l'autorizzazione, l'attore intimava all'avversario ut nulli alteri nec solvat nec pignus donet solucionis nisi ante ille impleat quod ei fidem fecit. Con ciò il debitore era impedito di disporre de' suoi beni, i quali rimanevano a garanzia del credito. Indi su bito l'attore, sempre coi testimoni, procedeva a un nuovo invito a pagare (testatio), ripetuto tre volte di sette in sette giorni, e in ogni volta constatava l'inadempimento del debitore, aspettando il pagamento fino al tramonto (solem collocare). Intanto per la mora di tutti i termini scorsi inutilmente, così prima che dopo la ri chiesta del nexti cantichio, il debitore incorreva in altrettante ammende variamente fissate dalla legge, che si aggiungevano al debito principale. La terza interpellazione contiene l'ultimo ter mine concesso al debitore per lo scioglimento volontario dell'ob bligazione, e con essa si chiude il tit 50, 1 della Lex salica. Ma il capitolo monco è integrato da una legge posteriore di Clodo veo (Sal. cap. LXXIV Merkel), dalla quale risulta, come atto fi nale del procedimento esecutivo, il pegnoramento privato. De pignoracione. Si quis debitorem suum per ignorantiam sine iudice pignorare praesumserit antequam eum nesti canthe chigio (hoc est accusante), et debitum perdat et insuper similiter si male pignora verit cum lege conponat, hoc est capitale reddat et 15 solidos cul pabilis iudicetur. 49 48 Nexti cantichio, parole di origine germanica,significano letteralmente: fibula, tor que adstringo, poi per traslato: arctius adstringo. Cfr. GRIMM, Vorrede, in Merkel L. Sal., p. VI, e MÜLLENHOFF in Waitz, p. 289 e seg. 49 Cfr. Sонм, 25 p. 18 e segg. LA VENDETTA NEL DIRITTO LONGOBARDO. 165 Il processo del pari esecutivo per la res prestita, descritto an che incompiutamente nel tit. LII, è in genere simigliante a quello della fides facta. 5º Nell'uno e nell'altro le intimazioni, i termini, la presenza dei testimoni sono altrettante condizioni, come nel diritto pegnoratizio longobardico, miranti a un doppio scopo: da una parte, a guarentire il debitore inmaniera ch'egli abbia tempo di pagare volontariamente, riserbando solo pel caso estremo l'ese cuzione forzata; dall'altra, a disciplinare quest'istituto nel quale si manifesta la difesa privata. Ma nel diritto salico vi è di nuovo, rispetto a quello longobardo, la licenza del giudice, il nexti can tichio; ed è quest'atto giudiziale che subordina del tutto il pegno privato all'autorità giudicante, e lo rende un mero strumento processuale. Ma, accanto all'esecuzione stragiudiziale, la legge salica ne co nosce anche una giudiziale, la quale suppone due condizioni fon damentali; l'unaconsistente nell'atto formale della fides facta giu diziale, o solenne promessa dell'accusato di adempiere il giudizio nel termine fissato, l'altra nella contumacia di esso, e quindi ina dempimento della promessa (legitime iactivus admallatus). Senza siffatte due condizioni non si può entrare nello stadio esecutivo, il cui atto primordiale è il solenne invito, che l'accusatore rivolge al conte, di procedere al sequestro dei beni del reo, offrendo col simbolo strettamente obbligatorio della festuca sè e la sua for tuna a guarentigia della legalità della sua richiesta. 51 Il conte dopo un invito inefficace al debitore di pagare volontariamente, mette mano sui mobili dilui, eneprende tanti, quanti occorrono, sulla stima fatta da sette rachimburgi venuti seco, a estinguere il debito. Delle cose pegnorate due parti vanno all'accusatore, una spetta al conte per il fredo.* Allo stabilimento della monarchia franca sul territorio romano, ai nuovi numerosi rapporti che si strinsero traFranchi eprovinciali 10 SoHM, 26, p. 34 e segg. 1 Sal. L, 2: DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. APARTE- 24APRILE 1706. 417 Vanno questi signori esaminando continuamentelo stato presente delle cose, per trovar qualche espediente da assicurare il proprio dominio dalli pregiudicj delle armate. Più volte si sono congregati privata mente il generale Stenau, il generale Castelli et il sig. Molino, che fu proveditor generale, con alcuni savj perconferire assieme, come hanno fatto lungamente sopra la materia, havendo anche il generale Delfino benchè lontano comunicatii suoi sentimenti. Li pareri di tutti sono stati riferiti da quei medesimi savj alla Consulta, e portati poi similmente anche il sabbato scorso al Senato, che durò fino a 8 hore di notte. Le risoluzioni ancora non si sono publicate, ma si dice che siano di tirare un cordone nel Veronese per salvare il Vicentino et il Polesine, e far uscir in campagna il generale Stenau perchè copra il paese ora che veggono ristretti gli Alemani, e necessitosi di gettarsi in qualche altra parte per trovar sussistenza; et a V. E. fo profondissimo inchino. STATO 24 APRILE.1706. Come che le disposizioni che teneva l'armata francese sopra del territorio di Bressia dassero a divedere, che il primo tentativo da in traprendersi perprincipio della campagna non potesse cadere che sopra di Montechiari, come più volte mi son dato l'onore di umigliare a Vo stra Ecc , così prevenendone gli Alamani i disegni, abbandonarono i quartieri di riposo, e s'accamparono tra Montechiari sodetto, Lonato e Calcinato, disposti alla loro fronte diversi pezzi di cannone dacampagna, per potere con più facilità conservare detti posti e deludere le mire francesi. Unita in appresso dal sig. duca di Vandomo tutta la sua armata, marchio improvisamente sopra di detti Alemani, e giunto il lu nedì scorso alla ponta del giorno in faccia di quelli,disposta in batta glia l'armata gli fece da più parti investire. Fu sanguinoso il primo incontro e senza vantaggio di niuna d'esse armate; ma poi oppressa l'Alemana dalla forza, come inferiore di numero convenne cedere, e vedersi rovesciata in stato tale, di dover lasciar in abbandono il campo, il bagaglio, sei pezzi di cannone da campagnaet il luogo stesso di Mon techiari, che fu subito occupato da' Francesi.12 Consimilmente fu attac 12 Trovo scritto in un Diario Storico Politico di alcuni avvenimenti del sec. XVIII, che il 19 aprile il duca di Vendome assaliuncorpo d'Alemanni accampati in vicinanza di Calcinate, terra sulla Bresciana. Il combattimento fu fiero; quantunque i Cesarei si difendessero con gran valore, finalmente furono obbligati a cedere ed abbandonare i loro posti ritirandosi a Gavardo. Molti ufficiali superiori francesi rimasero sul campo, tra' quali il marchese d'Haron colonnello de' dragoni. 418 LA NUNZIATURA VENETA cato Calcinato, in cui v'erano di presidio i Prussiani, e perchè non vollero rendersi a patti, ma ostinatamente difendersi, così nell'impossessarsene rimasero la maggior parte tagliati a pezzi, et in unsolgiorno seguirono due combattimenti. In tali termini ne spedì qui per espresso il signor proveditore generale Delfino la notizia martedì a sera, e capitate poi ne' giorni susseguenti molte staffette, concordorono l'azzione, che si fa d'un grande vantaggio per i Francesi. Si calcolano più di duemila morti degl' Alemani, consimile numero de' feriti, e da 1500 prigioni, quando de' Francesi, se si può credere a più avvisi,nonvi sono che da 500 morti e puoco meno de feriti, fra quali il signor di Doucheron con pericolo; degl'Alemani è rimasto prigioniere il generale Felchstein ol tre diversi collonelli, e dicesi ferito il generale Visconti, che ora si ritrova ritirato a Drogolo non senza timore di restar prigione. Dopo la soddetta azzione continuò il sig. duca di Vandomo con l'armata la marchia alla volta di Gavardo e Salò con disegno di far sloggiare an che da questi posti gl'Alemani, precorrendo questa sera una voce che il signor principe Eugenio, che si trovava a Salò stesso con alquante truppe, oltre altre puoche di quelle state nelcombattimento che aveva fatte riunire, si sia di là partito et abbandonati quei luoghi per non aver forze bastanti da poter far fronte. Merita conferma la notizia, tut tavia si dà per indubbitata, come anche che il sig. generale Toralba si sia impossessato dei posti di Nave et Osset; così che verificandosi, non potrà il signor principe Eugenio che tenere la strada un po' lunga et disatrosa della Valle Polesella per entrare nel Veronese, et unirsi alle truppe che vi sono, et ivi principiare le sue operazioni. STATO ADÌ DETTO. Stante l'assistenza et il miglior nodrimento che ora prendono le genti de' luoghi del territorio di Bressia che davano le malattie e la apprensione accennate, s' hanno ora rincontri non essere così frequenti le morti che regnavano, e si è concepita speranza di potervi dare an che maggiore aiuto, anche con il beneficio di essersi ritirate le truppe da quei loghi, che impedivano i rimedi più necessarj. Da più parti ho il rimanente delle migliori notizie, onde mi toglie anche qualche dubbio che potesse occultare il male per non mettere in difidenza il paese, secondo si poteva congetturare ne' decorsi ordinarj. Del tutto ne rendo intesa V.E., alla quale mi umiglio in profondissimo inchino. STATO 24 APRILE 1706. Mi si fa provare più arduo di qualunque altro negozio quello del rilascio delle merci del paron Moretti da Pesaro, mentre animato dai DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 419 maggiori comandi di V. E. stati da me ubbiditi con replicate istanze sono ancora senza risposte, e senza speranze che mi si diano. Tale contegno mi produce quella passione che ben V. E. può idearsi, e la dilazione sin ora corsa dalla ripresaglia mi fa credere anco deteriorate quelle mercanzie, che avevano potuto patire. Se più si tarda, quando anche si conceda il rilascio, sarà inutile, così che per maggiormente non diferirlo, mi do la libertà di soggerire a V. E., perchè cotesto signor ambasciatore sapia il pregiudizio che ne produce una tale di lazione e la premura che si hanno nella risoluzione di questa pen denza, che produrranno, qualunque volta ne venga fatta qui una buona rimostranza, il desiderato intento. Umiglio a V. E. la mia venerazione, e le fo profondissimo inchino. 1 MAGGIO 1706. Le istanze per il rilascio delle merci del paron Moretti da Pesaro si sono replicate da me con tutta la premura, e non perdo congiun ture di reiterarle e con uffici in scritto e con rimostranze in voce. Benchè avvalorate dalle premure di cotesto sig. ambasciatore, puoco profittano le diligenze con l'efficacia possibile, e godrei poterne con seguire il rilascio che veggo sempre più ritardarmi, e tampoco di ri portare risposte, così che a mio credere vogliono trovare incagliato l'affare sino a vedere ciò che possa riescire di quello de' Pastrovicci. Andarò nulladimeno premendo, e quando possa conoscere qualche speranza, ne sarà subito V. E. intesa, facendole per ora profondissimo inchino. STATO 1 MAGGIO 1706. L'abbandono fatto dagli Alemani anche di Gavardo e Salò fu vero, avendo il sig. principe Eugenio, dopo una consulta di guerra tenuta al suo quartiere generale di Lamone, fatto sfilare la cavalleria per la Val Sabbia, e l'infanteria per la parte della Madonna di Monte Ca stello. Non potè però essere così sollecita la marchia, perchè fu ra giunta la retroguardia della vanguardia francese, fra' quali seguì un' azione con pari mortalità di gente, rimasto in fine alla francese il posto e qualche cannone, che veniva scortato da detta retroguardia alemana. Comparve poi il sig. duca di Vandomo in Sald, ove sotto il comando del signor tenente generale Medani lasciò tremila uomini per guardare quella riviera, e d'indi si mosse col rimanente dell'eser cito alla volta di Desenzano colla mira di avanzarsi nel Veronese. Si è poi inteso, che di già il sig.generale Albergoti v'era entrato con ottomila uomini, e s'era portato ad occupare li luoghi di Rivoli e di STATO 420 LA NUNZIATURA VENETA Canale, sendosi stesi sino nel seno di Monte Baldo verso la Croara e la Ferrara, doppo di che con pari numero di gente arrivò a Valezzo il sig. duca di Vandomo forsi per progredire la marchia alla stessa parte, e scacciare gli Alemani da un luogo che tengono sopra della Ferrara stessa, che questa sera si dice poi occupato da' Francesi. Lo staccamento spedito col sig. di S. Fremont nel Polesine accresce l'ap prensione al corpo comandato dal collonello Paté, quale si va ritirando, lasciando alle basse qualche squadra, che si considera più tosto di guardia che di presidio alli luoghi. Li Tedeschi che calano di rinforzo, vanno anch'essi soprarivando, ma stanchi dalla lunghezza e difficoltà del viaggio, e di già il sig. principe Eugenio si trova nella Valle Po lesella in attenzione di unire ivi tutta la sua gente, e scendere con maggiori forze. Ha fatto arrestare il generale Reventlau, tacciato di : negligente per essersi lasciato sorprendere a Montechiari, et il gene rale Rocavione che si supponevaprigioniere, è comparso all'armata con diversi altri offiziali. Dalla parte poi del Piemonte, per quello viene avvisato, si può cre dere che sarà principiato l'assedio di Torino verso lametà del corren te, 13 essendo di già in pronto tutte le provisioni et attrezzi destinati per il medesimo, e facendosi continuamente sfilare altre truppe dallo Stato di Milano alla volta del Piemonte, sì come ancora seguitano a calare delle Francesi dalla parte di Susa et Ivrea. Resta parimenti stabilito il ponte di barche sopra la Dora Baltea a Crescentino, et al tro al Po a Civasco, in forma che l'essercito averà tutti li comodi ne cessarj e per le monizioni, e per le marchie che saranno dirette parte alla montagna di Torino, e parte alla pianura. Il sig. duca di Savoia fa continuare la leva di seimila uomini del paese,per regolamento de' 13 È notissimo come quellacittà sia poi rimasta libera. Il generaleDaun,ricorda il citato Diario, rimase alladifesa di Torino colle sue truppe alemanne; fu replicato l'as salto dal duca d'Orléans il 2 settembre successivo, ad una mezza luna con fuoco ter ribile per ben cinque ore d'ambe le parti, tanto dalla piazza, quanto dal monte de' Cappuccini. Venne fatto ai Francesi d'impadronirsi di quel piccolo forte, e fra le grida vittoriose esclamavano: Torino è nostra, e mentre stavano affollati perben fortificarsi, diedero fuoco gli assediati, per mano dell'eroico Pietro Micca, ad una mina praticata sotto quella mezza luna, per la quale i trionfatori coll'artiglieria e le insegne rimasero sepolti, fra' quali miseramente perì Filippo di Noyé colonnello di fanteria.Pochi giorni dopo il principe Eugenio e Vittorio Amedeo, sotto la piazza,diedero battaglia aiGal lispani, che in disordinata fuga si portarono verso Pinerolo e Susa. Con un numero sterminato di morti e feriti rimasero prigionieri sul campo dodici battaglioni; il ma resciallo francese Ferdinando conte di Marsin vi lasciò la vita, e fu sepolto nel con vento de' Cappuccini della Madonna di Campagna.Così Torino era salva, e a ricordare il grande avvenimento fu eretta la basilica di Superga. DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 421 quali aveva di già eletti li colonelli e gli ufficiali subalterni. Le fortifica zioni più volte accennate restano ormai ridotte a perfezione, onde se il tentativo sarà vigoroso, non sarà inferiore la difesa. Che è quanto, ecc. STATO A DÌ DETTо. Benchè continuino le malattie negl'accennati luoghi del territorio di Bressia, non sono però così frequenti le morti come per il passato, in formache si può sperare che non sia per maggiormente grassare il male. Non si manca come già avvisai, di tutta l'assistenza a quella po vera gente, et ora che intieramente si sono ritiratele truppe alemane, si va pensando a darvi il totale provvedimento con separarli, e come di già saria stato eseguito, se le truppe non l'avessero impedito, e non verrà anche in apresso ritardato a causa delle altre che ancora sono in quelle vicinanze. Secondo portarà il bisogno, ne terrò intesi li signori cardinali legati di Bologna e Ferrara, come farò anche a V. E., alla quale mi umiglio in profondissimo inchino. APARTE- 1 MAGGIO 1706. Mentre questi padri riformati di san Francesco della provincia di Venezia stavano in procinto di far laloro congregazione, come è solito fra il triennio che corre dal capitolo, il residente di Mantova significò al provinciale, che avvertisse che i guardiani e superiori che si eleg gessero per i conventi del Mantovano (che sono tre soli, e ben piccoli) fossero del medesimo stato, altrimenti non vi sariano ricevuti, non vo lendoli il signor duca, se non proprj sudditi. Cid saputo, parlai al l'istesso residente, mostrandogli che l'elezioni dovevano esser libere, come erano state sempre, e che non si potevano introdurre novità per niciose al buon ordine della religione e del servizio di Dio; che però lasciasse quei padri nella loro libertà, tanto più per non esservi in tutta laprovincia se non che tredici o quattordici mantovani, sei de' quali già nel capitolo erano stati impiegati nelle cariche, e gli altri havevano delle eccezioni: con che era rimasto (come appagato) di nonfar altri passi, ma di rimettersi alle risoluzioni dei vocali, i quali anche erano disposti di metterne qualchedun altro in offizio; ma all' improvviso mutando sen timento per le persuasioni d'un religioso, che è lacausa di tutto lo scon certo, ha scritto al padre provinciale, rinovandoglile medesimeproteste, anzi minacciando perchè non faccia la congregazione, sin che sopra di cid non riceva ordini da Roma; onde per evitar gl'inconvenienti si è giudicato espediente di differirla, come si è fatto. Io ho scritto a Man tova per procurare che il signor duca revochi le commissioni date, se pur sarà vero, sapendo che sono insinuazioni d'un suo ministro, a cui il Arch. Stor. Lomb. An. III. 28 422 LA NUNZIATURA VENETA residente qui aderisce per secondare lepremure del frate sopraccennato. Con tal occasione detto residente si è vantato che non solamente S. A. otterrebbe l'intento in questo particolare, ma di più che spuntarebbe le collazioni di tutti li beneficj del suo Stato per i soli sudditi, mentre già da Roma n'era stata intenzionata. Ho stimato necessario di portare aV. E. questa notizia, acciochè il fatto non le venisse rappresentato diversamente, e perchè se le pare, possa farne parlare all'agente costi del signor duca, onde diamano che la congregazione habbia il suo ef fetto senza disturbi; et all'E. V. fo profondissimo inchino. 8 MAGGIO 1706. M'ha fatto assicurare novamente il Magistrato della Sanità, che le malatie del Bressiano vanno semprepiù prendendo miglioramento, e che sebbene restano ancora situate delle truppe estere in quelle parti, nulla dimeno si può credere dall'assistenza e cibo, che se gli somministra, ogni buon evento. Se però venisse a succedere maggior male dalla stagione calda che sopraviene, ne sarà avvertita V. E. e li signori car dinali legati. Io ne starò in attenzione per adempire i comandi stima tissimi di V. E., alla quale fo profondissimo inchino. STATO ADI DETTO. Anche inquesta settimana hannofatto nuovo ricorso in Collegio per il rilasso delle merci del paron Moretti da Pesaro, ma con il solito evento, perchè sin a quest' ora mi vedo privo delle tanto sospirate risposte, e quel che èpiù, nonmi posso lusingare di riportarle, mentre apertamente vedo econosco, che sopra di tal affare non si pensa a risolvere cosa alcuna. Iononposso assicurare V. E., se non che saranno incessantemente da me replicate le istanze per riportarle, e che averò sempre preferiti i stimatissimi comandi di V. E., alla quale fo profondissimo inchino. STATO 8 MAGGIO 1706. Retrocessero i Francesi dalli posti avvanzati della Ferrara, che non fu poi occupata da' medesimi, secondo se ne sparse lavoce, e fermo rono il loro quartiere a Rivoli, che resta al fianco dell'Adice, et alla testa della valle di Cavrino. Hanno erette due batterie, l'una a Rivoli stesso, e l'altra a Bussolengo,dal che anche gl' Alemani hanno piantate le di loro all' incontro; ma come che v'è l'Adice di mezzo, e le di lui ripe siano molto ineguali per laprofondità da unaparte et altezza dall'altra, così vicendevolmente non ne risentono danno. Crescono gli Alemani sopra di quel territorio, capitativi anche li generali Visconti e Roca vione, che si sono accampati nel luogo solito di s. Michele con un STATO DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 423 grosso di tremila e più,et il colonnello Patè si mantiene a S. Bonifacio, anch'egli accrescinto dai nuovi rinforzi che vanno capitando, in modo che li Francesi in oggi ne prendono dell'osservazione, e qualche par tita s'è fatta vedere alla parte opposta, con voce d'aver in breve a ca pitarvi un corpo di milizia per star in vigilanza di tutti gl'andamenti de' Cesarei. Il generale Medani s'era portato in Valsabbia con inge gneri per far un taglio di strada di sotto la rocca d'Anfo, quando il sito lo permetti, affine di troncare la communicazione con Lodrone, et in oggi si sente che sia seguito nellaparte scogliose, dove il fiume Chiese discende per dirupi fuori del lago d'Iseo. Si trasportano a Salò tutti i legnami e materiali delle trinciere di Montechiari e Calcinato, che si spianano, e non se ne sa il mottivo. Si discorre che la mira del signor enerale Medani siadi volersi avvanzare nel Trentino per essersi molte truppe inoltrate per dirupi a quelle parti, anzi vogliono alcuni che ne siano di qui penetrate in val di Vestino e in val di Leder, il che se fosse vero, portarebbe una gran diversione agl'Alemani al Veronese, a' quali resta interdetta la strada della Chiusa. Nell'Abbadia si sono pa rimente rinforzati i Francesi in grosso numero, e vi si attende a mo menti il generale di S. Fremont per comandarvi un corpo di milizia che vi si deve radunare, al cui effetto sono di già stati drizzati i forni per cuocere il pane. CIFRA 8 MAGGIO 1706. Ho penetrato che tra il sig. duca di Savoia e questi signori passi qualche negoziato d'importanza, poichè martedì della settimana scorsa capito qua con ogni segretezza un cavaliere torinese spedito da S. A., ed havendo egli fatto capo da un padre gesuita,questi lo condusse im mediatamente da un segretario delli inquisitori,conilquale conferì per più hore. Essendosi poi congregato nella mattina susseguente quel Ma gistrato coll'intervento d'un Savio grande, vi fu introdotto il cavaliere a far la sua esposizione. La sostanza della medesima, per quel che si è potuto sapere, conteneva una premurosissima istanza di S. A. per haver consiglio ed aiuto dalla Repubblica nei frangenti ne' quali si ritrova. Il giorno dopo, partito il cavaliere di ritorno a Torino, fu fatta dal pub blico una spedizione a posta per Vienna. 15 MAGGIO 1706. Ambedue le armate che sono nel Veronese s'ingrossano, et all'ale mana va continuamente giongendo l'infanteria, che mostra il grande incomodo del faticoso viaggio. Preso qualche giorno di riposo nelli quartieri di s. Michele es. Bonifacio, s'è incaminato assieme con un STATO 424 LA NUNZIATURA VENETA corpo di tremila cavalli verso l'Adice nel luogo di Belfior, da dove il collonello Patè s'era prima avvanzato a riprendere li posti di Ferazzo, Merlara e Begosso. Continua la sua dimora da più giorni in Ala il signor principe Eugenio per sollecitare li rinforzi della Germania, e la marchia delle restanti truppe delBressiano, attendendosi a momenti li principi d'Anhalt, Wirtembergh e Sassengota, dicendo che il primo sarà generale dell'infanteria, et il signor duca di Vandomo che si trova ancora in Rivoli, lo guarda da vicino per il dubbio che possa venire fatto qualche tentativo di calaredi qua dall'Adice dalla parte diMonte Baldo per il piano della Ferrara,ove ancora sussistono i Tedeschi. Sta bilitosi dal soddetto signor duca di Vandomo di tener chiuso agl'Ale mani l'ingresso nel Bressiano, e già eseguitosi con le operazioni fatte fare dal sig. tenente generale Medani nel Salodiano, che sono state di tagliar strade in più siti, abenchè disastrose e impraticabili, come di guardare nel Veronese il passo dell'Adice, assistendo di persona ha fatto principiare una trinciera di larghezza di dieci piedi a Rivoli, e conti nuandola per cinque miglia di paese andarà a terminare a Garda, posto che dà il nome al lago, alla quale trinciera travagliano sopra seimila uomini, e doverà, per quanto dicesi,venir custodita da quattromila spa gnuoli e quantità d'altiglieria, già arrivatine 20 pezzi in Bussolengo, et altri cercandosine da Mantova e Castiglione per renderla capace con tro ogni tentativo. Con ciò verrà a difficoltarsi agl' Aleman i digettarsi di qua dall' Adice per il fianco di Montebaldo, mentre loro starà alla fronte questa trinciera da superarsi prima di porre il piede sulla pia nura del Veronese. Affacciandosi gli Alemani in molti posti del detto fiume Adice sia per tentare o per discoprire il più facile al passaggio, subito i Francesi vi si mettono all'incontro, e perciò tutte le ripe d'una parte e l'altra sono armate, et ultimamente a Zevio con due regimenti d'infanteria e duemila cavalli s'è condotto apiantar campo il colonnello d'Estrades. Anche il generale Medani dopo le accennate operazioni si è reso da Salò all' armata del Veronese con le sue truppe, a' quali hanno dato il cambio tre reggimenti spagnuoli, che saranno comandati dal sig. generale Toralba, quale a momenti vi si attendeva. Nel Pole sine e Badia ogni giorno s'accrescono i Francesi sino ad Adia alla volta della marina, e perchè un numeroso staccamento d'essi s'è av vanzato a s. Pietro di Legnago, si suppone che con altro numero d'in fanteria o cavalleria che vi si attende possa piantarsi un campo tra quel luogo e l'altro di Carpi. Ilgenerale Stenau di questo pubblico s'è portato a Verona con diverse commissioni non penetrate, non accertan dosi ancora se si farà l'accampamento divulgato, o se si fermaranno le truppe venete ne' loro quartieri. Alla parte del Piemonte non sono in DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 425 feriori i movimenti de' Francesi,mentre sentesi che decampata tutta l'armata da Montanara s'era avvanzata verso la Venaria, e che un grosso staccamento d'essa andava a levare da Susa e suoi distretti da 18 altri battaglioni in circa calati dal Delfinato e Savoia, per essere im piegati all'assedio imminente di Torino. Il sig. duca di Savoia sta però preparato alla difesa, et ha accresciuti i posti di più conseguenza di maggiori fortificazioni, con avere anche richiamato da Asti il presidio alemano, fatti però prima demolire tutti i lavori di quella piazza. STATO ADI DETTо. Ha dato del timore unaimprovvisa deputatione fattasi da questo Ma gistrato della Sanità di due di questi medici per portarsi ne' luoghi del Bressiano, et ivi sul fatto riconoscere la qualitàdel male che vi regna, em'aveva fatto dubitare che accresciuto potesse produrre delle altre perniciose conseguenze. Fattene perciò le diligenti ricerche, trovo che non vi sia augumento, anzi che la mortalità sia diminuita, e che il Magistrato non è devenuto a tale destinazione, se non per verificare il vero sistema delmale sodetto,di cui sin ora varie sono state le opinioni dei medici delle città circonvicine ad essi luoghi. Operarà un vantaggio maggiore la relazione di questi medici, mentre occorrendo più esatte precauzioni per darela totale salute a quella povera gente, sarannodal Magistrato medesimo intraprese, volendosi a tutto potere levare la radice al detto male. Di qualunque cosa andarà seguendo, ne sarà sem pre intesa V. E., alla quale fo profondissimo inchino. AVVISO 15 MAGGIO 1706. Domenica doppo pranzo il sig. abbate di Pompona ambasciatore di Francia fece il suo publico ingresso, essendo stato levato dall'isola di s. Spirito dal sig. cav. Pisani e da circa 50 senatori in veste rossa se condo il consueto, ed accompagnato alla sua abitazione. Lamattina se guente dalli medesimi fu condotto in collegio all'udienza publica, e tornd a casa collo stesso accompagnamento. Vesti l'abito prelatizio nero con sottana lunga, rocchetto, mantelletta e mozzetta, servendolo un paggio per caudatario. Per la città portò il rocchetto scoperto, as sumendo poi la mantelletta al primo caposcala del palazzo ducale, nel qual sito se la cavò al partire.14 Fu per seguire qualche sconcerto il 14 Intorno al cerimoniale e all'abito con cui dovea presentarsi in Collegio questo nuovo ambasciatore per la prima volta, erano precorse molte dispute e trattative, se condo che appare dal carteggio. Non ne diedi notizia, perchè mi parvero documenti più di pettegolezzo e vanità che di storia. 426 LA NUNZIATURA VENETA giorno dell'ingresso, perchè li senatori giunti alla chiesa di s. Spirito pre tesero che calasse senzamandar di sopra alle stanze, dove egli si tratte neva, un segretario di collegio a fargli sapere (secondo lo stile) che erano ivi arrivati; atteso che monsieur di Sciarmont suo predecessore inavvertentemente scese le scale senza aspettare tal ambasciata. Ma il signor abbate avvertito dal segretario regio di Spagna, che si trovava presente, del pregiudicio, mandò a dire alli medesimi, che non saria partito mai, sintantochè non vedeva salire il segretario, che poi gli fu mandato. Ma tanto lo volsero pregiudicare la mattina dell'udienza pu blica, mentre, essendo il solito, che la prima volta che gli ambascia tori vanno in collegio, entrano a drittura senza fermarsi punto, lo fe cero sedere nell'anticollegio per un poco di tempo, ignorando egli la pratica di questo. Spiegò una vaga livrea trinata d'argento e seta di quattro paggi, dodici staffieri e sedici gondolieri, havendo poste in ac qua quattro gondole, tre tutte dorate con statue ed intagli, e con i felci di veluto con ricami d'oro, e la quarta nera coperta di veluto dell'istesso colore. Per due sere concorse gran quantità di popolo e mascare al suo palazzo, ove furono dispensati rinfreschi e si godè il divertimento di suoni di varj strumenti, e la vista del giardino tutto illuminatodi torcie, restando terminate le feste con un lauto banchetto. che il sig. ambasciatore diede a tutti i cavalieri nazionali e forestieri. che l'havevano servito in quella funzione. STATO 22 MAGGIO 1706. La linea che accennai con le decorse, ordinata dal sig. duca di Van domo da Rivoli a Garda, si avvanza sotto il fervore diun incessante lavoro, e comedissi, averà un'estesa di cinque miglia, ela sua larghezza sarà ne' siti più stretti di dodeci piedi, e nelli più esposti alli tentativi degl' Imperiali di trenta in circa, venendo questi particolarmente muniti di opere angolari armati di cannone, e circondati da palizzate, al qual effetto si sono fatte condurre tutte le punte che difendevano ambidue li campi nel Bressiano. Li Spagnuoli, a' quali è stata data l'incombenza di guardarla, si vanno approssimando,benchè con lenta marchia, et il ge nerale Colmenero che deve comandargli, è già arrivato inValezzo. Alla comparsa di queste truppe sfilaranno le altre Francesi verso alle Basse, cioè alla volta di Rovigo, Polesine e Badia, per rinforzare quel corpo che si fa ogni giorno maggiore, come anchein maggiore numero s'au gumenta l'altro degl'Alemani, due regimenti de' quali scesi perla Valle Pantena si resero nel Veronese; dopo di che furono seguitati dal si gnor principe Eugenio, quale ora ha posto il suo quartiere nella terra di s. Martino, e di già va facendo prendere la marchia alle dette sue DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 427 truppe verso Fecazzo, Merlara eBegosio,precorrendo la voceche egli ancora possa di breve incamminarsi a quella volta. L'oggetto sarà di cercare il passo dell' Adice, impegno di difficile riuscita per le puoche forze che sin ora hadetto sig.principe Eugenio,calcolandosi che gl' Im periali che al presente si trovano nel Veronese,possano essere in circa sedicimila, oltre poi le prevenzioni usate dal soddetto sig. duca di Vandomo, che ha fatti munire tutti li guadi et armare tutte le ripe per rendere vano ogni tentativo avversario. Nel Bressiano et alla parte di Salò si continua da' Francesi a travagliare nel taglio delle strade per maggiormente dilatarli e profondarli, impiegandovisi continuamente quantità di guastadori, e praticandovisi anche l'uso di qualche picciola minaper più sollecitamente terminare l'operazione. Con ordini premu rosi era stata comandata l'unione di tutte le barche più capaci della riviera, e commesso pure alli granatieri di Salò di star pronti sull'armi, il che aveva fatto credere qualche irruzione nelle spiaggie del Tren tino, che è poi svanita dall'essere state licenziate e l'une e gl'altri. STATO 22 MAGGIO 1706. Fu stabilito nel Senato di sabbato a sera decorso di supplicare la Santità di nostro Signore per un nuovo sussidio da pagarsi dagl'ec clesiastici, attesi i gravi dispendj, che nella continuazione delle cor renti contingenze soffre il publico. Quando nella stessa sera non fos sero state date le commissioni a cotesto signor ambasciatore per farne l'istanza alla Santità Sua, che non ho potuto accertare, si daranno in questa, mostrandone il governo una piena premura. Veramente re stano ancora a pagarsi più rate degl'ultimi ottenuti a mottivo d'im potenza, e questa si va sempre facendo maggiore per il peso dell'ar mata, che porta lo Stato, onde che si può prevedere una difficile esa zione. Ne umiglio il raguaglio a V. E., alla quale fo profondissimo inchino. STATO 1 ADÌ DETTо. Bacio umilissimamente i santissimi piedi alla Santità di Nostro Si gnore, enel medesimo tempo rendo infinite grazie all'E. V. di quelle, onde mi trovo onorato conlamiatraslazione da questa alla Nunziatura di Francia. In ogni luogo dipenderò sempre da' cenni autorevoli del l'E. V., e procurarò di non demeritare la continuazione del suo bene fico patrocinio appresso la Santità Sua. Al debito che mi corre verso di V. E., e per quello che da sè medesima s'è degnata contribuire a tale mio avvanzamento, e per le umanissime congratulazioni, con le quali ha voluto rendere in ogni parte compita l'esultazione del mio 428 LA NUNZIATURA VENETA cuore, supplisca l'animo di Lei grande, già che non ho espressioni che vagliano a contestarglielo. Attenderò fratanto le ulteriori dispo sizioni della Santità Sua, e li stimatissimi comandi di V. E. per pron tamente eseguirli, e me le umiglio in profondo inchino. STATO A DI DETTOо. Sempre più buoni rincontri si hanno circadel male che grassava nel territorio di Bressia. Ritornano alle loro case molti di quegl' abitantiv che s'erano ritirati altrove, si mantiene l'abbondanza d'ogni sorte di vitto, si sono fatte molte fornaci di calce da seminarsi ove ancora l'a lito de' cadaveri rende fetore, et insomma il Magistrato della Sanità di Bressia con le direzioni di questo applica incessantemente per ri stabilire nel primo essere di salute quei luoghi, ne' quali sono anche stati distribuiti più medici, che invigilano sopra ogni minima cosa per darvi prontamente il rimedio. Sono però state, ove s'era resa più fami gliare la mortalità, fatte delle separationi per facilitare l'avvanzamento migliore della salute e togliereil timore della communicatione del male. Li medici e chirurghi che sono stati spediti, non hanno ancora date . le loro relazioni di sopra il fatto per non sapersene l'arrivo; restanon ostante tutta la bona speranza. Di tutto ne fo ossequiosa parte all'E. V., alla quale fo profondo inchino. APARTE 22 MAGGIO 1706. Si prevalse il signor abbate di Pompona dell'apertura, che in occa sione del suo ingresso ed udienza publica hebbe di trattare col si gnor cavaliere Pisani, per conferir seco lungamente sopra gli emer genti della guerra d'Italia, affinchè riportandone i discorsi al Senato, questi potesse in ordine alli medesimi restar pienamente inteso delle intenzioni e misure della Francia. L'istesso poi, giorni dopo, rappre sentò anch'egli più individualmente in Collegio, in congiuntura che questi signori ne lo chiamarono, per fargli doglianze sopra varj disor dini commessi nello Stato dalle truppe regie. Per quello che io ho po tuto scoprire, non aderiscono i Francesi a certa voce che si va divul gando, d'un armistizio, ma vorriano ultimare affatto la guerra inqueste parti; onde tutte le loro premure tendono a dar impulsi al publico, perchè si risolva a contribuire in qualche maniera all'espulsione de' Tedeschi, per non lasciarveli (quando venisse a seguire) più ritornare. Fan vedere che la congiuntura non potria adesso assere più propria, atteso il poco numero delle truppe alemane, e danno all'incontro tutte le sicurezze d'allontanarsi immediatamente da questo paese: anzi il signor ambasciatore gli ha dichiarato d'havere congiuntamente con il DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 429 signor duca di Vandomo un'ampiafacoltà di trattare, stabilire e con cludere quanto stimano a proposito su questa materia. Il tutto è stato considerato e dibattuto in varie consulte, e poi anche portato al Senato più volte sotto un stretto segreto. Ciò che ne risulterà, V. E. sarà dame raguagliata, e le fo profon dissimo inchino. APARTE- 22 MAGGIO. Mercordi doppo la mezzanotte giunse il corriero straordinario spe dito da V. E. coll'avviso della promozione e coi dispacci per il signor cardinal Badoaro, non essendo capitato prima per esser stato tratte- nuto dalli soldati francesi alla Mesola per molte hore, di che ho fatto doglianze, come conveniva, qui col signor ambasciatore. Io non mancai di rappresentare subito a S. E. le premure di Nostro Signore, perchè, sollecitamente si accingesse alla partenza per Roma nella forma pre seritta da V. E.,ma da principio mostrò di non essere in stato di poterlo così presto effettuare; rinovate poi le premure, si è disposto di partire sul principio dell'entrante mese,conforme più accertatamente intenderà dalle sue lettere. Per quanto S. E. si è espresso meco, asserisce d'esser sprovista di tutto ed esser questo il motivo del suo ritardo, affine di poter preparar qualche cosa peril suo bisogno. Quanto al riguardo per il cerimoniale, seguitandosi la norma di ciò che fu pratticato col signor cardinale Basadonna, non potrebbe succedere nissun contrasto, perchè non passarono visite di sorte alcuna; anzi il publico havria goduto che qui si fosse fatta la funzione, mentre ne mostravaun gran desiderio. Il modo tenuto già coll'accennato cardinale, fu che egli stava dentro il presbiterio dalla parte dell'Evangelio, et il doge nel solito suo luogo fuori di quello: e quando venne l'hora di dargli la berretta, nel mentre che S. E. si accostò all'altare, anche S. Ser. vi si portò fermandosi in cornu epistolæ, e gliela pose in capo, tornando poi subito ambedue ai proprj luoghi. Alla messa fu dato abaciare ilVangelo all'uno e all'altro da due ministri in un tempo istesso, e così ancora l'incenso e la pace. Il signor cardinale mi ha detto che questi signori si sono un poco for malizzati per non havere il signor Morosini dato parte in publico della collazione fatta della chiesa di Bressia: qual ommissione tanto più sembra inverisimile, quanto che S. E. istessa si è meco espressa che detto signor ambasciatore le n'haveva dato l'avviso, come havutolo da palazzo. Se però lo parteciperà al Senato col primo ordinario, si verrà nel fine della settimana all'elezione d'un nuovo patriarca, per la qual dignità molti sono li concorrenti: et a V. E. fo profondissimo inchino.. 430 LA NUNZIATURA VENETA STATO 29 MAGGIO. Doppo l'assenso prestato dal signor duca di Mantova che nella Con gregazione de' PP. Ministri Riformati potessero essi regolarsi circa la destinazione de' superiori per li conventi di quel ducato, e doppo termi nata la medesima Congregazione, nella quale furono eletti nei tre con venti, che vi sono due guardiani sudditi et uno della diocesi di Treviso di questo dominio, soggetto degno e fuori d'ognisospetto, hanno ecci tato i ministri del signor duca nuove pretensioni e disturbi per conse guire anche il terzo guardiano suddetto, e venire con questo a togliere intieramente la libertà della Provinzia et a' superiori di poter operare secondo la loro coscienza e costituzioni. Sino ad oranon so quali misure possa prendere il signor duca e quei ministri, a' quali ho scritto in tal proposito; ma perchè prevedo o che possano ricorrere costi, o che siano per impedire al guardiano l'essercizio della sua carica, ho stimato bene prevenirne il raguaglio a V. E., accid sia intesa di quanto occorre. Frattanto non lasciarò anch'io di procurare che restino divertiti questi nuovi torbidi, et umigliando a V. E. la mia venerazione, le fo profondo inchino. STATO 29 MAGGIO. Resta poi intieramente perfezionata la gran linea fatta da' Francesi dal lago sino all'Adice verso laFerrara con una vasta fossa, e munita la linea soddetta di 40 e più pezzi di cannone, osservandosi in varj posti più batterie in faccia ad altre degl'Alemani. Sta ancora il signor duca di Vandomo a Rivoli, spedendo sempre maggiori rinforzi al basso del l'Adice, e facendo far trinciere ne' luoghi massime ove gli Alemani po trebbero tentare il passaggio del suddetto fiume.Alla parte dellaBadia fanno il consimile, essendovi capitato più rinforzi di gente, che viene co mandata dal signor di S. Fremon ultimamente giuntovi. Tra la Stellata e Figaroli hanno terminato un ponte di barche, che si dice per comodo di trasportare gli amalati che sono alla Badia stessa,in caso mai venis sero attaccati dagl'Alemani, e dal medesimo luogo sono partiti li dra goni, che si sono portati ad unirsi alle truppe che sono a Carpi e a Ca stagnaro. Il signor principeEugenio non s'è ancora mosso dal suoquar tiere di s. Martino e s. Michele di Verona, continuando ad unire la sua gente che le va giornalmente capitando dal Vicentino e Valle Polesella con altiglieriada campagna. Giunto a sufficiente numero, le daràuna rassegna per poscia darprincipio alle operazioni. Le truppe di questo publico sono in marchia per più parti. Sono con quelle stati rinforzati i luoghi a Rovigo,Lendenara et Este, e corre voce che siasi per fare un DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 431 ponte sopra l'Adice al Barbuglio per la comunicazione del Polesine col Padovano, anche al motivo di guardare con più attenzione tutti i luoghi esposti a questaparte, per l'espressione fatta dal signorprincipeEugenio di valersi di qualunque luogo che li possa essere necessità, quantunque presidiato. Nel Piemonte sentesi che li Francesi, passata la Dora, hab biano fatto un ponte sopra il Po per avvicinarsi sempre più alla citta della di Torino per formare ivi l'attacco, e fra tanto facevano avvan zare tutta l'altiglieria e monizioni necessarie a quella parte, affine di disporre tutto il bisognevole per avere ad aprire la trinciera, che per ora non sipenetra quando possa eseguirsi. Avevail signor duca di Sa voia levate dal postodi s. Michele le sue truppe, e s'era con esse reso a Torino, e doppo portatosi all'alture del Po a Chieriverso Villa Nuova, ma avvanzatosi a quella parte un staccamento francese, si ritirò di nuovo a Torino, mettendo l'infanteria nel posto de' Capuccini di molto fortificato, e lasciata la cavalleria in città. CIFRA 29 MAGGIO. Furono poi date sabbato dal Senato al signor ambasciatore di Fran cia le risposte, per le quali tanto premeva; e sebbene io non sonovenuto totalmente in chiaro del tenore delle medesime, attesochè si camina con un segreto il più stretto che dir si possa, ho nondimeno ricavato che la sostanza sia, che il publico, per contribuire alla quiete d'Italia, non disente di dar mano a qualche trattato, acciò o segua la pace nella provincia, o pure una tregua. Detto rappresentante di concerto col si gnor duca di Vandomo spedi subito un straordinario a Parigi, e sopra di ciò si fonda buona speranza che le cose possino maneggiarsi, tanto più che resta stabilito di mutare in Mantova il presidio francese, per sostituirvene un altro tutto quanto spagnuolo, se però la nuova della liberazione di Barcellona partecipata ieri al Collegio dal signor amba sciatore cesareo all'arrivo d'un cavaliere, che si suppone partito da quella città alli 20 che passava a Vienna, non faràvariare le disposi zioni, parendo che questi signori siano rimasti alquanto sospesi anche per la parte, che lo stesso ministro ha data al Senato d'esser egli stato dall'arciduca destinato suo ambasciatore per la Spagna. Di talnegoziato sin hora nè li ministri delle due Corone costi, nè quello di Venezia hanno minimo odore, onde mi raccomando quanto più posso a V. E. acciò non lo lasci traspirare, perchè perderei intieramente la confidenza di chi mi avvisa et il filo di queste prattiche; e se intanto, quando si avanzino, l'E. V.havrà qualche ordine da ingiungermi, io nonmancherò al mio debito. 432 LA NUNZIATURA VENETA APARTE 29 MAGGIO. La signora Elettrice di Baviera trovandosi in una somma afflizione, non meno per il trasporto de'suoi figli maggiori a Clausenfurt in Ca rintia, che per haver inteso che li due più piccoli con la figliola rima sti in Monaco siano stati levati dal governo che li custodiva, e dati da nodrire ad una certa dama privata, mediante un assegnamento fattole per gli alimenti dalla Corte Cesarea, ha desiderato che io passi qual che officio con questo signor ambasciatore dell' imperatore, affinchè in terponga i suoi proprj alla Corte, per ottenere che questi ultimi siano rilasciati all' A. S., epossino venire a Venezia per esser allevati appresso di essa con maggior comodità et amore. Essendomi però parso di non potermi ritirare dal servire al desiderio di questa principessa, consideran do massime alla benignissima propensione di sua Beatitudine verso la medesima ed i figli stessi, ho parlato col detto rappresentante di questa materia, e mi ha dato promessa di scriverne conogni premura. Mi giova sperare che simil parte che ho fatto,incontrerà l'approvazione di V. E., sentendo che anche S. A. medesima sia per scriverne questa sera a nostro Signore, et all'E. V. profondamente m'inchino. APARTE 29 MAGGIO. Per impedire i disordini che succedevano per l'arresto delli corrieri, io già siccome significai a V. E., m'interposi con questi signori amba sciatori, consigliandoli a vedere di stabilire una intiera sicurezza per una parte e per l'altra su questo proposito: e comechè mostrarono di aderire alle mie insinuazioni, nell'istesso tempo ne scrissero quello del l'imperatore al signor principe Eugenio e l'altro di Francia al signor duca di Vandomo. Essendo però venuta la piena approvazione de' me desimi comandanti,tanto il signor principe Ercolani, che il signor abbate di Pompona hanno dato una promessa reciproca a me in scritto, che per l'avvenire non saranno fermati i corrieri ordinarj che vengono da qualsivoglia parte a Venezia, e chepartono di qua perqualunque luogo d'Europa, in forma chepotranno passare liberamente colle valigie delle lettere e colle loro mercanzie, havendo ciascun di loro mandata la co pia autentica del biglietto dell'altro, al campo ai predetti comandanti per la totale osservanza. Con ciò mi è riuscito di assicurare principal mente i corrieri di Ferrara e Bologna, che erano i più sottoposti agli arresti, e che hanno sofferto tanto, onde daqui innanzi resteranno liberi da ogni molestia; et all'E. V. fo profondissimo inchino. DI MONSIGNOR AGOSTINO CUȘANI. STATO 5 GIUGNO 1706. 433 Dopo avere il guardiano de'Riformati non suddito del signor duca di Mantova destinato dalla Congregazione a quel convento preso pacifica mente esenza verundisturbo ilpossesso commesso alla sua direzione, e mano all'esercizio, non ha potuto proseguirlo, stante la mente contraria dato del signor duca stesso,che li fece intendere non volere altro supe riore che suo suddito,onde che il guardiano stimd opportuno levarsi per non soggiacere a doverlo fare con della violenza. Ben so che a tal passo èdevenuto il signor ducaper particolari insinuazioni fatteli da qualche suo ministro, e benchè procurassi presso di altri che fosse mantenuto nella prima disposizione, hanno prevalso gli altrui uffizj. Še V. E. cre desse proprio passarne qualche doglianza a cotesto agente di S. A., po trebbe essere proficua, tuttavia mi riporto a' prudentissimi sentimenti dell'E. V., alla quale fo profondissima riverenza. ADÌ DETTо. STATO Il generale conte d'Arach, benchè avesse intrapresa una finta mar chia, sussiste tuttavia con sei battaglioni alemani nel posto della Fer rara. Tale sua mossa fu osservata dal signor duca di Vandomo, che tiene il suo quartiere generale ad Appeano sularipadilà dell'Adice, e diede impulso arendere meglio difesa l'avvisata linea, comeche le azzioni abbiano a ridursi alle ripe dell'Adice stesso vicendevolmente ben custo dite, con pregiudizio però de'sudditi di questo dominio per l'impedi mento che si fa alla navigazione. Esso signor duca di Vandomo ha disposte le sue forze maggiori a mezzo il corso del detto fiume perac correre ove gli Alemani potessero tentare il passaggio, alzando conti nuamente batterie ora in una, ora nell'altra parte. Sino al presente il signor principe Eugenio non fa verun movimento, stando fisso nell'av visato suo quartiere. Si va però rinforzando di truppe, che di tempo in tempo sfilano alcampo, nè si vede ancora apparenza chepossa moversi, che seguirà però all'arrivo de' Prussiani e Palatini che calano quasi in numero di 10 mila. Nel Polesine si li Francesi come gli Alemanni si rendono numerosi, nè altro si sente che marchie e contromarchie, dalle quali non si rilevano i dissegni. Anche nel Vicentino si vanno fermando Alemani, che scendono per la nuova strada, e ciò rendendo apprensione a quella parte, dicesiche si renderà in quella città diresidenza il signor generale Delfino per ovviare ad ogni disordine, e che in Verona in di lui luogo vi si portarà il signor proveditore straordinario Flangini per non lasciardi vista gli andamentid'ambedue le armate estere; l'essersi anche accostati i Francesi sotto di Verona aveva reso non puoca ap 434 LA NUNZIATURA VENETA prensione, ma sin oranonhanno fatto verun moto. Dalla rivieradi Salò s'odono doglianze,per rendersisempre più dannosoil taglio delle accen nate strade fatto da' Francesi, e massime l'interrotta communicazione col Tirolo, et ora restano levate di là le truppe spagnuole che custodi vano quei passi,per certe discrepanze insorte fra le truppe francesi e spagnuole a causa dei posti,di maniera che si sono ritirati verso i luo ghi che tenevano. Il generale Toralba ha contramarciato alla volta del Milanese, mottivo di varj discorsi, volendosi che in tutta diligenza delle poste per tal fatto si sia reso a Milano il signorducadi Vandomo per abboccarsi conquel signor principe governatore, e dopo con lame desima diligenza siasi restituito al suo quartiere. Per l'assedio di To rino sono gionte all'armata del signor duca della Fogliada tutte le truppe destinate in rinforzo di quella; di presente si seguita a perfezio nare la linea di contovalazione (?), per poter poi collocare in batteria li cannoni emortari,non essendosi per anco apertala breccia,al qual fine si va travagliando con la possibile sollecitudine, dicendosi che seguirà li otto corrente. Fra tanto avendo il cannone dellapiazza di Torino rotto il ponte che avevano fatto iFrancesi sul Po, hanno questi intrapreso d' erigerne un altro in sito meno esposto adessere bersagliato. Tutte le truppe del signor duca diSavoia si trovavano tra la capitale et alposto della montagna, sentendosiche habbia fatto arrestare per sospetto d'in telligenza con i Francesi monsignor Gibert di lui ingegnere. STATO ADÌ DETTо. Nel Senato di sabbato sera decorso furono rilasciate le comissioni al signor Giovanni Battista Nani, che pezzo fa restò destinato in am basciatore presso della Santità di nostro Signore, perchè sollecita mente si disponga a rendersi costà all'esercizio della sua ambasciata. Veramente il cavalier ha dato mano alle cose sue, acciò queste non abbiano ad intrattenerlo; ma non ostante non potrà egli risolversi pri ma della rinfrescata. Le parti che qualificano il medesimo signore, le umigliai a V. E. sotto li 22 settembre dell'anno 1703 nel darle parte della di lui destinazione in ambasciatore a cotesta Corte, e riportan domi al di già avvisato, fo a V. E. profondissimo inchino. STATO 5GIUGNO. L'assistenza e provvedimenti necessarj che si continuano a sommi nistrare alle genti degl'accennati luoghi del territorio di Bressia, hanno intieramente tolto ogni sospetto di maggior male, mentre le notizie di questi giorni non ponno essere migliori per il buon incamminamento alla perfetta salute. Sussistono però ancora li medici, e si usano le DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 435 fissate precauzioni non ad altro oggetto che per rendere nello stato primiero i luoghi e le persone sodette. Ne umiglio il rincontro aV. E., e le fo profondissimo inchino. CIFRA 5 GIUGNO. Intorno al negoziato che toccai a Vostra Eminenza colla cifra di sabbato, non è stata presa alcuna deliberazione da questi signori ; anzi sento che possino sospendere ogni maneggio et andare molto più ri servati, non tanto per la nuova della liberazione di Barcellona, che per l'altra capitata posteriormente del successo di Fiandra.15 Hieri con tutto ciò il signor ambasciatore di Francia si portò in Collegio, ha vendo la sera precedente ricevuto un corriero speditogli dal signor duca di Vandomo,che si crede gli habbia dato il motivo per tale udienza; sebbene anche haveva disposizione di ricorrere contro l'e sposizione fatta al Senato dal signor ambasciatore cesareo, mentre si era formalizato molto per la parte data dello stesso, che l'arciduca l'haveva dichiarato ambasciatore di Spagna appresso la Republica, e rimostrare a questi signori l'improprietà d'un tal passo, tanto mag giormente che da loro erastato giàriconosciuto il vero re di Spagna. STATO 12 GIUGNO. Martedi dall'eccellentissimo Senato fu fatto il successore del signor cardinale Badoer alla dignità patriarcale di questa città, che re stava vacante, e cadde la nomina in monsignoreBarbarigi primocerio di s. Marco. Furono portati varj sogetti, ne' quali restorono compresi due secolari, cioè li signori procuratori. Marcello e Sebastiano Fo scarini, che protestarono di non voler esser balottati, benchè il secondo vi inclinasse, ma per altro se si metteva al concorso, ne averebbe senza dubbio sortito l'effetto per la stima et il credito che gode nella patria; ma perchè si voleva prima da lui la parola, che il signor suo nipote accettasse l'ambascieria di Francia, alla quale è stato nominato, e che ricusa, considerando il signor procuratore questo maneggio come con tratto puoco. decente, ricusò anch'esso le oferte che venivano fatte, nè volle essere ballotato. Si crede che la dignità di primocerio debba conferirsi dal serenissimo doge, a cui spetta la nomina, ad un figlio 45 Il già citato Diario riferisce sotto il 23 maggio, che gran battaglia seguì fra le due armate anglo-olandese e gallo-bavara nella pianura di Beveren presso S. Trond, nella quale stette per tre ore la vittoria inbilancia; ma sopraggiunto il duca diWir temberg colla cavalleria danese,attacco furiosamente e ributtò i Gallo-Bavari, pel che gli Anglo-Olandesi entrarono in Brusselles, ove fu acclamato Carlo III re di Spagna duca di Brabante. 436 LA NUNZIATURA VENETA del signor cavalier Michieli, così che ambedue le dignità restaranno benproviste, et in sogetti che ne hanno tutto il merito. Ne umiglio il ragguaglio a V. E., alla quale fo profondissimo inchino. STATO 12 GIUGNO. Stando fisse ambedue le armate estere ne' loro posti e quartieri, non somministrano novità. Quella del signor principe Eugenio va giornal mente rinforzandosi con le truppe che vengono dall'imperio, e gionte che saranno intieramente, si suppone che esso signor principe possa poi tentare il passaggio dell'Adice. Frattanto fa tenere ben custodito il posto della Ferrara, e tale incumbenza resta commessa al signor conte d'Arach, che vi si trova con sei battaglioni in osservazione an che deiFrancesi, che sono al trincieramento tra il lago e l'Adice stesso. L'altra del signor duca di Vandomo travaglia ancora intorno a varj fortini costrutti vicino le ripe del detto fiume, per far più valida op posizione a' Cesarei in caso di tentativo per passarlo. Così a Carpi si fortifica sopra quell'argine, e consimilmente alla Barnochella (?) e s. Pie tro di Lignago, correndo voce che esso signor duca di Vandomo possa di breve portarsi a riconoscere tutti i posti, e spezialmente quelli della Badia, per passare poi alla parte di Loreto, ove parimenti sono stati drizzati alcuni fortini che servono a guardare il Po; ed avendone fatti alcuni vicino alle mure di Verona e alla fortezza di Legnago, que sti signori avevano dato un grande allarme al pubblico, che temeva qualche tentativo sopra delle medesime, onde erano state fatte mar chiare tutte le truppe che si trovavano in Vicenza e Padova per accrescere la gente; e siccome ne erano state fatte doglianze a' Francesi e rimostranze a questo signor ambasciatore, pare che le cose si vadano acquietando. Il motivo di ciò è stato che li Francesi hanno dubitato che i Tedeschi sotto il cannone di dette piazze potessero ten tare il passaggio. Sedata la differenza insorta tra le truppe spagnuole e le francesi, si portò il signor generale Toralba alla visita d'alcuni posti nella riviera di Sald, dopo di che si è avanzato a Toscolano, da dove viene avvisato che il conte di Lodrone assemblava molte milizie per opporsi a' Gallispani et impedire gl'insulti. Dalla parte poi del Pie monte le più recenti notizie sono, che sotto di Torino fosse stata aperta la trinciera la notte delli 2 venendo li 3 del corrente, e che si battesse alla gagliarda quella piazza, essendo al campo del signor duca della Fogliada una quantitàprodigiosa di provisioni,et in particolare di bom be. Sempre più s'avanzavano i Francesi con i lavori verso la cittadella, dadove quel presidio corrispondeva con un incessante fuoco. Per andar più coperti avea detto signor duca della Fogliada ordinato alle milizie DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 437 di approntare con celerità un milione e più di fascine per servirsene nell'acquistar terreno, e meditava di far erigere una numerosa batteria, poichè da Susa erano incamminati al campo da 60 pezzi di cannone. STATO ADI DETTо. Cessato il bisogno che più a lungo si avessero a trattenere negli accennati luoghi del Bressiano li due medici, che da qui vi furono spe diti per dirigere la cura del male che aveano nel Bressiano, necessaria al ristabilimento in salute di quella povera gente, è stato ordinato di rimandarli, essendo ora cessata in questo magistrato della Sanità ogni apprensione e gelosia. Per compimento dell'obbligo mio verso di V. E. ne umiglio il ragguaglio, e le fo profondissimo inchino. STATO- A DÌ DETTо. Ha riportato l'universale compiacimento la destinazione fatta dalla Santità di nostro Signore di monsignore Anguisciola in Nunzio presso di questa serenissima Repubblica, et io più d'ogni altro ne sperimento una particolare soddisfazione, mentre le degnissime qualità del prelato compenseranno di molto alle,mie debolezze, e risarcirà alle mancanze mie succedute nelcorsodi tale impiego. Rendo intanto umilmente grazie a V. E. della notizia resami, e le fo profondissimo inchino. APARTE 12 GIUGNO 1706. Premendomi di vedereprima di partire da questo ministero compita la riscossione del residuo del pagamento, che restano a fare i Fran cesi per li grani havuti dell'abbadia della Vangadizza, ieri ne parlai al signor ambasciatore per sollecitarlo a darvi mano con tutta la sua efficacia, come mi andavo ripromettendo, secondo era stato tra noi con certato, ma rimasi inaspettatamente sorpreso alla risposta che mi diede, essendosi espresso che non poteva più far alcuna parte in ciò che gli venisse richiesto, non solamente da me, ma anche dal signor cardinale legato di Ferrara, o da altri ministri pontificj, per un divieto positivo che haveva havuto ultimamente dal signor duca di Vandomo d'inge rirsi in cosa alcuna che riguardasse il servizio della Corte di Roma, tanto per questa parte, che per quelle del Ferrarese e Messerano, di chiarandosi d'esser stato offeso da Sua Santità al maggior segno nella persona del gran priore suo fratello per i trattamenti negatigli, quando erano stati conceduti già ad altri di minor sfera della sua, senza vo ler restar capacitato della risoluzione della Congregazione emanata in contrario. Io non ho mancato di far conoscere all'istesso signor am basciatore quanto improprio sia un sì fatto modo, il quale direttamente Arch. Stor. Lomb. An. III. 29 438 LA NUNZIATURA VENETA si oppone al rispetto dovuto al papa, e nel medesimo tempo anche al servizio del re. L'E. V. ancora potrà dolersene con il signor cardinale dela Tremoglie, o dove stimerà più necessario, affinchè si spicchi dalla Cortedi Francia qualche ordine su questo particolare, mentre restando ame precluso l'adito di poter discorrere e trattare su le materie che possono offerirsi alla giornata, correranno de' pregiudicj alli interessi della Santa Sede, e resteranno defraudate altresì le intenzioni di no stro Signore, non meno rispetto all'inesigenza del residuo de' frutti di detta abbadia, che in tutte le altre pendenze; et all'E. V. fo profon dissimo inchino . CIFRA 12 GIUGNO. È ritornato a Venezia, con la solita segretezza, quel cavaliere to rinese, che spedito dal signor duca di Savoia fu già introdotto (come significai a V. E.) per mezzo d'un padre gesuita agli inquisitori di Stato. Egli sta presentemente alloggiato in casa d'un segretario di quel tribunale, ma con ogni maggior ritiratezza: ha fatto, per quanto intendo, nuove esposizioni ai medesimi inquisitori, con i quali anche è intervenuto nelle conferenze il signor procuratore Lando, come uno de' savj che sono attualmente in officio. Non traspira la qualità del negoziato, solo si pole congetturare che riguardi il bisogno del detto signor duca. Se mi riuscirà di penetrarla, non preterirò di farla nota a V. E. secondo il debito della mia attenzione. APARTE 12 GIUGNO. Non ho mancato di rappresentare, nella maniera che V. E. mi ha comandato, alla signora Elettrice di Baviera la passione ben grande che risente Sua Beatitudine delle afflizioni di S. A., e molto più per non haver campo di poterlene procurare il sollievo coll'opera sua propria, come per altro goderebbe sommamente. All'A. S. ho aggiunto altresì che tanto è il desiderio di nostro Signore, che essa ne rimanga per suasa, che insino si è mosso a dar ordine a monsignor Rasponi d'es sere, nel passaggio che farà di qua per Polonia, a confermarlene i sensi più ampiamente. Sono state perciò da S. A. accolte con ogni rispettosa riconoscenza verso Sua Santità le medesime espressioni, e se le ne professa infinitamente tenuta; et all'E. V. fo profondissimo inchino. STATO 19 GIUGNO. L'arrivo all'armata imperiale de' principi d'Anhalt, Sassengota, Des sau e Wirtembergh colle loro truppe, elacalata sollecita delle altre che DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 439 sono nel Trentino, che sfilano per la parte di Montebaldo e per la parte della strada nuova, fanno credere che quanto prima possa il si gnor principe Eugenio dar principio alle operazioni militari, la prima delle quali totalmente forzata sarà il tentativo del passaggio dell'Adice, al qual fine usa tutta l'attenzione per li apprestamenti necessarj di barche e degli altri attrezzi valevoli a fabricar ponti. Per divertire tutti questi disegni ha il signor duca di Vandomo fatti fare nuovi lavori con altro trincieramento munito di cinque in sei ridotti sino all'Adice, steso al di sopra e di sotto di Verona, facendo travagliare alla gagliarda anche intorno ad altri tre bonetti alla Croce Bianca, guarniti al pre sente di molti cannoni. Così il signor generale Albergoti, che soprin tende al campamento francese di Rivoli, per levarsi l'incomodo che gli dà una batteria alzata dagli Alemani al posto della Ferrara, è stato obligato far fare delle altre operazioni, che ora l'assicurano da ogni disturbo. Il colonnello Patè per ordine del signor principe Eugenio va continuamente scandagliando le ripe del detto fiume Adice, per sce gliere le più approposito al tentativo del passaggio, ma pare anche che esso signor principe, qualunque volta conosca l'impossibilità di tra ghettarlo, sia di parere d'avanzarsi al Po, alla qual parte parimenti averà del contrasto, avendo il signor duca di Vandome a tale con siderazione fatti fare nuovi ponti sopra l'Oglio, oltre quello di Bordo lano, il qual luogo resta ora ridotto in figura di formale fortezza. Dalla riviera di Salò sono stati levati due reggimenti francesi, che di subito si sono imbarcati per essere trasportati a Lacise, ed indi tradotti al Mincio, ove pure si dovevano incamminare li restanti reggimenti fran cesi, restando a' posti della riviera distribuiti li reggimenti spagnoli con poche milizie francesi. S'era restituito a Toscolano il signor tenente generale Medani, stato sul Veronese dal signor duca di Vandomo ad una consulta generale di guerra, e dopo il suo ritorno fu assalito da febre e dolori con pericolo di vita. Si conserva l'avvisato staccamento che si fa dell'armata francese di 5000 uomini in rinforzo di quella del Piemonte, ove gionto che sarà, si staccaranno dacolà 4000 cavalli, che passaranno a questa parte per militare sotto il signor duca di Van domo. STATO ADÌ DETTо. Ho reso avvisato il signor canonico della cattedrale di Padova, Au gusto Zacco, della clementissima grazia fattagli dalla Santità di no stro Signore in destinarlo alla chiesa vacante di Corfù. Mostra questo signore tutta la rassegnazione a' voleri pontifici, e fa sperare che con pastorale zelo e con frutto di quell'anime saràper governare la chiesa 440 LA NUNZIATURA VENETA sodetta. Prevedo però, che se nondopo la rinfrescata potrà rendersi costàper le necessarie fonzioni, mentre non è possibile che così subito possa egli partire, trovandosi sprovvisto di tutto e senza alcuna preven zione al suo viaggio; servirà però questa dilazione a compensare il tempo che doveria spendere nell' allestirsi alla partenza dopo il suo ritorno da costà, così che potrà immediatamente imbarcarsi per la sua chiesa. Et le fo profondissimo inchino. STATO ADI DETTO. Conla benigna permissione della Santità di nostro Signore m'an darò ora disponendo alla partenza da questacittàper rendermi a Pa rigi all'esercizio del nuovo mio ministero. Adempirò prima alle solite formalità e convenienze con questo publico e con altri, secondo il so lito, con lasciar dopo nelle mani del mio uditore gli affari della Nun ziatura. Pare che non vi sia il bisogno che da costa venga munito con alcuna particolare facoltà, essendo uso di farsi dal Nunzio prima di sua partenza una deputazione nello stesso di potere esercitare la di lui carica e dirigere le cose spettanti alla Nunziatura, che resta in osser vanza, potendosi incontrare qualche difficoltà in caso si voglia rece dere dall'uso. Rendo grazie umilissime a V. E. per le felicità che mi desidera nel viaggio, nel quale la terrò sempre intesa d'ogni mio av venimento, et a V. E. fo profondissimo inchino. APARTE 19 GIUGNO. Ancorchè il signor abbate di Pompona nella settimana scorsa, quando gli rinnovai l'istanze per il residuo del pagamento de'grani dell' abbadia che i Francesi andavano debitori, si fosse dichiarato meco d'haver or dine dal signor duca di Vandomo di non ingerirsi più nelle pendenze spettanti agli affari di Roma, nondimeno colle ulteriori premure che gli ho dimostrate intorno l'istesso particolare, si sono disposte e facili tate talmente le cose, che con qualche altra diligenza che v'ho con tribuito consecutivamente per altro canale, mi è riuscito di conseguire detto residuo; onde havendo già li ministri dell'abbadia riscosso l'in tiero del pagamento, resteranno adempite senza dilazione tutte le dispo sizioni ordinate da Nostro Signore sopra quelli effetti. Et a V. E. fo profondissimo inchino. CIFRA 19 GIUGNO. Si stain grande osservazione di poter scoprire la qualitàdell'affare, per il quale tanto si maneggiò il signor ambasciatore di Francia; essendogli arrivato domenica un corriere del signor duca di Vandomo, subito la DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 441 mattina seguente si portd in Collegio, et il giorno dopo uscito con molta secretezza di Venezia, si trasferì alla Badia per abboccarsi e conferire con esso, havendo oggi solamente fatto ritorno in città. Si vagiudicando che queste pratiche siano per vedere d'indurre il pu blico ad entrare per mediatore di qualche trattato; anzi l'essersi veduta la reiterata spedizione fatta dal signor duca di Savoia del cavaliere che accennai a V. E., ascoltato contanto riguardo dagli inquisitori di Stato, ha dato motivo di discorrere che questi signori possino facili tare le cose di S. A. in qualche maneggio. STATO 26 GIUGNO. Prima di prendere congedo daquesti signori perdisponermi poi alla partenza, ho portate personalmente in Collegio le mie premure per il rilascio delle merci rappresagliate da' Pastrovicj nell'anno decorso sopra la barca del paron Moretti da Pesaro,ma non ho potuto avere risposte nè spero d'averle, così che mi restaildisperato rammarico di dover par tire, non ostante tutte le espressioni di voler aggiustare questo affare. Si persiste che siano riparati li Pastrovicj medesimi per il supposto aggravio ricevuto anni sono, e non si riflette che tant'altri interessati particolari nelle merci sodette non hanno parte in quello che non po tria cadere se non sopra del Belloni, quando fossero appoggiate alla giustizia le loro pretensioni. È stato(?) per quanto mi avvisa il signor governatore d'Ancona, ancor altra barca proveniente da Ragusi con merci di Ancona, per la quale si troveranno le stesse difficoltà per ricuperarle, e non sarà poco che nella prossima fiera di Sinigaglia non si ricevino altre molestie. Ne do quest'ultimo ragguaglio a V. E., alla quale fo profondissimo inchino. STATO A DI DETTо. İl serenissimo doge ha poi fatta la nomina del figlio del signor ca valiere Giovanni Michieli, e nipote del signor cardinale Grimani in primocerio di questa chiesa ducale di s. Marco, così che anche questa dignità resta compíta. Sino ad ora non si è posto in abito, nè io l'ho per anche veduto; sperasi un'ottima riuscita e secondo richiede la sua carica. Ne porto riverente notizia a V. E., alla quale fo profondissimo inchino. STATO ADÌ DETTO. Sempre più s'accresce l'armata imperiale fra s. Michele e s. Martino di Verona, essendovisi unito il signor principe di Sassengota con la ca valleria sua e palatina, onde che il signor principe Eugenio averà in breve 442 LA NUNZIATURA VENETA forze bastanti per disporsi al passaggio dell' Adice. Va capitando al l'armata sodetta il cannone grosso e piccolo per le strade di Bassa no e di Vicenza, oltre molte altre provisioni et attrezzi bisognevoli per far ponti. V'è opinione, ma non vi si dà credito, che vada il si gnor principe Eugenio pensando di tentare con parte dell'armata il passaggio della Valcamonica per la valle di Sole, e della val Trom pea per la valle di Bon, e discendere ancora nel territorio di Bres- sia all' oggetto di sfuggire il passo dei fiumi difesi dalle truppe ne miche. Dal canto suo mostra il signor duca di Vandomo tutta la di sposizione d'opporsi in qualunque parte al passaggio sodetto, avendo visitati tutti li posti lungo il fiume Adice (che ponno dar apprensione per il passaggio), avendovi postauna sentinella proveduta di fascine imbitumate per dare segni di vigilanza alla sua armata in caso d'o gni piccolo tentativo. Oltre di ciò ha fatto stabilire molti ridotti pro fondi, così ben palizati, che con essi rende non solo più dificile il passaggio, ma angustia anche il terreno a' medesimi Alemani di vol gersi colla loro armata sino a Coreo, ove si trattenne per due giorni amotivo di conferire con questo signor ambasciatore cristianissimo, che ivi attendeva e che vi si portò. Detto signore duca diVandomo si trova ora col suo quartiere generale a S. M. di Zevio, e tutte le soldatesche del basso Adice sono marchiate verso s. Pietro di Le gnago, con essere stato rinforzato il posto del Castagnaro di 500 fan ti. Il signor generale Medani s'è ricuperato dalla sua indisposizione, et insiste nell' opinione di lasciar l'Adice e ponersi alla difesa del Mincio, come più facile, mentre la longhezza del corso del primo fiume fa conoscere che venendo passato dagl'Alemani, non potranno le truppe francesi essere in tempo di rendersi al Mincio per la longa distanza del camino. Dalle parti del Piemonte sentesi che il signor . duca della Fogliada passasse il Po a Civasco con 13 battaglioni e 40 squadroni marchiando verso Chieri, che al suo comparire fu ab bandonato, d'indi a Moncalieri, del qual luogo pure s'impadronì senza contrasto; e gettato un ponte sopra il Po, fece la comunicazione con la dritta della sua armata. Il signor duca di Savoia uscito già da Torino, come s'avvisò, dichiard comandante in capite durante la sua absenza il signor generale Taun, sentendosi ora ritirato a Cherasco, alla qual parte s'era posto in marchia detto signore della Fogliada. L'assedio è molto avvanzato vicino alla Proira, e per li 24 dovevano essere in battaglia 80 pezzi di cannone e 40 mortari. DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. STATO A DÌ DETTо. 443 Puoco distante dall'accampamento dell'armata alemanna,che resta tra s. Martino e s. Michele di Verona, v'è un monastero di mona che detto di s. Michele in campagna. Tale vicinanza dava il comodo a diversi offiziali de' primarj di detta armata a rendersi con frequenza a conversare ne' parlatorj con quelle monache, di che avvertitine i superiori, proibirono alle medesime d' ammettere tali visite. O stimo lati da quelle detti offiziali, o indotti li stessi dalla militare licenza, sabbato decorso 19 del corrente vi si portarono, fra' quali vi fu il prin cipe d' Anhalt, e fatta una visita a diverse monache, trovato il co modo della porta della clausura aperta, v' entrarono tutti nel monastero col seguito di molti sonatori di stromentida fiato e da corde, trattenen dovisi per molte ore, visitato ogni angolo coll'intervento di varie mo nache. Saputosi tal fatto, hanno i superiori avuto ricorso al principe, che subito ha dati ordini al signor generale Delfino di passarne do glianze col signor principe Eugenio, e di trovar il modo di divertire onninamente simile inconveniente; et essendo giurisdizione di monsi gnor patriarca d'Aquilea, al quale restano subordinate dette monache, si è egli subito portato qua, e dimani passa a Verona per assistere all'affare, avendo chiesto il bracciodel publico per provedervi. Ne ho anch' io parlato al signor ambasciatore cesareo, perchè se ne facia strepito con il signor principe Eugenio, e perchè essendo il monastero sudetto in sito aperto, potriano succedere disordini maggiori. S'era pensato di levare esse monache e trasportarle in Verona, ma perchè si è poi dubbitato che possa questo irritare gli offiziali e movere dif ficoltà, se si vedessero levare dal convento, oltre che il monastero resteria alla discretione militare, s'è stimato bene di andare riparando con dolcezza sino a che l'armata si scostasse. Per quello si sanon è seguito verun eccesso, e giunto che vi sarà detto monsignor pa triarca, sarò meglio inteso del tutto, di modo che ne farò maggiore significazione a V. E., alla quale intanto fo profondissimo inchino. APARTE 26 GIUGNO. Havendomi il signor cardinale legato di Ferrara dato avviso del l'arresto fatto in Giazzano, luogo di quello Stato, dai Francesi, di un prete, d'un soldato pontificio e di tre paesani, non ho mancato di far subito col signor abbate di Pompona le doglianze che convenivano a misura dell'attentato, e nell'istesso tempo anche l'istanze più premu rose per muoverlo a procurare il rilascio. Egli sopra tal fatto mi ha risposto che il signor duca di Vandomo l'ha già informato, esage i 444 LA NUNZIATURA VENETA rando che siano rei convinti, e che era determinato di gastigarli come meritavano; che per questo non sapeva cosa potersi ripromettere, quando ben ne havesse passato ufficio, non ostante il divieto ricevuto. Gliene tornerò a parlare, anco per vedere almeno di poter ottenere che siano consegnati al signor cardinale legato. Et a V. E. fo pro fondissimo inchino. APARTE 26GIUGNO. Nonhoche replicare a V. E. su l'affare della esazione del residuo del prezzo de' grani dell' abbazia della Vangadizza, poichè, come le significai col dispaccio passato, già li Francesi ne hanno pagato tutto l'intiero alli ministri della medesima abbazia, e da questi si vanno adempiendo le ordinazioni di nostro Signore. Dal signor abbate di Pompona intendo che il signor duca di Vandomo continui nella scritta amarezza, e molto più per causa della comminazione, che mi suppone essergli stata fatta d'ordine di Sua Santità,delle censure in caso che non rimuova l'ospedale da Trecenta, pretendendo che più tosto ogni uno dovrebbe contribuire tutti gli officj possibili di pietà per salvar la vita a tanti poveri ammalati, che la perderebbero miseramente per mancanza di tal ospedale, senza voler all'incontro considerare l'ag gravio che si riceve. Et a V. E. fo profondissimo inchino. CIFRA 26 GIUGNO. Il corriero che diede motivo al signor abbate di Pompona di por tarsi in Collegio con tanta sollecitudine, come avvisai a V. E. colla cifra passata, era venuto da Parigi, e portò le risposte della spedizione 1 precedentemente fatta da lui alla Corte sopra il proggetto insinuato a questi signori, per liberare di concerto e con l'aiuto loro la provincia da tutte le truppe straniere, al che pareva che aderissero, attesa la congiuntura che consideravano all' hora per molto propria. Colle me desime risposte è stato prescritto a detto rappresentante il modo di contenersi sopra tutti i punti ed offerte, tanto per ciò che riguarda questa parte, che Mantova e Savoia, con le direzioni appropriate per sostenere la deliberazione, quando si fosse presa. Egli però adesso non può proseguir le sue pratiche, mentre non se gli dà adito di discorre re, nè gli viene destinato soggetto per trattare, come n'era stato in tenzionato, parendo raffreddati gli animi dopo i successi di Barcellona e di Fiandra. In un officio che ha dato in Collegio sopra altra materia, ha inserito il tenore delle risposte havute da S. M. Cristianissima, ma alui questi signori non hanno replicato cosa alcuna, onde ne ha fatto acri doglianze, e le ha poi anche rinvigorite con maggior sen DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. 445 timento e con minacce,per ledimostrazioni d'allegrezza,colle quali a Vienna il signor ambasciatore Delfino ha sollennizzati i successi riu sciti ultimamente favorevoli agli alleati, dimodochè si va dubitando cheil maneggio restihora arenato. CIFRA 3 LUGLIO. Arrivò martedì a Venezia il signor cardinale Grimani con la com pagnia di tre cavalieri napolitani, e d'un tal Pepe bandito famosodel regno, che si trovavano a Vienna. In questi giorni che Sua Eminenza si è fermata qua per aspettare d' haver l'informazioni necessarie per la sicurezza del suo viaggio alla volta di Roma,ha comunicato qualche materia col publico sopra gli affari della Corte cesarea, havendo con ferito qui col signor procuratore Lando. Il fine principale della sua venuta si discorre che sia per dare movimento alle cose di Napoli, havendo i ministri di Spagna già scoperto non solamente qualche in telligenza segreta che vien maneggiata in quelle parti, ma anche i disegni de' Tedeschi rispetto all' armata d'Italia,venendo io avvertito che il signor principe Eugenio mediti di passare sul Ferrarese e fer marvisi, per potere più commodamente dar mano a coadiuvare a tutto ciò che fossero per intraprendere i malcontenti. Il medesimo signor principe Eugenio è stato qua inpersona ad abboccarsi con Sua Emi nenza, ed in casa del signor ambasciatore dell' imperatore hanno te nute assieme lunghe conferenze. Io ho significato al signor Cardinale legato l'intenzione di detto signor principe di trasferirsi su quello Stato, acciochè possa invigilare al bisogno; ma non gli ho toccato altre particolarità, essendo negozio di sommo segreto. CIFRA 3 LUGLIO. Il signor abbate di Pompona hebbe lunedì mattina dopo di me l'udienza dal Collegio, ed il suo negozio fu d'aggiunger stimoli a questi signori per farli discendere a qualche risoluzione; significò loro la buona disposizione che il re haveva verso la quiete d' Italia, e l'a pertura che si offeriva loro di maneggiarsi per il sollievo del proprio Stato, tanto oppresso dagli aggravi per la permanenza delle armate. Mostrò che gli ultimi successi non portavano seco quelle conseguenze svantaggiose che si andavano decantando, e che l'armi regie erano in stato da far mutar faccia alle cose. Con tutto ciò non ha ottenuto se nonparole generali, nè vi è apparenza che per ora vogliano avan zar passo alcuno. Persistendo non di meno i Francesi in far cono scere che S. M. Cristianissima risguarda anche all'avvenire, in ordine alla tranquillità della provincia, qui hanno intavolato qualche nego 446 LA NUNZIATURA VENETA ziato con il signor duca di Guastalla per vedere di tirarlo al loro partito, intenzionandolo d'assicurargli in mancanza del signor duca di Mantova la successione di quello Stato; ma come che all'antedetto signor duca è stato parlato da terza persona, senza scoprirgli da chi venga la proposizione, egli ha mostrato di non voler scostarsi dagli interessi della Corte cesarea, nè si è passato più oltre. Al publico però non è dispiaciuto il progetto, anzi presento che qualcuno del governo vi si siainteressato, e n'habbia già trattato col medesimo si gnor duca ad effetto di persuaderlo ad aderirvi, benchè tuttavia per sista nella sua renitenza. CIFRA 10 LUGLIO. Ritornò il signor abbate di Pompona lunedì in Collegio, chiamato a ricevere le risposte d'un nuovo ufficio dato da lui, per haver qual che risoluzione sopra le proposizioni più volte reiterate a questi si gnori, toccanti il sollievo dell'Italia; ma le espressioni loro sono state puramente officiose al solito, havendo mostrato che tengono la stessa buona disposizione già espressagli di potervi cooperare; e nel resto senza nissuna sorte di conclusione, conoscendosi che studiano di trat tenerlo su le speranze, e che per altro non vogliono presentemente pigliar impegno. Il signor ambasciatore in quella occasione riepilogo invoce tutte le offerte del re, la necessità loro di dar mano all'opera per il sollievo dello Stato, ed il vantaggio che erano per ritrarne, essendosi esteso anche a parlare con qualche calore, che non ostante gli ultimi successi S. M. non abbandonerà mai gli interessi di questa provincia; ma il tutto riuscì senza profitto, come già si poteva aspet tare, per il cambiamento che hanno fatto le cose delle due Corone, e per la positura assai migliore del passato, in cui sono hora le truppe cesaree da questa parte. APARTE 10 LUGLIO 1706. Ho riferito al signor conte Bona di Ragusa quel che Vostra Emi nenza si è degnata significarmi circa la buona piega, che in riguardo dell'interposizione di Nostro Signore, ha preso l'affare di quella Re publica nella Corte di Francia, e me gli sono anche esibito, secondo gli ordini dell' E. V., di far qui appresso il signor abbate di Pompona ogni miglior ufficio che mi richiederà per vederne l'ultimazione. Egli hacorrisposto con espressioni del più umile ed obligato riconoscimento verso la clemenza pontificia; e l'istesso è certo che farà la Republica medesima, alla quale nonmancherà di darne subito parte. Et a V. E. fo profondissimo inchino. DI MONSIGNOR AGOSTINO CUSANI. CIFRA 10 LUGLIO. 447 Il signor cardinale Grimani, imbarcatosi mercoledì a mezzo giorno sopra una galera del publico,parti verso Ancona per di là passare a cotesta Corte. Limaneggi che ha havuticon questi signori nel tempo del soggiorno che ha fatto qui, sono stati per guadagnarli al partito dell'imperatore, al qual effetto ha proposto loro delle offerte assai vantaggiose, in specie che S. M. Cesarea concederebbe alla Republica Otranto, Brindisi et altri luoghi sulmare in quella costa, e si convocò giovedì al solito il Senato, e durò dalle 19 hore sino allo 6 della notte, e non si sa se veramente fosse trattato di questo affare, o d'altra urgenza; si può ben giudicare che la materia sia stata d'una somma importanza, perchè non solo trasferirono ad un altro Senato tutti gli altri negozj che in quello si dovevano proporre, ma diedero un ri goroso giuramento che non si potesse parlare di ciò che si era trat tato, nè meno fra loro fuori di quel Congresso. Potrebbe anche es sere che havessero qualche negoziato per le cose di Francia, essendo capitate in questi giorni nuove lettere di quel signor duca agli inqui ritori di Stato per il canale del solito padre gesuita. APARTE- 10LUGLIO. Su l'arresto fatto dai Francesi a Giazzano delli consaputi sudditi pontificj, io procurai che il signor abbate di Pompona rinovasse i suoi ufficj più premurosi col signor duca di Vandomo per fargli cono scere la gravità dell' attentato, onde si disponesse ad ordinarne il ri lascio. Poco dopo seppi poi che era seguito, come avisai a V. E., e ne godei sommamente per essersi tolto a nostro Signore un motivo sì grande di disgusto. Et a Vostra Eminenza fo profondissimo in chino. Qui ha fine il carteggio diplomatico di monsignor Cusani col cardinale Paolucci, ministro pontificio degli affari esteri, durante la sua nunziatura in Venezia, intorno alle vicende burrascose d'Italia di quel tempo. Qualche altra communicazione doveva chiudere quella corrispondenza, ma il segretario Francesco Ste vani notava in un foglio, che " il dispaccio delli 17 luglio 1706 qui manca, per essersi anticipatamente incassate tutte le scrit ture. " Se questo brano di storia moderna non sarà spiaciuto al Let tore, io mi terrò assai fortunato. A. D. C. ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Amico carissimo, Milano, luglio 1876. La scorsa primavera trovandomi in quella ricca minieradi me morie patrie inedite che è la Trivulziana, l'amico nostro conte Giulio Porro, mi mostrava tre copie di un codicetto contenente l'Ordine dell'esercito ducale, e mi avvertiva come avrebbe fatto opera non inutile chi lo avesse reso di pubblico dominio. Guidato da' suoi consigli, ed aiutatodal cortese proprietario,che noncon tento di avermi permessa la trascrizione, me la rese più spedita incaricandosene di una parte- e non la minore lavoro. io mi misial Le copie come ti ho detto sono tre, due cartacee eduna mem branacea e tutte pressochè sincrone. Scelsi per testo l'ultima come 1Numeri 192 e 193 del Catalogo dei manoscritti Belgioioso, e n. 613 del Catalogo dei manoscritti Trivulzio. * Compilatore dei documenti che costituiscono questo Codice è quel Filippo degli Eustachi che fu Castellano di Pavia, per Giovanni Galeazzo Sforza, e venne fattopri gioniero colà e condotto ad Abbiategrasso dove finì i suoi giorni, per ordine di Lodo vico il Moro, quando questi nel 1489 accingendosi a spogliare di ogni autorità il ni pote, incominciò asostituire nelle Rocche del Ducato uomini della cui obbedienza ро tesse essere sicuro (V. CORIO, Historiadi Milano all' anno 1489 e DONATO BOSSI,Annali, anni 1483 e 1489.) Che a lui debba attribuirsi la compilazione di questo Ordine, parmi lo si possa desumere e dal leggersi ancora abbastanza chiaramente il suo nome sul dorso di questo Codicetto e sopratutto da alcune frasi del documento n. IX, che suo nano: a mi Philippo de Eustachio pare etc.,non pare ami Phylippo de procedereetc., avvertendo anche che il suo nome mentre appare nel contesto, non figura nell'elenco ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 449 la più completa, non senza giovarmi delle altre per chiarimenti edaggiunte. Come vedrai, sono venti documenti che si seguono cronologica mente, dal 28 novembre 1472 al 12 marzo 1475, in formadi pre suntivi, di pareri, di memoriali, e chegettano,se nonm'inganno, un bello sprazzo di luce sulla costituzione dell'esercito e dell'ar mata, sulla potenza dei condottieri sforzeschi, sulle paghe degli as soldati, sui modi di stare in campo e di guerreggiare non solo, mabenanco sulla strategia nel suo più largo significato. Che se poi si vuole considerare il valore politico di questi documenti, ba sta dar mente alle loro date per trovarlo non lieve. Il Duca Galeazzo Maria Sforza aveva segnato, auspice il Pon tefice, pace perpetua (lo dice il Corio) il 25 aprile 1468 coi Vene ziani, ma chi intrigava sotto mano col Cardinale di San Sisto, fa cendogli promessa di adoperarsi perchè potesse- abdicante lo zio cingere la tiara, avendone in ricambio la Corona d' Italia e l'aiuto a riconquistare tutte le terre che avevano appartenuto al primo Duca, non poteva certamente credere che i Veneziani se ne starebbero rassegnati spettatori della perdita di tutti i loro possedimenti del continente. Ed ecco perchè lo vediamo,scorsi ap dei Capitani e Condottieri che presero le Conclusioni e che si trova in capo al docu mento n. 6, il che proverebbe che egli non faceva parte del Consiglio, ma vi assisteva quale relatore o segretario convoce, come si direbbe ora, puramente consultiva. L' Argelati poi (Bibl. script. Med. Tom. I, parte 2ª, col. 581), assegna al degliEu stachii: Disposizioni militari fatte dal Duca di Milano e suoi ministri negli anni 1472 e 1473 per la guerra contro la Repubblica di Venezia, con la nota di tutte le spese necessarie da farsi in detta guerra, ed il risultato del Consiglio tenuto dai Ca pitani su d'essa con i loro nomi ed altre notizie attinenti all' azienda Ducale, e lo dice manoscritto autografo in pergamena, nel formato di 4º n. 82) presso i monaci di S. Ambrogio. Avvenuta la seppressione dei Cistercensi del Monastero Ambrosiane, la loro biblio teca venne incorporata in quelle della Università di Pavia, e di Brera, assegnandosi a quest'ultima anche tutti i manoscritti. Ora questo, citato dall'Argelati alla Brai dense nonfu consegnato. Ciò rimarebbe incomprensibile se non si sapesse con certezza chegranparte della biblioteca delMonastero venne manomessa e trafugata. La Trivul ziana stessa possiede parecchi codici col marchio della biblioteca di S. Ambrogio; questo del degli Eustachii, sebbene ne sia privo, non potrebbe essere venuto qui, seguendo la stessa via ed essere perciò l'autografo menzionato dall' Argelati ? Il complesso delle cose esposte, lacorrezione del testo e l'essere questo l' unico esemplare che contenga no tizie attinenti all'azienda ducale (doc. n. XIX) e concorde quindi esattamente colla intitolazione data dall'Argelati, mi sembrano dati sufficienti per potere rispondere af fermativamente. 450 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. pena quattro anni da quella pace, immaginare e rendere giganti le mireaggressive dei vicini, ed affacendarsi personalmente perchè si assestino ed organizzino tutte le forze sue, coordinandole al l'obbiettivo di una guerra volta esclusivamente ai danni della Repubblica Veneta; guerra che col braccio dei più celebri capi tani e condottieri dell'epoca doveva essere diretta da lui. Ma questi belligeri progetti non si tradussero in atto, ed in vece, scorsi appena tre mesi dalla data dell'ultimo documento (n. XVII), che forma parte essenziale del piano di guerra, ilDuca stesso ferma lega il 20 novembre 1474 coi Fiorentini e coi Veneziani medesimi. Come spiegare tale contraddizione? Non certo coi criterii che informano le relazioni politiche degli Stati moderni, ma pensando che allora interesse e capriccio di Principe era si nonimo di ragione di Stato. Come accennai i documenti sono venti, e qui permettimi che sommariamente ti esponga gli argomenti di essi : I. Galliate, 28 novembre 1472. Organico dei due corpi di esercito da formare sul confine ve neto e costo del loro mantenimento. Mantenimento dell'armata dimare. II. Vigevano, 9 dicembre 1472. Elenco dei cavalli per il servizio della casa del Duca, e pre suntivo delle spese che sono necessarie per la medesima. III. ........ 11 dicembre 1472. Elenco dei carri e delle coppie di buoi necessarii a traspor tare le artiglierie colle munizioni, le armi d'offesa di riserva, non chè gli attrezzi. IV......... 14 dicembre 1472. Presuntivo delle spese per le provvistedegli attrezzi e dei carri e per il salario degli uomini al servizio delle artiglierie. V......... 16 dicembre 1472. Aggiunte al presuntivo antecedente, ed altro nuovo per prov viste di armi, armature, projettili, polvere e bufaliperi trasporti, nonchè per il salario ai bifolchi che li devono governare e con durre. VI. Milano, 26 dicembre 1472. Conclusioni prese dal Marchese di Mantova e da altri 14 ca ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 451 pitani e condottieri intorno alle forze dell'esercito, alpresuntivo delle spese ed alle provvisioni pei trasporti. VII. Milano, 28 dicembre 1472. Conclusioni prese dagli stessi, circa il modo di riunire l'eser cito, di fargli varcare il confine e di provvedere al vettovaglia mento degli uomini e dei cavalli. VIII. Milano, 30 dicembre 1472. Conclusioni prese dagli stessi intorno alle paghe, ed alla prov vista di equipaggi da ponte. IX. Milano, 31 dicembre 1472. Conclusioni prese dagli stessi, onde munire e guardare i luoghi di confine, provvedere cavalli in Allemagna, assoldare gentiluo mini nel ducato di Ferrara, allestire ed armare una flottiglia in Adda ed in Po, ecc. Presuntivo delle spese relative. Contropropo ste di Filippo di Eustachio. X. Milano, 1° gennaio 1473. Parere emesso dagli stessi, circa l'itinerario daseguiredalDuca di Milano, per il caso intendesse di accompagnarsi all'esercito. XI. Milano, data precedente. Risposta fornita dagli stessi, per bocca delMarchese di Mantova, alla domanda del Duca: se convenga attaccare subito i Veneziani, o procrastinare fino a che sia scaduto il termine della loro lega col Re Ferdinando, e preso quest'ultimo partito, se sia da prefe rirsi farne obbligazione o no. XII. Milano, 11 gennaio 1473. Ordine e provvedimenti relativi alla guardia del campo, ed alla sicurezza e servizio del Duca. XIII. Casale, 15 gennaio 1473. Pareri e ricordi del Marchese di Monferrato, esternati dopo di avere presi in esame idocumenti antecedenti. XIV. Pavia, 13 agosto 1473. Elenco di altra Gente d'arme, che sipotrebbe chiamare quando se ne presentasse il bisogno. XV. Milano, 15 settembre 1473. Presuntivo ed indicazioni per provvedere i cavalli alla Gente d'arme. XVI. Vigevano, 7 dicembre 1473. Disposizioni ed ordini per il trasporto, il servizio e laguardia delle artiglierie. 452 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. XVII. Milano, 12 agosto 1474. Ordine di un esercito e spesa per una stagione. XVIII. Vigevano, 12 marzo 1475. Prospetto di parte delle entrate e spese del dominioducale. XIX. Senza data. Elenco dei Condottieri e degli uominid'armi dei quali essi pos sono disporre in pace ed inguerra. XX. Senza data. Memoriale, in lingua latina, nel quale brevemente sienumerano i beneficii prodigati dai Principi Milanesi ai Veneziani e le ingiu rie ricambiate da questi. L'esposizione, come vedrai, è di per sè chiarissima,onde riusci rono necessarie solopochenote per meglio illustrare qualchenome di persona, per chiarire l'etimologia, l'uso di qualche arnese di guerra e per spiegare, sopratutto ai lettori non lombardi, qual che idiotismo. Benchè poche e succinte, queste note saranno di certo il tal lone di Achille della pubblicazione, ma la botte dà del vino che ha, dice un proverbio toscano, e la botte, nel caso mio, non poteva dare che dell' aquerello.Ed ora che il lavoruccioda novizio è bene o male, o, per essere più veritiero, è più male che bene compiuto, io lo raccomando a te perchè lo presenti sotto la tua egida ai Minossi del Consiglio di Redazione del nostro Archivio Storico, e m'affido per le sue sorti avvenire che a te faccia velo l'antica e provata amiciziache mi hai, ed a loro la somma e giustificata re verenza che ti portano. Ti ringrazio e ti stringo la mano. Al Marchese GEROLAMO D'ADDA Vice-Presidente della Società Storica Lombarda. Milano. Tuo affezionatissimo CARLOE. VISCONTI. ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. I. 453 Galiate die XXVIIj novembris 1472. Ordine delo exercito ducale al tempo de guerra achadendo de fare impresa contro Venetiani, essendo provocati da loro per li movimenti ch'ogni anno dimostra de fare Bartholomeo Coglione o per altra legi tima casone: partito in duy exerciti et neli colonelli modo ut infra: el primo exercito dal canto de sopra de verso Bressana: primo colo nello. Apersona del nostro illustrissimo signor Duca de Milano. Ill.mo signore Sforza secundo cavali 600 homini darme 100 sq.e 4 La famiglia ducale " 2000 Magnifico Pietro Francisco vi sconte cum squadre 5 de Lanzespezate che sono al governo suo " 972 " " 11 129 ) 5 Somma cavali 3572 homini darme 679 sq.e 20 Secondo Ill.mo signore Marchese deMon ferrato3 Zorzino da galese 4 Ruffino miraldo 5 " 350 140 56 cavali 3000 homini darme 300 sq. 12 " " “ 2 23 " 1 Somma cavali 3490 homini darme 379 sq. 15 Terzo Ill.mo signore Phylippomaria Sforza Signore domino Roberto da sanseverine7 . Conti Fratelli di torelli & cavali 600 homini darme 100 sq. 4 แ " " " 1500 600 200 100 " 8 4 Somma cavali 2700 homeni darme 400 sq. 16 Arch. Stor. Lomb. An. III. 30 450 " 454 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Quarto Ill.mo signore Duca de Barri cavali 600 homini darme 100 sq. 4 MagnificodominoJohannecon e te10 domino Ugo da san severino11 domino Guido rosso12 Brandolino da Bagnacavallo13 Squadre tre de Lanze spezate 4 4 " " " 800 200 150 120 " 120 " 5 30 1 25 19 1 20 ท 1 chenon hanno Governator ". 624 " 78 3 Somma cavali 2494 homini darme 373 sq. 15 Quinto Ill.mo signore domino Lodo vico maria sforza 14 Signore domino Tristano sfor 15 za Magnifico Johanne Jacomo scipionio16 cum squadre 5 de Lanze spezate che sono al governo suo . Antonio rosso 17 Guidazo de Imola18 cavali " " 7 " 600 homini darme 100sq. 4 e " 600 952 120 150 " " 17 100 ท 4 127 " 5 ແ 20 1 25 " 1 Somma cavali 2422 homini darme 372sq. 15 Sexto Magnifico signore Boso sfor 19 za • Signore domino Constanzo sforza 20 Domino Bartholomeo di quar teri cumsquadre5de lanze spezate che sono al suo go verno et squadre due senza Governatore cavali " 600 homini darme 100sq. 4 " 600 1479 " 100 " 4 196 4 7 Somma cavali 2679 homini darme 396 sq. 15 Summa summarum decavallo. cavali 17357 homini darme 2599 sq. 96 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Antonio caraciolo et Borel la23 cum Lanze X per uno nela famiglia Governatori 455 di Ballestreri a cavallo cavali 107 homeni darme 100sq. 4 Donato24 cum li provixionati paghe 11000 compagni Fantidel signor Marchese de monferrato Fanti del Magnifico domino Johanne conte . 3500 " " 500 300 180 " 100 Summa summarum da cavali et da piede,persone 29264, homini 6479 squadre 100. L'altro exercito verso Veronese ut infra et primo : primo colonello Ill.mo sig. Marchese de Man tova$5 secondo cavali 3000 homini darme 300 sq. 12 Signore domino Pino da Forli26 cavali 1200 homini darme 200sq. 8 domino Nicolo da Tollentino 27 " 400 e 60 " 2 Compagniadel M. domino Jo hanne Bentivoglio28 " 600 100 " 4 Somma cavali 2200 homini darme 360sq. 14 Terzo. Illmo. signore Aloyso monsi gnore de Saluzo 29 . Conte Pietro dal verme30 Signore Thomaso de Saluzo 31 Domino Taliano di pij32 Domino Sigismondo Brando lino33 Principe di Salerno 34 DominoJohanneFranciscopoе ta35 Thadeo dal vermo36 Gaspare da Sessa37 cavali 600 homini darme 100 sq. 4 e " " 17 17 מ 400 200 200 150 150 75 " 3 " " " 17 30 " 1 30 17 1 25 1 25 " 1 ท " " 120 120 120 " " 20 " 1 20 מ 1 20 " 1 Somma cavali 2060 homini darme 345sq. 14 Summasummarumdecavallo. cavali 7260 homini darme 1005sq. 40 456 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. FANTARIE. Provisionati ducali Fanti del signore domino Marchese Fanti del signore de Forlì paghe 5000 compagni 1500 ท 1000 300 " 300 100 Summa summarum da cavallo et da pie, persone 13560 homini 2905 squadre 40 Sommario de luno et de laltro exercito: Primo. Da cavallo ut supra cavalli 24714 homini darme 3704 sq.e 140 Item. Da piede • • paghe 18100 compagni 5680 Summasummarumintutto persone 42814 homini 9384 sq. 140 Spesaperuno anno dele antescripte gentedarme cominciando lepro vixioni de la guerra ad kalende de mazo: et pagando per li quatro primi mesi ad rasone de pace: et per la prestanza et mantenere in campo laltra gente darme che stanno adescretione tutta la stazone nel modo ut infra. Primo, per le provixioni di signori et capitanei antescripti permesi IIIj videlicet: zenaro, februaro, marzo, aprile: ad rasone de pace et al tri VIIj mesi ad rasone de guerra. In somma Item, a la famiglia per li cavalli de le persone a rasone de ducati 40 per ogni cavaloper famigli 450 et quelli che li fuossero sarieno davanzo et montaria tanto manco la spesa ducati 38 197666 2/3 ת Item, per ducati X per cavallo per rimettersi de le altre cose per la conducta de cavalli 2000 Item, a le lanze spezate perli cavalli de le per sone a ducati 40 per ogni cavallo, per homini darme 555 Item, per ducati XX per lanza per rimettersi de le altre cose, per la conducta de cavalli 4177 Item, a li conductieri per licavalli de le persone de li homini darme loro, per homini darme 1279: a ducati 30 doro per ogni cavallo " " 18000 20000 22200 27846 2/3 " Item, per ducati XX per lanza generali per ri mettersi de le altre cose per cavalli 7740 17 38470 51600 Da riportare. Somma prestanza. ducati 375683 1/3 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Riporto Somma prestanza ducati Permantenere le antescripte genti che stano a 457 3756831/3 discretione. Primo, a la famiglia perpaghe 5 a ducatiuno per cavallo per cadaune pagha : per li suprascripti cavalli 2000 Item, a le lanze spezate et conductieri per pa ghe IIIj a rasone ut supra per cavalli 11917 Item, a li fanti per prestanza et mantenerli a ducati VIII sottosopra per pagha, per paghe • 16000 Item, a li balestrieri da cavallo Item, per el carregio del campo Item, per extraordinarij • Item, per la personadel nostro Ill.mo signore 10000 " " " " " 47668 128000 3000 20000 10000 10000 Summa summarum, prestanza et mantenimento ducati 604351 1/3 Item, per una armata per mare de navi X gros se : et galeæ cinquanta per una stazone monta " Summa summarum, spesa de terra et de mare ducati 804351 1/3 1 NOTE. 1 Capo-stipite dei conti di Borgo Novo. Era fratello naturale del duca Galeazzo Maria (V. LITTA, Fam. cel. Ital. Attendolo Sforza, tav. I). Non è qui il luogodi fare la storia dei Condottieri e delle Compagnie di ventura che funestarono per ben due secoli il nostro paese e furono comodo, e ad un tempo, terribile stromento delle no stre discordie. Solo a titolo di curiosità ho voluto trascrivere qui un contratto di con dotta per dare un'idea del modo con cui essi erano redatti presso la nostra Cancel leria ducale inquesta epoca. È quello di Costanzo Sforza signore di Pesaro (vedi nota 20) e l'ho scelto tra i molti che si possono leggere al nostro Archivio di Stato (Sezione storica, Condottieri), come uno di quelli che mi parvero più completi. Essendo el magnifico meser Constantio Sforza desideroso de dimonstrare con effecti la sua singulare observantia et devotione verso lo Ill.mo principe et excellentissimo signor duca Galeazzo Maria Sforza vesconte duca de Milano, etc., come quello che ab ineuntibus usque annis se è alleato et nutrito presso ad sua Excellentia oltra la pro pinquita et coniunctione de affinità che ha con quello, etiam per seguire continua mente li vestigii de lo illustrissimo et inclyto suo padre et per aquistarse perpetua laude et gloria ha deliberato condurse a li soldi stipendii et servitii de sua Excellen tiasotto la cui ombra dispone de vivere et exercitarse, et ad questo effecto haman 200000 458 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. dato da la prefacta excellentia el nobile et strenuo Nicolo de Barignano suo procu ratore et mandatario con pleno et amplo mandato el quale sera scripto in fine de li presenti capituli. Però al dicto Nicolo col prefacto illustrissimo signor Duca quale ha continuamente amato esso messer Constantio per la virtù et animo che appare in lui èdevenuto et devene a li capituli infrascripti. > Primo el predicto Nicolo per vigore del suo mandato ha conducto et conduce el dicto meser Constantio a li soldi, servitii et stypendii del prefacto illustrissimo signor duca de Milano et de la illustrissima Madama duchessa sua consorte et de soi figlioli et successori per anni octo fermi et dui altri ad beneplacitum d'esso signor Duca in comenzando ad kalendas de zugno proximo che vene; et promesso et promette che dicto messerc Constantio sera per tutto el tempo de la presente sua ferma fideleet liale ad sua Excellentia et al stato et soi ut supra; et che li amici desso signorDuca et de soi ut supra tenerà, reputerà et tractarà per amici et li inimici per inimici et ali inimici del prefacto signor Duca et de soi ut supra non darà per alchuno modo directo o indirecto, secreto o palese, ajuto o favore. > Item, ha promesso et promette el dicto Nicolo et obligato et obliga el prefato meser Constantio che ad tempo de pace tenera continuamente sexanta homini darme bene in ordine et in ponto secondo el mestero de le arme, con soldo stipendio et pro visione de ducati seymilia doro de camera per caduno anno durante la presente fer ma; li quali spenderà in mantenere bene in ordine et in ponto li dicti sexanta homini darme: et che stara continuamente residente con la persona sua presso de sua Excel lentia; in la quale residentia spenderà altri duomilia ducati in stare et vivere honore volmente; li quali duomilia ducati, sua Excellentia li darà oltre li suprascripti ducati seymilia per stare et vivere presso diquella honorevolmente. Ed oltra ciò con la dicta sua compagnia et con la persona propria andara et stara ad fare guerra per tutta Italia et fora de Italia contra caduno Signore, et Signoria, potentia, communità et persona de qualunche grado, conditione et dignità se sia nemine excipiendo etiam si suprema dignitate fulgeret temporali vel spirituali; secondo per la prefacta excellentia gli sarà ordinato. > Item, ha promesso et promette el dicto Nicolo, che per tempo de guerra esso messer Constantio tenera cento homini darme con la provisione infrascripta de ducati dodecimiliabene in ordine et inponcto secondo el mestero de le arme utsupra. Et vice versa el prefato illustrissimo signor Duca de Milano, etc., ha promesso et promette el dicto Nicolo de barignano procuratore etmandatario ut supra che dara al predicto meser Constantio singulis annis duranti questi capituli per soldo, stipendio et provi sione et per mantenere li dicti sexanta homini darme per tempo di pace ducati sey mila et per lapersona desso meser Constantio per vivere degnamente et honorevol mente presso de sua Excellentia ducati duemilia, quali tutti ducati VIII milia, gli farà dare d'oro de camera o la valuta et de li quali ducati octomilia gli ne darà de presente la mità, cioè ducati quattromilia per prestanza facta la conclusione de li presenti capituli et il resto videlicet li altri quattro milia ducati li darà in tre ter mini, videlicet de quattro in quattro mesi in questo primo anno sicche in fine de que sto primo anno sera integramente satisfacto de li dicti octomilia, ducati. Et successive poi de anno in anno sua excellentia gli farà respondere el dicto suo soldo et provi sione de ducati octomilia in quattro termini videlicet de tre in tre mesi pro rata ita chein fine de caduno anno serà integre satisfacto de la dicta somma de ducati octomilia de oro de camera o de la valuta. > Item, ha promesso et promette sua Excellentia che per li predicti homini darme sexanta che esso meser Constantio ha ad tenere gli darà le stantie in romagna overo in altri lochi dove ad sua Excellentia parerà, havendo per la persona sua ad stare presso de la prefacta Excellentia. ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 1 459 > Item, ha promesso et promette el predicto illustrissimo signor Duca aldicto Ni colo stipulante et recipiente in nome de esso meser Costantio che in tempo de guerra gli darà ducati dodeci milia doro de camera o la valuta ut supra singulo anno du rante la presente ferma et referma del beneplacito sel havera loco, con li quali du cati dodeci milia, esso meser Constantio debbia servire in la guerra conhomini darme cento ben in ordine et in poncto secondo el mestero de le arme ut supra con li quali cento homini darme debba servire per quel tempo che sera adoperato in la guerra. > Item, ha declarato et declara el prefato signor Duca, che alhora se intende esser tempo de guerra quando da esso signor Duca dicto meser Constantio sarà richiesto che se metta in poncto de guerra et sera adoperato de sua Excellentia et havera la prestanza de la guerra. > Que omnia et singula predicte partes et quaelibet earum sibi invicem et vicissim videlicet una pars alteri et altera alteri mutua intervenienti stipulatione promiserunt et juraverunt, promittunt et jurant manibus corporaliter tactis scripturis attendere ac observare et exegui ac adimplere congruo referendo bona fide sine fraude et in nullo contrafacere vel venire directe nec per indirectum aliqua ratione vel causa aut aliquo quovis quesito colore sub obligatione omnium bonorum suorum mobi lium et immobilium praesentium et futurorum et sub refectione et restitutione om nium damnorum intererre et repensarum litis et extra patiendarum et sustinendarum premissorum occasione. Renunciantes renunciaverunt et renunciant praedicte partes et quaelibet earum exceptioni praedictorum capitulorum non celebratorum, et dictarum promissionum non factarum aliorumque omnium et singulorum praedictorum non sic factorum etgestorum aut aliter quae ut supra factorum exceptioni doli mali condicio nique sine causa vel ex iniuxta causa omnique alii probationi et defensioni in con trarium. > Et inde de praedictis prefatus illustrissimus Dominus Dux Mediolani, etc. jussit et jubet et dictus Nicolaus rogavit et rogat perme Marcum Troctum notarium infrascrip tum publicum debere confici instrumentum unum et plura ejusdem tenoris. > Actum in castrum civitatis papiae, videlicet in guardacamera praefacto illustris simi Domini ducis solitae residentiae, praesentibus illustribus domino Sfortia Maria Sfor tia Vicecomite duce Bari et domino Lodovico Maria Sfortia Vicecomite comite Mortariae ac pandini ipsius illustrissimi domini Ducis fratribus, magnifico domino Lodovico de Saluciis armorum ductore Reverendo domino Ja. Episcopo parmense, magnificis domi nis Thoma de Reate, Thoma de Bononia, Laurentio de Pisauro, Petro de Pusterla Alexandro Spinula, Hieronymo maletta, consiliariis; Christophoro de Cambiago secre tario, Alexandro coletta cremonensis, cancellario ducalibus omnibus testibus notis ido neis ad premisso vocatis et rogatis. > Constantius Sfortia Cotignolae comes, armorum, etc. Dignum profecto ac consen taneum cuique videri debet si mentis meae ad illustrissimi principis servicia et excel lentissimi domini mei singularissimi Galeaz Mariae Sfortiae Vicecomitis ducis Medio lani, etc., me ipsum fortunasque meas conferre prorsusque dedere omnino sit; semper que fuerit: apud quem vitam propriam et siquid morum inme estet hausi et percepi. Cum igitur praelibati principis clementia ad hanc meam mentem explendam modo et facultas detur: spectabilis ac strenui viri Nicolai de barignano squadreriimei carissimi prudentiam et fidem integerrimam plane sciens. Tenore praesentium ex certa mei scien tia omnique alio meliori modo via, virae et forma quibus melius, validus, et efficacius possum, praefactum Nicolaum orto, ordino et legitime constituo meum verum et legi timum procuratorem actorem, factorem et certum nuncium specialem, specialiter et expresse ad conducendum me ad stipendia praefati illustrissimi domini ducis Mediolani. Dans et concedens ei Nicolao auctoritatem facultatem, arbitrium et omnimodam pote : 460 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. statem tractandi, ordinandi, concludendi et firmandi capitula cum illis condicionibus, provisione, stipendio, tempore, obligationibus, pactis, modis, forma et clausulis prout ipsi procuratori, actori et nuncio meo melius et comodius indebitur expedire cum auctoritate insuper arbitrio et potestate omnes pecuniarum quantitates recipiendi ip sasque recepisse confitendi et pro receptis quietandi et liberandi, meaeque et fidem meam et omnia bona mea obligandi, et generaliter ea omnia et singula faciendi et agendi quae similibus et praedictis et quolibet praedictorum fieri solent: aut ipsi pro curatori et actori ac nuncio meo videbitur et placuerit; et quae ego me facere et agere possem si praesens essem. Promittens ex nunc sub obligatione fidei meae om niumque bonorum meorum, tenore, scientia, modis et forma quibus supra me perpetuo firmum satum et gratum habiturum, quicquid et illud totum quod per ipsum procura torem, actorem et nuncium meum, actum, factum, conclusum capitulatum, viratum aut quoquomodo gestum et firmatum fuerit, in quorum omnium fidem et robur praesentes fieri, feri et registrari, sigillique mei impressionem muniri. Quas et ad majorem huius mentis et voluntatis meae expressionem et validitatem manu mea propria subscripsi. > Daturı Pisauri die XVIIIj maij 1472. › Constantius Sfortia manu propria subscripsi. > PETRUS. > > Ego Marcus Trottus filius quondam Dominici publicis imperiali, ac ducali aucto ritatibus notarius, ac prelibati illustrissimi Domini Domini Mediolani cancellarius pre dictis orbus et singulis dum fit ut supra agerentur interfai et de ipsis missus et ro gatus Instrumeutum tradidi, et in hanc publicam formam manu fide, et idonei viri scriptum cummeis imbreviaturis auscultari et concordare inveni. Ideo in fidem prae missorum me pr .......; signumque mei Tabellionatum apposui consuetum. > Io Nicolo de bargnano procuratore et mandatario delsupradicto magnifico domino Miser Constantio Sforza prometto che esso domino Constancio observarà et se conten terà de li presenti capituli et a magior fede de tutte,le sodette cose ho sottoscriptode miapropria manu li predicti capituli et sigilati del sigillo desso miser Constancio. > NICOLAUO DE BARGNANO procurator ut supra, manu propria subcripsi. › Et ego Cichus Symonecta miles, praelibati illustrissimi domini domini nostri Du cis Mediolani secretarius praedictis omnibus dum se agerentur interfui ut de mandato ejusdem illustrissimi domini nostri praesentem publicum instrumentum mea propria manu subscripsi ac signum mei secretariatus appositum et sigillo solito ducale muniri fect. In fidem et manis robur omnium premisso. > CICHUS. > •Fu suo avo Sagramoro, bastardo di Bernabò, e da lui discende il ramo dei conti di Saliceto (V. LITTA, Op. cit. Visconti, tav. VII). 3Guglielmo I figlio di Giacomo e cognato del duca Galeazzo Maria, avendone spo sato la sorella (V. LITTA, Op. cit. Paleologo, tav. II). 4Ènominato nella lista dei feudatari e nobili, aventi giurisdizione nel dominio du cale chiamati a celebrare, il 20 marzo, la commemorazione dell'assunzione ed introniz zazione del Duca (V. Miscellanea ab Alifero collecta a carte 121 del codice membra naceo. BELGIOJOSO, n. 181, nella Trivulziana). Un Zorzino da Chilese è pure nella li sta dei condottieri celebri del secolo XV (V. MURATORI, Rer. ital, script, vol. XVIII, col. 771 e seg. Cronica di Bologna). Dauna lettera ducale del 2settembre 1479, questo condottiero appare ancora al servizio sforzesco insieme a Francesco da Cellano (Archivio di Stato, Sezione storica. Condottieri). •Fratello del duca Galeazzo Maria (V. LITTA, Op. cit. Attendolo Sforza, tav. V). ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 461 Figlio di Leonetto e di Elisa di Muzio Sforza, e perciò cugino del duca Galeazzo Maria. Fu il primo conte di Cajazzo; nacque nel 1418 e morì affogato nell'Adige, alla battaglia di Calliano, 9 agosto 1488, essendo comandante dei Veneziani. Ebbe dai nemici tomba onorata nel Duomo di Trento (V. SCIPIONE AMMIRATO, Famiglie nobili napoletane, pag. 19, ed IMHOFF, Geneal. vig. ill. in Ital. famil. SANSEVERINO, tav. I e pag. 301). All'Archivio di Stato, nelle teche dei Condottieri, si trova un suo mandato di procura del 24 luglio 1472, nello spettabile Filippo de Aliprandis, affinchè possa ri cevere dal Duca di Milano 18 mila ducati d'oro da erogarsi a preparare gente d'ar me, qualora occorra caso di guerra, e ciò indipendentemente dall' ordinario suo sti pendio; vi sta unita la minuta del confesso di ricevuta. Insieme a questo documento se ne rinvengono molti altri riguardanti questo personaggio che ebbe uua parte im portantissima, come uomo di guerra e di Stato, alla nostra Corte ducale nella seconda metàdel secolo XV. Quando all'esame di questi documenti si volesse aggiungere lo spoglio della corrispondenza ducale di quell'epoca, io credo si potrebbe cavarne suffi ciente materiale per una biografia di non mediocre interesse, e mi auguro che qual che studioso delle memorie patrie, voglia mettersi ad un tale lavoro. Esso potrebbe anche servire di prefazione per chi intendesse dare alle stampe la relazione del viag gio fatto dal Sanseverino nel 1458 in Terra Santa ed al monte Sinai, che è tuttora inedito. Di tale viaggio trovo fatta menzione la prima volta nella prefazione del Val turio all'edizione italiana di Verona del 1483. Per quanto io so di tale relazione esi stono quattro copie; la prima fu accennata dal professore Gräber di Hemso nel 1845; la seconda, della fine del secolo XV, è nella biblioteca pubblica di Parma ed aquanto mi si afferma non conterrebbe che il viaggio al Sinai e quindi sarebbe scompleta; la terza, cartacea del secolo XVIII, è completa està nella Trivulziana; l'ultima, in fine, apparteneva al defunto marchese Gian Martino Arconati. Questa è di lunga pezza la più importante essendo un nitido codice membranaceo della seconda metà del secolo XV, ed ha tutti i caratteri se nondell'autografo, almeno di una delle prime copie. Perciò che riguarda l'autore di tale relazione, escluso innanzi tutto sia il Sanse verino stesso, non solo perchè uomo di spada e non di penna,ma anche maggiormente perchè nel testo vi è sempre nominato impersonalmente e con espressioni molto reve renziali, parmi non si anderebbe troppo lontani dal vero, attribuendola a Giovanni Matteo Bottigelli di Pavia che era compagno di viaggio del Sanseverino ed il cui stemma miniato orna il Codice Arconati. •Marsiglio, Giacomo ed Amurat, figli di Cristoforo, del ramodei conti di Guastalla (V. LITTA, Op. cit. Torelli di Ferrara, tav. VII e VIII). Questi tre nomi appaiono distinti in una nota intitolata; Ordine de le infrascripte gente d'arme per tempo di guerra, colla data di Vigevano 2 dicembre 1473. Marsilio vi figura con 350 cavalli e 60 uomini d'arme, Jacomazzo ed Amoratto con 300 cavalli e 50 uomini ognuno (Archivio di Stato. Condottieri). •SforzaMaria,altro fratello del ducaGaleazzoMaria.Fu investito del Ducato di Bari nel 1464 alla morte del padre, il quale alla sua volta lo aveva avuto da Ferdinando d'Aragona. Sforza Maria morì a Varese nel1479 con sospettodi veleno, e gli successe nel Ducato di Bari Lodovico il Moro (V. LITTA, Op. cit. Attendolo Sforza, tav. V.) 10 Della famiglia Brandolini di Bagnacavallo. Fu figlio a Cecco II, e perciò cugino di Sigismondo II (V. nota 33). Al pari di questi stette a soldo, prima degli Sforza, poi dei Veneziani, ai quali ultimi prestò segnalati servigi in Italia e nel Levante. Da una lettera del Senato Veneto appare ancora vivente nel 1520 (V. L. BALDUZZI, Dei conti Brandolini nobili Veneti, pag. 23. Pisa, 1874). "Conte della Saponara; figlio di Jacopo e marito di Beatrice Zurla (V. SCIP. AM MIRATO, Op. cit , pag. 32). 462 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 12 Figlio di Pietro Maria (V. LITTA, Op. cit. Rossi di Parma, tav. III). 13 È assai probabile che questi sia il figlio naturale di Tiberto VIII, e lo stesso è nominato in un istromento del 1471 del notaro Giovanni Tigrino di Bagnacavallo. Di luinon si hanno altrenotizie,ma è presumibile che fosse spinto a cercare fuori di patria e coll'armi, carriera tradizionale della famiglia, quella gloria che non gli era consentita dalla illeggittimità dei natali (V. L. BALDUZZI, Op. cit, pag. 21). 14 II Moro (V. LITTA, Op. cit. Attendolo Sforza, tav. VI). 45 Fratello naturale del duca Galeazzo Maria (V. LITTA, Op. cit. Attendolo Sforza tav. I). 16 Era figlio di Pietro Pallavicino, e fu capo-stipite del ramo dei 'marchesi di Sci pione estinto nel 1738 (V. LITTA, Op. cit. Pallavicino, tav. XXIX). È nominato in sieme al fratello Nicola nell'elenco dei signori feudatari, aulici e nobili, chiamati a celebrare il Natale alla Corte del duca Galeazzo Maria Sforza (V. ALIFERO, Cod. cit , carte117). 17 Nell' Archivio di Stato (sezione storica, Condottieri) esiste una sua lettera auto grafa del 6 ottobre 1479, uella quale si qualifica per armorum capitaneus. 18 Di lui esiste all' Archivio di Stato (sezione storica, Condottieri) una lettera al duca Galeazzo Maria, Milano 14 ottobre 1472, nella quale si sottoscrive Guidacio de Manfredis Vicecomes et Aragonia, armorum capitaneus. 19 Figlio di Muzio e zio del Duca regnante; fu capo-stipite dei conti di Santa Fiora (V. LITTA, Op. cit. Attendolo Sforza, tav. I). 20 Figliodi Alessandro dei signori di Pesaro (V. LITTA, Op. cit. Attendolo Sforza, tav. IV). Alla nota n. 1, ho riportato il suo contratto di condotta col cugino G. M. Sforza. 21 Da una lettera della duchessa Bianca Maria al figlio, del 6 giugno 1467, appare mandato ad alloggiare da Merlino a Rivolta per sorvegliare i movimenti dei Vene ziani. Insieme con Pietro Francesco ed Alessandro Visconti, con Giovanni da Scipione econ Orfeo da Ricavo fece la rassegna delle lancie spezzate nel 1473. Questi due fatti sono documentati nell' Archivio di Stato (Corrispondenza ducale e sezione storico militare. Note di Squadre e Condottieri). Nella Trivulziana poi esiste un Codice car taceo originale, contenente una raccolta di lettere scritte per ordine del Duca da Ga briele Palearo a Gottardo Panigarola nel 1475. Tra esse, a carte 19, e colla data del 1'8 aprlle trovasi un ordine per vestire a nuovo gli ufficiali ducali, e nell'elenco di essi vi è il nome di Bartolomeo di Quartieri colla qualifica di Governatore di lancie spezzate. : 2: Opino sia Colantonio detto lo Sfregiato, figlio di Gualtieri, e sono condotto a ciò dal vedere che questi ebbe un figlio, Galeazzo, nome sforzesco che appare per la prima volta conlui nella famiglia Caracciolo (V. SCIPIONE AMMIRATO, Op. cit, pag. 121). Il duca Galeazzo Maria diede in moglie a questo Colantonio una figlia di Onofrio An guissola che egli teneva imprigionato a perpetuità per essere stato capo dei contadini piacentini ribelli, quelli che furono sbaragliati dai ducheschi a Grazzano, e lo investi dei feudi confiscati allo suocero (V. PALLASTRELLI, Osservazioni intorno alla storia della famiglia Brandolini, pag. 5. Pisa, 1876). 23 Il CORIO (Historia di Milano, a. 1477) menziona un Borella daCaravaggiocome quello che fu spedito dalla duchessa Bona nel 1477 ad inseguire il Conte di Cajazzo, e Scipione Ammirato riporta pure questo fatto nella biografia del SANSEVERINO (Vedi Op. cit , pag. 21). Però dal vedere che il Borella figura nei presenti documenti, sem pre appajato a Colantonio Caracciolo, preferirei crederlo suo compatriota, e perciò quel Giovanni Antonio Secco che ebbe la contea di Borella in Calabria nel 1465, e che rapiantatosi stabilmente in Milano fu ambasciatore ducale al Re di Napoli, ajo di ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 463 Massimiliano Sforza e conte di Vimercate nel 1475, diventando capo-stipite dei Secco borella. Il feudo di Vimercate gli fu confermato con privilegio di Lodovico nel 1495, ed inquest'atto è qualificato come educatore del giovane Massimiliano. Morì nel 1498 edebbe sepolcro nella chiesa di S. Maria alle Grazie. Esiste il suo ritratto in una delle bellissime miniature, attribuite a Leonardo, che ornano il libro del Jesus od abecedario fatto per Massimiliano Sforza ancora giovinetto; vi è in atto di mostrare un astro al principino, e nella illustrazione poetica che trovasi a riscontro della mi niatura leggonsi questi versi: Dal altro canto poi el conteBorella Dicechenocte e in ciel par una stella. Lo splendido e preziosissimo codice è nella Trivulziana. 24 Apparteneva all'antica famiglia milanese dei Burri (V. CORIO, Op. cit , parte VI all'anno 1477 e ROSMINI, Storia di Milano, tom. III, pag. 52, n. 1). 5 Lodovico III Gonzaga (V. LITTA, Op. cit, Gonzaga, tav. IV). 26 È Pino II figlio ad Antonio I Ordelati. Spadroneggiò solo in Forlì, dopo che nel 1466 ebbe tolto di vita il fratello Francesco IV o Cecco, insieme al quale teneva la signoria dalla morte del padre avvenuta nel 1448 (V. LITTA, Op. cit. Ordelaffi di Forlì, tav. VI). 27 Il figlio naturale legittimato del conte Giovanni da Tolentino, che ebbe inmoglie Isotta, figlia naturale di Francesco Sforza. Nicolò sposò Lucia Castiglione di Guarne rio. Da loro i Tolentini conti della Stracciola e confeudatari di Bereguardo. 28 È il secondo Giovanni, figlio di Antoniolo (V. LITTA, Op. cit, Bentivoglio di Bo logna, tav. III). Nel già citato codice dell'Alifero trovo, a carte 105, una copia del suo contratto di condotta del 1481, che accenna a rinnovazioni di patti anteriori, poi chè vi è detto: fu reconducto alli servitii, ecc. > 29 È il marchese Lodovico I, figlio del marchese Tomaso III (V. LITTA, Op. cit , Saluzzo, tav. VIII). 30 Figlio di Luigi (V. LITTA, Op. cit. Dal Verme di Verona, tav. II). 31 Potrebbe essere tanto il figlio di Valeriano, quanto quello naturale di Lodovico I (vedi nota 29) ; ma più probabilmente quest' ultimo (V. LITTA, Op. cit. Saluzzo ta vola XIX e VIII). 32 Nella lista dei condottieri della lega del 1474, inserta nel più volte citato Codice dell'Alifero trovasi, a carte 143, un Taliano de Carpi, il quale dovrebbe probabilmente indicare la stessa persona che quella nominata qui, e quindi un Taliano Pio di Carpi. Ora questo nome non si rinviene nelle tavole del Litta, doveper converso, tra un Man fredo (Pio di Carpi, tav. II) ed un Antonio condottiero di Lodovico il Moro, è segnata una lacuna di più generazioni. Questo Taliano non potrebbe colmarla in parte, rite nendolo padre dell'Antonio ? 33 Sigismondo II, fu figlio al famoso condottiero sforzesco, Tiberto VIII, e si rese nonmeno celebre di lui per imprese di guerra. Militò al servizio degli Sforza fino alla morte del duca Giovanni Galeazzo, e più verosimilmente fino a che Lodovico Ma riaprese nelle sue robuste mani le redini dello Stato. Passò poi ai Veneziani, e si tenne con loro fino alla morte, avvenuta non prima del 1493, tale dataportando il te stamento da lui fatto in Bertinoro. È sepolto inpatria. Nel 1473 ebbe da Galeazzo Maria Sforza la signoria di Calvignano nel Vogherese (V. BALDUZZI, Op. cit,pag. 23). Quasi appendice a queste poche notizie, che potranno completarsi da chi voglia ri correre al già citato lavoro del Balduzzi, trascrivo qui l'atto di ricevuta fatto da Ti berto in nome del figlio Sigismondo, dei denari dotali di Antonia Bentivoglio. <1458. ind. 6. 22 februari. Calisto III papa. 464 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. > Magnificus Dominus ac magnanimus armorum Capitaneus Dominus Tibertus quon dammagnifici Comitis Brandolini miles, suo proprio et principali nomine, et tamquam pater legitimus administrator magnifici et generosi militis Domini Sismondi sui filii, spontepraesentibus testibus infrascriptis etNotarius habuit et manualitaccepit amagnifico et generoso milite Domino Johanne quondammagnifici etmagnanimiviri Anibalis de in clita et generosa domo de Bentivogliis de Bononia, dante et solvente eidem DominoTi berti praesenti et recipienti ducatos mille de camera boni auri et justi ponderis, et hos pro dote magnifica juvenis Dominae Antoniae dicti olim Domini Anibalis filiae, ac dicti Domini Joannis sororis, et uxoris dicti magnifici Domini Sismondi militis filii dicti Domini Tiberti, et pro matrimonio contracto inter dictum dominum Sismondum ex parte una, et Domina Antonia ex parte altera, et nondum consumato, ecc. > ActumBononiae incapella Sanctae Ceciliae, in domo habitationis magnifici et ge nerosi militis Domini Santis de Bentivogliis, presentibus egregio legum doctore Domino Petro de Magnanis, spectabili viro Virgilio de Malvetiis, qui ambo dixerunt se dictas partes et contrahentes cognoscere; Bartolomeo quondam Domini Joannis de Bonjovan nis notarius; Ser Cola quondam Joannis de Bononiae cives, et Joanne quon dam Andreae de Papazonibus et aliis pluribus testibus vocatis. > Ego Fringirinus quondam Ser Comatii de Sancto Venantio civis Bonon. Notarius scripsi..> Devo la conoscenza di questo documento inedito alla cortese liberalità del già men zionato canonico teologo Luigi Balduzzi di Bagnacavallo, erudito e diligentissimo il lustratore della famiglia concittadina dei Brandolini, il quale volle anche con dedu zioni copiose ed inoppugnabili, dissipare alcuni dubbi che mi si erano affacciati intorno alla identificazione di due personaggi di quella famiglia, Brandolino e Giovanni Conte, nominati più addietro. E per la comunicazione fattami e per il servigio resomi, io godo di tributargli qui pubblicamente grazie. "Anche questo è un Sanseverino; Roberto del ramo dei conti di Marsico. Era fi glio di Giovanni e di Giovanna Sanseverino. Come ricompensa ad ajuti dati e come premio a fedeltà dimostrata, ebbe nel 1463 da Ferdinando d'Aragona il principato di Salerno, tolto a Felice Orsini che parteggiava pei vinti Angioini. Morì il 2 dicembre 1474 (V. PONTANO, Historia, lib. I e IMHOFF, Op. cit, Sanseverino, tavola I e pa gina 299). 35 Lo strenuo et spectabile cavalero. d. Joannis Francisco poeta, è citato come man datario e procuratore di Giovanni Bentivoglio nel suo contratto di condotta col Duca, del 27 agosto 1472 (Archivio di Stato, Condottieri). 36 Figlio di Luigi e fratello di Pietro, innanzi nominato (V. LITTA, Op. cit. Dal Verme di Verona, tav. II). Fu mandato con milizie nel 1462 a Piacenza dal duca Francesco Sforza, onde sedare la rivolta cagionata dalla falsa notizia che il Duca stesso fosse morto (V. PALLASTRELLI, Op. cit , pag. 4). 37 Nel citato Codice dell' Alifero è nominato a carte 121 tra i feudatari e nobili aventi giurisdizione nel dominio ducale, chiamati a celebrare il 20 marzo a Milano la commemorazione della assunzione ed intronizzazione del duca Galeazzo Maria Sforza. Edauna lettera, 23 luglio 1467, della duchessa Bianca Maria al figlio appare co mandato a cavalcare in soccorso del Marchese di Monferrato per ilcaso che iSavoini movessero guerra (Archivio di Stato, Corrispondenza Ducale). 38 Il ducato milanese d'oro, di giusto peso, è ragguagliato da un decreto del duca Giovan Maria, in data di Abbiate 4 aprile 1474, a 4 lire e 2 soldi milanesi. Però dai computi fatti sopra i presenti documenti, di alcun poco anteriori a quell'epoca, risul terebbe valere sole 4 lire, ossiano fiorini 2 1/2. Chi desiderasse attingere maggiori notizie sulla zecca di Milano, e sul valore delle monete che vi furono battute potrà ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 465 ricorrere, per tacered'altri, al MURATORI (Antiqu. Ital. medii aevi, vol. II); al GIULINI (Mem. stor. della città e campagna di Milano); all'ARGELLATI (De monetis Italiae, есс ). al CARLI (Delle monete e dell'istituzione delle zecche d'Italia); alVERRI (Storia di Mila no); allo ZANETTI (Nuova raccolta delle monete d'Italia); al BELLATTI (Monetedella Lom bardia austriaca); al MULAZZANI (Sulla lira milanese dall'anno 1354 al 1778 e Sulla zecca diMilano dal secolo XIII fino ai giorni nostri); al MUONI (La zecca di Milano nel secolo XV); al BIONDELLI (La zecca e le monete di Milano),nonchè ad un Codice miscellaneo della Trivulziana, che contiene molti decreti ducali inediti, sull'argomento. 1 II. Viglevani die VIIIj decembris 1472. Ordine per la casa delmagnifico Ill.mo signore per andare in campo videlicet per quelli che hanno le spese in casa de sua excellentia. Primo, per la persona dela excellentia sua • Item, muli Item, per camareri quaranta per servicio de lapersona sua Item, per altri X camareri per operare in loco de famigli cavalcanti Item, per duy medici col speciale Item, per duy capellani Item, per sescalchi, credencieri,dyspensatori, apparecchia tori, chuochi, fornari et uschieri Item, per barberi, sartori et calzante Item, per Christoforo uschiero : et li sottocamereri Item, per stambechineri 39 Item, per stapheri XII Item, per li officiali da la stalla Item, per le infrascripti carrette per condure li carriagij. Primo, IIj de bussola Item, Xper paviglioni: camareta dasse : tende et fornimenti necessari per essi Item, VII per la dispensa et credenza Item IIj per la caneva Item Ij per la cosina Item, VI per la stalla Item,VIper condurela robbadi camareri Item, per la cancellaria del Magnifico domino Cecho 40 Item, j per la cancellaria de Jacomo Alphero et Gabriel pagliaro 41 Item, IIj per la camera et perla salla. che sono in tut to 41 cavali 100 " • ท n ท ท n n 25 130 30 8 3 32 5 5 2 12 7 164 cavalli 523 466 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Infrascripti che non stanno a le spese del nostro Ill.mo signore, possono menare quelli cavalli che li pare et piace. Primo, consiglieri numero VI Item, Zentilhommi numero VIII Item, M. domino Cecho cum la cancellaria Item, Jacomo Alpheo et Gabriel Pagliaro" et camereri de camera Item, Orpheo 42 Item, trombetti numero XXIIIj • • Cavalli 19 n " Provisione de cose necessarie per campezare et spesa per quelle: quali bisogna fare de novo pernon trovarsene proveduti. Primo, paviglioni per la persona del nostro illustrissimo signore, et questi gli sono : Item, la camaretta dasse, et questa similmente gliè. • "Item, ferramenti per servicio de dicti paviglioni et de la casa, como pali de ferro, cette,43 zappe, et similia Item, per le infrascripte tende primo Ij per la dispensa Item, Ij per la credenza Item, Ij per la cosina Item IIIj per mullateri Item, XIj per li carretoni Item, j per li medici 1tem, Ij per li sescalchi ducati 12 in tutto 60 a ducati X sotto sopra luna Item, j per li capellani Item, Ij per barberi, sartori et calzante Item, j per la sala Item XX per li camereri Item, j per la caneva • Item, X per la stala Item per ferramenti per servicio de la stalla, como pali de ferro, cette, zappe, falce, falcette, maracij,44 tenivel le, 45 et similia . Item, per canevazo per coprire li cavalli et fare mangia tore, et corderie Item, per para VIIj de casse perdispensa,credenza et sala Item, per cestoni da cosina et barili et altre cose neces sarie per dispensa et credenza " " 17 " " 600 26 100 50 12 Da riportare ducati 800 ORDINE DELL'ESERCIT ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 467 Riporto ducati 800 Item, per carette XXXVIIj da scala con li suoij forni menti aducati circa 17 sottosopra l' una Item, per coverte XXV da mulo de panno a la divisa bianca et morela cum li ducali46 Item, per coverte XLI per le carrette ut supra Item, per store per covrire le carrette et altre cose mi nute necessarie " " " 646 150 410 50 Somma ducati 2056 Ad li cavalli de le carrette et altre cose necessarie, quali sono nela monitione et quali è disignato como provedere per altra via. NOTE. L'essere i cacciatori ducali chiamati Stambechineri non solo qui, ma anche e ri petutamente nelle lettere del duca G. M. al Panigarola (vedi nota n. 21), è una ri prova che la razza degli stambecchi ora rappresentata da poche famiglie in alcune eccelse e quasi inaccessibili giogaie della Valle d'Aosta, era ancora numerosa sulla fine del secolo XV. 40 Francesco, detto Cicco, il celebre segretario particolare del duca Francesco I, di Galeazzo Maria Sforza e della Reggenza (V. LITTA, Op. cit. Simonetta di Calabria, tav. I). 41Entrambi segretarii ducali. L'Alfieri poi era figlio di quel Tomaso the venne da Napoli con Francesco Sforza. A proposito della carica da loro occupata non posso ristarmi dal trascrivere le norme che reggevano la Segreteria ducale e che si leggono acarte 114 del più volte menzionato Codice dell' Alifero, che altri non è se nonlo stesso Giacomo Alfieri. Il lettore vorrà perdonare la lunghezza della nota, in grazia dei curiosi dettagli che si riscontrano in essa, e che danno una esattaidea del sistema amministrativo di quell'epoca; sistema che se può parere qualche volta molto fami gliare e massaio, aveva però il merito di essere chiaro e semplice. Ordines Jacobi Aliferi et Gabrielis Paleari secretarios. > Hauemo deputati ambedoi a lofficio del extraordinario: et a ciò che non habiate casone de fallire ma observare quello che sia la mente et dispositione nostra, hauemo deliberato che debiate observare la forma et ordini infrascripti fra voi; et perchè fra voi non segua alcuna confusione et disordine hauemo ordinato che caduno de voi at tenda ad una impresa. > Et primo, tu Jacomo attenderai a l'impresa di queste nostre intrascripte città, cioè: Lode, Cremona, Parma, Alexandria et Terdona. > Et ti Gabrielo alle infrascripte città, cioè: Milano, Como, Pavia, Piacenza et Novara. > Et volemo che ciascuno de voi attenda a la sua impresa de dicte città, et luno non se impacci de l'impresa de l'altro, sforzandosi ogniuno de voi de perquirere li homicidii, le falsità et qualuncha maleficii, et cose criminale, et quelle caduno de voi commettere al Vicario de la provisione de Milano, come sè consueto fare fin qui; et 468 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. con lui intenderse in le predicte cose, et così con lialtrinostri officiali, alli quali alla giornata scriverete secondo le cose occorrerano, et così tenere le liste de le intrate nostre in ordine, etc., solecitando et scrivendo al dicto Vicario, et ad dicti officiali se condo el bisogno, natura et exigentia de le cose richiederà, havendo summa adverten tia che lajusticia habbia suo loco, et indiferenter ministrata ad caduno, et che la camara nostra habia suo debito. > Item ti Jacomo volimo tenghi el tuo sigillo ad modo usato, et ti Gabrielone ten ghi un altro, quale te havimo facto dare. > Et li doi cancelleri li sono, perchè ti Jacomo hai facto questo offitio circa cinque anni, et sei informato in modo che te facile farlo, volimo ritenghi Paulino presso ti, etlo tuoregistratore. > Item che cadauno de voy habbia el registro separato, et faci le cose separata mente come è dicto. › Et ti Gabrielo, perchè non sei si bene informato, habii Philippo del Conte et togli uno registratore. > Item che li XIj cavallari che li sono, siano divisi per mittà, cioè tu Jacomo habii li infrascripti: > Paulino de Lintroppi. > Petro da Trezo, dicto Somenza. > Bartholo da Brazolo. > Marchesino da Pantiate. > Bertholino da Bergamo. > Fermo di Carelli. > Bernardo da Melzo. > Augustino di Cozi. > Bernardo da Vicomercato. > Jacobo di Mezinghi. › Fiorio da Milano. > JACOBI. > GABRIELIS. > Item, ti Jacomo volimo che daghi tutte le scripture ehe hay ne le mane perti nente et agitate a le dicte città commesse ad Gabriel predicto, avisando dicto Ga brielo et informando integramente de tutte le cose che tu sai de ledicte città et loro territorii et pertinentie che spectano al honore et bene nostro, et utile de la camera nostra, et così volimo che tu debby fare continuamente de cetero. Il simile farai tu Gabrielo de avisare el dicto Jacomo de le cose pertinenti ad le città ad luy com messe, loro territorii et pertinentie che spectano a honore, ben nostro, et utile de la camera nostra, quale a la giornata te pervenirano in mano; procedendo luno et laltro de voij cum grande diligentia et solicitudine in le cose che ve sono commisse, et cum summa integrità, non havendo respecto luno de laltro, nè per passione, nè per invidia, nè per alcuna altra rasone et casone, nisi solo ad quello che cognoscerete essere ho nore et bene de lo stato nostro et tutela de la camera nostra, avisandove che inten dimo in fine de caduno anno far vedere le vostre rasone, et si trovaremo che aut per negligentia yostra, aut per qualche invidia et passione fra voy la camera nostra ha verà portato danno lo faremo pagare ad quello che serà stato casone. > Item ve admonemo che siati solleciti et prompti ad essere presso la nostra per sona, tanto quando siamo in camera et altrove, come ad cavallo, cho saltem uno de voy li sia sempre et continue, et non faciate stima per essere doy, che per questo ve ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 469 gnate ad usare negligentia alcuna, imo usare ogni diligentia et solecitudine, quanto si fosse uno solo, et si farete altramente, li sera proveduto etc. › Ancora volimo, che quando sia dato ad qualunche de voy, lettere, supplicatione o scripture che non se apertenghino alla impresa sua, che quelli se daghino ad quello ad chi se aspectino per rispecto a l'impresa de città ad esso commessa, et si non fossino pertinente al officio vostro, le darete a la cancellaria dove che doverano andare. > Ultimo, volimo che in le cause che occurerano in lo vostro officio donde che ac caderano per privilegii, li lassate fare a la cancelleria nostra. Voi de lettere farete, non toglierete niente de cancellario, se non quello che honestamente et voluntiera vi sarà dato. > Datum Viglevani die Vj decembris MCCCCLXXIJ, › Galeaz Maria subscripsit. > CICHUS. » 42 È quell' Orfeo daRicavo, il cui nome ricorre sovente nelle cronache e nei de creti di questo periodo, come consigliere ducale influentissimo. Travolto nella disgrazia del Simonetta, di lui più altro non si sa, se non che fu imprigionato nel castello di Trezzo, come appare da alcune lettere che si trovano nella corrispondenza ducale al ' Archivio di Stato. Nell' istromento di condotta di Giovanni Conte del 7 luglio 1472, è qualificato come gentium armigerarium commissario (Archivio di Stato, Sezione sto rica, Condottieri). 43Accetre. 44 Mi è stato impossibile di trovare questa parola in alcun dizionario. Potrebbe in dicare le marre, poichè fino dall' 11 marzo 1259 troviamo menzionati chi le adoperava : « guastatores, marrajoli, speczatores, picconarii, segatores, etc. » (V. RICOTTI, Storia delle Compagnie di Ventura, tom. I, pag. 139 e pag. 356, documento C dal libro di Monteaperti). 45 Trivelle. 46 Gli stemmi e le imprese della famiglia ducale. III. 1472, die Xj decembris. Infrascripta è la provixione de le cose bisognano ad uno carregio per condure in campo quatro bombarde grosse,47 due ferline,18 due ruf fianelle et VIIj spingarde.50 Primo, per la corona,cioè tromba et coda mati cara 2 para 16 bovi Item, per li ponti cum lifornimenti " Item, per li repari et sedimi de legno 51 Item, per li sedimide metallocum duerote grosse Item, per la culatta Item, per la verna fornita52 " " " 4 " 8 " 3 " 6 " 1 4 2 " 1 " 2 " 1 ท 2 " Da riportare Somma cara 12 para 36 bovi Arch. Stor. Lomb. An. III. 31 470 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Riporto Somma cara 12 para 36 bovi Item, per prede CIj per dicta bombarda: che pexano libre53 CCCC l'una, aprede Vj per carro Item, per la polvere per trarre dicte prede CIj a libre 50 per preda, sono in somma " libre 5m C cum cochoni CIj54. Item, per le livere de ferro,55 et stanghe de legno per manezare la dicta bom barda et da cazare il cochono et altre cose necessarie " " 17 " 34 " 3 " 6 7 1 " 2 " Somma cara 33 para 78 bovi Per condure la bombarda bisona, cioè tromba et coda, cara matti 2 videlicet Item, per li ponti cum li fornimenti Item, per li ripari et sedimi de legno Item, per li sedimi de mettallo cum due rote grosse Item, per la culatta • Item, per la verna fornita Item, per prede CIIIj per ditta bombarda a libre 300 per chaduna,che danno prede VIIj per carro Item, per la polvere per trarre dicte prede CIIIj a libre XL per preda; in somma libre IIIjm CLX cum cochoni CIIIj Item, per livere de ferro et stanghe de legno per manezare le dicta bombarda et ad cazare il co chono et per altre cose necessarie cara 2 para 16 " 4 " 8 " 3 " 6 " 1 2 " 1 " 2 " 1 " 2 " “ 13 " 26 2 " 4 1 " 2 Somma cara 28 para 68 Per condure la bombarda Liona,56 glivanno li suprascripti fornimenti, cioè polvere, prede, ponti, et altre suprascripte cose, cara 28, para 68. Somma de le cara et bovi che andarano ad condure le suprascripte tre bombarde, cara 89, para 214. Per condure la bombarda ferlina, cioè, una de le due, tromba et coda Item, per li ponti cum li fornimenti Item, per li ripari et sedimi de legno Item, per la culatta cara 2 para 8 de bovi " 4 " 8 " ແ 3 " 6 " " 1 ท 2 " Da riportare Cara 10 para 24 de bovi ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Riporto Cara 10 471 para 24 de bovi Item, per li cochoni, stanghe et livere per manezare dicta bombarda • Item, per prede CVIIj per la dicta bom barda che pexeno circa rubbi57 9 luna ad computo de prede 12 per carro Item, per la polvere per trarre le dicte prede a libre 33 o circa per preda : in somma libre 3500 de polvere . " 1 9 2 " 18 " 17 11/2 " 3 " Cara 21 1/2 para 47 de bovi Per condurre l'altra bombarda ferlina cum tutte le suprascripte cose et fornimenti, cioè polvere, prede, etaltre cose, cara 21 1/2 para 47. PercondurelabombardaGaleazesca,tromba et coda Item, per li ponti de dicta bombarda cum suoy fornimenti .. Item, per ripari et sedimi de legno Item, per la culatta Item per li cochoni, stanghe, livere et altri lignami Item, per la vernacum suoy fornimenti Item, per prede 100 per dicta bombarda a rubbi 25 l'una, a prede IIIj per carro58 Item, per libre 10000 de polvere a libre 100 per preda fo la sua portata cara 2 para 18 bufali 4 " 8bovi 4 " 8 n n " " " " 1 แ 2 ท 1 1 2 " 2 n 25 " 50 " 4 8 " Somma cara 42 para 98 bovi Per condure due bombarde Rofianelle, cum prede 100 per caduna et cnm suoy forni menti, cochoni, et polvere che saria la pol vere circa libre 1600, et cum li suoy cep pi,59 carra 5 per ciaschuna, in somma tutte due " 10 " 20 " Somma cara 95 para 212 bovi 472 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Per condure octo spingarde cum li suoy ceppi et cavalletti et cum suoy canoni et chiave60 Per condure schiopeti 100 cum ballottine 10000 et cum ballotte 800 per dicte spin garde che sariano le ballotte 100 per schiopeto Per la polvere per le dicte spingarde et schiopeti che saria libre 2500 Per condure una bricola, cioè la perticha, el fuso, le braghe et altri legnami et for nimenti Per condure rachette62 400 da trare foco cum le balestre; casse 40 de verettoni mezzani n. 500 per cassa, et casse 5 de verrettoni da bussola et 5 da cavallo, cum uno barile de sevo et rubo de canevo per ungere le carre de le bombarde Perpombio, ballotte da spingarde et da schio peti ultra le antescripte per monitioni per campo et tazze de colare pombio n. 2 et forme da spingarda 1 etschioppeto • Per lanze 2000 da cavallo ferrate, a lanze 400 per carro Item, perlanze 1200 da pede ferrate, a lanze 300 per carro Item, per le scale per dare la bataglia cara 2 para 4 debovi 1 " 2 " แ " " " 1 " 2 " 6 " 12 3 " 6 " 1 " 2 " 5 " 10 " 4 " 8 8 " Item, per li manteletti63 da usare in campo n 4 n 8 " cara 31 para 62 de bovi 44 +Per rexeghe 14 da refendere lignami da manoelle. Item, rexeghoni64 3 da schavezare lignami. Item, chiodi 100 da uno brazo per caduno. Item, chiodi 200 da quarte 3 per caduno. Item, chiodi 500 da mezo brazo per caduno. Item, chiodi 1000 de terza. Item, chiodi 1000 de quarta.65 Item, libre 300 de chiodi da 30. Item, libre 25 de chiodi da 80. Item, libre 300 de chiodi da 2066 Item, manere67 6 da magistro da lignamo. ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Item, segure 12. Item, azze 6 de ferro. Item, segurette68 10. Item, martelli 12 da gambaro.69 Item, Verobij 70 et tenivelle de più sorte n. 60. Item, Rexeghe 8 da schavezare cum li suoy tellari et lime. Item, schopelli 16 de ferro, tra de ungia, et larghi,da lignami. Item, scorbie 10 da ligname. Item, gayoni 2 da segura grandeda due mane.71 473 Item, libre Ij de corda de lana da signare lignami per magistri da ligname. Item, mazoli 8 da picare prede. Item, agugiete 24 da picare prede.72 Item, frappi73 8 de picare prede. Item, livere 24 de ferro grande da manezare bombarde, ultra le an tedicte. Item, pali 16 de ferro daponcta da vigne.74 Item, picconi 50 da doe poncte. Item, zappe 40 da testa. Item, zaponi 40 da gaya.75 Item, badili 60. Item, badilesse 60. Item, paletti 60 de ferro de libre 12 luno per dare inmane ad li ho mini darme quando se dàlabataglia alle mure. Item, mazoni 2 de ferro grossi per cazare chiodi grandi. Item, agugiette sive stopine76 18 de ferro, per assettare la preda in la bombarda. Item, cazole77 24'de legno per incanare la polvere in la bombarda. Item, libre 300 de rivio per fare la grilanda ale prede de le bom barde.78 Item, gameri 12 de canevo de braza 50 luno, per tirare le carre de le bombarde.79 Item, gameri 8 mezani de braza 40 luno. Item, corde 3 de verna de braza 60 fin in 70 luna. Item, braza 1000 de corda da pozo. Item, braza 500 de corda reforzata da ligare spingarde, bombardelle et altre cose. Item, corde 30 da soma. Item, livere sive agugie 6 de gambaro de magistro daligname. Item, balestre cinquanta. Item, gavete quatromilia.80 474 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Item, lumere 8 de ferro da fare falodij.84 Item, stopini 200 da fare falodij Item, lanterne 20 de corno. Item, rubbi 2 de candele de sevo. Item, libre 12 de candele de cera. Item, store 150 per coprire la polvere et altre monitioni. Item, per rode grosse et ladine, per met tere alle carre, quando se ne rompe al cuna caminando, per non stare impazato cara 2 para 4 de bovi Item, lignami de carre, cioè assali, timoni, et altri lignami Item, per condure li ferri di magistri de ligname che veneno drieto al campo per adiutare piantare le bombarde, et altri bisogni Item, per condure tutti li suprascripti fer ramenti, et altre cose diverse nominate nel presente foglio, incomenzando al ca pitulo signato + fin al partito de le store suprascripte in le quali non è fatto men tione de carri " " ท 1 " 2 1 " 2 8 " 16 " ท Somma cara 12 para 24 de bovi Somma sommarum de la carra et bovi vanno ad condure le bombarde et monitioni nominate ne la presente lista, cara 227, para 522 debovi. NOTE. 47 Labombarda, quantunque non possa dirsi la più antica bocca da fuoco, fu però per lunga pezza ritenuta la più importante, e di essa troviamo la prima descrizione in Francesco Redusio all'anno 1376 : « Est enim bombarda instrumentum ferreum cum trumba anteriore lata, in qua lapis rotundus ad formam trumba imponitur, habens can nonem a parte posteriori secum conjungentem, longum bis tanto quanto trumba sed exiliorem, in quo imponitur pulvis niger artificiatus cum salnitrio et sulphure, et ex carbonibus salicis, per foramen cannonis praedicti versus buccam, etc. » (Chronicon Tarvisinum in MURATORI, Rer. ital. script. tom XIX, col. 754 A). Un'altra descri zione più minuta, ma posteriore di quasi un secolo, leggesi in BARTOLOMEO FACIO (De rebus gestis ab Alphonso Neapol. rege). Essa componevasi dunque di due parti me talliche; tromba od anche vaso era chiamata la anteriore foggiata a modo di mortaio conico per ricevere il proiettile sferico di pietra; cannone, coda e più tardi mascolo ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 475 la posteriore che consisteva in un cilindro per contenere la polvere,alla quale davasi fuoco per un foro col mezzo di un ferro uncinato rovente. Nel secolo XV le bombarde crebbero a grossezza smisurata e tale che diventò assai malagevole maneggiarle non chè trasportarle. Quando raggiungevano dimensioni oltre il comune portavano un nome individuale, e tali dovevano essere quelle che si nominano quì: Corona, Bissona, Liona • Galeazesca. II CIBRARIO (Della economia politica del medio evo, pag. 158, n. 5), menziona una bombarda Signora Amedea, pel cui passaggio da Ivrea convenne atter rare tre tese del muro di quello spedale. Alcuni vogliono derivata la parola bombarda, dalla spagnuola bombas, fragore. Al tri invece che sia corruzione di lombarda, e questi hanno per loro l'autorità di cro nisti spagnuoli che le chiamano Lombarde o Tormentum longobardum. Anchelo Zu RITA (Annali d'Arragona, tom. II, lib. 9 col. 23), riportandosi ad una storia contem poranea, dice che in un combattimento navale nel 1359: entro un vascello del Re d'Arragona, trovavasi una Lombarda, che talvolta chiamavano anche Bombarda, nella quale era tiro di fuoco con polvere artificiale. > Rimando chi desiderasse maggiori no tizie sulle antiche artiglierie, nonchè su tutto ciò che vi ha riferimento, e che si no mina inquesti documenti, alle opere che vado citando ed alle seguenti: BUSCA, Istruzione de' Bombardieri. CIBRARIO, Delle artiglierie dal 1300 al 1700. 1854. Memoire sur l'artillerie des anciens et sur celle du moyen-age, 1840. OMODEI, Dell'origine della polvere da guerra e del primo uso delle artiglierie a fuoco, 1836. RAMBELLI G. F., Intorno invenzioni e scoperte italiane, 1844. VALTURIO, De re militari. Noto per incidenza che di questa opera esiste un bellis simo codice nell'Ambrosiana, nel quale trovansi delle figure che differiscono da quelle poste nelle edizioni di Verona del 1472 e del 1483. VENTURI, Dell'Origine e dei primi progressi delle odierne artiglierie, 1815. 48 Maestro Freilino de Mercadillo, o come altri vogliono, de Marquis da Chieri, fu bombardiere del Duca di Savoia, e nel 1453 si trova in quella stessa qualità al ser vizio di Francesco Sforza. Ebbe gran fama come fabbricatore di artiglierie, ed i suoi lavori venivano chiamati dal suo nome; ciò rilevasi tanto dal Conto delle artiglierie di Pier Masperi, 1426-27, come da una frase del SIMONETTA (Rer. gestar. Fr. Sfortiæ in MURATORI, Rer. ital. script , vol. XXI, col. 665). 49 Doveva essere una sorta di bombarda di calibro e di peso minore d'assai della Ferlina, poichè, se per condurre in campo una di queste coi relativi approvvigiona menti ed attrezzi occorrevano, come si vedrà, 47 coppie di buoi, per una Ruffianella ne bastavano 10 coppie. Avevano anch'esse un nome individuale, come si leggerà più avanti. 50 Questo vocabolo venne usato fino dal tempo delle crociate, ad indicare, secondo il Ducange, una macchina da gittare freccie e consistente, al dire del d'Aquino, in una grossa balestra; successivamente fu adoperato ad indicare una piccola artiglieria da posta che per calibro stava come anello tra la bombardella e l'arcobuso. Lampo o Lampugnino Birago milanese che scriveva nel 1454, riguardo a questo passaggio di uso si esprime così: Fiebant autem priore saeculo (XIV) corneae balistae quaedam aliae maximae, quarum fere usus exolevit: tendebant autem et illas bancis appella bantque Spingardas, unde his Spingardis, quae sunt bombardarum generis est no men indictum. » (Strategicon adversus Turcos, pag. 60. Codice della R. Università di Torino). Intorno al loro calibro dice : « Vocant enim, puto, Spingardas, supra sclope tum omne genus bombardarum, quae ad librale usque pondus pilas exigunt ferreas aut plumbeas, et quae bilibres etiam aut trilibres. > 476 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Il documento italiano nel quale le spingarde figurano per la prima volta distinte dalle balestre, e quindi come arma da fuoco, è la Chronicon Estense nel MURATORI (Op. cit, tom. XV, col. 396). Ivi è detto, al principio dell'anno 1334, che il marchese Rinaldo d' Este, signore di Ferrara, per la spedizione contro Argenta: « interim prepa rari fecit maximam quantitatem balistarum, scopetorum, spingardarum, etc. > Gli etimologisti derivano il vocabolo dal tedesco springen, uscire con impeto, e sono confortati in questo supposto da un inventario della Rocca di Guastalla del 1476, nel quale si accennano ripetutamente Springarda e Springardis (V. ArrÒ, Storia di Gua stal a, vol. III, pag. 339 e seg) 51 Intavolato di panconi di legno, guernito di ferrami sul quale adagiavansi le ar tiglierie poste sulle culatte o sui ceppi. 52 Non ho trovato menzionato questo vocabolo in nessuno degli autori consultati, e manca pure ai dizionarii. Esso è però adoperato in modo da indicare un congegno di gomene, taglie e carrucole, destinato a togliere le bombarde dal carro-matto per col locarle sul sedime, e viceversa. 53 La libbra di cui qui è parola è evidentemente la liretta, o libbra piccola mila nese da 12 oncie, eguale a chilogrammi 0,326,793. Con questo supposto si avrebbeper peso di ogni projettile chilogrammi 131, cifra per sè rispettabilissima, laddove rite nendo si volesse intendere la libbra grossa milanese di 28 oncie, pari a chilogrammi 0,762,517 si arriverebbe al peso di chilogrammi 305 che mi pare esorbitante. 54 Tappo di legno che si cacciava a forza per chiudere la coda, entro la quale stava la polvere < ... cum concono uno ligneo intra calcato (REDUSIO, Op. cit., col. 754, B). Doveva essere di legno dolce: « E cocconi e turagli d'esse di legnami dolci sonda fare, come salci, fichi, albari,pioppi, castani e simili legni,perchè più fortemente strignendosi serra » (FRANCESCO DI GIORGIO MARTINI, Trattato di architettura civile e militare. Cod. I). Tale avvertimento da pure il SANTINI (Codice, n. 7239 della Bi blioteca nazionale di Parigi, fog. 9), il PATRICIO (De regno et regis institutione, lib. VII, tit. VI) ed il FACIO (Op. cit. I, lib. VI). Lo stesso FACIO ed il BIRINGUCCIO (De la Pirotechnia, lib. X. cap. 6) lo chiamano conio. 55 Leve. 56 Potrebbe essere quella, colata di ferro, che nel 1460 stava nel Castello di Milano, 63 Ripari fatti di tavole che servivano a proteggere i guastatori dalle offese nemi che; si costruivano anche sopra ruote. Ad essi si sostituirono le fascine ed i gabbioni. "Grosse seghe per ritagliare, refendere, travi o per abbattere, schavezare, alberi. 65 Il braccio milanese era misura lineare corrispondente a metri 0,59493; constava di 12 oncie; ognuna di queste di 12 punti; soventi volte, come in questo caso, divi devasi per terze e per quarte parti. 66 Cioè, 30, 80 e 20 chiodi per fare il peso di una libbra. 67 Scure rettangolare con manico breve a modo di quelle usate dai macellai. 68 Scure e piccole scure. 69 Martello con una estremità fessa a zampa di granchio, per sconficcare chiodi. 70 È vocabolo vernacolo, caduto d'uso nel milanese, ma che si mantienenel contado di Valtellina; indica una grossa trivella, tinivella. 21 Sorta di zappa doppia; da una parte la scure, dall'altra il piccone. 72 Scalpelli lunghi da tagliapietre. 73Grossa mazza di ferro per spaccare il pietrame. 74 Per fare buchi nel terreno; si dicevano da vigna perchè comunemente servivano ad aprire il terreno onde rendere facile il conficcarvi i pali di sostegno alle viti. 76Grosse zappe che hanno una estremità foggiata a scure: servono generalmente a schiantare le radici ed a rompere i terreni pietrosi. 76 Piccole leve di ferro. 7" Il cartoccio o cartuccia non era ancora inventato, di modo che a riempire di polvere la coda delle bombarde conveniva fare uso di grandi cucchiai di legno somi glianti alle cazzole dei muratori. Del cartoccio parla il primo, Antonio Giacomini, ca pitano della signoria di Firenze in una lettera della undecim'ora del 22 maggio 1504 al Commissario di Cascina (V. Archivio Storico Italiano, vol. XV, pag. 280), poi il BIRINGUCCIO (V. Op. cit, lib. X, cap. III). 78 Quando il projettile non combinava esattamente colla parete della tromba della bombarda, e ciò doveva accadere sovente trattandosi di pietre rozzamente lavorate, si soleva munirlo di un cercine, grilanda per ghirlanda, di stoppia, rivio. « E se le pie tre alquanto latine alcune volte saranno, faccisi il cerchio o circino di stoppa, accio chè mè commetta. (FRANCESCO DI GIORGIO MARTINI, Op. cit.). 79 Gomene o taglie per innalzare corpi pesanti. 80 Gomitoli di spago o di funicella per le corde delle balestre. 81 Dei fald, come segnali di guerra, si ha memoria fino dall'anno 1260 nel Libro di Monteaperti al fol. 62 (V. RICOTTI, Op. cit, tom. I, pag. 350). 82 Leggere, di facile maneggio. 478 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. IV. 1472, die 14 Decembris. Infrascripte sono le monitioni ed altre cose necessarie; in uno car regio dove se abbia ad condure quatro bombarde grosse; doe fer line: et doe bombarde rofianelle: et octo spingarde che bisognano per fornire dicto carregio: secondo lordine de la lista mandata noua mente al nostro ill.mo signore, comprare ultra quelle se ritrovano in monitione, ut infra videlicet : Primo per verne tre da caricare bombarde, cum suoy tayoni, et corde fornite, et ferrate cum le ruzelle de bronzo 83 libre 250 soldi Item, per duy ponti grandi, per la bom barda Galeazescha, facta de novo cum li suoy ferramenti che costerano circa li bre 50 luno Item, per assoni 84 duy de noce, grossi onze Ij, larghi braza j.3., longhi braze 6, per dicta bombarda. Item, per carri duygrossi de bombarde fer rati, che monta circa libre 100 luno Item, per prede CCCC° per la suprascripta bombarda Galeazescha, a soldi 30 luna ocirca; monta Item, per ripari de tre bombarde: cum tre culatte: luno cum la sua cullatta et cum tre sedimi de legno: et legni 9 per ca duno riparo de groseza de braza 1/2 per caduno Item, per assoni Vj de noce grossi onze Ij, larghe braza j. 3. longhi braza V Item, per livere 24 de ferro grosse da ma nezare bombarde de pexo de libre 18 luna computatacum laltra, che costerano circa libra 5 luna, in somma Da riportare somma libre 1436 soldi dinari " 100 " " 10 ແ 200 " 600 " 132 " ແ " 24 ท r " 120 แ 1 " ท " " dinari ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Riporto somma libre 1436 soldi 479 dinari Item, per far fare cochoni Ijm de legno per le suprascripte bombarde ad computo de soldi j per cochono, luno computato cum l'altro Item, per rexeghe XIj da scurtare, scave zare et refendere lignami, parte cum tel lari et parte con manuelle, che costerano circa soldi XXIIIj luna Item, per le scale per adoperare a dare ba taglia: et per mantelletti: per condure in campo, circa Item, per rexegoni IIj per scavezarelignami a soldi 60 luno • Item, per libre IIj mila xxxiij de chioderia grossa: de diversa longheza cio è duno braza, de tre quarte, de mezo braza, de una terza, et una quarta a computo de dinari 15 la libra 100 " " " ५ 13 ५ 16 " 100 ท- " 9 ท 189 " 11 " 3 Item, per libre VIO XXVde chiodi:da 20, 30 et 80 a dinari 21 la libra. In somma Item, per manereVIdamagistro da lignamo a soldi XXIIIj luna. Item, per seguri XIj da magistro da lignamo a soldi XIIj luna Item, per azze VI de ferro da magistro da lignamo a soldi 9 luna . • Item, per seguri X a soldi 9 luna • Item, per martelli XIj da gambaro a soldi 7 luno Item, per verubij, et altre tinivelle de più sorte n. LX circa. . Item, per scopelle et scopelli, da ungia et larghi n. XVI circa • Item, per scorbieXda magistroda lignamo asoldi 6. • Item, per Gayoni Ij deferrogrande da ma gistro da lignamo . Item, per mazole VIIj dapicare prede a sol di X luna 54 ແ 13 " 9 7 " 4 " 16 " 7 " 19 ແ " " 2 4 4 14 " 10 4 ท " 12 “ " ແ 4 " 3 " " " 4 " " " 4 " แ Da riportare somma libre 1956 soldi 9 dinari 480 ORDIDE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Riporto somma libre 1956 soldi 9 dinari Item, per agugiette XXIIIj da picare prede a soldi 2 luna Item, per frappi VIIj da picare prede a sol di Xluno. Item, per pali XVI da ungiacum la puncta et cum la testa azerata 85 a computo de soldi 24 luno . Item, per piconi 50dadue ponte a soldi 13 luno Item, per zappe 40 da testa a soldi 8 luna. Item, per zapponi 40 da gaya a soldi 13 " 2 ท 8 " 4 " 19 ท 4 " แ 32 " 16 ५ 10 " แ ແ-- " luno Item, per badili LX a soldi 7 luno . Item, per badilesse LX a soldi 4 1/2 luna Item, per paletti LX de onze XIj luno a sol di 18 luno . Item, permazoni Ij grossi da doe mani per cazare chiodi . Item, per agugiette sive stopine XVIIj Item, per cazole de legno XXIIIj per inca nare la polvere ne le bombarde a soldi 6 luna Item, per libre CCC de rivio a soldi 30 il centenaro Item, per Gameri XIj grossi de libre 50 fin in60 luno a computo de libre 20 luno Item,per Gameri VIIj mezani de libre 40 fin in 50 a libre 10 l'uno Item, per corde Ilj daverna de braza 60 fin in 70 a libre 4 luna.カ Item, per braza M de corda da pozzo che pexera circa rubbi 30 a soldi 28 il rubbo . Item per braza D de corda reforzata a sol di 20 il centinaro del braza Item, per corde XXX da carro a soldi 10 luna " " " " " " " 26 " " 21 " " 13 " 10 ท 54 ແ 3 ท 18 " " "-- 7 " 4 " 4 " 10 " 240 " 80 " 12 4 42 "カ 5 " " ? " ท 15 " " Item, percorde XXXda carro a soldi 8 luna ท 12 " " Item, per livere sive agugie Vj grande da Da riportare somma libre 2583 soldi 15 dinari ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 147.2-1474. 481 Riporto somma libre 2583 soldi 15dinari gambaro che pexano libre 30, o circa luna azolate a dinari 18 la libra . • 13 " 10 " Item, per rubbi Ij de sevo da onzere li carri et rubbi uno de canevo insomma • Item, per rubbi Ij de candele de sevo a soldi 41/, la libra. 2 Item, per libre XIj de candele de cera a soldi 9 la libra Item, per store CL a soldi 6 luna inMilano per coprire le monitioni Item, per rode VIIj grosse da carro da bombarda per condure drieto se alcuna se ne rompesse a libre 20 luna ferrate Item, per rodeXIj ladine ferrate: per con dure ut supra a libre 8 luna Item, per timoni, assali, ronchi et altri li gnami da carro, tanto che se ne carega uno carro, in somma circa • Item, volendo comprare li carri che sarea no a numero CCXVIIIj ladini, detrato li octo carri matti de le bombarde grosse, perchè le ferline secondurano su carri ladini, gli andaria circa libre 4 luno, to lendoli novi, et ferrati insomma • Item, volendo pagare li bombarderi biso gnerano in dicto carregio che doveveno essere per el manco XIIIj a fiorini 15 86 il mexe per uno, montano per mesi Vj Item, per magistri VIIj de ligname che haverano ad servire continuamente le suprascripte bombarde, al piantare de le bombarde, ultra quelli che se suoleno co mandare perel bisogno de campo et que sti se toleno perchè se habiano ad inten dere cum libombarderi: che non potria essere cambiandoli como se fa de li ma gistri comandati, a computo de libre 16 il mese per caduno, per mesi vj montano in somma . 10 מ " 16 " 11 " 5 " " " 5 " 8 " 45 " " " 160 " " 96 ५ 14 » 10950 " " " 2016 " 768 " " " " " Da riportare somma libre 16673 soldi 14dinari 482 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Riporto somma libre16673 soldi 14dinari Item, per el sallario de duy officiali de mo nitione che haveveno ad stare in campo ad recevere et dare via le monitioni, et tenere concto a computo de fiorini X il mese per caduno che monta per mesi Vj Item, per spese diverse che achadono da far facte che al presente non se ricorda 192 " " 400 " " " Somma libre 17265 soldi 14dinari NOTE. 83 Taglie e carrucole. 84 Grosse tavole. 85 Acciajata. 86 Il fiorino valeva 1 lira e 12 soldi imperiali di Milano, di maniera che 2 fiorini e męzzo formavano, come già si è detto, un ducato. V. 1472, die 16 decembris. Spesa de cose vanno agiunte alla lista antedicta per fornire lordine del carregio facte ut supra: le quali cose se hanno ad comprare, parte per tenere apparechiato ad li bisogni del dicto carregio: et parte ha uerano ad andare cum esso carregio ut supra, videlicet: Primo per carri 17 che se agiungeno ultra li 227 computati li otto carri matti, et sono videlicet carri ij per condurre li arganeti vecchij 87: car ri Ij per condure spingarde ij grosse cum li cheppi: carro uno per condu re il sealono de la bombarda Galea zesca: carra 5 per condure tarcho no 88 200: carri IIj per condure co razine 200 coperte: carro uno per condure celade 200 cum guanti 200 dritti: et carra tre per condure le ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. cadene cum le chiavature per inca denazare le carre non volendo ata chare ciaschuna cadena al suo carro ma tenerle insieme: et poy quando se fuosse allogiato incadenare dicti carri, che montano dicti carri 17 a computo de libre 50 Imperiali per carro fornito libre 483 850 soldi dinari Item, per braza 750 de cadene de ferro per incadenare li carri luno cum l'altro, che se estima debbiano pe xare libre 8 per braza, che danno in somma libre 6000 de ferro a di nari 16 la 1bra, monta in somma Item, per tarchoni 200 pincti et forniti, • cum il leone nel foco 89 a libre 3 l'uno Item, per celade 200 a computo de li bre 3 lunade imperiali " " n Item, per guanti 200 dritti de ferro a : soldi 18 de imperiali luno " Item, per Lanze 12000 da cavallo a soldi 6 denari 6 luna Item, per Lanze 8000 da fanti da piede a soldi 8 denari 6 luna . Item, per prede 640 per due ferline che manchano al numero de le 1000, scrive l'excellentia del nostro Illu strissimo volere: pure spero ne debbia essere ad cremona se mandaria a vedere: et trouandosene li danari sa rano davanzo: de le bombarde ciò ècorona, Leona,etBissona, non se ne mette, per che al dicto numero gliene a sufficientia cio è 500 per ca duna; che montano dicte prede 640 perle dictedue ferline a soldi 12 luna Item, per prede 50 per la bombarda Galeazesca che saranoilcompimento de le prede 500, computo le 400 sono ५ 400 " 600 " " " 600 " " " 180 " 3900 4 3400 " 384 " 4 17 " Da riportare somma libre 10314 soldi danari 484 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Riporto somma libre 10314 soldi date ad fare, et missenela spesa de laltra lista mandata: et computo 50 che sono facte, già più di passati; montano dicte prede 50 a computo de soldi 30 luna Item, per prede 200 per le bombarde bastardelle 90; cio è serpentina et symona che manchano al numero de prede 500 per caduna a computo de soldi 4 luna Item, per sarature 250 cum una chiave che apra et sara tutte le dicte sara ture che andarano atachate a le su prascripte catene, quali ligarano in sieme luno carro cum l'altro a soldi 12 luna. Item, a volere fare trarre prede 500 perciaschunade queste vi bombarde cio è per la Galeazesca: 500 per la corona; 500 per la bissona; 500 per la leona: 1000 per ledue ferline, cio è500per ciascuna; et milleper le ba stardelle: cio è symona et serpentina cio è 500 perciaschuna che sarieno prede 4000, gliandaria ad fare trarre le soprascripte prede, libre 170000 de polvere 91 et in monitione 92 : se scripsi al prefacto nostro Ill. signore essere libre 60000 de polvere in tut. to; et tanto salnitro che ne saria libre 40000 de polvere in tutto, che saria in somma libre 100000; et cosi vegnaria ad mancare ad fare trarre le dicte prede 4000, libre 70000 de polvere da bombarde, et libre 10000 da schiopetti et spingarde,che man charia ultra quella se scripsi essere inmonitione, che saria in somma luna et laltra libre 80000 che costeria li ท Π " 75 40 150 Da Riportare somma libre 10579 soldi danari " " danari-- ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Riporto somma libre 10579 soldi 485 dinari bre 14 dimperiali il centinaro pos sendo havere il salnitro per ducati 4 larghi93 in Zenova il centinaro como costo quello che se compro li dì pas sati in Zenova,montano in somma Item, per para556 de buffali che anda rano ad condure li carri 244 del dicto carregio a computo de ducati 16 il paro, montano in somma ducati 8896 a libre 4 per ducato che dariano in somma Item, per para 25 de altri buffali che se haverano ad menare drieto desligati al carregio, per rimettere poy se al cuno de laltri se guastasse a computo soprascritto che danno in somma du cati 400 a computo soprascripto che danno libre Item, per Giovi, Gioncole, et timon celle che costerano per fornire uno carro cum para ij de buffali; libre 5 d'imperiali per fornimento de cia scuno carro, monta in somma • Item, per bulci 581 95 mettendo uno bolco per ogni paro de buffali, che haveriano quelli erano in campo al tempo de la bona memoriadel quon dam Ill. Signore Duca Francesco: cio è arasone de ducati IJ il mese per uno che danno per uno mese libre 4648 et per mesi 6monta in somma. Item, per corde 100 da carro a computo de soldi 8 luna perligare lignami et altre cose,quali cordenonse messeno supra laltra lista, perchè se credeva si dovesse comandare li carri; che comandandoli le portavano seco ท Π " 11200 35584 " 1600 ท 1200 " 27888 " 40 " libre 88091 soldi " 17265 " " " ת " ท " dinari “ Somma sommarum libre 105356 soldi 14 dinari Arch. Stor. Lomb. An. III. 32 486 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. NOTE. 87 Macchine da guerra composte di più canne da schioppetto, disposte sopra una o più linee, collegate insieme ad una tavola, sostenuta da un trespolo o dadue ruote, la quale si moveva in varii sensi, in modo da potere aggiustare i tiri delle canne Affinchè i colpi fossero simultanei, i foconi delle canne erano riuniti o da una striscia dipolvere o da un solo stoppino. In francese si chiamavano Ribaudequins (V. CAR BONE, Dizionario militare, pag. 161). 88 Grandi targhe. 89 Impresa di Bernabò Visconti adottata anche dagli Sforza. 20 Sinonimo di Bombarda ruffianella (vedi nota 49). 91 Chi amasse conoscere i diversi modi e proporzioni usate nei secoli XIV e XV per fabbricare la polvere da guerra può consultare con frutto e con risparmio di no iose ricerche la Memoria del capitano A. ANGELUCCI, intitolata: Delle artiglierie da fuoco italiane, e precisamente la nota a piè della pagina 12. 9 Qualche volta, e appunto in questo caso, si adoperava la parola munizione ad indicare il magazzeno dove essa si serbava. Le citazioni ed i documenti che convali dano questa opinione, sono riportati dall' ANGELUCCI nella Memoria: Sugli schioppet tieri milanesi nel secolo XV, alla nota della pagina 9 ed alle pagine 50 e 52, docu menti XIV e XX. 93 Il ducato largo originariamente detto genovino, valeva nel 1470, 2 lire e 15 soldi diGenova. Nello stesso anno la lira di Genova aveva un valore che corrisponderebbe a lire italiane odierne 4, 419. Secondo poi il Decreto ducale del 6 aprile 1474, il du cato largo corrispondeva a 4 lire imperiali di Milano. "Gioghi e coreggioni. 95 Bifolchi. VI. Mediolani, die xxvj Decembris 1472. Conclusioni prese per lo Ill. signore d. Marchese de Mantova circa la consultatione de la Impresa antescripta, facta de ordine del nostro Ill. Signore, cum linfrascripti signori capitani et conductieri videlicet: Signore d. Pino da forli Signore Boso Sforza Signore Ruberto da S. Severino Signore d. Tristano Sforza Co. Hieronymo nepote de la san tità de N. S.96 Magnifico Johanne conte Signor Constanzo Sforza Signore Sforza secundo Donato del conte Pietro francesco vesconte d. Bartholomeo da Iquarteri d. Francesco seco97 d. Baldesarro da castiglione Zacheria da Pisa 98. ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 487 Primo. Concludono acordandosi, et concorrendo tutti in una sen tentia per diversa verba che lo apparato et disegno de le genti è sufficientissimo: non tanto ad opponersi ma opprimere, et superchiare venetiani: ymo che non haverieno alcuno remedio de scampo, deo favente: etiam che la Maestà del Re gli soccorresse de persone sey milia como è stato ditto: et comendano in reliquis lordine preso. Secundo. Che la provisione del dinaro,designata per lapparato pre dicto, li pare bona et sufficiente: pure laudariano che ultra li du cati Xm messi extraordinarij, se li mettesse qualche migliaro più, cioè al manco altri ✗m per provedere ad qualchuno che fuosse in estremo bisogno: tamen di questo se ne rimettono a la voluntà et judicio del nostro ill.mo signore Tertio. Gli pare che la provisione et apparato del carregio, sia più chenon li pare necessaria per questa impresa, et judicano che ba stasse la mità, consyderato chel parere de loro Signorie è de non perdere tempo per el primo anno, a le terre che possono fare resi stentia, perchè se perdaria la estate cum poco fructo: ma spinzersi sempre inanzi et col favore et cum la reputatione, aquistare terreno et fare reinculare li nimici: et le terre forte che fuosseno rimaste adrieto , rimarieno asediate , che non bisognaria poy operarli troppo bombarde. NOTE. 96 Il famoso Gerolamo Riario, fratello del Cardinale di S. Sisto; fu celebre uomo di guerra ed ebbe parte principale nelle fazioni e nelle usurpazioni che funestarono il pontificato di Sisto IV. Era strettamente imparentato cogli Sforza, avendo condotta in moglie Caterina figlia del duca Galeazzo Maria. 97 E assai probabilmente il figlio di Giacomo Secco d'Arragona edi LuchinadiCerro. Ebbe in moglie Caterina Gonzaga figlia del marchese Federico. 98 Zaccaria di Sagii, ambasciatore di Lodovico marchese di Mantova presso ilDuca. VII. Mediolani, die xxviij decembris 1472. Conclusioni prese per lo Ill. signore d. Marchexe , insieme cum li altri signori deputati, ut ante, videlicet : Primo. Che non obstante chel disegno del exercito ducale sia par tito in due imprese, il parere de loro signorie è, nemine discrepante, 488 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. de tenerlo unito in principio de la impresa, permagiore favore et re putatione, et a ciò che li nimici nonpossano fare testa, et temano de áspectare in alcuno loco, ma si ritragano cum lassare la campagna a noy, et cum questo modo se aquistaria el payese: et quando poy sa rano spinti tanto che habiano perduta la reputatione et siano in di sfavore , se potrà poy dividere in due imprese et più, secundum exi gentiam rei: perchè quando in principio non si fuosse sì forte che li nimici havesseno aptitudine de monstrare el volto, se perderia tempo et reputatione assay, et la victoria de le imprese consiste molto in aquistare reputatione in principio. Secundo. Concludono che lordine de dare la imprestanza per rimet tere le gente darme, si deve cominciare cum li cavalli de lepersone: antecepando sey, o vero octo mesi, perchè li bisogna pure tempo as say ad trovare tanti cavalli: et poy lo resto de la imprestanza, comin ciare duy, o vero tre mesi inanzi luscita de campo, perchè bysogna pure tempo ad rimettersi de le altre cose anchora. Tertio. Concludono che le prime genti se devono cominciare amet tersi insieme ultra Adda fra Cassano ed Casira,9 dove parerà me glio et più commodo ad allogiare, et poy che sarano insieme tanti che parerano bastare, per non dare el guasto ad li nostri medesimi, andare ad allogiare su quello de Crema, et li fornire de mettersi in sieme tutti, che se faria anche quest altro effecto, ultra lo unirse ad casa de lo inimico cum reputatione, se daria il guasto ad quella terra che sariacosa de gran fructo. Quarto. Che uniti se cerchi de passare Oglio, dal cantode sopra, cioè da Soncino in su, ma quando non se potesse, perchè rasonevolmente li inimici se metterieno ad lo obstaculo, et dovendo passare per ponti saria difficile passare per forza, andare ad passare più basso verso le terre de lo ill.mo signore d. Marchexe, dove li inimici non lo potrieno vetare, il che non importa però molto, essendo il disegno in ogni modo de spinzersi inanzi per passare il Menzo,100 et non perdere tempo in Bressana. Quinto. Li pare che la provixione de le victuaglie si faza cum dare il carico ad una compagnia de tre, o vero quatro homini potenti: et che lo nostro ill.mo signore gli sia per uno capo: et li deputi quelli officiali che sarano necessarij: et fare la monitione et il fundego ad Cremona, dove sia provixione de forni et altre cose necessarie per fare il pane: et cossì de carri, cassoni, et nave da condurlo dove sarà ne cessario, per terra et per aqua: et questi siano obligati ad tenere fornito tutto lo exercito: et li pare che la provixione de quaranta milia some101 de formento sia sufficiente per tutta una stasone, maxima ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 489 mente supplendo lo Ill. signore Marchese de altre dece milia some, como offerisse. Sexto. Per mantenere li cavalli de le persone per fino che si daga lo resto de le imprestanze, gli pare che basti fiorini iiij per cavallo il mese, secundo che ha designato lo nostro Ill. signore: che faria in tutto, per cavalli 2,000, ducati 3,200 per ogni mese. NOTE. 99 Terre sul confine del Ducato, verso i Veneziani, la prima sulla destra,la seconda sulla sinistra dell' Adda. 100 Ilfiume Mincio. 101 Corrisponde a ettolitri 1,648. VIII. Mediolani, die xxx decembris 1472. Conclusioni prese per lo Ill. signor Marchexe, et li altri signori, ut ante, videlicet : Primo. Concludono che quando fuosse possibile ingannare li nimici per trovarli improvviso, quanto più se diferisse a dare li danari sotto el tempo de luscire in campo, tanto sariameglio. Ma consyderato che questo li pare pure dificile chel si possa fare che non habbiano no titia, gli pare pure che sia meglio et più utile et commodo de le gente darme a darli uno poco de tempo,et cominciare un poco ad megliore hora, cioè de febraro, vel ad tardius ad kalende de marzo, et conti nuare senza alcuna interpositione de tempo: anzi cum ogni celerità expedirli tutti, cominciando ad quelli che hanno magiore bisogno de reparatione: intendendo sempre in questo disegno chel se sia prevenuto adare li cavalli de le persone, el che sopra ognaltra cosa recordano, et confortano, et anticipano questo tempo cum presuposto che ogni homo se ritrovi poy insieme ad kalende de magio. Secundo. Che la prima pagha de le disegnate li pare se debbia dare al primo logiamento. Tertio. Ricordano de fare la provisione de tre ponti de navi, tanto da passare Adda ad Cassano per unirsi, quanto per passare Oglio et gli altri fiumi che non si possano guazare, et la provisione de con durli dove sarà necessario. 490 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. IX. Mediolani, die ultimo decembris 1472. Conclusioni prese per li signori antescripti, videlicet : Li pare de provedere a le terre de le frontere, per rispecto ad quelle de li nimici che restano indrieto, passando lexercito inanzi ut prefertur modo, ut infra: Primo, prevenire ad sicurarsi de Cerreto,102 cum fornirlo et forti ficarlo anzi che linimici lo posso no fare loro: Item, lassare in Lode Item, fanti. Ad Cerreto, fanti. squadre 2 hominidarme 50 Item, per la guardia de Adda, ac ciò che alcuno nonpossa passare di quafurtivamenteperoffendere: Primo. Uno Galioncello, qual stia continuamente al ponte de Lodi. Item, quatro redeguardi 103 bene armati per metter dove parerà pur necessario. Item, quatro gatti 104. In giaradadda, et primo: Lassare fra Vaylate, Pandino et Misano Item, fanti. Ad Mozanicha et Bragnano 105 Item, fanti . Ad Soncino Item, fanti Ad Romanengo. Item, fanti . Ad Castelleone . Item, fanti . . • . Item, fareforte Robecho 108 etmet terli fanti ciò è. แ paghe 300 1 1 " 25 25 ท 1 " 25 " 2 " 50 n 1 11 25 " 25 1 " ท " " " 200 150 150 200 100 100 100 Somma squadre 8 hominidarme 200 paghe 1300 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 491 Spesa per le antescripte genti che sarieno circa cavalli 1200 alle rate degli altri: Primo. Per li cavalli de le persone a ducati 40 per cavallo • Item, per ducati xx per prestanza per lanza Item, per mantenerli per paghe quatro. ducati 8000 " Item, per le antescripte paghe 1300 de fanti a duc. 8 per paga • " " 8000 4800 10400 Somma ducati 31200 Item, sollecitare che se fornisca la citadella de Parma. Item, che se fornisca el Castello de Lodi. Item, prevenire ad mandare in Lamagna per fare venire cavalli assai. Item, per assecurarsi de verso el Duca de Ferrara, prevenire ad con dure de quelli gentilhomini, che si potessero avere: videlicet: Carpi, Mirandola et corregia ; et maxime corregia, et farlo ad tale tempo, che non fuossono poy al bisogno obligati ad altri. Item. Hauere li galioni ordinati adpauia, et cum le provisioni prepa rate, acciò che quando el Duca de Ferrara facesse qualche dimo stratione, fuosseno presti ad aviarli in giù. Spese per uno galione pertegnire in Adda, de navaroli tanto per uno mese: Primo. Per lo comitale 107 Item, paroni duy108 • Item, Magistro uno da nave paghe 2 libre 16 soldi- dinari ท 3 " 24 ת • Item, Bombardero uno. Item, Navaroli 72 a fiorini 5 per uno. " ท ท 9 9 " " 12 12 416 4 แ " Somma libre 475 soldi 4 dinari Perarmaredesopra perdefendere el fiumede Adda tanto: Balestreri La fiorini vi per uno . Homini armati xxx a fiorini vi ut supra libre 480 soldi dinari " 288 "- ท Somma per uno Galione libre 1243 soldi 4 dinari 492 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Per quatro gattiper usareinAd da, voleno al manco linfrascripto ordine: per caduno gatto. Primo. Uno comitale . paghe 2 libre 16 soldi Item. Uno parone. Item. Navaroli xx. Item. Magistro da nave " 112 » " " 12 " 160 " dinari-- > 9 " 12 " Somma per quatro gatti libre 790 soldi 8 dinari Per quatro redeguardi per usare ut supra, ut infra: Primo. Uno comitale. Item. Uno parone. Item. Nauaroli x . paghe 2 libre " 1½ " Somma per quatro redeguardi libre 432 soldi Summa summarum per tutte le spese de Adda per uno Galione: quatro Gatti: quatro Redeguardi per uno mese 16 soldi 12 2 " 80 dinari " " dinari libre 2465 soldi 12 dinari Per l'antescripta spesa et provixione de Adda, a mi Phylippo de Eustachio,109 pare più presto de fare la infrascripta provisione, per manco spesa et più secreteza, cum mazore difesa et reputatione. Primo. Fra il ponte de Lodi et quello de Pizighetone, tenire tre Galioni al modo et ordine infrascripto, perchè farano assay più guardia et timore alli nimici cum defensione et offensione, che l'ordine ante scripto: perchè essendo tre galioni in uno, farano assay più difesa che uno solo et cum menore spesa de combatenti, secundo se inten derà per l'ordine infrascripto : Per lo Galione di duy sollari. 110 Per lo comitale, paroni, navaroli, magistro da nave, bombarderi,como è antescripto : ogni mese Per lo armamento basta in tutto, es sendo accompagnato ut supra et in fra. Balestreri xxx, homini armati xx libre 475 soldi " 480 " dinari Da riportare somma libre 955 soldi 4 dinari ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 493 Riporto somma libre 955 soldi 4 dinari item per duy Galioncelli de uno solaro percaduno: Uno comitale . " 19 per due paroni per uno Bombardero per uno Magistro da naue per Nauaroli xxxiiij . per Balestreri et homini armati xx " " " • " " 16 24 " " 9 9 272 192 " " " " " 12 12 " " " Somma libre 1478 soldi 8 dinari La somma deun altro Galioncello cum uno sollaro Per nna Barbota 111 per tre burgelli 112 da piscatore, per transcorrere, homini iij per Burgello, monta fiorini xx per caduno, che fanno in somma fio rini lx . " " " 523 197 96 64 " 4 12 Somma ogni mese libre 2295 soldi 4 dinari Provixione da fare da Lodi in suxo : per Adda. De presenti non pare a mi Phylippo, provedere no tenire spesa al cuna, perchè essendo Giaradadda tutta nostra, non bisogna dubitare: ma per più secureza et per obstare ad ogni caso fortuito, dico che a Lodi se tegnano tre redeguardi spaldati 143 et tre barbote, o sia gatti : et che de li navaroli de Lodi non se ne adoperi alcuno in lo antescripto ordine: acciò quando pure bisogna, sieno in ordine per montare sopradicti gatti, et redeguardi: et obstare dal dicto ponte de Lode in suxo. Item dal loco donde stariano dicti tre galioni, cio è da Lodi in suxo, dreto la ripa de Adda de verso noy, per fino ad Pizighitone, gli sia misso le scolte, cum li casotti tanto spessi che luno olda la voce de laltro: in modo che luna voce cum l'altra in uno momento fariano in tendere a li dicti galioni, quanto sarà bisogno; non dubita dicto Phy lippo che servando ditto ordine, et sentano li inimici dicti galioni in Adda, ardiscano de butare ponte alcuno,ne passare de Lode in zoxo. Provisione perfino al numero de galioni xxv apti ad offendere, non gliene essendo se non xv che fuossino sufficienti ad damnificare el com pagno: perchè li spaldi de li altri picinini sono tanto bassi, chel ter 494 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. reno è mazore et superchia dicti spaldi, unde dicti galioni picinini sa riano una spesa frustatoria a condurli in alcuno loco, salvo se ne potria condure fino a tre; perchè se la Signoria de Venetiamandasse qualche naviglio basso, como sono barche, fuste et galee, che quelli tre per più agilità andariano inanzi a l'altra che li seguitarieno. Unde è necessario ad volere compire per fino al numero de xxv, ne siano facto octo : perchè uno de li dicti xv già se è sortito in Adda. La spesa andarà ad fare li dicti octo galioni, dagando la signoria sua le rovere et ulmi necessarij, o nel barco. 114 o in piasentina, comomeglio parera ad sua signoria. Costerano ad farla così de grosso, pure se andaria sottiligiando la spesa in modo che costerieno inanzi manco che più, aspaldati, libre 1150 per caduno : fanno in somma tutti octo Adcarcare et impexare li soprascripti xv et viij ga lioni, che sono xxiij cum la spesa de vararli in aqua: li va così de grosso ut supra libre 300 per caduno Ad ingabiare et fare le gabie cum le sartie , li bre 100 per galione . Per supplire per fare reme, che manchano per dicti galioni Per corderie cio è anzane, prese da ferro. 115 et caue, cauestrelli. 116 et cetera, libre 100 pro ut supra Adcarcare, et impexare li cinque Galionipicinini, cio è li duy per Adda et li tre per supplire al numero de li xxv per caduno libre 150 ut supra . libre 9200 soldi 6900 2300 " 800 4 " 2300 " 750 250 " Somma libre 22500soldi " Per corderie libre 50 per caduno " Spesa per armare li suprascripti xxv Galioni ut supra. Primo. Che sarano Galioni xvij grandi, alli quali an derà sottosopra, no se po dire il justo, ma se li dà approssimativo, paghe 80 de navaroli; fra come, paroni, bombarderi, magistri da navi et Gabieri, acomputo de libre viij il mese et per pagha, in somma libre 640 per ogniGalione,somma perxvij libre 10880 soldi Per armare li antedicti XVIj Galioni: de Balestrieri et homini armati gli va fra balestre et schioppi CLX, et homini armati LX che fanno ccxx, libre VIIJ---- ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. soldi xıJ per homo, per uno mese; somma per 495 tutti xvis et per uno mese, libre i mila cxIJ . libre 35904 soldi Per armare tre galioni de un altra sorte fra com. li paroni, bombarderi, magistri de nave et navaroli, paghe70a computodelibre vusperpagha; somma per unoGalione libre DLX,per tutti tre per uno mese " 1680 " Per armare ditti tre Galioni de balestreri et homini armati, gli va balestreri cxx et homini armati L, che farano CLXX a computo de fiorini vs per pa gha, monta per uno Galione libre 1632 per tutti tre per uno mese tanto Per armare duy Galioni da duy sollari fra com.e, li paroni, magistro da nave, navaroli, gabieri: per uno mese libre 475 l'uno; tutti duy • Per armare dicti galioni de balestreri et homini armati; per uno mese, paghe 100 per caduno : che farano per duy, paghe 200 a fiorini 6 per pagha Per armare tre Galionzelli, per supplimento de li xxv, per com.i li paroni, navaroli, bombarderi etmagistri danave, sottosoprapaghe 44 a computode fiorini 5 per pagha, per uno Galione, monta libre 352, per tutti tre per uno mese tanto . Per armare li suprascripti tre Galioni, homini armati et balestreri 30 per caduno a fiorini vi, monta libre 288 per tutti tre, per uno mese 1 • • 4896 " 950 " " 1920 " " 1056 ແ " 864 " Sommario del armamento de sotto et de sopra. La spesa de li navaroli, de li xvu galioni grandi. libre 10880 soldi La spesa di navaroli di tre Galioni La spesa di navaroli di duy Galioni da duy sollari La spesa di navaroli di tre Galioncelli ແ 1680 " " 950 " 1056 " “ Somma di navaroli per larmamento de sotto. libre 14566 soldi La spesa del armamento de sopra de li xvis galioni grandi-- libre 35904 soldi La spesa del armamento ut sopra di tre La spesa ut supra di duy da duy sollari La spesa ut supra per li tre Galioncelli . 4896 " ท . 4 1920 " 864 " Somma per larmamento de sopra. libre 43584 soldi Larmamento de sotto " 14566 " Summa summarum de sotto et de sopra. libre 58150 " 496 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. NOTE. 102 Terra oltre Lodi, sulla sinistra dell'Adda. 103 Suquesta sorta di navi non mi è stato possibile di trovare alcuna indieazione. Dal contesto del documento appare solo che la portata del Redeguardo era unquinto circa di quella del Galione. 104 Erano navi di non grande portata che avevano il ponte coperto di grosse pelli naturali a difesa dei combattenti. Verosimilmente presero origine dai più antichi Gatti, nome col quale gli italiani designavano la Vigna e la Testuggine arietaria dei Ro mani. Ora tale vocabolo è rimasto ad una forma di nave mercantile usata dalle po polazioni nordiche del Baltico. 105Brignano. 106 Robecco sull' Oglio. 107 Il comito o comitale era propriamente il comandante dell' equipaggio; qui pare sia considerato come capitano della nave. 108 Nocchieri o timonieri; probabilmente dal veneziano paron, padrone di nave, od anche dal vernacolo para, pala, timone di barca. 109 Vedi la nota 2 a pagina 448. 110 Grossa galea o nave a due ponti. 411 Sinonimo di Gatto (vedi la nota 104). 112 Piccolo battello peschereccio. 113 Muniti di parapetto. 11" Parco: forse quello di Pavia, creato da Galeazzo II Visconti e che racchiudeva estesi ed annosi boschi: il suo muro di cinta girava circa 23 chilometri. Fu campo della battaglia di Pavia del 1525. 145 Le áncore. 116 Funi o corde, grosse e sottili. Χ. Mediolani, die primo Januarii 1473. Ricordano insuper li prefacti Signori che quando paresse per me gliore ellectione al nostro Ill. Sig. de non venire personalmente cum lo exercito per essere fuorse la megliore parte per la importantia de la persona sua che qualche volta potriano achadere di casi che non saria inconveniente de mettere a scotto et in sul tavoliero lo exercito come qualche periculo che sono cose che non si possono sempre fare ad Salvum me fac quia dubius est eventus belli et mettere la persona de sua Excellentia in dubio o periculo alcuno saria sempre inconve niente che in essa pendunt leges et prophete et però non è da com metterla non solum ne le cose che havessono qualche dubio, ma quo dam modo ne le secure et certe non saria da resguardarla et però ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 497 concludono quando soa Excellentia facesse questa ellectione la quale laudano grandemente che per dare reputatione a la impresa et havere poi commodità de consultare le cose occurenti, maxime quelle chel tempo non li corresse. La persona de soa Celsitudine sempre douesse secundare l'exercito et ne la prima uscita andare ad Cassano poi che se mettono prima insieme le gente d'arme li vicine et poy che lo exer cito se conducesse in quello de Crema venirsene a Lodi, et quando passasse Oglio, andare a Soncino et deinde ad Cremona, secundo lo transito farà dicto exercito et procedendo quello più ultra passando el mentio et sua Celsitudine volesse uscire de le terre sue,distendersi fino ad Mantoua et più ultra secundo li progressi di quello, et in somma concludono che non si pò errare, sempre secundare lo exercito più vicino ad quello che sia possibile, la quale cosa sarà de grandissimo favore et proficto a la dicta impresa. ΧΙ. Mediolani, die antedicto. El nostro Ill. Sig. domanda ad voi, Ill. Sig. d. Marchexe et voy altri signori el parere de caduno de voy, quale sia meglio, douendo fare impresa deliberatamente contra Venetiani o farla fra el termine di questi sette anni che dura la lega che hanno cum la Maestà del Re Ferdinando, per la quale gli è obligato ad soccorrerli de persone sei milia ouero diferire perfin che sia finita, perchè poy la sua Maestà fuorse sarà infavore de la sua Excellentia, ma almanco sarà neutrale. Item, concludendosi de diferire,dimanda se la obbligatione che è ra sonata de fare per mezo de la prefata Maestà del Re de assecurare l'uno l'altro, cioè la Excellentia soa Venetiani ed è contra de non of fendere l'uno l'altro durante el termino predicto de sette anni se debbe far vel ne. Se risponde a le sopradicte dimande per lo Ill. Sig. d. Marchexe et primo a la prima parte che'l parere di sua Sig. è che sia meglio dif ferire per fin che sia finita la lega che ha la Maestà del Re cum Ve netiani perchè le cose del nostro Ill. Sig. saranno in molto megliore conditione per molti respecti, sì per mancare Venetiani del favore de le genti et de la reputatione de la lega de la Maestà del Re, sì per sperare de tirarlo ai favori suoy o almanco essere certo de non ha verlo contra. Le quale cose sono ad grandissimo favore de soa Excel lentia et a detrimento del'inimici. Et cossì tutte le altre qualità et con 498 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. ditioni dessa stano in megliorare et augumentare, et dove se presup poneva, stantibus terminis, quando anche questa impresa se facesse durante la lega stessa che soa Excellentia fuosse superiore,se pò met tereper constante che adjungendo queste conditione in favore de quella si possa dare la victoria indubitata, et nele cose dubie se debbe sempre elegere la parte più secura. Alla secunda parte de fare la obligatione, есс. El parere de sua Sig. è che'l sia molto meglio stare in soa libertà che ligato, che essendo libero sarà sempre in arbitrio, quando li ac cadesse opportunità, de fare et de lassare, et essendo obbligato non potria senza carico et cum provocarsi più la Maestà del Re et potria accadere de le cose che non saria mai contento, trovando se obligato, et che nonfa vedere cheguadagno nè che fructo si possa fare, nè ad che se possa servire questa obbligatione, che volendo giudicare in su le cose possibile, saria difficile perchè sono infinite, judicando su le ve risimile per quello che consta ad soa Sig. non ne trova alcuna, perchè li parrà che questa tale obligatione possa essere se non dannosa alla prefata soa Excellentia per essere certo de questo, che quantunque la Maestà del Re et le altre potentie de Italia non fosseno contente che alcuno havesse più che quello che se habbia,nondimanco ad ciascuno despiaceria che la grandeza de Venetiani che del prefato Sig. nostro et per consequens non lo consentiriano et per respondere tacite que stioni maxime per el motivo che fece soa Excellentia che potriano ac cadere de le cose che saria malcontento che dicta obligatione non stesse, dice non poterne pensare alcuna verisimile per le ragione già dicte se già qualche cosa non fosse nel pecto de soa Excellentia, che ad la soa Sig. non fosse nota, et su quello che non intende, non può fare iudicio. Restali solum la compiacenza de la Maestà del Re, la quale, se persuade che non debia volere astringere soa Excellentia ad cosa alcuna cum damno et vergogna, et quando ben se li neghi que sto mostrandosi cum tante rasone che'l non se debba fare la Maestà soa non lo debbe hauere niente molesto, nè mutare proposito, nè va riare niente de la soa bona dispositione et obligatione che'l ha col pre fato Ill. Sig. nostro, et però conclude che'l sia melio stare in libertà per essere sempre in soa dispositione de pigliare quello partito che li parerà cossi infra'l termine de sette anni como poi el termine, et in questo mezo potrà intendere la dispositione de le potentie de Italia et fora de Italia et ad che camino andarano. Adiungendo questo che, per promessa che se havesse da Venetiani, quando la opportunità li acca desse, non stariano de seguirla senza respecto alcuno, come se è visto per l'experientie passate, et da credere non è che per questi septe ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 499 anni per cosa che non accadesse in loro favore o del turco o d'altra prosperità sieno in tale conditione che siano apti ad moversi contra la prefata Excellentia, maxime che movendosi non provocati haveria soa Excellentia in favore la Maestà del Re et li Fiorentini per la obliga tione della liga particulare. Adunque non ha soa Excellentia a dubi tare de loro in caso alcuno, et però non li bisogna soaobligatione, et essere soa Excellentia obligata li pò nocere in molte cose, et cossi ser virli, essendo in libertà. Tutti li altri per diversa verba concorreno in questa medesima sententia. XII. Mediolani, die 11 Januarii 1473. Altri ordini et provisione necessarie ricordate di novo per lo nostro Ill. Sig. Ordinare quattro marescalchi del campo quelli che li saranno al tempo e che fossero idonei, che non passano cavalli 400 de conducta per uno. Item, che li infrascripti sempre alle scorte dove fosse suspetto o pe riculo doi de loro vadano, cioè le loro persone cum doi soi homini d'arme cum esse etiam che non toccasse alloro, videlicet: Sig. de Forli. Sig. d. Tristano. Sig. d. Roberto. Sig. d. Lodovico. Sig. d. Johan conte. Sig. Philippo Maria. D. Bartholomeo di quarteri. Sig. Sforza Secundo. M. Johanne de Scipiono. Sig. Duca de Bari. Sig. d. Constanzo. Sig. Aluysi Mons. de Saluzo. Sig. Boso Sforza. Sig. Ottaviano. 117 M. Petro Francisco Vesconte. Item, che sia sempre uno di capi di Collonelli di fanti cum li fanti che vano alla scorta. Item, che alle scolte sia sempre uno Capo di squadra per ogni posta. Item, che doi di marescalchi del campo vadeno ogni sera ad mettere le scolte. Item, che referiscano ogni sera al Sig, sive al Capitaneo generale, vel al governatore como et dove sono misse. 500 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Item, che alla guardia del campo sia sempre uno conductero supe riore od quello ad chi tocha guardia o un altro non toccando al con ductero essa guardia. Item, quando si mena el cavallo del nostro Ill. Sig. che'l voglia mon tare se li trovi sempre balestreri xxv ad cavallo cum uno di governa tori armato como la famiglia. Item, famigli xxv de la guardia armati ut infra videlicet: panzera, brazali, arnesi, la corazzina, celata all'arzone, gorgierino, guanti et zanete. 118 Item, cum la persona del nostro Ill. Sig. non possa andare quando sarà ad cavallo se non le persone di Principali: cioè signori capitanei et conductieri officiali et vij Trombetti, non menando altra compagnia cum loro se non li necessarii per servitio de le persone loro. Item, che sempre siano in campo Guastatori a suficentia secundo el bisogno, ma almanco: In omnem eventum sieno guastatori mille de quali continue ne sieno deputati CCC per logiamento del nostro Ill. Sig. et Madonna et de le sue stalle alla obedientia de uno suo camerero et di Maestri de stalla. Item, che per ordinario el logiamento del nostro Ill. Sig. sia sempre designato in meso del campo. Item, che la guardia di nocte al logiamento del nostro Ill. Sig. sia facta secundo l'ordine per la famiglia et per li fanti. Item, deputare uno ydoneo et intendente che habbi el carico de par tire li logiamenti de quelli de casa del nostro Ill. Sig. che saranno assignati per chi haveva el carico di assignarli generalmente et questo medesimo habbia el carico de intendere le differentie che occoreranno 1 fra li predicti de casa. Item, provedere de alcuni paviglioni, trabache, et tende per logia mento de Ambassatori et altri forestieri, quali el nostro Ill. Sig. vo lesse honorare. Item, fare le provisioni necessarie de cavalli et altre cose per con durre li cantori 119 et la capella in campo cum la sua Excellentia che saranno circa cavalli Lxx. NOTE. 117 Fratello del duca Galeazzo Maria. Ebbe parte nella congiura del 1477, ordita ad abbattere la Reggenza; scoperta la trama fuggì ed affogò nel passaggio dell'Adda. 118 Non aveva che 18 anni. Lancia manesca leggerissima di legno di frassino, armata in punta di ferro largo, che adoperavasi rizzandosi dagli arcioni sopra le staffe, scagliandola dall' alto. ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 501 In lingua spagnuola era chiamata Gineta, e nel secolo XVI si armarono con essa i cavalli leggeri di Spagna, d'onde il nome di gianettarii o gianettieri. 119 .... tenea (il Duca) circha a trenta cantatori oltramontani; honorevol mente stipendiati da lui: tra questi havea uno per nome Cordiero, al quale dava per suo stipendio cento ducati il mese (CORIO, Op. cit, anno 1476). L'elenco nominativo di questi cantori, 33, trovasi a carte 13 del Codice del Palearo (vedi nota 21); tra essi figura terzo il Cordier. XIII. 1473, die XV Januarii. In Casali. Parere et ricordi de lo Ill. Sig. Marchexe de Monferrato circa le conclusioni antedicte. Veduto quanto lo Ill. Principe et Excellentissimo Signore Duca Ga leaz Maria come mio padre honorandissimo per lo Egregio Carlo Ve sconte,120 suo cancellere, me ha mandato a dire et facto insieme ve dere in uno libro le consultatione per soa Excellentia, facte cum lo Ill. Sig. d. Marchexe de Mantova et altri Ill. et. Magn. Sig. et capi tanei in esso libro nominati, circa lecose in quello distinctamente di scusse, et concluse. Avvegna fuosse piutosto mio officio in usare sci lentio solo approbando quanto per tanti et così prudentissimi et experti signori è stato diffinito. Nondimanco, volendo così in questo como in ogni altra cosa obedire la prefata Excellentia Ducale dirò alcuna cosa cum ferma oppinione che dove l'ingegno mio non potrà giungere ven ghi supplito per quella sincera fede che ho verso la sua Celsitudine. Ala quale ante omnia rendo infinite gratie che di me habbia. Et primo dirò quanto al numero de le gente dacavallo et da pede, quello essere sufficiente ne dum a resistentia, ma a totale confusione de Venetiani et similmente il danaro essere bastante a dicte genti, e così per le bombarde et cose necessarie ad quelle essere lo disegno piutosto grasso che scarso. Vero che ad ogni Bombarda voriano due Roffianelle per defendere et reparare. Quantum vero tocha al exercito ordinario per li casi che possono succedere, o castellani dare roche o conductieri levarse del inimico quando qualche più somma se portasse saria meglio. Alla parte se sono da fare duij exerciti o uno: Non è dubio che nelprimo uscire incampo sempre si vole fare tutto perchè se smarisca lo inimico et se li toglia la reputatione et essendo lo innimico assaij inferiore de potentia saràda vedere sel si mette a la campagne o che partito piglia, et secundo che farà lo innimico ogni Arch. Stor. Lomb. An. III. 33 502 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. cosa sarà da fare perfarli perdere appresso de populi reputatione; et fin che questo sia facto solo se ha ad tenere uno exercito unito: Quando che al innimico se fosse tolto la reputatione per haverli levati de cam pagnaper havere a farecum loro o altramente,parendo sul facto essere da fare doij exerciti. Alhora se potria dividere la potentia de lo Illu strissimo Sig. Duca cum fare doij exerciti uno in Bressana l'altro in Veronese, como meglio fuosse. Il che judicare non se potria se non secundo el successo se facesse contra innimici: et dicti doij campi es sendo le cose innimiche prostrate in modo se potessero fare ne segui rieno infiniti beneficij : Et primo, asaltandosi col armata maritima il capo, et cum doij exerciti le membra, non havendo più homini Vene tiani como hanno se li fariaperdere la scrima poijlo exercito in Ve ronese faria tenere la briglia in mano al Duca de Ferrara, che non intendendosi la liga, ha cum Venetiani, se sia a offensione o defen sione di Stati se li daria casone tenire la soa gente ad casa. Le cose de Parma se renderiano molto secure, che quando da principio se fa cessero doi exerciti non seguirebbe el dicto effecto, perchè potriano Venetiani readunare le gente loro et tenerla unita in loco terzo tra el Bressano et Veronese et forte uniti restariano più potenti che uno di doij exerciti et cum loro avantagio andare ad trovare qual parte volesse. El camino exposto nel libro ad mi non pare sia da tenere, perchè, pigliando el camino de passare el menzo,noi lassamo drieto alle spalle lo paese del Ill. Sig. Duca, tutto el Bressano, el Bergamasco, una gran parte della potentia de Venetiani aptuata ad campegiare nelle terre de lo Ill. Sig. Duca quando li voltassimo le spalle, ne le provi sione nel libro ordinate accid bastariano che solum servano alle defese dele terre et poi se varia el modo del vincere, che per ognuno experto nel mestiero è stato sempre observato vincere alle spalle del proprio dominio non lassandosi derietro terra alcuna che nocere li possa, et vincendo in questa forma se vince cum secureza, et acquistasse do minio et victualie. Non però laudando el pigliare impresa de torre dove si havesse ad consumare gran tempo anzi seguire la victoria cum re putatione et fama et ad questo non obsta lo impedimento del fiume de Oglio, perchè cum li punti ordinati posti ne li lochi securi sempre se passaria ed di sua natura una parte del anno se pò guadare, et tale desegno seguendo ultra il securo vincere, non bisognaria multiplicare in tanta spesa per fornire li lochi contenuti nel libro et secundo poi se potesse aggiungere lo innimico in desordine e rompere loro designi se potria sempre o far doi exerciti o seguire altro desegno secundo che il seguire de la victoria meglio ce mostraria perchè benchè utile ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 503 sia fare li designi saldi, pur le più utile le cose de la guerra semutano secundo lo evento. Questo non per sententia, maper breve recordo pigli quello Ill. Sig. che vedendo più oppinioni cum sua infinita prudentia potrà elegere quello migliore li parirà. Alla parte de li frumenti per dicti exerciti deputando sua Excel lentia in Cremonese ed Lodesana Commissarij; labundantia che già molti anni è stata de grani farà che commodamente ad dicti exerciti se potrà provedere. Alla parte de l'armata di galioni per le cose de Ferrara saria utile tenerla apparechiata benchè simile armate vogliono essere favorite devendo fare frutto cum li exerciti de gente d'arme per terra. Alla partedi Sig.de Corrigia, Carpi et Mirandola non po salvo gio vare havere in ogni loco servitori obligati ad soa Excellentia ha vendo consijderatione se essendo obligati ad altri volessero cum lo Stato offendere. Alla parte se lo Ill. Sig. Duca deve personalmente andare in campo o non, è stato ad compimento resposto ad soa Excellentia et nel vero nessuno deve presumere recordare che soa Excellentia metta la per sona in alcuno periculo. Ben è vero che secundare el campo nelle terre del suo dominio sarà grande favore ed gran discarico ad chi ha vesse ad governare le cose de soa Excellentia, de governare le cose cum partecipatione et commandamento de quella. Alla parte se adesso sia de rompere guerra o differire passati li septe anni, cum summa prudentia è stato resposto ad questa domanda per le rasone che se contengono nel libro et nel vero inanti che mo versi ad guerra uno principe ha da consyderare molte cose, le quale lasso examinare ad quello Ill. Principe, che tutto per sua infinita pru dentia cognosce. Ben farò ad soa Excellentia un breve recordo, che como fa, cossì segua et perseveri che talmente la Maestà del Re Fer rando et soa Excellentia se uniscano che'l male et bene fra loro sia comune, che quando cossì sia ultra el perpetuo stabilimento de le cose loro non haveranno ad temere potentia che viva. Allaparte se cum Venetiani si habia ad fare lega in questo mezo è stato prudentemente resposto a soa Excellentia el stare in libertà è più securo, per le cose che dio, et le fortune potriano disponere: et per rispondere ad cui uolesse dare qualche carico a sua Ill. Sig. per le oppressioni che Venetiani riceueno dal turco : Basta che soa Excellentia ha facto ogni justificatione per lo passato de uolere cum loro bene vivere et pacificare; ed a questo fine tollerato molte cose. 504 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. NOTE. 190 Le tavole del Litta, alle quali ho rimandato le tante volte il lettore, per le no tizie biografiche di molti personaggi storici nominati in questi documenti, sono mute del nome di questo Carlo Visconti, nè di ciò è a darsi soverchia colpa al rimpianto scrittore, che le omissioni e le inesattezze sono mende inevitabili in tal sorta di lavori. Non potendo dunque valermi del comodo appoggio alla autorità del Litta, ho tentato per altre vie di identificare questo personaggio. Dove e quando nascesse, ignorasi; ma dal testamento di Viviana Visconti (5 aprile 1451) rogato da Lodovico de Cisero, apprendesi che era figlio di Giovanni Carlo, alla sua volta figlio legittimo di Bernabò. Nel marzo 1473 consta fosse nominato segre tario ducale, e nel 12 giugno delle stesso anno incaricato di una missione presso il Consiglio segreto di Milano. Del successivo 17 agosto esiste di lui una lettera pubbli cata dal conte A. CAVAGNA SANGIULIANI (Studii storici, pag. 39), nella quale rende esatto e minuto conto della ambascieria della quale era stato incaricato presso Fede rico III imperatore. Nuove ambasciate gli vennero commesse: presso lo stesso So vrano ai 19 di marzo del 1474; presso Giovanni Bentivoglio a Bologna nel 1476; presso il Pontefice nel 1478 ed infine presso il Re di Francia nel 1480. Tutti questi ono revoli incarichi sono provati da documenti dell'Archivio di Stato di Milano. Non si sa quando morisse. L' ANGELUCCI (Schioppettieri milanesi, pag. 47), cita una lista di pa gamenti fatti ad alcuni schioppettieri il 22 agosto 1471 in Pavia da Donatodel Conte edaun Carlo Visconti, e nella nota a piede della pagina 23 esprime l'opinione che questi possa essere lo stesso che congiurd col Lampugnano e coll'Olgiato la uccisione del duca Galeazzo Maria Sforza. Io credo invece che esso possa ritenersi per ilfuturo segretario ducale, e quindi per lo stesso che è nominato qui, chè il trovarlo con una data più remota incaricato di un officio militare non implicherebbe contraddizione, essendo frequenti gli esempii di consiglieri ed oratori degli Sforza che prima di servirli colla penna e colla parola, li aiutarono colla spada. Ad ogni modo non mi potrei accostare all'opinione dell'Angelucci, e ciò per la fede che devo, almeno fino a prove contrarie, a scrittori coevi. Il Corio, famigliare del Duca e testimonio oculare del fatto, che descrive con tanta passione nei più minuti particolari, non avrebbe mancato di notare quella qualunque attinenza che l'assassino potesse avere avuto colla vittima, non fosse altro a maggior titolo di infamia per lui. Invece nulla di ciò; si limita a dirlo figlio di Lafranco. Il DONATO BOSSI poi (Chronica Bossiana) va più oltre e gli impugna il cognome stesso: « ... Carolo de magistris falso se vicecomitem jactante. >> XIV. Papie, die XIII Augusti 1473. Augmento de gente d'arme quando occorresse el bisogno che facilmente se potria fare. Li Ill. Fratelli legitimi del nostro Ill. Signore ultra l'altra conducta de cavalli 600 cav.i 400 che saranno poij cav.i 1000 per cadauno ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Uomini Cavalli che sono in summa . d'arme 505 Squadre 1200 240 8 S. d. Tristano ultra laltra 600 che faranno poy 800 200 S. Sforza secundo ut supra . S.r Boso Sforza ut supra . S." Polidorodenovo.121 Obijtdie5 martij мсCCCLXXVI 122 S. Aluyso de Saluzo ultra l'altri 600 che faranno 800 Co. Fratellidi Torelli ut supra . Co. Pietro dal Verme ultra l'altri 400 che faran no 600 D. Nicolo da Tolentino ultra l'altri 400 che fa ranno 550 • 200 • 200 200 200 200 200 150 S. Thomaso daSaluzoultra l'altri200che faranno 300 100 D. Ugo da San Severino ut supra D. Taliano di pii ut supra D. Guido rosso ultra l'altri 150 che saranno poy 200 Principe de Salerno ut supra d. Sigismondo brandolino ut supra 100 100 50 50 40 2 40 2 40 2 40 2 40 2 40 2 40 2 30 1 20 1 20 1 20 1 10 ) 1 50 10 10 • d. Jo. Francisco poeta ultra l'altri 120 che faranno poy200 Brandolino da Bagnacavallo ut supra Antonio rosso ut supra Ruffino miraldo ut supra . Thadeo dal vermo ut supra 80 80 80 80 80 16 16 16 16 1 1 16 2 Gasparro da Sessa ut supra. D. Pietroantonio di attendoli 123 Nicolo da Scipiono 124 Zohanne Zorzo da Lampugnano 125 Hieronimo guasco Zohanne de la girola 126 Antonio Caracciolo ultra l'altri 30 che faranno poy 60 Borella ut supra . Zohannepetro del Bergamino127 decessit die xx apri lis MCCCCLXXV 128 d. Zohanne Jacomo da trivultio 129 Zohanne Francesco palavicino 130 Jacomo rosso de pietro maria 131 d. Alberto vesconte 132 Allevi de casa, videlicet Camareri et Galuppi 133 80 150 100 100 100 100 30 30 60 60 200 200 100 200 16 30 1 20 1 20 1 20 1 20 1 6 6 12 12 1 40 2 40 2 20 1 40 2 Summa 5110 1022 44 506 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. NOTE. 121Altro dei figli naturali del duca Francesco Sforza e protonotaro apostolico. Morì il 10 marzo 1475 (V. LITTA, Op. cit, Attendolo Sforza, tav. I). 122 La data della morte è di scrittura d'altra mano. 123 È notato acarte 120 del già più volte citato Codice dell'Alifero tra i feudatari enobili aventi giurisdizione nel Ducato, chiamati a celebrare la commemorazione del l'intronizzazione del Duca. Era figlio di quel conte Giovanni Attendolo Bolognini Ca stellano di Pavia, del quale si conservano ben 500 lettere nella Trivulziana. Ebbe in moglie Eleonora della Mirandola e morì il 3 ottobre del 1492. 124 È quel Nicolò Pallavicino, figlio di Pietro e fratello di Giovanni Giacomo (vedi nota 16), sempre fedele alla fortuna di casa Sforza, per la quale sagrificò anche la vita, il 7 agosto 1478, combattendo i ribelli genovesi (V. LITTA, Op. cit. Pallavicino, tav. XXIX). Si trova notato anche nel solito elenco dell' Alifero a carte 118. 125 Vedasi nuovamente il Codice dell'Alifero a carte 118, nella lista dei chiamati a celebrare il Natale alla Corte ducale. Si legge anche annoverato tra i capi-squadra dell' illustrissimo signor Lodovico a carte 19 del Codice, di cui alla nota 21. 126 Si riscontra fra i capi-squadra delle lancie spezzate, alla pagina del solito Co dice del Palearo. 127 Il suo nome è scritto nell'elenco dei eapi-squadra della famiglia ducale, pure a carte 19 del Codice, di cui alla nota 21. È pure nominato in una lettera di Francesco Maria Torelli, Guastalla 1 giugno 1477, alla duchessa Bona, come uno di quelli che andarono ad intimarglilo sfratto dal dominio ducale in seguito alla sventata con giura (Archivio di Stato. Sezione storica, Condottieri). 128 Anche questa data di morte è di scrittura d'altra mano. 429 Il Maresciallo. Fu figlio di Antonio e di Francesca Visconti Aicardi. Attenen domi all' autorità del Rebucco, suo famigliare e biografo, che lo fa nascere nel 1441, non avrebbe avuto, alla data di questo documento che 32 anni : il suo nome era però già chiaro per imprese di guerra valorosamente condotte a vantaggio dei proprii principi, nè la sua fama politica ancora offuscata dall' avere guidate le armi di si gnore straniero contro la patria (V. RoSMINI, Dell' Istoria di Gian Jacopo Trivulzio tom. I, pag. 5 e seg ). 110 Si veda per un'ultima volta nel Codice dell' Alifero la lista a carte 120. Era fi glio di Nicolò (vedi nota 124). Visse lungamente alla Corte sforzesca e morì affogato nel Lorno (V. LITTA. Op. cit. Pallavicino, tav. XXIX). 181 Fratellodi Guido, di cui alla nota 12 (V. LITTA, Op. cit. Rossi di Parma, ta vola III). 432 Figliodi Lancelotto e di Isabella di Azzone Visconti, è il capo-stipite del ramo dei marchesi di Invorio. Si aquistò fama di celebre condottiero ed in benemerenza dei servigi militari prestatigli, ebbe dal Re di Napoli, nel 1464, l'adozione nella famiglia d'Aragona e la facoltà di portarne il nome e lo stemma (V. LITTA, Op. cit. Visconti, tav. XX). 133 Voce vernacola, usata modernamente e per traslato a significare persona di poco conto; indicava allora gli individui di basso servigio domestico. 1 1 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE STORZESCO 1472-1474. XV. Mediolani, die xv Septembris 1473. 507 Ordine di rimettere a cavallo le gentedarme ducali che stanno a di scretione per li cavalli de le persone loro. Imprimis la famiglia Ducale diquali prende el carico el no stro Ill. S.re de mandarli ad comprare per chi pareràad soa Ex. per hoidar 450 a duc. 40 per cavallo Lanze spezate di quali deb biono prendere el carico li Go vernatori di quelle per hoidar. Questi si de biono fornire ne le terre del no percav.i 450 duc.i 18000 stro Ill. Signore ne la Marca nel Reame et in Piemonte. 600 ad rasone de ducati 40 ut supra cav.i 1050 duc.i 42000 Ill. S. Philippomaria Sforza di che debe pigliare el carico la soaS. per hoidar 180 a du cati 30 per cavallo Ill. S. Duca deBarri ut supra Ill. S. d. Ludovicomaria Sfor za ut supra.`. S. d.Tristano Sforzaut supra " " " 600 " 24000 180 " 5400 180 5400 180 " 5400 " 140 4200 S. Sforza Secundo ut supra " 140 " 4200 S. Polidoro Sforza ut supra " d.Ugo San Severino ut supra " cav.i 910 duc.i 27300 S. Boso Sforza ut supra . 40 " 1200 50 ແ 1500 140 Questi se de bionofornireper tutta l'Allama nia. 4200 Siena etel Di stricto. S. Aluysi Monsignore de Sa luzo ut supra S. Thomaso da Saluzo ut supra cav.i 190 duc.i 5700 " 140 " Le terre del 4200 Duca di Ferra ra et Bologna 50 " 1500,col Bolognese. Darip. summa summarumcav.i 2290 duc.i 79200 508 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. Riporto summa summarumcav.i 2290 duc.i 79200 Co.Pietrodal verme ut supra מ 115 " 3450 Co.Fratelliditorelli ut supra d. Nicolo da tolentino d. Taliano di pij " 140 " 4200 90 แ Firenze cum tutto eldistricto. Roma col pa 2700/trimonio, mari " d. Guido rosso Principe di Salerno cav.i 350 duc.i 10500 D. Sigismondo Brandolino ut " " supra . D. Zohanne Francesco poeta " cav.i 71 duc. 2130 Brandolino da Bagnacavallo ut ante Antonio rosso Ruffino Miraldo Thadeo dal verme Gasparro da Sessa. " " ท " " 17 50 " 35 " 35 " 1500 tima, campagna 1050 et tutta terrade 1050/Roma. Per tutta Ro 35 " 1050 magna da Bo 36 36 36 36 36 36 25 1080 logna in là. " " " " " " Perosa, Castel 1080 lo, Ascisi, Foli 1080/gno, Todi. Spo 1080 leto, Cerreto, Norsa ettutto el 1080 resto del ducato Guidaccio da Imola cav.i 205 duc.i 6150 Summa summarum cav.i 3031duc.i101430 1080 cum Terni et 750,Narni. XVI. Viglevani, die VII decembris 1473. Ordine per condurre artiglierie ultra l'altro carregio per lo soprascripto exercito ordinato per lo Ill. Sig. nostro. Primo. Carrette mille da due rote delle quali cinquecento habbiano a condurre spingarde mille de bronzo sive de ferro, a due spingarde per caretta cum li suoij fornimenti et cose necessarie. Le altre cinquecento habiano a condurre organetti de schioppetti che siano a numero boche 4000, similmente con li fornimenti neces sarij. Item, che siano deputati mille homini per el servitio delle stesse ar teglierie, quali sieno experti et apti ad osservare et exercitare simili istrumenti et quali cavalchino li cavalli de dicte carrette. Item, che per la guardia de dicte carrette et artiglierie sieno 500 balestreri de le Langhe134 cum balestre da molinello comune. ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 509 Item, quando se allogierà lo exercito che de le dicte carrette se farà uno parco sive serraglio per guardia et difesa de quello, et che sieno incatenate l'una carretta cum l'altra cum catenate de ferro ben forte incatenando li timoni cum le code desse carrette et cum tale modo che non possano essere rotte nè tagliate. NOTE. 134 Territorio del Piemonte. XVII. Mediolani, die XII Augusti 1474. Ordine d'uno exercito per una stasone. Signori et Capitanei de le persone reservato li duy Marchexi • Per homini darme de famiglia e lanze spezate Per homini darme di condottieri Del S.re d. Marchese di Mantova Del S.re Marchese di Monferrato D. Antonio Carazolo Borella Item Balistrieri da ca vallo hoidar. 700 augmento deprov. duc.i 22000 แ " " " 1200 a duc.i 90 in tutto " 108000 1000 a rasone ut supra 100 senza spesa 50 ut supra 28 100 senza spesa Item provisionati . compagni 2000 aduc.i 6000 el mese Item perqualchevan tagio at alcuni Summa homini de pezzo 5178 " " " " 90000 2520 36000 4000 spesa in tutto duc.i 262520 Vanno detratti ducati XXXVI m. che sono exborsati fino al presente in questa spesa Item per le tasse de mesi VIII de le stesse gente las sando allogiati fermi li ballestrieri a cavallo, li huomini darme de lo Ill. Sforza secundo, quelli di quattro com pagni, li conestabili extraordinari et qualche altri che accade sono restare alli logiamenti restavano voydi logiamenti per cavalli 8181 el mese. duc.i 36000 " 32724 Ducati 68724 Restano " 193796 510 ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. XVIII. 185 MCCCCLXXV die XII Martij in Viglevano. Intrata del ducale dominio verissimilmente mettendo le tasse de li cavalli per ducati LIIIIm. duc.i 571000 Spese del ducaledominio segundo la reductione et primo: per li sallariati computata l'additione facta a li castellani de le confine per fino apaghe xu per lo piattello ad Aloyse de petrasancta per la stalla a Zohanneantonio da Sanctoangelo per d. Guidoantonio arcimboldo 136 et d. Johanne antonio cotta137. per Camereri sey de camera per la Ill. Madonna Duchessa per Gotardo panigarola138 per lo vestire del Signore per Uxellatori per Canateri ultra l'entrate del barco per Elemosine et messe per el ficto del barco e del zardino per Cantori de la capella per polvere et profumi per diverse spese che poteranno accadere NOTE. " " ท " " " " " " ท " " 51269 10000 6000 300 600 16000 2000 3000 5000 4000 2700 5000 300 4830 438Pensai di trascrivere questo conto delle spese ducali al solo scopo di rendere completa la pubblicazione del Codicetto. Come ognuno può scorgere esso non è che un frammento, nel quale non sono neppure notate tutte le spese famigliari. A questo pro posito, ed a rischio di essere indiscreto, non posso trattenermi dal dare agli studiosi delle Memorie patrie la buona notizia, che un completo registro delle spese del Du cato diMilano per l'anno 1476 sarà pubblicato, speriamo in breve, dal conte Giulio Porro Lambertenghi insieme, e quale appendice, alle lettere del duca Galeazzo Maria al Panigarola (vedi note 21 e 138), nella miscellanea di Storia italiana. Registro e let tere sono, come già dissi nella Trivulziana. 496 Figlio di Nicolò e di Orsina Canossa; era fra i principali feudatarii del Ducato. Qui figura come cameriere ducale. Nel 1488 succedette al rinunziante fratello Giovanni nell' Arcivescovado di Milano e morì nel 1497. Il monumento marmoreo che vedesi tuttora nel nostro Duomo, venne eretto ai due fratelli e ad un Giovanni Angelo della stessa famiglia, che fu pure arcivescovo di Milano nel secolo successivo (V. LITTA, Op. cit. Arcimboldi, tav. I). ORDINE DELL' ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 511 437 Potrebbe essere un figlio di Pietro che fu investito del feudo di Valcuvia da Francesco Sforza nel 1450. Il trovare il suo nome qui appaiato a quello dell'Arcim boldi, porterebbe a crederlo uno dei camerieri ducali. 138 Maestro di casa e confidente del duca Galeazzo Maria.Appare inqueste qualità anche nel Codice del Paleari menzionato alla nota 21. ΧΙΧ. Sforza secondo da Borgonovo El Signore Filippo . El Duca de Barri domino Ludovico El Signor Octaviano El Signore Boso . El Signore Tristano El Conte Pietro dal verme Conti di torelli domino Nicolo da tolentino domino Guido rosso El Principo de Salerno • domino Sigismondo Brandolino domino Johannefrancesco poeta Brandolino da bagnacavallo . Antonio rosso Ruffino miraldo Tadeo dal verme Gasparo da Sessa domino Antonio Carazzolo XX. 1 påce guerra 80 homini darme 100 100 100 “ " ท " " 100 100 100 80 80 70 80 60 21 20 20 16 15 18 20 15 14 26 " " " " " " " " 100 100 100 100 100 75 114 60 25 25 25 25 25 25 25 25 25 26 Beneficia: quibus affecti fuerunt Veneti a Mediolanensibus vicecomitibus principibus : Et e contra injuricæ ab eis illatæ, quæ summatim et breviter perstringuntur. Bello: quod Genuenses adversus Venetos gessere cum capta Clo dia urbe classe a Tirrheno in Adriaticum Mare: Longissimo itinero circuitu deducta. Cum in extremo Veneti periculo oblata ultro dedi 512 ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. tione versarentur magnis ab Ill. Bernabove et Galeacio fratribus vice comitibus copijs commeatibusque sunt sublevati. Cum nullam adhuc Veneti in terris ditionem haberent sed mani gatione tantum: et mercatura celebre eorum nomen esset, ab inclijto Joanne Galeacio primo Mediolanensis Ducatus titulo insignito: Dominis de Scala, Carrariaque iusta bello superatis, Veronaque ac patavio ur bibus in deditionem acceptis Tarvisio urbe amicitiæ pignore: ac mo numento donati sunt. Veniente in Italiam Sigismondo qui postea Romanorum Imperator fuit eum valido hunnorum sive hungarorum exercitu adversus Venetos ut eieetum ex Verona a Venetis Brunorum scalaminsedem reponeret, præsidio potissimum ac favoribus inclijte Philippi Mariæ Mediol. Du cis, Carolo et Pandulfo Malatestis ductoribus Veneti sunt defensi ac ipsius Sigismundi exercitus fusus fugatusque. Sublato ex humanis Joanne Galeacio primo Mediolanensium Duce, relictis Joanne Maria ac Philippo Maria adolescentulis sub tutela cla rissimæ Catherinæ matris rebus Mediolanensis Status ut in tali casu accidit mutantibus Veneti tot tantorumque beneficiorum immemores ac regnandi cupiditate accensi. Carrarienses Dominos: quibus invente ipso Joanne Galeacio Duce ad invadendam pataviam urbem ipsique, Duce eripiendam tanta secretaque auxilia subministrarant aperto bello adorti Mox. et Veronam oppugnantes eas tandem urbes iusto: legit timoque ab ipso Duce Joanne Galeacio titulo possessas longa mise randaque obsidione oppressas subjugarunt. Interiecto deinde tempore firmatis Philippi Marie rebus Brixiaque et Bergomo e faucibus Pandulfi Malatestæ qui post mortem Joannis Ga leacij Ducis rimaserat receptis profligato antea a Comite Carmagnola in Brixiensi agro Ludovico firmano cum exercitu in auxilium Pan dulfo veniente. Cum pacis et societatis foedera Philippo cum Venetis intercessissent sub quibus secure agebant: amicosque venetos existi mabat. Quibus insuper in amicitiæ pignus titulum Veronensis urbis cesserat per fraudem ac proditionem ipsam urbem Brixiam Veneti in vaserunt: Mox abruptis fœderibus fideque abiurata ipsum Philippum Mariam aperto bello aggressi. Insequente vero primo vere: magnis coactis copijs quibus Comes Franciscus Carmagnola præfectus erat apud Machalodium Brixiensis agri vicum ipsius Philippi exercitum federunt Remque eius adeo in an gustum adduxerunt ut iniquas novæ pacis condiciones subire Bergo mumque urbem cum valle quamnuncupant Sancti Martini quæ Metro politanæ ecclesiæ Mediol. dicioni subiecta est Venetis cedere. Ac in super Amadeo Sabaudiæ. Allobrogum Duci: quem adversus Philippum ORDINE DELL'ESERCITO DUCALE SFORZESCO 1472-1474. 513 in bellum excitaverant Vercellas urbem cum eius dicione relinquere sit coactus. Nonmulto post renovato a Venetis bello abruptis etiam pacis foe deribus validam Triremium leviorum armaturarum quos Galeones vulgariter nuncupamus classe numerosoque terrestri exercitu compa rato ipso Carmagnola Duce Cremonam urbem aggressi sunt Arcem que Sancti Lucæ appellatam per proditionem occuparunt a qua tamen fede erecti: et mox classis omnis Venetorum ipso Francisco Sfortia auctore superata ac debellata fuit. Ducto deinde per Tellinam vallem in Rhetijs Comensibus exercitu ac nonnullis littoris Comensis lacus Castellis interceptis ipsam etiam urbem Comum, Mediolani januam et validissimum propugnaculum in vadere conati sedoccurrente Philippi Ducis exercitu cui Dux Nicolaus Piccininus pracerat victi superatique sunt. Apud Soncinum præterea Cremonensis agri oppidum Francisco Sfor tia tunc Venetorum exercitus Duce PhilippiDucis copias quarum Bor sius Estensis: et Talianus foroiulianus Ductores erant funditus dele verunt et omnem fere deinde Cremonensem ditionem ac glaream Ab due invaserunt: Itaque afflictis Philippi Mariæ Rebus et in maximo discrimine constitutis : Nicolaus Piccininus cum reliquo exercitu ex Etruria revocatus; apud Anglare clade ipsa nobilitatum oppidum ipso in itinere quo ad Philippum properabat ab exercitu Venetorum cui Michæl atendolus: et Petrus Janus Paulus Ursinus præerant fusus fu gatusque fuit. Redintegratis demum Philippi Mariæ viribus cum adversus Venetos magnis equitum peditumque copijs apud Martinengum agri Bergomen sis oppidum quod a Venetorum exercitu Francisco Sfortia imperatore oppugnabatur tota belli moles constitisset et Veneti ipsi obsesso undi que eorum exercitu ac omnibus commeatibus: præsidijsque destituto extrema omnia cogitarent eam prese tulit Philippus. VARIETÀ. DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE E DEL NECROLOGIO CREMONESE. CODICE ESISTENTE NELL'ARCHIVIO CAPITOLARE DI CREMΟΝΑ. : Dalla Biografia Cremonese del Lancetti (art. Bianchi Isidoro) apprendiamo che il Codice Capitolare fu già descritto da quel celebre nostro concittadino, che fu l'abbate Isidoro Bianchi, e che tale lavoro, cui poche pagine soltanto occorrevano a ridurlo a compimento, si custodisce manoscritto presso la Biblioteca Am brosiana. Anche la semplice cognizione di ciò basterebbe, a no stro avviso, a mostrare l'importanza del Codice, la quale mag giormente si affaccia quando si rileva dal Bianchi che fu citato dal Galesini, dai Bollandisti, da mons. Calisto Marini, dall' Arisi e dallo Zaccaria, e più recentemente lo si vede citato dal San clementi e ricordato dal Robolotti. È a meravigliare, perciò, che il Giorgi, il quale pubblicò la lezione migliore del Martirologio d'Adone, nè pur facesse cenno del nostro esemplare, cui diggià rendevano autorevole le citazioni indicate e l'età sua, in allora di sopra cinque secoli e mezzo, e contemporaneamente a due dei tre codici che il Giorgi stesso usò per l'opra sua. E veramente è a deplorare una tale ommissione, imperciocchè, se l'afferma zione del Bianchi merita fede, l'esemplare cremonese è anche mi gliore dei tre codici vaticani, a cui s'attenne il Giorgi. La quale bontà noi vorremmo attribuire allo scopo di pietà, in cui s'affi sava prete Alberto, quando pro remissione peccatorum suorum et pro remedio animae suae suisque expensis hoc presens martiro : TIROLOGIO DI ADONE ecc.in Cremona . zener DOO Forrbtografka A Daße Cruce Yur Disegni di miniature esistenti r by grafa &Bewa Crore DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC. 515 logium in secretario conservandum ad honorem Sanctae Mariae majoris cremonensis ecclesiae, leta devotione incepit, quod mox sine ulia interpolatione cura sollicita laudabiliter consumavit. Un tale scopo mantener doveva la penna di prete Alberto, appieno fedele al codice cui trascriveva, e che potrebbe conghietturarsi vetustis simo dal leggersi nel suo esemplare al principio d'ogni mese' tre versi, relativi ai giorni egiziaci, identici a quelli che il Muratori lesse nel Calendario Sitoniano, e riportò a pag. 1023 e segg. della parte II, tom. II. Rer. Ital. Script. Senza di che, veramente al tempo di prete Alberto si custodiva nel tesoro della Cattedrale di Cremona un martyrologium vetus, siccome è indicato da una nota del 1201, della quale diremo più avanti. Così quella stessa pietà che donò il suo riso celeste ai volti effigiati dal Beato An gelico, avrebbe donato al codice cremonese il pregio della fedeltà ad un codice vetustissimo e d'ottima lezione, presentando oggi ancora bella occasione di lode a chi imprendesse a migliorare l'opera del Giorgi, confrontandola accuratamente col lavoro di prete Alberto. Il qual prete Alberto, adunque, donò alla Cattedrale di Cremo na, cui era addetto, il Martirologio in discorso da lui cominciato a scrivere, giusta la memoria ch'ei ne lasciò sulla prima facciata del codice, l'ultimo anno di papa Alessandro III, concorrendo inoltre il ventesimosesto dell'impero di Federico, ed il decimo terzo del vescovado di Offredo, quanto dire " ante diem IV kal. junii anni MCLXXX „ (SANCLEMENTI, Series Episcoporum Cremonen sium, pag. 97), e, aggiungiam noi, dopo il 18 giugno dello stesso anno. Lo compiva poi innanzi il settembre, dicendo la memoria della prima facciata del codice, che correva tuttora l'anno 1181 ab incarnatione colla indizione XIII. Vi ebbe così impiegato meno che sessantaquattro giorni, per modo ch'egli potè affermare con tutta verità di averlo " mox sine ulla interpolatione cura solli cita " condotto a fine. Se anche mancasse una si autentica di chiarazione di prete Alberto, il Martirologio racchiuderebbe, a nostro avviso, sufficienti dati, pur non toccando dei paleografici, per riconoscerlo scritto dopo il 1174 ed innanzi il 1197. Infatti, al 18 giugno, riferendo alcuni miracoli dovuti all'intercessione di S. Imerio, lo scrittore li dice avvenuti " nostris quoque tempori bus domino Offredo presidente in catedra pontificali ... », cioè 516 VARIETÀ. fra il 29 maggio 1168 ed il 10 agosto 1185, anni del vescovado di Offredo. Avvennero poi realmente nel 1174, secondo nella sua Storia di Cremona, a tale anno, narra il Campi 1174 ....... “ " " operò anche il Signore di molti miracoli alcorpo di S. Imerio. Ancora nel Martirologio, in margine al giorno 23 agosto, è una postilla di carattere diverso da quello del testo, ma della stessa età, la qual postilla ricorda la ricognizione delle reliquie di S. Ar chelao, fattasi con solennissime feste nel 1196, sotto il vescovo Sicardo, siccome anche è narrato dal Campi. Avrebbe taciuto un tale fatto lo scrittore del Martirologio, se già fosse accaduto, os sia, se esso non avesse scritto avanti il 1196 ? Ma v'ha di più. Lo scrittore del Martirologio dedicò due buone pagine aS. Imerio patrono di Cremona, e neppur nomino S. Omobono, il quale na tivo di Cremona,nefu, dopo canonizzato, assunto in patrono prin cipale. Soltanto lo ricorda ai 13 novembre, ricorrenza della sua festività, una meschina postilla nel ristretto margine interno, di scrittura diversa da quella del testo, benchè apparisca dello stesso tempo. Avrebbe lo scrittore del Martirologio distesa una speciale enon breve narrazione intorno al secondo patrono, e taciutodel principale, s'egli non avesse scritto avanti il 1197 anno in cui Omobono fu innalzato all'onor degli altari? Il Bianchi riconobbe in prete Alberto lo scrittore ed il dona tore dell'intero codice, cioè, così del Martirologio che ne costi tuisce la prima parte, come del Necrologio cremonese, che ne co stituisce la seconda. Egli si attenne giustamente, oltrecchè alla dichiarazione già indicata, alla iscrizione seguente, la quale nel Necrologio si legge sotto il 29 aprile: PRESBITER HIC MORITUR ALBERTUS NOMINE DICTUS CUJUS IN HAC AULA VITA BENIGNA FUIT. MCCVIII. QUI DEDIT HUIC ECCLESIAE IV JUGERA TERRAE ET LIBRUM ISTUM ET DUO ANTIPHONARIA. Anche senza quest'iscrizione l'attento osservatore sarebbe con dotto ad attribuire ad una sola persona ambo le parti del co dice, avvegnachè affatto uguali ne siano il formato, la pergamena ed il carattere più antico, ed in entrambe si riscontri la parti colarità del Pridie Non. scritto alla romana: II. Non. Ha inol tre il Necrologio alcune minutezze istoriche, che non potevano DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC. 517 inserirvisi che da uno scrittore contemporaneo alle persone a cui si riferiscono, e precisamente al tempo di prete Alberto. Eppure il Dragoni, scrittore che alla fiducia in lui posta da storicisommi usò corrispondere coll'inganno, volle far credere che il Necrologio fosse opera di un Oddone Sommo, passato di vita nel 1270, se condo una iscrizione che quegli non mostrò nell'originale, ma solo ripetè al Robolotti. Questi la riportava ne' suoi Documenti storici e letterarii di Cremona, frutto di lunghe, pazienti e dispen diose ricerche, a cui il veleno delle notizie dragoniane non basta toglier valore di guida per i futuri scrittori delle cose cremonesi. L'iscrizione così dice: MCCLXX. HIC OBIIT DE SUMMO PIUS ARCHIPRESBITER ODDO QUI MENHOLOGIUM SCRIPSIT ET EULOGIUM DECRETI DOCTOR SAPIENS SCHOLISTA VIVERE DUM SPERAT ET MINIATOR ERAT; senonchè essa è stata scritta sul Necrologio dal Dragoni istesso, come al carattere niente affatto medioevale,ma invece tutto tutto dragoniano può riconoscersi al solo primo sguardo che vi si getti sopra. Rivendicato così a prete Alberto la paternità anche del Necrologio, or ci piace esporre come noi crediamo che gli anni di sua vita sieno stati oltre i settantaquattro. Ad un atto del24 dicembre 1159, ora custodito presso il Museo patriodi Cremona, fra gli altri membri del Capitolo intervenne prete Alberto, e con alcuni di essi vi appose la propria firma. Se nel 1159 Alberto era già prete, esso doveva allora trovarsi almeno in sui venticinque anni, ai quali aggiungendo i quarantanove che trascorsero fino al 1208, apparisce chiaro ch'egli alla sua morte aver dovea passati i settantaquattro anni. Che poi il prete Alberto del 1159 fosse lo stesso scrittore del Codice, lo crederemmo congetturabile prin cipalmente: 1.º dalla convenienza che l'età nella quale egli pro remedio animae suae scrisse il Codice, fosse tale in cui ed i casti pensieri della morte cominciassero a farglisi più serii e frequenti, ed al tempo stesso egli avesse la mano ancora si franca ed at tiva da potere, nelle ore libere di men che sessantaquattro giorni, compiere un codice grosso e d'ampio formato; 2.° dal vedere nel Necrologio ricordati con iscrizioni di carattere di prete Alberto diversi Alberti, e cioè: albertus de comaclo, comes albertus ed al Arch. Stor. Lomb. An. III. 34 518 VARIETÀ. bertus patavinus, i quali avendo un cognome, non possono con fondersi col presbiter albertus dell'atto del 1159, mentre di sem plici presbiter albertus non viè ricordato che il solo,di cui l'iscri zione surriferita. Il sesto del codice è l' in folio, e ciò, attesa la certezza istorica che esso fu scritto nel 1181, potrebbe, a nostro avviso, toglier forza a quell'affermazione di Tommaso Gar, la quale attribuisce ad un tal sesto età non anteriore al secoloXIII(T. GAR, Lezioni di bibliol ), tanto più che ci ricorda non essere il codice cre monese esempio unico dell'in folio nel secolo XII quel superbo codice greco in foglio di quasi tutte le opere di S. Gian Griso stomo, scritto con gran diligenza non più tardi certo del seco lo XII, il quale conservasi nella insigne Biblioteca elettorale di Baviera (BIANCONI, Lettere 4 al March. Hercolani). Le dimen sioni del codice cremonese sono di millimetri trecento otto in altezza , duecentoventicinque in larghezza e trentacinque circa in profondità. L'altezza e la larghezza però in origine erano al cun poco maggiori, imperciocchè la tosatura dei margini vi fu estesa fino a far scomparire in qualche luogo in parte ed anche affatto i richiami, verificandosi così di questi ciò che il Quantin scrisse a proposito delle segnature," que souvent des relieurs igno rants les ont rognées pour donner au volume la forme qui leur plaisait. (QUANTIN, Dictionnaire de diplomat. chret., Signature). Il codice è tutto di pergamena sottile ed in buono stato, sebbene qua e là vi sieno delle lacerazioni, quali fatte ad arte, anche con oggetto tagliente, per impadronirsi di qualche miniatura, quali invece prodotte verisimilmente da negligenza nello sfogliarlo, men tre serviva per la Chiesa. È debito di chi descrive accennare al l'attenzione posta da chi ordinò la legatura, ed alla diligenza di chi la eseguiva, affinchè in tai luoghi la pergamena riuscisse re dintegrata lodevolmente. Infatti l'inserzione di nuovi brani mem branacei riusci così bene, che se non fosse la freschezza del loro colore, al solo tatto mal si potrebbe accorgersene; in altri luoghi poi le parti stracciate furono riaccostate a menda a punto a mo sca con filo di canape, in modo che lascia appieno scoperte le lettere, fra le quali il filo stesso cammina. Delle due faccie d'ogni foglio una è tutta brizzolata di puntini neri delle radici delpelo, sicchè apparisce fosca,ed è piuttosto ru DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC. 519 vida; l'altra, tuttochè morbida al tatto, ha ben pocodi quel nitore, di quella lucentezza perlacea,che in certi codici sono un incanto. Però la foschezza che vi si è sostituita, insieme a quel tantin di sudicio che vi si vede, specialmente all'angolo inferiore del margine esterno, fa nuova fede dell'antichità del codice e del molto uso fattosene. Lo scritto è in una sola colonna di dimensioni costanti, divisa in ventiquattro righe equidistanti; il posto delle quali, ugual mente che quello della colonna, è segnato con rette tracciate collo stile e soltanto sulla facciata punteggiata. Al principio di riga i ca ratteri muovono uniformemente dal limite della colonna, perchè piacciono allo sguardo per la bella armonia con cui seguono quella linea del margine; laddove all'altro limite della colonna l'insieme dei loro punti di confine forma una linea tutt'altro che retta, una spezzata che pur mostrando volersi staccare il meno possibile dal confine tra il margine e la colonna, piega maggiormente ora verso questa, ora verso quello. Sul margine esterno, oltre allalinea che lo separa dalla colonna dello scritto, sono segnate sempre collo stile tre linee verticali, distanti l'una dall'altra circa otto millimetri, costituendo quasi altrettante colonne esili, delle quali la più vi cina a quella dello scritto serve per le lettere dominicali, l'altra che le vien dietro per i numeri d'oro,le cui cifre però talora in vadono anche l'ultima colonna. Questa, veramente, parrebbe che fosse destinata per l'indicazione dei giorni egiziaci, quando que sti cadessero contemporaneamente a qualche numero d'oro, sic come si vede al primo d'agosto; se non che le altre volte quel l'indicazione è scritta senza norma costante, occupando ora più d'una colonnetta, ed ora anche invadendo, oltre a queste, il mar gine. Sul margine interno una verticale, discosta un cinque mil limetri dalla colonna dello scritto, segna lo spazio destinato per le lettere dominicali di quei giorni soltanto, dei quali è incomin ciato scrivere nella pagina a destra del lettore; per modo che lo spazio di riscontro sull'altra pagina rimane sempre vuoto, ec cetto da quello del primo agosto, dove il numero d'oro è ripetuto. Il codice ha quattrocento pagine, delle quali le prime trecen toventotto formano il Martirologio, e le residue settantadue il Necrologio cremonese. Sono tutte d'un'età, salvo alcuni fogli (pa gine 327, 328, 329, 330, 331, e 332) insertivi nell'ultima le gatura del codice, e due pergamene ab antico interfogliate nel 520 VARIETÀ. Necrologio, la prima dopo il 19 kal. febr., la seconda dopo le none d'agosto. I fogli più antichi son raccolti in quaternioni con un sol binione, e sono disposti in modo che, aprendo il codice, le pa gine che si presentano sono entrambe o di quelle brizzolate, ru vide e rigate, o di quelle altre morbide men fosche enon rigate. Il solo Martirologio ha segnature e richiami, andandone affatto privo il Necrologio. Le segnature, scritte in lettere gotiche ma juscole dentro un picciolo quadrato dai lati un po' concavi verso il suo interno, sono proprio nel bel mezzo del margine inferiore, il che porrebbe il nostro codice accanto a quello dei Benedettini Cavesi, del quale il Gar noto che a cagione della sua segnatura in calce a metà pagina, si allontana dall' uso generale dopo il se colo X, di porla a destra in angolo. I richiami sono a perpendi colo sotto la segnatura, rasentano il lembo del margine e son scritti in gotico minuscolo. Come già notammo, il ferro del lega tore ne raffilò via il maggior numero, imperciocchè due soli se ne veggano interi, quelli associati alle segnatureKed L, i tre sotto la G, H, Isieno mezzo raffilati, e per ultimo, di quello sotto la segnatura P non siasi salvato che il superiore uncino della f fi nale della parola vices, nessun segno sopravanzando degli altri. Gli inchiostri adoperati nel codice sono il celeste, il rosso ed il nero. Nel Martirologio il celeste è usato per i numeri d'oro, per le lettere dominicali, toltane l'A che è sempre in rosso, per le lettere della segnatura; per la seconda, la quarta e la sesta pa rola, e per l'iniziale della prima nella iscrizione dei giorni dicia scunmese edella luna, peres.: " Januarius habet dies XXXI. Luna XXX;,„ per la sigla Kindicante le calende in ciascun mese, e qualche rara volta per la iniziale della narrazione intorno ad uno o più Santi, la qual lettera d'ordinario è in rosso. Vi è usato il rosso, oltre i luoghi già accennati, in ogni linea dispari della prima pagina, nella indicazione degli anni passati dalla Creazione alla Incarnazione di Nostro Signore, nelle lettere iniziali del primo e del terzoverso, relativi aigiorni egiziacid'ogni mese, nella indicazione di ognuno degli stessi giorni egiziaci, per i termini delle feste mobili, per le quattro linee che racchiudono la segna tura, per le antifone, scritte in margine della settimana prece dente alla vigilia del Santo Natale, e da ultimo per undici po stille. Tutto il rimanente del Martirologio è scritto in nero. Nel DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC. 521 Necrologio sono scritte in celeste: le lettere dominicali, toltane l'A che è sempre in rosso; la sigla delle calende al primo di gennajo, benchè il suo disegno sia in parte rosso. Son scritti in rosso: la numerazione alla romana dei singoli giorni; il primo verso, almeno, di ognuna delle iscrizioni in poesia, di carattere di prete Alberto; molte altre iscrizioni, quando per intero, quando soltanto una linea si, una linea no; e finalmente nell'ultima pa gina del codice la prima riga, la terza, la quinta, laventesima quarta e la ventesimaquinta, le altre essendo scritte, quali metà rosso e metà nero, quali solo nero. Il nero è adoperato nelrima nente del Necrologio. Due specie di caratteri si vedono usati nel Martirologio: il go ticomajuscolo edil semigotico minuscolo. Il goticomajuscolo spicca nelle lettere inizialidi tutti i versi relativi aigiorni egiziaci; quasi sempre nella intera indicazione di questi giorni e sempre in quella dei giorni d'ogni mese e dellaluna; nellelettere dominicali; nella numerazione alla romana dei singoli giorni; nella lettera iniziale della parola, da cui incomincia la narrazione intorno a qualche Santo; nei termini delle feste mobili e nelle lettere della segna tura; il restante è scritto in semigotico minuscolo. La vocale i non porta accento che quando è accanto ad altra i; l'ae è scritto sotto la forma di un semplice e uncinato inferiormente; le vo cali o ed a unite formano nesso come le oe, le de ebe. I numeri nel Martirologio son tutti scritti alla romana; nel Necrologio, in vece, altri sono alla romana, altri distesamente in lettere, e quat tro solamente in cifre arabiche. Le pagine del Martirologio sono numerizzate all'araba, ma le cifre, alla forma, appariscono di età non lontana dal nostro tempo. La interpunzione è rappresentata nel Martirologio: per la virgolae pel punto e virgola daun segno comune, un punto con sopra una picciola curva dagli estremi ri volti inferiormente; per il punto, dal semplice punto, a cui, inol tre, fa seguito scritta in gotico la lettera inizialedel periodo suc cessivo. Quando in fin di linea un vocabolo rimane incompiuto, di fianco alla sua prima parte c'è una lineetta,che movendo dal basso ascende obliquamente a destra. L'ortografia si trova offesa in solempnitas per solemnitas, scilentium per silentium, aput per apud, L'epoca più antica scritta con cifre arabiche è il 1382. 522 VARIETÀ. ed in altre storpiature consimili, che tuttavia non impediscono la pronta cognizione dell'idea volutasi con tali voci significare. Nel Martirologio al principio di ogni mese si trovava una minia tura; di esse, cinque furono lacerate via. Le sette che ancora vi son rimaste , rappresentano, secondo il costume ricordato dal Ci brario, " ...... faccende della vita rusticana..... il mietere, il pi giar delle uve e lo scannar de' porci ..... „. (CIBR., Econ. polit. del Medio Evo, libro 2º, cap. VII). Il febbrajo ha un contadino che attende afare lapuntaad un palo di vite; il marzo una figura dai capelli sollevati intorno al capo, al modo dei raggi solari, la quale s'infuria a soffiare entro due corni che tiene alla bocca, ri volti uno a destra, uno a sinistra; il giugno ha un contadino in atto di falciare, il settembre uno che vendemmia, l'ottobre unal tro che abbacchia sui rami d'una quercia, intanto che due ma jali con ingorde canne corrono alle ghiande che ne cadono; il novembre ha un tale che attende a sparare un porco, ed il di cembre ha un uomo seduto e signorilmente vestito, il quale pare stia per recidere il collo ad un volatile. Se queste miniature fos sero state vedute dall' Hammer, forse l'avrebbero rattenuto dal l'immaginare che i bassorilievi del pronao della Cattedrale di Cre mona alludessero a dottrine mitriache, e se ugualmente le avesse vedute l'Odorici, pella sua confutazione dell' Hammer avrebbe in esse trovato nuovo argomento favorevole, avvegnachè la età loro fosse tanto vicina a quella attribuibile al bassorilievo, da potersi conghietturare che prete Alberto od il suo Martirologio ispirasse allo scultore l'idea di quel bassorilievo ; quando non si sapesse che in Italia, oltre che sul Battistero di S. Giovanni di Firenze e sulla fronte di S. Zeno in Verona, i dodici mesi dell'anno, al l'aprirsi del secolo XIII, furono lavorati di scultura a tondo ri lievo anche sopra archi di porta di chiese in Arezzo ed in Bo logna (VASARI, Vita d' Arnolfo di Lapo). Le miniature del nostro codice se vanno sfornite di quei pregi, a cagion de' quali ridevano le carte dell'Oderigi e di Franco da Bologna, potrebbero giovare almeno alla storia dell'arte ed a quella del vestimento nel dodi cesimo secolo. Quanto alla storia dell'arte, gli intelligenti, alla maniera del disegno, all' andamento de' capegli e delle barbe, al •Veggansene il disegno a contorni nella tavola annesssa. DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC. 523 taglio delle vesti, a certe minutezze singolari, potrebbero forse conoscere che in queste miniature nulla vi è di greco, che tutto v'è italico e nuovo, e che perciò quella autottonia che il Lanzi scoperse nei dipinti più antichi della scuola cremonese, debbesi nelle sue origini attribuire ai nostri miniatori del secolo XII, a quella guisa che al Lanzi stesso parve di dover attribuire in parte ai miniatori di Bologna l'autottonia di quella scuola pittorica. In origine il Martirologio portava di fianco al XV kal. d'ogni mese il segno relativo dello zodiaco; ora invece per le lacerazioni eseguitevi non vi si vedono che le figure del leone, la vergine, la libra, lo scorpione, il sagittario ed il capricorno. La figura dei pesci si tento di farla scomparire, non per via di lacerazione, ma per rasura; questa però non impedisce che dalla pergamena im bevuta dell' inchiostro usato per i contorni del disegno, traspari sca quanto basta per riconoscervi il segno zodiacale. Il codice, passato per le mani del canonico Dragoni, il quale, secondo una iscrizione di suopugno, lo ricuperò e ridusse nella forma presente a proprie spese, dovette ripagargli caramente queste spese mede sime col lasciarsi da lui una volta nel Martirologio e diverse nel ” Necrologio interpolare. L'interpolazione del Martirologio consiste in una postilla in margine esterno della pagina 119, di fianco al giorno III Id. Junii, in cui è accennato il natale di S. Barnaba. Essa è di sole sei lineole di carattere abbastanza minuto, e dice: Hic in urbe Cremona Jesu Xti Evangelium primus praedicavit et ecclesiae nostrae fundamenta fecit: ejus maxilla in ecclesia " majori veneratur. „ Il Dragoni volendo e per diritto e per torto sostenere che la Chiesa Cremonese ebbe per fondatore S. Bar naba, credette ottima per il suo scopo anche una testimonianza del Martirologio, la quale se veramente non c'era, ben si poteva farvela comparire. Pensato, fatto ; ed egli, scarabocchiato con quelle sei linee il codice, stampa nella sua Storia eccles. Cremon., pag. 106 del volume primo, l'intera postilla dicendola fatta forse da quel l'Oddo Sommi, al quale attribui anche, con quanta verità e for tuna più sopra il vedemmo, il Necrologio cremonese. Ma anche nella postilla il Dragoni s'è tradito alla scrittura, che davvero non si scosta d'un pelo dalle caratteristiche della sua, e che inoltre mai e poimai potrebbe ritenersi del secolo decimoterzo, avendo sugli i non già l'accento, ma il punto,il quale, per es 524 VARIETÀ. sere segnato collo stesso inchiostro delle lettere, non lascia a chi volesse difendere l'antichità della postilla l'appiglio di dirlo ap posto in epoca posteriore. Come per chiusa di questi cenni intorno al Martirologio, ci piace ora di qui trascrivere la narrazione relativa a S. Imerio, della quale più sopra toccammo e che non abbiamo trovata nel Giorgi: « XIIII. Kal. Jul. Cremonae festivitas beatissimi patris nostri Ymerii episcopi et confessoris, qui ex abrutia urbe genitus a primevo etatis curriculo, litterarum scientia, vita et moribus sufficienter eruditus, puro corde et casto corpore sanctorum loca ubicumque terrarum visitabat. Quamdam etiam maris insulam introiens, solitariam et heremiticam elegit conversationem. Ibi pia devotione famulans domino agresti tan tummodo sustentabatur cibario. In vigiliis, jejuniis et orationibus per vigil et assiduus, celestia tantum meditabatur. Contigit interea epi scopum civitatis meliae concessisse nature. Quo sepulto ut decet epi scopum, beatus ymerius ductus a spiritu sancto ingressus est urbem suo orbatam episcopo; tunc illius urbis cives illi obviam concurrentes licet invitum et reclamantem, ipsum unanimiter elegerunt episcopum, et quasi una voce clamabant: Hic noster erit presul. Demum vero quamvis se clamaret indignum, invitus tamen pontificale suscepit ve xillum. Quo in loco electus a domino vivens evo grandevus deo fide lis dispensator et prudens, quem super familiam suam constituerat dominus, in elemosinis pernimium erat sollicitus, mellifluus in predi catione, severus et humilis in correctione. Dum autem tali vita beatus frueretur ymerius, obitum sibi presensit imminere Sancti Spiritus reve latione, et vale dicens fratribus, subito susceptum est ab angelis in sinu habrae. Sepultus autem cum magno decore in arca lignea in sancti flaviani ecclesia. Procedente vero tempore, scilicet temporibus ottonis majoris imperatoris, a quodam cremonensi episcopo nomine luizo concessione miliensi episcopo translatus est cremonam et in ma jori ecclesia decenter sepulture traditus, quo in loco innumeris cla ruit miaculorum signis atque virtutibus. Nam temporibus odelrici sub sequentis episcopi, quidam cubicularius ejusdem presulis missionem vovit criptam construere in sancti patris honore, suae tantummodo sa lutis causa. Qua decenter expleta, qui detinebatur vinculo infirmitatis factum est compos statim pristinae sanitatis. Quidam etiam utroque lu mine cecus, cupiens sancti virtutibus illuminari, dum oratione sedula ante sacrum beati ymerii altare Christi prestolaretur misericordiam, linfa cadens de situla in missarum celebratione preparata, stillavit in DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC. 525 facie ceci. Et sic qui fuerat cecus, fit sumpto lumine letus. Preterea tali fama ubique diutius divulgata, ex muneribus undique collatis pre cepit prenominatus antistes argenteam fabricari tabulam, auro gemmis que decoratam, ante sancti patris altare ponendam. Quotiens anno ponderabatur argentum, ut sciretur cujus esset quantitatis, libra pon derata geminabatur usque ad tabule perfectionem. Nostris quoque tem poribus domino Offredo presidente in cathedra pontificali, cujusdam mulieris manus in brixianis partibus, quia fuit inobediens precipienti sibi viro ut festum sancti ymerii imminens tota devotione celebraret, mirifice exaruit. Veniente autem octava prefatae solempnitatis, uterque festinat ad beati ymerii limina, et ceream manum ejus altario tota de votione offerentes, summa festinatione impetrant implorata. Vix enim voto adimpleto manus erigitur, et recta extenditur, et extensa more so lito clauditur et aperitur. Multis etiam videntibus, cujusdam alterius puellae pluribus cognitae manus contracta misericorditer aperitur, et puerulus ab annis prioribus lumine privatus illuminatur. » Il Necrologio contiene dugentoquarantacinque iscrizioni di sa cerdoti cremonesi, addetti la maggior parte alla Cattedrale, e di altre persone che alla Cattedrale fecero lasciti per beneficio della loro anima. Centosei soltanto van fornite dell'anno, in cui seguiva la morte della persona che commemorano, il quale è scritto alla romana in due del secolo duodecimo, in quarantatrè del secolo decimoterzo, in sedici del secolo decimoquarto, in ventitrè del se colo decimoquinto ed in tre del decimosesto; è scritto distesa menteinlettere in sette iscrizioni del secolo decimoterzo,in cinque del decimoquarto, in tre del decimoquinto; ed in cifre arabiche in due del secolo decimoquarto ed in altrettante del secolo se guente. Il Lancetti,nel più volte citato articolo della suaBiografia Cremonese, riferisce che il Bianchi nella sua descrizione di questo codice, lasciò scritto che il Necrologio arriva fino all'anno 1414. Noi crediamo che, verisimilmente, nel manoscritto del Bianchi, se non forse anche in quello del Lancetti, si troverà scritto l'anno 1514 e non il 1414, e che quest'ultimo sia dovuto soltanto ad un errore o del tipografo o del Lancetti. Questo per la ragione che il Necrologio ha delle iscrizioni non poche con anno poste riore al 1414, e con caratteri che non permettono di dubitare della loro contemporaneità alla data medesima; al tempo istesso L'anno più antico scritto alla romana è il 1195, e quello in cifre arabiche il 1382. 526 VARIETÀ. che l'anno più recente che apparisca scritto esattamente è il1514. Abbiamo scritto : esattamente, perchè posteriore anche al 1514 può interpretarsi l'anno di una iscrizione che leggesi al XVII Kal. Aug. Esso è scritto: M.V.XXVIJ, ma i caratteri della iscrizione sono assolutamente del secolo decimosesto, siccome anche a tale epoca alludono i fatti espostivi, di preferenza che al 1032, secondo la diversa interpretazione che potrebbe farsi di quel numero. Sa rebbe a ritenersi che lo scrittore con quel primo v. dopo laM abbia voluto raffigurare la sigla del numero cinquecento, sicchè l'anno dovesse leggersi: 1527. Il Dragoni stesso, del quale, seb bene mariuolo in grado superlativo, vuolsi tuttavia riconoscere che alcuna volta adoperò rettamente lo studio e l'abilità ch'egli aveva noncomuni in siffatta natura di studj, interpretò per 1527 il numero M.V.XXVIJ, come apparisce dalla seguente iscrizione, ch'e gli fece di suo pugno in principio del Necrologio: Necrologium sanctae Cremonensis Ecclesiae ab anno 1073 ad annum 1527. Come a lui riuscisse di precisare il primo di questi due anni, il 1073, o o se mai fosse una sua invenzione, mal sapremmo dimostrarlo; solo accenneremo che il Bianchi non riferisce dell'anno della iscri zione, da cui ebbe principio il Necrologio, e che noi colla guida di documenti autentici e sincroni, esistenti quali presso il Museo pa trio di Cremona, quali presso l'Archivio parrocchiale di S. Agata in Cremona, potemmo scoprire qualche notizia intorno a diversi sacerdoti, la cui iscrizione stesa di pugno di prete Alberto non porta anno, i quali vissero al principio del dodicesimo secolo. Il Dragoni, come già accennammo, lordò il Necrologio, scriven dovi per intero diverse iscrizioni, allargando altre ed altre ancora rinfrescando nei caratteri, ma in modo che non lascia punto quieti sulla fedeltà sua alla lezione antica. Sono di tutto suo pugno, oltre quella di Oddone Sommi, un'iscrizione in versi che loda un tal canonico Prato da Castell' Arquato, morto nel 1300; una seconda ugualmente in versi ed ugualmente relativa ad uno da Castell'Ar quato, certo Grato Porta, morto nel 1256; una terza del 1215; ed una quarta, la quale si riferisce ad un Giovanni de' Dragoni col l'anno 1462. Soltanto rinfrescate sembrano tre iscrizioni : una re lativa ad un Perino de la Rama, senz'anno, altra ad un don Gio vanni Arnolfi arciprete, coll'anno 1375, e l'altra ad un nobile don Folchino Schizzi, coll'anno 1387; ma non oseremmo assicurarne DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC. 527 l'integrità, perchè ci sembra anche che trapeli da esse qualche ca ratteristica del conio dragoniano.-Tutte quante le iscrizioni del Necrologio sono in latino, e non poche di esse, così tra le più antiche, come fra le recenti potrebbero fornire utili notizie sul prezzo di molti e svariati oggetti nei diversi secoli; avvegnachè in quelle che fanno memoria di qualche legato, ad una indicazione dei singoli oggetti legati siegua distinta l'indicazione anche del loro prezzo. A nostro avviso, è pregevolissima una nota che occupa l'intera ultima paginadel codice, e riferisce il titolo dei libri che nel 1201 si custodivano nel tesoro della Cattedrale. Eccone la trascrizione : " In nomine sancte et individue trinitatis. Anno dominice incarna tionis MCCI. Invenimus in thesauris sancte marie majoris cremo nensis ecclesie. In primis : Magnum librum, librum inquam bibliothece, in quo continetur pentateucum Moysi, et liber josue, liber judicum, liber ruth, et quatuor libri regum. Item aliam bibliothecam, in qua continetur Paralipomenon, Parabole Salomonis, Psalterium, ecclesia stes, Cantica canticorum, liber sapientie, liber jesu filii..., Isaias, Je remias, Ezechiel, Daniel et Job et Tobias. Item aliam bibliothecam, in qua continentur: Judith, Ester, Esdras, libri macha... Actus aposto lorum, Epistole canonice, Apocalipsis, Epistole pauli IIII evangeliste. Item duos sermonales, unus ab adventu usque in pasca, alius a pa sca usque ad adventum. Item duospassionarios : unus incipit a sancta magdalene, alius a sancto nicolao,Dialogus, Isidorus ethimologiarum. Item tres antiphonarios diurnos, et tres nocturnos, et tres missales; liber sermonum in festis sanctorum, duo nabla in choro, Capitulare, Epistulare, et evangelium, duo ordines, Scrutinium, IIII parvos evan gelistas, Giselbertum super psalterium, Casiodorum super psalterium, tria nabla intercisa , Omelias agustini super johannem, Registrum gregorianum , xv omelie gregorii, Commentum super matheum, Com mentum super johannem, Glosarium Borcardum, liber prophetarum, duo libri ad letanias. Istoria tripertita. Corpus canonum. Istoria ro mana, liber in quo continentur actus apostolorum ... evangelistarum, Ezechiel, Offitium Sancti michaelis, Ecclesiasticus , Martyrologium vetus, Agustinus super Genesin, super Ezechiel, Ex ... Codex positio Johannis, Gemma anime, Passiones sanctorum, liber ecclesia stici offitii , Amelarius, Epistole Jeronimi, Expositio epistolarum se cundummanegaldum. Et alie glose secundum alium super eas epistolas, liber in quo continentur ........ et quedam epistole de ........ Je ronimus super xu prophetas ........ super lucam. Item Jeronimus su 528 VARIETÀ. per ysayam, Passiones sanctorum, liber in quo continetur pars exodi, et epistole canonice et cantica canticorum et ecclesiastes, tres libri mo ralium super Job, Missale portatile, Regule sanctorum patrum, Ser mones sancti bernardi super cantica, super matheum,Johannem........ ? yeronimus super pentatheucum mose, super matheum, psalterium, ye ronimus super marcum, yeronimus super ysayam et danielem yeremie, summa johannis, job ..... libri moysi in une volumine qui ........ fuerunt federici. " A questo punto la nota è troncata, essendo stato lavato via lo scritto, forse per l'opera infelice di un tal Bartolomeo, il quale voleva far sapere agli osservatori futuri del codice, che nel 1458 egli era converso della Cattedrale, e portava i libri in sacristia, come dice una iscrizione in gotico: แ MCCCCL8 1458 die ..... aprilis Bartolomeus conversus hujus ecclesie qui portabat libros in sacrastia. » Questa iscrizione occupa il posto di quattro.linee dello scritto, di tre delle quali si scorge qualche tracciaspuntar fuori da quelle lette re chevi furon sostituite. Continua poscia lanotadeltenore seguente: 4 s... super lucam et super ysaiam, qui libri fuerunt presbiteri am brosi........ Item novum testamentum glosatum in uno volumine et Xu prophetas...................... tos in uno volumine qui fuerunt do mini frederici. „ E qui finisce la pagina, colla quale, a nostro avviso, finiva an che la nota. Gli scritti da questa indicati bastavano, secondo que' tempi, a costituire una biblioteca cospicua; ed a conoscere il pre gio in che la si aveva, non si ha che a considerare che si custo diva fra le cose più preziose, in thesauris, della Cattedrale. Ando successivamente arricchendosi , anche per via di donazioni, tre delle quali, oltre quella già ricordata di preteAlberto, si son fatte conoscere dalle seguenti inscrizioni del Necrologio : « A. D. 1215. Sycardus cremonensis episcopus requievit a la boribus suis, cujus beneficio habemus crucem sanctam, et corpus sancti homoboni et brachium sancti maximi episcopi et confessoris et duo candelabra magna. Item unum librum quod dicitur mitrale. Egregius juris utriusque doctor dominus antonius de schiciis qui donavit sa DESCRIZIONE DEL MARTIROLOGIO DI ADONE, ECC. 529 crastie ecclesie nostre duos bonos libros, videlicet speculum et psalte rium bene glosatum, ambos in cartis membranis. 1437. 1442. die 18 januarii. Obiit dominus Gabriel de pritellis Archipresbiter Ecclesie majoris Cremonensis. Et reliquit sacristie Ecclesie predicte calices duos cum patenis de argento deauratos, et ambo sunt valoris ducato rum 13. Item dimisit dicte sacristie Missale unum continuum secun dum curiam Romanam manu ipsius scriptum et miniatum,et est valoris ducatorum 30. Item duo volumina antiphonariarum a nocte valoris du catorum 50. Item psalterium unum valoris ducatorum 30. Item Isidorus ethimologiarum valoris ducatorum sex. Item prima..... sancti thome valoris ducatorum 5. Item Jacobus de voragine de festivitatibus san ctorum valoris ducatorum 2. Item Jacobus de voragine de ope qua dragesimali valoris ducati unius. Item libelos duos predicabiles valoris ducati unius. Item Manuale valoris ducatorum 30. Et est sepultus in dicta ecclesia in avello lapideo prope portam confessionum versus ca nonicam. Pro quo domini canonici tenentur omni anno facere Anniver sarium. Cujus Anima Requiescat In Pace. Amen. Oggi però di tanta ricchezza nulla più rimane al Capitolo, da questo codice in fuori, avendo il suoArchivio, già ricercato e lo datissimo dal Muratori, subito la stessa sorte di rapina e disper sione toccata alle insigni biblioteche cremonesi dei Romitani e dei Predicatori, la prima delle quali custodiva reliquie inedite e pre ziosissime della letteratura italiana all'età di Dante, e l'altra da ben ottomila codici. La legaturadel codice capitolare, eseguita nel 1819, nulla of fre che sia degno di speciale osservazione. È in tutta pelle dal color naturale, e per tutto ornamento delle coperte ha due fregi dorati semplicissimi, i quali ne rasentano quasi i lembi, formando due rettangoli contenuti l'uno nell'altro, e di qualche centimetro soltanto meno alti e meno larghi delle coperte istesse. Il dorso è da fregi dorati diviso in sette compartimenti, dei quali il primo, il terzo, il quinto ed il sesto, movendo dall'alto, sono di puro ornamento; gli altri, invece, sono occupati da altrettanti cartelli di pelle rossa ed uguali d'altezza i due superiori; verde, e di essi meno alto il terzo, portando ognuno una leggenda in carattere majuscolo romano, sopra due linee, la quale sul cartello inferiore dice : MSS. MCLXXXI., su quello di mezzo: NECROLOGIVM CREMONENSE, e sull'altro: MARTYROLOGIVM ADONIS. II davanti e le testate sono raffilati, nè hanno altro colore che il 530 VARIETÀ. fosco e poco pulito della pergamena antica e passata per tante mani. La guardia è di carta a fondo rosso, divisa verticalmente da tante linee nere discoste l'una dall'altra un quattro millimetri circa, orizzontalmente da un maggior numero di lineole bianche, lunghe mezzo centimetro. I quaderni son cuciti attorno a nove correggiuole con un forte filo bianco, al quale è intrecciato nelle catenelle un filo di seta di colore tra il canella e l'arancio, in modo da sembrare alternate una catenella di filo bianco ad una di seta. Alle catenelle non è sovrapposto capitello. Una busta di carta verde spruzzata, portante due cartelli di pelle rossa colla leggenda: Necrologium cremonense l'uno, il superiore, e MSS. 1181, l'altro, forma la custodia del codice. GIOJE DI LODOVICO IL MORO DUCA DI MILANO MESSE A PEGNO. Afar seguito alla dotta illustrazione, che il marchese Gerolamo d'Adda diede di un suo bellissimo codicetto miniato (V. Archivio Storico Lombardo, anno I, 1874, pag. 25), nel quale si enume rano le orificerie donate da Lodovico Maria Sforza al Convento di S. Maria delle Grazie in Milano, e che poco tempo dopo vennero dallo stesso duca richieste per riscattarsi dalla prigionia, credonon sarà privo d'interesse il pubblicare la nota manoscritta e sincrona, che rinvenni in un codice miscellaneo della mia bi blioteca, e che contiene l'elenco dei giojelli impegnati dal duca, sempre allo scopo di far danari per sovvenire alle spese della guerra e del proprio riscatto. Mi è poi d'uopo avvertire qui come fino dall'anno 1863 il si gnor Eugenio Piot nel suo Cabinet de l'Amateur (II. serie, Les artistes milanais, pag. 20) abbia dato una nota di giojelli impe gnati da Lodovico ilMoro, togliendola da undocumento, del quale non dà altra indicazione che la qualifica di acte trop court. I quat tro giojelli citati dal Piot si trovano pure in questo mio elenco con identicadescrizione e con eguale valutazione, esono quelli che ho segnati coll' asterisco. G. G. TRIVULZIO. GIOJE DI LODOVICO IL MORO. ZOJE IMPEGNATE CHE ERINO DE LO ILL.MO SIGNOR DUCA LODOvrco, videlicet : El Zoyello chiamato il Lupo con undiamante grosso e tre perlepen 531 In mano de messer Zoanne de Beolcho per ducati seimille denti de carrati 10 luna estimato ducati: Duc. 12000. * El Balasso chiamato el Spico estimato ducati venticinquemille Duc. 25000. El Zoyello cum la insegna de la Moraglia con un smeraldo tavola, undiamante et una perla pendente estimato Duc. 4000. El Zoyello conlainsegnadel Ar cho con un diamante, uno rubino, unsmeraldo et una perla pendente milla de carati 18 estimato ducati due Duc. 2000. El Zoyello chiamato el buratto con due spinelle ducati 1000, un diamante ducati 2000, una perla pendente de carrati 20 estimata ducati 4000, estimato ogni cosa ducati settemille Duc. 7000. * ElRubino grosso conlainsegna del Caduceo de carrati 33 con una perla de carrati 24 estimato ducati venticinquemilla Duc. 25000. * La ponta grossa de diamante estimata ducati venticinquemilla Duc. 25000. El Balasso chiamato el marone pesa onze 1, den. 2, gr. 21, esti mato ducati decemilla Duc. 10000. El Zoyello chiamato la Sempre viva pesa onze 1, den. 17, gr. 10, estimato ducati 2000, lo balasso Duc. 6000. In mano del suprascripto mes ser Zoanne per ducati dodicimila d'oro in oro Duc. 12000. In mano del Generale de li Hu miliati per ducati duemille Duc. 2000. In mano de messer Ambrosio Mantegazo Datiaroper ducati qua tromilla Duc. 4000. In mano del soprascripto Am brosio. In mano del conte Zo. Antonio de la Somalia per ducati seymilla Duc. 6000. In mano de messer Francesco da Roma per Duc. 5000. Potria esser in mano de Monsi gnor Ascanio. In mano de Aloisino de La tuada per ducati tremilacinque cento Duc. 3500. 532 VARIETÀ. et tre diamanti ducati cinquemila Duc. 7000. El Balasso cum la effigie de lo illustrissimo Sig. Duca Ludovico estimato Duc. 1000. L'anello de Balasso pesa dena ri 5 estimato ducati mille Duc. 1000. cento Diamanti due ligati per portar in fronte estimati ducati cinque Duc. 500. Gorzarini dui d'oro smaltati a la Franzese. Colana una doro de fili suptili. In mano de Zo. Pietro da So lerio in Como per ducati mille Duc. 1000. In mano de Franceschin Ma giolini per ducati mille Duc. 1000. In mano de Messer Battista Ve sconte l'uno per ducati 1297.40, computati quelli sonno annotati al cunto delle perle. In mano de messer Francesco da Casna l'altro. Inmano del suprascripto mes ser Francesco. PERLE IMPEGNATE videlicet: Primo. Maza una de perle n. 31, de carati 8 luna, pesano onze 1, den. 16, gr. 18; valeno luna ducati cento, in summa Duc. 3100. De le contrascripte inmano de messer Battista Vesconti n. 16, a di 5 marzo 1500, per duc. 1297,40 Duc. 1297,40. In mano de Zo. Pietro Porro n. 15 adi soprascripto, sopra quali imsieme com alcune altre perle, como inquesto se vederà, ha im prestato ducati 1580. Maza una de perle n. 40 de ca rati 611, l'una, pesano onze 1, de nari 23, gr. 12, valeno luna du cati 60, in summa ducati duemille seycentoquaranta Duc. 2640. Maza unaperle n. 180, de cara ti5 1/3, pesano onze 6, denari 16, valeno luna sottosopra ducati 40, in summa ducati settemilleduecento Duc. 1580. De le contrascripte: In mano de messer Francesco Bernardino Vesconte n. 22 adi 5 marzo 1500 per Duc. 297. In mano di messer Francesco Marliano n. 20, adi soprascripto per Duc. 387,40. De le contrascripte in mano del generale de li humiliati adi 6 mar zo 1500, n. 30 per ducati 788,40 Duc. 788,40. GIOJE DI LODOVICO IL MORO. Duc. 7200. 533 Inmano deAmbrosio Mantega zo n. 30 per pegno sopra li ducati 4000, computate laltre zoye anno tate a la partita sua. Duc. 4000. In mano de Aloysino da La tuada n. 30 per pegno de du cati 740 A messer Percival Vesconte Duc. 740. n. 30 per pegno de ducati 400 Duc. 400. ASebastiano e Zo.AngeloMes saglia con Antonio da Cantono n. 30 sopra dui pristini, et per arme date ad Borgognoni per Duc. 1200. AFrancesco Coyro et France sco Ferraro thexaureri de la mo nitione n. 30 per ducati 700 Duc. 700. Maza una de perle n. 100 de In mano de Zo. Pietro Porro carati 4 luna, pesa onze 2, den. 18, in la summa descripta in questo valeno luna ducati 15, in summa de ducati 1500 Duc. 1580. Duc. 1500. Maza una de perle n. 100 de carrati 3 1/6 pesano onze 2, de nari 5, valeno luna ducati 8, in summa Duc. 800. Maza una deperle n. 50 de ca rati 31/2 luna, pesano onze 1, de nari 6, valeno luna ducati 10 in summa Duc. 500. Maza una de perle n. 50 de ca rati 2, gr. 3 luna, pesano den. 221/21 valeno luna ducati 8 in summa Duc. 400. Maza una de perle n. 160de ca rati 31/, luna, pesano onze 3 de nari 15, valeno ducati 12 luna, in summa ducati 1920 Duc. 1920.. Maza una de perle n. 100 de carati 2 luna, pesano onze 1, de Arch. Stor. Lomb. An. III. In mano de Ambrogio Crivello per li Pagnani per ducati 1200 Duc. 1200. 35 534 VARIETÀ. nari 10, valeno luna ducati 3 in summa Duc. 300. Maza una de perle n. 160 de carati 31/5 luna, pesano onze 3, denari 13, valeno luna ducati 10 in summa Duc. 1600. Maza una de perle n. 40 de ca rati 44/, luna, pesano onze 1, de nari 15, valeno ducati 16 luna in. summa ducati 640 Duc. 640. Maza una de perle n. 70 de ca In mano de Aloysino de La tuada per ducati....... In mano de messer Francesco rati 2, gr. 31/3, pesano onze 1, de- de Latuada con alchune altre cose nari 6, valeno luna ducati 8 in per summa ducati 560 Duc. 560. Perla una grossa de carati 10 gr. 1, vale ducati 200 Duc. 200. Perle 2 de carati 6 luna, valeno duc. 50 luna, ducati 100 Duc. 100. * La perla grossa pesa con l'oro denari 6, gr. 9, vale ducati 10000 Duc. 10000. Duc. 1000. In mano del Fra Ghyringhello per conto de Messer Battista Ve sconte per ducati 300 Duc. 300. In mano de Jochari messere Francesco da Roma o de Monsi gnor Ascanio per ducati 5000 Duc. 5000. CREDITORI DELLA DUCHESSA BIANCA MARIA SFORZA Un volumetto cartaceo del nostro grande Archivio contiene un elenco di crediti verso la fu duchessa di Milano Bianca Maria Vi sconte. L'elenco sembra compilato poco dopo la di lei morte, av venuta nell'anno 1469. Pensammo di far cosa non inutile nè in grata a darne un estratto, in quanto concerne artefici ed altre persone meritevoli di speciale considerazione, aggiungendovi, ove ne cadde il destro, qualche nota dichiarativa: " YHUS. " Residuum creditorum Ill.me q. felicis memorie d. d. Blanchem. olim ducisse mediolanietc. causamutui gratis et causa robarum da CREDITORI DELLA DUCHESSA BIANCA MARIA VISCONTI. 535 tarum et causa expensarum factarum,et etiam causamutui super pignoribus restitutis, quibus nullum ponitur interesse, sed solum ponitur pro capitali suo, et etiam aliis causis ut infra, videlicet : 1. Jacobus Cipellus pro resto espensarum ca stri cremonae : 2. Baptista de Vicomercato L. 1700 " 3. Magister Johannes de molgora pro resto creditorum designatorum 4. Filipus de bononia rechamator pro 5. Johannis imperialis pro expensis 6. Mafeus de clivate aurifex pro resto. 7. Dionixius de sexto aurifex pro resto 8. Zanetus pinctor pro resto 9. David de la mana aurifex in Cremona 10. Donatus litta rechamator pro papio (pa piliono seu padiliono?). Creditores Pauperiores. 19 " " " " " " 11. Magister Zohane de mazi fratello di Al bertino de mazi. 12. Bartolameo de magnagho rechamatore 13. Georgio mantegazo aurefice 14. Steffano di Gorgonzola m. de testate " " " 15. Zaneto de molgora rechamatore (sud detto) 16. Feliziano da conchorezo aurefice. 17. Marco de Chanzo rechamatore 18. Andrea da Vicomercato aurefice. 19. Costantino da Vaprio pictore . 20. Zuane donato litta rechamatore (sud detto) 21. Zohan pet. rechamatore. " " " " } " " " " " " " " " 39 10 46 15 698 05 200 08 110 00 110 200 60 90 34 80 14 94-- 135 173 47 14 194 220 609 13 438 17 1335 6 450-- 3069 94 169 18 76 18 3 32 1 350 536 VARIETÀ. Alii creditores. 22. Francescho Boltega armorero 23. Maestro Zaneto rechamatore (probabil mente il Molgora suddetto) 24. Donna Isabeta Machasola patera 25. Zohane da Bergamo tesutero 26. Jachomo da Bergamo tesutero 27. Bartolomeo da Cemo 28. Gabriel e Rafael da Vaprio pictori . 29. Aluysede Burloro aurefice. 30. Antonio da Marlian aurefice. 31. Maestro Pietro dalbayra. 32. Maestro jacobo de Massatij. 33. el fra de Vaprio 34. le donne de santa ursola. 35. le donne de santa clara. 36. Mafeo da clivate aurefice suddetto. L. 337 10 " " " " " " دو 10 12 3 11 17 14 41 12 64 15 2 Questo documento ci è di particolare interesse per lamemoria che ci porge di parecchi artisti vissuti intorno alla metà del se colo XV, alcuniignoti del tutto, altri assai poco conosciuti in que st'epoca, in cui la nostra storia versa ancora in grande oscurità. Vi incontriamo varii ricamatori: i ricami spesso ricchissimi per oro ed argento erano allora in gran voga, ma dei loro autoriben pochi nomi ci recò la storia, e di quelli mentovati neldocumento noi non conoscevamo prima d'ora che il nome di Giovanni o Za netto de Molgora, da noi già primarilevato fra i testimonii adun atto notariale dell'anno 1464. 1.° Giacomo Cipello, il primo dei creditori enunciati nel do cumento, non è un artefice, ma un sovrastante ai lavori del ca stello di Santa Croce in Cremona, lavori che per ordinedel duca di Milano faceva eseguire il famoso Bartolomeo Gadio suo com missario generale alle fortificazioni. Tale castello, incominciato a costruirsi nel 1370 per volere di Barnabò Visconte, ampliato po scia dal Gadio, veniva fatto demolire dopo il 1790 dall'impera tore Giuseppe II. Molti documenti ad esso relativi, provenienti dall'antico archivio dei duchi, esistono nel grande Archivio pub blico di Milano, e in alcuni di questi è menzione del sovrastante CREDITORI DELLA DUCHESSA BIANCA MARIA VISCONTI. 537 Cipello. Specialmente in data 14 ottobre 1458 il duca Francesco Sforza scrive al famigliare Serafino de'Gavazzi ingegnere in Lodi¹, che la duchessa Biancamaria pochi di prima aveva sgridato assai il Gadio, perchè a Cremona non si lavorava (intendasi nel castello) et nuy per contentarla promissimo de mantenerli XX chazuole.... adesso che madona Bianca va là, Jacomo Zupello ne scrive.... che questi lavori sonno abandonati, ed egli quindi il duca ordina. che siano tosto ripresi con ogni sentimento et diligentia. Alla fa miglia di Giacomo Cipello o Zupello probabilmente appartenne un Gio. Maria Zupello, detto anche Zupellino e Cipellino, pittore, mae stro del Sojaro, di cui in Cremona nella chiesa di S. Agostino conservasi una tavola lodata dal Lanzi, entrovi la Madonna col putto in vago paese e coll'epigrafe: Io. Maria de Zupel Cremon. faciebat. Gli scrittori cremonesi ricordano poi all'anno 1572 altro Giovanni Zupelli incisore in rame, e la famiglia sembra proce desse dal territorio lodigiano e precisamente dalla terradi Meleti, leggendosi in unantico documento: Zupel de Melede de Lodesana. 2.º Battista Vimercato, miniatore, ci è noto per una lettera ducale, scritta in Pavia nel 25 giugno 1472, in cui gli si ordina che statim veniat ad Principem; suoi lavori non conosciamo. Fra i creditori di Bianca Maria, noverati nel catalogo di che ora ci occupiamo, è pure un Andrea da Vicomercato (Vimercato) aure fice, di cui un figlio ( Venturino quond. Andrea deVicomercati mila nese) miniava fra il 1473 e il 1475 alcuni libri tuttora esistenti nel duomo di Siena, ed altri pei monaci di Monte-Oliveto a Chiu suri. 5.º Maestro Giovanni Imperiale eraun ingegnere deputato dal duca a vigilare ilavori del castello diPavia, insieme all'altro inge gnereDanese Majnero.Ne fanno testimonianza duelettere del car teggioducale (lib ° 32, fog. 301 e 37, fog. 90, indata 19 febbrajo e 24 ottobre 1457). 7.° Fra i più rinomati nostri orafi del secolo XV va noverato Dionisio Sesto o da Sesto, il quale forni dimolte orificerie al duca di Milano, estimate nel 1475 da Giuseppe Ferrari, Pietro Lan driano, Frescolo Crivello, Giovanni da Clivate, Maffeo Foppa (Vedi MORBIO, Codice Visconteo, Milano 1846). 1 Carteggio Ducale, Lib. 37, pag. 345, lettera Crmata Zanetus. 538 VARIETÀ. 8.º Zanetto pittore è l'ormai bennoto, mercè le diligenti ri cerche del Calvi , Zanetto Bugato, il ritrattista della famiglia du cale, del quale tuttavolta nessun dipinto ancora sussistente pos siamo additare. Sembra abbia avuto breve vita, poichè troviamo nelle carte ducali una supplica in idioma latino, senza data, della di lui madre Malgaritta al principe, perchè la protegga e favori sca nel riscuotere molti crediti lasciati, morendo, dal figlio. Nelle mentovate carte ducali esistono tre lettere relative a que sto artefice, che per laloro entità storica vogliamo qui riportare. Nella prima, scritta inMilano addi 7 agosto 1460, Francesco Sforza scrive alla consorte Bianca Maria che " Guascono Franzoso, qual de „ presente se vole transferire dal suo illustrissimo signore, ne ha „ dicto che voluntere portaria seco la imagine de Hippolita nostra „ figliuola , et desyderando nuy decompiacerli et farli cosa che sia „ grata, mandiamoli per retrarla maestro Zannetto depintore. Nella seconda lettera diretta da Vigevano, in data 7 marzo 1468, alla BiancaMaria da Galeazzo Maria Sforza di lei figlio duca di Milano (così egli si segna), e controfirmata dal segretario Cico, leggiamo che Galeazzo Maria, volendo ammogliarsi, aveva man dato in Francia maestro Zannetto pintore, perchè gli portasse re tracto dal naturale la illustrissima Bona de Savoja (ch'egli con siderava già come sua moglie),per poilasciare il ritratto allama dre se la sposa era brutta, ed invece tenerloperlui se bella. De presenti (continua il duca) et pure in questo giorno è retornato dicto maestro Zannecto, el quale habiandomi portata la figura dela predicta, che me pare non solo bella, ma bellissima ; per observare la promessa alla S. V. non delibero mandargliela, perchè la voglio per mi. Al che nel giorno successivo 8 marzo segue la risposta: " " " „ Ducissa mediolani : Illustrissimi fili nostri suavissime. Havemo ricevuto la vostra lettera, qualle ne haportato maestro Zaneto, concernendo el retrato de la illustrissima madona Bona vostra „ mogliere. Undij non possiti havere piacere che non habiame " anchora nuy, e così non possiti essere contento chel medesimo „ non siino anchora nuy, e perchè tutte le promesse come se • CALVI GEROLAMO, Artisti milanesi. 1865, vol. II, pag. 191 e seg. •Ippolita Sforza nacque nel 1446. Dotta nel greco e nellatino, allievadel rinomato Lascari, copiava manoscritti classici antichi. Ventenne fu data in moglie ad Alfonso duca di Calabria: morì nel 1481. CREDITORI DELLA DUCHESSA BIANCA MARIA VISCONTI. " 539 „ fano non se attendano, richiedendo così la condizione loro, vi „vogliamo confortare che non attente tale vostra promessa, che „ parendone bruta ne la mandaresti ad vedere, et essendo bella „non vi piaccia per nostra consolazione de mandarmela, ren dendone certi non debia essere altro che degna cosa. Cichus. 9.° Il David della Manna orefice in Cremona nonva confuso coll'ebreo feneratore Manna abitante in Pavia, di cui recente mente si è fatto cenno nell'Archivio Storico di Firenze (Serie III, tom. XXII pag. 333 e 340. Pittori lodigiani ecc). Anche questo giudeo, frequente sovventore del duca Francesco Sforza, appare (per altro documento del grande Archivio) creditore verso la de funta duchessa Bianca Maria, leggendovisi: Manna hebreus mu tuo super pignoribus pro capitale tantum sine ullo interesse : lib. 1300. 13.° Giorgio Mantegazo, orefice, è uno dei famosifratelli Man tegazzi milanesi, che operarono specialmente di scoltura nel se colo XV nella Certosa di Pavia. Egli col fratello Antonio lavo rava nel marmo i sontuosi ornamenti della facciata, nell'anno 1478. L'Archivio ducale (Lib. 114, fogl. 15) ha una lettera del Duca in data 24 aprile 1473 ai padri Certosini, nella quale loda assai il Mantegacino et fratelli sculptori subtilissimi e li raccomanda ai padri, sapendo ch'eglino avevano promesso di non dare l'opera ad altri che ad loro, ed insiste perchè questa promessa, se vera, sia mantenuta. 19.° Con sorpresa incontriamo fra i creditori appellati i più poveri il nome di Costantino da Vaprio, ossia Costantino Zenone, uno dei più distinti pittori di quell'epoca, continuamente adope rato dai duchi nell'abbellimento dei loro luoghi. Le tre somme delle quali egli qui appare creditore della eredità della Bianca Maria, costituiscono il complesso di L. 2433.14.3. Le principali sue opere, delle quali nessuna conosciamo esistente, appartengono agli anni 1453-1476. Era figlio di un Giovanni Zenone frate del terz'ordine di S. Francesco in Pavia, e quindi non obbligato a celibato, e questo Giovanni noto comunemente all'epoca sua per el fra de Vaprio e pittore, aquanto sembra,pur egli, figura pure nel nostro elenco di creditori al N. 33. Da un atto di data 28 giugno 1496 del notaro Bernardino de Giorgi di Pavia, conser vato in quell'Archivio notariale, ed in cui il pittore Agostino da 540 VARIETÀ. Vaprio, altro figlio di fra Giovanni, ivi allora abitante, compera una casa nella contrada di PortaPalacense, parrocchia di S. Qui rico, e vi è nominato per Augustinum filium magistri Johannis de Vaprio, olim fratris tercii ordinis sancti Francisci Papie, può dedursi a quell'epoca fra Giovanni fosse già da tempo passato fra i più.* 28.° Gabriele e Raffaele da Vaprio, altri pittori dei quali fa pure menzione il documento che esaminiamo, erano consanguinei dei fratelli Costantino ed Agostino, come apprendiamo dagli atti di loro controversie famigliari esistenti nel nostrogrande Archivio nella sezione degli Artisti-Pittori. Gabriele abitava in Milano nella piazza dell'Arengo, e nel 1452, per ordine del duca, aveva di pinto bandiere colle insegne ducali per la rocca di Monza. Raf faele nel 1477 viene associato agli altri pittori Gio. Giacomo da Lodi e Gregorio Zavattaro per estimare e collaudare alcuni di pinti, condotti tre anni prima daGiacomino Vismara eBonifacio Cremonese (il Bembo) nel santuario di Caravaggio. I loro nomi oggi per la prima volta ci si presentano, le opere loro ci sono ignote; ma il vederli adoperati in commissioni ducali e in esami di lavori di altri pittori ci fa credere ch'eglino fossero valenti nell'arte. 27. Bartolomeo da Cemo (Cemmo o Cimo nella Valle Ca monica, o piuttosto Bartolomeo Cima) era undovizioso cittadino, che nel 1471 dimorava in Milano a S. Fedele e possedeva due cavalli, cosa non ordinaria aquei tempi presso agli abitanti della città. È nominato nella seguente inscrizione (già esistente nella antica nostra chiesa di S. Angelo), dalla quale ricaviamo che Bar tolomeo era suocero del cavaliere Antonio Pallavicino-Scipione, morto in età d'anni ventiquattro nel 1471 : Hac Palavicinus situs est Antonius urna Sex tantum potuit vivere olimpiades. *Aquesto Giovanni daVaprio possono appartenere leseguenti annotazioni, esistenti nei libri delle spese della Fabbrica del nostro Duomo (anno 1430). Die XXja nuarii M. Johannes de Vaprio pictor qui pinxit unam majestatemponendamad unam capsetam mittendam Birinzone, prout homines Birinzone requiserunt pro tenendo ad eorum ecclesiam etc. L. V. S. X.-Die 9 maii m. Johanni de Vaprio pictori quipin xit majestatem unam positam ad unam capsetam missam ad terram Varesii ad requi sitionem ipsorum deVaresio, mercato facto cum eo per Felixinum Cagnolam et m. An tonium Gorgonzola per ducat. III auri.- Lib. VIII. S. XVII. CREDITORI DELLA DUCHESSA BIANCA MARIA VISCONTI. Scipio eques dictus pax hec et bella dederunt Militie dum se commodat et patrie. O probitas sic me moriens componite dixit Non vita huic non mors ambitiosa fuit. Vinctus amore pio generi fratrumque minorum Hic socer a Cemo Bartholomeus erit. 541 30.° Antonio da Marliano orefice è nome a noi nuovo. Bensi ci ènoto un Ambrosio da Marliano, miniatore vissuto intorno a quest'epoca (1461), e più tardi incontriamo un Gio. Pietro Mar liano detto Gujo orafo in Roma (1523-1548) e giojelliere aposto lico(!) Ad un maestro Zohane de Marliano milanese il duca con lettere del 7 gennaro 1454diretta al castellano diPavia, vuole che si consegni il libro delle prospettive di Vitulone, a ciò che ne possi far cavare copia. Dal che può supporsi che questo m. Giovanni (Zohane) fosse pittore o maestro di prospettiva. Più tardi troviamo un pittore Batista de Marliano incorso nel 1523 nella disgrazia del duca, perchè con lettere false e falsi sigilli, andava con altri suoi compagni per le terre dello Stato a dipingere con estorsioni ai sudditi gli stemmi del principe. Lettere ducali di quell'anno al podestà di Pavia, conservate nel nostro grande Archivio (Car teggio ducale, lib. 220, fog. 267, 273), ingiungono di procedere perciò contro il Marliano e contro i suoi complici, fosse anche usque ad ultimum supplicium quando lo meritassero (lett. 3 aprile e 12 maggio 1523,lib. 220, fog. 267-273). Ultime nelle liste dei creditori vengono le monache di Santa Orsola e di Santa Clara in Milano. Negli atti di quest'ultimo con vento abbiamo rinvenuta la lettera(che qui appresso pubblichiamo) di quell'abbadessa Felicita, e che riteniamo diretta alla duchessa BiancaMaria. Inessa è menzione di due figlie della duchessa me desima monache in quel chiostro, ignote finora agli storici e ge nealogisti, e dell'altra figlia Ippolita da noi già ricordata, e che sembra fosse stata per alcun tempo educata nello stesso mona stero (probabilmente prima di aversi a precettore il Lascari), giac chè l'abbadessa la chiama vostra e nostra dulcissima filia.-Ecco la lettera: 542 " cisse Mediolani etc. " " VARIETA. IHS. Illustrissime et excellentissime domine domine Du Benefactrici nostre singularissime. Illustrissima et excellentissima Madona. In quisti di passati manday una lettera ala Signoria Vostra, dubito non labiate rice vuta perche credo ne averebe avuto qualche risposta; conciošia ve pregava volisseno fare che io savesse come stava la Signoria vostra, ringratiandove etiamdio de la benigna caritade inparticulare e in generalle, e spetialmente de quili quatro cento florini da pagare li debiti, li quali me sono stati una grande soventione, cavandome da molte imputazione da coloro che deveno havere. Ne pare cento anni che non havemo odito la Segnoria vostra; trovate modo, ma dre humanissima,de horamay tornare amillano, azo che le vostre fiolle ve posseno udire. In questo mezo Vi prego ne facti assapere come sta la S." vostra, et azo che questa non vada falata come a facto laltra, ve la mando per via di mess. Aluyse Moneta vostro e nostro singularissimo; luy non era in milano quando manday quella altra. Le vostre fiole sor Clara e sor Thadea per grazia de dio stano bene; miliara de volte se racomandeno ala sua dulcis sima madona e madre, et io insiema co loro etiandeo tute quante le altre fiole prostrate humelmente con recomendatione, pregandove se possiamo alcuna cossa per essa S." V. , ne comandati come po diti fare. Dio vi conserva in felice stato, racomandatene ala vostra e nostra dulcissima filia madona ypolita. " " Dat. in milano adi XVII novembre. Monastero novo de santa Clara. „ «S. Felicita indegna Abbatissa < Abbiamo alle mani altridocumenti di quest'epoca concernenti il censo degli abitanti di Milano, e ne daremo pubblicazione quando che sia. MICHELE CAFFI. IL CASTELLO DI PAVIA. IL CASTELLO DI PAVIA. 543 Magnifico edifizio che sorge aprincipio della città amanomanca di chi entra per laporta di Milano, ebbe recentemente una diligen tissima storia dal vice bibliotecario di quella Università, sig. Carlo dell'Acqua (Pavia, Bizzoni, 1874, in-8). Lofaceva innalzare Galeazzo II Visconti, il quale, eletto nel 1360 dall'imperatore Carlo IV vicario imperiale per Pavia e pel di stretto, volle stabilire in quella città la sua residenza. N'è ignoto il costruttore od architetto: alcuni pensano all'are tino Nicolò di Sello ed a quel Bernardo da Venezia che edificò la Certosa, ma l'epoca in cui li troviamo inPavia (1391-1395) è di più che trent'anni inferiore a quella della fabbrica del Castello. Il Morbio nel recente suo libro: Francia ed Italia (1873, Milano, pag. 274) nota le angherie usate daGaleazzo per innalzare questa mole dispendiosa quanto superba.Egli scrive aver trovato in anti chi documenti che il principe per costruirla facesse rapire la calce, i sassi, le travi dove si trovavano, e per provvederla di lettiere im ponesse una taglia sul clero di Novara.¹ Ciò tuttavolta non fa al caso nostro. Noi prendiamo a conside rare il Castello quale monumento di arte, e tale che fe' dire a un dotto straniero (il Gailhabaud) essere esso un des plus curieux monuments de l'histoire du moyen age révelépar les oeuvres de l'ar chitecture. L'ampiezza e la bellezza del lavoro non ne ritardarono il compimento oltre il periodo di sei anni; e l'intera fabbrica, a quanto scrisse il Pietragrassa, antico cronista pavese, costò quat trocentomila scudi. Essa elevasi in forma quadrata; ai quattro angoli sorgevano ro busti torrioni merlati, dei quali rimangono i due soli laterali al prospetto, mentre i due altri, verso il parco, furono distrutti dalle artiglierie francesi nel 1527. Aveva tre porte con ponti levatoj: 1Veggasi nel documento Aquanto diversamente un secolo dopo determinasse il duca Galeazzo-Maria Sforza per alcuni legni grossi rubati pei lavori del Castello. 544 VARIETÀ. quello all'ingresso principale era doppio. A destra dell'ingresso un'ampia cappella tutta dipinta, una vasta corte con duplice por tico di splendida architettura, e al piano superiore sale e camere ricchissime di comodi ed ornamenti d'ogni maniera. Ivi una colle zione di libri preziosissima, una scelta armeria, una raccolta di sante reliquie; ma tutto spari, fu predato, distrutto dopo la caduta deiduchi, e non rimase che il grosso dell'edificio, riparato recente mente alla meglio con ingente spesa, e ridotto a servigio poco più che di caserma. Tuttavolta nell'esecuzione dei recenti lavori, osserva il Del l'Acqua, non si ommise di procurare il ristauro alla pristina forma di alcune parti molto interessanti per l'architettura ; ed oltre al ri torno sulle antiche traccie dei finestroni delle torri a doppio arco acuto colla colonnetta di marmo nel mezzo, furono ricostruite le mer lature dove mancavano, e si riabbassarono i tetti delle due torri del lato principale del palazzo verso mezzodi, che mostruosamente ap poggiavano alla merlatura. L'interno del Castello rifulgeva di mirabili pitture murali. Fra quelle sale a volto fregiato di finissimo azzurro, in cui vedevansi varie sorta di animali dorati, la più splendida era quella detta della palla, pel giuoco che vi si faceva: era tutta messa a oro, im bonita , ed aveva in la volta tutti gli pianeti. Così il citato cronista. Laprimamemoriache abbiamodi tali pitture risale all'anno 1380 (25 settembre). È una lettera di Giovanni Galeazzo conte di Virtù a Lodovico Gonzaga vicario imperiale in Mantova, in cui, la mentando la mancanza di buoni pittori in Pavia, lo prega in viargli quattro o sei valenti pittori di figura, per far adornare in cotal modo le camere e le sale del Castello. Questa lettera fu ripetutamente pubblicata pochi anni sono, ed è assai nota agli eru diti. Se la ricerca di Galeazzo ottenesse successo, non fu possibile conoscere, mancando ogni altro documento in proposito, tanto negli archivi di Milano che di Mantova, e non avendosi sufficienti nè sicure notizie di artefici mantovani prima dell'anno 1450, in cui fermò ivi stanza il Mantegna. Bensi sappiamo che in Pavia dipingeva in sulla fine del secolo XIV con valentia un Bernar dino Rossi, di cui restano nel convento di S. Maria della Pusterla IL CASTELLO DI PAVIA. lavori a fresco ed il nome nell'epigrafe: HOC OPVS FECIT FIERI ANTONIVS DE PVTIIO DE ANNO MCCCLXXXXI. BNARDINVS DE RVBEIS PINXIT 545 Sappiamo poi che di questa epoca (1399) il duca aveva chia mato da Milano a Pavia, perchè lavorassero di pittura e scultura nel Castello, due veneziani, certo Giacomolo con un fratello, ar tefici entrambi assai reputati e ricordati nelle Ordinanze del nostro Duomo; come sappiamo che contemporaneamente godeva fra noi grande rinomanza un Michele Mulinari da Besozzo nella diocesi di Milano, proclamato negli atti del nostro Duomo pictorem su premum et magistrum a vitreatis (1420). Questi apparteneva alla scuola di disegno instituita dal duca Giovanni Galeazzo nel suo palagio, ed ancor giovane era stato mandato dal duca stesso in compagnia di Giovanni Grassi a Firenze a perfezionarsi alla scuola del Gaddi. Ripatriato intorno al 1329, fu impiegato dal duca in molte opere di pittura ne' suoi palazzi, e nel 1402, epoca della morte di Giovanni Galeazzo, egli stava a Pavia dipingendo l'in terno del Castello, in cui il duca abitava, cessando poi nel 1404 dal lavoro che veniva fatto sospendere dal nuovo principe Gio vanni Maria. Così scrive il Nava nel suo libro: Memorie e docu menti del Duomo di Milano (1854, vol. I, pag. 146). Altri pittori incontriamo in Pavia: Stefano Pandino (1416), An tonio Ferrario (1419), Zorzo del Mangano (1429), ma nulla ci porta a supporre ch'eglino operassero nel Castello. Senza accen nare ad epoca, il Cesariano lasciò scritto che in esso castello il nobile Pisano dipinse, e da queste nude parole alcuni vollero inferire, che il pittore così indicato non altri fosse che Vittorio Pisano veronese, il quale viveva ancora nel 1450, e da alcuni si vorrebbe fosse stato chiamato a Pavia dal duca Filippo (1411-1447), forse non apppena il Pisano aveva dipinto a Venezia nel palazzo ducale. Noi nulla ne sappiamo. Il signor Dell'Acqua, autore dell'erudito opuscolo che abbiamo alle mani,non rinvenne altra notizia intorno alle pitture di questo palagio, fuorchè quella dataci da Goffredo Chiesa, scrittore anteriore al 1430, che vi fosse cioè raffigurata ab 546 VARIETÀ. antiquo l'historia di Griselda Marchesana di Saluzzo. ricorda il medesimo Dell'Acqua altre importanti pitture eseguite nello stesso Castello nell'anno 1468, in occasione delle nozze del duca Galeazzo Maria Sforza conte di Pavia con Bona di Sa Di poi voja, da Bonifacio Bembo e Costantino Zenone di Vaprio, chia mati per incarico del duca dall'architetto Bartolomeo Gadio, cui il medesimo (duca) aveva data la qualità di sopraintendente a sif fatti lavori. Tuttavolta da documenti del grande Archivio di Milano impa riamo, che ancora prima, anzi fino dal 1456, il Costantino da Va prio era stato invitato dal duca a recarsi a Pavia per dipingere nel Castello, e che nell'anno appresso Bonifacio Bembo era stato chiamato ivi a refare una pittura in una sala del Castello. Anzi nel 19 febbraio di quell'anno il duca aveva disposto e ripeteva in seguito con altre lettere, che mastro Bonifacio con li suoi gar zoni lavorasse assiduamente e comodamente nel Castello (docu mento B. C. D. E.) Scorrono ancora dieci anni, e troviamo Bonifacio da Cremona intento ancora a dipingere una sala del Castello, quando il duca ordinò a un suo cortegiano, Carlo da Cremona, il quale stava con lui inPavia, di far aconzare el cammino de la Salla grande depincta, e dalla risposta del Carlo (docum. I) si comprende che fra le altre cose eranvi foggiati dei ducati (stemmi), e si lavo rava con gran furia di magistri e lavoratori, ed il duca allora assente era atteso dai pavesi çon gran desiderio. Davansi allora le disposizioni per le nozze del principe colla Bona, che furono poi celebrate nel dì 6 luglio 1468. Occupato in questi lavori era eziandio il pittore Costantino. Ma da una lettera del Gadio in data 22 giugno 1469, esistente nella Trivulziana e pubblicata dal Rosmini (Storia di Milano, IV, pag. 150) scorgesi che il duca fosse alquanto sdegnato con lui, e si adoperasse per ritornargli in grazia, offrendosi di pingere nel Castello la sala verde, la saletta azzurra con gigli e stelle 2 Griselda, o Grissa, o Griselida, giovane villica, nell'anno 1033 divenne moglie a Gualtieri marchese di Saluzzo. La sua condotta esemplare, le sue sventure inspirarono al Boccaccio la novella che leggesi nel Decamerone, e il francese Gregory scrisse di questa donna nel supplemento alla Biographie universelle, prendendo per iscorta un mss. della Biblioteca reale di Parigi, portante la data del 1395. IL CASTELLO DI PAVIA. 547 d'oro e la camera detta della Torre senza alcuna anticipazione di denaro, nemmeno per le spese, purchè peraltro gli venga soddi sfatto il credito di lire imperiali 4075.6, ch'egli tiene verso il duca e la defunta madre di esso. Aquesta lettera tien dietro un Ordine secundo il quale el nostro ill. Signore vole se depinga e repinga li lochi del Castello de Pa via; in esso sono indicate le pitture hanno a farsi, fra le quali vogliamo per la loro singolarità notare le seguenti: Nella saletta ove mánzano le donne, (siano dipinte) la ill. Ma dona, la ill.ma Madona Ysabella che zoghi al ballone o ala poma cum le sue donzelle ad triumphi, alpelluco et gli sia Virgilio, Don Biasio et Zohane Antonio Buffono: la nanna porti fonzi in scosso ad Madona. In la Camera della Torre li ill. Sigg."et Madonna in turcha con la Bayla et lo ill.me Conte de Pavia, et che sue si gnorie gli fazano careze et gli sia la Novissa. Molta parte di queste pitture murali esistevano ancora verso la fine del secolo scorso, ed il comico Francesco Bartoli, il quale credette ravvisarvi lo stile di Pierino del Vaga, noto che gigan tesche figure e fatti di guerra adornavano le pareti dei vasti saloni. •Lo storico Breventano (ed. 1570) citato dal Dell'Acqua racconta che " le vôlte delle sale del Castello di Pavia erano fregiate di finissimo azzurro, e in esse vedevansi varie sorta di animali do rati, come leoni, leopardi, tigri, cervi, cinghiali e quasi tutte di pinte squisitamente. Mirabile quante altre mai era quell'ampia sala lunga braccia 60 e larga 20, la quale presentava in ogni parte scene istoriate con bellissime figure esprimenti caccie, pe scagioni, giostre ed altri passatempi dei duchi..... Nel Castello poi si trovava altro vastissimo salone, lungo braccia 120, largo 24 ed alto 40, riservato al giuoco del pallone nei giorni piovosi. Denominavasi la sala della balla, e i principali soggetti storici che dovevano essere da quelle dipinture rappresentati, togliamo dal vol. II dell'opera di Gerolamo Calvi sugli Artisti milanesi ai tempi dei Duchi: " In una delle saledel Castello doveva essere " rappresentato il Duca seduto in mezzo agli ambasciatori degli stati confederati, e Cicco Simonetta doveva essere dipinto in piedi in atto di riferire intorno agli affari di comun interesse. Nella maggior camera della torre doveva dipingersi il Duca a mensa, 548 VARIETÀ. circondato dai cortigiani, servito in vasi d'oro, Jeronino di Be caria versandogli da bere ed il siniscalco porgendogli il piattello. Nella sala più ampia doveva essere rappresentata una caccia. Da un lato Pietro Binago con un girifalco in pugno e molti fal conieri : dall'altro Carlo da Cremona nell'atto di aver ferito un cervo ; parecchi seguaci gli tenevano dietro, portando la spada e e la cappa, e quindi alcuni staffieri. Nell'appartamento della Du chessa, in una sala doveva rappresentarsi lo sposalizio dellaBonadi Savoja, standovi pel duca il magnifico Sig. Tristano alla presenza del Re e della Regina di Francia. Nella parete di contro vole vasi dipingere la partenza della sposa, l'arrivo di lei a Genova e quindi a Pavia, il Duca mosso da Milano ad incontrarla, il rice vimento fattole dai feudatarj dello Stato innanzi alla Cattedrale, il mutare del suo abito francese nel lombardo, le damigelle asse gnatele dal Duca. In questo progetto la spesa totale, compresi i colori, raggiungeva la somma di 7878 ducati, ovvero 31,520 lire imperiali. " Che nel Castello esistessero fino da epoca ben più antica le di pinte effigie di Galeazzo II Visconte e di Francesco Petrarca, lo ripete il Dell'Acqua sulla fede di antichi scrittori. Il ritratto del Visconte a cavallo fu copiato da Antonio Campo per fregiarne il libro di Pietro Giovio Delle vite dei dodici Cesari. Questo ritratto, come ricaviamo da lettera di Galeazzo Maria Sforza (27 marzo 1470, docum. F), doveva essere inunasala dal capo secundo se intra in la camera rosa (rossa), zoe dal canto di la nostra ill.ma consorte (Bona de Savoja), e morto il Duca, venne a richiesta della stessa Bona col suo cendalo o sia tenda conse gnato dal castellano Attendolo ad un cameriere, insieme con al tri ritratti che trovavansi nel Castello (docum. G). Probabilmente questi, almeno in parte, erano lavori del ritrattista di corte Za netto Bugato, che nel 1472 era stato chiamato da Milano a Pavia per fare alcuni ritratti (lettera 15 agosto 1472 nell'Archivio ge nerale di Milano, Carteggio Ducale, libro 110, fog. 82). Veniamo ora alla cappella ch' era, come abbiamo detto, al piano terreno (de sotto del Castello), e precisamente sotto alla scala maggiore. Apprendiamo da una lettera del duca di data 21 giu gno 1474 a Bartolomeo da Cremona,sovraintendente ai pubblici lavori, che i pittori Bonifazio Bembo, Vincenzo Foppa e Zanetto IL CASTELLO DI PAVIA. 549 Bugato si fossero proferti a dipingerla, e ne avessero recati a messer Bartolomeo li designi; ma il principe rescriveva non vo lere altra pittura che l'ancona dell'altare, e nella volta una sem plice tinta di azzurro con istelle d'oro cum Dio patre in mezo dessa truina, ed alla volta et loco de architravi qualche angeli et spiritelli. Sopraggiungevano frattanto altri pittori ad offrirsi per quell'opera anche per 200, per 150 e fino per 100 ducati, sicchè il principe commetteva a messer Bartolomeo di affidarsi a chi avesse fatta migliore condizione (docum. J). Dalla lettera ducale del primo luglio 1474 (docum.K) scorgesi che tale affidamento dovesse essere dato a m. Johanne Petro da Corte et compagni depintori per ducati 150, ma per altra di Bartolomeo da Cremona in datadel 7 dicembre 1476 (docum. L) è manifesto che in quel l'epoca faticavano a dipingere la Cappella del Castello de Pavia e particolarmente l'ancona di lignami per l'altare i pittori Gia comino Vismara e Costantino da Vaprio e compagni con Bonifazio da Cremona e Vincenzo da Foppa. Alla quale ancona pare si riferisca la lettera del summentovato messer Bartolomeo di data 24dicembre 1471 al duca Galeazzo M. Sforza (docum. M), nella quale per far eseguire un'opera commessa dal principe all' inge gnereBenedetto da Firenze (Benedetto Ferrini), messer Bartolomeo che trovavasi privo di denaro, proponeva a malavoglia di toglierlo dalle somme stanziate pel lavoro dell'ancona di Pavia. Non meno che per lo splendore delle pitture era rinomato il Castello di Pavia per quell'astrario o planisferio, volgarmente detto orologio, d'ingegnosissima fattura, che perpetuò la fama del suo autore, Giovanni Dondi, il quale lo aveva regalato per grato animo di favori avuti al duca Giovanni Galeazzo Visconti. Questo insigne meccanismo conservavasi nella torre alla destra di chi guarda il Castello dalla vasta piazza che gli sta dinanzi: coll'in dice e col suono di campana esso annunciava le ore, e tutti i movimenti dei pianeti e segni celesti. Non più che trentanove anni prima l'inglese Wallingford aveva inventato gli oriuoli con campana, e soltanto nel 1335 eransi introdotti in Italia, collocatone il primo sulla torre di S. Got tardo presso al palazzo ducale di Milano. L'orologio od astrario del Dondi nel Castello di Pavia era costrutto di rame ed ottone in duecento pezzi, con innumerevoli ruote animate da un solo Arch. Stor. Lomb. An. III. 36 550 VARIETÀ. contrappeso, e tendeva a rappresentare il movimento delle stelle e dei pianeti pei cicli ed epicicli, giusta il sistema di Tolomeo. Sedici anni di studj e fatiche costò al Dondi, che vi si accinse nel 1364. Ma, lui morto, non si trovava persona abile a regolarlo, per cui si dovette ricorrere ad un bravo astrologo venuto dalla Francia, ed anzi al servizio del re, a cui veniva chiesto come dalla lettera ducale del 1456 che pubblichiamo (N). Questi no mavasi Guglielmo, e sembra lavorasse con lui anche un Zanino, appellato dagli orologii, del quale è menzione nel documento da noi già citato alla lettera D. Per altri documenti già noti e pubblicati, ai quali uno pure ne aggiungiamo inedito sotto la lettera O, sappiamo che nel 1495 Lodovico il Moro, volendo ador nare colla rappresentazione di pianeti la volta di una camera nel castello di Vigevano, inviava a Pavia il suo ingeniero Bra mante a cavare alcuni disegni ne lo orologio che è in quella li breria (docum. O). Tutto scomposto e irrugginito lo vide nel 1530 Carlo V, dopo assunta la corona imperiale in Bologna, ma niente dimeno rimastone sorpreso, ne affidò la costruzione di uno simile con millecinquecento ruote a Giannello Torriano da Cremona, meccanico egregio, che seco poi condusse a'suoi servizii in Ispagna. Insigni reliquie conservava in bellissimi vasi la cappella terrena di cui parliamo. Molte teste di Santi, un braccio della Maddalena, uno di S. Giacomo Maggiore ed altre ne annoverano gli scrittori; ma principali vi erano le Sante Spine, che ora veneransi nella cat tedrale di Pavia. Della loro provenienza il Dell'Acqua dà una mi nuta ed accurata storia.Eravi inoltre un berretto di S. Bernardino, che il duca Galeazzo Maria Sforza nel di primo di giugno 1469 (docum. P) chiamò a sè, come pochi di prima conatto segnato di sua propria mano aveva richiesto le bracciadi S. M. Maddalena e di S. Giacomo (docum. Q). Descrive il Dell'Acqua il rinomato Parco, adatto ad ogni sorta di caccia, provveduto di abbondanti acque e cinto di quadrata muraglia, che era attiguo al Castello di Pavia; ricorda i trattati stipulati nel Castello, il soggiorno che vi ebbe papa Martino V nel 1418, la prigionia di Francesco I re di Francia (1525), la resa di 400 Francesi che lo difendevano durante la sommossa popolare del 1796. L'accesso che vi si concedeva a principi ed altri personaggi ad oggetto di visita,mediante dispacci firmati ta IL CASTELLO DI PAVIA. 551 lora di mano propria degli stessi duchi, è provato da documenti del nostro grande Archivio, e di essi rechiamo alcuni sotto la let tera R. Il soave cantore di Laura, avuto da Galeazzo Visconti II l'uf ficio di bibliotecario, tenne in cotesto Castello lunghe interpolate dimore, e noi stessi avemmo a farne cenno due anni sono all'epoca del centenario celebrato in Arquà, e deploriamo la perdita di una pergamena dell'Archivio dei Malaspina, che di tale soggiorno fa ceva menzione, come deploriamo la recente vandalica distruzione della semplice ed elegante chiesuola di S. Zeno,ove erano il se polcro e l'elogio di un abbiatico di messer Francesco (infantem bimulum), e la dispersione delle ceneri di questo bimbo, che sa rebbero state a noi ed ai futuri pegno prezioso. Efino a quando continueremo a distruggere?E quando ci ver gogneremo di aver distrutto? Risponda chi lasciava non ha guari adeguare al suolo la chiesa degli Olivetani in Baggio e S. Biagio di Vidigulfo. MICHELE CAFFI. DOCUMENTI. A. Capitano parci papie. Bartholomeo da cremona nostro commissario generale sopra li lavoreri ne ha dicto come dal danese nostro ingignero e avisato che lannopas sato forno furati cinque legni grossi... per fare questi nostri casamenti qui del castelloin quello nostro parco etc. (ordina) fare recondure dicti legni li dove sono stati tolti, altramente te li faremo pagare ad te : et ti poray contentare se non ti faremo altro. Mediolani vi aprilis 1469. Missive, ossia lettere ducali, libro 90, pag. 90. B. MAGNIFICO BOLOGNINO DE ATENDOLIS. Elle venuto li Magistro Bonifacio pinctore per attendere ad renovare quella sala del Castello,secondo sapete havimo ordinato: pertanto siamo 552 VARIETÀ. contenti che voy gli faciate dare le chiave de quelledoe camere sonno presso la nostra contigue alla dicta sala. Facendole fornire de uno lecto con li fornimenti, al qualle Magistro Bonifacio vogliate fare ogni co modo possate per rispecto al vivere suo. Cossì circha li ponti bixo gnanofare, lamagnificenza V.ªglifacia provedere, perchè quando il da nexe sarrà li, satisfara poy ad tuto; ma in questo mezzo ad ciò il non perda tempo, vogliati fare provedere ad dicti ponti. Datum Mediolani die xvIII febbruarii 1457. Missive, ossia Lett. Duc, Lib. 32. pag. 301. В. C. Zanetus. PREVIXIONATO NOSTRO JACOBO DE VERONA IN CASTRO PAPIE. Elle venuto li Magistro Bonifacio da Cremona pinctore per renovare quella nostra sala del Castello, secondo sai havimo ordinato al magnifico Bolognino che lo debia acceptare in castello con li suoi garzoni, et che gli assegna doe camere de quelle nostre, dove el possa stare, facendole fornire de uno lecto. Pertanto farai com esso magnifico Bo lognino. Et provedi che ad dicto magistro Bonifacio sia facto ogni comodo sia possibile del vivere suo, cossì de massaritie, ed de tuto quello gli porrai fare, ad ciò el possa adtendere ad lavorare; simille mente solecitare con lo magnifico Bolognino che li ponti per lavorare in la salla siano facti come richiederà dicto magistro Bonifacio, perchè Ioanni Imperiale et lo danexe serrano li satisfarano al tuto. Datum Me diolani die x febbruarii 1457. Missive, ossia Lett. Duc, Lib. 32. fol. 301. В. D. Zanetus. Lettera del duca data nel 24 ottobre 1457 da Cremona in cui or 0 dina a M. Giacomo Imperiale e Danesio Mainerio che vengano a lui con m. Zanino, quale fa quello nostro horologlo lì in castello, provedendo •Danese Majnerio, uno degl'ingegneri del duca. Vedi docum. A e D. ▲Erano questi due ingegneri, dei quali assai valevasi il duca. Del Majnerio, spe cialmente, molti documenti conservansi nel Grande Archivio di Milano. Danese morì in sul principio del 1452. IL CASTELLO DI PAVIA. 553 anzi ve portati de far far li ponti necessarii nella sala per el lavorare de magistro Bonifatio pinctore. Missive, ossia Lett. Duc, Lib. 37, pag. 90. E. D. Comiti Bolognino. Deliberando Nui siamesso fine allapinctura de quella nostra salla de Castello de Pavia, havimo facto venir qui maestro Bonifacio pinctore presente exhibitor, al quale havimo facto proveder de dinari, et come sogli che toglia de li compagni per dare presto expiditione ad quella opera: per tanto volemo gli faciate proveder de un altro de quelli no stri lecti sonno lì in Castello. Dat. Mediolani die Im oct. 1458. Missive, ossia Lett. Ducal , Lib. 37. fol. 330. b. F. CASTELLANO PAPIE. Zanet. Io. Perchè volemo vedere retracto uno cavalo bajo dove sta a cavalo depincto el quond. Ill.mo Duca galeazo lì in la sala de pavia dal capo secundo se intra inla camera rosa,zoe dalcanto dila nostraIll.macon sorte, si che subito farete ritrarre dicto cavallo cum la soa sella et for nimento de che colore et forza siano, et retractati sarano, li mandarete da noy per li exebitori de questa. Abiat. 27. martii 1470. G. Gio. Attendolo castellano di Pavia scrive nel 23 maggio 1478 alla duchessa (Bona di Savoja) di aver consegnato in esecuzione ai di Lei ordini ad Fidele Camarero de V. E. tutto el resto di li Retracti erano remasti qui in questo Castello vostro, li quali sonno a numero sedici; computato il retracto de la Recolende Memoria del quond. ill.mo Duca Galeaz con el suo Cendalo davanti. Missive, ossia Lett. Duc , Lib. 95. fol. 53. В. 554 VARIETÀ. H. 1467 novembre 15. Ill.mo et ex. signor mio sing. In executione del comandamento mha fatto vostra illust. signoria, sono stato per voglere fare aconzare el ca mino de lasalla grande depinta, quello che verso la camera vostra verso il tesauro, qum che me stato fatta ambasata per parte de vostra Ex. di quella voglia alogiare in quella camera solita alogiare queste altre volte passate appresso al Texoro, trovo che deti camini sono tondi et sono fatti in su verge le ferro,primo che no se po fare la fenestra in del camino in mezo, che non rompendo il ferro de mezo, et rompendolo dubito caschara perchè lie sghiapato et anche si guastara il Ducato, quale e bello, et se io lo facio fare tra luno ferro e l'altro, se schiva il dubio del caschare et non se guasta il ducato. Ne ho voluto dare av viso a vostraillust. signoria, perchè lie uno atto questo de una grandia ceremonia no voria quello lia havesse qualche rispetto al parere mio, non mepare cheimporta niente, perchè ad ogni modo serve bene al suo exercitio. Tuttavia se lavoro domane limeterò una gran furiade magi stri e lavoratori. Questi pavesi haspeteno vostra ill.ma signoria congran dissimo desiderio. Et se la Ex. V. non fa predere de feni e biade da callo (cavallo) adira in spese perchè già comencia a montare; vino non lie qui se nonpocho et altra manicione per le camere de vostra illust. sa bene, a la quale me aracomando. Papia dieX novembri 1467. Illust. dominationis vestre Servitor Karolus Cremona. Milano. Archivio di S. Fedele. J. Bartolomeo di Cremona. Sono venuti qua da nuy m° Bonifacio, Vincentio et m.º Zaneto de pinctore, con li quali havemo havuto la tua lettera, et inteso per quella quanto scrive io lo facto di questa capella et ancona, et habiamo an cora veduto li designi hano portato dicti maestri, diremo respondendoti, che non volemo ultra la dicta ancona far fare altre depincture alle asse intorno ad dicta capella, et cossì alla truina della capella; solamente volemo sia depincto dazuro et stelle doro cum Dio patre in mezo dessa truina, et alla volta et loco de architravi qualche angelo et spiritello, altra spesa de pinctura non intendiamo fare in dicta capella, si che re tornamo la li dicti pinctori et altri ancora che poi sono venuti, fra li IL CASTELLO DI PAVIA. 555 quali chi ha dicto voler pigliare limpresa de queste cosse per ducento ducati, chi per 150 et chi per 100 molto variamente luno da laltro; pero li haveray tuti da te. Et chi vora farne migliore conditione, ad lui de libereray questa impressa, et questo vole esserde presente senza alcuna dilazione. Dat. papie die 21 junii 1474. Missive, ossia Lett. Duc , Lib. 115. fol. 372. Κ. per Laurentium C. Bartolomeo di Cremona comissario super laboreriis. Restiamo avisati per la tua, como havendo ti messo alincanto li la vorerii di dipingerequesta capella (inPavia), m.johane Petro da Corte et compagni depinctori se sono offerti pigliare limpresa et farla per pretio di duc. 150 alloro spese, cum le condictione che per essa tua ne scrivi. Ad noi e piaciuto più el designo de dio patre cum li angeli in torno, che laltro senza angeli, et così havemo facto dire ad dictide pinctori, che quello faciano nela truina; alle meze vôlte volemo li faciano per ogni lato la annunciatione, la natività, lapassioneet resurectione, et sono stati presenti dicti pinctori ad vedere in dicta capella dove se debono fare, siche sono assai informati. Retornemo mo là, et siamo contenti che loro habiano questa impresa,cumliqualitu te intenderay con farli dare li denari. Dat. Papie die 1. julii 1474. Missive, ossia Lett. Duc , Lib. cit. per Laurentium C. L. Ill.mo et ex.mo signor mio. Heri sira receveti ona lettera de vostra exc. de di i del presente si gnata Cichus, in exequtione de la quale Philippo Coyro generale thexau rero de li lavori de V. S. ha acceptato et ricevuto presente me da pietro oldoyno libre quatrocento imperiali, qualipoy per epso philippo ho facto fare a maestro jacoio vismara et ad maestro constanctin da vaprio dipinctore et compagni con maestro bonifacio da cremona et maestro 556 VARIETÀ. Vincentio da foppa a depingerla Capella nel Castello de pavia, et ne son facte le debite et opportune scripture,cioè debito et credito ad esso Philippo.... ommissis. Insuper ho voluto sapere da li dicti maestrojacoio et Constantino, se da qui anatale proximo serà fornito dicta capella,facendole intendere che intentione de V. S. è che la sia fornita a tale tempo, et che a questo fine quella gli fa numerar dicti dinari. Me hano resposto nonessere pos sibile, ma che l'harano fornitada qui a Pascha, como dicono che anche feceno intendere a vostra ex ,quando quella fu ad viderla et che gli era m. Cicho, et che quella rimase contenta. La magior parte de loro di cono essere misso como quella allora potè vider, ben dicono che già sia fornita, se havesseno voluto haverli pocha advertentia, ma che gli hano ducento figure longhe quarte I luna de quilli Sancti sicondo le reliquie sono in le capsete, et che non hano voluto che ogni magistri li habia misso mano, ma lor soli, et cossidicti magistri jacoio et Constantino hano qui de le tavole de lanchona, suso la quale lavorano maestro Bonifacio emaestro Vincentio sono ad pavia et lavorano anche lor in epsa an chona, dicono non voleno guardare ad uno pocho de tempo più per far la cossa digna e laudabile. Se ricomando continuamente a V. Cel. Ex Mediolani die VII dec. 1476. E. M. D. V. Servitor Bartholameus de Cremona. Principi et ex. d. meo singularissimo Duci Mediolani etc. м. 1471, 24 dicembre. Bartolomeo Gadio da Cremona scrive al duca Galeazzo M. Sforza, non avere il denaro sufficiente a far eseguire certa opera commessa dal duca all'ingegnere Benedetto (Ferrini) da Firenze, e che proba bilmente era quella delle fortificazioni di Soncino; e soggiungeva al principe in tale proposito : Se vole, toglia de li laurà de lancona de pa via, et leva li magistri da essa opera de dicta anchona, come ha tolto e fatto senza mia licentia et senza havermene parlato. La lettera originale è nel Grande Archivio di Milano, nella classe degli artisti, sezione ingegneri. IL CASTELLO DI PAVIA. 557 Ν. ANTONIO DE TRITIO. Perchè desideramo chel orologio in la libraria del nostroCastello de pavia se fornisca per le mane de maestro de Guglielmo de parise, el quale è li in li serviti dela maestà del serenissimo Re, perchè e le bono maestro et altra volta al tempodela bona memoriadel Ill. signorepas sato lo hebbe in le mane et cominciò per fornirlo, e perchè elle pur opus mirabile: pertanto vogli pregare la Maestà del Re, che ladegni farvi comodità del dicto maestro saltem per quattro mesi, et poten dolo havere, vogli mandarcelo qua da nuy più presto che poray. Da tum Mediolani die 12 maii 1456. Cristof. C. Missive, ossia Lett. Duc, fascicolo separato e slegato senza numero, anni 1453 al 1464, fol. 124. 0. Ill. et Ex. D. D. Duci Mediolani, ecc. Illustrissimo et excellentissimo signor mio. È stato qui Bramanti ingeniero de Vostra excellentia, quale dice havere cumissione di quela de cavare alcuni desegni ne lo orologio che è in questa libreria de certi pianeti per ornare uno certo celi d'una camera ad Vigevani : et io per non havere altra cumissione de la excellentia Vostra, non las sarò exportare fora de dicta libreria designo alcuno, sino che non abbia speciale licentia de quella, sicchè le piaccia darne avviso de quanto haverò a fare per littere signate de sua propria mane. Alla prelibata Vostra Excellentia de continuo me ricomando. Ex arcePapiae, die V martii 1445. Ε. Εx. v. fidelissimus servitor Jacobus de Pusterla ibidem Castellanus. Castellano Papie. Siamo contenti lasciati pigliare a Bramante nostro ingegnero quelli designi del Horologio di quella libreria che alui parirà, et cossi ve ne facemo libera licentia con questa. Mediolani, 6 martii 1495. Missive, ossia Lett. Ducal, Lib. 193, fol. 211. b. 558 VARIETÀ. P. Comiti johanni de Attendolis castilano arcis papie. Mandamo li Albertino Guardarobba presente portitore per tore la baretta de Sancto Bernardino, che è in quello nostro Castello, sichè volimo gli faciate dare liberamente per portare qui da nuy. Dat. abiati, die primo junii 1469.5 Mandiamo li el venerabile nostro Alberto guidobono, capellano dela illust.ma duchessa nostra consorte per tore e portarequida nuy el brazo de sancta maria magdalena et de sanjacomo, che sono in quello nostro castello ; perciò volimo gli le debiate dare liberamente. Dat. abiat. die xxvm may 1469. Galeaz maria sforza vic. manu propria. 10. ANT. FER. 6 Missive, ossia Lett. Ducali Libro, 90, pag. 164. a ; R. 13 settembre 1453. 22 settembre d° 154. Il duca Francesco Sforza scrive al Bolognino castellano di Pavia, perchè riceva il re (di Sicilia) Renato, che viene a visitarvi la duchessa ea vederela città e il castello : raccomanda far gli molto honore, presentandogli la chiave del Castello como a usanza. Il re Renato di Sicilia si parte da Paviae va ad alloggiare dai monaci di Chiaravalle, e poi si reca a Venezia. Così ri levasi da lettera ducale. Fu a visitare il Castello e gli venne fattaono ranza, del che rimase molto soddisfatto. Nel 7 maggio 1454 il duca scrive a D. Antonio de Eustachio milite capitaneo generali classis nostre papie che D. Bertuzo¹ daca Cabrielo zentilhomo venetiano viene a pp. (papia) per vedere la cità e il castelo; ordina di alozarlo e farli le spese, mostrarli la darsina, facendo pescare et dare tuti quelli piaceri che ve sarà possibile. Scrive al Referendario ed al Bolognino Castellano arcis papie di far 5 ABIATI, cioè Abbiategrasso,ove allora soggiornava il Duca. • FER..... Ferruffinus. Questo Gio. Ant. Ferruffino era forse il padre del Gio. Gia como Ferruffino, che fu segretariodi Lodovico il Moro pegli affari cameralie per le spese dello Stato. 7 Bertuzo o Bertuccio, cioè Albertuccio. IL CASTELLO DI PAVIA. 559 sì che domino Bertuzo sia allogiato in Castello con le persone sue, che serano al numero de 16 o 20 et li cavalli fuori, et per suo piacere e no stro honore volimo sia richiesti et posti in sua comopagnia 10 o 12 zoveni zentilhomini et delli piu aparissenti de la cità, quali continue lo acompа gnano amorevolmente et bene. firmato FRANCISCUS SFORTIA VICECOMES manu propria. Missive, ossia Lett. Duc., Lib. 16, pag. 362. 23 marzo 1459. Il duca scrive al magnifico comiti bolognino de attendolis comiti sancti Angeli et castelano castri papie, acciò lasci visi tare il Castello alli magnifici Ambasatori delo ill. monsignor duca de Borgognia, quali sono andati da la santità de nostro signore el papa per dargli obediencia per parte dell'illustrissimo M. Duca. 21 aprile 1459. Il duca scrive da Milano al suddetto castellano che Miser Petro bono citadino venetiano olim potestate de Bergamo viene là per vedere quella cità (di Pavia) et quello nostro castello et libreria et reliquie gli sonno. Semo contenti che lo lassate intrare in quello no stro castello con li suoy et li nostri gentilhomini sarano cun lui, et gli mostrati esso Castello, libraria et reliquie, facendogli quelle careze et grata acoglienza sarano possibili. Missive, ossia L. D., Lib. 37, fol. 4. NOTIZIE D'ARCHIVIO. RELAZIONE BIENNALE DELL' ARCHIVIO CIVICO MILANESE. (1875-76) Milano, 23 agosto 1876. Onorevolissimo Sig. Presidente della Società storica lombarda. ALei, che già accolse con molta cortesiaquanto asuarichiesta ho scritto in data 23 febbrajo 1874¹, ed una copia delle Norme e storia dell'Archivio, cui ho l'onore di soprintendere, permetta ch'io presenti una relazione dell'operato in esso Archivio d'allora in poi, cioè nel biennio 1875-76. Corre il secondo anno dacchè, colla pubblicazione dal titolo: Norme per l'Archivio del Municipio di Milano, si è messo lo stu dioso al fatto di quanto passavasi in ciascuna delle tre sezioni, nelle quali è suddiviso l' Archivio del nostro Comune. In quello scritto accennavasi aprogetti che oggidì si trovano nel novero dei fatti compiuti. La chiesa di S. Giovanni alle Case rotte, dicui ilettori dell'Ar chivio storico lombardo dovettero apprezzare la particolareggiata monografia stesa dal socio abbate Antonio Ceruti (pag. 148-185 dell'anno I), venne col regio decreto 2 luglio 1875 ceduta dal Go verno al Municipio di Milano. Il Consiglio comunale findal 20 ago sto 1874 aveva approvata la proposta, che quella chiesa venisse Archivio storico lombardo. Anno I, fasc. I, pag. 69. * Ivi, Anno II, fasc. I, pag. 94. NOTIZIE D'ARCHIVIO. 561 adattata a sede dell' Archivio civico, Sezione amministrativa, che dal 1861 trovavasi raccolto in locali, ormai divenuti insufficienti al bisogno, nel secondo piano del palazzo Marino. L'effettiva consegna da parte del R. Genio civile seguì il 7 ago gosto 1875. Appena effettuatane la chiusura,si pensò a dar esecu zione al predisposto progetto d'adattamento. Lo spoglio venne venduto al capo-mastro cav. Giorgio Pellini, il quale donò l'altar maggiore alla chiesa di Viconago presso Varese, e al quale ven nero eziandio allogate le poche opere murarie di adattamento. Dico poche, perchè la Giunta si era obbligata a rispettare il prospetto esterno dell'atrio e anche le pareti internedel vaso principale, per quanto le fosse riescito possibile; sicchè, tolti un sottile tavolato per ridurre a camera d'ufficio il vuoto dell' atrio, la rimozione delle balaustrate, degli altari, dell'organo, di una scala e di alcuni bal latoi, e l'apertura di un finestrone di sfondo, nessuna trasforma zione radicale venne fatta al corpo della chiesa. Il sig. Alessandro Zenoni assunse la costruzione degli scaffali, che nell'ottagono della chiesa (di cui venne lasciatolibero un lato solo) salgono finsotto al cornicione per l'altezza di quasi 10 metri, con tre ballatoi in giro ediciasette corsie per cartelle e protocolli, in complesso uno sviluppo di metri 50 alla base e metri 850 per tutte le corsie, il che offre posto al collocamento di 4400 cartelle e 600 registri ; e coll'aggiunta degli scaffali chiusi sul sancta san ctorum, e dei ripostigli nella sagrestia, in unasala superiore a que sta e in alcuni altri locali accessorii, si hanno più di 7500 cartelle e4400 registri e libri, che attualmente trovansi collocati nel nuovo Archivio civico in San Giovanni alle Case rotte. L'elegante semplicitàdel disegno, lasimpatica tinta di cinamomo data agli scaffali, la solidità reale ed apparente di essi, la como ditàdegli accessi e delle salite a tutti i piani, la proporzionata va stità del vaso, la luce che piove libera ed obliquamente dall' alto, o che penetra orizzontalmente attraverso il fogliame dei retrostanti giardini, l'uniformità e la pulitezza delle cartelle messe tutte a nuovo, l'elevazione, la forma e le dipinture della volta, le statue, i fregi e le dorature, in più luoghi rimaste visibili fuor degli scaf fali .... fanno di quest'Archivio il più vago, senza forse, che sia ora in Milano. Equesto pregio aumenta,se si ha riguardo all'estre mamodicità della spesa occorsa per adattarlo con legnami in gran 562 NOTIZIE D'ARCHIVIO. parte tolti all' Archivio già esistente nel Marino, ed a scaffali che erano in opera altrove. Ai primi dello scorso luglio trovavasi l'Ufficio municipale d'Ar chivio nella sede novellamente destinatagli. Ora non istarò a dire del lavoro sostenuto da quelli, tra gli ar chivisti della Sezione amministrativa, cui restò specialmente affi- dato di effettuare iltrasporto delle cartelle: Ella così pratico d'ar chivii, può di leggeri immaginarsi le difficoltà da superarsi, le molte e complicate operazioni da eseguirsi per tramutare daun luogo all'altro tutto un archivio. E notisi che anche durante il trapasso non si cessò un sol giorno, un solo istante dal rispondere alle spessissime richieste di atti da parte dei numerosi uffici del Comune, e che si volle approfittare di esso trapasso per disporre secondo un nuovo ordine, più semplice insieme e più razionale, il materiale tutto, istituendo eziandio un catalogo numerico ed in dicativo delle cartelle, state così per la prima volta contraddistinte da numeri, le cui serie comprendono talora quelle della Sezione di deposito, giacente nell'ex-chiesa di S. Carpoforo. Aquest'ultima sezionesi estesero quindi le operazionidi ristauro dei locali e di riordinamento degli atti. Ai locali e loro arredi non si era fatta da qualche anno alcuna riparazione di rilievo, e di molto si trovarono essi necessitosi; gli atti poi, e in ispecie i re gistri, ebbervi a subire parecchi rimestamenti, sia per introdurvi quelli versati da varii dicasteri civici, o sia perestrarne quelli che si giudicò opportuno di riavere sotto mano a S. Giovanni alle Case rotte, o per rendere alCollegio Calchi-Taeggi, ridivenuto autonomo, il suo archivietto. Sicchè, a non tacere parte alcuna del vero, è forza dire che le due sezioni dell' Archivio amministrativo del nostro Municipio, vennero nel decorso di questo biennio rimesse intera mente a nuovo. Di novità se ne fecero non poche anche presso la Sezione sto rica, essa pure aperta a S. Carpoforo. I membri della Società sto rica lombarda che presenziarono le adunanze sociali, tenutesi ap punto colà, e quegli altri che per loro studii frequentarono quel l'Archivio, conoscono parecchie delle migliorie statevi introdotte dal principiar dell'anno scorso all'aprirsi delle attuali vacanze: l'istituzione d'una glittoteca, il completamento della sala pei di segni, l'aumento della biblioteca storica sono tra le più appari NOTIZIE D'ARCHIVIO. 563 scenti. Ma, chi non sa che sovente ciò che si vede meno, è appunto quello che più importa? Intendo qui alludere alla nuova sistema zione, intorno alla quale procederono alacremente idue archivisti della Sezione, sebbene siano essi di sovente distratti da altre cure, quale l'assistenza agli studiosi, l'evasione delle richieste d'ufficio, l'edizione di grossi volumidegli atti municipali contemporanei, la formazione dei relativi lunghissimi indici. Taluno, ch'ebbe già ad esternare la propria soddisfazione per l'ordine perfetto che regna nell' Archivio storico di S. Carpoforo, e per la prontezza e preci sione con cui è ivi dato agli impiegati di corrispondere alle ricer che di notizie e di documenti, si stupirà forse all'udire come vi si pensi ad una novella sistemazione delle carte, e temerà non si risolva essa in confusione piuttosto che in riordinamento. La sua meraviglia cesserà quand'egli sappia che quell'ordine è più appa rente che reale, perchè l'Archivio trovasi tuttora sistemato in modo, da servire agli scopi puramente amministrativi di tre quarti di secolo fa, e senza il menomo riguardo allo sviluppo storico delle vicende, alle quali è dovuta la collezione di tanti documenti, spet tanti ad epoche ed a materie disparatissime; e che anche questa stessa distribuzione burocratica è guasta da un'infinità di equi voci e di svarioni nella interpretazione del contenuto delle carte, massimamente paleografiche,deinomi più importanti dei personaggi cui esse si riferiscono, delle cariche e mansioni di questi e perfino delle date, specialmente se espresse alla latina od alla repubblicana. Anche la serie, per avventura la più importante di tutta la se zione, della quale era alla bella prima sembrato fosse stata dagli or dinatori del 1800, e dopo rispettata la sistemazione datale dal Giu lini, dal Lualdi e dal Pansecchi, e alla quale dovevano corrispondere ivolumi manoscritti di Regesta del Consiglio generaledella nostra città dal 1543 al 1796, esaminata minutamente fu trovata ma nomessa, disordinata e deficiente, essendone stati non pochi in cartamenti (tutti giàricoperti con sapienza e pazienzadi fogli por tanti i transunti analitici degli atti compiegativi) sparsi per entro alle ventiquattro categorie diverse dell' Archivio, onde una parte ne andò irremissibilmente perduta pergli scarti patiti da ciascuna di queste. A ripristinare, fin dove sarà possibile, la serie delle Or dinazioni consigliari secondo il sistemaGiulini e imitatori, conviene ora rivedere ad una ad una le 4800 cartelle dell'Archivio per 564 NOTIZIE D'ARCHIVIO. accertarsi se contengano filze (cosi sono intestati gli incartamenti in questione) da ricollocarsi alla primitiva loro sede. Èimpossibile indicare precisamente a quali serie ed aquante cartelle sia stata finora estesa la incominciata nuova sistemazione, se ne togli il centinajo di mazzi dei suaccennati Appuntamenti della Cameretta, che si vanno ricompletando, e una decina circa di registri ducali, provvisionali e giudiziarii, di cui si istituirono copiosi indici alfabetici da coordinarsi a quelli dei predetti ap puntamenti. Delle altre serie vennero rivedute quelle e quelle parti soltanto, cui l'occasione od il bisogno di riconoscerne la consistenza fece dar mano; e furono specialmente le relative alle Acque della città ed ai laghi della provincia, all' Araldica, ai Luoghi pii più antichi, al Censo (che è la categoria finora più studiata e ri mestata), alle Corporazioni religiose, alle Potenze ed alle Strade urbane. Non istimo superfluo il ricordare che l'età degli antichi documenti civici abbraccia cinque secoli, dal XIV al XVIII com presi, pochi appena essendo i posteriori al 1800: meglio della metà di quelli finora esaminati erano paleografici, od almeno di difficile decifrazione. L'intero riordinamento della Sezione non potrà effettuarsi che fra qualche anno; e allora lo sarà presso che tutta d'un solo getto. Intanto vi deve precedere uno studio accurato della sto ria d'ogni ramo dell'amministrazione del nostro Comune dal 1385 al 1802; storia la quale va raccolta (oltre che nelle opere dei varii eruditi milanesi dove però non trovasi se non a spizzichi, qua e là, e spesso anche incerta, inesatta ed incompleta) sugli scritti forniti dallo stesso Archivio civico antico e da altri sì pub blici che privati. In questo indispensabile studio preliminare si riassume la differenza specifica tra i lavori d'un archivio ammini strativo e quelli d'un archivio storico: nel primo le sistemazioni, per quanta intelligenza richieggano in chi le predispone e in chi le eseguisce, non trascendono le attitudini d'un buon impiegato d'ordine; nel secondo nulla approda a bene, se l'archivista non conosce a sufficienza la storia in generale, se egli non sa appas sionarsi per quella che scaturir può dai documenti affidatigli, se non possiede un bel corredo di cognizioni linguistiche, paleogra fiche, geografiche, enciclopediche; se infine egli, anche senza sa NOTIZIE D'ARCHIVIO. 565 persi elevare alla sfera degli autori d'opere storiche, non è ca pace di tener loro dietro, e molto dappresso. La redazione degli appunti e degli indici storici e la sistema zione delle carte a S. Carpoforo occupò quegli archivisti, special mente nei giorni delle due annate 1875 e 76, nei quali eglino non dovettero accudire a lavori di diversa natura, o tenersi a dispo sizione dei privati frequentanti la sala di lettura: questa stette aperta al pubblico 115 giornate nel 1875, e 95 nel corrente anno (avanti le vacanze autunnali), e vi adirono rispettivamente 144 е 136 lettori. Oltre a queste 280 ricerche private, ne furono evase 37 d'ufficio (17 nel 1875 e 20 nel 76). Le firme raccolte sull'al bum dei visitatori erano una cinquantina al finir del 1874: a que st'ora si sono triplicate. Se un doveroso riserbo verso taluni, i quali non amano di veder annunciati iloro studii, finchè eglino stessi non si siano decisi di darli alla luce, non mi trattenesse dal l'esporre qui la distinta degli argomenti intorno a cui si aggira rono le ricerche storiche fattesi a S. Carpoforo in questo biennio, potrei enumerarne di assai importanti; ma per quelle che tacio valgano le poche seguenti, riferentisi ad opere già fatte di pub blica ragione per mezzo delle stampe. All'Archivio civico antico fecero dunque ricorso, tra gli altri, il pubblicista L. Archinti per l'informazione sull' Archivio stesso edita in due numeri (del 29 e 30 p.° pº maggio) del Corriere della sera ; il nobile cav. F. Calvi per la sua opera sul Patriziato milanese; lo stesso ed altri colla boratori dell'illustrazione delle Famiglie notabili milanesi ; il no bile dott. C. Casati per la sua monografia sul Castello di Milano; l'archivista prof. G. Pagani per le memorie sulle antiche comme morazioni della vittoria di Legnano, sulle carrozze e sulle pompe a vapore nel secolo scorso; il sacerdote V. Rossi per le sue ri cerche intorno ad Alberto da Giussano e discendenti; il marchese A. Rusconi per la sua monografia sulla propria famiglia. Ciascuna delle tre suddivisioni dellaSezione storica, archivio,bi blioteca e museo (cioè sala dei disegni e glittoteca) ebbe il proprio incremento nello scorso biennio. Nell'Archivio vennero deposti gli atti dei Teatri di Milano già regj, ora comunali, ed inserite le carte d'un mezzo migliajo circa di mazzida più anni improvvida mente gettati da un canto come roba inutile, e che furono in Arch. Stor. Lomb. An. III. 37 566 NOTIZIE D'ARCHIVIO. vece trovati contenere documenti di non picciola importanza, e completamenti di carteggiche l'Archivio possedeva imperfetti: ag giungansi idonida parte dell'Archivio di Stato di due volumi ma noscritti relativi al Palazzo ducale trovati colà in duplicato; da parte della signora Rosa Verri di diverse pergamene e carte an tiche colle unite decifrazionidel compianto dilei marito cav. Gio vanni Zucchetti, stato già dirigente dell'Archivio di deposito civico-provinciale, e di altre da parte del segretario municipale dott. Ferrante Clerici. Per mezzo di doni s'arricchi pure la biblioteca, e anche per via d'acquisti; tra i donatori vanno segnalati la R. Deputazione degli studii di storia patria in Torino per la collezione della Mi scellanea e dei Monumenta ; laSocietà storica lombarda pel volume d'omaggio al settimo centenario di Legnano e pel primo volume della Bibliotheca historica italica, il sig.Enrico Bogani ed il signor dott. Carlo Casati per diversi libri e stampe. Donarono poi generosamente alla sala disegni l'abbate L. Mal vezzi, gli architetti Macciacchini, Colla e Brocca,l'ingegnere G. B. Torretta, il nob. sig. Tinelli, il predetto sig. Bogani ed altri ; e tutti quei disegni (due centinaja ed oltre), i quali non occorre vano ormai più all'Ufficio tecnico municipale pergli usi ammini strativi, passarono all'Archivio storico, dove venne portata a venti la raccolta in dieci volumi dei principali edifizi di Milano ini ziata dal Bianconi. Altri disegni, si in volume che sciolti, in ori ginale o in copia o impressi, diversi diplomi e carte topografiche e geografiche vennero raccolti nella sala a ciò espressamente de stinata, ove una elegante e capace bacheca offre all'occhio del visitatore la parte più scelta dei cimelii che il Municipio possiede a San Carpoforo. Ivi, a terreno, sotto la sala dei disegni, venne composta una piccola glittoteca con varii gessi già posseduti dallo scultore Mar chesi, con modelli di monumenti e di edificii, e con altri oggetti plastici, aventi tutti relazione coi documenti che si conservano nelle due attigue sezioni d'archivio ocoi diagrammisuperiormente accennati. Se il mio amor proprio di soprintendente all'Archivio civico di Milano non mi fa velo, credo d'avere dimostrato che il nostro NOTIZIE D'ARCHIVIO. 567 Municipio, tuttochè come corpo meramente amministrativo non disponga di quella potenza di mezzi propriadelle Autorità supe riori, nulla tralascia dal canto suo per giovare agli studii storici e per provvedere al migliore collocamento delle carte pubbliche, le quali sono come i ricordi difamiglia, che una generazione tra manda a quelle destinate asuccederle. Ella, onorevole sig. Comm. C. Cantù, voglia sempre avermi in contodi Suo affezionatissimo servitore STEFANO LABUS. CURIOSITA D'ARCHIVIO. ERETICI. Habentes libros Fratris Martini leuter Alamani nottificent M. D. XXIII Die XXVIJ Martij Essendo notorio et manifesto,che le Predicatione et opere di Frate Martino Leuter Alamano tendeno tutte ad offendere et depravare il nome et fede de la Religione Christiana; e che la felice memoria del summo pontefice nostro Papa LeoneX cognosciuta la expressa heresia, et detestablle vita del prefato frate Martino, ha reprobato et damnato le opere sue, prohibendo la conversatione et praticha sua: similmente intendendo lo sacratissimo imperatore ne le parte de Alamania farse molte secte, et adherirse ale heretice persuasione de epso Frate Mar tino, fu etiam da la sua Cesarea Maiestate, ne la Congregatione facta in Vormatia da li Principi del sacro Imperio, declarato el medemo: Hora lo Illustrissimo et Excellentissimo signore Francesco secundo Sforza Vesconte Duca de Milano, etc. Volendo imitare le sapientissime et laudabile provisione facte per el sanctissimo Patre et per lo sacra tissimo Cesare suoi suppremi signori, acio che in questo suo Illustris simo stato, dove intende, che già qualche uno hanno principiato de contaminarse ne la Fede Catholica per le heretice opere et false per suasione de dicto Frate Martino : ha deliberato de prohibire che, non solo questa pestifera et heretica pravitate non passa più ultra: ma anchora de eradicare quella che gia fusse concepta: E pero per parte de sua Excellentia si fa bando et commandamento, che qualuncha persona, de quale stato, grado et conditione si voglia, così ecclesia CURIOSITÀ D'ARCHIVIO. 569 stica como seculare, quale habia appresso de si libro alchuno, o pre dicatione, o opere et scripture alchune, facte o composite sotto il no me del prefato Frate Martino, debbia haverle, nel termino de quatro giorni, propalate et consignate inmano del Magnifico Ducale supremo Cancellero, ad fine se possano destruere et anihilare, sotto la pena de la vita et confiscatione de' soi beni. Admonendo etiam quelli, che sano chi li habbia, ad manifestarli sotto la medesima pena: quale pena de confiscatione sara applicata per la medietate ala Ducale Camera: e per l'altra medietate alo Accusatore: Il quale sara etiam tenuto secreto. Le quale pene sarano exequite senza alchuno respecto. Franciscus. Locus sigilli. Visa: H. Moronus " Bartholomeus Rozonus. Publicata super platea arenghi et in brolleto Comunis Mediolani per Alexandrum Oldanum tubetam ducalem, die sabati XXVIIJ men sis martij 1523 sono tubarum premisso. (Missive, registro 48, folio 236, t.°). Potestati Tilij Restiamo avisati per lettere de don Lazaro de Nardis vicario de Monsignore da Como et de frate Jacobo da bressa, maystro in theo logia e inquisitore de li heretici, como tu ex abrupto e senza saputa loro, ymo preter la deliberatione loro hay dato la morte ad una de quelle femine destenute appresso a ti per heresia.Pertanto volimo, re cevuta la presente, ne avisi cum quale casone e raxone hay facto questo così de tua testa et ulterius te cometimo perquanto hay caro la gratianostra che de quella altra femina che tu hay in presone per dicta imputatione de heresia non ne faci altra novità, jmo ne faci quanto disponerà li prefati don Lazaro et maystro frate Jacomo. Da tum Mediolani die XXVII octobris MCCCCLX. Κ. C. NOTIZIE. Fra i programmi proposti dall'Istituto di Francia, notiamo: " Della filosofia della scuola di Padova. " Che cosa deva intendersi per moralità nelle opere d'arte e d'immaginazione. " " Della filosofia stoica. Nozioni della diversità che si trova nelle opinioni e nei sen timenti morali delle varie parti della società. מ Storia delle dottrine sull'educazione in Francia dopo il XV secolo. " Esame dei sistemi sulla parte e sull'uffizio dell'elemento mo rale nella storia. " Influenza esercitata dai climi sullo svolgimento economico delle società umane. „ IL CASTELLO DI CARCANO. Da nessun storico, credo, appare il nome della famiglia cui apparteneva quel Castello, celebre nelle guerre del Barbarossa, se nondaundocumento in data4ottobre 1344, cioè dall'istru mento di fondazione di S. Maria di Casiglio, fatto da Beltramino di Parravicino, nunzio apostolico e vescovo di Bologna. La peti zione all'arcivescovo Giovanni Visconti comincia: " Reverendæ Paternitati Vestræ significat Devotus vester Epi NOTIZIE. 571 scopus Bononiensis, quod in Diœcesi Mediolanensi, antiquitus fuit quoddam Castrum, Carchenum appellatum, et in eo quædam Ecclesia Parochialis in honorem Beati Nazarii constructa consi stebat, prout adhuc consistit, cuius Parochiani et Patroni fuerunt et sunt progenitores ipsius Beltramini, et quidam alii de paren tela eiusdem, et apud eam, ut plurimum, sepulti; sed Castrum prædictum, temporibus primi Federici Imperatoris funditus fuit deruptum, præedicta Ecclesia absque aliqua abitatione pro ipsius Rectore inibi remanente, etc., etc. , Neppure dalla scomunica pronunciata dall'arcivescovo Uberto di Pirovano contro Carcano, risulta il nome di quei nobili feu datarj che intende privare d'ogni nobiltà e d'ogni feudo. Sitone di Scozia poi afferma apparire da antichissimo albero genealo gico della famiglia Parravicini di Parravicino in carattere gotico, come il patrono della chiesa del suddetto Castello ed il castel lano fosse Gotofredo di Paravicino, capo-stipite. Esso era forse fratello di quel Giacobino di Paravicino che con Petrazio di Erba ed altri, secondo la cronacadi Daniele, fu fra i traditori, dichiarandosi per Federico nel giorno della festa delle Palme, in cui questi, ricevendo l'olivo in S. Ambrogio, co mandò la distruzione delle mura. Per la qual cosa i castelli di quei traditori, cioè di Paravicino, di Erba, di Cornino e Cesana, furono assediati e distrutti dal conte Galvaneo, condottiero dei Milanesi, assediando in ultimo il castello di Carcano dove si era rinchiuso Federico col marchese di Monferrato, difeso da quei della Martesana e del Seprio, e da Pavesi Novaresi e Vercellesi. CALVATONE. Si disputò della vera postura della città di Bebriaco, citatada Tacito, come quella ove l'esercito di Ottone, imperatore romano, fu sconfitto il 69 d. C. Chi lo pone a Canneto, chi a Calvatone nel Cremonese a due giornate da Verona,ove la strada romana postumia si biforca. Le cronache pongono qua la città di Vegra, il qual nome è la forma volgare di Bebriaco (Bebra-vicum), distrutta dagli Unni. Vi si scoprono continuamente ruderi, e nel 1855 un busto di bronzo dell'imperatore Antonino e due statuette di marmo pario. Ora il 572 NOTIZIE. parroco Luchini, fra Calvatone e Romprezagno, oltre avanzi prei storici, scavò medaglie etrusche portanti l'effigie del lucamone, e sul rovescio altre immagini, e in molte l'epigrafe FELIMP PEPRATIO ; altre galliche e molte romane. Il rev. signor canonico Finazzi pubblicò Le antiche lapidi di Bergamo (in-4 di pag. XXXIV-224), che dal Municipio di Ber gamo era egli stato incaricato di riunire nell'Ateneo patrio. Non si peritò a raccogliervi anche quelle sospette e di incerta prove nienza. Nel Bollettino Archeologico nostro del marzo 1876 si pro dusse la lapide di Ida Atestia, che da Bergamo passò a Ferrara non si sa quando.Ora il signorA. Tiraboschi pubblica una lettera del 19 aprile 1561 del Consiglio di Bergamo, che al duca di Fer rara manda essa lapide, e i ringraziamenti che ne fa il duca il 13 maggio, il quale credea vedervi una testimonianza dell'anti chità della sua famiglia. Non regge dunque l'opinione del Serassi, che fosse mandata per ottenere miglior trattamento a Torquato Tasso. Nei Monumenta Germaniae historica compaiono i volumi VI, IX degli Scriptores rerum longobardicarum et italicarum, per cura del professore Waitz; e per cura di Scheffer Boichorst Le cro nache italiane del tempo degli Hohenstaufen. Ora appunto ci arriva l'annunzio della morte di GiorgioPertz, l'intrepido raccoglitore di essi Monumenta germaniae historica e di tant' altri lavori, quali gliArchivj della Società della vecchia storia tedesca,- Gli storici tedeschi del passato, gli Scriptores rerum Germanicarum in usum scholarum, ecc. ecc. Dovette i primi im pulsi e ajuti al ministro prussiano Stein; per incarico delGoverno annoverese visitò le biblioteche e gli Archivj d'Europa; fu presi dente della Società storica dell' Hannover e di quella di Franco forte, bibliotecario e consigliere intimo di Monaco, ove mori. Anche Venezia ha voluto avere una Deputazione di storia pa tria con socj ordinarj, socj onorarj e corrispondenti, esteri e nazionali. Alle spese contribuirono il Ministero della pubblica istruzione, le deputazioni provinciali di Padova, Rovigo, Verona, e più largamente quella di Venezia (L. 1000); molti Municipj NOTIZIE. 573 di cui quel di Venezia per L. 5000, onde ebbe in cassa L. 8948 eper tre anni assicurate altre L. 5565 annue. L'ab. Fulin, redattore dell'Archivio Veneto, principale promo tore di questa dotta Compagnia, ne racconta i preliminari, finchè riuscì a fare la prima adunanza il 1 agosto 1875. Scopo della Deputazione è il pubblicare almeno parte degli im mensi materiali storici e paleografici che rimangono ancora, non solo nella dominante, ma in tutto il Veneto. Le pubblicazioni saranno distribuite in documenti, statuti e leggi, scrittori di cronache, miscellanee, atti. Sono già dati fuori i regesti dei libri de'commemoriali della Repubblica Veneta, interessanti non solo per la storia patria, ma per quella di tutta Europa. Formano essi diciotto volumi, in cui, dall'anno 1300 fino al 1436, poi fino al XVIII secolo, dai cancellieri ducali sono notati non solo atti dell'autorità sovrana, ma anche contratti, franchigie a città suddite, condotte di capi tani, risposte ad inviati stranieri, istruzioni diplomatiche, tariffe, rapporti officiali, verbali d'udienze, istituzioni di pietà, arrivi di carichi, tutte insomma le cose quae faciunt ad jurisdictionem Com munis Venetiarum. Il prof. Gloria sta allestendo il Codice diplomatico di Padova, che sarà cominciamento a quelli di tutto il Veneto. Si pubblicheranno ordinate e corrette tutte le cronache anche edite, di importanza riconosciuta. Il primo volumeda i regesti, cioè il senso e l'estratto di 740 e 466 documenti, fino al 1326, con corredo di ampio indice. Lodando la diligenza del lavoro, la bellezza dell'edizione e la correzione , dobbiamo invidiare quel bell'accordo di studiosi pa triotici e i volonterosi aiuti della cittadinanza, ben convenienti alla ricchezza dei documenti e all'importanza storica di quella tanto gioriosa repubblica. Chi non ricorda le continue relazioni di Venezia colla Dal mazia e con tutti gli Slavi meridionali? Son dunque nostri gli studj che si fanno intorno a questi, dacchè l'insigne arcivescovo Strossmayer fondò ad Agram, nel 1867, l'Accademia Jugo-Sla venska. Nei numerosi atti ch'essa pubblico, il presidente canonico Raski , lodatissimo storico dei ss. Cirillo e Metodio, e i signori * 574 NOTIZIE. Mesich, Sime, Ljubich, Bogisich, Pavich, Ruczki, trattarono spesso delle cose venete; dagli Archivi di Venezia e da altri italiani de dussero un'infinità di documenti, con cui illustrarono la storia, il commercio, l'emigrazione, il governo di quei paesi. Ragusi, l'in signe città della triplice letteratura, che merita storia più di qualche vasto impero, trova qui il suo diritto, il suo commercio, i suoi poeti, i suoi rapporti con Venezia, la sua letteratura e specialmente la teatrica. Indichiamo principalmente, per la storia de'nostri eretici, quella dei Bulgari, dei Bogomili, dei Patarini, e la vita del vescovo De Dominis, autore della Republica Cristiana; idocumenti slavi degli Archivi italiani, la storia di Spalato, città che può dirsi italiana e a cui testè fu restituita la dignità primaziale sulla Dalmazia. Nè taceremo il racconto della congiura di Pietro Zrini e Fr. Frangi pani, una delle più famose (1671), per istaccare l' Ungheria e la Croazia dall'impero germanico, e della quale circa 600 atti fu rono tolti in gran parte dagli Archivi di Venezia e di Roma, ed ebbe gran risuono anche inLombardia. CONCORSO POLETTI. L'insigne Accademia Romana di Belle Arti,denominata di San Luca, ha pubblicato il programmadel concorso quadriennale Po letti , che verrà aggiudicato nel corrente anno pel conferimento di una pensione mensile di scudi 20 a quel giovane italiano che ne riuscirà vincitore. Tema del concorso: " Conservatorio di musica vocale e istru mentale da erigersi inRoma,capace per duecento giovani, oltre i maestri, professori e direttori „. Al Municipio di Roma sono ostensibili le condizioni volute pel concorso. Presso la stessa Accademia è altresì aperto, pei soli italiani, il concorso biennale, anch'esso d'istituzione Poletti, al premio di scudi romani 200 (it. L. 1000), per un " Ragionamento sulla ne cessità dell'uso del ferro nelle opere architettoniche moderne, e se il modo nel quale si è usato finorabasti a stabilire uno stile corretto ed elegante, o se si debba ancora studiare per raggiun gere questo scopo. „ NOTIZIE. 575 L'illustre fisico prof. Govi, nostro socio, ha trovato nella Bi blioteca Casanatense un libretto a stampa senza nome d'autore, nè di stampatore nè di tempo, col titolo Antiquarie prospettiche romane composte per prospettivo milanese dipintore. Sono terzine in cui vengono descritte le fabbriche e altri lavori d'arte di Roma. L'autore è certamente della scuola di Leonardo, di cui fa spesso menzione e acui dedica il libretto, che buone congetture pongono al 1499 o 1500. Invitiamo i Lombardi a cercarne qual che più precisa notizia. Sotto nuovo aspetto considero Cicerone il signor D' Hugues professore di Tolosa, cioècome proconsole in Cilicia (Une province romaine sous larépublique. Parigi, 1876)mostrandoin che orribile servitù fossero le provincie sotto la sfrenatapodestà dei procon soli, che cambiavansi ogni anno con tutti gl'impiegati; colonie di aristocratici affamati che succedeva alla colonia de' satolli. BIBLIOGRAFIA. La famiglia de Ferrari di Genova. Notizie storiche e genealo giche, raccolte da L. T. BELGRANO. Genova 1876. Lodevolmente operò il signor Belgrano illustrando la famiglia del duca Raffaele de Ferrari, ma il mondo ricorderà soltanto lui, che dond 20 milioni a vantaggio del porto di Genova; e sua moglie marchesa Maria Brignole-Sale il monumentale palazzo rosso in ViaNuova, colla insigne biblioteca e Galleria. Questi sono fasti! Les Celtes et les Gaulois par M. P-L. LEMIÉRE. 2me étude. Paris, 1876. La storia dei Celti e dei Galli tocca talmente alle origini italiche, che non farà meraviglia se già nella dispensa I dell'Archivio Stori co, poi nella V pag. 3, abbiamo parlato dell'opera del sig. Lemière, e dell' opposizione del signor Steuer. Questi (Bruxelles 1872) nella Ethnographie des peuples de l'Europe avantJ. C., confuta Amedeo Thierry, sostenendo che i Galli erano null' altro che un ramo della famiglia dei Celti; il nome di questi esser antichissimo, e quello dei Galli non apparire che con Belloveso. Lemiéré, invece, fa dei Galli un popolo distinto dai Celti, abitatori primitivi dell'Europa, e forse ai Galli appartenere tutta la gente ger manica, identica colla scitica: quei che vennero in Italia erano bande assoldate, al servizio dei Liguri, che sono tutt'uno coi Celti, nè fon darono veruno Stato indipendente. Per discorrerne a fondo aspettavamo che il signorLemiére pubbli BIBLIOGRAFIA. 577 casse il suo lavoro compiuto, ma ora egli ci annunzia che, per forti cagioni, deve mandar fuori una sola parte. Questa discorre dei Celti nella Narbonese, nell' Iberia, nell'Aquitania; solo in appresso ce li farà vedere nelle isole bretoni e in Italia. Aspettiamo dunque, e solo noteremo una dissertazione di A. Ber trand, nella Revue Archéologique, sul valore che hanno in Polibio le parole Κελτοί, Γαλάται, Κελτική ο Γαλατία. All'Accademia delle Iscri zioni e Belle Lettere, il dottor Lagneau lesse una dissertazione, ove sostiene, come Bertrand, la dualità de' Celti e de' Galli, ma non am mette che le invasioni galliche d'Italia venissero dall'Alto Danubio; i Celti furono anteriori ai Galli, e quel nome è applicato a molte di verse nazioni. Giuseppe Salvioli, studente dell' Università di Modena, pubblicò te stè uno studio sui Celti nella storia: esamina le quistioni etnografiche e le condizioni dei vinti sotto la dominazione romana e franca. Ma principalmente si occupa del carattere morale e politicodi questa raz za, trasfuso poi ne' Francesi. Del contado della Martesana. Dissertazione postuma del sacerdote dott. Gio. Dozio, pubblicata dal sac. Giuseppe Prestinoni. Mi lano, G. Agnelli, 1876, pag. 45, in-8. La Martesana, la Brianza, il Seprio, la Bazana..., sono denomina zioni di territorii milanesi, che non si sono mai ben determinate.Oggi stesso si disputerebbe ove comincia, ove finisce la Brianza. D. Giovanni Dozio brianzuolo, uno de' bibliotecarj dell' Ambrosiana, rapito nel 1863 agli studj letterarj e paleografici, cercò determinare quei paesi, radu nando la storia delle pievi brianzuole, e, dopo illustrato quelle di Bri vio (1853) e di Vimercate (1858),aveva destinata,non pei Monumenta historiæ patriæ, come dice l'editore, ma per la Miscellanea Italiana, quella dissertazione che solo adesso compare. le frasi : Merito suo particolare, oltre la paziente indagine delle carte, è la topografia, appoggiandosi alla quale, vuole spesso supplire al difetto di documenti, dando quelle che sono sue congetture. Quindi frequenti Inclino ad escludere da questa regione ...-- È credibile che ...-Esporrò come io intenda gli ultimi accenni...-Io credo probabile l'esistenza di due distinte tribù ...-Quando avvenne quella ampliazione? Io credo avvenisse ... Nella credenza che Cantù fosse capo della Martesana di mezzo, mi conferma il seguente riflesso.... 578 cettarla il lettore.... BIBLIOGRAFIA. Mi sia permesso d'esprimere un'opinionemia, voglia o no ac Di ciò nulla ho trovato,ma io inclino acredere che ... Certamente gli eruditi non potranno adottare sempre queste sue opinioni. Gli saranno però grati d'aver raccolto quel pochissimo che ci è ricordato della Martesana, denominazione ora perita del tutto, se non sia nel titolo del Naviglio della Martesana, e surrogato dal non meno indeterminato di Monte di Brianza. Apag. 27 pone che «l'arcivescovo Galdino, dopo sconfitto ed umi liato Federico a Legnano, tolse d'ufficio e di posto » l'arciprete di S. Maria del Monte. Galdino morì il 18 aprile,dunque prima della battaglia di Legnano; ed Algiso, suo successore, fu eletto il 2 luglio, cioè dopo di quella. PASOLINI PIETRO DESIDERIO. Memorie storiche della famiglia Ponti. Imola, 1876, in-4. Chi visito Gallarate,nobilissima per l'industria fra le terrelombarde, sente in ogni parte ricordare la famiglia Ponti, nell'ospedale, nella chiesa magnifica,nel teatro,nel cimitero,in lavori d'arte che poi gran deggiano nel palazzo di Varese. E tutto è dovuto all'industria della filatura e tessituradel cotone, per cui quella famiglia acquisto e me ritò una nobiltà,ben migliore di quella che potesse ritrarre da sangue distillato per magnanimi lombi. Giuseppe II, in aria filosofica, diceva all'oscuro Casanova: « Io disprezzo quei che comprano la nobiltà. » E l'arguto veneziano replicava: «E quei che la vendono, Sire? » Il signor Pasolini ebbe lafortuna di trovare e coordinare una serie di avi, che davvero influiscono poco a cresceril Instro d'una famiglia, che noi, venuti dalla bottega e dal telaio,ingloriamo delle ben acqui state e ben adoperate ricchezze.E ben a ragione ilPasolini loda que' maggiori degli ultimicento anni, 4 i quali mostrarono dimenticare l'an tica istoria della famiglia, e non vollero innalzare le loro case sulla instabile arena delle pompe e degli onori, ma tutte le forze e l'inge gno loro voltarono alle industrie con alacrità così grande che,vantag giata con la ricchezza e con l'esempio la loro terra natale,procaccia rono onorata ricordanza al loro nome nelle generazioni avvenire. » Del Pasolini son pubblicati recentemente La vita di Francesco Mi chiel, arcivescovo di Ravenna nel secolo XIV, (Ravenna 1876) ; e una dissertazione sul palazzo di Teodorico a Ravenna. BIBLIOGRAFIA. 579 Cronache dei secoli XIII e XIV. Firenze, 1876, in-4. È il vol. VI dei Documenti di Storia Italiana, pubblicati dalla Re gia Deputazione sugli Studi di Storia Patria per la Toscana,l'Umbria e le Marche. Firenze, che doveva conseguire tanta glorianelle vicende d' Italia, e aver gli storici più abbondanti, più cari e più insigni, fu quasi l'ul tima a comparire tra i Comuni rigenerantisi, e ad avere narratori. Il primo di questi è il Senzanome,che dovette vivere sino al 1234; magro e rozzamente pretensioso cronista, ma unico a raccontare i fatti di Fi renze nel cadere del XIII e cominciare del XIV secolo, e qual testi monio oculare descrive le lotte de' Comuni contro i castelli e le città. Fu la fonte a cui attinsero il Malaspini ed il Villani, ma rimase ine dita finchè la Deputazione sugli Studi di Storia Patria della Toscana, Umbria e Marche, non si propose di stamparla. Mentre pero vi atten deva, si trovò prevenuta da G. Hartwigh coi Quellen und Forschungen zur ältesten Geschichte der Stadt Florenz (Marburg 1875). L'Hartwig sostiene che i primi narratori ebbero allamano ben pochi documenti, ma si valsero di leggende divulgate (anche secondo Dante, le madri fiorentine favoleggiavano colle loro famiglie de' Trojani, di Fiesole e di Roma), e conchiude che Firenze fu fondata dai Romani due secoli a. C.; non fu distrutta da Totila nè rifabbricata da Carlo Magno; nel medioevo la sua pianta era quale ai tempi romani : la cerchia antica fu distrutta probabilmente al tempo delle ordinanze di giustizia; e Fiesole disfatta non nel 1010, ma nel 1125: nel secolo XI Firenze era ancora dipiccolo conto, e nel suo mezzo aveva ter reni coltivati: poi divenne centro del movimento anti-imperiale in To scana, e principale sostegno del papato. Gino Capponi non si bado a discutere quella parte così oscura od imbarazzata de' primi tempi di Firenze; e noi volentieri lasciamo via le questioni, clamorosamente agitate, sull' autenticitàdi varj de'primi cro nisti, e accettiamo volontieri la nuova stampa che qui è data di To lomeo da Lucca; tanto migliore di quella fattane nel 1619 a Lione e di tutte le posteriori. È notevole la poca esattezza delle date. Se ci fermiamo al tempo che molto fu avvertito testè in occasione della. Lega Lombarda, To Oltre il clamoroso Dino Compagni, di cui si parlò nel Vol. II, pag. 104, si nega l'antichità diRicordanoMalaspina, principalmente daArnoldBussondi Innspruck (1869): echecominciasse a scrivere non prima del 1278,quando si pubblicò la cronaca diMar tinPolacco, da cui molto desunse; e scriveva ancora nel 1290; e molto se ne valse Giovanni Villani. 580 BIBLIOGRAFIA. lomeo mette : « Anno Domimi MCLVII Adrianus creatur in papam." È noto che funel 1154. Al 1158 riferisce la coronazione di Federico in Roma, e la rissa avvenuta coi Romani. Nel 1159 esso imperadore fa riedificar Tivoli, devasta Spoleto. La morte di Adriano è posta al 1160, facendolo seduto 4 anni. Le crono logie gli dannoinfatti 4 anni e 9 mesi, ma la morte sua pongono nel 1159, come l'elezione di Alessandro III, che Tolomeo pone nel 1161. Nel 1160 fa da Federico devastare Milano e Piacenza, poi radunar l'esercito e assediare Milano, giurando non andarsene finchè non l'ab bia ridotta al nulla. Nel 1162 fa che Milano, assediata da due anni e più,sia presa, di strutta, arata, seminatovi il sale.I corpi dei re Magi, portati a Milano da Costantinopoli da sant'Eustorgio, sono da Federico concessi all'ar civescovo di Colonia. Nel 1173, Alessandro va inFrancia, onorevolmente ricevuto; e per cid Federico invade la Francia. Nel 1175 Federico torna in Italia, e devasta ogni cosa,eccetto Pa via. L'anno stesso & Lombardi colligationem faciunt contra imperato rem, in favorem Papæ,videlicet Mediolanenses,quamvis fuerint deva stati, Cremonenses,Placentini, et multæ aliæ civitates et castra dictae regionis. Noi mettiam questo fatto nel 1167. Nel 1167 «Federicus obsedit Anconam ... eodem anno Mediolanum et Cremona, auxilio amicorum, rædificantur. " Nel 1168 Mediolanenses, Cremonenses et Placentia, in despectum Frederici et contra Papienses civitatem ædificant, quam, ob reveren tiam Alexandri papæ, ipsam Alexandriam vocant. » 1174 « Fredericus,videns Lombardiam et Tusciam sibipassim rebel lare... nuncios mittit ad Alexandrum super concordia facienda. » Nel 1175 Fredericus ad concilium nuncios mittit de concordia in ter ipsum et papam tractaturos, de tanta Italicorum concordia contra ipsum infavorem papæ expavescens. " 1176 « Fredericus ad gremium Ecclesiæ redit, et Venetiis absolvitur a legato Papæ, et pro amenda crucem assumit ultra marinam cum multa militia, etc. " Niente di Legnano, nè del papa a Venezia. 1177 «Alexander in Italiam redit. " 1182 «Alexander papamoritur. " (nel 1181). 1183. Mortedi Federico, mentre le storie la mettono al 1190; ed in quell'anno sarebbe stata la pace di Costanza, non indicata da Tolo meo. L'editore avverte che ifatti son meglio ordinati nella storia ec clesiastica di esso Tolomeo. BIBLIOGRAFIA. 581 Qui pure si trova l'uso,che doveva esser comunequando pochissima la scrittura, di raccomandare i fatti alla memoria mediante versi, e spesso in rima, O Mortennane non est sibi nomen inane Mors tua, mors dura, multis dabit asperajura. alludendo a Mortenano, castello a 10 miglia da Siena. E a Montalto Est factum planum Mons altum nomine vanum. Edi Fiesole Così altrove: Subjacet hæc mesta quia nunquam fecit honesta Exsuperans Pisa superatur marte recisa Flos inimicorum vindex Florentia florum Pistorium contra commovet ipsa manu. Dei 20 anni fra il 1299 eil 1320, pieni di fatti importanti, si ha il Diario di Ser Giovanni di Lemmo. Più accurata è l'edizione del Diario d'anonimo fiorentino, con note e documenti, di Alessandro Gherardi. Il Mittarelli nelle Accessiones Faventine, mal pubblicò il Chronicon Tolosani. Meglio avealo studiato il medico G. B. Borsieri, che, chia mato professore a Pavia daMaria Teresa, non pensò più a quel lavoro, che ora qui compare. Documenti della Storia di Sicilia. Palermo, 1876. Della Società Siciliana per la Storia Patria si è già fatto menzione : ed ora abbiamo sottocchio l'Archivio Storico Siciliano, sua pubblica zione periodica. Il primo fascicolo, oltre l'informazione delle vicende di essa Società e de' suoi Atti, e uno studio biografico su Galvano Lancia, che molto illustra icasi dell'infelice Corradino di Svevia¹, ec citano vivo interesse le Notizie delle sacre rappresentazioni in Sicilia, esposte da Gius. Pitrè, il più persistente e giudizioso raccoglitore di lavori popolari. Lo si accompagna volentieri in quel ragguaglio delle tante rappresentazioni, misteri, atti, martirj, riscatti, cene, pastorali, in tralizzate, taratatà, processioni, finzioni..., or lepide e scurrili, ora serie 1 Su questo pubblicò una preziosa memoria il sig. Del Giudice, negando (fra il resto) che Carlo convocasse i sindaci e baroni per processare Corradino. 582 BIBLIOGRAFIA, esacre, sempre volgari, e che cominciate nel medioevo, durano ancora in quell'isola, che fortunatamente non crede sintomo di progresso il vilipendere il passato. Deve mettersegli compagna la terza serie della Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, dovuta all'ab. Gioacchino Di Marzo, dove si con tengono le drammatiche rappresentazioni di Sicilia; a capo delle quali il famosissimo Atto della Pinta, opera di Merlino Coccaj. Degli Atti e Memorie poi della Società Storica abbiamo un fascicolo checontienela Storia di Alcamo, paziente ed eruditissimo lavoro del prof. De Giovanni, eun fascicolo dei Tabularj, ove si riproducono do cumenti, la piùparte inediti,degli Archivi siciliani. Il primo è del 1087. Nello scorso terzo trimestre pervennero in dono alla Società dai rispettivi autori le seguenti pubblicazioni: Calvi Felice, Il Patriziato Milanese. Milano, 1876, in-8. Ellero Pietro, La questione Sociale. Bologna, 1874, un vol. in-8. Mancardi Francesco, Cenni Storici sull'Amministrazione del Debito Pubblico delRegno d'Italia e sulle Amministrazioni annesse, ecc. Parti 4. Roma, Stamperia Reale, 1875. Pallastrelli C. Bernardo, Il suocero e la moglie di Cristoforo Co lombo. Memoria. Piacenza, 1876, in-4. Pasolini Pietro Desiderio, Memorie storiche della Famiglia Ponti. Imola, Galeati, 1876, in-4. Rivista Archeologica della Provincia di Como, recenti ispezioni e sco perte, C. V. Barelli; Necropoli gallica a Moncucco, A. Garovaglio ; Notizie archeologiche riferibili a Como ed alla suaprovincia, C. V. Ba relli; Iscrizioni Romane, idem. Rosa Gabriele, Feudi e Comuni. Brescia, Malaguzzi, 1876, in-16. Scarabelli Luciano, L'eroe di Tarragona restituito al suo paese LXV anni dopo la sua morte. Piacenza, Solari, 1876, opusc. in-8. Son notevoli le discussioni fatte dal Vigo e da altri sulla nota tenzone di Ciullo d'Alcamo. G. OTTINO, responsabile. . LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO, O LA LOTTA DEI NOBILI E DEL POPOLO IN MILANO. (1198-1292 ) . CAPITOLO I. DEL GOVERNO DI MILANO DALLA CADUTA DEI CAROLINGI FINO ALL'ANNO 1198. La lotta arditissima sostenuta da S. Ambrogio contro gli Ariani e la imperatrice Giustina, e il mirabile coraggio di cui egli diede prova, quando impedi a Teodosio di penetrare in chiesa, dopo gli eccidî di Tessalonica, sparsero, fin dal quarto secolo, viva luce di gloria sulla sede episcopale di Milano. Profittandosi della debo lezza dei Carolingi, della loro assenza d'Italia, delle lunghe guerre che or l'uno, or l'altro portava alla Penisola, per ottenerne la signoria, raccolte molte ricchezze, poterono i vescovi, colla ec clesiastica, aver non piccola parte della potestà politica, laonde i due reggimenti in loro si fusero e confusero. Ma questo accadde naturalmente, e non per ordine o per donazione sovrana, e però l'atto con cui vuolsi che Carlo Magno concedesse al vescovo mi lanese il potere temporale in Milano, ha lo stesso valore storico di quello che, afavore dei pontefici, viene attribuito a Costantino. Il vero potere ei raggiunse per le ragioni accennate e per il suo mirabile accordo col popolo, il quale vedeva in lui un leale e PURICELLI, Ambrosianae Mediolani Basilicae ac monasterii monumenta, pag. 46; UGHELLI, It. Sac, IV, pag. 70; Flos Florum ad annum 947. Arch. Stor. Lomb.- An. III. 38 584 LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO. forte difensore de'proprî diritti, sicchè nonpermettevamai che al tri gli recasse offesa, e ne scemasse l'autorità. Ciò apparve chiara mente nel 1037, allorachè, essendo in Milano Corrado II, corsa voce che questi volesse togliere all'arcivescovo la facoltà d'inve stire dei diritti feudali il vescovo di Lodi, insorse il popolo, e Cor rado dovette, in fretta, ripararsi a Pavia. Così, quantunque favore vole alle riforme ecclesiastiche, per le quali durò in Milano lunga e crudele lotta, il popolo milanese si mostrò avverso a Grego rio VII, che le propugnava, temendo che la Chiesa Ambrosiana patisse nella indipendenza e nell'onore. Per forza propria, e in gran parte morale, più che per impero di principi, i vescovi mila nesi, passando per la via delle immunità, onde diventavano liberi, coi loro soggetti, dalla giurisdizione dei conti, raggiunsero a poco a poco l'autorità politica direttiva. Pertanto, verso la metà del decimo secolo, furono riguardati come i primi principi di Lom bardia, e, non dandosi alcun pensiero della cronologia storica, facendosi forti d'un decreto di S. Gregorio Magno, pretesero per sino di avere, coi loro suffraganei, il diritto di eleggere i re d' Ita 3 lia. Ad aumentarne il potere giovò assai la giurisdizione missa tica, conceduta aloro fin dal tempo di Carlo il Calvo, per cui essi assistevano ai giudizî dei conti, ne diminuivano l'impero, e prepa 4 ravansi ad esserne gli eredi. Ma in ciò non furono soli, chè il governo divisero coi loro capitani e vassalli; e per tal guisa il popolo, invece che ad uno, dovette obbedienza a più Signori. Finchè i vescovi non abusarono della loro signoria, quello non si lagnò; ma alzò la voce,e insorse quando essi lo vollero opprimere. Bensel seppe l'arcivescovo Landolfo da Carcano che,nell'anno 980, fu, pel suo dispotismo, cacciato dalla città, e ricacciato poi allo rachè, per sostenersi al potere, distribuiva, tra i vassalli (milites), i beni della Chiesa. Rotto l'accordo, il popolo cominciò a cam minare sulla via della libertà sino a che, diventato forte, baldo 4 • ARNULPH., Hist. Med, lib. II, c. 12. 3SIGONIUS. Hist. Reg. It, Bononiae, 1580, lib. VIII, pag. 342, a. 1002. .... ipsi nihilominus episcopi singuli in suo episcopio missatici nostri potestate et auctoritate fungantur. » Kar. II, Const. Ticin, a. 876. Vedasi: SCHUPFER, La so cietà milanese all'epoca del risorgimento del Comune, nell'Archivio giuridico, vol. III, pag. 463. 5LANDULPH. sen, Med. hist, lib. II, c. 26. • ARNULPH, lib. I, c. 10; LANDULPH. sen, lib. II, c. 17. LA CREDENZA DI SANT' AMBROGIO. 585 e sicuro, pervenne ad istituire il consolato. Ma a questo ei non giunse d'un sol tratto, nè d'un sol tratto l'arcivescovo perdette tutto il suo dominio; ma egli stesso si rassegnò a menomarlo, e a dividerlo coi cittadini. Ed è cosa notevolissima, e tale da recare non poca meraviglia, il vedere come i rivolgimenti politici avve nissero, nel medio evo, a grado a grado, e non repentinamente, siccome sarebbesi potuto attendere da uomini di tempra ferrea, travagliati da ferree lotte,dalle quali stava per uscire ordinamento politico così diverso, che doveva abbassare i potenti ed innalzare gli oppressi. Ciò che accadde in Milano accadde altrove: in Brescia, ove il vescovo e i consoli conchiusero uniti la pace con Bergamo; in Modena, ove fu fatta una concessione agli abatidi S. Pietro, alla presenza del vescovo e dei consoli stessi; in Piacenza ed in 7 altre città. E gradatamente ovunque si sollevarono poi gli operai, e si resero a poco a poco padroni del Comune. Le corporazioni d'arte, che li raccoglievano, non portarono subito nelle proprie mani la somma del governo; ma accontentaronsi, in sulle prime, di avere alcuno dei loro associati presenti agli atti pubblici, di far quindi da testimonî, per arrivare più tardi agovernare in co mune, e infine da soli. Ora, per tornare ai consoli di Milano, di remo che, sebbene essi sieno nominati solamente nell'anno 1107, pure, come giustamente hanno osservato il Giulini e l'Hegel, 10 la loro origine è forse più antica." Infatti, torna difficile il credere che il castello di Biandrate, piccolo luogo soggetto a Milano, non spinto da quella viva lotta di parti da cui questa era spinta, avesse prima di lei i consoli, il che apparirebbe dal prezioso documento pubblicato nei Monumenti di Storia Patria. " In Milano, uniti al vescovo, con cui dividevano il potere, i con 7 GRADONICUS, Pontificum Brixianorum series, commentario historico illustrata, pag. 212; LUPI, Cod. Dip, II, pag. 1139. 8 MURAT. Ant. it, IV, pag. 51. • MURAT. Ant. it., IV, pag. 52. 10 Il Giulini, per un diploma dell'arcivescovo Anselmo IV, opind che iconsoli esi stessero sette anni prima. Vedasi GIULINI, Memorie spettanti alla storia, al governo ed alla descrizione della città e campagna di Milano. Milano, Lombardi, 1855, vol. II, pag. 685. HEGEL, Gesch. der Städteverfassung von Italien. Leipzig, 1847, II, S. 170. 12 Monumentahist. pat, Chartarum I, 708. 586 LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO. soli comparvero per la prima volta in una solenne occasione, nel l'anno 1117, e soltanto in appresso soli, e senza quello, come auto rità municipale indipendente. Il vescovo, invece di signore quasi assoluto, divenne allora soggetto ai consoli, ai quali appartenne eziandio il decidere i più grandi affari ecclesiastici, quand'essi fos sero legati ai politici. Così, correndo l'anno 1128, in mezzo al vivo agitarsi degli animiper lascelta del re e imperatore,volendo alcuni Corradodi Svevia, altri Lottario duca di Sassonia, i consoli or dinarono all'arcivescovo, Anselmo da Pusterla , d'incoronare il primo.¹ Non altrimenti avvenne nell'anno 1143, in cui, sorta quistione tra i monaci e i canonici di S. Ambrogio, per materia metà civile e metà ecclesiastica, andarono i consoli dall'arcive 14 scovo, e gli dettarono la sentenza. Avuto, in tal guisa, nelle loro mani il potere, eglino lo conservarono; e, avvicendandovisi, e pre valendovi le diverse classi, col prevalere delle loro forze, eglino, uniti al Consiglio di Credenza e al ConsiglioGenerale, governarono Milano fino a che, nell'anno 1186, fu creato il podestà. Frattanto la classe più bassa del popolo si agitava incessantemente; già si annunziava vicina la tempesta; giàle onde s'accavallavano, s'urta vano, si frangevano: la nave della libertàpericolava. Ritornò final mente la calma; si accomunarono gli ufficî fra le diverse associa zioni , giacchè, come assai giustamente ha osservato il Cantù, 4 non cercavasi tanto la libertà quanto l'eguaglianza, e questa non tanto delle persone quanto dei corpi.15 , Ma la calma ebbe breve durata; chè il vero Comune,quello per cuigli onori e i pesi dove vano essere a tutti egualmente distribuiti, non ebbe mailunga vita, il che fu la principal causa della sua rovina. Si mirò sempre, nel medio evo, al particolare, anzichè al generale, a creare uno Stato entro un altro Stato; ma al concetto d'unità non si seppe salire mai. Governava presso che sempre la parte più potente, la più potente associazione, non mai l'intero popolo, eguagliato neidiritti enei pubblici ufficî. 11 LANDULPH. Jun, Med. hist, cap. 39. 14 PURICELLI, Op. cit, pag. 667. 15 Omaggio della Società Storica Lombarda al VII centenario della battaglia di Legnano. Milano, Bernardoni, 1876, pag. 8. LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO. CAPITOLO II. IL POPOLO MINUTO IN MILANO FINO ALLA CREAZIONE DELLA CREDENZA. 587 Le fazioni politiche e religiose di Milano giovarono grande mente a ravvicinare fra loro le diverse classi sociali, e a farle fra loro conosciute e rispettate. Nell'agitarsi dei cittadini più egregi, i campi di battaglia, a cui questi lo chiamarono, furono per il popolo minuto, cioè a dire per gli operai, il luogo della loro ri surrezione. Ma, sebbene armati da Ariberto, ricercati e corteggiati dai combattenti, pure, un secolo dopo la creazione del Comune, essi non partecipavano ancora al Governo. Avevano tuttavia per corso lungo e non facile cammino; e, a persuadersene, basterà rivolgere il pensiero allo stato miserissimo in cui erano caduti per l'impero romano e per ledominazioni barbariche. Erano stati legati da quello in corporazioni chiamate scholae, che durarono ancora, dopo la caduta dell'impero, nei paesi non conquistati dai Longo bardi. E però in Napoli, in Roma, in Ravenna e in altre città le corporazioni vissero, e conservarono l'antico nome,talchè troviamo i pescatori, i beccai, i calzolai ed altri riuniti collegialmente, e aventi a capo un patronus e un capitularius. Quegli tutelava l'arte, e ne riceveva, in cambio, servizî, questi sopraintendeva ai capitoli ed agli statuti. Ma nelle provincie già soggette ai Longobardi la curtis publica, regia o ducalis, raccolse forse tutti gli avanzi della pubblica proprietà romana, laonde caddero in gran parte sotto la sua di pendenza gli artigiani, col nome di aldiones, servi pubblici. E, nel continuo mutarsi di Signori, passarono anch'essi, con tutte le regalie, d'una in altra mano, o in chi ne spoglio i conti, o in chi ne fu investito da altri. Tra questi ultimi è da rammen tare il conte di S. Bonifacio da Verona, che, nel 1165, ottenne da Federico I il comitato veronese con tutti i diritti che gli ap 16 S. GREGORII MAGNI, Epist, lib. X, epist. 26; MARINI, Рар, pag. 68; FANTUZZI, Monum. Rav., I, pag. 133, 227, 385. 588 LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO. partenevano, e perciò i mestieri e la sorveglianza degli ufficî, tanto della Schola Major, quanto di quella dei macellai,dei for nai, colla giurisdizione su di essi." Ma alcuna volta i mestieri d'una città non furono sottomessi ad uno solo, sibbene a più padroni; così avvenne in Milano, ove i Visconti, per citarne un esempio, tennero, fino al XIII secolo, solamente la giurisdizione sui fornai. Abbiamo detto che i mestieri passarono alla curtis regia in gran parte, perchè alcuni (e il come torna difficile scoprire) pervennero direttamente a singoli Signori, i quali facevano lavorare gli artieri sì nei proprî castelli che nelle proprie abitazioni di città.18 Fu concesso a questi di prestar eziandio ad altri la loro opera, pur chè ne dividessero il guadagno coi padroni; e i padroni, dal lato loro, stavano mallevadori del danno che da ciò potesse toccare agli altri operai. Nel dodicesimo secolo esistevano presso i monasteri di Milano, eforse altrove, case di lavoro. Ve n'aveva una a S. Simpliciano, una presso la Metropolitana, un'altra presso la basilica di S. Am brogio; ma se vi si raccogliessero solo i vecchi, o si offrisse a ciascun operaio sicurezza dalle oppressioni e valido ricovero, non è facile sapere. Questo bensì sappiamo che tali case potevano possedere, onde Alberigo Ferrario, ponendosi in viaggioper Terra Santa, nell'anno 1142, lasciava, nel suo testamento, alla casa di lavoro di S. Simpliciano soldi cinque: et Labor sancti Simpli ciani solidos quinque.19 Tutti questi operai, non legati alla curtis publica, poterono, nello sviluppo industriale dei comuni , arricchire, ricomprare la loro libertà, e diventare il nucleo di quelli che agitarono e scon volsero il Governo Comunale. Incoraggiati dall'esempio dei vas salli maggiori, che si resero ereditario il dominio, dei minori, che rinunziarono al feudo per la indipendenza, scaldati da quel fuoco stesso della libertà che distrusse allora tutti gli edifizî del pas sato, essi, potenti per numero, fatti più potenti pel lavoro, anno 17 MURATORI, Antiq. it., I. pag. 273. 18 Fu l'operaio che lavorava pei signori, il servus ministerialis doctus aut proba tus, che ebbe un guidrigildo maggiore. Leges Rotarii, 129-131. 19 FUMAGALLI, Vicende di Milano durante la guerra di Federigo I, pag. 241. 20 HEGEL, Gesch. der Städteverfassung von Ital, II, S. 259. LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO. 589 veratisi , mirato il lungo e malagevole cammino percorso, si co nobbero forti, pigliarono vie più animo, e chiesero la loro parte nella cosa pubblica. Lottarono per ciò assai tempo, e costante mente, e arditamente si spinsero innanzi; incontrati gravi ostacoli, si raccolsero, prepararono un'arma più efficace, un nuovo governo di classe, che si ordinò, fece parte da sè, poi si slancio baldan zoso entro la fortezza, per occuparla prima col nemico, e quindi, cacciato questo, da solo. Tale fu la via battuta dalle corporazioni d'arte, e, s'io non erro, dalla stessa Credenza di S. Ambrogio. CAPITOLO III. ORIGINE DELLA CREDENZA DI S. AMBROGIO. Del grande avvenimento dell'origine della Credenza di S. Am brogio poco, e, secondo noi, poco esattamente scrissero gli storici, sebbene in essa, per quasi unsecolo, siasi raccolta la vita pubblica milanese ; per essa il governo sia diventato popolare, siasi affret tata la caduta della repubbliça e la creazione del principato. Le più antiche cronache, come quelle di Daniele e di Filippo da Ca stel Seprio, l'annunziano, all'anno 1198, con queste sole parole: " Facta fuit Credentia Sancti Ambrosii. „ Nella cronaca di Am brogio Bosso, denominata Flos Florum, all'anno stesso, si leg ge: " Isto anno, secundum Beroldum, facta fuit Credentia sancti " Ambrosii. E il Fiamma scrive: " Anno Domini MCLXXXX7111 facta fuit decima Consularia, quam elegit Vicecomes Communitatis. Et ipso anno Credentia Sancti Ambrosii facta fuit., Continua egli poscia così: " Isto tempore cum Civitas ab antiquo esset divisa inter partem Nobilium ex una parte, et partem Populi ex alia, iterum in duas partes dividitur, nam Artistae, ut Macellarii, Fur narii et alii Mensurales, in unum congregati, fecerunt quamdam Societatem, quam vocaverunt Credentiam Sancti Ambrosii ; et por tabant in armis suis quamdam Balzanam rubeo et albo colore in longum partitam, et fecerunt sibi domum Communitatis cum turri quam emerunt ab illis de Botaziis, quae usque hodie dicitur Turris Credentiae, faciebantque ibi quaedam judicia ; et dabatur eis certa pars proventuum Communitatis. „ ¹ 21 21 FLAMMA, Man. Flor, pag. 660. 590 LA CREDENZA DI SANT' AMBROGIO. Dove fossero questa casa e questa torre già cercò, con buon successo, il Giulini, il quale scoperse ch'esse trovavansi nella par rocchia di S. Galdino, nell'angolo delle due vie che (per dirlo con nomi ch'ancor si comprendano dai contemporanei, in questo meraviglioso trasformarsi diMilano) furono in appresso del Rebec chino e dei Mercanti d'oro. Circa poi alla torre ha fatto, colla sua esemplare diligenza, nuove investigazioni il signor dottor Carlo Casati, 2 ch' ebbe la buona ventura di trovare la descrizione di quella rialzata da Azzone Visconti, nella quale torre, come appa risce dal documento che pubblichiamo, fu conservato tutto ciò che valeva a far conoscere lo scopo a cui era destinata l'antica.23 Continuando il suo racconto, narra il Fiamma che della so cietà facevano parte: " Carnifices, Furnarii, Caligarii, Sutores, Fabri, Lanistae, Spetiarii, Cæmentarii et similes „ . 24 La città dividevasi allora in quattro parti: quella dei nobili , composta dei Capitani e dei Valvassori; quella della Motta, sorta dai vassalli minori che avevano abbandonato il feudo per diventare liberi cittadini, ed eransi resi illustri per cariche e per dignità; quella dei Mercanti, e per ultimo questa della Credenza. La ori gine della quale non ci fu tramandata da alcuno storico antico 25 diversamente da ciò che fecero quelli nominati più sopra. E non è meraviglia, perchè base al loro racconto furono le cro nache, che sogliono narrare i fatti allorchè si presentano nel dominio pubblico, senza investigarne la ragione ed il principio. Scrutare l'origine di una istituzione nel suo lavoro preparatorio, in quel lavorio segreto e tanto efficace, per cui essa acquista quella vitalità che serve al suo svolgimento, dall'infanzia all'ado lescenza, dall'adolescenza alla virilità, è tutta opera dello storico, enon del cronista. La meraviglia deve sorgere, a quello che a me ne sembra, nel vedere come pressochè tutti gli storici moderni, nel riportarne la narrazione, non v'abbiano sollevato alcun dubbio. 22 Vedasi l'Appendice al giornale la Perseveranza del giorno 11 aprile dell'anno 1872. "Documento N. 1. 24 Cioè : lanii, beccai. 25 Inun compendio cronologico storico della città di Milano, che arriva fino al l'anno 1487 (Manoscritto ambrosiano; 0. 85 sup), all'anno 1198, leggesi: < L'anno MCLXXXXVIII fu laX consolaria. In questo anno fu molta diferentia in Milano tra li nobili con quei del popolo. E fu fatto l'offitio della torre de la credenza a Milano. Et usque nunc questa torre a retenuto lo suo nome.> LA CREDENZA DI SANT' AMBROGIO. 591 Tra questi va escluso il Leo, al quale pare che " tutto ciò che Tristano Calco, Galvano Flamma, e, dietro ad essi, il Giulini rac contano, in generale e in particolare, del sollevarsi del popolo minuto in Milano, sotto il nome di Credenza di S. Ambrogio, posi semplicemente sulla loro fantasia. , Egli crede che sia qui esistita un'associazione di artefici, la quale voleva, per la sua classe, una certa stima e una rappresentanza nel governo della città; ma non crede all'ordinamento dell'associazione stessa, e però dichiara che quanto ne fu scritto è manchevole di base.27 Se non che tutto lo svolgimento della Credenza di S. Ambrogio sta, in quanto a questo, a prova della veridicità degli storici. Ma così nè parmi, nè m'è parso maidella sua origine; poichè fin da quando ho attinto,per la prima volta, dagli storici nostri, la notizia di quest'associazione, io ho dubitato forte che ciò ch'essi ne credettero il principio fosse, invece, il momento della sua ma nifestazione, il cominciamento della sua potenza. M'era parso sempre una nuova favola il racconto di questa novella Minerva, ch'esce armata e pronta alla lotta; m'era parso fosse passato inosservato il suo lungo ed immancabile lavoro di preparazione, lavoro da cui, per legge di natura, non possono dipartirsi nè gli uomini nè le istituzioni, prima di giungere alla maturità. E già hơ accennato in altro luogo come i rivolgimenti del medio evo non fossero repentini, sibbene opera di lungo tempo, di continuo pro gresso, d'invasioni continue di chi, rimasto lontano dal potere, o dai sommi gradi di esso, sforzavasi di pervenirvi. Così fecero gli operai in Milano colla creazione della Credenza di S. Ambrogio; così i popolani ovunque erano oppressi, quando vollero prima liberarsi dagli oppressori, arrivare poi al Governo, per cacciar infine di seggio i nobili. E per provare che le cose procedettero in questa guisa altrove, ci tornerà utile l'esempio di due città, nelle quali la vita comunale si sviluppo largamente, al pari che 26 Zwar beruht alles das, was Tristanus Calchus, Galvaneu Flammaund ihnennach Giulini von dem Emporkommen des gemeinen Volkes in Mailand, unter dem Namen der Credenza di S. Ambrogio, in dem Jahre 1198 in Einzelnen und umständlich er zählen, bloss auf ihrer Phantasie. LEO, Geschichte der italienischen Staaten. Hamburg, 1829, II, S. 161-162. 27 Was, aber neuere Schriftsteller und auch Giulini über die Einrichtung und Be stimmung dieser Eidgenossenschaft sagen schwebt alles in der Luft. LEO, Geschichte der it. Staaten, II, S. 167. 592 LA CREDENZA DI SANT' AMBROGIO. nella nostra, senza il freno dell' aristocrazia, come in Genova e in Pisa, del principato ereditario, o a vita, come in Napoli, in Sicilia e in Venezia. Queste due città furono Bologna e Fi renze. Nella prima il popolo insorse nell'anno 1228; e tale insurre zione poteva anch'essere repentina, perchè ai Bolognesi era toc cata quella sventura che più addolora, infiamma e rende ingiusti i popoli: una sconfitta. Di questa essi accusavano inobili che, per uso antico, e qui e altrove, avevano nelle mani l'autorità militare. Eperò si sollevarono; si raccolsero a consiglio; vollero riformati gli statuti e larga parte nel Governo.28 Ma a ciò essi erano pre parati da gran pezzo, poichè fin dall'anno 1174 esistevano in Bologna società o fratellanze, le quali, cresciute in potere, erano già vent'anni dopo rappresentate da un capo che vegliava alle pubbliche deliberazioni. E quando si ribellò il popolo, furono le società stesse delle arti e delle armi che si raccolsero a Parla mento, e recarono al Governo quelle mutazioni che tornavano utili a loro ed a quello, da cui esse erano costituite.º Nondiversamente dal bolognese si emancipò il popolo fiorentino. Questo avvenne nell'anno 1250, allorchè, come dice il Capponi, " i ghibellini colla forza delle straniere masnade imposero al po polo intollerabili carichi e l'oppressero in mal punto, imperocchè iguelfi avevano al di fuori ricominciato la guerra, e il re Enzo di Sardegna, altro figlio naturale di Federigo II, dai Bolognesi vinto in battaglia, era imprigionato: la parte guelfa e popolare alzava il capo, talchè veggiamo in quegli anni altre città emancipate al 28 GHIRARDACCI, Storia di Bologna, parte I, lib. V, pag. 146; Muzzi, Annali della città di Bologna, I, pag. 338 e seg. 29 Nell'anno 1193 era stata conchiusa la pace tra i Bolognesi e i Ferraresi; ma nel 1194, sorta qualche incertezza sulla interpretazione dei patti, fu affidato ad alcuni ar bitri delle due cittàil deciderle. Fra' Savi che accompagnaronli dalle rispettive città, noveraronsi per nome nostro (cioè dei Bolognesi) Guidotto di Gerardo degli Orsi, l'uno de' Consoli, Calanchino Console de' Mercanti e Guido de' Terafogoli Rettore delle Società. Quest'è la prima volta che si annunziano in Bologna le società già cresciute e rap presentate da un capo eletto in concordia, sicchè vegliasse nelle pubbliche risoluzioni, o le autorizzasse col suo consenso,quante volte fosse mestieri. Quelle delle Arti man tenevano allora un' intelligenza reciproca, e convenivano in un rettore arappresentarle. Le Società armigere e specialmantequelledei Toschi edei Lombardi, unironsi più tardi aquelle dell'arti. Muzzi, Op. cit, I, pag. 202. so MUZZI, Op. cit, I, pag. 341. LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO. 81 593 modo stesso con le forme che inquesta sua liberazione pigliava il popolo di Firenze. „ La oppressione che pati dai ghibellini , la guerra mossa dai guelfi, e le sconfitte dei ghibellini stessi basta vano a spingere a ribellione il popolo; ma anche qui sarebbe in errore chi credesse ch'egli scattasse a guisa di una molla; che raggiungesse lacima perimprovviso assalto,laddove erasi sollevato lentamente, v'era lentamente salito con passo ordinario e tran quillo. Infatti, nell'anno 1193, essendosi i conti Guido posti sotto la protezione di Firenze, fu conchiuso un trattato, in nome del Co mune, dal podestà, dal consiglio e dai sette rettori delle mae stranze; nel 1226, questi intervennero pure al pubblico consiglio, edeliberarono coi consoli, coi giudici e coi notai; 33 e, coi consoli della città, dei mercanti edei banchieri, vi parteciparono eziandio nell'anno 1240.34 Bologna e Firenze ebbero dunque cause impellenti, che fecero insorgere il popolo, e lo resero quasi padrone assoluto della città; ma tuttavia ciò accadde quando da molto tempo egli s'era asso ciato ed armato, o quando precedentemente aveva avuto parte nel Governodella cosa pubblica. Ora, credere che inMilano,contro il processo storico di quella età, e perciò diversamente da quanto avvenne in altri comuni, sorgesse, in un lampo, un governo entro un governo, il quale inalberasse bandiera; acquistasse, sebbene composto di operai,una casa con unatorre; tenesse alcuni giudizî; riescisse, non sisa come,ad aver porzione delle pubbliche entrate, s parmi cosa al tutto opposta ad una buona critica storica. —Come nacque invece laCredenza di S. Ambrogio? Da ciò che ho detto, è facile comprendere quello che io ne pensi. Ènoto a tutti comenel medio evo fossero numerosissime le associazioni popolari, le quali, fattesi potenti, arrivarono poi alla signoriadel Comune; ma niuna, per quello ch'io ne sappia, vi pervennenel modo con cui, secondo gli storici nostri, vi sarebbe pervenuta laCredenza di S.Ambrogio. 31 CAPPONI, Storia della Repubblica di Firenze, I, cap. IV, pag. 30. 32 già nel 1193 si trova un potestà Caponsacchi stipulare, in nome della città insieme co'suoi consiglieri e sette rettori delle arti. CAPPONI, Op. cit, I, cap. III, pag. 21. 33 LAMI, Lezioni di antichità, I, pag. CXXIII. 34 MURATORI, Ant, IV, pag. 454. 25 FLAMMA, Man. Flor, pag. 660. 594 LA CREDENZA DI SANT' AMBROGIO. La storia che non è più avvolta nel mistero, deve rivelare l'altra che si conserva tale; essa, se non maestra della vita, dev'essere maestra a' suoi cultori. E però, nel percorrere quella del medio evo, noi troviamo inBologna, nell'anno 1174, le società dei Lom bardi e dei Toschi già da noi menzionate; ma solamente nel 1228 le vediamo arrivare al potere. Così troviamo in Brescia una so cietà popolare che, prendendo nome, al pari della nostra, dal santo patrono della città, si nominò da S. Faustino. Compare nella storia nell'anno 1200; e pure in quel tempo doveva già contare lunga vita, e aver raggiunta molta potenza, se il conte Narisio, allora potentissimo, si fece forte di essa per opporsi ai nobili fuorusciti. Enuovo esempio ci offre Lucca, ove sorgevano, nel l'anno 1197, pronte a lottare colle armi contro i nobili,le Società di concordia dei pedoni della città, dette poi Società delle armi del popolo. Esse accrebbero di giorno in giorno la loro impor tanza, e, tuttavia, soltanto nell'anno 1203 si ribellarono ai nobili, ne occuparono il posto e li cacciarono dalla città. " Il dubbio che noi abbiamo sollevato per Milano altri sollevò per Vercelli: colà furono due associazioni popolari: quella diS. Stefano e quella di S. Eusebio. La prima partecipò al reggimento del Co mune nell'anno 1169; ma il Mandelli, che in Italia e fuori fu me ritamente stimato come uno dei più diligenti e acuti storici su balpini, nel narrarci questo fatto, mostrò di credere ch'essa na scesse prima di quell'anno, perchè gli parve impossibile che, contro ogni legge di natura, la nascita e la virilità fossero una stessa e contemporanea cosa.38 Finalmente, per citar ancora un esempio, rammenterò che Chieri ebbe la potente associazione di S. Giorgio, e che, sebbene già ri cordata nell'anno 1228,39 non prese parte nella signoria del Co mune che trent'anni dopo.** 36 ODORICI, Storie Bresciane, V, pag. 244. 37 TOMMASI, Sommario della Storia di Lucca (nell'Archivio Storico Italiano, t. X), pag. 61, 62. Che l'origine diquella Società fosse nell'anno 1197, ci dicono gli Annali di Tolomeo Fiadoni (MURATORI, Rer. It. Script , t. XI, p. 1277), ove leggesi: Eodem anno, ut in Actibus Lucensibus scribitur, dicuntur primae factae Societates in Civitate Lucensi, quarum auctores fuerunt Rodulfus Viviani, et Lotrus Chiatri. 38 MANDELLI, Il comune di Vercelli nel medio evo, I, pag. 5 e 15. 39 CIBRARIO, Storia di Chieri, I, pag. 149; II, pag. 87. 40 CIBRARIO, Op. cit , II, pag. 124. LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO. 595 Ed ora, conchiudendo, dico che la Credenza di S. Ambrogio fu, a parer mio, una società popolare segreta, come molte altre di quei tempi; che percorse il cammino delle altre; che nacque prima dell'anno 1198, ed allora solo spunto nell'orizzonte quando, potente per numero e per ricchezza, brillò di quella viva luce, di cui ci narrano il Fiamma e gli altri scrittori. Pensare altrimenti sarebbe, s'io non m'inganno, sconvolgere tutto quel lento pro cesso storico, che, se è degli altri tempi, non è meno perciò uno dei caratteri del medio evo. CAPITOLO IV. LA CREDENZA FINO ALLA CREAZIONE DELL'ANZIANO. (1198-1240) Come acquistò tanta forza da ardire di rivelarsi, la Credenza si creò un capo chiamato Drudo Marcellino. Tuttavia, se essa fu riconosciuta dal Comune, e n'ebbe benefizî, non apportò, per qualche anno, a questo alcun mutamento. Di ciò ci fornisce, in prima, chiara prova la pace ratificata tra Milano e Como, in cui Milano fu solo rappresentata dai Consoli della Repubblica e di 41 Giustizia. E un'altra ci offre quella conchiusasi dalla nostra città con Lodi, il quarto giorno dell'anno seguente, cioè il ventotto di dicembre (chè, secondo l'uso dei tempi, il nuovo anno cominciava allora dal giorno del Natale), nel quale fu stabilito che la giu rassero ogni anno i Consoli del Comune e della Giustizia, o il Po destà. Pure, pochi giorni dopo, senza che sorgesse alcun nuovo avvenimento che ne fosse causa, la Credenza di S. Ambrogio avrebbe, secondo il Giulini, avuto parte nel Governo. Lo persua dono di ciò le seguenti parole di Tristano Calco: Confecerunt eam (PACEM) Joannes Rusca Comensis genere tum Mediolani Prae tor, et Consules Justitiae, Credentiaeque, et Mercatorum.** Ma il Giulini aveva giustamente osservato altrove, che il Calco confuse questa Credenza con quella più antica, cioè col pubblico Consi 41 MURATORI, Ant. IV, pag 370. 42 TRIST. CALCO, lib. 13, pag. 291. 596 LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO. 43 glio della città.** Egli non crede che qui si tratti dei Consoli della repubblica, perchènon trova in alcun luogo ch'essi fossero nominati Consoli della Credenza; ma certo non avrà trovato neppure che in questo tempo la Credenza di S. Ambrogio avesse Consoli proprî; ed egli, infatti, non ne fece motto anteriormente. Oltre che, come si può solamente supporre che la Società della Motta, antica e da molto potente, fosse esclusa da un atto pub blico, in cui veniva ammessa la nuova associazione? Me ne per suaderei se questa avesse subito afferrato, da sola,ildominio, per escluderne chi lo teneva prima; ma noi vedremo che il fatto andò altrimenti. E che la Credenza di S. Ambrogio non fosse giunta al governo della cosa pubblica, prova il Giulini stesso nella pagina seguente della sua classica opera, ove narra d'una lettera che, nell'anno 1199, il podestà Giovanni Rusca ed il Con siglio indirizzarono a papa Innocenzo III in favore dell'impera tore Ottone: anche qui la Credenza non è nominata.** E pure, ognuno sa come il popolo sia maggiormente geloso della sua po tenza nei primi momenti che l'acquista, quando, cioè, è recente in lui il ricordo dei mali patiti e della lotta costatagli, e co m'egli permetta allora assai difficilmente che altri non riconosca i proprî diritti. Io credo che solamente nel 1201 il popolo mila nese, essendosi posto quattr'anni prima apertamente di fronte ai nobili, quasi a rivelazione della sua forza, cercò, non già di usurpare tutta la somma della cosa pubblica, ma di avere in questa chi lo rappresentasse. E furono creati perciò, invece dei consoli, o d'un podestà forestiere, tre podestà cittadini, uno per ciascuna delle parti politiche che esistevano; cioè Alberto da Mandello pei nobili, Drudo Marcellino per la Credenza, e Rainerio Cotta per la Motta. Ciascuno abitava in luogo diverso, e gover nava separatamente. " Ci confermerebbe nel nostro avviso il 43 GIULINI, Op. cit, IV, pag. 102. 44 BALUTIUS, Epist. Innoc. III, I, pag. 688. 45 < FLAMMA, Chr. majus, editum ab Antonio Ceruti (Misc. di Storia Italiana. Torino, 1869, t. VII), pag. 748. 46 «Et facta fuit societas de Galiardis tempore Dominorum Alberti de Mandello, Druvolonis Marcellini, et RayneriiCotte,Potestatum Mediolani. » Chronica Danielis ad hunc annum. E in TRISTANO CALCO, lib. 13, pag. 292, si legge: < Anno sequenti Me diolani tres Potestates juri dicundo praefuere, Albertus Mandellus, Rainerius Cotta, et Drudus Marcellinus, et Societas validissimorum juvenum facta, qui a virium vi et significatione Galiardi; nuncupabantur. > 47 ... ad arma clamitantes (illi de credentia) potestatem de civitate eiecerunt. >> FLAMMA, Chr. majus, pag. 751. 48 FLAMMA, Chr. majus, pag. 752. LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO. 55 599 tunque una legge ordinasse che ciò non fosse permesso prima che il podestà ed i rettori delComune avessero riconosciuto la ragione del creditore. Pertanto il Consiglio dei Centurioni volle ora ridar forza a quella; e cosi, dalla pace, tocco ai nobili fuorusciti il vantaggio del ritorno, ed al popolo della sicurezza della loro roba. Sebbene gli storici non ci narrino di nuove discordie nate fra la Credenza, i Capitani e i Valvassori, nondimeno gli è mestieri supporre che la venuta dell'imperatore Ottone a Milano spirasse maggior ardire nei nobili, e li conducesse di nuovo a spadroneg giare, da che vediamo il popolo creare un'altra società, per opporsi a quella dei Gagliardi. Sorse essa, in apparenza, per la difesa del Carroccio; ma fu forse una di quelle società di militi, delle quali abbiamo avuto occasione di parlare altrove: una società che, com prendendo quanto grande potere avessero tuttavia i nobili, poichè a loro specialmente era affidata la difesa del paese, vollero sce marlo coll'afferrarne una parte. Ma, qualunque sia stata la causa della sua origine, ciò è sicuro ch'essa si mostrò avversa a quella dei Gagliardi. La partenza di Ottone IV da Milano e la scomunica, onde lo colpi il papa Innocenzo III, diminuirono l'orgoglio dei nobili; e però, per quel continuo avvicendarsi in potenza delle fazioni po litiche , s'accrebbe allora quello dei popolani. Laonde vediamo, nell'anno 1211, riformate le leggi e riconosciute le società della Credenza di S. Ambrogio e della Motta; cose avvenute già col fatto, ma che ora il popolo volle forse ottenere con un atto pub 55 ... il Consiglio de' cento uomini statuì: che a nessuno fossero staggiti i beni se non dietro regolare inquisizione riconosciuta dal podestà milanese, o dai rettori del Comune ; così come appunto vogliono le leggi. CORIO, Storia di Milano, I, pag. 342. 56 < Chronaca Philippi a. h. a. 602 LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO. le diverse fazioni. Milano lo comprese; e nobili e popolo rimisero in mano del podestà Aveno da Cisate, mantovano, la conclusione di essa. A raggiungere questo fine ed a rappattumarli con Fe derico II, il papa, chiamati a Roma l'arcivescovo Enrico, il vero capo dei nobili, e Ardigotto Marcellino, il capo del popolo, ot tenne di pacificarli coll' imperatore e tra loro stessi. E pertanto, il giorno dieci di giugno dell'anno 1225,63 nella loggia del Bro letto del Comune di Milano, il podestà Aveno da Cisate, essendo stato raccolto il Parlamento secondo l'antico costume, al suono delle trombe e delle campane, narrò quant'egli avesse operato a conchiudere la pace; ma della parte avutavi dal papa non fece motto. Nella sentenza, ch'ei pronunziò in quel giorno, è degno particolarmente d'essere notato, che ai popolani furono concesse le maggiori dignità della Chiesa, esclusane l'arcivescovile (che prima appartenevano solo ai nobili), ed ai nobili i benefizî dei de cumani (prima solo dei popolani); che, deposti tutti i capi delle società, fu ordinato che queste non avessero più nè podestà, nè rettori, nè capitani, nè gonfalonieri, ma solo i consoli, come in passato; che vennero annullati gli editti fatti in un giorno di martedi , nelle ferie dell'anno 1221, da Ardigotto Marcellino, e ogni ordine emanato dalle parti, senza i loro rettori, special mente nel 1218. Si proclamarono validi i capitoli di Uberto da Via Alta, o da Vidalta; si ordinò la esazione dei fodri e delle ta glie; s'impose ai Capitani, ai Valvassori, al podestà ed ai consoli di giustizia di aiutare gli esattori, dichiarando esenti da tale ob bligo i socî della Motta, della Credenza e i loro consoli. Si stabili, infine, che le imposte non sarebbero state condonate a persona, se non per giusta causa, approvata dal Consiglio della Credenza.** Come ben si vede, qui non v'ha più eguaglianza tra le parti; co "L'anno seguente, che fu il vigesimo quinto sopra mille e duecento, il pretore dell'anno antecedente fu confermato dai Milanesi nel governo della loro città ; e il pontefice Gregorio vi destind un legato, il quale dovesse, alla presenza del medesimo, citare l'arcivescovo per la parte dei nobili fuorusciti e Ardighetto per quella del po polo. Come costoro furono pervenuti a Roma, vi si trovò similmente Federico, e me diante l'autorità papale, agli otto di giugno, fu conchiusa la pace tra l'Imperatore e i Milanesi. CORIO, vol. I, pag. 367. 63 Il Corio erroneamente narra il fatto come avvenuto nell'anno 1225 il giorno 10 di luglio; ma il Giulini, vol. IV, p. 286-287, ha giustamente corrette le due date. 64 Documento N. 3. LA CREDENZA DI SANT'AMBROGIO. 603 mincia qui la prevalenza d'una di esse, cioè dellapopolana, la quale dura finchè la vittoria dei Visconti non distrugge la Credenza. Poco di notevole intorno a questa ci offre quindi la storia sino all'anno 1240, avendo i Milanesi tutto l'animo rivolto alla grande lotta che dovettero sostenere contro Federico II. Continuarono essi a reggersi con un podestà o con due, e le società vissero tra loro in buon accordo. Ciò apprendiamo dal Corio, il quale ci narra come, nell'anno 1240, il podestà Corrado da Concesa, nel giorno nove di dicembre, raccogliesse il Consiglio Generale per esporgli che i consoli delle tre società gli avevano mandati alcuni statuti intorno la carta-moneta. Questa, che il bisogno aveva fatto creare in quell'anno, era già caduta in discredito. A ridarle valore, e ad ottenere che i cittadini la ricevessero, i consoli proponevano, fra l'altre cose, che chi patisse condanne pecuniarie dal Comune po tesse soddisfarle con quella, e chi con quella volesse soddisfare un debito (libero il creditore di accettarla, o no) nonpotesse essere cacciato nè dalla propria casa, nè dalla propria possessione. Il 65 ... < есс, come sopra. 68 Divi Adriani. LUCA FANCELLI SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV. Luca Fancelli, scultore ed architetto del secolo XV, fu ricor dato con lode tra gli artefici fiorentini; ma non fu sollevato a quell'onore, che un lungo e intelligente esercizio dell'arte gli dava diritto di conseguire. Il Vasari, mentre accenna che questi esegui varie opere dise gnate dal Brunelleschi e dall' Alberti, e diresse la fabbrica del palazzo Pitti in Firenze, aggiunge che condottosi a Mantova vi fece d'assai opere, e quivi tolse donna, vi visse e mori. Il qual cenno, oltre essere molto indeterminato, contiene, lo diciamo fin d'ora, alcune inesattezze, che col sussidio di documenti sincroni 1 si faranno manifeste. Il conte d' Arco nella eruditissima opera: Delle Arti e degli Artefici di Mantova, il Gaye nel Carteggio inedito di artisti, ed il Ricci nella Storia dell'architettura in Italia, pubblicarono alcune notizie, che valsero a metter in maggior luce il valore del Fancelli; ma la vita e le opere di lui rimasero pur sempre avvolte in molta oscurità. L'archivio Gonzaga ci offerse abbondante materia per illu strare la vita di questo artefice egregio, al quale Mantova va 1 VASARI, Vite. Firenze, Le Monnier, vol. III, 230; e IV, 60 e 61. * D'ARCO, Arti ed Artefici di Mantova. Mantova, 1857. GAYE, Carteggio d' Artisti, Firenze, 1839, vol. I. ▲RICCI, Storia dell' Architettura in Italia, Modena, 1860, vol. II. LUCA FANCELLI, SCULTORE, ECC. 611 debitrice di molte e nobilissime opere, che gli storici ricordarono senza indicarne l'autore. Le indagini però furono lunghe e difficili, sì perchè la vita artistica del Fancelli in questa città si estende ad un periodo di oltre quarant'anni, durante il dominio dei marchesi Lodo vico II, Federico III e in parte di Francesco IV Gonzaga, dal 1450 al 1494; e sì anche perchè non visse egli sempre in Man tova, come afferma il Vasari, ma per incarichi dei principi e per faccende sue proprie, ebbe d'uopo di recarsi in altre parti d' I talia, e più specialmente in Toscana. Laonde se ci fu mestieri consultare i numerosi registri delle lettere dei Signori di Mantova e la corrispondenza di maestro Luca, sparsa in molte cartelle e sotto rubriche diverse, dovemmo anche chiedere notizie all' Archivio di Stato in Firenze. E qui professiamo la nostra riconoscenza alla cortese premura del dotto e gentile cavalier Gaetano Milanesi, che ci fornt le copie di al cuni preziosi documenti, i quali aggiunti alle patrie notizie ci porsero gli elementi a tessere la presente Memoria. I. I Fancelli furono da Settignano, nel contado di Firenze, ed esercitarono l'arte dello scalpellino. L'artefice di cui prendiamo a parlare, si firma il più di sovente Luca fiorentino, col titolo ora di tagliapietra e di scultore, or d'architetto e d'ingegnere. Nacque nel 14305 da Jacopo di Bartolomeo Fancelli, e dal nome del padre fu soprannomato Paperi, che nell'uso volgare toscano significa Jacoро. Delle prime sue prove nell'arte non abbiamo notizia; ma che egli sia stato allievo di qualche valente maestro, apparirà chia ramente dalle opere egregie che compl.Pare che da giovane fosse ai servigi di Cosimo il Vecchio de' Medici; imperocchè il marchese Lodovico Gonzaga, scrivendo a Lorenzo il Magnifico,dichiara che lotolse a stare con sè a contemplazione della bona memoria di Cosimo (documento V), ed il Fancelli in una sua lettera allo 5 In una lettera del 10 novembre 1491 il Fancelli dice che aveva allora 61 anni, che conferma l'anno di nascita per noi indicato (documento XVII). 612 LUCA FANCELLI stesso Lorenzo (documento XII) dice di essere stato mandato dal l'avolo di lui ai servigi dei marchesi di Mantova. Ciò dovette accadere nel 1450 (documento VIII), quando aveva appena ven t'anni; ma nelle lettere dei principi non trovammo menzionato il suo nome che al 1455, mentre egli era occupato co' suoi garzoni inlavoridi marmo al palazzo marchionale di Revere.6 Tra i molti edificii, che i principi Gonzaga innalzarono fuori di Mantova nell'antico loro Stato, questo palazzo è uno dei po chi che abbia in granparte durato alle ingiurie del tempo. E in vero, non ostante le gravi alterazioni che vi furono fatte, offre ancora i caratteri dell'ottimo stile del quattrocento, e lascia im maginare quale ne fosse l'antica magnificenza. La porta d'ingresso in pietra ha le lesene scanalate con ca pitelli di ordine composito, e gli stipiti fregiati delle imprese gonzaghesche del Cane e del Castello col motto greco AMV МОС, есс , е presenta un frontone veramente maestoso. Il ve stibolo termina con una porta rettangolare in marmo rosso di Verona, al sommo della quale sono le parole: LUDOVICUS MARCHIO MANTUE che il marchese stesso prescrisse al Fancelli di incidere." Una loggia grandiosa sta innanzi al cortile, ed è sostenuta da dodici colonne binate di marmo rosso con bellissimi capitelli di ordine composito, che nella varietà del disegno conservano uni formità di concetto.Al lato destro e sinistro è un peristilio con otto colonne semplici per ciascuna parte, il quale doveva ricor rere anche dal quarto lato, che rimase incompiuto. L'origine del palazzo si assegna dagli storici al 1449. Lo Schi venoglia, cronista contemporaneo, ricorda che in quell'anno fu principiato il muro dietro il Po al castello di Revere, il qual 1455, 26 luglio; Quistello. Lodovico Gonzaga al Vicario di Revere : « Perchè maestro Luca ceha dicto che il pane hanno havuto questi dì li suoi garzoni non è altro che loio (loglio), adeo che non poteano stare in piedi, vogliamo provedi habiano bon pane senza loio.>>> 71457, 11 dicembre; Mantova. Lodovico Gonzaga a Luca Fancelli in Revere: « In quell'epitafio non far altri versi se non queste lettere : Ludovicus marchio Mantuae. » SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV. 613 muro turrito cingeva una vasta area rettangolare, al cui angolo sud-est era addossato il palazzo col giardino, e nel cui centro sorgeva il torrione che tuttora sussiste. Daicenni che raccogliemmo nelle letterediquel tempo,crediamo che si debbano attribuire al Fancelli perfino i più minuti dettagli di decorazioni esterne ed interne delle porte, finestre e colonne. Undocumentodel 1457parla altresì di un suograndioso camino, del quale abbiamo potuto, non è molto, discoprire alcuni avanzi, che giacevano abbandonati nell'orto attiguo al palazzo di Revere, e che dalla generosità dei proprietarii signori Rognoni furono concessi in dono al Museo comunale di Mantova. Fra questi sono due putti di vaghe forme, benchè non immuni da guasti; e ci sembrano richiamare lo stile di quelli che si ammirano anche ora nella facciata di san Sebastiano, e sopra un monumento dello stesso Fancelli, che da tempo si conserva nel Museo comunale. Questo artefice lavorò a più riprese nel palazzo di Revere; ma più specialmente nel 1455 e nei due anni successivi, fatta eccezione soltanto di alcuni mesi, dal maggio all'ottobre del 1456,10 che egli passò a Firenze, forse per compiervi lavori già da lui in trapresi, non avendo fino allora presso il marchese Lodovico uno stabile ufficio a stipendio. Infatti nel gennajo del 1458, mentre era in Mantova, nè vedeva ordine a procedere a nuove opere, fu costretto a licenziare alcuni maestri, e scrisse al marchese che volentieri avrebbe desiderato di essere licenziato con essi, giac chè aveva pratiche per un avviamento a Venezia.¹¹ 81457, 3 dicembre; Mantova. Lodovico Gonzaga al Vicario di Revere: «Ce piace molto che quella porta se metta in opera cum li capitelli, e che l lavorero comenza acomparire, et siamo contenti, parendo cussì a maestro Luca, che se perseveri et se fornisca de metterla in opera. E nel giugno del 1458 un Lorenzo tagliapietra ac cennò a Lodovico, che lavorava gagliardamente per mettere in opera alcune colonne nel palazzo di Revere. 91457, 13 dicembre; Mantova. Lodovico Gonzaga a Luca Fancelli in Revere: << Zac cariada Pisa ne dice che tu hai da fare uno camino de4braza inquelle prede te sono avanzate; ne piace molto; manonge fare cosa alcuna finchenon te habiamo parlato.>>> 10 1456, 1. ottobre; Mantova. Lodovico Gonzaga a Luca Fancelli in Revere: «El n'è stato de piacere intendere la ritornata tua: ne pare che resti lì peralcuni giorni, epoterai attendere a quelli nostri lavoreri. » Avvertiamo che anche nel settembre del 1858 il Fancelli fu a Firenze. 11 1458, 10 gennajo; Mantova. Luca Fancelli a Lodovico Gonzaga: Mi bisogna li cenziare quattro maestri, e volontieri vorrei essere licenziato con loro, però ch'i ò al guno inviamento a Venezia. > 614 LUCA FANCELLI II. In questo mezzo accaddero due fatti importantissimi per la storia delle arti mantovane, e che si collegano strettamente alla vita del Fancelli. Il primo fu la determinazione di Andrea Mantegna di venire ai servigi del marchese Lodovico Gonzaga, alla quale cooperò efficacemente il Fancelli, giacchè essendo stato inviato sul principio dell'anno 1458 al pittore padovano, tanto operò colle sue esortazioni, col suo esempio, co' suoi consigli, che lo indusse adaccettare le condizioni proposte dal Gonzaga; onde sul volgere dell'anno susseguente il Mantegna prese dimora in Mantova.¹ª Il secondo fatto, che doveva aprire un largo campo alla perizia ed operosità di maestro Luca, fu anche la venuta nella nostra città di Leon Battista Alberti,¹ la quale precedette di poco quella del Mantegna. Allora fu che Lodovico, caldo fautore delle arti belle, col con siglio e coll'opera di sì valenti maestri, intraprese quei grandi lavori, che resero immortale il suo nome. Il Fancelli ottenne la sopraintendenza degli edificii, che il prin cipe faceva erigere nella città e nelle vicinanze di essa. La prima grande opera a cui diede mano, fu la costruzione del tempio vo tivo di san Sebastiano, disegnato dall'Alberti nel 1459 e comin ciatosi a murare nel 1460.14 Nel giugno però di quest'anno maestro Luca si recò a Firenze, e vi dimorò anche parte dell'anno 1461.15 A questo tempo repu tiamo doversi assegnare il suo matrimonio con una toscana di 12 ARMAND BASCHET, nell' opuscolo da noi tradotto dal francese: Ricerche di docu menti d'arte e di storia nell' archivio Gonzaga, Mantova, 1866, pubblicò una lunga lettera di Lodovico Gonzaga, dalla quale apparisce l'azione esercitata dal Fancelli per indurre il Mantegna a venire a Mantova. 13 Veggasi nell'Archivio Storico Italiano, tom. IX, parte I, 1869, la nostra Memoria su L. B. Alberti. 14 Archivio Storico Italiano, loc. cit. 45 1460, 31 marzo; Mantova. Luca Fancelli a Lodovico Gonzaga: «Io è finito alqune cose che mancavano alle colonne de Santa Paula (chiesa ora soppressa), e dobiando io star due mesi a Firenze, che non posso far de manco,quanto più prolongo l'andar fo pegio, però che qui è pure a murare queste colonne. Et anche per S. Bastiano se ria bisogno ch'io tornassi presto. > SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV. 615 nome Elena, come la ricorda egli stesso nelle sue lettere, e che negli spogli del Migliore, citati dal Gaye, è detta Dianora16 di Giovanni di Bartolomeo di Lorenzo Cresci. Il Fancelli, dimorando in Mantova, ebbe da questo connubio un figlio di nome Antonio e tre figliuole. Una di queste, di nome Lia, fu maritata in To scana nel 1483 con ser Giovanni di ser Matteo da Falgano; un'altra andò a marito nel 1488, non sappiamo con chi; e la terza, detta Chiara, di celebrata bellezza, fu condotta in moglie, nel 1494, dal pittore Pietro Vannucci, denominato ilPerugino.¹" Quantunque il Fancelli prendesse stanza in Mantova colla sua famiglia, ed avesse con sè due cognati scultori, Sandro di Bortolo e Francesco Fiorentino,18 pure mantenne il suo legale domicilio a Firenze, dove aveva altri parenti e qualche sostanza. Fu per ciò notato nel catasto di quella città, e gli fu imposto il paga mento di un tributo, che a lui parve grave, tanto che se ne dolse più volte con Lodovico Gonzaga. Questi essendo a Firenze nel 1469, parlò di tale bisogna all'amico suo Brunetto Aldobran dini, animandolo a favorire il Fancelli; e l'anno appresso gliene fece nuova raccomandazione per lettera. L' Aldobrandini rispose che maestro Luca avrebbe voluto che la moglie e i figliuoli, che egli aveva a Mantova, fossero scomputati dal catasto a ragione dei Fancelli che abitavano in Firenze, ma che la cosa era del tutto proibita dalla legge. Il marchese Lodovico nel 1474 fu mosso a scriverne anche a Lorenzo il Magnifico, nel tempo in cui furono creati nuovi uffi ciali del catasto, e lo pregò a porgere al Fancelli il favor suo, mediante il quale potesse conservare le poche facoltà che posse deva a Firenze (documento V). Gli ufficii di Lorenzo de' Medici riuscirono tanto efficaci, che fu acconciato il catasto a vantaggio dell'artefice fiorentino (documento VI). Ma a lui restava un grosso debito verso il Comune, per il grave carico che in passato eragli stato imposto: di che nel 1473 il Gonzaga insistette nuovamente presso il Medici, affinchè volesse concedere l'esonero di quel de 16 Il nome di Dianora corrisponde a quello di Elena. 47 Vedi Notizie di Pietro Vannucci, da noi pubblicate a Perugia l'anno 1874. 48 Sandro di Bortolo nel 1471 eraa Mantova e si trovava inpericolo divita. France sco, che è detto Fiorentino, è ricordato due volte nei carteggi di Lodovico Gonzaga. Nel 1475 lavorava come tagliapietra al palazzo di Saviola. Arch. Stor. Lomb. An. III. 40 616 LUCA FANCELLI bito (documento VI). Convien credere che l'esito delle istanze non fosse favorevole, giacchè si fecero altre pratiche nel 1478. Luca andò egli stesso a Firenze con una commendatiziadel mar chese Federico Gonzaga (documento IX), e la cosa ebbe forse buon fine, ma i documenti non ce nedanno alcun cenno. I fatti che ora abbiamo esposti, risultano in gran parte da lettere del l' Archivio mediceo, e valgono non solo a chiarire le condizioni famigliari del Fancelli, ma a dimostrare altresì il favore del quale godeva presso i Medici ed i Gonzaga. III. Poichè nel 1461 egli ebbe stabilmente fissata la sua sede in Mantova, spiegò una mirabile attività, la quale, durante il lungo governo del marchese Lodovico fu somma. Amato e favorito da questo principe, il quale si compiaceva di averlo accolto da gio vane e averlo veduto crescere valente e dabbene, il Fancelli non cessò per sua parte di contribuire coll' ingegno e coll'opera al l'onore del suo mecenate. E mentre lo scorgemmo tutto inteso ai lavori di Revere come scultore, ora lo vedremo raddoppiare gli sforzi con singolare perizia ed operosità siccome architetto. Nel decennio dal 1460 al 1470 non solo diede compimento al corpo principale della chiesa di S. Sebastiano, 19 ma trasformò nello stile, detto del Rinascimento, parte dell'antico palazzo della Ragione, denominato di Virgilio per unmonumento del poeta che vi sta sopra, il qual palazzo nella prima metà del 1200 era stato costruito in stile archiacuto ; costrusse la chiesa, già demolita, del paesello di Soave, la cui soffitta dovette essere di mirabile lavoro, poichè se ne gloriava egli stesso, dicendo: " Credo non 20 19 Crediamo utile di notare che maestro Luca, mentre nel gennajo del 1464 era a Battifolle in Toscana a provvedere pietre per le porte di S. Sebastiano, scrisse al marchese Lodovico di aver trovato uno, che aveva da vendere mille piante di gelsi in Val di Nievole. Il principe gli commise di farne mercato di trecento e di spedirle a Mantova, lequali riteniamo essere state le prime, che a meritodelFancelli furono in trodotte nel Mantovano. 20 1462, 10 agosto; Mantova. Gio. Ant. d'Arezzo a Lodovico Gonzaga: « Avviso come el zufo (ciuffo) del palazzo di Virgilio è fornito, e presto se comenzarano a dipinzere li merli. La porta che è da fare dove è posto Virgilio, è tagliata. > SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV. 22 617 abbia pari in Italia „; *¹ edificò la casa di Antonello Facipecora di Napoli, camerlengo di Lodovico Gonzaga, e molto eziandio operò nella suntuosa villeggiatura di Cavriana.3 25 Nel 1470 eresse per il marchese un palazzo presso Saviola 24 sulla riva destra del Po tra S. Benedetto di Polirone e Suzzara; fece restauri al celebre Ponte dei Mulini, opera del grande Pi tentino, e poco di poi prese aselciare unaparte dellavia di Man tova, 2 lavoro che fu interrotto, e da lui più tardi ripreso, ma che solo al tempo di Giulio Romano ebbe pieno compimento. Il principe Lodovico nella grossa borgata di Gonzaga nell'Ol trepò fece compiere eziandio al Fancelli nel 1471 un grandioso palazzo, dove accolse nell'agosto di quell'anno il duca di Mi lano Galeazzo Maria Sforza e Bona di Savoja mogliedi lui. L'at tività del Fancelli fu sorprendente (documento III), e mentre egli conduceva a termine la fabbrica, il Mantegna e i suoi scolari ornavano le stanze di mirabili dipinti. Di questo edifizio, che i successori di Lodovico resero splendidissimo, non rimane, come di tanti altri, più traccia. Ma un'opera ancor più maestosa doveva attestare ai posteri quanto fosse l'ingegno e la pratica dell'architetto fiorentino. Fino 21 1463, 27 agosto; Mantova. Luca Fancelli a Lodovico Gonzaga: Sono stato a Soave per far compire la chiesa. La soffitta credo non abbia pari in Italia. >> 23 1464, 5 giugno; Mantova. Luca Fancelli a Lodovico Gonzaga: « Oggi sono arri vate le prete (pietre) delle finestre della Cà d'Antonello: aspetto domani o l'altro giunga i mia (sic) garzoni da Firenze; come ci siano, li farò lavorare. » 23 1468, 7 agosto; Cavriana. Luca Fancelli a Lodovico Gonzaga: « Abbiamo fatto bon lavorero, domani cerneremo le lozete; la scala e la camera sopra il molino è ti rato ogni cosa a livel degli muri dinanzi; credo la scala piacerà molto a la S.V. > 24 Ne parla Lodovico in una lettera al Fancelli in data del 6 agosto 1470. 25 Ne troviamo un cenno nei Registri delle lettere di Lodovico al 9 agosto 1470. 26 1471, 1. gennajo; Mantova. Luca Fancelli a Lodovico Gonzaga: «Se pare a V. E. che quelli ghiaroni per selegare la contrada de S. Gervasio se conducano ad opera senza misurare, sarà risparmio della misuratione. > Troviamo che fino dal 1461 si provvedeva al selciato della città con ciottoli di Marmirolo e Goito. 27 Delle molte lettere del Fancelli intorno ai lavori del palazzo di Gonzaga citiamo solo il seguente tratto del 28 giugno 1471 : « El muro è finito per fino al coredore; el palazzo è adempito de fora per fino ala ultima puntata. > 28 Battista Visconti nel 1496 avendo visitato questo amenissimo luogo, scrisse a Fran cesco Gonzaga: « Il qual loco ho trovato niente difforme da quello me prometteva dovesse essere. Parendo a me el sia di tanta eccellenza quanto cosa abbia vista; nè posso iudicar se li debba trovar paragone, essendo ultra la bellezza compito d' ogni piacere. > 618 LUCA FANCELLI dall'anno 1470 Leon Battista Alberti offerse aLodovico Gonzaga il disegno dell'attuale basilica di S. Andrea, che fuor di dubbio è uno dei più splendidi monumenti dell'arte italiana. Il Fancelli che aveva l'impegno della chiesa di S. Sebastiano, ebbe l'inca rico anche di questa difficile impresa. Negli antichi registri il suo nome è ricordato come capomastro della fabbrica, e in molte lettere rende conto egli stesso al marchese Lodovico del procedi mento dei lavori.30 E come non fosse bastata alla sua operosità la costruzione di un tempio di tanta mole, cominciato nel 1472, e da lui condotto molto innanzi nel 1477, murò nel tempo stesso la Torre detta dell' Orologio, dove Bartolomeo Manfredi collocò nel 1473 il fa mosissimo suo orologio; fece lavori in legname inuna sala di Ja copo da Crema (documento VIII), e cooperò alla fabbrica della Casa del Mercato.81 Nè vogliamo tacere della molta sua perizia nelfare disegni to pografici, per i quali egli sapeva far uso della bussola, come strumento geodetico.** Altri disegni e modelli gli erano conti nuamente richiesti ; e se dobbiamo tener conto di parecchi avanzi di case murate in Mantova al secolo XV, dove sono stipiti, mo danature e cornici fatte con buon gusto e correzione, possiamo arguire l'opera o l'influenza esercitate da tanto artefice. Il d'Arco opina che la cappella della Vergine Incoronata, presso la cattedrale di Mantova, la quale fu murata nel 1477 con mo dificazioni ad un preesistente disegno, debba attribuirsi all' Al berti, ma a mio credere è opera del Fancelli.33 Questi infatti era il solo architetto, che a quel tempo in Mantova avesse potuto condurre somigliante lavoro. Nel giugno dell'anno 1477 ebbe a perdere la moglie Elena 99 V. D'ARCO, Op. cit, vol. II. 30 Ci riportiamo ai documenti pubblicati nell'Archiv. Stor. it. nella citata Memoria su L. B. Alberti. 31 1477, 20 settembre; dai Bagni, Lodovico Gonzaga a Luca Fancelli: Alla casa del Mercato ne piace che se lavori gagliardamente. >> 32 Luca Fancelli il 19 agosto 1473 era a Sermide per levare il disegno diquel ter ritorio, e gli occorse di dover scrivere al marchese : « Perchè la bussola dela mia ca lamita è guasta, prego V. E. se degni mandarmi quella de Bartolomeo da l' Orololio (Manfredi) per lo portatore presente, a ciò possa fare quanto mi è bisogno. > 33 D'ARCO, Op. cit, vol. II, pag. 14, n. 2. SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV. de' Cresci, 34 619 e trovossi in tali angustie famigliari, da essere co stretto a chiedere un sussidio di 25 ducati. Tre anni più tardi condusse in seconde nozze un'Anselmina de Cunzi, che nel 1478 era rimasta vedova, con tre figli, di Dome nico degli Annovazzi, figlio di Uberto mantovano. Non sappiamo con precisione dire quanto tempo Anselmina convivesse col Fan celli; possiamo tuttavia accertare che essa manco prima del 1490. IV. Frattanto al principe Lodovico Gonzaga, che per ventotto anni lo aveva protetto, successe nel 1478 il marchese Federico III, il quale ereditando col principato anche le virtù del padre, trattò il Fancelli con pari benevolenza. Sotto di lui continuò ad essere 36 ingegnere di Corte. I documenti che a questo tempo abbiamo scoperti, ci fanno conoscere che nel 1481 ebbe incarico da Fe derico di recarsi a Luzzara per disegnare una casa aRodolfo Gon zaga, e che nel 1482 muni il castello di Sermide, come nel l'anno susseguente fortificò gli altri castelli di Castiglione Man tovano, dei due Castelli (Castelbelforte), di Bigarello, di Villimpenta e di Castellaro.38 L'anno stesso lavorò all'antico castello di Man tova, ornò lo studio del marchese Federico, e compì il giardino 34 1477, 17 giugno; Mantova. LucaFancelli aLodovicoGonzaga: Perchè laElena, mia consorte, è in extremis, mi trovo ingrando ruinaprego la E. V. almanco chemi soccorra de ducati venticinque». 35 1479, 25 settembre; San Cassano. Federico Gonzaga a Margherita di Baviera Gonzaga: Vorressimo vedesti far venire fin qua maestro Luca nostro inzegnero, per chè vogliamo farli vedere uno modo de far volte de giarra (ghiaia) et de calcina che adesso se usa a Firenze, ed è una bella cosa, nè è grande spesa. » 36 1481, 24 marzo; Goito. Federico Gonzaga a Luca Fancelli : Poichè lo illustris simo S. Rodolfo nostro fratello ne ha pregato che restiamo contenti che tu vada fino aLuzzara per farli certo disegno de una casa,vogliamo che ad ogni richiesta da S. S. tugli vadi.> 37 1482, 1. settembro; Sermide. Luca Fancelli a Federico Gonzaga: « Ho bisogno di legnami per fortificare il castello qui. > 38 Ciò appare da un ordine di Federico Gonzaga che sta nel libro dei Decreti del 1483. 39 1483, 19 febbrajo; Viadana. Federico Gonzaga a Luca Fancelli: « Intenderessimo voluntera a che termine se trova el nostro studio. Vogliamo come el sia finito, tu te faci dar ad Alberto, nostro camerero, de quelli pezi de porfido et altre petre, et così de le figure, come quella deBaco, et altre chesi trovano nel nostro studio vecchio, et li disponi dove te parerà meglio. >> 620 LUCA FANCELLI di Corte. E qui nondobbiamo tacere che il 4 gennajo del 1484, dopo aver fatte le opportune livellazioni tra le acque del Fissero e del Mincio, significò al marchese, che ove fosse bisognato per iscopo strategico una subita inondazione intorno a Governolo, la cosa sarebbe stata facilissima.40 Il principato di Federico fu di breve durata. Avvenuta la morte di lui il 14 luglio del 1484, il marchese Francesco IV, che gli successe, distratto dalle imprese militari, non pensò sul prin cipio del suo governo ad opere d'arte, onde l'Archivio mantovano non ci offerse per alcuni anni documenti riguardanti il Fancelli. Ma questo silenzio ci fu compensato da alcune lettere del 1487, le quali fanno prova della somma rinomanza di cui godeva allora l'architetto fiorentino. Aquel tempo la cupoladel Duomo di Milano era oggetto della massima sollecitudine del duca Giovan Galeazzo Sforza per i guasti che in essa eransi manifestati. Gli architetti lombardi Gio vanni Antonio Omodei e Jacopo Dolcebono offersero i modelli per la ricostruzione della nuova cupola, a giudicare dei quali Giovanni Galeazzo invito Francesco di Giorgio, architetto senese, ed il nostro Fancelli (documento XI). Questi, avuta licenza dal marchese Gonzaga, si recò nel febbrajodel 1487 a Milano, d'onde diresse a Lorenzo de' Medici, in data del 12 agosto, una lettera, nella quale così si esprime: " Ritrovandomi io qui a Milano, perchè questo illustrissimo signore scrisse al marchese di Mantova mi mandasse qui, dove io sono già è sei mesi, la principal ragione è che la cupola del Duomo qui par che ruinava, donde si è di sfatta e vassi investigando di rifarla. E per essere questo edifi cio senza ossa e senza misura, non senza difficultà vi si prove derà. Dove io spero infra due mesi aver spedito qui per quanto a me accade. , (Documento XII ) Su tale argomento il marchese Ricci nella Storia dell' Architet tura in Italia,¹¹ col sussidio di documenti da lui esaminati, ci fa conoscere che dopo essersi lungamente disputato se convenisse accettare o no i progetti esposti dai due architetti lombardi, si 40 1484, 4 gennajo; Governolo. LucaFancelli a Federico Gonzaga: «Ho visto el livello del Minzo cum el fondo del Fissero de fora, che quando bisognasse una subita inon datione, saria lì molto facilissima. >> A RICCI, Op. cit, vol. II, pag. 388. SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV. 621 deliberarono per consiglio dei giudici eletti tali modificazioni, che fu d'uopo ordinare un modello che tutti insieme li comprendesse ; fu quindi all'Omodei ed a Jacopo Dolcebono commessa la costru zione della cupola. Il Fancelli ritornando da Milano ottenne dallo Sforza una let tera per il Gonzaga, indatadel 14 dicembre 1487, la quale non poteva essere più onorevole. Èdetto in essa a molta lode del mae stro: " Cum de eo summa omnia in excogitanda constitutione summae partis maximi templi Mediolani speraremus, ita expecta tionem implevit, ut nihil ultra ab homine peritissimo desiderare fas putaremus. „ (Documento XIII) V. L'architetto fiorentino desiderava a quel tempo di ristabilirsi in patria, onde nel seguito dell' anzidetta lettera, inviata a Lo renzo de' Medici, ricordando le profferte che questi gli avevafatte altre volte, lo interessò a far opera di richiamarlo a Firenze; e per impegnarlo in suo favore gli espose distesamente un suo dise gno, già proposto a Pietro de' Medici, di scavare in Valdarno un canale che avesse a bonificare un ampio tratto di paese. Non ostante queste pratiche, egli continuò per alcun tempo ancora a servire ilGonzaga. Sappiamo infatti che nel 1489, men tre dimorava a Cavriana, ebbe ordine di venire aMantova, onde finire la sepoltura della marchesa Barbara di Brandeburgo.** Durante l'anno 1490 stette a Firenze; ma sul declinare del dicembre venne di nuovo a Mantova, portatore di una lettera di Lorenzo il Magnifico a Francesco Gonzaga, colla quale il Medici richiedeva l'opera del Fancelli come architetto per il duca Al fonso di Calabria, essendo morto in Napoli Giuliano da Majano, che trovavasi ai servigi di quel principe. Il Gaye pubblicò que sta lettera con un'altra ad Alfonso di Calabria, dalla quale si argomenta quanta fosse la fama di cui godeva l'artefice fiorentino. " Avendo esaminato, così il Medici, tutti li architettori, che sono 42 1489, 15 marzo; Marmirolo. Francesco Gonzaga al Vicario di Cavriana: « Vo gliamo che tu faccia comandamento a maestro Luca tagliapietre debba andare subito aMantova a fornire la sepultura de la illustrissima quondam Barbara nostra avola. > 622 LUCA FANCELLI in questa città, e nontrovando, nè ci essendo alcuno che io giu dichi della sufficienza di Giuliano, ho scritto a Mantova ad un nostro fiorentino, che si trova fuori, il quale parendomi che per la sufficienza e molta pratica che ha in simili cose, fosse il biso gno, et apto per dare perfezione a quella di V. Ex." , ecc. Opinò per altro lo stesso Gaye, e il conte d' Arco con lui, che a Lorenzo il Magnifico non fosse riuscito di condurre l'architetto fiorentino al servizio del duca di Calabria; ma una lettera del Fancelli a Francesco Gonzaga da noi scoperta, indata di Napoli 13 maggio 1491, prova che l'artefice accettò l'incarico ed offerse i disegni di Castel Capuano: " Ho differito lo scrivere, egli dice, ave gnachè per Antonio da Trionfo a bocca io lo pregai notificare a V. E., che io solleciterò afornire i disegni de Castel Capuano, perchè finiti aspetterò licenza , (documento XVI). Non tardò in fatti a partire, e ciò spiega come nell'anno successivo andasse a Napoli Francesco di Giorgio architetto di Siena, richiestovi dal duca Alfonso. Nell'ottobre del 1491 il Fancelli venne a Mantova; ma non avendovi trovato il marchese Gonzaga, riparti per Firenze, con ducendo seco sua figlia Chiara. Di là notificò al marchese, con lettera del 10 novembre (documento XVII), che a sessantun'anni aveva tolto moglie, la quale sappiamo dal Gaye essere stata Co stanza di Andrea de' Formiconi. Accennò pure che gli operai del Duomo di Firenze e Lorenzo il Magnifico lo avevano eletto al servizio della fabbrica di S. Maria del Fiore, notando che era " " il più stimato ufficio d' Italia per architettura. È poi impor tantissimo ciò che nella medesima lettera egli dice, di attendere, cioè, a fare un modello della facciata di quel celebre tempio. L'anno appresso ritornò a Mantova, crediamo per l'ultima volta, e vi dimorò fino all'aprile del 1493, nel qual tempo fece selciare alcune vie della città.43 Quivi aveva venduta fino dal 1491, consuo rammarico, la casa che possedeva nellacontradaPusterla, e che egli stesso erasi fabbricata (documenti XV e XIX); ma vi fu indotto dal bisogno di costituire la dote alle figlie Lia e Chiara. 43 1493, 7 marzo; Mantova. Luca Fancelli a Francesco Gonzaga : « Questa perchè havendo io a principiare a selgare, è già seligato la strada del Salaro alla piazza de S. Lorenzo; al presente seligo la via che è dreto a S. Tomaso. > SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV. 623 Duole il pensare che un artefice tanto valente, operoso ed one sto, negli ultimi anni della sua vita versasse in gravi strettezze economiche, ed avesse bisogno di chiedere la consueta provvi gione, che per soprassello gli era negata dai dipendenti del prin cipe. Onde ricorrendo a lui il 23 novembre del 1492, ebbe a pro rompere in questo lamento: " Avendo io servito quarant' anni questa casa, e abbandonato molti onorevoli partiti per non ab bandonare la casa da Gonzaga e massime V. S., ora ritrovan domi qui e domandando la consueta spesa, m'è risposto non es sere ordine nessuno per me! „ L'ultima lettera che abbiamo trovata di lui è del 18 aprile 1494 da Firenze (documento XX), la quale, benchè dettata con animo rassegnato, non è inspirata da pensieri men tristi. Chiede al principe alcune terre " per potere uscire d'usura e di noja, e " ricondursi sotto l'ombra di lui senza dover andar errando qua e là. Sembra che intendesse ricondursi a Mantova, ma i docu menti non ci fanno sapere di più. Ciò che possiamo accertare si è che Antonio Fancelli suo fi glio rimase ad abitare a Mantova, dove, non sappiamo con qual fondamento, il Vasari ed il d'Arco affermano che diede origine alla famiglia de Luchi. Nel 1502 egli era a Cavriana, dove pós sedeva alcune terre, che il padre aveva in parte avute in dono dai Gonzaga ed in parte acquistate del proprio (documenti I, II, VII, X, XIV). Già prima di quell'anno maestro Luca era morto, poichè Lo dovico, figlio di Andrea Mantegna, scrivendo da Cavriana a dì 16 gennajo 1502 almarchese Francesco, così fa menzione di Antonio Fancelli: " Figliolo che fu de maestro Luca, ingegnere architetto de la bona memoria de lo Ill. S. Patre. „** " Ora dalle cose narrate si fa chiaro che lo scultore ed archi tetto Luca Fancelli e per la somma perizia nell'arte e per le molte opere che condusse, debba essere annoverato tra gli arte fici che meglio contribuirono ad illustrare l'epoca del risorgimento delle arti in Italia. Il suo nome, rivendicato alla storia, non può scompagnarsi per noi da quello dell' Alberti, del Mantegna e di Lodovico Gonzaga. E Mantova, che gli fu quasi seconda patria 44 V. D'ARCO, Op. cit. Vol. II, pag. 28. 624 LUCA FANCELLI ene ammira le opere, deve gloriarsi di lui non meno che la stessa Firenze che gli diede i natali e lo educò a rappresentare il bello sotto le forme più elette e grandiose dell'arte. WILLELMO BRAGHIROLLI. DOCUMENTI.45 I. ANNO ANATIVITATE ETC. 1468, IND. I.a DIE MERCURII 30 MARTIL. MANTUÆ ETC. Investitura Magistri Lucæ de Florentia lapicidæ ab Illustri Domino Nostro. Ibi spectabilis Rolandinus etc. Factor etc. nomine Illustris Domini auctoritate novæ concessionis et investituræ, et animo benefaciendi in frascripto Magistro Lucæ, et pro aliquali remuneratione meritorum et servitiorum ejusdem erga Illustrem Dominum prælibatum, cum carta etc. in feudum censuale et perpetuum investivit Magistrum Lucam lapicidam quondam Jacobi de Florentia habi tantem Mantuæ in contrata Aquilæ etc. Nominatim de infrascriptis petiis terrarum sibi jamdiu per Illustrem Dominum prælibatum datis et concessis. Et primo de una petia terræ arative, vineatæ, oppiatæ et prativæ bubulcarum 32 et tabularum 15 et pedum sex, posita in territorio Ca prianæ incontrata Bandi etc. Item de una petia terræ arativæ et vignæ bubulcarum 22 et tabu larum 38, posita in territorio Calsani. Addandum et reddendum etc. anno quolibet in festo Nativitatis etc. candelam unam ciræ de ontiis sex pro censu etc. MATTEO DE TREZONA, Notajo. 45 Lecopie dei documenti, posti sotto i numeri I, II, VII, X, XIV, XV, ci furono favorite dalla gentilezza del sig. dott. Giuseppe Menghi, direttore dell'Archivio nota rile di Mantova. La lettera segnata col n. XVI fu trascritta nell'Archivio di Stato diFirenze. Tutti gli altri documenti esistono originali nell'Archivio Gonzaga di Mantova. SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV. II. ANNO DOMINI 1470. IND. 3.a DIE LUNE QUARTO JUNII. MANTUE ETC. 625 Investitura ser Lucæ lapicidæ quondam Jacobi de Florentia ab Il lustri Domino Nostro. Ibi spectabilis Rolandinus etc. Factor etc. Illustris Principis Ludo vici Marchionis Mantuæ ac ejusdem Procurator etc. in feudum cen suale et perpetuum de gratia speciali et in remunerationem meritorum infrascripti Lucæ erga Illustrem Dominum prælibatum, investivit Magi strum Lucam lapicidam filium quondam Jacobi de Florentia etc. Nominatim de una petia terræ vignæ et boschivæ bubulcarum 7, ta bularum 5, pedum 7 et onciarum sex, posita in territorio Caprianæ in contrata Arichelii etc. Et addandum et solvendum etc. anno quolibet in festoNativitatis etc. candelam unam ciræ de ontia una pro censu etc. MATTEO DE TERZONA, Notajo. III. Illustrissime Princeps et Excellentissime Domine mi singularis sime. Egli è fornito el palazzo de seligare tutte le camere et sale, et selega de asse la camera grande, aparecchia la fodra et la lettéra, fi nita la guardacamera azura, lalettéradepinta e lemura facte bianche. Vero è che le rose de la sofita non sono poste ad opera, la qual i' d fate tacare de ligname,tute metansi d'oro brunito, et cussì finito de lectére, ussi, fenestre,de le parzalie de zesso non è smaltata nessuna, perchè ozi aspecto uno venerabile prete nostro amico cum tri maistri ben esperti a quello mestero de lavorar de zesso. El solar de la ca mera grande è in boni termini: heri de sera feci ponere ad opera una parte de quelli ornamenti, è finiti li quadri, et domattina se andrà dreto al resto. Et certo ad ogni homo pare bellissima cosa, et anco a mi, avegna che l non stia beme a me alodarla. Ame pareria se cumcon tento de quello possa fare de far inzessare tuti li parete de asse de la camara, resulteràmolto ornamento, perchè avendo finito uno solaro de marmoro etdigno de intaglio ornato de oro, et poi lepariete de asse, sicchè mi pare una povera cosa: se quella se contenta ch'io faccia, io lo farò inzessare, et farò parerano de marmore e porfidi et alabastro 626 LUCA FANCELLI eserpentini, in modo representerà magna cosa. La Capella è in bon termini et seguitase. Gonzaga, VII julii 1471. Servitor LUCHAS T. Illustrissimo Principi et Excellentissimo Domino Domino Marchioni Mantue ac ducali locumtenenti generali. IV. DE CONSENSU NOSTRO. Ludovicus etc. Volentes magistrum Lucam lapicidam ingeniarium nostrum munificentia non fore expertem, alias contenti fuimus quod acquireret a Nicolao f. q. Manfredi del Pancera quandam petiam terre guastive cum fundamentis circum circa altitudinis br. duorum circa, positam incivitate Mantue in contrata Grifonis, penes vias Comunis a tribus lateribus et... a quarto, pro cujus petie terre pretio solvendo promisimus dicto Magistro Luce facere ut de promissionibus nostris solveretur dicto Nicolao pretium dicte petie terre,quod fuit de ducat. 33, que constituunt L. 153 et c. 9; et sic per Albertinum Pavesium the saurarium nostrum numerare facimus dicto Nicolao et aliis pro eo, prout ipse Nicolaus disposuit, dictas L. centum quinquaginta tres et soldos novem, prout apparet in Libro Unicornii Camere in cart. 73. Datum Mantue, die 16 martii 1473. MARSILIUS ANDREASIUS, secretar. V. Magnifice tamquam frater noster carissime. Havendo in casa nostra uno Lucade Jacobo fiorentino nostro inzegnero, il quale alias tolsemo astar cum nui a contemplatione de la bona memoria de M. Cosimo, et se può dire essere alevato qui; il ne dice che o per ignorantia de' suoi parenti oper altra casone, nel mettere del catasto passato del 1469, gli fu messo uno fiorino e soldo di catasto, che a lui pare una cosa molte grave; de che essendose più volte dogliuto cum nui, ne ha vemo facto parlare cum alcuni nostri amici fiorentini, li quali ne fe cero intendere che l saria molto dificile a rimover questa cosa: et perchè siamo informati che novamente sonno creati novi officiali, quali hanno autorità de coregere simile cose, et che per una parola gli sia dictaper la M.V., esso Luca conseguirà l'intento suo,n'è parso scriver questa nostra ad essa V. M., pregandola che la voglia havere dicto SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV. 627 Luca per ricomandato et porgerli in questa facenda il favor suo, me diante il quale il possa conservare quelle poche facoltà che il se trova havere lì a Fiorenza, perchè da ogni favore gli prestarà la V. M., l'ha veremo molto caro et riceveremone piacere assai da quella, offeren done a li suoi di continuo paratissimi. Mantue, 17 decembris 1474. LUDOVICUS MARCHIO Mantue, ducalis locumtenens generalis. Magnifico tamquam fratri nostro carissimo Laurentio de Medicis. VI. Magnifice tamquam frater noster carissime. Nui altra volta rico mandassemo ala Vostra Magnificentia Luca de Jacopo da Fiorenza no stro inzignero nel racunzare del cathasto diquella citade,parendoli che invero el fosse pur stato molto gravato per lo passato, et quella per amor nostro de la bona voglia ne prese carico et fece raconzare la posta sua, dil che ne ricevessemo piacere assai, et ad essa Vostra Ma gnificentia ne restiamo obligati, perchènui havemo allevato esso Luca da picolo et havemolo caro per esser reussito virtuoso et da bene. Hora pare che per il carico grande passato el se trovi un grosso de bito che gli è corso, prima che il cathasto fosse racunzo. Intendendo che a la prefata Vostra Magnificentia se aspecta farne gratia, siamo mossi a scriverli de novo questa nostra, pregandola che per amor et respecto nostro, cussì come già l'ha principiato ad aiutarlo, cussì vo glia anche in quest'altra parte servirlo che l'obtenga questa gratia, perchè nel vero la ce ne farà singular piacere et cosa gratissima, et ogni bene et utile che 'l conseguirà per queste, lo haremo cussì ac cepto et grato, come se tuto ritornasse ad utilitade nostra, offerendone ad ogni piacere de la prefata Vostra Magnificentia di continuo apari chiati. Godii, XII julii 1475. LUDOVICUS MARCHIO Mantue, et ducalis locumtenens generalis. Magnifico tamquam fratri nostro carissimo Laurentio de Medicis in Florentia. 628 LUCA FANCELLI VII. ANNO DOMINI 1476. IND. 9.ª DIE MERCURII 24 MENSIS APRILIS. IN CASTRO CAPRIANE MANTUE DIOCESIS ETC. Aquisitio Magistri Lucæ Taiapreda ab Antonio de Rotiis de Ca priana. Ibique Antonius f. q. Girardi de Rotiis etc. per se etc. vendidit etc. Antonio filio quondam Joannis de Zontis de Capriana ibi præsenti nomine et vice Magistri Lucæ lapicidæ habitatoris Mantuæ Ingegnerii Illustris Domini Nostri etc., et de suis propriis denariis etc. Unam petiam terræ arativæ et vineate duarum bobulcarum etc. ja centem in territorio Caprianæ in contrata de li Linaroli etc. Pro pretio etc. ducatorum quatuordecim auri etc. AZOLINO DE CAVATIIS, Notajo. VIII. Illustrissime Princeps et Excellentissime Domine Domine mi sing. Dal 50 per fino al 66 è chiaro a V. S., che io non n'avii alcuna pro vigione; niente di mancho io oltre allo esercitio delle priete vive operai sempre quelle cose, che a quella piaceva in far murar a S. Ba stiano, alla Torre de lo Arlojo e in opere di ligniame, chome la sala di Iacomo da Crema e la chiesa da Suave e multe altre cose, disegni emodegli, le quali non a speranza di sì minima cosa operai, e rincre scimi haverhavuto cagione di far questo ricordo. Ma io sono sì strache di questi conti, e quali non vedo via si saldino mai per altra via, e per questo ricoro alla V. S., alla quale chontinuo mi rachomando. Vester minimus servitor LUCHA taja prieta scripsit in Mantua adi 22 febb. (1477). Illustrissimo Principi et Excellentissimo Domino meo sing. Domino Marchioni Mantuae. IX. Magnifice tamquam frater noster carissime. Luca da Fiorenza nostro inzignero exhibitore presente ce ha pregati che lo vogliamo ri comandare a la Vostra Magnificentia per certa sua causa, che dice SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV. 629 havere ad expedire in quella cittade,come da esso la sarà a pieno in formata. E benchè ne rendiamo certissimi senza altra nostra racomen datione, essendo de li suoi, come l'è, essa Vostra Magnificentia lo haveria sempre perricomandato,nondimanco a sua satisfactione siamo mossi a scriverli questa nostra, et pregarla che in quello sia licito et honesto la voglia etiam per amor nostro favorirlo et haverlo per rico mandato, dil che lacenefarà piacer assai,offerendone a li suoi di con tinuo aparichiati. Mantue, XVII junii 1478. FEDERICUS MARCHIO Mantue. Magnifico tamquam fratri nostro carissimo Laurentio de Medicis Florentiæ. ANNO DOMINI 1486. IND. 4. DIE JOVIS 19 MENSIS OCTOBRIS ETC. MANTUE ETC. Investitura Magistri Lucæ de Florentia a Don Albertino Rectore Ecclesiæ S. Martini de Mantua. Ibique Venerabilis etc. Rector parochialis Ecclesiæ Sancti Martini de Mantua etc. Investivit egregium virumMagistrum Lucam filium quondam egregii viri Magistri Jacobi Paperj de Florentia civem et habitatorem Mantuæ in contrata Pusterle etc. De una petia terræ arativæ et vineatæ bobulcarum quatuor vel circa, posita in territorio Portj in contrata Isolettæ etc. Et ad dandum etc. ogni anno etc. in festo Sancti Michaelis etc. li bras septem etc. Notajo FENINO DE COMITIBUS DE CAPRALBA. ΧΙ. Illustrissime et potens Domine tanquam frater noster charissime. Putamus Dominationem vestram et saepe alias audivisse, et in adventu suo vidisse magnificentissimum templum Mediolaninomine Divae Mariae exhaedificari. Id autem sine optima architectura fieri nequaquam po tuisse, rei magnitudo satis docet; itaque eam semper operam dedimus, ut excellentiores quosque architectos undique ad id opus conquirere mus; verum quamquam ii qui nunc ei aedificio praesunt, minime con temnendi sunt, tamen quoniam in praesenti res quaepiam difficillima, 630 LUCA FANCELLI et in qua definienda peritissimi quoque vehementer laborant, consilium est experiri pluriumjudicia; et quia accepimus apud Dominationem ves tram agere nobilem quendamineadisciplinamagistrum Lucam Floren tinum, duximus eum omnino cognitioni hujus difficultatis adhibendum. Atque ita Dominationem vestram hortamur et quatenus patitur roga mus, ut eum ad paucos dies nobis accomodet, dum res nobilissimae contemplationis disquiritur, in quo et rem nobis pergratam fecerit, et architecto neque inutilem neque ingloriam. Datum Viglevani, die IX febrarii 1487. JOANNES GALEAZ MARIA SFORTIA VICECOMES Dux Mediolani, etc. B. CALCUS. Illustrissimo et potenti Domino tamquam fratri nostro charissimo Domino Francisco Marchioni Mantuae. XII. Magnifice Domine mei. Dapoi le debite rachomandatione etc. Ritrovandomi io qui a Milano, perchè questo Illustrissimo Signore scrise al Signor Marchexe di Mantova mi mandaze qui, dove io sono già è 6 mexi. La principal chagione è che la gupola del duomo qui par che ruinava, donde s'è disfata e vasi investigando di rifarla. E peresserequesto edificio sanza osa (ossa) esanzamisura, non sanza di ficultà ci si provederà. Dove io spero infra due mesi avere spedito qui per quanto a me achade. E se bene si rachorda Vostra Magnificentia aMantova mi diciesti, che quando mi bisogniase alquna chosa, ch'io mi dovesi richorre (sic) da quella: ora vedo io el Signor Marchexe essere entrato en grande spexe per aver maritato le sorelle ed altre spexe; donde non bisognia sperare corra la provvigione. E avendo io soportato, stimando si pigliasse forma, vego esservi pegio el modo che mai. Sì ch'io vore' tornare : fa bisognio che chosì com'io fui mandato dalla buona memoria di vostro avolo, Vostra Magnificentia voglia es sermi favorevole a farmi tornare. Io stimo sarà facile: però ch'io stimo che se quella scrive al Signor Marchexe, Sua Eccelentia, non havendo più bisogno che s'abia de me, istimo serà contentissimo. Ma magior chosa bisognia tornando: e questo è qualche inviamento di guadagno. Io n'd ragionato molto qui colla magnificentia di Piero Alamanni vostro oratore, al quale m'à bisogniato prometere che alla tornata sua venir (sic) a Firenze, se non mi achade prima. Ed io li ò ragionato la praticha ch'io avi cholla magnificentia di Piero vostro SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV. 631 padre, di fare il chanale e di bonifichar molto paexe. Credo avere anchora in nota tuti e provedimenti. En suma si choncruxe (concluse) che el canale chominciase alle Mulina d'Ogni Santi per fino a Signia di neciesità; però che per lo leto d'Arno è due chontrarietà. La prima si è che derizando Arno in chanale, egli è imposibile ch'egli vi stia sanza pescare che gli to ghino el chorso; e se si fa le peschare, teranno in cholo (collo) al tempo delle piene, e l fiume ucirà (uscirà) del chanale, se già non avese tali argini che fusino bastanti a sostenerlo. En questo modo serà fatibile e navichabile, però che le pescaie terebbono l'aqua chon pocho chorso, e ale pescaie si fa le chale o sia chonche, dove le navi d'ogni tempo vano facilisimamente dricto ne le piene teribili. E l'altra chontrarietà si è, che se Arno si mette in chanale sanza pescaia, si stima non vi si posa tenere, perchè arà tanto più chorente che non v'à ora, e non chevi vada navi; ma si dubita che per lo ve loce chorso ch'egli arà, esendo privato delle giravolte, che s'el truova alchuno chambiamento o di tereno o di giaia, che el non chavi; e chavando, fa ruvinar le prode e ritorna a' leti usati. E per questa chagione fu terminato si faciexe un chanale dal Prato a Signia, dove si meteva una cierta quantità d'aqua, la quale d'ogni tempo entrava per una medexima mixura, e provvisto agli altri fiumi che nonne intrasino in dito chanale. Da Signia in giù tanto quanto e choli elle ripe sono profonde in fino al piano, si bisognia andare per Arno, è provisto el modo facile, sanza essere impedito da piena e da belleta, chomodamente navicha bile, se non ne le furie delle piene, perchè sono dubiose per ciepie (ceppe) e altre chose che mena la piena. Nel piano di soto anche serà utilissimo fare un chanale, el quale può essere più chopioso d'aqua, perchè Arno gli può porgier più per i fiumi metono daFirenze in giù: e questo fa due efeti buoni: el primo si è che bonificha un gran paesse, perchè chogli argini e per lo cha vamento si difendono, e poi per lo anafiare, dove si farà praterie mi rabili ne' luochi ati a ciò e lini e migli. L'altro è la facilità del navi chare, mulini e difici ad ogni challa tuta l'aqua del chanale si dà a li difici. Io desidererei che Vostra Magnificentia pigliase piacier di questa facultà, perchè è degna di memoria: ed io l'ò atexa già è molti anni: ma per gli acidenti achaduti no v'è stato tempo da seguir simile imprexa. Forse che ora serà tempo. Sia chome si vole, io sono sempre a piacer di Vostra Magnificentia, alla quale mi rachomando e massime nella graveza, però che è molto schoncia, in modo che la pi gione della chaxa e l'entrata del poderino non so' abastanza. Arch. Stor. Lomb. An. III. 41 632 LUCA FANCELLI Dove io non vedo modo apoter riparare, e masime esendo ciesato el guadagnio di qua. Questa è una delle principali chose che mi bi sognia a potere stare alla patria, alla quale Idio mi presti gratia ch'io possa ritornare, e sodisfare in parte dei benefici ricevuti dalla vostra gloriosa chasa e da Vostra Magnificentia, la quale Dio conservi lun gamente con alegreza e felicità. En Milano,12 agosto 1487. Vostro LUCHA PAPERI da Setignano ingieniere a Mantova. XIII. Illustris et potens Domine tamquam frater carissime. Fuit non mi nus gratus quam optabilis ad nos adventus magistri LucaePaperii flo rentini Dominationis vestrae architecti. Nam cum de eo summa omnia in excogitanda constitutione supremae partis maximi Templi Medio lani speraremus, ita expectationem implevit, ut nihil ultra ab homine peritissimo desiderari fas putaremus. Abeunti igitur has litteras ad Dominationem vestram dare voluimus, ut vel ipsarum testimonio intel ligatur consecutos nos ab eo quicquid de absente promissum nobis fuerat, simul Dominationi vestrae gratias agimus: quae talem his die bus virum habuerit nobis accomodandum, cuius ingenium tam difficili in negotio tantopere eniteret. Datum Viglevani, die XVIIII decembris 1487. Jo. GALEAZ MARIA SFORTIA VICECOMES Dux Mediolani etc. B. CALCUS. Illustri et Potenti Domino tanquam fratri nostro carissimo D. Fran cisco Marchioni Mantuæ. XIV. ANNO ANATIVITATE ETC. 1488 INDICTIONE 6ª. DIE VENERIS 25 MENSIS JANUARII IN CURATIVO CAPRIANAE, IN CONTRATABANDI. Emptio Magistri Lucae Lapicidae florentini ab illis de Gibernatis. 1bi Joannes et Bartholameus fratres etc. de Gibernatis de Sulpha rino etc. vendiderunt Egregio viro Magistro Lucae filio quondam egregii viri Jacobi de Sitignatis de Florentia civi Mantuae etc. Unampetiam terrae prativae bobulcarum duarum, salvo etc., jacen tem in territorio Caprianae, in contrata Rodomelli sive Bandi etc. Pro pretio etc. ducatorumsex boni ponderis aurique etc. Notajo BARTOLOMEO DE UNGARETTIS. SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV. XV. 633 (Registri dell'anno 1490- foglio 379 a tergo). Emptio Ser Juliani Burgi a Magistro Luca lapicida. Anno 1491. Indictione 9ª. Die mercurii nono mensis februarii, etc. Ibique Commendabilis Vir Magister Lucas filius quondam ser Ja cobi quondam Bartholomaei de Septignano de Florentia civis et ha bitator Mantuae in contrata Pusterlae per se suosque haeredes etc. Dedit vendidit et tradidit Nobili viro ser Juliano filio quondam domini Antonii Burgi de Flo rentia, civi et habitatori Mantuae in contrata Equi etc. Unam partem ex septem partibus pro indiviso unius petiae terrae casamentivae cum domo supra murata, cupata ct solerata, ac orto et puteo et curte, sita in civitate Mantuae in contrata Equi penes viam communis ab uno latere, Carolum et Alexandrum fratres de Avignis a secundo, dictos fratres de Avignis in parte, Baptistam filium quondam Magistri Thononi Varotarium in parte a tertio, nobilem virum Ale xandrum de la Strata inparte et JoannemCarolum del Quaia in parte aquarto, salvis etc. De quibus quidem septem partibus ex decem partibus pro indiviso dictae petiae terrae casamentivae praedictus ser Julianus Burgus em ptor fuit et est investitus a praedicto magistro Luca adlivellum affran candum, prout constat publico instrumento investiturae rogato per me Notarium infrascriptum sub die sabati nona mensis augusti anni 1488, indictione sexta. Adhabendum etc. Et hoc pro pretio et finito mercato intotum dictae partis pro indi viso dictarum septempartium dictae petiae terrae casamentivae vendi tae ut supra ducatorum centum auri ultra datium, quod dictus ser Ju lianus emptor tenetur et obligatus est solvere. Ex quo pretio seu ex quibus ducatis centum auri praedictus Magister Lucas venditor ibi ad fnstantiam dicti ser Juliani emptoris præsentis et petentis dixit et con jessus fuit habuisse et recepisse seu solutos fuisse de ejus Magistri Lucae venditoris consensu et voluntate ser Joanni ser Matheide Fal gano civi florentino ejus Magistri Lucae genero per magnificum Lau rentium de Medicis et socios bancherios civitatis Florentiae ducatos sexaginta auri pro resto dotium dominae Liae dicti Magistri Lucae filiae legitimae et naturalis ac uxoris dicti ser Joannis de Falgano ante stipulationem praesentis contractus. Et ducatos quadraginta, auro et 634 LUCA FANCELLI monetis argenteis computatis, praedictus magister Lucas venditor in praesentia testium praemissorum meique Notarii infrascripti manualiter et cum effectu habuit et recepit a praedicto ser Juliano emptore etc. Ego Sigismundus filius nobilis viri ser Marci de Pretis civis Man tuae publicus imperiali auctoritate notarius etc. rogatus etc. XVI. Illustrissimo Signor mio: questa perchè perfino ad hora non è potuto presumere lo spazamento mio di qua, e per tal chagione ho diferito lo scrivere, avegnachè per Antonio di Trionfo a bocha io lo pregaino tificare a Vostra Eccellentia, che io solicitarò al fornir i disegni de chastel Chapuano, perchè finiti aspetarò licenzia, e chosì credo seguirà ne la partita della Eccellentia del signore Duca de Chalabria per an dar inAbruzo, qual serà a dì 18 de questo, e stimasi starà circa due mesi a tornare; e se pur mi bisognaxe star anchora qualche giorno drieto, darò avixo a Vostra Signoria, a la quale di continuo mi racho mando, e somamente rachomando a quela mio figliolo Antonio. Napoli, 13 maggio 1491. Vostro Servidor LUCA taglia prieta fiorentino. Illustrissimo et Excellentissimo domino domino Marchioni Mantue Domino meo singularissimo. XVII. Illustrissimo Signor mio. Questa Vostra Excellentia sapiala chagion perchè i'd tardato la mia venuta, prima per aver io tolto moglie ed è 61 anno, che se gli è molesto a' giovani, a me che dici essere? Io venni a Mantova a 25 del passato et Vostra Excellentia era andata a Santa Maria de Lorè (Loreto). Io avendo a menar mia figliola qua, mi parxe de nonmetere intervalo, aciò non si guastassero le vie, et arivato fui qui, atexi a spedir la mia facienda, et ora sono ogupato en fare un modelo per la faciata di Santa Maria Liperata (Reparata), el quale stimo spedire in termine d'un mese: et fornito serà, verò da Vostra Excellentia, perchè questi Signori fiorentini, et maxime el magnifico Lorenzo, m'anno electo sopra questa fabrica e senza mia domanda; dove se pare a Vostra Signoria che deba rinunziare, egli è in vostro arbi trio. Et io ò fatto loro intendere, che io non da far se non quanto pia tierà a Vostra Signoria, e m'an risposto che fato questo modelo, io po SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV. 635 trò andar dove a me pare,pur che due volte o tre l'annoio vedo quello si fa, et che mi correrà la mia provigione. Nondimancho se bene io sono bisognioso, io stimo anche più l'onore; però che questo è il più stimato uficio d'Italia per architetura, et anche a Vostra Signoria è onore che un vostro architeto sia eletto in questa città sopra questa fabrica, che si tira dietro le altre, et qui dond'è tanti valenti homeni in questa facultà. Data in Firenze a l'opera di Santa Liperata, a li 10novembre 1491. Vostro Servidore LUCHA Tagliaprieta architeto. Poscritta. Io prego la Vostra Illustrissima Signoria, che voglia avere per ra chomandato el vostro servidore Antonio mio figliuolo, et sovenirlo di qualche choxa. Vostra Signoria n'arà buono servizio, però che gli molto affezionato a quella, alla quale di continuo me raccomando. Illustrissimo Domino Domino Francischo Marchioni Mantuae etc. XVIII. Illustrissimo signor mio: questo dì 20 giunto in Firenze et vigitato el Magnifico piero e fato l'ambaciata, la quale gli è stata gratissima, et oltre alla litera, quale dise volere scrivere a Vostra Signoria, me a risposto avere grandissima chonfidenza nela Vostra Signoria, et acha dendo alquno bisogno de quella, che chon gran chonfidenza e feduzia la richiederebe. Ma che bene prega Vostra Eccellentia, che se per lui si potexe fare alquna coxa, che quela lo provi, et ami mostrò avere auto a charo le offerte dela Vostra Signoria, quali gli è notifichate; ed ò gli fato intendere chome per essere io di chaxa di sua Magnificenza et similmente di chaxa VostraSignoria, quelame àimposto questa amba ciata chome a chomun servidore, donde n'è rimaxo tanto chontento quanto sia possibile, et se gli è manchato la Magnificenza de Lorenzo, che sono rimaxi due Vostri charissimi et minimi frategli Piero e Giu liano. Giuliano era a Roma chon monsignor chardinale, e sentendo la morte del padre, subito si trasferì qui. Le choxe qui, per quelo ch'io' d potuto rachore in questo pocho de spazo, sono quiete, et per fino qui, non ci è stato alcquna choxa. El Magnifico Lorenzo morì a Charegi la domenicha a ore 3 de note, et luni fu portato in una chassa, la quale era in su un chateleto, da una compagnia de schovadori, quali si chiama la chompagnia del Zan pilo, dela quale era anchor el Magnifico Lorenzo, e fu portato in la segrestia de Santo Lorenzo, mexo in un undeposito; et solo e chalo 636 LUCA FANCELLI nici et preti di Santo Lorenzo et frati de la Nunziata de' Servi, e tuto o lamagior parte de questo popolo vi fu, e perchè era nela chaxa, la plebe mormorò che era una finzione, opure veduto l'efecto de la ve rità, grandissima quantità di citadini andorono a chondolerxi chol Ma gnifico Piero. Et di poi. Piero andò in palagio ala Signoria, e fato la debita riverenza et cierta rachomandazione, fu richolto dalla Signoria e fato per partito, cioè balotato, che potexe avere tuti gli ufici et de gnità ch' avea la Magnificenza di Lorenzo suo padre,se bene non altra, sichondo richiede le legi et statuti. Et perfino qui le choxe paxono molto quiete. Per questa prima nonè potuto rachor altro. Ma peraltra mia Vostra Excellentia serà avixata de quanto ochorerà si poxa in tendere perme. Zuanni di Lorenzino si rachomanda a Vostra Signoria. ALorenzino non d anchora potuto parlare, perch'è in questi dì santi in sua devozioni. De Mastro Pier Lionj,medicho spuletino, ci è che, morto Lorenzo a Charegi da ore 3 vel circha denote, andoxene chon Chosimo Martegli a un palazo de' Martegli, distante da Charegi circha miglia due, dove si chiama S. Cierbagio, e pasato el resto de la note in dito palazo, la matina fu trovato nel pozzo anegato, sanza alqunaperchosa, et sua pa renti sono venuti da Spuleti per lo chorpo, annoselo portato. El dito Chosimo si rachomanda a Vostra Signoria. E messer piero Alamanni, quale è degnissimo chavaliere, tornato da Roma che era imbaciadore al papa, me à molto adimandato de Vostre Signoria e mostra essere molto affezionato a quela, et àmi imposto multo ve lo rachomandi, et perch'è stato anche ambaciadore a Milano, e qui è de' primi uomeni de lo Stato, e questo Santo Giovanni passato fu gonfaloniere. Emi parebe per intregar (forse integrar) questa benivolenza Vo stra Signoria gli faciese far due verxi. De la Lanterna non scrivo nula per questa, perchè non sono anchora salito a vederla; per altra mia Vo stra Signoria intenderà: et questa mando per leposte per lavia deFe rara, che mi pare la più presta via, et se altro m'achaderà, ne darò avixo aVostra Signoria, allaquale di chontinuo me rachomando. Firenze, XX aprile 1492. Vostro in omnibus LUCHA Fiorentino architeto a l'opera. Illustrissimo Domino domino Francisco de GonzagaMarchioni Man tuae Armor. Venet. Domino meo singularissimo . SCULTORE, ARCHITETTO E IDRAULICO DEL SECOLO XV. ΧΙΧ. 637 Illustrissimo Signor mio. Questa perchè avendo iointeso quanto èse guito di Giuliano Borghi, al quale per dar la dote a due mie figliuole li vendè la mia casa,la quale mi dolse assai per aver io fatala a mio proposito, e non havendo dito Julian fattomi el compiuto pagamento, es sendo io creditore de Vostra Signoria Illustrissima d' una summa di L. 3714, cioè de contanti per lo mulino di fuora de Porto L. 524, 5, 9, p. 6, e per un credito, come apare a libro, de L. 158, 5, 2, e per lo tempo de Federigo Malatesta L. 1168, s. 8, p. 8, e per lo tempo de Antonio Scanzano L. 706, e perlo tempo de Pier Filippo de Cortona L. 1156, suma Lire tremilia settecento tredici et soldi: per tantoio prego Vostra Signoria, che di grazia mi doni la mia casa perquella rata che s'aspetta a Giuliano, e avendo io servito 42 anni, spero servir Vostra Signoria el resto del tempo mi sarà conceduto; e sempre pregarò Dio per quela, a la quale divotissimamente mi raccomando e sia cancellato tuto e mia avanzi. Mantue, 4 gennaro MCCCCLXXXXIII. Vester minimus Servus LUCHA fiorentino ingegnere. Illustrissimo Domino Domino Francisco Marchioni Mantue Marmi rolo. xx. Illustrissimo Signor mio. Questa perchè quando venni qua, non dixi aVostra Signoria la chagione, e per le chose ochorse di poi mi par di darne aviso in parte a Vostra Signoria, la quale si può aricordare che a Gonzaga mi promixe dare ad Ognissanti pasato del1493 el resto de lamia chaxa, el quale avevo deputato per maritare la Chiara mia figliuola: essendo stato da mia amici stimulato, la maritai al Perugino dipintore, e fummi prestato e danari della dota e veni a Mantua, sti mando Vostra Signoria megli dexe, sichondo quello m'avè promesso. Entexo non essere quella in atitudine de dinari, adimandai terreno e ultimamente cierte terre a Gonzaga, le quali Vostra Signoriami parve essere molto disposto; di che essendo io necessitato ritornar qui per ri stituire, sichondo avevo promexo, e non avendo auto da Vostra Signo ria nè danari, nè terreno, è bisogniato far con interesso grande per mantener la fede, e se Vostra Signoria mi dexe le terre, stariano per 638 LUCA FANCELLI SCULTORE, ARCHITETTO, ECC. sigurtà della mogliere d' Antonio mio figliuolo, e di quella dota è qui in sul monte aria satisfatto a cui mi àprestato e danari; sì ch'io priego Vostra Signoria che voglia essere contenta darci quele terre, aciò ch'io escia d'uxure edi noia, e riduchami sotto l'ombra de Vostra Signoria senza avere andar errando qua e là. E piùho intexo chenon si segue le seligate della cità, chom'io avevo ordinato, perchè dicie che Vostra Signorianon vole prestarpiù giaroni de que' della Torreta, non gli volendo quela adoperare alpresente lì: mi parebe pur buona chosa gli lasciase tore e tochar soldi 6 della misura, e soldi 6 della perticha, che viene soldi 12, et chontinuare la seligata della cità. Non di mancho in questo caxo piacie a mi quanto piace a Vostra Signoria. Ma la invidia non lascia seguir questa seligata, nè delle altre buone choxe, chome alla mia venuta a bocha farò intendere aVostraSignoria, alla quale di continuo me rachomando. Qui non ci è de nuovo altro cheperme s'in tende, se non che con gran guardia si sta, o per sospeto di morbo o d'altro non ci entra tropiforestieri. Data in Firenze, a dì 18 aprile 1494. Vostro minimo Servitore LUCHA Taglia priete. Vostro Ingegnere. Illustrissimo et Excellentissimo Domino Domino Francisco de Gon zagaMarchioni Mantuae domino domino meo singularissimo. LA PRETESA DONAZIONE DI FILIPPO MARIA VISCONTI A FRANCESCO SFORZA *(Lettera al Professore Giuseppe De Biasiis). Stimatissimo e carissimo Professore, Pratico da qualche tempo delle ricerche negli Archivi di Stato di questa illustre città, mi è avvenuto di vedervi un Registro Membranaceo " Privilegii del Ducato di Milano Matrimonii e Legittimazioni 1183-1480 „ ; è bellissimo ed è molto ben con servato. Il Governo Austriaco lo fe' già trasportare a Vienna, e poscia lo restituì nel 1869. Da questo Codice il Du Mont tolse un preteso atto di donazione, con cui il Duca Filippo Maria Visconti, il 10 novembre 1446, istituiva suo erede e successore il genero Francesco Sforza nominatim in tutte le città del Ducato, elo pubblicò nel Corps Diplomatique, ma cadde in alcune ine sattezze, tra le quali gravissima quella notata anche dal Giulini, dell' aver omessa Milano, che nel testo figura per la prima tra le " città donate " Mediolani. „- L' Osio non l'inseri nella sua Rac colta di Documenti Diplomatici, la cui ultima parte non tarderà avederela luce, perchè non credette di dover riprodurre quelli già dati fuori da altri; in tal modo quellaimportante pubblicazione rimane mutilata; avviene talvolta di ricercarvi qualche documento di valore, e non lo si trova, e si è rimandati a libri divenuti rari e difficili a procurare, massime per chi non dimora in Mi lano. Di questo Registro ho trovata una copia quasi perfetta 640 LA PRETESA DONAZIONE mente identica, ma mutilata nella parte che dovea contenere l'atto di donazione, del quale poi nel Carteggio Ducale 1446 ho rinvenute due altre copie semplici con alcune varianti di pochis simo rilievo; nella medesima Cartella poi si contengono le con sultazioni di tre giuristi Rolando de Curte, Catone De Sacco ed Agostino de Marzariis che sostengono la validità dell'atto; non hanno la data, ma probabilmente appartengono al 1450, e vi si vedono tuttavia le firme autografe, ed i sigilli benissimo con servati. Tutti sanno, che tra il finire dell'ottobre ed il principio del no vembre 1446 Filippo Maria Visconti versava in condizioni ben tristi ; i Veneziani, già padroni di quasi tutta la Lombardia, mi nacciavano da ogni banda la capitale; egli cieco, invecchiato in nanzi tempo, privo di armi e di denari, si rivolse per aiuto a Francesco Sforza, ed allora l'avrebbe dichiarato suo successore, con solenne donazione. Il 14 agosto 1447 morì Filippo Maria. Pretesero al retaggio di lui Carlo duca d'Orléans, Ludovico di Savoja, e Alfonso di Aragona re di Napoli. I Milanesi rifiutarono ogni nuovo Signore, e si costituirono a repubblica detta Ambro siana; assalitidai Veneziani, ricorsero anch'essi a Francesco Sforza, e lo crearono Capitano Generale del loro esercito; questi conduce felicemente la guerra, ed infine il 14 settembre 1448 sconfigge totalmente i Veneziani presso Caravaggio, e il 14 ottobre ferma la pace per proprio conto in Rivoltella, dichiara sè stesso signore di Lombardia, e, con salutare tradimento, rivolge le armi contro la Repubblica che l'aveva stipendiato, e cinge d'assedio Milano; quei cittadini, dopo ostinata resistenza, si arresero e lo proclamarono duca il 25 febbrajo 1450. Egli fino allora non aveva mai fatto appello alla donazione, della quale però non esiste la pergamena originale; il Registro è di molto posteriore; il Carteggio Ducale non ne fa alcuna menzione; il Simonetta, il Corio, ilDecembrio ne tacquero anch'essi nelle loro storie. Tutte queste cose unite insieme mi fecero nascere dei sospetti sull'autenticità dell'atto; ci ho pensato sopra, ed i sospetti si sono presso che elevati al grado di certezza. Amia preghiera il signor Martinazzi mi ha trascritto con somma diligenza il documento, che le pongo senza più sott'occhio. Esporrò poi le mie osservazioni. Giudichi lei. DI FILIPPO MARIA VISCONTI A FRANCESCO SFORZA. 641 PRIVILEGI DEL DUCATO DI MILANO. MATRIMONJ E LEGITTIMAZIONI REG. A N. 1 ALIAS RR. 1183, 1480 afoglio 105. Privilegiumdonationis facte per Illustrem quondam dominum Filippum Mariam ducem Mediolani Illustri domino Francisco Sfortie nunc duci de ducatu et statu Lombardie. Filippus Maria Anglus Dux Mediolani etc., Papie Anglerieque co mes ac Janue dominus etc. Nihil magis principem decet quam erga viros dignos et benemeritos, omnique virtute pollentes esse faciles, be nignos atque gratissimos. Nihiletiam amplius patrem decet quam filios optimos obedientes summa prudentia dotatos, omnique bonitate, fide ac pietate plenos extollere et sublimare; sibique nedum facultates et bona sua elargiri atque relinquere. Verum etiam statum suum et omne regimen, ac personamsuam(ipsam)¹ amplissime,liberalissimeque commit tere. Ceterum, ad hec verbajuremerito toto spiritu, toto corde prorumpi mus et inflammamur. Cum inmente nostra revolvimus quanta fides et caritas, quanta devotio et bonitas, quanta denique animi maximi opti ma demonstratio fuerit, erga nos Illustris et magnanimi filii no stri precarissimi Comitis Francisci Sfortie Vicecomitis Cremone do mini etc., qui licet paulo ante fuerit a nobis offensus et indigne, ac male tractatus sentiens ipse maximum gentium armigerarum nostra rum conflictum; et ex eo cognoscens extremum et irreparabile status et personenostre periculum, ultimamque et ineffabilem (infallibilem) ruinam nostram talis ac tante bonitatis, virtutis atque pietatis fuit, ut non expe ctata ulla requisitione nostra, subito et sine mora sese nobis amplis sime obtulerit cumpersona, cum gentibus et cum facultatibus suis om nibus, cum tanto quidem animi fervore, promptitudine, ac liberalitate, ut amplius nec dici nec et cogitari possit (excogitari posset). Erant nobis hostes in foribus, erant quidem in ipsis visceribus constituti, et subditos et cives nostros, tam Mediolanenses (Mediolani), quam alios undique deprehendabantur. Ac universus denique status noster ferro, igne, rapinis, predis affligebantur (confligebantur), Adeo ut gentes no stre conflicte, atque animis ex toto perdite, nec in burgis Mediolani tute Le parole in corsivo tra parentesi si trovano nelle copie semplici e non in quelle del Registro. Le parole in corsivo fuori parentesi si trovano segnate con puntini, cioè annullate nel testo del Registro, e nonsi leggono nelle copie semplici. 642 LA PRETESA DONAZIONE redderentur, nec etiam nos, et persona nostra in castrohoc nostro Me diolani secure morabamur. Certos nos reddentes quodvel nostri proprj, vel hostes ipsi, et statu et vita nos privassent, spe, consilio et auxilio omni ex latere destitutos, nisi prestissime eiusdem filij nostri favor advolasset, eiusque patrocinio, consilio (cum filiis) et advisamentis fuis semus adiuti. Ipse enim multas proditiones et insidias statui et per sone nostre factas, nobis subito propalavit, demumque taliter sese habuit, ut verissime attestari possimus (possumus), nos cum persona et statu in castro hoc post omnipotentis dei gratiam opera et causa sua esse salvatos. Tantum igitur et tale beneficium omnino reco gnoscere intendentes, et scientes ingratitudinis vicium ipsi deo et toti mundo supra cetera vicia fore abominabile nimis et exosum; cum que dignum sit ut idem illustris filius noster habeat et possideat et gu bernet ipsa que ipse servavit, et quasi exfaucibus inimicorumtraxit; ju stum preterea atque honestum videatur, quod postquam dispositione superna filios masculos non habemus, status noster bonaquenostraper veniant in ipsum comitem generum et filium nostrum optimum,et suc cessive in filios masculos, quos procreavit et procreabit in posterum ex dilectissima filia nostra Blanca Maria consorte sua; cognoscentes denique ipsum illis virtutibus qualitatibusque dotatum, que in omni bono et perfecto principe requiruntur, prudentia silicet, justitia, animi magnitudine, clementia,modestia, summaque militaris discipline peritia, adeo ut certi esse possint cives et subditi nostri ab eo prudentissime regi et optime gubernari; que quidem rationes et cause nos olim in duxerunt ad eandem filiam nostram sibi matrimonio copulandam,jure merito dignissimeque movemur prefato Comiti (Francisco) genero et filio nostro facere infrascriptam donationem cum deliberatione et vo luntate firmissima, quam primum idem comes Franciscus ad presentiam nostram accesserit, et in cospectu nostro fuerit, eum in adoptivum fi lium nostrum suscipere et creare, atque universalemheredem quorum cumquejurium et bonorum nostrorum mobilium et immobilium in am plissima et solemnissima forma constituere; ita ut in omni dominio no stro universo universisque bonis et juribus nostris plenarie succedat, atque integre dominetur. Itaque in dei nomine et ex imperiali potestate plenaria, quam habemus, omnique alio jure, via, causa, modo et forma, quibus melius, efficatius et validius possumus, ex certa scientia et nullo ducti errore juris vel facti, intervenientibus etiam auctoritate et decretis nostris, transferendum, dandum et concedendum duximus ac transfe rimus, damus et concedimus titulo pure, mere et irrevocabilis dona tionis inter vivos prelibato Ill. filio nostro carissimo Comiti Francisco Sfortie Vicecomiti, filiisque suis legitimis ex supra nominata Blanca DI FILIPPO MARIA VISCONTI A FRANCESCO SFORZA 643 Maria filia nostra consorte sua natis et nascituris, civitates nostras Mediolani, Papie, Cumarum, Novarie,Laude, Creme,Placentie, Parme, Ast, Alexandrie ac Terdone, nec non terras Glare abdue et Pizleonem, reliquasque terras diocesis Cremonensis cum universis et singulis ca stris, rochis, montibus, vallibus et districtibus et diocesibus civitatum et terrarum nostrarum predictarnm, et cum omnibus alijs juribus, ju risdictionibus et pertinentijs, tam nobis quam eisdem civitatibus et terris nostris intra ipsarum territoria et dioceses ac districtus quomodocumque spectantibus et pertinentibus. Ita tamen et taliter quod nobis viventi bus licitum sit eas ipsas civitates, terras, dioceses, territoria et bona suprascripta pro nobis ipsis tenere et possidere, et eis continuo uti, frui et gaudere, ac ipsorum proventuum redditus, intratas et emolu menta integre percipere ethabere, atque in usum nostrum convertere, et alia quecunque ut ipsorum bonorum verus dominns peragere; hoc excepto quod non possimus quicquam contrahendo, vel aliter de ipsis civitatibus, terris et bonis disponendo, ullo modo facere directe, vel in directe, palam vel occulte, aut alio quovis quesito colore quominus ipsi filio nostro Comiti Francisco, suisque filijs ut supra pertineant ac devol vantur. Ipsaque omnia post obitum nostrum idem comes Franciscus, suique filij ut supra, esse habeant, teneant et possideant, et habere, tenere ac possidere possint idem (de eisque cum integritate disponere ut de rebus et bonis suis propriis possitque) comes Franciscus gener et filius nosterpost obitum nostrum ut supra dictas civitates et terras cum earum districtibus, territorijs et diocesibus, locaque, bona et jura de quibus supra, etiam propria auctoritate vendicare et ingredi, eorum demque bonorum et jurium omnium possessionem apprehendere, ap prehensaque retinere et tueri, illisque uti, frui et gaudere ac de ipsis facere et disponere pro sue libito voluntatis ut supra, ita ut locum, jus et statum nostrum omnino integreque succedat de et pro omnibus predictis superius donatis et eorum occasione. Supplentes ex certa scentia et de predicta potestate nostra plena et absoluta omnem so lemnitatem, presertim insinuationis et juris, et facti defectum et sa cramenta quelibet expedientia omniaque alia necessaria et opportuna, nec non a jure, seu ex forma statutorum, seu decretorum et ordi namentorum nostrorum requisita et expedientia ad confirmationem et convalidationem omnium predictorum tam de jure quam de consue tudine; ac decernentes et mandantes ex certa scentia, et de eadem potestate nostra plena et absoluta presentem donationem et omnia et singula in ea contenta valere, tenere ac servari inviolabiliter debere per quencunque omni tempore, non obstante quod ipsa do natio non sit insinuata, et non obstante quod non sint servate solemni 644 LA PRETESA DONAZIONE tates et alia, si qua circa tales donationes fieri requirentur, tam ex forma statutorum et ordinamentorum nostrorum, quam exformajuris; etnonobstantibus aliquibus talibus qualibus dispositionibus, concessioni bus, contractibus, mandatis, alienationibus,donationibus, translationibus etin feudum concessionibus et contractibus quibuscumque de dictis ci vitatibus per nos, seu progenitores aut precessores nostros hinc retro taliter qualiter factis et concessis quibuscunque personis, quibus omni bus et singulis excerta scentia,ex causa legitima,animo deliberato, et de nostre potestatis plenitudine etiam absolute et ad cautelam presen tium tenore quatenus expediat derogamus, easque in totum revocamus et revocatas esse volumus et mandamus. Etadmajorem dicte donationis facte ut supra et omnium et singulorum suprascriptorum roboris fir mitatem, predicta omnia et singula laudantes, approbantes, confirman tes ac in suprascriptis omnibus et singulis auctoritatem et decretum nostrum et eius a quo potestatem habemus, causa per prius plenis sime cognita, cognitisque plenissime omnibus et singulis in talibus co gnoscendis, interponentes, dantes et prestantes ac decernentes ex certa scientia et de plenitudine, potestatis etiam absolute, huiusmodi dona tionem et omnia et singula suprascripta perpetuo rata, grata et firma esse ac habere debere, et nullo tempore nulloque modo per aliquam personam privatam, aut publicam, etiam in quacunque dignitate con stitutam contrairi posse nec debere directe, nec per indirectum, nec aliquo quesito colore, nec etiam ex beneficio aliquo speciali, ex certa scientia etde nostre plenitudine potestatis etiam absolute ut supra sup plere denuo (de novo) volumus etsuplemus omnes et singulos defectus tam juris quamfacti,qui reperirentur, aut dici seu allegari possint intervenisse quovismodo in actu presentis donationis etin infrascriptis omnibus et singulis factis et gestis, et tam respectu cuiuslibet solemnitatis obmisse, seu que obmissa reperirentur, aut dici vellet seu posset, quam aliter quovismodo ut supra; et ita ac taliter quod predicta omnia et singula et maxime donatio predicta facta modo et forma infra scriptis valeant ac teneant, et roboris firmitatem obtineant, ac etiam sic plenum et vali dum sortiantur effectum, ac si omnia et singula injure in talibus re quisita, et omnes juris solemnitates inpresenti donatione et omnibus et singulis suprascriptis adessent, atque intervenissent et observate fuis sent. Et hec omnia non obstantibus aliquibus legibus nec consuetu dinibus, decretis, ordinibus, statutis, privilegijs, juribus, nec aliquibus aliis in contrarium editis vel edendis, aut aliter formam dantibus aut disponentibus, nec provisionibus nostris nec Comunis nostri Mediolani nec alterius Comunitatis in contrarium facientibus nec aliter formam dan tibus, etiam si essent tales aut talia,que clausulas haberent derogato DI FILIPPO MARIA VISCONTI A FRANCESCO SFORZA. 645 rias, et de quibus specialis et expressa mentio fieri deberet. Quibus quidem omnibus et singulis, in quantum predictis obviarent, ex certa scientia et de nostre plenitudine potestatis derogamus et deroga tum esse volumus et jubemus et perinde haberi, ac si expresse etno minatim eis pernos ex certascientia et ut supra derogatum fuisset, et specialis seu nominata mentio facta esset, et quas et que habere vo lumuspro specialiter expressis. Denique vero mandantes, commitentes et jubentes expresse universis et singulis officialibus cuiuscumque gra dus, Castellanis nostris qui per tempora supernominatis civitatibus, ter ris, castris et locis nostris presidebunt; nec non adherentibus, recommen datis, feudatarijs, comunitatibus, nobilibus, civibus, populis et subditis nostris quibuscunque presentibus et futuris, cuiusvis status, gradus et conditionis, preheminentie et dignitatis existant, nec minus conditionis universis et singulis Capitaneis conductoribus gentium nostrarum ar migerarum, tam equestrium, quam pedestrium, ac gentibus ipsis, qua tenus prefatum Comitem Franciscum generum et filium nostrum uni cum, de cuius bono ac probatissimo regimine optimoque dominio firmissi mamspemet opinionem certamhabemus,prosuovero, unico et singulari principe et domino ac indubitato successore nostro in predictis post obitum nostrum suscipiant, acceptent, teneant, revereantur et honorent, pro ut debitum etdignum extiterit, suprascriptasque civitates, terras, ca stra et loca nostra cum rochis etfortelicijs nostris omnibus in potestate et manibus suis libereponantetdimittant; sibique in omnibus et per omnia obsequantur, pareant, fidelesque et obedientes sint, sine aliqua exce ptione et omni contradictione cessante, quemadmodum in presentiarum sunt nobis ipsis et persone nostre proprie. In quorum testimonium pre sentes fieri et registrari jussimus, nostrique magni ducalis sigilli ro bore et appensione, ac solite nostre corniole secrete imprensione (im pressione) muniri. Datae Mediolani die decima mensis Novembris Mil lesimo quatringentesimo quadragesimo sexto. (Decima) nona Inditione. Signata Johannes Antonius. La pergamena originale col sigillo appeso e la corniola se greta del Duca non esiste, o almeno nessuno afferma di averla veduta: essa sola potrebbe togliere ogni dubbio, ma le Carte di Archivio non sono poi tutte giunte fino anoi. Lo stile mi sembra frondoso, retorico, ad ogni piè sospinto un nuovo argomento per respingere un nuovo attaccodi nullità; anzichè di un atto di do nazione, mi ha piuttosto l'aria della consultazione di un avvoca to; l'avessero foggiato quelli stessi giureconsulti che ne sostennero la validità forse per ordine dello Sforza? La preoccupazione 646 LA PRETESA DONAZIONE forse mi mette le traveggole agli occhi; tuttavia mi propongo di provare il mio giudizio sulla dubbia autenticità per mezzo di do cumenti, in gran parte inediti, tratti dal Carteggio Ducale esplo rato finora da pochi, e che forma una delle ricchezze degli Archivj di Stato Milanesi. Filippo Maria non si serbò che l'usufrutto delle città donate, espressamente poi non si serbò il diritto di cedere alcuna terra senza il consenso del donatario; or bene, dal dicembre 1446 in poi si trovano trattative tra lui e il Re di Francia Carlo VII per la cessione a quest'ultimo della città di Asti; le trattative dura rono bastantemente a lungo, e non una sola volta in esse trovasi " la frase " concedente genere nostro o alcun che di simile. Nel testamento 12 agosto 1447 poi, Filippo Maria non fe' parola della donazione neppure per annullarla, e il medesimo silenzio da tutti si mantenne anche dopo la morte di lui. Il primo ad avvisare Francesco Sforza che il suocero era mancato ai vivi, non fu Lio nello da Este, come finorahanno asserito tutti gli storici,ma An tonio Guidoboni con una lettera in data 14 agosto 1447, giorno che seguì immediatamente la morte del Duca; di essa il brano più notevoie è il seguente:,, L'amicho e spazato cum alchuna or 이 dinatione facta in modo de codecillo .... e fece Re d'Aragona erede del tuto, non facta mentione veruna de M. B. (Madonna Blancha) ne de la mogliere ne daltri ........ vegnati pur voi via senza veruna dimora; zonto siate qua lo mezo del giocho e vincto „. 3 Come si è visto, alla donazione non si allude menomamente, ed era ben questo il luogo di ricordarla. Nicodemo de Pontre moli gli scrive poi da Firenze quanto segue: " ... et de nouo " me disse (Cosimo dei Medici) auisa el Conte che uoglia uiuere " ala Italiana et no havere più conscientia, che laltri pari soy, " " che altramente non ce ne se po uiuere. La lettera in mas sima parte è in cifra, pure ne abbiamo abbastanza per con getturare dove vada a finire. Antonio Guidobono e Cosimo dei Medici eccitavano adunque il loro amico ad occupare il Ducato con un giocho qualunque e senza tanti scrupoli ala Italiana; chè •Documenti Diplomatici. Repubblica Ambrosiana. 1447, Agosto 14. DagliArchivi di Stato in Milano. DI FILIPPO MARIA VISCONTI A FRANCESCO SFORZA. 647 invece non l'esortavano a far valere il proprio diritto? special mente Cosimo non avrebbe indicata la via torta, quando vi fosse stata la retta. Questa donazione adunque sarebbe rimasta sconosciuta ai più intimi amici ed allo Sforza stesso, dacchè que sti mai eppoi mai vi si richiamarono. Filippo Maria adunque si trova ridotto agli estremi, non può sperare aiuto da altri che dallo Sforza; per allettarlo ad accorrere gli fa solenne donazione, e gliela tiene poi gelosamente celata?!!! Risulta dalle lettere di Nicola Guarna e di altri, che Francesco Sforza era fedelmente informato di ogni passo del suocero, a lui ostile, e come mai si sarebbe potuto riuscire a tenergli celato ciò che gli era favorevole, e di sì alto interesse? Concesso anche que sto, che a mepare diuna stranezza enorme, assolutamente incon cepibile mi sembra poi quanto segue: Il 25 febbraio 1450 in fine i Milanesi deliberarono di aprire le porte della città allo Sforza e proclamarlo Duca; e sì che allora tanto costui quanto i Capitani e i Difensori della Libertà ebbero uguale interesse a legittimare l'opera loro, e niente a ciò più acconcio della Carta contenente la disposizione irrevocabile dell'ultimo dei Visconti, la quale in niun modo ad essi potea più oltre rimanere celata; le carte del morto Duca non erano che nelle loro mani; ebbene nei Capitoli della dedizione di Milano di tutto trovasi fatto parola, meno che di questadonazione. Il Ghinzoni e il Porro, che assai me gliodi me hanno consomma diligenza esaminato il Carteggio Ducale, assicurano di non ricordare aver mai visto nulla al riguardo.Al ta cere dei documenti fapiena eco il tacere degli storici. Il Simonetta e il Corio non ne parlano punto, quest'ultimo anzi rifiuta come ge 5 nuino anche il testamento infavore del Re di Aragona, maha torto. 3 Documenti citati, 1448, febbraio 18. 4Di questo documento pubblicato dal Sikel nell'Archiv für Kande österreichischer Geschischts-quellen, settembre 1855, se ne serba nell'Archivio Civico di Milanounacopia, trascritta il 12 agosto 1864, che ha per titolo: « Capitula inter CivitatemMediolani et ducem Franciscum Sfortiam primum, 1450 die Jovis 26 mensis Februarii summo mane. Di questo testamento il solo Argelati dà un sunto abbastanza compiuto. Biblio theca scriptorum Mediolanensium, Tom. II, 1447. L'originale finora non mi è riu scito trovarlo nè negli Archivii di Stato nè nell' Archivio notarile; scrissi a Napoli al professore cui è diretta la presente, e mi rispose che per quante ricerche si fossero fatte, neppure colà se ne trova alcuna copia, forse perchèin gran parte le Carte Ara gonesi furono trasportate in Ispagna. Arch. Stor. Lomb. An. III. 42 648 LA PRETESA DONAZIONE Il solo Decembrio vi allude forse colle parole che seguono : "Sunt qui Blancham eius filiam ab eo legitime inscriptam et heredem in stitutam referant;,„ ciò darebbe acongetturare che Francesco Sforza fece foggiare questa donazione, e pensò bene poi non pubblicarla, vedendo ch'era molto contestabile, e che si sarebbe destato con tro il vespaio del partito degli Aragonesi, i quali sul terreno della legalità avrebbero finito per aver ragione, e per questo non se ne sparse che una sorda voce, e non ne rimase traccia nè nelle carte nè negli storici. In caso contrario come si potrebbe spiegare che il testamento in favore del Re di Aragona levò tanto grido di sè, ed intorno a questo si fe' il silenzio della tomba? Solo quando il Ducato di Milano era caduto da un pezzo, ed i secreti della politica di quello furono abbandonati al pubblico, si potè aver notizie di questo documento, e il primo a pubblicarlo fu il Du Mont, il primo a servirsene per la storiafu il Giulini. Questi afferma di aver veduto nell'Archivio del Castello la Carta della “ donazione, che portava anche il consenso del Re dei Romani; la parola Carta è troppo generica, e non si sa bene se alluda alla copia o alla pergamena originale, come pure non poteasi affer mare, che avesse il consenso dell' Imperatore dalla semplice frase ex imperiali potestate: „ questa tal quale imprecisione di lin guaggio inganna il Peluso, il quale in piena buona fede dice, che il Giulini assicura " di aver veduto in originale l'atto che portava anche la segnatura dell'Imperatore. Egli non vide in originale l'atto, dachè non cita che il Codice osservato anche da " " 7 noi, e colla frase " consenso del Re dei Romani non si riferi che all' " eximperiali potestate, non già alla segnatura, la quale gl'Imperatori Germanici non costumarono mai di apporla sui di plomi dei Duchi diMilano. Tanto ho avuto dal Porro, che ha bene i suoi venti anni di pratica negli Archivi di qui. Afferma in se guito il Giulini, che lo Sforza costrinse il vecchio Duca a fargli questa donazione come patto dell'accorrere in soccorso di lui, e che alla morte di quello il partito Braccesco sostenne il te stamento, il partito Sforzesco la donazione; certamente quando • PELUSO FRANCESCO, Repubblica Ambrosiana,pag. 44, un' operettada cui ho tratto molto profitto. 7 GIORGIO GIULINI, Memorie spettanti alla Storia e Governo di Milano. Nuova edi zione con note ed aggiunte, pag. 121. DI FILIPPO MARIA VISCONTI A FRANCESCO SFORZA. 649 questa fosse esistita, Filippo Maria l'avrebbe fatta per compen sare il genero, e gli Sforzeschi agitandosi, vi avrebbero fatto ap pello; il Giulini non ha quindi la colpa di aver affermato cose, che non hanno l'appoggio in nessun documento contemporaneo , egli almeno non ne cita, ma di non aver dubitato sull' autenti cità di quell'atto, al quale ci rimane tuttavia da dare l' " ictus gratiae,, esaminandolo in ciò che vi è di non esatto nel conte nuto e nella forma. “ Vi si legge ch'esso fu fatto ex imperiali potestate; or que sto è assolutamente falso. Nel settembre 1447 i Pavesi ricusa " rono riconoscere la Repubblica Ambrosiana, si diedero allo Sforza e lo elessero Conte; aveano il diritto di far ciò pei diplomi di Federigo Barbarossa e Federigo II, fedelmente citati nell'atto di dedizione, una delle belle pergamene inminiatura ch'io abbia os servato ; e non vi è punto citato il diploma di Federigo III, per cui lo Sforza sarebbe stato riconosciuto successore del Visconti anche nel Contado di Pavia. Passi che i Pavesi e l'istesso Francesco Sforza non ne avessero avuto notizia. Ma, caso sin golare! l'istesso Federigo III mostrava di non ricordarsi nep pure lui di questo suo diploma di conferma. Nell'ottobre 1447 dimoravano in Milano gli ambasciadori di questo Principe, e dichiararono che “ la Maestà soa e ben contenta che questa citade viva in libertade honesta, ma che non dispone darla più in ducato ,„ altri documentidital genere potrei qui esporre, ma temo di riuscirlesoverchiamente noioso, tuttavia non mi sem brano da omettere quelli che seguono. Nella categoria Feudi Im periali, 13 marzo 1451, si legge uno strumento di procura fatto dal Duca di Milano Francesco I Sforza al dottore Sceva da Corte, per ottenere dall'Imperatore, a prezzo di qualunque somma di denaro, la ratifica e conferma principalmente del Ducato di Mi lano e Contado di Pavia. Il 19 febbraio 1455 manda al medesimo all'istesso oggetto il vescovo di Pavia Giovanni da Castigliono ; l'11 gennaio 1457 infine vi manda Giovanni de Ulexi. Ma se lo Sforza fosse già stato riconosciuto come successore di Filippo Maria, di qual altra conferma imperiale avrebbe egli mai avuto 8Documenti citati, 1447, ettembre 17. • Documenti citati, 1447, ottobre 28. Lettera di Nicola Guarna allo Sforza. 650 LA PRETESA DONAZIONE " bisogno? Quella frase adunque " ex imperiali potestate mi sem bra averla sufficientemente dimostrata bugiarda. Quando poi gli atti dei Duchi di Milano abbisognavano della ratifica imperiale, in essi o era riportato per intero o compendiato o semplicemente citato il diploma di conferma; quella semplice frase " ex imperiali potestate , non avea quindi nessun valore, e l'atto potea benis simo essere attaccato come nullo per irregolarità nelle forme, e il testamento che istituiva erede Alfonso Re d'Aragona, l'annullava di fatto, solo perchè giuridicamente regolarissimo ; questo avea l'autentica notarile e tutto, mentre all'altro mancava presso che tutto. Avanti, avanti i giuristi, che sostennero la validità della donazione, che hanno da opporre a ciò? Nulla. Serbano il più dignitoso silenzio, e fanno bene. Si diffusero invece in generalità di nessuna importanza, per esempio, che Filippo Maria potea disporre a piacimento dei suoi Stati senza o con la potestà impe riale, “ " quamdixit se habere; e che ad ogni modo ai popoli si spettava ubbidire, noncomandare; se nefussero adunque iLombardi stati tranquilli sotto il dominio dello Sforza, in caso contrario questi era tale da mantenerveli colle buone o colle triste. Un'unica volta che non stettero sulle generalità, Rolando de Curte e Catone de Sacco si smentirono a vicenda in un modo tutto singolare. Al tempo della pretesa donazione, Francesco Sforza dimorava in Pe saro, ed a luinon si potea donare, perchè assente. Ilgiurista Ro lando de Curte oppone a ciò: " Tradita sunt instrumenta seu " littere donatarum rerum Domino Comiti, quibus non contra " dixit sed potius consensit, maxime cum sint littere favora biles. D'altra banda si opponeva ch'egli avea rinunziato di fatto alla eredità del Visconti, quando riconobbe la Repubblica Ambrosiana, fino al punto di diventarne Capitano Generale del l'esercito , e l'altro giurista Catone de Sacco replica proprio come segue: " Post convenciones illas repertum est huiuscemodi ius donacionis et disposicionis ducalis, et propterea est a tran sicione e tomni iuramento recedendum. " Spiritoso quel Fran cesco Sforza! All'uno de' suoi campioni disse, che l'atto gli fu co municato, e ch'egli l'accetto, e mostrogli pure le litteras favora biles ; all'altro poi, che non ne seppe nulla, e che fu ritrovato dopo. Ma se idue illustri giuristi fossero stati avversarii, dico io, si sarebbero potuto meglio di così incontrare per le calcagna ? DI FILIPPO MARIA VISCONTI A FRANCESCO SFORZA. 651 Ad ogni modo queste consultazioni sono gli unici documenti con temporanei, ove trovasi fatta parola della donazione, e ch'io sap pia; sono finora rimasti interamente sconosciuti, sarebbe quindi desiderabile per la storia del diritto, che qualcuno le pubblicasse ed illustrasse a dovere. Io ne ho toccato quel tanto che mi ri guardava. Conchiudendo dirò, che l'atto di donazione riferita, a me sembra non sia da ritenere per autentica: 1.º Perchè non fu citata nei capitoli della dedizione di Milano allo Sforza, il quale dal canto suo non mostrò mai averne notizia, e non vi fece mai appello prima che fosse diventato Duca; 2.º Perchè il Carteggio Ducale, come pure gli storici contemporanei tacciono di questo atto, che avrebbe dovuto levare alto grido di sè; 3.º Perchè quella " frase " ex imperiali potestate contiene una falsità, più una ir regolarità nelle forme; 4.° Infine perchè gli avvocati che ne so stengono la validità, sono evidentemente in malafede, e si smen tiscono a vicenda in circostanze di fatto. Se questa donazione non fu opera di Filippo Maria, nonè dub bio ch'essa fu foggiata il primo anno del ducato dello Sforza, forse per ordine dello Sforza stesso. Di ciò sono prove bastanti le consultazioni ove si vedono tuttavia i sigilli e le firme auto grafe di giureconsulti, contemporanei. In tal modo questo docu mento non essendo autentico, avrebbe importanza maggiore che se fosse tale; esso ne rivelerebbe l'interesse che Francesco Sforza mise a legalizzare il proprio dominio, e non apparire prepotente usurpatore. Di fatti questo era il tempo, in cui ogni Principe ci teneva ad aver la legalità dalla sua, e gli studii del diritto erano tornati in onore dapertutto; ma non invadiamo il campo altrui più del bisogno. Le chieggo intanto perdono della lungaggine della presente; mi ricordi ai miei compagni ed al professore Ber tolini, della cui patria gentile e colta non saprò mai lodarmi ab bastanza. Milano, nel dicembre 1876. Di lei Devotissimo Discepolo DANIELE GIAMPIETRO. CRONACA SEMESTRALE DELL'ARCHIVIO DI STATO DI MILANO. 1876, 2. semestre. Non meno copiosi dei precedenti furono in questo semestre i versamenti di atti di diversi uffizj. La Pretura Urbanadiqui, inoccasione del suo trasloco in altro locale, versò le 839 cartelle ei 15 registri o protocolli, dagli anni 1851 al 1865, che esistevano in quell' archivio, corredati da due elenchi in doppio esemplare. Questo trasporto, a termine dei ve glianti regolamenti, fu eseguito a cura e spesa del locale Muni cipio. Dalla Direzione provinciale delle Poste di Venezia pervennero quattro casse contenenti 204 buste di atti postali della Lombar dia dal 1849 al 1860, con elenco in duplo. La spesa relativa fu a carico dell'ufficio depositante. Dalla Direzione generale del Demanio e Tasse in Firenze, 15 fascicoli di atti risguardanti una vertenza del Demanio per com partecipazione nel patrimonio del condominio Bentivoglio di Roma. Dall'Intendenza provinciale delle Finanze in Milano, 194 car telle con 53 registri di atti di diversi uffizj dipendenti da quella magistratura, dell'anno 1866. Gli atti del Monte Lombardo-Veneto mancando da tempo delle necessarie rubriche per quelli dal 1824 al 1861, e questa man canza rendendo assai difficili e talvolta impossibili le occorrenti ricerche, se ne fece richiesta alla Direzione generale del Debito Pubblico in Firenze, presso cui si trovano. Per ragioni di servizio CRONACA SEMESTRALE DELL'ARCHIVIO DI STATO DI MILANO. 653 edi opportunità queste, come altri atti e registri del Debito Pub blico, non possono tosto essere versati, ma lo saranno fra non molto. Intanto quella Direzione generale mandò l'inventario della parte di atti e registri del nostro Debito Pubblico colà esistenti, e di rimpatto le fu spedito quello degli atti e registri consimili per quell'epoca, qui lasciati. Dall' archivio di Stato di Brescia si ebbe un voluminoso fasci colo di atti relativi ai processi politici del 1821. Dalla locale Prefettura si sollecitò la consegna delle rubriche eprotocolli della già presidenza di Governo, che non furono tras messi nel versamento di quegli atti effettuato nell'anno 1866. Si propose al Ministero dell'Interno l'acquisto d'una ricca col lezione di carte provenienti dal noto archivio Sitoni di Scozia, e si acquistavano una preziosa pergamena del secoloX risguardante la chiesa di Como, e 30 volumi di miscellanea lombarda, come altre carte e pergamene e autografi, oltre quelli man mano do nati dal Direttore e da altri. Nell' archivio di Stato di Mantova, dipendente da questa So vrintendenza, furono depositati tutti gli atti dell' archivio comu nale di Redondesco e quelli del già Ufficio di commisurazione di Mantova e Revere degli anni 1870-1871. Di rimpatto consegnò all'archivio storico Gonzaga tre fasci di schede di antichi docu menti, rinvenuti tra gli atti di quell' Intendenza di Finanza. In quell'archivio si collocarono ordinariamente gli atti dello Stato civile del regno Franco-Italico ivi spediti nel primo semestre. Pel continuo versamento di carte in quell' archivio resesi ol tremodo angusto lo spazio, sicchè rimanevano inceppate le ope razioni di ordinamento e di collocamento. Perciò fu fatta richiesta di nuovi locali, e la richiesta fu esaudita dal Ministero, avendo questo determinato in massima che il locale occupato ora dal l'archivio notarile nella parte della corte vecchia del palazzo ex ducale, debba rimanere in servizio governativo, in aggiunta a quello che occupa l'archivio di Stato. Ai lavori inerenti al regolare collocamento di tuttele carte ver sate nel semestre, seguirono in tutte le sezioni quelli di sistema zione, di rintegrazione e di stralcio delle parti che più ne avevano bisogno, in mododarendere possibilmente facili e sicure le ricerche. Vanno specialmente menzionati: 654 CRONACA SEMESTRALE Nella Sezione diplomatica la formazione di altre 800 schede pel nuovo indice dei registri dell' archivio Panigarola e la collo cazione nella corrispondenza diplomatica cogli Stati esteri di circa 4000 documenti dei secoli XV e XVI rinvenuti fra le miscellanee; Nella Sezione amministrativa la sistemazione di circa 1800 mazzi o cartelle, principalmente nelle classi Acque, Ufficj regj, Studj, e in quella della cessata Delegazione provinciale; Nella Sezione finanziaria furono lavorate circa 1500 cartelle, principalmentenelramo gabellario,negli atti della cessata Contabi lità lombarda e in quelli del personale delle guardie di finanza; ecompilato un elenco riassuntivo di tutti i giuramentidi servizio, che si conservano, del personale camerale; Nella Sezione giudiziaria si continuò a sistemare le parti anti che di alcune categorie del Senato; i Testamenti e gli Atti pre torii, del numero complessivo di cartelle o mazzi 220. Nell'archivio del Fondo di Religione si sistemarono: il va cante dei Serviti in S. Gotardo di Bergamo ed uniti; quello dei Minori conventuali di S. Francesco in S. Pietro in ciel d'oro di Pavia, e tutta la serie delle confraternite antiche di Milano, co stituendo 436 cartelle o mazzi, oltre i registri, corredate da ap posito elenco. Questi lavori di ordinamento non ritardarono la pronta eva sione delle ricerche amministrative, araldiche e storiche fatte dalle pubbliche amministrazioni e dai privati; pei quali si dovettero eseguire copie moltissime, circa 700 facciate, di documenti anti chi e moderni a pagamento, senza tener calcolo delle altre infi nite, eseguite per uso d'ufficio. Nel semestre si presentarono a pro tocollo 965 esibiti, e se si adottasse la consuetudine, invalsa in altri archivj, di far registrare in esso anche il giornaliero inter vento degli studiosi e le loro specifiche richieste, quel numero an drebbe aumentato di qualche migliajo. Il Ministero della Guerra mandò a far ricerche per una Storia delle armi italiane dal 1796 in poi. Il Ministero di Agricoltura e Commercio cercò documenti so pra il commercio e l'industria antica e principalmente sull'anno na, e se ne valse per le sue pubblicazioni. Il Ministero di Grazia e Giustizia domanda di raccogliere gli atti che riguardano le attinenze fra la Chiesa e lo Stato. DELL' ARCHIVIO DI STATO DI MILANO. 655 Il Sovrintendente invito vescovi, municipalità e corpi morali della regione a dare notizie e informazioni di quanto possiedono i loro archivi. Il sotto-archivista Giuseppe Porro inaugurava, il 23 del pas sato novembre, il corso di sue lezioni di Paleografia. Diventano esse anche più opportune, dacchè quello studio è dichiarato ne cessario per ottenere posti negli archivj anche di Comuni e di pubblici istituti. I signori Vietti e Pessina fecero omaggio, ad uso di essa scuola, di molti fac-simili paleografici, opportunissimi ad agevolare l'inse gnamento e a rendere più proficue e pratiche le lezioni. Fra le opere donate alla biblioteca dell'archivio meritano cenno speciale: La descrizione delle opere per l'asciugamento del lago Fúci no, donata dal principe Alessandro Torlonia a Cesare Cantù e da questo ceduta alla biblioteca, unitamente a diversi altri libri. Tunisi, spedizione di Carlo V imperatore, e famiglia degli Isei ora Oldofredi, del cavalier Damiano Muoni; doni dell'autore. Unacopia del libro del cosmografo Coronelli, intitolato: Armi, Blasoni e Insegne gentilizie delle famigliepatrizie di Venezia; dono dei signori Vietti e Pessina. I tre primi volumidelgiornale araldico-genealogico-diplomatico, compilato da una società diaraldisti e genealogisti, ecc., edito ne gli anni 1873-1876. Fermo e Pisa; dono di Cesare Cantù. Il volume VI dei documenti di Storia Patria; dono della Depu tazione sopra gli studj di Storia patria delle provincie di Tosca na, Umbria e Marche. I fascicoli IX, X e XI dell' Archivio Storico Lombardo; dono della Società. Furono ammessi ad indagini storiche 55 studiosi, e, fra quelli già nominati nelle cronache dei passati semestri, continuarono ad estendere i loro studj i signori: Baruffaldi sac. Agostino. Belgio joso conte Emilio. Bertolotti cav. Antonio. Bettoni conte France sco. Bianchetti Enrico. Caffi cav. Michele. Calvi nobile Felice. Ceruti sac. Antonio. Charavay Stefano. Corio prof. Lodovico. D' Adda marchese Gerolamo. Ghiron cav. Isaia. Kind Paolo. Mon geri cav. Giuseppe. Porro conte Giulio. Riva Finoli nobile Cesare. Spinelli A..... 656 CRONACA SEMESTRALE DELL'ARCHIVIO DI STATO DI MILANO. Fra i nuovi ammessi nel semestre vanno segnalati i signori: Bayonne rev. Geslao, Notizie sul Savonarola e sul convento di S. Maria delle Grazie di Milano. Breslau prof. Harry, Esame dei Diplomi imperiali del se colo XI. Cardier Enrico, Relazioni diplomatiche tra gli Stati italiani e la Francia dal 1790-1800. D' Ancona prof. Alessandro, Notizie biografiche sui due per sonaggi: Guido Metaluno o Metulano, e senatore Mariolo Viscardi. De Sonnaz conte C. A., Relazionidiplomatiche dei secoli XIV e XV fra la Savoja e Milano. Giampietro Daniele, Documenti relativi a Francesco Sforza. Paganelli don Atto, Notizie biografiche intorno a San Lan franco di Pavia. Parravicini Tito Vespasiano, Indagini sull'arte e sugli artisti. Riccardi prof. Giuseppe, Studj su documenti Viscontei e Sfor zeschi. San Giorgio prof. Gaetano, Ricerche sulle leggi del governo democratico di Venezia. Visconti avv. Francesco, Notizie sull'abbazia di Campomorto. Vollo prof. Giuseppe, Atti relativi all' annessione del Piemonte alla repubblica Cisalpina. Zuliani Giovanni, Usi nuziali dei secoli XIV e XV fra prin cipi ancor bambini. NOTIZIE. Parlandodi Cristoforo Colombo abbiamo accennato al Colombo pirata, che alcuni confusero con esso. Ai documenti che recammo, relativi a quel famoso pirata, aggiungiamo quest'altro, estratto dal Registro G. I. dell'Archivio Territoriale Bresciano, contenente Ducali, Decreti, Lettere, Privilegi, Sentenze dal 1406 al 1521 ; al foglio 110. Litterae patentes commendatitiae pro Petro Antonio de putinis, e manibus Pyratarum erepto. Baldassar Trivisanus pro Serenissimo et Ex.mo D. V. D. etc., Capita neus Brixiae et districtus. Commiserantes diram et acerbam sortem, miserabilemque calamitatem Petri Antonij deputinis civis veneti harum latoris, quam sicuti ex pijssimis commendaticijsque litteris praefati Ill. mi Domini nostri passum fuisse accepimus: qui mercaturam gerens dum in triremibus ad partes Flandrie per altum mare proficiscitur, in pyraticam incidens classem ab saevissimis Pyratis Columbo Duci, multis acceptis vulneribus dum strenue resistit, amissaque universa ejus sub stantia, interceptus et captivus factus est: quam captivitatem non sine magno ejus vitae discrimine multum diuque tulit. Tandem Optimo Maximoque Deo favente, e manibus perfidissimorum Pyratarum ereptus in dulcissimam patriam redijt adversa gravique valitudine correptus, quam exnimia tum doloris acerbitate animo conceperat, cum ex diu tinae captivitatis suae squalore. Ad cujus pristinam sanitatem instau randam, cumnulla sibi profuerint medicorum remedia,consultus ut ali quem sibi aerem eligeret, salubrem Tarvisiumprofectus nihil profecit: 658 NOTIZIE. balnea inde adijt patavina, minime profuerunt. Demum ab hanc urbem Brixiae perventus, tanquam ad aerem salubriorem: ubi ab hospita libus Prefectis calamitatem viri commiserantibus et benigne et gratiose exceptus, et locus pro assequenda ejus valitudine assignatus, ubi tam diu stetit, quoad meliorem pristinae sanitatis conditionem pervenit. Sed quia ad integram et perfectam valitudinem consequendam alialoca adeat salubriora necesse est, sic consultantibus medicis, volentes ipsum aliquo gratiose favore prosequi, sic divina humanaque suadente lege, sic etiam ipsius Petri Antonij exigentibus optimis institutis, rogamus quoscumque Ill.mos duces, principes, marchiones, comites, armorum ductores, civita tumque et terrarum rectores, jusdicentes, amicos et benivolos, quibus hae literae fuerint presentatae, ut eundem Petrum Antonium pro solita eorum clementia et humanitate commendatum habeant, sibique pro intuitu pietatis et misericordiae opitulentur: ut suis mediantibus tam pijs, tam benignis, tam Deo O. Mq. gratis beneficijs perfectam valitu dinem suam assequi valeat, sicuti pro eorum ingenita pietate et mise ricordia facturos ample confidimus et speramus. Offerentes nos ad similia et queque meliora paratos. In quorum fidem etc. Dat. Brixiae, die XXIj maij 1487. T. Co. Ci pare unmodello dibuona critica l'articolodel signor C. De simoni nel fascicolo settembre-ottobre del Giornale Ligustico, intorno ad un manoscritto, supposto inedito, che il professore Giuseppe Ferraro stampò aFerrara sulle scoperte del Colombo e del Vespucci. Quelli che seguirono le notizie chenoi veniamo rac cogliendo in questo giornale intorno al gran genovese, troveranno nell'articolo del Desimoni una ricchezza di cognizioni bibliografi che e di sapienti paragoni intorno a quei fatti. Invece di Beno de' Gozzadini, com'è detto dal Giulini, dal Verri, dal Rosmini, dal Savioli, il Corio e il Ghirardacci nominano Beno da Gozzano. Dopo che in questo Archivio avevamo indi cato i meriti del Beno de'Gozzadini, uscì, col titolo di Nuovi giojelli di storia patria, uno scritto del signor Angelo Gualan di, noto per lavori e per cognizioni storiche e artistiche, ove acerbamente si sosteneva non trovarsi nella famiglia de' Gozza dini di Bologna un tal nome, se non in tempi posteriori: e deri dendo i Milanesi che vi avevano dedicato una via e una statua nella Galleria. (Vedi in questo Archivio, anno III, pag. 127.) NOTIZIE. 659 Il conte Gozzadini, che n'avea parlato nelle Torri gentilizie di Bologna (di cui discorremmo nell'anno II, pag. 106), repulsò quel l'attacco, mostrando come nell' Archivio notarile di colà si tro vasse che, nel 1258, eransi commesse rappresaglie contro i Mila nesi per L. 4000 imperiali, a richiesta di Castellano di Benno de Gozzadini. E nel 1269 Castellano e Bigolo, filii quondam do mini Benni de Gozadhinis, confessano aver ricevuto da Pagano di Terzago milanese L. 500 di bolognini per riscatto di sè, di Stefano Pozzobonelli, di Jacobo da Masate, e dei cavalli, armi, robe loro, presi da essi fratelli in virtù delle rappresaglie. Pro babilmente erano concesse per l'assassinio di Beno. Potrebbe aggiungersi un istromento recato dal Savioli sotto il 1257, 27 luglio, actum in civitate Mediolani, in hospitio in quo habitat potestas Mediolani. Interfuerunt testes dn. Bennus de Go zadinis potestas Mediolani, ecc. I dubbj che muove il signor Gualandi non sembrano dunque attendibili. E l'atto che noi recammo nel quinto fascicolo di questo Archivio Storico (anno II, pag. 108), toglie ogni esitanza su tal personaggio, in quell'atto dicendosi: Dominus Bennus de Gozzadinis potestas Mediolani super predictis consilium postulavit. Così resta decisa la quistione meglio che colle villanie,da piaz zajuoli anzichè da letterati. Nell' Archivio Storico Italiano, quinta dispensa del 1876, riguar dano la Lombardia le notizie intorno a Pompeo Neri e ai lavori suoi sul censimento del Milanese; il seguito del commentario del Cantù sul Conciliatore, ove parlasi di Giuseppe Pecchio, Sigi smondo Trechi, Alessandro Manzoni, Pellegrino Rossi e Gino Cap poni; inoltre una sapiente necrologia di Giuseppe Ferrari " indi vidualità non ordinaria. „ A. Krüger stampò a Breslavia un programma ginnasiale sui Patarini di Milano (Die Pataria in Mailand). Tocca al soggetto stesso in più largo campo il saggio Zur Geschichte der Wal desier in Mittelalter di Guglielmo Preger. Monaco, 1875. Nell' Historisches Taschenbuch, vol. IV del 1874, è una memo ria di Max Lassen sulla peste di San Carlo. 660 NOTIZIE. Nei Monumenta Germaniae historica gli ultimi volumi conten gono non pochi documenti riguardanti la Lombardia. Il vol. XVII reca note di Musio da Monza (1290-1302) e degli arcivescovi di Milano (1295-1317); il XVIII, gli annali lodigiani di Ottone e Acerbo Morena; il XIX, annali di Mantova (1183-1299), la cro naca diRolandino diPadova; il XXI, annali cremonesi (1096-1241); il XXII annali bergamaschi; bresciani il XXIII. Il giorno 2 del corrente dicembre la Società tenne Adunanza generale, in cui, esaurite alcune interpellanze, che diedero luogo a discussioni, riguardanti in ispecie le pubblicazioni sociali, e fatte dalla Presidenza varie comunicazioni, si addivenne, giusta l'ordine del giorno, alla nomina dei membri componenti la Pre sidenza pel venturo triennio, scadendo gli attuali al 31 dicem bre 1876. Venne eletto a presidente il conte Ercole Oldofredi Tadini, senatore del Regno, in luogo del cessante commendatore Cesare Cantù, e furono confermati nel loro ufficio gli attuali vice presidenti marchese Gerolamo d'Adda, e conte Giulio Porro-Lam bertenghi. Fu eziandio ammesso fra i socj il signor A. G. Spinelli. DOMANDA. Il cavalier Lorenzo Boturini Benadussi fu diligente raccoglitore delle prime memorie dell'America meridionale e specialmente del Messico; ma i preziosi documenti che avea raccolti, andarono di spersi o furono appresi dai re di Spagna. Le biografie non parlano di lui; poche notizie ne reca la Storia Universale del Cantù, il quale accenno pure una pubblicazione che se ne faceva nel 1857. Èpossibile saper qualcosa di più di lui e delle opere sue? Se n'ha alcun ricordo in Valtellina, donde si crede ch'egli fosse? BIBLIOGRAFIA. BIBLIOGRAFIA STATUTARIA E STORICA ITALIANA.-Parte prima: Bi bliografia degli Statuti, Ordini e Leggi dei Municipii italiani, compilata da LUIGI MANZONI. Bologna, Romagnoli, 1876. Siamo lieti di vedere per la prima volta in Italia una generale Bi bliografia degli Statuti Italiani, che da molti anni si desiderava. I dotti italiani fin dai primordj del nazionale risorgimento proposero nel Con gresso di Venezia (1847) la raccolta generale degli statuti d' Italia, e il Bonaini poscia dimostrava la necessità di una Bibliografia degli Sta tuti e ne pubblicava Alcuni appunti, perocchè la vastità del lavoro esigeva una preliminare notizia bibliografica. Sventuratamente non fu mai eseguita nè la Bibliografia, nè la Raccolta. Opportuno e desiderato è quindi il lavoro del Manzoni, che imprende la pubblicazione di una vasta opera in quattro volumi: 1.° Statuti Mu nicipali; 2.º Storie Municipali, Storia generale d'Italia; 3.° Genea logia delle Famiglie italiane; 4.° Biografie italiane; ed ora ha dato in luce la parte prima del primo volume Leggi Municipali. Premette nella Prefazione (p. III a XVI) la Ragione dell' Opera e il metodo tenuto nella compilazione della Bibliografia; poi (p. XVII a XXIV) addita le Opere e Biblioteche che sono citate per abbreviature. Un bel volume in-8° di pagine 570contiene per ordine alfabetico le indicazioni degli statuti delle varie città e terre di tutta Italia, senza limitarsi al Regno Italico, ma comprendendovi tutte le altre regioni italiche eziandio soggette a dominazione straniera, come la Corsica, Malta, Nizza, Trento, Trieste e la Dalmazia. 662 1 BIBLIOGRAFIA. Oltre a duemila indicazioni di statuti formano questa grande Bi bliografia. Per ogni città o piccolo Comune espone in ordine cronolo gico le varie edizioni degli statuti, o accenna i manoscritti di cui ha notizia, e pe' rari od inediti trascrive il titolo o frontispizio, indica il numero dei fogli, e descrivendo i manoscritti, ne segna l'epoche e dà le notizie principali, che ha potuto raccogliere o dai codici stessi, o da altre opere, o dai bibliografi, o da storici o giureconsulti. In queste indicazioni rivelasi grande esattezza e modestia, poichè sempre manifestasi per ogni notizia chi per lettera o altrimenti ha somministrato i lumi necessarj. Così il Manzoni con grande pazienza e cortesia ha saputo nelle varie regioni d'Italia visitare archivj e bi blioteche, descrivere codici, raccogliere notizie, interrogare personal mente o per lettere i varj scrittori, o altri che poteano fornirgli le no tizie occorrenti al compimento del vasto lavoro. Questa bibliografia generale mancava del tutto in Italia, malgrado i lavori iniziati, che però meritano sempre lode per l'utile disegno e per l'incitamento offerto alla vasta fatica. L'egregio Bonaini, occu pato in molte fatiche su gli statuti, interrotte per la immatura sua morte, aveva aggiunto allo statuto di Val d'Ambra, da lui pubblicato, Alcuni appunti per servire ad una Bibliografia degli statuti italiani (Pisa, Nistri, 1851), e Cesare Guasti ne faceva una pregevole Rasse gna bibliografica nell' Archivio Storico Italiano (Appendice, vol. IX, pag. 189-217). Francesco Berlan, seguendo il nobile esempio, pubblicò taluni lavori bibliografici su gli statuti, ed iniziò una bibliografia per ordine alfabetico (Venezia, 1858). Antonio Valsecchi cominciava (Pa dova, 1862) una elaborata Bibliografia analitica degli statuti italiani esistenti nella sua privata biblioteca , ma appena due fascicoli venivano in luce; e varie speciali opere bibliografiche si ricordano con lode su gli statuti di alcune provincie, fra cui citiamo Rota e Sforza. Così finora fra i desiderj dei dotti si annoverava la bibliografia che alla solerte intelligenza del Manzoni era dato di offrire compiuta ege nerale con un disegno modesto e semplice, ma bene adatto allo scopo di raccogliere per tutti i Comuni italici le notizie degli statuti editi ed inediti di ogni epoca. Dando questa meritata lode all' egregio autore, non intendo io già asserire che nulla sia stato ommesso, poichè niuno potrebbe mai pre tendere che in un'opera di tal genere fossero tutte raccolte le notizie, e nulla fosse obbliato. Di tali ommissioni e di qualche equivoco per av ventura incorso, non gli daremo noi colpa; poichè il libro stesso ma nifesta grande diligenza, e molti viaggi che erano indispensabili per un lavoro simile; talchè senza tali fatiche e spese gli equivoci e le 4 BIBLIOGRAFIA. 663 ommissioni sarebbero state innumerevoli. L'autore promette di aggiu gnere al lavoro un'Appendice, che noi vorremmo alquanto ritardata; giacchè per l'immenso numero di città e terre, di cui si dee tener ragione pei singoli statuti, avvi sempre a dubitare che nuove addi zioni potranno occorrere, sempre importanti, per un lavoro generale e completo. Speriamo che questa pubblicazione serva d' incitamento ai dotti ita liani per nuovi e severi studj su gli statuti comunali, sia per la storia civile, sia pel diritto pubblico e privato. I nostri statuti rivelano le tradizioni antiche, le idee e costumanze popolari, e le differenti ri forme ispirate dall'amore di libertà e d'eguaglianza. Noi vediamo per cid ai dì nostri una dispendiosa pubblicazione di statuti inediti di va rie città italiane con accurate e splendide edizioni. Queste fatiche sono degne di lode, ed offrono gli elementi per la grande e generale storia della civiltà e legislazione italica del medioevo. Oltre tali accurate edizioni sono necessarj i lavori speciali, storici o giuridici, che diffon dano le notizie esatte su quegli statuti,ne spieghino le origini e l'in dole speciale, e ne facciano le comparazioni coi diversi statuti italici ed esteri. Solo per tali studj storici e legali riusciranno utili quelle pubblicazioni di statuti, che vengono in luce per cura delle dotte Com missioni, Società, o Deputazioni di storia patria delle varie provincie italiane. La semplice pubblicazione dei testi, ove non sia accompa gnata o seguitada quei lavori, serve in gran parte ad accrescere nelle biblioteche la sventurata serie dei libri, lodati per le belle edizioni, ma pur sempre conservati intatti ed intonsi. Non è facile, invero, una generale fatica su tutti gli statuti italiani, pei quali abbiamo alquanti brevi e sapienti lavori in varie opere di genere differente. Così ricordiamo con lode le notizie che sugli sta tuti italici ci offrono Muratori, Forti, Sismondi, Cantù, Sclopis e Giu dici; ma questi lavori non offrono ancora la desiderata e completa storia speciale degli statuti italici; e possono invece considerarsi come un dotto ed utile prospetto generale delle origini e del carattere di quegli statuti. Potranno però in breve tempo i dotti italiani con utili monografie esporre l'origine, l'indole e la parte speciale di dritto pubblico e privato dello statuto della propria provincia o della propria città. Su tanti brevi lavori sarà poi agevole il formare una storia ge nerale del dritto italico nel medio evo. Lavori di questo genere desi deriamo in Italia, numerosi ed importanti,quantunque in varie città ne esistano degni di lode. Non occorre far menzione dei molti antichi commenti degli statuti di varie città italiane, che sono opere di pratica giurisprudenza, in Arch. Stor. Lomb. An.III. 43 664 BIBLIOGRAFIA. tese a svolgere col metodo allora comune le questioni legali che po teano sorgere nei tribunali. Tali opere erano estranee a studj storici e critici, a considerazioni generali ed a legislazione comparata; talche servivano solamente a giureconsulti, comegli altri commenti e trattatidi diritto municipale. Varie opere utili si pubblicarono in Piemonte su gli statuti. Il bel volume Leges Municipales della eccellente raccolta Mo numenta Historiae Patriae di Torino offre uno splendido esempio per la pubblicazione di statuti municipali; ma desideriamo ancora i lavori che nepongano in chiara luce le origini e le vicende e le notizie dei sin goli statuti. Oltre la vasta raccolta di Duboin, e il recente commento degli statuti novaresi del Giovanetti, ricordiamo con lode la monogra fia del conte Sclopis sull'Antica legislazione del Piemonte, che si limita a tre secoli e dà molte notizie su quegli statuti. Sono lodevoli fra le ultime pubblicazioni di statuti i lavori di intro duzione storica del marchese Cesare Campori per Modena, e del conte Camillo Laderchi per Ferrara. Milano ebbe molti statuti generali ed anco speciali per le varie arti o corporazioni. Se ne fecero nei tempi andati varie edizioni é i dotti lombardi se ne occuparono in molte opere. Speciale oggetto di studj furono le Consuetudini Milanesi del secolo XIII, per le quali si aveano notizie nella dissertazione del conte Gabriele Verri De ortu et pro gressu juris mediolanensis, premessa alla bella edizione delle Novae Constitutiones fatta in Milano al 1747 dalla regia tipografia. Questa edizione per concetto ed esecuzione è simile alla edizione dei Capi tula Regni Siciliae fatta in Palermo al 1741 per cura del Testa, che vi premise una dissertazione De ortu et progressu juris siculi. I signori Porro-Lambertenghi e Berlan han pubblicato al 1866-1869 le Consuetudini Milanesi del secolo XIII, ma ne trattarono con di versa opinione. Spiacemi che non siano state indicate dal Manzoni tali pubblicazioni, quantunque per Milano siano ricordati gli statuti e costituzioni di ogni epoca, e perfino le versioni e i commenti. Me rita lode il Berlan per avere insieme aggiunto al testo delle Con suetudini del 1216, i brani che riproduce sulle precedenti opere di Sassi, Verri e Giulini, e le recenti ed erudite monografie di Rezzo nico e Schupfer. Aggiugne il Berlan i suoi egregi lavori storici e bibliografici, che espongono molte ed importanti notizie su gli sta tuti di Milano. Dimenticò il Manzoni gli Statuti di Viterbo, pubblicati ed illustrati da Ignazio Ciampi (Firenze 1872). Sono noti i grandi volumi del Bonaini, che con tanta cura pubblicò (1854-1870) gli Sta tuti inediti della città di Pisa dal XII al XIV secolo. Meritano lode gli utili lavori dei napolitani Alianelli e Volpicella su le consuetudini BIBLIOGRAFIA. 665 di Napoli, Amalfi, Trani, Bari ed altre città. Lodevole zelo per le me morie patrie ispirava al Governo pontificio la raccolta, nell'Archivio di Stato inRoma, dinumerosi statuti di città e terre,onde allora si com poneva lo Stato romano. Questa grande raccolta viene ora accresciuta per cura del Governo. Noi troviamo dal Manzoni annotati oltre cento statuti di quei Comuni, anco dei meno importanti; ma non abbiamo no tizia di lavori storici o legali su quegli statuti, che pur meritano gravi studj. Anche per la Sicilia,dopo le antiche opere di pratica giurispruden za, che offrono vasti commenti delle consuetudini di Palermo, Messina e Catania, mancano lavori moderni storici e legali su le varie consue tudini sicule, e rimanevano perfino inediti ed ignoti i testi non pub blicati nei secoli scorsi. Fu perciò necessaria la raccolta delle Con suetudini delle città di Sicilia edite ed inedite, da me scelte e pub blicate nel 1862. Nella mia Storia della Legislazione civile e crimi nale di Sicilia ho dovuto esporre le origini e le principali notizie su le Consuetudini (I, p. 78 a 86, 109, 117; II, 55), e tutte indicai le norme speciali di ragion civile e criminale (nel c. II,p. 135 e segg ). Il Gregorio, nel 1790,a spese del Governo procuravasi alquante copie di consuetudini di nostre città, perchè intendeva pubblicarle dopo la Biblioteca Storica, che preparava come continuazione a quella del Ca ruso. Nel 1794 pubblicava la Introduzione allo studio del dritto pub blico siciliano ed offriva alquante notizie su gli statuti siculi, notando come gli argomenti dei capitoli fossero quasi del tutto estranei al dritto pubblico. Non curò poscia nè farne studio, nè pubblicazione di sorta, come si scorge dai suoi manoscritti e dalle opere pubblicate. Ora, dopo la pubblicazione del Manzoni,vengono in luce nelleRicer che storiche, ecc., sulla città di Castronovo di Tirrito, gli Statuta et Capitula Terrae Castrinovi in 59 capitoli (da pag. 346 a 361), ap provati dal re Martino a' 5 agosto 1401. Percura del professore Vin cenzo Di Giovanni (fra i documenti pubblicati dalla Società siciliana di Storia Patria) alle erudite Notizie storiche della città di Alcamo si aggiungono Capitoli, Gabelle e Privilegi, inediti. Ma cotali pubblicazioni offrono alquanti ordini e provvedimenti municipali alieni dal dritto civile, cheforma il subbiettoprincipalee quasi unico delle consuetudini sicule. ✔Nonpoteva accennare alla dissertazione di Gabriele Rosa sugli Statuti del terri torio bresciano nel medio evo, dove adduce principalmente quelli di Bovegno, di Orzi novi, di Salò, di Bagolino e della Valcamonica. Difettiva è pure questa bibliografia sugli statuti bergamaschi: e presto il signor A. Ti raboschi ne stamperà altri nella nostra Bibliotheca Italica. C. C. 666 BIBLIOGRAFIA. Sappiamo che in Germania fu iniziato nel 1866 e non proseguito un Codex Juris municipalis Siciliae, che ha riprodotto soltanto le consuetudini di Messina, di cui tante edizioni esistevano, fra le quali notiamo che la edizione palermitana del 1559 da Manzoni citata (a pag. 265 n. VII), si trovapure in questa Biblioteca comunale (XXXIII, C. 5). Della pubblicazione germanica iniziata non avvi oggi esemplare nelle nostre Biblioteche. Sono accuratamente notati dal Manzoni, per varie città di Sicilia, consuetudini, edizioni e manoscritti, e se in qual che ommissione egli incorse,niuno potràmeravigliarsene in Sicilia, poi chè qui molti han parlato di statuti, citando Gregorio, ma con frasi generiche, le quali non additano cognizione vera, nè studi storici o giu ridici su quegli statuti. Così il Manzoni non additò che una edizione esisteva delle consuetudini di Caltagirone, e che da me se ne erano stampati molti capitoli; ma in Palermo pure nel Circolo Giuridico (anno 1874, vol. V, pag. 183 e 245) si era non solo ignorata, ma ne gata stranamente la esistenza di quella edizione da me indicata nelle Consuetudini (pag. 107) e nella Storia pag. 120). Di ciò non faremo rimprovero, poichè sventuratamente è troppo frequente la separazione degli studj storico-legali dalla praticagiurisprudenza. Siccome il Manzoni parladelmanoscritto di Consuetudini sicule (Qp. F. 55), è giusto notare che non è uncodice, nè unvolumedi copiecontemporanee, ma unariu nione di quaderni di sesto,carta edepoca moltodiversa, che il Gregorio potè ottenere dallevarie città e riunire in unvolume, chepoi cucito e nu merato dai bibliotecarj, si conserva inquesta Biblioteca comunale. Al cune copie sono autentiche con firme e collazioni di archivarj. Su gli antichi manoscritti (di fol. 62 e seg. e 347 e seg.) delle Consuetudini di Siracusa e Castiglione si cominciarono le copie in chiaro carattere (nei f. 225 e seg. e 313 e seg ), forse per incarico del Gregorio, per chè recenti e rimaste incomplete. Negli ultimi fogli (405 e 406) se guono le copie di tre lettere dal Gregorio spedite a Landolina ed Aroldo di Siracusa intorno alle copie richieste di consuetudini. Nella Biblioteca nazionale si acquistò nel 1872 unmanoscritto del secolo XVI col titolo Consuetudines diversarum civitatum Regni Siciliae cum glo sis et consiliis super eis. Sono in rosso i titoli e le rubriche delle va rie consuetudini, e in principio delle note sono pure in rosso le pa role di cui si fa la chiosa. Il volume contiene: I f. 1 a 26, Consuetu dini di Messina con glossedi diversi; II, f. 27 a 46, Consuetudini di Catania con glosse; III, f. 49, Capitulum obtentum (in volgare) dalla città di Catania a 16 gennajo 1460 dal re di Aragona per revocarsi un capitolo del Regno sul nefando; IV, f. 50 a 67, Consuetudini di Siracusa con glosse; V, f. 70 a 126, Consuetudini di Caltagirone con BIBLIOGRAFIA. 667 glosse; VI. Af. 128 cominciano: Consilia super diversis consuetudini bus civitatum et terrarum Regni, e seguono al fine del volume. In fine d'ogni nota o consiglio avvi il nome del giureconsulto. È superfluo additare alcuni manoscritti, di cui il Manzoni nonpoteva avere notizia, come il Libro di privilegi e consuetudini che si conserva nella Biblioteca Liciniana di Termini-Imerese, e concerne ordini muni cipali, giurisdizioni privilegiate ed altro; il Libru di la segrezia di la città di Augusta, in cui sono annotati i pesi e gabelle, fra cui la ga bella super possessionibus di un tarì per onza, cioè, un trentesimo sul prezzo di beni stabili alienati, con molte eccezioni escluse dalle leggi moderne, che risuscitarono quei pesi dimenticati da secoli. La descri zione degli usi di Mistretta, principalmente per la pastorizia, offre pure provvedimenti locali. Di tal genere esistono in molte cittàraccolte di ordini, usi e privilegi municipali, che in parte sono conformi alle leggi sicule, in parte speciali, e rimarranno forse sempre inedite negli archivj comunali. Noi confidiamo che questa ampia Bibliografia generale del Manzoni non servirà soltanto per mostrare la varietà e l'immensa serie degli statuti italici, ma inoltre sarà utilissima a quanti vorranno adoperarsi in gravi studj su la storia della civiltà e legislazione dei Comuni ita liani. VITO LA MAΝΤΙΑ. BERTOCCI GIUSEPPE, Repertorio bibliografico delle opere stampate in Italia nel secolo XIX. Vol. I (storie). Roma, 1876. Collegasi all' opera annunciata testè questo primo volume, ch'è tutto dedicato alla storia, e contiene 1120 libri, divisi in sette sezioni. Ipre cedenti imperfettissimi cataloghi (come quello del Branca) faceano desi derarne uno, che soddisfacesse a un vero bisogno degli studiosi. STORIE MUNICIPALI. Noi abbiamo più volte disapprovato quelli che, nelle storie munici pali, non fanno che estrarre dalle storie generali ciò che concerne il loro paese, dandoci così un racconto mutilato di fatti nazionali, invece della vita propria del paese che illustrano, colle costumanze, le arti, le industrie, gli statuti, i personaggi che v'appartengono. E dove il Bernoni dice che fra il 1600 e il 1700 fu sonno perfetto, « degno * BERNONI DOMENICO, Le vicende di Asola. Roma, 1876, in-16, di pagine 170. 668 BIBLIOGRAFIA. di studio attento per chi volesse conoscere la vita intima del Comune e il suo sviluppo economico, duole che a tale impresa egli rinunzii di buon grado. Il signor Bernoni ci dàle vicende d'una terra, che merita sto ria, senza bisogno di ricorrere alle baje di Ludovico Mangini, che, come solevasi al suo tempo, rimonta a Noè, a Phaleg e Adula, facendo nascer Asola 75 anni dopo nato Abramo, 2023 dopo creato il mondo, 692 avanti Roma, 1747 avanti Mantova, 1904 avanti Cristo nato. Chi comincia così, qual merita fede neppur quando racconta avveni menti moderni? Che appoggio hanno quei duci longobardi? Neppur poteva accettar ciecamente i documenti dell' Odorici e le asserzioni del Rosa. Certamente egli aveva a mano molti scrittori municipali, su cui, egli che n'è capace, dovea far prova di critica e di indagini. Il signor Bernoni si duole che i Longobardi non abbiano potuto « tenere nelle loromani l'intera penisola, il che sarebbe per il comun meglio avvenuto, se i pontefici, fin d'allora ostili all'unità nazionale, non avessero chiamato Carlo Magno. " Se questa totale conquista dei Longobardi fosse avvenuta, periva affatto la civiltà romana, che invece sopravisse per illuminar anche le altre nazioni. Accetterebbe egli chi dicesse sarebbe pel comun meglio avvenuto, che gli Austriaci occupassero tutta Italia,portandola ad unità, qualora il Piemonte per osteggiarli non avesse chiamato Napoleone?3 Ben interessano le vicende dei Casaloldi, lo scomparir dei conti rurali, il formarsi del Comune, l'introdursi dei signorotti, la suddi tanza or a Venezia, or a Mantova, la memorabile Fossa Magna lunga 40 miglia, che (1358) serviva insieme a difesa e all' irrigazione dei campi di Montechiaro, Carpenedolo, Acquafredda. Parlando dei privilegi o buoni usi o consuetudini che la serenissima conservava ai paesi deditizj, il Bernoni è lontano da quegli statolatri che vorrebber sacrificato all'uniformità amministrativa : e mentre l'Odorici tutto imputa la ruinadi Venezia aiprivilegi che essa conservava alle di verse terre, il Cibrario ingloria i Greci e gli Italiani a di veder quasi d'ogni città e d'ogni terraformata la capitale d'unindipendente governo, sicchè, in piccol numero d'uomini, tanti ne creano di alti spiriti e di magnanimo cuore, che a tutti sembri di avere quanto basti per gover 3 << Nella lunga lotta tra i re longobardi ed i papi, ciò che è più colà osservato sono le mire ambiziose di questi... Non si trattava soltanto di papi e di re... Nel conflitto fra quelle due forze s'agitava il destino d' alcuni milioni d' uomini; quale di queste due forze rappresentava più da vicino il voto, il diritto di quella moltitudine di viventi: quale tendeva a diminuire i dolori, e mettere in questo mondo un po' più di giustizia ? Ecco il punto vero della discussione ». MANZONI. BIBLIOGRAFIA. 669 nare sè medesimi ed i vicini; e ai vicini paja esser da tanto da non dover obbedir a nessuno ». Il Bernoni accenna epoca per epoca gli uomini illustri, dei quali ha già stampate notizie biografiche; vi trova scuole pubbliche fin dal 1400, d'onde valenti studiosi, fra cui i Torresani, fra i primi tipografi di Venezia, e il Blado noto editore di scrittori greci. È costume e spesso difetto delle storie il diffondersi più lunga mente sui fatti contemporanei, dove l'autore diviene fonte: qui invece due sole facciate bastano all' età ch'egli intitola Risveglio, e che oc cupa gli 80 anni di questo secolo. Moncalieri sorse sulle ruine di Testona, e come appendice piemon tese della lega lombarda (CIBRARIO) fu il trattato di alleanza (1227) fra il Comune di Torino, l'abate di Pinerolo, varj signori e il Comune di Testona, per cui dovessero obbligare Genovesi, Astigiani, Chieresi, a passar essi e le loro merci pel Delfinato o per la strada di Testo na, Torino, Pinerolo, e ciò per dar importanza a Torino. Ma Chie resi e Astigiani se ne riscossero, distrussero Testona, i cui abitanti, col soccorso de' Milanesi che aveano domato il marchese di Monfer rato, piantarono nuova patria sull'ameno colle intorno al convento dei Francescani. L'11 novembre 1230 vi fu tenuta la prima assemblea comunale . Piacque poi quel castello ai duchi di Savoja, che spesso vi fecero residenza; e il fatto loro colà più memorabile è per avventura quellodi Vittorio Amedeo III, che abdicò alla corona per vivervi in pace con Anna Canale di Cumiana marchesa di Spigno. Ma il suo figlio e suc cessore Carlo Emanuele, supponendo tramasse di ricuperar il trono, mandò ad arrestarlo il 29 settembre 1731 con grande apparato di for ze, ma invece delle carte compromettenti, nelle sue casse trovaronsi 600 libbre di cioccolatte; onde fu ricondotto in quel castello ove morì, mentre sua moglie era stata chiusa nel forte di Ceva, dove l'on enferme les femmes de mauvaise vie. AMoncalieri v'era uno studio, ove fu maestro il Tenivelli, autore della Biografia Piemontese, mandato al supplizio da quel re nel 1797 come ribelle. Da Moncalieri Napoleone nel 1807 promulgava il famoso decreto di Milano pel blocco continentale, e decretava un ponte sul Po, uno sulla COLOMBO GIUSEPPE, Notizie storiche della città di Moncalieri. Torino, 1876; in-8, di pagine 100. •Non a Rivoli, come dice il Botta. 670 BIBLIOGRAFIA. Dora, un canale che da Savonavenisse a congiungersi collaBormida, una strada pel Monginevra. È conosciuto il collegio fondatovi da Carlalberto e affidato ai Barnabiti, ai quali appartiene l'autore di questo libretto, che si legge volentieri e con profitto. Soggiungiamo Tre Cronache sopra Schio e territorio, pubblicate da Giacomo Bologna e Francesco Rossi (Padova, 1876; in-16 di pagine 124), che danno notizie statistiche del paese e narrano la peste del 1630 in quella cittadina, che or tanta importanza acquistò per le indu strie del senatore Rossi, il quale alle cure del guadagno accoppia emi nentemente la benevola attenzione per gli operaj e per le loro famiglie. Più erudite sono le Notizie storiche della città di Alcamo pel pro fessore Vincenzo di Giovanni (Palermo, 1876, in-8, di pagine 105), dove sapientemente si discorre della regione degli Elimi, dell'etimo logia tanto disputata del nome di Alcamo, e se ne recano i privilegi ele consuetudini. Nelle storie municipali si suole cominciare dall'etimologia del nome, enon v'è stravaganza che non siasi spacciata in proposito. Basti ac cennare il nostro Milano e Como e la Valtellina. Di tali borie muni cipali si ride il signor Giacomo Racioppi, e mostrato come si formino i casali, le borgate, le città, ne studia i nomi, e tenta l'etimologia di molti, persuaso che, nella ricerca delle variate nomenclature geo grafiche, le singolarità diminuiscono e si riducono alla legge dei grup pi. Si vale naturalmente del Max Müller,del Littrè, del Flecchia, del Defenback. Le sue ricerche vertono su nomi di paesi meridionali, ma alcuni possono applicarsi anche ai nostri. Tralasciando i desinenti in ano che significano possesso (praedium Gentianum, Marianum, ecc ), Baragiade riverebbe da Barra e Barragium, indicante icancelli posti alle vie per esigervi i dazj. • Il prof. DI GIOVANNI sulla Rivista Universale pubblica una serie di lettere a Cesare Cantù in confutazione del Laurent, del Buckle, dello Strauss, dell' Hartmann e simili, che il granproblema delle origini e della finalità risolvono col positivismo nella storia, riducendolo al dubbio scientifico, e la scienza esaltando non solo da sopra, ma invece della morale; sicchè nelnaufragio totale della fede, l'arte siaconsolatrice delle anime soffrenti e l'umanità sia esonerata dalla fatica del bene. Origini storiche investigate nei nomi geografici. Saggio di GIACOMO RACIOPPI. Na poli, 1876. BIBLIOGRAFIA. 671 Brianza (come il napoletano Brienza) da Brie, terra ubi fiunt boni casei, come lo svizzero Brienz e il francese La Brie; Calcio, Caucium nel medioevo indicò una strada sollevata su ter reno basso e paludoso; Paderno dee derivarsi da patria, non da pater. Il suffisso erno molte volte indica luogo di lavoro fabbrile, come Linterno ove si fab bricavano lintei. Rota (come Rotafuori) è terreno aperto dall'aratro. La Motta è il castello o il principal luogo d'un feudo (Motta Vis conti). Egli sostiene che sette decimi dei nostri nomi geografici derivano dal latino, il che significa che latina era la massima parte degli abi tanti, pochissimi da gente anteriore, ben pochi dagli invasori setten trionali. Con questa scorta si può indicare, almeno press' a poco, l'età incui cominciarono idiversi paesi. Atti della R. Accademia Lucchese di scienze, lettere ed arti (un volume in-8 di pagine 462). Questo XX volume contiene cennidella pubblica bibliotecadi Lucca, dove si ragiona deibibliotecarj, e i fatti smentiscono la taccia quasi di barbaro che si suol apporre a Carlo Borbone; un elogio di Tommaso Stefani ; una curiosa dissertazione sui Luigini, monete d'argento che in varie zecche si battevano pel commercio col Levante; una su Fede rico IV di Danimarca e la visita da lui fatta a Lucca, e l'amicizia sua romanzesca con Maddalena Trenta, che diede materia a varj scritti e ad una elegiadelPindemonte. Succedono icenni della vita e degli scritti del professore Niccola Barbantini, chirurgo. Degna di particolar nota ci parve la Storia della famiglia Fioren tini, lavoro di Giovanni Sforza. Egli la dedica a Cesare Cantù, come 8 aquello da cui, fin da giovanissimo, ebbe incoraggiamento agli studj storici, e che « diede i primi e più osservabili esempj nelle monogra fie, genere che tanto bene fiorisce presso iFrancesi, mentre da noi non trovi chi lo coltivi colla diligenza e colla sollecitudine che si me rita.n Francesco Maria Fiorentini (1603-1673) naturalista e medico, ebbe troppo ad esercitarsi in Lucca nella peste del 1630, intorno alla quale lo Sforza adducemolte particolarità, preziose anche dopo il molto che •Sulla Zecca di Lucca è un buon ragguaglio al principio del II volume, or ora pubblicato, dell' Inventario dell'Archivio di Stato di quella città. 672 BIBLIOGRAFIA. se n'è scritto, massime pei provvedimenti dell'autorità e pei pareri dei medici, dei quali erano tanto varj i rimedj suggeriti, che si deci deva « il rimedio migliore essere quello di ricorrere a sua Divina Maestà. " Neppur colà mancò l'opinione degli untori, e n'erano imputati al cuni frati, e principalmente uno che «dava a baciare un crocifisso, qual essendo baciato da una donna, sareo subbito morta. " Lo Sforza accompagna l'operosa vita di Francesco Maria colle te stimonianze resegli dai molti contemporanei. Ma più allettante riesce la narrazione del suo nipote omonimo,vissuto dal1703 al 1790, e che dei lunghi suoi viaggi lasciò curiosi Anecdoti, scritti 50 anni dopo ritor nato in Lucca. Vide le primarie città diEuropa, ed ebbe modo di pe netrare nella più elevata società; e ce la descrive al vivo, coi duelli, col cicisbeismo, col libertinaggio, con quella burlevole accidia che in titolavasi pace, e che talvolta si invidia fra l'eclampsi odierna. A Ve nezia frequentò i monasteri, " ove si andava a piacimento anche con maschera, e vi si vegliava alcune ore della notte, e narra avventure sue e altrui. A Vienna videdi Carlo VI i pranzi che faceva in pub blico fra principi e ambasciatori che l'attorniavano in piedi, mentre i ciamberlani in ginocchio gli porgevano le vivande e il vino, ed egli ingordamente mangiava senza masticare, ridendo ai motti « im pertinenti nè mai spiritosi d'un buffone », come farebbero odierni mi nistri dei loro giullari. Alla tavola del giovane duca di Richelieu stavano attorno alla sala una fila d'aiduchi appoggiati al muro ; altre livree portavano i piatti fino alla porta del salotto, di dove li recavano in tavola paggi ecappe nere. I Viennesi trovava sospettosi e presuntuosi, perchè ignoranti; e stanno sempre in guardia degli Italiani, massime se non sappiano bevere e ubriacarsi come loro. Giorgio I d' Inghilterra aveva a fianco tre favorite apiuttosto brutte, e se le guardava come uno stolido. Le famose cantanti Faustina e Cuzzoni rivaleggiavano nel non ce dersi in nulla, e perchè una fu la sera servita con due torcie, l' altra ne volle tre, onde quattro la rivale, e cosi fu uno spettacolo come quando si porta il Venerabile. A Londra detesta le vie fangose, il fumo e le prostitute, ma ammira l'illuminazione notturna, ignota in Italia, e le ronde che gridavano badate al fuoco. Vi erano poco tolle rati i forestieri e massime i cani francesi, e più le donne, perchè usa vano il belletto. Alle objezioni degli spiriti forti il Fiorentini s' ingegnava rispon BIBLIOGRAFIA. 673 dere; non volle ascriversi ai Franchi-Muratori; pranzava dal Nunzio per mangiardi magro, euna soladomenica perdette la messa. Torino trovava bella per le vie dritte, e ammesso alla Corte, Vit torio Amedeo lo affollò di domande senza aspettar la risposta. Intero gato dal re ove andava, rispose: " in Italia, essendo stato avver tito che guai se avesse detto esser venuto di Francia in Italia, poi chè il re considerava questa come distinta dal Piemonte. Milano gli parve la città» ove più si convive"; lodava la cordialità con cui vi sono accolti i forestieri, e la libertà delle gentildonne di girar da conversazione in conversazione, prendendo seco il cavaliere che più voleano. A Genova, al rovescio di Milano, non si corre rischio di disordinarsi alle altrui tavole. » La biblioteca del Fiorentini fu comprata dalla repubblica lucchese nel 1802 e unita alla pubblica, ma consumata dall'incendio del 1822. Quanto alla Toscana sarebbero del genere stesso le lettere del ca valier Orazio Mann al famoso Orazio Walpole, intorno alla Corte di Francesco II e Leopoldo I di Lorena (1740-1780), su cui è formato il libro del D. Doran, Mann and Manners at the Court of Florence. D. Nello scorso trimestre la nascente Biblioteca della Società Sto rica Lombarda s'arricchi delle seguenti opere : Archeografo Triestino, edito per cura della Società del Gabinetto di Minerva. Nuova Serie, vol. IV, fasc. III, ottobre 1876. Archivio Storico, Artistico, Archeologico e Letterario della Città e Provincia di Roma, fondato e diretto da Fabio Gori. Anno I e II, vol. I, fasc. 3. Archivio Storico Italiano. Tomo XXIX, 4.ª dispensa del 1876. Finazzi can. Gio. Le antiche lapidi di Bergamo descritte ed illu strate. Bergamo, Pagnoncelli, 1876, vol. in-4. Muoni Damiano. Tunisi, spedizione di Carlo V imperatore, 30 mag gio- 17 agosto 1535. Cenni, documenti, regesti. Milano, Bernardoni, 1876, in-8. Antichità Romane nel Basso Bergamasco, e Cenni sopra Calcio ed Antignate. Milano, Bernardoni, 1876, in-8. Archivj di Stato in Milano, Prefetti o Direttori, 1468-1874, ecc. Milano, Molinari, 1874, 674 BIBLIOGRAFIA. in-8.- L'antico Stato di Romano di Lombardia,cenni storici, documenti e regesti. Milano, C. Brigola, 1871, in-8. Pasolini Pietro Desiderio. Memorie storiche della famiglia Rasponi, lettere alla sorella Angelica Pasolini Dalle Teste. Imola, Galeati, 1876, in-4. Famiglie Notabili Milanesi, dispensa III e I puntata della IV; con tiene le famiglie: D'Adda, di F. Calvi; Ponti, della Redazione; Oldo fredi (Isei), di Damiano Muoni; Vitaliani Borromei (Parte I), di L. Pullè. De Medici Dilotti Spiridione, I Dialetti Greci ed il neo Ellenismo, discorso letterario. Palermo, 1876. Ode greca a Giuseppe Despu che, colla parafrasi italiana di M. Cornelia Lapresti Dilotti. BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. BIBLIOGRAFIA DEL VII CENTENARIO DELLA BATTAGLIA DI LEGNANO. (Continuazione, vedi Fasc. II, pag. 348.) ALESSI (Giuseppe). Pontida e Legnano, ricordanze italiane; polimetro; in-8. Giarre, Castorina, 1876. BONARDI (Donato). VII Centenario di Legnano; discorso letto nel ca sino del Commercio di Alessandria; in-8. Alessandria, Tip. Jacque mod, 1876. CALLERI (Celestino) Legnano; poesia. Nella Rivista Subalpina di scien ze, lettere, arti, industrie e commercio. Cuneo, novembre, 1876. COLLEONI (Celestino). Storia del Monastero di Pontida ; con aggiunta degli scrittori bergamaschi fioriti in quel convento, del P. Barnaba Vaerini. Pubblicazione con appendice e note del prof. AntonioAles sandri ; in-4. Bergamo, Tip. Gaffuri e Gatti, 1876. Cremona e il VII Centenario della vittoria di Legnano (29 maggio 1876); in-16. Cremona, Tip. nell'istituto Manini, 1876. DI GIOVINE (Francesco). La battaglia di Legnano, dramma storico in cinque atti e prologo; in-8. Napoli, Tip. Nobile, 1848. DOLCI (Francesco Maria). In occasione del Centenario di Legnano; ode saffica latina; in-8. Bergamo, Tip. Gaffuri e Gatti, 1876. DUPONT SAINT PIERRE (Pietro . Ida o un episodio della Lega Lombar da, novella; in-16. Roma, Tip. della Pace, 1876. BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. 675 FALORSI (Guido). Glorie patrie; libro di lettura e di premio ; in-16. Milano, G. Agnelli, 1874. Parte III, Cap. II. La Lega Lombarda dal 1100 al 1135 Federico II La nuova Lega Lombarda. FERRI MANCINI (P.). Legnano; ode; in-4. Osimo. Tip. Quercetti, 1876. Giornata (la) di Legnano. Discorso storico del M. R. parroco D. P. M., pubblicato per curadel Comitato cattolico per le feste di Legnano; in-8. Reggio Emilia, Tip. Degani e Gasperini, 1876. Giuramento dei consoli e rettori della Lega Lombarda 30 aprile 1183 in S. Antonio di Piacenza; originale dell'Archivio municipale, con la traduzione; in-4. Piacenza, Tip. Del Majno, 1876. GOVEAN (Felice). Il giuramento di Pontida, cenni storici; in-16. Tori no, Tip. Baricco e Arnaldi, 1848.-- L'Assedio d'Alessandria, cenni storici; in-16. Torino, Tip. Baricco e Arnaldi, 1848. La battaglia di Legnano, cenni storici; in-16. Torino, Tip. Baricco e Arnaldi, 1848. MACFARLANE (C.). The romance ofhistory. Italy; in-8. London, Warne and Co., 1876. Pag. 207-258. The Carroccio : or, the battle of Legnano. MANCINI (Luigi). La battaglia di Legnano; ode, seguita da due sonetti del medesimo; in-8. Fano, Tip. Lana, 1876. MASOTTI (Francesco). Nel Settimo Centenario della battaglia di Legnano; canto; in-8. Bologna, Tip. Mareggiani, 1876. PARMIGIANI (Stefano). La religione, le sue sofferenze, i suoi trionfi; terzine pel VII Centenario della vittoria di Legnano; in-4. Piacen za, Tip. Tedeschi, 1876. PARTELLI (Francesco). Per il VII Centenario della battaglia di Legna no; carme; in-8 Alessandria, Tip. Gazzotti, 1876. SCARABELLI (Luciano). I Piacentini nella Lega Lombarda. Commemo razione in S. Antonino di Piacenza; in-4. Piacenza, Tip. del Maj no, 1876. Settimo (pel) Centenario della battaglia di Legnano; ode dell'abate F. S.; in-8. Padova. Tip. Penada, 1876. SPINELLI (Tommaso). La battaglia di Legnano; canto; in8. Brescia, Tip. La Provincia, 1876. VALERIANI (Scipione). Pontida e Legnano. Discorso storico in occasione del VII Centenario celebratosi in Milano nel 1876; in-16. Bologna, Tip. Cenerelli, 1876. VARISCO (Dino), La battaglia di Legnano; discorso letto in Como il 28 maggio 1876; in-8. Como, Tip. Giorgetti, 1876. 676 BULLETTINO BIBLIOGRAFICO. Verona nel Settimo Centenario di Legnano, festeggiato il 29 maggio 1876; in-8. Verona, Tip. del Seminario, 1876. Contiene: DI CANOSSA L. Breve sermone tenuto nella santa Messa celebrata nella cattedrale il 29 maggio 1876. STEGAGNINI G. B. Prolusione all'Accademia poetica tenuta nell' Episcopio di Verona. CAPETTI V. I supplici di Milano; idilio. PANIZZI D. Il giuramento di Pontida; decasillabo. BIANCHI L. Prima di Legnano; ottave. GIACOMELLI L. Prima della battaglia; coro. RAMAZZINI V. Legnano; polimetro. GIACOMELLI-L. Ai caduti di Legnano; inno. BIANCHI A. Pro fide et patria interemptis; epitaphion. GIACOMELLI L. Dopo la battaglia; coro. BIANCHI L. Le lagrime di Beatrice; sonetto. GIACOMELLI L. Amore di sposa e carità di patria; romanza. ZANELLA G. Alessandro III e il Barbarossa a Venezia; sonetto. BIANCHI L. Ad Alessandro III per la pace di Venezia; sonetto. VILLANI (Filippo). Cecilia Rodena, episodio della battaglia di Legnano. Ballata storica; in-8. Milano. Tip. Bernardoni, 1876. 1 INDICE. A. D. C. Ragionamento sulle leggi che riguardano i falliti A. D. C. Ariberto Vescovo di Como, sul finire del Secolo XI A. D. C. La nunziatura Veneta diMonsignor Agostino Cusaninel triennio 1704, 1705, 1706 pag. 5 19 • 29, 182, 377 CANTÙ C. Ugo Foscolo. Paralipomeni . MONGERI G. Arte antica ed artisti. Postille MONGERI G. Ancora della porta degli Stanga a Cremona CANTÙ C. Ancora di Cesare Cesariano DEL GIUDICE. La vendetta nel diritto longobardo . F. G. La rocca di Soncino BERTOLOTTI A. Tommaso della Porta Ancora della famiglia Morone CASANOVA E. Orazio Landi 72 • 101, 258 116 119 157 251 270 296 306 GHINZONI. Cronacasemestrale dell'Archivio di Stato di Milano 310, 652 PELUSO F. Fra Sabba da Castiglione, gentiluomo milanese 357 VISCONTI E. CARLO. Ordine dell'esercito ducale sforzesco 1472-1474 448 Descrizione del martirologio diAdone e del Necrologio Cremonese 514 TRIVULZIO G. G. Gioje di Lodovico il Moro duca di Milano, messe a pegno . 530 CAFFI M. Creditori della Duchessa Bianca Maria Sforza CAFFI M. II Castello di Pavia GHIRON I. La credenza di Sant'Ambrogio BRAGHIROLLI W. Luca Fancelli, scultore, architetto e idraulico del secolo XV GIAMPIETRO DANIELE. La pretesa donazione di Filippo Maria Vi sconti a Francesco Sforza Notizie d'Archivio Curiosità d'Archivio Notizie • • . 534 543 583 610 639 560 315, 568 121, 330, 570, 656 678 Bibliografia: INDICE. pag. BIANCHI. Le materiepolitiche relative all'estero degli Archivi di Stato pie montesi Archivio Veneto TORELLI. Ricordi intorno alle cinque giornate di Milano L'Archeografo Triestino DI CROLLALANZA. Memorie storico-genealogiche della stirpe Waldsee-Mels e più particolarmente dei conti di Colloredo . FÈ. Il vescovo Domenico Bollani 130 132 133 134 ivi 135 CHIMINELLI. Recoaro e le sue fonti minerali,secondo la tradizione e la storia 136 RUSCONI. Lo origini novaresi ivi REUMONT. Geschichte Toscana's, seit denEndedes florentinischen Treistaates 137 Atti della Società Ligure di Storia Patria 138 MORSOLIN. Girolamo da Schio vescovo e diplomatico del secolo XVI LOISELEUR. I. ET DE DUCHESSE G. RAGUENAULT. Lettres et instructions sur la Cour de France; 1647-48 : documents inédits . Strenna piacentina pel 1876 CANDIDA GONZAGA. Memorie delle famiglie nobili delle provincie meridionali d'Italia Origine e vicende dello stemma sabaudo BERTOLOTTI. Bartolomeo Baromino da Casalmonferrato MAZZI. Perelassi Le vie romane militari nel territorio di Bergamo Ivini d'Italia giudicati da Papa Paolo III e dal suo bottigliere MANCINELLI. Cento al tempo della guerra per la successione di Mantova SPINELLI. Lettere di Andrea Buonaparte a Lod. Ant. Muratori HORTIS. Alcune lettere inedite di Pietro Metastasio Archivio di Statistica . . . • Omaggio della Società Storica Lombarda al VII Centenariodellabattaglia di Legnano EROLI. Erasmo Gattamelata da Narni, suoi monumenti e sua famiglia BELGRANO. La famigliade Ferrari di Genova LEMIÉRE. Les Celtes et les Gaulois DOZIO. Del contado della Martesana . PASOLINI. Memorie storiche della famiglia Ponti Cronache dei Secoli XIII e XIV Documenti della Storia di Sicilia MANZONI. Bibliografia Statutaria e Storica Italiana ivi 140 143 338 339 340 ivi ivi 341 ivi 342 343 ivi 344 345 576 ivi 577 578 579 581 661 BERTOCCI. Repertorio bibliogr. delle opere stampate inItalia nel secolo XIX. 667 Atti della R. Accademia Lucchese di scienze, lettere ed arti 671 Bullettino bibliografico 152, 348, 674 BULLETΤΙΝΟ DELLA CONSULTA ARCHEOLOGICA. Bull. Cons. Arch.-An. III. 1 I RESTAURI ALLA R. BASILICA DI S. MICHELE MAGGIORE DI PAVIA. La Consulta archeologica non saprebbe meglio inaugurare, que sta volta, la sua pubblicazione che col ricordo della festività compiutasi in Pavia ai 14 del corrente marzo. Ai restauri condotti intorno a quell' insigne basilica di S. Michele non siaddiceva manco delle onoranze onde venne circondata la loro consacra zione. Il Re d' Italia, i Principi reali vi facevano atto di presenza nelle persone dei loro rappresentanti militari; loro tenevano die tro gli alti funzionari del Governo e del Comune aventi residenza nella città: ma più che tutto ne veniva al solenne concorso l'im pronta propria dall' intervento di quanti inquesta parte del paese nostro tengono alta la bandiera delle arti del bello e delle scienze archeologiche, i quali risposero numerosi al personale invito loro fatto. Fra gli altri istituti, l'Accademia di belle arti di Milano e questa istessa Consulta vi si trovavano rappresentate. Invitante era il Comitato direttivo della festività per la riapertura dei re stauri, presieduta dal commendatore Bernardo Arnaboldi-Caz zaniga. Davanti a quest'opera, un grande attestatodi benemerenza vuol essere tributato a chi,in qualunque modo, promosse, favori e con dusse quanto ha valso a richiamare questa stupenda creazione architettonica dei nostri padri a quell'aspetto d'ordine, di vita, di unità di cui oggi si riveste allo sguardo non meno del cittadino che di quanti hanno a cuore i buoni studi. Oggi, non possiamo pensare al S. Michele diPavia senza sentirci 1 4 I RESTAURI ALLA R. BASILICA tratti ai giorni giovanili della generazione artistica ormai presso al tramonto, quando guardavamo estatici a cotesto tempio tutto in gombro di rovine, e pieno di ombre e di mistero, e ci sentivamo assunti quasi ad un'armoniaalta e solenne d' idee artistiche, men tre anche fra i dotti non era ancor pronunciata laparola d'archi tetturalombarda, anzi s'aveva tuttavia per tuttiiltitolo di barbara. Eraquello il momento che si profferivano appena inomi deiSacchi e del Cordero, nè si poneva mente agli scritti loro intorno all'edi ficio che come a divagazioni accademiche. D'allora inpoi sono corsi quasi cinquant'anni: lementi si sono snebbiate; le idee sonovenute consolidandosi intorno a cotest'arte spregiata; se ne ricercarono i primi vagiti; se ne osservò il crescere e il diffondersi nel paese nostro, e se ne scoprirono lenumerose parentele; poi, ne furono riconosciuti le ragioni organiche, i criterî statici; ne parvero mani festi i concetti simbolici, e l'estetica non si rifiuto di concederle il merito di particolari attrattive, negate a più superbe costruzioni. D'altro lato, intanto, la matita e la sesta davano modo di resti tuire a corpo effettivo quelle forme antiquate, e parve quello che doveva essere, cioè che opportunamente poste al cimento dell'uso, ben meglio si acconciavano e si armonizzavano colle necessità della vita moderna di quello che si potesse attendere dal dottri nario retaggio della classica antichità. Così, quell'architettura lombarda che sembrava una appellazione fantastica, incoerente, dettata da predilezioni locali, in questo mezzo secolo, mercè il con corso dei dotti e degli artisti, sali all'onore d'un principio, d'un sistema; e se ne è atteso tuttavia uncodice,non per questo il suo nome manca del significato d'uno stile, il quale è accolto non che tra noi, all'estero, tanto che le scuole accademiche gli hanno or mai dato diritto di cittadinanza. Si pensi ora se i grandi esemplari di questa architettura, come primo fra i primi ragion vuole si annoveri cotesto S. Michele, si meritassero urgenti riparazioni e ristauri, e quindi,con qual animo di compiacenza e di gratitudine oggi si riguardi l'opera compiuta: l'arte e la scienza sentono del pari il bisogno di farvi omaggio. L'estimazione dei lavori verrà certamente a coronare la serie dei fatti compiuti: l'entusiasmo del primo momento deve ora ce dere il posto all'osservazione tranquilla e spregiudicata; e non è a dubitare che il consenso degl' intelligenti confermerà alle fatiche DI S. MICHELE MAGGIORE DI PAVIA. 5 sostenute i giudizî benevoli conquistatisi già, di primo tratto, presso la pubblica opinione. Sarebbe presunzione alquanto fuor del comune quella di chi con ciò avesse per chiusa ogni controversia sui quesiti non pochi che si connettono all'edificio, e principalissima quella circa l'epoca cui riferirne la condizione tipica: l'ultima parola certamente non è ancor detta, nonostante il dottissimo e diligente volume del dottor Carlo Dell' Acqua, onde fu accumulato tanto corredo di dottrina e sgombro tanto terreno al procedere. È molto proba bile, invece, che le osservazioni e gli studî si rinnovino, avidi di più arguti giudizî. Ma, qui, non è tal cosa che importi; conside riamo piuttosto l'importanza del lavoro; ammiriamo la costanza, il coraggio, la fede di chi vi concorse. Quindici anni di lavoro assiduo ; l'opera di due architetti di cui principale quella dell'in gegnere Siro Dell'Acqua, successo al prof. Giovanni Battista Ver gani, dopo i primi cinque anni, durante i quali prevalsero le opere del riordinamento esteriore; ed in tutto questo lungo pe riodo poi, scandagli, esami, indagini, consulti che il longanime e scrupoloso travaglio del restauro esige; qua, rammende; là, ricu peramento di parti sepolte o manomesse; altrove, rinnovazioni integrali, o affatto nuove applicazioni; e infine, malgrado l'inten sità e il cumulo delle operazioni, un limite di spesa poco credi bile se il volontario e generoso concorso d'alcuni, quello appena commisurato al giusto di altri non lo facesse parere possibile. Agli onesti e forti volenti l'onore dei fatti, anzi dei fatti egregi, non può mai venir meno. Tanto è accaduto a Pavia per l'opera del restauro di cui abbiamo voluto non altro che registrare, qui, la data; giusto tributo agli operosi, stimolo e guida agli animosi che anelano a calcarne le orme, sveglia agli inerti, agli esitanti, che, intorno a noi, dietro sè trascinano ancora un compito, come questo, nel quale può stare la loro gloria, o la loro vergogna. G. M. L'INCORONATA DI LODI E GLI ATTUALI SUOI RESTAURI. Jeri era Pavia che chiudeva con un atto solenne la compita restituzione architettonica della sua basilica di S. Michele; oggi è Lodi che intende tutte le sue cure intorno aduna mole meno vetu sta, meno celebre, meno altera, ma nonmeno cara e interessante per l'artista e per l'archeologo. La distanza che separa il santuario della nuova Lodi dal tempio dell'antica sede dei re Longobardi non èmeno grande, così se ne vienecomputato il tempoche se neè considerato lo stile: sono cinque o sei secoli d'intervallo; e da un lato, l'arte lombarda altera, accigliata, misteriosa, fantastica; dal l'altro, quest'arte ancora, ma ringiovanita dall'alito delle forme pagane del XV secolo; gaja, sorridente, piena di vezzi e di amabili capricci, pari a quelli di un bambino mal avvezzo, cui tutto si concede. Comunque ne siano gli atteggiamenti, è sempre, qui o là, la vita che si manifesta; e lo studioso delle eredità del passato, pari al fisiologo, guarda con pari amore la varietà delle forme, sia dove lo scheletro mostri le nude forme del laterizio, sia dove si am manti della veste nuziale degli intonachi variopinti di figure e di ornamenti. Nè manco egli vede e nota, compiacendosi ancor più, quel moto operoso che viene attuandosi d'ogni intorno nella nostra regione, e che dal centro diffondesi mano mano alla peri feria, onde vanno concordii dissidenti su d'altri campi nella nobile gara di riconquistare al tempo i monumenti che c'insidia o che ci potrebbero in breve esserci rapiti. L'INCORONATA DI LODI E GLI ATTUALI SUOI RESTAURI. 7 La testimonianza che ci dà l'Incoronata di Lodi non è delle ultime; e considerato il valore del monumento, può essere collo cata fra le prime e le più interessanti. Questo santuario godemeritamentedi tal rinomanza da rendere superfluo ogni cenno intorno alla sua storia e alla sua consisten za. Per apprezzarvi i nuovi lavori non occorre più che ricordare appartenere desso allo scorcio del secolo XV, e spettare vera mente alla sua architettura latanto abusata qualificazione dibra mantesca. Fuvvi, anzi, un tempo incui venne proclamata invenzione del maestro umbro: i documenti storici ne hanno dimostrato l'in sussistenza; tuttavia,mettendovi dentro il passo, se ne sente l'affla to; è che una certa qual aura di parentela,nell'aspetto, vi colpisce con quella della sagrestia di S. Satiro in Milano, sull'autenticità della quale, rispetto a Bramante, non è permesso dubbio alcuno. Non occorrono molti raffronti per avvedersene. Aparte l'am piezza maggiore nell'edificio di Lodi a riscontro di quello di Mila no, sono del pari due icnografie ottagonate, che si elevano a due piani terminati da volta a spicchi, e in entrambi dei due piani, quello inferiore aperto, per ciascuna faccia, a modo di arcata tonda che lascia luogo ad un non lieve affondamento; quello su periore bipartito in due minori arcate, rispondenti ad una loggia corrente intorno all'ottagono. Le particolarità, qui e là, sono molte e non poco diverse; nondimanco, all'animo l'impressione è tuttavia quella di una lontana armoniain cui domina il medesimo ritmo. Ciò stante, sarebbe fuor di ragione contestare che l'invenzione prima del santuario è dovuta ad un lodigiano,Giangiacomo Bat taggio. Lo vediamo,infatti, venire da Milano a recarvi il suo pro getto: lo vediamo assistere alla solenne collocazione della prima pietra; ma è, nel medesimo tempo, difficile capacitarsi come e perchè lasciasse la costruzione appena al piano del suolo, di ciasette mesi dopo, e qui, cedere il passoadun colleganonmeno, se nonpiù celebrato di lui, Giangiacomo Dolcebuono, milanese, e certo, al pari del Battaggio, scolaro di Donato Bramante. Quivi, vediamo il nuovo entrato incominciare col riconoscere le fonda menta del giàfatto; e non checontinuassenellavoro, non abbiamo argomento credere che loabbandonasse più sino alla fine de' suoi giorni (1505). Lungi danoi, con ciò, ilpensiero che il Dolcebuono 8 L' INCORONATA DI LODI abbia osato di sostituirsi, oltre alla direzione, nella invenzione, al primo autore; egli è, peraltro, impossibile non rilevare i molti punti di somiglianza che intercedono tra il concetto architetto nico del santuario lodigiano e la chiesa monacale di S. Maurizio in Milano, esclusiva opera del Dolcebuono; e tra cotesti tratti non sono ultimi e il doppio ordine costruttivo sorretto da pila strate sopra e sotto, e la loggia superiore compartita ad arcature diverse, e le pitture formanti il rivestimento e la decorazione ge nerale, e il rivolgimento delle maggiori cure di venustà e di ric chezza all'interno. S'immagini di ripiegare parte della nave unica di Milano ad otto fronti, ovvero distendansi le otto di Lodi e si moltiplichino, e la corrispondenza sarà delle più singolari ed evidenti. La differenza più spiccata consiste in ciò, che, nel corso del la voro, la chiesa di S. Maurizio s'incontrò nel pennello del Luini, e ne ebbe tale una veste di pitturepercui nulla può esserle messo a raffronto. La ricchezza ornamentale e quella delle dorature stanno invece dal lato dell'Incoronata. E forse cotesta doppia ricchezza avrebbe fatto del Santuario una delle piùmirabili scene d'arte se, come spesso accadeva a quei tempi, datamano alla edificazione e compita quanto bastava all'uso, non vi si fosse lasciato troppo all'avvenire, e quindi al caso, di compiere quello che avrebbe voluto una mente istessa, assidua, un principio direttivo unico. Il Santuario non perdette molto, come si potrebbe dubitare, ma per dette la virginea purezza primitiva, quel fiore d'ordine e di con cordia, in ogni punto, che ne fa il miracolo sovrano. Noi, oggi, vi ammiriamo ancora la eleganza delle proporzioni, la perfezione dei lineamenti, la squisitezza delle particolarità ornamentali, l'ar monia dell'intonazione, ma l'estasi che vi prende non è intera. I quattro secoli e mezzo che successero al primo quarto del secolo XVI, hanno voluto, entrandovi, darsi la vanagloria di scavalcare l'epoca che vi aveva messo la prima pietra. Perdute le tradizioni bramantesche collo spegnersi della schiatta Sforzesca, le deviazioni cominciarono ben presto. Il concetto fon damentale della decorazione doveva essere lo sviluppo dell'orna mentazione di basso rilievo, svolta sotto forma di lunghi steli a modo di candelabro nel seno delle lesene, sia inferiori che supe riori ; raggruppamenti analoghi dovevano portare le specchiature E GLI ATTUALI SUOI RESTAURI. 9 dei loro piedestalli; i fregi delle trabeazioni sovrastanti ai due ordini avevano a comporsi certamente di qualche testa di rilievo in risalto dalla parete, come quelle incastonate ancora nei tim pani laterali dei grandi archi. Solo gli spicchi della cupola erano fatti, forse, per ricevervi il contingente della pittura. Che vediamo invece? Meno l'eccezione di cui daremo conto, la pittura ha co minciato fino dal secolo istesso, tra il 1530 e il 1540, ad invadere gli sfondi dei pilastri, dei piedestalli, i timpani, i fregi delle tra beazioni; al secolo XVI succede il XVII, cui sta a colpa la per turbazione dello sfondo dell'arcata dicontro all' ingresso, il quale da un semplice insenamento quandrangolare ha preso l'esten sione e il giro esteriore di un abside appiccaticcia per accomo darvi un macchinoso altare e girarvi un coro di legname, in en trambi i quali, malgrado la bontà e la fantasia dell' intaglio, il barocchismo più scapigliato si è dato piena orgia. Ma peggio, se peggio può aversi, spettava al nostro secolo, la ridipintura della parte superiore del santuario, dall' inferiore trabeazione in sù a tutta la cupola, da cui forse erano sparite le traccie antiche tutte, sia figurative che ornamentali, opere dei due Della Chiesa e del Melegolo (1493 e 1494), per sostituirvi, abbasso intorno al log giato, una pittura d'infelici ornati che avrebbero voluto simular l'oro e danno invece l'aspetto di vile sostanza; e nell'alto, entro gli spicchi della volta, una pittura di figura ad aperto cielo che aspirava a dar l'aspetto d'uno spiraglio di paradiso,madove non si giunse ad altro che all'effetto d'una cappa di piombo onde s'am morta quel perpetuo raggio di sole di cui cotesto interno pare innondato. È dolorosa istoria questa che diciamo, ma è storia. Non va però senza qualche conforto. Intanto, e prima di tutto, c'è l'ec cezione avvertita; la fronte dell'ottagono, dicontro all'entrata, in cui è racchiuso il maggior altare, è rimasta nello stato d'origine : si crederebbe che l'architetto, e in questa parte del lavoro non può essere stato altri che il Dolcebuono, abbia voluto deporre il modello invariabile della decorazione di cui era lasciata al tempo la continuazione, ma che il tempo doveva tradire, o per dir più esatto, che l'arte dei Toccagni e principalmente quella veramente mirabile di Calisto, ebbe forza di far deviare. Ci rimane, adunque, questa parte preziosa ancor quasi integra, cogli stucchi orna mentali a lievissimo rilievo coperti da dorature, come tutte le 10 L'INCORONATA DI LODI abbondanti corniciature, e campeggianti sopra fondi di schietto oltremare, sebbene oggi nereggiante pel tempo. Nè questo è ancora l'elemento migliore per formarci il concetto dell'originale decorazione del santuario. Nelle spallature della capella a destra, sull'asse traversale dell'ottagono,vihanno quat tro tavolette quadrate, operadell'Ambrogio Fossano, detto il Borgo gnone, le quali devono aver formato compendio di qualche grande polittico, forse rimasto incompleto o andato deserto, per l'altar maggiore. Sarebbero quattro giojelli se il ristauro li avesse tutti del pari rispettati. Ha rispettato però il più interessante pel caso nostro, quello raffigurante laBeata Vergine, che reca il nuovo in fante al tempio, e lo depone nelle bracia del vecchio Simeone. Le piccole figure sono di un'espressione incantevole, e di un finito perfettissimo; ma quello che ci interessa maggiormente è che l'aspetto interno del tempio in cui la scena si compie, raffigura quello istesso del Santuario. Più d'una cosa oggi a noi preziosa ci rivela questo piccolo dipinto: e prima di tutto, che esso non potè essere fatto per altri che per questo Santuario; che certamente, come lavoro dell'età migliore del Borgognone, fu opera intorno al finire del secolo XV, e quindi, nel primo decennio della costruzione, onde conferma col suo riscontro la prisca originalità della fronte dell'altar maggiore, quale è oggi ancora conservata; eche, infine, ci porge la chiave per continuare l'opera della parte superiore entro cui gira la loggia. Nulla è più facile di rilevare, del resto, me diante questo mezzo di confronto quali siano le alterazioni in trodottevi dai Toccagni: citiamo fra le altre due cose: che i fregi della trabeazione inferiore erano coperti da iscrizioni, mentre oggi vi hanno dei putti che si arrabattano in giuochi, dipintidi colori su fondo d'oro, e chele colonne dell'arco biforo superiore, ora liscie, andavano coperte da intrecci di rami rimessivi di stucco dorato. Nonvogliano parere puerili tali indagini e tali note; è la storia del pensiero artistico che sotto coteste larve si nasconde sempre. Un'inchiesta cosiffatta è, d'altronde, di somma importanza quando trattasi per necessità indeclinabile dei tempi, di porre mano in modo qualsiasi a questi monumenti complessi, sopratutto poi se vogliasi portarvi un generale restauro. Equesto fu appunto il caso dell'Incoronata di Lodi, or saranno un due anni. Non faràmeraviglia ildire che, d'allorquando l'interna decora E GLI ATTUALI SUOI RESTAURI. 11 zione del santuario si trova qual'è, fatta astrazione dalle parziali intromissioni posteriori al secolo XVI di cui facemmo parola, il fumo delle candele e degli incensi, l'umidità e la polvere, e quel l'azione generale, continua della temperatura e degli elementi atmosferici, siansi congiurati a danno delle parti più delicate e mi gliori del monumento. Si può immaginare in quale condizione si mostrassero le dorature, gli stucchi, i profili architettonici più fini edelicati e le pitture istesse: quando non si notavano guasti e lacune, le lordure e l'offuscamento vi accampavano. Per quanto veneranda sia l'antichità, qui, al senso della venerazione sotten trava quello del rammarico per tale stato, chè, abbandonato a sè, avrebbe condotto a più miserande rovine. Lode, pertanto, ne va data alla Commissione amministrativa del santuario di essersene in buon tempo preoccupata, e d'aver posto opera senza indugi ai provvedimenti di restauro. Questi, a ragione delle condizioni diverse decorative, avrebbero dovuto essere di due specie, e diremmo di tre, se il coraggio dei restauratori potesse inchinarsi sempre alle severe ingiun zioni del senso artistico. L'ordine e i limiti diversi erano chiara mente tracciati dalle parti architettoniche dell' edificio; il piano delle grandi arcate che si leva a livello del pavimento; quello su periore del loggiato; ultimo, la cupola a volta. Confidando nei de creti del tempo per un rimedio a questa che, oggi, sarebbe follia sperare, rimaneva possibile l'occuparsi soltanto delle pareti verti cali. Effettivamente, la Commissione dapprima non avrebbe voluto arrestare il suo compito che alprimo ordine dei pilastri,enon fu che nel corso del lavoro di esso, che la risoluzione, non abbastanza commendevole e commendata, si estese al piano sovrastante. Oggi il lavoro è alsuo mezzo; epoche parole,intorno alrestauro compito e a quello che sta per essere intrapreso basteranno, spe riamo, a tener ragguagliato il lettore degl' importanti lavori che vi furono e saranno condotti. Il restauro della parte inferiore, quella intorno agli altari, non domandava d'uscire dai limiti di una pura restituzione delle cose esistenti e consacrate dal tempo e dalla rinomanza, quali sono le pitture di Calisto Piazza e della sua famiglia. Parlando solo delle operazioni artistiche, di primissimo ordine si presentavano quelle intorno alle pitture; in ordine inferiore veniva quanto tocca gli stucchi; per la prima, l'artista aveva davanti un tipo cui uni 12 L' INCORONATA DI LODI formarsi, e cui il riuscirvi voleva essere opera di mano esperta non meno che di criterio accorto; per la seconda, richiedevasi diligenza non comune e pratica distinta. Alla prima delle opere fu chiamato il custode della Pinacoteca di Brera, pittore Giu seppe Modorati; alla seconda, l'artista formatore Pietro Pierotti, entrambi di Milano. Si l'uno che l'altro vi si misero intorno negli ultimi mesi del 1874, e nei primi dell'anno che corre la parte loro era terminata, e aggiungeremo, egregiamente terminata. Vi si è con lodevole saviezza rispettato la decorazione originaria intorno all'arco che abbraccia nel suo seno l'altar maggiore. Le pitture degli altri sei pilastri angolari, delle loro basi, dei timpani e delle fascie ricorrenti superiormente furono accuratamente pulite e reintegrate dove le condizioni lo imponevano. Il Modorati ci ha permesso in ciò di risalire non più col solo pensiero, ma di riposare collo sguardo sull'opera integra del 1540, senza per questo denudarla del carattere e, diremo più proprio, della epidermide della vetusta. Tant'è che in Calisto, qui, vediamo più che mai spiccare il connubio felice da lui conseguito della grandiosità tra dizionale lombarda collo splendore del colorito veneto. L'opera degli stucchi e quella degli intagli vennero pari, nel loro minor campo. Devono riguardarsi sopratutto come perfettamente rior dinati i parapetti delle due cantorie negli insenamenti delle arcate laterali all' ingresso, e l'organo alla destra di questo. Vi ha una ricchezza di lavori d'intaglio, che non guasta l'armonia generale della decorazione, sebbene non appartenga più all'epoca prima dell'edificio, ma al secondo periodo, quello delle pitture delle le sene. Ciò che in questo momento offende più che altro la sensiti vità dell'occhio artistico è la profusione e la freschezza delle do rature. A queste ultime sarebbesi potuto recare un' attenuazione maggiore di quanto si fece; l'armonia generale se ne sarebbe avvantaggiata d'assai. Ma, confortiamoci, ella è codesta di quelle mende cui il tempo si prende carico di riparare, come che sia di cosa dove gli uomini hanno mancato non d'altro che d'animo per anticipare l'opera degli anni. Contuttociò, il restauro attende il suo seguito. Rimane ora la parte superiore da affrontare, e crediamo che l'affrontarla esiga altezzą, maggiore dimente e di cuore. Non si tratta più di pulire, di rimettere, di appajare, sibbene di togliere, di aggiungere, di E GLI ATTUALI SUOI RESTAURI. 13 creare; sono quelle pitture ornamentali che vorrebbero simulare degli stucchi coperti di dorature onde sono sconciate le lesene su periori, e le vôlte a crociera della loggietta, di cui si avrebbe a dare lo sfratto per sostituirvi quello che l'ordine e la ragione con sigliano a fine di raggiungere l'equilibrio artisticodi cui vi si prova il bisogno. Ora, qui, il quesito non è tanto semplice quanto pare, per cui si possa avviarsi di corsa e senza mature considerazioni. Il lettore lo sa diggià; la sezione architettonica che comprende gli altari non hapiù cheun solo binato di lesene, giusta il primitivo concetto: gli altri hanno subito una deviazione, sebbene dir non si possa una deplorabile deviazione. D'altra parte, il quadretto del Borgognone ci apprende troppo chiaramente quello che doveva essere la decorazione dell'interpiano della loggia. Quale il partito da seguire? e nel caso d'una contemperanza dei diversi elementi, posti di fronte, con qualmisura ed entro quali confini?Noisentiamo abbastanza il rispetto della libertà del fare per non entrare nella casuistica delle combinazioni possibili: la responsabilità, e amiamo fin d'ora dire il merito della risoluzione vuol essere lasciato intero alla Commissione amministrativa del monumento. Una norma, però, fuori d'ogni discussione che può e dev'essere evocata in casi qual'è questo, la è quella che devesi risalire al modello originale fin dove è possibile di farlo senza violentare o sconciare le deviazioni av venute. Se è vero che superiormente si voglia continuare l'opera delle pitture, frescate nel 1540, e che a questo fine sia stato scelto il pittore Angelo Pietrasanta di Milano, è sperabile che il suo di stinto criterio artistico gl'imporrà di limitare l'opera del pennello al lesenato corrispondente a quello inferiore, dove stannogli sfondi di Calisto, e che poi, con quella singolare sua perizia saprà spo sare le due pitture in guisa che l'aspetto loro si rannoda in un tutto armonico per colore, per lineamenti e quasi per età. Al resto, cioè per l'arcata sovrastante al maggior altare,lecolonne e le vôlticelle della loggia, il Fossano sarà ancora la migliorguida e il più securo maestro. E quanti amano la assennata ricostituzione dei nostri monumenti artistici devono desiderare che così sia pel compiacimento di poter aggiungere anche questa alle opere con temporanee di restauro onde il paese si onora. G. MONGERI. CORRISPONDENZA. Al nobile signor Giovanni Durazzo. PADOVA. Tengo sott'occhio la vostra del venti di questo mese in cuimi accennate la vostra sorpresa di avere osservati nella raccolta la pidaria dell'Università di Ferrara due antichi marmi letterati, cre duti ferraresi, i quali dal Furlanetto vennero pubblicati come patavini. La stessa difficoltà erami stata elevata parecchi anni sono dall' illustre monsignor Cavedoni che fu, ed eccovi letteral mente le inscrizioni che in Ferrara testè ho trascritte dagli ori ginali. AR DOMITIAE ΟΜΙΤΙΟ.Τ.F.ROM TI . AVONCLO ON.ADL.DEC.FRATRI ACIDIVS.T.F.ROM . T. SVIS. TEST. FIERI . IVSSIT. Pietra tufacea dura e compatta, alta centimetri 88, larga su periormente metri 1. 05, inferiormente contimetri 89, spessore CORRISPONDENZA. 15 centimetri 20, con bellissime lettere, corniciata all' intorno da un tralcio di vite, ornato nell' unico angolo superstite del bac chico cantaro adue anse. Battista Panetti letterato, religioso carmelitano, e lo storico Peregrino Prisciani, ambi viventi in Ferrara, loro patria, tra la fine del secolo XV e il principio del seguente, scrivono che que sto sasso stava ai loro tempi, frammentato come ora, infisso in un muro della Cattedraledi Ferrara. Pirro Ligorio a pagina 20 del suo Fragmento (anonimo) delle antichità di Ferrara, che tra dotto in latino comparve nel volume VII del Grevio, sotto il pseudonimo Alfonso Cagnaccini, ne fece un fantastico raccozza mento, intendendo di rendere la lezione completa, e già al tempo suo lapietra era frammentata precisamente come ora e come era stata veduta dai precedenti scrittori. Asupplire la mutila inscrizione, scopo è seguire altro criterio diverso da quello del Ligorio, il quale non si fe' carico nella prima linea dell'asta obliqua dell'A che forma l'uscita inAR, nè dell'ACI DIVS della linea quinta, che indica probabilmente un plaCIDIVS, nome reggente del titolo funebre eretto per di lui testamento a Domizia, allo zio materno Domizio figlio di Tito, della tribù Romulia (la stessa tribù di Placido) e ad un innominato fratello, il quale sembra fosse un aggregato ai decuriati. La nostra lezione quindi sarebbe : CAR DOMITIAE dOMITIO T.FROM TI AVONCLO ONI ADL . DEC. FRATRI plACIDIVST.FROM ET SVISTEST FIERI . IVSSIT cioè : .... .... CARiae (?) DOMITIAE dOMITIO Titi Filio ROMvlia forTI (?) AVONCLO capitONI (?) ADLecto DECurionali FRATRI .... plaCIDIVS Titi Filius ROMvlia sibi eT SVIS TESTamento FIERI IVSSIT Il Furlanetto conosceva le differenti esposizioni che avevano 16 CORRISPONDENZA. fatte di questa epigrafe il Grutero e il Muratori, e vedendo in ciascuna di esse indicata la tribù Romulia a cui appartenne la città di Este nel territorio padovano, inseri l'epigrafe nella rac colta delle Lapidi Padovane, da lui pubblicata nel 1847. Egli sa peva che i precedenti collettori la asserivano esistente in Fer rara; egli pur conosceva la discordanza delle precedenti lezioni, e confessando che senza consultare l'originale era impossibile de cifrarla, non si curò di verificarne (e n'era ben facile per la vi cinanza di Padova a Ferrara) l'esistenza, e si spicciò con un forse ora è smarrita. Invece essa può ancora vedersi (bensì frammen tata quale l'abbiamo riportata) nel lapidario di Ferrara. La lezione più vicina alla nostra è quella data dall'Appiano nell'opera: Inscriptiones sacrosantae vetustatis (Ingolstadii: 1534 : ch. CLVII), opera di cui assai si è giovato il Furlanetto nella pubblicazione delle sue lapidi padovane. Tale lezione per altro è assai imperfetta, e cotanto ingiustificabile che disconviene a un archeologo: .... DOMITIAE dOMITIano T.FROM ti AVONCLO .... L.PLACIDIO DEC.FRATRIS alvIDIVS T.FROM sibi eT . SVIS . TEST FIERI IVSSIT Quale guazzabuglio! Se avessimo-la chiave dello Spiritismo vorremmo invocare l' Appiano, il Grutero, il Furlanetto, che in tale guisa riportarono questa inscrizione, a supplirla e darne la ragione. Tuttavolta senza contrastare ai Ferraresi il secolare conti nuato possesso di essa, troviamo giusta la collocazione che ne fece il Furlanetto fra le patavine, a ragione della tribù Romulia cui appartengono le principali persone in essa nominate. Noncosi pensiamo quanto all'altra inscrizione del Museo fer rarese, che il Furlanetto credette padovana, perchè reca ripetuti i nomi di ATESTIA, supponendo che la gente Atestia apparte 1 CORRISPONDENZA. 17 nesse alla terra di Este. È incisa sulla fronte di un cippo di dura pietra alpigiana ben corniciata, alta metri 1.05, larga in fronte metri 0.66 e così proporzionatamente nella cornice e nella base. ATESTIA . DE ATESTIAE TERTIAE . PATRON ENEMERENTI . ET CAPITONI.BINETAE ET . MARTIAE.ET.PRIMVL DELICATIS . ET T. FLAVIO . CELERI AMICO . CARISSIMO ' ET . ATESTIAE . EGNATIAE È una schiava per nome Ide, che, fatta libera da un Atestio di cui assunse per debito il nome, innalza monumento ad Atestia Terzia benemeritissima sua patrona e a Capitone Binetta e a Marzia e Primola giocondissime, e a Tito Flavio Celere amico carissimo e ad Atestia Egnazia. Marzia e Primola, distinte con un epiteto vezzeggiativo, probabilmente erano fanciulle e forse anche figlie della benefattrice Atestia-Terzia. Questo sasso era autenticamente a Bergamo in aede Alexandri martiris non longe extra urbem, a detta dell'Appiano (Op. cit., p. 89), ch'è il primo a parlarne (1534). Come di là sia passato a Ferrara ci è ignoto. Un volo pindarico del bergamasco ab bate Serassi lo immagina donato al duca di Ferrara Alfonso II, Bull. Cons. Arch. An. III. 2 18 CORRISPONDENZA. dal Comunedi Bergamo nel 1585, per ottenere la libertà del Tasso rinchiuso in S. Anna; ma è indubitabile che per lo meno fino da due anni prima del 1585 la lapide esisteva in Ferrara e precisamente nel castello ove il Ligorio (in allora antiquario dello stesso Duca e defunto nel 30 ottobre 1583) attesta di averla veduta. Dal castello passava quindi essa al palazzo estense,denominato dei Diamanti, e poscia al Museo dell' Università, ove oggidi pure conservasi. Finchè non ci si provi una procedenza anteriore al 1534 dobbiamo quindi ritenerla tra le ferraresi. Non vi dico dell'epoca a cui possano appartenere queste due ragguardevoli memorie. Voi già mi avvisaste tenere per fermo che lo stile delle epigrafi, la bella forma dei caratteri, i bei fre gi che adornano la prima e l'elegante incorniciatura della se conda attestino chiaramente la miglior epoca della latinità, forse l'età augustea, nè io saprei dipartirmi dalla vostra opinione. Aggradite, ecc. Milano, ai 23 febbrajo 1876. 10 Aff. MICHELE CAFFI. Il Latuada (Descrizione di Milano, t. V, p. 196) e dopo lui il Giulini (Contin. P. I, p. 100) riportarono l'iscrizione che leggesi inuna tavola di marmo posta a sinistra sulla fronte della Loggia degli Osii in Milano, costrutta, secondo Galvano Fiamma, da Matteo Visconti nel 1316 circostanza accennata anche dall'iscrizione ora detta. Di questa però que' due scrittori non poterono riferire il testo per intero, essendo essa annerita dal tempo, e di non fa cile lettura per essere eziandio troppo alta dal suolo stradale e pe' suoi caratteri gotici: oltrecciò il suo lato sinistro è incassato in parte nel pilastro di una antica struttura, addossato per rin forzo al contiguo palazzo delle scuole Palatine. Ora in un prezioso codice miscellaneo Trivulziano del secolo XVI vi ha il testo cor retto e completo di quell'iscrizione, ch'io qui trascrivo per gentile CORRISPONDENZA. annuenza dell'illustre marchese : ANNO MILLENO TERCENTENOQUE PERACTO DUM SEXTUS DECIMUS DOMINI JAM CURRERET ANNUS ALTA VICECOMITUM PROLES DE STIRPE MATHEUS CESAREI PATRIA DEFENSOR HONORIS IN ISTA HOC SOLIUM VICO STATUIT SUPERESSE FORALI FULTUM MARMOREIS VARIOQUE DECORE COLUMNIS QUO MEDIOLANI SURGENS DE MORE POTESTAS ALLOQUITUR POPULUM QUUM CONCIO CONVOCAT IPSUM ET DOMINO SCOTO DE SANCTO GEMINIANO LEGUM DOCTORI CUIUS PROBITATE REGUNTUR JUSTITIE SOCII VALIDI COMITIVA VIGORIS HOC COMMISIT OPUS, QUI REM PRODUXIT IN ACTUM. 19 Scotto da S. Geminiano qui ricordato, che veglio alla costru zione della Loggia, era stato creato nel 1314 presidente della Società di giustizia, podestà e vicario di Matteo. Nel precedente Bollettino Archeologico trascorse qualche errore nell'iscrizione rinvenuta nella campagna di S. Giuliano del Sannio, e riportata a pag. 123; crediamo opportuno ripeterla qui corretta: G. NERATIO FVPI DIO PRISCO PVFIDI ATTICI CVQ DES FIL NERATI PRISCI COS NEPOTI ACCI IVLIA NI COS PRONEPOTI MVNICIPES SAEPI NATES A. D. C. Della lapide, di cui lamentasi la dispersione a pag. 127 del Bol lettino Archeologico 1875, ha trattato di proposito il commendatore De-Rossi nel suo Bollettino del 1864 mese di aprile, e per incidenza tornò sull'argomento nel fasc. III d'esso Bollettino del 1874. È a dolere che questo giornale, così importante alla storia e all'archeologia, sia poco diffuso, quasi non toccasse che gli eruditi. Principalmente gli artisti avrebbero molto ad impararvi; e per esempio nel fascicolo III dell'annata ora scorsa è un lungo discorso sopra la scuola ornatistadei secoli XII, XIII, XIV, conmolte novità intorno alle arti italiane nel medio-evo. Il nome delDe-Rossi basta 20 CORRISPONDENZA. agarantire dell'esattezza dei fatti e della rettitudine de' giudizj. Fra breve egli pubblicherà ilvol. III della Roma sotterranea, opera che faepoca nella storia delle arti, non men che inquelladei riti. La Rivista Archeologica di Como si occupa principalmente di varj oggetti antichi, scoperti nel tagliare la strada ferrata sotto al castello Baradello nei possessi del cavalier Castellini. E doveva quella esser una parte importante della città, poichè, anche al principio di questo secolo aprendovisi la Strada Napoleone, vi si trovarono molti cimelj, e fra essi una grandiosa tavola di marmo, con iscrizione che i Decurioni dedicarono ad un imperatore, il cui nome fu poi abraso. Io ho le lettere con cui il famoso epigrafista Morcelli la attribuiva a un imperatore, mentre il Labus,negando ogni autorità antiquaria alMorcelli, la assicurava di Alessandro Se vero, ottimo principe, il cui nome fu esecrato, mentre conservavasi in onorequello di regnanti esecrabili; vicende consuete della fama! Qui sono annoverate varie iscrizioni e altri oggetti trovati. Fra questi è una moneta, di cui serbo un bell'esemplare, e che avevo creduta di Federico I (Storia della città e diocesi di Como, libro V, § 2), mail conte Vimercate Sozzi me ne redargul, attribuendola a Federico II, come si fa nella presente descrizione. Pure il signor Camillo Brambilla di Pavia (Alcune annotazioni numismatiche, Pavia, 1867), sostiene decisamente la mia supposizione. C. C. Demolizioni. Unsecolo incalza l'altro; questo di troppo si affretta ad an nientare le memorie di quello. Enoi più che mai vediamo ciò verificarsi negli anni che cor rono e precipuamente con danno dei monumenti storici e delle meraviglie dell'arte. Ad ogni tratto una distruzione. Veniamo abomba. San Biagio di Cavagnero, nella parrocchia di Vidigulfo (diocesi di Pavia), era un'antica chiesadi originaria costruzione longobarda, avvegnacchè in gran parte rifatta fra il secolo XIII e il XIV. Pochi la visitavano; pure il lasciarla in piedi costava nulla... CORRISPONDENZA. 21 ma no: quei di Vidigulfo pensarono tutto ad un tratto distrug gerla ; alcuni dicono perchè era una chiesa, altri perchè abbiso gnava una scuola di abbici, che poteva pur farsi agevolmente altrove. Essa era decorata di antichi affreschi; si disse che valevano nulla, che la costruzione medioevale del tempietto era una gof fagginemeschina, e tutto doveva annientarsiper sostituirvi il bianco e liscio moderno. Ai due lati dell'altare aprivansi due nicchie semicircolari tutte dipinte; rotte dal martello demolitore, apparvero dietro di esse quattro altre pitture ben più antiche,rappresentanti: una la Ma donna in orazione, altra la nascita di Gesù (entro cui era bellis sima la testa di unvecchio pastore dormente); veniva dipoi la Crocefissione al Calvario; della quarta storia, quasi affatto rovi nata, non poteva comprendersi il soggetto. Si credette ravvisare in quelle pitture lo stile dei quattrocentisti che dipinsero nella vicina Certosa di Pavia, e si raccomandò che venissero conservate e fatte esaminare da persone d'arte. Non valse; due giorni appresso tutto era distrutto. Solo il segretario della Comune, Carlo Pozzi, aveva già prima fatti alcuni passi perchè fosse rispettato quell'antico edifizio, fos sero conservati i dipinti che lo adornavano, ed il vescovodi Pavia avevavi aggiunte le proprie raccomandazioni. Ma il non essersene dato avviso alle autorità provinciali e specialmente alla Commis sione dei monumenti,fu causa che larovinaprecipitasse e fosse ir reparabilmente compiuta quando fu divulgata la cosa. Che almeno le autorità e le Commissioni veglino affinchè questi deplorabili arbitrii non si rinnovino ! M. CAFFI. Gli scavi d'Olimpia. L'eco delle escavazioni che si stanno conducendo nel seno del l'Elide, intorno all'antica Olimpia, suona già di così alta impor tanza, dai pochi mesi del loro incominciamento, che sentiamo il dovere di raccoglierne qualche cenno. Pausania, pel primo, ciha lasciato memorie sommamente interes santi, circa i monumenti d'Olimpia, e quelle principalmente sul Note 22 CORRISPONDENZA. tempio di Giove Olimpico costrutto da Libone l'Elea,col bottino di Pisa verso la 50ª Olimpiade (580 a. C.) Le conquiste romane e lo sperpero del suo tesoro compiuto da Silla ne feceroun luogo di abbandono e di rovine, cui il temposovrapposeilsuo lenzuolo funerario, e di questa guisa, e non altrimenti, ne ragionano i ricer catori delle antichità elleniche al principio del secolo, e la stessa spedizione scientifica della Morea ordinata dal Governo francese (1831-37). Le speranze d'ogni esumazione archeologica importante dove vano, da tempo, parere perdute, perchè solo lo scorso anno vi si volse l'animo per impulso del Governo germanico. A tale effetto, esso si rivolse al Governo Ellenico. Tuttisanno come lapopolazione greca, vanagloriosa delle sue memorie e delle sue rovine, le guar di ammirando, ma inerte e insieme gelosissima delle ricerche che vorrebbero praticarvi gli stranieri. Cotesti scavi furono promossi e sono per ciò laconseguenzadi una stipulazione internazionale tra l'impero germanico e il regno greco, laquale non riportò il voto della Camera se non nel passato giugno, dopo vivissimi contrasti, e tanto vivi che se ne fece uno dei motivi per la caduta dell'ul timo ministero. Le operazioni, ora, sono condotte dai signori Hirschfeld e Bot ticher, e più d'una relazione ne abbiamo dalle pubblicazioni dei periodici scientifici e artistici della Germania e dell'Inghilterra: noi, qui, non ne raccogliamo che alcuni appunti. Nel decembre, le opere erano già innoltrate: centoventi uomini vi lavoravano, e lo sterro era spinto fino alla profondità di do dici piedi. Studiavasi sopratutto di fiancheggiare con canalidi scolo le due teste del tempio di Giove orientato da est ad ovest. La aspettazione era moltissima, e non senza ragione, benchè non fos sero venuti in luce che una mutila iscrizionedella Lega achea, e unamedaglia di Probo (280 a. C.). Per valutare l'importanza delle scoperte che vi si promette vano, giova ricordare che i due frontoni del tempio erano decan tati da Pausania quale una delle opere più insigni della scultura greca, non da menodi quelledel frontone del Panelleno d'Egina e dell'altre del tempio di Minerva sull'Acropoli Ateniese. Le scul ture d'Olimpia sono attribuite a Peonio di Mende, in Tracia, con temporaneo di Fidia (430 a. C.), e ad Alcamene ateniese, di poco posteriore di tempo. CORRISPONDENZA. 23 La seconda metà del decembre fu segnalata per le prime sco perte significanti. Vi si esumaronodiversitorsi d'uomo e di donna, alcuni in atto di persone stanti, altri di figure coricate. Princi pale in mezzo a tali resti mostravansi i frammentid'una statua di Vittoria di marmo pentelico, la quale si suppone dovesse portare una cintura di bronzo dorato, se si crede alle laminette curve di metallo trovate nella sua vicinanza. Meno incerto egli è che si eri gesse sopra un piedestallo triangolare e fosse dono dei cittadini di Messene e di Naupcta, ed opera del nominato Peonio. Se ne è scoperta l'iscrizione che lo dichiara. Un'altra figura di donna fu escavata sotto quella della Vitto ria, e parve opera di sommo pregio, piena di dignità, e di seve rità arcaica: le dimensioni ne sono colossali: si trova rotta in due pezzi; mancano la testa e le braccia; ilcorpo è di una grande per fezione, avvolto inuna prolissa veste a strascico; è di forme antiche, assai vicina, per stile, alla Vesta di Giustiniano, ma molto più piena di vitaedi un elevato merito di lavoro: la si stima operadi unmo numento indipendente, una statua votiva, appoggiata ad una parete; è ciò che fa supporre ancheil piedestallo che le fu trovato racchiu so d'accanto colla fronte curva e la parte posteriore riquadrata. Altri frammenti distatue di figure erette o sdrajate furono ster rate qua e là, in parte coperte da pallii: esse vengono conside rate siccome formantiparti d'un gruppo collocato aduna certa al tezza. Fra i diversi pezzi havvene uno di figura colossale che dal mezzo della coscia all'anca misura cent. 62. Si incontro pure il frammento d'una metopa descritta da Pausania, raffigurante Er cole che solleva il cignale d' Ermanzia. Tutti cotesti frammenti scultorii, più o meno incompleti, ven gono riguardati siccome spettanti ai due frontoni, nei quali, all' est, era sceneggiato Giove giudice in mezzo alla lotta tra Pelope ed Enomeo, mentre, dall'opposto capo, stava il combattimento dei Centauri contro i Lapiti. Finora iframmenti maggiori e migliori sembrano riferirsi al frontone orientale. Si è creduto di ricono scere una parte del torso dell'Olimpico; così, più estesi frammenti dei due aurighi, l'uno dei quali, per Enomeo, era Mirtillo, alla destra di Giove. A questo manca latesta; ma quanto ne avanza, di misure maggiori del naturale, è di un'esecuzione squisita: la posa mostrasi viva e pronta: è raffigurato come ravvolto nel suo man 24 CORRISPONDENZE. tello che gli pende dalla spalla sinistra, col bracciodestro che fa sostegno al corpo e il ginocchio sinistro ripiegato in alto. Nelle figure frammentate distese a terra, si volle vedere parte dei corpi dei fiumi Cladeo e Alfeo: si crede tenessero gli angoli estremi di cotesto frontone, testimoni del combattimento, come che dessi scorrono poco lungi, in vista di Olimpia. Dal lato occidentale non fu scoperto che il frammento d'una figura d'uomo in attodi combattimento, in parte coperto di una clamide, lo che confermerebbe abbastanza la storia designata da Pausania, cioè la battaglia tra Centauri e Lapiti. La superficie, però, ne va assai scabra dall'azione inclemente dell'atmosfera, forse perchè questa fronte era più esposta ai venti dell'ovest. Dal medesimo lato si ebbero a iscavare delle teste di leone ond'erano costituite le antefisse del tempio, e molti rimasugli di particolarità architettoniche corrispondenti allo stile dorico del l'edificio. Fra le scoperte estranee a questo sono notevoli dei modelli di pesi e unbuon numero di tombe, edentro di queste, delle armi, degli utensili, delle campanelle di bronzo; poi, vasi fittili, fram menti di stoviglie verniciate, monete greche e romane in grande numero; e del pari assai quantità di patere di bronzo ed armi del medesimo metallo, sulle quali sperasi di trovare iscrizioni, guida a ben più significanti scoperte. Nell'occasione degli scavi che si stanno conducendo in Egitto per un canale navigabile d'acqua dolce tra il Cairo e Suez, nel luogo istesso dov'era l'antica residenza dei Ramseti, furono testè scoperte due magnifiche sfingi, tutte coperte d'iscrizioni: esse, con altre due figure precedentemente esumate, sembrano formar parte di un prodomo che, conduceva alla chiostra del tempio di cui fanno cenno iscrizioni e papiri. Cotesti due colossi si mostrano coperti di un leggiero strato terroso. Le escavazioni sul luogo proseguono. Correzione. Nel Bollettino ultimo, fascicolo IV del 1875, alla pag. 119, lin, 7 ommettansi le parole: < senatore del regno. » G. OTTINO, responsabile. 1 LE AQUILE ROMANE.' L'anno 1820, un contadino della signoria d'Erbach, nel gran ducato d'Assia Darmstadt, sommovendo uno strato di terra sul suo podere, mise allo scoperto alcune pietre, colà indubbiamente collocate dalla mano dell'uomo. Punto dalla curiosità, tolse ad una ad unaquelle pietre, e frugando nello sterrato, trovò, a meno che ottanta centimetri di profondità,un pezzo dimetallo, foggiato ad aquila colle ali aperte. Quest'oggetto fu offerto al conte di Erbach, il quale, riponen dolo nella sua collezione archeologica, si affrettò a dargli un nome, ad attribuirgli un valore scientifico, ad illustrarlo con qualche isto rica congettura. L'aquila è di bronzo dorato, alta diciotto centimetri, del peso di grammi 2600 circa. Poggia sopra la base quadrata di una pi ramide capovolta, il cui apice troncodovette servire d'appicco allo stelo di un'asta. Niun dubbio, al dire del suo illustratore, che quest' oggetto, pregevole pel suo ottimo stile, e ancor più perchè tipo unico tra i cimelj della sua specie, fosse l'insegna di una le gione romana. Nemmeno gli scavi di Pompei, di Stabia e di Er colano, dice egli, avrebbero messo in luce un esemplare di eguale o di simile foggia. Le poche insegne che si ammirano ne'musei, 1 Questa memoria è stata letta in un'adunanza del R. Istituto lombardo di scienze elettere. Bull. Cons. Arch. An. III. 3 26 LE AQUILE ROMANE. sono frammenti; le pochissime intatte hanno icaratteri chedistin guono i vessilli meno importanti delle coorti. Qui gli si affaccia una objezione. Plutarco, Appiano e Cicerone affermano che le aquile legionarie erano d'oro o d'argento; ma l'illustratore dell'aquila d'Erbach non crede che l'asserzione deva pigliarsi a rigore di parola. — Perchè una insegna, prosegue egli, sia veduta da un'intera legione, bisogna che abbia proporzioni non minori diquelle che si riscontrano nell'esemplare in discorso. Tutta d'oro, oltr' essere di maneggio difficile pel suo peso, correrebbe pel suo valore, pericoli forse più gravi negli alloggiamenti della pace, che sul campo e di fronte al nemico. È poi noto che, tra le indu strie dei Romani, una delle meglio avviate fu quelladi mettere ad oro e ad argento i metalli. Facile, dopo ciò, gli riesce il designare la legioneche milito sotto quella insegna. Essendo per molte prove dimostrato che la vente simaseconda tenne presidio nellecontrade renane, e vi ebbeparecchi incontri col nemico, egli crede fondata l'ipotesi che l'aquila appar tenesse alla dettalegione. Ancora più ovvio ilsupporre che l'aqui lifero, minacciato dal nemico, salvasse l'insegna, nascondendola con tale arte, da assicurarne il ricupero al mutare delle sorti. Se l'aquila non rivolò alCampidoglio, bisogna conchiudere che l'aqui lifero, o morto o prigioniero, abbia mancato alla posta. Atti con simili di gelosa tutela della insegna non sono nuovi nella storia militare di Roma. A eguale partito, per testimonianza degli sto rici, si appigliarono gli alfieri di Flaminio nella battaglia del Tra simeno, appena videro intorbidarsi l'orizzonte della fortuna. Esaminando ora il disegno di quell'aquila, pubblicato qualche anno più tardi da un giornale artistico (Magasin pittoresque, vo lume II, pagina 386), e confrontandolo con un modello testè tro vato tra noi, corrono spontanee due osservazioni. Non ci sembra, prima di tutto, che l'annunziata scoperta do nasse alla scienza un tipo nuovo. Nel primo volume dell'opera del Roccheggiani ci si presenta, per citare una sola delle insegne ro mane ivi illustrate, quella veramente splendida eperfettamente in tatta che si attribuisce a Pompeo, e che è uno dei più apprezzati ornamenti del Museo Albani (tavola XLVI). Nè il dire che Erco lano e Pompei ci negarono fin qui esemplari di tale natura, posto che ciò non sia in oggi smentito da più fortunate scoperte, cresce LE AQUILE ROMANE. 27 di molto l'importanza dell' aquila d'Erbach. Tutti sanno che quelle duecittà, cui si volontieri accorrevano i dotti e i gaudenti di Roma, non furono, agli ultimi tempi della repubblica, o ai primi dell'im pero, il campo di segnalate imprese militari. Ancor meno, sulla fede del disegno offertoci dal citato giornale, ci sembra potersi chiamar ottimo lo stile di quella insegna. Che un raccoglitore di cose antiche, il quale ha la rara fortuna di una scoperta, ne sia così commosso da esagerarne i pregi, è ben natu rale ; non crediamo esservi espressione più ingenua del suo amore alla scienza. Ma la critica non indulge neppure a codesti legittimi entusiasmi. Per essa il bronzo d'Erbach non potrà mai collocarsi tra i migliori, nè tampoco tra i mediocri modelli del buono stile romano. Il superbo animale, da cui l'arte del miglior secolo trasse uno de' suoi più felici elementi decorativi, vi è raffigurato colla me schina pretensione propria della più pronunziata decadenza. Una fiacca modellatura potrebbe essere colpa dell'artefice; ma la posa dura e stecchita e il fare di maniera, che sostituisce forme arbi trarie a quelle consacrate da un'arte salita ad eminente grado di perfezione sui migliori modelli, rivelano il proposito di ribellarsi 1 28 LE AQUILE ROMANE. ai precetti del buono stile; il che è senza dubbio vizio del tempo. Diremo di più. Quelle ali piccole, povere, rilevate quasi parallela mente, come si vede nel disegno qui copiato dall'anzidetto gior nale; le penne segnate ad una ad una,per iscrupolo di simmetria, e senza efficacia di interpretazione; il rostro e gli artigli disegnati con fermo contorno, e nondimeno inetti ad esprimere la ferocia di cui sono ministri, ci fanno trovare in quest'opera un lontano accenno alla scultura bisantina: fecondaed elegante allorchè serve all'arte decorativa; e altrettanto meschina ed impacciata, quando si prefigge di ritrarre dal naturale un'immagine distinta. Ma il merito di un monumento non simisurasoltanto da quello che esso appare a chi lo guarda con occhio d'artista, sibbene, ed assai più, da quello che esso dice o promette di dire a chi lo interroga coi criterj della storia. Egli è per questo che l'aquila d'Erbach, comunque barbara, deve annoverarsi tra le preziose conquiste della moderna archeologia. I nostri appunti non inten donodi scemare importanza alla scoperta straniera, ma di porre in sodo alcuni termini di confronto, onde conoscere meglio il va lore di un oggetto di eguale natura recentemente scoperto tra noi, e metterci inguardia contro i giudizj arrischiati. Mi dispenserò dal descriverlo, potendo presentarne un disegno che ne darà un'idea abbastanza precisa. Noterò solo che il suo peso (grammi 980) superadi poco la terza parte di quello del precedente; che la sua altezza (115 mil LE AQUILE ROMANE. 29 limetri) tocca appena i tre quinti della misura dianzi citata, che infine non vi si scorge la più piccola traccia di doratura. Tutto ciò, invero, lo porrebbe molto aldi sotto del suo emulo,sequanto esso perde nel raffronto dei pregi materiali, nonlo riguadagnasse, e pel merito della forma, che lo qualifica opera di un tempo an cora memoredelle buone tradizioni dell'arte, e per le circostanze dacuifu accompagnata la sua scoperta, che potrebbero essere i termini noti di un problema istorico di alta importanza. Speciale a questa insegna, e particolarmente degno di conside razione, è un accessorio. L'aquila serra tra le branche un globo, come si vede in qualche moneta d'Augusto. Questa stretta di ar tigli è una felicissima versione della superba Roma di Properzio e della Roma potens di Orazio. Ora il vedere che la sottile alle goria era discesa tra le minute moltitudini, ci autorizza a credere che le nozioni dei corpi celesti, globosi et rotundi, e di un emi sfero, in quo qui insistunt adversa nobis urgent vestigia, timida mente annunziate da Cicerone nel sogno di Scipione, fossero di venute popolari; senza di che quel globo sarebbe stato pei legio narj una sigla priva di senso. Che quest'aquila fosse un'insegna, o il frammento di un'inse gna militare, non può mettersi in dubbio. La sua base, opportu namente forata, lascia scorgere il più semplice modo d'innesto al tronco su cuidovevareggersi. Meno facile è il definire, se fosse in segna di una legione o di una coorte, o se fregiasse uno di quei vessilli a lanterna, destinati a rischiarare le marcie notturne, de' quali esiste un modello nel Museo Vaticano. Comunque si dica, l'aquila era un'insegna e un simbolo; e a giudicare del suo valore come monumento, è necessario anzitutto conoscere il grado d'importanza attribuitogli da coloro che ce lo hanno tramandato. Pochi uomini raccolti a difesa si eleggono un capo: e poichè la voce del capo non giunge dappertutto, o può essere sfruttata dal nemico, egli soccorre la parola del comando coi segni. La prima volta che Romolo volle raccogliere intorno a sè i com pagni del suo illustre brigantaggio, strappò dal suolo un pugno d'erba, e lo levo sopra un palo, affinchè gli sbandati vedessero dove era il loro duce, e accorressero a lui. Di quest'uso è ancor viva la memoria nella parola manipolo, che, per un'ardita meto 30 LE AQUILE ROMANE. nimia, vale ad esprimere ogni accolta di combattenti. Ma in Romae fuori, codestisegnali divennero tosto qualcosa più che gli equivalenti della parola. Alle fronde di alberi, alle pelli di ani mali, alle fascie di stoffa colorata,meri segni d'intelligenza, si so stituirono scudi, elmi e loriche, che ricordavano altre vittorie; oppure immagini di numi o di eroi, che promettevano l'ajuto del cielo. Allora i vessilli furono riguardati come pegno di un'alleanza sovrumana, e la loro presenza bastò a suscitare quegli atti di au dacia, ai quali non di rado obbedisce la cieca fortuna. Per queste ragioni Atene inastò la civetta, Corinto il cavallo alato, l'Egitto il coccodrillo o il toro, la Persia l'aquila o la co lomba, la gente celta il lupo, l'orso od il gallo. Ogni esercito leg geva sul proprio vessillo quella incoraggiante promessa che più tardi Costantino scrisse sul labaro. Roma, nella scelta della insegna, fu inspirata dalla coscienza de' suoi alti destini. L'aquila, chiamata da Virgilio l'altivolante (volans alte, Æneid. II, 751) e da Orazio la ministra del fulmine (ministrum fulminis alitem ..., Carm. IV, 4), fu per le moltitudini armate un segno di protezione del nume, cuncta supercilio mo ventis. L'aquila ricordava ai condottieri le due supreme virtù di un soldato, la vigilanza e la fortezza, e con una immagine com presa da tutti, esprimeva la indubbia superiorità delle forze. Ma l'uso di questo segno non nacque sulle rive del Tevere; vi si tra piantò per uno di quei plagi di cui Roma fu sapientissima mae stra. Vincitrice, ella seppe rendere più proficue le sue vittorie, contando spesso tra le prede di guerra gli usi, i riti, e perfino gli dêi del vinto. L'insegna delle legioni repubblicane era stata il trofeo di re stranieri; e il popolo romano facendolo suo, dovette scordare che l'aquila aveva posto il nido nella reggia dei Tar quinj. Gli Etruschi infatti, secondo Dionigi d' Alicarnasso, offrirono a Tarquinio Prisco, loro concittadino, uno scettro, in cima al quale posava un'aquila. Aristofane narra che un'aquila ornò lo scettro di Agamennone. In alcuni vasi figurati della Magna Grecia, sui quali vedonsi riprodotte le scene dell'antica tragedia, la maestà del re è rappresentata dall'aquila sovrapposta alla verga regale. ESenofonte più particolarmente osserva che l'asta portante un'a quila, insegna dei monarchi d' Oriente, suggerì ai Romani il te LE AQUILE ROMANE. 31 muto emblema della loro potenza. L'aquila era un simbolo ormai vieto, quando Mario lo ringiovani, levandolo sullo stendardo delle sue legioni. Giugurta fu il primo a provare l'inclemenza del suo rostro e de' suoi artigli. Caduta la repubblica, i Cesari non ripudiarono l'insegna repub blicana. Ma, come avviene dei deboli, quanto più si faceva lan guida la fede nei principj, altrettanto s'infervorava il culto delle apparenze. L'aquila posò sui fulmini, strinse tra gli artigli il globo, fu cinta di un nimbo d'alloro, appunto quando l'infermo suo volo non era più in grado di trarla invulnerata dalle strette del nordico dragone. Trajano, sotto il cui impero furono domati i Parti, adottò l'ab borrita loro insegna: un mostro dalla grossa testa d'argento, col corpo lungo e serpentino, a strisce di tela variamente ritinte, che guizzava scosso dall'aria entrata per le fauci aperte. Roma non isdegnò di adottare questo rozzo spauracchio, poichè ne riconobbe gli effetti dallo scompiglio recato tra le file de' suoi cavalieri. Più tardi, quando la gara tra i capi dell'esercito rompeva in dissidj e minacciava la guerra civile, l'insegna tento smentire la suprema delle sciagure, inalberando sul suo vertice una mano, simbolo della concordia; si ornò infine la bandiera coll'effigie dei Cesari, quando la loro consacrazione era la festa di un giorno e la vittoria di un partito. Ma l'aquila sopravvisse ad ogni altro simbolo; anco alla croce di Costantino. E quando cessò d'essere la messaggiera di Giove e l'immagine della forza invincibile, continuò ad esprimere gli orgogli ed i conati della prepotenza. Oggi ancora, essa è l'im presa taciturna di molte bandiere, e, imbalsamata di storiche re miniscenze, riposa sui blasoni feudali. Un ultimo rito si celebrò in suo onore a Parigi il 31 dicembre 1851, allorchè l'Assemblea fran cese decreto che l'aquila posasse sulla bandiera della morente re pubblica. Che l'aquila fosse l'insegna speciale delle legioni romane, le dice Tacito (Ann. I, 39, 61), lo conferma Vegezio (Mil. n. 13). Ogni legione aveva un solo alfiere (alitem ferens). Alle coorti spet tava un vessillo più modesto; e come le coorti componenti una le gione d'ordinario erano dieci, altrettanti dovevano essere i signi feri, i quali dal portare simboli iconici, o draghi, od altro, erano chiamati imaginiferi, draconarii, ecc. 32 LE AQUILE ROMANE. La legione, composta di dieci coorti nelle provincie, di sei in Roma, haper riscontro nella strategia moderna quelcorpo di mi lizie che chiamasi divisione. Due legioni costituivano un esercito consolare; come tra noi duedivisioni compongono un corpo d'ar mata. Ma il numero dei legionarj vario di molto, secondo i tempi. Durante l'impero di Marco Aurelio, la legione numerò più di 6500 gregarj, e, compresovi ilcorpo dei cavalieri, tocco, al dir di Varrone, i diecimila; ma nella seconda metà del quarto secolo, imperando Valentiniano II e Teodosio, appena contò 1500 uomini; onde il citato Vegezio ebbe a dire, che della legione più non esi steva che il nome. Davanti al nostro piccolo e modesto gitto di bronzo,ci corre spon taneo e vivissimo nell'animo il desiderio di conoscere alcuno degli avvenimenti di cui sarà stato testimonio: esso ci è ancor più pre zioso pel problema de' suoi segreti. Ma invano tentiamo di cono scerli; non un nome, non una data che svolga il più debole filo della sua storia. I caratteri delle sue forme oscillano tra i limiti estremi di due secoli, e spettano ad un'arte che nonha dimenti cato interamente Augusto, ma che da lontano annunzia Odoacre. L'unicocommento checi sia lecito, è l'affermare che codesti segni, sui quali si fissarono gli sguardi dei primi guerrieri del mondo, non furono estranei ai loro atti di valore, ed ebbero una parte cospicua nella fortuna delle loro armi. La partita non era maidi sperata, finchè l'ultima delle insegne sorgeva in mezzo al drap pello de' suoi difensori. Noi non negheremo fede ai miracoli ope rati dalle aquile romane nelle battaglie contro i Cimbri, poichè sappiamo che eguali portenti si rinnovarono nel medio evo intorno al carroccio e all'orifiamma, e si ripetono oggidì in ogni quadrato nel cui mezzo sventoli la bandiera tricolore. Amostrare in quale contofossetenuta l'aquila presso iRomani, non è inutile il ricordare che essa valeva ad esprimere l'intero esercito; onde figere, evellere, efferre aquilas, voleva dire fissare, movere, sollevare le legioni. L'aquila era inalberata in mezzo al campo, nel luogo meglio difeso vicino alla tenda del capitano. Ornarla di fiori era il primo annunzio ufficiale di una vittoria; e il più solenne rito del campo era il giuramento prestato dinanzi alla venerata insegna. Quale onta il perderla, quanta gloria il ricuperarla, lo appren LE AQUILE ROMANE. 33 diamo dal più popolare dei poeti latini, allorchè fa prorompere Regolo in quella famosa invettiva: vidi io le nostre insegne affisse ai punici templi (Carm. III, 5), e dove chiama turpe cosa il tol lerare che il sole veda ergersi tra le insegne romane il conopeo di Cleopatra (Epod. 9), e quando si rallegra con Crasso, qui templis Parthorum signa refixit (Epist. I. 18), e quando saluta Augusto, qui signa nostra restituit Jovi (Carm. VI, 15). Aqueste poetiche declamazioni aggiunge non piccola autorità un bassorilievo della colonna Trajana, che rappresenta un signi fero nell'atto di guadare un fiume. Lafermezzacon cui egli stringe il sacro vessillo, il suo sguardo fieramente rivolto alla riva dalla quale si allontana, il concitato suo passo verso la sponda a cui anela, traducono meravigliosamente la fretta, l'ansietà, la risolu tezza di chi ha un tesoro da porre in salvo (tavola LXXIV, vo ume II, della citata opera del Roccheggiani). Acompiere questa Nota, devo aggiungere una parola sulle cir costanze che accompagnarono la recente scoperta. Quando la storia inizia un processo e i testimonj sono morti, essa interroga, non sempre inutilmente, la terra in cui li trova sepolti. Sorgeva, un anno fa, nel quartiere alto della cittàdi Bergamo, una vecchia casipola, un di posseduta da Bartolomeo Colleone, che vi teneva una scorta de' suoi venturieri. Nel 1468 quella casa fu dall'illustre capitano donata al luogopio della Pietà, il quale, fino ai primi anni del corrente secolo, la fece sede de' propri of fici. Venduta da poi, e recentemente ricomprata dal conte Ales sandro Secco-Suardo, venne nello scorso anno demolita, per dar aria e luce all'attigua abitazione. Nel rimovere le macerie e predisporre il terreno a giardino, un metro sotto il livello della porta si scopersero gli avanzi di un casamento romano. L'indole della costruzione e la sua pianta fa rebbero credere che ivi esistesse un fondaco; anzi, chi confronto quell'edificio con certe botteghe di Pompei, fu tentato di affer mare che qui esistesse uno spaccio minuto di commestibili. Ma questi ruderi e le monete imperiali ivi dissepolte, più che una scoperta, furono un'indizio. Scendendo più in giù, e scalzando le fondamenta di quell'umile edificio, si misero a nudo i fram menti di un arco di marmo ed un frontone; elementi non dubbj di un edificio importante. Fu appunto nell'operare questo scavo, 34 LE AQUILE ROMANE. che, alla profondità di metri 2,50, si trovò l'aquila di cui ab biamo parlato. Se non che, scopertasi a mezzo metro di distanza la gola di unpozzo, il sollecito proprietario s'invoglio di estrarre le macerie, di cui era colmo, e di esplorarne il fondo. L'opera non gli fu infruttuosa. Scendendo per sei metri, attraverso parec chi strati di detrito, egli potè fare una buona messe di cose an tiche. Raccolse moltiframmenti di una tavola letterata di bronzo; parecchie monete, una delle quali portante l'effigie di Trajano; i cocci di un'anfora di grande misura; alcuni tratti di un pavi mento a mosaico, e qualche grossa scaglia di marmo ornato di fregi. Se l'aquila e la tavola di bronzo, osserva l'egregio scopritore, appartengono alla istessa epoca (come l'arte della primae laforma dei caratteri nella seconda permettono di credere), e se la ruina dell'arco, sotto il quale si trovò l'aquila, fu conseguenza dello stesso disastro che riempi di macerie il vicino pozzo, da cui si trasse la tavola di bronzo (altra ipotesi molto ovvia), dovrebbe essere lecito conchiudere che qui sorgeva il palazzo di Marco Sem pronio Fusco, il cui nome sta scritto sulla leggenda enea a lui dedicata in segno di benemerenza. E siccome l'epigrafe onoraria, malgrado le sue lacune, attesta che egli era prefetto della coorte Betica, non sarà temerario il fare un passo innanzi nelle conget ture, fino a credere probabile che l'aquila scoperta nella sua casa appartenesse alla coorte da lui comandata. Non abbiamo dimenticato che l'aquila era l'insegna delle le gioni e non delle coorti; ma non crediamo che sia, in ogni caso, saggezza d'interprete il chiudere la regola entro confini così ri gidi, da ritenere sempre ed assolutamente inammissibile ogni ec cezione. Trattandosi qui di un fatto che riguarda una consuetudine di mera disciplina, e riferendoci ad un'epoca dell'impero, in cui non le consuetudini soltanto, ma le leggi erano nelle lontane provincie sì spesso vulnerate dall'arbitrio de' governanti, il dubbio ci pare legittimo. Noi non affermiamo quindi in modo assoluto che la coorte Betica avesse un'insegna privilegiata, perchè fosse la prima o la più benemerita della legione, ciò che la storia non dice, e non ci crediamo in diritto d'interpretare; ma per lostesso riserbo ci asterremo dall'asserire, che dal principio del secondo secolo alla LE AQUILE ROMANE. 35 fine del quarto i proconsoli e i prefetti della Gallia Cisalpina non abbiano mai vedute od operate infrazioni alle discipline militari ben più gravi di questa. Accettiamo pertanto, in attesa di altre scoperte e di commenti più autorevoli, un'ipotesi che fa rivivere la questione sotto altri termini; parendoci partito più prudente il tenerla desta con una formola dubitativa, che lo scioglierla pre maturamente, e solo per mancanza di prove, con un diniego as soluto. Ad ogni modo, e qualunque sia per essere il giudizio intorno a questo cimelio, noi ci dobbiamo rallegrare di vederlo raccolto nel patrio museo. Trattandosi di cosa scoperta in terra lombarda, il suo ricupero risponde nel miglior modo al modesto programma della nostra istituzione; laquale non aspira a diventare, in un pe riodo lungo ed incerto, ungrosso e ricco volume della storia d' Italia, ma si appaga diriuscire tra poco, mercè la generosità di chi dona e il buonvolere di chi cede, un capitolo abbastanza completo della storia di questa regione. CARLO BELGIOJOSO. GIOVANNI BROCCA ARCHITETTO E CONSULTORE DEL MUSEO ARCHEOLOGICO. Il Bollettino non può uscire in luce,questavolta, senza una pa rola di rammarico e di compianto per la perdita fattadopo l'ul tima sua pubblicazione. Agli 8 del passato maggio, si spegneva in Magentaunodei con sultori del Museo e collega nell'opera del periodico, l'architetto cav. Giovanni Brocca. Non è tanto colla penna quanto col con siglio che ajutò l'impresa nostra, e l'ajutava datredici anni, che è come dire dalla fondazione del Museo istesso, conquell'amore del l'arte e della scienza, con quella solerzia schietta e cortese, con quei modi miti che sono propri dell'uomo onesto ed educato a no bili pensieri. Non è qui il luogo di parlare del collega e dell'amico, come ar chitetto e come pittore: gli spetta una sede presso la R. Accade mia di belle arti, di cui era Consigliere. In queste pagine non ci è permesso di registrare il suo nome, che come studioso il quale collocò il meglio delle sue facoltà allo studio dell'architettura medio-evale e in particolar modo a quello della lombarda. Aquesta, cui inconscio l'animo suo era tratto più per intimo senso che per proposito di studi, egli giunse gradualmente, stando intorno dapprima, durante la sua non breve permanenza a Roma (1839-1844), ai monumenti di Toscanella e delle sue vicinanze. Il richiamo dei monumenti analoghi tante volte veduti nella terra natale; i confronti necessari, nel prenderne copia, per rilevarne GIOVANNI BROCCA. 37 le sembianze e i caratteri; il criterio statico onde s'informano; il concetto artistico che li determina e li colora; tutte queste im. pressioni della mente dovevano portarlo ad addentrarsi in una forma dell'arte fin allora spregiata, o almeno riguardata siccome irremissibilmente fatta cadavere. Ma il Brocca aveva ricevuto un'e ducazione artistica, per cui l'esclusivismo architettonico, allora dominante nelle scuole, non poteva in lui attecchire. Lo stile lom bardo non ne era per lui che qual unodei tant' altri. D'altronde, in Italia, dal Cordero di S. Quintino preludevasi già, non diremo al suo risorgimento tecnico,ma al suo valore archeologico; e que sto era già molto poichè l'arte viva, volere o non volere, subisse l'influenza di quanto accade nei vicini campi, come sono quelli delle scienze e delle lettere. Al Brocca, oltrecció, era parso degno di nota cotesto incontro in un'arte architettonica, la quale pareva confinata al suo paese di origine, o almeno alla valle del Po, sul terreno classico della pre valenza architettonica di Roma cesarea. Alloragli parve quello che è il vero; cotesta architettura, sorta tre secoli, circa, prima del mille, non essere uscita che da un compromesso di maestri costrut tori del tempo; erano, infatti, imaestri comacini, lacui zona di pro venienza vuol essere estesa ai tre laghi lombardi; sono essi che, dif fusi su tutta l'Europa meridionale e occidentale, portando seco uno schema costruttivo proprio, ma pieghevole alle diverse condi zioni dei luoghi, suscitarono un'arte che sapeva alleare con libero e pittorico connubio i superbi ruderi frammentari della vetusta magnificenza romana col semplice e modesto laterizio, che è quanto hanno di più comune tutti i paesi. Con questa idea che poteva balenare achicchessia come un'ipo tesi spontanea, egli prese a percorrere, dappoi,granparte dell'Eu ropanon che l'Italia, e sentiva la meraviglia crescergli, mirando la Spagna non menodella Francia, lesponde del Reno e le cittàdel l'Austrasia e delle Fiandre non meno dell'Inghilterra, venirgli in nanzi a confermare questo suo concetto, e cosi raffermare in lui quell'amore, cui erasi votato e che nell'artista suole tradursi nel rispetto dei monumenti congeneri e nello studio del loro restauro, secondo lo spirito della loro creazione originale. Era una predilezione che, bennota ai suoi amici e colleghi, non poteva mancare di trovare più d'un argomento di applicazione. 38 GIOVANNI BROCCA. Allorchè, nel 1858, ebbesi a chiamare unComitato che sovrastasse al generale ristauro della basilica di S. Ambrogio, impreso a di spendio dello Stato, e quando, più tardi, nel 1863, l'eguale propo sito ad impulso privato, si volse in animo per quella diS.Eustorgio nella nostra città,il nome delBrocca, in entrambe le congiunture, venne spontanco a formare parte di un limitato numero di ar tisti cui fosse affidato così eletto incarico. Come e quanto se ne sia sdebitato, lo dimostrarono le onoranze funebri onde fu confor tata la memoria di lui trapassato, chè, certo, se l'ingegno e l'ab negazione di sè nelle prestazioni personali possono congiunti va lere alcun che, non gli può essere negato il merito d'avervi pro fuso interi l'uno e l'altro. E fu quello istesso spirito di solerzia e d'affetto, quell'impe gno per l'arte e pel pubblico decoro che lo guidò incessantemente nella cooperazione ai lavori della Consulta Archeologica, percioc chè alui, come a rappresentante della cosa edilizia, erano spesso demandate le visite sul luogo,da cui si ritraeva giammai, fossero o entro la città o nel territorio di giurisdizione della Consulta. È facile credere che a tante doti di sapere sempre modesta mente largito, di operosità sempre portata senza ombra di osten tazione, l'autorità del voto suo crescesse, com'è ragione,dove nul l'altro e sempre si rivela se non il culto del vero, del bello e del bene. I suoi colleghi della Consulta, nel lamentarne la perdita, non sanno fare migliore augurio all'istituzione cui appartengono, che essa possa contare a lungo nel suo seno uominidi cotale tempra di mente e d'animo. G. M. TOMBA DELL'ETÀ ROMANA DISCOPERTA A LISSONE PRESSO MONZA. Nel giorno 11 dello scorso maggio si rinvenne nel territorio di Lissone, Comune del Circondario di Monza, e precisamente nella località denominata Carotta, un'antica tomba a circa un metro di profondità dal suolo. Quella tomba fu scoperta nel fare delle escavazioni per abbassare e ridurre a giusto livello il piano del cortile attiguo ad un edifizio industriale recentemente costrutto dal signor Felice Fossati di Monza. Reso di ciò immediatamente edotto il Sotto Prefettodi Monza, signorcav.GiuseppeGuaita, que sti fu sollecito di invitare a recarsi sul luogo il segretario si gnor dott. Luigi Zerbi per le opportune ispezioni, incaricandolo insieme di redigere un rapporto intorno a tale discoperta. Il si gnor Zerbi adempi prontamente al suo mandato; e la sua rela zione, stesa con intelligenza ed accuratezza, venne dal menzionato signor Sotto Prefetto accompagnata col mezzo della R. Prefettura di Milano alla Consulta archeologica per le pratiche che fossero del caso in ordine alle sue attribuzioni. La Consulta invio tosta mente a Lissoneduede' suoi Membri, i quali associatosi il predetto signor dottor Zerbi, si condussero nella località in cuila scoperta ebbe a verificarsi. Nel sito ove giaceva la tomba il terreno era già stato sconvolto per le necessità dei lavori in corso, e non vi rimanevano che i frammenti di tre larghi embrici con orli rial zati lungo due dei lati paralleli, formanti parte del fondo della tomba, e diversi grossi mattoni che ne costituivano le pareti. Bull. Cons. Arch.- An. III. 4 40 TOMBA DELL'ETÀ ROMANA Dal rapporto del signor Zerbi,il qualepotè esaminare la tomba prima che venisse disfatta, si hanno intorno alla medesima i se guenti particolari. Quando il signor Zerbi giunse sul luogo, notò che intorno alla tomba erano sparsi diversi frammenti di embrici, i quali secondo ogni probabilità risalivano all'epoca romana. Inter pellati il Sindaco di Lissone e il proprietario del fondo intorno a quei materiali, gli venne risposto che essi erano stati li presso trovati e frantumati in occasione di altre escavazioni praticate nello scorso anno. Pur troppo non si pose allora mente alla qualità delle costruzioni che andarono di tal modo distrutte; e i lavoranti interrogati in proposito, dissero che quel materiale fu da essi creduto avanzo di fondamenta di vecchi edificii demoliti, e che fra il detrito non occorse loro di vedere nè ossa umane, nè altri oggetti che potessero fermare la loro attenzione. Solo più tardi si seppe che fra quei rottami si era rinvenuto un cerchiello in bronzo, che mostrato poi ai predetti Consultori, fu giudicato lavoro dei tempi romani. Quel cerchiello era rivestito di bellissima patina. Raffrontati quegli avanzi con quelli della tomba testè ve nuta in luce, il signor Zerbi riconobbe negli uni e negli altri l'i dentico carattere, e ne trasse perciò l'induzione che ivi esistesseun sepolcreto, già in parte manomesso in altri tempi, senza che si serbasse memoria del rinvenimento. Il fatto parveperciò dinon lieve importanzaagli incaricati della Consulta, i quali fecero perciò le più vive raccomandazioni al pro prietario di quel terreno e al Sindaco diLissone, affinchè al veri ficarsi di qualche nuova scoperta ne rendessero tosto avvertita la Consulta archeologica, col mezzo della R. Sotto Prefettura di Monza. Nella sua relazione il signor Zerbi fece conoscere che fino dal mattino del giorno in cui egli si recò in luogo, i lavoranti ave vano aperto la tomba, levando due rozze lastre di pietra detta migliarolo che la coprivano, e avevano in essa trovato due scheletri abbastanza bene conservati,dicuiuno era d'uomo robusto e di non comune statura, l'altro, di forme più esilie di minori dimensioni, poteva credersi quello di una donna o di ungiovinetto. I due sche letri giacevano in senso inverso, l'uno all'altro sovrapposto. Un medico, il quale ispezionò il cranio del più robusto, ritenne che po tesse appartenere ad un uomo di età non superiore ai trent'anni. DISCOPERTA A LISSONE PRESSO MONZA. 41 Nulladi singolare presentava la forma della tomba. Si constato solo che era costrutta con mattoni di non comunidimensioni, mi surando essi in lunghezza cent. 43 sopra 16 di larghezza e 6 di altezza. Quei laterizi apparivano di ottima qualità, così per la na tura della creta che per la cottura, e fortissimo ne era l'inter posto cemento. La tomba giaceva in direzione da Sud-Ovest a Nord-Est, e misurava nell'interno metri 1,73 in lunghezza, con metri 0,47 di profondità. La larghezza che da un lato era di me tri 0,53 andava restringendosi gradatamente, in guisa che il lato opposto era lungo solo metri 0,47. Nell'interno della tomba si rinvennero un vaso di vetro per fettamente conservato, un vasetto in terra cotta a forma di ur ceolo di comune fattura, e una sottile armilla di bronzo avente a ciascuno dei capi una testa di serpente. Il primo era stato de posto in apposito vano accuratamente praticato nel fondo della tomba in corrispondenza al lato destro dello scheletropiù grande. Il corpo di quel vaso potrebbe dirsi sferico se al basso non pre sentasse una piccola sezione piana; il collo si erge a forma di un cono tronco rovescio. L'apertura era munita di piccolo coperchio, pure di vetro, che andò frantumato in minutissimi pezzi. La ca pacità del vaso è di circa un litro. Il vetro è sottilissimo, di tinta bianchiccia con pochi segni di ossidazione ; è un bel prodotto della raffinata industria vetraria romana. Il vasetto fittile è lavoro di rustica officina. I due vasi e l'armilla si trovano ora presso il signor Zerbi. Niun dubbio che quella tomba risalga ai tempi romani. I due predetti Consultori ebbero in seguito occasione di osser vare presso un privato una iscrizione incisa a caratteri goticola tini su ceppo gentile. Essa fu rinvenuta nel 1838 in Lissone, nel praticare alcuni lavori pel riordinamento di una casa delsignor Gio vanni Stefano Orelli, posta alla estremità del borgo lungo la via che conduce a Seregno. Niuno ancora, per quanto venne allora as serito, ha potuto rilevare il senso di quella epigrafe,perchè i pochi che vi si accinsero avevano dovuto desistere dalla prova, scorag giati dalla rozzezza e ineguaglianza dei caratteri e dai frequenti nessi, la cui interpretazione era resa anche più disagevole dalla scabra superficie della pietra che in varie parti è pure corrosa, in modo che alcune lettere sono totalmente abrase. 42 TOMBA DELL'ETÀ ROMANA DISCOPERTA A LISSONE PRESSO MONZA. Dopounpaziente studio, sigiunseadecifrare il tenore diquella iscrizione nel modo che segue: In nomine domini domin. angibert. cagapistus fecit fie ri hanc portam eo anno quo erat potestas huius burgi. id fuit in m. cc. XXV11. indictione x . et supstantes h. opris fue runt mart. de aicardis et an broxius albend. et landulfus de subte cto. Questa iscrizione, interessante per la sua data, è un importante documento per il borgo di Lissone. ANTONIO CAIMI. EPIGRAFI RECENTEMENTE RINVENUTE Nel corso della demolizione dell'isolato detto del Rebecchino, compiutasi in questa città nell'ottobre dello scorso anno, onde la sciarne libera l'area per la nuova piazza del Duomo, si rinvenne metà di un cippo sepolcrale in marmo dell'età romana, il quale era stato segato in senso perpendicolare, probabilmente per far servire i due pezzi staccati ad usodi soglia o per gradini. La parte dell'iscrizione che vi si vede è tracciata come segue: QVA TO SAC L-SI .. • • .. • • .. SA • SOCI T- SI AN I caratteri sono di correttissima forma, nettamente incisi e di grandi dimensioni, e richiamano quelli de'primi tempi dell'epоса imperiale. È alamentarsi che, malgrado le più diligenti indagini fatte fra 44 EPIGRAFI RECENTEMENTE RINVENUTE. l'ingente materiale provenuto dall'atterramento di quel corpo di fabbricati, non abbiasi potuto rinvenire l'altra parte del cippo. A Quarto Cagnino, villaggio situato a circa quattro miglia di distanza a occidente da Milano, trovasi nel giardinodella casa dei signori Cotta un cippo inmarmo colla seguente iscrizionemutilata nelle due parti laterali, che credo inedita, come la precedente. . LICINIO · F· PAL .. CIANO QR EQP .. .. LARGIT EST ..VGC DD IIS C ..I POS ITEM VEORVM IIS.. AVGC D... ENTINIEN DREN. Quel marmo fuimpiegato ad altro uso, (che spiegala mutilazione della epigrafe), perchè nella parte posteriore è scolpita in senso inverso una figura ritta a bassorilievo in costume ecclesiastico, che tiene colla destra una croce sul petto. Dalbarbaro stile della scul tura può agevolmente arguirsi ch'essa è anteriore al quattordice simo secolo. Nello stesso giardino si conservano tre altri marmi con figure scolpite colla identica rozza maniera, delle quali una rappresenta un personaggio somigliante al precedente, l'altra un vescovo o un abate mitrato seduto sul faldisterio, la terza è l'effigie di un estinto con indumenti monacali, forse un abate, giacente su unapietra tombale. È ignota la provenienza di codestimarmi. Alcuni hannopensato che potessero derivare dal monastero degli Olivetani che trovavasi nel vicino borgo di Baggio, e che fucompreso nella generale soppressione dei corpi religiosidecretata nel 1810. Se non che risulta dalle memorie del Bombognini e dadiversi documenti citati dalGiulini che ilmonastero diBaggio vennefondato nel 1399, EPIGRAFI RECENTEMENTE RINVENUTE. 45 echefuquella la prima volta che imonaci di Monte Oliveto fu rono introdotti nel territorio di Milano. E pertanto le citate scul turenonpossono aver appartenuto a quel monastero, perchè an teriori almeno di un secolo alla sua fondazione. Non si conosce se altro più antico monastero esistesse in Baggio o in quelle vici nanze, a cui spettassero ipredetti marmi. Quei pezzi, sino a non molti anni fa, si trovavano sparsi nei tenimenti ora di proprietà della famiglia Cotta, la quale togliendoli ai bassi usicui servivano, pensò saviamente a riunirli nel proprio giardino e a curarne la conservazione. Nel settembre del 1875, in occasione di lavori per la ricostruzione di una fabbrica adiacenteal lato di levante della chiesa di S. Ca limero di questa città, si rinvenne fra il materiale di un pilastro demolito un frammento di lapide sepolcrale cristiana, con parte dell'iscrizione, come segue : 1 ... .. M 2 EQVISCET IN LIA QUI VI • 3 VIII ET CALENDIO La inesatta ortografia di questa epigrafe, e la forma dei carat teri inducono a credere che essa non risalga oltre il quinto secolo ; e tale supposizione sembra confermata dal disegno informe con cui sono graffite nella superficie della lapide alcune figure nei punti indicati dai numeri 1, 2 e 3. Nel sito del primo numero vedesi un vaso, a' cui lati stanno due colombe, simbolo assai frequente nelle lapidi cristiane. Una di esse piega il capo verso il fondo del vaso, l'altra lo volge all'insù. Le figure il cui posto è segnato dai nu meri 2 e 3 rappresentano, da quanto può giudicarsi dal loro atto rozzamente delineato, due donne oranti. Lalapide si conserva nella casa parrocchiale. ANTONIO CAIMI. 4 LA CAPPELLA DI SAN GIUSEPPE ALLA PACE E GLI ULTIMI SUOI AVANZI. Il patrio Museo d'Archeologia nei primi giorni dell' anno cor rente aggiunse alla preziosasua collezione trenta frammenti di pit ture a fresco diligentemente staccate dall' intonaco per opera del l'abile operatore Antonio Zanchi, di Bergamo, sotto l'ispezione del professor Bertini. Idipinti sono di quelBernardino Luini, il cui nome suona tale da dispensarci da ogni commento. Invece stimiamo adempiere ad un debito nostro, notando, qui, quanto è lecito sapere circa la loro origine e le loro vicende, e quali ragioni le abbiano ridotte a rifugiarsi nel patrio Museo. Oggi, chi dal pontedel Maggiore Spedale si dirige, per la via di San Barnaba, all' estremo circuito della città, prima di giun gervi, trova alla sua destra una chiesa soppressa assai malconcia, macollaimpronta caratteristica dell' architettura acuta lombarda alla seconda metà del secolo XV. Infatti, essa sorse nel 1466 per opera di un romito portoghese, un frate Amedeo, che prese poi l'abito francescano, e diede alla nuova erezione il titolo di Santa Maria della Pace, perchè si era dato per impresa di metter pace tra i cittadini, apostolato a cui allora si avevano troppo frequenti titoli per non averlo ad esercitare con stento e con ammirazione. In onta ad un assunto così umanitario, la fabbrica ebbe a sof frire non brevi ritardi, tanto che venne consacrata trent'anni dopo esservene stata posta la prima pietra. In compenso, nella prima LA CAPPELLA DI SAN GIUSEPPE ALLA PACE ECC. 47 metà del secolo XVI, ebbe un prezioso decoro di pitture in fresco e in tavola, e quello egregio d'ungrande deposito scultorio; ond'è che la chiesa e il chiostro istesso andavano rinomate per le opere d'arte di cui erano ricchi. Luini, Marco d'Oggiono, Gaudenzio Fer rari, fors'anche il Boltraffio, certo il Lomazzo, tutti del secolo d'oro, e poi, del seicento, il Cerano e la minor coorte della de cadenza vi avevano dato splendore col loro contributo artistico. Posto, per altro, tutto ciò in una plaga della città lontana dal l'abitato, tanto che, durante la dominazione spagnuola, le vici nanze della Pace erano,ad ironiadel titolo, il luogo preferito pei duelli tra cavalieri italiani e spagnuoli; costruzione, poi, per intero di mattoni, col fianco della chiesa, dove erano le maggiori cap pelle, indifeso ai venti di settentrione, era lasciata facile occasione a guasti che, pur troppo, non mancarono,e che l'incuria dei pos sessori permise di divenir letali; al che s'aggiunse l'ingiuria di parziali restauri, verso il mezzo del XVII secolo, che deturparono dentro e fuori i primitivi lineamenti della chiesa. Fra le parti edilizie, su cui l'opera deleteria della esposizione ebbe vieppiù ad aggravarsi, fu la edicoletta di San Giuseppe. Quando e da chifosse fondata ignoriamo affatto. La sua forma co struttiva era quella che si vede meglio accettata nelle edificazioni analoghe durante il trentennio che corre dal 1490 al 1520: è la forma dell'edicola bramantesca, un corpoquasi cubico che termina esteriormente in alto amodo di tamburo ottagonato. La cappella dei Brivii a Sant'Eustorgio e quella dei Foppa a San Marco ne sono un esempio: e codesta di San Giuseppe, in guisa ancor più distinta, al pari di quelle, era appiccicata alla chiesa, fors'anche qual luogo riservato ad un deposito mortuario di famiglia.¹ Qua lunque fossero le ragioni della costruzione, la famiglia dovette es sere tra le ricche e di alte aspirazioni, perchè la fece per intero dipingere da Bernardino Luini. All'organismo esterno, che abbiamo detto, corrispondeva nell'in 1Se non fosse osar troppo, noi stimeremmo cotesta edicola costrutta per testamento del Branda di Castiglione, senatore, avvocato fiscale e consiglieredi Lodovico il Moro, cantato da Lancino Curzio, morto nel 1499, il quale, coi figli Gerolamo e Filippo aveva in questa chiesa il deposito di famiglia,perlochè al Convento lasciò vistosi legati d'uf fici funebri e di messe. Sono notizie che desumiamo in parte dalla Cronaca del Sitoni (pag. 51), e in parte dalle carte del Fondo di religione nell'Archivio di Stato. 48 LA CAPPELLA DI SAN GIUSEPPE ALLA PACE terno, dove si ergeva il tamburo coperto a tetto, una cupola ad otto spicchi, la quale chiudevasi a pieno centro raggiante. Il pas saggio, poi, dal piantatorettangolare dellabase all'ottagonale della cupoletta mentre esteriormente si compiva colla inclinazione del primo tetto, nell'interno rinterzavasi coll'intermezzo di semi-lunette, tre per faccia, e di piccole vele triangolari, geminate agli angoli, su cui cadevano gli spicchi fuor d'asse; talchè ne veniva, e ben possiam dire ne venne quell'elegante e semplicissima combinazione statica, di cui compiacevansi gli architetti del neopaganesimo ita liano. Nè soltanto se ne compiacevano gli architetti, ma se ne ralle gravano seco loro i pittori, i quali trovavano in cosiffatto aggrup parsi di piani e di curve, di forme archeggiate e disemi-tonde, di triangoli e di trapezi diversi di che dar ampia carriera alla loro fantasia e allo scapricciarsi decorativo delpennello. Certamente, così avvenne al Luini: egli dovette entrare in questo piccolo spazio col sorriso sulle labbra, e nelle sue esigue dimen sioni gli balenò in vista un vago giojello. Celebrare i fasti, d' al tronde modestissimi, dello sposo nominale della Vergine, era al lora uno dei temi più triti e dozzinali; ma vi hanno cose sempre nuove quando ilgenio vi si interpone colla sua magica verga. E qui così, e spicchi e vele e semi-lunette e le pareti istesse si aprirono liete per ricevere le impronte della sua mano. Il concetto dell'ar tista fu tanto più efficace quanto più semplice e senzapresunzioni fu il cómpito assegnatosi. Si può riassumerlo in poche linee: il cielo aperto negli spicchi della volta a mostrare cantate le laudi e le glorie del Santo; nelle mezzelune, quasi trail cielo e la terra an geli fanciulli che fanno eco ai soprastanti con istromenti musicali; gli spazj interposti, ad intreccimodanati cosparsidi cherubini esat teri (da sei ale); inferiormente, sulla faccia delle pareti verticali, fin quasi all'appoggio della persona, larghe pagine in cui s'istoria 2 L'allievo dell' Accademia, Lodovico Pogliaghi, ad istanza del professore Bertini, ci haconservati i lineamenti principali di questa costruzione, la quale, negli ultimi mesi, subì una totale deformazione, tanto da non essere più riconoscibile. Volendo ora averne idea delle sue dimensioni interne, aggiungeremo poche cifre numeriche: pianta, da parete a parete interna, metri 4. 90 di profondità, per metri 4. 60 di traverso dalla porta della chiesa: l'entrata larga metri 2.90 : le elevazioni erano, dal pavimento all' impostatura degli archetti semi-lunari, metri 4.80; da cotesta importatura alla sommitàdella cupoletta, metri 2. 10 circa, presa per misura la verticale al centro. E GLI ULTIMI SUOI AVANZI. 49 la vita del patriarca, le quali dobbiamo credere non fossero manco di dieci, benchè di varie dimensioni. Fu sututto cotesto leggiadro congiungimento di cielo e di terra che piombò l'inclemenza degli elementi atmosferici. Sino dal ca dere dello scorso secolo, la nuova guida di Milano del Bianconi le riconosce assai maltrattate dal tempo. Non scorsero che po chi anni, e venne la volta delle soppressioni degli ordini religiosi, poi quella delle chiese: questa della Pace non poteva uscirne in colume: occorreva al militare un luogo vicino a deposito dei suoi foraggi: incoraggiavano le condizioni infelici della costruzione; la sciavano titubanti i molti capolavori d'arte che accoglieva. La causa della soppressione fu vinta nel 1805, mediante il compro messo obbligatorio dell' esportazione nel palazzo delle Belle Arti di quanto aveva relazione con esse. Ne fu lasciato intero caricoal commissario per lebelle arti, al celebre AndreaAppiani. Così, Brera ebbe il magnifico deposito funerario del vescovo Bagaroto, opera delFusina che vedesi ancora nel Museo Archeologico; così, ventisette o vent'otto affreschi di varie dimensioni e di mani diverse, diBer nardino Luini, di Marco d'Oggiono e di Gaudenzio Ferrari che vennero ad aggiungersi al poco allora posseduto, e oggi si mostra no nel primo corridoio della Pinacoteca; e per stringersi alle sole opere del primo, aqueste si riferivano tredici pezzi, di cui dodici almeno tolti dalle pareti della cappella di cui ci occupiamo. Cui prendesse vaghezza di conoscere cotesti pezzi, le loro raffigu razioni e la disposizione loro nella edicola,dobbiamo più d'un'av vertenza : primieramente, che le storie dovevano essere nel numero di dieci; che si seguivano lungo laparete di fondo, dal lato del l'Evangelio dell'altare, girando a destra, per finire a quello del l' Epistola; che se ne avevano a trovare tre per ciascuna faccia laterale, due ai lati dell' altare e due ai lati dell' ingresso ; che queste storie avevano, al certo, dimensioni diverse. Ora, i pezzi accennati sono dodici: uno evidentemente non appartiene alle storie delle pareti, ma agli archetti delle semi-lunette, e mostra due an geli musicanti; oltrecció, due degli undici formano molto proba bilmente una sola storia, ed uno non è un frammento che igno rasi a quale storia abbia appartenuto. Dopo di ciò deve concludersi 2 Nuova Guida di Milano. Edizione seconda, Milano, 1796, p. 125. 50 LA CAPPELLA DI SAN GIUSEPPE ALLA PACE chemancaper intero una storia: osservando, poi, per bene anche quelle possedute, devesi conchiudere che non poche sono molto ri dotte di misuradalla loro dimensione originale. Ciò chiarito, l'ordine secondo il quale ci pare avessero a succe dersi era il seguente: 1.º Incontro di Sant'Anna e SanGioachimo-storia intera (nel Catalogo della Pinacoteca al N. 51). 2.º Angelo che annuncia a Sant'Anna la sua fecondità tera-(come sopra, al N. 40). in 3.° Natività di Maria Vergine-frammento-(come sopra, al N. 49). 4.° Presentazione di Maria Vergine al gran sacerdote da' suoi genitori- intera (come sopra, al N. 41). 5.° Educazione di Maria Vergine- frammento pra, al N. 62). come so 6.° Dedicazione volontaria di Maria Vergine al tempio intera, ma molto ritoccata-(come sopra, al N. 67). 7.° L'andata di Maria e di Giuseppe al tempio- due fram menti-(come sopra, ai NN. 3 e 4). 8.º Riconoscimento di San Giuseppe a sposo di Maria Ver gine-intera e la più completa- (come sopra, al N. 18). 9.° (Manca il soggetto, probabilmente quello dell'incontro della Vergine con Sant'Anna, cui forse spetta un frammento d'an gelo (come sopra, al N. 13). 10.° Sogno di San Giuseppe completa (come sopra, al N. 71). Questa specificazione non può non chiamar tosto sulle labbra del lettore una domanda: e del resto delle pitture, quelle degli spicchi, delle vele,degli archetti e dell'arco d'entrata che avvenne? Nonsi puònegarlo; il commissario d'allora nonstimò dicurarsene. Non deve, però, dubitarsi che due criteri lo trattenessero, vale a dire, prima, la condizione rovinosa in cui erano: poi,la loro confor mazione sopra delle superficie curve, davanti alle quali gli opera tori di quel tempo confessavano la loro incapacità. E così colà ▲Crediamo l'incaricodella loro esportazione, nel 1805, siastato dato al Barezzi, il quale vi si permise pure qualche restauro di pennello. Il fatto suo ha consistito nel trasporto di frazioni più o meno ampie dalla stessa parete, operazione lunga, faticosa c facil mente compromettente la integra conservazione delle opere, come può convincersi col E GLI ULTIMI SUOI AVANZI. 51 rimasero. Non furono però dimenticate: anche ventun'anni fa (13 agosto 1855), in occasione di una visita di parecchi accademici sul luogo, nel momento in cui esso stava per essere concesso all'Isti tuto per la riabilitazione dei giovani discoli, si rilevò l'esistenza di quegli avanzi e si avverti l'opportunità di esportarneli, almeno quelli dell'arco, avvegnachè, fin d'allora, le antiche difficoltà erano in parte vinte. Ma, invece si lasciò passare inavvertita la pro posta, e nulla ne avvenne. Spettava al tempo nostro il provvedervi definitivamente. L'oc casione si affacciò da sè nello scorso anno. L'edificio, rimasto de maniale fino dal 1805, ora posto in vendita, stava per essere ce duto all' anzidetto Istituto che ne aveva fatto l'acquisto. La Con sulta Archeologica, cui non eranoperduti di vistacotestipregievoli avanzi, a proposta del consultore Bertini,promosse ed ottenne dal Ministero delle Finanze la facoltà di esportarli dalle pareti: e fu quanto si effettuò nello scorso anno,mercè la perizia dello Zanchi; come mercè le premure della Consulta medesima, ora sono allo gati nel Museo. Prima di gettare uno sguardo su cotesti ultimi avanzi del nau fragio, vuol notarsi qualche cosa dippiù di quello che fu avvertito circa il posto che tenevano nella cappella. Si può dirlo in una parola: gli affreschi tolti nel 1805 non ne rappresentavano che le pareti; quelli tolti nel 1875 rappresentano la vôltanel completo suo organismo : là, non avevamo che la parte storica terrestre; qui, abbiamo la parte decorativa e celestiale. È vero che la prima è collocata nella Pinacoteca e la seconda nel Museo d'Archeologia, ma nel caso nostro le distanze spariscono, tanto è lieve lo spazio che le divide, come non li divide lo spirito che li informa e il carattere delle persone che li reggono.Ad ogni l'osservazione dei pezzi della Pinacoteca, mentre in quello che si fece recentemente dallo Zanchi venne seguito il sistema dello stacco del semplice intonaco,mediante op portune assicurazioni anteriori; locchè dà modo di trasportare anche gli affreschidalle superficie curve, e limitando, poscia, con molta avvedutezza, la crosta calcare a pochi millimetri, riesce facile di ridurre piana la superficie curva. Così si applicano poi le pit ture a fresco, comunque siano, sopra tela, e si rendono facilmente proprie ad ogni ma neggio e collocazione. È questo l'ultimo, e certo più raccomandabile dei mezzi per le vare gli affreschi, non solo a preferenza del segamento della parete, come avvenne nel 1805, ma anche a quello forse meno infelice,quando ben adoperato, dello strappo, col quale si operò dallo stesso Barezzi (1818-1821) pei numerosi affreschi della Pelucca. 52 LA CAPPELLA DI SAN GIUSEPPE ALLA PACE modo, certo è che noi oggipossediamo l'intieracappella. Comunque, poi, la seconda parte si riguardi, non è meno degna d'attenzione dell' antecedente. Se la porzione figurata non ce ne avesse fatti ac corti, come sono gli angeli dalle età diverse ond'è cosparso, baste rebbero la contegnosa eleganza e la delicata sobrietà ond'è imma ginata per doverla attribuire all' artista medesimo. Essa consiste, nelle parti inferiori, di un contesto di modanature e di fascie, tra punte o a rose o a trecciedi cordicella,tema favorito nei ghiribizzi del Vinci, il quale contesto si disperde per terminare in lunghi calici dai gracili fiori e dalle foglie slanciate e leggieri, e, seguendo la ripartizione degli spicchi, per finire presso il centro della volta. Le vicende di questa cappella hanno già avvertito che se i pezzi esportati nel 1805 portavano più di un'offesa, gli ultimi è ragione che siano in una più deplorabile condizione. Ma appunto è que sta la pietosa opera prima dell' archeologia, quella di contendere al tempo anche le rovine. Quì, le rovine, lo si crederà facilmente, hanno confini; una gradazione vi esiste di più o di meno. Quello che possiamo assicurare, egli è che, grazia la perizia dello Zanchi, in un'operazione così ardua, nulla si è perduto di quanto esisteva, anzi dovremmo dire éssersi fatto il guadagno di quanto non si ve deva dapprima, spogli come ora sono ipezzi dal sucidume e dalla polvere ond'erano ottenebrati. Ora, ecco il numero e l'aspetto loro: 1.º I quattro profeti alla volta dell'arco d'ingresso: altrettanti busti di figure, due delle quali, coronate, rappresentano evidentemente David e Salomone; gli altri due probabilmente Isaia e San Luca, che col vaticinio e colla storia celebrarono la Vergine Madre: i meglio conservati sono il Salomone e l' Isaia. sono 2.º Sette degli otto spicchi in cui compartivasi la vôlta: frettiamoci di avvertire che uno degli spicchi manca; eraquello che rispondeva alla parte superiore dell'altare di contro all'ingresso, ese ne comprende lacagione,come che si trovasse nella parte più esposta all'influenza dei venti aquilonari. Siffatti spicchi hanno forma di pera, amotivo dell'intreccio ornamentale ond'erano col legati alle vele; e queste, e nel loro centro, lasciavano luogo a teste di cherubini esatteri. Entro ogni spicchio sinotano tre angeli; due di questi, quelli laterali, stanno sempre in ginocchio suonando istru menti diversi da corda o da fiato, o recandosi tra mani cose di af E GLI ULTIMI SUOI AVANZI. 53 verse; l'angelo di mezzo, sebbene in atto di preghiera o di canto, si mostra invece alternativamente in piedi e inginocchiato; i primi in rispondenza agli assi della cappella: questi alle diagonali. Del pari, i primi sono angeli guerrieri, vestiti di più o meno ampia corazza, sino a comprendere l'intera persona; i secondi, angeli di pace, e indossano ampie clamidi e manti di vario colore; l'an gelo mancante appartiene ai primi: tutte queste figure campeg giano sopra un fondo di cielo luminoso dorato di sole, entro cui nuotano cherubini pari a quelli veduti. I pezzi in ogni punto con servati si limitano a due o tre: gli altri sono non senza sensibili lacune; bastanoperò perdarci un'idea abbastanza piena dello stile dell'artista: fra i pezzi conservati trovasi uno degli angeli migliori. 3.° Cinque semilunette, due delle quali di qualche maggior raggio:- tutte contengono angeli musicanti; quellemaggiori con tengono per ciascuna tre angeli in ginocchio intenti al canto o so pra un volume o davanti ad una pergamena; nelle tre minori stanno per ciascuna due angeli infanti, accosciati, che soffiano entro strumenti da fiato. Considerando la varietàdei soggetti e delle dimensioni, e riflettendo all'organismo della cappella, si com prende che dodici erano coteste semilunette su cui cadeva la vôlta; che le maggiori si vedevano al mezzo di ciascuna faccia; le mi nori, le si tenevano di fianco, ond'è che mancano,siccome perdute. duedelle prime e cinquedelle seconde: la noncurata conservazione e forse la mala costruzione del tetto dovevano necessariamente ridondare a loro danno, tanto che anche le poche giunte in porto mostrano lesioni gravi, perdita di teste o d' intere figure; pure ri mangono parti di carni e di panni di tanta bellezza, che bastano a farle degne delle cure cui furono scopo. 4.° Otto cherubini esatteri entro forme incerte, ma che erano di trapezio: si mostrano sotto diversi aspetti, egualmente però monocromi; quattro tinteggiati di quel rosso-bruno che i quat trocentisti dicevano sinopia, oggi brunino; gli altri di semplice terra d'ombra: i primi si trovavano nell' intreccio a riquadri di nervature modinate che univan gli spicchi alle vele; i secondi nel seno triangolare delle stesse vele; otto erano pertanto iprimi, al trettanti i secondi, onde ben si avvede come il numero siasiscemato della metà. Nonsono lavoridi grande importanza artistica,ma due cose accusano abbastanza distintamente il principio sempre omo 54 LA CAPPELLA DI SAN GIUSEPPE ALLA PACE geneo in ogni punto della composizione figurativa e decorativa e la direzione mancata giammai dell'artista anche nelle cose secon darie. 5.° Due frammenti d'una composizione istoriata;-nelfram mento maggiore vi si travede la raffigurazione della Vergine pre sentata al tempio; nel minore,e assai limitato, un angelo volante, probabilmente parte del sogno di Giuseppe, contrassegnato nei temi d'arte col motto : noli timere. Cotesti frammenti appartengono alle pitture delle pareti, ed erano quelle situate ai lati interni del l'arco d' ingresso: lo stato loro è molto sparuto; non lascia peral tro d' attestare la eletta mano del Luini. 6.° Tre frammentid'angeli musicanti: non offrono forme pre cise d'insenatura, onde si possa dedurre la loro collocazione; solo può arguirsi che di certo appartenevano alle pareti: uno di questi frammenti raffiguranti l'intera figura d'un angioletto che suona un violoncello è fra quelli meglio conservati e che rivela la ma niera elegantemente ingenua dell'autore. 7.° Un frammento di paesaggio con aspetto di edifici di città nel lontano; lo citiamo, non che pel complemento del numero dei pezzi, ma perchè dal luogo ove fu tolto e dal carattere del dipinto è lecito dedurre che le intere pareti della cappella dovevano es sere largamente istoriate e coperte di pitture finamente condotte, tanto accurata ci si presenta siffatta pezzuola di pittura per sè stessa di lievissima importanza. Dopo le osservazioni che siamo venuti raccogliendo intorno ai singoli frammenti, ci pare superflua ogni considerazione sul me rito dell'opera. Questo solo ci conviene soggiungere sul lavoro, ed è che, offuscato come pur tanto si ravvisa, lascia lapersuasione di essere stato uno dei più spontanei e più cari dell'artista, tanto evidente è l'ordine delle parti col tutto, tanto è il nesso omogeneo che vi collega ogni idea e ogni cosa. Vorremmo pur farci una domanda, ed è a qual' epoca appar tengano cotesti frammenti. L'elemento diretto, l'abbiamo detto, ci manca: alla fine dello scorso secolo, prima della soppressione della chiesa, il Bianconi, che ne rappresenta le opinioni, assegna loro l'anno 1520, senza esprimere su qual argomento s' appoggi. Noi non sappiamo seguirlo sopra questo sentiero. Non è però dif ficile avvicinarsegli per altra via. Su queste pitture si hanno im E GLI ULTIMI SUOI AVANZI. 55 pronte così speciali che ci sembrano tali da bastare acollocarle, se non altro, nell'ordine cronologico dei lavori dell'artista.Pernon essere dogmatici, diremo ciò che cidetermina.Noivediamo in tutti questi pezzi, così della primacome della seconda serie,un alternarsi di tendenze diverse; talora è il far chiaro, lucido, trasparente, senza ombre vive, nè colori petulanti,onde quell'aspetto che tiene della madreperla; tal' altra, invece, intervengono le forme solide, dense, consistenti, i toni robusti, i colori schietti, sfavillanti, in fuocati. Questo si riscontra tanto nelle storie, come nella deco razione figurata della volta, facendo pur la parte dei danni pa titi e dei restauri sofferti. Ora, guardandoci attorno, ci pare di dover mettere cotesta pittura, in ordine di tempo, tra quelle del monastero delle Vetteri, ovvero tra quelle tolte dalla chiesa degli Umiliati di Brera, queste segnate 1521, e le altre della villa della Pellucca, di cui esistono per tutte esempi nella Pinacoteca di Brera. Ad ogni modo, le reputiamo anteriori a quelle del monasteroMag giore, che altrove , le conghietture ci condussero a credere dipinte tra il 1525 e il 1530, dove l'artista ci sembra aver toccato l'apogeo della sua perizianella maniera forte. Noi mettiamo, adunque, que ste della cappella di San Giuseppe circa intorno al 1524, epoca assai vicina alle storie dipinte nel santuariodi Saronno, che vanno appunto segnate dell'anno istesso.6 Agli studiosi, crediamo, non vorrà parere senza interesse, in mancanza d'una biografia del Luini, di leggerla, di ricercarla al meno, nel concatenamento delle sue opere. Se ciò avesse ad avve nire, ci compiaceremmo d'avervi gittato il seme con queste pa role sulla cappella di San Giuseppe e sugli avanzi di essa. G. MONGERI. * L'Arte in Milano. Milano, 1872, pag. 244. •Veggasi quanto, sul proposito delle maniere speciali delLuini edella sua esistenza in generale, noi scriviamo a pag. 267, del fascicolo dell'Archivio Storico cui il Bollet. tino presente viene annesso. Bull. Cons. Arch. An. III. 5 NOTIZIE. La R. Accademia de' Lincei, che non aspira a surrogarsi alle altre d'Italia, ma a superarlein attività e importanza,riceve men silmente notizie degli scavi d'antichità, che sono poi pubblicati per ordine del ministero dell'Istruzione. È un repertorio tanto utile per chiunque attende a studj siffatti, quanto curioso per chi soltanto se ne diletta. Negli ultimi due fascicoli sono annunziati i continui ritrovamenti etruschi a Tarquinia, a Orvieto, a Chiusi; gl'innumerevoli sepolcreti di Bologna con vasi e ornamenti. Pa lestrina principalmente diede veri tesori, non inferiori a quelli che si ammirano nella biblioteca Barberini; anzi degli ori meglio conservati, tavole, tubi, uncinetti, fibule, due tazze del diametro di 18 centimetri, lavorate a rilievo, tutto in oro; oltre oggetti di argento, di bronzo. Roma che si riedifica, rivela ogni giorno nuove rarità, e s'è po tuto in Campidoglio formarne un museo nuovo. Atacere il Palatino e il Coliseo, nello spazio del Foro Romano fra il tempio di G. Cesare e quello d'Antonino e Faustina sco pronsi le basi dell'edifizio ed iscrizioni, fra cui inestimabili fram menti dei fasti consolari. Altri monumenti apparvero nella siste mazione della via Nazionale, al Campo Varano, alla stazione della ferrovia, sulla via Latina. Antichità si sterrarono pure a Capua, a Pompei, a Ercolano, a Pesto, a Ruvo, a Brindisi, a Selinunte. NOTIZIE. 57 Nell' isola di Cipro, tanto interessante pei molti popoli che la abitarono, e pel lungo dominio che v'ebbero i Lusignani e i loro dritti od obliqui discendenti, è ora esplorata con paziente intelli genza dal conte Luigi Palma di Cesnola, che vi scoperse e rovine d'edifizi, e monumenti, e statue, e ornamenti d'oro ed iscrizioni. Ne dà ragguaglio allaR. Accademia delle scienze di Torino. Dei conti Palma di Cesnola e di Borgofranco diede i cenni ge nealogici il sig. A. Bertolotti (Pisa 1876) che li deriva da Spagna, dondevennero nel Canavese forse come capitani di ventura, e pre cisamente a Salassa e Rivarossa, e si segnalarono nell'armi e nella toga. C. C. GLI SCAVI D'OLIMPIA. Proseguiamo a riassumere dalle note che ci cadono sottomano quanto riguarda un'opera di esumazione che staper gittarenuova luce sulla storia dell' arte ellenica. In quest'occasione possiamo compierequanto riguarda laprima partedelle operazioni dell'anno corrente, essendo stata chiusa la campagna archeologica colla fine dell'aprile, al sopraggiungere del periodo delle pioggie. I risultamenti più importantidi cotesto primo periodo, furono quelli di mettere in luce quanto riguardal'iconografiadel tempio e di ciò che gli stava d'intorno. Ora riesce evidente che pertre lati era recinto d'un vallo di recente data e di costruzione informe: nella composizione di questo si riconobbero messi spietatamente a partito avanzi di statue, di piedestalli, d'iscrizioni: così, sepolti in un crepaccio di esso, furono incontrate 800 monete bisantine di rame, porzione delle quali in masse compatte, effetto indubbio d'una grande conflagrazione ivi avvenuta. Per tal mezzo si è riu scito a stabilire la storia delle alterazioni e delle catastrofi a tra verso delle quali le rovine si sono accumulate nel giungere a noi. Altra particolarità importante,concernente le fondamenta, è che il pavimento originale del tempio consisteva di lastre di marmo della grossezza di cent. 23 e che erano appoggiate ad un solido letto di mattoni. Difronte al secondo limitare agrado, si estendeva una specie di terrazzo e all'infuori di esso, dei piccoli e indipen denti giri di gradini,per cuipoterpassare nell'interno dell'edificio. 58 NOTIZIE. Col rimuovere la terra accumulata dalle alluvioni, si trovarono altri avanzi di muraglie conglomerate con ogni specie di materiali, fra cui un acervo significante di frammenti d'ogni specie, pesti e confusi, di marmi figurati o coloriti, di embricimarmorei con iscri zioni nel dialetto di Eli. Visi è pur trovato traccia, nellevicinanze, di una fabbrica circolare e dell'antico ordine dei sentieri giranti nel bosco sacro colle situazioni precise dei monumenti votivi che vi si erano collocati. Circa le scoperte riguardanti l'arte scultoria, il frutto non fu grande. Si è però giunti all'intero recuperamento del gruppo figu rato onde si ornava il frontone orientale del tempio del resto, frammenti abbastanza numerosi di torsi, di gambe, di estremità, e poi, di piedestalli portanti impronte diverse d'opere di statua ria. Devesi pur registrare la esumazione d'un considerevole fram mento d'una statua in bronzo: è il primo che di questa materia siasi incontrato. Fra i marmi sonvi delle teste di leone cuiera de stinato l'officio di doccioni, ed in esse si mostra chiaro l'inter vento di diversi periodi d'arte, chè da esemplari di forme arcaiche si va fino ad altri in cui mostrasi il più crudo realismo. Dal che s'induce la costruzione essere il portato d'una lunga serie di anni, interrotta da lunghi tratti di sospensione. Meglio dell'arte, la storia ha trovato di che avvantaggiarsi in questo periodo di lavoro. Fra i piedestalli scoverti havvene uno dimarmobianco conuna iscrizione votiva sudue linee riguardante la scultura cui era sostegno; da esso apprendesiessere quest' opera di unPrassitele di Camerina, colonia di Siracusa; sopra un altro piedestallo vi era la statuafigurante TelemacoEleo, figlio di Leone, onorato cosi dal Consiglio Olimpico, come dall' Ellenodiceo, presie duto da Antifane. Altre iscrizioni sono venute a compiere le frammentate giàsco perte, fra cuiuna che porge ampie notizie del Prassitele siracusano, onde appare avereegli dapprima vissuto a Mantinea nell'Arcadia, edi là, essersi trasferito ad Olimpia in avanzata età e dopo una fortunosa carriera.Alla speciemedesima appartiene un frammento dell'iscrizione di Ageladas, che si attacca dal lato sinistro a quello già posseduto, ma con ciò non siha ancor compita,quantunque già larga M. 1.30, sicchè deve attendersi unterzo frammento, e con que sto laparte iniziale. Intanto, dal testo accoppiato si deduce cheAge NOTIZIE. 59 ladas è il nome del padrediArgeiade, che si suppone lo scultore della statua ricordata, in piedi sul piedestallo. Una terza iscrizione si è pur resacompletacoinuovi pezzi costituentiil piedestallo della statua della Vittoria. Per essa vengono in luce alcuni pubblici do cumenti circa le trattazioni dei Messenii e la sentenza intorno al disputato territorio fra essi e i Lacedemoni, pronunziata dai Milesii. Vi ha la letteradegli arbitri diretta all'Arconte di Eli; la sen tenza dei Milesii a favore dei Messenii; finalmente, l' ordinazione che questa venga iscritta nel tempio d'Olimpia. Altre iscrizioni importanti, tra le nuove, se ne contano parec chie: una del III o IV secolo, a. C., che ricorda un Sofocle; un' al tra, un Licomede vincitore ai ginochi Olimpici; un altra, più re cente, con lodi all'imperatrice Faustina. La più singolare è però ancor quella letta sopra una base cilindrica di marmo, trovata al l'angolo sud-est del tempio della quale soltanto una stretta stri scia mostrasi condotta a perfetta pulitura alla sua estremità su periore. Su questa lista è scritto,sopra una sola linea e incarattere arcaico l' elegante distico citato da Pausania (V. 24.3) siccome ap posto ad una statua di Giove, alta dodici piedi, posta alla destra del gran tempio, e chesidiceva dedicata dai Lacedemoni all'atto di intraprendere la loro seconda guerra coi Messeni. L'iscrizione non è completa per qualche sfaldatura del marmo: nessuna trac cia, poi, della statua che il tronco cilindrico doveva sorreggere. G. M. BIBLIOGRAFIA. Sur la nécropole de Golasecca. Due Periodi dellaprima etàdel ferro nella necropoli di Golasecca. Ricerche e studidel prof. POMPEO CASTELFRANCO.- Estratto dal Bullettino di Paleontologia Italiana. La prima è una memoria che fu presentata ma non letta al con gresso internazionale d'antropologia e archeologia preistoricain Isvezia, e l'autore vi prometteva pubblicare nel 1875 un volume intorno ad una necropolidi Golasecca. Gli studj preistorici, come avviene delle cose nuove, sono pieni di ipotesi rischiose, che poi l'osservazione eli mina o riduce. Ormai lo stesso nome di preistorico si rifiuta, sostituen dovi quelle di esostorico, dovendosi quelle anticaglie supporre, non già anteriori ai tempi storici, ma ai tempi, anche comparativamente recenti, di cui la storia non ci conservò ricordi. Non si sono trovate lancie di selce, fusarole, vasi fatti a mano e grossolanissimi, insieme ad armi e utensili di ferro, e sino amonete romane? Oggi stesso non v'è popoli che mettono alle lancie o ai dardi lapuntadi selce, e nonconoscono l'uso del ferro? A coloro che s'imbarcano su questo pelago senza abbastanza biscotto, noi suggeriamo di leggere una importante memoria chePaolo Lioy ha pubblicato or ora negli Atti dell'Istituto Veneto. Essa torrà anche le paure da cui si lasciano dominare alcuni nel veder minac ciate le tradizioni, sulle quali si appoggia la odierna civiltà. Il signor Castelfranco, tanto benemerito per le cure adoprate at torno alla così detta Necropoli di Golasecca, dovette alla sua Memoria soggiunger una nota, ove disdice efatti e congetture che aveva espo BIBLIOGRAFIA. 61 ste in quella: lodevole atto di lealtà, e prova insieme del quanto sia facile lanciar alla ventura i nomi di Etruschi, di Celti, di cromlek, di necropoli, di tipi dell'età della pietra, del bronzo,del ferro, di abi tazioni lacustri .... Non si saprebbe invece lodar abbastanza la cura di raccoglier monumenti e cimelj, e di questi pare che abbia invi diabile ricchezza il sig. prof. Castelfranco, che così potrà correggere i predecessori e sè stesso, e portarsi avanti in una scienza, che fi nora non è che congetturale. C. C. G. OTTINO, responsabile, LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. Nel fascicolo 3º, anno II, del Bollettino della Consulta archeo logica si è già fatto cenno di questo avanzo, sotto il titolo: Ve stigia di una vetusta costruzione presso il Carrobio in Milano. Quel cenno riferivasi ad una ispezione di quel rudero di antica torre, operata dalla Consulta nel giorno 5 settembre dello scorso anno per invito della Giunta Municipale, in seguito all'annuncio dato da qualche giornale cittadino, che in quell'avanzo si fossero riscontrati tali indizii da poterlo ritenere parte di una delle torri di cui era munita la cerchia delle mura erette da MassimianoEr culeo. L'incarico della Consulta era di esprimere il suo parere sul valore artistico e storico di quella costruzione. Il rudero da esa minarsi trovavasi allora rinserrato fra le pareti di una casa di proprietà municipale; tuttavia la Consulta potè osservarlo par titamente lungo tutti i piani della casa fra i quali sorgeva, dal sotterraneo, cioè, al solajo, e potè indurne la convinzione che esso non presentava alcun interesse sotto l'aspetto artistico. La Con sulta notò il corso dei macigni di cui è costituita la parte infe riore, tagliati e disposti in modo informe ed irregolare, non che la costruzione piuttosto rozza della muratura superiore in lateri zio. Avverti nella estrema parte compresa nel piano del solajo un andamento poligonale nella curva del muro, che non apparve al lora molto evidente, nè ordinato a cagione degli squarci da cui il muro era deteriorato,e degli impedimentiprodotti dall' angustia Bull. Cons. Arch. An. III. 6 64 LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. del sito. Dai detti squarci si potè però riconoscere che dietro il primo corso dei mattoni la costruzione presentava un materiale confuso e grossolano. La parte del muro rinserrata nel piano sot tostante era rivestita di intonaco; quella del primo piano non of friva alcuna particolarità, per cui non si potè arguire dalla loro superficie, se ivi continuasse la forma a poligono. La Consulta non potè, dalle esplorazioni fatte in quel giorno, trarre argomento per determinare l'età e la destinazione dell'edificio, e dedurne il va lore storico ; riservossi quindi di manifestare sul proposito il pro prio giudizio, quando dopo la demolizione già decretata della casa in cui trovavasi quell'avanzo, venissero in luce nuovi indizii a sussidio de' suoi criterii. Compiutosi di presente l'atterramento della suindicata casa, la Consulta, nuovamente chiamata dalla Giunta Municipale, recossi in luogo per le ulteriori sue indagini, in conformità anche ai doveri inerenti alla propria istituzione. La vista complessiva di quella vetusta costruzione, resa ora li bera da ogni ingombro, confermò il precedente giudizio circa la sua insignificanza sotto l'aspetto architettonico. L'attenzione della Consulta dovea quindi essere volta a consi derarne l'importanza storica; e la necessità di questo accurato studio rendeasi anzitutto manifesta per le interessanti memorie che si collegano a quella località, presso la quale, come è noto, aprivasi la porta Ticinese all'epoca di Massimiano. La Consulta ebbe primieramente aconstatare che la superficie di quel segmento di torre presenta in tutta la sua lunghezza e sino nelle fonda zioni la forma poligonale, salvo che in queste l'andamento dei lati non corrisponde a quello dei lati superiori. Operato uno scandaglio lungo laperimetria del basamento verso occidente, se ne trovò la continuazione sino ad un certo punto, oltre il quale era impedito da ostacoli locali di estendere le ri cerche. La parte scoperta ha pertanto permesso di stabilire che dodici erano le faccie di quell'edificio, con apparenza però di poca esattezza nella corrispondenza delle rispettive misure. La nuova porzione del basamento che si rintracciò è pure composta di grossi macigni a corsi di disuguale altezza e rozzamente ta gliati, e con informi protuberanze. Sotto l'ultimo giro di quei massi si è trovato un muro a guisa di sperone, formato di grossi em LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. 65 brici disposti a scaglione. La sua larghezza non potè essere misu rata, perchè il muro internavasi da un lato verso il terreno, in cui per la ragione suaccennata non era consentito di spingere l'esplorazione. La sua apparenza era di una sottomuratura di rinforzo. Altro affatto somigliante si rinvenne in un successivo scandaglio a poca distanza dal primo, e questo misurava circa 90 centimetri in larghezza. Col mezzo di questo scavo e di altre in dagini praticate nella parte superiore del rudero in senso quasi opposto, e in sito in cui cessa il suo attacco col muro di altra fabbrica adjacente, si potè determinare il diametro esterno della torre, il quale non supera i 6 metri misurato dagli spigoli. Del diametro interno non fu possibile accertare la lunghezza,stantechè la curva del muro venne manomessa e riattata per praticarvi una scaletta a chiocciuola della casa privata che s'addossa al muro stesso, il quale serve di muro divisorio. La lunghezza del diametro esterno risultò puredal calcolo basato sullamisura di uno dei lati il meglio conservato, la quale è di m. 1.28; tenuto conto anche del fatto che i lati non appariscono tra di loro in larghezza esat tamente eguale. Nella superficie esterna si apre una piccola fine stra a foggia di feritoja, della quale sussiste l'apertura ad imbuto verso l'interno, ricoperta per intiero ne' suoi lati da recenti into nachi. Sotto la parte di basamento che già si è osservata verso nord, sino dal passato anno, corre il muro di fondazione in laterizio su cui posa il basamento,costituito nellaparte più bassa di uncorso di pezzi di sarizzo alti centimetri 20, che ne sostengono un al tro di massi di ceppo di doppia altezza dei primi; si eleva in se guito un altro ordine di pietre conparte di muratura in mattoni, e su questo posano quattro corsi di disuguale spessore, formati di pezzi di sarizzo. La complessiva altezza del basamento è di m. 3.14. Rimarrebbe però sempre a determinarsi quanta parte del basamento stesso alzavasi libera dal suolo al tempo nelquale l'edificio fu costrutto. Tentatosi uno scavo sotto il muro di fon dazione, si rinvenne per un tratto di circa due metri e mezzo la platea, costrutta in mattoni posti in piano. La sua disposizione fa ragionevolmente supporre che essa secondi l'andamento del giro della torre, descrivendo un esagono, ogni lato del quale cor risponderebbe presso a poco a due dei dodici in cui la torre 66 LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. stessa è foggiata. Poco sotto la platea si incontrarono le acque sorgive. Si fece eziandio una esplorazione entro un canale di fognatura che s'apre vicino alla torre dalla parte rivolta verso il Carrobio, ma nonvi si rilevò indizio disorta che potesse interessare le ri cerche della Consulta. Solo si sono trovate alla distanza di circa metri 10, in direzione alla via de' Medici, tre colonne di granito bianco erratico, collocate in senso longitudinale, e interrate per circa due terzi della loro altezza; esse reggono informi pietre a guisa di capitello, sulle quali girano due archi.¹ Il diligente esame che si fece di quella costruzione, e i dati ri sultanti dagli eseguiti scandagli potrebbero per sè soli offrire suf ficienti criterii per esprimere un giudizio circa l'età approssima tiva in cui fu eretto quell'edificio. Ma prima di esporre partita mente le ragioni che concorrono ad avvalorare il giudizio stesso, credesi opportuno di far precedere alcuni cenni relativi ad ap prezzamenti e a fatti di cui è menzione nelle opere di varii nostri scrittori di cose patrie, e che hanno diretto rapporto coll'argo mento in discorso. E anzitutto, poichè nei citati giornali cittadini si è ripetuta mente fatto cenno di quella torre come di una recente scoperta, giova osservare che l'avanzo della torre medesima, trovandosi entro un'osteria di antichissima data, quella detta dei Tre Scanni (emblema del quartiere diPorta Ticinese), in cui era visibile fra i diversi piani della casa, era ed è assai noto. Esso è ricordatodal Lattuada nella sua Descrizione di Milano, stampata nel 1737. Ecco le sue parole a pag. 3 del Tomo IV: Sopravvanzò alla co mune demolizione (quella, cioè, ordinata dal Barbarossa) dellefor tificazioni di questa città una Torre contigua alla mentovata Porta (la Ticinese), che sino a' nostri tempi vien chiamata la Torraccia, o sia la Torre de' Malsani, forse lasciata in piedi, come crediamo, perchè vicina ad uno spedale, in cui si curavano molti infermi; di questa ancora a' nostri tempi se ne vedono alcuni indizj, benchè ridotta ella sia in figura di casa, nel luogo ove si vedeva dipinta In queste indagini la Consulta è stata assecondata colla piùlodevolesollecitudine dall'Assessore Municipale signor ingegnere cav. Gioachino Tagliasacchi, dal sig. Eu genio Saldarini, ingegnere addetto all'Ufficio Tecnico, edal sig. Carlo Neymiller, primo disegnatore dell' Ufficio stesso. LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. 67 sopra il muro una divota Immagine di Maria Vergine de' SetteDo lori. " Annessa all'Ospedale dei Malsani era la chiesa di S. Materno, come afferma Gio. Battista Carisio, nel Catalogo delle chiese di strutte, con queste parole: La Chiesa e Spedale di S. Materno si trovavano in Carrobbio di Porta Ticinese per andare a S. Ambro gio, vicino ad una Immagine della Beata Vergine de' Sette Dolori; ed ancora si chiama la Casa di S. Materno, o sia de' Malsani. Della Torre dei Malsani fa ricordo il Torre nel suo libro: Ri tratto di Milano, edito nel 1674. Egli così si esprime apag. 129: Dianzi della ruina, che diede il Barbarossa a Milano, in questo sito (il Carrobio) veggevansi le mure vecchie e primiere della Città con Porta e Torri ne' suoi lati, chiamandosi Porta Ticinese : e giac chè si troviamo qui fermi, date cortesi occhiate alla vicina dipinta casa, che tiene al lato sinistro l'Osteria dei Tre Scanni, insegna appunto rimodernata alla stessa Ticinese Porta ...... Antica mente qui vicino ergevasi una Torre chiamata de' Malsani, che ser viva di Spedale a chi sottoposto viveva al male di lebbra, e con tigua si teneva una Chiesa chiamata S. Materno ; di questa Torre, anche ne' nostri tempi scorgonsi alcuni avanzi, non sotto sembiante di torre, ma di semplice abitazione, benchè dicasi la Torrazza: colà poi dove stassi sotto vetri quella effigie d' una addolorata Vergine, pittura antica a fresco, innalzavasi ne' tempi, un pezzo fa scorsi, della Lebbrosia lo Spedale." Nonpotevasi in modo più preciso indicare il sito ove si in nalza il rudero che è l'oggetto di queste investigazioni, non meno che lo spazio occupato dall'Ospedale dei Malsani e dalla chiesa di S. Materno, conterminato verso occidente e mezzo giorno dall'incontro della via del Torchio col Carrobio. Eciò basti circa il fatto della scoperta. Di maggiore interesse 2Quell'affresco fu staccato e trasportato su tela circa due mesi fa, quando era im minente la demolizione della casa, entro la quale era racchiuso l'accennato rudero. Il detto dipinto trovavasi sul lato della casa stessa che fronteggiava la via del Torchio. Ai piedi della Vergine Addolorata stanno S. Giovanni Battista e S. Materno vescovo. In giro sono rappresentati entro piccoli tondi i fatti della Passione. Sotto v'è la leggenda: Anno tribulationis peste grassante 1576. Più basso si vede uno stemma nel cui campo si erge un'alabarda sormontata da un'aquila a una sola testa colle ali spiegate. Lo stato di deperimento della parte inferiore di quello stemma non ha permesso di rilevare se vi fossero altre insegne. Il dipinto verrà depositato nella Basilica di S. Lorenzo. 68 LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. sarà il ricercare se sia attendibile l'origine attribuita a quell'a vanzo dai giornali che ne segnalarono la scoperta. Il Giulini nelle sue Memorie della città e campagna di Milano nei secoli bassi, parlando nel vol. III a pag. 113 e seg. (Ediz. del 1853) della cerimonia del lavacro di un lebbroso che faceasi dall'Arcivescovo nel lunedi che seguiva la domenica delle Palme, soggiunge, all'appoggio dell'autorità del Beroldo e di un docu mento citato dal Puricelli, che tale lavanda eseguivasi presso alla Porta Ticinese e al Carrobio di essa. Uno dei testimonii fir mati sotto il detto documento, nota più esplicitamente che la cerimonia facevasi ad Portam Isnensem (corruzione di Ticinensem) ibi ubi dicitur ad Turricellam Malsanorum. Beroldo descrivendo la solenne processione che solea farsi il di precedente coll' inter vento pure dell' Arcivescovo, dice che essa passava dalla basilica di S. Lorenzo a quella diS.Ambrogio, entrambefuori della città, e che giunta presso la porta Ticinese, al sito dove il prelato so leva lavare il lebbroso, si divideva: gli ordinarii entravano in città per recarsi alla chiesa maggiore, e l'arcivescovo seguiva il suo cammino al di fuori per andare a S. Ambrogio. Risulta per tanto da questo cenno chiaramente indicato che l'Ospedale dei Malsani colla torre e la chiesa di S. Materno trovavasi fuori della città nell'area compresa tra le mura e la via che ora è detta del Torchio. In base alle predette citazioni puossi assai ragionevolmente ri tenere che la torre, di cui rimane il notato avanzo al Carrobio, sia veramente la Torraccia dei Malsani. Questo giudizio non po trebbe certamente essere tacciato di temerità nemmeno da co loro che con diverso avviso vedono in quel rudero il restodi una delle torri delle fortificazioni della città costrutte da Massimiano. Il Giulini, parlando della distruzione operata dal Barbarossa delle mura, delle torri e delle porte diMilano, nota che quell' Impera tore risparmio, meno qualche eccezione, i campanili e le torri delle chiese, non così le torri spettanti ad edificii privati, e ri corda fra queste la torre de' Morigi, una presso il verziere, un'al tra presso il Carrobio di Porta Ticinese, una o due nel luogo detto la Balla, ed altre in diversi siti (vedi vol. III, pag. 604 e seg. della citata edizione). Ma qui sorge spontaneo un riflesso. Al Giulini era nota l'esi LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. 69 stenza del rudero della torre al Carrobio, come non può dubitarsi per le ripetute citazioni che ne fa. Se nella sua mente fosse nato anche solo un semplice dubbio che la torre medesima avesse fatto parte delle fortificazioni della città costrutte da Massimiano, non avrebbe mancato di parlarne nella sua opera a proposito della Porta Ticinese e del corso delle mura in quella località, men tre, trattando del giro di esse e delle loro torri, nonchè del sito ove aprivansi questa ed altre porte, si diffonde in particolareg giati ragguagli per convalidare le sue argomentazioni e i suoi as serti; e il mentovato rudero sarebbe in tal caso stato per lui un prezioso indizio per determinare la precisa ubicazione della porta Ticinese. La stessa considerazione si presenta a riguardo del Fumagalli, il dotto autore delle Vicende di Milano durante le guerre con Federico I Imperatore, e delle Antichità longobardiche milanesi, il quale consacra in que' suoi lavori molte pagine, e vi cita l'au torità di altri scrittori per diradare le incertezze riferibili al me desimo argomento. Ma il silenzio di quegli eruditi quanto dili genti raccoglitori delle memorie patrie intorno all'avanzo di torre, di cui è discorso, ci è spiegato da un passo del Chronicon Majus di Galvagno Fiamma. Questo scrittore dettò le sue Cronache nella prima metà del XIV secolo, e al suo tempo rimanevano in piedi parecchi avanzi delle vecchie mura, e la memoria di esse era an cora assai viva. Di queste egli traccia la cerchia con particola reggiate indicazioni. Dopo aver condotto il muro, partendo dalla porta Romana per le porte Tosa, Orientale, Nuova, Comacina e Vercellina sino alla chiesa di Santa Maria al Circolo, soggiunge: Dein vergebat usque ad Cloacam ubi dicitur ad Carrubium Portae Ticinensis, et ibi erat Porta Ticinensis. Inde reflectebatur per viam levatam, usque ad Domum Fratrum De Gallarate. Da questo cenno dovrebbesi pertanto arguire che il tratto di muro che par tiva da Santa Maria al Circolo toccasse il Carrobio poco al di sotto dello sbocco dell'attuale via de' Medici, e quindi in un punto interno più addietro di quello ove trovasi il resto della torre di cui si tratta. Qual fosse poi la Via levata, di cui fa cenno il Fiamma, lo ad dita il Giulini a pag. 623 del Vol. III, in cui ricorda l'esistenza in quella via di un monistero di religiose che chiamavasi di San 70 LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. “ Domenico de Via levata. Questo monistero, egli dice, fu unito con quello delle monache di Santa Maria in Valle, e se ne ve dono ancora alcuni notabili avanzi inquella strada che chiamasi contrada degli Stampi. Ella è adunque cosa sicurissima che la contrada, la quale dal Fiamma si addomanda Via levata, è quella che ora chiamasi degli Stampi, perchè ivi ha già da molti secoli la sua abitazione l'illustre famiglia Stampa. Nella raccolta diplo matica del signor dottore Sormani,io ho trovato una carta scritta ai 17 d'ottobre del 1219, che termina colle seguenti parole: Ja cobus Stampa Filius qd. Ser. Condapili Stampe de Via levada Notarius, et Imperialis Missus interfuit, et hanc cartam scripsit. Il nome di Via levata, o elevata, c'insegna subito la ragione per cui il vicino monistero e chiesa di Santa Maria, che resta più bassa, si addomandi in Valle. " La testimonianza del Fiamma è per questo argomento di gran dissimo valore, e come tale venne debitamente apprezzata dal Giulini e dal Fumagalli. L'affermazione del Fiamma non po trebbe dunque essere contradetta se non da altre più attendibili ed autorevoli argomentazioni, o da indiscutibili prove materiali. Giova intanto notare che lo sbocco della via degli Stampi nel Carrobio corrisponde precisamente a quello della opposta via dei Medici. Da questa via sino all'incontro del basamento della torre diroccata, di cui è questione, la distanza è di 18 metri, spazio più che sufficiente per contenervi la larghezza complessiva delle mura, delle torri sporgenti e della fossa. Puossi perciò relegare senza difficoltà la mentovata torre all'esterno della città in vici nanza alla porta, e ritenere che essa altro non fosse che la Tur ricella Malsanorum, ossia la Torraccia,della quale non è peranco in quel quartiere spenta del tutto la memoria. Ora facciamoci a considerare attentamente la diruta torre per giudicare dalla sua struttura e dagli altri suoi caratteri, se essa possa considerarsi come costruzione dei tempi di Massimiano, e come un avanzo delle opere fortilizie della città. Già si è notato, sulle traccie evidenti che offre il resto di quel l'edificio, che esso si ergeva in forma poligonale a dodici lati. E qui si affaccia tosto l'opportunità di indagare quale fosse la forma delle torri, di cui erano munite le mura e le porte della città. Scarsissime però sono le nozioni intorno ad esse, siaper il silenzio LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. 71 o l'incertezza degli scrittori che si occuparono di questo argo mento, sia per la mancanzadi prove materiali. Tuttavia una sco perta di pochi anni fa porgerebbe qualche indizio per ritenere che le torri delle mura fossero costrutte in forma quadrata. Al lorquando nel principio del 1869 si procedeva nella via del Monte di Pietà agli scavi per le fondazioni del palazzo della Cassa di Risparmio, si rintracciò una porzione del muro di Massimiano per un tratto di 30 metri, la quale presentava una sporgenza ad angolo retto verso l'interno, che formava un quadrato di m. 3,30 per 5,50 solidamente collegato al muro stesso. Veggasi intorno a questa interessante scoperta la Notizia sulle antiche mura di Massimiano, pubblicata nel 1869 dal chiarissimo dottore dell'Am brosiana, sac. Antonio Ceruti, il quale crede a giusta ragione che in quel quadrato debbansi ravvisare le fondamenta di una delle molte torri, che intersecavano ad intervalli le mura. Il muro ivi rinvenuto era al livello dell'attigua via. La torre, della quale apparve la traccia, è presumibilmente quella che ha servito di campanile alla chiesa del monastero di S. Barbara, detto già di Aurona, che alzavasi sull'area ora occupata dal mentovato pa lazzo della Cassa di Risparmio. Il Besta, che viveva ai tempi di S. Carlo Borromeo, ricorda che quel campanile fu demolito nel 1583. Una seconda traccia di torre di difesa delle mura si è scoperta nel 1870 presso lo sbocco della via dei Rastrelli nella via Larga, poco lungi dal corso del canale Seveso, nell'occasione in cui si costrusse un nuovo canale di fognatura, il quale dalla suddetta via va a immettersi nel Seveso. Di quella torre, la quale è di forma circolare, e constadi solo laterizio, non si potè mettere allo scoperto se non un quarto circa del suo perimetro, perchè la re stante parte si protende sotto le fondamenta del vicino Palazzo Reale. Dalla curva descritta da quel segmento si potè calcolare il diametro della esterna circonferenza, il quale è di metri 14.60. Codesta scoperta è ricordata nella diligente Memoria che l'egregio cav. Emilio Bignami,ingegnere di Riparto presso l'Ufficio Tecnico municipale, comunicò al Collegio degli Ingegneri ed Architetti, e pubblicò nello stesso anno col titolo: Ruine dell'antica Milano, corredandola di un esatto tipo. La forma circolare di questa torre e l'assenza nel suo muro di ogni materiale in pietra, richiamano 72 LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. quella di somigliante struttura eretta da Ansperto nel IX secolo presso il Monastero Maggiore, sicchè anch'essa può ragionevol mente attribuirsi a quell'arcivescovo, il quale, come è noto, prov vide a ristaurare le fortificazioni della città, e come lo attesta la di lui iscrizione sepolcrale che si conserva nella Biblioteca Am brosiana: MOENIA SOLLICITUS COMMISSAE REDDIDIT URBI DIRUTA; alludendosi ai guastiarrecativi dai Goti, quando condotti daUraja devastarono la città, e che non vennero se non inparte riparati da Narsete. La struttura delle porte ci è indicata nei bassorilievidell'al tare della basilica di S. Ambrogio operati da Volvinio sul princi pio del IX secolo per ordinazione dell'arcivescovo Angilberto II. Nella parte posteriore dell'altare, nella quale sono raffigurati va rii fatti della vita di S. Ambrogio, trovansi due riparti, in uno dei quali si vede il Santo che montato su un destriero abbandona la città per recarsi nell'Emilia e nella Liguria (ubi Ambrosius Emi liam petit, ac Liguriam, come esprime la leggenda), nell'altro è rappresentato nel momento in cui per divina ispirazione vi fari torno (ubi fugiens Spiritu Sancto flante revertitur). In uno di quei riparti vedonsi le mura di Milano colle torri a forma quadrata; nell'altro è figurata una porta con due torri pure quadrate a fianco. Ora non è a presumere che l'artefice volesse di suo capric cio foggiare le torri quadrate, se esse avessero avuto una diversa forma. Ma v'è di più. Contro la porta figurata da Volvinio tro vasi all'esterno una speciale costruzione, la quale serve a carat terizzare viemmeglio leporte della nostra città; è questa una torre posta dirimpetto all'ingresso che chiamavasi antiporta, della quale gli antichi cronisti e gli storici milanesi concordemente asseriscono che fossero per maggior difesa provvedute le porte. Aproposito dei citati bassorilievi, il dott. Giulio Ferrari, l' eru dito autore della Illustrazione dei monumenti sacri e profani della Basilica di S. Ambrogio in Milano, così si esprime: " In questa parte posteriore dell'altare meritano d'essere osservati gli anti chi abiti degli ecclesiastici, non meno che dei secolari, la struttura delle mura antiche di Milano, e le torri quadrangolari poste di LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. " 73 rimpetto alle porte della città. Il Giulini, citando questa speciale torre che il Volvinio ebbe cura di rappresentare avanti alla porta, nota, a pag. 225 del vol. II, che essa è più bassa delle due di fianco, e che è triangolare,conformemente al ricordo che ne fanno i detti cronisti. Vitruvio nel suo trattato dell'architettura, ragionando della forma più conveniente per le torri di difesa delle mura e delle porte delle città, dà la preferenza a quelle di figura rotonda sulle torri quadrangolari; ma nonostante il suo avviso e le ra gioni che ne adduce, sta il fatto, che la massima parte delle torri di fortificazione de' tempi romani che tuttora si conservano, sono quadrangolari, poche le rotonde. Niun cenno è fatto nellibro del ricordato architetto di torri a poligono; tuttavia ne esistono alcune a forma ottagonale. Ma per trovare esempi di torri poligonali a maggior numero di lati, bisogna scendere a tempi più bassi. Tali sono per citarne un caso, quelle a sedici lati che fiancheggiano la porta Palatina di Torino, la quale non è anteriore all'ottavo secolo. Lasciando pure insoluta la questione se le torri di Mas simiano fossero rotonde o quadrate, sembra, da quanto si è detto, potersi escludere che esse venissero costrutte con una forma di versa dalle indicate. Ma è tempo oramai di considerare con attento e particolareg glato esame la parte superstite della torre al Carrobio, per giu dicare se a quell'edificio si possa attribuire l'importanza e il ca rattere di un'opera fortilizia dei tempi romani. L'impressione prodotta dal meschino suo aspetto, fatta astra zione del suo stato di degradazione, è ben dissimile da quella di cui è penetrata la mente, leggendo i cenni che intorno alle for tificazioni di Milano di quei tempi ci hanno lasciato tantiscrittori concordi nell'attestarne la struttura robustissima e splendida. L'anonimo autore del ritmo in lode di Milano, il quale, se condo il giudizio del Fumagalli, del Giulini e d'altri eruditi au tori, visse nel secolo VIII, così le descrive : Celsas habet opertasque turres in circuitu, Duodecim enim latitudo moenium est pedibus, Immensumque deorsum est quadrata rupibus, Perfectaque eriguntur sursum et fictilibus ; Erga murum pretiosas novem habet januas, etc. 74 LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. In tale stato doveano trovarsi quelle fortificazioni anche nel XII secolo, quando vennero guaste dal Barbarossa. Il Morena, che scrisse poco dopo la distruzionedella città, ordinata da quell' Im peratore, nota che malgrado la lunga, accanita e laboriosa opera di demolizione, " remansit tamen fere totus murus civitatem cir cumdans, qui adeo bonus et de tam magnis lapidibus confectus fuerat, et quasi centum turribus decoratus, quod, ut extimo, num quam tam bonus fuit vigens in Italia praeter forte romanum, ne que deinceps videbitur. „ (Rerum Ital. Script , tom. VI, col. 1105). Tristano Calco fa egualmente fede della solidità e floridezza delle muradi Milano, laddove dice: ex moenibus autem turribu sque centum ob materiae duritiem et caementi soliditatem non mul tum disiici potuisse et Morena affirmat et reliquiae diu declara runt. (Histor Patr., liber X, pag. 212). E il Guntero (Ligurin, lib. VII)porge pure testimonianza che: Extructus quadris vallabat moenia saxis Murus; Anche il Fiamma, descrivendo la rovina della nostra città, at testa che il muro non si potè allora per la sua forte soliditàat terrare : Murus tamen Civitatis infra erat grossus ; plusquam cen tum Turribus redimitus ; quo in Italia nullus quasi pulchrior visus fuit ; ex quo tunc destrui non potuit (Manipul. Flor. Cap. 195). Le affermazioni dei citati scrittori ebbero una conferma nella porzione delle mura di Massimiano che, come giàsi disse, venne allo scoperto quando si praticarono gli scavi per le fondamenta del palazzo della Cassa di Risparmio nella via del Monte diPietà. Quel muro componevasi,come accenna nella sua Notizia sulle an tiche mura milanesi di Massimiano il già ricordato dottore An tonio Ceruti, e come possono attestare quanti lo videro, " digrosse pietre quadrate e di durissimi mattoni legati da fortissima calce, sì che la sua compagine avrebbe sfidato altri secoli senza punto risentirne danno, e l'azione dissolvente del tempo non potè im primervi l'inevitabile suo marchio che debolmente. „ La sua di struzione ha richiesto un lavoro lungo, assiduo, e l'ajuto delle mine, tanto ne era tenace e compatta la struttura. I poderosi massi che lo rivestivano erano accuratamente squadrati e bene LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. 75 spianati nella superficie esterna, disposti e accostati con regolaris simo ordine. Ebbesi pure allora a constatare che il suo fondo posava su due strati di ciottolini e di puddinga. Di tal modo di costruire, robusto insieme e di decoroso aspetto, invano si cercherebbe il riscontro nella torre al Carrobio. Questo edificio presenta nel complesso delle sue parti gli indizi di una costruzione affrettata e quasi informe. Il basamento in pietra, a diversi corsi di ineguale altezza, consta di massi rozzamente ta gliati, con protuberanze nella superficie esterna, e grossolana mente assestati nel loro incontro agli spigoli determinati dalla sua forma poligonale. I lati della parte inferiore dello stesso ba samento non sono in corrispendenza con quelli dellasua parte su periore, e la soprastante costruzione in laterizio è formata da un accozzamento di mattoni di diverse qualità, di disuguale altezza e larghezza, collocati con disordinata disposizione, e per conseguenza a corsi tutt'altro che regolari. Il cemento da cui sono allacciati non ha la forza, nè il carattere di quello di cui porgono esempio le murature dell'età romana; il riempimento manca di salda te nacità. La prova ne è evidente, considerando la facilità con cui fu tagliata e sfondata per lungo tratto la superficie del superstite avanzo di quella torre,onde praticarvi una canna da camino in servigio della casa che tutto lo racchiudeva fra i suoi piani. Non mancano di certo in quel rudero embricidi buonissima qualità, forse anche romani, ma la loro mescolanza conaltri diben diversa qualità, fa a ragione supporre ch'essi siano mattoni di spoglio. Nè potrebbesi credere che la mancanza di omogeneità nel materiale di quella costruzione debba attribuirsi a parziali riparazioni ope rativi, perchè il disordine notato vi è generale. Dagli scandagli fatti nelle fondazioni e dalle indagini attivate nella casa che posteriormente si addossa a quel rudero, si è po tuto constatare che il diametro esterno della torre non oltre passa, come si è detto, sei metri. Se veramente quell' edificio fosse stato un'opera di difesa, non si saprebbe conciliare la ri strettezza del suo spazio interno, facilmente calcolabile, collo scopo per cui sarebbe stato eretto. Quale differenza fra il dia metro esteriore di questa torre e quello della torre rotonda di Ansperto, tuttora esistente al Monastero Maggiore, che giunge a 11 metri, con 2 metri di spessore nel muro! E la differenza 76 LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. è maggiore ancora in confronto dell'altra torre, del cui muro di perimetro si rinvenne una notevole porzione nella via deiRa strelli presso il teatro della Canobbiana, da cui si potè dedurre il diametro esterno della torre medesima, che misurava metri 14. 60, come rilevasi dalla Memoria sulle Ruine dell'antica Mi lano del già ricordato ingegnere cav. Emilio Bignami. Ora devesi eziandio notare che le torri poligonali, che sorgono afianco delle porte delle città romane, sono ottagone e di un diametro assai più largo di quello della torre presso il Carro bio, e sporgono costantemente per metà solo della circonferenza dal muro, al quale sono collegate con solido concatenamento. Si mile sporgenza hanno pur quelle della porta Palatina di Torino, eretta nell'ottavo secolo, col sistema delle fabbriche fortilizie ro mane, il quale si mantenne anche più tardi. Nella descrizione che ne dà il cav. Cordero di S. Quintino nel surriferito suo scritto, egli osserva che " nel periodo longobardo la sola maniera domi " nante era la romana, non solamente nelle edificazioni sacre, ma nelle profane, e soggiunge che " se egli è verissimo che in que' giorni di ignoranza la teorica dell'arte fu trasandata e corrotta non poco, la praticaperò ed il magistero del costruire imuri con solidità, di commettere insieme esattamente i diversi materiali, e quello di prepararli, siconservarono tuttavia in tanta eccellenza che invano forse si tenterebbe di far meglio anche ai di nostri. 7 La torre al Carrobio non offre di certo nella sua struttura un esempio dell'eccellenza di quella pratica. Nelle torri delle mura e delle porte di città dell'epoca ro mana si aprono delle finestre di non grande ampiezza, non però strette a guisa di feritoje, e sono sempre terminate ad arco semicircolare ; la qual forma si riscontra anche nelle finestre delle torri della mentovata porta di Torino, e in quelle eziandio della torre del Monastero Maggiore, che fu alzata un secolo dopo della precedente. Nell'avanzo della torre al Carrobio non havvi traccia di somiglianti finestre, ma vi si vede solo una angusta apertura di forma quadrilunga, di non più di 15 centimetri di larghezza per 80 circa di altezza, senza indizio di simmetrico riscontro con altre. Negli scavi fatti per rintracciare il livello delle fondazioni, si trovò la platea su cui esse sono basate, la quale è formata da LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. 77 varii corsi di mattoni in piano, che confinano coll'acquitrinio. Il modo di costruzione di questa platea non sarebbe conforme a quello usato nei tempi romani (quale ce lo addita il Vitruvio, e lo provano tante costruzioni di quella età), e non presenta al cuna analogia col sistema seguito nelle costruzioni delle mura di Massimiano, del quale si tenne parola a proposito della distru zione del tratto di muro scoperto nella via del Monte di Pietà. Lo stesso dicasi a riguardo delle fondamenta delle colonne presso S. Lorenzo, avanzi di un edificio della medesima epoca, esplorate dall'architetto professore Carlo Amati (vedi le Memorie da lui pubblicate nel 1831 intorno alle suddette colonne). Si sa bensì che il sistema col quale è costrutta la suindicata platea si comin ciò ad adottare solo nei tempi medioevali. Un' ultima considerazione concorre a persuadere che la torre in discussione non avesse fatto parte delle opere di difesa erette in Milano dal menzionato Augusto. Gli scavi e le altre indagini cho si fecero intorno all'avanzo di quella torre hanno condotto non solo a stabilire il diametro di essa, come si è già avvertito, ma eziandio ad accertare il fatto che essa sorgeva libera da ogni concatenamento col muro della città. La porzione del basamento che ancora rimane, e che è circa la metà della sua circonferenza, determina il suo giro in guisa da non permettere su ciò alcun dubbio. Ciò posto, resterebbe pure esclusa la possibilità della sua connessione colla porta che si apriva in quella località. Ogni in gegnosa ipotesi per provare il contrario non potrebbe avere al tro risultamento, che di presentare una disposizione, la quale non troverebbe esempio nelle porte fortificate tuttora esistenti di molte città romane. Occorre qui di dedicare qualche parola ad un antico ponte a doppio arco che ebbesi a rintracciare apoca distanza dal suac cennato rudero nel procedere ai lavori di scavo per la sistema zione del canale Seveso, che scorre sotto uno dei detti archi. Non è qui il luogo di ricordare quando e per quali ragioni si sia so stituito il nome di Seveso a quello primitivo di Nirone, col quale designavasi il canale stesso, entro cuidefluiva un corpo d'acqua molto maggiore, che rendeva necessarioper il suo passaggio sotto il ponte l'uso di entrambi gli archi. Questo canale, che correva 4 78 LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. all'esterno delle mura e poco lungi da esse, attraversa il corso di Porta Ticinese; e il ponte lo copre per la lunghezza di circa e 8metri. Quando venne messo allo scoperto un lato di quel ponte, e se ne vide la struttura degli archi, costituiti da grossi cunei in pietra, sorse tosto in molti il pensiero che quell'opera fosse del l'epoca romana, senz' altra considerazione fuorchè quella dei ro busti massi di cui era formata. Quell'attribuzione non potreb besi però accettare senza qualche rimarco. Lascio ad altri la cura di discutere se i Milanesi, posti dal Barbarossa al bando dell'impero, e che, nella previsione di un prossimo assedio, si erano premuniti alzando al di là della cer chia della mura un terrapieno o bastione con largo fossato, aves sero o no pensato a distruggere i ponti che davano immediato accesso alle porte della città. Limitandomi al solo esame del ponte cui si accenna, dirò che l'impiego di grossi massi in una vetusta costruzione non è indizio esclusivo per ritenerla opera romana; altri elementi devono concorrervi, dei quali non pare che abbiano tenuto conto quelli che credettero ravvisare nelle arcate del ponte un lavoro contemporaneo alle mura di Massi miano. Nelle opere romane la solidità non è mai scompagnata da una bene ordinata ed esatta costruzione; ed è ciò appunto che manifestamente manca nella struttura di quel ponte. Impe rocchè fatta anche astrazione della diversità di altezza e di lar ghezza che presentano fra loro le due arcate, troppo evidente vi è la informe esecuzione nella disuguaglianza della misura e della sporgenza dei cunei posti nelle testate,non meno che nel l'irregolare svolgimento della curva degli archi, che in uno spe cialmente è assai sensibile. Si trovò pure il selciato del ponte, il quale era composto di grossi ciottoloni non ispianati alla su perficie, e disposti in tutt'altra guisa di quella che usavasi per le vie romane, e di cui si rinvenne nello scorso anno un esem pio anche in questa città, nell'occasione degli scavi operati nella via di S. Maria Fulcorina. Il selciato del ponte al Carrobio era più basso dell'attuale piano stradale di soli centimetri 70. Il li vello di quel selciato che s'appoggiava immediatamente sopra l' estradosso delle volte del ponte, offre argomento di non lieve considerazione, se lo si raffronta con quello del suolo di Milano LA TORRE PRESSO IL CARROBIO IN MILANO. 79 nei tempi romani, che riscontrossi al disotto dell'attuale metri 2. 50, non solo in varî punti del centro della città, ma anche presso S. Giorgio in Palazzo, e nelle adjacenze della via degli Stampi, che distano di pochi passi da quel ponte. Colle esposte osservazioni si ebbe di mira di presentare sotto i diversi suoi aspetti una questione, la quale non è priva di in teresse per la città nostra, e che meritava perciò di essere di scussa con attento esame e con maturitàdi criterî. E però, men tre non si ha la pretensione di averla bastantemente svolta per ritenere raggiunta una decisiva soluzione, si confida che le persone meglio competenti vogliano concorrere coi loro lumi.e colle loro indagini a conseguire questo intento. Se poi quanto si disse in torno agli accennati ruderi, e circa l'importanza storica loro at tribuita non reggesse alla prova di ulteriori studi o di indubbie testimonianze di fatto, che confermassero l'origine romana dei detti avanzi, la Consulta archeologica sarà assai lieta di potere annoverare due monumenti di più fra i pochi spettanti all'età di Roma, di cui tuttora rimangono in Milano le vestigia. ANTONIO CAIMI, Segretario della Consulta Archeologica. Bull. Cons. Arch. An. III. 7 SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO E IL SUO RECENTE RISTAURO. La campagna lombarda offre ancora agli studi degli artisti e degli archeologi una largamesse di fatti circa le vicende della no stra architettura, nonostante quanto già vi fu raccolto. Noi, che, in queste pagine, siamo venuti spiccando, qua e là, qualche fiore, secondo che le circostanze ce lo ponevano alla mano, per effetto della missione di cui lanostra Consulta è depositaria, noi non vor remmo oramancarvi, chè unodeipiùsingolari monumenti architet tonici ci chiama a considerarlo in sè stesso e in relazione al ristauro di cui fu oggetto; talchè, sebbene abbia gia sollecitato l'attenzione altrui, non temiamo di tornarci sopra con più accertati documenti o, almeno, con più ampie e complete osservazioni. Con quella maggior brevità che queste Memorie permettono, noi faremo, pertanto, di vederne l'origine e la storia, la strut tura architettonica e l'ordine decorativo; infine, l'opera del tempo nostro, con che si ebbe a ricomporne l'antico e intero aspetto. Non occorre molta penetrazione per avvedersi di primo tratto, appena occorra di trovarsi davanti all' edificio, che esso appartiene a quell'epoca fortunata dell'architettura lombarda, in cui, ritem prandosi agli insegnamenti classici del rinascimento,venutici ripe tutamente dalla Toscana, essa vesti, o a meglio dire, trasfigurò la vetusta serietà de' suoi monumenti religiosi sotto le nuove e gra ziose forme di un'antichità, la quale aveva preso, piuttosto a mo SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO, ECC. 81 tivo che a modello, gli avanzi della magnificenza architettonica di Roma imperiale. Ma, quando importa farsi addentro nell'ordine dei fatti mate riali onde queste costruzioni sono sôrte, le difficoltà intervengono a dismisura. Commettenti e artefici, allora, trattavano le cose al l'amichevole troppo per cogliervi quelle traccie formali che il ri gore delle moderne amministrazioni esigono; e quando se ne trova alcunchè, sono note incomplete, disperse, con troppe lacune per non aver lasciato agio ai posteri di riempirle spesso dei loro vanilo qui, o delle loro ipotesi. Per S. Maria di Busto, rispetto ai documenti diretti, non siamo più fortunati di siffatte condizioni; ci è sopra vissuto, peraltro, oltre qualche minor documento, il manoscritto d'un sacerdote bustense, un Pietro Antonio Crespi,¹ scritto poco meno d'un secolo dopo la erezione del nostro monumento, e di esso tratta, come di molte altre cose del Borgo, con precisione, misura e schiettezza atti ad escludere qualunque sospetto di men dacità e di esagerazione; certo, che se il Crispi non ebbe ad essere testimonio dei fatti narrati, dovette almeno averne ricevuto il de posito diretto da chi poteva vantare cotesto privilegio. Quell'industre borgata, che il nostro popolo ora riconosce sotto il titolo di Busto grande, e che riguarda centro di un' operosità nell'arte del cotone dapareggiarele vantate città britanniche, era, ancora, uno o due secoli dopo la Lega lombarda, un terreno in colto, abbandonato alla vegetazione boschereccia, ricetto di bande in armi che vivevano di ladroneggie di ricatti. Era anzi voce che avevano il loro centro d'azione nel mezzo di coteste foreste, in un luogo dove sorgevano sette torri. Per isnidarli fu forza ricorrere al fuoco; e a questo rimedio eroico pare ne sia restato il merito del l'effetto, se già, verso il mezzo del secolo XIV, un Comune vi si era costituito, e se, a spese dei comunisti, vi si trovava un oratorio, del quale resta memoriaper due cappelle fondatevi; l'una, consacrata 1 Petri Antonii Crispi, Sacerd. Bustiensis. De Oppido Busti Arsitii relationes ad Aloysium Marlianum Busti Comitem illustriss. MDCXIV. Di questo manoscritto noi abbiamo conoscenza, per averle vedute e per cenni altrui, dell'esistenza almeno di tre copie. Quella che ci soccorre è la posseduta dall' archivio della Parrocchiale, che crediamo l'originale e l'autentica, e quindi, anche la più sicura e completa. Gli estratti che verremo citando ci furono gentilmente trascritti a cura di quel M. R. Proposto P. Giuseppe Tettamanti. Dalla medesima fonte abbiamo pure qualche altro cenno tolto da antichi documenti che confermano il manoscritto Crispiano. 82 SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO il 30 gennaio 1346, con licenza dell'arcivescovo Giovanni Visconti, da unvescovo Francesco che lo visitava; l'altra, ai 17 gennaio 1358, da un Antonio Crespi.* È sulle rovine di cotesta chiesuola, che la nuova S. Maria sarebbe sôrta, mentre ancora le sette torri esistevano, di modo che il San tuario dapprima da esse prese il nome, mentre lo dava alla pros sima via, la quale istessa via, poi, dopo il 1524, prese il titolo di Vico Sano, per essere andata immune dalla terribile peste di quell'anno, e così, in seguito, l'edificio religioso ebbe quello di S. Maria di piazza, perchè accanto al foro o piazza grande della borgata, dove, affluivano le pluviali, e vi avevano formata una ci sterna o piscina. In qual modo, e mediante quali forze l'edificio si elevasse, dal manoscritto è taciuto. Invece, per esso ce ne è rivelato l'anno, confermato pure da unaltro documento; dal qual secondo, poi, ce ne è pur detto l'autore. L'uno, l'anno, è il 1517, quello proprio del suo inizio; l'altro, il nome dell'architetto, un della famiglia dei Lonati, il quale sarebbesi diligentemente attenuto ad un dise 2Priscis temporibus parvulam fuisse (aedem) et ruinas superfluisse docent scripta monumenta; et illud in primis scriptum testimonium, quod in haec carmina retulitAl bertus Bossius, cum de oppihi Bustiensis ruinis ageret: Extat adhuc turris, sine vertice trunca vetusta Parvula cui tantum, non eminens adjacet aedes Aucta Sacrae Matri, validae monumenta ruinae. Manose, sudd. •Eam, vero, antiquissimam fuisse, duo praecipue demostrant: nomen a quo Sancta Maria a septem turribus vocabatur, et via cui nomen dedisse videtur ... Manosc. sudd. 4Sed vero,anno 1517, Templum illud novum, quemadmodum inscripta monumenta docent, omni structurae splendore construi coeptum, quod in ipsius oppidi fere medio, ad majus forum, prope pluvialem piscinam, ubi olim antiquissimum illud sacellum erat, visitur. Manosc. sudd. ... Non tamen valuit summa rerum perturbatio Busti Arsitii incolas a solita pie tate avertere; honorificum siquidem templum Deiparae Virgini dicatum, cujus fonda menta de anno 1517 jecerant, quinque annorum curricolo duxerant ad perfectionem, prout incisa monumenta demonstrant. Altro documento nell' Archivio parrocchiale. Queste parole appunto indurrebbero a credere che la spesa dell'erezione non trovasse ajuto in qualche patrono, come potevano essere i Marliani, Conti di Busto, ma fosse sostenuta dal Comune concorde, e mediante volontari contributi degli abitanti della borgata. E IL SUO RECENTE RISTAURO. 5 83 gno di Bramante. L'opera, poi, sarebbe stata compita nel corso di cinque anni. Vedremo in seguito, esaminando la costruzione, fino a qual punto sipossa accettare questa affermazione; intanto, quanto v'ha di certo è che essa ci giunse con più d'una modificazione. La cro naca Crispiana ce ne avvisa. E una prima fu quella della sua co pertura, che era a semplice tetto inclinato e rettilineo, costituito da tegole, quale vedesi ancora quello di molte altre chiese ed edicole bramantesche. La sua alterazione non fu, per altro, deli berata spontaneamente; l'edificio aveva ricevuto più d'un'offesa dal fulmine: una prima volta ai 18 di maggio del 1568; poi, una seconda ai 18 di marzo del 1599; e nell'intervallo, cioè nel 1584, fu bersagliata da una grandine ripetutasi a cinque riprese e dal fulmine ancora, che lievemente sfregio il secondo lanternino." Le opere che necangiarono,sebbene in parte, le forme, succes sero, come doveva essere, a cosiffatti disastri atmosferici. Quelle che tengono dietro al primo e all'ultimo caso, sono le più gravi, e quelle di cui i segni sono più che mai evidenti allo sguardo del l'artista. Noi dobbiamo designarle. La prima di queste alterazioni ebbe effetto nell'anno successivo al caso del 18 maggio 1568. La massa elettrica aveva forato per ogni dove la vôlta, e con essa guasto quello che il nostro cronista •Hoc templum, quidam ex Lonatorum familia, diligenti opera extruxisse refertur, Bramanti secutus exemplar. Documento sudd. La famiglia dei Lonati o Lunati non è milanese. Costoro vengono da Pavia. Ora quando si considera che Bramante vi ebbe dimora, e che, ivi, secondo un suodisegno si prese a riformare quell'antica chiesa cattedrale, non è a meravigliare che nel Lonati avesse colà un suo ajuto e scolare, come a Milano stettero nell' eguale quali presso di lui il Suardi, il Dolcebuono, il de Palazzi, il Battaggi da Lodi, ecc. 6 ... nam anno 1568 a XV cal. Juni, Deo quidem permittente, ad fidemoppidano rum probandam,sic templumhoc fuit fulminepercussum ut,eo undique terebrato,tholus perinsignis summo ejus fastigio impositus penitus conciderit: tum, anno 1584, in summa grandine que quino descensu; ... in summa ecclesiae perturbatione tholus minor ali quanto seriori fulminis ictu tactus, maximum passus est detrimentum, quem simul cum tholo majori, aliquot annis ante, oppidani, prout alibi dictum est, summa cum impensa, festinenter et felicissime refecerant. Postremo,post aliquot annos,anno silicet 1599,XV cal. aprilis iterum templum hoc fulmine percussum est; nullam tamen ruina facta est, praeterquam quod sacræ Crucis vexillum tholo impositum, aliquantulum crematum et nigrifactum est. Manose, sudd. 84 SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO chiama summo ejus fastigio ; il quale non dovev'esser altro che il lanternino, che, come vediamo nelle costruzioni di quel tempo, a cominciare dalla cappella di S. Pietro Martire presso S. Eustor gio, fino alla cupola di S. Maria presso S. Celso, faceva l'ufficio di serraglia ad equilibrare l'anello supremo della volta. Qui, secondo la nostra cronaca, aveva, ed è ben credibile, una destinazione an cor più degna, quella di servir di faro ai viandanti, mediante una lampada accesa nella parte superiore. Comunque sia, non è dif ficile che il fastigio di S. Maria tenesse alquanto di quello delle Grazie in Milano, di un tempo medesimo o ben di poco anteriore. L'organismo di esso doveva esserne assai più semplice: quello di Milano è un ottagono le cui faccie d'incontro sono a nudo spigolo verticale, con una finestra rettangolare entro ciascuna faccia, così al piano inferiore come a quello superiore ma con questa sola av vertenza, che le finestre di questo non sono circondateda un'incor niciamento prominente, laddove quelle del piano superiore si mo strano, invece, bipartite da una colonnetta a foggia di balaustro. ABusto, come la forma ottagonata, così i due piani sono mante nuti e tali pur le finestre rettangolari, peraltro senza divisione nel piano superiore; nell'inferiore, oggi, la compagine è interamente mutata: le finestre prendono la forma tondeggiante ad arco, e gli spigoli tengono impostata una colonna tonda, che, insieme, nel lor giro sostengono una trabeazione completa, che viene risaltando sulla colonna medesima, come vi risalta la base, giusta l'eguale concetto. Dippiù, come si vede, il passaggio tra i due piani del lanternino non è a forma di tetto inclinato, caratteristica delle costruzioni dell'epoca, ma a quello di cupola emisferica. In una parola, non occorrono maggiori osservazioni, sebbene altre se ne potrebbero aggiungere, per riconoscere che il primitivo lanter nino sta ancora nell'originale sua altezza, ma che ha mutato veste, avvolto come fu, nella sua parte inferiore, da murature e colon nine in guisa da prendere l'aspetto d'un tempietto ottagonato, secondo quello stile già farraginoso del Tibaldi, che cominciava allora a prevalere, e che segnava il decadere dall'architettura fiorita del risorgimento lombardo. Ferunt majores nostros in priore illo tholo immensam lampadam fovisse ut ob scura nocte viatoribus viam premonstraret ... Manosc. sudd. E IL SUO RECENTE RISTAURO. 85 A questa prima alterazione se ne complicò una che doveva trarne dietro una seconda. Nel 1569,il cupolino della parte infe riore del lanternino ebbe ad andar rivestito di piombo : lo che doveva formare un contrasto alquanto risentito col tetto sottopo sto sulla grande vôlta, coperta di semplici tegole. Aciò fu provve duto nel 1611. Se non che l'inosservanza delle linee nella prima di queste riparazioni ebbe il suo riscontro e il suo seguito nella seconda. La copertura della cupola subi la forma ondulata d'un ombrello chinese, e la conserva ancora in onta alla serietà della costruzione. Ma noi eravamo allora ad un momento in cui cotesti scrupoli dovevano parer strani, poichè già pochi anni prima, nel 1605, in occasione d'una visita diocesana, erasi fatto chiudere una delle due porte,quella verso il lato meridionale, per aprirne due minori ai lati di quella occidentale, in contraddizione collo stile quanto al tipo loro,e in onta al concetto e alla maestà della massa grave e severa dell' edificio. L'edificio si mostra invero semplice e poderoso nella sua elegan za. Noi non lo crediamo una creazione direttamente proveniente da Bramante, come vuole il documento citato; egli era già morto ; e poi, da diciott'anni aveva lasciato la Lombardia non era ritor nato più. Non contrasteremmo, però, circa l'attribuirlo a qualche suo scolaro, ad un Lonato, come si è detto, il quale potrà essersi ispirato anche a qualche schizzo di lui, sebbene, per altro verso, fosse questo lo schema dei santuarii del tempo per gli architetti della Lombardia, qual era una base icnografica quadrata che si eleva quasi d'altrettanto, in guisa da offrire un vaso cubiforme, che si tramuta poi in ottagono, per terminare all' apice in un tronco di fusto di simile sezione poligonale, sebbene, talvolta, an che circolare. Quivi, è appunto il primo di questi casi. Il lato esterno del quadrato icnograficodi S. Maria misura,dai punti estremi del sodo della precinzione, metri 16,80: esso si 8Plumbo quoque major illa rotunda templi testudo, anno salutis 1611, tecta fuit, cum antea testaceo tecto tegeretur pluraque ornamenta adjuncta ... Manosc. sudd. •Sedjam, pro majori populi commodoetecclesiae decentia,Alexander Mazenta Me tropolitani templi Mediolanensis archidiaconus et Federici Borromei Archiepiscopi visi tator, meridionalem (portam) obstrui et in occiduo latereduas alias, paullo angustiores et aliquanto humiliori forma ac structura, jussit aperiri, anno salutis 1605. Manosc. sudd. 86 SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO eleva, dal piano del suolo al labbro del tetto, metri 12,80. Due lati soltanto dell'edificio sono manifesti e sgombri, quello di sud verso la piazza, di ovest verso la vicina via. Gli altri, in parte, se non interamente, appoggiansi alle vicine case. Le due fronti libere sono in tutto eguali e costituite di un solo ordine; due ro busti contrafforti angolari a modo di pilastri o parastate ne ten gono gli angoli, e si elevano fino al tetto: lo spazio intermedio è tripartito da due altre parastate eguali in altezza alle angolari, minori alquanto dilarghezza: il profilo della testadei pilastri, fog giato a capitello, rigira sul sodo della costruzione, al modo che la base dei pilastri ricorre a zoccolo alla linea terrena. Coteste due faccie piane, così tripartite, non sono interrotte che dalle due porte nel centro dei pilastri intermedi e da tre finestre cir colari, di cui una maggiore sulla porta, e due minori, ad un li vello alquanto inferiore, negl'intervalli laterali. Dopo quello che dicemmo delle alterazioni sofferte, non teniamo conto delle mi nori porte del 1605, sul fianco occidentale. Queste finestre circolari non possono vantare un ricco incorni ciamento; quella centrale, però, va ricca d'una doppia fascia, di cui una fortemente contornata da una dentellatura. La ricchezza, una ricchezza che tocca quasi all'esuberanza, e che è un altro in dizio dell'assenza del Bramante nei particolari di questa costru zione, è riservata tutta al dintorno alle porte. Queste sono in tutto eguali. L'apertura ne è rettangolare (metri 3 per 1,90); l'aspetto, però è quello d'una porta ad arco, attraversata dalla trabeazione, avente due pilastri per lato, cui corrisponde, superiormente alla trabeazione, un doppio archivolto a fasci e listelli concentrici. Lo spazio intermedio tra i due archivolti si compone dipaterine e di sfondati alterni, che hanno il loro riscontro nel pieritto, e legano così in un tutto organico ipilastrelli e gli archivolti. Le porte non finiscono coll'archivolto maggiore : terminano, invece, a linea oriz zontale, giusta uno dei caratteri proprii di esse nel periodo bra mantesco, coll'elevarsi verticale dei lati esterni della compagine, e col chiudersi in alto mercè una seconda trabeazione, lasciando cosi luogo, sul dorso dell'arcatura maggiore, a due triangoli mi stilinei ornati di paterine e di specchietti. I timpani semicircolari di entrambe le porte sono pieni; quello della porticina meridio nale reca un dipinto del tempo ma di basso autore; quello del E IL SUO RECENTE RISTAURO. 87 l'occidentale è invece dipinto di mano d'un allievo de' Procaccini, e dippiù, questa medesima porta regge, in piedi sulla linea del maggior architrave, due statue: un Gabriele annunciatore ed una Vergine annunciata, aggiunte sopravvenute in contraddizione col concetto architettonico. Dalla struttura fondamentale, la costruzione, elevandosi, sem brachemuti carattere: la constante forma quadrata cede il luogo ad una ottagonale; così, ad una semplicità e a un rigore di linee che possono fin accusarsi di grettezza, susseguono il movimento e una ardita complicazione di forme. Nessun corpo che interceda sugli angoli a transizione tra il quadrato e l'ottagono; quanto ai lati suoi ortogonali, nascono su quelli del quadrato istesso. Questo all'esterno, riserbandoci di vedere come cotesto trapasso accada all'interno. Neppure la cupola ci appare, di fuori, nella sua propria struttura; essa è ravvolta da un tamburro foggiato a loggia, onde ci viene l'aspetto di un ottagono avente quattro ar chetti tondi per faccia, rinserrati in mezzo di robusti pilastri sulle angolature dell'ottagono, che si elevano e risaltano fino alla cor nice del tetto, dove si conterminano in capricciosi acroteri a modo di guglia. Gli archetti della loggia sono sorretti da esili colon nine, che posano sopra un parapetto a balaustri, che la difende tutt'all'ingiro, interponendosi tra i pilastri angolari. Una leggera ornamentazione geometrica riveste i fianchi dei pilastri d'angolo, gli archivolti e i pennacchiettidellaloggia; la quale, per essere pra ticabile, ben si comprende come la sua corona a vôlticelle ton deggianti s'impianti nell'estradosso della cupola,e intorno intorno la contrafforzi, equilibrandola. Collo sguardo non ascenderemo piùin su; poichè la linea gene rale dell'edificio ci è conservata, e abbiamo riconosciuto già quali modificazioni siano toccate alle parti che la compongono , non occorre di dovercene occupare più che tanto. Piuttosto vuol essere ammirata l'eleganza viva e sorridente che tuttavia l'edificio con serva. Abbiamo nominata la S. Maria delle Grazie a proposito del lanternino; questa loggia all'ingiro ci richiama ancora a quella, qui diversamente foggiatama purdettata da un istesso concetto, e per dir tutto e più propriamente, ultima reminiscenza delle cu pole lombarde, quali si veggono a partire dall'ottavo secolo, e più manifestamente dopo il mille, ed ora, all'età in cui ci troviamo, 88 SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO travestite dalle fioriture classiche del risorgimento, nobile meta morfosi che doveva ben presto cedere il campo agli enormi e goffi cocuzzoli delle cupole michelangiolesche. Togliendoci ora dall'aspetto esterno, per metterci dentro del l'edificio, due cose colpiscono di primo tratto: la forma ottagona pronunciatissima nella parte inferiore, dove esternamente appare la massa cubiforme, e lo sviluppo d'una vasta cupola,al di fuori quasi innavvertita. Il tramutamento del quadrato nell'ottagono è, quì, il risultamento d'un artificio ingegnosissimo. L'ottagono è deter minato da otto pilastri ripiegati ad angolo rientrante, iquali rin serrano altrettanti archi quant'è la loro altezza. Gli sfondi delle quattro arcature ortogonali al quadrato, fatta eccezione di quello che s'apre intero, e dà luogo alla cappella quadrilatera, sono chiusi, o solo attraversati dalle porte; gli altri quattro sfondi, sulle diagonali del quadrato, s'insenano a modo di nicchia angolare, chiuse ai fianchi da due arcature minori, non che nello stile, so miglianti in tutto a quelle dell'ottagono centrale. La cupola a volta è scompartita in otto spicchi, onde si eleva naturalmente dall'ottagono, immediatamente sulla cornice archi travata che riposa sui pilastri ad angolo. Essa è preceduta da un tamburro verticale accomodato a nicchie: ve ne hanno quattro per faccia, intramezzate dalla continuazione dei pilastri, i quali proseguono in alto e si continuano coi costoloni della cupola. In questo tamburro, così foggiato, si sarebbe disposti a ravvisare la contropagina della loggietta esterna intorno alla cupola, se non che il piano di questa si trova ad un livello assai più alto (me tri 3,50) di quello della corona interna delle nicchie. La cupola, poi, si spicca dalla cornice del detto tamburro, e prende slancio acutangolo, pari a quello della nominata chiesa delle Grazie. Egli èda questo erto ripiegarsi che trae ragione la statica del ristretto e robusto lanternino. In questa costruzione c'è di ben singolare il passaggio dall'e sterno all'interno. Qui, l'ambito capace appare molto più agile ed eretto di quanto promettono le linee esteriori,mentre pur ne sono minori le misure; le quali, infatti, dal pianodel suolo viabile alla sommità del fastigio solido, ascendono a metri 30, laddove, dal piano interno della chiesa alla bocca del lanternino, si hanno me tri 21. Tutto si spiega da sè ben agevolmente,quando si consi E IL SUO RECENTE RISTAURO. 89 deri che l'ottagono, costituente il primo ordine dell'edicola, ben chè tenga undiametro (metri 14,20) di poco minore del lato del quadrato icnografico, si trova mozzo degli angoli di questo, nel l'ingegnoso modo che vedemmo. Oltre di che, la cupola che, al l'esterno, si allarga,fasciata dalla loggia, e non par sorgere che dal tetto del tamburro esteriore, all'interno si muove e s'involta da unpiano più basso,e corrispondente all'altezza della cornice della fronte (metri 10),con che, anche, si trae dietro, come parte propria, l'altezza della corona o tamburro interno (metri 2,90), che le fa, quasi, sgabello. In prova di ciò valga l'avvertire che i fori circolari della cupola, i quali si aprono nel centro dei suoi spicchi, a metri 1,20 dalla cornice d'appoggio, all'inverso, l'estra dosso di essa, non trovano la loro corrispondenza che presso il piede della loggia. Nell'esame che, fin qui, siamo venuti esercitando intorno all'e dificio di S. Maria, non ne abbiamo ricercato che l'organismo e le appendici in cui si dismembra. Il tempo cui si riferisce non era così arrogante, come lo cominciò ad essere mezzo secolo dopo, daconfidare le sue attrattive solo al prestigio delle forme e dei rilievi ornamentali; la pittura veniva ancora indispensabilmente legata coll'architettura. Quivi, all'esterno, non pare aver tentato alcuno di quei suoi modi così comuni nei secoli XIII e XIV, e che si spegnono quasi del tutto al cadere del XV. Invece, la pittura, e specialmente la pittura ornamentale domina ancor regina nel l'interno delle chiese e degli edifici ecclesiastici e monastici della prima metà del secolo XVI. E, quivi, infatti, riversò i tesori della sua fantasia. Dalla bocca dellanternino, anzi, dallavôlticella di esso fino al pavimento,non havvi angolo che il pennellonon abbia ri cercato per farlo segno delle sue carezze. L'ornamentazione si è accampata specialmente nell'ordine inferiore nei pilastri ripiegati in angolo; in quelli di rifianco agli archi e ancora in quelli mi nori a sostegno degli archi gemelli degl'insenamenti angolari; do ve, poi, l'ampiezza della parete, com'era appunto in cotesti inse namenti, non prestava modo a quelle grottesche arrampicanti che erano una delle prelibate fantasie artistiche dell'epoca e prende vano nome dallo stesso Raffaello, e cui ipilastri, e, in generale, i sostegni verticali erano quasi un invito, si tenne contentadiriqua drature simulanti marmi diversi. Nè, quivi, il pennello si arresto. 90 SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO Esso ascese alla corona delle nicchie e agli spicchi della võlta. Nella corona, dove i trentadue semicicli sono occupati da altret tanto numero di statue, di cui parleremo in seguito,non si permise quella ricchezza d'ornamentazione che vedemmo nel primo ordine della cella, ma ha rabescato gli sfondi delle nicchie,ne ha distinti i piani e gli archivolti, ne ha macchiati di marmi gl'interstizi e gettato qualche lieve ornamento ne' pennacchi. Il pennello del quadratore si è dato, invece, piena festa nella vôlta; nessuna combinazione più bizzarra di quella che vi ha creata. L'artista ha immaginato una volta a lacunari, ma non è l'ordinario e stereotipo lacunare romano, compito dal solito ro sone, ma è un intreccio statico di pietre sagomate e dorate, che, quasi larghe maglie di una rete, simuli dei veri lacunari, aperti a cielo, che volle poi di color cupo, quasi notturno, onde aver ra gione, nel centro di questi occhi di cielo,di trovar posto a un'am pia stella dorata di rilievo. Ciò malgrado, la tema di certa qual monotonia ha preoccupato l'artista; sicchè, fermo nel concetto, ideò una doppia e diversa combinazione, e la alternò per ciascuno spicchio, laonde, qui, l'intreccio si eleva, lentamente stringendosi, a modo di riquadri, nel cui seno l'aperto lacunare prende forma di ottagono; mentre a lui d'accanto l'intreccio, avendo pur per base il quadrato, lascia, al modo istesso, nel degradante e vicen devole suo contessersi, il lacunare prendere la forma di croce greca, adorna, del resto, come quella dell'ottagono di una bril lante stella dorata. L'inventore di cotesto ardito telajo non stimò ancora di aver fatto tutto per la ricchezza e nobiltà del luogo. Egli vi ha fatto intervenire la rappresentazione della figura umana. Già il pen nello del figurista, sebbene tenuto da più e diverse mani, si sarebbe potuto scorgere in mezzo agli ornamenti dell'ordine inferiore della cella. I quarti di volta degl'insenamenti angolari, lasciano vedere degli angeli musicanti: altri angeli tengono in mezzo le finestre circolari entro i timpani degli archi principali: infine, teste di apostoli e di santi riempiono le piccole patere innestate nei pen nacchi degli archi medesimi. Doveva però esserne riservato alla cupola l'onore principale. Quivi, si schierano sedici grandi figure, maggiori alquanto, per dimensioni, del naturale (metri 2,40 circa): esse sono tutte ritte e E IL SUO RECENTE RISTAURO. 91 si tengono presso agli occhi tondi, che stanno ad un terzo circa del l'altezza di ciascuno spicchiodal piano della cornice,da cui le fi gure mostrano di sorgere. La venuta del Salvatore vaticinata nei fasti della Vergine, uscente dalla radice di Jesse, cui era riservata la sorte di recarlo in seno, ispirò la fantasia dell'artista, che volle adombrarla in quella corona di profeti e sibille, che, geminati, si alternano per ciascuno spicchio; di guisa che, partendo da quello di essi, che pende sull'insenamento dell'altare, veggonsi succe dere Davide e Mosè;- la Sabea e l'Eritrea;- Giona ed Isaia; la Persica e la Delfica; Aronne eMalachia;- la Chimia, o Cumia, e la Samia; Salomone e Daniele;-ultimo, l'Erofila e la Cumana. Non vogliasi credere che questi nomi siano loro im posti per induzione dei loro caratteri o dei loro attributi. Essi si leggono sopra tavole, papiri, o filatteri che essi reggono o loro svolazzano intorno. Queste grandi figure, ben considerandole, hanno un tipo d'arte proprio; nè sono l'opera d'artista comune. Vi si ravvisa tosto che noi abbiamo abbandonato il XV secolo, ma non siamo ancor tanto innoltrati nel successivo d'averne perduto le buone tradizioni. Le forme sono ampie, le teste torose e largamente improntate, le membra finamente delineate; le pieghe ricorrenti intorno alla per sona, ferme, poche, spiccate; il tipo e gli artifizii degli acconcia menti nelle vesti sono quelli di fantasia, comuni all'epoca, e tali nel Luini, come nelGaudenzio Ferrari, anzi, sono uncontempera mento dei due modi, con una tendenza più pronunciata verso il primo che il secondo. Di essi si vede qualche cosa dippiù nel co lorito: sono loro propri quei toni robusti senz'essere fiammeg gianti, quei colori severi e pieni, così nei panni come nelle carni, e in cui sono rifiutate quelle sfioriture delicate, quelle minuzie di tinte cui il tempo s'avviava. E in tutta questa varietà di forme e di colori, c'è, o almeno convien oggi dire c'era, l'oro largamente bensì,ma con giusto equilibrio seminato, come solevano i quattrocentisti. In queste grandi figure gli scolli delle vesti, i lembi dei manti, e dei berretti le bende dei capi ne vanno orlati, o ritocchi, o infiorati; e non ne vanno privi gli oggetti che loro appartengono, o gli strumenti diversi che si recano fra le mani. È debito il dire che cotesto lusso di dorature non è un'applicazione unica e isolata. L'intera 92 SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO cupola ne è smagliante; le modanature e le cornici dei lacunari ne sono tutt' un' armonia colle stelle che scintillano nei loro va ni; e come nella cupola, l'oro è siffattamente una parte inte grante della decorazione, l'accento della sua intonazione e della sua vitalità, così lo vediamo profuso a sprazzi, a goccie, a guizzi, nonmeno nelle figure inferiori dell'edicola, che in tutta l'archi tettura; esso corre, si arresta dove v'ha un punto saliente, o un angolo muto e monotono, nei capitelli, nelle serraglie, negli ar chivolti, nelle cuspidi dei pennacchi della corona; infine, nelle modanature e nei listelli che s'incontrano e s'intrecciano innume revoli nel telajo architettonico, e scintilla quasi l'ambiente fosse invaso da un nembo di faville. Ora, ritornando alle figure della cupola,se,davanti alle pitture inferiori della cella di varie mani, si potrebbe anche trapassare senza curiosità, non è così di quelle. Anzitutto, vi leggiamo la data, 1531, e questa accompagnata dalle sigle 10.FA, o altrove, IO.PI. Chi è cotesto Giovanni che faceva o pingeva questa cupola? Rivolgiamoci al nostro manoscritto Crispiano, e ne avremo tosto la risposta in termini non equivoci.¹º Egli è un Giovanni Pietro Crespi, dei Castoldi, avo di quell'altro più celebre pittore che fu il Giovanni Battista Crespi, detto il Cerano. Ecco un nuovo arti sta, e un artista egregio che si svela nella corona dei pittori lombardi, che ha modi e impronte propri tanto, che, ben affer rati, non è più possibile obbliare, e siffattida poterlo ravvisare in mezzo alla coorte dei luineschi; anzi, crediamo che cotesta nuova conoscenza ci permetta fin d'ora di meglio definire l'autore di più d'un dipinto, finora attribuito, non senza qualche esitanza, al maestro, e che, invece, s'accorda perfettamente coi caratteri del suo aiuto, od imitatore. Ma dal medesimo manoscritto apprendiamo pur anche i nomi dei pittori che operarono intorno alle pareti della cella, e non ne defrauderemo il lettore. Essi furono Benedetto Tatti di Varese, 10 Jucundissima est testudinis fornicisque pictura quae Joannes Petrus Crispus de Ca stoldis, alterius Joannis Baptistae Crispi avus, qui, nostra tempestate, cognominatur Ceranus, et pingendi arte eximius, primum interpictores locum facile obtinet,anno 1531, eam elegantissime distinxit ... Manosc. sudd. E IL SUO RECENTE RISTAURO. 93 Raffaele Crespi di Ceredano (Cerano), e Giovanni Battista Cerva, o della Cerva, di Milano, scolaro di Gaudenzio." Anche qui, due nuovi nomi di pittori lombardi, questo Tatti di Varese¹ª ed un Crespi che, se fosseda Cerano, lo si potrebbe credereun congiunto del Giovan Pietro, onde prese nome il celebre Giovanni Battista. Ad ogni modo noi crediamo gli ultimi due essere gli autori della parte ornamentale, la quale vedesi segnata in uno dei grandi pi lastri coll'anno 1525, e questo perchè, se non tutti gli avanzi delle pitture figurate nei quarti di volta delle nicchie angolari, al meno quelli nei tondi dei pennacchi, hanno il carattere del terzo, il Della Cerva, che noi ben conosciamo pel ricordo del Lomazzo¹¹ eper qualche opera indicata, qua e là, nelle nostre chiese sotto il suo appellativo, ma sopratutto per quelle lasciate da lui in cotesto santuario, come se ne ha fama, anche indipendentemente di quanto assevera il nostro cronista,15 e dimostrano i fatti. Prima di consacrare una parola a questi lavori del Della Cer va, non vogliamo lasciar il lettore davanti ad altre opere quali 11 nec injucundus est inferioris ordinis ornatus, et a peritissimis pictoribus effi giatae immagines, et in primis a Benedicto Tatti Varisiensi, Raphaele Crispo Cereda nensi, Joanne Baptistae Cerva ... Manose. sudd. 12 Una famiglia artistica dei Tatti, da Varese, è sufficientemente nota agli studiosi delle nostre cose d'arte. Quello che qui troviamo ricordato, e che crediamo l'autore della parte figurativa degli ornati, come sono i putti che si intrecciano nelle grotte sche dei pilastri, è probabilmente figlio di quel Francesco che segnava una tavola, da noi veduta, un quindici o sedici anni sono, presso Varese, e che era prima in S. Mi chele di Bosto, castellanza di Varese, così: 1517 Franciscus Pictor Tattor. e semine natus Depixit cz suo hoc opus ingenio. Latavola è divisa insei scompartimenti con una predella, contenente tre storie e quat tro figurine di santi staccate. Nell'intonazione teneva delBorgognone,ed in alcune teste del Marco d'Oggionno. Tutto considerato, si riconosceva un artista che viveva fuori del centro del moto delle idee.- Di questo Tatti, come del Raffaele Crespi havvi ricordo nell'archivio Melzi, con riferimento alla cronaca indiscorso. 13 I biografi d'arte tacciono dell'età e del luogo di nascita del Della Cerva : pare natonel secondo decennio del secolo, e che, scolaro del Ferrari, aBusto dipingesse una delle prime sue opere a fresco, com'era nel 1542. Che poi fosse milanese, od almeno avesse domicilio in Milano, lo raccogliamo dal fatto che, nel 1567, gli moriva, qui, la moglie nella sua dimora, sotto la parrocchia di S. Calimero, in Porta Romana. 14 Lomazzo Gio. Paolo. Trattato dell'arte della pittura, scultura ed architettura. Mi lano. Paolo Gottardo Ponzio. 1585, pag. 372. 45.. qui (JoannesBaptista Cerva) anno 1542sacram trium Magorum historiam in capellae majoris pariete elegantissime pinxit. Manose, sudd. 94 SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO sono le trentadue statue che riempiono le nicchie dell'interno tamburro della cupola, senza almanco ripetergli quello che la cronaca ce ne dice. Passandole in rassegna, non è difficile ac corgersi che, nonostante le affermazioni ch'essa ci porge,16 sono dimanidiverse, e se alcuna di queste fu abbastanza abile per averci dato qualche figura ragionevole, la maggior parte di esse è al di sotto della mediocrità: ad ogni modo non sono fra le peggiori che l'epoca permetteva, giacchè dobbiamo pensare di trovarci già oltre il mezzo del secolo XVI. Queste statue sono di legno; però, secondo il manoscritto, sarebbero tutte opera d'intaglio di un Fa brizio de' Maestri, di Milano, dipinte nel 1602 di biacca e ritocche d'oro così da parere dimarmo. Il manoscritto parla pure di altre quattro statue, dapprima esistenti, e di una quinta, raffigurante la Vergine Assunta, questa pure del De Maestri, le quali tutte si trovavano sulla cornice del tamburro interno e quella della Ver gine al lato d'oriente. Di esse, presentemente non si ha segno. Probabilmente furono tratte da quel posto poco proprio per al logarle nelle nicchie,in sostituzione di alcune troppo infelicemente condotte, o rese cadenti dall'età. L'abbandonare queste statue, per ritornare al Della Cerva non è senza conforto per gli occhi, sebbene pittore di terz'ordine. Se non altro l'opera sua si collega all'altare maggiore, e per dir propriamente, all'intera cappella principale del santuario. Pre messo che, nel primo tempo, erano sei gli altari e che già al prin cipio del secolo XVII erano limitati a tre, come lo sono tuttodi, cotesto della cappella principale rappresenta quello d'origine, con servato fino dal 1346, e probabilmente il rettangolo in cui si racchiude, così orientato verso il tramonto, non è che l'antico oratorio sul quale sorse il sautuario." 16 Supra fornicem octo illarum capellarum, nijciae XXXII in pariete sub coronice su prema huius ordinis excavatae sunt, in quibus totidem lignace statuae repositae sunt... opera et arte Fabriciis de Magistris mediolanensis incisae, et ab Antonio Bongianino candida perlucidiaque cerusa, anno 1602, sic acuratae delibutae ut marmoreas refe rant: quo anno, ibidem Beatissimae Mariae Virginis assumptae imago statuaque, ab eodem Fabricio coelata, auro micanti, tum cerusa obducta, stiloque scalpta, radianti tabula, sopra templi coronicem, adforientem affixa est: cui coronici, aliquod annis ante, quatuor aliae statuae, impensa Christofori Ferrari Plantoni, superpositae fuerunt. Manosc. sudd. 4" Erant hac in ecclesiaaltaria sex; verum tribus demolitis ... tria tantum reliqua E IL SUO RECENTE RISTAURO. 95 Ora, l'arte del Della Cerva è preconizzata sin dal primo in gresso nella cappella. Nei pilastri di fianco incontriamo a sini stra la Vergine annunciata, edicontro l'Angelo annunciatore; più avanti, a destra, in fianco alla finestra unica onde piovela luce nella cappella, vediamo, dall'un lato, un Cristo nel presepio adorato da angeli; dall'altro, altri angeli in adorazione. Non sono coteste le maggiori pitture del Della Cerva; quella cuisiconviene il credito, e che è una delle migliori del suo pennello,sta sulla parete dicon tro alla finestra, e raffigura Cristo fanciullo sulle ginocchia della madre, visitato dai Magi; soggetto oltre ogni dire popolare nella nostra regione, per lamemoria dei loro corpi, secondo l'antica credenza, deposti nella basilica Eustorgiana. Ma l'attrattiva prin cipale della cappella è la tavola dell'altare del maestro stesso del Della Cerva, Gaudenzio Ferrari, opera al certo contempo ranea a quelladel suo scolaro, vale adire intorno all'anno 1342.18 La tavola del Ferrari sarebbe, quindi,una della sua etàmatura, sebbene non delle ultime. Se la data anzidetta non le può essere contrastata, egli la dipingeva a 58 anni d'età ed otto prima della sua fine. La suadisposizione è ancor quella delle ancone del se colo precedente; ungrande e ricco telajo architettonico dello stile classico fiorito, per intero vestito di dorature e compartito in sei campi, cui fa dapiedestallo la consueta predella. Nel compartimento maggiore, che è quello centrale, e in cui risiede il concetto della composizione, vedesi la VergineAssunta portata agli astri da nove angeli infanti, mentre altri sul capo le reggono una corona, e ai piedi, sul terreno, parte in ginocchio, altri eretti, si tengono ado ranti e ammiranti lo spettacolo i dodici apostoli. Negli altri com partimenti minori che fanno corona, sopra e di fianco, alla tavola principale, incontriamo, in alto, la persona, a mezza figura, del sunt : majus, quod, stante adhuc priore illo sacello a Francisco, Episcopo visitanti, de Joannis Vicecomitis archiepiscopi licentia, anno 1346 die 30 Januarii, in honorem Dei parae Virginis, consacratum fuisse docent ejusdem episcopi testimoniales litterae. Manosc. sudd. 18 Qui (Joannes Baptista Cerva), anno 1542, sacram trium Magorum historia in capellae majoris pariete elegantissime pinxit. Fuit hic Cerva discipulus Gaudentii no variensis, qui et ipse in eadem eeclesia Assumptionem Deiparae Virginis, aliasque sacras imagines et historias, omni arte omnique studio, eodem tempore, in ligneis ta bulis accuratissime ac felicissime effigiavit. Bull. Cons. Arch. An. III. Manosc. sudd. 8 96 SANTA MARJA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO l'Eterno Padre; al basso dei due lati, entro due forme a pala, le figure intere di S. Giovanni Battista, a sinistra, e di S. Michele, dal lato opposto. Rispettivamente sopra di questi, entro simili forme archeggiate madi minor piede in altezza, le figure, del pari intere, ma col ginocchio piegato al suolo, dei santi Gerolamo e Francesco. La misuradellefiguredella tavola centrale, come quella delle tavole minori circostanti, sono quelle pocomeno del natura le. Alcune storie minori per importanza e perdimensione delle fi gure occupano lapredella, tripartita in una storia maggiore e due più piccole, in perfetta rispondenza colle divisioni verticali dell'an cona. Quivi, sono alcune storie della vita della Vergine. Apiù d'una osservazione, e a più di una notadarebbero luo go tutti codesti dipinti, dove piacesse considerare il loro di verso carattere e la loro attuale condizione di conservazione. Non vi ci estenderemo sebbene l'argomento ci si offra largo e importante. Per quanto siasi presti a riconoscere che il Ferrari, negli ultimi anni della sua carriera artistica, cadesse nel contorto e nell' affet tato, qui si mostra all'incontro ben composto e contegnoso; le forme dei corpi sono ferme, semplici, accuratamente delineate; i toni vigorosi, benchè volgenti al bruno, non tanto forse per ef fetto del tempo, quanto per agguagliare i pittori veneti, il Bar barelli, il Montagna, allora tipi; il fare però mantiensi accurato, liscio, senza tocchi, con quel tanto di sostenuto che si avverte nelle tavole raffaellesche; le impronte lombarde che gli sono pro prie e lo distinguono, sono evidenti specialmente nelle teste; le migliori figure fanno pensare al Luini, di cui fu ajuto se non di scepolo. Per contro, questo complesso di tavole soffri d'un infesto restauro, cui andò soggetto un cinquant'anni sono o poco meno; fra gli altri segni malaugurati, la tavola centrale fu scemata, al l'alto, d'un quindici centimetri con danno del suo naturale fini mento, onde va tronco alla cornice, mentre al piede di essa uno sconcio pezzo di tavola, malamente tinteggiato amodo di terreno, fu sopraggiunto a riempirne il vuoto. Dove il guardo si estenda a considerare anche lo stato di con servazione delle altre pitture in codesta edicola, i lavori murali del Della Cerva, nonper lamedesima cagione,ma o per manco di sicurezza nell'operare, o per sfioriture nitrose della parete, o per E IL SUO RECENTE RISTAURO. 97 manomissioni posteriori di verniciature inconsulte, non lasciano dall'essere oggetto di eccezioni. Maquando si toccaargomento siffatto, quello delle lacune e dei danni recati sia dal tempo, sia dagli uomini, ci troviamo tratti a far parola delle infelicissime condizioni in cui, ancor tre anni sono, si trovava tutto il monumento e, conseguentemente, delle ripa razioni recatevi, occasione del presente scritto. Tre secoli e mezzo significano già abbastanza in quale stato possa trovarsi un edificio così decorato, come vedemmo questo, di pit ture, di rilievi, di dorature, anche quando gli fosse toccata la buona ventura e la reputiamo grandissima e rara d'essere stato rispettato dai pretesi ristauratori o ricostruttori ai monumenti d'arte: e S. Maria di piazza non lo fudel tutto. Ma, nel caso no stro, bastavano il fumo, la polvere, il grassume dei luoghi d'ap poggio, le naturali lordure, senza esprimere il sospetto che al cune parti della decorazione furono terminate più tardi, e altre lasciate imperfette. Or bene, con tutto questo si era congiurata l'u midità, nel paese nostro così facile e così infesta ai monumenti. Essa aveva trovato, per mezzo della loggia esteriore, una via per penetrare fino all'imposta della cupola, ed è all'interno che ne erano più manifesti i segni e i danni, particolarmente nelle parti inferiori dei profeti e delle sibille. Tuttavia, ciò non sarebbe ancor bastato a commovere l'atten zione dei vigilatori dell'edificio, se uno sventurato caso di un soppalco caduto,nel 1873, in una casa della borgata, con grave danno di persone, non ne avesse dato l'allarme al cospetto di una lunga, sebbene non recente fenditura, apertasi nella cupola, la quale da un lato ne teneva tutto un versante, eprolungavasi al quanto, nella direzione medesima, sull'opposto fianco. La Fabbri ceria della chiesa parrocchiale, guidata da quel molto reverendo Parroco, cui compete la custodia del Santuario, non indugiò. Trattandosi d'insigne monumento d'arte, sebbene le riparazioni non dovessero toccare che la statica dell'edificio, si volle un ar chitetto artista, e la scelta cadde facilmente sull'architetto Ma ciacchini. Le riparazioni edilizie furono le prime ad avere effetto: alle esterne successero le interne, ma queste ebbero a metter mag 98 SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO giormente in evidenza la necessità d'un generale restauro pit torico. La scelta dell'artista fu lasciata a questa Consulta archeologica, comecchè si venisse a toccare l'essenza del monumento in cui era impegnata la responsabilità della sua suprema vigilanza: la scelta cadde sul pittore e ristauratore Luigi Cavenaghi, di Milano. L'im presa cominciò tantosto nella primavera del 1874, e dopo un esperimento riconosciuto commendevole, l'opera fu continuata via via di seguito, e compita nel passato settembre, in cui la stessa Consulta intervenne per l'esame finale, nel quale, per corona mento, non esitò a concedere un pieno lodo al lavoro del Ca venaghi. Non occorrerebbe dippiù per affermarne l'esito; onde non en treremo in particolari, tanto più che ebbimo già a farne soggetto di note, altrove espresse.¹º Parci però non estraneo all'argomento l'accennare all'ordine del restauro e ai suoi confini. Come accade non di rado insimili opere di vaste dimensioni, i danni cui provvedere erano d'indole complessa: qui, non altro che superficiali alterazioni, onde l'opera non aveva perduto che le proprie apparenze; altrove, ancor più, il guasto aveva tocco il sottostrato delle pitture sicchè ne era cancellata e distrutta l'o pera; v'era poi dove questa non era stata nemmeno condotta a termine. Tutti cotesti incidenti che si affacciavano all'impresa del restauratore rendevano l'operare difficile e vario com'essi: richie devasi quasi diridarel 'alito di vita ad un morente, per unlato, di ricomporre, per l'altro, un antico corpo organico con pochi avanzi frammentati, quali si ammira nelle ricostituzioni della paleonto logia. E nessuno vorrà negare cotesta facoltà al restauratore, la quale, dove non fosse consigliata, in certi casi,dal decoro, sarebbe comandata dal senso popolare siccome una necessità al disopra d'ogni discussione; basta, occorrendo, che il lavoro sia condotto con giusta misura e ossequio dell'originale, ne si pretenda farne titolo di inganno o di sorpresa Qui, ebbe luogo l'uno e l'altro lavoro. Il vero e proprio ristauro ha preso l'intera cupola, il tamburro di essa colle nicchie e le statue che gli fanno corona, ma solo inparte le grandi lesene egli 19 Vedi La Perseveranza del 28 settembre andante anno. E IL SUO RECENTE RISTAURO. 99 archi interposti che davano segno più e men largo della loro de corazione, ed erano quelli specialmente che stanno di fianco al l'edicola del maggior altare e dicontro alla soppressa porta me ridionale. Nel resto, che tutto però, si trova disotto della prima cornice retta dai maggiori pilastri, l'opera del pittore ebbe a so verchiare quella del restauratore. Le parti dove al pennello toccò quasi un pieno e intero lavoro, sono quelle costituenti i seni angolari e le loro volte a quarto di sfera coperte da scene figu rative di angeli musicanti: solo vuolsi di ricordare che entro uno di questi si conserva ancora un antico affresco, il quale appar tiene, per stile, al tardo cinquecento, ma se conformata agli altri quanto al genere della composizione figurata. L'opera del mo derno ristauratore e pittore fu condotta per intero a buon fresco, attenendosi così a quanto era stato seguito dagli originali suoi predecessori. Nell'occasione medesima il ristauratore si addentro anche nel edicola della cappella, e sgombrò il dipinto frescato dal Della Cerva dalla vernice che lo deturpava, e provvide a qualche lieve guasto, lasciandolo, del resto, nella sua vetusta interezza. Non vogliamo portare critiche sul fatto, chè nonpotremmo tri butar encomi maggiori di quelli che già si guadagnarono e giusta mente, sì l'artista che i promotori del lavoro, nelle visite e nel l'esame dei risultamenti conseguiti, anche per parte degl' inten denti più autorevoli. Dal canto nostro non esprimeremo che un sol pensiero, ed è che, nel complesso, si ha forse il senso di qual che cosa di nitido e di lindo più che sia possibile attendere da un'opera su cui tanta onda di tempo sia corso. Ma questo è un fatto inevitabile negli odierni ristauri, dove il finimento di esso non sia un fatto privato e in assoluta baliadell'artista. Qui, poi, dobbiamo cotesto senso alle molte dorature che gli antichi segni imponevano, e la cui attenuazione si volle piuttosto che alla cura dell'uomo, lasciata frutto del tempo; e il tempo, come di solito, sarà galantuomo anche in questo, concedendo ai nostriposteri quel fascino di luci temperate che al guardo nostro, per ora, non sor ride intero. Noi non sapremmo, nè vogliamo indagare quale giudizio sarà per esprimere la posterità sull'arte del tempo nostro; non cre diamo però che quest'uno ci verrà conteso, quello, per lo meno, 100 SANTA MARIA DI PIAZZA A BUSTO ARSIZIO, ECC. cioè, che non avendo saputo suscitare quelle grandi e numerose creazioni del genio onde risplende il risorgimento italiano, ha voluto e potuto almanco di quelle ricomporre la esistenza a nuova vita con tale perfetto ossequio dell'opera e del pensiero antico, che, come esso è uno dei caratteri della presente generazione nelle lettere così gli rimarrà acquisito anche nell'arte. Dove altro non fosse, e in noi ne è vivo il convincimento, cotesta S. Maria di piazza di Busto ne starà, indubbiamente, testimonianza egregia. G. MONGERI. BIBLIOGRAFIA. D'ADDA march.GIROLAMO, Le lit de Castellazzo. Gaston de Foix. Le tombeau de Èdei più belli ornamenti del nostro Museo Archeologico la statua giacente di Gastone de Foix. Qui Agostino Busti detto il Bambaja operò veramente secondo i grandi principj dell'arte, delineando e rile vando quella stupenda figura nel solenne abbandono della morte senza torcimenti di pose, nè aggiunte di simboli, nè lezj di ornamento. Al trettanto non può dirsi dei moltissimi pezzi che doveano ornare la tomba diquel giovane eroe,esaltato forse allora non tanto per imprese che avesse compite, quanto per compassione della giovane età, o per uno dei tanti capricci della moda, così strana nel distribuir la gloria e l'infamia. Sparsi qua e là, que' frammenti sono l'ammirazione degli osservatori, ma chi disse che pajono di cera ne pronunziò forse la cen sura, poichè in fatti sono lavorati anche a sottosquadra e al trapano con una tal finitezza e minuzia di verità, che non può lusingarsi di raggiungerla il verismo che oggi si affetta. Nehanparlato moltissimi, e ultimamente Mongeri; poi furono fatti conoscere fuori nella riproduzione che ne eseguì il Pierotti pel Museo di Kensington; dove con nuove notizie li illustrò M. Robinson. Ora Girolamo D'Adda, uno de' nostri patrizj che più onora la famiglia e la patria col culto delle lettere e delle arti, ne ragionò di nuovo nella Gazette des Beaux Arts (novembre-dicembre 1876), la quale, come si può aspettarsi, è per la maggior parte occupata dell'arte italiana. Com'è suo costume nelle varie pubblicazioni, questo sagacebiblio 102 BIBLIOGRAFIA. grafo amplia per via e corregge chi lo precedette, diverge su temi af fini, e mentre ci conduce a vedere,nella superba villadi Castellazzo, i magnifici letti regje i preziosi frammenti del sepolcro di Gastone, ci trasporta in mezzo a quella splendida efflorescenza di arti, di cui ha goduto la nostra città ai primordi del 1500, quando vi lavoravano il Fusina, il Gattoni, il Borgognone, il Tamagnini, il Brioschi, l'Arluno, il Del Pozzo, il Dolcebono ....; e rivedendo i giudizi del Bossi, del Ca nova, dello Stendhal, del Viardot, del Valery, di Emeric David, ci fa incontrare il Gobbo Solaro, il Cesariano, Marco d'Agrate, il Lomazzo, Bramante Sacchi, il gran Leonardo. Quando cita il Dragoni bien connu pour ses nonbreuses bevues en fait d'histoire la parola è troppo benigna, essendo quegli un vero impo store, come noi lo sospettammo da vivo, acosto di spiacere agli odia tori della verità, e come apparve indubbiamente dopo morto. Ci accordiamo affatto col D'Adda ove rimprovera la negligenza no stra e de' nostri Municipj, che spendono milioni inerigere edifizj gro teschi, e stiticano i denari per impedire che gli stranieri ci portino via quadri, statue, porte, arricchendo i loro musei probrosis Italiae ruinis. Che diremo quando lasciamo guastare i più vistosi monumenti e le parti più storiche delle nostre città per allineare vie ed allargare, se non anche deformare, piazze ? C. C. CORRISPONDENZA. L'egregio avvocato signor Emilio Seletti, dalla cui gentilezza la Consulta archeologica, ebbe già diversi documenti interessanti la storia di Milano, ha in questi giorni diretto alla medesima la seguente lettera per informarla di una sua scoperta. Onorevole Consulta. Nel pensiero che anche i fatti di non grande importanza, come il caso non raro di rinvenimento nelle nostre campagne di sepol creti dei tempi romani, possano giovare alla scienza archeologica, mi sono indotto a dare ad Essa notizia di una recente scoperta. Nel comune di Terrazzano, il cui paesello dista da Milano 13 chilometri, e due dal borgo di Rhò, in un campo denominato Oriolo, di circa tre ettari, costeggiato dalla strada comunale, che mette al paese di Valera, edi ragione della casa Stampa Soncino, alcuni anni ora sono, facendosi un orizzontamento del terreno, i contadini trovarono moltissimi vasi, cocci, oggetti di ferro e di bronzo, che, non sapendo apprezzare, rovinarono e dispersero. Recatomi in quella località per il bisogno di alcune piantagio ni, e venuto in cognizione delle passate scoperte, feci intrapren dere diversi scandagli, e tosto mi apparvero alcune tombe, co strutte alla foggia romana con embrici aventi un risalto o labro dalla parte più lunga; e continuando a varie riprese le ricerche, ebbi a rilevare, che a soli 38 centimetri dal piano attuale della * 104 CORRISPONDENZA. campagna si presenta una terra nera e lucente, molto compatta, mista acarboni di legna e scheggie di ossa umane; questa terra veramente non forma uno strato continuato, ma delle zolle di stanti l'una dall'altra circa un metro e mezzo; in quelle zolle os servai moltissimi avanzi di vasi già rovinatidal ferro dei lavora tori del campo, e pochi furono i vasi che raccolsi abbastanza conservati, di terra cotta greggia, rossa e di forme comuni; rin venni unatrentina di chiodi in ferro, e raccolsi pure qualche fram mento di bronzo e vetro, di una lucernetta in terra, tre fusaiuole fittili, tre cerchietti in ferro di diversa grandezza e sette lamine di forbici. La rozzezza di questi oggetti fa presumere che il cimitero servisse a una popolazione agricola. Trovai sparse alcune monete di bronzo molto corrose e inintelligibili, eda una tomba già ro vinata presi due grani in pastiglia per collana femminile, un ago crinale in bronzo, ed i frammenti di uno specchio metallico di forma abbastanza elegante. Poco frutto certamente diedero i miei tentativi di sterro ; ma i loro risultamenti, ed i racconti dei contadini, i quali mi atte starono di aver scoperti vasi ed oggetti di ferro in tale quantità dacolmaredelle fosse,valgono a stabilire, cheinquelcampo, detto Oriolo, stava un cimitero dell'epoca romana; e se proseguendo le ricerche appariranno cose nuove, mi sarà caro di tenere tosto in formata codesta Consulta. EMILIO SELETTI. NOTE. I BOLLI DELLE TERRE COTTE. Il dottissimo Fabretti fu il primo checon scientifica attenzione parlasse sui bolli delle antiche terre cotte, molte ne pubblicò, vi dedicò un intero capitolo delle sue Inscriptiones domesticae, mostrando il modo di leggerle e l'utilità che si può ritrarne. Mag giori studj vi applicòmonsignore Gaetano Marini, e ne formò la prima collezione, che giace inedita nella Biblioteca Vaticana. Li distingue in tre classi: 1.ª tegole imperiali; 2. tegole conso lari; 3. tutte le altre, ordinandole alfabeticamente secondo il primo nome che vi s'incontra, sia del vasajo, sia del padrone dell'officina, sia del padronedel fondo da cui fu cavata la creta. Questa classificazione già indica la moltiplicità e varietà dei bolli; e molto se ne giovò Bartolomeo Borghesi pei suoi Fasti Con solari. Ora il signor Carlo Descemet potè quasi raddoppiare la rac colta del Marini, aggiungendovi i sigilli di bronzo e le iscrizioni sui condotti d'acqua. Il nostro Museo Archeologico possiede molte di tali iscrizioni, e ogni giorno di nuove ne offrono gli scavi e le demolizioni. C. C. 106 NOTE. ESCAVAZIONI E SCOPERTE. Die Ausgrabungen zu Olimpia- Uebersich der Arbeiten und Funde von Winter und Frühjahr 1875-76 (Gli scavi d'Olimpia-Prospetto dei lavori e degli oggetti trovati durante l'inverno e laprimavera 1875-76) von E. Curtius, F. Adler, und G. Hirch feld, 33 tafeln.- Berlin, Ernst Wasmuth. Il bollettino ha già avvertito l'importanza di cotesti scavi così interessanti per la scienza, che si vennero facendo nella scorsa invernata, e ne recava notizia al lettore, di volta in volta, che ce ne giungevano le relazioni; laonde riesce superfluo di entrare nelle cose contenute dal nuovo volume, dove sono esposti i frutti tratti finora da quell'impresa, coordinandoli e illustrandoli con disegni fotografici. Godiamo poi di vedere associato all'Adler e all' Hirsh feld, che abbiamo citati, come quelli che attendevano sul luogo, anche il Curtius pel quale coteste escavazioni furono il sogno di vent'anni, e devono a lui principalmente se sono stati intrapresi, costituita che fu l'unità germanica, per aver indotto il principe imperiale a mettersi a capo dell'assunto, col quale si andava, nientemeno, che a gettare uno scandaglio sopra uno dei mag giori centri della vita greca. Se non che la continuazione degli scavi non permette di ri guardare cotesta pubblicazione altrimenti che come un' introdu zione, o meglio lo stadio in cui sitrovavano i lavori al terminare della prima campagna scientifica; la quale vorrà essere conside rata nel suo complesso prima di portare sentenza della impor tanza de' suoi effetti. * ** Anche a Roma si sonocominciati, ai 17 del passato settembre, degli scavi per conto del Governo germanico. Essi furono intra presi sull'area del tempio di Giove federale, alla sommità del monte Cavo. Le rovinedi questo tempio sono una colpa del cardi nale York d'Inghilterra. Ora gli scavi sono diretti a rintracciare ciò che manca dei Fasti imperiali. Sarà, naturalmente, occasione anche di ricerche topografiche, come sono quelle dell'orientazione NOTE. 107 del tempio, dell'estensione delle parti annesse, e della direzione della via antica trionfale chedalla viaAppia saliva al vertice del colle. ** * La penisola ellenica nonè men fortunata peraltri valenti esplo ratori. Micene è un punto a cui l'archeologia artistica ha più d'una obbligazione, e che tuttavia si viene vivamente interro gando. Anche costi è un alemanno che ha impreso questa fatica, il dottor Schliemann, celebre per altre scoperte, il quale fa dono, di tratto in tratto, delle sue notizie al Times, onde facilmente sono diffuse nella repubblica della scienza. Lo Schliemann vi fa camminare di fronte parecchie esplora zioni : al basso della città intorno al cosidetto Tesoro d' Atreo; sull' Acropoli, presso la porta dei Leoni, entrambi già celebri mo numenti; e poi, sopra diversi edificii ciclopici sotterranei e tombe appartenenti a cotest'ordine di costruzioni. Fra le ultime escavazioni, egli mise all' aperto una vasta casa ciclopica, appunto sulla vetta dell' Acropoli, composta di cinque camere divise da quattro androni. La più grande di queste ca mere ha per dimensioni metri 5. 62, per metri 4. 10, e questa, come le altre, va priva di finestre; l'interno non era illuminato che dalla luce proveniente dalle porte; essa possedeva per altro, dentro e sotto la camera istessa, una cisterna alimentata da un condotto che discendeva dal colle. Comunque sia, a giudizio del l'esploratore era questa la casa del re. Un'altra delle più recenti scoperte fu un doppio ordine di lastre di pietra, deposte sul suolo a forma di cerchia completa, di metri 16. 87 di corso. Gli og getti esumati nell' uno e nell' altro luogo non sono meno inte ressanti. Sonosi trovate delle scuri di giada o pietra verde, molte bellissime terre cotte, fra cui degli ampi vasi a due o tre anse modellate con forme di cocodrillo. I vasi sono rivestiti di immagini di combattenti, di color rosso scuro sopra un fondo giallo; i guer rieri vestono cotte di maglia al torace, cnemidi alle gambe, e sandali ai piedi; hanno sul capo degli elmi cornuti eirtidi punte; intorno alla persona delle cinture, e brandiscono,per armi, lancie egrandi scudi tondi, ma scemi alla parte inferiore. Nelle camere s'incontrano pure delle forme ad incavo per gittarvi ornamenti 108 NOTE. metallici o materie vetrose; sopratutto, parve mirabile un anello tratto da una splendida onice bianca con suggello figurato. Di versi oggetti, del pari figurati con forme umane, furono estratti dalle tombe che rimontano ad una grande antichità e sono di grandissimo interesse,come quanto esce da luogo da lunghi secoli, rispettato della mano dell'uomo. * ** Le scoperte fatte dal generale di Cesnola nell' isola di Cipro, hanno fatto parlare di sè negli ultimi due mesi, prima dai gior-. nali inglesi, e a capo di tutti dal Times, e poi dai giornali del continente, che, più o meno, ne hanno ripetute le medesime pa role. Bene si meritano, anche qui, un cenno. Le scoperte dell' italiano Cesnola, console per l'America nel l'isola, non datano da oggi; furono desse condotte e compite tra il 1866 e il 1871. Consistevano di un vistoso numero di statue e di bassorilievi di marmo, di lavori di bronzo, d'argento e d'oro. Ma tuttociò, oggi, non può essere considerato se non come la pri maparte dei suoi ritrovamenti. Nonl'aveva terminata, infatti, che gliene veniva sottomano una seconda, presso il promontorio di Kurio. È questo un intiero tesoro di oggetti incontrati inuna ca tacomba da lui esplorata, e che riuniti presero nome appunto di Tesoro di Kurio. La storia dell'una e dell'altra di coteste scoperte è tutt'altro che breve per essere, qui, ripetuta, benchè sommamente impor tante e istruttiva per l'archeologia; ma per ispiegarsi il recente parlarne giova sapere che il Cesnola aveva offerto i frutti della sua prima impresa al Governo britannico, e più propriamente al British Museum; cosicchè essi giacquero per parecchi mesi picchiandone alla porta, in attesa di una risposta; se non che mentre si discuteva dagli uomini della scienza sull' accettazione omeno alle condizioni imposte dallo scopritore, quei cimeli eb- bero nel Museo metropolitano di Nuova Yorck un abile ghermi tore che li fece suoi per servirvi a nucleodella nuova istituzione, e rimasero così perduti per la scienza del vecchio continente. Ora, si trattava per l'Inghilterra di assicurarsi almeno il cosi detto Tesoro diKurio; le trattative col Museo erano calorosamente condotte; gl'intendenti del Museo, al pari delgenerale de Cesnola, NOTE. 109 erano d'accordo, e desiderosi che il Tesoro rimanesse colà; per altro, pendeva tuttavia la controversia col Museo americano circa i diritti preliminari per l'acquisto. Le parole del Times e de' suoi confratelli nella stampa britannica erano diretti ad esercitare una certa pressione morale sul Ministero del Tesoro per l'effet tuazione del desiderio inglese, chiedendo al Parlamento la somma di L. 10,000 sterline (250,000 franchi), chè tanto era domandato per l'acquisto. In oggi, esso pure è svanito: fu deciso che il Tesoro di Kurio seguirà la via delle altre cose scopertevi, e loro rimarrà compagno indiviso, dove recherà il titolo di Collezione di Cesnola, secondo quanto era stato dallo scopritore premesso a condizione fino dalla prima cessione. Al Ministro inglese la responsabilità del rifiuto, benchè posto sotto l'egida d'una ragione politica, cioè dell' impossibilità finanziaria, finchè durava la cura dell' uomo malato. Il Tesoro di Kurio era forse ben più importante della prima collezione di marmi e di bronzi, e sarebbe stato per l'Europa un possesso unico. Fra gli oggetti vi avevano, a giudizio dei dotti che li viddero, esempi preziosissimi d'antichità, di gemme e di pietre d'alto valore artistico e d'inestimabile pregio archeologico: e poi opere d'orificeria di bellezza e merito indescrivibili, numero sissimi lavori d'argento che non sono meno importanti così per la rarità grande della materia che per l'artificio del suo impiego; lo stesso dicasi dei bronzi e di altri antichi oggetti. Il solo intrin seco valore di metalli preziosi fu stimato a presso 5000 sterline (franchi 125,000). Di tutte queste cose ci sarebbe da scrivere un libro, curioso non meno dal punto di considerazione dell'archeologia, che da quello della storia dell'arte. Per andarne persuasi basta la rifles sione che, fin dai tempi di Strabone, Kurio era riguardata come una delle tappe del passaggio dall'Oriente all'Occidente e che per conseguenza, tutti i touristes del mondo antico vi si incrociavano. La perdita di tanto cumulo di presiosità per la civiltà studiosa ègrave. Ci giova credere che vi si vorrà supplire almeno dagli uomini della scienza mediante opere letterarie che ne rendano conto, accompagnate da fotografie o da disegni, e che i musei d' Europa vorranno almeno procacciarsi il possesso di calchi o d'imitazioni artificiali con che diffonderne la notizia. Intanto vuol 110 NOTE. essere avvertito che le prime antichità cipriote ebbero già nei si gnori Mansell e Comp. di Londra i riproduttori delle loro imma gini fotografiche. ** Discoveries at Ephesus, including the site and remains of the Greet Temple of Diana. By J. T. Wood, J. S. A. Longmans and C. London, Dall'antico Cipro alle spiagge della vetusta Ionia non è lungo il passo. I giudizii che abbiamo sott'occhio ce lo fanno credere un libro interessante e curioso, ma nonancora un libro compiuto sulla materia, benchè sia ammirabile vedere un uomo che gode di una posizione sociale, fornito di mezzi finanziari, faresagrificio dell'una edegli altri, non che degli agi della vita e della stessa salute per un'impresa del suo cuore e tenervisi costante per undici anni. Le rovine della città d' Efeso sono imponenti e di tale una estensione da giustificare le relazioni della sua numerosa popola zione e della sua prosperità. Le gesta dell' apostolo Paolo sono legate col teatro della città, il quale si mostra capace di venti quattro mila persone assise: del resto,parlava abbastanza di sè il grande Ginnasio, lo Stadio, l'Odeo, il Serapeo. Ma quando si prende a ricercare le traccie del grande e magnifico suo monu mento, il tempio dell'Artemis Efesia, della dea sovrana della Jo nia, la cui immagine non cedeva che a quella dell'Egioco, non un avanzo di esso, quasi si fosse dileguato nell'aria, compiendo così il vaticinio della Sibilla. E i fatti lo spiegarono: si sapeva il tempio essere fuori della città; sapevasi essere in luogo paludoso; dalle parole di Plinio si apprendevano le sue misure; nientemeno che l'area delle fonda mentamisuravaunrettangolo di m. 140 per m. 76, e contava 127 colonne, alte m. 20. Da ciò si può immaginare il resto dei mate riali destinati a trabeazioni, e le difficoltà della loro appostazione. Contuttociò, nessun segno di vestigia dove si andavano frugando, efurono tali non pochi gli esploratori, fra cui l'Edoardo Falko ner, l'autore del magnifico volume: Efeso e il tempio di Diana, in cui riassume i pregevoli suoi studi. Egli era che, come da al tri, da lui non facevasi retto conto degli antichi testi; anzi se ne interpretava uno di Strabone, il quale colla semplice variante NOTE. 111 d'una proposizione e con altri incidenti minori portava a cercarlo al porto di Panormo, invece di rintracciarlo presso Efeso stessa, sulla via di Magnesia. Ripreso lo studio delle antiche testimonianze tutte, e fattosi li bero delle preoccupazioni predecessori , e non dando un peso esclusivo alle parole dello storico d'Alicarnasso, non era molto arduo al Wood di venire aduna conclusione più soddisfacente: e diffatti, egli ne venne a capo collo stabilire propriamente la si tuazione topografica del tempio sopra un terrenobasso e paludoso, tra il fiume Caister e un suo affluente, ai quali devesi l'alto in terramento onde fu invaso, e presso cui oggi sorge il villaggio di Ayasaluk. L'impresa del Wood non è recente, benchè sia recente la sua pubblicazione. Egli mise mano ai lavori fino dal 1863 e li con dusse in mezzo a difficoltà grandissime, in cui corse fin anche pericolo di vita. Questi e altri incidenti non sono la parte meno importante del libro. Il Wood non è soltanto un archeologo, ma un architetto arti sta, e l'opera va corredata di 27 disegni fotografici e da 42 inci sioni nel legno, tolte da disegni presi sul vero. ** La Bibbia per l' ortodossía protestante inglese non è soltanto il libro religioso per eccellenza e il movente di sodalizi potenti per diffonderla, ma è anche un continuo argomento di studi e di associazioni per mandarli in effetto sotto diversi aspetti. Una di queste istituzioni è quella per l'esplorazione della Palestina. Essa è sovvenuta da ricchi nazionali, tanto da bastare ad ogni bisogno. Come il suo titolo esprime, l'impresa sua è del tutto scientifica; l'archeologia della Palestina le è unico scopo, e vi mira con tutti imodi di cui dispone. Nonostante le molte indagini fatte in quella storica regione, e di cui vanno pieni dei volumi, l'Istituto volle, tre anni or sono, affidare ad un francese studiosissimo della materia, il signor Cler montGanneaux l'incarico di far nuove indagini intorno alle anti chità edilizie di Gerusalemme e del paese circostante. Il Ganneaux si pose tosto all'opera; ma affinchè questa non parlasse soltanto alla mente, ma trovasse la sua riprova e, di 112 NOTE. ciamo pure, il suo complemento nelle forme visibili delle cose gli venne associato un giovane architetto francese, il signor Le comte, disegnatore peritissimo, affinchè quello che l'uno vedeva e giudicava l'altro vedesse pure e rappresentasse dal punto di vi sta della scienza. Il lavoro del Lecomte s'è fatto completo, e co stituisce una piena illustrazione delle note del suo compagno e maestro in archeologia.Esso comprende planimetrie, elevazioni, se zioni di monumentidi epoche diverse e con intenti diversi, icno grafie di ipogei e di tombe, ecc. La messe è ricca e svariatissima, perocchè su quel suolo ladominazione romana, il passaggio delle Crociate, il regno dei Califfi, e infine la supremazia mussulmana hanno lasciato ripetute testimonianze del loro influsso. Ora, per colmo di deferenza verso gli studiosi, l'Istituzione volle che di co testo materiale deposto nei propri archivi di Londra si lasciasse libera l'esposizione a quanti fossero per desiderarne l'ispezione. * Le escavazioni consigliate da un alto scopo scientifico non si arrestano al sacro suolo di Grecia e alle terre dell' Asia minore; la marra dell' archeologo va ora a cercare le più lontane regioni dell'Oriente. Il reverendo D. Caldewell l'ha piantata nelle pia nure meridionali delle provincie indiane di Madras, sulla costa del Coromandel, presso la città di Kayal, designata nelle Memorie di Marco Polo. Egli fece, ivi, aprire parecchi tumuli, e recente mente ne trasse dei ruderi della più grande antichità e di sommo interesse per la scienza. Vi hanno dei grandi vasi di terra nera lucente, delle stoviglie di fattura squisita, e di larghezza in alcuni pezzi, secondo quanto si dice, maggiore di quattro piedi. Egli è da più mesi che coteste escavazioni sono incominciate; d'allora in poi, oltre di ciò, sono stati trovati dei curiosi utensili di pietra, degli ornamenti, delle monete molto rare, e alcune, anzi, uniche, e altri ruderi minori. Il luogo del loro ricupero trovasi nelle vici nanze del grande fiume dell'India meridionale, il Tamraporni. G. M. G. OTTINO, responsabile. 1 INDICE. G. M. I restauri alla R. Basilica di S. Michele Maggiore di Pavia MONGERI. L'Incoronata di Lodi e gli attuali suoi restauri BELGIOJOSO. Le Aquile romane G. M. Giovanni Brocca architetto e consultore del Museo Ar cheologico • CAIMI. Tombadell'età romanadiscoperta a Lissone presso Monza-Epigrafi recentemente rinvenute MONGERI. La Cappella di San Giuseppe alla Pace e gli ultimi suoi avanzi • CAIMI. La Torre presso il Carrobio in Milano MONGERI. Santa Maria di piazza aBustoArsizio, e il suo recente ristauro Notizie Bibliografia . pag. 4 6 25 36 39 43 46 63 80 56 60,,101 Corrispondenza Note 14, 103 105 1 60141 . PRINCETON UNIV Princeton University Library 32101 077272563 DATE ISSUED DATE DUE JUN 16JUN 1571 RAMAY2281 RETURNE. JUL9 '81

記載日