L'ARTE
RIVISTA
DI STORIA DELL'ARTE MEDIOEVALE E MODERNA
E D'ARTE DECORATIVA
DIRETTA
DA
ADOLFO VENTURI
ANNO XII-1909
ROMA
CASA EDITRICE DE L'ARTE
MCMIX
Roma, Tipografia dell' Unione Editrice, via Federico Cesi, 45.
Compl,sits
Likerma
5-24-28
17417
GLI ULTIMI ANNI DEL BEATO ANGELICO
ELL'ATTIVITÀ artistica di frate Giovanni da Fiesole studiati e di
scussi più d'ogni altro sono il periodo cortonese (che sarebbe
meglio chiamare umbro) e il periodo romano : la prima giovinezza
e l'estrema senilità del longevo pittore.
Le ricerche e gli studi fatti non hanno tuttavia definito assolu
tamente tutte le questioni nè risolti tutti i dubbi così che si debba
rinunziare senz'altro al tentativo di conoscer meglio lo sbocciare
e il fiorire ultimo di questo artista che fu, nell'arte italiana, quale
in un fecondo giardino un gentile fiore di serra.
I dipinti che esistono tutt'ora e che con certezza assoluta sap
piamo essere dall'Angelico stati eseguiti nell'ultimo decennio della sua vita (1445-1455) si
riducono a due : gli affreschi della cappella Niccolina e gli affreschi del Duomo d'Orvieto.
Intorno a queste due opere vogliamo ora concentrare il nostro studio; di altre (quali
gli Sportelli dell'Annunziata ora all'Accademia fiorentina) che tutte o in parte si potrebbero
con qualche fondamento attribuire a questo periodo avrò ad occuparmi altra volta.
***
Le pitture del Duomo d'Orvieto furono eseguite nell'estate del 1447 : su questa data
non esiste alcun disaccordo nè vi è alcuna possibilità d'incertezza.
Meno precisamente e meno correttamente si è, invece, determinata la data delle storie
dipinte nella cappella vaticana e a questa mi pare si debba portare qualche correzione.
A queste pitture si assegnano dalla critica gli anni che vanno dal 1449 al 1455 (anno
della morte del pittore) ammettendo un indeterminato periodo d'interruzione dopo il 1450.
Si dovrebbe invece, se le ragioni che ora esporrò sono valide, spostare di qualche anno
questa che è l'ultima opera eseguita direttamente dal maestro che ci sia stata conservata,
e portarla agli anni 1447-1449.
I documenti pubblicati dal Müntz stabiliscono che fra Giovanni fin dal 1447 lavorava,
I
insieme con i suoi garzoni, alla chapella di santo Pietro. A Roma però egli dovette venire
qualche tempo prima di questa data, ma, poichè mancano i registri della Tesoreria segreta
I
L'errore del Vasari che fa andare l'Angelico a
Roma per chiamata di Niccolò V, anzichè di Eugenio IV,
fu già notato dal padre Marchese e tutti gli scrittori
d'arte a lui posteriori sono d'accordo nella rettifica.
Ecco come i documenti pubblicati dal Müntz defini
scono la questione : il 13 febbraio (1447) nel convento
di S. Maria sopra Minerva muore il pontefice Eu
L'Arte, XII, 1.
genio IV; il 9 marzo è eletto papa Niccolò V, poi
solennemente incoronato ai 19 dello stesso mese. Un
pagamento fatto il 23 di maggio a frate Giovanni
di 40 ducati e 28 fiorini per il tempo che va dal 13
di marzo a tutto il maggio ci fa certi che l'Angelico
stava già lavorando alle sue pitture nella cappella di
santo Pietro, sette giorni soltanto dopo il termine del
2
GUGLIELMO PACCHIONI
di Eugenio IV dal 1435 al 16 marzo del 1447 non ci è possibile fissare il momento della
sua venuta se non per congettura. La tradizione formatasi nel convento di S. Marco e dal
Vasari accolta nelle sue Vite narra come l'arcivescovado di Firenze prima che a S. An
tonino fosse da Niccolò V offerto a frate Angelico e come questi pregando il pontefice di
esonerarlo da un tal carico indicasse il suo austero compagno come meglio degno di que
st'ufficio. L'elezione di S. Antonino avvenne nel 1445, due anni prima della esaltazione del
cardinale Tommaso Parentucelli al papato: essa non potè perciò certamente essere opera di
questo papa, ma se nell'aneddoto vasariano è qualche fondamento di verità, esso deve ri
ferirsi a Eugenio IV e non più a Niccolò V.
Ma, se non par molto verosimile l'offerta del vescovado di Firenze a frate Giovanni
meno ancora si potrebbe spiegare come il papa mandasse a interrogarlo sulla scelta del
vescovo il pittore o come questi desse un consiglio non richiesto.
L'aneddoto è stato per questo senz'altro rigettato dalla critica come privo di qualsiasi
fondamento storico. Bisogna però notare, prima di negare alla tradizione ogni credenza, che
tutta la inverosimiglianza del racconto vasariano sparisce quando si voglia ammettere che
l'Angelico si trovasse già in Roma nel tempo in cui per la morte del Zabarella il papa
doveva esser nel pensiero di nominarne il successore.
E così appunto dovette essere: a confortare questa supposizione si presta il racconto
che di questo episodio fa uno dei più antichi biografi dell' Angelico, don Silvano Razzi; '
dice egli che fra Giovanni
vedendo sopra pensiero il pontefice
nello scegliere un ec
cellente pastore alla chiesa fiorentina gli additasse S. Antonino come il piùdegno di quel
l'ufficio. Nello stesso modo racconta il fatto Francesco Castiglioni, segretario e biografo di
S. Antonino, che aggiunge esplicitamente che l'Angelico stava allora lavorando nella cap
pella pontificia.²
Si può dunque con certezza fissare per la venuta dell'Angelico alla corte papale la data
del gennaio o febbraio 1445 (S. Antonino fu eletto vescovo nel marzo) anzichè quella del 1446
stabilita dal Douglas o del 1447 sostenuta da meno recenti biografi; la data 1445 era già
stata messa innanzi, ma senza precise ragioni dal Milanesi, seguito poi da molti altri scrit
tori ; e sono perciò lieto di poterla ora sostenere con qualche attendibile argomento.
Se l'Angelico dal 1445 abbia atteso sempre alle pitture della cappella del Sacramento
(abbattuta poi da Paolo III Farnese, non ci dicono i documenti ma è assai probabile ; la
cappella non era ancora finita però alla fine del 1449 poichè l'11 settembre di quell' anno
troviamo che si compera dell'azzurro da servire per la chapella di santo Pietro.
Senza dubbio il nuovo papa Niccolò V non volle aspettare che fossero del tutto ter
minate le pitture della cappella del Sacramento per commettere al pittore la decorazione
del suo studio e l'Angelico dovette per un paio d'anni circa attendere contemporanea
mente a entrambi i lavori. Le pitture del sacello privato del papa furono infatti comin
ciate assai prima del settembre 1449 poichè tra i documenti pubblicati dal Müntz ve n'è
uno del 15 febbraio 1448 in cui di queste pitture si parla come di cosa già in corso. Es
1
conclave dal quale usci eletto Niccolò Ve sei prima
della incoronazione del nuovo papa. Non si può dunque
non ammettere che il pittore non si trovasse già a
Roma negli ultimi mesi del regno di Eugenio IV.
Aggiungasi poi che in altro pagamento, anch'esso del
23 maggio, è detto che lachomo d'Antonio da Poli,
uno dei garzoni dell'Angelico, lavorava alla cappella
fino dal 1º marzo. Le pitture furono dunque senza
dubbio incominciate assai prima della elezione di Nic
colò V, e solo per la lacuna de' registri della Teso
reria papale ce ne manca la riprova nei documenti.
Vite dei Santi e Beati Toscani. Firenze, 1593,
vol. I, pag. 746. È citato anche dal padre Marchese.
2
La lettera è inserita anche dai Bollandisti in Acta
Sanctorum.
Dice il documento «(1448): die XV Februarii dicti
anni praefatus Robertus depositario de mandato ut
supra retinuit ad manus suas pecunias infrascriptas
et primo florenos similes quinquaginta quinque, so
lidos decem monetae romanae pro totidem per eum
solutis pro duabus libris azuri ultramarini pro pictura
capellae secretae D. N. Рарае
Arch. segr. del Va
GLI ULTIMI ANNI DEL BEATO ANGELICO
3
sendo il documento pubblicato fuori posto ha potuto sin qui sfuggire all' attenzione degli
studiosi.
È assai probabile che il papa facesse incominciare la decorazione della sua cappella
privata ne' primi mesi del suo papato : forse nell'estate del 1447; certamente però prima del
febbraio 1448.
Un altro e più notevole spostamento è da fare riguardo alla data di compimentodelle
pitture.
Dal principio del 1450 alla fine del 1452 abbiamo la certezza che l'Angelico non stette
a Roma: nel gennaio del 1450 egli era priore del convento di Fiesole, carica che, secondo
la regola de' monasteri domenicani, durava un triennio; nella primavera del 1452 lo ve
diamo recarsi a Prato per condurre le trattative con la fabbricieria di quel duomo che gli
aveva offerto di istoriarne il coro. Probabilmente, perchè il pio monaco si disponesse ad
allontanarsi ancora dal suo convento doveva essere vicino il termine del suo priorato: esso
era cominciato al più tardi nel gennaio del 1450, ma forse anche negli ultimi mesi del 1449.
Su questi dati non solo dovremmo credere, se seguissimo l'interpretazione comune, che
il pittore interrompesse per più di un paio d'anni le pitture nello studio di Niccolò V (per
affrettare le quali aveva, come abbiam visto, ritardato il compimento della cappella del Sa
cramento) ma anche che avesse in un certo tempo del tutto deposto il pensiero di conti
nuarle se, prossimo al termine dell'ufficio che lo aveva tenuto a Fiesole, si disponeva an
zichè tornare prontamente a Roma, a fissare un nuovo contratto con quei di Prato, per
imprender là un lunghissimo lavoro.
Coincidono dunque a questo momento della vita dell'artista molte circostanze strane e
per noi inesplicabili : Perchè il pittore si parti improvvisamente da Roma lasciando imper
fetto un lavoro di tanta importanza e che doveva stargli tanto a cuore? Perchè anche il
suo prediletto scolaro Benozzo si allontana in questo tempo da lui e tenta di sostituirglisi
nella grandiosa opera di Orvieto? Perchè pure essendo ancora a Roma il pittore nell'estate
degli anni 1448 e 1449 non si recò a Orvieto come gl'imponeva il contratto con l'opera
di quel Duomo? E perchè in fine non affrettavasi a tornare a Roma non appena il ter
mine del suo priorato gli avrebbe permesso di allontanarsi da Fiesole?
Sembrerà senza dubbio strano che sulla scorta di documenti da tanto tempo conosciuti '
a me paia di dover giungere a una datazione diversa da quella a cui sono giunti tutti
coloro che li hanno interpretati e varrà perciò la pena di riesaminare ora attentamente
quelle notizie.
Dello studio di Niccoló V ne' registri vaticani è parola per tutto l'anno 1450 e per i
primi mesi del 1451 : di frate Giovanni non è invece più fatto cenno dopo il 1449, anno
della sua partenza, la supposizione che egli abbia ripreso il lavoro nel 1453 o nel 1454 è
dunque del tutto gratuita. Notiamo ancora che, dopo il 16 marzo del 1451 della cappella
di Niccolò V troviamo un solo accenno il 12 febbraio 1454 e questo mi pare si debba rife
rire non alla cappella ma a qualche suppellettile ad essa destinata : nessun accenno dunque
a una continuazione delle pitture da parte dell'Angelico o di suoi allievi dopo il 1449.
Se vogliamo poi curarci di osservare a quali lavori si desse opera nello studio di Nic
colò V nel 1-450 e nel 1451 durante l'assenza dell'Angelico ci verrà subito sott'occhio:
I
ticano. Nicolai V introitus et exitus Camerae Apo
stolicae, a mense Aprilis ad mensem Augusti 1448,
vol 114 (Müntz, Les arts, etc., II, 316) ».- Lo stesso
Müntz ne' commenti che aggiunge a volta a volta alle
riproduzioni dei registri vaticani asserisce che l'Ange
lico cominciò a decorare lo studio « la meme année »
(1449) [vol. I, pag. 126] ; nè si corregge poi mai nel
seguito della sua opera, essendo evidentemente sfug
gito anche a lui il valore del documento.
Essi furono pubblicati già per la maggior parte
nella Cronique des arts del 1876 e riprodotti il 16 mag
gio dello stesso anno dalla Nazione di Firenze. Rac
colti in volume dal 1878 al 1882.
2
Ecco il documento :
1454 12 febbr.
Tavole di ognie (?) sorte e le
gniame di tarsio che si comprano q.º anno devo dare...
duc. 2,6.25 d. c. cont. a mº Nicholo da Fiurenze mº di
legniame di tarsio a dato per lo studio di N. S. e
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GUGLIELMO PACCHIONI
1º che l'unico operaio che vi lavora ancora è Carlo di Ser Lazaro da Narni (a quanto
pare doratore o stuccatore) che già aveva lavorato con l'Angelico, ma con uno stipendio
tanto esiguo da doverlo senza dubbio credere nulla più che un umile artigiano; '
2º che le spese di materiali che si fanno in questo periodo sono tali da farci cre
dere che alla cappella si stesse dando l'ultima opera di assettamento. Troviamo infatti che
si compera dell'oro battito per mettere a le cornici dello studio, del mordente da dorarefregi,
capitelli e cornici e della vernice. E questi pagamenti non arrivano anch'essi se non al
31 marzo (1450). Solo l'anno dopo troviamo un altro pagamento che riguarda lo studio di
N. S. e questo mi pare avvalori l'opinione che esso fosse già del tutto terminato: si tratta
di 15 ducati dati a frate Giovanni da Roma² per due fincstre di vetro biancho a fatte
[si noti già fatte non soltanto commesse] ne-lo studio di N. S., una con Santo Lorenzo e
Santo Stefano e, nel altra la nostra donna.3
Da tutti questi indizi esce per me sicura la convinzione che dopo il 1450 l'Angelico
non lavorò più alla cappella Niccolina e che le storie di Santo Stefano e di San Lorenzo
ivi raffigurate furono eseguite tutte ne' due anni che corrono dalla fine del 1447 alla fine
del 1449 : rapidità che non ci può meravigliare data la fecondità e la facilità del pittore e
il notevole aiuto che gli deve avere apportato la collaborazione di Benozzo Gozzoli.
Se non mi è riuscito di persuadere il lettore, spero almeno di aver dimostrato che la
datazione che si è data alle pitture vaticane dell'Angelico non riposa su alcun documento,
ma solo sul naturale e spontaneo desiderio di colmare in qualche modo la lacuna della
nostra conoscenza sull'ultima attività artistica del pittore. È fenomeno frequente nella storia
dell'arte il distribuire le opere rimasteci de' vecchi maestri in un più lungo giro d'anni di
quanto nel fatto non spetti loro: la nostra mente può illudersi in tal modo di veder meno
vuoti nelle serie cronologiche che essa si affatica a andar compilando.
Per riempire questo vuoto converrà anzitutto definir bene la parte che l'Angelico ebbe
nell'esecuzione degli Sportelli dell'Annunziata (dipinti probabilmente negli anni 1550-1552)
e ricercare se qualcuna delle opere conservate o qualche notizia di opere perdute si possa
riferire ai due ultimi anni di vita che il pittore trascorse quasi certamente a Roma poichè
qui lo colse la morte e qui è la sua tomba.
Prima che frate Giovanni si partisse da Roma se ne era allontanato, nel luglio 1449,
il discepolo suo Benozzo : distacco che non sembrerà più inesplicabile quando si pensi che
in quel tempo l'aiuto poteva bene aver terminato la propria parte di lavoro; sappiamo che
Benozzo fu allora ad Orvieto offrendosi di continuare l'opera interrotta dal maestro e io
penso che questa offerta dovesse esser fatta col consenso e molto probabilmente anche con
la raccomandazione di frate Giovanni. Gli anziani d'Orvieto non vollero accettare questa
sostituzione (che tanto più svantaggiosa doveva loro parere per essere l'uno il maestro,
l'altro lo scolaro) forse perchè sperarono ancora di poter nuovamente avere il più celebre
pittore.
L'Angelico aveva fermato il ben noto contratto con l'opera del Duomo d'Orvieto nel
giugno del 1447 quando dunque egli stava lavorando alle pitture della cappella del Sacra
mento, opera per la quale dobbiam credere che il nuovo papa non gli facesse gran fretta
se, pochi mesi dopo, gli commetteva d'iniziare la decorazione della sua cappella privata
senza che, come abbiam visto, esse fossero terminate.
per 26 cent. per le casse per la cira(di) Santa Maria
Candelora.
(T. S. 1454, fol. 85 V°).
I
Dei garzoni che aiutavano l'Angelico nella cap
pella Niccolina Benozzo Gozzoli ha un salario men
sile di sette fiorini, mentre Pietro Iacomo da Furli ne
ha due; Carlo di Ser Lazaro da Narni, Giovanni
d'Antonio della Checa, Iachomo d'Antonio da Poli
ne hanno soltanto uno. Questi ultimi non erano, evi
dentemente, se non apprendisti o manovali.
Un pittore su vetro di cui si possono avere mag
giori notizie dal Müntz (Les arts, etc.) e dal Pastor.
MÜNTZ, Les arts, etc., I, 128.
A
GLI ULTIMI ANNI DEL BEATO ANGELICO
5
Quando l'anno seguente il pittore stava attendendo alla nuova commissione del papa
egli dovette trovar modo forse per iniziativa e con l'intervento dello stesso pontefice, di
restar libero dal contratto con gli Orvietani.
Gli avvenimenti che seguirono e soprattutto la sua elevazione al priorato di Fiesole
gli hanno impedito poi sempre di continuare un lavoro al quale non pare avesse avuto grandi
incitamenti.
***
Quale dovesse essere il grandioso lavoro iniziato nella cappella di San Brizio del
Duomo di Orvieto noi non sappiamo; di esso l'artista nostro non eseguì che due spicchi
della volta: nell'uno sta, solenne e ieratico, il coro de' Profeti: Profetarum laudabilis nu
merus, dall'altro domina maestosamente la figura di Cristo giudice. Nelle altre parti della
volta il Beato avrebbe forse raffigurato i cori degli altri abitatori dell'empireo cristiano e
sulle pareti le sue predilette scene di anime che ascendono, guidate dagli angioli, alla con
quista de' cieli e di demoni buffie grotteschi che spaventano gli empi.
Il « Coro de' Profeti » si eleva, strana piramidè đi teste umane, entro il triangolo che
circoscrivono i costoloni della volta; manca intorno a ciascuna figura l'aria e lo spazio,
perchè possiamo immaginare che dietro di esse stanno le altre di cui vediamo soltanto
sopravanzare il busto.
La materia è ancor sorda allo sforzo dell'artista: non sconfina la coorte degli eroi
biblici nell'infinito degli spazi empirici; l'arte dovrà ancora attendere un secolo circa per
suscitare il miracolo : dovrà aspettare il Correggio !
Qui le teste canute e pensose si ordinano in scala uniforme e monotona e tutta la
potenza dell'arte si concentra nella espressione del volto: or maestosa e possente come nel
Davide, ora ispirata e assorta come ne' due giovani che stanno al sommo dell'ala di destra;
in alcuni adorante e rassegnata al giudizio divino (vedi il vecchio barbuto che tende avanti
le palme, quasi nel centro del gruppo) in altri (il vecchio a sinistra del precedente e alquanto
più in basso) dolorosa e intensa come se la visione delle calamità invano predicate pas
sasse ancora sotto la fronte rugosa.
Della potentissima figura di Cristo giudicante (fig. 1) avrò a parlare largamente ripigliando
la tanto dibattuta questione della parte che vi possa aver avuto Benozzo Gozzoli; noterò invece
come in questo campo della volta l'Angelico non sia riuscito a vincere le difficoltà oppo
stegli dallo spazio poco idoneo alla grandiosa rappresentazione.
Attorno all'iride entro cui siede il Redentore gli angioletti si schierano e osannano,
ma rimangono come schiacciati ed oppressi e si stipano e si affollano disponendosi varia
mente per riuscire a capir nello spazio angusto e per adattarsi, quanto è possibile alla
linea de' costoloni; ne' due angoli minori due d'essi dan fiato alle tube, ma sono troppo
lontani l'uno dall'altro, troppo sperduti, troppo imprigionati nello spazio ristretto perchè
quasi tutta la maestà loro non vada perduta.
Una ragione religiosa non permise forse all'artista di collocare il suo Cristo più in basso
in una delle pareti poichè nella volta, al di sopra del Dio sarebbero venuti a trovarsi i
cori dei patriarchi e dei Santi. '
***
Negli affreschi de' quali papa Niccolò V volle ornato il proprio studio ne' palazzi vati
cani, frate Giovanni Angelico ci ha lasciato l'ultimo e il più ragguardevole saggio dell'arte
sua. Le « storie della vita de' Santi Stefano e Lorenzo » che il pittore raffigurò sulle pareti
I
La disposizione tradizionale voleva in oltre che
alla scena del Giudizio universale fosse riservata la
parte di fronte all'ingresso mentre la parete ove si
apriva la porta era destinata alle rappresentazioni del
l'inferno.
6
GUGLIELMO PACCHIONI
della cappella sono, secondo la frase un po' rettorica di molti suoi biografi, il suo testa
mento pittorico : vedremo però in qual senso e con quanta misura questa definizione delle
bellissime pitture debba essere interpretata.
Le pitture sono disposte in due serie: la superiore si compone di tre lunette semicir
colari, l'inferiore di cinque riquadri rettangolari colla dimensione maggiore disposta in
senso verticale.
Le scene della serie superiore, accoppiate entro ciascuna lunetta, occupano ciascuna
uno spazio press'a poco triangolare di cui l'artista ha saputo trarre buon partito nelle parti
laterali per dar maggior sfondo ai piani; non tanto felicemente è riuscito invece nel divi
dere l'una scena dall'altra poichè i corpi di fabbrica che egli è costretto a far venire avanti,
sul primo piano, per aver modo di tagliar la scena in due, sentono troppo l'artifizio e restrin
gono inopportunamente lo spazio.
La vocazione, l'apostolato e il martirio di ciascun Santo sono rappresentati nella doppia
serie di quadri con episodi somiglianti: sopra, nelle lunette, la Consacrazione, la Distribu
Fig. 1- Beato Angelico e Benozzo Gozzoli: Cristo giudicante. Orvieto, Duomo
zione delle elemosine, la Predicazione, la Giustificazione e il Martirio di Santo Stefano, sotto,
ne' riquadri rettangolari, la Consacrazione, la Consegna de' tesori, la Distribuzione delle
elemosine, la Condanna e il Martirio di San Lorenzo.
Per non ricopiarsi di continuo, l'artista è stato costretto a fare uno sforzo per variare
la composizione, per creare una doppia forma d'espressione dello stesso soggetto e questo
lo ha aiutato, da un lato a liberarsi da quanto potesse essere nella sua fantasia cristalliz
zato dalla tradizione iconografica e dalla propria abituale maniera, dall'altro lo ha spinto a
un più preciso studio della realtà e a una più profonda investigazione sul particolare ed
essenziale carattere di ciascuna scena.
Nella Consacrazione di Santo Stefano (fig. 2) le figure si allineano tutte di fronte all'osser
vatore e assistono in schiera ordinata e monotona all'avvenimento : San Pietro, che sta sui gra
dini di un altare di cui vedesi a sinistra parte della mensa e del ciborio, chinandosi verso
il santo chierico inginocchiato e devoto, abbassa il proprio capo cinto di più grande e più
maestosa aureola fino all'altezza di quello degli altri santi apostoli che sono eretti della per
sona ma collocati più in basso di lui. Questo monotono raggruppamento delle figure non
è privo di una certa ingenua semplicità tutta propria dell'Angelico e produce un giusto
effetto di maestà severa e pia. La scena par che si svolga nell'interno d'una chiesa di cui
GLI ULTIMI ANNI DEL BEATO ANGELICO
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vedesi nel fondo parte della navata laterale e, in iscorcio, il braccio trasversale della cro
ciera ; i particolari : colonne, capitelli, trabeazione sono quasi del tutto di tipo classico, le
proporzioni invece, eccessivamente allungate, palesano continue reminiscenze gotiche: l'arcata
a sinistra é altissima in rapporto alla strettezza della luce; le finestrelle, sebbene siano nel
piano superiore a pieno centro abbinate secondo l'uso toscano del Quattrocento, hanno pro
porzioni assai più vicine all'arte gotica che a quella del Rinascimento; anche le colonne che
reggono la greca trabeazione, se noi potessimo far scostare le figure che ce ne impediscono
la vista nella loro parte inferiore, ci apparirebbero soverchiamente esili e allungate. Queste
minute osservazioni (che non staremo a ripetere ad ogni volta) ci soccorreranno validamente
in seguito per comprendere meglio di qual genere e in qual misura profondo sia il rivol
gimento prodottosi nell'arte dell'Angelico dai freschi in San Marco a quelli in Vaticano, e
siam per questo costretti ad affliggerne il
paziente lettore.
Un particolare che merita d'esser no
tato è il tentativo di rendere il penetrare
della viva luce esterna nella penombra della
chiesa per le due finestrelle rotonde che
si vedono in alto a sinistra nelle due ar
cate in iscorcio.
Nella seguente scena : Santo Stefano
che distribuisce l'elemosina, nel raggrup
pare ed atteggiare le figure l'artista ha
ottenuto varietà e movimento pur restando
equilibrato e sobrio : la composizione, seb
bene sia a primo aspetto più piacevole
della precedente, ha però minore unità e
coesione. Nelle singole figure tuttavia l' in
tensità dell' espressione non manca ed è
anzi qualche poco forzata. Santo Stefano,
a sinistra, sulla soglia della chiesa, in atto
pieno di umiltà e misericordia sta distri
buendo le elemosine agl' infelici che si affol
Fig. 2- Beato Angelico
Particolare della Consacrazione di Santo Stefano
Roma, Cappella Niccolina
lano intorno a lui; una donna col capo coperto da un ampio scialle tende la mano e riceve
quasi timorosamente il dono che il santo con gentilezza vi posa, mentre un fanciullo che
è riuscito a ficcarsi tra la donna e il santo si sforza di attirarne su di sè l'attenzione. Altri
mendicanti accorrono o implorano la pietà di Santo Stefano mentre varie figure nel fondo
passano indifferenti e alcuni chierici assistono il diacono nella pietosa occupazione: figure
queste poco dotate di carattere e alle quali il pittore non ha dato se non l'ufficio di ren
dere più affollata e più varia la scena. Nel fondo, prima delle fantastiche ed aeree archi
tetture dell'ultimo piano, compaiono, motivo già caro all'Angelico, giardini cinti d'alte mu
raglie cui sopravvanzano cime d'alberi frondosi ed acute punte di cipressi.
Continuando nella narrazione della vita di Santo Stefano il pittore raffigura la Predica
zione. Il santo oratore è anche in questa scena rappresentato all'estremità della composi
zione, ritto sopra uno scalino che pare debba immaginarsi come la soglia d'una chiesa; la
sua figura però non si china stavolta in atto di umile fraternità con i miseri che ne rice
vono il soccorso, ma si erge diritta e maestosa sopra la turba delle ascoltatrici accoccolate
ed intente. L'apostolo della nuova fede sta argomentando e sulle dita enumera forse le ra
gioni che fortificano le sue parole o i misteri della credenza a cui va cercando proseliti: è
questo un motivo consacrato già dalla tradizione che, nelle rappresentazioni di Santa Ca
terina davanti al consiglio de' dottori ' e di San Francesco davanti al Soldano, ne aveva
I
Vedi ad esempio anche la scena della Disputa di Santa Caterina » che Masolino dipinse nella cap
pella di San Clemente al Celio.
8
GUGLIELMO PACCHIONI
fatto largo uso e l'Angelico, adottandolo per la sua predicazione di Santo Stefano non seppe
nè vivificarlo nè adottarlo bene ai personaggi. Santo Stefano non deve nè disputare nè teo
logizzare davanti al suo popolare uditorio ma deve avvincere i cuori con la eloquenza calda
della fervente passione di neofita; nè d'altra parte le ascoltatrici sembrano intente alla ri
velazione di misteri della fede ma mostrano piuttosto (ad esempio nella figura che incrocia
le mani sul petto e leva il viso in atto di estatica adorazione e nell'altra che stringe le
mani giunte e si protende lievemente con una mossa piena di fervore) una commozione
piena di abbandono. Dietro il gruppo delle donne è un gruppo di ascoltatori: due giovani
fissano il santo intensamente, un altro, più a sinistra, commenta le sue parole volgendosi
a un vecchio maestoso e barbuto,
L'architettura del fondo che in questa lunetta invade e compenetra anche il riquadro
destro non è meno fantastica delle precedenti ; nei palazzi, nella tetra fortezza del mezzo, nelle
pesanti torri merlate è stranamente mischiato un non so che di slanciato e di massiccio, di
severo e di posticcio al tempo stesso :
caratteri tutti che bene si spiegano avendo
seguito il trasformarsi lento de' paesaggi
che l'Angelico amava dar come fondo ai
suoi quadri.
Nella scena in cui vediamo Santo Ste
fano davanti al Consiglio degli Anziani
la composizione si fa quasi giottesca :
nella sala dal pavimento marmoreo le fi
gure stanno come entro una gabbia, i
piani non sfondano se non scarsamente
e la prospettiva è, in buona parte, sba
gliata. Il giudice dalla lunga barba nera
è in atto maestoso ma eccessivamente
Fig. 3- Beato Angelico
Santo Stefano ucciso fuor dalle mura della città
Roma, Cappella Niccolina
eratico e freddo; il Santo con l'indice
destro alzato verso il cielo sembra invo
care sulle sue parole la testimonianza di
vina o profferire minacciose profezie : è
senza dubbio la più efficace figura della
scena. Nel gruppo che gli sta dietro sono
alcune teste piene di vigorosa energia
quali l'Angelico sapeva alle volte creare per i suoi patriarchi e i suoi santi; il pittore sa
questa volta approfittar bene delle risorse tecniche riuscendo ad ingannar l'occhio dell'os
servatore in modo da dare con quattro sole teste (e una neppure intera) la illusione di una
folla di persone.
Stereotipata e vuota è al contrario la movenza delle due rigide figure a sinistra che al
zano entrambe il braccio in quasi identica maniera come se l'una non fosse che l'ombra
dell'altra.
Nella terza lunetta sull'elemento rappresentativo prevale l'elemento narrativo e le due
storie che la occupano anzichè costituire due episodi staccati, si continuano l'una nell'altra
al modo che usarono spesso Giotto ei Giotteschi. Se non che nel nostro pittore la facoltà
narrativa era assai meno spontanea e assai meno esercitata e in questa sua prova più che
ad esporci una scena nel suo svolgersi è riuscito a sdoppiare in due uno stesso episodio.
Asinistra S. Stefano è cacciatofuor dalle mura della citta (fig. 3) dalla turba iraconda dei
suoi accusatori: l'uno, un uomo dalla lunga e folta barba che già sta per uscir dalla porta, lo
trascina per le braccia e per le spalle mentre un altro col braccio teso lo sospinge; dietro,
a sinistra, altre tre figure minaccianti di cui soltanto la prima, un vecchio canuto e torvo che
si stringe al petto il mantello per esser più pronto alla offesa, vedesi interamente. Il Santo
GLI ULTIMI ANNI DEL BEATO ANGELICO
9
che si lascia trascinare quasi a corpo morto è un po' inconsistente e inespressivo : nella sua
figura barcollante male si distinguono le forme e male si legge il pensiero dell' artista:
anche il cadere del panneggio è del tutto convenzionale e privo di verità e di movimento.
Le mura che si stendono in arco risalendo verso il fondo limitano la scena: in esse no
tiamo ancora quel carattere di pesantezza priva di solidità cui abbiamo accennato più sopra.
Quelle alte mura merlate dietro cui si elevano brulle montagne pare che il pittore le abbia
copiate dalle città di carta pesta che si sogliono fingere ne' presepi e quelle torri merlate
dallo spessore così esiguo in rapporto alla loro altezza fan l'effetto di pezzetti di domino
che la minima scossa dovrà rovesciare; strana è poi la loggetta che sormonta la semico
DAN
Fig. 4 Beato Angelico: Lapidazione di Santo Stefano
Roma, Cappella Niccolina
lonna nel primo piano della pittura e che contrasta per la sua pretesa eleganza con la voluta
rozzezza del resto.
Con uno sforzo di tutto il suo spirito fra Giovanni è riuscito a intensificare la propria
arte nella scena della Lapidazione di Santo Stefano (fig. 4). Il martire è caduto sulle ginocchia
e giunge le palme sforzandosi di sollevare le braccia e la fronte verso il cielo in atto di fer
vorosa e rassegnata offerta di tutto se stesso; un vecchio canuto infierisce contro di lui lan
ciandogli con tutta la forza del braccio una grossa pietra e reggendo con la sinistra il lembo
della veste che lo impaccia nel movimento : non ostante la violenza dell'atto la figura manca
di solidità e d'energia e, per quello scoppio di brutale ferocia il pittore non ha trovato altra
espressione che quella dell'ira d'un fanciullo. L'altro lanciatore ha appena abbandonata la
pietra che è venuta a cadere sul capo del Santo, ed ha ancor steso il braccio, ma anche
questo movimento manca di verità e di efficacia.
Vigorose e bene intese sono al contrario le figure raggruppate a sinistra presso la porta
della città, che assistono impassibili al supplizio; l'artista le ha immaginate quali giudici che
L'Arte, XII, 2.
GUGLIELMO PACCHIONI
10
vegliano serenamente alla esecuzione della condanna che essi hanno pronunciata col cuore
che la potenza divina ha indurito e reso sordo al grido dell'innocenza : in loro non è odio
nè rimorso, nessuna veemenza di passione, ma soltanto l'aridità e la freddezza marmorea di
chi è escluso dalla divina grazia.
La scena di morte avviene nella aperta campagna solitaria e triste presso la porta della
città fortificata: monticelli a poco a poco vanno elevandosi nel lontano al modo che l'Ange
lico aveva usato già quando nel suo paesaggio aveva voluto diffondere un senso di grave tri
stezza (vedi, ad esempio, il frammento di predella col martirio de' Ss. Cosma e Damiano
nella pinacoteca di Monaco e lo scomparto della fuga in Egitto degli sportelli dell'Annun
ziata ') ; una piccola borgata è nel fondo al piede della collina e, più prossimi, alcuni cipressi
digradanti, in fila sul pendio animano e rendono più vera la rappresentazione.
Le storia relative al santo diacono Lorenzo mostrano più perfettamente sviluppati al
cuni caratteri che noi abbiamo già notati nella serie di Santo Stefano e noi dobbiamo stu
diare minutamente questo divenire dell'artista durante il corso dell'opera per arrivare a com
prendere più profondamente il suo spirito e le ragioni della sua arte.
Enotiamo anzitutto che qui il pittore è più facile e più felice narratore non ostante lo
svantaggio che gli viene dal dovere in buona parte ripetere gli stessi soggetti. Maggiore
anche che nella serie superiore, mi sembra sia in questa il movimento drammatico e in
parte anche il senso decorativo della composizione.
Sisto II conferisce il diaconato a San Lorenzo nell'interno d'una chiesa basilicale. Il pio
pontefice, in cui tutti gli storici si accordano nel riconoscere il caratteristico profilo di Nic
colò V, coperto de' sacri paludamenti è seduto sopra uno scanno e tende amorosamente il
calice al diacono che, nel riceverlo con ambo le mani sembra tremare di commozione mentre
leva gli occhi in viso al papa con atto pieno diriconoscenza. La sua veste è cosparsa tutta
di ardenti facelle ma l'artista saprà, nelle scene seguenti, dirci meglio che per mezzo di
questo simbolo la fervorosa carità del neofita.
I chierici e i prelati che assistono alla cerimonia hanno tutti paramenti solenni ma, a
dir vero, poco sembrano interessarsi alle due figure centrali e tanto meno dividerne la com.
mozione: due, dietro lo scanno del pontefice, stanno in colloquio, un terzo, che segna sopra
il libro semiaperto il passo rituale, si volge a sinistra quasi distratto e, dietro, un altro
guarda come intontito e senza direzione; a destra i tre chierici stanno chiacchierando e l'un
d'essi tiene distrattamente il turibolo e il porta-incenso.
Le teste sono un po' monotonamente ripetute; i chierici, ad esempio, sembrano una
stessa persona ritratta in pose differenti e il pittore s'è curato solo di variarne alquanto il
color de' capelli; anche le teste de' prelati sono quasi tutte variazioni di uno stesso tipo non
privo di dolcezza e di grazia ma troppo monotonamente idealizzato ; fa eccezione, oltre alle
due teste di San Lorenzo e di Sisto II, la bella testa di prelato che regge sulle braccia il
drappo bianco dietro il seggio pontificale.
L'episodio della Consegna dei tesori a San Lorenzo è narrato secondo il racconto di
Sant'Ambrogio (Offizi, lib. I, cap. 41).3
Fra Giovanni riunisce qui tre episodi consecutivi: l'arresto di papa Sisto II ; la devozione
eroica di Lorenzo al papa ; il papa che lo ricompensa dandogli il segno più grande della sua
fiducia. Il papa, prima d'esser condotto al supplizio, ha voluto vestirsi di tutti i segni della
sua dignità e impartire l'ultima benedizione al santo diacono mentre è per affidargli la borsa
che contiene tutti i tesori della Chiesa; nel viso del pontefice si scorge una pace sovrumana
I
Anche negando all'Angelico la paternità di que
st'opera, conviene ad ogni modo, io credo, attribuir
gliene la direzione e il disegno : ciò basta appunto al
nostro scopo.
2
Mi pare risulti chiaramente dall'esame delle pit
ture che le prime eseguite siano state quelle relative
a Santo Stefano.
A. VENTURI, Beato Angelico e Benozzo Gozzoli,
<<< L'Arte » , anno IV , 1901.
GLI ULTIMI ANNI DEL BEATO ANGELICO
II
mista alla tristezza vaga di chi è sul punto di un grande distacco ; Lorenzo è, nell'atto e nel
viso, pieno di venerazione, di dolore e di riconoscenza : egli tende le mani a ricevere il tesoro
come un deposito sacro e le mani par che gli tremino e, col viso levato verso il ministro
di Dio, par volerlo assicurare che egli saprà fino al martirio adempiere alla missione affi
datagli.
Il frate che spaventato e angoscioso volgesi al rumore che due soldati stan facendo
alla porta ricollega una parte della scena con l'altra: è questa una delle teste più piena di
carattere ed è, probabilmente ritratta dal vero : non so però se qualche tradizione indichi
il nome del personaggio raffigurato, forse un monaco domenicano amico del pittore. La
figura del timido cherichetto che porta i vasi se fosse dipinta con minore ingenuità e minor
diligenza potrebbe dirsi una macchietta,
tanto male si regge sulle gambe e tanto
faticosamente sostiene i vasi preziosi e lo
scrigno che porta tra le mani. Nelle due
figure di guerrieri de' quali uno s'appoggia
alla lancia mentre l'altro sta con la mazza
I
per abbattere la porta l'Angelico non sa
ove fissare la propria ispirazione e ripete
alla meglio certe sue figure un po' tea
trali entrate già da un pezzo nella sua
maniera e quali vedonsi spesso nelle sue
predelle ove si narrano martirî di Santi.
La porta ha le proporzioni del Rina
scimento, nel timpano è raffigurato il Re
dentore in basso-rilievo e, sopra, due
testine di putti che ricordano le teste di
guerrieri o d'imperatori de' monumenti del
l'età classica.
Il cortile ove si trova papa Sisto ha
da un lato colonne e capitelli di tipo clas
sico e, in fondo, due arcate eccessivamente
snelle di stile lontanamente quattrocen
tesco: da una porta, nell'angolo a destra
vedesi un chiostro pieno di verdura intorno
a cui corre un loggiato retto da sottili pali
di legno che sostengono i nudi travicelli.
Ripetendo nel San Lorenzo che fa
Fig. 5 Beato Angelico: Decio imperatore
Roma, Cappella Niccolina
elemosina il soggetto trattato già nella serie di Santo Stefano sulla contigua parete, l'artista
mostra, a me sembra, una ben maggiore facilità e verità d'invenzione. Il Santo è venuto a
portare il conforto della sua carità e a distribuire l'obolo di cui la Chiesa lo ha fatto depo
sitario e ministro fin sulla soglia del tempio di cui vedesi, dalla porta spalancata una lunga
fuga di colonne. Una turba di supplicanti gli fa cerchio intorno mentr'egli si volge dapprima
a colui che ha più d'ogni altro diritto alla compassione e all'aiuto : è un povero mutilato
che il pittore ci pone proprio sotto gli occhi nel primo piano della scena.
A destra un cieco, carico d'una bisaccia, si avanza tastando il suolo col bastone e
In essa il Douglas (il Cochin e altri lo hanno se
guito ciecamente) ha voluto vedere un'allusione alla
porta santa e al giubileo del 1450. La porta pare, è
vero, non chiusa ma murata, tuttavia non mi sembra
che ciò basti a legittimare una supposizione che non
s'appoggia se non alla fantasia dello scrittore. Ciò
non interessa, d'altra parte, gran fatto la storia del
l'arte e la data che si verrebbe così a stabilire per
l'affresco non aggiunge alcun nuovo elemento alla
nostra cognizione.
12
GUGLIELMO PACCHIONI
avanzando la mano come se temesse di urtar qualche ostacolo, mentre un vecchio si curva
sulla stampella e tende la mano fissando gli occhi infossati e segnati dalle rughe nel viso
del diacono caritatevole : l'attitudine e l'espressione della faccia sono d'intensa preghiera
mentre nelle nobili linee e nel grandioso modellato quella umiliata testa di mendico pare
santifichi con la intensità dell'antica sofferenza lo squallore della miseria.
Più indietro due pellegrini de' quali l'uno dalla bruna capigliatura porta appeso sul
dorso il cappello, e l'altro, col capo avvolto di bende bianche, giunge fervorosamente le
mani; due bambinelli rosei e paffuti si disputano lietamente il regalo ricevuto. Da sinistra
un uomo col capo coperto di un cappuccio s'appoggia con tutto il corpo alla stampella
per tener sollevata la gamba destra ferita e fasciata; intanto sopraggiunge, tenendo in collo un
fanciulletto che l'abbraccia teneramente una donna : è l'atto stesso in cui vediamo tante volte
raffigurata la Vergine col Bambino ma è reso qui con una più sentita ricerca veristica.
Fig. 6 Beato Angelico: I quattro Evangelisti
Roma, Cappella Niccolina
Più presso al diacono una donna, non più giovane, guida per la mano un fanciullino
e par indicarlo al Santo chiedendo per lui assai più che per se stessa: è questo un gruppo
pieno di carattere, semplicemente e intensamente drammatico..
Quasi tutte le figure sono prese di profilo eccettuato San Lorenzo che, ritratto di pro
spetto nell'atto di venire avanti in mezzo alla folla dei miseri che fa ressa, dà unità e forza
alla composizione : verso di lui convergono tutte le figure e in lui si concentra e si rias
sume l'azione della scena.
Seguitando la narrazione delle sacre storie, il pittore raffigura San Lorenzo condotto
davanti a Decio imperatore. Il martire della nuova credenza sta innanzi al tiranno ardita
mente e dignitosamente non ostante gli sgherri gli abbiano avvinte le mani dietro la
schiena ; una turba di soldati lo incalza ma senza impeto o violenza e, in fondo, due giu
dici commentano e sembrano indignarsi delle parole del Santo. Un altro giudice sta dal
l'altra parte del trono imperiale e sembra voler persuadere Lorenzo ; un giovane si volge
distratto ; un guerriero clipeato che volge le spalle e osserva attentamente l'accusato pare
meravigliarsi delle sue coraggiose parole. Decio, seduto sul trono (fig. 5), profferisce ordini e
minaccie indicando per terra a' suoi piedi gli staffili uncinati e i pettini di ferro: sul suo viso
GLI ULTIMI ANNI DEL BEATO ANGELICO
13
però non sappiamo leggere il divampare dell'ira e il suo gesto è calmo, quasi statuario ;
forse l'Angelico ebbe innanzi agli occhi un'antica icone imperiale e la sua fantasia non
seppe trasformarne il motivo e adattarlo alla scena. I
L'ultimo scomparto della serie in cui è figurato il Martirio è assai guasto e in qualche
parte neppure riconoscibile: San Lorenzo giace sulla gra
ticola e due carnefici con lunghe forcine ve lo tengono
costretto ; l'un d'essi si fa con la mano schermo al viso
per difendersi dal calore che emana dal braciere ardente ;
una gran corba di carbone è posta tra i due manigoldi
perchè sia di continuo alimentato il fuoco. Altre tre figure
mezzo cancellate si vedono a destra più prossime alla testa
del santo : l'uno col bastone del comando nella destra sembra
dirigere il martirio e gli altri due, che stan dietro, si accen
nano il martirizzato e sogghignano.
Dall'alto di un terrazzo, sotto un baldacchino improv
visato, sta il tiranno e osserva impassibile le sofferenze e
l'eroismo del morente che, ergendo il busto e sollevando
verso di lui la destra, grida ancora la sua fede. Con l'im
peratore stanno, tre per parte, i cortigiani discutendo e
osservando ; notevole uno (in mezzo del gruppo a sinistra)
che s'appoggia alla spalla del compagno e allunga il collo
per riuscire a guardar giù tra le teste degli altri due.
Il terrazzo dietro cui si elevano i palazzi imperiali ri
sponde forse nel cortile delle prigioni: in basso, a sinistra,
vedesi infatti la carcere ove Lorenzo fu rinchiuso. Attra
verso la inferriata è rappresentato il Santo che è in atto
di benedire il carceriere che, ginocchioni e colle mani
giunte, dimostra il suo nuovo fervore e la sua intensa gra
titudine per colui che con l'eroismo dell'esempio ha saputo
conquistarne e redimerne l'anima: par quasi che il pittore
abbia voluto richiamare presso il martirio questa scena come
l'ultima confortante visione che la sua viva fede richiama
alla dolce fantasia del morente.
***
Tutte le storie sono nel basso inquadrate da una fascia
nella quale sono dipinti pesantissimi festoni di frutta sorretti
alternativamente da piccoli stemmi che portano le chiavi
e la tiara papale e da testine di putti tondeggianti e gras
soccie : sopra e sotto i festoni si aprono rosoncini e stellette
AMEDIA
TABIT
148
VR6V
TTVR PIVM
S THOMAS AOVINAR
Fig. 7
Beato Angelico
San Tommaso
Roma, Cappella Niccolina
di colorito assai torbido e assai rozzamente eseguite. La volta è divisa in quattro spicchi
da due costoloni a grosse foglie lanceolate tra le quali si aprono, come tante piccole stelle,
I
Sopra la manica dell'imperatore Decio leggevasi :
A. D. CCLIII ; «date qui serait à peu près celle du
martyre de saint Laurent ou MCCCCLIII qui serait
l'année de l'execution de cette peinture » dice il Car
tier (pagina 318) .
La data cancellata forse in qualche ripulimento è
stata poi recentemente rifatta sul secondo scalino del
trono. Non credo tuttavia che essa si potesse in alcun
modo mettere in relazione con l'esecuzione delle pit
ture. Nella nicchia, sopra la testa dell' imperatore,
sono le parole : « Decius Imperator . Sulla schiena
di uno de' soldati alcuni segni d'oro fingono una
iscrizione : non m'è però riuscito di comporne alcuna
parola.
14
GUGLIELMO PACCHIONI
mille graziosi fiorellini dalle corolle quadripartite; molti rosoncini simmetricamente disposti,
e un rosone più grande nel punto della intersezione, sembrano mantener fissa alla volta
questa ricchezza di verdura.
Nei campi triangolari seminati di stelle stanno accovacciati, su strati di nuvole simili
ad aeree imbarcazioni, i quattro evangelisti (fig. 6), ciascuno con il suo simbolo; tengono i libri
evangelici sui quali scrivono o stanno in meditazione. Il loro tipo è lo stesso che il pittore
usò sempre per i suoi personaggi biblici più venerabili ma al quale è riuscito a dare mag
giore energia d'espressione, maggior forza di modellato, più solidità e severità di forme.
San Giovanni che con la penna sospesa è come intento alla ispirazione divina, ripete
quasi perfettamente la figura che sta a destra nella linea più bassa del coro di profeti
dipinto nella Cappella Nuova del Duomo di Orvieto, allo stesso modo che le teste degli
evangelisti Marco e Matteo ricordano rispettivamente il mediano e l'estremo a sinistra
(sempre nella linea più bassa) de' profeti d'Orvieto. I panneggi delle quattro figure sono
ancora assai convenzionali : i manti si distendono e si allargano sulle nubi che servono di
piedistallo alle figure e i loro lembi si arrovellano in serpeggiamenti goticizzanti : il Goz
zoli tuttavia manterrà ancora per un pezzo questo partito di pieghe e lo userà non solo a
Montefalco nella volta della cappella di San Gerolamo (questo atteggiamento si adatta
assai bene agli spazi triangolari) ma lo porterà anche nelle tavole ad esempio in quella
esistente ora nella galleria di Perugia ove le quattro figure di Santi che fiancheggiano il
gruppo della Vergine e del bambino disegnano col profilo delle loro vesti la forma tozza
di quattro campane.
Alle estremità della cappella, ne' sott'archi e ne' pilastri d'angolo sono otto figure di
santi; come simulacri marmorei entro le fiorite nicchie gotiche : nell'arco presso la porta
Ambrogio, Tommaso (fig. 7), Agostino e Bonaventura; nell'altro, presso la finestra, Leone,
Atanasio, Gregorio e Giovanni Crisostomo.
Sono figure rigide e ieratiche non prive di forza d'espressione e di nobiltà di concetto:
di esse alcune sono state in tal modo sfigurate dalle ridipinture da non potersene più, a
rigore, parlare come di opere dell'Angelico o della sua scuola: così ad esempio, deve
dirsi del Sant'Atanasio e, in proporzioni un po' minori, anche del San Leone, del San Gre
gorio e del San Giovanni Crisostomo.
Fissata così la nostra conoscenza storica e iconografica delle opere ci rimane a ricercare
quale sia il valore di esse nello intero svolgimento artistico del pittore e quale la parte che
vi hanno avuto gli aiuti; allo studio appunto di questi quesiti sarà dedicato il seguito di
queste note.
(Continua)
GUGLIELMO PACCHIONI.
GIOVANNI PAOLO PANNINI
EL Seicento la pittura, non ostante si trovasse arricchita d'un
così enorme cumulo di cognizioni tecniche, quali aveva lasciato
in eredità il secolo di Michelangelo, era così febbrilmente oc
cupata a nuove conquiste, che per la prima volta gli artisti
sentirono il bisogno d'una vera e propria divisione del lavoro,
d'una specializzazione entro la troppo vasta disciplina pittorica,
e molti si dedicarono esclusivamente a un campo limitato di
essa, come il paesaggio, le battaglie, il ritratto, le frutta, le
nature morte e via dicendo, fino al genere delle prospettive e
delle rovine, del quale noi qui più specialmente ci occupiamo. '
I ruderi delle costruzioni romane hanno esercitato un fascino
storico e fantastico sugli artisti fino dai primi tempi della rina
scita; e le rovine del Colosseo e degli archi trionfali e la veduta del Pantheon si possono
riscontrare frequentemente anche nelle opere dei pittori del Quattrocento, che ne adornavano
volentieri i loro fondi paesistici. 2
Il genere però diventò arte a sè stessa soltanto nel seicento, nel quale secolo compar
vero per la prima volta i quadri di rovine. Chi sia stato il primo a portare sulla tela le
vedute di prospettive, usate comunemente come decorazione di pareti e di soffitti, e più ancora
come illustrazione archeologica nelle stampe di Roma antica è difficile precisare.3
I
Il fatto è avvertito, ma non capito, e perciò bia
simato, dal Malvasia (Felsina Pittrice. 1678), che scri
veva: « Io non so così biasimare quel moderno ripiego
suggerito dalla stessa infingardaggine a qualche pit
tore d'aversi scelto, delle tante cose che nella di lui
professione occorrono, una sola, e a quella totalmente
dedicandosi per divenire in essa stupendo e meravi
glioso. Ai giorni nostri negli animali, per esempio,
passa ogni altro il Castiglione, nell'uva e nei frutti
Michelangelo delle Battaglie, ne' fiori un Mario, nelle
battaglie il Borgognone, nelle prospettive il Saluccio
(Alessandro), nei paesi il Rosa, nei soffitti il Metello
(Stanzioni), nei ritratti un Giusto (Sustermann) ».
2
Per citare alcuni esempi: nella Cappella Sistina,
nella scena Battesimo di Cristo (arco, Colosseo e Pan
theon), nella Consegna delle chiavi (la ricostruzione
di due archi trionfali), nella Punizione della tribù Kora,
(un grande arco in rovina). V. anche le opere di Ales
sandro Baldovinetti, di Luca Signorelli (Martirio di
San Sebastiano, Città di Castello), del Sodoma (Af
fresco della Moltiplicazione dei pani. Chiostro di San
t'Anna in Camprena) e d'altri.
3 Colgo l'occasione per correggere quello che scrissi
nella mia opera su Salvator Rosa (Heitz. Strasburg,
1908) , a proposito del Ghisolfi, ch'io ritenevo erronea
mente l'iniziatore di quest'arte. Non credo di dover
insistere sulla mia affermazione, che il genere pitto
rico delle rovine deve la sua origine nel gusto e nella
curiosità archeologica, guidata e sviluppata dalle nu
merose stampe che riproducevano le rovine di Roma.
Per mostrare l'enorme sviluppo di queste pubblica
zioni di scopo archeologico e artistico, sulla scorta delle
quali lavoravano i pittori, daremo un breve saggio
delle principali edizioni uscite in Roma. Una delle più
antiche è quella di Pirro Ligorio Roma antica. Roma.
Tranezini. 1561. Seguono : I vestigi dell' antichità di
Roma ecc. di Stefano Du Perac. Roma 1575. (40 ta
vole di architettura e 9 di grottesche). I vestigi del
16
LEANDRO OZZOLA
A ogni modo si può credere che uno dei primi sia stato Tommaso Sandrino di Brescia
nato nel 1575, che iniziò una scuola ragguardevole del genere nella sua patria, dalla quale
DAN
Fig. 1- Antonio Viviani (?): Il Pantheon
Roma, Galleria Corsini
uscì Ottavio Viviani, pure bresciano, fiorito intorno al 1640, e rimasto sempre inferiore al
maestro nella solidità e semplicità della costruzione.'
l'antichità di Roma (ediz. più vasta) stesso editore e
stesso anno. Ha anche una parte di Ornamenti an
tichi ecc. (ed. 1600), e una terza diJcones antiquarum
statuarum (ed. 1584).
Antonio Labacco : Libro, ecc. nel qual si figu
rano alcune notabili antichità di Roma. Roma, 1557.
Speculum romanae magnificentiae. Omnia fere
quaecumque in Urbe monumenta extant etc accuratis
sime delineata. Antonius Lafreri exc. Romae. (Con
numerose successive edizioni).
Antiquae Urbis Splendor di Giacomo Lauro. Ro
mae. 1612, e nel 1628 un'altra opera simile Antiquae
Urbis vestigia quae nunc sunt. Nel 1630 le due opere
furono fuse insieme e si ebbero altre edizioni fra cui
quelle più conosciute del 1637, e del 1641.
Donato Alessandro Gesuita: Roma vetus, etc.
i
tiquis lapidibus et nomismatib. Roma Lafrery 1550,
e un'altra più tarda che illustra i cammei antichi.
Agostini Leonardo: Le gemme antiche figurate,
Roma, 1686. (Su questo antiquario V. mio lavoro:
L'arte alla corte di Alessandro VII. Roma, 1908. Soc.
romana di st. patria. Ruolo della famiglia di A. VII,
pag. 9 e cap. XIV, pag. 85). Per le notizie sul commer
cio delle stampe cf. P. EHRLE, Roma prima di Sisto V.
Roma. Danesi, 1908. L'amore per le antichità romane
dei forestieri nel seicento è documentato dalla fama
della famosa guida Giovanni Grosso o Alto, di cui
sotto un ritratto del 1613 si leggono i seguenti versi :
« La vera guida degli oltramontani Ho qui retratto
al natural sembiante
Mostra l'antiche e le moderne
piante
Ele fabbriche eccelse dei Romani » .
Il ri
tratto è opera di F. Villamena e la stampa(datata, 1613)
Roma, 1738.
Le numerose stampe a fogli staccati dell'editore
Lafréry di cui dava notizia in un catalogo del 1572
circa.
La raccolta delle stampe a fogli staccati della
casa editrice De Rossi alla Pace, di cui il più antico
catalogo che si conosce porta la data del 1705.
Le edizioni dello stesso soggetto fatte fuori di
Roma.
Numerose pubblicazioni d'iconografia archeolo
gica, di cui vogliamo qui rammentare quella di Fulvio
Orsini. Imagines, etc. virorum illustrium etc. ex an
non è citata dal P. Ehrle nella nota dedicata al Gross
(cf. op. cit , pag. 26, n. 1) .
I
Per queste notizie V. il Lanzi e il Dizionario del
Boni . Ad Ottavio Viviani è attribuito un quadro nella
Galleria Doria a Roma (n. 422). Pare una cosa più
derivata che parallela alle pitture del Ghisolfi : ne ha
la stessa intonazione marrone, ma il segno più duro,
le tinte più affumicate e le macchiette tozze.
Verso la metà del secolo XVII anche il grande
Nicola Poussin incorse in questo genere d'arte col
suo maestosissimo paesaggio Le rive del Tevere (San
Matteo e l'Angelo), del Museo di Berlino, dove ac
GIOVANNI PAOLO PANNINI
17
Contemporaneo al Viviani era il suo più famoso omonimo, Antonio Viviani (fig. 1),
detto il Codagora, di Napoli, che fioriva in Roma verso il 1650. Dal Lanzi questi è chiamato
il Vitruvio del genere, quasi il fondatore teorico. Ma le sue pitture erano dure di disegno
e annerivano facilmente col tempo.¹
Il rappresentante più illustre però dell'arte delle prospettive prima del Pannini fu Gio
Fig. 2-Ghisolfi Giovanni: Le rovine di Cartagine. Dresda, Pinacoteca
2
vanni Ghisolfi (fig. 2), che approfittò molto, per ciò che riguarda il colore, l'ambiente pae
I
cumulò sul primo piano ruderi antichi, che rendono
magnificamente l'ambiente storico.
Per dare un'idea della sua arte e dei collabora
tori suoi, a cui affidava l'esecuzione delle figurine, che
non sapeva eseguire, trascriviamo qui un elenco di
suoi quadri, togliendolo da una nota inedita di tutti
i quadri che furono esposti nel cortile di San Gio
vanni decollato nell'anno 1736 (Bibl. Corsini. Roma,
Misc. 1104). , « 10, Viviano ; rappresentanti tutti pro
spettive, cioè due d'imperatore per traverso con figure
dì Salvator Rosa ; un altro da 4 palmi per traverso
con figure di Monsiù Teodoro (Liagno), che serve di
compagno del suddetto del Ghisolfi ; due altri com
pagni da 3 palmi, ma per alto con figure di Miche
langelo delle Battaglie, e due altri compagni da mezza
testa grande per traverso, e due altri pure compagni
da mezza testa per alto, et in tutti 4».
2
Di lui ho dato qualche cenno nella mia opera su
Salvator Rosa (pag. 214). Aggiungeremo qui alcune
L'Arte. XII, 3.
notizie, offerte dall'Orlandi nel suo Abecedario (ed.
Venezia, 1753).
« Gio. Ghisolfo da padre gentiluomo piacentino nac
que in Milano, dove, scorse le scuole delle belle let
lere, s'applicò alla pittura nella stanza di Girolamo
Chignolo, alla prospettiva e all'architettura sotto Paolo
Antonio Volpini suo zio. Diede prova dei suoi pro
gressi nel passaggio per Milano dell'arciduchessa Ma
riana d'Austria, negli archi trionfali e in altre pitto
riche invenzioni. L'anno 1650 con Antonio Busca, pit
tore di buon nome, si portò a Roma, nè lasciò fab
briche antiche o frammenti che non disegnasse o
dipingesse, introducendovi storie o favole di figurine,
non più alte d'un palmo, con tanto gusto, con nobiltà
di colore con aggiustatezza e finezza d'architettura, che
ritornò a Milano con altre commissioni per l'Italia e
per la Francia. Andò a Venezia, poi ritornò a Roma, a
Napoli, a Milano, a Vicenza e a Genova, epertutto lasciò
belle memorie dei suoi diligenti pennelli e riportò
18
LEANDRO OZZOLA
I
sistico e le figurine, dagli insegnamenti di Salvator Rosa, che gli fu amico. Il Ghisolfi a
Roma fece scuola ed ebbe numerosi imitatori fin dal principio del suo operare in quella
2
città. Questi erano i principali artisti e lo stato del genere pittorico a cui si applicò il Pannini,
quand' egli cominciò ad operare.
***
I biografi contemporanei danno ben poche notizie sulla vita di un artista, che nel suo
genere fu dei più grandi ed ebbe pure l'onore di arrivare all'ambito seggio di Principe
della romana accademia di San Luca. La sua biografia, quale ci viene offerta dai dizionari
artistici dall'Orlandi in poi, dalla storia della pittura del Lanzi, e dalle Guide deile varie
città in cui dimorò, si riassume in poche parole; nè molto prolisso è il catalogo documen
tato delle sue opere.
Noi coll'aiuto di nuovi documenti, che diamo in appendice, e con l'indicazione di al
cune stampe sue, o tratte dalle sue opere, cercheremo di aggiungere qualche nuovo contri
buto al troppo magro materiale storiografico.
La data della sua nascita, comunemente accettata è il 1691 a Piacenza, e quella della
sua morte a Roma nel 1764; il Mariette però nel suo Abecedario riferisce un brano di
lettera del figlio del Pannini che stabilisce le due date negli anni 1695 е 1768.3
Dopo di che daremo qui in ordine la cronologia della sua vita e delle sue opere rias
sumendola da tutto il materiale, che abbiano per ora a nostra disposizione.
1715 circa. A Piacenza studia prospettiva e architettura.
1717 (?), E stabilito a Roma, dove studia pittura sotto la direzione di Pompeo Luti.
1718. Comincia a decorare di affreschi l'appartamento terreno di Villa Patrizi a Roma.
1719. Intende villeggiare a Villa Patrizi con la moglie.
1720. Compie la decorazione ad affresco del pianterreno del palazzo De Carolis, passato
poi alla Camera apostolica.s
1721. E occupato a lavorare di decorazione nel Seminario romano per ordine del cardi
nale Spinola.6
altissime protezioni, preziosi regali e quantità di con
tanti.
Principiò a patire di vista dopo aver dipinto a fre
sco una cappella in Varese; e quasi cieco divenne. Fu
uomo quasi gigantesco; visse celibe e sessagenario ;
mori nel 1683 sepolto nella chiesa ducale di San Gio
vanni in Conca di Milano ».
Senza annettere importanza al fatto che il Ghi
solfi era figlio d'un gentiluomo piacentino, e che un
Giuseppe Ghisolfi architetto era pure di Piacenza (la
vorava verso il 1660; cf. AMBIVERI op. cit), si può
supporre che il Pannini si possa essere invogliato del
suo genere in patria, dove il Ghisolfi avrà mandato
opere e avrà avuto relazioni.
I
Dalle sue opere di proprietà privata che potei
vedere e dal quadro che riproduciamo, Le rovine di
Cartagine (Dresda. Gall.) si può avere un'idea della
sua arte. Il colore generale è marrone, la tonalità
bassa, il cielo giallastro caldo, sfumato di nuvoli biondi,
le costruzioni sono rigide dure, senza quella morbi
dezza di contorni, che si ammira nel Pannini, e senza
l'eleganza dei suoi insieme,
Nel libro su Salvator Rosa io attribuiva le macchiette
del quadro di Dresda al Rosa stesso ; ma, dopo aver
potuto osservare un altro quadro del Ghisolfi (prop.
privata), dove le macchiette si avvicinavano molto a
quelle del maestro, senza però raggiungerne la disin
voltura calligrafica delle lumeggiature e del taglio, devo
ritenere che quelle delle rovine di Cartagine siano del
Ghisolfi stesso.
2
Il Baldinucci scrive: « Fino ai tempi dell'operare
del Ghisolfi in Roma incominciarono ad uscire fuori
infinite copie ricavate dalle sue invenzioni ; e dopo sono
stati molti che, ad esempio di lui, si sono applicati
a tal sorta di lavoro ».
3 Il brano di lettera è il seguente: « Cav. Gio. Paolo
Pannini, pittore, piacentino, mort' in Roma a dì 21 ot
tobre dell'anno 1768 in età d'anni settantatre ». E il
Mariette aggiunge : « Ces dates m'ont été fournies
par le fils de Jean Paul (Archives de l'art français.
Vol. VIII, pag. 78-79).
4 V. Appendice 11 marzo 1719. In questo lavoro
dura fino al 1725.
SV. Appendice 1720, 6 aprile.
6 Ivi 1721, 22 marzo. Il lavoro era già finito il 28
febbraio 1722. V. Appendice sotto questa data.
di
XIV
Fig
.3
Paolo
,Museo
.Napoli
Pannini
Giovanni
Benedetto
:Ricevimento
Nazionale
20
LEANDRO OZZOLA
1
1722. Ha compiuto la decorazione dei mezzanini del Palazzo pontificio al Quirinale.
1722. Riscuote un pagamento per aver dipinto ad affresco nel cortile di palazzo Patrizi
una prospettiva.
1725. Villeggia con la moglie a Villa Patrizi.3
1725. Forse aveva finito la decorazione della Villa Patrizi, a cui lavorava ad intervalli.
1729. Dipinge il quadro commemorativo rappresentante i « Preparativi dei grandi fuochi
d'artificio fatti in Roma nella Piazza Navona, il 30 novembre 1729, per la nascita del Delfino.4
1730. Dipinge il quadro del Museo del Louvre rappresentante l'Interno di San Pietro, e
segnato « I. P. Panini. Romae. MDCCXXX. »
1731. Aveva eseguito un quadro riprodotto in una stampa di Claudio Enrico Watelet,
che porta la segnatura « Vat. sculpsit. I. P. Pannini pinx. Romae 1731 ». Rappresenta
5
Rovine : un colonnato romano con un gruppo di donne che accennano a un uomo.
1732. Già membro dell'accademia di San Luca, fu ammesso nell'accademia di Francia.6
1735. Delinea la stampa rappresentante i Funerali di Maria Clementina regina di Gran
Bretagna a Roma. Rappresenta l'interno di San Pietro. Sono sue anche le figurine.7
1735. Inventa e delinea la composizione per la stampa rappresentante la processione fu
nebre fatta in occasione della morte della stessa regina d'Inghilterra, Maria Clementina.
1740. Dipinge un piccolo quadro con Rovine architettoniche, ora nel Museo di Grenoble,
che porta la segnatura « I. P. Panini 1740 ».9
1743. Forse in quest'anno dipinse i due quadri, che decorano le pareti della stanza a
sinistra del Caffè-house nel giardino del Quirinale. "
I
Queste pitture dovevano essere finite da poco
tempo, se nell'aprile del 1722 il marchese Patrizio Pa
trizi doveva prendere l'occasione d'una breve assenza
del papa per andarle a vedere. V. Appendice 18 a
prile 1722. Ora non esistono più.
2
In un registro dell'archivio privato di Casa Pa
trizi contenente pagamenti per lavori fatti nel palazzo
a San Luigi dei Francesi, sotto l'anno 1722, si legge :
<<>
APiacenza dal 1695 al 1715 dominava l'architetto prospettico Ferdinando Galli Bib
biena (1657-1743), che fu al servizio dei duchi Farnesi per 28 anni, e dimorò lungamente
a più riprese anche in Piacenza, dove si conservano tuttora sue pitture di prospettiva.
2
Anoi pare che la spigliatezza di disegno, la ricchezza fantastica della composizione e
il gusto delle prospettive d'angolo, che si nota nel Pannini, siano qualità derivate dal
grande Ferdinando Bibbiena.
Del resto se anche il Pannini non si educò sotto la direzione materiale del Bibbiena,
poteva aver avuto insegnamenti da altri artisti, che in quel secolo a Piacenza erano piut
tosto numerosi. Ma di quella parte dell'arte del Pannini, che riguarda l'architettura e la
prospettiva, ci occuperemo più specialmente in un prossimo articolo. Ora torniamo al pittore
di rovine.
L'Orlandi nel suo Abecedario afferma del Nostro: « Egli è giovane spiritoso, il quale si
diletta di dipingere con amenità di colore, sulla maniera del Ghisolfi, vaghe prospettive ricche
di graziose figurine, per le quali si è acquistato grido in Roma, dove vive ».6
La nota fu redatta indubbiamente durante la gioventù del Pannini, e lo ascrive fra i
recchie antiche sculture, il Pantheon, il tempio della
Concordia ecc. Giardini vaticani col fiume Nilo.
Watelet : Rovine e gruppi di figure sul gusto di
Salvator Rosa. (Cf. Gabinetto delle stampe. Roma,
47 H. 12; n. 76363).
Schlicht: Due decorazioni di teatro.
F. Vivares : Due fogli di rovine italiane.
Ch Knapton: La predica dell'apostolo Paolo col
monogramma G. P. P. del., e parecchie rovine.
Benazech: Una veduta di Roma.
Bartolozzi : Un paesaggio.
Dumont: Un foglio con fuochi artificiali in Roma.
De Garreau et Daudet: Il Pantheon, il tempio di
Vesta e l'arco di Giano. (Museo di Napoli).
II NAGLER (Di Monogrammisten. III 278) avverte
che la segnatura del Pannini (I. P. P.) fu imitata da
George Knapton e Artur Pond; una stampa del primo
rappresenta San Paolo nell'areopago. Anche il Barto
lozzi ha messo le cifre G. P. P. in una stampa rap
presentante una piazza con colonnato e soldati ro
I
mani.
Carlo Carası, Le pubbliche pitture di Piacenza.
Piacenza, 1780. (pag. 129 not. 127) .
2
La cupola dell'oratorio della morte, la volta del
l'oratorio di San Vincenzo e la decorazione di Casa
Costa (V. Carası, op. cit. e FERRARI G., La sceno
grafia. Milano, Hoepli, 1902, pag. 124). L'ammirazione
suscitata dal Bibbiena in Piacenza è documentata in
un atto del guardiano di S. Maria di Campagna di
quella città, dell'anno 1691, in cui si dice, fra l'altro,
che il Bibbiena ideò un lavoro di decorazione « di
pinto con architettura così rara, che senza adulazione, si
meritò gli applausi comuni d'essere unico e non aver
pari in genere d'architettura ». Cf. P. A. Corna, S. Maria
di Campagna di Piacenza. Bergamo 1908 (pag. 209).
3 Cf. specialmente la Cacciata dei mercanti. Pia
cenza. Museo.
4 La prospettiva d'angolo era una specialità di Fer
dinando, il quale credeva d'averne trovato la regola
scientifica. V. il suo libro: Le direzioni ai giovani ecc. e
il libro di G. Ferrari : La Scenografia (pag. 127 e segg.)
in cui si tratta della regola della prospettiva in angolo ;
e nella stessa op. (tav. XXII e XXIII) due esempi di
essa. È curioso osservare come qualche composizione
di Gius. Bibbiena (1696-1796) figlio di Ferdinando, sią
derivata dalla opera del Pannini. Cf. tav. XXIV della
suddetta Scenografia. In questa tavola si vede un ru
dero di colonnato romano, frammenti archittettonici
per terra e il caratteristico vaso antico . È tolta da
una serie di Architetture e Prospettive dedicato a
Carlo VI ecc. , 1740.
SV. AMBIVERI, Memorie degli artisti Piacentinį.
Piacenza, 1879. Egli nota fra gli architetti: Draghi
Alfieri Carlo, detto il Drago, che fioriva verso il 1679 ;
Giacomo degli Agostini che lavorava nel 1686 ; e fra
i pittori Felice Boselli, pittore di figura, valentissimo
nelle nature morte (1650-1732) ; Pietro Avanzini, pit
tore di corte (1656-1733), il figlio d'Antonio Gianlisi
(1680-1709) pittore di fiori, animali, paesi e decora
zione, e Calimero Servoni, che emigrò, e morì a Civi
tavecchia nel 1733.
6 Orlandi: Abecedario. Ediz. di Venezia, 1753.
GIOVANNI PAOLO PANNINI
25
seguaci del Ghisolfi. All'imitazione però di questo artista, e del Rosa, maestro di lui, nelle
macchiette, allo studio della figura sotto la direzione del Luti, occorre aggiungere la deri
vazione evidente, se non l'insegnamento diretto, da Andrea Locatelli (1660-1741), specialmente
A
Fig. 6-Giovanni Paolo Pannini: Rovine. Roma, Collezione privata
nella concezione cromatica azzurra dell'ambiente atmosferico. Il Pannini, come molti dei
più grandi artisti, durante il periodo della sua educazione, fu un assimilatore eclettico.
Le lettere del cardinale Patrizi, da cui abbiamo tolto i frammenti che pubblichiamo in
appendice, ci mostrano il giovane artista già stimato all'inizio della commissione, e il rapido
volo della sua fama nella successiva crescente considerazione del cardinale, e nelle frequenti
L'Arte. XII, 4.
26
LEANDRO OZZOLA
richieste di lavoro, che non gli permettevano di terminare quello già intrapreso. Molto pro
babilmente la decorazione della Villa Patrizi fu per lui a Roma, come oggi si dice, una rive
lazione. Da quelle stesse lettere si apprende la sua qualità di direttore di decorazioni, e si
intravvede l'imprenditore di tali lavori.
Lo stile del Pannini nelle sue pitture a olio, per ora, si può ritenere di due maniere.
Una più antica, meno fluida, meno velata, più grassa di colore, meno ricca di toni can
gianti, quale si scorge nel quadretto della Galleria Nazionale di Roma (n. 131), rappre
sentante una Piscina sotto una volta rovinata. La parte destra del quadro forma una zona
rettangolare monotona, tutta in ombra (bigio-livida), che investe dello stesso tono uniforme
la nicchia, la statua e la fontana. La parte di sinistra invece ha un angolo luminoso molto
1
Fig. 7-Antonio Gaspari: Portico di Ottavia. Roma, Galleria Corsini
vasto, ma omogeneo. La modellatura dei ruderi è poco segnata, il contorno è grosso, la
frasca grassa e uniforme. La statua sulla fontana è più barocca che antica; mentre la
donna ha una tinta opaca e lumeggiature incerte. Questa donna accenna già però la sua
derivazione dalle contadine del Locatelli, dai corpetti rossi e vesti azzurre.
La seconda maniera del nostro autore è caratterizzata da una finezza trasparente lucida
dell'atmosfera, da un cielo invariabilmente azzurro fulgido, popolato di nuvole candide.
La sua sapienza nel riprodurre il velo luminoso dell'atmosfera raggiunge l'apice dell'abilità
nel quadro della Cacciata dei mercanti (Museo di Piacenza), dove il pulviscolo argenteo
diffuso sotto le navi del tempio, è reso all'evidenza.
Sui ruderi ama far cadere luci spezzate a riflessi molteplici (fig. 4). Il colore delle pietre
è riccamente cangiante, e, sulla base fondamentale giallastra, qua e là è steso un colore
violaceo che dà ai ruderi quasi un'impronta di cadavere, e costituisce una delle note
specifiche dell'arte del Pannini. La frasca dei suoi alberi è minutissima, ed egli evita di pro
GIOVANNI PAOLO PANNINI
I
27
posito le grandi masse frondose, perchè gli riescono un po'piatte. Le sue macchiette, sono
molto slanciate, esagerate in lunghezza, come gli era rimproverato dai critici contemporanei.
Le sue macchiette derivano in parte dal Locatelli (il tipo della contadina e del pastore)
in parte da Salvator Rosa, nel taglio, nelle pose e nel tipo dei guerrieri, e di quei strani
vecchi col turbante in capo, che il Rosa usava per filosofi o sapienti. Le proporzioni delle
figure però sono sempre quelle molto slanciate del Rosa, sulle cui stampe il Pannini dovette
studiare lungamente.
Dal Luti il nostro artista non prese che l'abitudine a disegnare la figura, l'accademia,
e forse da lui tolse il gusto del colorito delle carni e delle vesti.
2
Specificata così l'arte del Pannini, che molto spesso si distingue dagli imitatori per
una scala più alta di valore tecnico, ci limiteremo a notare che i nostri due quadri ine
diti (fig. 5 e 6), due grandi tempere, si possono collocare fra i dipinti di rovine del suo
periodo medio, quello cioè che subi di più l'influsso del Rosa, di cui queste tempere risentono,
oltre che nelle figure, nella tonalità calda giallastra del cielo, insolita in lui.
Insieme con l'opera del Ghisolfi e del Pannini, abbiamo creduto bene di pubblicare il
Sacrifizio davanti al Pantheon (Galleria Nazionale, Roma), che per molto tempo ha usur
pato il nome del nostro artista (forse di Ottavio Viviani) 4 e il Portico di Ottavia (fig. 7), dalla
tradizione ascritto ancora al Pannini, mentre una firma, che si legge in basso a destra
lo rivendica a un più oscuro artista, quale fu Antonio Gaspari, in collaborazione forse con
con l'omonimo Giovanni Paolo.s
LEANDRO OZZOLA.
APPENDICE. 6
1718, 9 luglio. « Godo che principino a godere del commodo della fabbrica sentendo che abbino
fatta una sabbatina nella Galleria » .
Se li pittori hanno finite le loro stanze (pianterreno) suppongo che si disponghino per l'altre e
che anderanno facendo li disegni, quali, quando l'averanno fatti in lapis, averei soddisfatione di vederli
prima che ci mettessero mano. Vorrei ancora sapere se hanno determinato cosa alcuna per laGalleria,
mentre il tempo passa e quello sarà un lavoro che non si farà così presto » .
1718, 5 novembre. « Vorrei sapere se il sig. Pietro (Lerman) pittore abbia dipinto la Galleria
di sopra ».
I
Per la grassezza del colore e ineleganza delle linee,
e soprattutto per le macchiette tozze, mal disegnate
e peggio lumeggiate, non possiamo ritenere del Pan
nini, ma della scuola, la decorazione d'una porta della
Galleria Nazionale di Roma che porta il suo nome.
(Fot. Anderson, 3172).
2
Cf. p. es. del Locatelli il paesaggio (n. 305 della
Gall. Nazionale di Roma) con un gruppo di pastori.
3 La derivazione da Salvator Rosa, come quella
dal Locatelli, è già stata notata dai biografi.
4 Da una firma, che si vede nell'angolo a sinistra,
pare si possa leggere questo nome. Le macchiette
classicheggianti fanno risalire il quadro alle abitudini
artistiche del seicento.
La firma dice: «F. Antonio Gasparri », e sotto :
« Gio. P. ». Antonio e Giovan Paolo Gaspari di Venezia
vissero nella prima metà del 700. (V. Zani). Su Gio.
Paolo e Gio. Pietro Gaspari regna una grande confu
sione. A ogni modo a titolo di curiosità qui notiamo la
dicitura, che si legge sotto una stampa di Rovine ro
mane del secondo: « Petrus Gaspari inv. et sculp. Ve
netiis . V. Gabinetto delle stampe. Roma. (Scat. 15 ;
n. 13172).
6 Questi documenti sono tolti da lettere, che il
cardinale Giovanni Patrizi (1666-1727) scriveva al fra
tello Mariano da Ferrara, dove risiedeva come legato
pontificio, e di dove seguiva i lavori della Villa fuori
Porta Pia, che si stava costruendo. Il marchese Ma
riano e l'Abbate, suo fratello, rammentati in queste
lettere erano dilettanti di pittura, come risulta dal
l'accenno in data 28 ottobre 1719, e da documenti
dell,archivio Patrizi. In questo stesso archivio si con
serva la raccolta di lettere del cardinal Giovanni, da
cui abbiamo tolto i frammenti, che il marchese Pa
trizio Patrizi ci ha permesso di pubblicare; della qual
cosa qui gli rendiamo pubbliche grazie.
28
LEANDRO OZZOLA
1719, 18 febbraio. « È stata fortuna che il sig. Giuseppe Chiari non abbia applicato a dipingere
la galleria di sopra, perchè non l'averebbero veduta finita ne pure li nostri pronepoti » .
<> equivale per il Manilli, come mi fu dato di rilevare altre volte, a opera
di passaggio tra l'arte dei primi e quella degli ultimi Cinquecentisti. Perciò l'attribuzione
dell'opera a Orazio Lomi Gentileschi morto nel 1646 non si sostiene, tanto più che il Ma
nilli scriveva soltanto quattro anni dopo. L'opera che noi vediamo ha certo parecchi carat
DANES ROM
Fig. 12 Calvaert: La Vigilanza. Bologna, Pinacoteca
(Fotografia Anderson)
teri secenteschi, che dovrebbero dunque più derivare da rifacimenti del Domenichino, che
non dal primo ignoto autore del quadro.
2
Il quadro dello Zampieri, n. 55, fu variamente intitolato; ed è ora prevalsa la deno
minazione di Sibilla Cumana data dal Bellori. Tuttavia la denominazione del Manilli, la
A. VENTURI, op. cit., pag. 109.
* A. VENTURI, op. cit., pag. 61.
L'Arte. XII, 7.
3 Vite, op. cit., 1672, pag. 353.
56
LIONELLO VENTURİ
Musa, è più originale, data la tradizione viva e locale (il quadro fu appositamente eseguito
pel cardinale Borghese), e mi pare meglio corrisponda alla figura rappresentata.
Il Domenichino lavorava per il cardinale Borghese nel 1616 e nel 1617. Il 16 set
tembre 1616 egli riceve il saldo di una pittura compiuta nel palazzo di Montecavallo; e il
21 aprile 1617, il saldo di due quadri eseguiti per il cardinal Borghese.¹ Forse a questo
tempo circa deve datarsi la Musa?
2
Un'altra opera e ben più importante fu probabilmente eseguita due anni dopo. Trovo
a dì 16 ottobre 1619 questa nota: <>>
MISCELLANEA
ultimata, o quasi, l'opera costruttiva della Libreria, si
accingeva ad iniziarne la decorazione internaed esterna.
Allora più che mai dovette il Sansovino provare il
rammarico del distacco di Alessandro Vittoria dalla
67
Dobbiamo quindi aminettere che l'incarico affidato
al Vittoria dell'esecuzione delle due Cariatidi, abbia
dovuto almeno coincidere, se non prevenire la sua
venuta a Venezia e la conseguente pacificazione col
sua scuola, dovette pensar di quanto notevole aiuto gli
sarebbe stata la collaborazione del suo grande allievo.
Di altri artisti ancora, oltre il Vittoria, è vero, pur
essi usciti dalla sua scuola, Jacopo Sansovino s'era
servito nel passato, in molte occasioni: Danese Cat
taneo, Tommaso da Lugano, Gerolamo da Ferrara
avevano collaborato col maestro, aiutandolo ad or
nare con bassorilievi, statue, fregi, le sue fabbriche,
sebbene l'arte loro fosse lungi dal manifestare quelle
doti decorative, che cosi fortemente il Vittoria sapeva
esplicare nelle sue opere : in questo tempo però an
che questi artisti, lasciata la scuola del Sansovino, lon
tani da Venezia, lavoravano per conto loro, nè su di
essi, quindi, Jacopo Sansovino poteva contare.
L'opera del Vittoria pertanto, si rendeva indispen
sabile : di pronto ingegno, di vivace fantasia, anima
di vero decoratore, il Vittoria solo avrebbe saputo
modellare con tanta grandiosa compostezza di atteg
giamento, con tanta sicura energia di forma le due
colossali Cariatidi, poste ai lati dell'entrata della Li
breria: egli solo avrebbe saputo con tanta fervida im
maginazione, con mano cosi pronta e sicura, ricoprire
le volte e le pareti e le cupoline delle scale della Li
breria, di opere decorative tanto audaci e potenti:
alla collaborazione di Alessandro Vittoria ricorse in
fatti Jacopo Sansovino. Solo forse una tale necessità
di cose potè indurre il Sansovino a dimenticare, о
almeno a fingere di dimenticare, quanto di spiacevole
era avvenuto fra lui ed il suo discepolo ; nessun'altra
ragione avrebbe forse potuto piegare il suo spirito,
per natura fiero ed altezzoso, dolorosamente offeso
dal contegno di Alessandro Vittoria, che aveva osato
atteggiarsi a suo giudice e rivale.
Io credo pertanto che l'incarico, affidato al Vittoria
dal maestro suo, di eseguire le due Cariatidi ai lati
della porta d'ingresso della Libreria, più che conse
guenza o suggello della pace rifatta, debba conside
rarsi come la causa prima, la più forte se non l'unica
ragione, che indusse il Sansovino accondiscendendo
alle preghiere dei comuni amici, alla riconciliazione
col suo valente discepolo. Questo a me sembra di
poter ricavare dalle poche e disadorne frasi della ter
minazione più su ricordata.
Del gennaio 1553 è la lettera dell' Aretino, scritta
al Vittoria, mentre questi si trovava ancora a Vicenza,
dove rinveniamo un primo accenno alla prossima ri
conciliazione : ai 3 di giugno dello stesso anno il Vit
toria aveva già iniziata la lavorazione in marmo di
una delle Cariatidi, siccome egli stesso ricorda nelle
sue Memorie, testè pubblicate da Riccardo Predelli.'
Archivio Trentino. Anno XXIII. 1908, fascicolo 1-2,
Sansovino.
Già nel maggio del 1553 egli attendeva alla mo
dellazione delle due statue, che molto probabilmente
compi verso la fine del 1555,2 aiutato da alcuni scal
pellini, intagliatori e garzoni suoi compatrioti. Per
queste due colossali figure, Alessandro Vittoria ebbe
dalla Procuratia, come già feci notare, un compenso
di << ducati sessanta pro pagamento di sua fatura. »
Sulla cintura della Cariatide collocata a destra della
porta d'entrata, il Vittoria lasciò un modesto ricordo
dell'opera sua, incidendo le iniziali: A. V. F.: Ales
sandro Vittoria fece.
E poichè in questa breve nota ho avuto occasione
di accennare all'attività artistica svolta dal Vittoria
nel massimo monumento del maestro suo, trovo op
portuno di correggere un errore, in cui incorsero gli
illustratori della sua vita e delle sue opere, che dis
sero il Vittoria autore di una delle statue, che ornano
la balaustrata superiore della Libreria sansoviniana a
Venezia.
Il Ceresole, nello studio già citato, e lo Stivanello,
in un discorso tenuto a Venezia lo scorso anno, in
commemorazione del terzo centenario della morte del
l'artista,
ricordano fra le opere del Vittoria una
statua mitologica del dio Mercurio, chel'artista avrebbe
eseguito a decorazione della facciata della Libreria.
Il Ceresole e lo Stivanello furono indotti a tale er
rore, male interpretando una nota scritta di pugno
del Vittoria stesso, inserita fra le « Memorie » che il
Vittoria, da uomo accurato ed ordinato, era venuto
compilando di giorno in giorno. Ricorda il Vittoria
di aver dati adi 28 Zenaro (m. v.) 1558, 5 lire 8
soldi a maestro Domenico di Mo Zon Taiapiera per
4 giornate e mezo sul Mercurio. »
Il Vittoria accenna, come si vede, in questa nota
ad una sua scultura rappresentante il dio Mercurio,
ma questa scultura, statua o bassorilievo che sia, non
si deve identificare col Mercurio, una delle ventotto
statue di divinità pagane, che ancor oggi ornano la
balaustra superiore della Libreria, e precisamente,
come notano il Ceresole e lo Stivanello, la statua, che
occupa il quinto pilastro sulla facciata della Piazzetta,
incominciando a contare dall'angolo verso il Molo.
Aquale suo particolare lavoro il Vittoria voglia ac
cennare io non so, certo non al <<>
Senza però ricorrere alla testimonianza del docu
mento di Procuratia, da me rinvenuto, altre conside
razioni avrebbero dovuto far sospettare che la statua
di Mercurio, a cui il Vittoria accenna non si poteva
identificare col « Mercurio
della Libreria sansovi
niana.
Solo la data 1558, con cui il Vittoria segna la sua
notazione, è indice sicuro a dimostrare che il Mercu
rio ricordato dal Vittoria non è quello della Libreria:
di questo tempo infatti non solo erano ancora com
pletati i lavori della costruzione della Libreria, ma
non s'era ancora deliberata l'erezione di quella parte
supra.
Archivio di Stato in Venezia. Archivio della Procuratia de
Libro Cassier Chiesa, anno 1588-89.
di Libreria, su cui sorge la ricordata statua di Mer
curio (il quinto pilastro cominciando dal Molo), poi
chè, come è noto, la facciata della Libreria verso la
piazzetta, alla morte del Sansovino, avvenuta nel 1570,
comprendeva solo 16 arcate e non si prolungava an
cora fino al cantonale sul Molo, o come allora si di
ceva, sulla Pescheria. Il cantonale e le rimanenti sei
arcate si costrussero più tardi, quando, decretata nel
1582 dal Senato la demolizione della Beccheria, che
ivi sorgeva, si affidava nel 1586 a Vincenzo Scamozzi
la direzione dei lavori di completamento della Li
breria.
Inoltre Francesco Sansovino a c. 310 della « Ve
netia città Nobilissima » ricorda come nel 1580 non
erano ancora state erette « le figure in aria di tutto
tondo grandi al naturale », che avrebbero dovuto or
nare, secondo il progetto del padre Jacopo, la balau
strata, che gira tutt'intorno alla Libreria : ed anzi ci
fa sapere come a quel tempo quando cioè l'opera sua
vedeva per la prima volta la luce nel 1581, una sola
statua era stata collocata a posto, la statua di Nettuno,
opera di Bartolomeo Ammanati, allievo del Sanso
vino, messaaccanto all'obelisco dal lato del Campanile.
Oltre a queste considerazioni storiche avrebbe do
vuto condurre a tale conclusione, che cioè non al
Vittoria, ma ad altro artista, si deve attribuire il Mer
curio della Libreria sansoviniana, il solo esame stili
stico: mancano invero al Mercurio della Libreria san
soviniana quei pregi di forma quelle qualità decora
tive, che caratterizzano ogni opera di Alessandro Vit
toria.
GIULIO LORENZETTI.
CORRIERI
NOTIZIE DI ABRUZZO-MOLISE.
Sulmona.
A spese del Ministero della P. I. e
del Comune è stato compiuto il restauro del portàle
cennai su questa Rivista, esisteva nel 1271. In se
guito fu ampliata ed arricchita per devozione di Carlo II
d'Angiò, il quale, come affermano gli storici pae
sani. vi eresse una cappella dedicata alla Maddalena.
Porta laterale di San Francesco della Scarpa. Sulmona
(Fotografia Piccirilli)
di quest'antica chiesa di San Francesco della Scarpa,
opera splendida, che per la grandiosità architettonica
e per la finezza degl'intagli, primeggia fra tutti i
monumenti d'Abruzzo
La chiesa di San Francesco di Sulmona, secondo
si rileva da alcuni documenti d'archivio, e come ac
Nel 1456 un violento terremoto fece crollare in gran
parte il tempio. Le opere di riparazione e di conso
lidamento, le quali durarono a lungo, modificarono
alquanto l'antico, massimamente il fianco orientale,
IAnno X, fasc. V.
70
CORRIERI
ove venne addossato il portàle testè restaurato, proprio ganico con essa, tanto per la parte costruttiva e orna
nel posto di quello laterale primitivo.
Il terremoto del 1706 ridusse la chiesa un mucchio
tiva, quanto per la linea architettonica È però da
notare l'analogia icnografica col basamento del portàle
Capitello della porta laterale di San Francesco della Scarpa. Sulmona
(Fotografia Piccirilli)
di macerie: squarciate le vôlte, crollarono le absidi,
parte del fronte e dei muri perimetrali.
Or il nostro portale sporge in media dal perimetro
del fronte, di fattura piuttosto rozza, compiuto nella
seconda metà del sec. xv.
Le parti più belle di questo insigne monumento
Affresco nella chiesa diruta di San Francesco della Scarpa. Sulmona
(Fotografia Piccirilli)
circa m. 2,10, ma non è ad esso parallelo. Appare sono i capitelli dei colonnini e dei pilastri ; ventidue
quindi estraneo a tutta la massa dell'edificio e inor
tipi differenti, tutti lavorati dalla stessa mano con
CORRIERI
tanto gusto e squisitezza, da non avere gli eguali in
tutto l'Abruzzo : parecchi, a trafori, sembrano deli
cati ricami.
L'affresco della lunetta, che rappresenta la Vergine
in trono col Divin Putto, tra San Francesco e la
Maddalena, è pregevolissimo. Gran peccato che it
fondo e i fregi d'oro negli abiti della Madonna e
della Maddalena siano quasi perduti. L'opera appar
tiene sicuramente alla seconda metà del '400 e può
71
dedicato a Giove, come dicono gli storici locali, abbia
sofferto una radicale modificazione nel suo organismo,
e che il presbiterio e il coro, posti fuori asse, in
modo da richiamare alla memoria la vieta credenza
delle chiese simboliche, sia una costruzione avvenuta
molto tardi.
Intorno al 1857 il carattere lombardesco dell' in
terno venne trasformato dalla dabbenaggine degli
uomini, in maniera così vandalica, da far perdere
Statua della Vergine in terracotta
Sulmona, Chiesa di Santa Maria della Tomba
(Fotografia Piccirilli)
attribuirsi , per alcune sigle appena visibili, che ho
potuto scoprire nell'arco della lunetta, al pittore sul
monese Mastro Giovanni, di cui si ha notizia in un
documento del 1493.
***
La chiesa di Santa Maria de Tumba o de Tumma
è ricordata in documenti del primo quarto del XIII se
colo. Dai pochi avanzi antichi è facile dedurre che
l'inizio della costruzione non può riportarsi al di là
dei primi anni dello stesso secolo. Ebbe un fronte
gotico nel 1400, le imposte del portale nel 1441, il
campanile nel 1578. Io ho ferma convinzione che la
chiesa, fondata sugli avanzi di un tempio pagano
dell'antico ogni traccia. Il bell'ambone, tolto dal posto
primitivo nei secoli precedenti, fu scomposto, e i pezzi
andarono a finire nella villa di un ricco signore, e di
li, nelle botteghe di antiquari fiorentini.
Nella chiesa di Santa Maria della Tomba è aggre
gata la confraternita di Santa Maria di Loreto, la
quale ha il suo altare in pietra tenera nella nave in
cornu epistolae, erettovi verso la fine del '500.
Recentemente, con poco criterio estetico, la chiesa
è stata restaurata; ed in tale occasione è stato spo.
gliato dalle ripetute inverniciature e dorature l'altare
sopra indicato, lavoro mediocre di un maestro scalpel
latore poco colto. Nel riquadro centrale è inscritta
una nicchia con la statua in terra cotta della Vergine.
72
CORRIERI
Nel 1835 0 36 un pittore incosciente, ad istanza
del rettore di allora, dette una buona ingessata alla
bella scultura, facendo scomparire tutte le finezze del
modellato, indorò i panneggiamenti e dipinse le carni
con una tinta rosea. L'opera d'arte, così, scomparve;
onde quel masso imbrattato sfuggiva alla vista degli
intelligenti. Oggi la statua è stata pulita e rimessa in
vista nelle sue forme vere e nella sua prisca bellezza.
La Vergine è seduta su una sedia molto bassa,
adorna di fogliame di acanto una foggia di faldi
storio. Regge col braccio destro il Putto nudo bene
Bianco calabrese, che l'avrebbe donata o venduta
alla Confraternita. ¹
***
Scanno sorge su un'altura, tra due monti boscosi
dell'Appennino abruzzese, a 1050 m. sul livello del
dicente, diritto sulla coscia, e piega il braccio sinistro
8
EXTRVALOR SIVNIBTISSIONNEVAGELISPAVE
Sportello di meema. Scanno, Chiesa Madre
(Fotografia Piccirilli)
sul seno. Dalla testa le scende un ampio manto, che,
volgendo sulle ginocchia, cade fino ai piedi. Il volto,
dai lineamenti puri, è soave e pieno di grazia. Il
Putto, un po' stretto nel torace, ha pregi plastici in
discutibili.
La statua è alta m. 1,10, e consta di quattro di
stinti pezzi ; si può, quindi, scomporre e ricomporre.
Produzioni di questo ramo d'arte a Sulmona man
cano affatto; la Vergine della Tomba, perciò, è un
esemplare unico.
Io non credo che possa pensarsi a plasmatori lo
cali, di cui non si hanno notizie; bisogna pensare,
invece, ad un'opera importata, eseguita da un artista
di scuola toscana della seconda metà del xvi secolo,
tanto più che il Faraglia dà il nome di un tal Usano
mare. Vi si giunge, da Anversa, percorrendo una strada
che serpeggia fra rocce aspre e squallide, spesso in
tersecata dal Sagittario, che corre rumoroso nella valle
fra massi enormi precipitati dalla montagna.
Scanno si distingue dagli altri paesi d'Abruzzo pel
suo lago di un circuito di m. 4000 circa 2 poco
distante dal caseggiato, e pel singolare abbigliamento
delle sue donne, il cui tipo etnico è eminentemente
orientale, forse greco.
La chiesa parrocchiale ha un fronte con un portale
ad archi concentrici semicircolari, sormontato da un
rosone a raggi. Vi è la data: 1632.
L'interno del tempio è barocco. La sagristia è ricca
di paramenti e di argenti medievali e moderni. Vi si
conservano pure due sportelli di nicchia con quattro
santi dipinti a tempera, opere pregevoli della fine
del '400, di un artista di scuola umbra, della maniera
di Giovanni di Pietro, detto lo Spagna.
Ogni sportello è formato di una coppia di tavolette
giranti su cerniere di ferro, e misurano m. 1,50 di
altezza e m. 0,48 di larghezza. I quattro santi raffigu
rano : S. PETRVS APOSTL, S. IOVANI BATISTA,
S. IOVANI EVANGELISTA, S. PAVLVS APOST.
Il disegno è correttissimo; le carni contornate di
nero
sono modellate con maestria, il colore è ar
monioso. A capo e a piedi delle tavolette corrono
due strisce di rosso cupo, su le quali campeggiano
delicatissimi fregi di una tinta argentea. Nella fodera
gialla del manto di San Pietro è scritto, in carattere
corsivo minutissimo: P... che d'ogni grazia .... addi
1507. Può essere un ricordo di qualche devoto; ed è
ricordo importante per la data che vi è segnata.
Questi sportelli provengono da una chiesuola cam
pestre dedicata a Sant'Angelo, demolita, perchè mi
nacciava rovina.
***
San Pietro Avellana è un paesello di circa 3000
abitanti , in provincia di Isernia, situato a m. 968 sul
mare, a destra del fiume Sangro.
Nel 995 San Domenico di Sora, a preghiera di
Oderisio conte Borrello, signore del territorio, vi fondò
un monastero.3 Un monaco Pietro ne fu il primo
1La chiesa di Santa Maria della Tomba. Sulmona, Angeletti,
1908.
2 TANTURRI. Il Regno delle due Sicilie descritto e illustrato.
Napoli, Pansini, 1853.
3 A. LUBIN. Abbatiarum Italiae brevis notitiae. Romae,
MDCXCII.
CORRIERI
abate; perciò il nome di San Pietro al monastero e
alla terra.
Fu detto, poi, dell'Avellana per le numerose piante
di avellana che rivestivano i monti circostanti.:
Nella prima metà del sec. xi prese stanza nel mo.
nastero l'eremita Amicus Ramibonensis, il quale vi
menò vita austera e vi mori in odore di santità. I
monaci deposero il corpo di Amico in una modesta
sepoltura fuori la chiesa, al lato settentrionale, perchè
così aveva comandato il santo. Però, in seguito, nel
luogo della sepoltura sorse una chiesa, che esiste
tuttora, appoggiata alla Matrice, e con questa comu
nicante per una porta ad arco acuto.
La costruzione di questa chiesetta dev'essere av
venuta nei primi anni del 1300: ne son prova evidente
tutto quanto di antico avanza nell'absida e la porta
di comunicazione, la quale conserva ancora le imposte
originali.
La chiesa Matrice di San Pietro Avellana possiede
un importante tesoretto, già notato dal sig. Vincenzo
Balzano, di oggetti di oreficeria antica, quattro dei
quali di artefici sulmonesi ; cioè : una croce astile, due
reliquiari e due calici, uno con coppa conica e l'altro
con coppa emisferica.
La croce, di argento, fu lavorata nella seconda
metà del sec. xiv. È alta cm. 48, con una traversa
di cm. 40. Le estremità sono trilobate semicircolari.
Nel fronte il Crocifisso è sbalzato da una piccola
croce a rombi graffiti. L'estremità di sopra reca un
angelo in piedi che porge una corona; quelle a destra
e a manca, Maria e Giovanni e l'altra di sotto, un
angelo con libro in mano. Quest'ultima figura fu
cambiata di posto da qualche restauratore: dovrebbe
occupare, invece, il trilobo inferiore dell'altra faccia,
ov'è il monte col teschio. Nella traversa sono incastrati
due medaglioni con santi incisi, di eccellente disegno,
coverti in qualche parte da smalto trasparente. Un
altro santo è nel fusto, tra la mensoletta che regge
il Redentore e il trilobo.
Tutte e dieci le lamine che covrono il corpo di
legno, quelle dei fianchi comprese, decorate con
leoni araldici affrontati, portano il marchio SVL,
adottato dagli orafi sulmonesi nella seconda metà del
XIV secolo.
Il calice con coppa conica, di argento dorato, è
alto cm. 20. Il marchio, impresso nel piede, è quello
rifatto per ordine di re Ladislao nel 1406.3 L'insieme
dell'opera è elegante, ma i fregi e gli smalti sono
mediocri. La sottocoppa, dell'istessa linea di quella
che è nel calice della Cattedrale sulmonese, lavorato
dal sapiente orafo Ciccarello di Francesco, 4 è tutta or
I LUBIN, op. cit.
2 S. FRAZZINI: Vita di San Amico, eremita emonaco cassinese.
Isernia, De Matteis, 1887.
3 P. PICCIRILLI. Monumenti sulmonesi. Carabba, Lanciano, 1888.
4 Idem.
L'Arte. XII, 10.
Croce processionale di argento
San Pietro Avellana, Chiesa di San Pietro
(Fotografia Piccirilli)
Calice di argento dorato
San Pietro Avellana, Chiesa di San Pietro
(Fotografia Piccirilli)
73
74
CORRIERİ
nata con volatili dal lungo collo, in origine smaltati.
Il fusto prismatico ha un nodo con targhette a cuore
all'intorno, in ciascuna delle quali è un santo a mezzo
busto.
In due zone su le facce del prisma, sopra e sotto
Reliquiario, testa di Santo Amico
San Pietro Avellana, Chiesa di San Pietro
(Fotografia Piccirilli)
L'altra, messa a rovescio, a causa, forse, di qualche
riparazione, e in parte coverta dall'orlo superiore del
piede, è di lettera gotica, e dice così :
P. AIA DOP NI B ARTL MEVS (sic)
Il reliquiario gotico, dell'altezza di cm. 37, ha il
marchio sulmonese usato dal 1432 al 1457. È un
Reliquiario di argento dorato
S. Pietro Avellana, Chiesa di S. Pietro
(Fotografia Piccirilli)
il nodo, sono due iscrizioni. La prima, di lettera teu
tonica in argento dorato sopra smalto azzurro, è la
seguente:
1º rigo:
2º rigo:
S.Cippan
|
TP | EA | RI | SI | OP | PO|
*
IT | SC | TI | PE | T |
1
Calice con coppa di metallo dorato
San Pietro Avellana, Chiesa di S, Pietro
(Fotografia Piccirilli)
IP. PICCIRILLI; op. cit.
CORRIERI
po' tozzo; ma i particolari sono molto belli e condotti
con gusto d'arte.
La testa di San Amico, altro reliquiario d'argento,
é opera della fine del '300, come dimostra il marchio.
La modellazione della figura è stentata, la tecnica
alquanto timida. Le pupille, in smalto azzurro, spic
cano sul bulbo dorato. La basetta, di forma ovale,
è sostenuta da tre zampe leonine.
In due lati dell'occipite sono rosette di cinque pe
tali, a traforo.
L'altezza totale è di cm. 23.
Il calice con coppa emisferica, di cm. 15, è uno
splendido lavoro di sbalzo e bulino ed è ricco di fregi
75
Giulianova, argenti della fine del secolo XIII, o dei
primi anni del secolo seguente.
Le figure sbalzate nel piede, le quali campeggiano
in un'area compresa da sette listellini mossi a festone,
rappresentano: Cristo in croce, vestito con una lunga
tunica; Maria e Giovanni; la Flagellazione, e poi
tre santi a mezzo busto. Queste immagini sono mal
disegnate e peggio eseguite.
Il nodo ha sei sporgenze ovali tra una massa di
quadrupedi in svariatissime positure, lavoro paziente
e bellissimo di bulino. Nel campo dei piccoli ovali
sono volatili in niello.
in filigrana.
Il piede ha strettissima analogia, per stile e per
tecnica, col piede dei due calici della Cattedrale di
Penne e della chiesa madre di Celano, e con quelli
dei due reliquiari della chiesa di San Flaviano di
I fregi in filigrana si rilegano con quelli dei due
reliquiari indicati di Giulianova e con altri dell'istesso
secolo che adornano opere preziose d'argento posse
dute da ragguardevoli e note chiese abruzzesi.
Sulmona, 25 novembre, 1908.
CRONACA
Non diciamo di Messina e di Reggio Calabria,
ora che tutti hanno già parlato de' monumenti, delle
rovine della città, che si gloriava del suo Antonello;
ma nelle rovine delle cose, nei segni dell'arte resta
la gloria civile, come in labari che nessun impeto può
svellere dal terreno ove son radicati in eterno. Al
PIETRO PICCIRILLI.
ed esaminarono numerose proposte di acquisti per le
collezioni dello Stato. Daremo conto dei provvedi
menti e delle determinazioni prese, tosto che i voti
saranno accolti e comincieranno ad avere effetto.
Governo ora s'impone di raccogliere pietosamente
quei segni. Tutti gli oggetti d'arte, che non hanno più
casa, sieno ospitati in nuovi grandi musei, che servano
alla ricostruzione ideale della secolare attività delle
due regioni messinese e reggina; tutti gli oggetti che
hanno ancora radice sul luogo del disastro, e vi pos
sano essere conservati, si conservino dove sono, e si
proteggano religiosamente. L'arte, suscitatrice per
l'Italia della pietà universale, ha i suoi propri e grandi
diritti.
Per la ricostruzione di Messina e Reggio e per lo
studio di un nuovo piano la Gazzetta del Popolo di
Torino propone un concorso mondiale con premi co
spicui, concorso d'iniziativa del Governo e col contri
buto di tutti gli enti promotori delle tendenze moderne
nell'arte e nell'edilizia.
Il Consiglio superiore per le antichità e Belle
Arti tenne la prima adunanza plenaria il 25 gennaio
presso la direzione generale delle belle arti, e, negli
otto giorni seguenti, le tre sezioni, nelle quali si di
vide il Consiglio stesso, trattarono di molte questioni
relative alla conservazione e ai restauri dei monumenti,
L'esposizione d'arte antica a Pietroburgo è stata
veramente notevole. Tra le opere italiane esposte sono
stati segnalati un dipinto appartenente al barone P.
Meyendorff, attribuito a Simone Martini, opera invece
della scuola di Bernardo Daddi ; un Crocefisso di
Duccio di Boninsegna, posseduto dal principe A. Gar
garine; una Madonna e Santi in un'anconetta dello
stesso principe; una Madonna di Andrea di Giusto
presso P. Weiner; una Pietà, forse di Jacopo del
Sellaio, presso il granduca Costantino ; un Santa Fa
miglia della scuola di Lorenzo di Credi e una Madonna
attribuita a Piero di Cosimo, conservate dal principe
Kotchoubey ; un ritratto muliebre dello stesso posses
sore, assegnato a Piero di Cosimo, forse di Ridolfo
Ghirlandaio ; un San Sebastiano a mezzo busto del
una
Perugino, esposto dalla marchesa Campanari di Roma;
una Madonna col Bambino di un leonardesco, appar
tenente alla signora L. Benois; un bel ritratto del
Tintoretto uscito dalla raccolta del barone N. Wrangel ;
Madonnina di Tommaso da Modena, apparte
nente al Weiner, ecc.
Il comitato del Burlington Fine Arts Club in
Londra ha determinato, allo scopo di investigare la
storia primitiva del ritratto in Inghilterra, di racco
76
CRONACA
gliere in una o più esposizioni, i ritratti inglesi dai
più antichi alla fine del XVI secolo. La prima espo
sizione che si terrà nell'anno corrente, dall'aprile al
giugno, comprenderà i ritratti che furono eseguiti
prima dell'arrivo in Inghilterra di Hans Holbein, e
quelli dipinti dal grande maestro nel suo periodo in
glese, e dai suoi immediati successori sino all'anno
della morte di Edoardo VI. La seconda esposizione,
che si terrà in seguito, riassumerà la storia della pit
tura di ritratti in Inghilterra dalla fine del regno di
Edoardo sino a quello di Giacomo I.
La rivista francese « L'Art et les Artistes » ha
preso l'iniziativa d'una esposizione anglo francese di
cento ritratti muliebri del secolo XVIII, cinquanta dei
quali appartenenti alla scuola francese, cinquanta al
l'inglese dello stesso tempo. Si terrà la prossima pri
mavera a Parigi, sotto il patronato di S. M. la Regina
d'Inghilterra.
Nell'Aula magna della R. Accademia scientifico
letteraria di Milano il prof. Paolo D'Ancona tenne
il 1 febbraio la prolusione al suo corso di storia del
l'arte: Uno sguardo alla pittura italiana dal Mille
all'inizio del Rinascimento.
Inaugurandosi in Roma la prima riunione annuale
dell'Istituto Nazionale per l'incremento dell'educa
zione fisica si caldeggiò l'idea di dotar Roma d'uno
stadio nazionale. Si propose anche all'uopo la rico
struzione di un antico circo o la costruzione del nuovo
stadio sull'area di uno antico: proposte che vennero
in un referendum dichiarate inattuabili.
La inaugurazione del monumento ad Alessan
dro Vittoria in Trento si terrà alla fine di maggio.
Per imprevedute circostanze, il Comitato per le ono
ranze, d'accordo con lo scultore Rubino, autore del
monumento, ha così rimandata la cerimonia inaugu
rale
A Parigi, nella Galleria del signori Trotti e
Compagni, per iscopo di dare aiuto à una società
filantropica presieduta dal principe d'Arenberg, sono
stati esposti, a principiare dal 10 gennaio p. p., pa
recchi dipinti italiani, con attribuzioni in gran parte
discutibili. Tra quelli però si notava il dipinto che si
vide all'esposizione di Bologna nel 1888 e che poi
disparve, con rammarico di tutti, per vendita fattane
dalla contessa Gozzadini. Il quadro rappresenta Ber
nardino de' Gozzadini e sua moglie della famiglia
ferrarese Canonici. Era attribuito a Piero de' France
schi , ora si assegna più verosimilmente a Francesco
del Cossa. Altri quadri, per cui Trento molto si ram
maricò allorchè partirono dalla casa del barone Sal
vadori, si rivedevano nell'esposizione parigina; e cioè
il ritratto di Cristoforo Madruzo di Tiziano, e quelli di
Gian Federigo e Lodovico Madruzo, opera delMoroni.
Annunciasi che in occasione delle feste del 1911
si terrà a Firenze un'esposizione di ritratti dipinti in
Italia dalla fine del '500 al 1861.
La Madonna di Giovanni Bellini (n. 77) della
pinacoteca civica veronese è stata restaurata da Luigi
Cavenaghi, per iniziativa e a spese del nobiluomo
Guido Cagnola di Milano.
A Milano si è creduto di trovare un quadro di
Leonardo da Vinci in una tra le tante riproduzioni
di una mezza figura di donna, ignuda sino alla cin
tola, in atteggiamento simile a quello della Gioconda,
Nel duomo di Fano sono stati di recente scoperti
nuovi resti architettonici dell'antica cripta.
L'Accademia Reale d'archeologia del Belgio
ha nominato il direttore del nostro periodico a suo
membro onorario, e la RealeAccademia bavaresedelle
Scienze a suo socio corrispondente della classe storica.
Tra i membri del Comitato direttivo dei con
gressi storico-artistici internazionali è stato no
minato Adolfo Venturi. Quest'anno il congresso si
terrà a Monaco di Baviera. È stato pubblicato il ren
diconto ufficiale delle adunanze dell' VIII congresso,
ch'ebbe luogo a Darmstadt dal 23 al 26 settembre 1907.
AModena il 20 febbraio hanno avuto luogo i fu
nerali del conte Ludovico Calori Cesis, degno gen
tiluomo, amantissimo dell'arte. Di alcune cose sin
golari », così ha scritto Giulio Bariola direttore della
Galleria Estense, « fu raccoglitore fortunato, intelli
gente: non per vanità, come oggi pur si usa, ma per
sincero bisogno dello spirito ... Ha voluto chiudere
la sua nobile vita con atto di gran nobiltà. Quelle
opere d'arte, che erano state il suo conforto, ha vo
luto legare alla città, alla R. Galleria Estense. Sono
tutte interessanti, qualcuna addirittura cospicua. Vi
sono stampe, disegni, bronzi, medaglie, quadri, tra
cui gustosi bozzetti del Malatesta; un bel ritratto del
Castelvetro attribuito al Begarelli, e, notevole sopra
ogni cosa, una meravigliosa testa di Guido Mazzoni,
ben nota a tutti gli studiosi d'arte, in cui il plastico
realismo del modenese si spinge a stupefacente au
dacia espressiva ..
BIBLIOGRAFIA
RECENSIONI.
AUGUST L. MAYER: Jusepe de Ribera (Lo
Spagnoietto). Leipzig, Hiersemann, 1908.
(Pag. 196, con 59 illustrazioni).
1
La pittura spagnuola, nel suo periodo più glorioso,
il Seicento, non è ancora abbastanza conosciuta. Al
l'infuori di Murillo e di Velasquez, sul quale posse
diamo i magistrali studii dello Justi, poco o nulla
ci è noto delle fiorenti scuole pittoriche della Spagna,
ed è molto se accanto a quello dei due grandi mae
stri si menziona qualche volta il nome di Zurbaran.
Pure la Spagna è più ricca assai di quanto non si
creda, e accanto a Siviglia che è la sua Venezia, ha
anche la sua Firenze, ed è Valenza. I pittori valen
ciani si distinguono per la potenza affettiva con cui
espressero l'ideale religioso; il loro carattere rigido e
austero, la loro arte precisa e rude erano meglio adatti
a interpretare lo spirito della fede, che non la serena
festosità dei sivigliani. Eppure, all'infuori del loro
paese, dove se ne conserva ancor viva la tradizione,
chi conosce i pittori della scuola di Valenza?
L'unico tra essi che sia noto è Jusepe de Ribera,
più conosciuto sotto il nome di Spagnoletto ; e que
sta eccezione è dovuta al fatto che egli trascorse in
Italia la maggior parte della sua vita, ed esercitò, spe
cialmente a Napoli, un potentissimo influsso sui no
stri artisti. Per questa ragione la bibliografia sul Ri
bera conta parecchi numeri italiani, tra i quali sono
specialmente da tenere in conto gli ottimi studii do
cumentali del Salazar e del Faraglia, apparsi nella Na
poli Nobilissima e nell'Arch. stor. napoletano; alcuni
scrittori nostri hanno anzi voluto fare dello Spagno
letto addirittura un artista italiano facendolo divenire
senz'altro uno scolaro del Caravaggio. Ma, a mal
grado della sua lunga dimora in Italia, Jusepe de Ri
bera che si compiacque sempre di firmarsi nei suoi
quadri espanol, rimase veramente spagnuolo nell'arte
se Venezia e Parma hanno influito su di lui se in molte
I CARL JUST, Velasquez und sein Jahrhundert. Bonn, 1903.
composizioni si ispira agli antichi maestri italiani, lo
spirito che vibra in tutte le sue opere, il suo profondo
pathos religioso, è puramente spagnuolo, anzi valen
ciano.
Per aver dunque un'idea esatta dell'arte riberiana
bisognava cercarne le origini nel suo paese natale, ed
è quello che ha fatto il Dr. Mayer, il quale volendo
studiare il Ribera è andato prima a Valenza e poi a
Napoli: è un merito questo del suo lavoro, che ci
preme di notare prima di tutti gli altri.
AJátiba, nelle montagne che circondano Valenza,
nacque Jusepe de Ribera nel 1580. Le notizie sulla
giovinezza del pittore non sono molto sicure ; certo è
che egli ebbe iprimi insegnamenti dal fondatore della
nuova scuola valenciana, da Francisco Ribalta : questi,
che era stato in Italia e aveva studiato Raffaello, Se
bastiano del Piombo e soprattutto il Correggio (il
vero grande maestro di tutti i pittori del Seicento)
spinse il suo discepolo a far lo stesso, e Ribera venne
in Italia soffermandosi a lungo nel settentrione ; giunto
a Napoli nel 1616 vi fissò stabilmente la sua dimora.
Le vicende della sua vita napoletana sono general
mente note, e il Mayer appena le riassume per en
trare subito nell'analisi stilistica dell'opera del Ribalta,
in cui trova le tracce dell'arte del Ribera. Passa poi
ad esaminare cronologicamente le opere del Ribera
sparse in tutti i musei d'Europa, e neindica parecchie
poco note o ignorate del tutto: il più antico dipinto
firmato è un S. Girolamo dell'Ermitage (a. 1626) al
quale ne segue uno della Galleria Doria in Roma
firmato Jusepe de Ribera espanol F. 1629 ». 11 M. ha
fatto benissimo a non ingombrare il suo lavoro, come
usano spesso i suoi connazionali, con un apparato
storico soffocante, limitandosi allo studio delle opere
d'arte. Non ci è possibile seguire qui la lunga enumera
zione del Mayer ; limitiamoci perciò a riferire i suoi giu
dizi sui quadri al Ribera attribuiti nelle collezioni ita
liane. Il S Girolamo della Tribunadegli Uffizi è secondo
il M. opera di un imitatore del settentrione d'Italia ;
il grande S. Sebastiano nella cappellina a sinistra della
78
BIBLIOGRAFIA
cappella di Sisto Va S. Maria Maggiore, è una copia
del 1817 da un originale perduto. Di dubbia auten
ticità sono il Martirio di S. Lorenzo alla Pinac. Va
ticana, l'Omero di Torino, il ritratto di Simone Pa
ganucci a Pitti, la Maddalena del Duca di Miranda
e il Cristo fra i dottori della Princ. di Fondi a Na
poli. Copie sono il S. Paolo Eremita di Torino, l'au
toritratto degli Uffizi ; il S. Bartolommeo del Princ. di
Casapesenna, il S. Andrea nella chiesa di S. Filippo,
il S. Antonio in quella di S. Francesco Saverio, il
S. Francesco di Paola già presso il Duca di Bovino
a Napoli, il Martirio di S. Bartolomeo dei Rospigliosi
a Roma. Quadri di scuola o imitazioni sono, a Firenze:
il Martirio di S. Bartolomeo a Pitti, il Martirio di
S. Andrea e i Due sapienti presso i Corsini; a Parma
i Dodici apostoli nella Pinacoteca; a Porto d'Anzio
il S. Pietro del Princ. Borghese; a Roma: Un filo
sofo nella galleria Nazionale, un secondo S. Girolamo
(n. 297) nella Gall. Doria, e l'Agar e Ismaele negli
appartamenti del principe, una Maddalena presso Si
monetti, la Disputa di S. Girolamo all'Accademia di
S. Luca; a Venezia il Martirio di S. Bartolommeo,
All'elenco delle opere segue nel libro del M. un
capitolo assai interessante, che riassume in sintesi
felice le caratteristiche dell'arte dello Spagnoletto. Ri
bera è il più universale di tutti i pittori spagnuoli:
nessun campo di ispirazione artistica egli ha trascu
rato, e ha dipinto soggetti religiosi (scene dell'antico
e del nuovo Testamento, martirii di santi, miracoli),
storie tratte dalla mitologia (Apollo e Marsia, Venere
e Adone, Laocoonte) ; nè trascurò il ritratto che anzi
costituisce la migliore esplicazione dell'arte sua (Mon
terey, Don Giovanni d'Austria, Gambazo, Musicista)
Quadri di paesaggio del Ribera non sono conosciuti,
ma in molti suoi dipinti di soggetto religioso il paese
entra come elemento assai importante e sempre adat
tato al soggetto che si rappresenta.
I
Nessuno meglio di uno spagnuolo era più atto ad
all'Accademia. Cosicchè i dipinti originali del mae
stro in Italia si riducono a un numero molto minore,
e sono precisamente : a Firenze: il S. Francesco a
Pitti; a Genova: l'Eraclito e Democrito nel Palazzo
Durazzo; a Milano: il S. Girolamo di Brera e l'altro
del Crespi ; a Napoli: il S. Gennaro del Duomo, i tre
quadri del Gesù Novo i Profeti, la Comunione e laPietà
a S. Martino, il Sileno, l'Apollo e Marsia, il S. Bruno,
i due S. Girolami, il S. Sebastiano, alla Pinacoteca, il
S. Bruno al Palazzo Reale, il Cristo al sepolcro presso
il cav. D'Angelo, la Madonna col Figlio già presso il
Duca di Bovino; a Parma: il S. Martino in S.Andrea;
a Roma: la Morte di Adone alla Corsini, il San Gi
rolamo dei Doria, un Geografo e un Archimede già
del Simonetti, un ritratto di musicista del conte Stro
ganoff; a Torino: un S. Girolamo nella Pinacoteca.
L'elenco naturalmente non è completo, e ognuno
vi riscontrerà facilmente qualche dimenticanza, ma
crediamo che nessuna opera importante sia sfuggita
al M.2 Tra i disegni attribuiti al Ribera a Firenze, a
Milano, a Napoli, non sono del maestro, secondo il
M. altro che tre fogli del Gabinetto degli Uffizi.
I Porta la scritta: joannes Micocca restauravit et pinxit an.
1817. La tradizione e le vecchie guide, fino al Nibby, danno il
quadro allo Spagnoletto ; ma certo l'attuale dipinto è una copia.
L'ANGELI, Chiese di Roma, pag. 319, scrive : « Il quadro è di Sa
vatore Fontana, e fu restaurato nel 1718 da Giovanni Micoccas».
2 Indichiamo qui qualche dipinto di cui ci ricordiamo sul mo
mento. Tra gli originali un S. Girolamo a Ragusa, e una Depo
sizione a Messina, indicate dal Brunelli (L'Arte, 1908, pag. 291).
Tra le copie Dedalo e Icaro che si adattano le ali, nella Pinac.
di Bologna (n. 661), il San Girolamo della Borghese (n. 56). Tra
le opere di scuola: un Vecchio all'Ambrosiana (Sala C. 44); un
San Girolamo alla Gall, Colonna a Roma (n. 48).
esprimere la idealità della Chiesa cattolica nel '600,
di risvegliare nei fedeli lo zelo religioso, ponendo loro
sotto gli occhi le gesta dei martiri e degli asceti an
tichi. Nel nord si cercava di riuscire a questo intento
facendo del grandioso (Rubens) ; Ribera resta invece
umano ed è più patetico, senza mai essere sdolcinato;
si direbbe quasi che egli ci tenga a conservare la
sua natura di montanaro spagnuolo, e i suoi santi e
i suoi profeti sono sempre un po' pastori, dai tratti
duri e dai capelli ispidi e incolti. Malgrado la sua
asperità Ribera non è però un naturalista nel vero
senso della parola, e nelle sue ruvide figure splende
talora un vivo ideale: se si confrontano le opere degli
idealisti bolognesi con quelle del verista spagnuolo,
quante volte si è tentati di scambiare gli attributi !
Crediamo però che il M. scrivendo una frase di
questo genere si sia voluto riferire ai quadri religiosi
del Ribera, perchè nei suoi Sileni il realismo è spesso
anche troppo crudo.
Pur insistendo a ragione sullo spagnolismo del Ri
bera, il Mayer riconosce i grandi influssi su lui eser
citati dall'arte italiana: fu solo tra noi che lo Spa
gnoletto potè apprendere il principio dell'armonia che
regna in tutte le sue opere; e i suoi rapporti con l'arte
veneziana sono in molti casi evidenti, come pure quelli
col Caravaggio. I tre quadri del Gesù Novo a Na
poli (1620) con le storie di Sant' Ignazio, si ispirano
direttamente su Tiziano. Dell'influsso che a sua volta
il Ribera ebbe sugli artisti italiani del suo tempo, spe
cialmente a Napoli, il Mayer, dice poche parole, chè
il tema era troppo vasto e avrebbe condotto troppo lon
tano: egli si limita a parlare di Luca Giordano, che
talora falsificò in qualche sua opera la firma del mae
stro ! A Napoli quasi nessun artista sfugge all' impres
11 M. intitola ritratto di maestro al cembalo il dipinto della
collezione Stroganoff; ma il rappresentato porta un arco, e quindi
deve trattarsi di un violinista.
2II M. si ostina a scrivere Lucca, come pure ha sempre ducca
invece di duca! E in genere tutti i nomi italiani sono spropositati:
leggiamo Andrea Vacarro, Cosimo Fansanga, ecc.
Ribera: Ritratto di musicista. Roma, Collezione Stroganoff
80
BIBLIOGRAFIA
sione dell'arte riberiana: il Vaccaro e il Preti la ri
sentono assai; Salvatore Rosa come incisore si ispira
del tutto su Ribera. Anche ibolognesi non sfuggirono
all'influsso del Ribera; che è poi chiaramente visibile
in Spagna nel Pereda, in Alonzo Cano, in Juan de
Sevilla, e persino nei grandissimi, in Velasquez, in
Murillo, in Zurbaran, Ed infatti lo Spagnoletto apri
veramente una nuova via all'arte nazionale spagnuola,
accoppiando così mirabilmente il naturalismo all' in
tensità dell'affetto.
ΑΝΤΟΝΙΟ MUÑOZ.
LAUDEDEO TESTI: Storia della Pittura Vene
ziana. Parte Prima: Le Origini. Bergamo,
1909.
Avviene, a chi legge un libro che abbia un difetto
grave ed evidente, di pensare su per giù : qualunque
sia il numero e la qualità dei pregi, questi vengono
offuscati dal difetto. E su questo giudizio il pensiero
si adagia, e sottintende che i pregi in quel lavoro non
mancano; anzi quanto più grave è il difetto, tanto
più l'anima misericordiosa dei lettori è disposta ad
ammettere grandi i pregi sottintesi. Se non isbaglio,
un ragionamento siffatto è quello dei lettori del libro
del Testi; perchè la prevalenza e la personalità della
polemica e la volgarità del linguaggio sono troppo
evidenti per non capire che si legge un libro non di
storia dell'arte, bensì di sfoghi dell'Autore. Io non
voglio fare altrettanto, e chiedo agli studiosi di storia
dell'arte: Pregi, in questo libro, ce ne sono?
L'ideale dell'Autore, manifestato nella prefazione
è di fare non solo la storia, ma l'archivio, il cata
logo della pittura veneta ». Voglio essere condiscen
dente, e mi fermo prima sulla parte erudita.
Il valore di un archivio è quello di darci notizie
ignote. Non una che non sia stata pubblicata già il
Testi ci ha dato. E come avrebbe potuto, se nell'Ar
chivio di Stato di Venezia non ha studiato mai, ¹ e
si è limitato, per due o tre questioncelle, a chiedere
recentemente informazioni per lettera al personale
dell'Archivio stesso? Non aveva dunque alcuna pre
parazione archivistica per raggiungere lo scopo.
E ne aveva una paleografica? Quello che egli ha
scritto sulla firma : iohes baili, di un quadro del museo
di Verona, c'illumina. Perchè dissi nel mio lavoro su
« Le origini della Pittura Veneziana », che essa era
falsa, apriti cielo! il Testi arriva a parlare di un
mio odio belluino .... pei libri, per la paleografia>>
(pag. 348), di documenti che « ricacciano nel nulla le
fantasticherie del Venturi » (pag. 350) ecc. ecc., e di cose
peggiori che trascuro, per avvertir subito il lettore
che la firma è semplicemente falsa. Alle ragioni pa
Il che non gli toglie di citare talora l'Archivio di Stato diretta
mente, senza far parola della fonte a cui ha attinto.
leografiche (l'incertezza dei contorni delle lettere, il
modo di fare i punti come accenti, l'imitazione del
gotico quale si è usata nella scrittura corale sino al
secolo xvur, la posizione della scritta e la sua identità
con la firma pure falsa di un pittore di tempo di
verso qual fu Bartolomeo Badile); dopo la pubblica
zione del Testi il Gerola ha aggiunto ragioni storiche
inconfutabili che dimostrano la firma esser falsissima. ¹
S'intende che il Testi nel contradirmi non s'era neppur
provato a fare una dimostrazione paleografica ; gli era
bastato citare documenti che non aveva, e scaraven
tarmi contro l'ingiuria. È permesso ora di chiedere
chi di noi ha l'odio belluino per la paleografia? Nè
il T. si ferma, ma aggiunge (pag. 348), poichè il Bia
dego e il Simeoni hanno da tempo pubblicato notizie
sul pittore Giovanni Badile: « Con qual fronte può
dire il V. nell'anno 1907 che sul Badile non abbiamo
notizie ? » Eppure, signor Testi, Lei sa bene che ri
tenevo apocrifa quella firma, che ora è dimostrata
tale, e che non parlavo di Giovanni Badile, ma di
Lobes baili
un così detto Baili , cioè dell'anonimo autore della
tavola. Con qual fronte, dunque? dirò a mia volta.
A parte i metodi polemici, con una simile prepa
razione che poteva dire il Testi di nuovo sulla vita
degli artisti veneziani?
Il tener conto di tutto quanto, buono o cattivo, è
stato pubblicato su di essi e ilconfronto dei testi fra
loro, han tatto si che egli ha potuto correggere alcune
date. Se non che appena corrette, appena aggiunta
una notiziola sfuggita all'attenzione comune, non ci
vede più dalla gioia, non connette più.
Udite quel che potè fare Lionello Venturi (pag. 335) :
« Dimenticò, ed è errore imperdonabile in libro spe
ciale, che Niccolò esegui per la chiesa di San Pietro
in Castello in Verona una tavola con la scritta: Ni
cholaus Filius Magistri Petri Pictor Pinxit Hoc Opus
Veneciis. Opera non dipinta in Verona, chè allora si
potrebbe supporre una residenza nella città e un in
flusso locale .... Tutti gli scrittori d'arte dimentica
rono la tavola, la quale pur dimostrava come nongià
Verona influiva su Venezia, ma questa su quella ».
Ètroppo! La tavola non esiste più; se ne conserva
soltanto l'iscrizione riportata dal Maffei ; non se ne co
nosce nulla, nulla, nulla se non che fu spedita da Ve
nezia a Verona. Verona, che fu la prima città del
1Madonna Verona, II, 1908, p. 166 e seg.: Cuestioni storiche
d'arte veronese..
BIBLIOGRAFIA
Veneto adestarsi all'arte pittorica, che ebbe Altichiero,
Avanzo, Stefano e Pisanello, tutti prima che a Ve
nezia sorgesse un artista degno di fama, Verona
avrebbe ricevuto un influsso da Venezia, soltanto
perchè il piccolino Niccolò di Pietro mandò un'opera,
non si sa quale, non si sa se bella o brutta, non si
sa se alla fine del '300 o circa il 1430, anno in cui
Niccolò era ancora in vita, un'opera qualsiasi da Ve
nezia a Verona. E ringrazio tutti gli dei del cielo e
della terra perchè non mi fecero imbattere in una no
81
E lo storico dell'arte è forse migliore?
Tutto quanto fu pubblicato sul tema è stato rac
colto in questo libro : la notizia giusta sta vicino al
l'errore, la notizia necessaria vicino all' inutile, senza
criterio di proporzione, nè di ordinameuto.
Per esempio, nel capitolo III sono raccolte una
quantità di tavole o anonime, o contraffatte, di vario
tempo, di differente stile, solo perchè nel capitolo
IV si parla di artisti conosciuti con precisione. Natu
ralmente queste tavole hanno a volta a volta nessuna,
tizia capace di simili effetti, dimenticati del resto
dal T. stesso appena saltato fuori dall' influenza pe
ricolosa della notizia.¹
Ma non si tratta di fenomeno casuale. A pag. 397
per esempio, tutto garrulo perchè poche pagine prima
ha dato all'iscrizione mortuaria del pittore Francesco
del Fiore un'interpretazione migliore di quella del
Caffi, pretende anche definire l'arte di Francesco, seb
bene di lui non si conservi opera alcuna, nè memoria
antica che dia adito a una sia pur ipotetica ricostru
zione di un'opera di lui. Ebbene : « Francesco fu pro
babilmente un seguace del Guariento ». Ebbene:
Jacobello, figlio di Francesco, dovette educarsi alla
scuola paterna ». Metodo comodo per trarre conse
guenze senza premesse.
Enon è più felice il T. quando parla altre volte di
arte veronese. Perchè avevo supposto : « Forse il così
detto Baili è alquanto posteriore a Stefano » (pag. 75),
il T. commenta (pag. 351): « Questa, secondo il V.,
è storia dell'arte. Ebbene i fatti si svolsero precisa
mente all'opposto relativamente al tempo ... Stefano
vide la luce nel 1393 » ecc. Se fosse proprio cosi, il
T. avrebbe, forse, e fino a un certo punto, ragione :
il male si è che Stefano all'opposto nacque circa il
1372 ! L'errore di circa 20 anni in questa data ha cau
sato molte altre fantastiche deduzioni, che non cite
remo, tanto più che già ne ha fatto giustizia il Ge
rola. 2
Qualunque sia il valore di tali deduzioni dell'Au
tore, indubbiamente è ben rara la volta che può farne
anche di quelle; così che si contenta spesso di sbiz
zarrirsi sugli scrittori recenti. 3
Apag. 352 vien detto che «L'arte veronese da Altichiero a
Pisanello aveva mutato aspetto », del qual fatto vien citata una
causa, dell' influsso raggiante della Borgogna e della Fiandra»;
non siparla invece di quello di Niccolò di Pietro. E a pag. 529, nella
<<<>>
(pag, 394).
Trova che una tavola intarsiata lasciata da Jacobello del Fiore
fu, nientemeno, acquistata da Jacopo Bellini e non ricevuta in
dono, come avevo detto io. E il commento è: « Orbene chi cre
L'Arte. XII, 11.
poca, molta relazione con le opere di cui si parla nel
capitolo IV ; ma che importa di ciò al T.?
Per esempio, nel capitolo VI sono riuniti tutti i
Jacobello: di alcuni di essi non ci resta opera alcuna,
derebbe che L. V. ha il coraggio di stampare » ecc.; e non basta,
ma«tutto ciò nonè soltanto trascuranza, ma leggerezza» (pag. 395).
Sulla maniera di un dipinto datato poco tempo dopo il 1339,
il Cavalcaselle si espresse cosi: « ci sembra ricordata piuttosto
dalle opere del Pievan [Stefano] di Sant'Agnese che da quelle degli
altri pittori della scuola » (vol. IV, pag. 306). Ed io ricordai tali
parole così: <<) e parlare
di lusso generale ».
l'altro di Bonomo. Il quadro del primo è giudicato
così (pag. 320-321): « Nell'insieme, i caratteri della
pittura sono quelli d'un mediocre seguace delle tarde
forme giottesche ». E del secondo è detto (pag. 322):
<<>> ha il suo quadro in quella
galleria, datato probabilmente 1353, e indicato dallo stesso T. come
esempio del fatto che « ben avanti gli influssi forestieri in Venezia
del Guariento(1365) e poco dopo di Antonio Veneziano, diversi (sic)
artisti veneti avevano cangiato maniera », есс., ecc. (pag. 234 e Er
rata-Corrige). Jacobello Bonomo è l'unico dei tre citati che il T.
pone nel capitolo dell' Influenza del Guariento.
Pietro come il primo fra i pittori della nuova scuola
fondata su elementi nuovi extra-veneziani, staccatasi
con un salto dall'antica scuola gotico-bizantineggiante,
gli sfodera a pag. 337: « la prova più formidabile ».
Ecco: « Niccolò era figlio del pittore Pietro il quale
a sua volta nasceva dal pittore Niccolò il quale fece
testamento il 4 di giugno del 1365. Che si può desi
derare di meglio per dimostrare che il nostro rappre
senta la sintesi d'un secolo intero d'arte veneziana per
fezionata via via e nulla più ? » Alla lettura di queste
parole, ho creduto trovarmi davanti a un delirio ge
nealogico, impressione aumentata dalla riflessione che
nè del padre nè del nonno di Niccolò è conservata
opera alcuna. Eppure Alvise Vivarini, che ebbe pittori
il padre e lo zio, deve l'arte sua, invece che a loro,
all'azione d'Antonello; eppure l'arte di Raffaello non
rappresenta precisamente uno sviluppo di quella di
Giovanni Santi; eppure... eppure... Ma perchè con
tinuare?
Notevole la definizione dell'autore di un dipinto a Torre
di Palme(pag. 327), « ignoto veneziano scolaro e seguace di maestro
Lorenzo, leggermente più moderno di Jacobello di Bonomo ». Ма
dunque! anche chi come pittore è più moderno di Jacobello, che
sarebbe, a sua volta, un seguace del rinnovatore Guariento, è un
seguace di Lorenzo?
BIBLIOGRAFIA
Nè fu poca la mia sorpresa, quando lessi a pa
gina 396-397 una conferma : « S'intende che l'evolu
zione pittorica non corrisponde a puntino all'evoluzione
biologica, ma come questa viene alle volte modificata
profondamente nel suo corso da cause esterne, cosi
l'evoluzione pittorica veneta si modifica e sposta, a
seconda dei fattori storici o influssi esterni che la pre
mono ». E in nota: « Ci sia concesso di sviluppare un
poco più il nostro concettofondato sui risultati scien
tifici più recenti. La variabilità fluttuante e ascendente
o trasformazione dei dipinti può considerarsi prodotta
da complessi di unità pittoriche più piccole corrispon
denti in via figurata a quelle biologicamente dette:
specie elementari o piccole specie. Allo stesso modo che
in biologia v'è la variabilità fluttuante e la variabilità
brusca o di mutazione, così in pittura... Un certo
grado di oscillazione si nota in ogni singolo pittore e
il coefficiente di variazione dipende dall'ampiezza delle
oscillazioni e delle condizioni della scuola» . Eccetera,
83
la sua propria è esposta raramente, e, quelle rare volte,
è una parafrasi o un'opposizione delle opinioni citate
oppure una copia di quelle non citate. Anche a pa
gina 207, dove pur si trattava di questione fondamen
tale ricorda molte opinioni, fa delle riserve su tutte,
e si tace. Apag. 239, cita l'opinione di Adolfo Venturi,
quella del Cavalcaselle e la mia: dice persino che
il suo parere « suona diverso da quello dei due Ven
turi ; ma poi il suo non lo fa sonare per niente.
Della pittura dell'Alberegno il Cavalcaselle aveva
detto (IV, 302, n. 1): 1 caratteri però della pittura
sono quelli di un mediocre seguace delle forme giot
tesche. E il T. a pag. 321 ripete: i caratteri della
pittura sono quelli d'un mediocre seguace delle tarde
forme giottesche. Molte volte ha copiato me pure, ma
eccetera.
Crede il Testi alle parole che dice?
Per l'onore dell'uomo bisognerebbe ritenere di sì ;
per l'onore dello studioso bisognerebbe esser certi di
no. In ogni modo è giustizia notare che altra volta egli
stesso è di opinione contraria. A pag. 373 dice che
dopo l'influsso di Gentile da Fabriano e del Pisanello
<<»? E an
cora: «Noi invitiamo formalmente il signor V. a dirci sotto qual
numero del museo di Colonia si trovi la Madonna dalui citata>>>?
Oh che c'entra l'invito formale, se il T. conosce la Madonna?
Perchè ora lasi attribuisce non più a Guglielmo ma alla sua scuola?
Or sappia il signor T. che nella Geschichte der Kölner Maler
schule (100 Lichtdrucktafeln mit erklärendem Text, herausge
geben von Ludwig Schreibler und Carl Aldenhoven, Erste Liefe.
rung, Lübeck 1894) la Madonna n. 13 è ancora citata come di
Guglielmo; e sappia anche che l'Aldenhoven, il quale poi muto
parere e l'attribui a uno scolaro molto vicino al maestro detto
<<<>>
mistica opera egli, magicamente, con semplicità sì grande e sì calma di linee e di costru
zione, da vero Primitivo! Nello smisurato vegliardo par quasi che ogni particolare e ogni
segno vogliano esprimere simbolicamente la sua augusta divinità. Tutti i contorni della sua
testa e del suo corpo, che vanno solennemente slargandosi, quasi a triangolo, concorrono
a dare alla architettonica figura una maestà venerabile, perfino le linee simmetricamente
cadenti de' lunghissimi baffi, della barba e delle chiome prolisse, che illuminano il cupo
fondo dell'abside di un fresco candore di neve. I grandi melanconici occhi dell' « Antico dei
giorni », aperti e chiari, guardano severamente un punto remoto, che si perde nelle lonta
nanze dei tempi. Bene è questa l'immagine dell' Eternità, tutt'assorta e isolata silenziosa
mente in se stessa.
Ebasta richiamarsi agli occhi, dinanzi a questa grave Incoronazione, qualsiasi delle
tripudianti Assunzioni contemporanee, per esser tosto colpiti dalla sostanziale diversità di
I
Di puro e deciso tipo leonardesco sono pure le
teste di alcuni angeli: v. specialmente l'angelo me
diano della prima terna in basso, nella metà sinistra
dell'affresco,
118
GIULIO ΖΑΡΡΑ
interpretazione e di penetrazione idealistica della scena. In esso il pittore che, raffiguran
dola per la prima volta in uno de' due affreschi della Certosa, le aveva infuso serenità nei
volti e letizia nel colore, ha visto ora, con una intuizione da asceta, non già il trionfo
postumo, ma l'epilogo della dolorosa Redenzione, che ha come consunti insieme il Figlio
e la madre. Entrambi paiono appena giunti dal Calvario, tanta stanca tristezza quasi fisica
è ancora nello scarno volto di Cristo, e più nell'esangue pallore dell' Incoronata, che abbassa
e socchiude quasi estenuata gli occhi infossati e spenti: il diadema di che il Redentore
ora la rimunera è diadema di martirio più che di gloria. Una severa mestizia cristiana si
diffonde, da quel gruppo mediano, per tutto il mirabile affresco, spegnendovi ogni rumore
e ogni riso; e sembra che anche vi si confonda, inconsapevole, la tristezza dell'artista che
si sente superstite ormai incompreso d'altra età, che si sente disperso come un naufrago
nel pagano e florido Cinquecento, solo ormai con questa sua visione d'antica fede e d'antica
arte, grande, austera e casta.
GIULIO ZAPPA.
LA CROCIFISSIONE DI SAN GIMIGNANO
NEL MUSEO IMPERIALE DELL'ERMITAGE '
FCE Raffaello a Città di Castello una tavola « d'un Cru
cifisso ; la quale, se nun vi fusse il suo nome scritto,
nessuno la crederebbe opera di Raffaello, ma sì bene
di Pietro ».
Con queste parole il Vasari si esprime a proposito
della Crocifissione di Raffaello, un giorno a Città di
Castello, e ora nella collezione di Mr. Mond a Londra.
Bene a ragione il Vasari si esprime così, poichè
come è confermato dalla critica moderna molti
lavori della giovinezza di Raffaello portano a tal segno
l'impronta del maestro e sono stati creati utilizzando
disegni di questo, che talora è assai difficile tracciare
il confine dove l'uno finisce e comincia l'altro. E se
prendiamo in esame le condizioni del buon tempo an
tico, quando l'artista non lavorava come oggi nell'isola
mento, ma aveva una bottega dove scolari ed apprendisti facevano tutti i lavori preparatorî
ed egli, con pochi tratti individuali, non dava che il compimento all'opera, eseguita quasi
senza di lui, ma cominciata sulla scorta dei suoi disegni, dei suoi cartoni; e se conside
riamo l'aureola di gloria del maestro, il desiderio d'imitarlo e uguagliarlo (il che pure spin
geva a un'imitazione cieca) siamo obbligati a riconoscere che è inevitabile la confusione del
l'opera dell'allievo con quella del maestro.
Il minimo dubbio non è stato mai sollevato circa l'autenticità del quadro di Mr. Mond.
La questione è affatto diversa invece per un'altra Crocifissione che si trovava un giorno
a San Gimignano, e che più tardi dalla collezione Galitzine passò alla Galleria di pittura
del Museo Imperiale dell'Ermitage a Pietroburgo. A volta a volta fu considerata come
opera di Raffaello o come opera del Vannucci: passando dalla collezione Galitzine, dove
portava quest'ultimo nome, all'Ermitage, il quadro in questione fu di nuovo riconosciuto
come opera di Raffaello, e questo nome porta ancor oggi. Noi esamineremo la storia e
le cause delle due differenti attribuzioni.
I
Riproduciamo questo scritto del compianto amico
A. Néoustroïeff, che, se non fosse stato tolto agli
studi, vi avrebbe apportato, secondo le intenzioni a
noi espresse , modificazioni meditate parecchie, in
ispecie sulla datazione del trittico del Perugino. In
ogni modo, noi ci facciamo un obbligo di non mutare
in parte alcuna un lavoro, che attesta sempre più
della diligenza e della ricchezza di cognizioni del degno
studioso.
(Nota della Direzione).
120
A. NÉOUSTROÏEFF
Il primo cenno della Crocifissione di San Gimignano si trova
secondo il Rosini '
negli Annali di San Gimignano, dove l'autore, un tal Coppi, parlando di Bartolommeo Bar
toli, domenicano e confessore di papa Alessandro VI, dice che «portò quel bel crocifisso
di Raffaello d'Urbino, ch'è all'altare del nome di Dio ». Il Rosini aggiunge che, durante
l'invasione francese, il quadro cadde in mano del chirurgo Buzzi, il quale- fattolo restau
rare dal pittore Fabri, professore all'Accademia di Belle Arti di Firenze
lo vendette al
principe A. M. Galitzine, come testimonia il Longhena, per 15,000 fiorini e, secondo il
defunto N. M. Günzbourg, conservatore del Museo Galitzine, per 12,000 ducati.' Alla morte
del principe A. M. Galitzine, nel 1809, il figlio Teodoro ereditò il trittico, che restò a Roma
nel suo appartamento: fu qui che nel 1840 il Rosini fece fare una copia del quadro, allora
considerato come lavoro del Perugino. Il Rosini si vantava di aver tratto d'errore ilprin
cipe, dichiarando che ogni dubbio circa l'autore del quadro spariva colla testimonianza del
Coppi, riportata più sopra.
Tommaso Gazzarini, pittore livornese, in una lettera del 26 giugno 1852 indirizzata al
Peccori, racconta con qualche variante la medesima storia del trittico prima che passasse
nelle mani del Galitzine: secondo lui il primo ad avere il quadro dal monastero di San
Gimignano fu Antonio Moggi, morto nel 1833, sottoprefetto di Firenze al tempo dei Fran
cesi. Il Gazzarini soggiunge d'aver visto questo capolavoro presso il Moggi a Livorno, e
dice anche ch'egli l'avrebbe potuto acquistare per 100 zecchini, che il Buzzi, ricordato più
sopra, non era chirurgo, ma dentista, e faceva il rivenditore di quadri, e infine che il
quadro fu restaurato non dal Fabri, ma da un certo Garagalli.
Il papa Alessandro VI sedette sulla Cattedra di San Pietro dal 1492 al 1502: il dono
del Bartoli dovette aver luogo quindi in quell'epoca, o poco più tardi, come è detto anche
nel catalogo dell' Ermitage, e il Bartoli evidentemente non si poteva ingannare circa l'au
tore della Crocifissione ch'egli donava, e che probabilmente aveva ordinato egli stesso. Al
Bartoli avrebbe convenuto meglio di attribuire il suo dono al pennello del Perugino, che
a quel tempo godeva di una fama ben più grande che non Raffaello, ancora sconosciuto.
Quest'opinione ha però valore soltanto nel caso in cui si supponga che il Bartoli abbia fatto
il suo dono subito dopo che il quadro fu terminato da Raffaello, il che non poteva aver
luogo che nel 1502, o nel 1503 al più tardi. Tuttavia la data del dono non è indicata in
alcun luogo, e il Bartoli potè anche farlo più tardi, quando la fama di Raffaello superava
quella del Perugino, e si può anche formulare l'ipotesi che il Bartoli abbia regalato un
quadro che egli sapeva fosse del Perugino, dandogli il nome di Raffaello, pittore allora
più celebre. Risulta da ciò che i dati storici non ci forniscono adunque argomenti tali da
farci attribuire il trittico a Raffaello. Esaminiamo quindi le altre prove che ci sono offerte
in favore della paternità di questo maestro. I fiori che si vedono al primo piano e che
sono dipinti con ogni cura, sono considerati come un segno caratteristico inpro dell'attri
buzione a Raffaello. Infatti su talune opere di Raffaello, eseguite nel tempo in cui egli si
trovava sotto l'influsso del Perugino, appaiono questi fiori eseguiti accuratamente al primo
piano, ma ciò non è che un'imitazione della maniera del maestro, nelle opere del quale
assai spesso si trovano tali fiori eseguiti con cura: si tratta di un particolare che il Vannucci
imitava probabilmente dai vecchi maestri toscani, o da Domenico Ghirlandaio, o dal Signo
relli, o da altri.
Gli autori i quali sostengono che Raffaello è autore del quadro in questione mettono
inoltre in rilievo la somiglianza che passa fra il paesaggio del trittico e il paesaggio del
disegno rappresentante l'incontro dell'imperatore Federico III e della sua sposa, conservato
1
GIOV. ROSINI, Storia della pittura italiana, Pisa,
1850, vol. IV, pag. 24 seg. e n. 2.
2 Storia della vita e delle opere di Raffaello Sanzio,
di QUATREMÈRE DE QUINCY, voltata in italiano per
cura di F. LONGHENA, Milano, 1829, pag. 7.
3 Catalogue de la Galerie des tableaux de l'Ermi
tage Imperial, edito nel 1891.
4 Chronique des beaux arts, 1855, pag. 212.
LA CROCIFISSIONE DI SAN GIMIGNANÒ 121
nella casa Baldeschi a Perugia. Quanto alla parte avuta dal giovane Raffaello negli affreschi
del Pinturicchio alla Biblioteca di Siena, la questione può tutt'al più ridursi al soffitto, co
minciato al più presto nel 1505. È quasi inammissibile che un maestro così esperimentato,
benchè non di prim'ordine come il Pinturicchio, che un imprenditore di lavori così in voga
DANESIROMA
Perugino: Crocifissione. Pietroburgo, Ermitage
abbia potuto affidare la composizione degli affreschi a Raffaello, principiante e ancora poco
conosciuto. Per conseguenza i disegni attribuiti a Raffaello che si conservano agli Uffizi,
nella casa Baldeschi, a Brera e a Chatsworth non appartengono a lui, tanto più che tutti
gli affreschi recano– nella loro composizione le caratteristiche del Pinturicchio : del resto
autorità come il Morelli, il Burckhardt, il Woltmann, lo Springer, il Wickhof convengono
nell'affermare che questi disegni non possono essere attribuiti a Raffaello.
L'Arte. XII, 16.
122
A. NÉOUSTROÏEFF
Oltre alla somiglianza del paesaggio, si nota la circostanza che quando il quadro si
trovava ancora nelle mani del Moggi, questi riuscì a leggere, fra gli ornamenti in oro sul
collo della tunica che riveste San Giovanni, la firma di Raffaello e il millesimo ; e per
quanto alcune persone interessate abbiano preteso che la firma fosse falsa, il Gazzarini,
proprio lui, la crede autentica. In favore dell'esattezza dell'osservazione del Gazzarini il
Perugino : Sportelli laterali della Crocifissione
Pietroburgo, Ermitage
Catalogo fa notare che, al luogo indicato, si vedono ancora tracce di questa firma, della
quale assai nettamente si possono leggere le prime lettere R.A ... Assai spesso invero
il Perugino collocava inscrizioni o simulacri di lettere sul collo e sulle orlature delle vesti :
rammentereino, ad esempio, un'iscrizione a grandi caratteri sul collo del vestito d'uno dei
santi che Pietro Vannucci ha dipinto nel Collegio del Cambio a Perugia, analoga a quella
che si trova nel nostro trittico. La prima lettera di queste due inscrizioni si può identificare
con Kpiuttosto che con R: le due scritte hanno una certa somiglianza, e non hanno evi
LA CROCIFISSIONE DI SAN GIMIGNANO
123
dentemente altro scopo, come del resto si ritrova anche in artisti anteriori al Perugino, che
di dare un simulacro d'inscrizione immaginaria, e di compiere una funzione puramente de
corativa.
Metteremo ora il trittico in comparazione coi lavori del Perugino e di Raffaello, affine
INRI
૧૬
Raffaello : Crocifissione. Londra, Collezione Mond
di constatare quali sono le opere che offrono con esso il maggior numero di punti di
contatto.
Comparando la Crocifissione colle opere della medesima epoca, o all'incirca, dobbiamo
trarre la conclusione che l'autore l'ha dipinta sotto un forte influsso dei Fiorentini, e di
Luca Signorelli in particolare. Come vedremo in seguito, il trittico dev'essere riportato ad
un periodo per il quale l'idea di una esecuzione, o anche di una semplice collaborazione,
da parte di Raffaello non è ammissibile. Consideriamolo dunque subito come lavoro del
Perugino, riservandoci di esporre in seguito le ragioni che ci hanno indotto ad attribuire
il quadro a questo maestro. La nostra attenzione è subito attirata dalle opere del Perugino
eseguite avanti il 1499, e, soprattutto, avanti il 1496.
Dovremmo divagare dal nostro tema se volessimo esaminare le correnti che si riscon
trano a Firenze, nel nono decennio del XV secolo, fra gli artisti aggruppati attorno al Ver
124
A. NÉOUSTROÏEFF
rocchio. Per un momento però fissiamo la nostra attenzione sopra una somiglianza che ci
aiuterà a illuminare la questione che trattiamo.
In primo luogo noi siamo colpiti dalla somiglianza del paesaggio, così caratteristico e
così particolare, che si trova in quasi tutte le opere del Perugino e di Lorenzo di Credi appar
tenenti a questo periodo. Richiamiamo soltanto alla memoria quel suolo ondulato, quegli
arbusti poco elevati, quelle roccie tagliate in modo così caratteristico, quelle costruzioni con
torri differenti sì, ma derivanti da un unico prototipo, quel fiume, quel ponte, particolari
tutti aventi in sè un carattere proprio ; richiamiamoli alla memoria, e dovremo convenire
che un paesaggio reale ha servito di base, probabilmente quello dei dintorni più prossimi
di Firenze, sull'Arno, e saremo costretti a concludere che il trittico in esame deve, secondo
ogni probabilità, aver visto la luce in Firenze. Basta che ricordiamo il paesaggio (arbusti,
edifici), così analogo nei particolari, di Lorenzo di Credi nella Vergine con S. Giovanni alla
Galleria degli Uffizi.
Allo stesso tempo però rendiamo giustizia al Perugino: egli non è di quegli artisti che
scelgono pei loro paesaggi un motivo usuale, e lo riproducono poi sempre e dapertutto.
No, i paesaggi mutano a seconda dei luoghi dov'egli lavora: negli affreschi del Vaticano,
per esempio nel Battesimo di Cristo, noi troviamo un paesaggio ben differente. Vi sono
ancora, è vero, quelle rocce tagliate che non si trovano nei dintorni di Roma, e che la sua
arte ha preso dai vecchi pittori di Firenze, ma al tempo istesso la linea dei monti ci mostra
un differente carattere. Gli arbusti, gli alti pioppi rammentano ancora il paesaggio fioren
tino, ma i tesori architettonici della città eterna hanno impresso il loro carattere al suo
genio creatore: in mezzo alla campagna egli ha posto un edifizio inspirato dal San Giovanni
in Laterano, con qualche variante, e un arco che ripete la sua origine dall'arco di Costan
tino o da quello di Settimio Severo. Ugualmente, a Siena e a Perugia le particolarità locali
del paesaggio, hanno esercitato il loro influsso sulle opere del Vannucci: citiamo ad esempio,
tra i suoi quadri conservati nella Pinacoteca di Perugia, la Madonna con santi e cherubini,
e la Madonna tra nubi con la veduta della città, piena di torri strette simili a ciminiere
di una fabbrica.
Il San Girolamo del nostro quadro è tolto a prestito da una figura abituale nei quadri
del Signorelli (ricorda il ritratto d'uomo nel Pan coi suoi compagni della Galleria di Ber
lino, n. 79 , e la Madonna con santi del 1484 nel Duomo di Perugia), che ha tracce del
l'influsso di Fiorenzo di Lorenzo, influsso che non meno fortemente si è esercitato anche
sul Perugino.
Tentando la comparazione del nostro trittico coi lavori del Perugino, riscontriamo una
grande analogia col paesaggio dei quadri seguenti:
Crocifissione, già a San Giovanni della Calza, ora agli Uffizi;
Polittico nella Villa Albani a Roma (paesaggio della Crocifissione in alto);
Crocifissione, del 1496, all'Accademia di Belle Arti a Firenze, (rocce, alberi, edifizi);
Crocifissione, a Santa Maria Maddalena dei Pazzi a Firenze ;د
Ritratto di Francesco dell'Opere agli Uffizi (torre a punta);
Cristo nell'orto, all'Accademia di Firenze (alberi, edifizi) ;
Battesimo di Gesù, guasto pel restauro, a Monaco di Baviera (edifizi, fiori al primo
piano, alberi; le proporzioni fuori misura delle rocce nel nostro quadro si spiegano col suo
sviluppo nel senso dell'altezza) ;
Adorazione di Gesù, alla Galleria di Palazzo Pitti a Firenze (edifizi, ponte);
Trittico di Londra: parte di mezzo, Adorazione dei Magi (edifizi, fiume).
Queste due ultime opere eseguite, quella di Londra nel 1504, quella di Firenze ancora
più tardi, mostrano
anche nel paesaggio
l'influsso di Raffaello: il paesaggio, meno
particolareggiato, è in armonia col carattere generale del quadro, e non ha più, come per
l'addietro, una parte a sè. I personaggi del nostro trittico si trovano anche in altre opere
del Perugino. Così il San Girolamo è copiato, con qualche variante da poco, quasi tratto
LA CROCIFISSIONE DI SAN GIMIGNANO 125
per tratto dal San Girolamo della Crocifissione della Calza: basta paragonare la conforma
zione anatomica, la posizione dei piedi, il disegno del piede sinistro posato in avanti, la
mano sinistra che regge il bastone, il dito indice posatovi su in una maniera caratteristica.¹
Lo stesso modello noi incontriamo nella Crocifissione di Santa Maria Maddalena dei Pazzi,
nella Madonna in trono della Pinacoteca Vaticana (dove anzi il modello medesimo serve
per tutti e quattro i santi che circondano la Vergine), nel San Bernardo dell'Apparizione
della Vergine (Galleria di Monaco), nel San Giuseppe della Deposizione dalla Croce del
l'Accademia di Firenze, e in altre opere ancora del Perugino.
Il San Girolamo della Crocifissione della Calza è il modello per eccellenza del Peru
gino. L'artista lo trasforma in ogni posa, e questo modello lo segue nei suoi viaggi fino
al 1499: più tardi noi lo incontriamo a Perugia, e più tardi ancora, invecchiato e più com
plesso, nella Crocifissione di Siena (n. 1510), dove è inginocchiato ai piedi della croce.
Lorenzo di Credi : Vergine e San Giovanni. Firenze, Uffizi. (Fotografia Alinari)
Il Cristo in croce del nostro trittico non è affatto- come afferma Morelli
una copia
di quello della Crocifissione alla Calza: è bensì vero che le due figure hanno molta somi
glianza, e, quel che è più, sono dipinte sullo stesso modello vivente, ma nondimeno la posa
è più o meno variata, la posizione del corpo sulla croce è mi sia permesso espri
mermi così
I
più comoda, più aggraziata: si vede che il Perugino, nella composizione e
Abbiamo già notato che questi personaggi sono imitati dal Signorelli,
126
A. NEOUSTROÏEFF
nella tecnica, ha fatto molti progressi dopo il quadro della Calza che data dal periodo
del 1482-90. Lo stesso modello di Cristo, con qualche maggiore analogia con quello del
nostro trittico, si trova nella parte superiore del polittico di Villa Albani: la composizione
NRK
Perugino : Crocifissione. Firenze, Uffizi
(Fotografia Alinari)
di questo piccolo quadro ha senza dubbio influito sulla figurazione drammatica della Vergine
e di San Giovanni affranti dal dolore nel quadro di Lorenzo di Credi agli Uffizi.
La Crocifissione di Villa Albani può in qualche modo considerarsi come una fase di
transizione tra la maniera arcaica del quadro della Calza e la nuova maniera rappresentata
dal nostro quadro. La campagna e la posa della Maddalena sono a provare che siamo ancora
assai vicini a quell'opera primitiva; le figure della Vergine e di San Giovanni dicono invece
i rapporti intimi che passano col nostro quadro. Non dimentichiamo che la Crocifissione di
Villa Albani porta la data del 1491. Per quanto è dato giudicare dall'affresco del Battesimo
di Gesù al Vaticano, che ha sofferto assai le ingiurie del tempo, il Redentore vi è dipinto
sullo stesso modello che ha servito per la nostra Crocifissione; il quale modello ha servito
anche per il San Giovanni Battista nel quadro della Vergine coi santi Sebastiano e Giovanni
Battista, ora agli Uffizi e colla data del 1493. Nel 1496 il Perugino prende un altro modello
vivo per le sue figurazioni del Cristo: è quello che noi troviamo nella Crocifissione di Santa
Maria Maddalena dei Pazzi, nella Deposizione dalla Croce dell'Accademia di Firenze, opere,
all'incirca, del 1496, e in seguito in tutti i quadri, fino alla Crocifissione di Siena del 1510.
La Vergine del nostro trittico, come abbiamo visto più sopra, appare già nella Crocifissione
di Villa Albani. È una delle figure più rare nel Perugino: noi la incontreremo ancora nella
Deposizione dalla Croce del 1496 e nella Crocifissione del 1496 nell'Accademia di Firenze,
e probabilmente ancora, ma già assai invecchiata, nella seconda figura di sinistra dello Spo
salizio della Vergine di Raffaello (a. 1504).
San Giovanni e Santa Maria Maddalena non solo sono dipinti sullo stesso modello,
ma persino colla stessa posa e con le medesime vesti: queste figure noi le troviamo nel
Perugino fino al 1500. In particolare la medesima posa è ripetuta, in modo quasi iden
LA CROCIFISSIONE DI SAN GIMIGNANO
127
tico, nella Crocifissione di Villa Albani e nella Crocifissione di Raffaello ora a Londra presso
Mr Mond.
Fra le opere che oggi sono date a Raffaello non ve n'ha alcuna che, per la sua tecnica,
Perugino : Polittico. Roma, Villa Albani. (Fotografia Anderson)
possa accostarsi alla Crocifissione di cui ci occupiamo. Ciò che ha fatto Raffaello, probabil
È anotare che nella Crocifissione di Siena, del 1510,
tra le figure dei santi inginocchiati ai piedi della Croce
noi incontriamo di nuovo, a quanto pare, i modelli
della Vergine primitiva del Louvre e di Vienna: in
generale in questa tardiva figurazione
se pure non
si tratta di un «pasticcio » ideato dal Perugino stesso
ci sembra vedere tutti gli antichi modelli del maestro.
Il Cristo in Croce è dipinto secondo il modello di cui
il Perugino ha cominciato a servirsi nel 1496; la Ver
gine Addolorata è la stessa del nostro trittico e della
Crocifissione di Villa Albani; il santo inginocchiato a
sinistra è il San Girolamo della Crocifissione della Calza;
il San Girolamo è il modello che compare nel 1499 a
Perugia; il San Giovanni Battista è, invecchiato, il mo
dello che noi incontriamo nel 1493 nelle Vergine degli
Uffizi . Le due figure di santi che ci mostrano già il
tipo a viso largo e zigomi sporgenti inaugurato da
Raffaello; l'angelo è nella posa che è stata corretta
da Raffaello. Nei quadri del Perugino, dopo il suo
passaggio per Perugia, appare un nuovo modello: noi
lo vediamo per la prima volta negli affreschi del Cam
bio, per esempio nella Trasfigurazione e in altre figure.
Lo vediamo ancora nell'Assunzione dell'Accademia di
Firenze (a. 1500), e sotto forma di San Girolamo nel
quadro della Vergine con San Francesco, come pure
nel quadro della Vergine con santi alla Pinacoteca di
Perugia. Il medesimo modello lo s'incontra ancora in
parecchie opere di Raffaello: nella Crocifissione di
Mr Mond, nell'Adorazione dei Magi, nello Sposalizio
della Vergine al Vaticano, ecc.
128
A. NEOUSTROÏEFF
mente sotto l'impulso di Timoteo Viti, è ben lungi dalla maniera del Perugino, così pel tipo
dei personaggi rappresentati come per il disegno e il colorito. Anche i lavori eseguiti durante
la permanenza di Raffaello nella bottega del Perugino mostrano già tale una indipendenza
e una personalità, che queste caratteristiche dovrebbero pure riscontrarsi nel trittico, qua
lora fosse opera sua: bisogna invece riconoscere che tali doti di Raffaello non ci è dato
riscontrare nel trittico in questione dopo l'esame più minuzioso, sia pure prendendo come
INR 1
Perugino : Crocefissione
Firenze, Galleria Antica e Moderna.- (Fotografia Alinari)
base delle nostre ricerche, unico procedimento serio nelle questioni di critica artistica, una
minuta comparazione nel disegno e nel colorito. Se poi, fondandoci solo sull'impressione
generale del quadro, ne concludessimo che vi ha qualche cosa di più geniale che non abi
tualmente nelle opere del Perugino, qualche cosa insomma che parla in favore di Raffaello,
meriteremmo il facile rimprovero di seguire il metodo, ormai abbandonato, della vecchia
critica, che ha condotto a tante assurdità. Sulla paternità di questo quadro sarebbero ancora
possibili dubbi, se Raffaello stesso, per così dire, non protestasse contro l'ingiusta attribu
zione a lui fatta del trittico già nella Collezione Galitzine.
Nella collezione privata di Mr Mond a Londra, esiste una Crocifissione, opera certamente
di Raffaello, secondo ne accertano dati storici, e, non meno, il carattere stesso del lavoro.
Questo quadro è dipinto sotto l'influsso palese del Perugino, e si riporta al medesimo periodo
d'attività di Raffaello che il nostro trittico, qualora questo si volesse dare al suo pennello.
LA CROCIFISSIONE DI SAN GIMIGNANO 129
Le parole di Giorgio Vasari, colle quali abbiamo incominciato questo lavoro, constatanti una
somiglianza così evidente tra il quadro di Londra ei lavori del Perugino, sono, a dire
•
il vero, meno giustificate da un esame più attento. Le pose dei santi collocati a piedi
della Croce e le pieghe delle vesti richiamano il Perugino, la figura di Cristo è, più che
le altre, peruginesca : la si direbbe una copia. Ugualmente copie si direbbero gli angeli,
che rassomigliano alle figure di Giovanni Santi e di Timoteo Viti: rammentiamo di quest'ul
timo lo stendardo che oggi si conserva a Brera. Eppure il giovane pittore ha già saputo
mettere nella sua opera qualche tratto personale. La Santa Vergine e San Giovanni, pen
sierosi e indifferenti a ciò che avviene, guardano ancora verso lo spettatore, ma le labbra
energicamente serrate di Santa Maria Maddalena e il gesto di protesta di San Girolamo
Perugino : Particolare della Crocifissione
Firenze, Santa Maria Maddalena de' Pazzi
(Fotografia Alinari)
care
indicano il desiderio nell'artista, se non di rendere la scena più drammatica (Raffaello non
ebbe mai questo pensiero), almeno di dare un'unità ai diversi personaggi del quadro, d'indi
per mezzo delle loro pose e della loro espressione
che essi prendono veramente
parte a ciò che accade e che non rappresentano soltanto figure e modelli convenzionali del
maestro, messi là imperturbabilmente in posa.
Anche il paesaggio è subordinato alle esigenze della composizione: in modo armonioso
completa il quadro, e si fonde nell'insieme senza imporsi o per il suo disegno o per il suo
colorito, nè attenua punto l'impressione generale con futili particolari o con una intermi
nabile successione di roccie, di alberi, di fiori, di costruzioni. Nella disposizione dei perso
naggi Raffaello non mostra mai la poca cura del Perugino, che arriva a ripetere in un
medesimo quadro la stessa figura quasi nell'identica posa: i suoi angeli saranno
L'Arte. XII, 17.
è vero
130
A. NEOUSTROÏEFF
una copia, pure egli vi ha apportato qualche novità. Essi poggiano su piccole nubi, non
toccando però che colla punta dei piedi il loro sostegno aereo, che nondimeno appare solido.
Il Perugino, e anche altri artisti primitivi, rendono gli angeli colla pianta dei piedi pog
giante sulle nuvole: Raffaello ron ha affatto messo da parte quest'abitudine tradizionale
dell'appoggio, ma ha voluto donarle ogni grazia e leggerezza. Ed è notevole che questa
particolarità non è passata inosservata al Perugino: nelle sue Crocifissioni tarde egli ha
tenuto conto di questa variante, e volendo
nella Crocifissione di Siena, per esempio
dare ancora più leggerezza alla posa degli angeli, ha tolto via il sostegno aereo, copiando
nello stesso tempo la posa dei piedi trovata da Raffaello: il che è un'altra prova ch'egli
non ha disdegnato l'imitazione del suo discepolo di genio.
L'affresco del Perugino a Santa Maria Maddalena dei Pazzi ha servito di prototipo alla
Crocifissione di Raffaello. Gesù Cristo nel quadro di Mr Mond è raffigurato sullo stesso
modello, abbastanza vigoroso, della Crocifissione di Santa Maria Maddalena dei Pazzi, mo
dello di cui il Perugino ha cominciato a servirsi nel 1496. La figura inginocchiata ai piedi
del Cristo è insieme la Santa Maria e il San Giovanni del trittico. La posa della Santa ai
piedi della Croce rammenta assai il suo prototipo dell'affresco fiorentino: la testa rialzata,
le pieghe del manto, le mani giunte, tutto è identico, o quasi, nei due lavori. Ugualmente
è imitato il gesto di San Girolamo. Il disegno delle pieghe del manto, nel Perugino disposte
parallelamente, mostra già nel discepolo maggiore facilità e larghezza di maniera.
Due circostanze ancora parlano, nel caso del trittico, contro la paternità di Raffaello.
Raffaello
è noto
natura più elevata, più geniale, più inspirata, si distingue per la
mobilità della sua forza creatrice. Con grande facilità egli muta pose e gesti dei suoi per
sonaggi, cercando la disposizione più conveniente. Una prova di questo cambiamento di
concezione in un medesimo quadro l'abbiamo nella Madonna Conestabile all'Ermitage.
Il Perugino
ingegno meno forte
per sempre, e lo ripeteva
copiava servilmente il disegno stabilito una volta
come abbiamo constatato in più casi
anche a distanza di
parecchi anni. Nel nostro trittico noi constatiamo questa medesima consuetudine professio
nale. Il paragone della fotografia dello strato inferiore del quadro, preso quando questo fu
trasportato su tela, con l'esecuzione definitiva non ci mostra alcun mutamento : tutte le
ombre, le pieghe, le pose delle figure sono affatto identiche. Se fosse possibile rendere tra
sparente il quadro, noi vedremmo che l'esecuzione definitiva copre esattamente in tutto l'ab
bozzo primitivo.
La seconda osservazione riguarda la tecnica. Come vediamo anche nella fotografia qui
riprodotta, il primo getto dei colori sul quadro è ombrato di tratti neri, precisamente come
nelle opere di maggiori dimensioni del Perugino, ad esempio il suo affresco di Santa Maria
Maddalena dei Pazzi. L'immagine primitiva di Raffaello ha tutt'altro carattere, come lo
mostra la fotografia dal lato opposto della Madonna Conestabile. Pur lasciando da parte le
considerazioni suggeriteci dalla comparazione del nostro trittico colle opere anteriori del
Perugino (e che ci hanno condotto a fissare gli anni 1490-95 come data probabile della sua
esecuzione), e pur supponendo che appartenga
come la Crocifissione di Londra
all'inizio
del secolo XVI, la semplice comparazione dei due quadri mostra all'evidenza l'impossibilità
di attribuirli a un medesimo autore, poichè
come abbiamo già visto
tutte le carat
teristiche che distinguono le opere giovanili di Raffaello appariscono in modo troppo evi
dente nel quadro di Londra, mentre d'altra parte il nostro trittico mostra una grande vir
tuosità di tecnica, una grande abilità, e un modo di comporre personale: in una parola ha
ha tutta l'impronta dell'arte matura di un maestro di grande esperienza.
In ultimo luogo, possiamo porre termine in modo esauriente alle nostre investigazioni,
considerando ancora un quadro che
a nostro avviso
è stato a lungo ingiustamente
considerato come opera di Raffaello, mentre oggi, con formula più generica, è dato alla
scuola umbra. Esiste invero un quadro di piccole dimensioni che pure si è attribuito a
LA CROCIFISSIONE DI SAN GIMIGNANO
131
Raffaello, e che rassomiglia talmente per il tipo dei personaggi rappresentati, per il disegno,
per il colorito, e, in generale, per tutt'intera la tecnica alla nostra Crocifissione, che si può
arditamente affermare non solo che sono opere dello stesso maestro, ma ancora che sono
state eseguite in un medesimo periodo della sua attività: io parlo dell'Apollo e Marsia
del Louvre.
Ciò che a tutta prima colpisce quando si paragonano i due quadri, è il medesimo tono
generale, l'esteriorità della superficie dipinta. Una comparazione più profonda ci fa scorgere
IN-RI
Perugino : Crocifissione. Siena, Sant'Agostino
(Fotografia Alinari)
analogie a ogni passo. Identico è il paesaggio, dove il cielo bluastro si confonde delicata
tamente coll'orizzonte, degradando dal giallo chiaro al bianco; uguale è la modellatura del
corpo, uguale la posa dei piedi, caratteristica per il Vannucci ; Marsia è il modello che
ha posato come San Girolamo per la Crocifissione. Uguale disegno, ombre ugualmente
rese, maniera uguale di apporre i colori si riscontrano nei due quadri. Ciò che ancor
meglio poi mostra la paternità del Perugino per quanto riguarda il quadro del Louvre,
è il disegno
incontestatamente suo
che si conserva all'Accademia di Venezia, dal
quale l'artista nel modo più servile ha ricopiato le sue figure. Quest'opera bella e sug
gestiva è a tal segno caratteristica per il primo periodo del Perugino (1490-95), che il
132
A. NEOUSTROÏEFF
Raffaello di Morris Moor ha ormai tutti i diritti di essere attribuito all'illustre capo della
Scuola Umbra.
Questa comparazione col trittico dell'Ermitage non si propone altro scopo che quello
di mettere in rilievo gl'intimi legami tra il trittico medesimo e il quadro del Louvre. Volendo
poi cercare analogie tra l'Apollo e Marsia e le altre opere del Perugino, è certo che tro
veremmo altrettanti punti di contatto quanti ne abbiamo trovati per il trittico, e, senza
dubbio, colle medesime opere che hanno servito di base alla nostra dimostrazione, giacchè
se queste opere provano sufficientemente nell'uno dei casi, devono ugualmente provare anche
nell' altro.
A. NÉOUSTROÏEFF.
NUOVI DOCUMENTI
SU ANTONELLO GAGINI
NOTO ai cultori di storia dell'arte siciliana che Anto
nello Gagini eseguì per alcune chiese e confraternite
due Crocifissi, un San Michele e una Pietà in mistura,
formati cioè in un impasto speciale, simile allo stucco,
che i plasticatori spagnuoli avevano, come sembra, in
trodotto nell' Isola dalla lor patria nel XV secolo ei
Matinati di Messina adoperarono con successo fin dai
primi anni del XVI, oscurando la fama del biscagliese
I
2
Domenico Didamo.
Dai documenti, pubblicati dal Di Marzo, risulta che
tali opere, una delle quali (la statua dell'arcangelo) andò
distrutta per incuria forse dei confrati palermitani di
San Michele de Indulciis, furono commesse ad Anto
nello tra il 1513 e il 1524, quando già numerose da
luoghi diversi gli pervenivano le richieste di impor
tanti lavori, che, aumentando in seguito col diffondersi della sua fama, dovevano più volte
costringerlo a trascurare gli impegni assunti per la tribuna del duomo di Palermo.
Alle cause infatti, che ritardarono di parecchi anni il compimento della monumentale
decorazione, non può ritenersi estraneo lo stesso Antonello, tuttavia la severa bellezza del
grande, eccellente e sontuoso edificio in marmo,
2
rmo, ove se ne ricerchi il melanconico riflesso
nei numerosi avanzi, disseminati dal Fuga sulla facciata e nell'interno del vasto tempio,
risulta così palese e tangibile, da non permettere il dubbio di un eventuale rapporto tra i
lunghi e ripetuti abbandoni e la probità artistica di chi la seppe concepire ed attuare.
L'esame di quelle superstiti sculture conferma tale giudizio, e ci consente di ricono
scerle tutte come eseguite sugli originali del Maestro, poichè le deficienze, che in alcune
si notano, rese più sensibili dall'attuale funzione decorativa, contraria al loro carattere, sono
esclusivamente esteriori, non si estendono cioè al contenuto ideale, che si mantiene sempre
elevato, e rivela una volontà creatrice unica, vigile e continua.
Così, pur essendo talvolta difettose interpretazioni dei modelli, che il Gagini affidò agli
scolari per tradurli nel marmo, le statue di bottega, che contribuirono a comporre il mera
glioso insieme, non possono mai giudicarsi fiacche e volgari, si collegano anzi intimamente
ad esemplari di indubbia originalità, perchè con eguale amore curate e dirette dall'infati
cabile artista.
A chi fosse però animato dal desiderio di inoltrarsi nello studio analitico e diretto delle
2
G. DI MARZO, I Gagini, I, pag. 267-8.
G. DI MARZO, op. cit., II, doc. LXXXIX.
CESARE MATRANGA
134
opere di Antonello, riuscirebbe agevole l'osservare che la scrupolosa coscienza di esecu
zione, di cui la tribuna offre ancora indizi manifesti, non è comune ad altre sculture, asse
gnate nei contratti al Maestro, le quali costituiscono invece deboli e difettose contraffazioni
dello stile di lui.
Da questa categoria di opere dovute non ai migliori suoi allievi, ma ad apprendisti ine
sperti o mediocri, per ragioni forse dipendenti dalla scarsezza dei compensi, sono da esclu
dere le plastiche in mistura, riproduzioni fedeli e scrupolose di esemplari modellati da Anto
nello, che vi si riconosce, come sempre, abilissimo nel conciliare le esigenze del culto e dei
committenti con le qualità di un arte serena e semplice, concepita senza sforzo, ed espressa
in forme, se non ardite, equilibrate e vitali.
È assai probabile che a dedicarsi con particolare diligenza ad una tecnica diversa, da
quella consentita dal marmo, sia stato il Gagini indotto dall'ambizione di contendere il pri
mato a coloro ritenuti provetti nell'adoperarla, come quel Giovannello dei Matinati, il cui
Crocifisso della chiesa di San Domenico in Palermo egli copiò, superandolo, con profondo
sentimento realistico, ma un altro motivo, ben più valido, è forse da ricercare nella neces
sità pratica di fornire modelli, che degnamente si prestassero alle successive repliche di ogni
immagine, rese facili dalla natura e dal poco costo della materia usata.
All'ipotesi di una larga e diffusa produzione delle immagini in mistura di Antonello
Gagini potrebbe non a torto opporsi lo scarso numero di quelle esistenti, e la mancanza
quasi completa di notizie, relative a quelle ignorate o distrutte, se non che i documenti,
raccolti con scrupolosa diligenza dal Di Marzo; cui spetta anche il merito di aver dimo
strato l'utilità e l'importanza di ulteriori ricerche, vengono ora completati da altri non pochi,
che insieme a qualcuna delle opere già note, diverse ne indicano affatto nuove agli studiosi
che hanno comune colle prime l'identità della tecnica, e forse derivano da tipi eguali, par
ticolare questo pur troppo non controllabile, poichè di tutte, ad eccezione del Crocifisso e
di San Michele, di cui mi occuperò in seguito, rimane soltanto il ricordo.
I documenti, che mi propongo d'illustrare, furono da me rinvenuti nel R. Archivio di
Palermo tra gli atti della Corte pretoriana, e fanno parte di un processicolo, dal quale risulta
che ii pittore Lorenzo Guastapani, più volte adibito dal Gagini, chiamò questi in giudizio,
reputando insufficiente e non conforme ai patti la rimunerazione, che gli era stata corrisposta.
Quali potessero essere in quel tempo i rapporti professionali tra uno statuario e un
pittore è facile supporre, se si pensi che la scultura continua in Sicilia policroma per tutto
il XVI secolo, e che anche ilGagini, proclive a mantenere integro il candore dei suoi marmi,
dovette quasi sempre uniformarsi alla consuetudine prevalente.
La sua tendenza evolutiva non fu però mai rivolta alle statue in mistura, che, imper
fette allo stato grezzo, dal colore, dall'oro dalle vernici ricevevano il necessario rilievo, e
di queste si occupò particolarmente il Guastapani.
Il nome di Lorenzo Guastapani, pittore nativo di Palermo, si trova per la prima volta
in alcuni documenti, che ci danno notizie di lavori a lui commessi dal 1498 al 1515, ma
non contengono alcun particolare biografico, dal quale possano rilevarsi l'anno della sua
nascita e quello della sua morte, nè i legami di parentela, forse esistenti, tra l'artista e i
maestri Tomèo (fabbricatore), Paolo (legnaiuolo) e Giovanni (?) Guastapani, ricordati in atti
notarili non anteriori al 1487. 1
Risulta solo da un atto debitorio in notar Antonino Lo Verde di Palermo, che Lorenzo
ebbe un fratello a nome Cristofaro, qualificato habitator terre Corleoni, per la lunga sua
dimora in quella città dove, gli vennero allogate diverse pitture e, di cui qualcuna in solidum
con Antonello Crescenzio. Egli infatti a 30 dicembre 1508 si obbliga insieme al fratello
Cristofaro per compra di panni. probabilmente a scopo di traffico, come era uso tra gli
2
I
G. DI MARZO, La Pittura in Palermo nel Rina
scimento, pag. 262.
2
G. DI MARZO, La Pittura ecc. , pag. 262.
NUOVI DOCUMENTI SU ANTONELLO GAGINI
135
artisti di quel tempo, i quali non disdegnavano i guadagni della mercatura, facilitati dai
continui rapporti con paesi lontani dai grandi centri commerciali, e dalle loro potenti orga
nizzazioni, che rendevano possibili anche a distanza agevolezze e fiducia scambievoli tra i
numerosi associati.
La superiorità di Cristofaro sul fratello sembrerebbe non dubbia, poichè mentre di questi
sono ricordati soltanto lavori di semplice decorazione, spettano a quegli, probabile allievo
del Crescenzio, affreschi e quadri, ora non più esistenti, in chiese e comunità religiose di
Corleone, e forse anche la tavola, molto guasta, della madrice con l'Adorazione dei Magi,
che il Di Marzo è proclive ad attribuirgli. I
Ma sebbene manchino gli elementi per stabilire qual posto egli occupi tra i pittori sici
liani del principio del XVI secolo, l'abbandono della città nativa e la permanenza ininter
rotta in un oscuro angolo di provincia, sono indizi quasi sicuri della inferiorità di lui, che
non gli permise di sostenere a Palermo concorrenze dannose alla sua riputazione e ai suoi
interessi.
Lorenzo Guastapani invece, in un campo assai più modesto, ebbe, come vedremo in
seguito, miglior fortuna, dedicandosi alla ornamentazione policroma dei marmi, degli intagli
e delle plastiche.
Il Di Marzo indica tre soli contratti relativi al concorso di Lorenzo in opere, ora di
strutte o ignorate. Da essi si rileva:
1º che a 7 maggio 1498 egli fu incaricato di dipingere ed indorare per la confrater
nita di San Michele da Indulciis un Crocifisso con varie figure, fra cui tre angeli in oro
con San Michele in una conetta di argento.
2º che a 21 febbraio, VIII ind. 1504 (1505) si obbligò egli ad un Nicolò Bonafede,
cittadino di Termini pel prezzo di onza una e tari sei (L. 15.30) per un paio di blandonerii
o grandi candelieri di legno, da esser dipinti a marmo e dorati, siccome quelli del mona
stero di Santa Caterina in Palermo. 2
3º che a 7 febbraio III ind. 1514 (1515) si obbligò ancora ad uno dei rettori della
confraternita di San Paolo la Yalca in Palermo, per dipingere e dorare la figura in legno
del titolare, eseguita da un Francesco Trina veneto, abitante in Bivona. 3
Sarebbe forse vana impresa il voler intorno al Guastapani tentare nuove indagini negli
antichi registri notarili, poichè collaborazioni, come quelle da lui prestate, di rado risul
tano da regolari contratti, fanno parte invece delle obbligazioni principali assunte dagli
scultori, i quali alla lor volta adibivano verbalmente i loro aiuti, verbalmente pattuendo i
compensi.
Deve quindi ascriversi a singolare fortuna la scoperta del processicolo, cioè di una rac
colta di documenti, che fanno parte di un materiale archivistico diverso da quello, cui attinse
l'illustre storico dell'arte siciliana, e ci danno il mezzo di illustrare non solo una parte, quasi
inesplorata, dell'attività artistica di Antonello Gagini, ma anche di rendere giustizia ai meriti
di un pittore, da lui più volte prescelto per la decorazione delle sue statue.
Il processicolo consta di tre parti: interrogatorio di Antonello Gagini, testimoniali, sen
tenza ; mancano cioè gli atti, introduttivi del giudizio, lacuna, che nulla toglie all'importanza
di quelli tornati in luce, dai quali le domande del Guastapani e i motivi da lui addotti,
emergono con sufficiente esattezza.
Nel riassumere in contenuto dei documenti, qui trascritti, ho creduto opportuno di riu
nire dapprima tutto quanto si riferisce alle plastiche in mistura, e in seguito le indicazioni
relative ad alcuni lavori in marmo dello stesso Antonello, in parte ignoti, ed agli artisti citati
in giudizio quali testimonii, o nelle testimonianze ricordati, coordinando le nuove indagini
1
2
G. DI MARZO, La Pittura ecc., pag. 263-4.
G. DI MARZO, La Pittura ecc., pag. 262.
3 G. DI MARZO, I Gagini, I, pag. 381; II, docu
mento CCCV.
136
CESARE MATRANGA
con quelle compiute quasi esclusivamente dal Di Marzo, in maniera che l'esposizione pro
ceda chiara ed organica,
***
I
PLASTICHE IN MISTURA. Tre sono state fino ad oggi le ipotesi circa le materie che
servivano alla composizione della mistura e tutte tendenti a riconoscerle nel Crocifisso del
l'Abbondanza della chiesa maggiore di Alcamo, oggetto di speciali studi da parte del Fraccia,
del Galeotti e del Di Marzo.
Credette il primo che tra le sostanze adottate per la stampa del celebre simulacro pre
dominasse la polvere di marmo;o; il secondo ritenne invece trattarsi di sostanze più leg
giere, sulle quali nessuna certezza poteva aversi, data l'impossibilità di eseguire qualsiasi
saggio od esperimento senza arrecar danno all'opera d'arte. Al Di Marzo infine sembrò
al semplice tatto ravvisarne come uno dei principali elementi la carta pesta mescolata e resa
più resistente con un tal mastice o glutine, che non è agevole discernere, ma che assaifa
cilmente potè riuscire ad un impasto conforme a quello di un altro Cristo, non più ai dì
nostri esistente, che per un atto del 30 maggio del 1529 si obbligò indi afare lo stesso Anto
nello de mistura carte piste in Santa Caterina dell' Olivella in Palermo. 3
Questa opinione è sembrata fin qui degna di maggior fede, ma non basta a spiegare
per qual motivo l'uso della carta pesta sia indicato in un solo strumento notarile, mentre
pel Crocifisso di Alcamo e per le altre immagini è detto semplicemente che dovevano essere
eseguite in mistura.
La scrupolosa esattezza colla quale venivano specificate nei contratti del tempo tutte le
particolarità, relative alla esecuzione delle statue e dei dipinti, non può indurci a ritenere
che con la parola mistura si sia voluto indicare la mistura carte piste del Crocifisso di Santa
Caterina: si presta invece ad un'ipotesi diversa, che cioè due fossero le materie adoperate
da Antonello, per quanto simili, ben distinte l'una dall'altra, ipotesi ora confermata da un
testimoniale, compreso tra gli atti del cennato processicolo, che merita di essere riassunto.
Dice dunque il teste Giacomo Fazzuni (Fauzuni) quindicenne, ai servizi del Guastapani
che maestro Lorenzo, lavorando in un magazzino, di fronte alla bottega di Antonello, intorno
ad una Pietà, dopo aver ripulito e congiunti insieme i pezzi della forma, lo aveva incaricato
di macinare il gesso, crivellarlo dentro una madia, aggiungervi cenere, cimmosa di panni
e colla, formandone un impasto che, diviso in piccoli pani, dopo una nuova manipolazione,
venne compreso nella forma (doc. III-7).
Il Fazzuni si riferisce ad uno dei tre gruppi, raffiguranti la Pietà, completati dal Gua
stapani, e di queste e di altre opere dall' interrogatorio di Antonello e dalle testimonianze
apprendiamo che furono formate di stucco, mentre invece di un altro Crocifisso, quello del
convento di Santa Maria di Gesù, è detto che mastro Laurenzo lo stampau di carta pista.
4
Or siccome nelle suddette Pietà è compresa la Pietà della Magione, che il Gagini si
obbligò di eseguire di mistura di stuccu, chiaro risulta che queste due parole, riunite o
divise, debbano riferirsi alla stessa materia, chiamata appunto mistura seu stuccu nel con
tratto per la statua del titolare, già nella confraternita di San Michele de Indulciis. '
Conosciute così le diverse sostanze, che servivano a comporre la mistura (gesso, cenere,
colla, rafforzati da ritagli di cimmosa di panni), delle quali non facevano parte nè la polvere
di marmo, nè la cartapesta, è utile far seguire le notizie, fornite dal processicolo intorno
alla policromia delle immagini sacre.
Enumerando il Gagini nel suo interrogatorio le opere, condotte a termine del Guastapani
1
2
GIOVANNI FRACCIA, Il Crocifisso dell'Abbondanza,
nel giornale IlMondo comico, Palermo, dicembre 1860.
MELCHIORRE GALEOTTI, Preliminari alla storia
di Antonio Gagini, Palermo, 1860.
3G. DI MARZO, 1. Gagini, I, 291.
4 G. DI MARZO, I Gagini, II, doc. LXIII.
SG. DI MARZO, I Gagini, II, doc. LXIV.
NUOVI DOCUMENTİ SU ANTONELLO GAGINI
137
insieme ad altri maestri, di cui appresso diremo, ci fa conoscere che i pezzi, tratti fuori dalle
matrici originali, venivano alla loro volta ripuliti e congiunti insieme ; si ricoprivano poi collo
stesso stucco le commessure per raccordare tra loro le diverse parti e correggere le imper
Antonello Gagini : Crocifisso (plastica in mistura). Alcamo, Chiesa maggiore
fezioni del rilievo, infine con uno strato di gesso, raschiato e nitidato, si rendevano adatte
le parti nude, le pieghe, gli attributi a ricevere il colore e l'oro.
Le poche tracce delle primitive tonalità, sebbene annerite o guaste da grossolani re
stauri e da arbitrarie modifiche, ci dimostrano con quanta parsimonia di mezzi fossero rag
giunte quell'espressione realistica e quell'apparenza di vita, che i fedeli ricercavano nei
L'Arte, XII, 18.
138
CESARE MATRANGA
simulacri esposti al culto, quando già nelle sculture in marmo, policrome ancora, ma solo
in parte, e non sempre, la tradizione medioevale tramontava quasi del tutto, fugata dalle
esigenze di un'estetica più severa.
Pochi tocchi di colore ad olio bastavano oramai ad accentuare la melanconica dolcezza,
l'umile rassegnazione, il sorriso estatico del Redentore, delle Madonne dei Santi e degli
Angeli, espressi nei candidi blocchi carraresi. L'artista si limitava a segnare con una tinta
bruna gli occhi e le sopracciglia, e con velature rosee le labbra, lasciando integre le estre
mità e le membra scoperte.
Come apprendiamo dallo stesso Antonello l'azzurro era riservato alle vesti, un azzurro
a base d'indaco, particolarmente adatto ai manti delle Vergini, che di rado alternavasi al
rosso delle tuniche, ma sulle pieghe bianche o ricoperte da un sottile strato di colore uni
forme, si svolgevano in oro i leggiadri motivi delle sontuose stoffe del tempo.
Il prezioso metallo serviva anche pei fondi delle cone e dei bassorilievi, pei capelli, per
le ali, pei simboli della fede e del martirio, ravvivando coi suoi riflessi ogni particolare della
modellazione sobria e discreta.
Le statue in mistura, che differivano dalle precedenti per la qualità speciale della ma
teria fragile ed opaca, non suscettibile senza il sussidio indispensabile della policromia di essere
usata utilmente, offrivano maggior latitudine al pennello dei decoratori.
Con ciò non bisogna intendere che l'elemento plastico restasse sopraffatto o alterato
dal carattere della colorazione, chè anzi il pittore aveva un compito ben definito, quello cioè
di contribuire coi mezzi dell'arte sua all'opera dello scultore, senza mutarne l'aspetto, e anche
a scapito della propria personalità.
Soltanto allo statuario, cui era stato commesso il lavoro, spettava dirigerlo in ogni sua
fase, e della sua assoluta facoltà attingiamo la prova dal primo documento del processicolo
(doc. II-8) in cui Antonello, enumerando i marmi e le plastiche, parzialmente affidate al
Guastapani, ci fa conoscere che questi aveva per suo incarico ridipinto lu cruchifixo chi
andao a Marsala, per modificarvi il colore un poco scuretto, già dato alle carni de lu pisanu
pinturii.
Questa unità di indirizzo, tanto necessaria all'insieme di qualsiasi opera, che accolga
il contributo di arti diverse, sembrerà indispensabile quando si consideri che l'esecuzione
di quelle, ideate dal Gagini, svolgevasi collettiva e direi quasi impersonale.
È facile quindi supporre entro quali limiti dovesse egli mantenere la policromia delle
sue plastiche in mistura, non vincolata da norme costanti e tradizionali, affinchè la profondità
del sentimento realistico, in esse raggiunta, non venisse, anche in parte, turbata da una
discorde colorazione, tendente ad una assurda prevalenza sulle qualità essenziali del rilievo.
Che a tale prevalenza si sia opposto il Gagini vien provato dalla minuta e completa
cognizione, che intorno alla policromia di ogni singola statua egli dimostra di avere dinanzi
al magistrato, confutando le pretese del Guastapani.
I particolari, da lui forniti, (che riguardano anche i marmi), ci aiuteranno in seguito ad
elencare tutti i lavori, di cui è cenno nelle carte del processicolo: per ora, a rendere più
completa questa prima parte del nostro studio, basterà aggiungere che le statue in mistura
venivano dipinte interamente ad olio, e poscia verniciate a differenza di quelle in carta
pesta, decorate a tempera.
Nelle úne e nelle altre scarse erano le dorature e non mai sui capelli e sulle soprac
ciglia, come i marmi del tempo ci offrono numerosi esempi, ma solo, in pochi casi, sulle
vesti, quasi sempre a tinte unite, adatte all'austera semplicità dell' insieme.
Più tardi nel XVII secolo questi fragili simulacri, nei quali integra potè manifestarsi la
concettosa religiosità del grande scultore siciliano, non profanata da interpreti fiacchi e in
fedeli, cederanno il posto a ben altre rappresentazioni del Redentore delle Madonne dei
Santi, non più opere d'arte, ma paurosi fantasmi della fede e del martirio emaciati, lividi,
contorti nello spasimo delle membra tormentate e rosse di sangue.
1
•
NUOVI DOCUMENTI SU ANTONELLO GAGINI
139
Nessun artista locale, morto Antonello, seppe in tanta decadenza elevarsi colla supe
riorità del suo ingegno, e gli escultores spagnuoli, che l'avevano determinata, trovarono ben
presto nell' Isola numerosi imitatori e seguaci.
Le chiese, i conventi, i monasteri incoraggiarono la nuova produzione, che, esagerando
la mimica e le stimmate del dolore, sgomentava l'anima popolare, e più facile ne rendeva
la conquista.
Con l'oblio delle opere di Antonello la tecnica delle statue in mistura viene egualmente
dimenticata. Qualcuno dei suoi figliuoli ed allievi ne continuerà l'uso, ma con frequenza assai
minore, poichè i committenti preferiranno le figure in carta pesta o in legno, rozzamente
ricavate dai modelli venuti dalla Spagna. Se non che le preziose tonalità degli originali,
Antonello Gagini: La Pietà (plastica in mistura). Palermo, Chiesa della Magione
rilucenti di smalti e d'oro, quasi a nascondere con lusinghiere apparenze il manierismo della
forma, saranno con minor profusione adottate, ed una policromia violenta e volgarmente
suggestiva si presterà a completare l'orrido aspetto di quelle opere, contribuendo al loro
distacco definitivo dal sentimento gaginesco.
(Continua).
CESARE MATRANGA.
DOCUMENTO I.
Scripture ad effectum pro Laurentio Guastapani contra Antonium de Gaginio.
Interrogatorium ad effectum pro iuri pro Magistro Laurencio Gastapani contra magistrum Antonel
lum Gagini,
IHESUS MARIA.
Interrogetur sollepniter per regiam curiam perituri (sic) felicis urbis Panhormi tactis corporaliter
scripturis de veritati dicendi ad effettum pro iuri magister Antonellus Gacini insuper infrascriptis capi
tulis ex unoquoque ipsorum ad peticionem et instanciam magistri Laurencii Gastapani.
140
CESARE MATRANGA
1. Primo interrogetur si ipso confitenti havi factu pingiri innaurari et coloriri ingissari et factu fari
altri operi di lu dicto magistro Laurenzo et chi pecii di operi di chi coluri et magisteriu et pe quantu
prezzu, et si havi pagatu a lu dictu mastro Laurenzu integraliter di tutti operi dicto mastro Laurenzu
li havi facto, et dicat et declaret quanta opera havi havutu et fattu fari di lu dictu mastro Laurenzu
declarando de pecio in pecium et particulariter, et quanta summa li havi pagatu pe quillo mastro Lau
renzu meritava pe li servicii facti.
2. Die XIIIJ aprilis VJ indicionis 1518.
Prefatus honorabilis magister Antonellus de Gaginis interveniens cum iuramento ad effectum pro
iurii de veritate dicenda super infrascriptis capitulis et unoquoque ipsorum, et primo super precedente
capitulo respondit cum hac prima protestacione quatenus est de casibus et non aliter nec alio modo,
et primo dicit: chi ipso confitenti havi dato affari plui operi a lu dicto mastro Laurenzu Guastapani
pinturi, a mettiri di oro seu anaurari supra opra di marmuro et a furmari di stuccu, et supra quilli
ingissari et coloriri et innaurari, videlicet una jumenta di marmura chi servio pi lu signor conti di
Camarata et una imagini di Nostra Donna di palmi IIII pe lo munti di Trapani, et uno resto di una
opera marmoria di uno tabernaculo, lu quali andao a Pollina, di la quali opra marmorea, chi andao
a Pollina, indi innauro una gran parte mastro Batista de Perino, di li quali operi marmorei particula
riter di quillo misteri chi fichi indi fu pagato a complimento, di li quali supradicti pezi di marmu ditto
mastro Laurenzo quindi innaurao cum luoro et azolo dì ipso confitenti, li quali opri predicti marmorei
dicto mastro Laurenzo li inaurao pariter, et, innaurati chi foro, i racordaro insemi intra loro ad una
certa discripcione pe la quali ipso magistro Laurenzo indi remasi contento. Intem dicit chi di tucti li
altri opri, chi dicto mastro Laurenzo havi facto ad ipso confitenti, indi havi stato pagato integramenti,
secundu lu pactu chi fu infra loro a jornata, unde indi chi li havi dato plui di quillo chi ipso duvia
haviri. A recordio ipsius confintentis dicto mastro Laurenzo havi havuto in tucto di tucta quillaopra chi
li ha facto et servutu havi havuto etiam uncii XII, parum plus aut minus, reservato meliori computo.
3. Item interrogetur si dicto mastro Laurenzo stampau et gittau chincu pecii grandi di la Pietati
di la Maxuni di Palermo, quilli renettau, incollau cum tutti li altri pecii et iunsi insemi cum tutti li
altri pezi, et stukiau ingissau, nerviau, rasi et coloriu ad oglo cum parti di li culori di ipso mastro
Laurenzo.
4. Eodem dicit quod non li stampao ipso mastro Laurenzo, perchi li havia stampatu mastro Bat
tista, verum chi dicto mastro Laurenzu iunsi una certa parti di la Pietati, nerviau et quilla fichi colo
riri ad oglo ipso mastro Laurenzo di mastro Antoni de Crixenza cum li coluri di ipso confitenti, a lu
quali mastro Antoni di Criscenza ipso et pro eo mastro Laurenzo detti da parti et per comandamento
di ipso confitenti tari XV; de aliis dici quod non; si coluri chi havissi miso ipso mastro Laurenzo si
li pagao molto boni.
5. Item interrogetur si dicto mastro Laurenzo fici uno Cruchifixu et stampau di carta pista, intilau.
coniunsi et ingissau, colorito a tempra, chi si movia la testa et li braza fatti cum li soi sobatti, et si
ditto mastro Antonellu ditto cruchifixu di poi lu vindiu oi dedi et accui, et si pagau a dicto mastro
Laurenzo di la ditta opera et fatiga (chi) fichi, et omni declaret particulariter et destinte.
6. Eodem dicit quod sit, chi dicto mastro Laurenzo stampau intra la furma chi havia factu ipso
confitenti uno Cruchifixu di carta pista prout intra, et quillo ipso confitenti dedi a lu guardianu di
Sancta Maria di Ihesu, videlicet a lu venerabili fra Iohanni di la Ficarra; di la quali predicta opra
dicto mastro Laurenzo indi fu pagato a cunto longu di jornati, lu quali pagamento fu intercluso intra
la supra dicta summa di li uncii XII, prout supra dictum est.
7. Item si ditto mastro Antonellu fici fari et coloriri di ditto mastro Laurenzu uno Cruchifissio
ad oglu, chi andau a Marsala cum la cruchi grandi virdi invirnizata, cum la montagna et titulu et
dedema di oro imbornita et sgraffiata di azolu fino, et la coruna di spini contrafatta di virdi ad oglu
cum tutti coluri di ipso mastro Laurenzu, et dicat et declaret quanto pagau a lu ditto maestro Lau
renzo pe ditta opera.
8. Eodem dicit quod non, perchi lu dicto Cruchifixu, nominato intro, lu fichi fari ipso confitenti
di mastro Battista, et quillo fichi coluriri ipso confitenti a lu pisanu pinturi, et pe causa chi lu culuri
parsi ad ipso confitenti un poco scuretto chi fici mettiri ipso confitenti di lu dicto mastro Laurenzo
una manu di coluri di oglo plui blanca a la carni, tantum cum tucti coluri di ipso confitenti; verum
chi la cruchi et la montagna di dicto Cruchifixo dicto mastro Laurenzo la fichi et colorio di virdi
ramo et dipoi la invirnizao, recordio ipsius confitentis et lu titulu et diadema lormisi dicto mastro Lau
renzo di oro imbornita et graffiata di azolo et oro fino di ipso cenfitenti, et est dicto mastro Laurenzo
che fici la coruna di corda cum canni apizati comu spini, contrafatta di virdi ramu ad oglu cum tucti
NUOVI DOCUMENTI SU ANTONELLO GAGINI
141
coluri di ipso confitenti et non di li coluri di ipso mastro Laurenzo, et si coluri chi havissi misso
dicto mastro Laurenzo domandava li dinari ad ipso confitenti, et ipso confitenti chi li dava, et lu paga
mento di la supraditta opra andava a cunto longo ad rasciuni di jornati, di la quali indi fu pagato di
la supradditta summa.
9. Item interrogetur si ditto mastro Antonello fichi fari di ditto mastro Laurenzo un altro Cru
chifixo, lu quali ditto mastro Laurenzo fichi di tuctu puntu, videlicet stampau, iunsi, coloriu ad oglo
cum la sua cruchi virdi invirnizata e lu titulu et la dilema isgraffiata et la curuna di spini ingissati et
innaurati, et dicat et declaret quanto per dicta opera pagau a lu dicto mastro Laurenzo, et si per
banco oi contanti.
10. Eodem dicit quod sit, di la quali sopradicta opra prout intro ditto mastro Laurenzo indi fu
pagato parti per banco et parti in contanti, lu quali Cruchifixo ditto mastro Laurenzo lu fichi per
prezo accordato infra di loro per unzi due et tari XV, colurita et spachato di tutto punto, prout intra.
11. Item interrogetur si dicto mastro Antonellu fichi fari di lo dicto mastro Laurenzo dui Nostri
Donni, videlicet cum lu figlu in braza, et si quilli ditto mastro Laurenzo stampau et iunsi insemi di
diversi pecii et dicat quantu dedi et pagau a lu ditto mastro Laurenzo per ditta opera.
12. Eodem dicit quod sit, di tucto fu pagato a cunto longo di jornata, perchi ipso mastro Lau
renzo fachia servizu cum ipso confitenti a jornata, declarando ipso confitenti chi foro dui mezi Nostri
Donni di menzo rilevo cum lu figlo in braza di stucco, tantum li quali ipso magistro Laurenzo stampao,
et più fichi li mano di Nostra Donna et uno oi dui manu di lu pichirillo, a li quali si referixi, perchi
su in esseri, di la quali opra ditto mastro Laurenzo fu pagato, prout supra declaratum est.
13. Item interrogetur si ditto mastro Antonello fici fari de dicto mastro Laurenzo una Nostra
Donna, videlicet deorari et coloriri de azolu et frixiari di subordenti ad oglo et di profilu, et tuttu lu
mantu siminatu di inborcatu cum lu so scannellu, la quali Nostra Donna era di marmora, di palmi
setti, et dicat et declaret quantu pagau a ditto mastro Laurenzo, per ditta opera.
14. Eodem dicit quod non, perchi ipso confitenti non si recorda haviri facto innaurari altra figura
di Nostra Donna di marmora di ipso mastro Laurenzo excepto quilla chi fichi ipso confitenti pe lu
munti di Trapani, la quali è di palmi quatro senza lu scannello, lu quali è menzo palmo, la quali
figura dicto mastro Laurenzo deaurao de oro et azolo, prout supra declaratum est in primo capitulo,
videlicet di lu oro et azolo di ipso confitents.
15. Item interrogetur si ditto mastro Antonellu fichi inaurari di lu dicto mastro Laurenzo circa
octo oi novi pezi di marmori grandi et picholi, et dicat et declaret quanto pagau per ditti pecii a ditto
mastro Laurenzo.
16. Eodem dicit quod non, nisi dui oi tri pezi et non tucti tri pezi innaurati per ipso ma inparti,
lu quali tabernaculo fu fatto fari per Pollina, et di la quali opra ditto mastro Laurenzo indi fu pagato
modo et forma quibus inprimo capitulo continetur, et, in legendo ditta sculititione ipsi confitenti, melius
recordatus, dicit chi per li ditti tri pezi, in parte innaurati per ipso mastro Laurenzo, ipso confitenti
li detti chinco in sei tari, recordio ipsius confitenti.
17. Item interrogetur si ditto mastro Antonello fichi innaurari da lu ditto mastro Laurenzo una
jumenta di marmora cum li litteri di sutta ad oglu nigri, et dica quantu pagau per ditta opra a ditto
mastro Laurenzo.
18. Eodem dicit quod sit, prout supra in primo capitulo dictum est, et dicit, chi per ditta opra
ditto confitenti li detti quatru oi chinco tari, recordio ipsius confitentis.
19. Item interrogetur, si ditto mastro Antonellu fici fari et stampari di lu ditto mastro Laurenzo
una Pietati grandi, coloriri, ingissari dui volti, nirviari et facto fari tutto lu so bisogno magisteriu si
chi requidia, et dicat et declaret quantu pagau a lu ditto mastro Laurenzo per ditta opera.
20. Eodem dicit quod sit, videlicet chi ipso mastro Laurenzo stampao intro li stampi di lu dicto.
confitenti ditta Pietati, prout intra colorio, ingissao, unio certi lochi seu parti inclariri lochi di ipsa
Pietati, per causa di la colla lavia miso troppo forti, et quilla nerviao, et tucto lu bisogno magisterio,
chi si requidia, verum però cum lu adjuto di ipso confitenti in lo recovriri di li costuri et li senti
menti (?) et coloriri, et cum lu adiuto etiam di dui garzuni di ipso confitenti, videlicet in pistari nervi
et lu gissu, quillo pistari et cherniri et impastari stuccu et in altro adiuto, chi ci fu bisogno in fari
seu iungiri et stampari et nerviari ditta Pietati, di la quali opra seu fattura per sina a lu presenti ipso
confitenti nun havi fatto cunto cum ipso mastro Laurenzo. Verum dicit chi ipso confitenti sempri suc
curria di dinari ad ipso mastro Laurenzo, mentre fachia ditta opra et altra, et si di ditta opra ditto
mastro Laurenzo pretendi non di esseri satisfacto et pagato avrasi li jornati chi chi havifatto, secundo
lu patto chi fichino infra loro, et pagasi.
142
CESARE MATRANGA
21. Item interrogetur, si ditto mastro Antonellu, ultra predicto, appi da lu ditto mastro Laurenzo
et per so comandamento fichi da lu ditto mastro Laurenzo dari a Pietro et Paulo Pisano tanta quan
titati di coluri, chi valia tari XV, ad opu di coloriri lu Cruchifixu di satto (sic) Micaeli et per unaltro
Crucifixo.
22. Eodem dicit quod non, perchi tucto quillo coluri chi ipso mastro Laurenzo dava a mastro
Petro et Paulo Pisano lu pagava ipso confitenti ad ipso mastro Laurenzo per li coluri chi havissi datu
per cunto di ipso confitenti.
23. Item interrogetur si dicto mastro Antonellu per li operi supra dicti fichi patto cum lu ditto
mastro Laurenzo, et pe quanto prezu accordau di uno in uno, oi vero li dedi a stimari, et dica et
declaret quantu accordau cum dicto mastro Laurenzo, cui chi era presenti, et quo tempore, declarando
omnia particulariter et destinte.
24. Eodem dicit chi di tucti supradicti opri di stuccu facti per lu dicto mastro Laurenzo apoi di
quillu Cruchifixu chi andao a Maniachi, indi fichi patto cum ipso confitenti a jornata, videlicet ad raxuni
di tari 2 pro quolibet die integro, et hoc fuit in principio, chi ipso mastro Laurenzo incomenzao a fari
servizu cum ipso confitenti, a lu quali accordio non chi fu nessuna persuna excepto loro concosciencii,
per causa chi mastro Battista di Perino condam fachia servizo cum ipso confitenti a jornata in tali
opre di stuccu declarando ipso confitenti chi ditto mastro Laurenzo pri circa anni tri pauci plus vel
minus, chi si accordao cum ipso confitenti affari supraditti opri a jurnati, prout supra dictum et decla
ratum est, videlicet tanti stuccu comu coloriri, ingissiari, stampari, nerviari et altri servitii necessarii a
li dicti opri ad dictam racionem tarinorum II quolibet die integro.
Lecta sibi confirmavit.
Receptum apud acta regie curie preture huius felicis urbis Panormi die XVIJ aprilis VJ indi
tionis 1518.
DOCUMENTO II.
Recepti Panhormi die XV aprilis VJ indicionis 1518 citato honorabili magistro Antonellu de Gaginis
ut iuris sit, ad testium iuramenta videndum ut constitit per Bernardum Azzarellu servientem.
Testes summarie recepti per regiam curiam preture felicis urbis Panhormi ad peticionem et instanciam
honorabilis magistri Laurencii de Guastapani contra honorabilem magistrum Antonellum de Gaginis ad
verificacionem infrascriptorum, et hoc de mandato magnifici domini Antonii de Raglano iudicis.
1. Honorabilis Micael Firraro, civis Panhormi, testis iuratus et interrogatus super infrascriptis dixit,
tantum scire, chi ipso testimonio como quillo chi teni li chavi di la maiuri panormitana ecclesia et
eciamda lu talamu, undi lu honorabili mastro Laurenzo Guastapani pinturi havi facto servizu seu pinto
certi opri comu su la Pietati di la Maxuni et lu Cruchifixu di Santo Micheli et un altra Pietati, la
quale dichino che andao a la terra di Alcamu, per quillo tempo chi lu dicto mastro Laurenzu fichi
servizo intro lu ditto talamo, di lu quali indi tenia et teni la chavi ipso testimonio comu massaro di
la ditta maiuri panhormitana ecclesia, ipso testimonio lu vidia chi fachia servizu a li ditti opri a li soi
plachiri, per quillo chi ipso testimonio vidia, per causa chi lu ditto mastro Laurenzo vinia fiata et
jorno chi fachia servizu una hura vel circa et alcuni jorni chi fachia servizu a cossara a cossara, et la
chavi la trovava ipso testimonio a la putiga, undi fa servizu mastro Antonellu lu marmoraro, et alcuni
fiati ditto mastro Laurenzo si portava la ditta chavi a la sua casa, et ad ipso testimonio liera bisogno
andari a la sua casa per la ditta chavi, per causa chi omni cosa ipso testimonio teni intro lu ditto
talamu et quasi sempre ipso testimonio, quando era bisogno, andava et venia per plui fiati di la matri
ecclesia a lu talamu, et alcuni fiati vidia ipso testimonio a lu ditto mastro Laurenzo fari servizu a li
ditti opri et alcuni fiati la trovava chusa, undi per quillo chi ipso testimonio vidia comprindi chi lu
ditto mastro Laurenzo fachia servizu a li soi plachiri, plui tosto chi a jornata, per causa chi venia
jorno chi nun chi fachia servizu una hura vel circa chi si havissi fatto servizu a jornata haviria statu
a lu servizu di ....... como fachia lu ditto Laurenzu cum mastro Petro Ruzuluni, quando pinsiro in
lu tetto di la matri ecclesia. De causa sciencie interrogatus dicit scire premissa quia interfuit, vidit
et audivit preditta, modo et forma quibus supra, de loco ut supra, de tempore ut supra, et di quando
si principiao la Pietati de la Maxuni et infra. Lecta sibi confirmavit.
2. Eodem. Honorbilis magister Antoninus lu Barattaru de Carrara, et ad presens habitator Pan
hormi, testis, iuratus et interrogatus super infrascriptis, dicit tantum scire, chi in anno preterito ipso
NUOVI DOCUMENTI SU ANTONELLO GAGINI
143
testimonio stetti et lavurau cum lu honorabili mastro Antonello Gagini marmuraro infra quod tempus
vitti ipso testimonio a lu honorabili mastro Laurenzu Guastapani pinturi pingiri una Pietati, la quali
dichino et sa ipso testimonio chi andao e la terra di Alcamo, et per quillo chi ipso testimonio vitti
et vidia comprindia et comprindi, iudicio suo, chi lu ditto mastro Laurenzo plui tosto fachia servizu
a li soi plachiri chi a jornata, per causa chi ipso mastro Laurenzo non chi fachia servizu tucto lu jorno
ma andava et venia a li soi plachiri et fachia servizu quando chi venia, imparochi si fachia servizu a
la jornata haviria stato tucto lu di, tamen si altro pacto era infra loro lu remetti ipso testimonio a la
loro consciencia. De causa scientie interrogatus dicit scire premissa, quia interfuit, vidit et andivit modo
et forma quibus supra, de loco Panormi, de tempora ut supra et infra. Lecta sibi confirmavit.
3. Die XVI eiusdem. Honorabilis magister Antonius del Ponteasseve partium Tuscie marmorarius
testis iuratus et interrogatus super infrascriptis dicit tantum scire, chi in tempo chi lu honorabili mastro
Laurenzo Guastapani pinturi fachia servizu cum mastro Antonello de Gaginis intro una ecclesia undi
dichino chi si incoronavano li re, et alcuni fiati intro la ditta putiga, undi fa servizu lu ditto mastro
Antonello alcuni fiati ipso testimonio, lu vidia viniri a la ditta putiga, undi fa servizu ipso testimonio
cum lu ditto mastro Antonello, et a iudicio di ipso testimonio li paria chi fachia servizo a li soi pla
chiri, et non sa si fachia servizu a jòrnata. De causa sciencie interrogatus dicit scire premissa quia
interfuit, vidit et audivit predicta, modo et forma quibus supra. Lecta sibi confirmavit.
4. Eodem. Honorabilis de Amgeveni parcum Lumbardie testis iuratus et interrogatus super infra
scriptis dixit tantum scire, chi infra quillo tempo chi lu hanorabili mastro Laurenzo Guastapani fachia
servizu ad una Pietati, la quale dichino chi andao a la terra di Alcamo intro una ecclesia affacha la
matri ecclesia, undi dichino chi si incoronavano li Re, lu ditto mastro Laurenzo alcuni fiati intro lu iorno
venia intro la putiga de ipso honorabili mastro Antonello de Gagini mastro de ipso testimonio, quando
per scalfari colla quando per una cosa quando per un altra a li soi plachiri, et multi fiati ditto mastro
Laurenzo lassava la chavi di la ditta ecclesia, undi fachia servizu, a la putiga di ditto mastro Anto
nellu, per causa chi Cheli lu massaro di la matri ecclesia teni la robbadi la ditta matri ecclesia intro
la ditta ecclesia. De causa sciencie interrogatus dixit scire premissa quia interfuit vidit et audivit pre
ditta, comu quillu chi fa servizu et sta cum lu dittu mastro Antonellu, et vidit preditta modo et forma
quibus supra, de loco Panhormi et ut supra, de tempore ut supra et infra. Lecta sibi confirmavit.
5. Eodem. Pandolfus de Bartulo florentinus discipulus honorabilis magistri Antonelli de Gaginis,
testis iuratus et interrogatus super infrascriptis dixit tantum scire, chi innanti li festi di natali et poi
lu honorabili mastro Laurenzo Guastapani fachia et fichi servitio a certi pezi di marmora in la putiga di
ipso mastro Antonello a la staglata, chi chi l'avia dato lu conti Don Ioanni Ventimigla, secundu intisi
ipso testimonio, et alcuni fiati quando fachia servizu ad una Pietati, la quali dichino chi andau a la
terra di Alcamu intra una ecclesia affacho la matri ecclesia di Panormo lu ditto mastro Laurenzo
vinia intra la ditta putiga di ipso mastro Antonello quando a scalfari colla, quando a chaitari et bur
lari cum ipso testimonio et li altri garzuni, et non sa ipso testimonio si ditto mastro Laurenzo fachia
servizu a staglata oi a jornata, perchi non fu a li loro parti. De causa sciencie interrugatusdixit scire
premissa, modo et forma quibus supra, de loco et tempore ut supra. Lecta sibi confirmavit.
6. Eodem. Iulianus de Massa discipulus honorabilis magistri Antonelli de Gaginis, testis iuratus et
interrogatus super infrascriptis dixit tantum scire chi in tempo chi lu honorabili mastro Laurenzo Gua
stapani pinturi fichi servizu ad una Pietati, la quali dichino chi andau a la terra di Alcamo, tanto intro
la putiga undi fa servizu lu ditto Mastro Antonellu, come intro una ecclesia affacho la matri ecclesia
di Panormo ipso testimonio alcuni fiati vidia a lu ditto mastro Laurenzo chi venia intro la ditta pu
tiga, et parlava et chaitava cum ipso testimonio et li altri compagni chi fanno servizu cum lu ditto
mastro Antonello, et alcuni fiati si chi trovava ipso mastro Antonellu, et alcuni fiati portava colla a
scalfari a la soja di la putiga di ipso mastro Antonello; si fachia servizu a jornata oi a li so plachiri
ipso testimonio non lu sa iudicari. De causa sciencie interrogatus dicit scire premissa, qui interfuit,
vidit et audivit preditta, modo et forma quibus supra de loco et tempore ut supra et infra.
Lecta sibi confirmavit.
7. Eodem. Honorabilis magister Andreas de Carrara marmorarius et ad presens habitator Panormi
testis iuratus et interrogatus super infrascriptis dixit tantum scire, chi infra quillo tempo chi lu honorabili
mastru Laurenzo Guastapani pitturi fichi et fachia servizu tantu in la putiga undi a lu presenti fa ser
vizu lu honorabili mastro Antonellu de Gaginis, quanto in un altra putiga in canto incerti tempi vi
delicet: in una Pietati et Cruchifixo ; lu quali mastro Laurenzo, per quillo chi ipso testimonio vidia,
comprindi et teni per certo ipso testimonio, chi fachendo servizu ipso mastro Laurenzu a pezo et a
talluni et quando volia fari servizu u fachia a li soi plachiri chi lu dittu mastro Laurenzu fachia ser
144
CESARE MATRANGA
vizu a li soi plachiri, et non a jornata per causa chi a jornata si intendi tucto el di, et maxime chi
plui fiati ipso mastro Laurenzo vinia in putiga di ipso mastro Antonello, undi fachia servizu ipso te
stimonio et parlavano et chaitavano insemi, presenti ipso mastro Antonello, et di poi andava a lu
servizu, et quando li plachia venia in putiga et chaitavano insemi, quillo chi infra loro haviano ac
cordato testis ignorat. De causa sciencie interrogatus dixit scire premissa quia interfuit, vidit et au
divit preditta modo et forma quibus supra, de loco et tempore ut supra et infra. Lecta sibi con
firmavit.
Ex actis regie curie preture felicis urbis Panhormi extratta est presens copia die XVIJ Aprilis
VJ inditionis 1518.
DOCUMENTO III.
Recepti Panormi die XXIII aprilis VI indictionis citato honorabili magistro Antonello de Gaginis
ad testium juramenta videndum ut constitit per Leonardum lu Blundulillu porterium, et ipsi fuerunt.
Testes recepti per regiam curiam preture felicis urbis Panormi ad peticionem et instanciam hono
rabilis magistri Laurencii Guastapani contra honorabilem magistrum Antonellum de Gaginis, de man
dato magnifici domini Antonii Ariglani de ordinacioni illustris domini locutenentis huius regni Sicilie.
1. Honorabilis Fidelis de Carona civis Panormi ad presens testis iuratus et interrogatus super in
frascriptis dicit tantum scire, chi laborando ipso mastro Laurenzo a la Pietati, la quale andau a la
terra di Alcamo, uno jorno ipso testimonio chi vitti lavorari ad uno nomen et congnomen testis ipse
ignorat, de ceteria, perscultatis per ipsum confitentem, dicit ingnorare. De causa sciencie interrogatus
dicit scire premissa quia interfuit, vidit et audivit preditta, de loco in apotega ipsius magistri Antonelli,
de tempore in tempore chi lavorava la ditta Pietati ut supra.
Lecta sibi confirmavit.
2. Pandolfus de Bernardo di Bartolo fiorentinus marmorarius, testis iuratus et interrogatus super
infrascriptis dicit tantum scire, chi lu dittu mastro Laurenzo Guastapani quando fachia servizu cum lu
dittu magistro Antonello de Gaginis la matina, quando venia a bona ora et quando tardo, quando
stava dui o tri jorni chi non fachia servicio, et alcuni volti venia in potiga et domandava di la chavi
dundi ipso mastro Laurenzo fachia servicio, et non la trovando sindi andava et perdia meza jornata et
tutta la jornata et talvolta stava alcuni jorni chi non venia a lu servicio, et alcuni fiati in la potiga,
undi fa servicio ipso testimonio et li altri compagni, essendu chi ipsu mastro Laurenzo si mettia a
chaitari cum ipso mastro Antonellu per meza ura et una, et plui et per quillo, chi ipso testimonio vidia
li paria, servia comu volia ipso mastro Laurenzo. De causa sciencie interrogatus dici scire premissa modo
et forma quibus supra, de loco, et ut supra die tempore ut et infra.
Lecta sibi confirmavit.
3. Eodem. Magister Carolus Faxinellus frabi lignarius, testis iuratus et interrogatus super infras
crittis dicit tantum scire, chi fachendu serviciu ipso testimonio intra la ecclesia di Sancta Niffa, undi
dichino chi si coronavano li Re in lavorari di lignami per lu tetto di la matri ecclesia, in fari liponti
di lu orloju, intro là quali ecclesia etiam fachia servicio ipso mastro Laurenzo Guastapani in una
Pietati, et multi fiati ipso testimonio vidia chi lu dittu mastro Laurenzo chi fachia servicio quando
tri uri, quando plui quando manco, di modo chi ipso testimonio mai chi lo potti viriri chi fachissi
servicio tutto lu jorno, verum chi ipso testimonio non sa si fachia servicio a jornata oi comu fachia.
De causa sciencie interrogatus dicit scire premissa quia interrogatus vidit ed audivit preditta, como
quillo chi fachia servicio intro la ditta ecclesia prout supra, de loco ut supra, de tempore di tri anni
za vel circa et infra.
Lecta sibi confirmavit.
4. Eodem. Honorabilis Simon Pelliza civis Panormi testis iuratus et interrogatus dicit super in
frascriptis, chi ipso testimonio iudica et teni et di tali opinioni fu et e chi ipso mastro Laurenzo Gua
stapani chi quilli servicii, li quali ipso testimonio vidia, chi fachia et lavorava cum lu honorabili ma
stro Antonellu de Gaginis tanto intro lu magaseno, undi lavorava opri marmorii lu ditto mastru An
tonellu, et quanto intro la ecclesia, undi antiquitus, ut fertur, si incoronano li re, et a lu presenti no
minata la capella di la coronacioni, in la lavorava et fachia serviciu a so beneblacito, iudicio ipsius
testis, perchi non lavorava continuu et omni jornu, ma venia a temporali (sic), et quando uno spacio
di tempo et quando un altro, tanto in presentia comu in absentia di lu ditto mastro Antoni, a lu
NUOVI DOCUMENTI SU ANTONELLO GAGINI
145
quali ditto mastro Laurenzo lu dittu honorabili mastro Antonellu mai reprisi, ne parlava chi fachissi
serviciu si oi no in presentia di ipso testimonio, chi ipso testimonio havissi intiso et visto, et hoc dicit
ipse testis iudica ipsu fari servicio a so beneplacitu. Item dicit chi la chavi di la ditta capella solia
stari et stava appisa in un chovo intro lu ditto magaseno ad opu, chi quando lu ditto mastro Lau
renzo volia tari servicio si la trovassi pronta, et si alcuni fiati la prindia Cheli Ferraro lu massaro di
la matri ecclesia panormitana allura ipsu mastro Laurenzo andava et fachiasila dari da lu ditto Cheli,
et cussi tachia serviciu, et non a forma ut supra. De causa sciencie interrogatus dicit scire preditta
per modo ut sapra dicta sunt, quia interfuit vidit et audivit,de loco Panormi ut supra, de tempore ab
annis tribus circa et infra iuxta recordium ipsius testis se ipsum dittam. Lecta sibi confirmavit.
5. Eodem. Honorabilis magister Vicentius de Sameli civis Panormi pictor testis iuratus et inter
rogatus super infrascriptis dicit scire, chi ja su anni tri in quattro vel circa parum plus vel minus, re
cordio testis, uno jorno li vinni ad ipso testimonio lu honorabili mastro Laurenzo Guastapani, a lu
quali dissi si volia aiutari ad ingissari una Pietati et uno Santo Paulo, et ipso testimonio si contentau
et dissi si, et andau a lu talamo, undi fa servicio lu ditto mastro Antonellu de Gaginis, et fichi ser
viciu et ingissauchi la ditta Pietati a jornata a raxuni di tari due lu jorno, lu quali mastro Laurenzo
chi dedi lu gissu machinato, lu quali fichi machinari di uno mastro, nomine mastro Iacobo Grisafi, a
lu quali testimonio pagau et contentau lu ditto mastro Laurenzo. De causa sciencie interrogatus dicit
scire hoc, interfuit vidit et audivit ut supra, de loco tempore ut supra, Lecta sibi confirmavit.
6. Eodem. Magister Iacopus de Grisafi pictor civis Panormi, testis iuratus et interrogatus super
infrascriptis dixit chi ja su anni tri vel circa, recordio ipsius testis lu dittu magister Laurencius de
Guastapani chamau ad ipso testimonio chi chi volissi machinari certo gisso per ingissari una Pietati,
chi fachia ipso mastro Laurenzo intro lu talamo, la quali Pietati ingissau mastro Vichenzo Sameli, et
lu gissu chi lu portau ipso testimonio machinato, a lu quali mastro Vichenzo lu pagao ipso mastro
Lorenzo di certo resto che li restau a dari ipso mastro Laurenzo. Item di poi ipso testimonio aiutau
a lu ditto mastro Laurenzo a machinari gissu per un altra Pietati, la quali dichino chi andau ad Alcamu,
et machinando lu gisso ipso testimonio, lu ditto mastro Antonellu de Gagini vinni illa, vidi machinava
lu ditto gisso ipso testimonio, et lu ditto mastro Laurenzo ingissava, et lu ditto mastro Antonellu,
essendo illa, vitti uno palombo et cussi andau a lu talamu et piglau la balestra, et quilla parau et
tirau a lu palumbu et fichilo cadiri, et per tali inzinga si spezzau lu busuni in due pezi, etper lijornati
chi fichi ipsu testimonio in due fiati pro ut supra, videlicet la prima volta per jornati octo in novi, et
la seconda per una jornata, lu pagau ipso mastro Laurenzo. De causa sciencie interrogatus dixit scire
premissa qui interfuit, vidit et audivit preditta modo et forma quibus supra de loco tempore ut supra.
Lecta sibi confirmavit.
7. Die.. , eiusdem. Iacobus Fauzuni filius quondam magistri Philippi Fauzuni annorum XV, ut
ipse dicit, testis iuratus et interrogatus super infrascriptis dicit ja su anni tri in quatru vel circa parum
plus vel minus, recordio ipsius testis, chi ipso testimonio stava cum lu honorabili mastro Laurenzo
Guastapani pinturi, et fachendo servicio lu ditto mastro Laurenzo intro uno magaseno a fachu la casa
di ipso Antonellu ad una Pietati videlicet lu ditto mastro Laurenzo anettava certi pezi di stampa et
jungiali insemi, et ipso testimonio machinava lu gissu, et quillo chernia cum uno crivo intro una mailla,
et dipoi chi mettia chiniri et cimmatura di panni et colla, et di poi lu impastava et fachiala comu
panichelli, et di poi lu minava et impastava supra una marmora, et ditto mastro Laurenzo pigliava
quilli panichelli e scachavali, et di poi li mettia supra la stampa, et cussi stampau et fichi la ditta
Pietati, et quisto fu a lu recordiu di ipso testimonio dui misi vel circa quo tempore ipso testimonio
mentre a machinari et stampari lu dittu gisso per modum ut supra, mai chi vitti anixuno chi aiutassi
a macchinari dittu gissu per ditta Pietati confecienda, verum chi li garzuni di ipso mastro Antonellu
plui fiati viniro intro lu magaseno, undi ipso mastro Laurenzo fachia et stampava la ditta Pietati et
piglavansi gisso dl ipso mastro Antonellu, et...... altri fiati veniamo per vino quando per una cosa et
quando per un altra. De causa science interrogatus dixit scire premissa quia interfuit vidit et audivit
predicta per modum ut supra, de loco et tempore ut supra. Lecta sibi confirmavit.
8. Die XXVIII eiusdem. Honorabilis Bertus de Parua longobardus testis iuratus et interrogatus
super infrascriptis dixit scire, chi ja su anni quatro vel circa, parum plus vel minus, chi ipso testimonio
stava cum lu honorabili mastro Antonellu de Gagini marmorariu, quo tempore ipse testimonio vitti chi
lu honorabili mastro Laurenzo Guastapani fachia servicio cum ipso mastro Antonellu in uno Cruchi
fissu, lu quali colorio et dipoi indi fichi seu stampau un altro et quillu ingissau et coloriu et spachau
di tutto puuto, di li quali lu primo andau a Marsala e l'altro a Maniachi, et in fari ditti cruchifissi
ipsu testimonio non chi vitti mai a nixuno, chi lu aiutassi in li quali quando chi fachia servizu tutto
L'Arte. XII, 19.
146
CESARE MATRANGA
lu jorno quando no quandu andava a chaitari cum li garzuni a la potiga di ipso maestro Antonellu,
et alcuni fiati portava qualchi pezu di opra in mano, quando no, tantu in absencia di ipso mastro An
tonellu, quantu in presencia a lu quali mai li intisi ipso testimonio dirinenti di ipso mastro Antonellu
tamen testis ipse non potest indicare si ipso mastro Laurenzo fachia servizo a jornata oi a staglata
et aliter nescire. De cause sciencie interrogatus dixit scire quia interfuit, vidit et audivit de loco ut
supra, de tempore ut supra. Lecta sibi confirmavit.
Ex actis regie curie preture felicis urbis Panormi extratta est presens copia die VIJ madii VJ in
dicionis 1518.
Scrittura della R. Corte Pretoriana.
R. Archivio di Stato di Palermo. Effetti Decisi dell'anno 1517-18, filza 355, marzo 1, n. 83.
DOCUMENTO IV.
De fatto honorabilis magistri Laurencii Guastapani petentis contra honorabilem magistrum Anto
tonellum Gagini quod dictus magister Antonellus cogatur solvere ditto magistro Laurencio ministeria
pitture prestita et fatta per ipsum magistrum Laurencium prefato Antonello in infrascrittis operibus,
videlicet: la Pietati di la Maxuni, lu Cruchifixo chi andau a la Ferla, lu cruchifixo chi andau a Mar
sala, lu cruchifixo chi andau a Maniachi, dui menczi Nostri Donni di stuccu, tri peci di operi di mar
mora videlicet una Nostra Donna di marmora et ornata di oru et aczolu, una jomenta di marmora di
lu mastru portulanu, una parti di tabernaculu, andau a Pollina, item la Pietati, chi andau adAlcamu,
fatta di tuttu puntu pro ut ditta opera estimabuntur per expertos in talibus operibus pitture iuxta for
mam relacionum magistri Antonelli de Crixencio et magistri Petri Ruczuluni racionibus et causis in
effettu et scripturis contentis et supplicacionibus declaratis et aliis in voce etc. et ex adverso ex parte
dicti magistri Antonelli petentis contra dittum magistrum Laurencium, quod eidem magistro Laurencio
solvatur ad racionem de tarenis II pro quolibet die, ut dicitur a jornata, pro illis operibus in quibus
laboravit et non aliter, et de eo quod est recepturus, deducantur omnes pecunie per ipsum magistrum
Laurencium habite, et ab ipso magistro Antonello ad racionem de tarenis II quolibet die pro eoncur
renti quantitate dierum vacatarum in operibus racionibus et causis in scripturis contentis et in voce
allegatis .
Die primo Iunii VJ inditionis 1518.
Condempnetur magister Antonellus ad solvendum operas factas per magistrum Laurencium eidem
magistro Antonello ad racionem dierum ut vulgo dicitur a la jornata, ita tamen quod taxetur salarium
dierum per expertos iuxta laborem et industriam eius magistri Laurencii deductis pecuniis solutis eidem
magistro Laurencio.
R. Archivio di Stato di Palermo. Dal volume dell'interlocutorie e sentenze della R. Corte pretoriana di
Palermo dell'anno 1517-18 ind. VI, n. 4975、 pag. 111, retro.
MISCELLANEA
Le arti minori in Ferrara alla fine del sec. xv.
Gli armaiuoli.
La pace durata sin alla morte del
duca Borso non lasciò prendere incremento alla fab
bricazione delle armi, impiantata già da Ottolino da
Milano a Ferrara. Le intestinediscordie, e poi la guerra
co' Veneziani, avvampata nel periodo d'Ercole I, pro
dussero invece un notevolissimo sviluppo di quella ma
nifattura. Ottolino di Corneto da Milano, distinto an
che col nome di Ottolino dalle Arme pose stanza in
quella città nel 1465. Il Cittadella pubblicò i patti
stabiliti dal comune di Ferrara con un mercante mi
lanese, che prometteva di condurvi mastro Ottolino
a impiantare una fabbrica d'armi; e difatti nel 1465
l'artefice, fedele alle promesse per lui fatte, si trovava
nella nuova città, e riceveva dal Comune duecento
fiorini d'oro per provvedere alle spese d'impianto,
alle necessità sue e a quelle de' suoi cooperatori e
garzoni.
CITTADELLA, op. cit. Prima di Ottolino dalle Armi, troviamo
a Ferrara nel 1453 l'armaiuolo Gio. Tedesco da Basilea che forni
spade e altre armi; nel 1459 Giacomodi Mengo delle armi, bolo
gnese, che forni di drappi d'oro armature modenesi; nel 1463,Gio.
da Modena che forbi armature in Castel Vecchio; nel 1464, unar
maiuolo mantovano che fece una corazza per Teofilo Calcagnino.
Non sembra però che la fortuna arridesse
a' suoi sforzi, poichè nei primi anni d'Ercole I non
troviamo più parola di lui, ma si d'un Giovanni da
Modena armaiuolo che bruni armature in Castel Vec
chio, e ne trasportava da Modena a Bologna;2 e nel
1480, d'un Francesco da Merate, comunemente detto
Francesco da Milano, della celebrata famiglia d'ar
maiuoli stabilita poi ad Arbois, che risiedette a Fer
rara.
2 Arch. di Stato in Modena Mandati, 1466, ас. 103. Conto
generale, 1474, Χ. Χ.
Quest'ultimo attese a tutt'uomo a fabbricar co
razzine per le milizie ducali, nel tempo che durò la
guerra, e venne assai onorato e dispensato da tasse.
Tuttavia le armature da lui fabbricate non dove
vano essere di artistico valore, come si può supporre
per l'uso loro da guerra e per il mite loro costo; 3
e solo fa eccezione alla regola il fatto che nel 1488
Francesco da Merate riceveva fiorini trenta d'oro per
il prezzo d'un'armatura di Don Alfonso.¹
3 A. VENTURI, Relazioni artistiche tra le corti di Ferrara e di
Milano, in Archivio storico lombardo.
1 Arch. sudd.
Memoriale della Camera ducale di Ferrara,
1488-1507, с. 157.
Singolar
mente belle al contrario dovettero essere quelle che
i milanesi Missaglia eseguirono, per ordine di Ludo
vico il Moro, a pro' di Ferrando e di Don Alfonso
d'Este, sapendosi che i Missaglia vestirono prestanti
cavalieri , principi d'Italia e stranieri , diffondendo
ovunque la fama delle fabbriche d'armi milanesi.2
2 Cfr. sui Missaglia il libro di JACOPO GELLI e GAETANO Mo
RETTI, Gli armaiuoli milanesi: IMissagliaela lorocasa, Milano, 1903.
Sopra Ottolino dalle Armi cfr. J. GELLI, Gli archibugieri milanesi,
Milano, 1905, pag. 60.
A Ferrara gli armaiuoli lombardi diedero impulso
allo svolgersi dell'arte loro. Oltre ai nominati tro
viamo anche Stefano da Milano, armaiuolo nel 1483
e nell'anno seguente.
3 Arch. sudd.
Libro de Debitori e Crededoride la Monecion,
1477-83, а с. 264 (а. 1473).
Contogenerale, h. h. h., 1484, а с. 17.
Poi si ha notizia di un Leo
nardo armaiuolo e di Martino del Pizo, 4 di un Gia
como Ferrari armaiuolo di Brescia,5 di Giacomo da
Napoli e di Giampietro suoi garzoni, regalati il primo
di ducati 40 3/4 d'oro, e il secondo di ducati 10,
per una corazza presentata a Don Alfonso d' Este
nel 1487.6
4 CITTADELLA, Notizie ecc., pag. 491.
5 Arch. sudd. Memoriale, 1486-1507, RRR., c. 93 V.
6 Id. Conto generale, 1487, L. L. L., a c. 130.
È probabile che quel Giacomo napole
tano fosse lo stesso che nel 1489 viveva alla corte del
Marchese di Mantova, e che lavorava intorno ad una
corazza di Don Alfonso d' Este;7 e che quel Giam
pietro fosse l'altro armaiuolo del predetto Marchese,
che forni tre ricche armature complete per Don Al
fonso e Don Ferrante d' Este nel 1492.8
7 Id. Mandati, 1489, C. 227 v..
8 Id. -Mandati, 1492, c. 151 bis
Nei due anni
seguenti si ha ricordo di mastro Giorgio da Firenze,
armaiuolo, per restauri eseguiti per armature da bat
taglia.
9 Id. Mandati, 1493, с. 198, - Mandati, 1494, C. 155 V.
Infine, di un Pietro Antonio diGaspare (1499),
di un Lorenzo, detto dalle Corazzine, armaiuolo del
Cardinale Ippolito I (1501); di un Paolino, provvigio
nato di Don Alfonso (1502), di Marco de Turchetto,
preso al servizio da Ferrante d' Este (1505).
1 Id.-Memoriale, zzz, 1499, C. 185.
Guardaroba del Cardinale, 1492-1503.
Zornale de Ussita, 1502, BBBB, C. 12.-Registro de lafactoria del Ill.mo S. Don Ferranteda Este, 1505, с. 37.
Oltre agli armaiuoli che costruivano armature, vanno
annoverati quelli che attendevano a fonder bombarde.
Principale fra essi Alberghetto o Albergeto Zoetta,
probabilmente veneziano, il quale si trovava sin dal
1472 intento a fare forme da bombarde,2 e stette alla
Corte, insieme con suo figlio Giovanni, anche negli
anni della guerra co' Veneziani, intento a fondere ar
tiglierie,3 e poi si ridusse a Venezia, ove nel 1489
gettò un basalisco molto bello, lungo piedi 18, quale
sera una cosa molto degna, al dire dell' ambasciatore
estense.
2 Arch. sudd.-Squarzon de laMunitione, 1472, CC ac. 57 v.
3 Id.
Mandati, 1476, с. 56.
Mandati, 1482, c. 82 V.
Conto generale, 1484, h. h. h., c. 48.
In quell'anno era sollecitato dalla Repubblica,
perchè non desistesse dal lavorare, e lavorava a gran
furia; ma nel 1490 fu preso da così grave malattia che
i medici lo ritenevano spacciato. I Savi della Repub
blica furono a visitarlo, come selfusse stato de liprimi
zentilhomini de questa terra. Così scriveva l'oratore
estense al suo Duca; la Signoria, soggiungeva: < li
ha dimostrato che loamavanodi Cuore. Etmi éparso
del tuto darne adviso à V. Ex. perche scio che quella
ancora lo ama. Morendo, suo figliolo minore sera sti
molato chel resti in loco de suo padre
.. non e de
minore inzegno et arte del predictosuopadre .... »4
Altro non ci è noto dell'eccellente bombardiere, che
negli anni della guerra co' Veneziani ebbe a Ferrara
colleghi Tommaso da Venezia o da Brescia, che fece
una forma da spingarde, Rinaldo da Modena e Gio.
da Bergamo che gettarono spingarde, e certo Fer
rando bombardiere, il-quale costrui uno ingegno debu
tare fuora lo fusollo de lebombarde.5
4 Id. Dispacci dell'oratore Aldobrandino Guidoni, 29 ottobre
1489 e 9 agosto 1490.
5 Id.
Squarzon de la Munitione, 1472, CC, a c. 64 е 77.
Conto generale, 1482, FFF, a c. 218.
A fornire munizioni, altempodella guerra, per bombarde, archibugi balestri, molinelli, ecc. concorsero
principalmente Giovanni e Tommaso di Marco da Valtropia, distretto da Brescia; Bartolomeo da Bergamo,
Bartolomeo di Axola, Pellegrino da Correggio, Bartolomeo delle Balestre da Modena, 6 il quale più tardi
fissò la sua dimora in Venezia,7 recando con sè munizioni già fatte pel Duca di Ferrara, e da questo non
accettate.
6 Arch. sudd.
Mandati, 1481, c. 82 v. e 132 v. - Intra e
Spesa, 1481, еее, а с. 83.- Conto generale, 1482, F. F. F., C. 141,
183, 189.
7 Id.
Cancelleria ducale.
Dispacci dell'oratore Guidoni,
25 luglio 1490.
Dopo la guerra co' Veneziani, non si ritrova più
quella furia di gettar cannoni che allorquando Don
Alfonso d'Este diresse personalmente i lavori.Nel 1496,
assisteva ai fonditori e dava loro gli ordini opportuni
nella tucina,1 la quale era chiamata col suo nome.2
1 Id.
Memoriale de la monecione, 1196, c. 85.
2 Id.- Memoriale de la munitione, 1497, c. 11 v,
È noto come Alfonso d' Este al dire di Fleurange:
prenait tout son passe temps et exercice à fondre de
l'artillerie, remparer et édifier, et n'y avait fonde
sur des siens qui lefist mieux que luy. Et en ay veu
appartenant au dict duc dedans deux granges bien trois
cens grosses pièces, et croy que tous les princes d'Italie
ensemble n'en avaient point tant et de si belle artille
rie que luy seul. Il avait trois granges : l'une estoit
là où onfaisait lafonderie; l'autre, là où on faisait les
moules, et l'autre où on faisait les affusts el le roues.
3 ANGELUCCI, Documenti inediti per la storia delle armi da
fuoco italiane. Torino, 1869, vol. I, p. I, pag. 290.
Ludovigo Bigo Pittorio celebra pure l'abilità del Prin
cipe nel fondere artiglierie. E certo questo doveva
formare una delle sue cure predilette, tanto che Pie
tro Giorgio da Lampognano, oratore francese, assi
stente alle nozze di Alfonso con Lucrezia Borgia,
portò a nome di Monsignor Filippo di Roccabuly,
come regalo, una recepta da essere notata per esser
singolare da fundere artigliarie. 4
4 CITTADELLA, Notizie, pag. 495,
Tenne un'armeria,
alla quale soprintendeva Turchetto armaiuolo; invitò
al suo servizio bombardieri di lontani paesi, m.º Pipa
fiorentino, Zam Zipom, Giovanni da Basilea ed altri.5
5 Arch. sudd.- Zornale de Ussita, BBBBB, 1502, с. 56.
Memoriale delle fabbriche, 1504, FF, c. 73 v.
Memoriale delle
fabriche, 1503, C. 175.
Zornale de guardaroba, 1502-1504, а с. 43.
(Non sappiamo se Zam Zipon sia stata una persona medesima con
Gio. da Basilea).
Ma di queste cure del Principe non parleremo ora per
non uscire dai limiti di questo studio: converrebbe
parlarne nel disegnare la figura del forte cannoniere,
cheTiziano e Battista del Dosso dipinsero con una picca
nella destra, e con la sinistra appoggiata ad un pezzo
d'artiglieria: il cannoniere che a Ravenna, nell' anti
guardia fece strage delle milizie papali e spagnuole.
Prima di chiudere queste righe sulla storia della
fabbricazione d'armi a Ferrara. conviene accennare
anche agli spadari, fra cui vanno segnalati Luca da
Ragusa, detto Luca dai Coltelli,6 Antonio, detto dalle
Spade e Francesco Spadaro che lavorarono pel Car
dinale Ippolito I (1498-1500) : 7 di Luca de' Coltelli fu
la spada portata in dono dal cav. Francesco Claveglia
nel 1481 al Re d'Inghilterra. 8
6 Id. Mandati, 1481, с. 118.
7 Id. Guardaroba del Cardinale, 1492-1503.
8 Id.
Mandati, 1481, c. 83 v.
A. VENTURI.
CORRIERI
NOTIZIE DI LOMBARDIA.
Il restauro della « Cena » di Leonardo da Vinci.
Conversazione col professore Luigi Cavenaghi autore del restauro:
Come questo venne compiuto
Quanto rimane ancora della
mano di Leonardo La decorazione delle velette superioripur
di Leonardo- I pericoli che potrebbero sorgere di nuovo.
L'avvenimento artistico più importante della scorsa
annata è senza dubbio il restauro della Cena di Leo
nardo nell'antico refettorio del convento delle Grazie
in Milano, avvenimento che ha destato al più alto
grado l'interesse e la contentezza di tutti i popoli ci
vili, come lo dimostrano gli innumerevoli rendiconti di
giornali e riviste d'ogni dove in Europa ed in America.
Come è risaputo, il capolavoro vinciano era minac
ciato da precipitoso disgregamento: la pittura, non
solo continuava a sollevarsi e distaccarsi a squame,
ma cadeva anche in polvere! Di più un velo grigio
la appannava tutta quanta, cosicchè non ci appariva
più che parzialmente e tutta annebbiata.
La « Cena » sta scomparendo del tutto ripeteva la
voce generale angosciosa ; urge provvedere soggiun
gevano tutti, ma come? si rispondeva d'ogni lato.
Ad un radicale restauro nel senso solito della pa
rola, non era più il caso di pensare: il lavoro del
pennello doveva essere bandito, occorreva ricorrere
a mezzi esclusivamente tecnici che assicurassero i pezzi
cadenti ed interrompessero ogni ulteriore polverizzarsi
del colore. E chi avrebbe potuto escogitarli questi
mezzi ? Tutti gli occhi allora si rivolsero verso il pro
fessor Luigi Cavenaghi, l'autore degli affreschi nella
chiesa di San Fedele in Milano, di quelli vastissimi
nel santuario di Caravaggio e nel Duomo di Rovereto
e che, oltre alla pratica della pittura murale, possiede
pur quella del restauro delle pitture antiche che egli
1 Ai rimedi anzitutto indispensabili al locale stesso del Refet
torio ed in particolare al muro della parete sulla quale è dipinta
l'opera di Leonardo, già da alcuni anni aveva provveduto larga
mente l'Ufficio regionale di conservazione dei monumentidi Lom
bardia, diretto prima dal senatore Luca Beltrami, poi dall'architetto
Gaetano Moretti.
pratica sin dalla giovinezza, e con ognor crescente
soddisfazione ed estimazione. ¹
Il prof. Cavenaghi, pur essendo conscio ed anzi,
per l'esperienza propria, ancor più addolorato dinanzi
all'imminente pericolo, tuttavia da principio fu rilut
tante: egli era anche oppresso dal suo immenso ri
spetto per quel grande capolavoro ! Poi le insistenti
preghiere dei membri della Commissione ministeriale
cominciarono a renderlo soltanto più esitante. Infine
cominciò a piegarsi, acconsentendo a tentare un espe
rimento che nel frattempo egli era venuto escogitando.
Egli tentò il suo primo esperimento nel 1903, sopra
una superficie di pochi centimetri quadrati, in un
cantuccio della pittura ove l'esperimento stesso pre
sentasse il minor pericolo e nello stesso tempo fosse
ben in vista onde facilmente avesse ad apparirne il
risultato ; e questo fu l'angolo inferiore estremo di
destra, sotto alla figura dell'apostolo Simone : li non
si trova che la continuazione del pavimento. Di più
non risultava che in quel punto si fosse mai esteso
qualsiasi restauro ed anzi vi era evidente l'avanzo
originario della pittura di mano del Vinci. Successi
vamente nel 1904, ripetè lo stesso esperimento in
quel medesimo punto, ma sopra una superficie più
estesa, raggiungendo i 2 metri quadrati.
Nel principio del 1903, la Commissione ministeriale
constatò unanime che in quell'angolo la pittura antica
ed originaria si era consolidata, aderiva perfettamente
al muro ed aveva riacquistato vivezza. L'esperimento
era riuscito ed il Ministro dell'istruzione, on. Rava,
non tardò ad affidare al prof. Cavenaghi l'opera de
finitiva del totale ristauro. Così, ancora nello scorso
anno, il 25 di giugno, il nostro artista, rinchiuso nel
Refettorio o Cenacolo, come lo si suol chiamare, tutto
solo dinanzi al capolavoro, con animo commosso in
cominciò il suo compito che condusse a fine in meno
III prof. Cavenaghi imparò l'arte del restauro delle pitture
antiche sotto la direzione del pittore Giuseppe Molteni, già con
servatore della Pinacoteca di Brera, e valente maestro di restauro,
al quale egli ha sempre conservato la più viva ed intera conside
razione.
150
CORRIERI
di tre mesi. Al principio di settembre egli aveva ter
minata l'ardua impresa.
***
Per questo periodico non sarebbe il caso di ripe
tere quanto è già stato detto in numerose pubblica
zioni speciali ed anche quanto scrisse lo stesso autore
del restauro nella sua relazione ufficiale. Ho avuto la
fortuna di ottenere da lui di recarci assieme dinanzi
alla Cena stessa, ben sapendo che talvolta in una
conversazione si dicono spontaneamente delle cose
nuove, vale a dire si ripetono alla buona tanti ricordi,
impressioni ed osservazioni minime eppure assai im
portanti, che invece sfuggono o non si crede il caso
di mettere in carta, massime di inserire in una rela
zione ufficiale.
Riferirò pertanto il risultato della nostra conversa
zione o meglio le risposte che egli ebbe la cortesia
di darmi, poichè è opportuno si sappia che il prof.
Cavenaghi è un artista che opera molto e parla invece
pochissimo. Per lo appunto, oltre la sua matura espe
rienza nel restauro, è pur stata garanzia preziosissima
in quest'occasione il suo carattere silenzioso, rifles
sivo e prudente.
Mi confermò che già da tempo egli era quanto
mai preoccupato del pericolo della Cena ed andava
escogitando, vagliando e per così dire pesando i mezzi
che sarebbero stati più opportuni per arrestare la sua
progressiva rovina, cosicchè quando fece idue primi
esperimenti non si trovò alla sprovvista e potè addi
venirvi subito. Per l'esecuzione definitiva poi ha scelto
i mesi dal giugno al settembre perchè i più caldi e
quindi i più propizi per quel genere di lavoro ; erano
anche i mesi in cui avrebbe potuto starsene solitario
e tranquillo, al sicuro dalle visite ed interviste. Sotto
questo punto però non riesci completamente profeta:
ebbe frequenti assalti; vi fu chi lo venne a raggiun
gere fin sul ponte tanto che dovette rivolgersi al Mi
nistero pregando venisse assolutamente vietato l'in
gresso al Cenacolo. Per procedere in questo grave
compito egli sentiva la necessità di evitare qualsiasi
distrazione.
Nell'accingersi al restauro definitivo il prof. Cave
naghi si prefisse due scopi essenziali :
anzitutto di rinsaldare, fermare sul sottostrato ad
intonaco tutta quanta la superficie dipinta;
poi di ripulire tutta intera la pittura stessa.
Il rinsaldamento è adunque stata la prima opera
zione ed è consistito nell'assicurare tutte le parti pe
ricolanti (innumerevoli squame e strati: in molti punti
rialzati, in altri in via di polverizzazione) in modo che
l'intera pittura avesse a rimanere fissata all'intonaco
senza ulteriore pericolo di parziali distacchi e di pol
verizzazione.
A
Il professor Cavenaghi non crede ancor venuto il
momento per far conoscere il procedimento tecnico
seguito ed i mezzi di cui si è valso; si riservadi pub
blicarlo per le stampe a tempo opportuno, quando
sarà sicuro del risultato. Intanto una cosa è certa ed
è che mentre i restauratori che lo precedettero in
quest'opera, per assicurare la superficie dipinta da
Leonardo ed i loro ritocchi, ad operazione finita vi
avevan passato sopra strati di colle (le quali sempre
continuano a subire le variazioni della temperatura
ambiente) egli invece è passato con fissativi sotto alle
squame e, per quanto ha potuto, persino sotto tutte
le altre parti in apparenza non ancor distaccate. Circa
al processo ed ai mezzi, assicura che nulla vi ha di
nuovo; tutta la questione sta nel problema se sa
ranno abbastanza efficaci ma non aprono la via a
conseguenze imprevedute. Si tratta di un processo e
di mezzi semplicissimi e persino noti che però egli
ha dovuto variare alquanto, a seconda dello stato
della pittura e delle difficoltà ; furono anzi processo
e mezzi puramente materiali, poichè egli non ha vo
luto addivenire al benchè minimo ritocco: solo ha
passato qualche leggera tinta a tempera nei buchi
grandi lasciati dalle croste cadute e nei quali era vi
sibile l'intonaco od antico sottostrato della pittura.
È ben vero che Leonardo aveva dato al suo intonaco
una tinta alquanto calda, ma allo stato attuale quei
buchi sarebbero apparsi come tante chiazze bianche,
talora bianchissime, con grave nocumento dell'effetto
della pittura ravvivata.¹
Nel procedere a questa prima operazione il prof.
Cavenaghi ha fatto una importantissima scoperta e si
è trovato dinanzi ad un problema.
La scoperta è già nota : contrariamente all'opinione
generale ed alla propria, ha constatato che Leonardo
non si valse già della pittura ad olio ma bensi della
tempera, la quale gli consenti (come la pittura ad olio
su tavola o su tela) di condurre l'opera sua non con
celerità ed a zone o striscie come avrebbe richiesto
l'affresco ma bensi lentamente e per così dire con
temporaneamente su tutta quanta la superficie, avendo
così modo di veder apparire l'opera sua poco per
volta e tutta assieme progressivamente, con agio di
completarla e perfezionarla all' infinito.
Il problema che si è affacciato al professor Cave
naghi è stato quello delle ridipinture parziali ma nu
merose ed estese dei restauratori succedutisi attorno
alla Cena dal 1726 al 1856. All'infuori delle ridipin
ture della mano sinistra del Redentore e di quella di
un pezzo della tovaglia distesa sul tavolo, egli non
ha asportato tutti gli altri restauri perchè gli risultò
1 Già molti anni addietro G. B. Cavalcaselle, nel dibattito sul
modo di restaurare i dipinti vecchi sul muro o su tavola, pur in
sistendo sulla assoluta necessità di unicamente ripulirli ed assicu
rarli e di non ritoccarli affatto col pennello, aveva tuttavia consi
gliato di colmare gli spazi deperiti con una tinta neutra,
CORRIERI
che i loro autori si erano quasi sempre limitati a ri
toccare e ridipingere nei punti ove la pittura dell'ori
ginale era caduta. Ora il toglierli sarebbe stato anzi
tutto pericoloso per la sicurezza delle parti contigue
e poi non avrebbe fatto che accrescere il numero delle
chiazze o buchi bianchi. Per la mano sinistra del Re
151
nata la spolveratura, il prof. Cavenaghi, avendo (come
si è detto sopra) scoperto in precedenza che Leonardo
lo aveva dipinto a tempera, non potè procedere ad
una lavatura generale con acqua, ma dovette ricor
rere ad altri agenti.
Naturalmente è bastata questa diligentissima e pru
dentore, il caso si presentava diverso: questa era stata
ridipinta o per lo meno ripassata all'encausto e costi
tuiva una chiazza lucida che stonava ; nell'esaminarla,
il Cavenaghi si accorse che non solo era l'unico re
stauro non condotto a tempera ma che sotto c'era
ancora la mano dipinta da Leonardo e pian piano
dente operazione per far scomparire in gran parte la
nebbia che appannava, velava la Cena agli sguardi.
E quanta sia la vivezza riacquistata appare non solo
dalla impressione che prova chi ritorna al Cenacolo
per la prima volta dopo questo restauro, ma altresì
dal contrasto colla intonazione grigia e annebbiata
Particolare della Cena di Leonardo (dopo il restauro)
sciogliendolo colla mista (acqua ragia ed alcool) lo
fece dissolvere e scomparire, il che però non fu cosa
agevole. Si trattava di quella mano che fu oggetto
principale del saggio di restauro del Barezzi e che
anni dopo il medesimo non era più stato in grado
di levare.
La ripulitura successiva è consistita anzitutto nello
spolverare tutto quanto il dipinto, cioè nel liberarlo
dalla polvere che da lungo tempo vi si era venuta
depositando sopra e che per l'umidità dell'ambiente
aveva finito per far corpo col dipinto stesso. Termi
1 Veggasi a pagine 33-37 la recente pubblicazione del senatore
Luca Beltrami : Il Cenacolo di Leonardo, MCCCCXCV-MCMVIII.
Milano, Allegretti (edizione di soli 300 esemplari fuori commercio).
delle parti lasciate senza ripulitura e cioè persino coi
loro guasti, sollevature e croste; e sono: le due stri
scie laterali estreme, alte quanto il dipinto, ed un
piccolo tratto di superficie nel mezzo della pittura, al
basso sotto il tavolo, un pochino verso destra.
Pertanto, ora abbiamo la fortuna di rivedere il ca
polavoro vinciano in uno stato ed effetto molto ma
molto meno lontano dalle sue condizioni originarie.
***
In seguito, ancora seduta stante, ho pregato il
professor Cavenaghi di voler indicarmi le condizioni
pittoriche nelle quali si trova al presente, a restauro
ultimato, la Cena di Leonardo ; vale a dire quali sono
le parti che tuttora esistono di mano dell'insigne
Maestro e quali le parti rifatte dai precedenti restau
152
CORRIERI
ratori . Egli vi ha pur accondisceso e ben si compren
derà quanto siano preziose, massime su questo punto
capitale, le affermazioni di un artista così competente
ed esperto, il quale ha passato settimane e mesi a
studiare e scrutare pazientemente ogni singola parte
del capolavoro vinciano.
Cominciando dal fondo della composizione e dagli
accessori , il prof. Cavenaghi mi ha fatto osservare che
è quasi intatto il soffitto colla sua sapiente ed esatta
prospettiva, la quale conferisce a tutta la scena l'ef
fetto così evidente di vastità e di profondità dello
spazioso ambiente ; all'incontro le tappezzerie dei lati
si risentono molto dei rifacimenti. Intatto è lo sfondo
dei colli e del cielo: fortuna tanto maggiore in quanto
che ne rimane mantenuto l'effetto artistico di luce,
aria e lontananza infinita al di là della sala e sopra
tutto perdura il senso ideale e mistico di questa im
portantissima parte della composizione. Difatti, con
questo sfondo di cielo, Leonardo ha voluto significare
che Gesù è venuto su questa terra a compiere la re
denzione del genere umano ma che la sede del suo
regno è nel Cielo, nell'infinito, ove Egli aspetterà
appunto il genere umano, il quale converge precisa
mente verso il Cielo tutte le sue speranze, i suoi
aneliti. Quel nembo di cielo salvatosi nella pittura,
conserva alla Cena un significato sentimentale im
menso !
La tovaglia, ora è pur tutta quanta conservata coi
particolari finissimi e delicati dei ricami, e così son
pur conservati i pani, i piatti, le scodelle, ecc.
Passando alle figure, il prof. Cavenaghi mi ha an
zitutto avvertito che i rifacimenti dei restauratori son
quasi del tutto limitati alle vesti; le teste e le mani
(salvo poche eccezioni, come la mano sinistra di Gesù
ora liberata) ne rimasero press'a poco tutte esenti:
le alterazioni di queste dipendono da altre cause,
sopratutto dalla caduta o dalla polverizzazione del
colore, nonchè dalle lavature che assieme all'azione
del tempo le hanno fatto svanire assai.
Ciò premesso, egli cominciò la rassegna delle sin
gole figure, principiando da sinistra di chi osserva.
La prima figura (l'apostolo Bartolomeo rizzatosi)
è quasi interamente intatta nella testa (salvo i buchi
nella capigliatura), nelle mani e nella veste ; è ancora
buona l'intonazione generale, abbastanza evidenti le
forme non che l'espressione viva ed animata.
La seconda e la terza figura (di Giacomo minore
e di Andrea, che sono in parte nascoste da quelle di
Pietro e di Giuda) nel loro complesso sono ancora
genuine, massime nelle teste rispettive e nelle mani :
tuttavia rimangono molto annebbiate.
Anche San Pietro, alla sua volta in parte nascosto
da Giuda, è intatto sebbene pur annebbiato. Nella
testa vi sono molti buchi: buona la mano destra.
Gli avanzi del viso di Giuda sono esenti da re
stauri ; è ben conservata la vivacità, il lampo dello
sguardo. La barba ed il petto rimangono tempestati
di buchi. Il tratto di veste che gli ricopre la spalla
destra è ancora genuino persino nella tonalità del
colore, che è rimasto vivace: prezioso elemento che
forse ci riavvicina alquanto all'originario valore di
intonazione generale della Cena.
Della figura di Giovanni colla testa inclinata sulla
propria spalla destra, non rimane che la massa com
plessiva, direbbesi la macchia : è tutta annebbiata e
perforata di buchi, salvo però nel viso, sbiadito anche
esso.
La figura di Gesù- se bene molto più crivellata
di buchi nella parte destra della capigliatura ed a
sinistra nel basso del viso, nel collo e nel petto
tuttavia è salva nella molta parte che ne rimane. I
Il resto, vale a dire l'abbigliamento della persona,
salvo piccoli frammenti che si sono salvati, è tutto
un restauro solo. La mano destra intatta ha conser
vato la sua evidente caratteristica; la mano sinistra,
che cra è adunque liberata, è rimasta annebbiata ma
la si distingue egualmente; il che torna di grande
importanza, in questo capolavoro la mimica delle mani
concorrendo potentemente all'azione di singo i per
sonaggi.
Proseguendo il suo resoconto particolareggiato ulle
altre figure del lato destro della Cena, il prof. Cave
naghi fece notare che le prime due figure più vicine
a Gesù da quella parte (l'apostolo Giacomo maggiore
colle braccia allargate e Tommaso coll'incice alzato)
sono fra le più deperite. Buona tuttavia la mano de
stra di Tommaso.
Così pure mi fece avvertire per laterza figura (Fi
lippo, che alzatosi si protende innanzi, le mani sul
petto) ; salvo il contorno generale della testa e del
corpo, e la mano destra, di Leonardo non rimane
altro.
All'incontro, è guasto il contorno della quarta fi
I Come è risaputo, il Vasari e poi il Lomazzo asserirono che
Leonardo lasciò la testa di Gesù imperfetta, non riescendogli di
darle la desiderata divinità celeste. La parola imperfetta era stata
interpretata nel suo senso letterale di incompiuta e cosi si seguito
sempre a ripetere. Un attento esame però della testa stessa sarebbe
bastato a chiarire che a Leonardo in allora forse non riesci di
creare per Gesù un tipo definitivo e perfetto com'egli lo sognava
e sentiva, quindi un tipo nuovo e perfettamente ideale ed appro
priato, ma che intanto, quanto ad esecuzione, terminò quella testa
al pari delle altre. Difatti nel 1720 il pittore inglese Richardson e
suo figlio osservandola bene rilevarono che la parte ancor esistente
di essa è molto finita, secondo la sua solita maniera. Cosi stampa
rono poi nel 1728 nel loro Trattato (come avverte e riporta Luca
Beltrami nella recentissima sua pubblicazione citata più sopra).
Alla mia volta anni addietro, studiandola attentamente, me ne
avvidi (non conoscevo il Trattato dei Richardson) e nel mio volume
pubblicato nel 1905 (Le opere di Leonardo, Bramante e Raffaello,
Milano, Hoepli) ho fatto avvertire che, in questa testa di Gesù,
Leonardo si è attenuto al tipo concretato dal suo maestro il Ver.
rocchio e poi seguito anche da Lorenzo di Credi nei due quadretti
della Galleria degli Uffizi (n. 1311 e 1313) l'Apparizione di Gesù
alla Maddalena ed il Noli me tangere.
CORRIERI
gura (Matteo che, alzatosi, si volta indietro verso i
suoi due compagni) mentre tutto il resto, il viso ed
il corpo sono intatti e solo annabbiati.
La penultima figura (Taddeo) è conservata tutta
quanta sebbene annebbiata anch'essa.
Così pure l'ultima, a capo tavola(Simone), che, a
porte il deperimento generale, è la meglio conservata
di tutte quante.
153
pinte in oro. Gli stemmi sono coi rispettivi colori
araldici e lumeggiati in argento ed oro. Le ghirlande
che variano da'l'una all'altra, sono compostedi fogliami
e di frutti nei loro colori naturali, di calda intonazione.
Esse sono inoltre fasciate a distanze eguali e simme
triche da alti nastri (oggi bianchi ma anticamente
dorati), dai quali sidipartono nastri sottili svolazzanti
in eleganti ondulazioni, e che eran pur dorati, come
sempre risulta da tante piccole particelle.
***
Il professor Cavenaghi ha esteso l'opera sua anche
alla zona al disopra della pittura della Cena, cioè:
alle tre velette sovrastanti alla medesima, alle due
laterali contigue ed alla corrispondente superficie de.la
Quanto avanza ancor intatto dei fogli mi e dei frutti
di queste ghirlande è
senza esagerazione
meraviglia, così perfetta è la verità e la finezza del
lavoro. Qui riappare in tutta la sua evidenza la cura
straordinaria che Leonardo dedicava persino nelle
una
Particolare della Cena di Leonardo (dopo il restauro)
vô ta. Così, oltre ai tre stemmi, uno in ciascuna di
quelle tre velette, ne apparvero altri due (uno per
parte) e riapparve pure la decorazione in detto tratto
della volta che in quel punto è divisa in cinque spchi.
La decorazione delle tre velette della parete di
fondo, sotto alle quali si stende la pittura della Cena
(separata però da una cornice di finto marmo con
ornati classici di ovoi, lancette, astragali e perline)
era già visibile sin da prima. Però to era così imper
fettamente che non le si dava alcuna importanza,
quasi fosse un lavoro decorativo qualsiasi di un de
coratore di professione. Ora che è ripulita nonostante
le sue condizioni di grave deperimento, riappare un
lavoro di altissimo pregio.
In ciascuna di queste tre velette, sopra un fondo
di azzurro oltremare (disteso sopra un substrato di
terra rossa, purtroppo oggi molto evidente) abbiamo
uno stemma sforzesco circondato da una ghirlanda
ed accompagnato ai lati da iniziali anticamente di
L'Arte, XII, 20.
parti accessorie e secondarie di ogni sua opera e
riappare altresì la sua maniera di rappresentare tutte
le cose non a masse di chiaroscuro e di corrispon
denti mac hie di colcre ma bensì con minuta, pazien
tissima, esatti sima e perfetta riproduzione del vero,
senza che per questo l'effetto a distanza avesse poi
a scapitarne, neppur minimamente. Con un buon
cannocchiale Gourz oggi si può ancora discernere in
Le iniziali fiancheggianti lo stemma centrale sono:
LV MA
BE
SF AN
EST (Ludovicus Maria, Beatrix Estensis. Sfortia,
Angleriae, Duces mediolani)..
DV mli
le iniziali dello stemma a sinistra di chi osserva:
M MX
SF AN
(MariaMaximilianus, Sfortia,Anglus, Comes
Papiae).
CO PP
le iniziali dello stemma a destra:
SF AN (Sfortia, Anglus, DuxBari, senza indicazione
DVX BAR di nome che preceda).
154
CORRIERI
molti punti questo lavoro straordinario, meraviglioso
e st pefacente.
In ciascuna delle ultime due vele, una sulla contigua
parete di sinistra e l'altra su quella di destra è pur
ritornato alla luce uno stemma entro ghirlanda ma
senza iniziali che lo fiancheggino; le condizioni però
di entrambi sono disastrose.
I campi azzurri stellati d'oro dei singoli spicchi di
quella parte sovrastante della volta sono or ati con
quel motivo convenzionale del quattrocento dei raggi
di cuore e di perline in stucco dorato, mentre i co
stolon degli spicchi stessi sono adorni di nastri n
trecciati di finto marmo bianco come la sottostante
cornice che corre superiormente alla Cena. Questa
decorazione della volta è la sola che si presenti quale
semplice lavoro di un ornatista, tuttavia le tinte con
cord no armoniosamente con tutta l'opera sottostante
e la completano.
Mutre il professor Cavenaghi mi faceva ammirare
questo magnifico lavoro decorativo delle lunett , da
tutti oramai riconosciuto di mano di Leonardo, io non
potevo trattenermi dal pensare e conchiudere che
doveva pur eser stata di mano sua anche la es.cu
zione della decorazione nella volta della sala delle asse,
nella torre di destra verso il Parco, del Castello sfor
zesco, riapparsa pur troppo tutta scialba e solo in
alcuni spazi abbastanza ben discernible quando più
di dieci anni sono venne liberata dall' intonaco che la
ricopriva.
***
Le mie interrogazioni al professor Cavenaghi non
erano peranco esaurite tutte, una ne rimaneva spe
cialmente importantissima e d'altronde tuttora sulle
labbra di mo ti simi: la Cena di Leonardo è salva
anche per l'avvenire?
Ora gli dissi che mercè la provvida e ben riescita
restaurazione, noi abbiamo la fortuna di rivedere nelle
migliori condizioni ancora possibili quanto rimanedella
Cena di Leonardo (e lei mi ha dimostrato che ne ri
mane ancor molto), è speracile che si conserverà
ancora a lungo nello stato presente e coll'effetto che
ogg vediamo?
Pur troppo, mi rispose, or che sono uscito dalla
agitazione del 'imminente pericolo, conosco ancor più
a fondo di prima le condizioni di questa pittura e
mi trovo perturbato da nuovi e gravi timori. Pavento
anzitutto che i violenti e repentini movimenti dell'aria
in questo antico Refettorio facciano di nuovo distac
care e risollevare vecchie o nuove squame sebbene
io abbia rinsaldato quasi interamente tutta la super
ficie sottostante della medesima. È ben vero che in
seguito alla mia richiesta a Direzione dell'Ufficio re
gionale hasubito disposto perchè a giorni venga chiusa
la seconda porta, quella verso il chiostro, ma, durante
le ore in cui il Cenacolo è aperto al pubblico, il con
tinuo aprirsi della porta d'ingresso ed il via vai dei
visitatori produrranno ancora movimenti dell'aria
meno intensi ma pur sempre pericolosi. A questo
intento ho pur chiesto alla Commissione ministeriale
e con molta insistenza che la pittura della Cena venga
separata dai visitatori mediante una grande vetrata
che la chiuda per cosi dire come in una scattola. La
Commissione di buon grado ha provveduto a parecchi
esperimenti che però non hanno dato un risultato
pratico. Si sarebbe trattato di una grande vetrata che
avrebbe attraversato il Refettorio nella sua intera lar
ghezza con un numero maggiore o minore di lastroni :
in tutte le prove però che si fecero a distanze diverse
dalla pittura si è riscontrato il difetto del riflesso del
cristallo, che toglie la sufficiente visione dell'opera
del Vinci.
Peccato, soggiunsi, perchè per quanto un siffatto
provvedimento abbia a diminuirne per noi la piena
contemplazione, non potremmo protestare : sarebbe
riprovevole egoismo il non serbar anche ai posteri il
godimento del capolavoro vinciano.
Noti, mi avverti il Cavenaghi che chiudendo la
Cena dietro ad una vetrata, si verrebbe pure a scan
sare il secondo dei tre pericoli maggiori : quello della
umidità dell'ambiente. A questo però, soggiunsi, si
dovrebbe provvedere con un ben regolato e prudente
cambiamento dell'aria, ed egli mi rispose che si pra
ticheranno nella volta delle aperture che funzioneranno
da ventilatori.
Il terzo pericolo poi, prosegui il Cavenaghi sarebbe
il maggiore e più terribile di tutti. L'umidità che regna
nel Cenacolo e le condizioni dei muri vi formano già
un ambiente sfavorevole, pessimo: tuttavia, come lei
avverte dandovi aria, scambiandola con prudenza, si
potrebbe ancora rimediare. Ma se mai il salnitro ve
nisse a penetrare e poco a poco invadere il muro sul
quale Leonardo ha dipinto l'opera sua, la distruzione
della Cena sarebbe inevitabile, non vi sarebbe più nulla
afare!
Stavo per replicare che in caso così disperato tor
nerebbe opportuno studiare se non sarebbe troppo
pericoloso tentare il distacco e trasporto della pittura
non già mediante lo strappo, poichè, trattandosi
di tempera e massime nelle condizioni in cui l'opera
è ridotta, questo sarebbe fatale
bensì segandola
con grandi lame di acciaio, sistema praticato a zone
perpendicolari anche su grandi pitture dallo Stefanoni
di Bergamo e con buoni risultati. Ma in quel momento
sopravvenne un gruppo di artisti, fra i quali il pittore
Giulio Aristide Sartorio, arrivato da Roma. La con
versazione si fece generale ed animata: il Sartorio
proruppe in eloquenti parole di entusiasmo per il
capolavoro vinciano che egli chiamò eterno , per
chè compreso ed ammirato dal popolo di tutti i
tempi, esprimendo sensazioni e passioni veramente
umane.
CoRRIERI
Trascorsi due mesi, io sono ritornato ripetutamente
al Cenacolo ma non ho più ritrovato la Cena nella
esatta intonazione in cui l'avevo ammirata quel giorno :
purtroppo ogni volta constatai che era leggermente
annebbiata.
E' vero che, collo scambiarsi delle stagioni, le pit
ture mutano di effetto nell'intonazione ; impallidiscono
e poi riprendono vigore. Così ho constatato periodi
camente nei numerosi affreschi della Pinacoteca di
Brera, e cosi persino nella immensa Crocifissione del
Luini nella chiesa degli Angioli a Lugano.
Nel Cenacolo vinciano nelle mie recenti visite ho
però trovato un ambiente ben diverso; non aria re
155
Questo è difatti il primo dei rimedi che vengono
attuati quando l'interno di un locale è umido e mi
permetto di dubitare della sufficiente efficacia di ven
tilatori che si vuol praticare nella volta; questi poi
non si possono eseguire in men che si dica ed in
tanto la pittura della Cena potrebbe ricominciare ad
appannarsi. Ritengo che il miglior modo di ventila
zione sia ancor quello semplicissimo, sempre prati
catosi, dell'aria passante da finestre opposte, e nel
Cenacolo, per non provocare l'altro pericolo pur gra
vissimo del nuovo distaccarsi della pittura, si potrebbe
limitarlo a qualche mezz'ora nelle ore più propizie ed
escludendo le giornate di nebbia che a Milano d'in
Particolare della Cena di Leonardo (dopo il restauro)
spirabile come nella Pinacoteca di Brera e nella chiesa
degli Angiol a Lugano, ma un'atmosfera addirittura
mefitica di luogo chiuso da tempo. E difatti mentre
in quei due ambienti l'aria si rinnovella costantemente
dalle finestre e dalle porte, qui le finestre non eran
più state riaperte, essendo opportuno di non compro
mettere le saldature ancora fresche delle croste della
verno in certe annate sono frequenti e quelle di vento
che all'incontro sono sempre assai rare.
Milano, 28 febbraio 1909.
Dr. GIULIO Carotti.
NOTIZIE SICILIANE.
pittura, e l'unica porta di accesso non si riapriva che
per lasciar entrare i visitatori. La ventilazione era
dunque mancata quasi interamente.
Nella piccola ma utilissima pubblicazione di Luca
Beltrami, che ho citato a più riprese, sono riferite ed
anzi riportate letteralmente le più importanti dichia
razioni fatte per iscritto dal cinquecento ai tempi no
stri da persone competenti e da persone autorevoli e
tutte, nel constatare il deperimento dell'opera insigne
e nell'indagarne le cause, accennano anche alla umi
dità dell'ambiente, anzi con insistenza, ed alcune no
tano la conseguente muffa e velatura biancastra, altre
sollecitano pure una maggior ventilazione del locale.
PATERNO. Chiesa del Carmine. Statua della Ver
gine col Bambino, opera questa non ricordata da al
cuno. La Vergine piega il capo verso sinistra ed ha
espressione soave e gentile, felice nell'amore del Fi
gliuolo, il quale balza dalle braccia materne pieno di
vita e con fisonomia spigliata e sorridente. Trattasi
di un buon lavoro gaginesco che merita di esser co
nosciuto. (Cfr. figura a pag. 158).
CALTAGIRONE. Chiesa di San Giacomo. Arca reli
quiaria. È tutta in argento (lungh. m. 1.30 × 0.77
largh.) e fu disegnata, come sembra, dall'orafo Nibilio
Gagini, nipote di Antonello, al quale fu affidato il la
voro con atto 12 luglio 1599; ma essa, per la morte
156
CORRIERI
del maestro, venne, invece, compiuta dal figlio Giu
seppe e da altri collaboratori. È decorata di basso
Caltagirone, Chiesa di San Giacomo
Arca del Santo. Parte anteriore
rilievi con scene attinenti alla vita di San Giacomo e
di dieci figurine di apostoli a tutto tondo, ed è sor
montata da una statuetta del Santo in abito di pelle
grino. L'opera eseguita magistralmente è di grande
effetto e si può considerare come una delle migliori
del genere esistenti in Sicilia; solo è a deplorarsi
che di recente, per un malinteso spirito di pulizia,
sia stata forbita privandola così della bella patina
antica.
Nella stessa chiesa di San Giacomo si conserva una
pisside per l'olio santo in rame dorato (alta m. 0.34)
con fogliami lavorati a bulino, coi monogrammi IHS
e MRA, e con la scritta: L'ANNO FATTO FARI
LI SOLDATI DI CALATAGIRVNI DIE 25 IVLI
1580.
AGIRA. Varia. Un capolavoro sconosciuto di Anto
nello Gagini.
Dalla stazione di Raddusa si per
corre lo stradale che conduce in tre ore ad Agira, un
tempo chiamata San Filippo di Argirò, e famosa per
aver dato i natali al grande storico Diodoro.
Nulla rimane della classica Agyrium sia sicula che
greca, cioè di quella vetustissima città sacra ad Er
cole, che vantava uno dei più grandi teatri della Si
cilia ellenica.
Il paese moderno, tutto in salita, è sparso qua e
là per lungo disordinatamente, e s'inerpica su di un
monte in forma di cono sino a raggiungere un'altezza
di m. 822, sulla cui sommità sorge la fredda, dete
riorata chiesa di Sant'Antonio che conserva una croce
quattrocentesca dipinta, una interessante Annuncia
zione su tela, tratta da un originale perduto del '400 che
poteva bene appartenere ad un artista di valore, ed
un altare in marmo del buon Rinascimento. Domi
nano le alture del cocuzzolo da cui si gode un pano
rama meraviglioso, avanzi poderosi di un castello me
Caltagirone, Chiesa di San Giacomo
Arca del Santo. Parte posteriore
dioevale del quale rimangono in piedi due belle torri di
forma quadrangolare ed una di esse ancora con merli,
:
.
di
del
San
Arca
,Chiesa
Giacomo
Caltagirone
Parte
di
del
San
.Arca
,Chiesa
Giacomo
Caltagirone
Parte
adestra
Santo
asinistra
Santo
158
CORRIERI
Da Sant' Antonio, scendendo giù per il paese che
segue il corso come di una interminabile scala, s'in
contra la modestissima chiesetta di Santa Croce, il
cui altare è decorato di alcune sculture quattrocen
tesche, e la chiesa di Santa Margherita dove si os
serva una tavoletta pur essa del '400, di carattere si
Paternò , Chiesa del Carmine
Madonna col Bambino
ciliano , rappresentante San Filippo, ed attribuita er
roneamente ad Antonello da Messina.
Fra le opere d'arte sono, inoltre, notevoli due co
dici pergamenacei del '4 e '500, posseduti dalla pic
cola biblioteca civica, cioè un psalterio della B. Ver
gine con annotazioni in francese, avente tre sole mi
niature superstiti : il giudizio di Salomone, l'Annun
ciazione, e il Crocifisso; ed un esemplare dell'opera
dello storico Giustino con bella miniatura nel fronte
spizio.
Ma la chiesa principale di Agira, cui cedon tutte
le altre, è quella di San Filippo, il celebre tauma
turgo, attorno a cui si son tessute tante leggende.
È una grande fabbrica, rimodernata nel '700, che
si pregia di un ricco coro dello stesso tempo, nel
quale ogni stallo è decorato a bassorilievo di una
scena riferentesi alla vita di San Filippo, opera di Ni
colò Bagnasco di Giovanni da Palermo; di tre tavole
facenti parte di un polittico del quattrocento con le
rappresentanze della Vergine col Bambino, di Sant'Eu
sebio e di San Luca (queste due ultime collocate
oggi disgraziatamente in un'edicola moderna tutta
inargentata che guasta l'effetto dell'opera d'arte), е
di qualche buona tela del tardo cinquecento, come
quella della cappella del Rosario rappresentante l'A
dorazione dei Magi.
Ma un capolavoro di scultura è nascosto nella sot
tostante cripta, dove finora è stata ritenuta quale opera
gaginesca una statua funebre in marmo lucido raffi
gurante il Santo Titolare che ha carattere, invece, del
tutto seicentesco. E tale capolavoro, ch'io notai con
indicibile sorpresa, è nascosto da un rozzo altare.
In una bella edicola, decorata all'intorno di teste
di angeli, sorge la figura di San Filippo a bassori
lievo, in sembianze giovanili bellissime con nascente
barbetta, in atto di sorreggere con la sinistra un vo
lume. Nella lastra, in alto, è inciso il nome: S. PHV.
Trattasi di un lavoro molto elegante e fine dei
primi del cinquecento, assolutamente sconosciuto, la
voro appartenente a quel primo periodo antonellesco
che è il più geniale e suggestivo. Il Di Marzo, che di
certo non vide mai Agira, si limita a notare un do
cumento che adesso per me è di un valore prezioso,
dal quale risulta che Antonello, con contratto del 1º
febbraio 1512, si obbligò ad eseguire per Agira una
imagine in marmo.' E l'imagine, secondo me, è ap
punto questa di San Filippo, tenuta nel più deplo
revole abbandono, e della quale intendo occuparmi
distesamente, affinché gli studiosi possano ancora una
volta conoscere a quale altezza, per opera di Anto
nello Gagini, sali la scultura siciliana nell' aureo Ri
nascimento.
1Cf. I Gagini.
Vol. I, pag. 266.
E. MAUCERI.
CRONACA
In Monaco nella galleria Helbing il 9 marzo si
sono vendute incisioni, miniature, disegni di antichi
e moderni maestri: parecchi fogli incisi di Stefano
della Bella, di Giorgio e Diana Ghisi ; disegni del
Pannini, di Federico Zuccari, ecc.
La collezione dei disegni e degli oggetti d'arte
che forni i materiali abbondantissimi del Glossaire
archéologique di Victor Gay, rimasto purtroppo alla
lettera G, è stata venduta a Parigi il 22 di marzo.
A Roma dal 14 al 22 aprile si terrà la vendita
delle collezioni di Gioacchino Ferroni. Tra le cose
notevoli indichiamo una Crocefissione assegnata alla
scuola di Niccolò Alunno, invece pittura toscana del
1430 circa ; il Battesimo del Palmezzano; la Pietà,
guasto dipinto di Carlo Crivelli ; una Madonna del
maestro detto delle Madonne di marmo; un'altra
Madonna di Luca della Robbia; un San Giovanni
Battista della scuola di Donatello.
A Parigi il salone degli artisti umoristi, che
sarà aperto nel palazzo di cristallo dal 25 aprile al
15 giugno conterrà tre sezioni retrospettive consacrate
al ritratto-caricatura del secolo xix, all'opera di Caran
d'Ache e a quella del tedesco Wilhelm Busch.
La Galleria Vaticana aumentata, riordinata ha
avuto solenne inaugurazione il 28 marzo. La quadreria
lateranense, i migliori quadretti del Museo cristiano,
le tele e le tavole che adornavano la camera papale
delle udienze sono stati riuniti ed esposti in modo
decoroso e degno. Dopo la morte del pittore Seitz,
che aveva chiamato a sè per consiglio ed aiuto il
Dr. prof. Pietro D'Achiardi, questi continuò il lavoro
di riordinamento, e lo compi in modo meritevole di
plauso. L'Arte darà nel prossimo fascicolo completo
rendiconto dell'opera lodata.
Alla Galleria Nazionale a Palazzo Corsini si è
aperta un'esposizione delle stampe di Marcantonio
Raimondi e della scuola, disposte con ordine ammi
revole dal direttore prof. Federico Hermanin.
Intorno alla Mostra d'arte retrospettiva da
tenersi a Roma nel 1911 si è discusso il 24 marzo
in Campidoglio, dalla Commissione eletta dal Muni
cipio di Roma, senza che sia stato presentato un di
segno pratico. Tra le idee esposte a questo riguardo,
la Tribuna, il 1° d'aprile, presenta quella della costru
zione d'un grande edificio, nel quale ogni regione
d'Italia concorra all'allestimento d'un gruppo d'am
bienti, ne' quali sia fatta rivivere una parte della casa
signorile italiana, coi caratteri <
e giunge sempre a risultati interessanti, spesso a determi
nazioni precise e probabili. Sono a esempio rivendicati quadri
a Bartolo di Fredi, Segna, A. e P. Lorenzetti, Paolo di G. Fei,
Pellegrino di Mariano, Guidoccio Cozzarelli, Francesco di
Giorgio, B. Peruzzi, D. Beccafumi, ecc.
55. MAVER (August L.), Die Spanischen Gemälde
im Museum der schönen Künste zu Budapest. (Monats
hefte für Kunstw. , a. I, pag. 517-522; Leipzig, 1908).
Opere di Pedro Sanchez, Ribera, Alonso Cano, Murillo,
Villacis, Zurbaran, Cabezalero, Goya. Molto italianizzante il
San Sebastiano, attribuito dal M. al Cabezalero, e dal cata
logo del Museo all' Espinosa.
56. VEINER (P.). Alcune opered'artepresso ilprin
cipe A. Dolgoruki a Pietroburgo. (Starije Godj; Pie
troburgo, 1908).
In forma molto poetica ed ammirativa, l'autore parla della
collezione costituita dal Dolgoruki per suo gusto personale.
Notevoli: una Pietà in terracotta di scuola padovana della
metà del '400, che il V. vorrebbe, senza ragione, avvicinare
a Donatello; una Madonna col Bambino di Mino (? ) non
riprodotta; un'altra attribuita al maestro delle Madonne di
marmo (? ) ; un puttino musicante di scuola robbiana. Inte
ressanti sono pure alcuni arazzi fiorentini del sec. XVI, e due
statuette francesi del xiv.
ENRICO BRUNELLI.
NOTA.- Perdare una risposta alla mia recensione pubblicata nelfascicolo passato de L'ARTE, il signor Laudedeo Testi
è stato costretto a comprare la quartapagina d'un giornaletto politico di Parma, « Il Giornale del Popolo » (18 marzo 1909),
poichè nessun gerente poteva rendersi responsabile delle sue ingiurie. Ognuno comprende da questo fatto la natura della
risposta. Il Testi vi si è scoperto; anche i più sottili veli storico-artistici sono caduti; ed è rimasto l'uomo. Al quale non
rispondo con un articolo, ma con una querela, che gli avvocati Alessandro Montani di Roma e Gustavo Ghidini di Parma
presenteranno a mio nome all'autorità giudiziaria.
LIONELLO VENTURI.
Per i lavori pubblicati ne L'ARTE sono riservati tutti i diritti di proprietà letteraria ed artistica
per l'Italia e per l'estero.
D. LIONELLO VENTURI, Proprietario e Redattore responsabile.
Roma, Tip. dell' Unione Coop. Editrice, via Federico Cesi, 45
1
IL FERRO'
L ferro, artisticamente e industrialmente, si presenta a
noi sotto aspetti differenti : il ferro fuso, il ferro battuto,
l'acciaio.
Il Ferro fuso non è che il minerale (ossido di ferro)
come esce dal fuoco. Il metallo in questo stato può es
sere gettato in uno stampo e si può dargli così molto
facilmente la forma desiderata. Ma il prodotto è grosso
lano; il ferro fuso è una materia mal docile che non segue
con bastante fedeltà i meandri dello stampo, che non
aderisce ben strettamente alle pareti. Il ferro fuso è privo
di finezza ; serve per far dei lavori un po' rozzi, alari, lastre
da camini, mortai, ecc.
Per dare al Ferro le qualità che gli mancano convien
martellarlo; è il martello che fa il ferro e gli dà nervosità e rigidità: non però quella resi
stenza che si può desiderare. Bisogna combinarlo con un po' di carbone, bisogna farne
Acciaio, per avere il metallo pieghevole e solido per eccellenza, il metallo della spada. Con
l'Acciaio si fanno le armature più resistenti e nello stesso tempo gli oggetti più delicati,
dei gioielli che rivaleggiano in finezza con quelli d'oro e d'argento. Ma l'acciaio non si lavora
agevolmente e si può dire che non fu adoperato che per fabbricare armi e gioielli.
La Ghisa, da non confondersi col Ferro fuso, non fu conosciuta che nel XVIII secolo,
da quando si cominciò a trattare il ferro col carbone fossile. Fin che il minerale fu trattato
colla legna non si ottenne che ferro fuso, ferro puro.
Questo è quanto ci mostra l'ammirevole collezione del Museo delle Arti decorative, che
la bella pubblicazione uscita dai laboratori Longuet ci permette di conoscere. Le serie di
ferro possedute dal Museo di Arti decorative provengono in gran parte dalla collezione
Le Secq des Tournelles. Cominciata dal Le Secq, pittore e incisore di merito, verso il 1860,
questa collezione fu continuata da suo figlio che ha voluto legarla al Museo, pubblicando in
collaborazione col signor Metmann, conservatore del Museo, il libro di cui è questione qui.
Questa collezione che noi crediamo senza rivali ci fornirà sull'arte del ferro notizie che
si cercherebbero invano nei libri e nei musei. Un indice delle materie, esattissimo, spiega
la provenienza, la dimensione e la natura d'ogni singolo oggetto : ferro fuso, ferro, acciaio.
Di più esso indica i modi di fabbricazione che sono assai numerosi, dal ferro battuto che
A proposito della pubblicazione del Museo d'Arte
decorativa di Parigi, uscita dai laboratori foto-meccanici
del sig. Longuet. Il volume consacrato al Ferro è stato
pubblicato dal sig. Metmann, conservatore del Museo
L'Arte, XII, 22.
e dal sig. Le Secq des Tournelles, donatore del Museo.
(Un volume in-folio con 130 tavole che riproducono
1485 oggetti).
170
MARCEL REYMOND
è il primo stato di questo metallo passiamo a tutte la varietà del ferro intagliato, cesellato,
ritorto, inciso, damaschinato, ecc.
In una collezione privata, per ricca che sia, non bisogna aspettarsi di trovare i grandi
lavori monumentali fatti per le chiese o per i palazzi : per necessità materiale essa non
Inferriata d'altare. Abbazia d'Ourscamps, sec. XIII
comprenderà che oggetti di piccole dimensioni. Dunque la collezione del Museo, per preziosa
che sia, non può non essere incompleta, nè può darci modo di studiare l'arte del ferro nel
suo complesso. Scorrendo questo libro non sarà da dimenticare che altrove, nelle nostre
cattedrali, sulle nostre piazze, esistono opere gigantesche cui il terro forni il materiale.
Basta pensare alle Pentures di Notre Dame de Paris, alle Inferriate della Cattedrale di Puy,
di Noyon, di Reims e Saint Denis, e, in tempi più recenti, alle Porte del Chateau de Maisons,
attualmente nella Galleria di Apollon, basta pensare alle Inferriate del Palazzo di Giustizia
a Parigi, a quelle di Jean Lamours a Nancy e a quelle che
il Slodtz disegnò per le cattedrali di Bourges e di Amiens.
Nè d'altra parte andremo a cercare nel Museo serie
troppo ingombranti che sono state lasciate pensatamente
da parte e che hanno il loro posto in altre collezioni,
come l'arte dell'armeria che è rappresentata nella collezione
solo da alcuni modelli di fucili a pietra e di spade. Fatte
queste restrizioni, si può dire che nel Museo, e nel libro
che lo fa conoscere, si troveranno modelli di tutti gli og
getti per i quali il ferro fu adoperato.
E il pregio di questo volume intanto apparirà più raro
Inferriata. Italia, sec. XV
in quanto non esistevano lavori preparatori. È una vera
rivelazione : percorrendo queste pagine l'interesse va cre
scendo ad ogni momento e si resta attoniti nel vedere
questo metallo sì umile, che sembrava non doversi pre
IL FERRO
stare che agli usi più modesti, creare opere dalle quali lo
spirito riceve i più vivi godimenti estetici. E fino ad oggi
nessun libro dava un'idea qualsiasi di questo regno, di questa
splendida sovranità, del ferro.
Diciamo subito che questa collezione è composta quasi
interamente di oggetti francesi : 1209 pezzi su 1485. Le altre
nazioni figurano : l'Italia con 81, la Gerinania con 53, l'In
ghilterra con 44, le Fiandre con 43, la Spagna con 42.
Da questa proporzione non è da trarre conclusione
alcuna sull'importanza dell'arte del ferro in ciascuno di
questi paesi. Ciò prova soltanto che la collezione si è com
posta sopra tutto in Francia. Non si potranno fare confronti
che quando gli altri paesi avranno pubblicato collezioni di
questa specie,
Se si studiano gli oggetti, non più per nazioni, ma per
età, si nota che nel Museo non c'è un oggetto anteriore al
secolo XIII. Vi sono 6 oggetti appartenenti al XIII secolo,
12 al XIV, 175 al XV, 234 al XVI. Il rimanente è del XVII
e soprattutto del XVIII.
171
Inferriata. Bourges, sec. XIV
Il ferro è stato utilizzato per tutti gli oggetti che richiedono resistenza, solidità. È il
metallo protettore per eccellenza, il metallo che chiude. Sotto la forma di inferriata alle
porte e alle finestre, attorno alle corti e ai giardini, esso difende le nostre abitazioni; e se
ne fanno i forzieri destinati a conservare i nostri oggetti più preziosi. Ma esso sa pure
Inferriata. Italia, sec. xV
piegarsi agli usi più differenti : esso trova un posticino dappertutto nelle nostre case. Per
correndo questo libro vedremo tutti i servizi che ha reso.
Gli oggetti più antichi appartengono alle serie delle serrature, cioè sono delle infer
riate ; una di esse è una perla della collezione, l'inferriata dell'altare della Badia d'Ourscamps,
magnifico esemplare di quest'arte del XIII secolo, che ha prodotto tante cose mirabili nelle
grandi cattedrali di Francia,
172
MARCEL REYMOND
Le tavole 2 e 3 comprendono tredici modelli di piccole inferriate, modelli rettangolari
o quadrilobati, appartenenti al XIV e al XV secolo, che sono di singolare bellezza. Otto di
questi modelli sono italiani e basta metterli a fronte con quelli francesi per accorgersi che
i fabbri italiani eguagliano in perizia e in gusto artistico i loro confratelli d'oltre Alpe.
Anzi in questa età c'è sì stretta somiglianza fra l'arte delle due nazioni che è impossibile
di non affermare come conclusione una stretta relazione fra di loro. È questa una nuova
e importante prova dell'unione dell' Europa cattolica durante il medio evo.
Due di queste inferriate italiane, i numeri 2 e 7, formate di quadrilobi tenuti fra loro
da anelli e che riuniti formano degli ottagonali da cui si dipartono quattro punte, si pos
Imposta. Bruxelles, sec. XVIII
sono riavvicinarsi a diversi motivi ben noti nell'arte italiana, ai cancelli che chiudono i
Monumenti degli Scaligeri a Verona, al cancello della porta della Cappella del Bigallo a
Firenze e delle Tombe Baroncelli a Santa Croce. Le due inferriate del Museo sono asse
gnate al XV secolo, ma io non so se, viste le analogie qui indicate, non occorra piut
tosto considerarle come appartenenti al XIV secolo. Nessuna delle inferriate francesi pub
blicate riproduce le loro forme che sembrano del tutto italiane.
L'esemplare n. 3, inferriata proveniente da Bourges, senza essere più bello delle due
italiane, lo uguaglia e lo sorpassa in finezza e leggerezza. Si compone di quadrilobi alter
namente rotondi e puntuti, riuniti da chiodi a testa tonda. È una magnificenza, ma sembra
di una finezza eccessiva e le inferriate italiane danno all'occhio una più completa soddisfa
zione per l'unione così giusta della leggerezza e della solidità.
Nel XV secolo se ne giudichiamo dal n. 13 che è italiano, l'arte si complica, va in
cerca di effetti più complessi, ma non riesce a far dimenticare l'attrattiva fatta di logica e
di semplicità del secolo precedente.
Battiporta. Parigi, sec. XVIII
174
MARCEL REYMOND
In Francia si produce la stessa evoluzione, ma l'adozione delle forme complicate che
l'arte del ferro prende in prestito all'architettura gotica, la complicazione delle forme a foglie
lanceolate dello stileflamboyant, non sembra segnare un progresso sulla purezza di stile
del XIII secolo.
Da cui noi passiamo al XVI secolo con un esemplare finissimo di arte spagnuola, che
colle sue curve, col suo fregio ornato di fiori, il suo frontone a tutto centro, sembra già
un lavoro francese del secolo XVII. Esso subisce certamente influenze italiane, e se è del
secolo XV deve riferirsi agli ultimi anni.
Se si attiene solo all'esame degli oggetti pubblicati in questo libro, sembrerebbe che
l'arte del ferro abbia subito in Francia una decadenza dalla fine del secolo XIII fino ai primi
anni del XVII secolo. Ma il XVII è splendido. Se ne può giudicare da una impostatura, di
un effetto magico e d'una forza maestosa, che proviene d'Amiens. Il XVIII secolo segue lo
Braccio di lampadario. Italia, sec. XVII
stesso stile, rendendolo però più delicato, più effeminato. Diversi davanzali e rampe di scale
sono mirabili campioni di quest'arte.
In questo momento, a giudicare da un vaso di fiori da cui si lanciano dei fusti leggeri
che viene da Venezia, l'arte italiana divenuta troppo gracile, sembra non avere più sangue
nelle vene.
L'ultimo campione dell'arte dell' inferriata, una impostatura che viene da Bruxelles, ma
affatto francese di stile, ci mostra quest'arte stupenda di Luigi XVI, che riunisce tutte le
finezze del genio francese e del genio italiano. Questo lavoro sembrerebbe anche più bello
e un po' meno vuoto, se alcune parti, a causa della loro fragilità, non si fossero spezzate.
Il ferro ebbe un terribile concorrente nel bronzo, che è più malleabile e offre alla fu
sione dei prodotti molto più fini, permettendo di intraprendere i lavori più delicati della
grande statuaria. In Italia, più che in Francia, il bronzo si sostitui di buon'ora al ferro,
specialmente nelle serrature. L'inferriata della Cappella della Cintola, nel Duomo di Prato,
è, si può dire, il tipo dell'arte italiana applicata alle serrature, mentre le inferriate di Nancy
sono il tipo dell'arte francese.
Le serrature non si compongono solamente di inferriate, ma anche di parti piene. Ci
furono delle porte di ferro, di portoni per le case, delle porticine per gli armadi. Di questo
genere di oggetti il Museo non espone che due piccole porte di Tabernacoli.
Quando la porta è di legno, il fabbro interviene egualmente per riunire con pezzi di
ferro le parti in legno, dando loro così coesione e solidità. In questi oggetti chiamati Pen
tures, l'arte francese ha prodotto nel secolo XIII i suoi grandi capolavori. La bellezza degli
oggetti del Museo che datano del XV secolo serve a mostrare che l'arte mantenne a lungo
IL FERRO
175
le sue mirabili tradizioni. Ma è essa un'arte del Medio evo, che s'indebolisce e scompare
quasi completamente nel secolo XVI.
Ci sono poi gli accessori delle serrature, i chiavistelli, le teste dei chiodi notevoli sopra
tutti in Ispagna, i martelli, ecc. I martelli sono stati sempre di quelli oggetti che il fabbro
ha più amorosamente ornati. Infatti è questa una delle parti più appariscenti della porta
e della casa, una parte che il visitatore deve toccare colle sue mani, che ha il tempo di
osservare e che, per conseguenza, non può essere trascurata. Fra gli oggetti del Museo
sono in special modo notevoli tre martelli del secolo XIV che rappresentano figure umane,
ciò che in Francia nell'arte del ferro è rarissimo. I numeri 24 e 25 rappresentano due figure,
Tostino. Italia, sec. XVII
probabilmente Adamo ed Eva. Altri martelli del XV secolo rappresentano delle donnole.
Poi il martello, invece di essere un semplice fusto, prende la forma di un anello, forma
adattatissima all'uso al quale deve servire e che resterà predominante fino ai nostri giorni.
La collezione è ricchissima in martelli del XVII e XVIII secolo. Il più bello è forse il n. 915
che è stato fatto a Parigi nel XVIII secolo e che rappresenta due fanciulli seduti su fogliami
e sostenenti uno stemma.
La toppa è un accessorio della serratura. Anzi, senza di esse, a vero dire, non c'è
buona chiusura. In questo caso l'arte del ferro per le sue qualità era un metallo sì ideale
che non è mai stato sostituito. L'arte del serrurier prese nel corso dei secoli una tale pre
ponderanza che il nome di Serrurerie ha finito nel linguaggio usuale col soppiantare la
parola Ferronerie, per indicare l'arte del ferro.
176
MARCEL REYMOND
I chiavistelli e le bocchette da serrature sono gli oggetti più numerosi che esistono
nel Museo. Tuttavia non c'è alcun chiavistello anteriore al XV secolo. Notevole è la com
plicazione che fu ben presto raggiunta dalle serrature. Questo è perchè ai periodi
di poca sicurezza corrispondono necessariamente serrature massiccie, resistenti,
difficili ad aprirsi. Nei paesi nei quali regna assoluta la sicurezza, la serratura
diminuisce di forza e va poco a poco disparendo. Io non so se esista nell'arte
un indizio più certo per valutare un maggiore o minor grado di civiltà. La feli
cità dei popoli è in ragione diretta della mancanza di serrature.
Fino alla metà del secolo XVI le forme conservano in Francia lo stile nazio
Forbici. Ita
lia, s. XVII
nale, ma verso la metà, sotto Enrico II, l'arte delle serrature, come tutte le
altre si modifica e assume forme italiane. Sono dapprima intrecci, traforati, poi
sullo scorcio del secolo, degli arabeschi e delle chimere. Nel secolo XVII le
toppe stesse si elevano allo stile grandioso e si coronano di colonne e di fron
toni. Il XVIII secolo segue un ritorno a forme più indipendenti e più graziosi.
L'evoluzione che si osserva è sempre la medesima ed è veramente una rara
sensazione estetica quella che si ha nel vedere idee identiche assumenti per
scopi differenti forme diverse sì, ma pur simili nella loro sostanza, in maniera
tale che l'arte del più modesto magnanano parla lo stesso linguaggio che quello
di un Michelangelo o di un Raffaello. Sotto il punto di vista puramente arti
stico, la serratura interessa soprattutto a cagione di un suo accessorio, la chiave.
Non esiste oggetto in ferro che sia stato più ricercato dai dilettanti. Del resto
in nessun'altra occasione l'arte del serrurier fece miglior prova di delicatezza
mirabile, perchè la chiave è un oggetto che uomini e donne portano con loro.
E così vedremo che la chiave, in principio di ferro frusto e pesante, diviene
sempre più leggiera, sempre più ornata, simile ad un gioiello per piacere alle
mani delle donne.
Nella collezione abbiamo due chiavi del XIII secolo e una del XIV, tutte tre ancora
rozze e senza pretesa di arte, ma a partire dal XV secolo l'anello si abbel
lisce e divien traforato con la delicatezza delle forme gotiche. Poi una magni
fica serie di chiavi del XVI secolo ci mostra quei graziosi motivi di chimere
che Benvenuto Cellini fece senza dubbio conoscere alla corte di Francia. Ma
nell'arte della chiave il secolo XVIII sembra essere stato in Francia il produttore
dei capolavori più perfetti. Bisogna che l'arte del serrurier abbia avuto in
quel momento un gran prestigio, perchè le toccasse l'onore di appassionare il
re stesso.
Se dopo aver veduto ciò che difende la casa, noi penetriamo nell'interno,
se esaminiamo il mobilio, ci troveremo dappertutto dinanzi all'arte del ferro.
Fermiamoci intanto ai cofani. Anche qui l'arte del ferro serve a proteggere
i nostri oggetti preziosi, come prima a protegger noi stessi nelle abitazioni.
Fra i cofani più pesanti è il n. 157, del secolo XIII, oggetto preziosissimo, nel
quale vediamo applicarsi all'arte del mobile lo stesso tipo di fusto a volute
che si adoperava per le grandi porte di chiese. Coi mezzi più semplici è stato
qui raggiunto un effetto artistico. Il n. 160, della fine del XIV secolo, non è
meno bello colla decorazione della sua grande rosa gotica. La serie dei cofani
gotici, con ornati à lancettes è di una grande importanza. Nel secolo XVI
troviamo una serie di cofanetti tutti di ferro con un tipo nuovo di ornamen
tazione. Invece degli oggetti resi necessari dalle forme dell'età precedente, il
cofano è tutto unito e la decorazione consiste in ornamenti finamente cesellati
Astuccio per
cera con tri
plo sigillo.
Italia, s. XVII
e in damaschinature. Anche in questo la serie del Museo è splendida. L'arte
italiana è rappresentata da due cofanetti che mostrano luminosamente come allora le novità
francesi venissero dall' Italia.
IL FERRO
Sarebbe necessario un lungo capitolo per tutto quello che concerne l'arte
lampadaria, per i candelabri, i candelieri, i viticci, le lumiere, le lucerne, le
lanterne. Il n. 704 è un bel campione di viticcio proveniente dall' Italia. E biso
gnerebbe anche parlare di quell'accessorio che è lo smoccolatoio.
In Francia, come in tutti i paesi freddi, noi troviamo una fabbricazione
che non esiste quasi in Italia e che dette origine a un gran numero di oggetti
in ferro, voglio parlare del caminetto. In fondo al caminetto c'è sempre voluto
una lastra di ferro per proteggere il muro dal fuoco. Qui, giacchè si tratta
di lastre stesse, per le quali non si richiede che la resistenza, il ferro fuso era
sufficiente e non vi è adoperato che questo a tal uso. Nel caminetto ci vogliono
gli alari, e questi alari furono sempre di ferro, fino al giorno in cui, per il
lusso di una ricca civiltà, furono sostituiti dal rame e perfino dall'argento.
Ma il lusso negli oggetti di ferro
diviene maggiore quando si passa
dalla cucina nella sala da pranzo o
Busto. Italia, sec. xvII
nel salotto. Per la tavola necessi
tano cucchiai, forchette, coltelli. Qui
non c'è oggetto anteriore al XVI se
colo. Ma dal regno deiValois in poi,
il lusso si estende a tutte le case dei
grandi signori, e un ammirevole gu
sto artistico è nelle loro suppellettili.
La bellezza dei servizi da tavola del
sec. XVI non è stata sorpassata, nep
pur nel XVIIe nel XVIII. Laforchetta
è stata introdotta in Francia altem
po delle guerre d' Italia. Prima d'al
lora nonesistevache iltrinciante, ma
non proprio la forchetta da tavola.
Potrei prolungare questo studio,
ma quel che ho detto basta per se
gnalare l'interesse delle collezioni
del Museo delle Arti decorative e
della pubblicazione che lo fa cono
scere. Tuttavia dopo aver parlato
della grande serie dell'arte del ferro,
vorrei poter parlare degli oggetti meno conosciuti, più rari e il cui insieme è una
delle più grandi attrattive della collezione Le Secq des Tournelles. Sono per
esempio strumenti di chirurgia e da dentista, dei macinini da spezie del XVII
secolo e un esemplare unico d'un tostino da caffè, che proviene dall'Italia: ven
gono poi gli oggetti i più svariati che servono agli usi più disparati, soprattutto
graziosi oggetti da toilettes femminili, scatolette, fermagli, forbici, astucci da for
bici, breloque, spole, scatole da confetti, esarcelle, agorai, pomi di bastoni e di om
brelli, sigilli, casse da orologio, dadi, ventagli, carnet da ballo e perfino tre busti dei
quali uno viene dall' Italia e gli altri due, non si crederebbe, dalla Germania. Infine
benchè l'arte dell'armeria sia stata esclusa per principio dalla collezione vi si
trovano alcuni esemplari di fucili a pietra e di spade della più peregrina bellezza.
177
Stecca
per busto.
Italia
sec. XVII
Salutiamo riconoscenti la pubblicazione d'un tal libro, composto veramente con spirito
tutto moderno. C'è una cosa che deve oggi sovrastare a tutti i nostri sforzi : riprodurre le
opere d'arte, metterle a disposizione del più gran numero di persone possibili e facilitare così
gli studi della critica avvenire, rialzando insieme il gusto del pubblico, gusto che non può for
marsi che nella contemplazione continuata dai capolavori dell'arte.
MARCEL REYMOND,
L'Arte. XII, 23.
IL MONUMENTO DI ANTONIO IL NIGRITA
IN SANTA MARIA MAGGIORE A ROMA
ELL'ANNO 1607 Alvaro re del Congo convertito al cristianesimo
dai missionarii cappuccini, inviò al pontefice Paolo V una so
lenne ambasceria, che giunse in Roma il 3 gennaio 1608. Ne
era a capo il negro Antonio, nobile personaggio della Corte del
Congo, il quale però non potè adempiere la sua missione, perchè
ammalatosi con forte febbre a causa delle fatiche del viaggio,
morì al Vaticano, ove era ospitato, nella notte del 6 gennaio.
Il giorno stesso, narra il diarista Paolo Alaleona, verso le ore 22,
il suo corpo fu trasportato processionalmente a Santa Maria
Maggiore, e in seguito gli si celebrarono solenni funerali. '
Per ricordare l'avvenimento della prestazione d'obbedienza
dell'ambasciatore negro, il papa aveva fatto coniare in prece
I
denza una medaglia di cui esistono tuttora parecchi esemplari: dal lato diritto vi si vede
l'effigie di Paolo V, a capo scoperto, con piviale ornato (PAVLVS V. P. M. A. III) ; nel
rovescio il papa in trono con piviale e tiara, tra due cardinali, in atto di benedire l'inviato
del Congo inginocchiato innanzi a lui (ET CONGV ADGNOSCIT PASTOREM SVV
A. MDCVIII). La medaglia resta così a testimoniare un fatto che in realtà non avvenne ;
ma una volta eseguita, non si credette di cambiarla.²
Il negro Antonio fu seppellito in Santa Maria Maggiore in un monumento che fu rin
novato ventun'anni più tardi, nel 1629, nell'occasione che un altro ambasciatore del Congo.
I
P. ALALEO, Diarium Pauli Papae Quinti a 1605
ad 1621.
<<>> alla Madonna scolpita in legno da Nino di Pisa,
per poterla, beninteso, vestire di busto e di gonna di broccato ; in Ancarano, invece, a edi
I
Archivio notarile di Ripatransone. Atti di Francesco di Vincenzo. (Condivi), Vol. I, foll. 319 v. 320 v.
SCULTORI E SCULTURE ABRUZZESI DEL SECOLO XV
185
ficazione del popolo, a sfregio di Dio e dell'arte, ha disfatto il gruppo: il Bambino che la
madre già adorava disteso sulle sue ginocchia, nella brutta sostituzione moderna si è distac
cato dal suo sguardo amoroso e le sta seduto in grembo. I
Ma date le due scuole che, come è stato ben rilevato, più han potuto su di Silvestro:
la fiorentina e la romana, giacchè, se da una parte egli pare seguace di Donatello, di
Fig. 2- Silvestro dell'Aquila: Madonna delle Grazie.
Teramo, Chiesa della Madonna delle Grazie
Desiderio da Settignano e di Luca della Robbia, dall'altra mostra di aver subito l'azione
degli scultori romani in genere, di Andrea Bregno in particolare; dagli elementi, quando
dell'una quando dell'altra scuola, predominanti nella scultura della Madonna di Teramo (fig. 2),
Il Prof. A. VENTURI nella Storiadell'Arte Italiana:
La scultura delQuattrocento, Hoepli editore, Milano,
1908, pag. 630, così ricorda questa statua : Una Ma
donna col Bambino, in legno, nella chiesa di Anca
L'Arte. XII, 24.
rano, in quel di Teramo, (1490), oggi sformata. Ma
secondo una tradizione locale, essa è una copia fatta
da un certo Acqua, mentre l'originale è andato per
duto.
186
VINCENZO BALZANO
data anche ad imitare al Gagliardelli, facile è il rendersi ragione d'una vecchia leggenda
che ne fa autore il nostro Silvestro.
L'arte dell'Aquilano era non solamente apprezzata in patria ma in tutto l'Abruzzo, ed
in tal grado che, anche dopo morto, vennero ordinate imitazioni delle sue opere.
La leggenda, per altro, è la storia del popolo; chi sa leggervi entro ne tira sempre
qualche buona notizia, o almeno qualche argomento a ben confermare la verità di un'asser
zione. Insomma in siffatte narrazioni la stranezza sta nella forma e la verità nel concetto;
or potremo noi spregiare un frutto dolcissimo sol perchè abbia ruvida la buccia ?
Nella continua oscillazione presente d'opere che pas
sano da un artefice ad un altro, senza riposo, le leggende
locali rappresentano almeno la tradizione, alla quale spesso,
dopo molte divagazioni, si torna.
Non spiaccia dunque apprendere che un giorno, se
condo la tradizione locale, San Giovanni da Capestrano
prese nella città di Aquila una mula, le caricò la predetta
statua, e, messasela avanti, la seguitò a piedi su per le
montagne del Gran Sasso, pei viottoli che conducevano
a Teramo. Nei pressi di quest'ultima città, dove la strada
era su un rialto, sur un ciglione, la mula mise una zampa
in fallo, e precipitò giù nel Tordino. Ma gli angeli res
sero la statua che non soffri alcun danno.
La punta della ripa era un masso nudo ed acuto, che
presto, in grazia dell'avvenimento, fu coronato da una
bella edicola di Nostra Donna, o cona, che su 'l declinare
dello scorso secolo venne chiusa dentro una chiesetta,
della quale è rimasta abside e a cui ha dato il nome.
Questa è la leggenda: ma l'arte di Silvestro ha carat
teri che facilmente la distinguono da quella d'altri scultori
contemporanei: e l'esatto confronto della Madonna delle
Grazie di Teramo colle altre opere certe di lui, mi pare
non lasci dubbio ch'egli ne sia l'autore. Che se gli stessi
caratteri, e alcuni di essi si ritrovano in altre statue, per
esempio in Santa Maria di Mater Domini e nella Madonna
di Collemaggio, queste sono però d'età posteriore, e risen
tono in qualche parte dell'imitazione da Silvestro ; ma,
verso la fine del secolo XV, una statua in cui, oltre al giudizio degli occhi, i caratteri della
sua arte si riscontrano tutti, non può essere che sua.
Fig. 3 Giovanni di Blasuccio:
Santa Maria de' Lumi.
Civitella del Tronto,
Convento di Santa Maria de' Lumi
Già sappiamo pure dal contratto tra Silvestro e i cittadini dell'università di Ancarano
per la esecuzione della statua di legno, rappresentante la Vergine col Bambino, per il prezzo
di ducati cinquantaquattro, che la statua doveva essere simile a quella fatta da Giovanni
Blasuccio nel castello di Civitella, sotto il titolo di Santa Maria dei lumi.
Come? (inter
romperebbe qualcuno) come? Per magistrum Iohannem blasutij significa: fatta da maestro
Giovanni di Blasuccio, e non piuttosto, per commissione del medesimo a Silvestro di Gia
como di Sulmona? Mi sembra oziosa la risposta, sebbene potrei sbrigarmi col citare l'au
torità del D'Azeglio e del, Forcellini.
Aggiungo, invece, che questa Madonna (fig. 3) esiste ancora nel convento omonimo,
fuori Civitella del Tronto, dirimpetto alla porta che guarda il mare ; e io ne ricordo la gio
conda apparizione alla mia veduta estasiata, alla luce d'uno splendido pomeriggio d'agosto,
che si rifrangeva nelle vetrate della chiesa deserta e illuminava il manto d'oro, ancora
intatto e fulgido, intorno alle vaghe forme della Vergine seduta in trono, le belle mani
composte nello stesso gesto di quelle di Silvestro. Perchè ben rara cosa è rinvenire una
SCULTORI E SCULTURE ABRUZZESI DEL SECOLO XV
187
scultura quattrocentesca che, trovatasi in condizioni eccezionalmente propizie alla conserva
zione, appaia oggi nell'insieme così fresca e quasi incolume da restauri e rifacimenti. Lo
stesso per esempio non può dirsi della simile statua della Madonna (fig. 4) che, sotto lo
stesso titolo, si venera nella chiesa collegiata della limitrofa Campli, e che fu ristaurata,
come si legge in un lato della base, nel MDXCV, ma non sì che non ne rimanga una
Fig. 4-Giovanni di Blasuccio: Santa Maria de' Lumi.
Campli, Chiesa Collegiata
affinità di forma e una somiglianza d'ispirazione notevolissima, la quale fa attribuire anche
quest'opera a Giovanni di Blasuccio. Prove storiche dirette non ve ne sono, ma una ce n'è
indiretta che non manca però di valore. Nell'altro lato della base si legge ancora la data
MCCCCXCV.
Al numero dei rinomati scultori abruzzesi, che mostrano di aver avuto col noto Silvestro
più stretta parentela, oltre Giovan Francesco Gagliardelli, dobbiamo dunque aggiungere
Giovanni di Blasuccio e Paolo dell'Aquila, che nel 1475 eseguì una Madonna simile a quelle
suindicate, per la chiesa di Civitaquana, lasciandovi l'iscrizione : OPVS PAVLI AQVILANI
MCCCCLXXV, letta dal mio amico Salvatore Rubini.
Teramo, 10 febbraio 1909.
VINCENZO BALZANO.
STUDII SULL'ARTE UMBRA DEL'400
RA l'arte senese e l'arte umbra, ligie alle tradizioni, entrambe poco
animate di vita nuova, fu una stretta parentela nel '400 ; e la senese,
che aveva dominato l'Umbria nel secolo precedente, continuò a
signoreggiarla sino a quando non apparve Pier della Pieve, maestro
e donno della regione. Prima che questi giungesse di Toscana, a
scuotere il letargo de' pittori conterranei, essi si accorsero appena
del semplice Benozzo Gozzoli, che loro apportò tradotta in prosa
volgare la ispirata poesia dell' Angelico; e invano gli scrittori,
per spiegare la grandezza dell'arte umbra, al tramontare del '400,
ne cercarono e ne videro, o meglio credettero di vederne, la fioritura
lungo il secolo, nelle vecchie badie ferventi, sulle falde delle verdi colline. Altri cercarono,
e si persuasero d'aver trovato, grandi artisti cristiani, in quelle città umbre piene di memorie
religiose e agguerrite da reliquie di Santi, in quella regione signoreggiata a oriente dalla
mistica Assisi. Eppure la derivazione delle forme pittoriche umbre, il loro carattere, il loro
svolgimento è differente da quanto in generale si è supposto; e la misura di quelle forme,
a paragone d'altre fiorite in Italia ad un tempo stesso, ancora indeterminato.
Passiamo in rapida rassegna i maestri precedenti Fiorenzo di Lorenzo, i quali fiorirono
verso la metà del secolo xv. È ammesso che nel tempo anteriore l'arte umbra fu soggetta
alla senese, ma con Giovanni Boccati da Camerino s'inizia, secondo Siegfried Weber,' l'avvi
cinamento all'arte fiorentina, si disegna l'influsso di Beato Angelico, di Piero della Fran
cesca, di Filippo Lippi, di Domenico Veneziano. Anche il Berenson crede Giovanni Boccati
scolaro di Lorenzo da Sanseverino il vecchio, e sotto l'influsso di Pier della Francesca, e
2
Crowe e Cavalcaselle ' gli fecero subire quello delle scuole senese, umbra e fiorentina. A noi
sembra che ne subisce principalmente uno solo, quello di Domenico Di Bartolo senese, il quale
lasciò nel 1438 a Perugia il polittico, ora nella galleria civica, con figure con le solite chiome
a chiocciolette, le vesti come di pasta, e con la mancanza abituale di proporzioni, come
dimostra la monachella committente dal corpo lungo lungo a cono terminato da una testina
di pupattola. Tutti i difetti d'ordine che sono in questo quadro, già nel convento di Santa
Giuliana in Perugia, si riversano sulla Madonna del pergolato (fig. 1) che Giovanni Boccati
eseguì per la Confraternita dei Disciplinati in San Domenico (a. 1447), ora nella pinacoteca
perugina. Giovanni Boccati sembra un ragazzetto che si sia provato, secondo le regole rice
vute dalla grammatica di Prisciano, a fare il suo compito, a dipingere i serafini, come fan
ciulli sui banchi d'una scuola, la Vergine come una bimba in veste lunga che fa la mam
Fiorenzo di Lorenzo. Eine Kunsthistorische Studie
von Dr. SIEGFRIED Weber, Strassburg, J. H. Ed.
Heitz, 1904.
2The central Italian Painters of the Renaissance,
New York-London, 1907.
3 Storia dellapittura in Italia, vol. IX, Firenze, 1902.
STUDII SULL'ARTE UMBRA DEL '400
189
mina, i Santi patroni ingenui infantili, gli Angioli, come piccole marionette dal collo lungo,
dalle boccuccie aperte, dai capelli a riccioli, tutti savî, obbedienti, composti a dovere. Nella
predella, nelle piccole figure rappresentanti l'Arresto, l'Andata al Calvario, la Crocefissione,
le forme sono fatte come a fasci di paglia sui quali son collocate teste dai grandi occhi,
dai grandi zigomi, dalle piccole bocche. Evidentemente non conveniva per così poco cercare
influssi così grandi e così estesi. Che Domenico di Bartolo sia stato sufficiente a determi
nare quelle forme di Giovanni Boccati si può anche vedere nella persistenza delle forme
Fig. I Giovanni Boccati da Camerino : Madonna della Pergola.
Perugia, Galleria Civica
stesse in Girolamo Boccati, quantunque Girolamo, come bene dimostrò il Berenson (Ras
segna d'Arte, 1907) si congiunga anche all'arte settentrionale. Si confronti la Madonna di
Domenico di Bartolo nella galleria di Siena e l'altra di Girolamo di Giovanni Boccati pure di
Camerino, nella parrocchia di San Martino a Monte San Martino nelle Marche (fig. 2), eseguita
nell'anno 1472 ; ¹ e si vedrà come sian rimaste in fondo all'arte di Boccati le reminiscenze di
Domenico di Bartolo. Si noti anche che di Giovanni Boccati, oltre l'ancona citata, sono altri tre
dipinti (nn. 19, 21, 24) nella pinacoteca perugina, ed una Pietà con la data del 1479, ne' quali
è qualche analogia alle forme prime di lui, ma inoltre un senso d'ordine, una struttura più
determinata, una bellezza coloristica (ad eccezione del n. 24 che si approssima alla Madonna
del pergolato) che il quadro del 1447 non lascierebbe mai supporre nell'artista. Vedasi uno
dei tre quadri, quello della Vergine sotto una edicola tutta attorniata d'angeli (fig. 3) ; questi
ricordano subito un altro maestro senese, Lorenzo di Pietro il Vecchietta, e gli angioli
intorno all'Assunta nel trittico della cattedrale di Pienza. Il senese che insegnò a
Benvenuto di Giovanni, a Francesco di Giorgio e a Neroccio non fu senz'influsso sul
pittore di quel quadro e negli altri due simili di fattura, tutti ascritti a Giovanni Boc
Anche un altro quadro di Girolamo Boccati po
teva riconoscersi nella collezione Newin a Roma: è
quello che B. Feliciangieli, nel suo ottimo scritto sulle
Opere ignorate di Giovanni Boccati (Ascoli-Piceno,
1906) attribui a quest'artista, indicandolo col numero 8
del suo elenco,
190
ADOLFO VENTURI
cati. Il polittico di questi a Belforte sul Chienti dà ragione della attribuzione, ma convien
dire che, dalle forme senz'ossa del dipinto eseguito per i Disciplinati di San Domenico di
Perugia, egli fosse passato vent'anni dopo, ad altre più ragionevoli e salde, e pur restando
osservante ai modelli di Domenico di Bartolo, si conformasse a esempi di pittori senesi più
Fig. 2-Girolamo di Giovanni Boccati: Particolare di ancona d'altare.
Monte San Martino nelle Marche, Parrocchia di San Martino
freschi e più nuovi, come Lorenzo di Pietro, detto il Vecchietta. E a questa conclusione
si deve addivenire quando insieme con le tavole indicate si considerino la Madonna delle
lacrime in Santa Maria di Seppio, presso Camerino, del 1466, che ha tanti riscontri con
la Madonna citata nella pinacoteca di Perugia (fig. 3), e l'altro della raccolta Berenson.
Insomma non Filippo Lippi, come vollero il Wingeroth ' e il Broussolle, non Benozzo Goz
2
' MAX WINGENROTH, DieJugendwerke des Benozzo
Gozzoli, Heidelberg, 1897.
2 Abbé Broussolle, La jeunesse de Perugin et les
origines de l'École ombrienne, Paris, 1901.
STUDII SULL'ARTE UMBRA DEL '400
191
zoli, come notarono Crowe e Cavalcaselle ' ed altri, non Piero della Francesca e non Gen
tile da Fabriano e non Domenico Veneziano ebbero l'influsso sul maestro di Camerino, che
fu ligio all'arte di Domenico di Bartolo, ripetendo perfino i tipi de' fanciulli che vediamo
negli affreschi di questo pittore a Siena nell'infermeria detta del Pellegrinaio, nello spedale
di Santa Maria della Scala. Egli vi aggiunse di suo un sentimento della dolcezza e dell'in
genuità infantili, il giuoco festosetto delle forme e de' colori. Nè possiamo in alcun modo
Fig. 3- Giovanni Boccati da Camerino : Madonna dell' Orchestra.
Perugia, Galleria Civica
connettere Giovanni Boccati con Lorenzo da Sanseverino il vecchio, che a Urbino, nella
chiesa di San Giovanni, s'ispira a miniature francesi, e procede con forme in gran parte
arcaistiche e con metodi gotici e diversi.
A Giovanni Boccati si notò simigliante Matteo da Gualdo, ma, se pure qualche simi
glianza si riuscirà a trovare tra essi, si dovrà riconoscere che alla fin fine si trova solo in
una derivazione comune della maniera dei due pittori dell'arte senese. Proprio a Gualdo,
nella collezione comunale, c'è un dipinto di Sano di Pietro (fig. 4) che può far compren
dere da qual parte arrivassero gli esemplari a Matteo di Gualdo. Quando quel dipinto fu
esposto a Perugia alcuni anni fa si ebbe qualche dubbio sulla sua appartenenza a Sano di
Pietro, s'inclinò anzi a trovarvi qualche segno proprio di Matteo da Gualdo ; ma sarebbe
I
Op. cit. , pag. 94 e seg.
GIORGIO BERNARDINI, Matteodi Pietro da Gualdo,
Perugia, 1907.
192
ADOLFO VENTURI
bastato di confrontare questa pittura con le altre dello stesso soggetto di Sano di Pietro,
con la parte mediana del trittico della Accademia di Siena (n. 269) rappresentante l'Inco
ronazione, e con l'affresco del Palazzo Pubblico di Siena, per accorgerci che il quadro di
Gualdo provenne dalla bottega di Sano di Pietro senese. La corrispondenza della compo
sizione e degli atteggiamenti è tale che, quando si dubitasse ancora della appartenenza
della tavola a Sano di Pietro, si dovrebbe però ammettere che il motivo più volte da questi
adottato nel rappresentare la Incoronazione, fu copiato nella tavola di Gualdo Tadino. Oltre
le stesse attitudini del Redentore e della Vergine e degli Angioli, e la identità della loro
posizione e del drappeggio delle vestimenta, c'è da osservare quel fedele ginocchioni a
sinistra, uguale ad un altro fedele figurato in ginocchio sul polittico dell'Accademia di
Siena (n. 246) di Sano di Pietro medesimo. Il quadro dell' Incoronazione di Gualdo è un
segno, ripetiamo, della corrente d'arte senese giunta a quel luogo e affluita nell'arte di
DASI
Fig. 4-Sano di Pietro: Incoronazione della Vergine.
Gualdo Tadino, Raccolta municipale
Matteo, come si può vedere nell'affresco dell'Oratorio de' Pellegrini ad Assisi (fig. 5), dove
il pittore mostra, benchè in grado minore d'altre opere sue, il difetto di accostar gli occhi
stranamente e di restringer le teste e i corpi in un modo inverosimile. Per tale difetto si
è notato in Matteo l'evidente influsso di Giovanni di Paolo senese, di cui tuttavia non ha
le esagerate contorsioni, il goticismo accentuato. Quello strano squadro di proporzioni fu
proprio a Matteo da Gualdo, che ridusse in quelle sue forme le più ampie di Sano di
Pietro; e qualche volta (esempio i santi Giacomo e Antonio abate dipinti ai lati della Madonna
in trono dell'Oratorio dei Pellegrini) anche mantenne con le proporzioni i tipi del maestro
senese.
Niccolò Alunno, altro maestro che occupa un posto importante tra i maestri dell'Umbria,
si evolve con forme e modi simili a quelli di Matteo di Giovanni di Borgo San Sepolcro,
ritenuto come il miglior pittore senese del tempo : poco ricorda Benozzo Gozzoli, che lavorò
presso Foligno, a Montefalco, mentre lo ricordò umilmente un suo compaesano, Pietro
DANESIROMA
Fig. 5- Matteo da Gualdo: Affresco. Assisi, Oratorio de' Pellegrini
Fig. 6 Niccolò di Liberatore, detto l'Alunno :
Martirio di San Bartolomeo.
Foligno (presso), Chiesa di San Bartolomeo
L'Arte. XII, 25.
194
ADOLFO VENTURI
Antonio Mezzastris, compagno a Matteo da Gualdo nell'opera di decorazione dell'Oratorio
de' Pellegrini ad Assisi. Ma troppo gran posto si assegna nello sviluppo dell'arte umbra a
Niccolò Alunno, che rade volte riesce a dire qualcosa in quelle sue rassegne o dimostra
zioni o prediche religiose fatte coi colori. Vedasi nel Martirio di San Bartolomeo (fig. 6),
esistente nella chiesa di questo nome presso Foligno, di quali mezzi si serva l'artista: i mani
goldi, il duce a cavallo hanno capelli irti, come raffi di ferro; nel manigoldo, a destra, che
tiene tra i denti un coltellaccio, i capelli forman corna, così da farlo parere un demone. A
sinistra della scena, gli alabardieri stretti nelle maglie sembran messi là a fare da spau
racchio. Tutti a destra sono distratti, e invano uno più avanti degli altri si sforza a richia
mare sulla scena del martirio l'attenzione di uno che gli sta appresso, di un giovane che
seguita a occhieggiare gli spettatori o le spettatrici. Trattavasi per Niccolò Alunno di rap
presentare una scena che colpisse l'immaginazione popolare; e dovevano essere figurati i ma
nigoldi con ceffi diabolici, i soldati come canaglia, il capitano delle guardie come un feroce
assetato di sangue, il martire con gli occhi appuntati in alto per gli spasimi atroci. Tutte le
forme delle figure sono eguali, e si differenziano solo per le teste; ma le gambe e le braccia
sono tornite ugualmente, sono sempre le stesse; e le teste talvolta sono slogate o mal pian
tate sulle spalle, così che il dorso sembra il petto, il che si vede nell'alabardiere a sinistra e
in molti altri quadri di Niccolò Alunno. Non da Benozzo Gozzoli potevano essere scaturite
quelle forme, che hanno tanti riscontri con le senesi di Matteo da Giovanni, e non di Toscana ;
ma dai Veneti, che disseminarono nelle Marche l'arte loro, derivarono la loro forma quelle
pale d'altare a caselle, con pinacoli e pilieri di gotico fiorito.
C'è stato in tutti gli studiosi dell'arte umbra uno studio costante di allacciarla, di an
nodarla alla fiorentina; e come si vide Niccolò Alunno derivante in troppa gran parte da
Benozzo, così si vide il perugino Benedetto Bonfigli disceso per arte da Domenico Vene
ziano e da Piero della Francesca. Domenico Veneziano lavorò, a quanto pare, in casa Ba
glioni a Perugia nel 1438, quando il Bonfigli era con tutta probabilità appena adolescente;
Piero lasciò un quadro a Perugia, quello delle monache di Sant'Antonio, ora nella Galleria
DANESIPOMA
Fig. 7 Benedetto Bonfigli: Affresco della vita di Sant' Ercolano. Perugia, Palazzo comunale
STUDII SULL'ARTE UMBRA DEL '400 195
cittadina, il quale poco dimostra ch'egli vi abbia lavorato attorno, tanto il colorito è grosso
e torbido, il disegno manchevole nelle figure corte di gambe, e nelle mani grosse e dalle
dita torte. Nulla, a nostro avviso, il Bonfigli trasse da questi due maestri, come può affer
marsi vedendo gli affreschi da lui eseguiti nel palazzo del Comune, coi soggetti della vita
de' vescovi Ludovico e Ercolano. Egli si provò a raccontare le sacre leggende, cadendo
però in forme volgari, esagerate e grottesche; e anche quando giunse ad alcuna determi
nazione nel carattere delle teste de' suoi personaggi, si mostrò troppo stretto dalle conven.
zioni nel segnare i capelli a grandi ciocche, come a manipoli di stoppa, le vesti a cannel
loni, i busti cortissimi stretti da cinture. Le figure s'affollano sugli edifici addensati del
fondo, senza che siano determinate le distanze di quelle da questi; e nonostante qualche
esattezza di particolari e il tentativo di effetti prospettici, le composizioni non si svolgono
con linee chiare, con raggruppamenti meditati. Nella figura di Totila colossale (fig. 7), come
DANEST
Fig. 8 Neroccio e Francesco di Giorgio Martini :
Particolare del quadro della Nascita di San Bernardino.
Perugia , Galleria Civica
un idolone nel trono, l'artista cade in una convenzione di grandezza, quale troviamo nelle
rappresentazioni della Strage degli Innocenti di Matteo di Giovanni senese nei quadri del
l'Accademia di Siena e della galleria di Napoli.
Questo riscontro ci fa pensare come il Bonfigli, pure attenendosi all'arte locale, richia
mando qualche volta il Boccati, rimanga nell'orbita dell'influsso senese, il quale si esercitò
costantemente nell'Umbria sino a che non giunse Pietro Perugino, apportatore della gran
luce dell'arte d'Arezzo e di Firenze.
196
ADOLFO VENTURI
Più che l'influsso, si nota l'ingerenza senese nella serie dei famosi quadretti della vita
di San Bernardino nella galleria perugina, attribuiti anticamente al Pisanello, poi al Bonfigli
e a Fiorenzo di Lorenzo. Un particolare del quadretto della Nascita di San Bernardino
(fig. 8) può essere messo a confronto con un altro della predella esistente agli Uffizi (fig. 9),
attribuita da Crowe e Cavalcaselle e dal Morelli a Francesco di Giorgio Martini senese,
rivendicata dal Jacobsen a Neroccio di Bartolomeo Landi. Ci troviamo davanti le stesse
figure atteggiate in modi diversi, gli stessi attori che agiscono nella rappresentazione della
vita di San Bernardino e di San Benedetto. L'inizio dunque della serie delle tavolette rap
presentanti i fatti di quel santo è opera di Neroccio senese, coadiuvato, a quanto pare,
DANESIS
Fig. 9-Neroccio e Francesco di Giorgio Martini :
Particolare di una predella.
Firenze, Galleria degli Uffizi
nel disegno delle architetture dal suo compagno di bottega, Francesco di Giorgio Martini.
Della stessa mano di Neroccio è un altro quadretto della serie, il numero 9, nel quale si
rappresenta il miracolo operato dal Santo su di una donna sterile. Le architetture, piut
tosto che riproduzioni di edifici esistenti, sono dei modelli disegnati e coloriti da un archi
tetto finissimo, da Francesco di Giorgio Martini; le figure delle due tavole sono di Ne
roccio, suo compagno di bottega, dal quale si divise nel 1475. Tutte le altre tavolette
sembrano state preparate ne' fondi, disegnate dai due maestri, eseguite poi, più tardi, da
uno scolaro di Niccolò Alunno (i nn. 3 e 4) e da Fiorenzo di Lorenzo (i nn. 5, 6, 7, 8).
Visto così come l'arte senese continuasse il suo predominio nell'Umbria, studiamo Fio.
renzo di Lorenzo nelle sue opere prime. Nacque questo pittore nel 1446, e vuolsi che nel 1463
sia stato matricolato all'Arte. La data non è certa, perchè, nella matricola de' pittori, in
cui si legge il nome di Fiorenzo di Lorenzo, sono scritti diversi nomi in diverso tempo,
come per la varietà della calligrafia si può riconoscere. Di mano in mano che i pittori del
rione, o, come dicevasi a Perugia, della porta di Santa Susanna s'inscrivevano nell'Arte, il
loro nome era messo nell'elenco dopo gli altri già inscritti in precedenza. E così dopo
Johannes Sancti bartoli sta quello di « Fiorenço de lorenço ». Or quando veniva meno uno
degli artisti segnati nella matricola, si usava di mettere prima o dopo il nome una croce,
con l'indicazione dell'anno della morte, oppure si scriveva « mortus est ». Di contro al nome
del pittore, « Johannes Sancti bartoli », immediatamente anteriore a quello di Fiorenzo di Lo
renzo, è la croce e l'anno 1463. Quindi non si può dedurre che Fiorenzo di Lorenzo fosse
STUDII SULL'ARTE UMBRA DEL '400
197
inscritto in quest'anno, a diciassette anni d'età. Però in seguito, di contro a un altro pit
tore, è la data del 1469; e si può ritenere che tra il 1463 e il '69 Fiorenzo di Lorenzo sia
stato matricolato. Ci siamo trattenuti su questo particolare, per mostrare come non sia
troppo fondata l'idea che si ha della grande precocità dell'artista, il quale esordisce col
quadro della galleria di Perugia (fig. 10), che comprende nel mezzo la Madonna col Bam
bino assistita da due angioli e adorata da due confratelli della Giustizia ; nei lati i SS. Mus
siola, Andrea Apostolo, Pietro Apostolo e Francesco d'Assisi; nella predella, la Pietà, i due
confratelli, i SS. Bernardino da Siena, Giovan Battista, Girolamo, Sebastiano. In questo quadro
Fig. 10 Fiorenzo di Lorenzo : Ancona della Confraternita della Giustizia. Perugia, Pinacoteca Civica
Fiorenzo di Lorenzo, schiettamente umbro, ha assimilato forme dell'Alunno, di cui serba tipi
con le consuete smorfie, ed altre del Bonfigli, del quale mantiene le vestimenta dure, me
talliche, e il modo di stringere, come di legare i corpi umani, specialmente le giunture. Si
vedono già i segni abituali dell'artista nelle dita delle mani aperte, come prese da crampi,
e col pollice distaccato fortemente dalle altre dita; nelle orecchie faunesche; in tutti i linea
menti gonfi.
Questo dipinto in cui le forme apprese da Fiorenzo di Lorenzo sono modificate, ela
borate, e rese migliori non può essere un'opera del tutto primitiva, essendo in essa mani
festi i caratteri individuali di Fiorenzo di Lorenzo. Probabilmente il maestro avrebbe dimo
strato prima più chiari, più diretti i suoi addentellati vuoi con l'Alunno, vuoi col Bon
figli. C'è del resto un'altra pittura, il trittico della National Gallery di Londra, che concorre
a persuaderci che Fiorenzo di Lorenzo nel quadro descritto aveva già raggiunto forme pro
prie, e già si era formata una convenzione particolare di forme. Rivediamo nel trittico
l'aspetto della Madonna di Perugia, degli angioli di qua e di là dal trono, dei Santi dalle
barbe a fili di ferro radiate; ritroviamo nel San Bartolomeo il manto girato sotto il ventre,
come nel San Pietro dell'ancona di Perugia, e calcato sul grosso e tondo ginocchio sinistro;
198
ADOLFO VENTURI
le stesse tonache scanalate ne' SS. Francesco e Bernardino, come nei due committenti del
quadro perugino.
Ci sarà permessa quindi l'ipotesi che Fiorenzo di Lorenzo avesse raggiunto quel grado
d'arte, quando l'anno 1475 Pietro Perugino, nato a Città della Pieve nel 1446, della stessa
età di lui, ricevette l'allogazione di alcune pitture per il Palazzo pubblico di Perugia.
Acontraddire quest'ipotesi si può richiamare il documento dell'incarico dato a Fiorenzo
di Lorenzo nel 1472 per la pittura d'un'ancona, da mettersi sull'altar maggiore della chiesa
di Santa Maria Nuova di Perugia. In quell'ancona la maniera di Fiorenzo è differente da
quella dei due quadri citati: dunque, si dirà, già in età giovanile Fiorenzo abbandonò la
maniera dei pittori locali da lui accolta e migliorata, e mutò grandemente le sue forme.
Ma esaminiamo bene i documenti: nel consiglio de' Priori e Camerlenghi delle arti della
città di Perugia si statuì il 13 maggio 1472 che la tavola dell'altare della chiesa di Santa
Maria Nuova di Perugia fosse dipinta da uno o più maestri esperti della città e non da
forestieri. Tale decreto ebbe conferma il 2 novembre 1472, e la tavola doveva essere dipinta
< (anni an
dati) ha voluto fare rivivere una parte di queste re
liquie, ed ha scelto le opere pittoriche, limitando la
raccolta, causa la ristrettezza del tempo, a Pietroburgo
e a suoi dintorni.
Disgraziatamente si èdovuto, per ragioni del tutto
private, come l'assenza o la malattia dei proprietari,
rinunciare a fare la scelta in alcune bellissime colle
zioni, tra le altre in quelle di M. Séménoff-Tianschan
sky, nelle due dei conti Stroganoff, e nella più bella
parte dell'antica galleria dei duchi di Leuchtenberg.
Speriamo tuttavia che una prossima esposizione saprà
riunire i gioielli di queste collezioni, a quelli che si
saranno potuti trovare da oggi in poi.
Questa volta abbiamo esposti quasi 500 quadri di
tutte le scuole, ancora sconosciuti al pubblico; quanto
al tempo ci siamo fermati ai primi del XIX secolo e
solo la scuola russa è stata rappresentata fino al 1850,
pure escludendone tutte le opere già esposte.
Debbo qui ricordare che in Russia ci sono state
soltanto tre esposizioni retrospettive; una s'occupò di
oggetti d'arte e le altre due di ritratti, poichè la pit
tura russa nei primordi della sua libertà si è appunto
manifestata per mezzo di ritrattisti.
Perciò la sezione russa della nostra esposizione ha
racchiuso soltanto opere ritrovate o identificate ulti
mamente.
Citerò fra le più belle: il ritratto di uno scono
sciuto del Levitzky (1735-1822): con una notevole
maestria l'artista ha saputo dare un dolce splendore
al satin bleu della veste da camera che avvolge il
cortigiano elegante e dare al suo volto imbellettato
l'impronta d'un grazioso abbandono all'ozio.
Diversi altri ritratti di questo stesso artista sono
meno riusciti e sono stati eseguiti sullo scorcio della
sua vita gloriosa emulata soltanto dall'altro artista
rappresentativo di quel tempo, Borovikoffsky (1757
1825).
Questi principiò sotto la scuola di J. B. Lampi,
l'austriaco in quegli anni in voga; poi seppe sorpas
sare il maestro e dare alla sua pittura un carattere
personale dal quale si scorge tutta la malinconia e
intimità che caratterizzano l'anima slava, unite allo
spirito e alla sicurezza dei maestri del XVIII secolo.
Borovikoffsky ha avuto un posto d'onore all' Esposi
zione, in riguardo a due ritratti bellissimi e differenti :
uno quello di M.me Scobeïeff, si fa notare per una
vivezza di colori armoniosi e un disegno ardito,
mentre nell'altro, quello rappresentante M.me Nowos
siltzoff, egli ha saputo esprimere una grazia infinita,
una dolcezza commovente e avvolgere tutto in una
gamma di azzurri, di tinte color di malva e di grigi.
Alcuni precursori e contemporanei di questi due
artisti hanno preso posto nell'Esposizione con opere
interessanti, ma io ho timore che perfino i loro nomi
siano sconosciuti ai lettori italiani, e purtroppo non
mi sarebbe possibile in poche linee di presentarli a
dovere.
Noterò solamente l'eccellente paesaggista Alexeïeff,
emulo di Bellotto, presso il quale fece lunghi studi in
Italia.
Egli s'avvicina tanto alla maniera del maestro che
uno dei suoi quadri fu venduto a Venezia come una
opera di Canaletto. Quando l'artista tornò in Russia
lavorò molto, e lasciò un buon numero di paesaggi
CORRIERI
e prospettive, di cui la maggior parte si trova nei
musei e nei palazzi imperiali.
Il quadro di lui, che si vede all'Esposizione, era
uscito dalla Galleria della principessa Youssoupoff, e
appartiene al suo miglior periodo, la fine del XVIII
217
eseguiti liberamente, si distingue meglio che nelle
opere finite il grado del loro talento, si ammirano e
si lamenta che il gusto del tempo li abbia trascinati
all'accademismo noioso e secco, soggiogando il loro
sentimento del bello.
secolo.
I due principali generi che caratterizzarono il se
colo seguente
gl'intimisti, romantici e alle volte
satirici , e gli accademici
sono bene rappresentati
all ' Esposizione.
Per i primi, Vénétzianoff, tranquillo e chiaro, Ki
prensky, violento e caldo, come il suo superbo auto
ritratto agli Uffizi di Firenze, e Fédotoff, ora beffardo
DAVESUOMA
Ci sarebbe ancora molto dadire sulla sezione russa,
ma ciò potrebbe infastidire il lettore, per i nomi a
lui sconosciuti, e far ritardare la mia rassegna sulle
altre scuole, dove si contano meraviglie. Ciò non è
stupefacente per chi voglia bene ricordare come i
grandi signori e i mecenati russi facessero regolar
mente viaggi all'estero, riportando opere d'arte, e
invitassero artisti e formassero gallerie. Tutto questo
D. Levitzky: Ritratto della contessa M. Worontsoff.
Pietroburgo, Coll. del barone Boldyreff
ora sognatore. Gli accademici presentano alla loro
volta bozzetti dei loro capi, A. Ivanoff e C. Brullow,
tutt'e due pieni di forza, eccellenti nel disegno e pa
droni della loro tavolozza. A vedere i loro schizzi
I lettori potranno trovare nella Gazette des BeauxArts arti
coli su Fedotoff e Borovikoffsky di M. Denis Roche che sono le
uniche notizie in periodici stranieri sui vecchi artisti russi.
L'Arte. XII, 28.
movimento verso l'arte europea non data che dal
XVIII secolo, il che spiega il predominio di quella e
le poche pitture anteriori esistenti in Russia. Quelle
che si vedono, si devono ai collezionisti che non si
contentavano di decorare i loro palazzi, ed erano di
un gusto, che andava oltre la scuola francese oi
Bolognesi.
Verso la metà dello scorso secolo v'era presso
218
CorrieRI
Firenze una villa chiamata « Quarto , dove passava
annualmente qualche mese la granduchessa Maria,
presidente dell'Accademia delle Belle Arti, figlia di
Nicola I e sposa del duca di Leuchtenberg, maritata
in seconde nozze al conte Stroganoff. Tutti i giorni
la granduchessa si faceva accompagnare dal principe
Gagarine, vice presidente dell'Accademia, e da M. de
Liphart, il noto critico d'arte, per passare in rivista
gli antiquari della città ed ispezionare gli oggetti
d'arte che le venivano offerti da privati. Ella visitava
tutta una serie di opere d'arte: un quadro d'altare
rappresentante San Tommaso ricevente la cintola,
proveniente dalla scuola del Ghirlandaio, e dove si
notano due mani differenti di artisti, quella del maestro
nella mandorla dove siede la Vergine con angeli can
tanti; e l'altra d'un allievo, probabilmente Bastiano
Mainardi, nel gruppo in basso che circonda il santo.
Due tondi erano attribuiti a Lorenzo di Credi, ma si
nota una differenza netta tra queste due Madonne, e
mentre l'una, con San Giuseppe addormentato e il
Cima da Conegliano : Madonna.
Pietroburgo, Collezione del principe Kotchoubey
spesso la bottega dell'antiquario Galinardi, che si tro
vava nella loggia dirimpetto a Santa Maria Novella,
ed è là dove fece le sue più felici scoperte.
Collezionista appassionata, guidata dal propriogusto
e dalla esperienza dei suoi compagni, la granduchessa
acquistò molto, e formò le gallerie e le colle
zioni che, dopo la sua morte, passarono ai duchi di
Leuchtenberg, alla principessa di Oldenburgo, al
principe Kotschoubey, ai conti Stroganoff, a M.me
Chéréméteff e al museo della Società d'incoraggia
mento delle arti.
Un lutto recente e l'assenza di diversi di questi
proprietari ci hanno impedito di procurarci per la
Esposizione un gran numero di questi quadri : una
certa quantità è già stata venduta all'estero, e ciò
nonostante quel che si vede merita una seria atten
zione.
Alla scelta della granduchessa Maria noi dobbiamo
piccolo San Giovanni, ha parecchi tratti del maestro,
l'altra è certamente della scuola.
Pertanto tutt'e due sono di molto inferiori a un
terzo tondo, di Pier di Cosimo, pieno di grazia e di
santa dolcezza: la Madonna giovanissima, ma già ras
segnata, tiene il piccolo Gesù, vivace e spirituale, av
volto d'una tela finissima; la finestra semiaperta lascia
vedere un paesaggio accidentato, forse il monte, dove
finirà i suoi giorni l'innocente fanciullo ; e nella ca
mera in una semioscurità con un gatto sonnacchioso,
par si diffonda un'aura di tristezza e di misticismo.
A questo stesso artista la critica ha attribuito un
ritratto di donna che per lungo tempo è stata attri
buita a Raffaello : indossa un corsetto color ciliegia,
orlato da velluto nero, un nastro tra i capelli. Lo
sguardo inquieto, le labbra serrate danno alla donna
un'espressione piuttosto sgradevole, un insieme d'a
stuzia e di asprezza. La pittura è certamente troppo
CORRIERI
misera e priva di brio, così da non lasciar pensare
al grande maestro d'Urbino.
Ai due Lippi sono state attribuite piccole opere di
poca importanza : al padre, un frammento di predella;
al figlio, la leggenda di Sant'Agostino e una piccola
Annunciazione, attribuita quest'ultima, per qualche
219
Parigi, ma certamente l'originale è il nostro esem
plare, confermato dalla firma del pittore apposta su
un cartellino.
tempo, a Raffaellino del Garbo.
Sorvolo su molti altri dipinti,anche su un bel ritratto
di giovane del Boltraffio, per intrattenermi più a lungo
DA
ROMA
La granduchessa Maria lasciò a M. de Liphart uno
dei gioielli della sua collezione, cioè un ritratto del
Tiziano rappresentante, come crede il Cavalcaselle,
uno dei membri della famiglia Barbaro. Questa pic
cola pittura ha tutte le tonalità calde del grande
Veneziano, e quando fu rintelata si scopri la prepa
Pietro Perugino : San Sebastiano
Roma, Collezione della marchesa Campanari
su una meravigliosa pittura di Cima da Conegliano,
una Madonna, calda di colorito e graziosissima nella
composizione. La Santa Vergine seduta presso una
tenda, che stirata lascia ammirare un ridente pae
saggio montano e un monastero, tiene sulle ginocchia
il divino Fanciullo ignudo. Egli rivolge la testa verso
la madre con un movimentod'amorosa ammirazione,
appoggia il piede sulla mano che gli tende la Ver
gine, e si tiene alla sua cintura. La curva di questo
piccolo corpo, libera e studiata, è lontana da ogni
banalità. Sembra che una copia di questa Madonna
si trovi nella collezione del barone di Schlichting a
razione caratteristica del maestro, una prova certa del
suo pennello.
Dai quadri citati, si vede l'importanza della colle
zione preparata alla Villa Quarto; ma altri dipinti
italiani di varia provenienza si vedevano all' Esposi
zione. Così non posso tacere di un'adorabile Pietà
appartenente al granduca Costantino. La si attribuiva
sempre al Mantegna, ma il nostro chiarissimo critico
M. de Liphart che l'ha molto studiata, cercò a Fi
renze l'autore, che designa per Jacopo del Sellaio ;
fondandosi sopra un'analogia di tipi che egli trova
col Crocefisso di San Frediano. Disgraziatamente il
220
corrieRI
poco tempo che ha durato l'Esposizione non ha per
messo di fare un'analisi più precisa, e io voglio so
lamente affermare che questo quadro incanta per
sincerità e giustezza.
religiosa non esagerata. La conservazione del quadro
è buona; e noi non abbiamo che a dolerci che il
quadro spesso sia trasportato a Roma, presso la mar
chesa Campanari che l'ha ereditato dai principi Wol
Duccio di Boninsegna: Crocefissione.
Pietroburgo, Collezione del principe A. Gagarine
Debbo anche soffermarmi su una piccola pittura del
Perugino, il busto di San Sebastiano, firmato (Petrus
Perusinus pinxit) in lettere d'oro sulla freccia che
fora il collo del martire. Paragonata al grande quadro
del Museo del Louvre, si dimostra un capolavoro,
nel quale il Perugino ha saputo dispiegare il chiarore
misterioso, di cui fu maestro, ed esprimere un'estasi
konsky, con altre opere tra le quali una Santa Fami
glia, da M. de Liphart attribuita a Gaudenzio Ferrari,
e pure presentata all' Esposizione.
Si trovava ancora il nome del Perugino sotto una
testa di Santa Maria Maddalena, una ripetizione se
non copia del suo celebre prototipo.
Io mi limito a nominare solamente un grande Cro
Th.M-14
Bernardo Daddi (?): Incoronazione.
Pietroburgo, Collezione del barone P. Meyendorff
222
CORRIERI
cefisso di Duccio di Boninsegna, una Incoronazionedella
Vergine di Simone Martini, due Madonne di Lippo
Memmi e parecchi altri trecentisti e quattrocentisti,
un ritratto d'uomo di Bernardino dei Conti poco riu
Debbo ora fare un nome : quello di Leonardo da
Vinci. Non oso assumere la responsabilità di tale
attribuzione, dell'incantevole piccola Madonna di cui
M.me L. Benois è la felice proprietaria, ma indico un
Tommaso da Modena: Madonna col Bambino.
Pietroburgo, Coll. P. Weiner
scito e poco simpatico, una Maddalena in lagrime
del Pontormo, come un importante « Ecce homo »
d'Ambrogio Bergognone, sobrio e d'una pura bel
lezza.
I conoscitori delle opere di Bernardo Daddi tenderanno, cre.
diamo, anche conoscendo la sola riproduzione, ad attribuire l'Incoro
nazione a questo maestro.
Notadella Direzione.
particolare tecnico che ha condotto i critici a quella
opinione. Dalla bocca semiaperta si vede la prepara
zione nera, sulla quale solo con l'aiuto di un potente
riflettore elettrico si scorge una fila di denti, lasciata
incompleta. Sembra che M. Müller-Walde, che ha
studiata questa Madonna, abbia considerato l'opera
come di Leonardo, ma non terminata dalui, e ritoccata
daunallievo che a suavolta non la condusse atermine.
L'ARTE. XII, fasc. III.
Scuola di Leonardo da Vinci: Madonna col Bambino.
Pietroburgo, Collezione M. L. Benois
CORRIERI
Tuttavia, senza insistere sulla tecnica, voglio consta
tare la profonda ammirazione, l'impressione sempre
crescente che si prova davanti questa piccola tela dai
colori indecisi, complicati, dal disegno libero e pre
ciso, dall'espressione inusitata. Guardate il fanciullo,
confrontatelo a quelli che ci hanno lasciato i maggiori
artisti , lasciatevi vincere da questa giovanissima madre
e voi non mancherete di convenire che l'autore di
223
tuti al Palazzo di Gatchina in più di trenta grandi
tele di Bellotto d'un grande interesse storico, ma
esigevano esse sole diverse sale; ne abbiamo scelte
soltanto tre grandi dovute alla collaborazione d'An.
questo quadro fu un sommo maestro. Tuttavia l'at
tonio Canale e G. B. Tiepolo, acquistate un tempo
a Padova, dove ornavano il palazzo Mocenigo nel
quartiere di Santa Sofia. Sono magnifiche fantasie
architettoniche, per le quali era d'uopo la immagina
zione lussuosa di quei decoratori di genio. La serie
Tintoretto: Ritratto d'uomo.
Pietroburgo, Coll. del barone N. Wrangel
tribuzione a Leonardo è questione troppo grave perchè
io la creda risoluta, e, mentre lascio alla critica di
determinare l'autore, preferisco di attribuire il quadro
alla scuola di Leonardo, sebbene il catalogo dell'Espo
sizione parteggi per il maestro in persona.
Io non saprei affermare che la scuola bolognese sia
poco rappresentata in Russia; ciò noncorrisponderebbe
alla predilezione che già esisteva per essa; credo piut
tosto dover indicare (o ringraziare) il caso, se all'Espo
sizione l'abbiamo avuta poco rappresentata. Al con
trario si è dovuto rifiutare molti italiani del xVIII secolo
per deficienza di spazio. Per esempio ci siamo imbat
comprendeva sei quadri; ma oggidì non si sa più
dove siano gli altri tre. E qui bisogna citare due
Guardi di prima qualità, di cui uno (lo scalone dei
Dogi) ha il difetto di essere stato spesso ricopiato, e
diverse opere dei due Tiepolo che mostravano tutte
le qualità di questi artisti, ma erano poco importanti
quantunque infinitamente graziose e ardite. Una grande
tela attribuita a G. B. Tiepolo, la Morte di Sofo
nisba, ha suscitato seri dubbi, alla pari d'un ritratto
fantastico, rammentante le sue acqueforti.
Un'adorabile composizione di Piazzetta aveva un
posto d'onore, cioè il piccolo Savoiardo, fornita alla
1
corrieRI
224
mostra dal defunto granduca Vladimiro, una pittura
melanconica e piena di poesia con un chiaroscuro
molto artistico.
Infine, prima di abbandonare la scuola italiana,
non posso non menzionare un seducente e forte ri
tratto di giovane abate probabilmente musicista, che
M. de Liphart attribuisce al Gabiani, e che attirava
l'attenzione per il suo portamento nobile, il suo aspetto
DANESITOMA
è ancora decifrata. Essa rappresenta due apostoli
(SS. Pietro e Paolo?) dipinti dal Theotocopuli nella
maniera che caratterizza il suo talento in fiore. La
marchesa Périnat a Madrid possiede una pittura ana
loga, ma la nostra la sorpassa in dimensioni e ne
differisce in qualche particolare. É un'opera originale
del pittore, non se ne può dubitare, e tra le sue più
belle, così com'è una tra le nostre più felici scoperte,
Domenico Theotocopuli: Due Apostoli. Pietroburgo, Coll. P. Dournowo
inspirato e orgoglioso e per la maestria dell'artista
rimasto sconosciuto.
L'affinità delle scuole esige che io parli qui dei
quadri d'origine spagnuola, tra i quali si notano
principalmente un grande Crocefisso prestato dal
granduca Costantino e per molto tempo attribuito ad
Alonso Cano, mentre devesi riconoscere per opera
del Zurbaran, del « Caravaggio spagnuolo » , dai toni
d'ambra e dal pennello inquieto. È un capolavoro,
e la sua importanza ci fa perdere l'interesse per Juan
Juanes, Morales, Pereda e Ribera che furono rappre
sentati da pitture tipiche ma comuni.
Il posto d'onore era riservato al Greco, di cui noi
abbiamo avuto la fortuna di trovare una grande tela
con la data 1618 e distinta con una firma che non si
poichè il proprietario, il generale Dournowo, non era
consapevole del capolavoro che possedeva.
La pittura francese all'Esposizione appartiene so
prattutto al XVIII secolo, ed era rappresentata da
opere bellissime. Un elegante ritratto muliebre di
Cornelio da Lyon, quasi una miniatura; qualche
quadro sacro del xv secolo, un ritratto di Filippo di
Champaigne, qualche quadro di Poussin e di Claudio
di Lorena (fra cui i due celebri della Galleria Youssou
poft) : ecco quanto si aveva delle epoche precedenti,
purchè si ammettano nel genere suntuoso di Luigi xıV
i primordi del secolo xvIII.
Il gusto magnifico del Re Sole si designava, tra
le altre cose, in diversi ritratti di Mignard, Rigaud e
Largillière, nell'allegoria decorativa d'un matrimonio
coRRIERI
di Gérard de Lairesse, così francese benchè di Olanda,
e in una grande tela di Ch. A. Coypel, La furia di
Achille, dipinta nel 1737, ma ancora nello stile spic
catissimo del regno precedente. Ma senza dubbio le
opere più notevoli della scuola francese erano quelle
225
gli è consueta: è una Sacra Famiglia portata dal
conte del Nord (pseudonimo di Paolo I, allora prin
cipe ereditario) dal suo viaggio in Francia. Di primo
acchito non si oserebbe pensare al maestro, e si cre
derebbe piuttosto di essere davanti a un quadro di
1
Domenico Feti: Apollo e Marsia. Mosca, Collezione E. Ostrooukhof
di Watteau, di Boucher e de' loro seguaci. Del primo
vi erano due pitture, tratte dal palazzo di Gatchina:
l'una rappresentante una scena della commedia ita
liana, ricca e gaia di colori, spirituale per composi
zione e disegno, appartiene al genere noto dell'artista;
l'altra sì per il soggetto, si per la esecuzione, non
L'Arte, XII, 29.
Rubens o meglio di Van Dyck. Ma quando è passata
la prima impressione, o si prova ad analizzare, si
riscontra una « Rosina nella Madonna e un «Amore>>
nel fanciullo Gesù ; si trova il paesaggio delle Feste
galanti, e sopratutto nel disegno si vede la sicu
rezza e l'arditezza caratteristiche del Watteau. Non è
226
CORRIERI
certamente un'immagine religiosa: è il sogno d'un
poeta che alla religione preferisce la graziosa leggenda,
cui crede per abitudine, con la devozione leggiera e
indulgente. In questo quadro il maestro ha saputo
spiegare una soavità di colore che raramente ha po.
tuto uguagliare. I pensieri dell'autore si volgevano
alle Fiandre quando dipingeva quel quadro: lo con
fessa egli stesso in una lettera all'amico Julienne per
mezzo del quale avvisa l'abate Noiretère dell'invio
di questa Sacra Famiglia, di cui gli fece dono. Tale
tano un'attenzione notevole. La principessa Youssou
poff aveva prestato Ercole e Omfale: i due amanti
abbracciati sono in oblio sul letto d'amore custodito
da putti paffuti e giocondi. Tutta la tavolozza dell'ar
tista si ritrova in questo quadro con vivacità di colori
e con splendore tali da farne un capolavoro del mae
stro. Il disegno suggestivo è pieno di slancio e maestria.
Quale contrasto con l'altro capolavoro (insisto su
questa parola) di Boucher Pigmalione che abbiamo
staccato da una soffitta de l'Accademia di Belle Arti,
J. Sustermans: Ritratto di uomo.
Pietroburgo, Coll. del conte Reutern barone Nolken
prova palese della predilezione di Watteau per i fiam
minghi ci rende il quadro di Gatchina doppiamente
prezioso e interessante.
È quasi naturale che dopo Watteau io nomini
Lancret, di cui all'Esposizione erano due belle pitture
di stile differente: una (della collezione della princi
pessa Youssoupoff) importante per dimensioni era una
<< Festa galante », graziosa per concetto e per colorito
col « tocco caratteristico fresco ed elegante come lo
richiede il pennello di Lancret; l'altra una scena di
commedia / Truccatori con una punta di spirito e
con una ironia sensibilissima.
Molti altri artisti di questo stile circondavano i
capi che essi imitavano, ma passo oltre, per fer
marmi sul Boucher che aveva all'Esposizione cinque
quadri autenticissimi, tre dei quali con le pecore, i
fiori e le colombe sono tipici e noti ; altri due meri
alla quale fu offerto dal celebre scultore Falconnet
quando venne a lavorare in Russia. È una grandis
sima tela che taluni critici dicono incompiuta, ma è
di tale perfezione che, secondo me, ogni linea di più
sarebbe soverchia. Boucher vi ha messo due tecniche
differenti : Pigmalione, l'uomo in carne ed ossa, è di
pinto con una maniera forte e larga; i colori sono
vivi e grassi: egli è in estasi davanti a Galatea, e
qui vediamo una pittura come in sogno, leggera e
velata, nuda sinfonia di rosa e di grigio. Lusingata
dalle donne del seguito, carezzata dagli amorini adu
latori, inebriante per la sua bella nudità, Galatea resta
indifferente ai sensi dello scultore ebbro davanti a
questa visione si dolce e si desiderata. Questo quadro
è di quelli che basta averli visti una volta per non
cancellarli mai più dal cuore e dalla memoria : il ve
derlo è una gioia, il pensarci su è un sogno.
CORRIERI
La mancanza di pitture di Chardin e di Fragonard,
così ricercate dalla moda presente, costituiva una seria
lacuna nella scuola francese del XVIII secolo : vi era
qualche disegno della loro mano, ma nulla più. Una
grande tela di Greuze e due Teste di donna molto
tipiche per l'artista non aggiungevano nulla alla sua
gloria, ma spiegavano il poco interesse che riscuo
tono ora. Al contrario, alcuni artisti della Rivoluzione,
227
Debbo notare il triste fatto che la scuola inglese
si trova presso di noi ben raramente.
Bisogna deplorare il gusto dei nostri antenati che
ricorrevano così poco ai ritrattisti del Regno Unito,
e i prezzi favolosi che oggi impediscono la importa
zione delle loro opere. Perciò questa sezione fu poco
curata all'Esposizione, dove si vedeva solo qualche
cosa di quella scuola.
J. Sustermans: Ritratto di dama con figliuola.
Pietroburgo, Coll. del conte Reutern barone Nolken
come Boilly e Taunay, avevano posto d'onore per
pitture, piene di sole, d'un gusto squisito e d'un di
segno elegantissimo.
Infine non posso tacere di una grande quantità di
quei paesaggi fantastici, di quelle architetture ideali
e sentimentali che si debbono al talento di Hubert
Robert. L'imperatrice Caterina e i mecenati che la
circondavano avevanoper lui unapredilezione spiccata,
e coprivano i muri delle loro sale con le sue opere.
Ancora oggi se ne trovano molte in Russia e un ca
talogo di queste opere costituirebbe un grosso volume
sul pittore.
Senza fermarci sui pittori dell'Impero notiamo so
lamente un curioso dettaglio trovato su due ritratti di
Gérard: essi sono firmati in italiano, Francesco Gerard.
I tedeschi del XVIII secolo erano graziosamente
rappresentati da diversi Tischbein, che giustificavano
la rinomanza loro fatta oggidì con grande sforzo in
Germania.
Passo infine ai Paesi Bassi, a questo paese di pro
duzione artistica prodigiosa. Le differenti scuole sono
state le prime a sedurre Pietro il Grande e a decorare
i muri dei suoi palazzi. Perciò queste opere sono state
frequenti in Russia, e l'Esposizione ne ha tratto profitto.
I limiti di quest'articolo mi obbligano a non get
tarvi che un furtivo colpo d'occhio; tanto più che
diverse delle opere più importanti sono state già ri
prodotte e studiate. È il caso di due ritratti di Rem
brandt prestati dalla principessa Youssoupoff, pub
blicati dal Bode.
228
CORRIERI
Si vedono anche in Les Trésors d'Art en Russie
dove fu pubblicata una serie d'articoli sulla collezione
Youssoupoff, e dove si trovano le riproduzioni dei più
bei quadri di questa galleria, la più importante delle
nostre gallerie private.
Essa, per fortuna, è rimasta intatta fino ad oggi
(eccettuati i vandalismi derivati dal restauro fatto dal
professore Prakhoff), ma certi antiquari inglesi hanno
offerto alla principessa per questi due Rembrandt
1.000.000 di rubli (2.700.000 di lire). Hanno figurato
all'Esposizione del suo terzo centenario, e hanno rac
colto l'ammirazione generale, essendo del tempo mi
gliore del maestro (1662). Egli era anche rappresentato
da quattro quadri, dei quali due sono stati dichiarati
della sua scuola, e due sono meravigliosi e degni di
quell' ingegno eccezionale: uno è il ritratto di suo
padre (appartenente a M. Khanenko) col capo coperto
di un turbante grandioso e panneggiato di ricche
Alcuni studiosi vogliono dare allo stesso maestro
Ilmartirio di Cristo che il catalogo attribuisce a Maes,
e che non è stato ancora sufficientemente studiato.
È senza dubbio un'opera eccellente per il colore e
per intimo sentimento, ma manca dello spirito dei
capolavori di Rembrandt, e ricorda molto la Tumu
lazione del duca d'Albercorn. Maes, quest'artista vi
goroso, era in generale molto e ben rappresentato
all'Esposizione da opere differenti: un ritratto di Tito,
figlio di Rembrandt, eseguito col gusto di questo
maestro, e diversi altri del suo ultimo genere, pom
poso e manierato.
Un sincero ricordo di Rembrandt si notava in un
grande gruppo d'opere, tra le quali eccellevano quelle
di Bol, Eckhout, B. Cuyp.
Il ritratto olandese occupava un posto importante:
vi si trovavano non solo nomi celebri, come Ver
spronck, Tempel, C. Jansens, Franchoys per i clas
Boucher: Pigmalione e Galatea. Pietroburgo, Accademia Imperiale di Belle Arti
stoffe, eseguito con quei toni caldi e dorati trovati
per primo dal maestro. La tecnica di questa pittura
più serrata e meno libera di quella dei ritratti Yous
soupoff, indica un'opera di gioventù probabilmente
degli anni 1629-1630. Di data molto più tarda una
piccola testa di Cristo presa dal palazzo de Pawlowsk ;
calda e carezzevole di tono sorprendente per la li
bertà e larghezza di esecuzione, per la drammaticità
del disegno.
sici; Sustermans per gli italianizzanti e E. v. d. Neer,
Netscher, v. d. Werff per i manieristi pomposi, ma
anche opere eccellenti che facevano notare artisti
poco conosciuti, come Stom (1649), Langnouwer, v.
Neck (spesso confuso con v. Dyck).
Nel trovare opere così belle, firmate da artisti,
poco conosciute, si attinge l'energia per lo studio
degli artisti di questa grande scuola olandese, già
tanto studiata, ma che promette sempre nuove felici
corrieRI 229
sorprese. Ne abbiamo avuta una delle più inattese,
a proposito di un grande ritratto di famiglia datato
dal 1654 e rappresentante un gruppo di personaggi
e d'animali. Col suo disegno perfetto e il colorito
ricco, l'autore ha ingannato la critica che l'ammirava
unanimamente, seguiva la direzione di v. d. Helst o
s'avventurava anche a fare il nome di Jan Victors.
stro. Si è da poco trovato un disegno di questo quadro,
che pare permetta di pronunziare il nome di Franz
Hals. Alcuni avevano già pensato a Ver Meer van
Delft e al gruppo dei pittori intimi e anedottici ; ma
fra poco sapremo forse l'autore certo. Qui noi vediamo
due bellissimi P. de Hoogh, degli Ostade, dei Teniers,
dei G. Dow, dei Duc e altri in quantità.
Watteau: Sacra Famiglia. Palazzo di Gatchina
Ci volle molto tempo per decifrare la firma che s'è
provato essere quella di Daniele Schultz, tedesco che
studiò la pittura in Francia e in Olanda e lavorò poi
a Danzica dove fece i ritratti dei re di Polonia. Si è
ora in attesa di documenti relativi a lui, e la rivista
Starije Godij ne parlerà fra poco.
Un meraviglioso busto di giovane (coll. M. Kha
nenko) privo di firma e di storia è probabilmente un
ritratto ; lo stile di questa pittura fresca e minuta,
così viva e così sincera, l'ascrive a un eccellente mae
Al cambiamento avvenuto verso il XVIII secolo del
gusto olandese che aveva finalmente a sazietà di risse,
di bettole e di fumatori, dobbiamo quell'elegante e
spirituale pittore che era Cornelis Troost ancora troppo
poco conosciuto e quasi punto studiato. I tre quadri
firmati da lui che furono esposti, ad olio, a pastello
e un disegno con tocchi di colore, lo presentavano
molto bene e spiegavano pienamente il soprannome
di Hogart olandese » che gli si dà.
Potrà sorprendere forse che non mitrattenga sulle
230
CORRIERI
opere di Rubens che si vedevano all'Esposizione ; ma
un artista di tal valore è invero rappresentato insuf
ficientemente da uno schizzo autentico, da molti altri
incerti, e da un immenso cartone a colori, Meleagro
e Atlante ritrovato al palazzo di Peterhoff in cui si
deve riconoscere un'opera della sua bottega.
Tra gli artisti che gli si avvicinano citerei tre opere
del Jordaens, tre Bloemart interessantissimi anche dei
P. de Vos, dei Hondecoeter ed altri animalisti e pit
orizzonti, v'è tanta poesia! Noi vi ammiriamo l'im
maginazione fantastica e la sincerità schietta dei pit
tori , ai quali, da qualche anno appena, non si pen
sava più. E l'esattezza serena del XVII secolo, esat
tezza cui gli artisti seppero aggiungere un senti
mento commovente, un'anima sempre viva e l'amore
profondo del loro paese! Di quale lirismo si sono
ispirati nella loro arte questi van Goyen e Ruisdaël,
questi v. d. Neer e questi Cuyp! Tutta questa evo
J. Verspronck: Ritratto di donna. Palazzo di Gatchina
tori di natura morta. Anche a questo gruppo appar
tiene Jan Sieberechts, del quale vi era un cortile
straordinario.
Infine l'ultimo genere di pittura neerlandese, il
paesaggio, non difettava affatto, per dare un'idea
della quantità degli artisti che gli hanno consacrato
il loro ingegno.
Il XVI secolo ci ha lasciato questi paesaggi fanta
stici, non studiati dal vero, sempre dipendenti dai
sogni che fecero H. de Bles, Savery, Momper, v. Balen,
Patinier e Breughel e che sono oggidì tanto affa
scinanti. In quei personaggi leggendari, in quelle
bestie ingenue, in quei fulmini e in quegli azzurri
luzione cominciata con vedute di paese come orna
mento e sfondo del soggetto e terminata col paesaggio
nel significato speciale della parola, passava dinanzi
ai visitatori dell'Esposizione con esemplari eccellenti,
e non sarebbe stato facile a scegliere tra essi, i più
degni d'ammirazione.
Altrettanto era per i pittori di marine, tra i quali si
vedevano dei Willaerts, dei v. d. Velde, dei v. d.
Capelle, dei Bonaventura Peters, fino a
moderni
per i più
Ten Compe. Bisogna frattanto fermarsi
innanzi a un gruppo di vascelli in rada, una mera
viglia, firmata da Ertfeldt, del quale Siret crede poter
ritrovare le opere tra quelle attribuite a v. d. Velde:
CORRIERI
un dolce silenzio si stende sui tratti di mare, una
leggera brezza carezza i grandi vascelli che si rispec
chiano nelle onde, e un immenso riposo sembra av
volgere il mondo e ... salire a voi nell'anima.
Mi resta infine di parlare della sezione che rappre
sentava la Rinascenza séttentrionale, e ciò richiede
rebbe certamente molto più spazio di quello a mia
disposizione, sopratutto per il carattere di questa pit
tura che non permette tanto facilmente un'esatta
231
postavasi il grande arco d'ingresso, la cui sommità
apparisce ancora, benchè non sullo stesso piano, al
disopra dell'ultimo rivestimento del battistero, che è
posteriore di molto, secondo me, a quello della parte
identificazione dell'autore.
Perciò debbo limitarmi a dire che le differenti ten
denze artistiche di questo periodo vi si manifestavano
chiaramente, e che se si era osato di attribuire qualche
nome preciso, ciò fu fatto per artisti come Jerôme
Bosch, Isenbrandt, Aertsen, B. v. Orley, il maestro
della Morte della Vergine. La maggior parte di queste
opere esige ancora un'analisi particolareggiata, e ora,
dopo l'Esposizione, esse otterranno la loro parte di
attenzione. Si può, lo confesso, criticare la mancanza
di sistema, e le lacune che ho notate; si può anche
dolersi di non avervi visto certi capolavori, gelosa
mente custoditi nelle collezioni private; ma si deve
anche ricordare che questo fu il primo tentativo per
una esposizione come questa e che non è il primo
passo che decide.
P. P. WEINER.
NOTIZIE DELLE MARCHE.
Durante i restauri del Battistero di Ascoli
Piceno. Sindai primí del mese, a spese del Capitolo,
del Municipio e del Governo, sono stati cominciati i
restauri di questo battistero, sorgente di fianco alla
Cattedrale. Si tratta principalmente di rinnovare alla
base dell'edificio il rivestimento in pietra, ridotto da
gran tempo in cattive condizioni, e di riparare il tetto.
I lavori condotti, secondo alcuno, un po' affretta
tamente, sono stati ora sospesi, ed eccone la ragione.
Sul lato orientale del bel san Giovanni, mentre si face
vano i necessari lavori pel detto rivestimento, furono
scoperti avanzi di due colonne con base, alla distanza
di circa tre metri e mezzo da asse ad asse, d'epoca
indiscutibilmente romana. Tali colonne fanno pensare
che su questo lato, anticamente, fosse l'ingresso prin
cipale dell'edificio.
La scoperta è importante per la storia del monu
mento, la cui origine e i cui rifacimenti, massime al
l'esterno, sono stati oggetto fra gli studiosi di non
poche discussioni.
Frattanto si attende inAscoli l'egregio ing. I. Bocci,
sovraintendente dei monumenti delle Marche, per de.
cidere il da farsi; per vedere cioè se non sia il caso
di proseguire nei lavori di assaggio, per sapere se le
colonne testè rinvenute sorgevano isolate dalla soglia
del tempio o erano appoggiate alle spalle su cui im
Ascoli Piceno. Il Battistero
alta (la quale risale al sec. XI o XII), e per stabilire,
inoltre, se sarà possibile, la forma e le dimensioni
dell'antica porta.
Nel centro della bellissima calotta sferica, tutta in
pietra, è stato riaperto l'occhio che illumina l'interno
del battistero ; intorno al quale probabilmente dirò
ancora in un prossimo corriere.
Per il Palazzo Ducale e per la Galleriadi Ur
bino.
Altra volta, sono già dodici anni, parlando
della signorile dimora dei Montefeltro, facevo voti che
dal sontuoso palazzo venissero « rimossi gli uffici che
tuttodi vi risiedono », perchè agli studiosi e agli ama
tori venisse restituito nella sua interezza l'insigne
monumento, che è patrimonio invidiato dell'arte ita
liana » . Ma al mio desiderio, che era ed è il desiderio
di quanti amano le nostre bellezze artistiche, si è ri
sposto con un nuovo atto che ha indignato la parte
migliore della cittadinanza urbinate.
Infatti , mentre, fino a pochi anni fa, lo studioso
senza sottostare ad alcuna tassa d'ingresso poteva
visitare, oltre il cortile del palazzo, lo scalone, la sala
del trono e quella detta degli Angeli, l'appartamento
del Magnifico, la sala dell'Ariosto, lo studiolo del
duca, le sale occupate dall'Accademia Raffaello, ecc.;
ora è costretto a rinunziare alla visita di una parte
dei locali assegnati all'Accademia e alle camere delle
duchesse. E sapete perchè ? Perchè il Ministero ha
consentito, così dicono anche i giornali di Urbino,
232
CORRIERI
che in quegli ambienti s'installasse il nuovo Conser- martirio di S. Sebastiano, di Giovanni Santi, restau
vatore del palazzo, insieme con la famiglia.
A me non par possibile che ilGoverno abbia per
messo uno sconcio simile. Se ciò fosse veramente,
con quale coraggio pensare ancora allo sgombero
degli uffici governativi, che occupano i quattro quinti
del superbo edificio ? Essi infatti ingombrano da tanti
anni tutto il braccio, al piano nobile, prospiciente la
piazza V. Emanuele, e tutto il piano superiore del
l'intero palazzo, l'uno e l'altro appartenenti non al
Ministero dell'Istruzione, ma a quello delle Finanze,
che li concede in affitto (con quanto decoro, ognuno
lo vede, per noi e per la nazione) per gli uffici della
sottoprefettura, per il tribunale, per la pubblica sicu
rezza e per la famiglia del sottoprefetto. Non sarebbe
giusto e decoroso invece che tutto il palazzo fosse
mantenuto come monumento nazionale, e le bellis
sime stanze del piano superiore, abbellite dagli ultimi
duchi, la magnifica fuga di sale del braccio che s'erge,
con le sue bifore, i suoi portali e i suoi camini di
marmo, di fronte alla chiesa di s. Domenico, le stanze
grandiose, ricche d'ornati scolpiti nel marmo e di
porte intarsiate più prossime alla camera detta del
Red'Inghilterra, nel cui soffitto sono stemmi e in
segne gentilizie, con all'ingiro un magnifico festone
plasmato dal nostro Brandani, venissero restituiti al
l'ammirazione degli studiosi italiani e stranieri ?
Nè meno penoso è lo stato in cui si trovano i
quadri della Galleria. Cedute due camere dell'appar
tamento delle Duchesse per far posto alle masserizie
del Conservatore, quelle stesse camere sulle cui pa
reti eran stati disposti dal povero conte C. Castra
cane, alcuni anni prima della sua morte, molte delle
più importanti opere della raccolta, queste vennero
ammassate alla meglio nelle altre due o tre sale de
stinate alla Galleria stessa ; si che ora regnano sovrani
in questa, che è la parte più frequentata del palazzo,
il disordine e la confusione.
I dipinti del tre e del quattrocento vennero collo
cati qua e là, senza altra ragione oltre quella dello
spazio disponibile, fra le tele del settecento, dovun
que, in alto, in basso, in luce, al buio, senza alcun
riguardo nè alle scuole ivi rappresentate, nè alla cro
nologia.
Aquando dunque un ordinamento razionale della
interessante raccolta ?
Se mancano in città funzionari atti a tale ufficio,
provveda chi deve, mandando in Urbino persona che
valga a togliere simile vergogna. Oggi che si vanno
riordinando da per tutto anche le gallerie minori, sa
rebbe imperdonabile peccato lasciare ancora la pre
ziosa collezione urbinate in quello stato. Si pensi
inoltre che parecchie di quelle opere hanno bisogno
di una mano sapiente che le ristori. La grande ta
vola con la Comunione degli Apostoli, di Giusto di
Gand, tanto per citare qualche esempio, e quella col
rate or son pochi anni dal Centenari, tornano a gua
starsi : squame di colore già cadute hanno scoperto
in più punti il bianco dell'imprimitura; tele impor
portantissime, come quella con la Madonna del s. Si
mone, del Barocci, rovinate in più luoghi, sembrano
solcate da segni prodotti da punte di legno o da spi
goli di mobili; altre hanno bisogno di essere stirate
su nuovo telaio; altre, infine, sono sprovviste di cor
nice o ne conservano appena qualche frammento.
Due tele di scuola baroccesca.- Nell'ex chiesa
di s. Maria della Bella, trasformata in magazzeno del
l'orfanotrofio femminile di Urbino, vidi ultimamente
un quadro rappresentante il Crocefisso, con a piè
della croce, a sinistra, la Madonna svenuta e sor
reta dall'Evangelista, s. Girolamo ed altro santo, dal
l'altra parte.
Eccettuate queste ultime due figure di mano più
recente, tutto il resto potrebbe essere lavoro di uno
scolaro del Barocci, di quel Bertuzzi urbinate, ad
esempio, che fece varie copie di quadri del maestro,
e che in questo avrebbe copiata la magnifica tela ese
guita dal Barocci negli anni 1599 e 1600, per l'Ora
torio della Compagnia della morte. Checchè ne sia
di ciò, l'interessante tela che ricorda nondimeno
anche le opere di Alessandro Vitali, senza mostrare
di questo pittore l'impasto vigoroso del colore e
quella sincerità di tinte nell' incarnato roseo delle
figure, che è piuttosto rara nei seguaci del Barocci,
proviene da una località presso Urbino, da Cà Torello.
La conservazione del quadro non è perfetta, special
mente in basso, ma è tale che, convenientemente ri
parato, esso merita di essere conservato nella Galle
ria, insieme con le altre opere della scuola urbinate
del tempo. Madi un'altra tela ben più importante di
questa devo dire qui brevemente.
È a tutti noto in Urbino che nell'altar maggiore
di s. Maria della Torre si vedeva fino a non molti
anni addietro una bellissima Annunziazione del Vi
tali, ritraente la tela che il Barocci fece, d'ordine di
Francesco Maria II della Rovere, per la basilica di
Loreto: quella stessa che oggi si ammira in Vaticano.
Orbene, il quadro tolto, non si sa perchè, dalla detta
chiesa della Torre e ricordato anche dal Lanzi, come
una copia fatta « in guisa che par rivedere l'originale»,
credo d'averlo riconosciuto in un quadro che vidi
nell'agosto dell'anno scorso nella prima sala o vesti
bolo del palazzo arcivescovile di Urbino, e che taluno
vorrebbe attribuire senza alcun fondamento ad An
tonio Viviani.
Persona del luogo assicuravami che la nobile pit
tura, tratta precisamente dalla nota Annunziazione
del Barocci, si trovava alla Torre non al culto, ma
nell'interno del convento. In tal caso non uno, ma
due sarebbero stati i quadri esprimenti il medesimo
soggetto nel detto convento. Ma allora, mi par lecito
CORRIERI
domandare, dov'è andata a finire la tela ricordata
dal Lanzi ? S'intende già che alla mia domanda nes
suno penserà di rispondere.
Quella da me diligentemente esaminata nel palazzo
arcivescovile e proveniente dalla chiesa della Torre,
checchè possan dire in contrario gli interessati, ha
tutta la freschezza di un'opera originale. O io m'in
233
ha perduta la cuspide, minaccia di cadere. Intanto
circola in paese una fiera protesta, che va coprendosi
di firme, contro la decisione presa dalla locale Con
gregazione di carità, proprietaria della torre, che, col
pretesto che l'elegantissimo campanile sia pericolante,
mentre ciò non è conforme al vero così affermano
ganno, quindi, dicendo ch'essa appartiene in gran
parte, oltre che per la composizione, al pennello del
caposcuola, che volentieri ai quadri dell'allievo « facea
ritocchi , o è questa la più bella, la più perfetta
copia che imitatore del Barocci abbia mai eseguita.
Supera la splendida pittura, sensa eccezione di sorta,
ogni altra copia baroccesca condotta dallo stesso Vi
tali diligentissimo, o dal Viviani, che fu indubbia
mente il più ardito, il più valoroso discepolo di Fe
derico Barocci. Urbino non può vantare, fra le tele
baroccesche che possiede, altro lavoro che possa com
petere con questa genialissima opera salvatasi per
miracolo dalla tempesta napoleonica e che gli amici
delle cose belle dovrebbero augurarsi di vedere tra
sportata nella galleria cittadina
tanto più che la
tela proviene dalla Torre, che è proprietà comunale
fra le più care e nobili produzioni della scuola urbi
nate della prima metà del seicento.
Il campanile di S. Francesco in Ripatransone.
La chiesa di S. Maria Magna o di S. Francesco, la cui
costruzione si fa risalire al 1246, era senza dubbio il
più cospicuo monumento dell'Arce del Piceno. Ma,
DANES R
Ripatransone.
L'ex convento e la torre di S. Francesco
avvenuta la soppressione, il bel tempio venne abban
donato a sè stesso e, poichè il tetto minacciava ro
vina, d'ordine di mons. Monacelli, nel 1825 fu sco
perchiato e trascurato come cosa inutile, vergogno
samente. Donde il felice epigramma, come riferisce
il Grigioni ( Guida artistica di Ripatransone, ivi, 1906) :
Quodfecerunt Monaci, defecit Monacelli.
Rimaneva del grandioso edificio il Campanile, che
fu cominciato a costruire nel 1471 da tal M. Barto
lomeo Rosso. Ma anche questo, che da qualche anno
L'Arte, XII, 30.
i ripani protestanti- ne ha ordinata la demolizione.
Con l'augurio che le autorità competenti riescano,
se è possibile, a salvare dalla minacciata distruzione
la bella e ardita costruzione quattrocentesca, chiudo
il presente corriere, che avrei desiderato apportatore
di più liete notizie. Mentre sto per impostare, mi si
assicura che della torre si demolirà soltanto la cella
campanaria.
Ascoli Piceno, 12 aprile 1909.
E. CALZINI.
NOTIZIE ROMANE.
Il riordinamento della Pinacoteca Vaticana.
Tra i più notevoli avvenimenti della vita artistica ro
mana di quest'anno è da porsi l'inaugurazione della
Pinacoteca Vaticana, completamente rinnovata ed ar
ricchita. Roma e l'Italia vantano una nuova bellezza,
perchè infatti l'opera compiuta per volere di papa
Pio X è molto più che non un semplice rimaneggia
mento di una vecchia galleria, ma è veramente la
creazione di una cosa nuova e bella.
Le opere d'arte, anche le più nobili, hanno neces
sità di essere collocate in modo degno per potersi
presentare all'ammirazione del pubblico con tutto il
loro valore, e non si può averne la comprensione
completa se non là dove chi ammira non è disturbato
da disarmonie di forme e di colori.
La visione dei quadri ora riordinati, richiedeva prima
in chi li andava ricercando nelle traballanti sale dove
stavan raccolti in Vaticano, entro le vetrine buie del
Museo cristiano o nei gelidi e squallidi cameroni del
Laterano, qualità veramente eccezionali di astrazione
e di concentrazione. Chi non riusciva ad isolarsi, a
difendersi dalle sgradevoli disarmonie era preso come
da un amaro senso di delusione e di sconforto.
Creare un ambiente armonico, dove poter collocare
opere diverse fra di loro e che, per il numero non
consentivano veri e propri raggruppamenti organici,
era il problema più difficile che si presentava ai rior
dinatori, ed essi hanno saputo quasi in tutto risol
verlo.
Se una critica deve muoversi alla galleria vaticana,
questa può trarsi dal luogo scelto per collocare i quadri
dell'antica Pinacoteca, del Museo cristiano e del La
terano, e dal numero dei locali.
Quella fila di sale e salette, tagliate a mezzo da
un'anticamera, non é certamente simpatica, ed io credo
che negli immensi Palazzi Apostolici si sarebbero po
234
CORRIERI
tuti trovare ambienti meno uniformi e che offrissero
ai visitatori maggiore agio di riposarsi dalla visione
affaticante di tante opere.
I grandi finestroni aperti sul luminoso cortile di
Belvedere, tolgono per dir vero alle sale un po' di
quell'aria insopportabile di prigione che nelle cosidette
gallerie moderne, così spesso hanno le sale a lucer
nari. Ciò non basta però a dare sollievo a chi senta
la necessità di interrompere talvolta la dolce fatica di
ammirare tante maraviglie d'arte. Quale delizioso com
plemento sarebbe stato per la nuova Pinacoteca se
dalle sue finestre lo sguardo avesse potuto abbrac
ciare i giardini vaticani e la cupola divina sul cielo,
al disopra dei pini e degli allori. Chi sa quale fonte
di godimento sia per i visitatori delle collezioni d'arte
del casino Borghese e di Palazzo Corsini la possi
bilità di potere di quando in quando far riposare gli
occhi sul verde opulento dei grandi alberi e dei prati,
penserà ch'io non ho torto. Ad ogni modo, magro
compenso, dalle sale della nuova Pinacoteca si può
scorgere il deserto e luminoso cortile di Belvedere,
dove scrosciano solitarie le fontane, e chi ha viva la
fantasia può richiamare alla memoria gli antichi tornei
e caroselli che un giorno l'empivano di vita.
Scelto l'antico Museo delle carrozze e parte della
Floreria apostolica per collocarvi i quadri, gli ordina
tori si posero all'opera e si può ben dire che sono
riusciti a fare cosa bella e lodevole.
Monsignor Misciatelli, che dell'arte è in Vaticano
strenuo difensore, l'architetto Costantino Schneider,
Lodovico Seitz prima e Pietro d'Achiardi poi non ri
sparmiarono fatiche e studi per condurre a buon fine
•la bella impresa. Il prelato continuatore dell'antica
tradizione italiana della Chiesa protettrice delle arti,
i due artefici, il pittore e l'architetto ed infine il gio
vane storico dell'arte ; allievo di quella scuola romana
di storia dell'arte, da cui escono ogni anno, validi per
scienza e fervidi d'entusiasmo, giovani che si spargono
per tutta Italia a difendere i monumenti della nostra
maggiore gloria, hanno lavorato da valentuomini.
Ora più che agli altri ordinatori doveva allo storico
dell'arte dispiacere di non trovare negli ambienti pre
scelti per il collocamento della Pinacoteca le condi
zioni indispensabili per una distribuzione completa
mente razionale.
La forza della vecchia tradizione delle grandi sale
non ha permesso di tramezzarle; il timore di inter
rompere la solennità delle volte, ha impedito di in
nalzare quei tramezzi, che soli, nelle gallerie illumi
nate lateralmente, permettono di poter collocare in
buona luce le opere di pittura.
Cosi mentre che si sono dovuti metterenon pochi
quadri al buio, l'averne dovuti collocare molti e grandi
a bilico, ha fatto si che una magnifica sala, quella dei
Seicentisti, ha la parete maggiore di contro alle fi
nestre, come spezzata e frastagliata dai quadri mossi
per ogni verso dai visitatori che desiderano di poterli
in qualche modo vedere e mostrano con ciò chiara
mente d'essere più preoccupati di poter veder bene
che di non turbare la solennità della grande sala.
Un'altra e non lieve difficoltà proveniva dal numero
dei quadri rispetto ai necessari raggruppamenti cro
nologici e topografici. La sovrabbondanza della ma
teria in molti casi e la scarsezza in altri hanno resa
difficile la distribuzione veramente rigida e razionale.
La seconda sala, che pur contiene opere meravi
gliose, ci mostra chiaramente colla sua composizione
ibrida contro quali difficoltà abbiano dovuto combat
tere, e spesso inutilmente, come in questo caso, i rior
dinatori della Pinacoteca.
Il grande affresco di Melozzo, che per la prima
volta, dopo tanti anni, si può vedere e gustare in
tutta la sua bellezza, è stato posto fra due grandi pit
ture del suo allievo Marco Palmezzano.
La scelta è buona. Marco Palmezzano, è ben vero,
non ci guadagna certo dal dover stare così vicino al
suo maestro, ma il gruppo apparisce organico ed ar
monico.
La cosa è ben diversa quando ci volgiamo ad osser
vare le altre opere esposte nella sala. La forza delle
cose ha obbligato chi pure ha mostrato così vivo senso
di bellezza e cosi solido corredo di scienza, a porre
insieme in un solo gruppo il San Girolamo di Leo
nardo da Vinci, la Vergine in trono di Moretto da
Brescia, il ritratto di Francesco Sforza fanciullo, dipinto
da Bernardino dei Conti, e imiracoli di San Giacinto
di Francesco del Cossa.
Chi conosce gli ordinatori sa quanto dolore debba
essere costato loro di essersi dovuti acconciare a far
ciò, ed essi meritano lode perchè, pur essendo costretti
in questa seconda sala a dover comporre uno zibaldone,
hanno saputo disporre garbatamente i quadri in modo
che fra pittura e pittura non si hanno troppo vivi con
trasti e disa monie di colore e di soggetto. Ragioni
di spazio hanno impedito di collocare qui il gran quadro
cogli Uditori di rota di maestro Antoniazzo Romano,
che avrebbe dovuto trovarvi posto vicino a Melozzo.
Sta invece al secondo piano nella terza sala, dove non
è possibile di vedere bene i forti ritratti, che sono fra
le cose migliori del laborioso maestro, al quale in una
galleria romana doveva essere dato ben altro posto.
Ma come ho già detto, non si tratta che di nei in
quest'opera veramente bella del riordinamento, che ha
dato all'Italia una maravigliosa pinacoteca di più.
Fra le sale meglio riuscite è quella dei primitivi,
che pur tante difficoltà presentava per le svariate di
mensioni dei quadri numerosissimi e quasi tutti di
piccolo formato. L'averli in parte disposti a gruppi
entro incorniciature di legno oscuro ha tolto ogni squi.
librio, e le pareti appariscono perfettamente armo
niche. La visione di tutte quelle tavole a fondo au
reo sulla stoffa oscura delle tappezzerie riesce pia
CORRIERI
cevole ed austera ad un tempo. Vi sono esposte pit
ture dal Duecento ai primi del Quattrocento; tavole
di Simone Martini, di Bernardo Daddi, di Giovanni
da Milano. In un gruppo speciale sono varie buone
cose di Lorenzo Monaco, in un altro opere di Taddeo
di Bartolo, di Pietro Lorenzetti e di Lippo Memmi.
Interessante per il nome dell'autore finora scono
sciuto è il polittico firmato di Giovanni Bonsi da Fi
renze, che porta la data del 1371. Presso alle finestre
sono stati collocati alcuni pochi quadretti bizantini.
Nella seconda sala, dalle molte scuole, oltre ai quadri
a cui ho già accennato, sono dipinti di Benozzo Goz
zoli, le storie di San Nicola da Bari dell'Angelico e
poi pitture di Quattrocentisti senesi: di Sano di Pietro,
del Sassetta, di Pellegrino di Mariano, di Giovanni di
Paolo e d'altri.
235
lerare che queste sue pitture stessero in questo stesso
palazzo del Vaticano, dove egli ha compiuto le sue
maggiori opere, divise e quasi trascurate.
La sala dei Veneti è la prima di quella parte della
galleria che si trova a sinistra della grande sala d'in
gresso che coi suoi contatori automatici degli incassi,
colla vetrina del bigliettario e le sue port'ombrelle
spezza sgradevolmente l'insieme della Pinacoteca, così
nobilmente distribuita e collocata.
La sala dei Veneti è tutta dominata dalla Madonna
Veramente magnifica, sia per le opere che vi sono
raccolte, sia per la grande armonia che tutte le riu
nisce come in un unico quadro, è la sala terza, dove
non sono che pitture di maestri dell'Umbria e delle
Marche.
Interessantissimo fra tutti il gruppo delle pitture
marchigiane. Questa scuola sino ad ora cosi trascu
rata va ora prendendo forma chiara, specialmente per
gli studi di Arduino Colasanti, che riesce ogni giorno
più a portarvi luce ed ordine, sicchè in tutti aumenta
sempre più l'interesse per questi artefici umili e sem
plici, che pure hanno tanta importanza per la storia
della pittura italiana. Tra i frammenti della predella
del polittico Quaratesi, che debbono quasi tutti attri
buirsi ad un allievo di Gentile da Fabriano, il Colasanti
giustamente crede opera del maestro la tavoletta colla
rappresentazione di San Nicola che soccorre i naviganti
in pericolo.
Le opere di Allegretto Nuzzi, di Francescuccio
Ghissi, di Ottaviano Nelli da Gubbio sono disposte
con ordine mirabile e buon gusto. Chiude la serie
una Madonna di Francesco di Gentile.
In questa stessa sala sono esposti i due polittici di
Niccolò Alunno, i dipinti del Pinturicchio, di Giovanni
Spagna, di Pietro Perugino e di Cola dell'Amatrice,
al quale si è voluto dare l'onore veramente soverchio
di un posto centrale.
Colla visione di queste pitture convenientemente
disposte, il visitatore entra nella sala attigua, consa
crata a Raffaello.
Intorno alla Trasfigurazione, posta in luogo nobi
lissimo, gli ordinatori hanno con giusto accorgimento
collocato le altre opere dell' Urbinate e pitture di suo
padre, del suo maestro e degli scolari: dal San Giro
lamo di Giovanni Santi alla Madonna di Monte Luce.
Ora che con savia disposizione queste pitture ravvici
nate si spiegano ed illustrano a vicenda, ora che qui si
può tener dietro allo svolgersi di tanta parte della per
sonalità di Raffaello Sanzio, non si riesce quasi a com
prendere come mai per tanto tempo si sia potuto tol
di S. Niccolò dei Frari, che ora, restaurata ed in buona
luce, apparisce veramente come una delle più forti
pitture di Tiziano, mentre certamente suo, ma debole,
è il ritratto del doge Marcello.
Da un lato stanno i Crivelli, poi Bartolomeo Mon
tagna ed Antonio da Murano.
Ai Secentisti, sempre disgraziati, non è stata asse--gnata che un'unica grandissima sala. Il buongusto degli
ordinatori ha saputo anche qui vincere molte difficoltà
ma nonquelladella luce, che percuote i grandi quadri
direttamente in faccia. Oltre alle solite tele che tutti
conoscono, il D'Achiardi ha qui esposto alcuni quadri
da lui scoperti nei magazzini e nelle sale del Palazzo
apostolico, che per la loro bellezza aumentano gran
demente il pregio di questa parte della Pinacoteca.
Dei quadri nuovi, i due più importanti sono un San
Pietro che rinnega il Signore di Michelangelo da Ca
ravaggio e quel Riposo in Egitto che Federico Ba
roccio dipinse per l'Anastagi di Perugia e che si cre
deva perduto. Il D'Achiardi ha poi anche scoperto
alcuni ritratti di scuola cinquecentesca tedesca ed una
Pietà di Lucas Kranach, che sta ora tutta raccolta,
come paurosa, nell'ultima saletta degli stranieri, fra i
feroci martiri del Valentin e di Nicola Poussin, e la
luccicante magnificenza del Giorgio IV del Lawrence.
Questo quadro, per il tempo in cui è stato dipinto,
avrebbe dovuto forse rimanere al Laterano, dove si
raccolgono i quadri moderni dei Sacri Palazzi, ma per
la valentia grande del maestro, non ancora in tutto
moderno, a buon diritto sta qui a chiudere la serie
delle pitture maravigliose di cui va superba la Pina
coteca vaticana.
Ora non resta che sperare che con uguale fortuna
la munificenza di Pio X si volga al riordinamento di
tanti altri tesori d'arte e di storia, che si conservano
nei Sacri Palazzi.
Esposizione d'arte in Roma.
F. H.
La tanto bene
merita Società degli amatori e cultori di belle arti in
Roma anche quest'anno ha allestito la sua Esposi
zione internazionale (che è giá la 79a) di pittura, di
scultura e di Bianco e Nero.
Dal 1907 la Mostra di Roma è andata assumendo
un'importanza certo maggiore di quella che avesse
avuta sino ad allora. Importanza dovuta a certi cri
terii di più illuminato rigore nell'accettazione delle
opere; a notevoli inviti fatti ad artisti italiani e stra
236
nieri ed anche ad una certa maggior decenza
st'anno potremmo chiamarlo quasi lusso!
CORRIERI
que
nell'ad
dobbo e nella ricerca di un effetto d'insieme armonioso
ed organico.
Tuttavia in questa ultima Esposizione io sento ali
tare un certo tanfo di chiuso, di freddo e, se non
erro, il fatto non nuovo nelle sorti delle Esposizioni
italiane, è dovuto, da una parte, ad unilateralità di
vedute dei membri della Giuria troppo simpatizzanti
fra loro, se non con la grande massa degli artisti, e
d'altro canto, alla xenofilia eccessiva che è la virtù
che infesta così spesso noi poveri Italiani.
Il grande pericolo degli inviti troppo estesi e troppo
leggermente estesi, mai come quest'anno è apparso
in tutta la sua deleteria influenza. E sarà gran bene
che le Giurie di tutte le Esposizioni si persuadano,
una buona volta, che non col troppo comodo sistema
degli inviti, gli artisti stranieri od italiani anche, sa
ranno allettati a partecipare a questa o a quella Mostra ;
ma soltanto quando essi trovino garanzie serie di ec
cletismo largo ed imparziale e simpatia intellettuale
nell'ambiente in cui le mostre hanno luogo.
Tuttavia fra le tantissime tele
oh! perchè la
Giuria che, a quel che dicesi, è stata tanto severa,
non ha negato l'accesso ancora ad un buon terzo
delle opere esposte ? ...
qualcheduna è veramente
notevole, ed io ripenso con entusiasmo al magnifico
>> così ricorda il bassorilievo che adorna il sacello dell'altare del S. Sacramento in
San Marco: « ... il sacrario dell'Eucaristia è rinchiuso con una portella di bronzo ' con
figure di mezzo rilievo scolpita dal Sansovino con artificio notando ». Altre notizie, oltre
questa fornitaci dal figlio Francesco, si possono ricavare da alcuni documenti conservati
nell'Archivio dei Procuratori di San Marco, de Supra, di cui il Sansovino era proto. Infatti
nella supplica che il Sansovino presentava il 20 marzo 15654 ai Procuratori di San Marco,
domandando il rimborso di alcune spese sostenute da lui in lavori eseguiti per conto della
Procuratia, egli non tralascia di ricordare la « Portella di bronzo per me... fatta e posta in
chiesa di San Marco allo altare del Sacramento ». Per questa e per « la Imagine di Nostra
Donna... posta nella Lozetta>>>' egli chiedeva una ricompensa complessiva di ottantacinque
ducati. I Procuratori, esaminata pochi giorni dopo la domanda del loro proto, decidevano
di accordare la somma da lui richiesta e l'ultimo febbraio dell'anno seguente 1566 (m. v.)
il cassiere della chiesa di San Marco sborsava al Sansovino gli 85 ducati ed annotava:
<<>>' che egli andava compilando
di giorno in giorno con cura minuziosa.
Per zitar la storia del bassorilievo de la gloria del Cristo
del San Sovino et de la fede et heresia tute tonde L. 1 s. 16 ; Per ligar dita storia et con
<> della Pinacoteca comunale di Ancona, ricordi abba
stanza chiari e precisi per stabilire esattamente la derivazione di alcuno dei particolari da
questo o quel bassorilievo sansoviniano ; solo possiamo dire che nell'aggruppamento dei
putti, che circondano la Vergine, come nella costruzione florida del loro corpo e nei loro
vari atteggiamenti, il Lotto mostra sia pure lontanamente, di aver tenuto conto dell'opera del
suo amico scultore.
I
Questo memoriale di Lorenzo Lotto venne pub
blicato nel periodico Le Gallerie nazionali italiane,
anno I, 1894, pag. 219.
2
BERENSON. The Venetian Painters, 1894.
DI ALCUNI BASSORILIEVI ATTRIBUITI A JACOPO SANSOVINO
293
Quanto al Tabernacolo di Firenze nè il Vasari, nè altri scittori, che di Jacopo Sanso
vino ebbero ad occuparsi innanzi ilTemanza, mostrano di aver avuta notizia: nessun ricordo
inoltre, nessuna testimonianza circa l'epoca da assegnarsi all'esecuzione del Tabernacolo.
Senonchè all'assenza assoluta di notizie e di documenti può supplire un accurato esame
stilistico dell'opera, la quale chiaramente presenta caratteri tali, così nella composizione del
bassorilievo come nel motivo di decorazione della lunetta superiore, da poter credere che
il Tabernacolo sia stato eseguito dal Sansovino durante gli ultimi anni di sua vita. A tali
ipotesi fui inoltre indotto notando come il bassorilievo eseguito per la famiglia Medicea e
perciò molto probabilmente destinato ad adornare qualche chiesa fiorentina o qualche sala
di palazzo mediceo a Firenze, alla mortedell'artista si trovasse ancora a Venezia, e a Venezia
continuasse a rimanere ancora per molti anni. La morte forse incolse il Sansovino prima
che egli avesse potuto provvedere all'invio del Tabernacolo da poco compiuto, a Firenze.
Eneppure è chiaro se il Sansovino avesse eseguito il Tabernacolo per commissione dei Gran
duchi di Toscana o a questi avesse voluto inviarlo come omaggio di un devoto fiorentino
lontano. Certo è però che il Tabernacolo era destinato alla famiglia dei Medici; lo stemma
dalle sei palle, che corona la lunetta superiore del Tabernacolo, e il passo con cui è ricordato
il Tabernacolo nella Cronaca Veneziana dei Gradenigo, ne sono prove sicure.
Alla morte di Jacopo Sansovino, avvenuta nel novembre del 1570, il Tabernacolo che
come dissi, si trovava ancora nello studio dell'artista passò in eredità al figlio Francesco e
da questo ai signori Fiandra, congiunti della moglie di Francesco Sansovino, Benedetta
Misoca, i quali poi lo cedettero al barone Tassis generale delle poste imperiali. Presso
quest'ultimo infatti lo trovò ancora nel 1660 Mario Boschini, che ne « La Carta del Navegar
pitoresco » ne fa grande elogio. Quattro anni dopo, nel 1664, il Tabernacolo passava a
Firenze, regalato al principe Cosimo figlio del Granduca di Toscana Ferdinando e il 24 luglio
dello stesso anno entrava a far parte della galleria granducale. Da Firenze il Tabernacolo
non fu più allontanato ed anche oggi noi possiamo ammirarlo nel Museo Nazionale del
2
Bargello.
***
Se è elemento di buona critica affermare che il maggiore o minore grado di elabora
zione di due o più opere d'arte uscite dalle mani di uno stesso artista, appartenenti ad un
medesimo ciclo così per la scena che svolgono, come per le coincidenze stilistiche che pre
sentano, è indice abbastanza sicuro per poter stabilire nella maggior parte dei casi la suc
cessione cronologica, secondo la quale esse opere d'arte debbonsi disporre, io credo che la
mia ipotesi testè avanzata, circa l'epoca da assegnarsi al Tabernacolo fiorentino (a sostegno
della quale accennai ad alcune osservazioni che ora mi propongo di svolgere ampiamente)
possa essere accettata con notevole attendibilità. Prendiamo pertanto in esame i due bas
sorilievi della portella veneziana e del Tabernacolo mediceo; in entrambiJacopo Sansovino
svolse la medesima scena e quantunque diversità notevoli sia facile riscontrare così nella
particolare disposizione dei putti, che circondano il Salvatore, come nella tecnica usata
dall'artista, non ci possono tuttavia sfuggire alcune rispondenze reciproche nella concezione
generale dell'opera, così che l'un bassorilievo non possa dirsi derivato dall'altro. La figura
del Salvatore, nella portella veneziana, modellata ad alto rilievo, ritta nel mezzo del quadro
CICOGNA EMMANUELE, Delle iscrizioni veneziane,
vol. 4. pag. 31.
2
Queste notizie riguardo il passaggio da Venezia
a Firenze del Tabernacolo mi furono suggerite gen
tilmente dal Direttore del Museo Nazionale di Firenze
a cui rendo pubbliche grazie.
GIULIO LORENZETTI
294
che ha per sfondo gli angeli e le nubi, assurge
urge al cielo, trasportata da una folla innume
revole di cherubini. Il Redentore rivolge al basso, a sinistra lo sguardo tranquillo e colle
braccia aperte sembra quasi voler accogliere in un abbraccio affettuoso quel nembo d'angeli
infinito, che gli volano dattorno e recano gli strumenti della passione. Nella sua testa, che
si protende innanzi a tutto rilievo noi scorgiamo lo stesso tipo, l'espressione stessa del San
Giacomo di Firenze e di Roma, che ritroveremo ancora in altre figurazioni di Cristo come
nel Tabernacolo di Firenze e nel quadro superiore della porta della sacrestia in San Marco:
alquanto allungato l'ovale del volto, dal naso dritto, dallo zigoma sporgente, dalla barba
non molto lunga e folta, che si unisce ai capelli inanellati, scendenti giù per le spalle e
sul petto. Vigorosamente modellata l'anatomia del torso nudo inquadrato dalle pieghe di
un manto, che scende giù dalle spalle ravvolgendogli i fianchi e lasciando solo scoperta
dal ginocchio in giù la gamba destra. Alquanto rigidi alcuni partiti di pieghe; eccessiva
mente secche le braccia e le mani dalle dita assai lunghe e scarne, carattere quest'ultimo,
che ritroviamo specialmente nelle sculture del maestro, dove prepondera l'influsso della scul
tura donatelliana, una delle fonti donde il nostro artista attinse le prime ispirazioni, i primi
insegnamenti.
Graziosissimi nella loro espressione di infantile giocondità alcune figure di cherubini, mo
dellate con rara maestria dal Sansovino, che dei fanciulli sapeva cogliere i più fuggevoli
affetti e fissarli meravigliosamente nella creta. Quale varietà di atteggiamenti, quale viva
cità di espressione non seppe egli infondere alla massa irrequieta d'angeli che si affollano
intorno al corpo di Cristo e si accavallano e si intrecciano e si traversano gli uni sugli
altri . Il loro tipo or sorridente, or pensoso ricorda assai spesso il bel volto del divino fan
ciullo nei numerosi altorilievi in cartapesta, in stucco, in marmo, che ancor oggi di lui si
conservano ; la fronte piuttosto alta e spaziosa, il nasetto alquanto schiacciato e rialzato,
grassoccie le guancie, piccola la bocca; i capelli, alcune volte ricciuti, divisi da una scri
minatura laterale si raccolgono in un ciuffo quasi nel mezzo della fronte, altre volte lunghi
ed ondulati sono resi da striscioline sottili, che si intrecciano ed aggrovigliano. Dei putti
alcuni sono nudi, altri vestiti: però sotto la tunica che scende loro giù dalle spalle si in
travvedono le forme ben proporzionate dei corpi leggiadri.
Sebbene nella concezione come nella esecuzione di questo bassorilievo, in cui i bei
nudi di putti balzano fuori vivi dal fondo, in cui le graziose teste di cherubini plasmate
con tanta schiettezza e vivacità fan capolino fra le nubi o tra le pieghe del manto, il
Sansovino abbia rivelato le grandi doti della sua arte, ben meritando la nostra ammira
zione, noi tuttavia ci sentiamo portati a tributar lode maggiore al bassorilievo del Taber
nacolo mediceo, il quale per la gentile, finissima modellazione più propria del bulino, che
della stecca, per le tenui figure di cherubini disegnate più che lievemente plasınate, eser
cita su noi fascino grandissimo. Non è a credere però che a caso, senza una premeditata
considerazione il Sansovino abbia seguito nei due bassorilievi tecniche tanto diverse fra
loro ; se egli infatti avesse posto nell'altarino del Sacramento a San Marco, dove assai
scarsa piove dall'alto la luce, una portella di sì tenue rilievo, quale il quadro centrale del
Tabernacolo mediceo, tutte le bellezze del bassorilievo con tanto diligente amore ottenute,
sarebbero di necessità svanite: nella penombra del sacello marciano occorreva un maggior
rilievo, contrasti più forti fra ombre e luci, che l'artista ottenne con una modellazione più
larga e più franca ed anzi rafforzò con lucenti dorature.
Tuttavia l'idea generale della scena rimase immutata: solo nel Tabernacolo mediceo
essa ci appare riveduta, modificata, elaborata nei particolari.
Ed appunto in grazia di questo maggior grado di elaborazione (non già dellatecnica,
che sebbene più evoluta nel bassorilievo di Firenze non deve considerarsi tuttavia elemento
sufficente per ritenere posteriore cronologicamente l'opera a cui essa s'informa, essendo
essa tecnica, come provai, strettamente connessa all'ambiente destinato ad accogliere l'opera
d'arte) io sono indotto ad assegnare il secondo posto in ordine di tempo al Tabernacolo
T
2167
JACOPO SANSOVINO
1486-1870
CRISTO IN GLORIA
DAREELRAMA
Fig. 2 Cristo in gloria. Tabernacolo. Firenze, Museo nazionale del Bargello
296
GIULIO LORENZETTI
fiorentino. Nella portella marciana credo di poter riconoscere l'idea prima, che l'artista
ebbe modo di svolgere compiutamente nel bassorilievo fiorentino.
Nè è difficile notare questo maggior grado di elaborazione, se noi confrontiamo con
cura fra loro le due opere d'arte, se osserviamo i mutamenti introdotti dall'artista nella
disposizione delle figure, se cerchiamo di interpretare il fine senso d'arte, che lo guidava,
allorchè volle dare ulteriore svolgimento alla stessa scena. Oltracciò un nuovo raffronto
stilistico viene ad avvalorare la mia ipotesi circa la data da assegnare all'esecuzione del
Tabernacolo fiorentino. Se noi confrontiamo la gloria d'angeli disposti a corona intorno a
Cristo, che risorge dal sepolcro, nel quadro superiore della Porta sansoviniana della Sacre
stia di San Marco in Venezia, colla folla di cherubini che circonda ilRedentore nel Taber
nacolo di Firenze, notiamo subito come caratteri di stretta somiglianza dimostrino ad evi
denza che una sola mano, diversa da quella, che modellò la portella del Sacramento, attese
sotto la direzione del Sansovino, all'esecuzione delle due opere d'arte. In ambedue i bas
sorilievi ritroviamo la medesima finezza, la medesima grazia di modellazione, la stessa
struttura delle mani di Cristo meno stecchite ed allungate che non siano quelle della por
tella dell'altare, la stessa forma di nubi a profilo tondeggiante, disposte a cirri.
E poichè noi possiamo affermare coll'aiuto di documenti rinvenuti nell'Archivio dei
Procuratori de supra che intorno al 1563, Agostino Zotto, scultore padovano, attendeva
alla modellazione di « tutte le figure et teste et quadri et putti >> della porta suddetta,
si può credere che intorno a questo tempo, il Sansovino, approfittando della presenza in
Venezia nel suo studio del rinomato fonditore padovano, si fosse servito dell'opera sua
per ritoccare il modello in cera ed eseguire la fusione del Tabernacolo mediceo. Per tal
modo ne seguirebbe che l'esecuzione del Tabernacolo viene a precedere di poco il 1565
epoca in cui già trovavasi sul posto la portella del Ciborio, come dicemmo.
I
2
Il Tabernacolo di Firenze pertanto, come la Porta della Sacrestia in San Marco, sareb
bero state eseguite dal Sansovino coll'aiuto di Agostino Zotto padovano : nuova prova
questa, fra le molte che si potrebbero addurre, illustrando l'opera scultoria del Sansovino,
della considerazione in cui deve essere tenuta la collaborazione degli scolari o di artisti
contemporanei di minore importanza e qualche volta ancor oggi a noi quasi ignoti, stu
diando la manifestazione artistica dei grandi maestri, attorno ai cui nomi si vennero rag
gruppando tutte le opere, che possono in qualche modo ricordare i caratteri dell'arte loro.
Il Tabernacolo di Firenze, che misura complessivamente in altezza m. 1.31 ed è largo
m. 0.68, racchiude nella parte inferiore al centro il bassorilievo raffigurante « Cristo in
Gloria » d'altezza eguale al bassorilievo veneziano (cm. 43) e di larghezza di cm. 34, minore
di quella della Portella in San Marco, che misura cm. 37.
Sulla elegante trabeazione corinzia dei pilastrini laterali, si imposta l'arco a tutto sesto,
entro cui è racchiusa una lunetta rappresentante il Padre Eterno tra le nuvole circondato
da angeli. Festoni di fiori e di frutta sorretti da gruppi laterali di putti alati coronano lo
intero tabernacolo : alla sommità dell'arco, su una targa sansoviniana, posa lo stemma me
diceo dalle sei palle, che due putti sorreggono ed incoronano: lungo i lati ricade dalla bocca
di un mascherone un ricco festone di fiori e di frutta intrecciati da un nastro, entro cui
quattro putti, due per lato affondano le braccia e le teste a reggerne faticosamente l'ab
bondante dovizia. Il largo senso decorativo, forse un po' troppo fastoso e pesante in rela
zione alle eleganti sagome dell'architettura, mostra chiaramente, come già feci notare, i
caratteri propri dell'ultimo periodo artistico di Jacopo Sansovino.
1
Archivio dei Procuratori de supra. Libro H della
Chiesa.
2
SCARDEONE, De antiquitate Urbis Patavii. Basi
leae MDLX. « ... addas huic (Titiano Minio) sculp
torem atque fusorem insignem de palma cum supe
rioribus vel etiam cum antiquis certatem Augustinum
Zottum ».
DI ALCUNI BASSORILIEVI ATTRIBUITI AJACOPO SANSOVINO
297
Marco Boschini, lo scrittore veneziano già citato, non sa trovare scusa migliore per
avere interrotto « el discorso de Pitura » trattenendosi ad illustrare, il bassorilievo sanso
viniano, che decantarne l'eccezionale bellezza :
Un geto de Bronzo del Sansovino dal Sig. Baron Tassis.
L'è un toco de metal, ma par ch' el viva:
bronzo certo no' l'è: perchè l'è fato
d'un raro e squisitissimo carato;
e forsi la Natura no' ghe ariva.
Là vedemo Giesù ressusità
con una massa d'anzoli infinita,
che dopo al mondo haver portà la vita,
per trofeo con la Crose in Cielo el và.
De sora el padre eterno maestoso
osserva el bel trionfo, e la vitoria
contra el mostro d'inferno, e tuto gloria
se vede el Paradiso luminoso.
Per trofeo la bel'arma de Toscana
sigila el gran valor del Sansovin
co 'l dir: l'Autor de questo è fiorentin,
degno premio a virtù ben più, che humana!¹
Nel bassorilievo fiorentino il tocco delicato e squisito della mano del maestro è passato
come una carezza sulle graziose figure degli angeli e ne ha raggentilite le forme, ammor
bidite le carni, attenuati i rilievi, resa più intensa l'espressione affettuosa di infinito amore,
che spira dallo sguardo di Cristo glorioso! La figura del Redentore di proporzioni minori,
che nella Portella in San Marco, ci appare anche in questo bassorilievo nel mezzo del quadro,
circondata dalla gloria d'angeli. Solo la testa che nel Tabernacolo fiorentino non esce dai
limiti del quadro, invadendo la cornice che gira tutt'attorno, si mostra a noi interamente
di profilo, reclinata sulla spalla sinistra; e così pure verso sinistra è rivolto l'intero torace,
che nella portella di San Marco si presenta quasi di tutto prospetto; il corpo di Cristo non
è più ricoperto sotto le pieghe pesanti del panno; un manto quasi come velo leggero
gli scende giù per la schiena dalla spalla sinistra e gli ricinge i fianchi: la modellazione
del nudo sapiente ed accurata in ambedue i bassorilievi qui ci appare con più amorosa
cura condotta nei più piccoli particolari, vorrei quasi dire, tormentata.
Se dalla figura del Redentore noi passiamo a confrontare nei due bassorilievi i vari
aggruppamenti ed atteggiamenti dei cherubini, più chiaro ed evidente ci apparirà il tra
passo graduale dall' uno all'altro bassorilievo. Osservi, ad esempio, lo studioso la nuova dispo
sizione data nel bassorilievo di Firenze alla schiera d'angeli, che si affollano sul lato sini
stro del quadro attorno alla figura del Salvatore, e ne faccia un confronto colla Portella
veneziana.
L'atteggiamento del putto che stende il braccio sinistro dietro la spalla di Cristo a
reggerne il manto e si libra nell'aria rivolgendo lo sguardo verso l'interno del quadro, pur
conservandosi assai simile nel bassorilievo di Firenze, subisce tuttavia delle varianti. La
gamba destra del putto non più stesa dritta sulle nubi, si piega al ginocchio leggermente
e il piede scompare affondando fra i piccoli cirri, così che spezzata in due la linea retta
che il torso del putto formava colla gamba distesa, l'atteggiamento dell'intera figura acquista
grazia ed eleganza, ed essa libera, con movimento più spontaneo, vola tra le nubi; più leg
gere e sottili si fanno le pieghe del nastro stretto sotto le ascelle del cherubino e la sua
I
MARCO BOSCHINI, La carta de navegar pitoresco. MDCLX. Vento Quinto, pag. 325.
L'Arte. XII, 38.
298
GIULIO LORENZETTI
testina graziosa dai capelli simili a piccole fiamme (notiamo attentamente la differente fat
tura con cui sono resi i capelli dello stesso cherubino nei due bassorilievi) è rivolta non
più verso il centro del bassorilievo, ma verso l'esterno ; e verso l'esterno il cherubino stende
pure il piccolo braccio quasi in atto di invitare alla festa nuova schiera di angeli. Di fianco
a questa figura di cherubino verso il limite del bassorilievo, la figura di putto, che nella
Portella marciana si presentava di prospetto, è sostituita nel bassorilievo fiorentino da una
figura d'angelo a bassissimo rilievo vista però di schiena.
Diverso notevolmente è poi nei due bassorilievi il gruppo dei tre angeli compresi fra
il braccio e il fianco destro della figura di Cristo. Certamente strana o almeno inelegante
ci può sembrare l'andatura del putto (come si presenta nella portella in San Marco) il quale
posta una gamba a cavalcioni sulle spalle di un angelo, che gli sta sotto, preme colla mano
grassoccia sul capo del suo compagno e riesce ad affacciarsi con aria biricchina tra le
pieghe del manto sotto l'ascella della figura del Salvatore! A prima vista anzi non ci riesce
di comprendere a chi mai possano appartenere quella gamba e quel braccio, non essendo
troppo facile collegarle insieme alla testina di putto sorridente, imaginando la posizione
quasi orizzontale, secondo cui è disposto il corpo del putto! Nel bassorilievo di Firenze
invece non più il succedersi monotono delle tre teste d'angeli a fatica compresi fra il
braccio e il fianco di Cristo, nè la mossa sgraziata dell' angelo, che sta sospeso in aria colle
gambe aperte, nè il movimento del putto che sta sopra agli altri: la figura dell'angelo col
locato più al basso, che nella portella di Venezia si presenta interamente di prospetto, nel
Tabernacolo di Firenze acquista doppio movimento : le proporzioni del corpo si fanno più
svelte, più elegante la linea dell'intera figura: e l'angelo, stretto insieme al compagno che
gli si serra affettuosamente accanto, sembra volar leggero nell'aria. Il terzo putto muta del
tutto posizione rispetto agli altri due: posto al di sopra del primo angelo egli conserva la
gamba posta a cavalcioni, ma la sua mano non preme più sulla testa del suo compagno,
il suo movimento si fa più facile e naturale, più dolcemente affettuoso egli rivolge lo sguardo
verso la figura del Salvatore, di cui sostiene amorosamente il braccio. Con tali mutamenti
l'artista riusciva a dare all'intero gruppo un insieme più piacevole, otteneva una linea più
elegante nella disposizione delle figure. Mi si permetta un nuovo confronto : osservi il let
tore nella Portella veneziana le figure un po' tozze degli angeli l'uno dei quali presenta a
Cristo il calice e l'altro dalla parte opposta sostiene la Croce, abbracciandola. Non sembra
forse che questi due angeli piuttosto che librarsi leggeri fra le nubi piantino stabilmente
i loro piedini sopra zolle di terra? Quanto più agili e più veraci nei loro movimenti le
due corrispondenti figure del bassorilievo di Firenze! Un soffio di vita sembra animare
l'angelo posto accanto alla Croce, e il cherubino reggente il calice, le cui membra un velo
finissimo ricopre, si leva leggero, avendo accanto, quasi visione gentile, la figura di un
putto squisitamente modellato a bassissimo rilievo sul fondo! E un nuovo segno ancora
dello studio amoroso, con cui l'artista elaborò la primitiva scena del bassorilievo di Venezia,
noi riscontriamo nella parte inferiore del quadro, dove il Sansovino senti il bisogno di
rendere più vario, più libero il gruppo delle quattro figure d'angeli corrispondentisi a due
a due nei movimenti e ne mutò, sebbene leggermente, la disposizione, e colmò la lacuna
al basso, modellando con rilievo assai leggero fra le nubi una nuova figura di cherubino.
Potrò essere sembrato eccessivamente noioso in questo studio di analisi stilistica, in
questo confronto accurato fra i due bassorilievi; sembrami però che le conclusioni a cui
sono giunto abbiano in sè valore sufficiente per far accettare la mia ipotesi e che il Bas
sorilievo di Firenze si possa ritenere con notevole probabilità posteriore cronologicamente
alla Portella in San Marco a Venezia.
In grazia di questo studio di analisi noi siamo venuti conoscendo intimamente, appro
fondendo i caratteri dell'arte sansoviniana e, rilevandone i pregi notevoli, abbiamo tentato
di interpretarne lo spirito e la forma. Tali caratteri stilistici ritroviamo noi ancora nel Bas
sorilievo di Berlino ? Possiamo noi dire che la stessa mano, che diffuse tanta grazia, tanta
Fig. 3- Ascensione di Cristo. Rilievo in bronzo. Berlino, K.-Friedrich Museum
300
GIULIO LORENZETTI
gentilezza di forme e di espressione nelle due opere di Venezia e di Firenze abbia model
lato il bassorilievo proprietà del Museo di Berlino? Francamente a me sembra che non si
possa credere, che l'arte di tanto artista sia scesa sì al basso plasmando figure così scor
rette per tecnica e per forma !
Basta confrontare gli angeli del Bassorilievo di Berlino, colle corrispondenti figure della
Portella di Venezia, da cui il Bassorilievo fu sicuramente ricavato, per rendersene
I
persuasi.
La stessa figura del Salvatore nella modellazione alquanto sommaria e malsicura del
torso rivela la tecnica tutta propria di un artista, che copia un modello che ha sotto gli
occhi, senza che una conoscenza abbastanza profonda della forma lo sorregga ad interpre
tare giustamente il modello; così una fattura più ampia, più larga, che si discosta alquanto
dalla maniera un po' rigida del panneggiamento nella Portella di Venezia notiamo subito
nelle pieghe del manto, che ricoprono il corpo di Cristo: inoltre l'espressione del volto
manca di quella serena bontà che spira dallo sguardo del Salvatore nella Portella di Ve
nezia e le palpebre qui si calano grevi e pesanti: a queste deficenze aggiungasi un errore
non lieve di prospettiva e di forma in cui incorse l'artista modellando nel bassorilievo di
Berlino la gamba sinistra del Salvatore. La parte inferiore della gamba è resa con uno
scorcio troppo sfuggente così che essa sembra squarciare il fondo del quadro. E difetti
ancor più gravi noi abbiamo modo di constatare studiando la modellazione dei sin
goli putti.
Vi si osserva subito una fattura trascurata, negligente, grossolana che spesse volte si
traduce in vera e propria incapacità nel modellare il volto dei putti, i capelli, il panneggia
mento delle tuniche; vi si nota lo sforzo dell'artista che volendo ritrarre l'espressione dei
volti leggiadri dei putti sansoviniani, le loro forme graziose, esagera i tratti caratteristici,
cade di continuo in sproporzioni e scorrettezze e finisce col fare la « caricatura », di quelle
figure che s'era proposto di fedelmente ritrarre. Esaminiamo ad esempio il putto che regge
sulla spalla con ambe le mani la gamba sinistra del Salvatore; io oserei dire mostruosa la
sua faccia, dalla fronte protuberante, dagli occhi che guardano senza vivacità, segnati a
mandorla, come in tutti gli altri putti, negligentemente, con due colpi di stecca. Ben diversa
inoltre è la modellazione delle ali, che nella Portella veneziana hanno una costruzione più
solida, una fattura più semplice, meno frastagliata nei contorni delle singole penne.
E simili osservazioni dovrei a lungo ripetere se mi accingessi a studiare particolar
mente il bassorilievo, rilevando la deficenza dimostrata dall'artista, nel modellare i nudi, nel
panneggiare le tuniche, nel coglier l'espressione delle figure, nel rendere lo sfondo vaporoso
delle nubi segnandone rozzamente i contorni con una linea sinuosa !
Confrontiamo solo la figura dell'angelo che reca il calice al Salvatore colla corrispon
dente figura della Portella in San Marco: il profilo della gamba e del torso accennato som
mariamente nella pesante figura del Bassorilievo di Berlino, come si disegna squisitamente,
come si intravvede morbido e vivo nella Portella di Venezia sotto le pieghe della tunica,
che qui si agita colla leggerezza del velo, e là ricade colla pesantezza del panno! Nè voglio
accennare alla modellazione della testa enorme, dei capelli segnati in malo modo, rozzamente
a colpi di stecca.
A me sembra pertanto che il Bassorilievo di Berlino non possa credersi uscito dalle
mani di J. Sansovino, ma si debba piuttosto considerare eseguito da qualche suo allievo o
seguace, che l'opera del maestro imitò o meglio copiò, incaricato forse da qualche ricco
patrizio veneziano, che amò possedere una riproduzione della portella sansoviniana.
Certo è però che l'artista il quale plasmò il Bassorilievo che ora trovasi a Berlino,
1 A provare che il Bassorilievo di Berlino derivi
dalla Portella veneziana stanno ancora le proporzioni
delle figure che si corrispondono in ambedue i bas
sorilievi e le misure complessive dei due quadri che
di poco differiscono le une dalle altreessendo il bas
sorilievo di Berlino largo cm. 37 alto 44.
DI ALCUNI BASSORILIEVI ATTRIBUITI AJACOPO SANSOVINO
301
ebbe presente, eseguendolo, entrambi i Bassorilievi di Venezia e di Firenze. Se infatti noi
confrontiamo la distribuzione delle figure nella parte superiore del Bassorilievo di Berlino
colla porzione di quadro corrispondente della Portella veneziana, notiamo delle varianti, che
trovano la loro derivazione nel Bassorilievo di Firenze. Nell'angolo sinistro del quadro, alla
mezza figura d'angelo vista di prospetto, è sostituita una mezza figura volta di schiena, la
quale, sebbene più a bassorilievo e in gran parte coperta dalle nubi, ci appare nel basso
rilievo di Firenze. E così pure l'atteggiamento del putto vicino, che nasconde la mano sini
stra dietro la spalla di Cristo, è molto più simile nel movimento della testa, del braccio,
nella posizione delle dita della mano destra al Bassorilievo di Firenze piuttosto che a quello
di Venezia.
E ancora l'atteggiamento del putto che si aggrappa al braccio traversale della croce,
e che poggia una gamba a cavalcioni sulla spalla dell'angelo che gli sta sotto, è tolto dal
Bassorilievo di Firenze non già dalla Portella di Venezia.
Concludendo, poichè mancano prove storiche, che attestino la paternità di quest'opera
d'arte, poichè l'attribuzione fin qui accettata, per cui si considera autore dell'opera Jacopo
Sansovino, poggia esclusivamente sulla notevole somiglianza, che spesso diventa perfetta
coincidenza, quanto alla distribuzione generale della scena, di esso bassorilievo con altri
bassorilievi sicuramente sansoviniani (il che non è ragione sufficente per ritenere l'opera dello
stesso autore), poichè infine esso bassorilievo si presenta notevolmente inferiore per tecnica,
per forma, per disegno in confronto degli altri due di Firenze e di Venezia, io credo che
esso debba rientrare nella schiera delle opere appartenenti alla scuola, raccolta a Venezia
dal grande artista fiorentino o debba considerarsi opera di qualche scultore contemporaneo
o di poco posteriore al grande maestro, il quale dai due Bassorilievi sansoviniani di « Cristo
in gloria>> tolse i modelli per eseguire una simile composizione.
GIULIO LORENZETTI.
MISCELLANEA
Due opere di Andrea Ferrucci esistenti in Un
gheria.-Il biografo aretino, nella vita che tesse dello
scultore fiesolano, rammenta anche due opere sue che
furono mandate nell'Ungheria. Scrive della prima :
«Fece anco una fonte di marmo, che fu mandataal
re d'Ungheria, la quale gli acquistò grande onore »
(VASARI, IV, 479). Questa notizia, infatti, trova la
sua conferma in una deliberazione degli operai di
s. Maria del Fiore dal 26 maggio 1517, colla quale
al Ferrucci, allora capomaestro degli scarpellini del
l'Opera del duomo, si permette di eseguire nelle lo
calità dell'Opera un lavoro di marmo preso da fare
per il re di Ungheria (laborerium de marmore con
ductum ad faciendum a Rege Ungarie), ed alla per
fezione del quale parevagli dovere occorrere due anni,
in quanto che fosse di figura e non di quadro (solum
et dumtaxat figuras, sed non possit ipse nec alius
pro eo in ipsa opera laborare ut vulgo dicitur de
quadro) ¹.
Di questa opera ora non esiste più nessuna traccia.
Un autore contemporaneo, però, Niccolao Oláh pri
mate di Strigonia ci dà notizia di due fontane che
ornavano i giardini del regio castello di Visegrad si
tuato nelle vicinanze della capitale di Buda sulla riva
del Danubio. Scrive egli: « Hujus areae in meditullio
exsurgit fons miro artificio ex rubro fabricatus mar
more cum sculptis Musarum imaginibus. Ex cujus ca
cumine effigies Cupidinis utri marmoreo insidens
..
aquam exprimit. Hic (cioè nella parteinferiore del
giardino) quoque in medio areolae fons est, ex ala
bastro exurgens, quem ambit ambulatio columnis
marmoreis sustentata, quae a solis aestivi ardore tuta
est» 2. Nella prima delle due fontane noi siamo pro
seconda fonte, invece, potrebbe essere stata quella
eseguita dal Ferrucci, di cui il Vasari vanta l'abilità
particolare nell'esecuzione di sculture decorative e di
lavori di quadro ¹,
della quale abilità egli avrebbe
avuto occasione di far mostra nell'ornamentazione
dell'ambulacro ossia edicola che secondo la descri
zione dell'autore sopracitato cingeva la fontana.
Il secondo lavoro eseguito dal Ferrucci per l'Un
gheria, vien descritto dal Vasari con queste parole:
<< Fu di sua mano ancora una sepoltura di marmo,
che fu mandata similmente in Strigonia, città d'Un
gheria; nella quale era una Nostra Donna molto ben
condotta, con altre figure: nella quale sepoltura fu
poi riposto il corpo del cardinale di Strigonia » (VA
SARI, IV, 479). Questa opera esiste ancora, almeno
in parte, ma non è una « sepoltura >
il Vasari--
come dice
bensì una tavola d'altare; del resto l'er
rore del biografo aretino si spiega dalla circostanza
che il committente elesse la sua sepoltura a piè del
l'altare. Fu questi Tommaso Bakocz, primate d'Un
gheria dal 1498, creato cardinale nel 1500, e morto
nel 1521. Egli nel 1507 in onore della s. Vergine
fece erigere una cappella annessa alla chiesa prima
tiale di Strigonia, dedicata a s. Adalberto, apostolo
dell'Ungheria al tempo del re s. Stefano (cfr. più
sotto) e per ornarla di un altare, diede commissione
al Ferrucci , probabilmente già nel 1507 o poco dopo;
il lavoro, però, non gli fu consegnato se non nel
15192. Che ne sia stato autore il Ferrucci, non ci
vien confermato da nessuna testimonianza de' docu
menti, soltanto dall'indicazione del Vasari e dallo
pensi di agnoscere quella, che il re Mattia Corvino
diede commissione ad Andrea Verrocchio di scolpire
per suo conto 3
la figura del Cupido sull'otre al
meno corrisponde al gusto artistico del maestro. La
I Il testo della deliberazione fu pubblicato dal Gaye, II, 494.
2 NIC. OLAH, De Hungaria et Attila (scritto c. 1536), ediz.
Vienna, 1763 a pag. 26 e 28.
3 VASARI, III, 361, nota 3+.
1 VASARI, IV, 475 e 480.
2 Ciò s'impara da una lettera del cardinale al duca Alfonso
d'Este, colla quale egli a quest'ultimo raccomanda il suo medico
Giov. Muzarelli, in viaggio per Firenze, donde deve far traspor
tare a Strigonia le sculture destinate all'altare della cappella fatta
erigere dal cardinale. Pubblichiamo il testo della lettera, come
segue:
Illustrissimo Principi et Domino D: Alphonsode Aragonia [sic!]
Duci ferrarensi etc. Domino meo observantissimo.
Illustrissime Princeps et excellentissime Domine: Domine mihi
observantissime. Cum Dominum Ioannem Muzarellum artium me.
MISCELLANEA
stile artistico dell'opera stessa, che corrisponde pie
namente a quello di altre simili sculture del detto
artefice (tavola d'altare con nel mezzo un ciborio nel
303
Fu il merito del canonico Strigoniense Monsignor
Danko di aver accennato al nesso fra la notizia del
Vasari e l'altare della cappella di Tommaso Bakocz
:
MAS BAKOCZ DEERDEVD CARDINALIS
Veduta dell'interno della Cappella del Cardinale Bakocz in Strigonia
duomo di Fiesole, e altra simile tavola nel museo
Vittoria e Alberto a Londra, proveniente da s. Gi
rolamo di Fiesole).
dicine doctorem phisicum meum proquibusdam negotiis tum meis,
cumetiam suis peragendis precipue autem pro advehendis qui
busdam imaginibus marmoreis una cum suis basibus quas in urbe
Florentia pro tabula altaris Sacelli, quod ad latus Ecclesie mee
Strigoniensis construi curavi, in Jtaliam miserim, Dominationem
nella cattedrale di Strigonia, e di aver messo in rela
zione l'altare col sigillo del primate di cui si conserva
una impronta in cera nel museo Nazionale di Buda
vestram Illustrissimam pro ea fiducia quam in eius erga me pro
pensa benevolentia habeo, proque mea summa in eam observantia,
etiam atque etiam rogo, ut si qua in re, tam in suis, quam in
meis negotiis gratia et auxilio Dominationis vestre Illustrissime
indiguerit, dignetur eidem, servitutis mee causa, omni favore adiu
KIMED
MISCELLANEA
304
pest . Sorge la tavola attualmente nella cappella an
nessa alla nave destra del duomo (cfr. più avanti)
sopra una mensa d'altare di marmo rosso che sul
davanti porta in minuscole gotiche le sigle I. H. S., e
che perciò pare che originalmente non abbia fatto
parte dell'altare in discorso. La tavola è composta di
un basamento ornato di festoni di frutta, sopra quale
sorgono tre nicchie incorniciate fra quattro pilastri
decorati di ricche candeliere. La nicchia mediana è
ben più larga e alta delle laterali. Quest'ultime ora
contengono statue moderne di santi, essendo state di
strutte al tempo della presa di Strigonia per le orde
dei Turchi (1543) quelle scolpite dal Ferrucci, che vi
stavano originalmente. Al piè del pilastro destro della
nicchia mediana (che ora resta senza statua) si vede
raffigurata in rilievo la figura inginocchiata del car
dinale donatore (come ce lo mostra anche l'impronta
del suo sigillo). Lo spazio sopra le due nicchie late
rali, fino all'altezza di quella del mezzo, è occupato
dalle mezzefigure in bassorilievo degli evangelisti.
Finisce la tavola in alto con una ricca trabeazione,
sulla quale — in corrispondenza alla nicchia mediana
sorge un altorilievo colla rappresentazione del
l'Annunziazione. Dai due lati essa è incorniciata da
riccamente scolpite cornucopie con figure di sfingi
che ne escono, e in alto termina con una testa di se
rafino fra volute di rabeschi, mentre nei due angoli
estremi della cornice stanno ginocchioni due genii
alati con fiaccole nelle mani (v. la fig. 1ª) 2. L'altare
di Strigonia, dunque, è nella sua composizione una
replica non essenzialmente variata dell'altare-ciborio
a Londra, provveniente da s. Girolamo di Fiesole
(vedine la ripproduzione nell'atlante fotografico delle
sculture del museo di South Kensington, edito nel
1862 dal Thompson in Londra).
Sulle statue che originalmente ornavano le tre
nicchie c'illumina Ursino Velio in un passo del suo
libro sulla guerra fra re Ferdinando Iei Turchi.
Egli nel 1527 vide la cappella nel suo stato origi
mentoque esse. In quo factura est mihi Dominatio vestra Illustris
sima rem gratissimam quam meis perpetuis servitijs in quibus
cumque rebus ipsa mihi mandare dignata fuerit ab eadem prome
reri curabo; cui servitia mea plurimumet humillime commendo,
quamque a deo optimo Maximo unacum liberis suis Illustrissimis
felicissimam diu conservari cupio. Datum Strigonij sexto die
Augusti. Anno Domini M.D. XVIIIJ. Excelse Dominationis Vestre
Illustrissime Deditissimus Servitor Thomas Cardinalis Strigonien
sis manu propria scripsit.
(Archivio di Stato di Modena, Cancelleria Ducale, Principi
Esteri, Cardinali, Busta 33. Per la copiatura della presente lettera
siamo in debito di riconoscenza al signor dott. Giulio Bariola, di
rettore della Galleria Estense a Modena).
I DANKO, De ortu progressuque cappellae Bakacsianae com
mentariolum, Strigonii, 1875.
2Questa come anche la figura 3 sono tolte da uno studiodel
l'architetto Giulio Kapdebò dal titolo: Iprincipi dell'architettura
del Rinascimento in Ungheria, pubblicato in lingua ungherese a
Budapest nel 1909.
nario incolume, e rammenta sul suo altare tre sta
tue di sante di marmo Lunense ¹. Ora, siccome la
cappella fu dedicata alla Vergine Maria, ed anche il
Vasari parla di una « Nostra Donna molto ben con.
dotta, con altre figure , non c'è da dubitare che la
nicchia del mezzo non contenesse una statua mag
giore della Madonna, e quelle laterali ognuna una
statua minore di qualche santa. E segue anche da
ciò, che il sigillo sopraricordato del cardinale Bakocz
non è una copia fedele dell'altare in discorso, in
quantochè vi si vede raffigurato s. Adalberto fra
s. Giovanni Evangelista e re Stefano di Ungheria,
che sopra la cornice non c'è l'Annunziazione, bensi
una Madonna col bambino in mezzafigura, che le tre
nicchie sono di eguale altezza e che perciò mancano
i rilievi dei quattro Evangelisti sopra le nicchie la
terali.
Anche sulla cappella del cardinale Bakocz, il mo
numento più cospicuo del rinascimento italiano in Un
gheria, che si sia conservato fino ai nostri giorni, ci
illuminano testimonianze sincrone. L'anno della sua
costruzione, la sua destinazione come anche il suo
fondatore vien indicato dall'iscrizione nel fregio della
trabeazione che corre intorno ai quattro suoi lati, del
tenore seguente: « Thomas Bakocz de Erdeud Cardi
nalis Strigoniensis alme des genitrici Mariae Virgini
extruxit anno MCCCCCVII ›. Ursino Velio nel suo
libro sopracitato la descrive con le seguenti parole:
<<>> e un altro
ov'è da notare la cruda fortezza di storia e verità .Bene
intendo che non si critica un libro da una pagina: dovrei
citarne molte o riferirmi alle idee onde il libro è informato,
ma a che se le altre pagine non sono guari migliori e se
le idee mancano affatto?
119. CECI (GIUSEPPE), La storia dell'arte napole
tana di Onofrio Giannone. Brani inediti accompagnati
dalla riproduzione di XLV ritratti d'artisti. (Archivio
storico napoletano, a. XXXIII, pag. 618-638 ; Napoli,
1908).
Una fonte di qualche interesse per la storia dell'arte
napoletana viene segnalata dal C. in un manoscritto del
pittore O. G. (n. 1698, m. dopo il 1773), posseduto dal
Museo civico di Napoli. Precipuo merito del Giannone è
quello d'aver primo rilevato la necessità di porre da banda
il ciarpame contenuto nelle <<<
vite>> del Dominici: quanto
alle notizie da lui medesimo raccolte, sono notevoli quelle
soltanto che si riferiscono ai suoi contemporanei.
Degna di molta considerazione la raccolta iconografica
annessa al manoscritto e riprodotta integralmente dal C.:
manca, è vero, per molti ritratti la prova dell'autenticità,
ma, se la testimonianza del G. nonè di per se stessa sicura,
sembra tuttavia da escludere il dubbio che si tratti di ri
tratti di maniera o di fantasia.
120. GOFFIN (ARNOLD), Saint Françoisd'Assise dans
la légende et dans l'art primitif italien.
Bruxelles,
G. Van Oest et C., 1909.
L'A. studia San Francesco nella leggenda primitiva,
quindi San Francesco e la sua leggenda nell'arte italiana
primitiva. L'iconografo parecchie volte fa osservazioni dili
genti e argute, come là ove accenna alla fonte del ciclo
della leggenda francescana, figurata nella basilica superiore
di Assisi (pag. 81); e là dove in una nota (pag. 62), pure
frontispizio del volume, quella che si venera in Greccio. Il
Lanzi la assegnò alla metà del XIII secolo, accettando la
tradizione insostenibile dell'antichità di quel San Francesco,
che porta agli occhi una pezzuola. Se l'A. vorrà confrontare
tale immagine con i rigidi ritratti del Duecento vedrà certo
come questi non possano stare insieme con quella.
121. MANCINI (GIROLAMO), Cortona, Montecchio
Vesponi e Castiglione Fiorentino. (Italia artistica, n. 46].
Bergamo, Istit. ital. d'arti grafiche, 1909.
Il degno studioso cortonese, in questa pur breve illustra
zione del patrio luogo, spiega i tesori della sua erudizione.
Siano consentite tuttavia alcune speciali osservazioni, non
tali da menomare il valore della monografia. Una sul dubbio
che l'A. manifesta relativo al quadro dell'Assunzione in San
Domenico, opera del fiorentino Piero d'Antonio Dei, cono
sciuto nella storia col nomignolo di Bartolomeo della Gatta:
come mai l'A. che, con la pubblicazione di preziosi docu
menti su quel pittore ha arricchito singolarmente le nostre
cognizioni, non si è accorto che il quadro è pieno di ricordi
di quelle pitture della cappella Sistina che concordemente
oggidì si assegnano appunto a Piero di Antonio Dei? Un'altra
osservazione sulle attribuzioni di dipinti al Signorelli: come
mai l'A. , che pure ha dedicato tanti studî al celebre cor
tonese, gli assegna tranquillamente opere inferiori, eseguite
da seguaci sui cartoni o sugli esempi del maestro? E con
quale fondamento può assegnare al Pinturicchio la Ma
donna a pag. 122 ? E perchè non fare qualche ricerca per
determinare almeno il carattere esotico del busto argenteo
conservato nel conservatorio di Santa Chiara (pag. 149)?
Eperchè non darci la riproduzione delle meraviglie di
Beato Angelico nella chiesa del Gesù di Cortona in un
libro così riccamente illustrato?
122. MAUCERI (ENRICO), Siracusa e la valle del
l'Anapo. [Italia artistica, n. 47].- Bergamo, Istit. ital.
d'arti grafiche, 1909.
L'A. , che nella stessa serie si intrattenne dei paesi si
ciliani da Segesta a Selinunte, come di Taormina, ora illustra
Siracusa, traendo pro dalla guida archeologica ed artistica,
da lui pubblicata sin dal 1897, e da altri suoi studi e ri
cerche intorno alla città natale. In generale, oltre i dati di
fatto o la storia esteriore delle cose, sarebbe utile nel libro
qualche nota illustrativa atta a farne comprendere la spe
ciale importanza artistica. Ancora un passo, e il benemerito
324
BIBLIOGRAFIA
studioso potrà rendere un gran servigio ai visitatori della
Sicilia. Ad esempio: l'A., riprodotta l'Annunciazione di An
tonello da Messina soggiunge semplicemente •bellissima
per quanto guasta opera documentata, proveniente dalla
chiesa omonima di Palazzolo Acreide .. È troppo poco per
un'opera di tanta importanza.
123. OZZOLA (LEANDRO),Appunti sull'arte barocca a
Messina. (Vitad'arte, vol. III, pag. 93-102; Siena, 1909).
In questi rapidi appunti sono osservazioni acute e note
voli, specie sulla pittura messinese del Seicento; ma dall'A.
si esagera di troppo la portata degli influssi spagnoli su
alcuni fra i maggiori rappresentanti di quella, come il Ma
roli e il Rodriguez.
124. REINACH (SALOMON), Un indice chronologique
applicable aux figures féminines de l'artgrec. (Estratto
dalla Revue des études grecques, t. XXI). — Paris,
Leroux, 1908.
Un nuovo criterio di determinazione cronologica delle
opere d'arte viene indicato dal R. nel rapporto tra la di
stanza delle mammelle e il loro diametro: rapporto, ben
s'intende, valutabile a colpo d'occhio, non con rigore ma
tematico. La tesi novissima farà forse sorridere alcuno e de
sterà certamente i fremiti di coloro che aprioristicamente
avversano l'applicabilità del criterio degli indizi o delfascio
degli indizi nella storia dell'arte. Ma sostanzialmente le ar
gomentazioni del R. si risolvono non tanto nello stabilire
un principio assoluto di metodo quanto nel mettere in ri
lievo le variazioni subite, con certa regolarità e costanza,
da un canone estetico, nella storia dell'arte.
Per l'arte greca la dimostrazione che il R. dà della sua
tesi così come egli stesso l'ha probabilmente intesa è sem
plice e d'evidenza immediata. L'intervallo tra le mammelle
è costantemente superiore al diametro nelle figure femmi
nili dell'arte greca primitiva, poi progressivamente dimi
nuisce fino a che le mammelle divengano costantemente
tangenti o quasi tangenti. Per il Rinascimento italiano il
R. si limita ad alcune osservazioni interessanti sul modo
come gli artisti maggiori hanno ritratto il seno femminile,
senza tentar nemmeno un'applicazione del principio da lui
posto. Nè l'applicazione sarebbe facile anche in modo re
lativo. In conclusione dall'A. viene piuttosto accennata che
definita una teoria degna d'essere ripresa e svolta ampia
mente.
125. TARCHIANI (NELLO), La scultura a Messina.
(Vita d'arte, vol. III, pag. 80-93; Siena, 1909).
Storia particolare dei monumenti.
126. BERTAUX (ÉMILE), Les tapisseriesflamandes de
Saragosse. (Gazette des beaux-arts, s. IV. t. I, pag. 219
239; Paris, 1909).
Il B. illustra parzialmente le collezioni ricchissime di
tappezzerie, possedute dalle due cattedrali di Saragozza: nè
a lui nè ad altri sarebbe stato possibile uno studio completo,
poichè delle collezioni furono prestati soltanto alcuni saggi
alle esposizioni di Madrid, di Bruges e di Saragozza, e nelle
cattedrali stesse le tappezzerie sono esposte soltanto in cir
costanze solenni e in modo da non consentirne l'esame. Ma,
nei suoi limiti necessariamente ristretti l'articolo del B. vale
a dare unagiusta idea dell'eccezionale importanza delle serie
di Saragozza. Da notarsi principalmente: una serie di epi
sodi della Passione, di fabbrica franco-fiamminga della fine
del sec. XIV o del principio del xv (i cartoni erano attri
buiti alla scuola di Giotto); una Storia di lefte, di fabbrica
francese del sec. xv; il Viaggio di Bruto troiano in Aqui
tania, opera fiamminga del 1460 c.; la Vittoria di Eraclio
su Cosroe e il riacquisto della Santa Croce, opera fiamminga
francese del tempo stesso; un'altra Storia di Iefte, di fab
brica di Bruxelles del sec. XVI, ecc.
127. CAMPELLO DELLA SPINA (P.), Dell'architetto
che portò a termine la basilica francescana di Assisi.
(Bollettino della R. deput. di storia patria per l'Um
bria, vol. XIV; Perugia, 1908).
L'A, non intende discutere se il monumento della basilica
d'Assisi, supposto d'una leggendaria regina di Cipro, sia del
secolo XIV; ma propende, perchè così fu detto e scritto, a
ritenerlo del XIII, mentre tutti imonumenti ugualmente o si
milmente composti sono del secolo XIV: esempio imonumenti
angioini di Napoli, quello ad Altomonte in Calabria, l'altro a
Strada, ecc. Ammessa, come fatto storico indiscutibile, questa
o quella opinione che ha udito ripetere, l'A. asserisce pure
l'appartenenza a fra' Filippo di Campello della chiesa di Santa
Chiara in Assisi, e cita a prova un foglio volante esistente
con
nell'archivio di quel monastero, copiato- egli dice
tutta probabilità da carta più antica », nel quale si legge
che Filippo da Campello fu l'architetto della nuova chiesa e
del monastero, e «allievo di Iacopo Alemanno detto Lapo .
Basta ciò per sapere qual sia la fonte della notizia non
molto antica, e qual fede convenga assegnare ad essa. Ma
L'A. riassume brillantemente la s oria della scultura
messinese, senza dimostrare, per vero, conoscenza ampia
dell'argomento, non tuttavia senza fare qualche osservazione
degna di nota, specialmente su Antonello Gagini. A questo
attribuisce il ciborio della cripta del Duomo, e restituisce,
contro l'opinione del Di Marzo, il San Giovanni Battista
del Duomo stesso.
Lo studio del T. fa parte di un fascicolo di Vita d'arte,
esclusivamente consacrato a Messina e Reggio, che, nella ple
tora di pubblicazioni del genere, merita, pel modo come è
stato preparato, speciale encomio.
c'è di più per l'A., c'è il breve di Innocenzo IV a frate
Filippo del 10 luglio 1254. Nell'indirizzo del breve il frate
è detto <<: dunque
egli è, secondo l'A , l'architetto della basilica di Assisi. Ora
nel 1254 la Basilica era quasi compiuta; l'indirizzo con le pa
role Magistro praeposito si trova in altri brevi dello stesso
anno (Es. n. 15245 dei Regesta del Potthast), senza che si
possadesumere checon quelle parole siasi indicato l'architetto
e non l'operaio, il documento del 1232, citato dal Thode e
sul quale l'A. fa fondamento per l'onore e la gloria di frate
Filippo, non è esistito mai, e fu inventato di sana pianta
dal Padre Angeli, tanto che questi si meritò da un antico
BIBLIOGRAFIA
e noto erudito, che ha postillato l'esemplare del suo libro
esistente nella Biblioteca d'Assisi, il titolo d'impostore e
peggio. L'A. può leggere quelle postille, e accorgersi che
fidarsi è bene, e non fidarsi è meglio.
a. v.
325
131. FUMI (L.), Pietro Perugino e il quadro nella
cappella di San Michele della Certosa di Pavia. (Bol
lettino della R. deput. di storia patria per l'Umbria,
vol. XIV; Perugia, 1908).
128. EGIDIO MARIA GIUSTO (FRA' M. C.), Chifu vera
mente l'architetto della basilica superiore di San Fran
cesco in Assisi? (Atti dell'Accademia properziana del
Subasio in Assisi, vol. III, n. 1).- Assisi, 1909.
Dopo il conte di Campello ha preso la parola il frate
suddetto per predicare, animato da •due amori » , contro
l'ipotesi che fra' Giovanni da Penne sia stato uno degli ar
chitetti addetti alla fabbrica della Basilica superiore. Per
onor del vero, l'ipotesi fu, prima che da ogni altro, espressa dal
compianto architetto Sacconi. Nelle tenebre che avvolgono
la costruzione della vetusta basilica, la lettera di Gre
gorio IX del 1º settembre 1238 a frate Elia, Generale del
l'Ordine dei Minori, era uno spiro di luce, perchè Gre
gorio IX raccomandava a frate Elia di dar licenza a
Giovanni da Penne di proseguire un acquedotto per i reli
giosi del monastero di Sassovivo, non essendo possibile
compier l'opera,
fra'
nec per alium nisiper eundem fratrem » .
Di qui la ragionevole ipotesi che fra' Giovanni da Penne
fosse architetto e che fosse ad Assisi addetto alla fabbrica :
ipotesi espressa tuttavia con un probabilmente prudentis
simo. Pare che una certa importanza avesse quel povero
fra' Giovanni da Penne, se i frati di Sassovivo per averlo
si rivolsero direttamente al pontefice, se si giudicava solo
lui capace di condurre a fine l'acquedotto, se infine il pon
tefice rimetteva alla discrezione di frate Elia di dar licenza
« al suddetto religioso perchè proseguisse l'opera sino alla
fine, si absque incomodo tuo poteris ». Ma quel povero
fra' Giovanni da Penne non deve rubare lagloriaa fra' Fi
lippo da Campello, a favore del quale stanno la storia
dunque e la secolare tradizione » . Ma è inutiledi discutere
con chi è avverso alle ricerche tanto da esclamare > . In seguito, il 9 novembre 1497, lo stesso
Ludovico si rivolgeva ai priori del Comune di Firenze per
havere el servitio del Perugino pittore, per esserne signi
ficato che la peritia sua nel pingere è tale, che restariamo
bene satisfacti in alcune cose quale habiamo in animo » .
Finalmente il 1° maggio 1499 il duca scrive a Taddeo Vi
mercati, suo agente diplomatico in Firenze, perchè facesse
richiamare dalla Signoria il Perugino e Filippino Lippi, e
prefigger loro un onesto termine, oltre il quale fossero co
stretti a restituire la somma avuta per la pittura delle due
ancone della Certosa di Pavia. La imposizione ebbe il suo
effetto, almeno per l'ancona del Perugino, oggi in parte alla
Certosa, in parte nella National Gallery di Londra. L'A.
espone in ultimo gli atti relativi all'esodo di questa maggior
parte nell'anno 1856.
132. JACOBSEN (EMILIO), Un disegno di Fiorenzo
di Lorenzonella Galleria degli Uffizi. Rassegnad'arte,
pag. 73; Milano, 1909).
Un disegno a penna, generalmente creduto del Pesel
lino, nella collezione degli Uffizi (c. 26, n. 379) si riferisce
alla figura di San Sebastiano nel quadro di Fiorenzo, pos
seduto dal Museo di Nantes.
133. MAGHERINI Graziani (G.), Documenti inediti
relativi al « San Nicola da Tolentino e allo Spo
salizio » di Raffaello. (Bollettino della R. dep. di storia
patria dell' Umbria, vol. XIV; Perugia, 1908).
Due documenti preziosi dell'archivio notarile di Città di
Castello ci offrono il nome del committente, Andrea di
Tommaso Baronci, e la data precisa della commissione ( 10 di
cembre 1500) data a Raffaello d'Urbino e al suo collabora
tore Evangelista da Pian di Meleto, discepolo di Giovanni
Santi, per una tavola da collocarsi nella chiesa degli Agosti
niani di quella città. La tavola rappresentava San Nicola da
Tolentino: descritta dal Lanzi, guasta in gran parte dal ter
remoto del 1789, scomparve dal Vaticano al tempo dell'in.
vasione francese.
Due lettere dell'archivio di Stato di Firenze riguardano
lo Sposalizio eseguito dal Sanzio per Ser Filippo di Ludo
326
BIBLIOGRAFIA
vico Albizzini di Città di Castello. La fama della tavoletta
dello Sposalizio era universale; e Guidobaldo, duca d'Ur
bino, cercò di possederla. Il vescovo di Cagli, monsignor
Della Rovere, il 4 ottobre 1571, visitata Città di Castello,
investigò, per compiacere al duca, sulle vicende della tavo
letta, giunta a quel tempo in Dalmazia, presso una donna
degli Albizzini, moglie di Pompeo Tiberti, medico a Sebe
nico.
134. MASON PERKINS (F.), Un polittico di Antonio
Vivarini. (Rassegna d'arte, a. IX, pag. 88; Milano,
1909).
Quattro tavole, arbitrariamente riunite entro una brutta
cornice, nella collezione del sig. Francis L. Bacon, di Nuova
York.
135. MAUCERI (ENRICO), Stucchi serpotteschi inediti.
(Rassegna d'arte, a. IX, pag. 75; Milano, 1909).
Cenno degli stucchi ignorati dell'oratorio del Carminello
spettanti in parte al Serpotta medesimo, in parte a un me
diocre contemporaneo.
135. MESNIL (GIACOMO), Sigismondo Malatesta e
Galeazzo Maria Sforza in un affresco del Gozzoli.
(Rassegna d'arte, pag. 74-75; Milano, 1909).
Negli affreschi della cappella di Palazzo Riccardi il Goz
zoli introdusse vari ritratti dei personaggi intervenuti ai
festeggiamenti organizzati da Piero de Medici nel 1459 in
onore di Pio II e di Galeazzo Maria Sforza: fra gli altri
quelli di Galeazzo medesimo e di Sigismondo Malatesta.
137. MONTEVERDI (ANGELO), A proposito dell'arca
deimartiripersianiaCremona. (Arch. storico lombardo,
a. XXXVI ; Milano, 1909).
Pietro da Rondo nel 1480 fu chiamato a Cremona per
inzignero e presidente alla fabrica da certe arche mar
moree se hanno a fabricare in questa cità », e cioè l'arca
di Sant'Imerio e l'altra dei Santi Pietro e Marcellino; ma
l'arca di Sant'Imerio fu eseguita dall'Amadeo, e quella dei
Santi Pietro e Marcellino fu eseguita da altri artefici assai
più tardi dopo il 1506. Pietro da Rondo dunque, secondo
l'A., non eseguì nessuna delle arche marmoree, e neppur
quella de' martiri persiani. L'A. s'accorgerà però qui che
i documenti da lui citati non risolvono la questione, perchè
ciò che, secondo i documenti, Pietro da Rendo doveva
fare non fu fatto da lui. E l'A. dimentica un documento
pubblicato dal Lucchini, relativo alla cerimonia della de
posizione delle reliquie nell'arca dei Martiri persiani, e dal
quale risulta che Pietro da Rondo era presente e testimonio
dell'atto solenne. Questa notizia lascia almeno pensare che
Pietro da Rondo non era estraneo all'opera. Che poi ci
sia entrato l'Amadeo sembra impossibile ad ammettersi per
ragioni stilistiche; e i documenti portano del resto a un
groviglio di fatti contradditorî. Importante però è la distin
zione che l'A. fa di Magistro Pietro da Rondo daMagister
Iohannes Petrus de Raude: essa anzi può aiutare a scio
gliere la questione, perchè, essendo di questo maestro le
opere tanto inferiori ai bassorilievi dell'arca de' martiri per
siani, risulta più chiara, più netta la individualità dello scul
tore dell'arca medesima.
a. v.
138. MOSCHETTI (ANDREA), Un ritratto ignorato di
Donatello. (Bollettinodel Museo Civico di Padova,a. XI;
Padova, 1908).
Un ritratto non dubbio di Donatello è stato riconosciuto
dal M. in una tavoletta del M. di Padova, la quale può
sembrare una semplice copia parziale di quella del Louvre,
ove Paolo Uccello ritrasse se stesso insieme a Giotto, Do
natello, Filippo Brunelleschi e Antonio Manetti. Non è per
altro di tale avviso l'A. che vorrebbe considerare questo
come un ritratto indipendente dipinto da uno Squarcionesco
verso la metà del sec. xv ?).
139. OZZOLA (LEANDRO), Una tavola siciliana ine
dita. (Vita d'arte, vol. III, pag. 25-27; Siena, 1909).
Due tavole appartenenti al Museo recentemente donato
alla città di Trapani dal conte Pepoli sono ritenute dall'O.
manifestazioni di quella corrente d'arte che si svolse in Si
cilia nel sec xv, partendo da modelli toscani del sec. XIV.
Altre pitture nelle quali si nota la stessa derivazione sono
ricordate dall'A. e se ne potrebbero aggiungere altre an
cora (quelle per es. della chiesa di San Filippo in Agira);
ma non sembra ammissibile che si tratti di una corrente
importante e significativa.
140. PELLATI (FRANCESCO), Il LaocoontediReggio.
(Vita d'arte, vol. III, pag. 108-114; Siena, 1909).
L'A. crede il gruppo del Museo di Reggio una replica
antica del Laocoonte Vaticano, a differenza del Petersen
che ne affermò recisamente la modernità e dello Spinazzola
che lasciò dubbia l'attribuzione di esso alla scultura classica
o a quella del Rinascimento italiano.
141. ROBLOT-DELONDRE (MME LEON), Les portraits
d'Isabelle de Portugal épouse de Charles V. (Gazette
des beaux-arts, s. IV, t. I, pag. 435-454; Paris, 1909).
Tiziano ritrasse l'imperatrice cinque anni dopo la morte di
lei, inspirandosi a un modello che Carlo V gli mandò a Venezia
nel 1543 e che l'Aretino giudicò di pennello triviale. Tale
modello che altri identificò con un'opera perduta del Moro
(cfr.
Bollettino , n. 243 del 1908), viene dall'A. ricono
sciuto, con validi argomenti, in unritratto di Alonzo Sanchez
Coello, spettante alla collezione Roblot. Dal medesimo de
rivano, non dal capolavoro di Tiziano, altri ritratti cono
sciuti dell'imperatrice, quelli per esempio di Leone Leoni
che nel 1544 potè vedere a Venezianello studiodi Tiziano
il prototipo del Coello.
142. ROLFS (WILHELM), Il più antico dipinto figu
rativo della città di Napoli. (Archivio storico napole
tano, a. XXXIII, pag. 736-745; Napoli 1908).
Il quadro ben noto del Museo di San Martino (n. 10134)
ov'è ritratto l'ingresso d'una flotta nel porto di Napoli non
è come credette il Croce commemorativo dell'arrivo di Lo
renzo de' Medici presso il re Ferdinando, bensì della vit
toria riportata nel 1464 dalla flotta Aragonese sull'Angioina.
L'opera fu eseguita, secondo il R., da Antonio Solario pa
recchi anni dopo l'avvenimento del quale essa è ricordo.
143. SORRENTINO (ANTONINO), La basilica di Santa
Restituta in Napoli. (Bollettino d'arte, a. III, pag. 217
233; Roma, 1909).
BIBLIOGRAFIA
144. VICINI (E. P.), Diun'antica ancona dell'altare
maggiore della cattedrale di Modena.
Modena,
Tipog. Ravagli, 1908.
Prima che l'ancona in terracotta, detta delle Statuine,
opera che si suppose del maestro della Cappella Pellegrini,
adornasse l'altar maggiore della Cattedrale di Modena, eravi
in quella vece, come bene dimostra l'A., non la piccola
tavola di Serafino de' Serafini, bensì una magna di Nicolò
Patechi, pittore probabilmente non nato a Modena, ma cit
tadino modenese. La dipinse nel 1352, e l'anno seguente
fece testamento, nominando esecutori testamentari la pro
pria moglie e il pittore Serafino de' Serafini, allora in gio
vane età, forse suo discepolo.
327
collezione D. Fellow Platt (New York), un San Sebastiano
presso gli antiquari Grandi (Milano), una Annunciazione,
forse del Brea ?) sotto influssi del Foppa, nella collezione
Cagnola, un affresco nella collezione Cologna asportato da
una delle case degli Umiliati, ecc.
150. MARANGONI (GUIDO), Gerolamo Giovenone.
(Emporium, vol. XXIX, pag. 422-433; Bergamo, 1909).
L'A. ha bene inteso che l'arte del Giovenone non può
trovare spiegazione sufficiente e determinazione precisa nei
rapporti del pittore con Macrino e con altri pittori piemon
tesi del tempo, ma, quando ha tentato dipenetrare a fondo
del problema, si è perduto in ipotesi senza consistenza.
Egli ha trovato in opere del G. ricordi ferraresi e sapori
giorgioneschi: sembra invece che non si sia affatto pro
Biografia artistica.
145. CANTALAMESSA (GIULIO), Antonelloda Messina.
(Vita d'arte, vol. III, pag. 56-67; Siena, 1909).
L'A. dedica ad Antonello bellissime pagine, ma non si
dimostra al corrente dell'argomento.
146. CHIAPPELLI (ALESSANdro), Giottino e un ta
bernacolo testè riaperto in Firenze. (Rassegna d'arte,
a. IX, pag. 71-73; Milano 1909).
Il bellissimo affresco tornato recentemente in luce per la
riapertura del tabernacolo sul canto fra via del Leone e via
della Chiesa spetta al maestro della Pietà degli Uffizi e
delle pitture della cappella di San Silvestro in Santa Croce.
Donde il C. è tratto a riprendere in esame la <. < ... Columnae marmoreae ac tribuna
> architetti, pittori, scultori ecc. dello Stato di Urbino,
<<. Foligno, Società Poli
grafica F. Salvati, 1908.
PIERRE BOURDON ET ROBERT LAURENT-VIBERT. Le Pa
lais Farnèse d'après l'inventaire de 1653. Rome, Im
primerie Cuggiani, 1909.
D. M. FALOCI PULIGNANI. « L'Arte Sacra » . Discorso. Fo
ligno, Premiato Stabilimento Tipografico Artigianelli,
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documenti inediti e 14 tavole. Parma, presso la R. De
putazione di Storia Patria, 1909.
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nungen des Antonio Pisano aus Verona ». Halle, a. S.,
1909.
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CLAUDE COCHIN. La Nouvelle Pinacothéque Vaticane ».
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1909. Pag. 7 con tavole.
AUGUST SCHMARSOW. « DasKunsthistorische Institut . Leip
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Dott. G. A. DONATI. •Una gita nell'Agro Vulcente. Ter
ritorio di Canino (Lazio Superiore) ». Pisa, Stab. Tipo
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Wм. Н. GOODYEAR. «Amiens Cathedral andMr. Bilson'sRe
joinder » . London, G. Conduit Street, Hanover Square. W. ,
1909.
A. GUISSANI. « Il Priorato di San Nicolò di Piona dopo i
restauri » . Como, 1908. Pag. 52.
Baron HEINRICH von GeYÜMLLER. <<> di Raffaello Borghini, quale
amico del dotto autore. Bernardo Vecchietti in questo dialogo descrive ad un circolo d'amici
lo studio e le collezioni del modesto cavaliere, contenenti statue antiche, paesaggi fiamminghi,
e opere della scuola di Michelangelo, del Salviati, degli Zuccari, del Bronzino, anche un
cartone dello stesso Michelangelo e i gessi delle sue statue per la sagrestia di San Lorenzo.
Ecco dunque l'ambiente che circondava la gioventù artistica di Pietro e che senza dubbio
lo preparava a quell'unione, in cui fra poco lo troveremo a Roma, unione di manieristi
fiorentini, la di cui arte in quel tempo non solo celebrava trionfi a Roma ed a Firenze, ma
trovava applauso in quasi tutta Europa. Le notizie però di questo primo soggiorno di Pietro
a Roma sono poche, e di opere non ne potei trovare alcuna. Tutto quel che si può stabilire
si è che Pietro, in un grado inferiore, corrispondente alla sua età giovanile, era occupato
fra il 1578 e 1584 in due grandi opere decorative, gloria dei manieristi d'allora. Narrano il
Baglione e il Baldinucci com'egli prendesse parte alle decorazioni a Caprarola, il celebre
castello farnesiano, fatte da Antonio Tempesta in servigio del cardinale Alessandro. Ognuno
però che conosce lo stile « grottesco », col quale ilTempesta, insieme co' suoi aiutanti, riempi
le pareti e il soffitto della scala, la cappella e le loggie della corte, comprenderà essere vana
impresa il voler distinguere la mano dei cooperatori di un lavoro che, in modo molto diffe
rente di quello dell'arte decorativa, come fu esercitata verso la fine del secolo dal Carracci,
non cercava i suoi effetti se non nella universale disposizione.
Lo stesso carattere si manifesta in un'altra opera, alla esecuzione della quale Pietro,
prima d'andare a Caprarola, con più grande probabilità, prese parte. È questa la decorazione
delle logge al secondo piano del palazzo Vaticano, opera eseguita sotto la direzione del
cav. D'Arpino, lui anche compatriota di Pietro e nominato fra i suoi maestri dal Baldinucci,
benchè in una connessione erronea, come altrove ho provato dimostrare. Essendo dunque
questo primo periodo senza importanza visibile per lo sviluppo nello stile di Pietro, mi sia
permesso solamente di riferire ancora una notizia del Baglione, cioè che Pietro, tornato da
Caprarola a Roma, « diedesi a studiare e rivolgendo tutto l'animo alla scultura misesi a
restaurare alcune statue antiche ». Ecco una cosa in verun modo sorprendente, maveramente
tipica nelle vite di quasi tutti gli scultori di questo periodo rivolto con attività alle collezioni
e al ristauro di statue antiche, esempio il Toro Farnese, i Dioscuri del Campidoglio o la
Colonna Antonina. Raccogliendo in un fascio, dunque, le notizie letterarie intorno al primo
periodo della vita di Pietro, devo pur dire non essermi riuscito scoprire alcuna sua opera
sostanziale e che la possibilità di trovarne una essere necessariamente minima; e ciò consi
derando le condizioni della produzione artistica a Roma nell'epoca anteriore a Sisto V, e
inoltre l'età giovanile di Pietro che nell'anno 1584 abbandonava Roma portandosi a Napoli
<> napole
tane; altre credetti bene di togliergli:
Ivi, loc. cit., pag. 3.
PIETRO BERNINI
405
Avanti il 1598.- Statua di San Pietro e di San Paolo sulla facciata della cappella
Brancacci, nella nave sinistra di San Gennaro erroneamente attribuita al Caccavello.¹
Circa il 1599.
Statua di San Giovanni Battista nel cappellone di San Giacomo
della Marca in Santa Maria la Nuova."
Fig. 3- Domenico Fontana e Naccarini : Fontana
Napoli. Alla Marina Carmine.
1599-1600.
Monte di Pietà.3
Avanti il 1601.
La statua della Carità e della Sicurtà su la facciata della chiesa del
Statua di San Matteo Evangelista alla destra della cappella For
SIGISMONDO, Descrizione della città di Napoli,
1788, 1, 19.
Napoli e le sue vicinanze, 1845, vol. I,
252.– LODOVICO DE LA VILLE-SUR-YLLON, Le navate
minori del duomo, in Nap. Nob., V, 84. Cfr. di più
DE DOMINICI, Vite dei pittori, ecc., II, 138.
2 CELANO, Delle notizie del bello, dell'antico e del
curioso della città di Napoli, nell'edizione del 1792,
giorn. IV, II.
3 Sarnelli, loc. cit., pag. 210 ; CELANO, giorn. III,
180; SIGISMONDO, II, 89 ; PARRINO, 191.- GALANTE,
Nuova Guida, 1829, pag. 112. Guidadeiforestieri,
1801 (SARNELLI), pag. 194.
banchi di Napoli, 1882.
TORTORA, Laguida di
M. Rocco, Dei banchi di
Napoli e della Corragione vol. X, pag. 151.
SIGISMONDo, loc. cit., II, 222.
PARRINO, Guida di Napoli, 1725, pag. 138.
NELLI, Guida di Napoli, 1692, pag. 269.
e le sue vic., 1845. 1, 337.
SAR
Napoli
CECI, Nap. Nob., XV,
117.
Mo
RELLI- CONFORTI, La cappella del Monte di Pietà, Na
poli, 1899 (cfr. Nap. Nob., VIII, 80), documenti : Arch.
di banco, conclusioni.
CONFORTI, Il banco della
Pietà, in Natura ed Arte, 1899.
GIOV. ROSALBA,
Bern. Rota ed il Monte di Pietà, in Nap. Nob. XIII,
314.
406
GEORG SOBOTKA
naro-non Muscettola come riferiscono le « Guide>>> che è la seconda nella nave sinistra
in Gesù Nuovo.¹
Circa il 1603. — Una delle statue sui pilastri in San Giovanni dei Fiorentini, attri
buite dalle « Guide>> napoletane a Michelangelo Naccarini.²
Avanti il 1606.
L'ornamento plastico della cappella Ruffo nella chiesa dell'ora
torio di San Filippo Neri, detta dei Gerolmini, cioè: San Simone, San Bartolomeo, San Mat
tia, San Giacomo Minore, Santa Caterina martire,
Santa Caterina da Siena.
1606-7.
Il gruppo colossale della Madonna
col Bambino e il San Giovannino nella foresteria della
Certosa di San Martino, dove del tutto erroneamente
si credette avesse lavorato il « fanciullino » Lorenzo.4
Dalla lista delle opere, che a lui la letteratura lo
cale attribuisce, tolgo la fontana in Santa Lucia,
conosciuta col nome di Fontana al Palazzo, dal posto
S
ove una volta s'elevava. È facile il dimostrare che
l'origine di questa risale al tempo in cui Pietro già
aveva abbandonato Napoli, e che l'aver unito il suo
nome ad essa è un errore. Si scambiò cioè questa
fontana con altra che ora trovasi nella Villa Nazio
nale (fotografia Brogi, n. 12428), gli ornamenti pla
stici della quale, secondo le false notizie del De Do
minici, furono sempre attribuiti a Giovanni da Nola
e a Domenico d'Auria, mentre, come il Ceci lo ha
dimostrato con documenti, sono opera del Nacca
rini (che al Celano e alle altre guide era conosciuto
come collaboratore di Pietro). Il Celano, dunque, non
solo attribui al Naccarini un'opera falsa, ma bensì
Fig. 4 Scuola del Naccarini: Il Battista
Napoli. Gesù Nuovo, Cappella Fornaro.
gli mise anche a lato Pietro. È però non del tutto
impossibile che Pietro avesse preso parte all'altra
fontana (1606), quantunque non lo si possa dimo
strare, nè con il conto pubblicato dal Ceci, nè con l'opera stessa. 7
Cfr. CELANO, loc. cit., giorn. III, 44.- A. MA
RESCA, Sulla vita e sulle opere di Michelangelo Nac
cherino, Napoli, 1890, pag. 54.-ID. , Lesculturedi
M. A. Naccherino in Napoli, Trani, 2895 e Napoli
Nob. , IV, fasc. IV.- Napoli e le sue vicinanze, I, 409.
2 SARNELLI, 156 ; CELANO, giorn. V, 133; SIGI
smondo, II, 260; GALANTI, 343.
Cfr. MARESCA,
A, pag. 38; B, pag. 12.
3 CELANO, II, 65; PARRINO, 328; SIGISmondo, I,
186 ; GALANTI, 134.
VASI, Itinerario istruttivo da
Roma a Napoli, Roma, 1816, pag. 126. SARNELLI,
115.
Napoli e le sue vicinanze, I, 401.
Nap. Nob.
XV, 117.- MAGNI, Storia dell'arte italiana, III, 427.
Mon. soppr., vol. 2142, F. 22, N. 12; vol. 2154,
fol. 151.
SCELANO, V, 54; SIGISMONDO, II, 316.- Napoli
Nob. VII, fasc. I-II, V, 103, con riproduzione d'una
incisione francese; VIII, 83, con riproduzione d'un
acquarello del 1799; XV, 149; XV, 117.- Napoli e
le sue vicinanze, I, 465.
• DE DOMINICI, loc. cit. II, 27 e II, 185-6.- SAR
NELLI , 36 ; GALANTI, 42 ; FRIZZONI, Arch. stor. ital.,
45, vol. II , pag. 86.
CECI, Nap. Nob , XI. 147.
Cfr. anche P. GIANNONE, Storia diNapoli, ecc., vol. IX,
lib. XXXVI, cap. 1, 70.
7 Da una lettera privata comunicatami da Ben. Croce
FRASCHETTI, loc. cit., 4 (ne parla erroneamente di
4 statue)
4 CELANO, VI, 31 ; SIGISMONDO, III, 114, есс.
FRASCHETTI, loc. cit., pag. 4.
V. SINAZZOLA, Na
poli Nob. , XI, 166.
prov. Nap., X, 435 ff.
Cfr. FARAGLIA, Arch. stor. dei
Documenti : Arch. di Stato,
nel 18 aprile 1909, per la qual gentilezza mi permetto
di ringraziarlo qui pubblicamente, venni a sapere che
Giuseppe Ceci arrivò a simili risultati in quanto alla
<> come risulta da una notizia sinora inosservata nelle cedole. Questi satiri furono
sempre attribuiti al solo Naccarini. La parte che il nostro scultore vi prese non la si può
precisare, visto lo stato ristaurato delle statue.
Ci restano ancora 14 statue, opere certe di P. Bernini, per le quali abbiamo attestati
documentari e stilistici: documentari per quelle della facciata del Monte di Pietà, (oltre
la figura della Carità vedasi quella della Sicurtà, fig. 2) di cui ne parlano i conti della
congregazione, pubblicati dai signori Morelli-Conforti (Nota pag. 12, n. 4); solamente sti
listici per quelle della cappella Brancacci e per la statua in San Giovanni dei Fiorentini,
e infine, a base di studi critici delle fonti
congiunti all'osservazione critica dello stile
il gruppo della Madonna a San Martino. Altra questione è per la statua della cappella
Fornaro, la di cui tradizione fu dalle « Guide > erroneamente richiamata. Queste trasferiscono
l'opera di Pietro nell'adiacente cappella Muscettola (prima nella navata sinistra), e facendo
con ciò di lui un collaboratore di Giulio Margaglia, che, quale scolare del Finelli, appartiene
ad un epoca più tarda. Si potè in questo caso, in base allo studio critico dello stile, formare,
direi quasi, una ricostruzione della tradizione letteraria.
Da tutto ciò che del primo periodo di Pietro sappiamo, sarebbe d'aspettarsi nelle sue
opere lo stile manieristico, cioè quello stile che prende i suoi motivi per il movimento e per
la forma dall'arte di Michelangelo. Non è questo però il caso. Le sue statue gentili, senza
SARNELLI, 279 ; SIGISMONDO, III, 110.
2 CELANO, VI, 26; GALANTI, 150.
3 CELANO, III, 242; SIGISMONDO, II, 135.
Cfr.
D'Addosio. Origine, vicende storiche eprogressi della
Real Casa dell'Annunziata, Napoli, 1883.- ALDIMARI,
Historiagenealogicadellacasa Caraffa, Napoli, 1691. —
CECI, Nap. Nob. XV, 163.
4Arch. di Stato, Napoli, cedula di Tesoreria, 1599
1603, vol. 434 e vol. 426.
COLOMBO, Nap. Nob.,
VI, fasc. V.- VOLPICELLA, Descrizione storica, ecc. ,
pag. 466-8. — CELANO, V, 27; SIGISMONDO, II, 340;
GALANTE, 109.
SDE DOMINICI, loc. cit. , II, 188.
6 PARRINO, Teatro eroico-politico de'Governi dei Vi
cerè di Napoli, vol. II, 391.
7 CED. DE' TER., vol. 434, fol. 225: « ... ducados
100 se andado debito al dicho Pietro Bernile (sic!) en
la quenta quese tiene con la dicha su cabradura de
los dichos satires».
8 G. B. PASSERI, Vite de' pittori, ecc., 1772, pag. 265.
L. PASCOLI, Vite de'pittori, ecc., 1736, II, 432.
Cfr. CAMPORI, Memorie biografiche degli scultori, ecc.,
nativi di Carrara, Modena, 1873.
PIETRO BERNINI
409
movimento, sfiorate da un alito sentimentale, racchiuse in un espressione pensosa, nulla hanno
di comune coi contrasti di un Davide, col movimento energico d'un Mosè e con quello com
plicato delle figure di San Lorenzo, nulla insomma da paragonarsi alla grandiosità e maestà
dell'arte michelangiolesca e nessuna somiglianza con quello stile che a Roma mai andò del
tutto perduto dopo Michelangelo, quale lo dimostrano le opere contemporanee del disgraziato
Prospero Bresciano. Da dove ebbe dunque Pietro il suo stile? Fatta ora astrazione di certe
qualità esterne, caratteristiche, ma non formanti certamente la parte essenziale di esso stile,
troveremo questo senz'alcuna impronta originale. Rammentiamoci il fatto, che le opere di
Pietro Bernini : Il Battista
Fig. 6
Napoli. Santa Maria la Nova
Cappellone di San Giacomo della Marca
Fig. 7-Naccarini: Sant'Andrea
Napoli. Gesù nuovo. Cappella Fornaro
Pietro passarono inosservate in quelle del Naccarini. E l'unione di questi due artisti lo si
può dimostrare in quattro casi: nella fontana Medina, nella facciata della chiesa del Monte
di Pietà, per la quale nel frontone il Naccarini scolpi il gruppo della Pietà, nella cappella
Fornaro in Gesù Nuovo e infine in San Giovanni dei Fiorentini. Sappiamo ancora che l'ultima
opera di Pietro a Napoli, la Madonna di San Martino, rimasta incompiuta, risulta nell'eredità
lasciata dal Naccarini a sua moglie, Delia Vitale, che, insieme ad alcuni abbozzi, la vendette
alla Certosa, benchè sembra che fosse destinata al tesoro dell'Arcivescovado (Nota vedi
pag. 13, n. 8). Questa unione dev'essere durata per alcuni anni, e forse sino al ritorno di
Pietro a Roma, dove egli si recò al più tardi nel 1607.
È inutile il rilevare che il Naccarini, riguardo anche alla sua maggiore età, fosse stato a
capo di questa unione. Uno studio della vita e delle opere di questo principal rappresentante
della plastica a Napoli, durante l'ultimo quarto del Cinquecento, mi porterebbe fuori dal tema
prefissomi. Per il momento basterà accennare alle sue caratteristiche. Michelangelo Naccarini
L'Arte. XII, 52.
410
GEORG SOBOTKA
I
già dal De Dominici fu considerato come scolaro di Annibale Caccavello, un maestro fra i
seguaci di Giovanni da Nola, che a sua volta fu il fondatore della plastica del cinquecento a
Napoli. Che il Naccarini però fosse fiorentino risulta dalle sue opere dove più volte si chiama
fiorentino, e lo seppe anche Cesare d'Eugenio, come anche ce lo dimostrano il Filangieri e il
Maresca. Da un documento pubblicato da Luigi Amabile, contenente un protocollo del Santo
Offizio napoletano riferentesi a una causa inquisitoria contro il Giambologna, rilucono impor
tantissime date per il Naccarini, che fu testimonio contro il suo maestro Giambologna tratto
da troppa delicata coscienza. Egli entrò in bottega del grande maestro fiammingo a Firenze
quand'era undicenne, e vi lavorò per ben 10 anni, cioè sino all'anno 1571. Si fu allora che
egli abbandonò la città natale per recarsi a Napoli, ove
egli morì, come sappiamo dalla data dell'apertura del
suo testamento nel febbraio del 1622. Si credette trovar
conferma per questo rapporto fra i due artisti nella fon
tana Medina, cercando in questa caratteristiche dello stile
del Giambologna e specialmente nel suo Nettuno a Bo
logna. Ma la Medina può bene dimostrare quanto poco
lo stile di quest'ultimo avesse influenzato il Naccarini.
Visto che lo schizzo architettonico di detta fontana è
opera di Domenico Fontana (fig. 3) siriducono le ricerche
al solo Nettuno che, con il celebre del Giambologna, di
comune non ha che il soggetto. La diversità delle opere
dei due artisti è ancor più forte in altri loro prodotti, dove
in Giambologna troveremo un'arte grande e libera che,
spogliata dalle individuali caratteristiche, ha per base Mi
chelangelo; mentre nel Naccarini troveremo uno stile
SBARTHOLOMAVS
Fig. 8- Pietro Bernini: San Bartolomeo
Napoli. Chiesa dei Girolamini
Cappella Ruffo.
impacciato, artifizioso e sentimentale, le di cui radici ben
d'altra parte risalgono. Abbiamo così dinanzi a noi il
caso, dove l'esempio parlante delle opere d'arte toglie il
valore ai documenti. Il Naccarini anche se per 10 anni
scolaro del grande fiammingo, l'abbandonò quando questi
non aveva ancora creato i suoi capolavori, in un tempo
quando egli stesso era troppo giovane per avere uno
stile definitivo. Con tutto ciò non sarà difficile di dimo
strare le vere basi dello stile del Naccarini. Quand'egli nel
1571 venne a Napoli fioriva lo stile di Giovanni Merliano
da Nola, stile questo che nacque dalle opere degli scultori fiorentini del Quattrocento a Napoli,
dal Rossellino e da Giulio e Benedetto da Majano. Difficile è il dire se davvero, come vuole la
tradizione, egli fosse anche scolaro del Caccavello; certo si è, per chi conosce i molti monu
menti della plastica del Cinquecento a Napoli, che lo stile delle statue del Naccarini altro
non è se non la continuazione delle tendenze artistiche di quel rinascimento locale, che rimase
immune nei grandi cambiamenti artistici operatisi in Roma sotto il genio potente di Miche
langelo. Un esempio mostrerà il grande rapporto del Naccarini con la plastica indigena.
Una statua della cappella Fornaro in Gesù Nuovo rappresenta San Giovanni Battista (fig. 4).
È certamente uscita dalla bottega del Naccarini, anche se non è proprio della sua mano.
Questa statua ha grandissima somiglianza con una conosciuta di Giovanni da Nola, rappre
sentante il Battista e che si trova nella cappella Rota in San Domenico Maggiore (fig. 5).
2
DE DOMINICI, loc. cit., II, 142, e cfr. nota 14.
CESARE D'EUGENIO, Napoli sacra, 1623, pag. 519.
GAET. FILANGIERI, principe di Satriano, Documenti
per la storia, ecc., delle prov. Nap., 1883, IV5, 7. —
MARESCA, loc. cit.
LUIGI AMABILE, Atti dell'Accademia di scienze
morali e politiche della Società reale di Napoli, 1890.
1
PIETRO BERNINI
Considerando le due riproduzioni fotografiche, si tro
veranno grandissime concordanze nella posizione, nei
vestiti, nelle linee dei visi, nell'espressione, nei capelli
e nelle barbe. Qui già non trattasi d'una singola e acci
dentale concordanza, ma vi domina una ristretta tra
dizione scolastica. Per convincersi basta paragonare i
tipi. Il maggiore slancio però nella statua del Naccarini,
come pure l'espressione più forte non sono in contrad
dizione con ciò che sopra esposi, bensì appariscono
quali primi segni dello sviluppo caratteristico per il XVII
secolo. Qualora questo esempio non bastasse rivolgerò
l'attenzione del lettore ad altre opere del Naccarini, al
suo San Giacomo su la tomba di Ferdinando Mayorca
in San Giacomo degli Spagnuoli o alle statue in San
Giovanni dei Fiorentini che, paragonate a quelle dei
santi sul cornicione delle tombe dei conti di Saponara
in Santi Sosio e Severino, opere certe del Merliano
degli anni 1539-45, lo porteranno a persuasione esser
stato il Naccarini l'ultimo rappresentante della scuola
locale di Napoli.
Già una delle prime opere di Pietro Bernini ci
dimostrerà che un simile rapporto esiste anche per
questo scultore. È questa la statua del Battista in
Santa Maria la Nuova (fig. 6), un'opera che la tradizione
411
3.SIMON
Fig. 9
Pietro Bernini : Statua di San Simone
Napoli. Chiesa dei Girolamini
Cappella Ruffo.
(vedi nota pag. 12 n. 3) ascrisse sempre a Pietro. È per
noi di special valore il considerare che questa statua si
trova in un'oscura cappella e che per solito
passa inosservata, sicchè la tradizione popolare
non trovò necessario, come faceva con opere
più esposte, di assegnarla ad artista di maggior
fama. Tal fatto avvenne ad un'altra opera di
Pietro, cioè alle statue del Monte di Pietà, che
una « Guida » attribuisce a Giovanni da Nola,
quale artista più conosciuto. Ma nel nostro caso,
appunto dove un simile scambio sarebbe plausi
bile, rimase ferma l'antica tradizione, confer
mata dal fatto che la chiesa fu nel 1599 ristau
rata quando Pietro trovavasi a Napoli e dagli
ornamenti della nicchia, che in nessun modo cor
rispondono con la data di un'iscrizione, 1562,
rimasta intatta e riferentesi a un tempo ante
riore alla ricostruzione. Questa statua pure ha
molta somiglianza con quella della cappella
ALPHONSE GESVALDI
COMPLS COMITIS VENT
&Diner кад
BENEMPRENTISSIMIARCHIEPISCOPT
VENERANDI HIC SERVANTVE CINERES
POSEMVUTOS LABORES
MAGNISONS TVS MERITIS
Fig. 10
Naccarini : Monumento del cardinal Gesualdo
Napoli. San Gennaro.
Rota. Anche se la posizione è invertita, non
si può negare un rapporto con quella del Mer
liano, anche riguardo al tipo delle facce, alla
barba divisa sul mento ed ai capelli divisi da
una scriminatura. Lo stesso rapporto dello stile
di Pietro Bernini con quello del Naccarini trova
conferma già negli stessi problemi onde la loro
arte s'informa. Tentano ambedue di rappresen
412
GEORG SOBOTKA
tare in forma monumentale il santo quasi sognatore e immerso in profondi pensieri che, messo
in una nicchia dev'essere veduto di faccia. Ma anche il modo con cui essi sciolgono questo
problema, fin troppo comune verso la fine del XVI secolo, e al quale nel XVII si darà altro
significato, è nel contenuto e nella forma il medesimo. Riguardo al contenuto corrisponde
la statua di Sant'Andrea in Gesù Nuovo (fig. 7) del Naccarini con quelle del Bernini presso
i Gerolmini (fig. 8) qui hanno tutti e due gli artisti comune il tipo del santo sentimentale
e fantasticante, tipo sintomatico in un tempo di grande religiosità. Riguardo alla forma
troviamo identità nella rappresentazione schematica del vestiario
si paragoni, a mo'
d'esempio, la veste di San Simone del Bernini (fig. 9) col Sant'Andrea del Naccarini su la
tomba del cardinal Gesualdo nel duomo di Napoli (fig. 10), senza però prender considerazione
dello stile delle pieghe caratteristico del Bernini
nel continuo
apparire della medesima posizione con la gamba prominente dalle
ricche pieghe del vestiario (fig. 11), nella grande somiglianza del
tipo virile barbuto e d'espressione sdolcinata).
Da ciò che sin qui esposi traggo il seguente risultato : Pietro
Bernini apparisce con le poche opere di lui conservatesi in questo
periodo di comune lavoro col Naccarini, interamente influenzato
dal maestro. È così, come questi, uno degli ultimi rappresen
tanti del rinascimento locale a Napoli, perchè nella generazione
susseguente, con i rivali Giuliano Finelli e Cosimo Fanzaga,
scolari del Naccarini e di Pietro Bernini, entra anche in Napoli
la nuova arte barocca.
Non bisogna però far dell'arte del Bernini e di quella del
Naccarini una cosa sola. Appunto riguardo lo sviluppo poste
riore del Bernini accennerò due punti caratteristici. In primo
Fig. 11
Pietro Bernini :
Statua di Santo. Napoli. San
Giovanni de' Fiorentini.
luogo è d'importanza lo stile marcato e originale con cui trattò
le pieghe dei vestiari, stile che già risocntrasi nella sua più antica
opera, le statue della cappella Brancacci (fig. 12), ove appare con
la medesima vigoria, come nelle statue della facciata del Monte
di Pietà e nelle opere più tarde della cappella Ruffo. Cercherò
di caratterizzarlo con poche parole. Considerando forse la statua
d'Andrea del Naccarini e paragonandola con una delle statue
nella chiesa de' Gerolmini si scorgerà in questa, in luogo di
pieghe rotonde, pieghe schiacciate d'una rigidezza direi quasi
metallica che danno all'intera composizione, a prima vista, qual
cosa di bizzarro ed appariscono quale un vero imbroglio di linee
e di piani. Senza voler mettere una speciale tendenza in questa
maniera dell'artista, osserverò che la gradazione di ombreggiature, onde le pieghe delle vesti
nelle opere del Naccarini sono caratterizzate, comparisce appena nell'ultima opera di Pietro
I
a Napoli, cioè nel gruppo della Madonna in San Martino (fig. 13). È un metodo questo che
dà al vestito qualcosa di illusionistico dove le ombre e le luci sono di effetto pittorico.
Troppo lontano mi condurrebbe il voler qui dare estensione alle molte ed interessanti
questioni risguardanti quest'opera, tanto più che tali questioni furono già toccate dallo Spi
nazzola. Certo si è che il gruppo fu lasciato dal Bernini incompiuto a Napoli al tempo del
secondo priorato di D. Severo Turbolo (1606-8), che fu suo mecenate, come pure è certo,
come altrove mi provo di dimostrare, che la superficie del gruppo, tanto differente dalle altre
opere di Pietro, fu ripulita dal cav. Fanzaga, quando esso gruppo fu comperato dai monaci
nel 1624 e quando già il detto cavaliere si trovava da un anno al servizio della Certosa.
L'interesse di quest'opera per lo sviluppo di Pietro Bernini, cosa che qui deve occuparci,
IV. s. nota 17.
PIETRO BERNINI
413
consiste in altro fatto. Paragonandola con un'altra opera circa sette anni più vecchia, cioè
con la Carità sulla facciata del Monte di Pietà
paragone già facile questo per la somi
glianza d'idea che lega queste statue, tanto più che la prima inesattamente in molte guide
antiche e moderne apparisce quale Carità
troveremo in ambo i casi un gruppo composto
da una figura muliebre riccamente vestita e da due o tre fanciulletti nudi. Quali sono però
i punti che rendono queste due opere sì differenti? In primo luogo il motivo della posizione.
Nell'opera più antica troviamo il vecchio e già descritto
motivo, cioè mentre la gamba appoggiata è segnata da
lunghe pieghe parallele formantesi all'anca e spioventi con
debole curva, l'altra prominente è marcata da pesanti pie
ghe, motivi questi antichissimi tolti all'arte classica coi quali
si raggiunge grande monumentalità congiunta a quieta
maestà. Il gruppo della Madonna invece rivela una posi
zione forzata e irrequieta nell'estremità, cosa però motivata
dallo spirito onde l'opera è penetrata. La Madonna si china
verso San Giovannino che a lei attaccato bacia il piedino di
Gesù benedicente. Già in questo motivo risalta la diversità
di concezione. Invece d'una posizione quieta e monumen
tale, prende qui la Madonna parte ad un'azione. Invece d'un
motivo statico subentra qui un movimento, che in ogni
attimo può cambiarsi. E non a torto forse, l'osservatore
dinanzi a questo gruppo penserà alla Madonna Medici in
San Lorenzo. Però, con un paragone più accurato, vi si tro
verà subito una grande differenza causata dal fatto che nel
l'opera di Michelangelo un motivo tutto diverso è fondamen
tale. In che consiste allora quella somiglianza al primo mo
mento tanto chiara? Consiste nella linea rapida del braccio
destro e nel capo chinato, qui però molto più che nell'opera
del Buonarroti. Questa linea però in principal modo stabi
lisce la somiglianza non offuscata dai due fanciulli racchiusi
dal contorno della Madonna, principale oggetto dell'atten
zione. Credo che non havvi dubbio che Pietro Bernini si
sia ispirato in un qualche modo all'opera di Michelangelo,
ch'egli deve aver conosciuto nella sua gioventù. Che il
suo gruppo rappresenti qualcosa differente, non distrugge
quest'opinione, ma la convalida. Il problema dal suo puro
Fig. 12
Pietro Bernini : Statua.
Napoli. San Gennaro.
Cappella Brancani.
lato formale l'ha interessato. In ciò consiste la grande importanza della Madonna di San Mar
tino per lo sviluppo artistico di Pietro che, dopo esser rimasto per un decennio nelle pastoie
di un'arte conservativa e ritardataria, rompe le catene ad un tratto e valica con quest'opera
quei confini in cui sin allora aveva lavorato. Tenta con essa- enoi non consideriamo se con
fortuna o no un problema già forse ideato nel suo primo periodo, ma per cui ancora non
era maturo. Il riprendere al principio del XVII secolo così ad un tratto un problema mi
chelangiolesco, dà a quest'opera un'importanza ben più grande che la sola personale. E ciò
perchè la ripresa dell'arte di Michelangelo forma in gran parte la base per l'origine dello
stile barocco nella scultura.
***
A Roma, sotto il pontificato di Sisto V, Clemente VIII e Paolo V, la vita artistica
aveva cominciato di nuovo a centralizzarsi come negli aurei tempi leonini che avevano avuto
termine col famoso sacco del 1527. Fra gli artisti di Paolo V chiamati a Roma affine di
414
GEORG SOBOTKA
eseguire i lavori nella Basilica Liberiana dove, a concorrenza con quella di Sisto V, volle
2
fosse edificata una cappella per la sua famiglia, fu anche Pietro Bernini. É probabile, come
vuole il Baglione, che il cav. D'Arpino ne
fosse stato intermediario, perchè Pietro lo cono
sceva dal suo primo periodo romano, e poi
anche dal tempo, in cui il cavaliere s'era intrat
tenuto a Napoli.'
Trovai nei « Libri di Depositaria » papali
il nome di Pietro segnato per la prima volta
il 21 febbraio 1608 (non maggio 1609, come
lo dice erroneamente il Fraschetti). Però non è
impossibile che esistano conti anteriori a quella
data. Qui pure uscirei dal limite di questo
studio se volessi esporre i motivi che mi con
dussero a porre l'epoca del trasloco di Pietro
a Roma non prima dell'anno 1607. Mi sia solo
permesso d'osservare che l'opinione del Fra
schetti, penetrata in tutta la corrispondente
letteratura, non è fondata: Pietro Bernini non
fu nè negli anni 1605-1607, nè mai, presidente
dell'Accademia di San Luca, e con ciò non
può comparire nell'indice dei presidenti del
l'Accademia, come lo vuole il Fraschetti, il
quale indice appunto mostra una lacuna per
gli anni 1599-1634.2
La serie di ritratti nella galleria, fra i quali
anche quello di Pietro, rappresenta natural
mente soltanto celebri professori di disegno e
in nessun modo i presidenti dell'Accademia.
Per conseguenza bisogna ritenere errata l'opi
nione del Fraschetti, cioè che Pietro essendo
già a Roma avesse ricevuto l'incarico di ese
guire il rilievo con l'Ascensione per il battistero
o coro di Santa Maria Maggiore. Invece ritengo
per buona la notizia del Baglione dove dice
essere tornato Pietro a Roma « per fare una
storia grande di marmo e metterla nella fac
ciata della cappella Paolina a Santa Maria Mag
giore, la quale poi fu posta sopra l'altare del
Fig. 13
Pietro Bernini : La Madonna detta della Grazia.
Napoli . Museo della Certosa di San Martino.
coro, ecc. ». A questo convien fare una corre
zione, perchè il detto rilievo destinato non era
per la cappella Paolina, ma come risulta dai
conti, già dal bel principio fu fatto per porsi
all'altare del coro (Reg. delle fabbr., mandati
1600-1614) (fig. 14). Al servizio della fabbrica
di Santa Maria Maggiore creò ancora Pietro le quattro cariatidi e il rilievo con l'Incoro
Contratto fra il cavaliere ed il priore di San Mar
tino del 9 novembre 1589, nell'Arch. di Stato, mon.
soppr., vol. 2142, F. 22, Ν. 13.
Cfr. BAGLIONE,
pag. 254.
2 Cfr. MISSIRINI, Memoriedell'Accademia di S. Luca,
Roma, 1823. tit. XXXVIII.
Comunicazione gen
tile dal segretario dell'Accademia, comm. Tommasetti
(s. d. 6 maggio 1908).
PIETRO BERNINI
415
nazione del papa su la tomba di Clemente VIII nella cappella Borghese (fig. 15 e 16). Per
questi lavori esistono i conti dall'anno 1611
in cui cade molto probabilmente il compi
mento del rilievo con l'Assunta
sino al 19 gennaio 1614. Questa data porta un conto ove
si pagano 600 scudi « per resto et intiero pagamento delle due Historie di marmo della
Incoronazione della felice memoria di Papa Clemente da lui fatte, una de quali posta nel
Fig. 14
Pietro Bernini : L'Assunta.
Roma. Santa Maria Maggiore, Cappella del Battistero.
( Fot. Sansaini).
deposito di esso Papa Clemente, ecc. ». Già il Fraschetti trovò strano che qui venissero
nominati due rilievi del medesimo soggetto. E tanto più strana è la cosa, in quanto che
l'importo non è maggiore di quello ricevuto per un rilievo degli altri artisti che lavorarono
nella cappella Paolina, cioè incirca 900 scudi. In questa questione porta luce un conto del
29 ottobre 1612 diretto a Giovanni Bellucci, che riferisco: « A M. Giovanni Bellucci scudi
dugento quaranta nove di moneta quali se li fanno pagare per un marmo bianco di Carrara
416
GEORG SOBOTKA
dato per fare e rifare di novo da Pietro Bernino scultore la historia della incoronazione
della beata memoria di Papa Clemente ottavo per servizio del deposito suo nella capella
che Sua Santità ha fatto fare in S. Maria Maggiore, compresovi sono la condotta di esso
marmo da Porta Portese in detto loco di S. Maria Maggiore et altro come per suo conto
tassato da Bernardo Valperga et Gio. Maria Benazzi misuratori della Camera. Approvato
dal Signor Giulio Buratti... sc. 249 ». È chiaro che a Pietro mal riuscì il primo rilievo, e
pare non al materiale si attribuisse la colpa, ma a lui stesso, perchè nel primo caso non lo
si sarebbe pagato con la medesima quota che gli altri artisti ricevettero per un rilievo. Anche
l'interruzione della paga negli anni 1512-13 è resa così plausibile. È però chiaro che questo
Fig. 15
P. Bernini: Rilievo dell'Immacolata di Clem. VIII.
Roma. Santa Maria Maggiore. Cappella Paolina
rilievo, adornante ancora oggidì il deposito di Clemente VIII, non sia stato incominciato
prima del 1612 e terminato al principio del 1614.
Tanto riguardo la cronologia di queste opere. Passando alla loro considerazione ci arre
sterà la dimanda: ha qui continuato Pietro il suo stile napoletano, o meglio dire naccari
nesco, oppure subì questo dinanzi a nuovi temi e nel nuovo ambiente una metamorfosi?
La risposta a questa domanda è resa difficile dal fatto che del periodo napoletano non esiste
alcun suo rilievo.
Una concordanza però fra quest'opera e le statue napoletane è cosa facile a tro
varsi: le pieghe marcanti delle vesti, che schiacciate formano un sistema complicato di
linee rette, subentra ancora la caratteristica del margine dentellato delle vesti, come lo
si riscontra nelle sue statue napoletane. Ciò però è tutto, perchè già la composizione del
vestiario è radicalmente diversa da quella prima, ove si ripete sempre il medesimo motivo
nelle pieghettature. Ma anche nel rimanente quest'opera ha poco di comune con le prime
statue calme e prive d'azione. Ora questa e tutta dominata da un forte e patetico movimento :
l'interna sensazione degli Apostoli è accentuata con tono drammatico in contrasto con lo
L'Arte, XII, 53.
.
16
.
di
del
VIII
Pietro
Bernini
deposito
Clemente
.
.S.
Roma
Paolina
Cappella
Maggiore
Fig
Maria
:Cariatidi
GEORG SOBOTKA
418
sguardo visionario e diretto in regioni celesti della Vergine trasportata dalle nubi nel cielo,
mentre gli angeli sonando l'accompagnano. Non solo i motivi movimentati degli Apostoli, ma
anche gli stessi tipi sono differenti dalle statue del periodo naccarinesco. Invece delle figure
quasi sdolcinate, troviamo qui tipi espressivi e molto più naturalistici. Qualche tipo- si
osservi l'apostolo che poggiato il mento sulla mano guarda pensoso il sarcofago vuoto e
cosparso di fiori
ricorda il Mosè o il Geremia della volta Sistina. Con tutto ciò sarebbe
sbagliato ritenere un cambiamento nello stile che in quest'opera trova espressione soltanto
per una ripresa del michelangiolesco. E la medesima cosa, come già osservai, vale per il
gruppo della Madonna a San Martino. È questo solamente un sintomo per lo sviluppo di
Fig. 17- Ippolito Buzio: Cariatide.
Roma. Santa Maria Maggiore
uno stile, le di cui radici restano ancora da studiarsi, perchè sin'ora non s'è fatto che attribuirlo
a cause generali e allo spirito del tempo.
Per quanto singolare quest'opera sia, l'impressione che fa il rilievo dell'Incoronazione
del Papa anche se posta in posizione elevata, è molto più strana. Dopo un attento
esame, il visitatore della cappella Borghese verrà alla conclusione esser questo se non il
più bello, certo il più interessante fra la collezione dei rilievi non troppo interessanti onde
detta cappella va ornata. Ciò che lo distingue da quello dell'Assunta, si è in primo luogo
la maniera con cui sono date le vesti. In luogo del costume tipico, ideale, fuori d'ogni tempo,
troviamo qui invece costumi ecclesiastici e mondani dell'epoca. È vero che ciò va congiunto
al tema dell'opera. Importante però si è il come queste vesti sono rappresentate. Ogni getto
di pieghe è evitato, però gran cura è messa nel ridare in modo naturalistico gli ornamenti
delle dalmatiche di broccato, dei collari e delle pellicce dei cavalieri. L'estremo naturalismo
si rivela anche nelle teste individualizzate
s'osservino le verruche su singole faccie
nella composizione del rilievo. Le mezze figure, apparentemente non motivate e congiunte
fra loro da calda discussione, che si piegano fuori dalla cornice del rilievo come da un para
petto, attirano subito l'attenzione del visitatore. Si osserverà ancora che, oltre a questo mo
tivo, anche la scena principale non forma una composizione nel vero senso della parola.
e
PIETRO BERNINI
419
L'assieme apparisce quale un tentativo non di ridare una istoria composta, ma di porgerci
allo sguardo uno squarcio tolto da una scena naturalistica. Solo così comprenderemo le strane
e grandi figure secondarie che occupano la parte anteriore del rilievo. Anche la maniera, con
con cui è ideato il problema di rilievo, è diversa. In luogo dello sfondo ideale, dove nem
meno figura un paesaggio, è qui rappresentato un ambiente chiuso, con un alto punto visivo
non giustificato nemmeno dalla posizione elevata, in cui si trova quest'opera. Invece della
Fig. 18
Pietro Bernini : Angiolo.
Roma. Palazzo del Quirinale. Sopraporta della Cappella Paolina.
( Fot. Sansaini)
composizione che logicamente verso il fondo perde le forme rotonde, cambiandole con schiac
ciate, come la troviamo nell'Assunta, abbiamo qui quasi tutte figure rotonde con spazi ariosi
fra l'una e l'altra, la qual cosa porta con sè una forte e marcata ombreggiatura. Queste due
ultime caratteristiche dimostrano esser stato Pietro allora influenzato dallo stile degli altri
artisti della cappella, G. A. Valsoldo, C. Mariani, A. Buonvicino, ecc. Anche per essi è
caratteristico l'alto punto visivo e la maniera inconseguente con cui conducono il rilievo.
La caratteristica principale di quest'opera consiste dunque nell'accentuato naturalismo che
deve rivelare l'effetto d'un fatto vero e momentaneo. L'assieme però non dà l'espressione
di un lavoro armonioso, bensì quella d'un esperimento non riuscito. Sarà bene ricordare che
quest'opera fallì già nella prima esecuzione, forse non senza colpa dell'autore.
Più ancora di questo rilievo differiscono le quattro cariatidi dalle opere che le circon
dano. Anche la cornice superiore della tomba a questa dirimpetto è sostenuta da simili
figure giovanili di dubbio sesso, opere di Ippolito Buzio e Pompeo Ferrucci (fig. 17).
BAGLIONE, loc. cit. pag. 227 e 233.- TITI, Studio di pittura, Roma, 1783, pag. 282.
420
GEORG SOBOTKA
Ma che differenza formale! di che sentire differente sono queste impregnate! Cercherò
di caratterizzarle. In luogo dei pilastri inorganici (termini delle tombe della cappella di
Sisto V) subentra qui un essere del tutto organico, per cui il reggere si lascia rappre
sentare in modo naturalistico. Questa funzione è resa plausibile dal movimento del corpo,
movimento contrapposto, per così dire michelangiolesco, perchè anche se per esso non abbiamo
chiaro esempio in Michelangelo, ciò nulla meno la posizione del braccio delle cariatidi ci fa
pensare a quella dell'Apollo del Bargello. Viene quindi l'espressione spirituale delle statue
che è chiaramente languida e dolorosa, espressione comune questa al XVII secolo e conti
nuata sino ai giorni nostri, che rende chiara la funzione del reggere. Sono conosciute le
Cariatidi e i Telamoni che soffiano e sbuffano sotto il peso che loro incombe. Importante è
il tipo delle faccie per la tendenza di quest'arte. Si vuol far valere qui, senza dubbio, un
nuovo ideale di bellezza in cui domina l'amabile e il leggiadro di contro al puro classico.
Infine sarebbe ancora da considerarsi la forma del vestiario che non corrisponde a nessuno
schema sin'ora in uso nell'arte plastica italiana. La maniera con cui questo è ordinato è
puramente soggettiva e tende solamente a un effetto decorativo.
Non sono queste concezioni naturalistiche, questo movimento accentuato del patetico e
il costringere l'amabile e il leggiadro nel bello, come il soggettivo carattere decorativo, i
contrassegni dello stile barocco, che le presenti statue annunziano vicino?
Qui crediamo stia l'importanza di Pietro, qui il suo sviluppo. Mentre nelle sue opere
napoletane ci appare quale rappresentate di un rinascimento provinciale, diventa con le opere
romane precursore di quell'arte, in capo alla quale sta il glorioso nome di suo figlio. Due
altre opere di Pietro, che qui ancora vogliamo considerare, confermeranno quest'asser
zione, mentre le altre che il Baglione e la ricca letteratura locale romana gli ascrivono, al
paragone di queste, rimangono senza importanza per la domanda che in principal modo ci
interessa. Con tutto ciò cercherò di far qui brevemente menzione anche di queste ultime:
sono in primo luogo opere che più non esistono, come le statue della tomba del cardinale
I
2
Bellarmino nel Gesù (1521-22), che or una or tutte e due sono a Pietro attribuite, * oppure
opere la di cui esistenza non si potè dimostrare come, ad esempio, quelle per la villa Mon
dragone per Leone Strozzi e per la villa Borghese, altre ancora che da alcuni ingiustamente
vengono ascritte, quale un angiolo sull'altare in Sant'Agostino, il busto di Antonio Nigrita,
le statue sulla tomba del cardinal Delfino († 1622) in San Michele a Murano, che, secondo il
mio parere, ben escono dalla bottega dei Bernini, ma che nulla hanno di comune con le qua
lità speciali di Pietro. Che la « Barcaccia », fontana di Piazza Spagna, sia sua opera, come
lo dice il solo Baglione, non viene escluso dalla data appostavi, Sarebbe ancora da men
BAGLIONE, pag. 194; TITI, pag. 174, e le altre
guide.
FRASCHETTI, pag. 33 (disegno nella Biblio
teca nazionale).
Le fontane rustiche però e la loro decorazione a
Mondragone, celebre villa borghesiana, potrebbero ri
cordare le opere di questo genere fatte da Pietro in
un periodo anteriore. Il Baglione però parla d'un
gruppo.- Cfr. DESEINE, Rome moderne, Leyde, 1713,
pag. 1098.
3 ΤΙΤΙ, 402; MELCHIORRI, Guida di Roma, 1868,
pag. 298.
Passert, loc. cit., pag. 256; PASCOLI,
loc. cit., II . 426; FRASCHETTI, pag. 42
L'angelo
in questione è di Giuliano Finelli, se non di Lorenzo
stesso, 1628.
4TITI, pag. 252.
ROSSINI, II Mercurio errante,
DE NOVAES, Elementi della storia dei Sommi Pontefici,
vol. V, pag. 15.-L'iscrizione, da Forcella, Iscrizioni,
vol. XI, pag. 70, n. 133.
FRASCHETTI, pag. 77.
Ant. Muñoz nel fascicolo luglio-agosto di questa Ri
vista ha dimostrato essere questo busto opera di Fran
cesco Caporale, eseguita già nel 1608.
SMOSCHINI, Guida per la città di Venezia, 1815,
vol. II/2, pag. 395.- SELVATICO, Guida di Venezia,
1852, pag. 282.
FRASCHETTI, loc. cit,, pag. 4.
6 BALDINUCCI, pag. 14; Dom. BERNINI, pag. 58.
FEI, Descrizione di Roma, 1644, pag. 84.
Corso delle acque, I, 296.
CASSIO,
FRASCHETTI, pag. 117.
I conti riferentesi alla « Barcaccia mi sono stati co
municati daldott. O. Pollak-Prag a Roma, cioè : 4 gen
naro 1628, stagnaro
27 ottobre, muratore
1750, pag. 145.- MELCHIORRI, pag. 233.- Cfr. Grus.
15 no
vembre, scarpellino- 22 novembre,Guidotti- 27 no
PIETRO BERNINI
421
zionarsi la bella statua di San Sebastiano nel palazzo Barberini, ascrittagli dal Fraschetti,
che oltrepassa però nei suoi principî artistici quelli conosciuti di Pietro e imi pare opera sicura
di Lorenzo. Il perchè parte di queste opere sieno ascritte a Pietro, risulta dal fatto che padre
Fig. 19
Pietro Bernini: San Giovanni Battista.
Roma, Sant'Andrea della Valle.
Cappella Barberini (Fotografia Moscioni)
e figlio sino alla morte del primo, nell'anno 1629, conducevano bottega comune, dove ora
il più vecchio, ora il maggiore artista faceva da capo.
vembre, stagnaro– 20 dicembre, scarpellino
12 gennaro, 22 marzo, 13 giunio, scarpellino
1629:
30giu
nio, muratore.
FRASCHETTI, pag. 139.
422
GEORG SOBOTKA
Le due opere che ancora voglio prendere in considerazione sono l'angelo destro sopra
la porta della cappella Paolina del Quirinale ' (fig. 18) e la statua del Battista nella cappella
del Barberini in Sant'Andrea della Valle² (fig. 19).
2
L'autenticità della prima è assicurata, anche senza la tradizione letteraria, dallo studio
critico dello stile. Ancora una volta troviamo qui le conosciute pieghettature delle vesti e in
modo ancora sviluppato. È già piuttosto una costruzione manierata, che un getto di pieghe.
Caratteristico è il motivo del movimento, che oggidì non pare troppo comprensibile, perchè
lo stemma della casa Borghese, che i due angeli reggevano, fu levato, come lo dimostrano
le tracce sul frontone e le dita rotte dell'altra statua, opera di Guglielmo Berthelot, e fu
rimpiazzato con una corona di stelle.
Questo motivo lo troviamo analogo nella statua del Battista. Consiste questa in un
rivolgersi del basso corpo di contro alle gambe congiunto con un movimento della testa e
un estendersi del braccio esterno sul petto. È questo un motivo del tutto basato in contrasti
veramente michelangioleschi. Dinanzi alla statua del Battista si pensa a un esempio diretto
di Michelangelo, al Cristo in Santa Maria sopra Minerva, al quale ricorda anche la maniera
con cui è trattato il nudo erculeo e il tipo della testa. Però anche qui c'è una grande diffe
renza. Già nell'angelo e nelle cariatidi si sarà riscontrata una maniera pittorica nel trattamento
dei capelli e degli occhi. Questi contrassegni appariscono di molto aumentati nel capo del
Battista, ove molto l'artista fece uso del trapano per portare i singoli particolari ad un effetto
pittorico ed impressionistico. Le pupille appariscono qui pure come punti realmente coloriti.
È inutile, credo, spiegare il senso di questa tendenza, quando si conosce il valore di Lorenzo
Bernini.
Il rapporto con la sua arte è qui solamente sfiorato. Ma che esista non è sfuggito
a un fine osservatore quale il Baldinucci, che del gruppo d'Anchise e d'Enea nella villa
Borghese dice: « si riconosce alquanto dello stile del padre>>. Quest'osservazione condusse
il Fraschetti alla falsa credenza, che il padre stesso avesse avuto parte all'opera. Con mag
giore osservazione si verrà alla convinzione contraria. Rivela quest'opera una personalità
non ancora sviluppata, ma geniale, del tutto differente da quella del vecchio Pietro. Però
fra la statua del Battista di Pietro e il gruppo di Lorenzo non c'è che la breve distanza
d'un passo.
Già il constatare un simile rapporto fra i due artisti giustificherà il tema che io trattai,
tema che per Pietro stesso e per la sua personalità forse non avrebbe richiesto che io tanto
mi dilungassi. L'angelo e il Battista ebbero origine ambedue incirca del 1616. Ci troviamo
dunque già in un'epoca che, a detta della generalità, sorpassa le opere giovanili di Lorenzo.
Si accettarono sin'ora le notizie favolose risguardanti l'origine di queste opere, come i biografi
di Lorenzo le avevano narrate. E secondo queste si fissò per il gruppo d'Anchise, che
avrebbe creato a 15 anni, l'anno 1613, e analogamente per quello d'Apollo e Dafne l'anno 1616,
anche se internamente si sente esser questa una continuazione di quegli aneddoti miracolosi
con i quali fu adornata, ad esempio di Michelangelo, anche la gioventù di Lorenzo. Sono
storie queste che la critica coscienziosa deve ancora vagliare. Io credo che un'opera, appunto
quale il Battista di Pietro, dovrà condurre un futuro biografo di Lorenzo Bernini a una
revisione completa e profonda delle di lui opere giovanili. E così il presente studio avrà
raggiunto il suo intento se farà germogliare questa idea.
Vienna. , 1º ottobre 1909.
TITI, 305 ; DESEINE, III, 616.
2 BAGLIONE, 194 e 167; TITI, 136; ROSSINI, 150;
DESEINE, II, 308; PASSERI, loc. cit. , 1163 PASCOLI,
GEORG SOBOTKA.
II, 415.
GIAC. MANCINI, Memorie di alcuni artisti
del disegno che fiorirono in Città di Castello, Perugia,
1832, pag. 168.
MARMORARI ROMANICI
IN TOSCANA
URANTE i molteplici mutamenti seguiti nelle chiese toscane costruite
ed adornate nell'età romanica, se pure restò talora quasi intatta l'os
satura architettonica dell'edificio, non altrettanto avvenne nella mas
sima parte dei casi per quelle parti ornamentali, transenne ed am
boni, che potevano essere facilmente rimosse e raffazzonate per
altri usi, per le mutate necessità del rito. Da questo deriva che
anche oggi si trovano pezzi di scultura, frammenti di cornici, basi
e fusti di colonne, pilastri e gradini sparsi per musei o per arsenali,
dispersi spesso in luoghi ignorati o poco accessibili, ed avviene
così che, ingannati da notizie erronee e contradittorie o da forme
che si somigliano, male si riesce in generale ad investigare l'uso primitivo di quei frammenti,
la loro funzione rituale o decorativa nella totalità dell'edificio.
Questo nostro studio tende appunto a chiarire alcune di tali questioni ed a stabilire
come esista una stretta analogia fra i molti frammenti sparsi qua e là nelle terre di Toscana,
analogia tale da permettere una classificazione più precisa degli stili e delle botteghe di arte
fici che vi lavorarono fino a tutto il Dugento.
Questa regione d'Italia è infatti fra le più ricche di monumenti romanici ed in una
delle sue grandi città, Pisa, si svolse e fiorì mirabilmente uno stile architettonico e deco
rativo così originale e caratteristico da estendere il predominio delle sue forme anche fuori
dei confini toscani. Parve così fino dai tempi romanici che il fiorire delle arti trovasse il
miglior terreno in Pisa anche prima che essa divenisse il centro della rinascita della scul
tura per opera degli artisti gloriosi.
Pisa era per questo riguardo in una condizione privilegiata : l'aver essa un porto note
volissimo cui affluivano mercanzie e ricchezze d'arte dall'Oriente, l'essere fiorente ancora e
libera, forte delle sue navi e delle sue conquiste, prossima all'Alpe Apuana ricca del più bel
materiale scultorio, facevan sì che l'incitamento ad adornarsi venutole d'oltre mare trovasse
l'ambiente migliore per divenire efficace e dar frutto.
Se non che pochissimo si sa degli scultori romanici pisani: qualche nome affermato da
una epigrafe o da un documento è il solo caposaldo su cui possa fondarsi una storia docu
mentata della scultura a Pisa in quel periodo. Poco si sa di quel Biduino che firmò gli
architravi di San Cassiano presso Pisa e di San Salvatore a Lucca, nè più si sa di quel Gu
glielmo che secondo il Supino ' fece il pulpito del duomo di Pisa inviato, come ha dimostrato
lo Scano, a Cagliari nel XIV secolo e sostituito con quello di Giovanni pisano: quasi sino
I
SUPINO I. B., Arte Pisana. Firenze. Alinari, 1904.
424
ROBERTO PAPINI
ad oggi, gli si attribuirono soltanto e vagamente quei frammenti di pergamo che esistono
tuttavia nel Campo Santo pisano.
Furono pisani questi maestri o furono piuttosto chiamati a Pisa per adornarvi le chiese
che la pietà dei cittadini e la gratitudine per le vittorie ottenute vi andavano edificando ?
Niuno ha potuto precisare donde questi scultori venissero, e l'unica ipotesi di una loro
origine settentrionale, seguendo le correnti d'arte che scaturivano dalla regione dei laghi
lombardi, può essere offerta, se mai, dal nome di alcuni di essi, come quelli a nome Guglielmo
già ricordati, e quel Roberto che scolpi il fonte battesimale di San Frediano a Lucca. Solo
per due maestri, Guido e Guidetto da Como, del primo dei quali avremo speciale occasione
di parlare, abbiamo notizie di poco maggiori; ma altre e più chiare deduzioni si potranno
ricavare dall'esame stilistico delle opere, tali cioè da permetterci una classificazione suffi
cientemente precisa.
Le sculture di cui ci occuperemo sono quelle onde i marmorari romanici adornarono
le transenne destinate a chiudere il presbiterio nelle chiese a tre navi, e l'ambone che ge
neralmente sporgeva da queste transenne. Il motivo
onde si servirono in queste decorazioni può dirsi unico,
poichè si fonda sopra la connessione più o meno varia
per mezzo di cornici o di pilastri di grandi quadri mar
morei con cornici rientranti, aventi nella loro parte cen
trale o la figurazione d'un fatto della Scrittura o più
spesso e con maggiore caratteristica un rosone rac
chiuso entro formelle quadrate o rombiche o poligo
nali, aprentesi in bella abbondanza di foglie ben rile
vate e dischiuse.
R.P
Signa. Pieve di San Lorenzo.
Pulpito.
Quest'ultima forma di decorazione fu forse anteriore
all'altra con la rappresentazione figurata. Osservando
infatti le numerose formelle di cui si occupa il nostro
studio è facile notare come esse derivino in linea diretta
da quei lacunari che adornarono i soffitti delle basi
liche romane o le volte a botte degli archi di trionfo.
In ognuno di questi un listello liscio di marmo contorna
tutto il lacunare servendo di raccordo fra l'uno e l'altro
di essi, e, di più, le cornici rientranti si coprono di fo
gliami mentre dallo specchio marmoreo inquadrato nel
fondo del lacunare sboccia e si spande il rosone di foglie
d'acanto così come nelle formelle che andiamo studiando, quantunque esse siano trasformate
secondo il rude stile romanico nato dall'imperizia degli artefici d'allora. Non è quindi audace
formulare l'ipotesi che anteriormente al Mille, allorchè le chiese s'edificavano, disfacendosi
basiliche e monumenti romani, gli Architetti si servissero, oltre che delle colonne, dei capitelli,
degli architravi e delle cornici, anche dei frammenti di soffitti e dei lacunari per costruire tran
senne e munire di parapetti gli amboni. Quando poi nei primi secoli dopo il Mille un fermento
innovatore parve agitare le menti dei fedeli d'Italia ed i modelli classici furono imitati vo
lentieri tanto nella struttura architettonica quanto nella decorazione delle chiese che s'anda
vano rimaneggiando, si continuarono a far transenne ed amboni sullo stesso stile, compo
nendoli cioè di formelle in cui cornici, foglie e rosoni furono assai rozzamente imitati dai
modelli romani ancora esistenti. Forse questo genere di decorazione fu anteriore a quello con
rappresentazioni figurate come può provarlo anche il fatto che nelle formelle contenenti scene
della scrittura o simboli d'evangeli si ritrovano le stesse forme di cornici intagliate e adorne di
foglie a contornare il piano del fondo, quasi che al posto del rosone si fosse sostituito in questo
piano la scena scolpita, allorchè una forma d'arte più evoluta od una maggior perizia di tecnica
ebbero permesso all'artefice di avventurarsi nei campi della scultura rappresentativa.
MARMORARI ROMANICI IN TOSCANA
425
Le transenne si inalzavano generalmente per creare nelle chiese a tre navi prive di
abside o con abside piccola, come quasi tutte quelle romaniche di Toscana, uno spazio atto
alle funzioni del rito, quello spazio cioè che nelle chiese gotiche fu poi dato dal presbiterio
e dal coro dietro l'altar maggiore. In molte delle chiese romaniche, abolite le collegiate di
canonici, diminuita con l'erezione delle cattedrali l'importanza loro, le transenne furon poi
disfatte, utilizzandone o disperdendone i pezzi o rifacendole addirittura in altro stile come
nella Cattedrale pisana.
Due soli esempi restano oggi in Toscana ad attestare quale fosse l'aspetto di questi
presbiteri recinti intorno all'altar maggiore: uno nella chiesa fiorentina di San Miniato al
Monte, l'altro nel duomo di Barga. In entrambe le chiese le transenne sono al posto per
cui furono create, e, addossato al pilastro della navata destra, sta ancora l'ambone ove dal
presbiterio saliva il saderdote per la lettura della epistola nelle messi solenni.
La disposizione esistente nel Duomo di Barga è ancor più caratteristica per il fatto
che in San Miniato il piano del presbiterio è elevato sopra la cripta, tipo meno comune fra
le chiese romaniche di Toscana, mentre il
Duomo di Barga, nonostante i due rifaci
menti che a breve distanza di tempo ebbe
a subire nella sua radicale struttura, ri
RIANGKATIAPLE NA BUMINGSTEC M
mane ancora nella parte centrale del tipo
comune, se si confronta specialmente con
le chiese del pisano e del lucchese. Il piano
del presbiterio è nel Duomo di Barga ele
vato di 60 centimetri circa sul piano della
chiesa e ad esso si perviene mediante tre
forami aperti nella transenna, uno lungo
l'asse della chiesa, gli altri due al centro
delle navate minori, accessibili mediante
piccole gradinate semicircolari di tre gra
dini ognuna: la chiusura ne è fatta se
condo l'asse trasversale passante per i due
pilastri che sostengono l'arco trionfale
nelle navatelle, e nella navata maggiore
secondo una linea parallela a quest'asse,
formando come un avancorpo da cui a de
stra si distacca il pulpito quadrangolare.
Pistoia. Chiesa di Sant'Andrea.
Capitello d'uno stipite della porta maggiore.
Questo è poggiato su quattro colonne ed accessibile mediante una scala saliente dall'interno
del presbiterio sì da permettere nel tempo delle funzioni solenni che il sacerdote vi accedesse
direttamente dal presbiterio per la lettura dell'epistola.
Con questa disposizione si ottenne un isolamento del luogo più sacro, destinato a con.
tenere l'altare e gli stalli dei canonici, dal restante della chiesa libera al pubblico dei fedeli,
anche quando il piano del presbiterio non fosse stato così elevato sul piano della chiesa come in
San Miniato al Monte. Si può dire anzi che ogni chiesa di una certa importanza, fra quelle cioè
che avendo una collegiata di canonici necessitavano del presbiterio, avesse in Toscana una
simile decorazione composta della transenna e dell'ambone di analoga disposizione e struttura.
Abbiamo già detto come non ne rimangano oggi che due esempi poichè purtroppo,
cambiate non molto tempo dopo le necessità del culto o mutate le tendenze del gusto, si
disfecero transenne ed amboni; questi si raffazzonarono trasformandoli in pulpiti e di quelle
si adoperarono le formelle ad adornar sepolcri, come a Volterra, o paliotti d'altare, come
a Pisa, o si gettarono nei magazzini dove giacciono ancora.
La conservazione della chiusura presbiteriale di San Miniato al Monte si deve quindi
principalmente al fatto che essa è una semplice opera di decorazione ricca ed accurata, ma
L'Arte. XII, 54.
ROBERTO PAPINI
426
priva di figure scolpite e tale cioè da rimanere opera adatta al gusto d'ogni tempo anche
quando le goffe sculture dei marmorari romanici dovettero sembrare indegne di figurare in
una chiesa. L'analoga chiusura del Duomo di Barga rimase invece nel romito paese di
Garfagnana, chiuso, dall'epoca romanica ai Della Robbia che v'ebbero fornaci, ad ogni altro
genere d'arte, così come rimane dimenticato nelle vecchie case di campagna qualche solido
mobile antico.
Furon disfatti invece, per citare un esempio, transenna ed ambone nel Duomo di
Volterra. Sei delle formelle che facevan parte della transenna sono ora nell'interno della
chiesa incastrate nel muro sopra la porta maggiore e scolpite sul modello di quelle che
vedremo poi a Pisa con rosoni, losanghe, poligoni e rose in cornici adorne di fogliami. Esse
fiancheggiano una larga pietra con una figura giacente, di epoca assai posteriore alle for
melle, usata già, a quanto sembra come pietra tombale nel pavimento stesso del Duomo, e
tutto è poi incorniciato con frammenti di cornici tolte certamente alla stessa transenna. Altre
otto formelle analoghe in tutto alle precedenti adornano ora a sinistra della porta maggiore
Pisa . Battistero. Formella dell'altare.
Pisa. Battistero. Formella dell'altare.
il monumento all'arcivescovo Francesco Gaetano Incontri morto verso la fine del settecento
ed altre cornici ed altri frammenti della transenna giacciono ancora nell'arsenale dell'Opera
così confusi con altri pezzi da rendere impossibile per ora ogni più accurata ricerca che
sarebbe oltremodo interessante '.
Nè è difficile riconoscere come l'ambone, per analogia di cornici e di tecnica coi fram
menti superstiti della transenna, facesse parte della stessa decorazione prima che fosse
rimosso dal suo posto fra la navata principale e la navatella destra, prima cioè che, ricom
posto presso alla terza colonna di sinistra, servisse di pergamo ai predicatori. Gran parte
delle cornici furono in esso rifatte al tempo di questo tramutamento e dell'antico ambone
fu adoprato poco più che i sostegni ed i bassorilievi ; tanto è vero che nell'interno si notano
intarsi di marmi bianchi e neri simili a quelli dell'esterno e quasi tutti a compassi o scacchiere,
usati alla rinfusa, rovesciati, tagliati secondo che le dimensioni del nuovo pulpito lo richiedevano.
I
Appartennero quasi certamente alla stessa tran
senna della Cattedrale volterrana e furono forse can
delabri per cero pasquale le due colonne con capitelli
lavorati a fogliami che sostengono ora gli angeli ingi
nocchiati attribuiti a Mino, ai lati dell'altar maggiore:
in essi infatti e nei capitelli lo stesso lavoro di tra
panó, la stessa tecnica seguita nell'intagl are le cor
nici dell'ambone.
MARMORARI ROMANICI IN TOSCANA
427
Ugual sorte toccò all'analoga decorazione che nel Duomo di Pisa si trovava prima che
si sostituisse il primitivo pulpito, ricordato nelle carte dell'opera, col pulpito di Giovanni Pisano
ora anch'esso dilaniato nelle sue membra disperse dovunque. Di questa transenna, sosti.
tuita poi dopo l'incendio del Duomo con l'attuale chiusura del presbiterio quasi nella stessa
località, si trovano formelle nel Campo Santo e nel Battistero di Pisa.
I
Nel Campo Santo dietro un lungo frammento di fregio romano avente come decora
zione palme, tridenti e delfini, avanzo probabile di un tempo nettuniano, sono scolpite cinque
formelle quadrate aventi 84 centimetri di lato là dove le recinge un liscio listello e che, per
la corrosione che presentano, sembra sieno state lungamente all'aperto. Esse contengono le
stesse cornici e gli stessi rosoni che abbiamo visto derivare dai lacunari dei soffitti romani
ed è interessante osservare come proprio di un frammento di edificio romano si servissero
i marmorari per le sculture loro. Un'analoga formella è ora distaccata dal muro nello stesso
Campo Santo e presenta la stessa tecnica, la identica dimensione, la medesima tarsia di
Pisa. Camposanto. Formelle già della transenna del Duomo.
marmo rosso e nero che hanno le formelle scavate nel fregio, così come identiche sono
quelle che formano ora la decorazione dell'altare nel Battistero pisano. Queste sono sei e
presentano una notevolissima diversità da quelle che circondano il fonte, di cui parleremo
più tardi, sì nel materiale che nella tecnica, tanto che non è possibile confonderle fra loro,
come fece lo Schubring, assegnandole tutte erroneamente a Guido da Como. Allorchè esse
furono adoperate come paliotti furono raccordate agli angoli con pezzi di marmo più azzurrognolo
intarsiati a piccole losanghe sul tipo del pavimento e del tappeto di musaico cosmatesco
dinanzi all'altare e furono posti allora intorno al presbiterio quei grandi quadri di breccia
I
Nella cronaca del Sardo (1422) in una sommaria
descrizione del Duomo di Pisa sono contenute fra le
altre queste parole: « Dinanzi al choro vi è un quadro
chon certi chonpassi di pietre fini di più colori me
ravigliosi. Et di più vi è un choro dove stanno i cha
lonaci et preti et altri preti che è tutto di marmo in
tagliato ». Dove è chiaro che mentre con la parola
quadro si deve intender ricordato il tappeto marmoreo
cosmatesco che tuttora si conserva, con l'altra choro
si deve intendere espressa la transenna a formelle di
marmo intagliato. Il che prova anche, che se tale
transenna è ricordata in una cronaca del 1422, essa fu
conservata lungamente anche dopo che l'ambone di
Gugliemo fu sostituito col pergamo di Giovanni.
2
PAUL SCHUBRING., Pisa. Lipsia, Seemann, 1902.
428
ROBERTO PAPINI
rossa incorniciati di intagli ed intarsi geometrici alla maniera romanica con qualche motivo
d'intarsio floreale in marmo nero sul fondo bianco.
I
Non v'è dunque dubbio che le dodici formelle ora ricordate facessero parte della tran
senna già esistente nel Duomo pisano a cui certamente era annesso quell'ambone di Gu
glielmo di cui alcuni frammenti il Supino volle riconoscere in quei gruppi di simboli evan
gelici ora esistenti in Campo Santo. Nè è improbabile che della stessa transenna facessero
parte altre tre formelle lavorate molto finemente ad intaglio anche dove nelle altre è la
tarsia: esse hanno infatti le stesse dimensioni di quelle già esaminate, ma nell'interno le
cornici sono più larghe, con un lavoro finissimo di trapano e di sgorbia, che pur avendo
grandissima analogia con quello delle cornici e dei rosoni dei precedenti lacunari, sembra
fatto per essere meglio in vista, in una parte più importante della transenna o dell'ambone,
tanto più che due di queste formelle hanno figure al posto del rosone. In una è un angelo
uscente a mezzo busto da un calice d'acanto e contenuto in una nicchia circolare sorretta e
sostenuta in giro da quattro busti di cariatidi e da quattro mani emergenti dagli angoli di
un ottagono regolare: l'angelo, goffa figura dalla testa rotonda e schiacciata, dalla bocca
smisurata e dagli occhi stupidamente aperti, è coperto di una veste a mille pieghe intagliate
più che scolpite e stilizzate in modo da ricordare molto i due frammenti di pulpito esistenti
in Camposanto. Nell'altra formella invece è una figura assisa togata e scettrata in mezzo a
due fedeli inginocchiati simmetricarnente, eseguiti con la stessa goffagine della modellazione
che abbiamo viste nell'angelo, la stessa dura stilizzazione delle pieghe e dei capelli.
Formelle dello stesso tipo di quelle esistenti a Pisa sono le quattro conservate nella
Cappella del Capitolo nella chiesa di San Francesco in Pistoia e tracce di altre transenne
ornate di formelle e di rosoni se ne hanno in Toscana un po' dovunque, a Pistoia, a Pisa
ed a Lucca. Quivi nel breve spazio destinato alla scultura nella pinacoteca lucchese, si con
serva una formella della transenna che fu già in Santa Maria forisportam; tracce dell'antica
transenna si trovano nella Pieve di Santa Maria e San Giorgio in Brancoli, presso Lucca, e do
vunque in Toscana sia qualche notevole chiesa romanica a cuiirifacimenti o le tarde detur
pazioni non abbiano ancora tolto completamente l'aspetto primitivo. Forse, anche sull'esempio
di San Miniato al Monte, si adornò di una cintadel presbiterio ornata a formelle pure San
Piero Scheraggio in Firenze, accanto al pulpito che, distrutta la chiesa, fu esiliato in San
Leonardo d'Arcetri, e che per sculture e per intarsi ha grande affinità con gli amboni che
siamo venuti fin qui ricordando.2
Di tutti questi vogliamo ora discorrere partitamente.
***
Abbiamo già visto come l'origine del motivo decorativo delle formelle si debba ricercare
nei lacunari dei soffitti romani; ma l'arte romanica in Toscana aggiunse a questo motivo
trasformato secondo il gusto dei tempi un altro motivo che ella aveva tolto pure dalla
romana, vogliam dire l'opera di intarsio con marmi colorati, l'opus sectile dei latini. Come i
cosmati avevan trovato nell'opus tessellatum dei pavimenti romani il motivo originario delle
loro decorazioni a piccole tessere policrome combinate geometricamente, così i marmorari
toscani avevano tratto l'insegnamento dai superstiti monumenti romani in Toscana, primo
fra tutti il « bel San Giovanni ». Trassero essi profitto dalla presenza in Toscana di due
rocce serpentinose facilmente scavabili; il verde di Prato e il verde dell'Impruneta. Com
patto l'uno e quasi nero quando sia levigato, più chiaro l'altro ed a macchie più larghe
2
SUPINO I. B., Arte pisana. Firenze, Alinari, 1904.
Credemmo inutile di ripetere parecchie delle il
lustrazioni gia pubblicate nel terzo volume della Storia
dell'Arte di A. Venturi: rimandiamo quindi sempre a
quel libro per gli opportuni raffronti frate opere d'arte
qui ricordate.
MARMORARI ROMANICI IN TOSCANA
429
derivate dalla penetrazione di altri minerali fra gli interstizi del serpentino. L'una varietà
ſu usata più specialmente a Pistoia, a Lucca ed a Pisa, l'altra a Firenze e nei dintorni.
Volterra. Duomo. Candelabri per ceri pasquali.
Questi marmorari incidevano la lastra di marmo secondo il disegno
antica esclusivamente geometrico
nell'età più
e poi la riempivano nei luoghi così preparati con pic
coli pezzi di uno dei due marmi verdi o di marmo rosso, tagliati in triangoli, in cubi, in
settori di circolo o secondo altri disegni, e saldati alla lastra mediante una malta molto
430
ROBERTO PAPINI
liquida di una sorta di pozzolana. Talora la tarsia si trova fatta con una pasta imitante
approssimativamente il colore del marmo verde, composta di pece greca, verde montano e
polvere di vetro applicata a caldo nelle incisioni fatte secondo il disegno ; ma a questo arti
ficio si ricorse generalmente allorchè in tempi più tardi per la caduta dei pezzetti di marmo
si vollero restaurare tali opere di intarsio.
Uno degli esempi più antichi di un simile lavoro si può riconoscere in un piccolo pulpito
ignorato nella pieve di San Lorenzo a Signa. Questo pulpito, molto semplice nella sua deco
razione, è a pianta rettangolare e composto di sette rettangoli di marmo bianco incorniciati
con grosse e rozze cornici di verde dell'Impruneta; ognuno dei rettangoli è poi intarsiato
a disegni geometrici assai semplici eseguiti con lavoro grossolano e mal restaurati in tempi
assai recenti sostituendo una specie di pasta nero-verde alle parti mancanti. Per la forma
dei capitelli e delle cornici e per la sagoma alquanto tozza, questo piccolo pulpito mostra
evidente la sua arcaicità di concezione e di lavoro, sì che, per l'imitazione dalle forme
romane, specie del San Giovanni, esso può essere considerato come un esempio del fatto
che la tradizione a bianco e nero si mantenne
viva in Toscana fino al primo apparire del
l'arte romanica.
Quantunque sia difficile stabilire una cro
nologia anche approssimativa per lo svolgersi
dei motivi decorativi di cui andiamo parlando,
data la assoluta mancanza di qualsiasi docu
mento o memoria (nella maggior parte dei
casi), pure, considerando che le transenne e gli
amboni di una stessa chiesa, e talora anche di
una stessa città, eran fatti dalla stessa mano
o per lo meno sotto la stessa direzione, cer
cheremo di stabilire con opportuni raffronti una
specie di evoluzione nei motivi medesimi.
Confrontando infatti le cornici dell'archi
Малалалал
Firenze. Basilica di San Miniato al Monte.
Formella della transenna del presbiterio.
trave di Sant'Andrea in Pistoia, scolpito da
Gruamonte e Adeodato circa il 1166, con le
formelle che abbiamo già visto appartenere alla
transenna del Duomo di Pisa, resulterà evi
dente la grandissima somiglianza che esiste fra
di loro tanto nel disegno quanto nella tecnica
dell'esecuzione. In entrambe le opere lo stesso intreccio a volute di tralci che si annedano
e che si svolgono, le stesse foglie con le costole grosse e con quei frequenti fori di trapano
che dànno all'opera l'apparenza di un paziente traforo. Il lavoro di Pisa, come quello che
doveva essere più vicino al pubblico, è assai più accurato e minuto, forse anche un poco
più evoluto se si osserva che talora qualche cornice non è più fatta secondo la tecnica di
Gruamonte e dei suoi, ma piuttosto ad imitazione assai buona di qualche cornice classica.
Non v'è quindi dubbio che le formelle appartengano allo stesso gruppo di sculture a
cui appartiene l'architrave di San Andrea, gruppo che il Venturi ha già circoscritto nei
suoi giusti limiti. Non solo infatti le cornici rassomigliano in modo quasi identico a quelle
di Gruamonte, ma le stesse figure che abbiamo visto sostituire i rosoni nelle formelle, ricor
dano quelle che maestro Enrico scolpi nei capitelli degli stipiti sempre in San Andrea di
Pistoia: una simile rotondità quasi deforme delle teste, una simile schiacciatura del volto
dágli occhi grandi e dalla bocca semiaperta, una simile fattura, a tagli crudamente incisi, per
le pieghe delle vesti.
I
VENTURI, L'arte romanica, Milano, Hoepli, 1904.
MARMORARI ROMANICI IN TOSCANA
431
Analoghi disegni delle cornici lavorate sempre a tralci ed a fogliami, analoga esecu
zione del fondo nelle scene decorate, come nell'architrave di San Andrea presenta il pulpito
Firenze. Chiesa di San Leonardo in Arcetri.
Pulpito già in San Piero Scheraggio.
del Duomo di Cagliari che non solo si può porre accanto come fa il Venturi
frammenti d'ambone esistenti in Campo Santo a Pisa, ma anche alle formelle di cui ab
biamo finora parlato. La grandissima analogia delle cornici e della tecnica che il pulpito
ai due
432
ROBERTO PAPINI
I
di Cagliari ha con questi avanzi della transenna del Duomo pisano è dunque una con
ferma di più di quel che già riconobbe lo Scano, che cioè il pulpito cagliaritano altro non
è se non il vecchio pulpito scolpito nel 1162 da Guglielmo e sostituito poi con quello di
Giovanni nel Duomo di Pisa; e dimostra anche che la bottega di Guglielmo ebbe una
stretta relazione con quella di Gruamonte non solo per le grandi somiglianze stilistiche, ma
anche per la contemporaneità delle opere, già che le date finora incerte vengono ad avere
dal raffronto degli stili una conferma decisiva.
Alla stessa epoca, cioè ai primi decenni della seconda metà del XII secolo appartengono
le formelle, i candelabri e l'ambone del Duomo di Volterra. Se non che queste opere di
scultura, anzichè col gruppo di Gruamonte e di Guglielmo voglion esser poste in relazione
con lo scultore dell'architrave di San Giovanni fuorcivitas a Pistoia, molto affine, del resto,
a quel gruppo. La rappresentazione dell'ultima cena che nell'architrave di San Giovanni è
distesa in tutta la lunghezza della soglia, a Volterra è raggruppata ed ammassata sover
chiamente entro la formella principale dell'ambone. In essa le figure hanno teste rettan
golari, con la bocca larga, il naso grosso e corto,
le barbe pesanti e come bagnate, gli occhi bucati
col trapano, i capelli divisi a mezzo del capo ; tutte
son plasmate con una durezza maggiore che in
quelle dell'architrave pistoiese ma aventi con quelle
una stessa fissità d'espressione, una stessa caratte
ristica generale di rigida immobilità. Di più le due
rappresentazioni del cenacolo presentano le figure
degli apostoli tutte di faccia, con le vesti tracciate
a pieghe falcate in gran numero, pieghe che sem
brano essere predilette da questo gruppo d'artisti,
come daGruamonte stesso, poichè le troviamo anche
a tracciare con grande uniformità e convenzionalismo
il ricadere della tovaglia in soverchia abbondanza. Si
Firenze. Chiesa di San Leonardo in Arcetri.
Formella del pulpito.
aggiungano a queste rassomiglianze l'analogia delle
cornici a semplice strombo rettilineo sottostante ad
un piccolo listello, l'analogia anche maggiore dei
leoni che sostengono il pulpito volterrano con quelli
che sorreggono le spalle dell'arco sopra la porte di
San Giovanni fuorcivitas e potremo facilmente sup
porre che da artefici della stessa bottega sieno uscite queste opere di scultura, assegnando così
circa al 1180, data dell'architrave di San Giovanni, la costruzione della transenna e dell'am
bone del Duomo di Volterra.²
Tanto più che nelle formelle e nell'ambone già appaiono forme di decorazione ad intarsio
ispirate a motivi floreali od animali.
Avevamo infatti visto finora che i fondi delle formelle lasciati vuoti dalle sculture a
intaglio erano ornati con una tarsia a soli motivi geometrici, ma ben presto si pensò ad
usare anche per l'intarsio gli stessi motivi di tralci, di fogliami e di fiori che si usavano
nella decorazione delle cornici con larghezza sempre maggiore, sino a giungere nel 1207
SCANO DIONIGI: L'antico pulpito del Duomo di
Pisa, ecc. , Cagliari, 1905.
2Notando che nelle formelle del Duomo di Vol.
terra si riscontrano due tipi di cornici, le une a tra
foro di trapano, le altre a semplice intaglio di scal
pello, possiamo arguire che qui lavorassero vari arte
fici, ognuno dei quali aveva e conservava il suo stile,
pure sotto la direzione del maestro. Notando anche
l'analogia grande fra queste cornici intagliate a scal
pello e quelle eseguite con la stessa tecnica e congli
stessi motivi nella transenna di San Miniato al Monte,
si potrebbe ragionevolmente supporre
ene avremo
una conferma nel materiale ivi adoperato
che a
San Miniato lavorassero artefici del territorio pisano.
MARMORARI ROMANICI IN TOSCANA
433
agli intarsi ricchissimi di tralci, di figure e d'ornati sui pavimenti del battistero fiorentino e
di San Miniato al Monte.¹
2
Intorno a quest'anno appunto si deve assegnare anche la costruzione della transenna
e del pergamo nella basilica stessa di S. Miniato : si trova infatti usata nella transenna la
stessa tecnica d'intarsio che si vede sul pavimento quantunque il marmo di questo sia marmo
di Carrara, avanzo forse di qualche monumento romano e il marmo di quella sia più giallo
e tenero quasi come l'alabastro, sebbene di apparenza più saccaroide, ossia il marmo cosid
detto di Maremma, che potrebbe far pensare ad artefici venuti dall'agro pisano.
Le formelle qui sono molto simili a quelle di Pisa e di Volterra, ma più piccole ed
eseguite con una tecnica assai diversa. Mentre in quelle di Pisa avevamo visto il paziente
lavoro di trapano e d'intaglio in modo da far pensare piuttosto a ricami o ad intagli in
avorio, vediamo in queste le cornici di puro gusto romanico, imitate da motivi classici ed
eseguite in maniera sommaria, mantenendo cioè ben netti i piani principali, curando più
l'effetto generale che la finitezza e la gentilezza del
l'esecuzione. Il rosone centrale, qui assai più piccolo
e più tozzo che nelle formelle pisane, è contenuto
in cornici romboidali, ottagone od esagone general
mente a lati curvi e a doppio sguancio, contenuti
alla lor volta nella consueta inquadratura terminata
dal filaretto liscio come un nastro. Appaiono qui nelle
formelle centrali racchiudenti il rosone le prime sa
gome di quelle formelle che diverranno poi così co
muni nell'arte gotica toscana, limitate cioè da archi
di cerchio intersecantisi coi lati di una figura geome
trica poligonale, più spesso di un rombo o di un
quadrato. Ed appaiono pure negli intarsi del fondo
quei compassi che sempre più frequenti e più com
plicati adorneranno dei loro intrecci, delle loro più
strane e più inspirate complicazioni il policromismo
decorativo sulle facciate delle chiese toscane.
Quanto poi all'ambone che in cornu epistulae
si eleva e si stacca dalla transenna oltre il presbiterio
esso è di forma semplice e rettangolare, con una
figura incoronata e vestita di una specie di chitone,
ritta sopra un leone accovacciato e reggente sul
capo l'aquila del leggio, imagine
osserva il Venturi
SPS
HICESTAUSMEUSOILECTUS
Firenze. Chiesa di San Leonardo in Arcetri.
Formella del pulpito.
della Mater ecclesia. Nella sagoma
totale questo ambone rassomiglia molto all'altro di Arcetri, che, se non possiede la parte
centrale col leggio, deve esserne stato privato quando lo si disfece e malamente lo si rico
struì nell'umile chiesetta del colle fiorentino disperdendone forse tra gli altri anche i pezzi
della transenna.
La stessa tecnica dell'intarsio e la somiglianza
dei motivi permettono qui di avvicinare i pavimenti
delle due chiese fiorentine alle formelle delle tran
senne presbiteriali. E non è quindi impossibile
seb
bene l'ipotesi sia posta a solo titolo di curiosità
che insieme col pavimento, e cioè circa il 1207, osse
fatto in S. Giovanni il fonte che Dante ricorda (In
ferno, XIX) sul tipo di quello che esiste tuttora a Pisa
e cioè con formelle simili a quelle di San Miniato al
Monte. Certo le parole che ne dice Dante ricordando
i pozzetti, i quali
L'Arte. XII, 55.
non mi parean men ampi nè maggiori
Che quei che son nel mio bel San Giovanni
Fatti per luogo de' battezzatori ...
accennano appunto ad un fonte sul tipo di quello
pisano.
2 L'iscrizione della data è sul pavimento di San Mi
niato scritta in fine a tre distici e suona così :
MCCVII RE
TINENTDE
TEPOREMTE
434
ROBERTO PAPINI
Questi due amboni, che sembrano discendere, per la loro struttura e per la disposizione
delle parti, dal più antico e rozzo pergamo di Signa, hanno fra loro somiglianze notevolis
sime e tali da farli ritenere usciti dalla stessa bottega quasi contemporaneamente. Non solo
infatti la figura della Mater ecclesia si ricollega con le rozze figure del pulpito d'Arcetri
per la forma della testa grossa in alto ed appuntita
verso il mento, per gli occhi grandi e spalancati,
per le mani sproporzionatamente grandi, per una
certa maniera sommaria di disegnar le pieghe delle
vesti, ma anche e più specialmente per le identiche
cornici ispirate all'antichità classica, per l'identico
modo con cui sono eseguite. Si confrontino infatti
le cornici di coronamento copiate entrambe da uno
RASSPARFELDORPALOASAR MAPIAIOSEPH
Firenze. Chiesa di San Leonardo in Arcetri.
Formella del pulpito.
stesso modello, si confrontino le altre che inquadrano
le formelle, figurate in Arcetri, intagliate semplice
mente in San Miniato; si paragonino gli identici ca
pitelli e le identiche basi delle colonne bene imitate
da modelli classici e si dovrà concludere che il pulpito
di Arcetri va assegnato ai primi anni del Dugento
insieme con l'ambone di San Miniato al Monte.
Questo piccolo gruppo di sculture serve così
di anello di congiunzione, per rispetto all'età, fra i
due gruppi che abbiamo dovuto distinguere nello
svolgersi delle decorazioni presbiteriali appartenenti
al territorio pisano-lucchese : l'uno quello che abbiamo ricordato e che si compone delle tran
senne e degli amboni del Duomo di Pisa, di Cagliari, di Volterra e degli architravi pistoiesi
di Sant'Andrea e di San Giovanni fuorcivitas; l'altro quello che verremo ora delineando e
di cui una delle prime manifestazioni ci appaiono le
formelle di Santa Maria foris portam a Lucca. Una
di esse catalogata nel Museo civico lucchese come
<>>; forse fu una prima prova
di quello che 50 anni più tardi doveva essere il pulpito di San Bartolommeo in Pantano.
Comunque noi abbiamo alcuni saggi, per quanto scarsi, dell'arte giovanile di Guido da
Como, arte che vorremmo seguire nel suo svolgersi prima nel 1211 a Prato, poi a Lucca,
nella decorazione della cattedrale, se non ce ne mancassero molti elementi essenziali. Ci
contenteremo quindi per ora di seguirne l'evoluzione a Pisa dove nel Battistero noi vediamo
le formelle del fonte eseguite da Guido stesso e datate del 1246.
Quantunque esse sieno state confuse con quelle già descritte come appartenenti alla
transenna di Guglielmo nel Duomo pisano, sono eseguite molto diversamente, non sul marmo
di Carrara a grana assai grossa, ma sopra un marmo maremmano a grana finissima suscet
tibile di prendere una levigatezza molto maggiore, sì da dare, per il colore giallognolo, per
la pasta quasi untuosa e la lucidezza, l'apparenza di un alabastro volterrano. L'esecuzione
è in queste molto accurata ed imitante più da vicino, anche nella tecnica, i modelli delle
cornici e degli ornati dell'arte classica. Qui non il paziente lavoro di trapano ma un minuto
lavoro di scalpello tendente a segnare ogni costola delle foglie, ad inciderne il contorno con
gusto e precisione, lisciando, levigando ogni forma : non il semplice intarsio a figure geo
metriche ma quello che si compiace di meandri eleganti, di tralci flessuosi ed intrecciati,
di foglie e di rose, con una maggiore eleganza nel disegno che nelle formelle pistoiesi dove
l'opera è più grossolana e più rude.
Si può dire che la tecnica in queste formelle del fonte pisano si ravvicina alquanto a
quella dei compagni di (Guidetto : alcune di esse hanno infatti le stesse cornici a gola diritta
Il dott. Alberto Chiappelli (in Arte e Storia, 20 ot
tobre 1895) ricercò, con la grande diligenza che gli
è consueta, in carte dell'archivio Comunale e di quello
capitolare di Pistoia la prova di quest'opera di Guido
da Como e la trovò, per testimonianza concorde di
due autori, assegnata al 1199. Egli credette però che
le formelle che abbiamo descritte facessero parte del
pergamo di cui egli dava notizia : ma questo, secondo
le notizie da lui citate era pieno di figure ed esisteva
ancora verso la fine del 500. Sono quindi giunte a
noi non le formelle figurate del pulpito ma quelle
della transenna adoperate circa il 1563 nei rifacimenti
della cattedrale ed ai primi del '600 quando il fonte
del Battistero e il presbiterio di Sant'Andrea furono
rinnovati.
2
SCHMARSOW August, S. Martin von Lucca und
die Anfänge der Toskanischen Skulptur in Mittelalter.
Breslau, Scottlaender, 1890.
MARMORARİ ROMANICI IN TOSCANA
441
intagliate con i tralci che abbiamo riscontrato così caratteristici nell'architrave di San Pier
Maggiore; e di più, come nelle formelle della transenna del Duomo di Barga, spuntano fra
il fogliame delle cornici teste di uomini e di animali le cui ciocche di capelli o di peli sono
limitate da quella caratteristica fila di bucherelli a trapano che abbiamo visto già nelle opere
degli scultori compagni di Guidetto. Però qui le forme appaiono meglio e con più cura mo
dellate: le teste non hanno la rozzezza di quelle di Sant'Andrea a Pistoia, nè la stilizzazione
di quelle di Barga, ma sembrano esser piuttosto accarezzate dallo scalpello; gli occhi non
sono così sgranati, le labbra così tumide come nelle opere già descritte: si conosce qui l'opera
di un maestro più raffinato e migliore.
Opera che si delinea meglio nel pulpito di San Bartolommeo in Pantano a Pistoia, ese
guito quattro anni dopo il fonte battesimale di Pisa ed ora malamente ricomposto ed addos
sato alla parete destra della chiesa medesima insieme con due formelle che facevan parte
della transenna presbiteriale. Queste formelle però non sembrano esser di mano di Guido
da Como ma piuttosto dei suoi aiuti, poichè e per il marmo grigiastro in cui son lavorate
Siena. Museo dell'Opera. Formelle di transenna.
e per la minor finezza degli intagli, appaiono assai più rozze e meno accurate di quelle che
abbiamo visto scolpite da Guido stesso.
Abbiamo già notato come, per alcune particolarità, l'arte di Guido da Como si con
giunga specialmente con quella dello scultore di Barga. Vedremo ora come in questo pulpito
di San Bartolommeo altre e più notevoli somiglianze sieno da notarsi senza difficoltà. Se si
confronta infatti la scena dell'adorazione dei Magi, principale nell'ambone di Barga, con la
stessa scena effigiata nel pulpito pistoiese si troveranno subito analogie di concezione e di
fattura. I re Magi caracollanti sui piccoli cavalli tozzi e grossi, il re barbato che s'inginocchia
dinanzi alla Vergine offrendo il suo dono d'arómati, la Vergine stessa con la caratteristica
acconciatura del velo, il fanciullo benedicente col rotulo nella destra e con la piega della
veste cadente fra le gambe aperte : non sono queste somiglianze nè occasionali nè solamente
iconografiche, sono vere analogie di forma e di stile. Pure quanto l'arte di Guido da Como
è più gentile, la modellazione più corretta, lo studio delle teste e dei panni condotto con
cura maggiore che nel pulpito di Barga ! Guido da Como bene ha osservato il Venturi
non sa ancora liberarsi da un certo impaccio, da una certa immobile fissità delle sue figure
allineate talora come soldati alla parata, ma ha migliorato, raffinato e reso più corrette le
forme dello scultore di Barga che fu forse suo maestro e che forse egli seguì, dopo aver
operato a Pistoia, insieme coi marmorari chiamati a decorare la facciata della cattedrale
lucchese.
L'Arte. XII, 56.
442
ROBERTO PAPINI
Noi possiamo così, dopo aver notato ogni somiglianza che v'ha nelle cornici e nelle
figure di Guido da Como (si veda anche la scena della natività di Cristo nei due pulpiti
di Barga e di Pistoia) unire questo scultore a quelli del gruppo lucchese, di cui egli, con
Guidetto, sembra integrare e migliorare ogni forma, di cui sembra chiudere l'evoluzione
quando già appariva sull'orizzonte la luce radiosa dell'arte di Nicola.
Altri scultori continueranno ancora in più tarda età il motivo delle formelle, che ci han
guidato in questo studio, allorchè si tratterà di decorare la transenna del Duomo di Siena,
ma essi non apparterranno più a nessuno dei gruppi di marmorari romanici che abbiamo
visto fin qui. Saranno eseguiti da scolari di Nicola¹ con tutt'altra tecnica e con diverso
senso della decorazione. Poichè se gli scultori romanici di cui abbiamo parlato fin qui fu
rono rudi marmorari, incapaci di dare evidenza e movimento alle loro scene, costretti sempre
a contenere nell'ambito della loro scarsa perizia l'intenzione dell'arte, non per questo man
carono di uno squisito gusto decorativo lavorando con paziente finezza ogni loro ornamento,
traforando minutamente cornici e capitelli, architravi e stipiti, adornando con quel loro
piacevolissimo intarsio di marmo bianco e di nero ogni loro opera di rilievo.
Si limitò l'opera loro a costruir transenne, ad ornar pulpiti, a scolpire architravi? Ba
sterebbe l'esempio di un solo di loro, Guidetto, per far supporre che essi furono anche
architetti se a confermare questa ipotesi non si trovassero le stesse forme struttive e deco
rative osservate nei pulpiti anche sulle facciate delle chiese di Pisa e di Lucca, di Pistoia e
di Pescia, di Empoli e di Firenze.
Ma di un così grave e complesso argomento sarà trattato meglio, quando ricerche mag
giori e più sicure permetteranno uno studio speciale e diffuso.
ROBERTO PAPINI.
I
VENTURI Adolfo, La scultura del Trecento. Milano, Hoepli, 1906, pag. 41.
MISCELLANEA
Il ritratto di Velazquez dal due milioni. (*)
Come vediamo sfrondarsi gli alberi col sopraggiun
gere dell'inverno inesorabile, cosi noi assistiamo da
qualche tempo in qua alle vicende per cui si verifica
che il grande albero dell'arte della nostra vecchia
Europa, ricco di rami rigogliosi e di deliziosi frutti,
vada spogliandosi man mano, preso d'assalto dalle
forze irresistibili della plutocrazia sorta nel così detto
mondo civile, massime del continente nuovo.
Di uno di questi frutti memorabili vogliamo occu
parci oggi, il quale ha lasciato ormai il mondo antico
per andare a nobilitare la casa di un Creso d'Oltre
oceano. Intendesi parlare del ritratto del Duca d'Oli
vares, il potente ministro di Filippo IV di Spagna,
dipinto da Diego Velazquez (Tavola fuori testo), ri
tratto che dal palazzo chiamato Dorchester House a
Londra, di proprietà del colonnello Holford, è pas
sato testè in possesso del signor Huntington di Nuova
York, per mezzo dei noti negozianti, fratelli Duveen,
al prezzo di 80,000 sterline a quanto ci viene confer
mato pari a più didue milioni di franchi. Prezzo stu
pefacente invero e che dimostra quanto valore ab
biano acquistato oggidi i capolavori tanto più in questo
caso quando si ponga mente al fatto constatato, che
appena mezzo secolo fa lo stesso dipinto fu venduto
a prezzi infinitamente inferiori, cioè nel 1858 all'asta
della collezione Hugh Baillie per meno di 600 ster
line, a quella di C. Scarisbricks nel 1861 per sole 2 62.
Un tanto divario fra l'apprezzamento d'altri tempi
e d'ora è dovuto certamente in buona parte alle illu
minate istruzioni che si sono diffuse mercè recenti
studi e pubblicazioni, fra le quali occupano il posto
d'onore quelle fatte da colui dal quale abbiamo at
tinto appunto i dati accennati intorno alle vendite di
mezzo secolo fa, cioè da quell'erudito e profondo
uomo ch'è il prof. Carlo Justi di Bonn, tanto fami
gliare coll'arte e coi monumenti della Spagna. E in
vero è da lui stesso che noi apprendiamo, che il ri
tratto in argomento, da poi che appartiene alla sua
prima maniera, usata nella sua città natale di Siviglia,
(*) La fotografia ci è stata fornita dai signori «Duveen Bro
phers », che hanno dato gentilmente ii permesso di riproduzione.
maniera male conosciuta fin qui, era tenuto per lo
passato fra le cose dubbie, rispetto al suo vero
autore. Rivendicato degnamente da parecchi anni al
sommo pittore spagnuolo nell'opera monumentale de.
dicata alla sua memoria dallo storiografo sullodato,
si vede ora, come la sua fama abbia tentato il ricco
Americano a farlo suo ad ogni costo, l'Inglese in
vece ad aderire alla cessione, in considerazione di
una somma di compenso cosi bene arrotondata.
Giustamente del resto osserva il biografo, che Ve
lazquez nella repubblica degli artisti ed amatori non
riesci a raggiungere la sua nota ebene definita rino
manza se non dal secolo passato in qua, principal
mente in grazia di due avvenimenti. Il primo consiste
nella decisione presa dal re Ferdinando VII di riu
nire in un museo (nel 1819) le opere dell'autore fino
allora sparse nei palazzi reali di Madrid e di San Il
defonso, dove erano difficilmente accessibili, il secondo
risulterebbe dalla dispersione, a tempo delle guerre,
di una parte de' suoi dipinti nella Francia e nell'In
ghilterra. Non data se non da quel tempo, soggiunge,
l'attenzione rivolta a quanto già prima si trovava
fuori della sua patria, da che parecchi quadri in Francia
e in Italia, nei castelli della casa imperiale d'Austria,
nella galleria di Dresda, e così via non erano visibili
per lo passato o passavano sotto false attribuzioni,
fra tutti facendo spiccata eccezione il rinomato ritratto
di papa Pamfili, sempre riconosciuto per opera del
grande Sivigliano, del quale d'altronde porta segnato
il nome.
Da quel tempo in poi la fama di Velazquez si è
estesa per ogni dove; nel dominio artistico di Parigi
edi Londra e di altri centri di civiltà egli è diven
tato un personaggio bene conosciuto ed altamente
ricercato, da studiarsi dagli artisti del pari che da
attirare non meno i compratori che i ricercatori di
documenti.
***
Venendo ora al soggetto del ritratto accennato, si
vorrebbe rimandare il lettore innanzi tutto a quanto
seppe esporre intorno all'Olivares, al suo carattere,
alla sua posizione influente presso Filippo IV il pro
444
MISCELLANEA
fessor Justi nella sua opera in due volumi, consacrata
al Velazquez e all'ambiente nel quale egli visse, e
dedicata al defunto imperatore Federico III. ¹
Don Gaspare Guzman, conte di Olivares, nato a
Roma nel 1587, finiti i suoi studi a Salamanca e am
mogliatosi a vent'anni, andò a stabilirsi a Siviglia,
DAHENJOMA
Velasquez (?), Altro ritratto del Conte Duca.
Madrid, presso il duca di Villahermosa.
per attendervi a'suoi beni. Nel 1615 tuttavia si trasferi
a Madrid e introdotto alla corte, non tardò ad en
trare nelle grazie del giovane re Filippo IV. Stabili
tosi alla sua volta nella capitale il Velazquez, più
giovane di 12 anni dell'Olivares, entrò in servizio
della corte reale nel 1623 e vi godette per ben 22 anni
Diego Velazquez und sein lahrhundert von Cartjusti. Bonn,
Verlag von Max Cohen n. Sohn, 1888,
della protezione di colui che divenne in breve tempo
l'arbitro della situazione nelle sfere governative. Si
comprende quindi ch'egli abbia avuto a ritrarne le
sembianze più volte, come pure che queste siano state
disperse in seguito alla caduta del ministro. Consta
infatti che all'estero si trovano oggidi in buon numero
i ritratti suoi, parte originali di Don Diego, parte
lavori del suo studio o copie del tempo.
Ed ora non sapremmo fare di meglio che riferire
testualmente le considerazioni colle quali il nostro
storiografo descrive partitamente, de visu, il magni
fico ritratto, che si porge qui riprodotto da una grande
fotografia, fornitaci dalla stessa casa venditrice, dai
signori fratelli Duveen di Londra.
<<
La storia ha questa volta una chiusa strabiliante.
The Illustrated London News (20 novembre 1909) rap
presenta l'imperatore Guglielmo II diritto davanti al
busto, mentre l'osserva e ascolta le prove d'autenti
cità fornitegli dal dottor Bode. Il fatto non è una satira
del giornale londinese, perchè è realmente avvenuto.
Guglielmo II ha promulgata l'autenticità dell'opera,
e ha quindi salvato di fronte alla Germania il dottor
Bode.
P. ELVERO.
NOTIZIE DI PARIGI.
La pittura italiana a Parigi. Da quattro anni
assente dalla mia bella Italia, avevo perduto ogni
contatto colla nostra arte contemporanea. La mia vita
randagia attraverso la Germania e la Francia mi aveva
reso i nomi di Stuck e di Liebermann, di Henri Martin
Vero è che non è la colpa nè dei Francesi nè dei
Tedeschi di questa loro totale o parziale ignoranza.
La colpa è unicamente nostra. Mentre inostri fratelli
latini , gli Spagnuoli, si sono da un pezzo addestrati
a soffiare nella tromba della Fama e nel trombone
della Réclame, i nostri artisti hanno sentito sempre
un sacro orrore (o una poco sacra poltronaggine) di
varcare le Alpi. Di quelli che le varcarono, buona
parte non fecero come il campagnuolo emigrante dalle
Calabrie, il quale- dopo una tournée di dieci, quin
dici o venti anni attraverso le Americhe
se ne
torna immancabilmente al suo villaggio. Gli artisti,
pare, valgono meno come patrioti. Una volta a Pa
rigi, si abituano in un batter d'occhio alla silhouette
dell'Arc de l'Etoile e dimenticano completamente la
cupola di San Pietro. Son perduti per l'arte italiana.
Altri, che s'incaricano di fornire ai venditori ambu
lanti i loro pupazzetti o ai negozi del Boulevard des
Italiens le loro oleografie, non sono certo indicati a
distruggere i preconcetti che il pubblico estero si è
andato formando intorno all'arte italiana.
Non si sarebbe potuto scegliere, mi dicevo avvian
domi alla Avenue d'Autin, un mezzo più efficace per
far conoscere all'estero la nostra arte giovine e seria,
che organizzando una mostra in questa Parigi, rendez.
vous internazionale di quanti s'interessano all'arte
contemporanea, e annettendola al Salon d'Automne,
il valido sostenitore dei diritti della gioventù diffronte
alla decrepitezza che s'appoggia al duplice sostegno
dei Salons primaverili.
La mia disposizione d'animo differiva dunque sen
sibilmente da quella della più gran parte dei visita
tori di questa Section Italienne. In me baldanzosa spe
ranza, in quelli scettica curiosità. Ma, ahimè, ahimè
il mio italianismo fu messo alle più dure prove du
rante l'ora passata nel pianterreno del Grand Palais!
Avevo creduto di trovare un gruppo compatto di
CORRIERI
personalità se non omogenee (il che non avrebbe pro.
vato che la nostra povertà), mosse tutte dallo sforzo
comune di esprimere sinceramente la loro individua
lità nuova e forte. Era così che si presentò l'anno
scorso la Sezione Finlandese. In quattro sale, in una
dozzina di nomi si aveva la nazione. Ogni nome era
un tipo. Dietro ogni nome si sentiva una schiera. E
l'arte Finlandese trionfò.
So bene che la Finlandia non vale più che un'unica
regione d'Italia. Ma il principio avrebbe dovuto es
sere ancora più ristretto. Chè l'anno scorso si trat
tava di far conoscere l'arte finlandese tutta quanta,
che sotto tutte le forme era ignorata dall'estero. Del
l'Italia i fabbricatori di tatoccetti di zucehero e di
cioccolata (pardon! di gesso e di bronzo) e le affiches
di profumerie (pardon! gli stradolci idilli ciociareschi,
le spiritosissime cantine monastiche) erano purtroppo
note a tutto il mondo. Farli dimenticare avrebbe do
vuto essere l'opera di questo Salon Italiano. E invece
sono di nuovo essi che ne costituiscono l'essenza.
Ah maledetta ambizione ! L'ambizione di riempire
tutto un pianterreno ha fatto invitare, accettare tutta
459
Rinascenza, di tuttele epoche gloriose dell'arte umana:
preoccuparsi anzitutto dell'oggetto da creare (il qua
dro, la statua, il soffitto, il vaso, il tappeto, ecc.) e
dell'ufficio che quest'oggetto dovrà compiere. La dif
ferenza è enorme. L'artista A. dice: « Quest'effetto
della natura è bello, lo voglio ricopiare sur una tela
e ne farò un quadro ». Ma sta appunto li la quistione:
< si può dire il Ghirlandaio,
conclude il D., perchè quasi mai chiese ispirazione
all'antico mondo classico; non irreligioso, poichè in
troducendo ritratti di personaggi viventi negli epi
sodí sacri, null'altro fece che ampliare un'antica tra
dizione, accontentando il desiderio od eseguendo,
molte volte, la volontà dei committenti.
Poter coprire tutte le mura di Firenze di affreschi,
questa fu l'ambizione, l'ispirazione di quest'artista,
che, eternò la vita contemporanea della sua Firenze.
Se il Botticelli, maestro sommo nel dare vita ed
anima alle sue creazioni, vinse la prova, affrescando
su un pilastro in Ognissanti il Sant'Agostino di fronte
al San Gerolamo del Ghirlandaio, avversario contro a
lui nella gara, in altre occasioni il nostro maestro
mostrò di possedere qualità superiori al suo emulo.
Nel concepire la configurazione della grande scena
della Sistina il Ghirlandaio superò infatti il Botticelli
e rivelò un senso di così equilibrata unità, di tale no
biltà maestosa, che il Botticelli fu ben lontano dal
raggiungere.
Ho già accennato dapprima alla ragione per cui
il D. credette opportuno di dare maggiore sviluppo
nella sua monografia allo studio degii affreschi: non
è però scusabile ch'egli passi sotto silenzio od onori
appena di una semplice citazione, dipinti che meri
terebbero invece di essere studiati e fatti conoscere.
Ad ogni studioso che prenda seriamente in esame
l'opera di un artista, incombe, io penso, il dovere di
ricercare con la massima cura, quanto del maestro
si conosce od a lui si attribuisce, esponendo chiara
mente ciascuna volta il suo giudizio: ommettere la
propria opinione su questa o quell'opera, la cui au
tenticità, sia specialmente dibattuta, è deficienza de
plorevole: il silenzio non è forma sufficiente ad inter
pretare il pensiero di uno scrittore.
«
Così, ad esempio, il D. non ricorda affatto la Ma
donna Mond », nè la Madonna « Salting », nè il Ri
tratto di Francesco Sassetti e figlio, di proprietà di
M. R. Benson: (è curioso notare come egli inglese,
dimentichi proprio quelle opere, che, trovandosi a
Londra, avrebbero potuto offrirgli più facile occasione
di esser studiate e giudicate); preferisce di dare la
riproduzione del Ritratto di Costanza de' Medici >>>
appartenente a G. Salting, opera sulla cui autenticità
è lecito esprimere dubbi assai forti, tralasciando in
vece quella della pregevole tempera del Louvre << ; nè del preteso Ritratto di Co
stanza de' Medici, più su ricordato, il D. si sofferma
a studiare l'iscrizione, che mostra evidenti segni di
falsificazione nella forma inelegante e grossolana delle
lettere. Ed ancora nell'Indice in cui nota tutte le
opere del Ghirlandaio ricordate dal Vasari, il D. segna
come «un known» ilquadro rappresentanteSan Rocco
e San Sebastiano, eseguito per la Chiesa di San Ge
rolamo dei Frati Gesuati di Pisa, quadro che si trova
tuttora esposto nella Sala VI, n. 21, del Museo della
stessa città.
Ma, ben più grave è l'abbandono in cui lascia
due, fra le più importanti, opere del maestro, di cui
si accontenta solo di indicare la collocazione: sono
le due tempere che il Ghirlandaio fece per gli stessi
Frati Gesuati di Pisa, ora, dalla chiesa di Sant'Anna
passate al Museo di Pisa; intorno ad esse scrisse re
centemente il Bellini-Pietri direttore di quel Museo.
(Bollettino d'arte, settembre 1909).
Entrambi questi quadri, rappresentanti la Vergine
nel mezzo e disposti lateralmente quattro Santi, sono
stati ascritti al periodo giovanile del Ghirlandario ;
sono opere deliziose uscite dalla fresca e serena fan
tasia del giovine pittore. Una di esse però, quella
che per distinguere dall'altra di simile soggetto, po
tremo chiamare, la Madonna della Rosa (di questa
presento la riproduzione) mostra chiaramente pregi
ben superiori, sia per lo stato di buona conservazione
BIBLIOGRAFÍA
che la rese immune per lo passato da ritocchi e re
stauri , sia per intrinseco valore artistico, che la fa
giustamente considerare opera tutt' intera di Dome
473
suo divin figliuolo, è nel suo sguardo amorevolmente
materno.
nico. La Madonna della Rosa ci offre uno dei più
squisiti esempî fra i molti che, di soggetto sacro, il
Ghirlandario lasciò : essa ci schiude dinanzi un'anima
d'artista semplice, puro, gentile. Le varie figure dei
Il pennello s'indugia lieve come una carezza sul
volto della Vergine e ne rende la morbida freschezza
giovanile con trapassi delicatissimi di luci e di ombre,
manca tuttavia nell'intonazione generale del quadro
una piena fusione ed armonia di colori, per lo stri
Domenico Ghirlandaio. Ancona nel Museo civico di Pisa.
santi attorno al gruppo centrale e quella della Ma
donna specialmente, non sono frutto di una fantasia
raffinata o di uno spirito mistico : quivi è l'ingenua
espressione di un'arte fresca e sincera.
Del maestro Alesso Baldovinetti, il giovane Do
menico conserva ancora la semplice struttura del
quadro, il muricciuolo di sfondo, la simmetrica di
sposizione delle figure ai lati del gruppo centrale: ma
dove l'arte del giovane scolaro già supera il maestro
è nel sentimento di soave purezza del volto della
Vergine, è nell'atto gentile con cui porge il fiore al
L'Arte, XII. 60.
dente contrasto di toni troppo brillanti, carattere
questo che quasi mai vien meno, neppure nelle opere
mature del maestro.
Ma la nota di pura freschezza, che così intensa si
diffonde su tutto il quadro di Pisa, in un'altra opera
ancora si ritrova, alla quale si deve pur riavvicinare
la Madonna della Rosa : a San Gemignano, sulle pa
reti della Cappella di Santa Fina con uguale senti
mento di candore giovanile il Ghirlandaio raccontò
episodi della vita della giovine Santa.
Poichè dunque le due tavole di Pisa sembrano di
474
BIBLIOGRAFIA
notare caratteri assai prossimi agli affreschi di SanGe
mignano, sembrami non sia errore di raggruppare
tutte queste opere intorno ad una stessa data.
Fu detto e ripetuto che Domenico Chirlandaio,
privo del tutto di sentimento religioso, fu artista
che passò la vita dipingendo con « conscienziosa e
serena indifferenza » personaggi sacri e scene reli
giose.
Il Bellini-Pietri, nello studio più su ricordato. di
fendendo il Ghirlandaio da questa accusa eccessiva,
giustamente osserva come nel gruppo centrale della
tavola pisana « l'amor materno è reso con così fresco
candore da farlo veramente salire all'altezza della sua
espressione religiosa ». Tale riuscita compenetrazione
della realità umana del soggetto con l'idea del sim.
bolo divino è segno sicuro del delicato sentimento
che certo non taceva nella fresca vena giovanile del
pittore.
Fa pertanto meraviglia che il D., che con sincero
entusiasmo, combatte l'opinione generalmente acc Ita
di mancanza d'idealità religiosa nel Ghirlandaio : che
illustrando la Sala degli Innocenti, sente il bisogno
di citare quest'opera come espressione dello schietto
sentimento religioso ed umano dell'artista, abbia la
sciato in disparte quest'altra opera da cui potevacerta
mente trarre notevole vantaggio in difesa della sua
tesi.
GIULIO LORENZETTI.
ALDO RAVÀ: Pietro Longhi. Bergamo, Isti
tuto Italiano d'arti grafiche, 1909.
Oltre un'esposizione ordinata di quel che è noto
sull'artista, l'A. offre un contributo nuovo di ricerche
e di osservazioni. Le prime, fatte nell'Archivio dei
Frari e in quello della chiesa di San Pantalon, hanno
illuminato qualche dato biografico, fra cui la data del
matrimonio del pittore, 1732; e la certezza che il
nome di Falca era il cognome del pittore e quello di
Longhi, il soprannome, e noviceversa, come il Lazari
aveva supposto. Più importante è il frutto delle osser
vazioni che permettono all'A. di fare una distinzione
fra i ritratti di Alessandro e quelli di Pietro Longhi,
fino ad ora confusi. Il ritratto della famiglia Pisani
(coll. Bentivoglio) ritenuto il capolavoro di Pietro è
dall'A. dimostrato come opera di Alessandro ; e serve
di base per attribuire allo stesso il Ritratto di dama
della galleria Querini e quello di Cimarosa nella gal
leria Liechtenstein.
L'interpretazione che l'A. dà dell'arte del Longhi
è giusta, quando ne indica il precursore in Giuseppe
Maria Crespi. e non in pittori stranieri come altri ha
supposto ; e quando(pag. 24 e pag. 38) spiega il punto
di vista dal quale il pittore osservò la società contem
poranea. Credo invece non giusto il giudizio spas
sionato sull'opera del Longhi » che l'A. riassume così :
<<>
(Serie II, n. 20). Gabinetto fotografico degli
Uffizi
258
259
262
263
INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI
Pag.
143.
Fammi fattore un anno, se son povero mio
danno (Serie II, n 26). Gabinetto fotogra
fico degli Uffizi
144. « Il bisognino fa trottar la vecchia > (Serie II,
11. 30). Gabinetto fotografico degli Uffizi .
145. Lorenzo Stagi: Ornamento del coro. Pietra
santa, Duomo (Fotografia Gargiolli)
265
171. Frammento di pluteo. Gazzo, Santa Maria
(presso la Canonica)
172. Fiorenzo di Lorenzo : San Sebastiano, Roma,
Palazzo Spada (Fotografia Brogi)
267 173. Beato Angelico: Madonna. Parigi, Collezione
Kleinberger .
271
146. Lorenzo Stagi (?): Recinto del coro. Lucca,
Cattedrale (Fotografia Alinari)
147. Lorenzo Stagi e Donato Benti : Pulpito, Pie
trasanta, Duomo
148. Lorenzo Stagi (?) : Candelabra. Pisa, Cam
posanto
:
149. Lorenzo Stagi (?) : Candelabra. Pisa, Cam
posanto
150. Lorenzo Stagi (?) : Frammento di balaustra.
Pisa, Camposanto .
151. Silvio Cosini e Stagio Stagi: Monumento al
ven. Raffaello Mattei. Volterra, Chiesa di
San Lino (Fotografia Alinari) .
152. Pandolfo Fancelli e Stagio Stagi: Altare di
San Biagio. Pisa, Duomo (Fotografia Brogi) 281
153. Stagio Stagi : Sarcofago di Filippo Decio.
Pisa, Camposanto (Fotografia Brogi)
154. Stagio Stagi: Altare dei martiri. Pisa, Duomo
(Fotografia Brogi) .
155. Portelladel ciborio all'altarino del SS.mo, ora
di Sant'Antonio.Venezia, Basilica di S. Marco. 291
156. Cristo in gloria. Tabernacolo. Firenze, Museo
nazionale del Bargello
157. Ascensione di Cristo. Rilievo in bronzo. Ber
lino, K. Friedrich Museum
158. Veduta dell'interno della cappella del car
dinale Bakocz in Strigonia.
159. Cappella del cardinale Bakocz. Spaccato dal
nord al sud .
160. Tabernacolo del SS. Sacramento di Andrea
Ferrucci nel Duomo di Cinquechiese
161. Melozzo da Forli: San Sebastiano. Roma,
Galleria Nazionale (Fotografia Anderson)
162. Antoniazzo Romano : San Sebastiano. Roma,
San Vito e Modesto.
163. Melozzo da Forlì: Particolare dell'affresco
di Sisto IV (Piero Riario). Roma, Galleria
Vaticana (Fotografia Anderson)
164. Melozzo da Forlì : Il Platina. Roma, Gal
leria Vaticana (Fotografia Anderson)
165. Medaglia di Guglielmo de Pereriis
166. Santa Maria di Gazzo. (Verona)
167. Santa Maria di Gazzo. (Verona)
168. Santa Maria di Gazzo. (Verona)
169. Frammento ornamentale. Gazzo, Santa Maria
(murato nella facciata)
174. * Giovanni Bellini : Madonna. Parigi, Colle
zione del barone Michele Lazzaroni
272
273
276
175. Carsoli. Piazza e Castello. (Fotografia Pic
cirilli)
176. Carsoli. Chiesa di Santa Vittoria. Portale la
terale (Fotografia Piccirilli)
177. Carsoli. Casa medievale (Fotografia Picci
rilli)
276 178. Carsoli. Chiesa del Comune (Fotografia Pic
cirilli)
277
279
284
285
295
299
303
305
306
308
309
309
311
312
313
314
315
179. Carsoli. Chiesa di Santa Maria in Cellis
(Fotografia Piccirilli)
180. Carsoli. Chiesa di Santa Maria in Cellis.
Frammenti di arte romana (Fotografia Pic
cirilli)
181. Carsoli. Chiesa di Santa Maria in Cellis. Por
tàle (Fotografia Piccirilli) .
182. Carsoli. Chiesa di Santa Maria in Cellis. Bat
tenti del portale (Fotografia Piccirilli)
183. Carsoli. Chiesa di Santa Maria in Cellis, Par
ticolari dell'altare (Fotografia Piccirilli)
184. Rocca di Botte. Chiesa di San Pietro. Ci
borio (Fotografia Moscioni)
185. Rocca di Botte. Chiesa di San Pietro. Ci
borio (Fotografia Piccirilli)
186. Rocca di Botte. Avanzo della transenna nella
Chiesa di San Pietro (Fotografia Piccirilli)
187. Rocca di Botte. Chiesa di San Pietro. Am
bone (Fotografia Piccirilli) .
188. Rocca di Botte. Chiesa di Santa Maria della
Febbre. Affresco nella sottochiesa (Fotografia
Piccirilli)
189. Scurcola. Ruderi dell'Abbazia di Santa Maria
della Vittoria (Fotografia Gargiolli).
190. Scurcola. Particolare architettonico della
Chiesa di Santa Maria della Vittoria (Foto
grafia Piccirilli) .
191. Scurcola. Particolare architettonico della
Chiesa di Santa Maria della Vittoria (Foto
grafia Piccirilli) .
192. Case. Chiesa madre. Battenti del portàle
(Fotografia Piccirilli) .
193. Corcumello. Chiesa parrocchiale. Ambone
(Fotografia Piccirilli)
194. Corcumello. Chiesa parrocchiale. Facsimile
IX
Pag.
315
317
320
321
330
331
332
333
335
337
338
339
340
341
342
342
343
344
345
345
345
346
347
dell' iscrizione dell'Ambone (Fot. Piccirilli) . 348
315
170. Frammento ornamentale. Gazzo, Santa Maria
(murato presso l'abside)
2
315
195. Frammenti marmorei del secolo VIII .
196. Volticine delle navate laterali (Fotografia
F. Frediani)
350
351
X
INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI
Pag.
197. Frammenti romanici (Fotografia F. Fre
diani)
198. Mezzi leoni in Piazza del Commercio (Foto
grafia F. Frediani)
199. Il Salvatore (Fotografia F. Frediani) .
200. Pianta della chiesa di Civita Lavinia .
353
Pag.
240. Pietro Bernini: II Battista. Napoli, Santa
Maria la Nova, Cappellone di San Giacomo
della Marca .
201. Vignola di Moltrasio : Sant'Agata .
202. Urio, San Quirico
203. Forno. San Giovanni
204. Canzaga. San Rocco
205. Careno. San Martino
206. Rovasco. San Miro
355
556
357
359
241. Naccarini : Sant'Andrea. Napoli, Gesù nuovo,
Cappella Fornaro .
242. Pietro Bernini : San Bartolomeo. Napoli,
Chiesa dei Girolamini, Cappella Ruffo
359 243. Pietro Bernini: Statua di San Simone. Na
360
409
409
410
poli , Chiesa dei Girolamini, Cappella Ruffo 411
360
360
361
207. Molina. Santa Margherita
208. Lemma. Sant'Alessandro
209. Brienno. San Vittore
210. Cèrano. San Tommaso
211. Ospedaletto. Santa Maddalena
361
391
362
362
363
212. Ospedaletto. Santa Maddalena (dettaglio) . 363
213. Lenno, Sant'Andrea
214. Fortezza. San Vincenzo
215. Loppia. Santa Maria
216. * Giovanni Bonconsigli: Affresco. Venezia,
363
364
364
RR. Gallerie
217. Archita Ricci: Spoleto, Sant'Ansano .
218. Ritratto del generale Alessandro dal Borro.
Arezzo, Sala del Consiglio
219. Anders Zorn: Mercato di pesce
220. Ettore Tito: Amore e le Parche
221. Ettore Tito: La gomena
222. P. S. Kroyer: Fuoco di San Giovanni sulla
spiaggia di Skagen
223. R. E. Miller: L'elefante bianco
224. Camillo Innncenti : Mattino
225. Camillo Inncoenti : La visita
226. Aristide Sartorio: Fregio
227. Mario De Maria: Chiaro di luna a Roma 389
228. Ercole Sibellato: Incantatori di serpentelli . 389
229. Felice Casorati : Le vecchie
230. Pietro Fragiacomo : Giornata burrascosa
231. Zanetti-Zilla : Velieri
232. Lavery-Pólimnia
371
372
375
381
381
383
385
385
385
386
387
244. Pietro Bernini: Statua di Santo. Napoli, San
Giovanni de' Fiorentini .
245. Pietro Bernini: Statua. Napoli, San Gen
naro , Cappella Brancani
246. Pietro Bernini : La Madonna detta della Gra
zia. Napoli, Museo della Certosa di San Mar
tino.
247. Pietro Bernini : L'Assunta. Roma, Santa
Maria Maggiore, Cappella del Battistero (Fo
tografia Sansaini)
248. P. Bernini : Rilievo dell' Immacolata di Cle
mente VIII. Roma, Santa Maria Maggiore,
Cappella Paolina
249. Pietro Bernini : Cariatidi del deposito di Cle
mente VIII. Roma, Santa Maria Maggiore,
Cappella Paolina
250. Ippolito Buzio: Cariatide. Roma, SantaMaria
Maggiore .
251. Pietro Bernini: Angiolo. Roma, Palazzo del
Quirinale, Sopraporta della Cappella Paolina
(Fotografia Sansaini) .
252. Pietro Bernini: SanGiovanni Battista. Roma,
Sant'Andrea della Valle, Cappella Barberini
(Fotografia Moscioni)
253. Signa. Pieve di San Lorenzo, Pulpito
254. Pistoia. Chiesa di Sant'Andrea, Capitello
d'uno stipite della porta maggiore
255. Pisa. Battistero, Formella dell'altare
391 256. Pisa. Battistero, Formella dell'altare
393
391 257. Pisa. Camposanto, Formelle già della tran
senna del Duomo .
.
333. Adolfo Apolloni : Sorriso di madre
234. Ettore Ximenes: Ritratto del pittore Dal
393
394
412
413
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416
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418
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421
424
425
426
426
427
258. Volterra. Duomo, Candelabri per ceri pasquali 429
259. Firenze. Basilica di San Miniato al Monte,
Formella della transenna del presbiterio .
l'Oca Bianca
235. Pietro Bernini: La Carità. Napoli, Facciata
della chiesa del Monte di Pietà
236. Pietro Bernini : La Sicurtà. Napoli, Facciata
della chiesa del Monte di Pietà
237. Domenico Fontana e Naccarini: Fontana.
Napoli, alla Marina Carmine
238. Scuola del Naccarini: Il Battista. Napoli,
Gesù Nuovo, Cappella Fornaro .
239. Giovanni da Nola: San Giovanni. Napoli,
San Domenico Maggiore. Tomba della Fa
miglia Rota
395
403
404
405
260. Firenze. Chiesa di San Leonardo in Arcetri,
Pulpito già in San Piero Scheraggio
261. Firenze. Chiesa di San Leonardo in Arcetri,
Formella del pulpito .
262. Firenze. Chiesa di San Leonardo in Arcetri,
Formella del pulpito .
263. Firenze, Chiesa di San Leonardo in Arcetri,
Formella del pulpito .
406 264. Firenze. Chiesa di San Leonardo in Arcetri,
Formella del pulpito
407
265. Brancoli. Pieve di Santa Maria e San Giorgio,
Fonte battesimale
430
431
432
433
434
434
435
.
INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI
Pag.
266. Pisa. Battistero, Due formelle del fonte .
437
257. Pistoia. San Bartolomeo in Pantano. Pulpito 438
268. Siena. Museo dell' Opera, Formella già della
transenna del Duomo
269. Siena, Museo dell' Opera, Formelle di tran
senna
270. Velasquez (?): Altro ritratto del Conte Duca.
Madrid, presso il duca di Villahermosa
271. * Velasquez: Ritratto del Conte Duca
272. Velasquez : Ritratto equestre del Conte Duca.
Madrid, Galleria del Prado (Fotografia An
derson) .
439
441
277. Torino. R. Pinacoteca. Gio. Perosino : Sal
vator Mundi .
278. Torino. San Domenico: Affresco
279. Genova. Palazzo Bianco: Miniatura di un
Libro di preghiere
280. Genova. Palazzo Bianco: Miniatura di un
Libro di preghiere
444 281. Valtellina, Chiesa parrocchiale di Teglio
445. 282. San Paolo, Statua in legno. Valtellina, Chiesa
parrocchiale di Teglio
283. Modica. Chiesa di Santa Maria di Gesù (Fo
tografia E. Moltese)
445
273. Replica di un quadro del Tiziano. Vienna,
presso il dott. A. von Peez
274. Torino. Museo Civico: Mosaico pavimen
tario
275. Torino. San Domenico: Affresco
276. Torino. San Domenico : Affresco
455
284. Modica. Santa Maria di Gesù, Il Chiostro
(Fotografia E. Moltese)
285. Caltanissetta. Cattedrale, Ostensorio proces
sionale .
461
462 286. Domenico Ghirlandaio: Ancona nel Museo
462
III .
civico di Pisa
INDICE DEGLI AUTORI
ARU CARLO. Scultori della Versilia. (Lorenzo e Stagio
Stagi da Pietrasanta) con 10 ill., 269.
BALZANO VINCENZO. Scultori e sculture abruzzesi del
secolo xv (con quattro ill.), 183.
BOMBE WALTER. Di un presunto ritratto del generale
dal Borro nel Museo Kaiser Friedrich a Berlino
XI
Pag.
•
463
464
464
464
465
466
467
467
468
473
Vincenzo Foppa, pittore. (A proposito di una re
cente pubblicazione (con sette ill ), 249.
Il ritratto di Velasquez dai due milioni (con due
ill. e una tavola), 443.
F. H. Notizie romane, 237.
GALIETI ALBERTO. Memorie della chiesa medioevale
(con una ill.) , 374.
Calzini E. Notizie delle Marche (con due ill.), 231.
CAROTTI GIULIO. Notizie di Lombardia (con tre illu
strazioni), 149.
Notizie di Lonıbardia (con due ill ), 465.
D'ANCONA PAOLO. Due libri di disegni popolareschi
di Giuseppe Piattoli (pittore fiorentino del secolo
XVIII) (con quattro ill ), 261.
FABRICZY (DE) C. Due opere di Andrea Ferrucci esi
stenti in Ungheria (con tre ill ), 302.
FFOULKES JOCELYN C.-
R. MAIOCCHI, Intorno al
pittore Ambrogio Bergognone, 203.
FOGOLARI GINO. Domenico Pellegrini, ritrattista ve
neziano (1759-1840) (con otto illustraz. e una ta
vola), 94.
FORATTI ALDO. Un affresco di Giovanni Bonconsigli
(con una tavola), 371.
FRIZZONI Gustavo. Di alcune opere d'arte nel co
mune di Rapallo (con due ill. e una tavola), 89.
di Civita Lavinia (con sei ill ), 349.
GEROLA GIUSEPPE. Fra i paramenti sacri di S. Ste
fano di Verona (con quattro ill ), 63.
Santa Maria di Gazzo (Verona) (con sei illustra
zioni), 313.
Vecchi campanili sul lago di Como (con quindici
ill ), 359.
Per la fortuna di un soggetto del Tiziano (con
una ill ), 455.
LORENZETTI GIULIO. Note su Alessandro Vitto--
ria, 65.
Di alcuni bassorilievi attribuiti a Jacopo Sansovino
(con tre ill), 288.
MAIOCCHI R. (v. Ffoulkes).
MATRANGA CESARE. Nuovi documenti su Antonello
Gagini (con due ill ), 133.
MAUCERI ENRICO. Notizie siciliane (con cinque illu
strazioni) , 155.
Notizie della Sicilia (con tre ill ), 467.
XII
INDICE DEGLI AUTORI
MOTTA CIACCIO LISETTA. Histoire de l'Art depuis les
premiers temps chrétiens jusqu'à nos jours (recen
sione), 322.
MUNOZ ANTONIO. August L. Mayer: Jusepe de Ri
bera, (lo Spagnoletto) (con una ill., recens ), 77.
Cosimo Stornajolo : Le miniature della topografia
cristiana di Cosima Indicoplenste. Codice vaticano
greco, 699 (Codices e Vaticanis selecti, volumen X)
(con tre ill., recensione), 159.
Il monumento di Antonio il Nigrita in Santa Maria
Maggiore a Roma (con due ill.), 178,
Altri documenti sullo scultore di Fiorenzo di Lo
renzo (con una ill ), 317.
NEOUSTROÏEF A. La crocifissione di San Gimignano
nel Museo Imperiale dell' Ermitage (con nove illu
strazioni), 119.
OZZOLA LEANDRO. Giovanni Paolo Pannini (con sette
ill . nel testo), 15.
Opere del Pannini a Vienna, 365.
PACCHIONI GUGLIELMO. Gli ultimi anni del Beato An
gelico (con sette ill. nel testo), r.
Un affresco del Gozzoli in San Paolo fuori le
mura, 447.
PAPINI ROBERTO. Marmorari romanici (con diciassette
ill.), 401.
P. ELVERO. Notizie d'Inghilterra, 457.
PICCIRILLI PIETRO. Notizie di Abruzzo Molise (con
dieci ill.), 69.--
La Marsica monumentale. (Note d'Arte) (con venti
ill ), 329.
RAVA ALDO. Guardi e Longhi, 456.
Ghirlandaio by Gerald S. Davies (con una inci
sione, recensione), 471 .
REYMOND MARCEL. Il ferro (con dodici ill ), 169.
La Cathédral Notre Dame de Paris; notice histo
rique et archeologique, 399.
RICCI LEONARDO. Come debba chiamarsi il Pisa
nello, 376.
RIVERA GIUSEPPE. Alcune opere di oreficeria nell'A
quila e Niccoli da Guardiagrele, 377.
SCHLEGEL (LISA DE). L'Annunziazione di Berna (con
due ill.), 204.
Per un quadro di Melozzo da Forlì (con cinque
ill ), 307.
Severi Aldo. Notizie Romane, 237.
Notizie del Veneto, 381.
SIMONSON George. Grandi e Longhi, 379.
SOBOTKA Georg. Pietro Bernini (con diciannove illu
strazioni), 421.
Sordini Giuseppe. Di Archita Ricci, pittore urbinate
(con una ill.), 371.
TOESCA PIETRO. Notizie di Piemonte e di Liguria
(con sette ill.), 461.
VENTURI Adolfo. Le arti minori in Ferrara alla fine
del secolo xv, 147, 207,385,447.
Studi dell'Arte umbra del '400 (con tredici illu
strazioni), 188.
Documenti artistici nel libro di Alessandro Luzio
su Isabella d'Este e il Sacco di Roma , 210.
L'Ancona di San Pietro Martire nella Galleria di
Parma, 211,
Constance Jocely Ffoulkes e Monsignor Rodolfo
Maiocchi; Vincenzo Foppa of Brescia, founder of
the lombard School. His Life and Work (recen
sione), 239.
Emile Jacobson: Das Quattrocento in Siena, 241.
Un quadro sconosciuto di Fiorenzo di Lorenzo
(con una ill.), 317.
Corriere di Parigi, 319.
Corriere di Monaco di Baviera, 395.
VENTURI LIONELLO. Note sulla Galleria Borghese (con
dodici ill. nel testo), 31.
Laudadeo Testi: Storia della Pittura veneziana.
Parte prima: Le Origini (con una ill. recens.), 80.
Due opere di Gian Francesco da Tolmezzo (con
due ill), 211.
Aldo Ravà: Pietro Longhi (recensione), 474.
WEINER P. P. Notizie di Russia(con quattordici illu
strazioni e una tavola), 216.
YONAS. Notizie di Parigi, 458.
Zappa Giulio. Note sul Bergognone (con tre ill. nel
testo) , 51.
Note sul Bergognone (con otto ill.), 108.
IV.
INDICE DEGLI ARTISTI
Balen, 230.
A
Abadia (dall') Giovanni, 209.- (dall') Nicolò, 209.
Abondio (ricamatore), 380.
Ache (d' ) Caran, 159
Achiardi (D'), 237.
Acqua, 185.
Adeodato, 430.
Aertsen, 231.
Agostini (degli) Giacomo, 24.
Agostino da Vaprio, 204.
di Duccio, 245, 327.
Alberti, 393.
Albertinelli (Mariotto), 475.
Alboneto da Pisa, 166.
Alciati, 390.
Alexcïeff, 216.
Alibrandi (Girolamo), 243.
Allegretto (Giorgio), 451.
Allegri (Antonio), 5, 77, 253.
Alovise (spagnuolo), 209.
Altichiero, 81.
Amadeo, 326.
Annechino (Francesco), 454.
Antelami (Benedetto), 477
Antognetto da Massagresa, 270.
Barbari (de') Jacopo, 319.
Barbieri (Gian Francesco), 93.
Baroccio (il) (Vedi Fiori Federico).
Baroncelli (Niccolò), 448.
Balestrieri (Bernardo), 393.
Balla (Giacomo), 236.
Antonello da Messina, 75, 82, 158, Barbarelli (Giorgio), 164, 247,477.
168, 214, 243, 246, 324,327.
Antoniazzo Romano (Vedi : Aquilio
Antonio).
Antonio da Fabriano, 165.
da Ferrara, 164.
da Murano, 235.
di Jacopo del Campo, 275.
di Renzo di Sassa, 377
Pisano, 376, 377.
Veneziano, 82, 83.
Apolloni (Adolfo), 394.
Appiani (Andrea), 322.
Aquila (dell') Paolo, 187.
(dell') Silvestro, 183, 186.
Barozzi (Giacinto), 166, 167.
(Jacopo), 116, 167.
Barricclli, 237.
Bartolo di Fredi, 168.
Bartolomeo da Monte, 451.
di Giovanni, 471.
Bartolozzi (Francesco), 24,94, 95, 98,
99, 100, 101, 104, 105, 106.
Basaiti (Marco), 165.
Basilea (da) Gio. Tedesco, 147.
Aquilio(Antonio), 234, 243, 307, 309, Bas (Le) P., 23.
310, 311, 312, 313, 321, 328.
Armi (dalle) Ottolino, 147.
Arnolfo di Cambio, 321.
Bastianini , 323.
Bastiano di Gio. Maria Nelli, 271,
272, 274, 278.
Arpino (Il cavalier d') (Vedi: Cesari Battista di Amadio, 447, 449, 450.
Giuseppe).
Amadio da Milano, 447, 448, 449, Arrigoni (Epifanio), 203.
450.
Arsum (da) Enrico, 339.
Amatrice(dell') Cola (Vedi: Filotesio Auria (d') Domenico, 406.
Nicola).
Ambrogio da Chirrà o Chirate,450.
da Fossano, 51, 52, 53, 54, 55,
56, 57, 58, 59, 60, 61, 62, 108, 109,
110, 111, 112, 113, 114, 115, 116,
117, 118.
Avanzini (Pietro), 24.
Avanzo, 81.
Averlino (Antonio), 239.
Axola (di) Bartolomeo, 148.
B
Ambrosi (degli) Marco, 234, 307, Baccio da Montelupo, 245.
308, 309, 310, 311, 312, 313.
Ammanati (Bartolomeo), 68, 167.
Andrea da Formiggine. 245.
di Giusto, 75.
di Niccolò, 241.
Andresisch, 454.
Angelo di Drudo, 352.
Badile (Bartolomeo), 80.
(Giovanni), 80.
Bagnasco (Nicolo), 158.
Baili (Giovanni) ?), 80, 81.
Baldoini (Alessandro), 452.
di Antonio, 451.
Bazzi Gian Antonio (il Sodoma), 15,
276, 317, 321.
Beato Angelico, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7,
8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 117, 188,
235, 241, 245, 319, 331, 323, 447.
Beccafumi (Domenico), 168.
Begarelli (Antonio), 76.
Béjot, 395
Bella (della) Stefano, 159.
Bellini (Filippo), 166.-(Giovanni), 76, 214, 319, 325, 371.
(Jacopo), 81, 86, 237, 240, 243, 250,
251.
Belloni, 390.
Bellotto, 216, 223.
Baldovinetti (Alessandro), 15, 327, Benazech, 24.
473
Benci (Giambattista), 45.
XIV
Benedetto da Rovezzano, 275.
Spagnuolo, 453.
Benti (Donato), 271, 274, 275, 278,
282.
Benvenuto di Giovanni, 189, 242.
di Giovanni del Guasto, 241.
Bergamo (da) Bartolomeo, 148.
(da) Giovanni, 148.
Bergler De Maria (Ettore) , 390.
Bergognone Ambrogio di Giorgio,
203, 204, 222.
INDICE DEGLIARTISTI
Campana (Andrea), 211.
Bonconsigli (Giovanni), 371.
Bonfigli (Benedetto), 194, 195, 196, Campello (di) Filippo, 324-325.
197, 199, 318.
Bonito (Giuseppe), 321.
Bonsi (Giovanni), 235.
Bonvicino (Alessandro), 115, 234, 259.
Borgognone, 15.
Canal (Fabio), 244.
(Gian Battista), 96.
Canale (Antonio), 104, 216, 223,
247.
Boravikoffoky, 2:6.
Borzone (Carlo), 93.
Borzone (Giovanni Battista), 93.
Borzone (Luciano), 93.
Ambrogio di Stefano, 203, 204, Bosch (Jerome), 231.
255, 258, 260.
(Bernardino), 52, 58.-(il) (Vedi: Ambrogio da Fossano).
Berna da Siena, 204, 205, 206, 207.
Bernardino, 453.
Bernardino da Roma, 453.
di Bongiovanni, 209.
Bernini (Lorenzo), 50, 180, 182, 321,
356, 357, 401, 402, 403, 404, 405,
406, 408, 409, 410, 411, 412, 413,
414, 415, 416, 418, 419, 420, 421,
422.
(Pietro), 182, 401, 402, 403, 404,
405, 406, 408, 409, 410, 411, 412,
413, 414, 415, 416, 418, 419, 420,
421, 422.
Berrettini (Pietro), 44, 374.
Bertuzzi , 232.
Besnard, 386.
Besozzo (da) Michelino, 114.
Besso, 236.
Boselli (Felice), 24.
Bosiardi (Ferrando), 204.
Boteram (Rinaldo), 207.
Canaletto (il).(Vedi: CanaleAntonio).
Candida (di) (Jean), 312.
Cane (Carlo), 237.
Cano (Alonzo), 80, 168, 224.
Canova (Antonio), 104, 322,
Capelle (Van der), 230.
Caporale (Francesco), 180, 182, 316
Caporali (Bartolomeo), 200.
Capponi (Raffaello), 219.
Botticelli (Sandro). (Vedi : Filipepi Caputo, 236, 237, 390.
Alessandro).
Boucher, 225-226.
Bouts, 165.
Bramante (Donato), 152, 167, 256.
Bramantino. (Vedi: Suardi Bartolo
meo).
Brea (Antonio), 260.
Caravaggio (il). (Vedi : Merisi Miche
langelo).
Carena, 390.
Cariani, 480.
Carlandi, 388.
Carlo di Ser Lazaro da Narni, 4.
Carnevale (fra'), 168.
Brea (Lodovico), 255, 259, 464-465. Caro-Delvaille, 390.
Bregno (Andrea), 185.
Carozzi , 236.
Brescia (da) Tommaso. (Vedi : Ve- Carrucci (Jacopo), 222, 243, 244.
nezia (da) Tommaso).
Bresciano (Prospero), 409.
Casciaro, 390.
Casorati (Felice), 390.
Bressano (Vincenzo), (Vedi: Foppa). Castagno (del) (Andrea), 83.
Breughel, 230.
Brocolino Marco), 455.
Castiglione (Giovanni Benedetto), 15.
Cataldi, 393.
Bronzino (H.). (Vedi: Tori Angiolo). Catarino, 86.
Brozzi, 393.
Betti (Bernardino), 201, 235,323,475. Brullow (C.), 217.
Bevilacqua, 259.
Bezzi (Bartolomeo), 390.
Biagetti, 237.
Bigordi Domenico (il Ghirlandaio),
120, 218, 471, 472,473,474,476.
Bihari, 392.
Bloemart, 230.
Blommers, 236.
Boccacci (de') Antonio, 380.
Boccaccino, 380.
(pseudo-), 246.
Boccardo, 237.
Brunelleschi (Filippo), 326.
Bugiardini (Giuliano), 475.
Buonarroti (Michelangelo), 15, 46,
117, 165, 166, 167, 176, 244, 246,
247, 248, 401, 402, 408, 413, 420,
422, 469.
Buonconsiglio (Giovanni), 327.
Buonvicino (Α.), 419.
Busca (Antonio), 17.
Busch (Wilhelm), 159.
Butinone (Bernardino), 53,54,259.
Buysse, 392
Boccati Giovanni da Camerino, 188, Buzio (Ippolito), 419.
189, 191, 195, 241.
Boccati (Girolamo), 189,
Boilly, 227.
Bol, 228.
C
Cabezalero, 168.
Caccavello (Annibale) 405, 410.
Cairati (Girolamo). 389.
Bologna (da) Giovanni, 85.
Boltraffio (Giovanni Antonio), 219, Calandra, 393.
244.
Bonaccolsi, (detto l'antico), 210.
Bonchardon, 246.
Calino (de) (Paolo), 240.
Calori, 237.
| Calvaert (Dionigi), 46-47-48 .
Catena (Vincenzo), 165, 256,477.
Cavaleri, 237.
Cavalieri, 390.
Cavallini (Pietro), 469.
Cavallino (Bernardo), 321.
Cavenaghi (Luigi), 76, 149, 150,
151, 152, 153, 154.
Caylina (Paolo), 259.
Cechinus de Verona, 328.
Cellini (Benvenuto), 176, 448.
Cennini (Cennino), 202.
Cerano (il). (Vedi : Crespi Giovanni
Battista).
Cergnoni (Lodovico), 96.
Cesari (Giuseppe), 45.
Chardin, 227, 328.
Chaule (di) Pietro, 339.
Chignolo (Girolamo), 17.
Chitarin (Trajano), 390.
Ciardi (Beppe), 390.
(Emma), 390.
(Guglielmo) , 389.
Ciccarello di Francesco, 73.
Cima (Giambattista), 214, 215, 219.
INDICE DEGLI ARTISTI
Cimatori (Antonio), (il Visacci), 479. Donato, 86.
Cioli (Valerio), 275, 276, 277.
da Milano, 450.
Civerchio (Vincenzo), 258, 259.
Civetta, 243.
Civitali (Matteo), 269, 270, 272, 275,
276, 277, 283.
Claudio di Lorena, 224.
Clouet (Francesco), 328.
Cochin (C. N.), 20.
Coffet, 236.
Coltelli (dai) (Luca). (Vedi: Ragusa
(da) Luca).
Conca, 365:
Condivi (Ascanio), 166.
Conte (del) Jacopo, 167.
Doni (Dono), 246.
Dossi (Dosso). (Vedi: Luteri Gio- Folo Giovanni di Pietro, 96.
vanni e Battista).
Dow (G.), 229.
XV
Fiori Federico, 232, 233.
Firenze (da) Giorgio, 147 .
Follini, 236.
Fontana, 239.
(Salvatore), 78.
Draghi Alfieri (Carlo), detto il Dra- Foppa Vincenzo, 51, 52, 53, 54,57,
61, 62, 203, 239, 240, 241, 249,
go, 24.
Drudo (Magister), 352.
Duccio di Boninsegna, 75, 204, 206,
222.
Dughet (Gaspare), 224.
Dupont, 237.
Duro (Rinaldo), 200.
Dyck Antonio (Van), 89, 91, 94, 165,
Conti (de') Alberto, 222, 234.
Contrarii (de') Alberto, 454.
Corazzine (dalle) Lorenzo, 147.
Corbo (Giovanni), 380.
Cornelio da. Lyon, 224.
Corot, 328.
Correggio. (Vedi : Allegri Antonio).-(da) Pellegrino, 148.
225, 246.
East, 392.
E
Echagüe Ortiz, 236.
Eckhout, 228.
Evangelista da Pian di Meleto, 325
F
Cosini (Silvio) da Fiesole, 280, 286. Fabri, 120.
Cosmas, 160, 161, 162.
Cossa (Francesco), 76, 234.
Costa (Giovanni), 207, 208.
Cozza (Liberal), 96.
Cozzarelli (Guidoccio), 168, 342.
Credi (di) Lorenzo. (Vedi : Sciar
pelloni Lorenzo).
Crespi (Giovanni Battista), 93.
(Maria Giuseppe), 474.
Crivelli (Carlo), 86, 159, 235, 325.
Crivello (Feschino), 450.
Falchetti, 390.
Falconnet, 226.
250, 251, 252, 253, 254, 255, 256,
258, 259, 260, 327, 464.
Fragonard, 227, 328, 386.
Francesca (della) Piero, 76, 188, 191,
194, 241, 311.
Franceschi (de') Piero (Vedi : Piero
della Francesca).
Francesco, 453.
da Bologna, 209.
di Amadio, 447, 449.
di Gentile, 234, 243.
di Giorgio (Vedi : Martini).
di Pietro, da Como, 245.
Franchino da Cremona, 450.
Franchoys, 228.
Francia (II) (Vedi: Raibolini Fran
cesco).
Franco (Battista), 244.
Fancelli (Leopoldo), 280, 281, 282. Frieseke, 388.
(Luca), 164.
Frondosio Andrea di Scozia, 454.
Fungai, 242.
Pandolfo di Bernardo, 280, 282, Fuga (Ferdinando), 20, 133.
283.
Fanzaga (Cosimo), 412.
Fasolo (Bernardino), 260.
(Lorenzo), 260.
Fattori, 389.
G
Cronaca (Simone), 306.
Cuyp, 228, 247.
D
Fédotoff, 217.
Fei (Paolo di G.), 168.
Ferramola (Floriano), 259.
Ferrari (Gaudenzio), 117, 168, 220.
(Giacomo), 147.
Daddi (Bernardo), 75, 222, 235, 221 . Ferretti, 236.
Danese (Cattaneo), 67.
Daudet, 24.
Davis, 391 .
Gabiani, 224.
Gagini (Antonello), 133, 134, 135,
136, 137, 138, 139, 140, 141, 142,
143, 144, 145, 146, 155, 156, 158,
164, 324.
(Domenico), 167.
(Giuseppe) , 156.
(Nibilio), 155.
Ferrucci (Andrea), 302, 304, 305, Gagliardelli(Giovan Francesco), 182,
306, 307.
(Pompeo), 419.
184. 186, 187.
Galante, 237.
Dei (Piero) d'Antonio), 159, 202, 323. Filarete (II) (Vedi: Averlino An- Galli Ferdinando (Bibbiena), 24.
tonio).
Delacroix, 328.
Desiderio da Settignano, 183.
De-Stefani, 390.
Diaponini (Giuliano), 451.
Gallina (Lodovico), 96, 98, 101.
Filipepi (Alessandro), 165, 247, 471, Garbo (del) Raffaellino (Vedi : Cap
476, 478.
Filippo di Champaigne, 224.
Domenichino. (Vedi: Zampieri Do-- di Venezia, 451 .
menico).
Filotesio (Nicola), 235.
Domenico di Bartolo, 165, 188, 189. Finelli (Giuliano), 408, 412.
190, 191, 241.
di Piero, 451.
(Veneziano), 188, 191, 194.
Donatello, 159, 166, 168, 185, 326.
Donati, 390.
Fiore (del) Francesco, 81.
(del) Jacobello, 81, 84.
Fiorenzo di Lorenzo, 124, 188, 196,
197, 198, 199, 200, 201, 202, 243,
309, 317, 318, 325.
poni Raffaello).
Garreau (De), 24.
Gaspari (Antonio), 27.-(Giovan Paolo), 27.
Gatta (della) Bartolomeo (Vedi : Dei
Piero d'Antonio).
Gazzarini (Tommaso), 120, 122.
Gemito (Vincenzo), 390.
Gentile da Fabriano, 83, 191, 235,
239, 248, 321, 327, 397.
XVI
Gent (Van) Justus, 168.
Gerard (Francesco), 104, 227.
Gerolamo da Ferrara, 67.
Gherardo delle notti, (Vedi : Hon
thorst Gherardo).
Ghirlandaio (Domenico) (Vedi: Bi
gordi Domenico).
(Ridolfo), 75.
Ghisi (Diana), 159.
Ghisi (Giorgio), 159.
Ghislandi (fra' Vittore), 478.
INDICE DEGLIARTISTI
Girardo (fiammingo), 209.
Girolamo da Treviso, 244.
Giuliano di Taddeo, 271, 272, 274,
278.
Giulio Romano(Vedi: Pippi de' Jan
nuzzi Giulio).
Glicenstein, 237.
Goes (Van der) Ugo, 164, 247.
Goya Francisco D., 168, 247.
Gozzoli Benozzo, 3, 4, 5, 10, 14, 188,
190, 192, 194, 235, 243, 245, 326,
Jordaens, 230.
Juanes Juan, 224.
Jugres, 328.
Ghisolti (Giovanni), 15, 16, 17, 18,
24, 25, 27.
Ghisolfi (Giuseppe), 18.
Ghissi (Francescuccio), 235.
Giacomino da Cremona, 450.
Giacomo di Mengo, 147.
Giamberti (Giuliano), 306.
Giambologna, 410.
447, 480.
Grassi, 237.
Graziosi, 390.
Kiprensky, 217.
Grechetto (II) (Vedi: CastigationeGio- Knapton Ch., 24.
vanni Benedetto).
J
Jacobello di Bonomo, 82, 83, 86.
Jacopo (Alemanno), 324.
Jsenbrandt, 231.
Jacopo da Ginasso, 450.
Jacopo di Mantova, 452.
Jansens (C.), 228.
Jarocki, 390.
K
Kranach ( Lucas), 235.
Greco (II) (Vedi: Theocopuli Do- Kroyer Peter Sevorin, 386.
menico).
Greuze, 328.
L
Giampietro (armaiuolo), 147.
Gruamonte, 430, 432.
Gianfrancesco da Tolmezzo, 211, Guarana (Jacopo), 96.
214, 215.
Gian Giacomo da Brivio, 204.
Giani Giovanni, 390.
Gioli, 389.
Giordano Luca, 78, 321.
Kauffman (Angelica), 167.
Lachi (mastro), 451 .
Guardi (Francesco), 167, 223, 247, Lairesse (de) Girard, 225.
379, 456.
Nicolò, 451.
(Mo Thesututorum), 380.
Giorgione (Vedi : BarbarelliGiorgio).
Giottino, 167, 327.
Guariento, 81, 82, 85, 86.
Guastapani (Cristofaro), 134, 135.
( Lorenzo), 134, 135, 136, 138, 139,
140, 141, 142, 143, 144, 145, 146.
Guercino (II) (Vedi: Barbieri Gian
Francesco) .
Guglielmo (maestro), 84.
Lamours (Jean), 170.
Lampereur (E. C.), 23.
Lampi (J. B.), 216.
Lancret, 226.
Landi Neroccio di Bartolomeo, 242
Lanfrani (Jacopo), 245.
Lange, 237.
Langnouwer, 228.
Giotto, 8, 82, 206, 247, 322, 324, Guidetto da Como, 424, 436, 438, Largillière, 224.
326, 401.
Larsson, 237.
di maestro Stefano, 327.
Giovan Andrea da Lendinara, 451.
Antonio da Foligno, 453.
Giovanni da Carpi, 380.
da Correggio, 208.
da Milano, 235.
da Modena, 209.
da Nola, 406, 410, 411.
de Cannis, 451.
del Maestro da Carrara, 271, 274.--
d'Alemagna, 84.
di Andrea, 243.
d'Antonio della Checa, 4.
di Balduccio, 166.
di Blasuccio, 186, 187.
di maestro Zuzio, 377.
di Marco da Valtropia, 148.
di Paolo (senese), 192, 235, 241,
243.
di Piacenza, 380.
di Pietro, 235.
Maria (Frà), 252, 259.
Pisano, 423, 432.
Giovenone (Girolamo, 327.
440, 441, 442.
Guido da Como, 424, 427, 438, 439, Lasinio (Carlo), 263.
440, 441, 442.
Guiglia (Giacomo), 450.
Laurana Francesco, 243, 246.
Laurenti, 390.
Lavery, 392.
H
Hals (Franz), 228, 247.
Hankey, 392.
Haseltine, 237, 393.
Hauser (Aloys), 159.
Heere (d ) Luca, 246.
Hobbema, 319.
Hobbein (Hans), 76, 477.
Hondecoeter, 230.
Honthorst (Gherardo), 43, 44, 167.
Hoogh (de) P., 229.
Hubert (Robert), 227.
Huges-Stanton, 392.
1
Iachomo d'Antonio da Poli, 2, 4.
<記載日
2026年10月8日